aics liguria / oltre gli orizzonti
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Football
is on
the table
Quando l'erba era un panno:
l’epopea del Subbuteo
testo di Michele Cammarere foto di Simone Arveda
GENOVA | 6 feb 2012
Una base tonda, il pallone
oltre la linea di tiro, difesa
schierata e omino a terra:
ne è passato, di tempo,
da quando un gioco
come il Subbuteo
invadeva e conquistava
le case italiane
subbuteo
Storie di omini,
palloni, colla, pennelli
e campioni, storia
di nostalgia e
(tanta) passione
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GENOVA | Il mondo del Subbuteo - 1
1 | Dal catalogo degli accessori: torretta con operatore tv per abbellire lo stadio di casa 2 | Porta da allenamento, per affinare il talento
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GENOVA | Il mondo del Subbuteo - 2
3 | Set di portieri 4 | Ci sono anche arbitro e guardalinee 5 | Pezzi da collezione e omini 6 | Numero 1 in volo 7 | Palloni, palloni, palloni
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GENOVA | Il mondo del Subbuteo - 3
8 | Una vecchia scatola a fare da sfondo ad un omino ritoccato a mano: Inghilterra, maglia grigia da trasferta con inserti rossi
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GENOVA | 6 feb 2012
Squadra rossa e squadra blu, così cominciava l’avventura: il kit base
bastava per entrare nel mito. Ma non ci si fermava lì, mai: poi colpi di pennello
per gli sponsor, la fascia di capitano sul braccio del più bravo, lo stemma
sui pantaloncini, scudetti coccarde tricolori bande diagonali e quant’altro:
e l’omino del Subbuteo diventava calciatore, e le fantasie volavano libere
Comincia tutto con un falco
The Hobby, infatti, era il nome che Peter
Adolph, di professione ornitologo, aveva
scelto per il gioco da lui ideato negli anni
’50. Essendo anche il nome di una specie
di falco, diffuso, tra l’altro, in Italia, il
falco lodolaio, secondo l’Ufficio Brevetti
inglese era non registrabile, quindi Adolph
prese parte del suo nome latino, ossia Falco
Subbuteo, e così lo chiamò. La simulazione
di un gioco che appassionava praticamente
tutti, come il calcio, era presente nelle menti
di tutti i produttori di giocattoli già da tanti
anni. Tanti furono i tentativi di riprodurre
in maniera più o meno riuscita lo sport più
famoso del mondo, ma fu solo il Subbuteo
a riuscirci davvero, cancellando i primi
giochi di calcio da tavolo (qualcuno anche
piuttosto riuscito) dagli scaffali dei negozi.
Il Subbuteo, all’epoca, veniva venduto
solo per corrispondenza ma in breve tempo
iniziò ad avere schiere di appassionati in
ogni angolo della terra, soprattutto in Italia,
grazie al fondamentale apporto della
ditta Edilio Parodi di Manesseno
(subito fuori Genova), primo e, per
circa trent’anni, unico distributore
in Italia. Non male per un gioco
che, a guardarlo bene una
volta aperta la scatola,
era composto da
piccoli pezzetti ed
un panno: nulla
di divertente
all’apparenza.
Un gioco, mille modi per viverlo
Invece il Subbuteo è stato uno dei pochi
giochi capaci ad andare “oltre”. Bastavano
quei piccoli omini ed il tavolo della cucina
per far diventare quello stesso tavolo uno
degli stadi più famosi del mondo, facendoci
credere che il calciatore lanciato dal nostro
dito potesse vivere di vita propria compiendo
gesta balistiche fuori dal comune, il tutto
creato ad hoc dalla nostra fantasia. Subbuteo
è stato, ed è tutt’ora, un gioco particolare, un
gioco nel quale l’interpretazione delle cose
era ad assoluta discrezione del giocatore.
Mille modi di giocarlo, mille modi di
intenderlo, dal gioco in sé al collezionismo, in
totale sinergia.
Omini rossi, omini blu
Chi non ricorda il pacco base, quello con il
panno verde, tre palloni bianchi, le due porte
di plastica, il piccolo libretto delle istruzioni,
la squadra rossa e la squadra blu? Non molto,
ma tutto quanto bastava per iniziare a giocare.
Il pacco base poteva essere impreziosito
all’infinito, grazie al catalogo che anno dopo
anno si arricchiva di decine di squadre nuove,
accessori, spalti, tribune, tabelloni segnapunti,
spettatori già colorati o da colorare, palloni, il
mitico campo astropitch (era la variazione del
classico panno verde di cotone: un tappetino
con fondo di gomma che non aveva bisogno
di nulla per essere fissato, bastava srotolarlo
e diveniva in un lampo un manto di gioco
perfetto), e decine
e decine di
altri accessori
per poter, nel
migliore dei
casi, poter
costruire a casa
propria
un vero
stadio
completo di
tutti
i minimi
particolari.
Alla
fine lo
stadio lo costruivano proprio in pochi, i
prezzi non erano esattamente abbordabili
per un bambino, e le cose da comprare
erano talmente tante che anche ricevendo un
pezzetto od ogni compleanno o Natale, per
riuscire nell’impresa di costruire uno stadiolo
ci sarebbero voluti anni. Ma tutti noi abbiamo
sognato di costruire in casa la perfetta
replica dello stadio della nostra squadra del
cuore, addirittura c’era chi, non potendosi
permettere i pezzi originali, costruiva le sue
tribune con il Lego od il Meccano, facendo
venire fuori così un ibrido non troppo lontano
dalla realtà degli stadi di provincia o delle
serie minori. Questo è uno dei segreti del
successo di questo gioco: non serviva altro
che il kit base per essere al livello di tutti
gli altri, il resto era tutto colore e fantasia.
Bastava avere un paio di squadre con i
colori giusti ed il gioco era fatto. La maglia
bianconera a strisce poteva essere la Juventus,
ma per la scatola stessa che conteneva i
“fantastici 11” poteva essere anche l’Ascoli,
il Siena, l’Udinese, il Newcastle, il Notts
County, lo Charleroi, e così via. Bastava
avere una squadra rossoblu per poter avere
Genoa, Cagliari, Bologna, Crotone, Gubbio
e tante altre estere. Funzionava così per tutte
le squadre.
Il Subbuteo tra amici
Le regole erano semplici, eppure
venivano parzialmente ignorate
o stravolte dai giocatori, illusi
che la replica di un gioco
sul calcio dovesse
avere le stesse
regole del gioco
reale. Le
differenze
c’erano
le regole del subbuteo
Tocchi,
falli, linea di tiro: ecco come si gioca
Il Subbuteo, come spiega anche Arturo Parodi nell'intervista delle pagine seguenti, non è affatto un gioco immediato: apri la scatola e dentro ci sono due squadre, le
porte, un pallone; sì, ma poi? Non basta metterle sul panno verde, perché una partita abbia un senso. Vediamo allora di dare una rapida occhiata alle regole per capirne
un po' di più su quello che, con un minimo di applicazione, diventa vero e proprio calcio. Da tavolo, ovviamente.
Undici contro undici, e questo non cambia, pallone parecchio più grosso di quel che ci si aspetterebbe, portiere da manovrare con un'asta che arriva fin dietro la
porta; gli omini stanno in piedi su una base semisferica (nel corso degli anni è proprio lì che si sono concentrate le innovazioni e le principali migliorie tecniche)
che consente loro di scivolare sul campo restando (quasi) sempre in piedi. Come muoverli? Risposta facile, per un subbuteista, ed è dal primo tocco che uno
può farsi un'idea sull'essere portato o meno per la cosa: si gioca solo ed esclusivamente in punta di dito. Traduzione: si colpisce la base con l'unghia di indice o
medio, senza mai (imperativo categorico) fare leva sul pollice ma solamente sulla superficie di gioco. Tanto quanto gancio e rullata sono mosse vietate intorno
ad un calciobalilla, così la bicellata è bestemmia in materia di Subbuteo.
Andiamo avanti, e facciamo rotolare il pallone. Si mantiene il possesso finché l'omino messo in movimento colpisce la palla (e questa o l'omino stesso non vadano a toccare un avversario). Nel mentre, l'altro giocatore ha a disposizione uno spostamento (sempre a patto di non scontrare omini e sfera) ad ogni tocco altrui.
Massimo tre tocchi di palla con lo stesso omino, poi deve toccare ad un compagno. Per modificare la disposizione in campo della propria formazione sono inoltre
a disposizione tre ulteriori mosse prima di un calcio d'angolo o di una rimessa dal fondo, con la squadra in attacco a effettuarle per prima e quella in difesa a
prendere - di conseguenza - le opportune contromisure.
Ok, l'azione ormai è impostata. Bisogna concluderla, però. Già, il tiro. Ed arriviamo a quella strana linea sulla trequarti che spesso ha confuso i neofiti del Subbuteo. Quella, piazzata ad una trentina di centimetri dalla porta, è la linea di tiro: si può provare la conclusione (con qualunque omino si desideri: date un'occhiata
su youtube e troverete difensori capaci di andare in gol arrivando direttamente dalla propria area...) solo se il pallone è interamente al di là. Per parare, mano
sull'asticella che regge il portiere e riflessi ben allenati. Più o meno, è tutto. A questo punto sì, la palla passa a voi.
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3 / febbraio 2012
C
hi ha avuto la fortuna
di essere stato
bambino nei primi
anni ’70 lo conosce
bene, chi è bambino
adesso ne ha sentito
parlare, entrambi si
possono ritrovare
faccia a faccia sul
terreno di gioco, per
cimentarsi in una
sfida alla pari. Stiamo
parlando di lui, del Subbuteo, il famoso gioco
di calcio in punta di dito che solo definire
gioco è riduttivo per un sacco di buoni
motivi. L’hobby per eccellenza, non di fatto,
ma di nome.
aics liguria / oltre gli orizzonti
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LONDRA | 1978
I tempi d’oro del Subbuteo: Andrea Piccaluga (sulla destra, con la coppa in mano) dopo il Mondiale Juniores conquistato a Wembley
I
dalle navi al mondo e ritorno
primi tentativi, le idee di
Adolph, i Mondiali:
poi gli americani, il crollo... e
Zeugo
[ federico pastore ]
E’ lungo lo strascico storico che
conduce alla nascita del Subbuteo. In
gran parte dei casi, versione questa
ormai accettata dagli appassionati
e dunque fissata nell’immaginario
collettivo, l’invenzione del gioco è
attribuita all’inglese Peter Adolph,
che effettivamente - questo è un
dato certo - ha fornito il nome al
gioco. Subbuteo proviene dal nome
latino del falco lodolaio (appunto
Falco Subbuteo, sui testi specializzati). Essendo Adolph ornitologo ed
essendo il falco lodolaio particolarmente veloce e preciso nel catturare
la preda, colui che oggi è indicato
come il grande padre del Subbuteo
pensò di battezzare in questo modo
una creatura in realtà già esistente
nella cultura inglese.
Trova collocazione a fine Ottocento
la notizia che sulle navi battenti
bandiera britannica, alcuni marinai si
fossero industriati a realizzare figurine
di piombo, rappresentati calciatori.
Non potendo essi giocare il football
sul ponte, pensarono di adattarlo
in uno spazio ridotto. Una sorta di
simulazione. Certo non perfezionata,
ma una specie di preistorico antenato del punta di dito amatissimo in
Italia e all’estero. Intuizione, quella
dei marinai, ripresa negli anni ’20 (o
’30, qui ci sono versioni discordanti)
da W. L. Keelings, anche lui inglese.
Keelings chiamò il gioco New Footy,
realizzando i calciatori con cartone
laccato, su una base semisferica. Il
problema di questa sorta di versione
beta del Subbuteo era uno in
particolare. Gli omini non facevano
tanta strada sul pitch e soprattutto
non potevano essere spostati dalla
loro posizione iniziale. Per esempio, se
uno faceva l’ala destra, restava sempre
ala destra e il suo raggio d’azione era
limitato alla zona di competenza. Il
New Footy era una buona idea, ma
era statico.
Questo lo capì bene Peter Adolph,
quando decise di rivoluzionare tutto,
dopo la guerra. Siamo negli anni ‘50
circa. Il materiale a disposizione di
Adolph - la plastica - è più performante e si adatta meglio alle esigenze
di quello che sarà per milioni di
ragazzini britannici e non il gioco
dell’infanzia e dell’adolescenza.
Adolph bilancia la base con inserti
metallici, rendendola più aerodinamica e nello stesso tempo più
pesante. Porta il gioco dove può
sviluppare la fantasia, senza dunque
limitare la posizione degli omini,
come nella versione di Keelings, ma
introducendo semplici regole. La
palla è di chi riesce a toccarla consecutivamente, non importa con quale
uomo. Se non la prendi, tocca all’avversario. Che si può muovere mentre
tu giochi, a patto di non toccare né
te, né la palla. Si crea dunque una
tattica anche in fase di non possesso,
si crea il campo di battaglia per milioni
e milioni di sfide appassionanti e
completamente coinvolgenti.
Negli anni ’60 il Subbuteo esplode
letteralmente nella società inglese,
tanto che - da un’indagine svolta nel
2002 - il 90% degli over 30, in Gran
Bretagna, ha nell’armadietto un set
Subbuteo. Ma non è solo nell’isola di
Albione che vola il falco. Gli emigranti portano il gioco dappertutto, tanto
che gli anni ’70 sono quelli della
prima Coppa del Mondo, evento
sentitissimo e con una partecipazione fuori dal comune. Tutti i ragazzi
dagli 11 ai 16 anni giocano a Subbu-
teo, in Inghilterra, come in Svizzera,
in Austria, in Italia, in Germania, in
Olanda, in Belgio, perfino in India e in
altre ex colonie inglesi e non. Il 1970
è l’anno del primo mondiale, si gioca
naturalmente a Londra, in concomitanza con le date della Coppa del
Mondo di calcio, disputata in Messico.
Il primo campione del mondo è un
tedesco, Peter Czarkowski, che scrive
il suo nome nella storia battendo in
finale il belga Pierre Tignani per 2-0. Il
primo successo italiano arriva nel 1978,
sempre a Londra, sempre in Coppa
del Mondo, questa volta categoria
Juniores, forse la più frequentata e
certamente la più seguita quell’anno.
Vince Andrea Piccaluga, una sorta
di monumento per gli appassionati.
Tanto che, negli anni ’80, il suo dito
magico viene assicurato per 400
milioni di lire.
Ormai il Subbuteo è una realtà di tutti
i ragazzi e gli anni Ottanta rappresentano il boom più florido per il gioco
e per la casa che lo produce. La Weddingtons Games, che nel 1968 aveva
acquistato il brevetto direttamente
da Peter Adolph. E’ in questo periodo
che molti adolescenti si sfidano
nelle cantine o nei box, o nelle case,
a suon di colpi di dita. Con le nuove
attrezzature e gli accessori, sempre
più curati. Inizialmente, è curioso
ricordarlo, il Subbuteo veniva venduto
così. Squadre, pallone, regolamento e
un gessetto per tracciare le righe del
campo su un panno. Il panno era da
trovare, a proprio piacimento. E’ ben
successiva la produzione del pitch,
quello da stirare prima di giocare,
più successiva ancora la diffusione di
astropitch, il panno sempre teso e
sempre pronto. Precursore involontario
di tempi assai più grigi per il gioco di
Peter Adolph.
Con l’avvento dei videogames e dei
primi personal computer, il mondo
degli adolescenti cambia radicalmente.
L’americana Hasbro non lo capisce
e sbaglia i tempi. Compra Subbuteo
nel 1996 da Weddingtons e a fine
1999 annuncia che interromperà la
produzione delle squadre e di tutto
il materiale, non sussistendo più la
convenienza domanda-offerta. Il 2001
è un anno tragico per gli appassionati.
Hasbro inizialmente sembra tornare
sui suoi passi, ricominciando a produrre qualche pezzo, ma a maggio
arriva la parola fine sull’esperienza
gestita dagli americani. La grande
diffusione di Subbuteo finisce qui,
anche se a guardar bene, era già
finita nel 1996, quando Hasbro
acquistò un gioco che non poteva
reggere il confronto con la emergente, dirompente ed inarrestabile
introduzione dei videogames.
Il mondo cambia, Hasbro ci perde
un sacco di soldi e allora il Subbuteo
torna da dove è partito. Dalle navi,
cioè da Genova, e dalla passione di
chi ama costruire con le proprie mani
i suoi divertimenti. I figli dello storico
distributore italiano Edilio Parodi azienda genovesissima, con sede
attualmente a Manesseno -, per anni
e anni leader in Italia, lanciano il
marchio Zeugo a metà anni 2000.
Zeugo, che in dialetto genovese significa gioco, riprende le figure degli anni
’70, le più amate e le meglio performanti. I giocatori, quelli umani, però,
sono sempre meno, tutti con qualche
capello grigio. E tra i giovanissimi, c’è
ben poco ricambio. Il Subbuteo morirà
con la generazione che aveva 14 anni
nel 1994? Difficile dirlo qui.
I tornei ufficiali
Tutto questo riguarda il formato casalingo
dei neofiti, ovviamente, perché fin dalla sua
comparsa il Subbuteo ha visto nascere una
miriade di club e gruppi di appassionati che
utilizzavano il regolamento ufficiale con
un’applicazione maniacale, che consentiva
loro di sfruttare il gioco in tutta la sua
potenzialità, ed organizzare i primi tornei
e campionati a sfondo agonisico. Le prime
competizioni a livello nazionale, europeo e
mondiale risalgono al 1970 e proseguono
tutt’ora in tantissimi paesi del mondo. Il
primo campione italiano di Subbuteo fu
il genovese Stefano Beverini che, grazie
a quella vittoria, si guadagnò il diritto
di partecipare ai campionati del Mondo,
disputati nel 1974 a Monaco di Baviera in
concomitanza con il mondiale di Cruijiff e
Beckenbauer.
Il fascino di un’epoca
I club e le associazioni sono tutt’ora
innumerevoli, con differenze sostanziali
tra di loro, che riguardano l’utilizzo dei
materiali o regole particolari. Citiamo
l’esempio Old Subbuteo, un’associazione che
è nata nel 2006 che si prefigge l’obiettivo di
riunire collezionisti, giocatori occasionali,
ed organizzare scambi e tornei per gli
appassionati di questo gioco con regole e
materiali esclusivamente anni ’70/’80, con
l’evidente obiettivo di ricreare in maniera
fedele atmosfere e tornei con il fascino
dell’epoca, un fascino forse intaccato dalla
modernizzazione dei materiali, delle regole
dei tornei e soprattutto nello spirito old,
dove - come affermano sul loro sito - serietà
e rispetto per le regole del gioco si sposano
a momenti di amicizia, aggregazione e
divertimento.
Quando si entra nel mito
Le cose sono cambiate per il Subbuteo negli
anni, il gioco ha vissuto tanti inizi e tanti
momenti difficili, quello che non è cambiato
è l’affetto ed il personalissimo bagaglio di
ricordi che ciascuno riscopre ogni qual volta
vede un omino, oppure ogni volta che la
parola magica Subbuteo viene tirata fuori. Il
mito del Subbuteo è stato fatto della passione
della gente, di quelli che quando entravano in
un negozio di giocattoli andavano a cercare
il reparto “verde”, quelli che in ginocchio
sul pavimento di casa ad un certo punto
sentivano un dolore lancinante e non capivano
se il dolore provenisse dal ginocchio nel
quale si era conficcato il pezzo di omino
schiacciato o dal cuore per aver rovinato la
miniatura, di quelli che riattaccavano l’omino
con l’attack che gli faceva le caviglie più
grosse di quelle di Rumenigge, quelli
che li riattaccavano con l’accendino, ed
inevitabilmente facevano diventare l’omino
più basso, che poi diventava il numero
10, giocatore più bravo perché diverso, di
quelli che aprivano la base e ci mettevano
un piombino in più per essere più precisi
e battere l’amico di turno. Quelli del
Subbuteo.
GENOVA | 6 feb 2012
Luci sul Subbuteo,
oggi come negli anni Settanta,
agli albori del mito: ma la passione
che muoveva i ragazzi di vent’anni fa
non si può più trovare. E così il calcio
da tavola resiste, rimane,
seppur ammantato di nostalgia
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3 / febbraio 2012
eccome, ma alla fine non importava. Bastava
giocare, segnare e far esultare l’omino.
Tutto questo in teoria, perché le polemiche
a non finire sulle regole cominciavano sul
pavimento di casa con il compagno di scuola
proseguendo nei primi tornei tra amici, dove
ognuno aveva un regolamento tutto suo, tant’è
vero che prima di iniziare a giocare bisognava
mettersi d’accordo su quali regole usare per
non finire a litigare sull’effettiva validità di
una mossa o meno.
aics liguria / oltre gli orizzonti
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Il
distributore
> I ricordi di Arturo Parodi
Undici tappi
e una pallina: tutto
cominciò così
di Michele Cammarere
E
ntrando nell’ufficio di Arturo Parodi, figlio di Edilio, il
fondatore della Edilio Parodi snc, storica ditta di produzione
e distribuzione di giochi genovese, si capiscono molte cose.
Nella libreria, esposti con orgoglio, giochi, foto, trofei. C’è
una predominanza assoluta nel tipo di articoli disposti senza un
ordine preciso: domina il verde. Quel tipo di verde che tutti quelli che
hanno avuto a che fare con articoli del genere conoscono: il verde
Subbuteo. Si vedono scatole storiche, teche con miniature di calciatori,
la Coppa del Mondo di Subbuteo (quella vera, non una miniatura: il
John Waddington Trophy), svariati accessori d’epoca, e molti articoli
dell’erede del Subbuteo, Zeugo, il gioco di calcio da tavolo che adesso
la Edilio Parodi produce con orgoglio, lo stesso orgoglio con cui
Arturo Parodi inizia a darci qualche cenno sulla storia che accomuna
la sua ditta di famiglia ed il celebre Subbuteo. «Il Subbuteo è un
gioco inglese nato nel dopoguerra per intuizione di Peter Adolph racconta Parodi -, un ornitologo che diede a questo passatempo da lui
inventato il nome Subbuteo, nome latino del Falco Lodolaio, che in
inglese si chiama hobby. Per lui era un bell’hobby, e anche per gli altri
appassionati dell’epoca, che potevano reperire il gioco soltanto per
corrispondenza».
Signor Parodi, una volta entrati qui, guardando quello che
c’è sugli scaffali (foto d’epoca, omini, accessori e la Coppa
del Mondo di Subbuteo) si vede che il Subbuteo è stato parte
integrante della Edilio Parodi. Com’è nata quest’avventura?
«La storia è questa... Mio padre, Edilio, ha sempre avuto a che fare
con i giocattoli, e ovviamente a me e a mio fratello i giochi non
mancavano in casa. Nonostante ciò io e lui passavamo tantissimo
tempo a giocare con un gioco da noi inventato, fatto con i tappi delle
bottiglie, una pallina di cotone e due porte costruite con il Meccano. Vi
ricorda qualcosa? I tappi dovevano essere rigorosamente diversi uno
dall’altro, così come diversi uno dall’altro nella realtà sono i giocatori.
In questo modo scattava anche una sorta di collezionismo di tappi, un
gioco nel gioco. Un giorno mi fece andare nel suo ufficio, avrò avuto
12 anni, per mostrare il mio gioco ad alcuni rappresentanti di una ditta
genovese che produceva giochi in scatola. Non riuscirono a tirare fuori
nulla, forse non erano appassionati di sport, forse non ci credevano».
Bella responsabilità per un ragazzino di quell’età, suo padre
si doveva fidare molto di lei.
«Quando vedi due ragazzini giocare pomeriggi interi ad un gioco
qualsiasi è naturale cercare di scoprire cos’è che li interessa così tanto.
Io sono sempre stato un ragazzino creativo, ero alla ricerca della
modifica del gioco comprato nel negozio, il gioco così com’era non mi
divertiva più di tanto».
Così l’idea del gioco di calcio finì in soffitta?
«Per qualche tempo si, visto che la ditta genovese non tirò fuori nulla.
Poi, un giorno, mio padre lesse un annuncio su una rivista inglese
che vendeva questo gioco, Subbuteo, era un annuncio piccolino, lo
ricordo ancora. Vedendo che si trattava di un gioco di calcio gli scrisse.
Ricordo benissimo il momento in cui mio padre arrivò tutto trafelato
nella nostra casa di Gavi, era estate, con il pacco appena arrivato».
Vi ci buttaste a capofitto, immagino.
«A dire il vero no, eravamo impegnati a giocare con il pallone vero,
ma dopo cena aprimmo la scatola, e vedemmo il Subbutèo (come lo
chiamava mio padre) per la prima volta. Sistemammo il gioco, mio
padre assieme a mio fratello si impegnarono nel tradurre le istruzioni,
che erano in inglese e con mio cugino disputammo la prima partita,
sotto l’occhio perplesso di mio nonno, che osservava con le mani in
tasca. Ci furono subito le prime discussioni, io giocavo in punta di
dito, mio cugino con la classica e vietatissima bicellata. Passammo la
notte a guardare gioco e catalogo, erano davvero affascinanti».
Suo padre ne rimase affascinato come voi?
«Mio padre dopo ferragosto prese un aereo, ed andò a prendere
accordi con gli inglesi. A fine agosto 1971 arrivò un inglese con tutto
il campionario. Era il classico gentleman inglese, baffetti e cappello.
Speravamo con il suo arrivo di scoprire le regole del gioco che
fino ad allora non avevamo capito o che ignoravamo. Ma lui era un
commerciale, ne sapeva meno di noi...».
GENOVA | 1984
Bobby Charlton, icona del calcio inglese, in compagnia
di Edilio Parodi durante una visita di cortesia a Genova,
guarda il manifesto del torneo di Subbuteo alla fiera Primavera
3 / febbraio 2012
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GENOVA | 20 gen 2012
Arturo Parodi nel suo ufficio di Manesseno con una foto storica:
Bobby Moore e Gordon Banks, campioni del mondo nel 1966
con la maglia dell'Inghilterra, impegnati in una sfida di Subbuteo
E la storia partì, a quel punto.
«Si, la storia partì subito. L’inizio non fu dei più semplici, dovemmo
superare la diffidenza iniziale dei commercianti, il Subbuteo è un
prodotto particolare. Quando apri la scatola trovi piccoli pezzetti di
plastica, non è immediato come impatto. Ma superati gli ostacoli
iniziali il successo fu immediato. In Italia più di ogni altro paese, un
pochino in Inghilterra, ma gli appassionati, grazie alla vendita per
corrispondenza, erano già disseminati ovunque».
In Italia come sono nate le prime associazioni, i primi club di
appassionati?
«In Italia siamo stati quelli che ci hanno creduto di più. Mio padre per
gli appassionati ha fatto un lavoro incredibile. Aveva creato una rete di
rapporti con i club, tutti scrivevano a noi e lui li metteva in contatto.
Senza distinzioni: nord, sud, cercava di far giocare tutti. E ci riusciva».
«Arrivò
un inglese,
speravamo
ci spiegasse
le regole:
eravamo già più
esperti di lui...»
«Zeugo è
il gioco perfetto.
Performante,
curato. Ma
oggi è difficile
vendere un
prodotto così»
Anche la distribuzione era piuttosto diffusa. Già nei primi
anni '80 le scatolette verdi del Subbuteo si trovavano ovunque.
«Si, c’era una buona distribuzione. Erano altri tempi, funzionavano
le piccole realtà familiari, non i grandi centri commerciali ed i grandi
gruppi. È a causa del loro arrivo che siamo arrivati a questa crisi.
L’unico modo per uscirne sarebbe mettere in condizione il piccolo
commerciante di poter competere con i grossi marchi. È difficile ma è
un passo che dovrebbe essere assolutamente fatto».
Come la Hasbro, attuale proprietaria del marchio Subbuteo.
Una grossa multinazionale che, a detta di molti giocatori di
Subbuteo, ha compromesso la buona salute del marchio.
«La Hasbro è una grossa azienda, grandi capitali, grosse possibilità
economiche. Escono con dei giocattoli senza assolutamente
considerare di vendere un bel gioco o meno. Loro devono soltanto
vendere. Imporre un gioco al commerciante che funziona solo grazie
aics liguria / oltre gli orizzonti
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LONDRA | 1977
Foto dall'album dei ricordi
della famiglia Parodi:
Giovanni Battista (a destra)
a Wembley con Kevin Keegan
(secondo da sinistra)
GENOVA | 1984
Nella foto grande,
Arturo Parodi impegnato
in una sfida al tavolo
da Subbuteo contro
Bobby Charlton
È piuttosto incredibile che una grossa azienda come la
Hasbro non sia riuscita a valorizzare il marchio Subbuteo,
non crede?
«Ribadisco il concetto di prima. Il Subbuteo non è un articolo
facile, non è un articolo da grossi numeri. È un articolo che vende se
trattato in un certo modo. Non puoi aspettarti grandi numeri, ti devi
accontentare di tanti piccoli numeri, che sommati insieme fanno un
successo. Ci vuole cura, per il cliente e per il rivenditore».
Per parlare di date, quando è arrivata Hasbro?
«Abbiamo continuato dal 1971 al 1995, quando è arrivata la lettera
di Hasbro, nuova proprietaria del marchio, che ci licenziava. E ci
imponeva di interrompere il lavoro e distruggere lo stock. Avevamo
un contratto decennale, ma la legge inglese considerava inaccettabili
contratti così lunghi. Così Hasbro ha potuto fare quello che ha fatto.
Anche forse grazie al suo potere economico, forse. Così è iniziata la
battaglia legale, purtroppo senza successo».
Le faccio una domanda particolare: quando avete ricevuto
la lettera di licenziamento, avete deciso di lottare più per un
discorso economico o di cuore?
«Tutte e due, praticamente Subbuteo era il 70% del fatturato, ma
non solo: era la parte “determinante” del fatturato. Con Subbuteo
andavo nei punti vendita ed avevo una carta commercialmente forte.
Senza il Subbuteo non ti rispetta più nessuno, per molti motivi. E
poi era l’articolo su cui avevamo investito 25 anni di lavoro, ormai
era un affare di famiglia. E poi, cosa non trascurabile, mio padre
ha contribuito in modo determinante per migliorare il gioco stesso.
Era lui a chiedere nuovi accessori e modifiche. Subbuteo ha avuto
l’assortimento che aveva anche e soprattutto grazie a mio padre».
A proposito di accessori, io ho sempre immaginato da piccolo
che i figli di Edilio Parodi avessero chissà che accessori e
chissà quante squadre... È così?
«No, abbiamo sempre avuto un campo normalissimo, niente stadi,
niente super collezione di squadre. Certo, potevo cercare con più
facilità quelle che piacevano a me, ossia quelle con basi più larghe».
Com’era il rapporto con i club e le associazioni?
«Io ho iniziato a lavorare qui per seguire proprio i rapporti con gli
appassionati. C’era chi chiedeva regole, chi chiedeva come organizzare
un torneo e chi chiedeva di organizzare un campionato. Adesso il
rapporto è un po’ cambiato, prima c’erano i campionati di Subbuteo,
adesso si sono trasformati in campionati di calcio da tavolo, con
materiali diversi, non solo targati Subbuteo, quindi progressivamente
sono un po’ calati, non essendo noi totale punto di riferimento».
Per ciò che riguarda i materiali com’è cambiato Subbuteo
negli anni?
«Subbuteo non ci ha mai seguito quando gli chiedevamo di produrre
un gioco più performante. Volevamo un gioco che “giocasse”
meglio. Il Subbuteo con l’omino degli anni '70 giocava meglio. Una
questione di materiali. A metà degli anni '70 la ditta faceva fatica a
soddisfare le nostre richieste in fatto di ordini, perché la produzione
passava obbligatoriamente dalla colorazione che allora era affidata
alle famiglie della zona, che coloravano a mano ogni singola
miniatura, così iniziarono a produrre in maniera automatizzata in un
nuovo stabilimento, a Leeds. L’omino che veniva prodotto nei nuovi
stabilimenti era il famoso omino zombie che, oltre ad essere brutto
esteticamente, era brutto per giocare. Abbiamo lottato moltissimo
per far cambiare quel tipo di miniature, ci siamo riusciti con mille
difficoltà, anche se non è mai stato come il primo prodotto».
Com’è finita la storia con il Subbuteo?
«Dopo tantissimi problemi legali con Hasbro, che aveva iniziato una
produzione massiccia del Subbuteo, ribadisco, senza nessuna cura
per il gioco, noi iniziammo a produrre Zeugo, che era, per noi il gioco
di calcio da tavolo perfetto: fatto bene, performante, un gioco fatto
per divertirsi. Subbuteo veniva prodotto in serie, stampato, dipinto
dalle macchine, senza nessuna cura per la giocabilità. L’amarezza sta
nel fatto che i commercianti, compresi quelli genovesi, sceglievano
di vendere Subbuteo, per il nome e per il prezzo più competitivo del
nostro, nonostante fosse il nostro il gioco migliore. Non c’è più cura
per il prodotto per quello che riguarda queste grosse ditte. Si torna al
problema di fondo, i piccoli non sono in condizione di competere con
i grandi, loro hanno soldi, pubblicità, potere economico e persuasivo.
I negozi chiudono, rimane solo la grande distribuzione, che vende il
prodotto del grosso produttore».
Un po’ di amarezza per come è finita la storia con Subbuteo è
palpabile. D’altronde Edilio Parodi e tutti i suoi collaboratori sono stati
davvero fondamentali per la diffusione, il miglioramento, e l’ingresso
di Subbuteo nel mito. Un gioco importante, che grazie a questa ditta di
gente seria ma soprattutto appassionata è potuto diventare quello che
è stato, è e sarà per sempre nell’immaginario di tutti: un gioco mitico,
che ha fatto innamorare milioni di persone in tutto il mondo.
25
3 / febbraio 2012
alla pubblicità e alla forza commerciale. Nonostante il prodotto magari
possa non essere valido. A me non piacciono i giocattoli di oggi,
poca creatività. Gli unici negozi di giocattoli che mi piacciono sono
quelli che trattano il gioco educativo, quelli che non trattano giocattoli
iperpubblicizzati, quelli che stanno attenti alla qualità del gioco, dei
materiali, che aiutano il bambino a crescere. Le grosse aziende non
fanno attenzione a questi piccoli particolari».
aics liguria / oltre gli orizzonti
26
Il
circolo
> Enzo De Bastiani
e la rincorsa del
Cts Genova
alla promozione
Quelli che non smettono di giocare
E
nzo De Bastiani e il Cts Genova, nel segno del Subbuteo. Un
gioco, spesso appellato sport da chi lo pratica, in declino ormai
da anni, praticato quasi solo da chi lo praticava già negli anni
Settanta, Ottanta e Novanta. Come un’automobile degli anni
Trenta. Difficile trovare i ricambi. Ma difficile anche da dimenticare,
se ha significato qualcosa. E per i ragazzi degli anni Settanta, Ottanta
e Novanta, il Subbuteo ha significato molto. Per alcuni - tanti -,
semplicemente era tutto.
La scomparsa del settore giovanile
Cose che forse gli adolescenti di oggi non possono capire, come
quando gli stessi ragazzi degli anni Ottanta o Novanta sentivano
i nonni raccontare dei giochi spartani della loro infanzia, o anche
peggio, di quando a 20 anni erano già in guerra. Invece di giocare con
gli amici. Stesso effetto nei giovani di oggi, probabilmente. Abituati
a divertimenti molto più plug and play, molto più diretti, veloci
nell’avvicinamento, nel consumo. E nella dimenticanza. Forse meno
legati ad ingegno e senso pratico. Senza dubbio, meno romantici. Si
parla, naturalmente, dei videogiochi. Nominarli ad un subbuteista
come Enzo De Bastiani è come bestemmiare in chiesa. De Bastiani sa
cosa il movimento videoludico ha fatto al Subbuteo e che cosa ancora
gli sta facendo. «Ne ha ucciso il settore giovanile - dice il presidente
del Cts Genova -, l’ho visto con i miei occhi seguendo il club, che
ho fondato qui a Genova nel 2007. Non c’è niente da fare, qualcuno
eravamo riusciti ad introdurlo, intendo juniores sotto i 14 anni, ma poi
di f. past.
si sono persi tutti. Vedo purtroppo che anche negli altri club si fa una
fatica matta per tenere in piedi un settore giovanile ormai pressocchè
inesistente».
All'inseguimento di Sanremo e La Spezia
Numeri, i coristi di De Bastiani. In Italia, attualmente, sono circa 1000
i tesserati presso la Fisct, Federazione Italiana Sport Calcio Tavolo.
Un po’ pochini, paragonati alle centinaia di migliaia di giocatori di
solo dieci o venti anni fa. Tra questi, giovani non ce n’è. O ce n’è
pochi. De Bastiani però non si scoraggia e tiene duro. «Dal 2007,
sono passati di qua circa 52-53 soci, ora sono appena 8 quelli
ufficialmente iscritti. Capisci che abbiamo dovuto regolamentare
meglio la situazione. Attualmente, accettiamo solo persone che
hanno voglia di competizione e di impegnarsi in questo gioco.
Non avendo nemmeno una sede, non possiamo più prendere tutti e
disputare dei tornei interni, insegnando a giocare. Prima, eravamo
a San Bernardino (le alture sopra Manin, ndr), ci avevano messo a
disposizione un locale e si giocava lì. Avevamo anche la possibilità
di organizzare degli open, come abbiamo fatto due anni fa. Ma
poi abbiamo perso pure la sede e così giochiamo nel bunker di un
nostro amico, in attesa di reperire un locale». Nonostante questo, il
Cts sta per salire in Serie C. L’obiettivo è andare a prendere i rivali
di Sanremo, attualmente in B. «Siamo partiti dalla D, che è l’ultima
categoria, quindi la prima quando sei nuovo. Il mio obiettivo
iniziale era riprendere la gloriosa tradizione del Subbuteo genovese,
che tanti campioni e tanti titoli ha regalato nel corso degli anni.
Purtroppo, verso il 2000 circa, si è chiuso quel fantastico ciclo
e con fatica, adesso, stiamo cercando di recuperare la storia.
Abbiamo in squadra una vecchia gloria come Valentino Spagnolo,
certamente il più forte giocatore ligure, vincitore dello Scudetto,
di vari titoli regionali e di un Campionato Italiano. Poi, ci sono
parecchi talenti diciamo pure emergenti, ragazzi di 30 o 40 anni che
hanno voglia di fare bene e provare a vincere qualcosa. Per questo
ho ragionato sulla chiusura del club, diciamo su un numero basso di
persone che potesse essere il più competitivo possibile. In Liguria
siamo i più giovani, i club di La Spezia e Sanremo iniziano a patire
la situazione, perché stiamo andando a prenderli, nonostante siamo
attivi da pochi anni».
Oggi si gioca a Calcio Tavolo
Attivi ed entusiasti. Il Cts ha una maglia personalizzata, come
le vere squadre di calcio, con la croce rossa di Genova sul petto,
rigorosamente in campo bianco, i nomi e i numeri sulla maglia.
Insomma, i ragazzi di De Bastiani fanno sul serio. «Ma anche il
Subbuteo è cambiato - racconta il presidente -, oggi si definisce
infatti Calcio Tavolo. È un’altra cosa. Si gioca con materiali più
professionali, molto più costosi di prima e disponibili quasi solo
online, tramite i produttori, direttamente. Senza più passare per i
negozi, come succedeva un tempo. Gli omini sono costruiti con
materiale infrangibile, con basi equilibrate, tutti uguali e non si
rompono praticamente mai. Prima invece era ben diverso. Diciamo
che il Calcio Tavolo, attualmente, può essere avvicinato di più
al concetto di biliardo. Credo che sia meno ruspante di prima,
ma più spettacolare, magari una cosa più da adulti, ma direi più
spettacolare».
Tra sponsor e nuovi materiali
I materiali, dunque, hanno cambiato non poco la conformazione del
movimento, un movimento già minato dall’avvento dei videogiochi,
poi trasformato in maniera netta dall’evoluzione dei materiali. Che ha
generato giocatori più livellati, grazie alla maggiore facilità di ottenere
risultati accettabili. Un po’ come nello sport in generale, dove invece
del talento, si notano assai di più il ritmo, la forma e la prestanza
fisica, la tattica. Il vecchio Subbuteo, probabilmente esiste solo negli
armadietti degli appassionati. Oggi, si parla di Calcio Tavolo. «Il
Subbuteo infatti non è più accettato nelle competizioni ufficiali - dice
De Bastiani -, si gioca con i materiali moderni. Tutti hanno le squadre
di nuova generazione, perché funzionano molto meglio. Tutti hanno
anche degli sponsor, ma di nuovo sono nella situazione di paragonare.
Penso ad esempio al clan di Pes - Pro Evolution Soccer, il famosissimo
videogame sul calcio -, che riceve una cifra parecchio importante da
Hitachi, circa 12.000 euro, ed ha molti ragazzini al suo interno. Noi
dobbiamo ringraziare il nostro sponsor Carige, che ce ne da 300...
Le dimensioni sono molto diverse. Qui a Genova non c’è più grande
passione, ci sono solo alcuni giocatori che non mollano, ma per essere
competitivo devi prendere degli extra-regione. Come nel nostro caso.
Ne abbiamo quattro su otto. Non è che vengono a vivere qui come nel
calcio vero, ci vediamo ai tornei, però non fanno parte della nostra
scuola».
Sempre in campo
Mentre cerca di fondare la sua nuova scuola, Enzo De Bastiani pensa
già alla prossima tappa. Modena, tra due settimane. Un open cui il
Cts parteciperà. «Ci saremo, con la solita voglia di far bene. Poi, ad
aprile, si svolgeranno gli Italiani e la Coppa Italia a Montecatini,
dove la federazione ha a disposizione dei locali per far disputare le
partite. Speriamo di fare bene e di centrare l’obiettivo principale di
quest’anno, che ripeto: andare in C».
PER SAPERNE DI PIÙ
Da segnalare infine il sito del Cts, curatissimo e ricco di curiosità, risultati,
commenti ed immagini: www.ctsubbuteogenovaclub.blogspot.com
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3 / febbraio 2012
CTS GENOVA
Tre foto di gruppo per i ragazzi del Cts: nelle due sotto,
sempre al centro, la vecchia gloria Valentino Spagnolo
insieme al presidente Enzo De Bastiani (foto Luca Rajna)
aics liguria / oltre gli orizzonti
28
Il
giocatore
> Francesco Conti,
per anni ai vertici, racconta il suo
Subbuteo
Ricordi, vittorie e rimpianti di un talento
«Occhio a sbagliare col portierino...»
di f. past.
L
’aspetto romantico del Subbuteo lo incarna un giocatore in
particolare. Il genovese Francesco Conti, che oggi ha 30
anni, e da dieci si è ritirato dai tavoli, dopo aver vinto due
campionati italiani espoire (1998 e 2000), uno juniores (1995)
e due masters. Ed essere stato per cinque anni, tra il 1992 ed il 1997 il
numero uno nel ranking juniores del nostro paese. Ci sono anche due
finali perse nella carriera di Conti, a testimonianza di un curriculum
da uomo sempre in fondo alle competizioni importanti. Fino al
declino delle motivazioni e dunque anche dei risultati, giunto ad inizio
secolo, quando arriva il ritiro definitivo. Di cui diremo. Non è però sul
palmares che bisogna concentrarsi, per raccontare questa storia. È sugli
aneddoti. Il palmares parla sì di un vincente, ma anche e soprattutto di
un ragazzino che amava questo gioco e che lo ha saputo interpretare in
una forma davvero singolare.
Il rimpianto del portierino
Incontriamo Conti in un contesto particolare, alla mostra Arte
Genova 2012, alla Fiera di Piazzale Kennedy. La chiacchierata si
svolge tra un dipinto di J. Peter Witkin, uno di Serrapiglio, Cristini,
Claudio Monnini e il divertente e dissacratorio Glory Hole di Adolfo
Maffezzoni. Questo inizialmente. Ma l’intervista vera, quella dove
il ragazzo di Oregina tira fuori le cose migliori, arriva lontano dal
trambusto del via vai e degli occhi che rincorrono le immagini.
Saliamo al piano superiore del padiglione C. L’obiettivo è fumare
una sigaretta. Dentro è naturalmente vietato. Ci sono due sedie
da bar, di plastica bianca, in fondo, tra frigoriferi della Coca Cola
GENOVA | 6 feb 2012
Una delle scatolette da gioco di Francesco Conti
vantaggio acquisito e dunque la possibilità di vincere gli US Open,
iniziati da perfetto sconosciuto con un rusticissimo sponsor sulla
polo. Ma, alla fine, manda la palla di là, come voleva. Scatenando il
delirio del pubblico. Situazione simile per Conti, che dalla sconfitta
contro Intra, tira fuori una carriera da dieci e lode. «È iniziato tutto
lì - prosegue -, prima avevo giocato solo un torneo regionale con
mio cugino, con il quale in quel periodo trascorrevo molto tempo.
Pure lì persi in finale, 5-0 contro il Milan di un tal Bussetti. Era stato
un buon risultato, come prima apparizione. Iniziai ad allenarmi e a
credere di poter fare bene. E, soprattutto, conobbi i miei compagni del
Genoa Club, importantissimi per me. Paolo Musso, Davide Massino,
Fabio Malvaso, Andrea Lampugnani, tutti più grandi di me, tra i trenta
e i quarant’anni. È stato con loro che ho diviso le giornate più belle e i
ricordi migliori, legati soprattutto ai tornei a casa di qualcuno, quando si
facevano triangolari e quadrangolari e in palio c’era l’onore. Ricordo un
altro aneddoto divertente. Si giocava a casa di mio cugino, che chiamava
un amico ai piani superiori del palazzo, facendogli uno squillo sul telefono
fisso - c’era solo quello - in caso di sfida singola e due in caso di torneo a
più squadre. Dopo un po’, lui scendeva e si giocava. Una volta, in uno di
questi tornei, Gianluca Ferraris, l’amico del piano di sopra, giocatore mai
arrivato in ranking, subì gol e l’omino andò fuori dal campo dopo il tiro
dell’avversario. Con un grandissimo calcio al volo, Ferraris colpì l’omino
che sbattè su un lampadario, rimbalzò sul muro e cadde distrutto a terra.
Era uno dei pibe. I pibe erano i fenomeni, i giocatori fatti meglio delle
scatole, quelli che ti esaltavano di più. La rottura di un pibe significava la
fine di un’era. Doveva generarsi un altro pibe, un altro leader in campo
e non era una cosa che potesse accadere così facilmente. Fu una scena
incredibile, che non dimenticherò mai».
Imparare a vincere
Altro aneddoto che fa capire come Conti intendesse il Subbuteo. «Il
viaggio per i nazionali espoire di Cosenza, nel 1998. Tutto in macchina
da Genova. Io, D’Ercole, Malvaso e un altro ragazzo. Ci fermammo
nella notte a Pisticci, provincia di Matera, nel luogo di origine della
famiglia di Malvaso, ospitati da suo zio. La mattina dopo, ripartimmo
per Cosenza, dove giocammo e io vinsi il mio primo titolo espoire. Ma
è il viaggio la cosa che ricordo con più gioia, fu davvero emozionante.
Con questi ragazzi e soprattutto con Malvaso, la persona con cui
adoravo di più fare le trasferte, mi faceva morire dal ridere». Conti
parla poi di un altro personaggio importante nella sua carriera: Paolo
Musso. «È stato Musso, che al tempo aveva trent’anni più o meno,
ad insegnarmi a vincere. Vincere è una cosa che si impara, non vinci
sempre perché sei più forte. Vinci perché sai vincere. È una abilità
mentale, la capacità di gestire la pressione e di esercitare tattiche utili
in quel determinato momento. Ricordo che Musso girava attorno
al tavolo e mi dava un sacco di consigli quando ero agli inizi. Una
volta addirittura si fece espellere perché era troppo nervoso. Non so
cosa vide in me, però aveva smesso quando mi conobbe e dopo ha
ricominciato a giocare. Forse gli ho dato una seconda giovinezza, non
lo so. Sicuramente lo devo ringraziare, perché senza di lui non so se
sarei riuscito ad ottenere tutti i successi che ho ottenuto».
Olanda e Argentina
abbandonati ed un tavolaccio, di plastica pure quello. Vicino a noi
il grande portone dell’uscita di sicurezza. Un angolo che ricorda un
film di Fellini. Ci sediamo e si comincia. Questo il primo aneddoto
che fa capire la mentalità del giocatore. «Avevo 11 anni - inizia Conti
-, stavo giocando la finale del mio primo torneo nazionale, il Guerin
Subbuteo, sentitissimo. Contro un avversario davvero forte, Efrem
Intra, che poi è diventato un campione e ha vinto anche il Mondiale (in
Germania, nel 2006, ndr). Perdevo 2-0, sono riuscito a recuperare e a
pareggiare la partita, portandola ai supplementari. Lì, mi è capitato di
dover recuperare un pallone col portierino, un colpo non difficile, ma
neanche facile. Sbaglio. Quando sbagli col portierino, il portiere non
ce l’hai più e tocca all’altro, che ti fa gol a porta vuota. Sbaglia anche
Intra. Ho la possibilità di giocare quel pallone decisivo in un modo
diverso, più sicuro. Ma ci riprovo col portierino, perché non accetto di
non esserci riuscito. Sbaglio ancora. Intra stavolta no e mi fa gol. Perdo
la finale ed il titolo. Non sono mai riuscito a vincere il Guerin Subbuteo
nella mia carriera. È il più grande rimpianto, che mi porto dentro ancora
oggi». Quel giorno, a vedere il torneo, che si disputava a Genova, c’erano
molti appassionati e giocatori di Subbuteo da tutta Italia. Qualcuno disse
a Conti: «Bravo, non te la sei fatta addosso - ricorda lui -. O qualcosa del
genere. Lì si è capito che potevo dire la mia».
Esordi, applausi e pibe
Qualcuno forse ricorda il film Tin Cup, con Kevin Costner. Quando
all’ultima buca il golfista impersonato da Costner tenta un colpo
impossibile, finendo in acqua. E ci riprova fino a perdere tutto il
Torniamo un attimo indietro, al 1995, anno in cui Conti vince il suo
primo titolo nazionale, l’unico nella categoria juniores. «Vinsi con
l’Olanda a base arancione, contro il torinese Cammarata. Un match
teso, perché lo sentivamo tutti e due, fu anche una gara bruttina. La
semifinale invece mi lasciò un sapore particolare. Affrontai Zizola,
sardo, accreditato da tutti come l’uomo da battere. Ce le demmo
di santa ragione, fu una partita bellissima. Vinsi io a piazzati. Non
avevo un gran tiro, ma qualcuna sono riuscito a vincerla, come quella
partita lì, che segnò sicuramente il prosieguo della mia carriera di
subbuteista. Mi portò in finale e riuscii ad ottenere il primo titolo. Da
lì, presi fiducia e non mi fermai più. Vincevo quasi tutti i tornei cui
partecipavo e rimasi in cima al ranking juniores per cinque anni».
Conti era diventato l’uomo da battere. Poi, il salto nella categoria
espoire, tra juniores e senior. Che regala al genovese altri due titoli
nazionali. Vinti con l’Argentina, non più con l’Olanda. «Abbandonai
l’Olanda, in un primo momento per un Parma con cui giocavo
benissimo ma non vincevo niente. Poi presi ad usare l’Argentina con
base gialla, l’Argentina All Stars. Con cui ho vinto due italiani e due
master. C’erano Batistuta, Maradona, Kempes e Caniggia sulla destra,
con fascia e capelli disegnati, malissimo, da me. Cercavo sempre di
mettere un po’ di romanticismo nelle mie squadre».
Mondiali? No, grazie
Il 2000 è l’ultimo anno di successi per Conti, che vince il suo secondo
espoire, dopo la partecipazione del 1999 agli europei di Rotterdam.
Non particolarmente fortunata. «Giocammo sia a squadre che in
singolo - ricorda -, ho ancora la maglia della nazionale a casa,
naturalmente. Perdemmo contro il Belgio e io persi anche in singolo.
Ricordo una fortissima giocatrice belga, l’unica donna contro cui
«Il Guerin
Subbuteo era
sentitissimo.
Ho perso
in finale, è il mio
rimpianto
più grande»
«Girai una vhs
con Antonio
Cabrini, che
sbagliava tutte
le battute. Finì
nelle scatole
del Subbuteo»
abbia mai giocato. La fecero entrare dopo, finimmo 0-0 e perdemmo ai
punti, visti i risultati delle altre partite. Ma veramente questa ragazza
era fortissima». Nel 2000, si disputa il Mondiale seniores a Vienna.
Conti ha 19 anni, è convocato, ma rifiuta di partecipare. È il primo
segnale di una rottura che ben presto diventa irrecuperabile. «Rifiutai
di partecipare, in fondo forse sapevo di non poterlo vincere e non mi
piace scendere in campo senza poter lottare per il primo posto. Questo è
un motivo. Un altro è che avevo perso gli stimoli. Non mi allenavo più.
Mi sono sempre allenato pochissimo, ma lì proprio non facevo più niente.
Poi avrei dovuto pagarmi l’aereo e non volli. Così rifiutai e restai a casa».
Niente Mondiale, che Conti non giocherà mai in carriera.
Il distacco
Successivamente, un italiano seniores a Bologna, dove il ragazzo di
Oregina non brilla più come in passato ed esce presto. A questo punto,
l’addio. Improvviso e netto. «Smisi, per molti motivi. Il gioco era
cambiato, la mia federazione anche. Ne esisteva una nuova che non
mi piaceva più. Le strumentazioni evolute poi, avevano stravolto la
maniera di giocare. Con le squadre con la stecca e i campi con cui ho
iniziato a giocare io, dovevi avere talento per emergere. Quando sono
arrivati l’astropitch e le profi-base, il livello si è stabilizzato verso
il medio. Molti giocatori, che prima non riuscivano ad esprimersi,
tramite le tecnologie più avanzate, hanno cominciato a vincere partite
che prima non avrebbero mai vinto. È successo un po’ ciò che succede
nel tennis moderno. Anche perché il Subbuteo è molto simile al tennis,
come mentalità. E come modo di redarre le classifiche, anche. Ora non
c’è più un Edberg che va a rete e vince i tornei, ora ci sono giocatori
solidi, fisicamente fortissimi e con un cuore ed una corsa eccezionali.
Ma talento poco. Secondo me, nel Subbuteo è successa la stessa cosa».
Quella volta, io e Cabrini
Così Conti esce da vincente, senza essersi però mai realmente misurato
in un mondo seniores che non lo vedeva più stella. Il ragazzo di
Oregina non ne aveva più voglia. Così almeno dice lui. Gli restano
gli amici, i ricordi, le coppe ed una vhs molto speciale. «L’evento
Subbuteo girato a San Marino con Antonio Cabrini - ride -, sì, fu
una giornata molto divertente. Credo fosse all’interno di un Milan
Camp o una cosa del genere. Restammo lì una settimana. Io andai
giù con Alberto Villa, che era presidente fondatore dell’Aicat e mi
aveva portato là perché ero il campione juniores. Villa è quello che ha
creduto di più nella promozione del Subbuteo, in assoluto. Avevo 14
o 15 anni, non ricordo bene. Non eravamo preparati alle telecamere,
alle luci, alla regia. Inventavamo i testi e Cabrini sbagliava sempre le
battute. Io me la cavai discretamente, feci i colpi che dovevo fare e
la cassetta finì nelle scatole del gioco, del Subbuteo». E nell’armadio
di Conti, insieme a tutta l’attrezzatura, che ormai non esce di lì da un
pezzo. Chissà se un giorno l’ex campione italiano ci ripenserà. «Non
so se ora sarei più all’altezza, dovrei giocare e vedere. Di sicuro, se
ricominciassi, non potrei più usare la mia Argentina All Stars. Quella
squadra ha vinto tutto, posso giocarci solo a casa di qualche giocatore,
in amichevole. Serate di livello e di ricordi. Se rientrassi, dovrei farlo
con una squadra nuova. Quel tempo è finito».
29
3 / febbraio 2012
GENOVA | 6 feb 2012
Francesco Conti, 30 anni,
genovese di origini greche:
per anni, in gioventù,
uno dei talenti più puri
dell'intero panorama
subbuteistico nazionale.
Ha anche partecipato
ad un corso in videocassetta
insieme ad Antonio Cabrini
aics liguria / oltre gli orizzonti
30
GENOVA | 6 feb 2012
Quattro squadre della collezione
di Francesco Conti: Liverpool, Inghilterra,
Camerun e una dettagliatissima Lazio
1 3/ /novembre
febbraio 2012
2011
31
aics liguria / oltre gli orizzonti
32
SUBBUTEOPIA | Primavera 2012
Sotto, il logo di Subbuteopia, in arrivo a primavera.
A destra, l’inglese Stephen Moreton e il suo Stadium of Fingers:
il campo da Subbuteo più grande del mondo [foto: subbuteopia.com]
Cinema > Un
regista e un musicista portano il subbuteo sul grande schermo
Il sogno di Davide e la sfida a Golia
Subbuteopia, il documentario
di Federico Pastore
C
’è un luogo segreto,
dove respira un sogno,
un sogno che non è da
nessuna parte, eppure è.
Eutopia - buon luogo. Outopia
- nessun luogo. Subbuteopia.
Un progetto che rende corpo
il respiro e dal luogo segreto,
lo conduce dove le persone lo
possano vedere. Al cinema e sui
supporti dvd.
L’idea e i fondi
Subbuteopia nasce dall’idea
del regista Pierr Nosari e del
musicista Enrico Fontanelli,
supportata dalle case di
produzione Pop Cult e La Società
Sintetica, entrambe indipendenti
e specializzate in documentari
creativi. Un altro grande aiuto,
il non luogo del Subbuteo lo
riceve dal portale Verkami.
Che cos’è Verkami? Molto
interessante andarlo a scoprire.
Verkami è un crowdfunding.
Come i bambini, a domanda
risponde un’altra domanda.
Che cos’è un crowdfunding?
Isolando le due parole inglesi
che compongono il nome,
si capisce che una è crowd,
gente, l’altra funding, fondi. I
fondi dalla gente, intesa come
comunità. Una comunità libera,
che dona ad un progetto se il
progetto la interessa, senza né
costrizioni, né vincoli. Funziona
così. Un artista indipendente ha
un’idea, intende realizzarla, ma
gli mancano i fondi. Cruccio di
molti giovani e meno giovani
sognatori. Scopre Verkami,
pubblica il suo progetto in
una pagina dedicata del sito
ed ha 40 giorni di tempo per
raccogliere adesioni e dunque
sovvenzioni. L’offerta è libera,
si va dai 10 euro ai 500, ai
1000, ma anche oltre. Un
singolo privato può donare
ciò che desidera. Chiaro che,
più alta è la somma, più alta
è la ricompensa. Nel caso di
Subbuteopia, documentario
fortemente voluto da Nosari
e Fontanelli, il tetto da
raggiungere era 15.000 euro.
Per concludere le riprese e
realizzare la post produzione.
Obiettivo raggiunto
Il team che ha messo su
quest’idea proponeva in cambio
gadgets, quali magliette,
squadre, box esclusivi con
il dvd del film, biglietti per
le anteprime in programma
nel 2012/13 in tutta Italia e il
proprio nome o il logo della
propria associazione nei titoli di
coda del girato. Beh, i ragazzi
di Subbuteopia, attraverso
Verkami ed una lunga lista di
appassionati sostenitori, ce
l’hanno fatta! 15.750 euro
raccolti, anche oltre il limite di
15.000 fissato in apertura dai
creatori del documentario. 360
mecenati, sono chiamati così
- a ragione - i liberi donatori
sul circuito Verkami, hanno
appoggiato concretamente la
causa di Nosari e Fontanelli,
rendendo possibile dunque la
conclusione effettiva del film.
Film il cui trailer - in verità
in ben quattro versioni - è già
disponibile sul sito di La Società
Sintetica, casa co-produttrice
insieme a Pop Cult del progetto.
Le origini e le leggende
Si parla naturalmente
dell’ornitologo Peter Adolph, il
grande papà di Subbuteo, con
interviste ad amici e conoscenti
e riprese realizzate a Longton
Road, il paesino inglese da cui
tutto è partito alla fine degli
anni Sessanta. Poi, le curiosità
sul movimento sia passato
che moderno, con interviste
a personaggi di spicco del
Subbuteo di casa nostra, come
i fratelli Giovanni Battista ed
Arturo Parodi, figli del primo e
più grande importatore italiano
di Subbuteo, Edilio Parodi,
famosissimo tra gli amanti
di questo gioco. Oppure al
campione del mondo Juniores
del 1978, il pisano (d’adozione,
i natali sono genovesi) Andrea
Piccaluga, che a Londra proprio
nel ’78 battè 3-0 il tedesco Dirk
Barwald, diventando il primo
italiano a fregiarsi della corona
iridata (e di un’assicurazione
milionaria per il proprio dito).
Impresa riuscita poi nel 1982
anche a Renzo Frignani, sempre
contro un tedesco, Horst
Becker, ma questa volta nella
categoria Seniores.
Davide contro Golia
Subbuteopia non è però solo
cronaca di una vita vissuta
o un amarcord. I creatori
del progetto tentano di
dare un risvolto sociale al
documentario, portando alla
luce un movimento che nel
contesto attuale pare davvero
di nicchia. Quasi scomparso.
E’ utile ricordare che la
produzione di Subbuteo è stata
interrotta nel 2000, quando
Hasbro non ritenne più di
investire sul marchio che aveva
comprato poco prima, nel
1996, dalla storica proprietaria
inglese, la Waddingtons Games,
facendone l’ingranaggio di
un’industria che, limitandoci
ai dati del 2010, si stima abbia
ricavato circa 4 miliardi di
dollari. Un ingranaggio in cui
gli omini del Subbuteo non
si sono mai incastrati, troppo
abituati alle cure degli artigiani
che manualmente dipingevano
le loro gambe, visi e divise.
E dunque mal disposti alle
dozzinali cure di una catena
di montaggio automatica.
Così come chi poi gli omini
li anima, cioè i giocatori. Che
Hasbro non l’hanno mai amata,
perché realizzava un prodotto
senz’anima, non trasmetteva
la passione di mano in mano.
Erano omini freddi, dicono i
giocatori, e rispondevano anche
male sul prato. C’è infatti
chi spenderebbe un sacco di
soldi per una squadra prodotta
negli anni ’70. E chi ce l’ha,
non se ne priva. Insomma, a
volerla vedere un po’ più in
grande, Subbuteopia è Davide
contro Golia, come gli stessi
ideatori dichiarano nella
presentazione del progetto. Un
progetto certamente romantico
ed appassionato, che ha già
convinto 360 mecenati e che
aspettiamo di vedere presto
nelle sale italiane.
PIERR NOSARI
Regista e autore
ENRICO FONTANELLI
Autore
«Con questo
documentario
spero di portare
fortuna
all’Atalanta»
Le
ANDREA DALPIAN
Direttore della fotografia
«Giocavo
a Subbuteo
da solo. Il campo
era disegnato
sopra una tenda»
«Mai giocato.
Ma questa
potrebbe
essere la volta
che comincio»
GIUSI SANTORO
Produttore Pop Cult
«Perdevo,
e non mi
divertivo. Ora
però sì, che
mi diverto»
omini, palloni e dita... in 5 libri
pubblicazioni che meglio hanno saputo rendere il sapore di una sfida a
2008
2007
2010
2010
Subbuteo
2006
“Vite in punta
di dito”
“Storia illustrata
della nostalgia”
“Subbuteo...
o son desto?”
“Wembley
in una stanza”
“Flick about”
(libro fotografico)
Bungaloo Publishing Undici storie diverse nei
contenuti ma identiche nella
passione verso il Subbuteo.
Il calcio in punta di dito
visto nel suo aspetto più
feticistico, per quelli per i
quali il Subbuteo non è mai
stato e non potrà mai essere
solamente un gioco, ma
molto di più.
Daniel Tatarsky - Tatarsky
ripercorre dalle origini a
oggi la storia di un’impresa
e di un’utopia: dall’ipotesi
che fosse possibile “subbuteizzare” qualsiasi evento
del mondo reale, fino al momento in cui, incalzato dalla
concorrenza dei videogame,
il gioco è stato ritirato dal
mercato.
Nicola De Leonardis - Panni verdi, omini, colla e lunghi
pomeriggi con gli amici:
il Subbuteo è un gioco
creativo e interattivo con cui
portare alla vittoria realtà
locali che mai avrebbero
avuto tale possibilità, ma anche un grande strumento di
socializzazione, di incontro e
di nascita di amicizie.
Fabrizio Ghilardi - Il gioco
che ha appassionato migliaia di bambini accompagna
in questo nuovo libro i due
protagonisti, chini sul tappeto verde, a cavallo tra ’70
e ’80. C’è anche il mondo
degli adulti, incarnato dai
genitori, dagli insegnanti e
dal nonno, che regala ai due
fratelli l’agognato Subbuteo.
Charlotta Smeds - La
Smeds e’ una fotografa
(tanto brava quanto bella)
svedese che vive e lavora
a Roma, in Flick About è
riuscita nell’impresa di
rendere una perfetta unione
tra fotografia e Subbuteo,
esaltando il gioco del cuore
come mai nessuno era riuscito finora.
33
3 / febbraio 2012
SUBBUTEOPIA | Primavera 2012
Due immagini da una sfida di Subbuteo, ripresa
per il documentario sul calcio in punta di dito ideato
da Pierr Nosari ed Enrico Fontanelli [foto: subbuteopia.com]
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Football is on the table - TSC Black Rose `98 Roma