LALA NOTA NOTA Pubblicazione semestrale della Società dei Concerti “ROBERTO FIORAVANTI” Direttore responsabile: Nadia Baldi Sede: Via Cairoli, 31 Prato Segreteria: 3285777899 Direttore editoriale: Enrico Belluomini Maggio 2009 Iscr. Registro Naz.le della stampa RNS n. 8611 www.pratoconcerti.it - e-mail: [email protected] TuMobile ADSL e INTERNET senza fili ovunque solo noi te la diamo gratis!! tel. 055 8874762 www.tumobile.it SOCIETÀ DEI CONCERTI Anno XIII - Numero 24 Edito da: Società dei Concerti “Roberto Fioravanti” - Via Cairoli 31 - 59100 Prato Iscr. Trib. PO n° 10/97 - Dir. resp.: Nadia Baldi - Poste Italiane s.p.a. Sped.abb.post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n°46), art. 1 comma 1, DCB Prato - Stampa: Sistampa In caso di mancato recapito inviare al CPO di Prato per la restituzione al mittente previo pagamento resi LA FIORAVANTI HA SFIDATO LA CRISI Non c’è che dire... la “Fioravanti” ha concluso anche quest’anno la sua Stagione Musicale con l’ormai consolidato successo, ribadendo così ancora una volta la sua presenza in città come una tra le prime associazioni musicali. Nel ventennale della nascita ha saputo offrire un programma, seppur ridotto nel numero dei concerti, di grande livello, ospitando musicisti di indubbio valore artistico. L’apertura è stata riservata ad un Quartetto di eccezione, giovane ma con già all’attivo numerosi Premi assegnati in Italia e all’estero: il “Quartetto Avos”. Non di minor successo è stato l’appuntamento con il secondo concerto del concittadino M° Gabriele Giacomelli, conosciuto ed apprezzato (forse ancora più fuori città essendo docente al Conservatorio di La Spezia, oltre a ricoprire importanti ruoli di ricercatore musicale e di collaboratore in altri Istituti musicali Italiani) grazie alla sua alta cultura musicale imperniata sulla musica antica e organistica. Il concerto di Giuseppe Tavanti poi è stata una autentica soddisfazione per il pubblico, che ha apprezzato sia il Tavanti-musicista sia il Tavanti-uomo-di-palcoscenico: le sue spiccate doti caratteriali e professionali erano già emerse nel momento in cui si era reso disponibile ad eseguire l’impegnativo concerto, poi rivelatosi strepitoso. L’appuntamento concordato con il Teatro Metastasio per la rassegna “Metastasio Jazz” ha siglato anche quest’anno la collaborazione della Fioravanti con il progetto sempre più interessante del Direttore Artistico della rassegna, Stefano Zenni. Nella stagione 20082009 infatti è stata la volta di una delle pietre miliari del firmamento pianistico jazz italiano, ovvero Enrico Pieranunzi, che, come era già preannunciato, ha Andiamo a teatro, oltre la crisi c’è musica per Prato La stagione autunnale è alle porte, limite entro il quale consuetudine vuole che si esaurisca la programmazione dei cartelloni musicali e teatrali della città. L’atmosfera prevalente è quella di una propensione a fare stagioni artistiche limitate, condizionata dalla depressione economica: è “la crisi” il leitmotiv delle produzioni del 2009-2010, perché ad essa rimandano, tutti in coro, istituzioni, enti, finanziatori in genere, quelli insomma che in passato si sono prodigati (chissà se anche nel presente) affinché l’arte e la musica rimanessero un orgoglio per Prato, città emblema di un’altra cultura, quella “esclusiva del lavoro”, in modo da non dovere essere troppo succubi della più signorile Firenze, storicamente avvantaggiata rispetto a Prato in quanto a luoghi di elaborazione intellettuale. Eppure mai come adesso, proprio a causa del generale pessimismo che costringe tutti all’assunzione di maggiori responsabilità, nonché a fare scelte più consapevoli e meglio meditate, è utile giovarsi di una delle ambiziose quanto distintive aspirazioni della musica: confortare e riportare l’uomo ad un equilibrio emotivo ed intellettivo. Un’energia inspiegabile, che la musica più di ogni altra arte ha in dote, spinge l’uomo a esplorare nuovi e genuini punti di vista, che permettono di non cadere nel nichilismo che ogni crisi può comportare. Chi ascolta la musica e la frequenta abitualmente ha consapevolezza dell’azione catartica che esercita su di noi e sulle nostre prossime intenzioni. Pensiamo ai rituali ritmici di tante popolazioni primitive ancora sopravvissute nel continente americano o africano. Per loro è ancora più evidente – essendo loro privi dei condizionamenti dati dall’educazione della modernità – quanto melodia e ritmo siano purificatori dei mali del corpo e della mente, oltre che mezzi di comunicazione con le divinità. La musica allora può fare qualcosa anche per Prato. Non si tratta certo del rimedio per la malattia di cui la nostra città, come tante altre, soffre, ovvero la penuria di lavoro e di risorse, cui consegue il decadere delle prospettive, ovvero il venir meno del progetto di vita professionale e affettiva, ovvero la lenta perdita della speranza: ma è vero che la musica può sollecitare quella parte dell’ingegno umano, che la scienza chiama intelligenza emotiva, a far sì che il nostro operato sia determinato a raggiungere benessere, serenità, felicità. Lo hanno insegnato gli antichi, ognuno a suo modo, da Pitagora a Platone, da Marsilio Ficino a Leonardo da Vinci a Friedrich Nietzsche. La musica è sempre stata una componente essenziale della vita, della scienza, non è semplicemente elemento ludico, piuttosto è strumento terapeutico e stimolante: “senza musica la vita sarebbe un errore”, scriveva il filosofo tedesco nel Crepuscolo degli idoli. Andiamo a teatro dunque, varchiamo la soglia delle sale da concerto, delle scuole di musica, sosteniamo con la nostra presenza i cartelloni che la Prato della cultura ci propone, apriamo le orecchie e la mente alla musica, chè il futuro ce ne renderà merito. Nadia Baldi richiamato un pubblico numeroso ed ha ottenuto un grande successo anche di critica. Il quinto appuntamento è stata l’occasione rara, forse unica per la nostra città, di avere con noi un trio, il cui curriculum professionale è di alto livello artistico, basti pensare alla levatura del soprano Maria Luigi Borsi, la quale, pur essendo appena tornata da numerosi concerti, collezionati come successi internazionali con i più grandi direttori d’orchestra del mondo, ha accettato con entusiasmo di collaborare con la nostra Associazione, facendosi accompagnare dal grande violinista Brad Repp e dal giovane e bravo pianista pratese Aldo Gentileschi. Il “Trio Albatros”, formato fra gli altri dalla coppia dei fratelli Pepicelli, ha concluso in bellezza la nostra rassegna 20082009, salutando con grande fervore il nostro pubblico che da tempo segue con attenzione la programmazione della Fioravanti. Gratificazione e successo dunque per la Società dei Concerti Roberto Fioravanti. I fatti stanno a dimostrare ancora una volta che volontà, idee, tenacia e lavoro, di chi vuole con fermezza sfidare le difficoltà contingenti, premiano. Questo è più che mai importante in un momento tanto delicato per l’economia cittadina e non solo, in un momento in cui non sono finite le difficoltà, che, anzi, dovranno essere affrontate di nuovo con forza e convinzione vincente nella stesura della prossima Stagione Musicale. Enrico Belluomini (foto di Nedo Coppini) Due organi pratesi del Settecento La nostra città è stata la culla dell’arte organaria toscana e italiana. Con Matteo degli Organi e poi con Lorenzo da Prato la scuola locale di organari produsse già nel Quattrocento strumenti di grande valore per chiese prestigiose. Mi limito a ricordare che Matteo degli Organi realizzò gli strumenti per il Battistero di S. Giovanni e per la Cattedrale di S. Maria del Fiore a Firenze, mentre Lorenzo da Prato realizzò l’organo tuttora esistente della basilica di S. Petronio a Bologna. Questo tanto per dare un’idea del valore riconosciuto dei maestri pratesi anche ben al di fuori delle mura cittadine. Trascorso il Quattrocento, a Prato si continuò a costruire organi, ma ormai erano altre le scuole eminenti, come quella cortonese dei Cianciulla, poi detti Romani, o quella lucchese di Domenico di Lorenzo. Dei Romani – che assunsero il cognome al rientro in Toscana dopo un lungo soggiorno trascorso nella città eterna – si conservano anche a Prato alcuni strumenti molto significativi. Uno di particolare pregio è il piccolo organo della Cappella del Sacro Cingolo in Duomo. Realizzato da Cesare Romani nel 1588 è stato poi ampliato nel 1773 dall’organaro umbro Michelangelo Crudeli. Si tratta di un organo di tipo ‘monacale’, ossia con la tastiera posta sul lato opposto della facciata, in modo che l’organista non possa essere visto dalla chiesa (soluzione preferita nei conventi di clausura che motiva la particolare denominazione). È un organo di 4 piedi, vale a dire un organo la cui canna più lunga misura 4 piedi, equivalenti circa a cm 120. Dispone di quattro registri cinquecenteschi (Principale, Ottava, Decimaquinta e Decimanona) e di quattro registri settecenteschi (Vigesimaseconda, Voce Umana, Flauto in Ottava e Flauto in Duodecima). Dunque, uno strumento di ridotte dimensioni ma di stupefacente bellezza, sia per la qualità intrinseca del materiale fonico, sia per la felice posizione nel muro della cappella (lo si sente dalle navate molto più distintamente del grande organo moderno). È uno strumento in grado di far rivivere perfettamente il repertorio italiano del Rinascimento ma anche la musica barocca, come quella del nostro Domenico Zipoli, uno degli organisti di maggior fama nella storia della penisola. Uno strumento più recente, ma ugualmente di grande pregio, è quello della pieve di S. Giusto in Piazzanese. Situato in cantoria sulla controfacciata (e dunque in felice posizione acustica) fu costruito nel 1777 dal già citato Michelangelo Crudeli, che all’epoca si era stabilito a Lucca. Il Crudeli l’aveva costruito per l’oratorio della Compagnia del Pellegrino, ma nel 1788 venne trasportato a S. Giusto, in seguito alla soppressione delle compagnie religiose. Lo strumento ha subito modifiche e ampliamenti nell’Ottocento ad opera principalmente di Michelangelo Paoli di Campi Bisenzio, il migliore allievo del Crudeli. È uno strumento di 8 piedi, dunque decisamente più grande del precedente, composto dei registri del Principale e delle varie file del Ripieno, di bella fattura settecentesca, cui si aggiunge un notevole numero di registri da concerto. Questi registri sono formati da canne di una foggia particolare in grado di imitare il suono degli strumenti dell’orchestra, come il Cornetto, il Flauto in selva e le Trombe, alcune delle quali sono curiosamente dislocate sulla cantoria di S. Giusto, fuori dalla cassa dell’organo e poste in bocca ad angioletti tubicini. È proprio su questo strumento che lo scrivente ha eseguito il Post Communio di Domenico Zipoli ripreso nel bel documentario di Massimo Luconi Domenico Zipoli, un musicista tra gli Indios, girato nel 2008. Le sonorità brillanti e ricche di colore, la nobiltà dei registri del Principale e del Ripieno, la perfetta efficienza dei congegni meccanici – l’organo è stato ben restaurato, come quello della Cappella del Sacro Cingolo, dalla ditta Lorenzini di Montemurlo – hanno indotto a sceglierlo per l’esecuzione delle musiche zipoliane, risalenti a un’epoca di poco anteriore alla sua costruzione. Gabriele Giacomelli Maggio 2009 ANNO XIII Numero 24 LA NOTA I nemici della musica di Goffredo Gori • • “Dire-fare-baciare-lettera o testamento ?” ( Motto popolare e ludico toscano / anni Cinquanta) “Dire-fare-tagliare-politica o fallimento?” ( Parafrasi del motto toscano / anno 2009) “Dire-fare-baciare-lettera o testamento?” Chi non ricorda questo ritornello toscano, che quelli della mia età nella Prato degli anni cinquanta recitavano come decalogo penitenziale alla fine del gioco dei quattro cantoni di strade ancora sterrate? Parafrasando spirito e lettera di questo giochino dei miei tempi, mi piace tentare un adattamento delle curiose “penitenze” ludiche dell’infanzia all’attuale stato di salute del mondo della musica (della cultura). Ovvero: “dire-fare-tagliare-politica o fallimento?” Questa mia modesta riflessione la intreccerò (e sosterrò) con i pensieri ben più autorevoli di quel grande direttore d’orchestra e scrittore che fu il maestro Gianandrea Gavazzeni, figura controcorrente, personaggio scomodo e di grande spessore che un destino felice, nel corso del mio lavoro di giornalista volle farmi incontrare per una intervista nel settembre del 1995, pochi mesi prima della sua scomparsa. “I nemici della musica”, è un testo del grande maestro del 1965: una difesa strenue di quel periodo storico chiamato “verismo musicale” che l’aristocrazia accademica, dominante nei teatri vedeva fuori moda e che ancora oggi continua a vedere non bene. (L’attualità di quei pensieri, testimonianza preziosa del maestro, sta nel fatto che- con le dovute trasposizioni- ancora oggi “i nemici della musica” continuano a dettar legge). Con quel libro, solenne testimone cartaceo tra le mie mani, chiesi al maestro Gavazzeni chi fossero, in quel momento, i nemici della musica. “Oggi distinguere i nemici dagli amici è molto difficile, in questa confusione ideologica e pratica odierna è molto difficile dire qualunque cosa. La responsabilità è di certi accademici che non tengono conto del pubblico. “Iris” e “Le Maschere” ( due opere di Mascagni dirette a Firenze da Gavazzeni nel 1964 e nel 1955 -n.d.a.- ) ebbero grande successo di pubblico. Ma per la cultura critico- teatrale l’affluenza del pubblico non ha interferenza sulle programmazioni, non conta per via di una serie di pregiudizi pseudo culturali. Questo devo dirlo sinceramente: è che si preferisce che in teatro vengano solo gli addetti ai lavoro. Le programmazioni avrebbero il dovere di seguire questi mutamenti. Questo non avviene: far conoscere certe opere che hanno dominato i teatri in tutto il mondo è un dovere culturale. Oppure è giusto fare solo le cose per gli addetti ai lavori o per quelli che non pagano il biglietto? Io sono un po’ crudo, e so di dare qualche dispiacere ai critici. Eppoi giunto alla mia età non vorrei più dire niente. Mi auguro che si capisca cosa vuol dire il teatro e la musica per l’Italia, me lo auguro.” Dire / Il maestro Gavazzeni scomparve nel febbraio del 1996, cinque mesi dopo. Le cose della musica sono peggiorate, e il suo augurio estremo disperso: meno che mai si è capito nel nostro Paese “cosa vuol dire per l’Italia il teatro e la musica”. Critica dominante-dominatrice, operatori e accademici sarebbero dunque i responsabili dell’indirizzo delle mode, dell’orientamento del gusto e quindi delle programmazioni: i nemici della musica. Oggi più di ieri le risorse si riducono, si chiudono le orchestre scivolando verso 2 una involuzione perniciosa indotta dalla mannaia pubblica che si abbatte sulla cultura ( i tagli del Governo al Fondo Unico dello Spettacolo, con operatori del settore e perfino attori che per la prima volta attuano un sit-in di protesta a Montecitorio). Tutto originato da una cieca non-strategia che mette in coda alle scelte sociali e politiche per l’appunto la cultura: un colpevole strabismo con cui la politica guarda alle cose della cultura. Guardiamo ad esempio in casa nostra: c’è da inorridire a pensare quale disastro potrebbe provocare la fine della ultradecennale esperienza “Camerata Strumentale” a Prato. Oppure un ridimensionamento dell’attività della stessa “Società dei concerti R. Fioravanti”, cui si deve l’evoluzione in questa città del fenomeno musica: la costanza di un impegno culturale lungo quasi mezzo secolo, fa sì che oggi nella città del tessile crescano anche musicisti oltreché tessitori o imprenditori, nascano orchestre e forze di giovani, appassionati diffusori di buona musica. Sembra quasi un quadro di melodramma romantico: nell’estremo tentativo di rianimazione c’è chi non si dà per vinto soffiando sulle braci del teatro d’opera (a Prato estinto per una scelta politica decisa da quegli stessi “nemici della musica”) e allora nascono associazioni amatoriali come “OperAltrA”, “Omega”, la storica “Pratolirica”. Da ricordare che a Prato, in un non lontano passato, c’è stato anche chi, nel ruolo autorevole di amministratore ha sentenziato, e auspicato perfino, la morte del genere opera, additando le troppe energie amatoriali vive e operanti in città (raccolte nel “Comitato cittadino per le attività musicali”), come sottobosco pernicioso reo di sottrarre e disperdere risorse. Pensiamo al valore insostituibile di una fucina come la “Scuola Comunale G.Verdi” che conta il numero più alto di allievi della regione. Però Prato continua ad essere l’unica provincia della Toscana a non avere un minimo di stagione lirica; e dire che il direttore artistico del Teatro Metastasio, Federico Tiezzi, è profeta nel mondo delle più belle e stimate regie di allestimenti lirici. Questo per confermare che al genere lui non può non credere: l’opera quindi vale. La motivazione a carico più reiterata è che il genere opera lirica costa, che ci sono troppi sprechi e eccesso di burocrazia. Tutto possibile e verosimile, il più delle volte vero. Il sottotesto (taciuto) però di questi alibi è che per la musica (per la cultura) non c’è interesse a ricercare una strategia di governo politico: più semplice è tagliare. Per i capitoli dove l’interesse c’è, la cura si è trovata eccome: il decreto salva-calcio è una realtà. Qualcuno tuona contro chi amministra i teatri e suggerisce la luminosa idea di immettere nel gioco del mercato privato il bene pubblico- musica/cultura (e chi lo dice nasconde una macroscopica contraddizione: quella degli aiuti alle banche e la proposta di salvare privatissime aziende in crisi con intervento finanziario pubblico). Fare / La vitalità e il valore universale d’arte del melodramma (un made in Italy prezioso, non lo si dimentichi) non la certifica solo la simpatia in crescita della gente che l’opera la vuole comunque e comunque ci va. Questo però è un sentire popolare che non piace molto alla dotta aristocrazia della critica e agli operatori “nemici della musica”, giusto perché in odore di “populismo”. L’obiezione è che l’opera cosiddetta popolare, realizzata cioè con mezzi spesso poveri e artisticamente non sempre di livello, svierebbe il gusto critico della gente, col rischio di suscitare addirittura disamore e antipatia. ( E dove è scritto che chi va a una “Tosca” a Fucecchio non voglia poi andare a quella del “Maggio Fiorentino” ?). Eppure di immondizia culturale dentro casa, nel cubo del televisore ne raccogliamo abbondantemente tutti i giorni: lì sta il vero pericolo della devianza del gusto popolare ( e universale), non in un allestimento d’opera o in concerto amatoriale e modesto. Eppure non mi pare che nessuno di quei dotti “nemici della musica” abbia organizzato la rivoluzione contro il pattume televisivo. Il fatto è che chi conserva questo atteggiamento snobistico, dimenticata che l’emozione del pubblico ( e quindi il piacere e l’empatia) non dipendono solo nei riverniciamenti di lusso e sicuramente virtuosi degli Zeffirelli o Ronconi di turno, o dall’enfasi delle ugole acrobatiche e dorate, o dei direttori star mediatiche del mondo dell’opera: forse questi “giudici del gusto” dovrebbe pensare semplicemente che la gente corre tuttora all’opera “anche” e soprattutto perché ha voglia di Verdi, Puccini, Mascagni, Mozart. E il connotato popolare non coincide solo con la povertà dei mezzi; se mai con la passione e la missione. E’ vero quello che diceva il maestro Gavazzeni: critica e operatori possono condizionare e anche illudere. Domanda. Quante volte ci viene presentato come autentico, studiato, meditato, faticosamente preparato un allestimento con grandi firme, mettiamo una “Boheme”, e poi scopriamo che il remuneratissimo protagonista tenore o soprano che sia, è arrivato all’ultimo minuto in teatro prendendo di corsa un aereo da New York dove la sera prima ha cantato, che so, un “Trovatore”? Quale serio approccio può avere quell’artista a quell’allestimento contrabbandato magari alla stampa come meditato spettacolo ? Devo dire per esperienza anche diretta che a volte c’è molta più autenticità (ovviamente, qui si facciano le dovute mediazioni) in certi spettacoli di provincia che in tante operazioni costose e sbandierate come avvenimenti. Scrisse tempo fa su una rivista nazionale di musica Luigi Fait, critico di navigata esperienza, a proposito di un “Elisir d’amore” messo in scena tra il tufo della Fortezza Orsini di Sorano: “Ho ascoltato il più bel “Elisir” della mia vita, non ho avuto nostalgia di lontane e osannate edizioni”. E’ evidente che il nostro critico giornalista non si è bevuto il cervello, dimenticando gli “Elisir” di Serafin, di Muti o di Gavazzeni: ha semplicemente capito la natura della proposta di quella sera, cioè la formula di fare opera tra il tufo, con l’appassionata autenticità di quei giovani professionisti (perché di professionisti sempre si tratta quando si canta e si suona l’opera lirica). I nemici della musica. Sono anche tra i divulgatori, tra i giornalisti più o meno esperti di critica musicale. Una recensione molte volte va a rimorchio della moda, troppe volte s’adagia sulla politica della testata, su umorali simpatie e antipatie. L’inesperienza e sprovvedutezza di chi scrive a volte fa brutti scherzi: si crede di essere alla “Boheme” della Scala di Milano mentre si è invece all’aperto di una piazza di Compiobbi; e si compone il pezzo della recensione con la presunzione di un metro sbagliato. E’ vero che la critica giornalistica non può che essere soggettiva; ma il dovere di cronaca obbliga sempre a tenere presente il “dove” e il “come”, che sono elementi deontologicamente oggettivi. E se siamo a Campiobbi in piazza, lo spettacolo, l’allestimento non può essere visto e vissuto (giornalisticamente) come fossimo alla Scala. Allora la notizia da scrivere diventa quella che il nostro saggio giornalista dell’ “Elisir” tra il tufo raccontò ; che l’impegno appassionato per la diffusione della musica riesce a vincerla sugli ostacoli imposti dai costi: “Il tutto costa meno del noleggio di un cavallo per l’ “Aida” all’Arena di Verona” (questa la cadenza finale della recensione dell’ insospettabile critico a quell’ “Elisir” donizettiano tra il tufo, prodotto fra l’altro e portato a Sorano dalla associazione pratese “OperAltrA”). Certe critiche – quando non sono pilotate o in mala fede- nascono da quella che il maestro Gavazzeni chiamava de-contestualizzazione, riferendosi alla incapacità dei “nemici della musica” di storicizzare, di collocare cioè la musica nell’alveo del periodo in cui avviene la creazione artistica. Siccome chi scrive sui giornali orienta mode e gusti, data la responsabilità credo abbia il dovere di interpretare bene i movimenti del tempo in cui vive e scrive. Ed oggi si è di fronte a un fenomeno inedito di mutazione genetica inarrestabile del “rappresentare o fare musica”: opera o concerti. Se il giornalista è un curioso autentico del melodramma e delle sue vicende, alla “Boheme” in piazza a Compiobbi non dovrà andare a cercare fasto e eccellenza: invece delle acrobazie canore dell’ultrapagato tenore, qui dovrà ricercare ( magari riscoprire) le emozioni della musica di Puccini. E’ questa la nuova frontiera dove far fermentare la passione per il melodramma; orecchie nuove dove i sostantivi di confronto dovranno essere: dignità e serietà d’esecuzione musicale e perché no- fantasia e intelligenza creativa per la parte visiva ( perché anche in questo “mondo dell’opera popolare” non tutto è passabile e autentico). Come si fa a non accorgersi dei segnali della mutazione in corso circa il fare musica e il rappresentare opera lirica? Quando il sovrintendente del “Teatro del Maggio Fiorentino” Francesco Giambrone, ci confessa di dover faticare non poco per far intendere a quelli della politica il peso storico e il valore internazionale di un Festival come il “Maggio”, il limite (dell’interlocutore) è di cultura oltreché politico. Così il 72° “Maggio” è stato costretto a togliere dal cartellone due titoli d’opera già programmati (“Macbeth” e “Billy Budd”). L’edizione del 73° Maggio 2010 avrà il 15% di costi artistici in meno rispetto allo stesso periodo: uno sforzo del teatro da riconoscere; ma a forza di tagliare, “le risorse rischiano di essere incompatibili col sistema cultura in Italia” ( Francesco Giambrone) Tagliare / Dunque, la politica per la cultura in Italia si riduce tutta qui, tagliare. E togliere, ovvero privare il pubblico di qualcosa. La riforma degli enti lirici per le Fondazioni è pressoché fallita, e attualmente in Italia su tredici teatri storici ce ne sono tre commissariati. La notizia però è: nel mentre la mannaia recide titoli e risorse nei templi tradizionali, negli spazi più impensabili, piazze giardini teatrini, si moltiplicano i “respiri popolari” della musica animandoli con le forze di volta in volta possibili e disponibili. E il pubblico c’è e pagante. L’opera piace, resiste e non vuole essere sotterrata. Questo dovrebbe cogliere oggi il giornalista che va ad una di queste rappresentazioni liriche, perché la notizia è : esiste un nuovo fenomeno, quello dei mille appuntamenti di titoli d’opera che da qualche anno fioriscono sempre più diffusamente negli spazi più impensati, al chiuso o sotto le stelle, in spazi deputati o cinema poco importa. O come in piazza Napoleone a Lucca dove un prestigioso musicista come il maestro Elio Boncompagni, vistosi venire a mancare finanziamenti destinati ad una “Fanciulla del West”, ha deciso di rappresentare lo stesso l’opera di Puccini in forma di concerto. Può essere uno snaturamento, la rappresentazione senza teatralità; però si fa dappertutto. E qualche volta offre delle facoltà non previste, come in questa “Fanciulla” a Lucca (coro e orchestra del “Maggio”), dove è stato possibile finalmente distribuire nello spazio di una piazza l’organico orchestrale completo previsto da Puccini di novanta musicisti: nel golfo mistico del “Teatro del Giglio” non ci sarebbero entrati. All’opposto, ci sono teatrini in Toscana dove una volta l’opera si faceva e dove non c’entra che un organico cameristico: che si fa? L’opera si fa col pianoforte. E’ una situazione nuova che meriterebbe d’essere indagata anche socialmente: il fatto cioè che ai tagli che penalizzano i grandi teatri corrisponda un riverbero vitale di voglia di fare la lirica cosiddetta popolare, dove l’aggettivo non si riferisce tanto al titolo dell’opera (se mai al costo sostenibile del biglietto) quanto alla formula rappresentativa che tiene conto della sempre ineludibile scarsità delle risorse temperandola con la passione e la caparbietà di chi vuol continuare a far vivere la più grande e antica tradizione vessillo italiano nel mondo: il melodramma. Spesso l’intrapresa è merito del solito gruppo di appassionati o della storica e benemerita società corale del luogo. Di consolidato spessore artistico e organizzativo è l’esperienza di “Toscana Opera Festival” gestita dalla “Multipromo” che dopo diversi anni ripropone con successo la sua fortunata formula di teatro estivo in spazi architettonicamente esemplari. Altra cosa ancora è l’esperienza del “Teatro dell’Opera di Livorno” ( da non confondere con le stagioni dello storico mascagnano “Teatro Goldoni” di Livorno) che da appena un anno sta tentando un cartellone di otto titoli distribuiti nei dodici mesi, coraggiosamente finanziandosi senza soldi pubblici. Accanto alle favoritissime “Traviate”, “Barbieri”, “Cavallerie” può capitare di incontrare una “Amica”, rara opera di Mascagni, da poco rappresentata al “Teatro dell’Opera” di Roma. Curioso caso perché questa “Amica” era coprodotta da Roma con il livornese “Goldoni”; ma nella mascagnana Livorno non c’è mai arrivata. A celebrare il deus loci ci pensa il popolare neonato “Teatro dell’Opera di Livorno”, allestendo una sua…… “Amica”. Nella città di Prato, il 30 luglio di tre anni fa fu la chitarra di Figaro-Barbiere a espugnare per la prima volta il “Castello dell’Imperatore” grazie alla compagnia locale “OperAltrA”. Quest’anno, in una notte estiva e ancora nella idonea architettura federiciana, gli animi si sono riscaldati al fuoco “di quella pira” di un medievale “Trovatore” che con la spada ha conquistato ancora una volta l’entusiasmo di tanto pubblico (pagante) grazie alla passione e impegno di un’altra locale associazione: “Omega” e l’orchestra “Nuova Europa” diretta da un giovane Alan Freiles (pratesissimo) che guarda caso si è laureato con una tesi sul pratese e famoso maestro Luciano Bettarini ( fu l’insegnante di canto di Bocelli e del baritono Bastianini e co-fondatore della “Società dei Concerti Fioravanti”). A volte la casualità degli astri può risultare più intricata delle vicende tortuose del libretto verdiano del Cammarano: fu proprio con “Trovatore” e con Bettarini sul podio che il 22 ottobre del 1964 si riaprì dopo otto anni di lavori il “Teatro Metastasio” di Prato, che non avrà però il futuro della lirica. Ecco che oggi nel 2009 “un trovator cantò” al “Castello”, per l’appunto con la bacchetta di un giovane discepolo dello scomparso maestro Bettarini. Politica o fallimento / La bacchetta per un “Trovatore” di Verdi che dopo più di quarant’anni passa dalla mano del canuto e solenne maestro Luciano Bettarini, dal tempio del “Metastasio”, al popolare selciato estivo del “Castello” federiciano, dove un giovane maestro pratese dal nome d’arte esterofilo disegna ancora nell’aria le note di un “Trovatore”. Un ideale passaggio di testimone che può essere letto come metafora dell’opera lirica che continua a vivere. E un ammonimento ai “nemici della musica” perché la si smetta con la miope non-politica dei tagli alla cultura.