LALA
NOTA
NOTA
Pubblicazione semestrale della Società dei
Concerti “ROBERTO FIORAVANTI”
Direttore responsabile: Nadia Baldi
Sede: Via Cairoli, 31 Prato
Segreteria: 3285777899
Direttore editoriale: Enrico Belluomini
Maggio 2009
Iscr. Registro Naz.le della stampa RNS n. 8611
www.pratoconcerti.it - e-mail: [email protected]
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SOCIETÀ
DEI
CONCERTI
Anno XIII - Numero 24
Edito da: Società dei Concerti “Roberto Fioravanti” - Via Cairoli 31 - 59100 Prato
Iscr. Trib. PO n° 10/97 - Dir. resp.: Nadia Baldi - Poste Italiane s.p.a.
Sped.abb.post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n°46), art. 1 comma 1, DCB Prato - Stampa: Sistampa
In caso di mancato recapito inviare al CPO di Prato per la restituzione al mittente previo pagamento resi
LA FIORAVANTI HA SFIDATO LA CRISI
Non c’è che dire... la “Fioravanti” ha concluso
anche quest’anno la sua Stagione Musicale
con l’ormai consolidato successo, ribadendo
così ancora una volta la sua presenza in città
come una tra le prime associazioni musicali.
Nel ventennale della nascita ha saputo offrire
un programma, seppur ridotto nel numero dei
concerti, di grande livello, ospitando musicisti
di indubbio valore artistico.
L’apertura è stata riservata ad un Quartetto
di eccezione, giovane ma con già all’attivo
numerosi Premi assegnati in Italia e all’estero:
il “Quartetto Avos”.
Non di minor successo è stato l’appuntamento
con il secondo concerto del concittadino M°
Gabriele Giacomelli, conosciuto ed apprezzato
(forse ancora più fuori città essendo docente
al Conservatorio di La Spezia, oltre a ricoprire
importanti ruoli di ricercatore musicale e di
collaboratore in altri Istituti musicali Italiani)
grazie alla sua alta cultura musicale imperniata
sulla musica antica e organistica.
Il concerto di Giuseppe Tavanti poi è stata
una autentica soddisfazione per il pubblico,
che ha apprezzato sia il Tavanti-musicista sia il
Tavanti-uomo-di-palcoscenico: le sue spiccate
doti caratteriali e professionali erano già emerse nel momento in cui si era reso disponibile
ad eseguire l’impegnativo concerto, poi
rivelatosi strepitoso.
L’appuntamento concordato con il Teatro Metastasio per la rassegna “Metastasio Jazz” ha siglato anche quest’anno
la collaborazione della Fioravanti con
il progetto sempre più interessante
del Direttore Artistico della rassegna,
Stefano Zenni. Nella stagione 20082009 infatti è stata la volta di una delle
pietre miliari del firmamento pianistico
jazz italiano, ovvero Enrico Pieranunzi,
che, come era già preannunciato, ha
Andiamo a teatro,
oltre la crisi c’è musica per Prato
La stagione autunnale è alle porte, limite entro il quale consuetudine vuole che si esaurisca
la programmazione dei cartelloni musicali e teatrali della città. L’atmosfera prevalente è
quella di una propensione a fare stagioni artistiche limitate, condizionata dalla depressione
economica: è “la crisi” il leitmotiv delle produzioni del 2009-2010, perché ad essa rimandano, tutti in coro, istituzioni, enti, finanziatori in genere, quelli insomma che in passato
si sono prodigati (chissà se anche nel presente) affinché l’arte e la musica rimanessero
un orgoglio per Prato, città emblema di un’altra cultura, quella “esclusiva del lavoro”,
in modo da non dovere essere troppo succubi della più signorile Firenze, storicamente
avvantaggiata rispetto a Prato in quanto a luoghi di elaborazione intellettuale.
Eppure mai come adesso, proprio a causa del generale pessimismo che costringe tutti
all’assunzione di maggiori responsabilità, nonché a fare scelte più consapevoli e meglio
meditate, è utile giovarsi di una delle ambiziose quanto distintive aspirazioni della musica: confortare e riportare l’uomo ad un equilibrio emotivo ed intellettivo. Un’energia
inspiegabile, che la musica più di ogni altra arte ha in dote, spinge l’uomo a esplorare
nuovi e genuini punti di vista, che permettono di non cadere nel nichilismo che ogni crisi
può comportare. Chi ascolta la musica e la frequenta abitualmente ha consapevolezza
dell’azione catartica che esercita su di noi e sulle nostre prossime intenzioni. Pensiamo ai
rituali ritmici di tante popolazioni primitive ancora sopravvissute nel continente americano
o africano. Per loro è ancora più evidente – essendo loro privi dei condizionamenti dati
dall’educazione della modernità – quanto melodia e ritmo siano purificatori dei mali del
corpo e della mente, oltre che mezzi di comunicazione con le divinità.
La musica allora può fare qualcosa anche per Prato.
Non si tratta certo del rimedio per la malattia di cui la nostra città, come tante altre,
soffre, ovvero la penuria di lavoro e di risorse, cui consegue il decadere delle prospettive, ovvero il venir meno del progetto di vita professionale e affettiva, ovvero la lenta
perdita della speranza: ma è vero che la musica può sollecitare quella parte dell’ingegno
umano, che la scienza chiama intelligenza emotiva, a far sì che il nostro operato sia
determinato a raggiungere benessere, serenità, felicità. Lo hanno insegnato gli antichi,
ognuno a suo modo, da Pitagora a Platone, da Marsilio Ficino a Leonardo da Vinci a
Friedrich Nietzsche. La musica è sempre stata una componente essenziale della vita,
della scienza, non è semplicemente elemento ludico, piuttosto è strumento terapeutico
e stimolante: “senza musica la vita sarebbe un errore”, scriveva il filosofo tedesco nel
Crepuscolo degli idoli.
Andiamo a teatro dunque, varchiamo la soglia delle sale da concerto, delle scuole di musica, sosteniamo con la nostra presenza i cartelloni che la Prato della cultura ci propone,
apriamo le orecchie e la mente alla musica, chè il futuro ce ne renderà merito.
Nadia Baldi
richiamato un pubblico numeroso ed ha ottenuto un grande successo anche di critica. Il
quinto appuntamento è stata l’occasione rara,
forse unica per la nostra città, di avere con noi
un trio, il cui curriculum professionale è di alto
livello artistico, basti pensare alla levatura
del soprano Maria Luigi Borsi, la quale, pur
essendo appena tornata da numerosi concerti,
collezionati come successi internazionali con
i più grandi direttori d’orchestra del mondo,
ha accettato con entusiasmo di collaborare
con la nostra Associazione, facendosi accompagnare dal grande violinista Brad Repp
e dal giovane e bravo pianista pratese Aldo
Gentileschi. Il “Trio Albatros”, formato fra
gli altri dalla coppia dei fratelli Pepicelli, ha
concluso in bellezza la nostra rassegna 20082009, salutando con grande fervore il nostro
pubblico che da tempo segue con attenzione
la programmazione della Fioravanti.
Gratificazione e successo dunque per la Società dei Concerti Roberto Fioravanti. I fatti
stanno a dimostrare ancora una volta che
volontà, idee, tenacia e lavoro, di chi vuole
con fermezza sfidare le difficoltà contingenti,
premiano. Questo è più che
mai importante in un momento
tanto delicato per l’economia
cittadina e non solo, in un momento in cui non sono finite le
difficoltà, che, anzi, dovranno
essere affrontate di nuovo con
forza e convinzione vincente
nella stesura della prossima
Stagione Musicale.
Enrico Belluomini
(foto di Nedo Coppini)
Due organi pratesi del Settecento
La nostra città è stata la culla dell’arte organaria toscana e
italiana. Con Matteo degli Organi e poi con Lorenzo da Prato
la scuola locale di organari produsse già nel Quattrocento
strumenti di grande valore per chiese prestigiose. Mi limito a
ricordare che Matteo degli Organi realizzò gli strumenti per
il Battistero di S. Giovanni e per la Cattedrale di S. Maria
del Fiore a Firenze, mentre Lorenzo da Prato realizzò l’organo
tuttora esistente della basilica di S. Petronio a Bologna.
Questo tanto per dare un’idea del valore riconosciuto dei
maestri pratesi anche ben al di fuori delle mura cittadine.
Trascorso il Quattrocento, a Prato si
continuò a costruire organi, ma ormai
erano altre le scuole eminenti, come quella
cortonese dei Cianciulla, poi detti Romani, o
quella lucchese di Domenico di Lorenzo. Dei
Romani – che assunsero il cognome al rientro
in Toscana dopo un lungo soggiorno trascorso
nella città eterna – si conservano anche a
Prato alcuni strumenti molto significativi.
Uno di particolare pregio è il piccolo organo
della Cappella del Sacro Cingolo in Duomo.
Realizzato da Cesare Romani nel 1588 è
stato poi ampliato nel 1773 dall’organaro
umbro Michelangelo Crudeli. Si tratta di
un organo di tipo ‘monacale’, ossia con la
tastiera posta sul lato opposto della facciata, in modo che
l’organista non possa essere visto dalla chiesa (soluzione
preferita nei conventi di clausura che motiva la particolare
denominazione). È un organo di 4 piedi, vale a dire un organo
la cui canna più lunga misura 4 piedi, equivalenti circa a cm
120. Dispone di quattro registri cinquecenteschi (Principale,
Ottava, Decimaquinta e Decimanona) e di quattro registri
settecenteschi (Vigesimaseconda, Voce Umana, Flauto in
Ottava e Flauto in Duodecima). Dunque, uno strumento
di ridotte dimensioni ma di stupefacente bellezza, sia per
la qualità intrinseca del materiale fonico, sia per la felice
posizione nel muro della cappella (lo si sente dalle navate
molto più distintamente del grande organo moderno). È uno
strumento in grado di far rivivere perfettamente il repertorio
italiano del Rinascimento ma anche la musica barocca,
come quella del nostro Domenico Zipoli, uno degli organisti
di maggior fama nella storia della penisola.
Uno strumento più recente, ma ugualmente di grande
pregio, è quello della pieve di S. Giusto in Piazzanese.
Situato in cantoria sulla controfacciata (e dunque in felice
posizione acustica) fu costruito nel 1777 dal già citato
Michelangelo Crudeli, che all’epoca si era stabilito a Lucca.
Il Crudeli l’aveva costruito per l’oratorio della Compagnia
del Pellegrino, ma nel 1788 venne trasportato a S. Giusto,
in seguito alla soppressione delle compagnie religiose. Lo
strumento ha subito modifiche
e ampliamenti nell’Ottocento
ad opera principalmente di
Michelangelo Paoli di Campi
Bisenzio, il migliore allievo del
Crudeli. È uno strumento di 8 piedi,
dunque decisamente più grande
del precedente, composto dei
registri del Principale e delle varie
file del Ripieno, di bella fattura
settecentesca, cui si aggiunge un
notevole numero di registri da
concerto. Questi registri sono formati
da canne di una foggia particolare
in grado di imitare il suono degli
strumenti dell’orchestra, come il Cornetto, il Flauto in selva
e le Trombe, alcune delle quali sono curiosamente dislocate
sulla cantoria di S. Giusto, fuori dalla cassa dell’organo e
poste in bocca ad angioletti tubicini. È proprio su questo
strumento che lo scrivente ha eseguito il Post Communio di
Domenico Zipoli ripreso nel bel documentario di Massimo
Luconi Domenico Zipoli, un musicista tra gli Indios, girato
nel 2008. Le sonorità brillanti e ricche di colore, la nobiltà
dei registri del Principale e del Ripieno, la perfetta efficienza
dei congegni meccanici – l’organo è stato ben restaurato,
come quello della Cappella del Sacro Cingolo, dalla ditta
Lorenzini di Montemurlo – hanno indotto a sceglierlo per
l’esecuzione delle musiche zipoliane, risalenti a un’epoca di
poco anteriore alla sua costruzione.
Gabriele Giacomelli
Maggio 2009 ANNO XIII Numero 24
LA NOTA
I nemici della musica
di Goffredo Gori
•
•
“Dire-fare-baciare-lettera o testamento ?”
( Motto popolare e ludico toscano / anni Cinquanta)
“Dire-fare-tagliare-politica o fallimento?”
( Parafrasi del motto toscano / anno 2009)
“Dire-fare-baciare-lettera o testamento?”
Chi non ricorda questo ritornello toscano,
che quelli della mia età nella Prato degli
anni cinquanta recitavano come decalogo
penitenziale alla fine del gioco dei quattro
cantoni di strade ancora sterrate? Parafrasando spirito e lettera di questo giochino
dei miei tempi, mi piace tentare un adattamento delle curiose “penitenze” ludiche
dell’infanzia all’attuale stato di salute del
mondo della musica (della cultura).
Ovvero: “dire-fare-tagliare-politica o fallimento?”
Questa mia modesta riflessione la intreccerò (e sosterrò) con i pensieri ben più
autorevoli di quel grande direttore d’orchestra e scrittore che fu il maestro Gianandrea Gavazzeni, figura controcorrente,
personaggio scomodo e di grande spessore
che un destino felice, nel corso del mio
lavoro di giornalista volle farmi incontrare
per una intervista nel settembre del 1995,
pochi mesi prima della sua scomparsa. “I
nemici della musica”, è un testo del grande
maestro del 1965: una difesa strenue di
quel periodo storico chiamato “verismo
musicale” che l’aristocrazia accademica,
dominante nei teatri vedeva fuori moda
e che ancora oggi continua a vedere non
bene. (L’attualità di quei pensieri, testimonianza preziosa del maestro, sta nel fatto
che- con le dovute trasposizioni- ancora
oggi “i nemici della musica” continuano
a dettar legge). Con quel libro, solenne
testimone cartaceo tra le mie mani, chiesi
al maestro Gavazzeni chi fossero, in quel
momento, i nemici della musica.
“Oggi distinguere i nemici dagli amici è molto
difficile, in questa confusione ideologica e
pratica odierna è molto difficile dire qualunque
cosa. La responsabilità è di certi accademici
che non tengono conto del pubblico. “Iris” e
“Le Maschere” ( due opere di Mascagni dirette
a Firenze da Gavazzeni nel 1964 e nel 1955
-n.d.a.- ) ebbero grande successo di pubblico.
Ma per la cultura critico- teatrale l’affluenza
del pubblico non ha interferenza sulle programmazioni, non conta per via di una serie
di pregiudizi pseudo culturali. Questo devo
dirlo sinceramente: è che si preferisce che in
teatro vengano solo gli addetti ai lavoro. Le
programmazioni avrebbero il dovere di seguire
questi mutamenti. Questo non avviene: far
conoscere certe opere che hanno dominato i
teatri in tutto il mondo è un dovere culturale.
Oppure è giusto fare solo le cose per gli addetti
ai lavori o per quelli che non pagano il biglietto?
Io sono un po’ crudo, e so di dare qualche
dispiacere ai critici. Eppoi giunto alla mia
età non vorrei più dire niente. Mi auguro che
si capisca cosa vuol dire il teatro e la musica
per l’Italia, me lo auguro.”
Dire / Il maestro Gavazzeni scomparve
nel febbraio del 1996, cinque mesi dopo.
Le cose della musica sono peggiorate, e
il suo augurio estremo disperso: meno
che mai si è capito nel nostro Paese
“cosa vuol dire per l’Italia il teatro e la
musica”. Critica dominante-dominatrice,
operatori e accademici sarebbero dunque
i responsabili dell’indirizzo delle mode,
dell’orientamento del gusto e quindi delle
programmazioni: i nemici della musica.
Oggi più di ieri le risorse si riducono, si
chiudono le orchestre scivolando verso
2
una involuzione perniciosa indotta dalla
mannaia pubblica che si abbatte sulla
cultura ( i tagli del Governo al Fondo
Unico dello Spettacolo, con operatori del
settore e perfino attori che per la prima
volta attuano un sit-in di protesta a Montecitorio). Tutto originato da una cieca
non-strategia che mette in coda alle scelte
sociali e politiche per l’appunto la cultura:
un colpevole strabismo con cui la politica
guarda alle cose della cultura. Guardiamo
ad esempio in casa nostra: c’è da inorridire
a pensare quale disastro potrebbe provocare la fine della ultradecennale esperienza
“Camerata Strumentale” a Prato. Oppure
un ridimensionamento dell’attività della
stessa “Società dei concerti R. Fioravanti”,
cui si deve l’evoluzione in questa città
del fenomeno musica: la costanza di un
impegno culturale lungo quasi mezzo
secolo, fa sì che oggi nella città del tessile
crescano anche musicisti oltreché tessitori
o imprenditori, nascano orchestre e forze
di giovani, appassionati diffusori di buona
musica. Sembra quasi un quadro di melodramma romantico: nell’estremo tentativo
di rianimazione c’è chi non si dà per vinto
soffiando sulle braci del teatro d’opera (a
Prato estinto per una scelta politica decisa
da quegli stessi “nemici della musica”)
e allora nascono associazioni amatoriali
come “OperAltrA”, “Omega”, la storica
“Pratolirica”. Da ricordare che a Prato, in
un non lontano passato, c’è stato anche
chi, nel ruolo autorevole di amministratore ha sentenziato, e auspicato perfino,
la morte del genere opera, additando le
troppe energie amatoriali vive e operanti
in città (raccolte nel “Comitato cittadino
per le attività musicali”), come sottobosco
pernicioso reo di sottrarre e disperdere
risorse. Pensiamo al valore insostituibile
di una fucina come la “Scuola Comunale
G.Verdi” che conta il numero più alto di
allievi della regione. Però Prato continua
ad essere l’unica provincia della Toscana
a non avere un minimo di stagione lirica;
e dire che il direttore artistico del Teatro
Metastasio, Federico Tiezzi, è profeta nel
mondo delle più belle e stimate regie di
allestimenti lirici. Questo per confermare
che al genere lui non può non credere:
l’opera quindi vale. La motivazione a
carico più reiterata è che il genere opera
lirica costa, che ci sono troppi sprechi
e eccesso di burocrazia. Tutto possibile
e verosimile, il più delle volte vero. Il
sottotesto (taciuto) però di questi alibi
è che per la musica (per la cultura) non
c’è interesse a ricercare una strategia di
governo politico: più semplice è tagliare.
Per i capitoli dove l’interesse c’è, la cura
si è trovata eccome: il decreto salva-calcio
è una realtà. Qualcuno tuona contro chi
amministra i teatri e suggerisce la luminosa
idea di immettere nel gioco del mercato
privato il bene pubblico- musica/cultura
(e chi lo dice nasconde una macroscopica
contraddizione: quella degli aiuti alle banche e la proposta di salvare privatissime
aziende in crisi con intervento finanziario
pubblico).
Fare / La vitalità e il valore universale d’arte del melodramma (un made in Italy prezioso, non lo si dimentichi) non la certifica
solo la simpatia in crescita della gente che
l’opera la vuole comunque e comunque ci
va. Questo però è un sentire popolare che
non piace molto alla dotta aristocrazia
della critica e agli operatori “nemici della
musica”, giusto perché in odore di “populismo”. L’obiezione è che l’opera cosiddetta
popolare, realizzata cioè con mezzi spesso
poveri e artisticamente non sempre di
livello, svierebbe il gusto critico della
gente, col rischio di suscitare addirittura
disamore e antipatia. ( E dove è scritto
che chi va a una “Tosca” a Fucecchio non
voglia poi andare a quella del “Maggio
Fiorentino” ?). Eppure di immondizia culturale dentro casa, nel cubo del televisore
ne raccogliamo abbondantemente tutti i
giorni: lì sta il vero pericolo della devianza
del gusto popolare ( e universale), non
in un allestimento d’opera o in concerto
amatoriale e modesto. Eppure non mi pare
che nessuno di quei dotti “nemici della
musica” abbia organizzato la rivoluzione
contro il pattume televisivo. Il fatto è
che chi conserva questo atteggiamento
snobistico, dimenticata che l’emozione del
pubblico ( e quindi il piacere e l’empatia)
non dipendono solo nei riverniciamenti di
lusso e sicuramente virtuosi degli Zeffirelli
o Ronconi di turno, o dall’enfasi delle
ugole acrobatiche e dorate, o dei direttori
star mediatiche del mondo dell’opera: forse
questi “giudici del gusto” dovrebbe pensare
semplicemente che la gente corre tuttora
all’opera “anche” e soprattutto perché
ha voglia di Verdi, Puccini, Mascagni,
Mozart. E il connotato popolare non
coincide solo con la povertà dei mezzi; se
mai con la passione e la missione. E’ vero
quello che diceva il maestro Gavazzeni:
critica e operatori possono condizionare e
anche illudere. Domanda. Quante volte ci
viene presentato come autentico, studiato,
meditato, faticosamente preparato un
allestimento con grandi firme, mettiamo
una “Boheme”, e poi scopriamo che il
remuneratissimo protagonista tenore
o soprano che sia, è arrivato all’ultimo
minuto in teatro prendendo di corsa un
aereo da New York dove la sera prima ha
cantato, che so, un “Trovatore”? Quale
serio approccio può avere quell’artista a
quell’allestimento contrabbandato magari
alla stampa come meditato spettacolo ?
Devo dire per esperienza anche diretta
che a volte c’è molta più autenticità (ovviamente, qui si facciano le dovute mediazioni) in certi spettacoli di provincia che
in tante operazioni costose e sbandierate
come avvenimenti. Scrisse tempo fa su
una rivista nazionale di musica Luigi Fait,
critico di navigata esperienza, a proposito
di un “Elisir d’amore” messo in scena tra
il tufo della Fortezza Orsini di Sorano:
“Ho ascoltato il più bel “Elisir” della mia
vita, non ho avuto nostalgia di lontane
e osannate edizioni”. E’ evidente che il
nostro critico giornalista non si è bevuto
il cervello, dimenticando gli “Elisir” di
Serafin, di Muti o di Gavazzeni: ha semplicemente capito la natura della proposta
di quella sera, cioè la formula di fare opera
tra il tufo, con l’appassionata autenticità
di quei giovani professionisti (perché di
professionisti sempre si tratta quando si
canta e si suona l’opera lirica).
I nemici della musica. Sono anche tra i
divulgatori, tra i giornalisti più o meno
esperti di critica musicale. Una recensione
molte volte va a rimorchio della moda,
troppe volte s’adagia sulla politica della
testata, su umorali simpatie e antipatie.
L’inesperienza e sprovvedutezza di chi
scrive a volte fa brutti scherzi: si crede
di essere alla “Boheme” della Scala di
Milano mentre si è invece all’aperto di
una piazza di Compiobbi; e si compone il
pezzo della recensione con la presunzione
di un metro sbagliato. E’ vero che la critica
giornalistica non può che essere soggettiva;
ma il dovere di cronaca obbliga sempre a
tenere presente il “dove” e il “come”, che
sono elementi deontologicamente oggettivi. E se siamo a Campiobbi in piazza, lo
spettacolo, l’allestimento non può essere
visto e vissuto (giornalisticamente) come
fossimo alla Scala. Allora la notizia da
scrivere diventa quella che il nostro
saggio giornalista dell’ “Elisir” tra il tufo
raccontò ; che l’impegno appassionato per
la diffusione della musica riesce a vincerla
sugli ostacoli imposti dai costi: “Il tutto
costa meno del noleggio di un cavallo per
l’ “Aida” all’Arena di Verona” (questa
la cadenza finale della recensione dell’
insospettabile critico a quell’ “Elisir” donizettiano tra il tufo, prodotto fra l’altro e
portato a Sorano dalla associazione pratese
“OperAltrA”). Certe critiche – quando
non sono pilotate o in mala fede- nascono
da quella che il maestro Gavazzeni chiamava de-contestualizzazione, riferendosi
alla incapacità dei “nemici della musica”
di storicizzare, di collocare cioè la musica
nell’alveo del periodo in cui avviene la
creazione artistica. Siccome chi scrive
sui giornali orienta mode e gusti, data
la responsabilità credo abbia il dovere di
interpretare bene i movimenti del tempo
in cui vive e scrive. Ed oggi si è di fronte a
un fenomeno inedito di mutazione genetica inarrestabile del “rappresentare o fare
musica”: opera o concerti. Se il giornalista
è un curioso autentico del melodramma e
delle sue vicende, alla “Boheme” in piazza
a Compiobbi non dovrà andare a cercare
fasto e eccellenza: invece delle acrobazie
canore dell’ultrapagato tenore, qui dovrà
ricercare ( magari riscoprire) le emozioni
della musica di Puccini. E’ questa la nuova
frontiera dove far fermentare la passione
per il melodramma; orecchie nuove dove
i sostantivi di confronto dovranno essere:
dignità e serietà d’esecuzione musicale e perché no- fantasia e intelligenza creativa
per la parte visiva ( perché anche in questo
“mondo dell’opera popolare” non tutto è
passabile e autentico). Come si fa a non
accorgersi dei segnali della mutazione in
corso circa il fare musica e il rappresentare
opera lirica? Quando il sovrintendente del
“Teatro del Maggio Fiorentino” Francesco
Giambrone, ci confessa di dover faticare
non poco per far intendere a quelli della
politica il peso storico e il valore internazionale di un Festival come il “Maggio”,
il limite (dell’interlocutore) è di cultura
oltreché politico. Così il 72° “Maggio” è
stato costretto a togliere dal cartellone due
titoli d’opera già programmati (“Macbeth”
e “Billy Budd”). L’edizione del 73° Maggio
2010 avrà il 15% di costi artistici in meno
rispetto allo stesso periodo: uno sforzo del
teatro da riconoscere; ma a forza di tagliare,
“le risorse rischiano di essere incompatibili
col sistema cultura in Italia” ( Francesco
Giambrone)
Tagliare / Dunque, la politica per la cultura in Italia si riduce tutta qui, tagliare.
E togliere, ovvero privare il pubblico di
qualcosa. La riforma degli enti lirici per
le Fondazioni è pressoché fallita, e attualmente in Italia su tredici teatri storici ce
ne sono tre commissariati. La notizia però
è: nel mentre la mannaia recide titoli e
risorse nei templi tradizionali, negli spazi
più impensabili, piazze giardini teatrini,
si moltiplicano i “respiri popolari” della
musica animandoli con le forze di volta in
volta possibili e disponibili. E il pubblico
c’è e pagante. L’opera piace, resiste e non
vuole essere sotterrata. Questo dovrebbe
cogliere oggi il giornalista che va ad una
di queste rappresentazioni liriche, perché
la notizia è : esiste un nuovo fenomeno,
quello dei mille appuntamenti di titoli
d’opera che da qualche anno fioriscono
sempre più diffusamente negli spazi più
impensati, al chiuso o sotto le stelle, in
spazi deputati o cinema poco importa. O
come in piazza Napoleone a Lucca dove un
prestigioso musicista come il maestro Elio
Boncompagni, vistosi venire a mancare
finanziamenti destinati ad una “Fanciulla
del West”, ha deciso di rappresentare
lo stesso l’opera di Puccini in forma di
concerto. Può essere uno snaturamento,
la rappresentazione senza teatralità; però
si fa dappertutto. E qualche volta offre
delle facoltà non previste, come in questa
“Fanciulla” a Lucca (coro e orchestra
del “Maggio”), dove è stato possibile
finalmente distribuire nello spazio di una
piazza l’organico orchestrale completo
previsto da Puccini di novanta musicisti:
nel golfo mistico del “Teatro del Giglio”
non ci sarebbero entrati. All’opposto, ci
sono teatrini in Toscana dove una volta
l’opera si faceva e dove non c’entra che un
organico cameristico: che si fa? L’opera si
fa col pianoforte. E’ una situazione nuova
che meriterebbe d’essere indagata anche
socialmente: il fatto cioè che ai tagli che
penalizzano i grandi teatri corrisponda un
riverbero vitale di voglia di fare la lirica
cosiddetta popolare, dove l’aggettivo non
si riferisce tanto al titolo dell’opera (se mai
al costo sostenibile del biglietto) quanto
alla formula rappresentativa che tiene
conto della sempre ineludibile scarsità
delle risorse temperandola con la passione
e la caparbietà di chi vuol continuare a far
vivere la più grande e antica tradizione
vessillo italiano nel mondo: il melodramma. Spesso l’intrapresa è merito del solito
gruppo di appassionati o della storica e
benemerita società corale del luogo. Di
consolidato spessore artistico e organizzativo è l’esperienza di “Toscana Opera Festival” gestita dalla “Multipromo” che dopo
diversi anni ripropone con successo la sua
fortunata formula di teatro estivo in spazi
architettonicamente esemplari. Altra cosa
ancora è l’esperienza del “Teatro dell’Opera di Livorno” ( da non confondere con le
stagioni dello storico mascagnano “Teatro
Goldoni” di Livorno) che da appena un
anno sta tentando un cartellone di otto
titoli distribuiti nei dodici mesi, coraggiosamente finanziandosi senza soldi pubblici.
Accanto alle favoritissime “Traviate”,
“Barbieri”, “Cavallerie” può capitare di
incontrare una “Amica”, rara opera di
Mascagni, da poco rappresentata al “Teatro
dell’Opera” di Roma. Curioso caso perché
questa “Amica” era coprodotta da Roma
con il livornese “Goldoni”; ma nella mascagnana Livorno non c’è mai arrivata. A
celebrare il deus loci ci pensa il popolare
neonato “Teatro dell’Opera di Livorno”,
allestendo una sua…… “Amica”. Nella
città di Prato, il 30 luglio di tre anni fa fu la
chitarra di Figaro-Barbiere a espugnare per
la prima volta il “Castello dell’Imperatore”
grazie alla compagnia locale “OperAltrA”.
Quest’anno, in una notte estiva e ancora
nella idonea architettura federiciana, gli
animi si sono riscaldati al fuoco “di quella
pira” di un medievale “Trovatore” che con
la spada ha conquistato ancora una volta
l’entusiasmo di tanto pubblico (pagante)
grazie alla passione e impegno di un’altra
locale associazione: “Omega” e l’orchestra
“Nuova Europa” diretta da un giovane
Alan Freiles (pratesissimo) che guarda
caso si è laureato con una tesi sul pratese
e famoso maestro Luciano Bettarini (
fu l’insegnante di canto di Bocelli e del
baritono Bastianini e co-fondatore della
“Società dei Concerti Fioravanti”). A volte la casualità degli astri può risultare più
intricata delle vicende tortuose del libretto
verdiano del Cammarano: fu proprio con
“Trovatore” e con Bettarini sul podio che
il 22 ottobre del 1964 si riaprì dopo otto
anni di lavori il “Teatro Metastasio” di
Prato, che non avrà però il futuro della
lirica. Ecco che oggi nel 2009 “un trovator
cantò” al “Castello”, per l’appunto con la
bacchetta di un giovane discepolo dello
scomparso maestro Bettarini.
Politica o fallimento / La bacchetta per
un “Trovatore” di Verdi che dopo più di
quarant’anni passa dalla mano del canuto
e solenne maestro Luciano Bettarini,
dal tempio del “Metastasio”, al popolare
selciato estivo del “Castello” federiciano,
dove un giovane maestro pratese dal nome
d’arte esterofilo disegna ancora nell’aria le
note di un “Trovatore”. Un ideale passaggio di testimone che può essere letto come
metafora dell’opera lirica che continua a
vivere. E un ammonimento ai “nemici della musica” perché la si smetta con la miope
non-politica dei tagli alla cultura.
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la nota 24 (scarica pdf) - Società dei concerti: Roberto Fioravanti