Luigi Pulvirenti – Michele Spampinato
QUANDO SAREMO TUTTI NELLA NORD
Euno Edizioni
Collana: Asfodeli / 6
ISBN: 978-88-6859-027-7
© Luigi Pulvirenti – Michele Spampinato
© copyright 2014
Euno Edizioni
94013 Leonforte – Via Mercede 25
Tel. e fax 0935 905877
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Finito di stampare nel novembre 2014
da Priulla – Palermo
Faster than the speed of sound
Faster than we thought we’d go
Beneath the sound of hope
1979, The Smashing Pumpkins
Durante la stesura del romanzo, è risultata preziosa la consultazione di Tutto il
Catania minuto per minuto, di Buemi-Fontanelli-Quartarone-Solarino-Russo
(GEO Edizioni), e dell’archivio del giornale La Sicilia.
Curva nord di Catania, la faccia della medaglia
C’è un interrogativo di partenza. Perché ci sono storie che diventano leggenda, viaggiando nel tempo, mentre altre, seppur degne di menzione, cadono irrimediabilmente nell’oblio? La risposta è semplice: è il racconto a fare la differenza, a creare uno scarto sostanziale. Se un fatto, un fenomeno, gode di strumenti di diffusione – terribile a dirsi – esiste. Altrimenti, rischia di essere
spazzato via con il venir meno di testimoni e protagonisti. C’è poco da fare. Non è solo una questione di mezzi, però. È il racconto
che dà vita a una vicenda, che gli concede un ordine, un senso. Il
verbo siciliano è cuntari, lo stesso che traduce l’atto del conteggio. Sì, proprio: “uno-due-tre...”. Semplice, forse banale. Senza
un ordine, anche la memoria, che è comunque una parte dell’intelligenza, ha difficoltà a rimanere impressa. E noi siamo esseri
razionali. La dinamica appena descritta, riguarda la grande Storia,
sì. Ma anche le innumerevoli piccole vicende locali, parziali e individuali. Persino quelle che “l’accademia” vorrebbe cancellare.
Oltre le digressioni. Gettiamo lo sguardo al “terribile” mondo
del calcio, degli stadi e delle tifoserie. Tema, appunto, al centro di
questo romanzo. Sappiamo delle imprese dei tifosi del Chelsea, e
in parte degli hooligans inglesi in trasferta in Spagna nell’82 a sostegno dei tre leoni, grazie a John King e al suo Fedeli alla Tribù.
Certo, forse non solo a lui. Ma quel libro divenuto ormai un cult,
ha sicuramente contribuito a fondare quella che gli esperti chiamano una “narrazione”. Stessa cosa per l’Arsenal di Liam Brady.
Senza la Febbre a 90° di Nick Hornby, e una fortunata trasposizione cinematografica, la storia dei gunners avrebbe sicuramente
avuto un sapore assai meno gustoso. Passando all’Italia, quanto
resterebbe dei “temibili” tifosi della Lazio, del Verona o dell’Ata7
lanta, senza alcuni testi di riferimento. Due su tutti: Nobiltà Ultras di Maurizio Martucci e Io, ultras. Padrone del pallone di Andrea Arena. Il catalogo è, ad ogni modo, assai più ampio ed è destinato sicuramente a crescere. Sia in direzione delle gradinate più
blasonate, sia – e maggiormente – delle cosiddette “provinciali”.
Per i tipi dell’Eclettica, infatti, Ultras, storia del tifo rossonero di
Andrea Palmeri, che racconta la vicende dei supporter lucchesi, è
arrivato soltanto nel 2010.
Sospesa tra le grandi e le piccole, tra le metropoli e la dimensione del campanile, c’è Catania, il Catania e i catanesi. Il rosso e
l’azzurro tinteggiano la sostanza di una città stracarica di ambiguità. Infernale e paradisiaca assieme. Troppo grande per essere
marginale, priva dei palazzi che contano per poter avanzare legittime pretese di supremazia economica e territoriale. Un limite – e
non proprio una “specificità” – che pesa sia sul versante politico
della città etnea che su quello della storia calcistica. Diciamolo
apertamente: quella del Calcio Catania 1946 non è una vicenda
colma di trionfi. Anzi, sono tantissimi gli anni passati nelle serie
inferiori. In purgatorio e pure nella dannazione dei tornei per dilettanti, dove la speranza di una risalita è assai poco dotata di disponibilità finanziarie. Insomma, un storia fatta più di bassi – e
bassezze – che di gioie.
Da qui comincia il romanzo che avete tra le mani, dalla clamorosa radiazione del Catania di Angelo Massimino. Un dramma. È
l’estate del 1993. Dalla C1 girone B – già asfissiante di per sé – si
passa alla cancellazione definitiva. È il buio. In tanti non se ne accorgono. Forse perché sul fronte amministrativo la città vive la
stagione della cosiddetta “Primavera”, con Enzo Bianco sindaco
e Nello Musumeci alla presidenza della Provincia. Dopo il grigiore degli anni ’80 e la guerra di mafia dei primi ’90, ma con le camionette dell’esercito per le strade un po’ come a Belfast, Catania
trova una proiezione nazionale. O così sembra. Nel 1994, addirittura, verrà anche Giovanni Paolo II in visita. Almeno nel secondo
millennio, è la prima volta di un papa sotto il vulcano. Insomma,
tutto va nella giusta direzione. Ma per una strana beffa, i rossaz8
zurri sprofondano. Clamorosamente. Pensate cosa sarebbe Torino
senza i successi amarcord dei granata o i trionfi della Vecchia Signora, o Milano senza l’Inter e il diavolo rossonero, oppure Napoli senza gli scudetti e l’Uefa targati Diego Armando Maradona.
Nel mondo contemporaneo, una città che conta – o vuole contare
– deve necessariamente avere un club sportivo ai massimi livelli.
Utile a gonfiarsi di orgoglio ma anche a stemperare le tensioni sociali. In quell’incrocio storico, il Calcio Catania non c’era; mentre
il suo posto veniva usurpato dalla meteora calcistica dell’Atletico
(Leonzio prima, Catania poi) di Franco Proto.
Questo è il contesto che fa da sfondo alle vicende che vedono
protagonista Michele Spampinato, il volto della nord catanese.
Anzi, la voce. Per Paolo Berizzi e Fabio Tonacci di Repubblica si
tratta di «uno dei dieci padroni delle curve italiane». Una semplificazione forse sbrigativa. La storia che qui viene raccontata ci dice dell’altro. Luigi Pulvirenti, giornalista con l’aggravante di essere un romanziere, ha scovato una vicenda ottima da raccontare.
Né bella, né santa, ma – senza dubbio – da ragionare. Una pietanza ottima per chi ha a che fare con la notiziabilità dei fatti. In questo Luigi ci riesce senza farsi coinvolgere troppo, nonostante anche il suo cuore batta di una passione tutta calcistica. Non c’è nulla, infatti, di ovattato tra le pagine a seguire. Bisogna riconoscerlo
sin da subito. Il risultato è una storia cruda. Per alcuni sicuramente entusiasmante. Quella cioè di un gruppo di tifosi, di ragazzi di
quartiere, che si danno un nome, un progetto e alla fine la spuntano: sostenere non una squadra di calcio, ma una maglia e una città. Sempre e comunque. Con lealtà, passione, onore. Su tutti i
campi messi a disposizione dai calendari federali. Compresa la
tappa umiliante con il Reggio Gallina. Il resto ha il nome dell’Eccellenza sicula girone A. Si riparte dal basso. Si canta lo stesso
per novanta minuti filati, senza concedere civetterie alla società,
ai giocatori. Il tifo è un credo. La goliardia, la spavalderia un obbligo. Ma bisogna essere Decisi nel perseguire l’obiettivo: lo stile
è tutto compresso in quella denominazione semplice e perentoria.
Il gruppo cresce assieme al Catania. Arrivano le promozioni.
In un contesto sfasciato, anche la conquista dell’allora C2 e poi
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della C1 sembrano epocali. Arrivano quindi sfide sempre più importanti. I Decisi vogliono dimostrare che i catanesi ci sono e che
l’umiliazione della radiazione sarà riscattata a tutti i costi. Quel tipo di militanza sui gradoni affascina, contagia. Si crea un vero e
proprio movimento mai visto sotto il vulcano. Sono centinaia, migliaia le persone coinvolte. Quello striscione con dietro quattro
amici metterà la nord al traino, mentre la curva con alle spalle
l’orologio della chiesa di piazza Bonadies diverrà quella portante
dell’intero ex Cibali. Una vera e propria conquista. In tutti i sensi.
Ma ancora non basta. Con la promozione in B, ottenuta proprio in casa dei tanto “odiati” tarantini, quella curva che ormai si
riconosce totalmente in Michele ha l’occasione di dimostrare all’Italia qualcosa di grande. È una sfida alla storia del tifo nazionale. La frenesia è palpabile. Messina, Palermo, Livorno, Verona,
Bari, Bergamo, Vicenza: tutte piazze da domare. Le pagine che
seguono testimoniano perfettamente questa tensione rabbiosa,
questo spirito di rivalsa. Una volontà di potenza. Nei fatti, la tifoseria catanese riesce a scalare le classifiche. Quella Istat e quella
del ministero degli Interni, in primo luogo. Nel 2003, i catanesi
sono protagonisti di ben 5 episodi contro altre tifoserie e altri 20
ai danni delle forze dell’ordine, dietro napoletani, laziali, juventini e al pari dei romanisti. Il 23 gennaio 2007, l’Istat stima quella
etnea come una piazza ad “alto rischio”. I rossazzurri sono già in
serie A. Appena dieci giorni dopo, sarà disputato il derby con i
“rosella” al Massimino. È il maledettissimo 2 febbraio, giorno
della morte dell’ispettore capo di Polizia Filippo Raciti.
Il romanzo di Luigi e Michele non arriva fino a quel punto. Si
ferma parecchi mesi prima, alla gioia della promozione, ventitré
anni dopo i 40.000 mila dell’Olimpico, del Catania nel massimo
campionato. E viene pubblicato – coincidenza assai beffarda –
con i rossazzurri costretti a ripartire dalla B. Stavolta però è stato
il campo a decidere il verdetto e non un tribunale. Ma non ci troviamo dinnanzi alla storia del Calcio Catania. A quello ci hanno
già pensato con estrema competenza gli autori di Tutto il Catania
minuto per minuto. Questo libro semmai ne fa il paio. Qui si tratta
della vicenda, invece, di un segmento del tifo italiano. La voce
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narrante – stavolta non megafonata – è quella di Michele, sono i
suoi ricordi. Ognuno, in fondo, ha i propri. Quando si parla di intere masse di tifosi, sono innumerevoli i racconti che s’intrecciano. Non può bastare un’intera enciclopedia per raccoglierli tutti.
Qualcosa resterà sempre fuori. Tuttavia, ciò che qui viene raccontato è sicuramente autentico. Non poteva non essere che lui a raccontare questa storia. Non c’entra soltanto il ruolo che ha ricoperto negli anni, ma anche il come lo ha interpretato. Con carisma,
certo, ma anche con simpatia e orgoglio. Se la curva nord, in quegli anni, ha avuto un vasto seguito e consenso, è perché anche lui
ha voluto che fosse una nuova mentalità del tutto inclusiva a prevalere dentro e fuori il Massimino. Michele ha saputo andare oltre
le appartenenze di classe, quartiere e – in parte – politiche. Questo
è il lievito di una vicenda che, nonostante le troppe storture di naso, è accaduta davvero. Ed era sotto gli occhi di una città esterrefatta ma incuriosita.
Quella qui esposta è dunque una testimonianza per molti
aspetti già storica. Al di là del bene e del male. Questo libro non è
un pretesto per benedire lo stile di vita ultrà. Non è neanche un
trattato di chissà che cosa o un libretto delle istruzioni. È semmai
uno strumento, utile all’ego non solo di chi ha vissuto quei giorni
carichi di adrenalina e passione, ma anche ai sociologi e persino
ai giornalisti. Secondo le statistiche ufficiali sono più di settantacinquemila i “cittadini italiani” che frequentano regolarmente le
curve. Non possono essere tutti dei “delinquenti”. Non vi può essere la violenza a far da collante a questo popolo. C’è dell’altro,
molto altro. Lo dice la ragione. Siamo, semmai, davanti a un movimento di vasta portata. Sicuramente il più ampio dagli anni ’70
in poi. Alcune pieghe di questo ventaglio sono di certo drammatiche. Sì. Qualche mela, all’interno, è già putrefatta. Nessuno se la
sente di nasconderlo. Ma il ’68 e la contestazione non furono meno opachi. Nell’analisi dei fenomeni sociali, l’ipocrisia aiuta ben
poco. Alla stessa stregua, le finalità ideologiche non possono valere come un motivo di vanto esclusivo o un trampolino per laute
carriere. L’attivismo da stadio è totalizzante tanto quanto altri tipi
di militanza, altrettanto serio. Non c’è una violenza santa e una
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dannata. C’è l’atto e le sue responsabilità. Sicuramente, nei gruppi ultrà non si persegue alcun mondo migliore. È evidente. Si tengono invece alti colori, vessilli, bandiere e un nome. Si apprende
un codice antico, s’instaurano legami di solidarietà e rispetto. Anche nello scontro deve essere la lealtà a prevalere. Più che post,
quella ultrà è una prospettiva pienamente preideologica, originaria. Forse è questo dettaglio che risulta difficile da decifrare e digerire, soprattutto fra certi intellettuali in cerca di ampi distinguo
e nuove morali.
È sicuramente più facile calpestare il fenomeno, reprimerlo,
per poi – così facendo – incrementarlo. Dentro, però, c’è tanta
umanità e tante, tantissime potenzialità che sarebbe un grave peccato formattare solo per un vezzo. In fondo, sotto la lana della
sciarpa da tifoso ci può essere tranquillamente un figlio, un amico
oppure un collega.
Fernando Massimo Adonia
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Questo libro è soprattutto
per Anna e Lidia,
perché leggendolo potranno dire
di aver conosciuto veramente loro padre.
Vi amo.
M.S.
I
Ma è mai possibile che non ci sia una birra in frigo? Non dico
una Heineken o una Beck’s, difficilmente le teniamo in casa, ma
nemmeno una Moretti? Nemmeno una maledettissima birra Messina? Fa un caldo che si crepa, dentro casa non si respira. Il ventilatore rimesta l’umidità dello scirocco. È l’una, sono da solo.
Mia madre e le mie sorelle sono al mare, come migliaia di altri catanesi, a cuocersi sotto il sole della Plaia, cercando ristoro nell’acqua che puzza d’alghe. Apro la porta d’ingresso. La via Belfiore
è deserta. Il cuore del cuore di Catania, San Cristoforo, oggi, sabato 31 luglio, batte a rilento. L’umanità varia e disperata che
inonda la quotidianità della strada in cui sono nato e abito, così
come quella di via Poulet, di via Mulino a Vento, via Sturiale e via
Santa Maria delle Salette, si è nascosta, è sparita oppure ha altro
da fare. Forse, più semplicemente, è estate. Tutti hanno altro da
fare. Hanno caricato le Ritmo, le 127, le Uno Turbo di ombrelloni, sdraio, pasta al forno, parmigiana e cotolette (i piatti che qualunque catanese medio prepara per il pranzo da consumare in
spiaggia) e via, tagliando dal Faro verso il viale Kennedy, hanno
colonizzato il loro pezzo di spiaggia.
Io, invece, sono rimasto a casa. Senza birra, con un’arsura che
mi secca la voce in gola e i pensieri in testa. Esco fuori, arrivo in
via della Concordia, entro al bar dell’angolo e ne ordino una. Pago, esco dal bar e torno indietro. Rientro in casa, il caldo è talmente forte che la bevo tutta d’un fiato per evitare che si riscaldi.
Accendo la tv e la sintonizzo su Rai Uno. Sono le tredici e trenta.
Il telegiornale apre ancora con le immagini dell’attentato di via
Palestro, a Milano, presso il padiglione di arte contemporanea.
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Sono morte cinque persone, colpa di un’autobomba. È l’estate
delle autobombe, questa del 1993. Ma a me, in realtà, non me ne
frega niente. Né delle autobombe né della Dc che ha cambiato nome in Partito Popolare. Si fottano, ladri democristiani che sono.
Io e i miei amici stiamo tutti con i fascisti, con il Movimento Sociale. Ma, in realtà, in questo momento non mi importa nemmeno
del Msi. La conduttrice mi dà sui nervi, annunciando tutte quelle
notizie per le quali non ho alcun interesse. Parla di qualsiasi cosa
tranne di quella che m’importa. Bevo l’ultimo sorso di birra, nel
frattempo diventata calda come piscio. Mi sdraio sul pavimento.
Sono nudo praticamente, ho solo le mutande addosso. Cerco un
po’ di refrigerio nel deserto desolato di via Belfiore, un giorno
d’estate che poteva e doveva essere un giorno d’estate qualunque
e non lo sarà. La conduttrice del Tg1 dice qualcosa in merito al
consiglio federale. Mi alzo in piedi. E ascolto la notizia che non
dovevo sentire. Che non avrei mai voluto sentire: la Figc ha
escluso dal campionato sei squadre, tra le quali c’è il mio Catania.
Radiati. Fine. Non esistiamo più.
Non è possibile. L’ho sentito con le mie orecchie ma non può
essere possibile. Che vuol dire che siamo stati radiati? Che ci hanno escluso dalla C1? Per colpa di un debito non pagato allo Stato,
che in realtà non è che non lo avessimo pagato: avremmo potuto
pagarlo in maniera dilazionata, perché la legge sul terremoto di
Santa Lucia, il terremoto del dicembre ’90 (me ne ricordo benissimo: ero sdraiato sotto le coperte a dormire beatamente e tutto
d’un tratto vengo svegliato dalle urla di mia sorella Francesca:
sembrava che il tetto della casa mi stesse cadendo addosso) lo
consentiva. Che cazzo ha combinato Massimino? Non doveva andare a Roma con una valigia con due miliardi dentro e sbatterla
sul tavolo? No, il Cavaliere non è uno che manca alla parola data.
C’è andato, sicuro, anche se al Tg1 non lo hanno detto. Tra
mezz’ora, però, comincia il telegiornale di Teletna e lo diranno.
Allora aspettiamo dieci minuti. Aspetta, Michele, non farti prendere dal panico.
La televisione locale conferma: radiati. Nonostante la valigia
di Massimino. Dicono che Matarrese, presidente della Figc, vo16
glia fare un repulisti dei vecchi dirigenti – Massimino, Rozzi, Anconetani, Scibilia – perché sono incompatibili con il calcio moderno. Rovinano l’immagine. Però Massimino poteva presentarla
prima quella fideiussione! Non ha capito che aria tira? E poi c’è
questo Natale Pappalardo, fantomatico imprenditore trasferitosi
in Svizzera (mai sentito parlarne prima), che ha mandato una lettera a La Sicilia nella quale scrive di voler acquistare il Catania e
portare Cornacchini, Bortolazzi e Modica. Mah! A me è parsa una
minchiata, sin dal primo momento. A parte Massimino, a Catania
non ci sono imprenditori cui interessi davvero il Catania. Sono
buoni solo a prendersi gli appalti pubblici.
Sto impazzendo. Sento proprio che sto per uscire fuori di testa.
Siamo stati radiati.
Esco di casa, non mi ricordo neanche come sono vestito. Come
una furia mi dirigo verso casa di Mezzo Chilo. «Massimo hai sentito? Usciamo, dai!». E poi a casa di Nunzio. Chiamiamo tutti:
Concetto il Nervoso, Alessandro, Luca (che è di Aci Sant’Antonio ma abita con la nonna al Villaggio Azzurro, uno degli ultimi
complessi abitativi della Plaia). Siamo in pochi, a casa non troviamo quasi nessuno perché sono tutti al mare. Andiamo alla Plaia,
allora. Saltiamo sui vesponi e scendiamo a tutta velocità verso il
viale Kennedy. Entriamo nei lidi, arriviamo sulla battigia, la gente
o dorme oppure gioca a carte. «Che cazzo state facendo? Il Catania è stato radiato e voi ve ne state qua a mollo!». Ma solo in pochi si uniscono a noi. Vogliamo fare qualcosa ma non sappiamo
cosa. Qualcuno è in contatto con i messinesi, anche loro radiati,
che vogliono occupare i traghetti. Pensiamo: andiamo alla stazione e blocchiamo i binari. Nuovamente sui vesponi percorriamo
tutta via Dusmet, la strada che dal porto conduce a piazza Alcalà,
ingresso in città per chi arriva da sud, da lì svoltiamo a destra per
gli Archi della Marina fino a piazza dei Martiri. La stazione è a
poche centinaia di metri. Lì vicino c’è la sede degli Irriducibili.
Passiamo da loro ma non sanno bene cosa fare. Allora andiamo da
soli, noi ragazzini neanche diciottenni. Entriamo attraversando di
corsa la sala d’aspetto di seconda classe e scendiamo nel sottopasso attraverso cui si raggiungono i binari centrali. Una volta ri17
saliti sulla banchina ci sdraiamo davanti alla motrice del primo
treno in partenza. I passeggeri affacciati dai finestrini guardano
sbalorditi questi adolescenti vestiti in modo improbabile. Che cavolo stanno facendo? Il capotreno si mette a fischiare, richiamando l’attenzione degli agenti della Polfer. La nostra azione dimostrativa dura solo pochi minuti. Sentiamo il suono delle sirene
delle volanti fermarsi sul piazzale della stazione, poi gli agenti
spuntano sulla banchina e vengono dritti verso di noi. Con la prima carica ci disperdono. Non può finire così. Animati da un furore cieco, alimentato dalla disperazione e dalla constatazione del
disinteresse assoluto che abbiamo riscontrato attorno alla radiazione del Catania, come se la cosa importasse solo a noi, usciamo
sul piazzale e sradichiamo i pali che sostengono i cartelloni pubblicitari, tirandoli contro i poliziotti che ci inseguono, manganello
in mano. Scappiamo. Ho perso di vista gli altri, essendomi attardato a lanciare delle pietre raccolte nelle aiuole che circondano la
fontana del Ratto di Proserpina. Dietro di me solo poliziotti e
manganelli. Corro, corro a più non posso verso piazza dei Martiri.
Il cuore mi sta esplodendo, il respiro mi si è seccato e questi maledetti poliziotti m’inseguono ancora.
Poi si fermano, anche loro sopraffatti dalla fatica. Continuo a
correre, attraverso la strada ed entro in piazza dei Martiri. Cado
quasi svenuto su di una panchina. Il cuore mi rimbomba dappertutto.
Rimango così per un tempo indefinito. Il cielo sopra di me e il
niente dentro di me. Più tardi, quando ormai si è fatta sera, ritrovo
gli altri al Castello Ursino. Al covo. Falangisti giovani come noi
insieme alla vecchia guardia a fare i conti con una realtà inaspettata. Pensavamo di aver toccato il fondo con i sei anni di C1. E invece no. Eravamo nella merda, ma esistevamo. Dalle dodici di
oggi non ci siamo più. Che ci stiamo a fare allora qui dentro, tra
cimeli di tempi che furono, foto della marcia dei quarantamila a
Roma per gli spareggi dell’83?
Per quale motivo stiamo fino alle tre a parlare interrogandoci
su cosa fare, se il Catania non c’è più? Perché lo facciamo, se alla
città sembra non fottere niente? Possibile che questo lungo purga18
torio abbia così tanto fatto disamorare un popolo che vive per la
sua squadra al punto da vederlo assistere impassibile alla sua cancellazione? O forse è solo colpa del caldo e dell’estate, che mette
tutto tra parentesi?
Non lo so. Spero sia così.
In questo momento riesco solo a dire che per me, Michele, nato a Catania nell’anno del Signore 1976, tifoso da sempre, falangista per scelta e necessità, questo è il giorno più brutto della mia
vita. E lo è anche per Mezzo Chilo, Nunzio, il Nervoso, Luca,
Alessandro, Massimo, Turi (detto Barros, per via della statura,
come il centrocampista portoghese). Il mio gruppo.
Trascorro il mese d’agosto girando a vuoto con il mio vespone.
Nessuna voglia di andare al mare, nonostante il caldo infernale
che fa bollire pure i pensieri. Poche puntate fuori dal quadrilatero
del quartiere, in testa la musica dei Violent Femmes. Mi rapisce in
uno stato d’ipnosi. Un amico mi ha registrato la cassetta di uno dei
loro ultimi lp, The Blind Leading the Naked, e la sto consumando
a furia di ascoltare e riascoltare No Killing. La voce di Gordon Gano (che qualche anno dopo crederò di ritrovare in certe vibrazioni
di quella di Billy Corgan) riesce a colorare la struttura minimale
della musica del gruppo con toni a metà tra la litania e il motivetto
da classifica. We don’t want no killing Lord / I don’t wanna see my
brother die / We don't want no killing Lord / I don’t wanna to see
my sister cry / I don’t wanna see / I don’t wanna see iiii / I know
that bad things are going down... Ma qui le cattive notizie non se
ne stanno andando via, per niente. Cazzo, sono appena arrivate.
Il Catania è scomparso. Come cazzo facciamo a essere un
gruppo ultrà se non esiste più la squadra per cui tifiamo?
È un’estate dura. Il senso di spaesamento ci soffoca peggio
dello scirocco. Di sera, al Castello Ursino passiamo ore interminabili disegnando scenari improbabili. Massimino ha annunciato
che farà ricorso. Figuriamoci: non ci sono speranze. Sul giornale
leggiamo che Proto, il presidente dell’Atletico Leonzio, che è già
stato in società nel Catania alla fine degli anni ’80, potrebbe fare
una squadra e ripartire dal campionato nazionale dilettanti.
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quando saremo tutti nella nord