CONTESTO AMBIENTALE Parrebbe scontato precisare che non è possibile parlare di storia della famiglia dato che ogni epoca e luogo ha espresso più tipologie familiari estremamente diverse tra loro, ma questa puntualizzazione è d'obbligo e, forse, quanto mai opportuna oggi. Le diversità sono molteplici e a determinarle concorrono vari fattori, primo tra tutti quello economico, direttamente legato ad eventi ed assetti politici, strettamente connesso alle trasformazioni tecnologiche in campo produttivo e, quindi, in perenne trasformazione. Dal censimento del 10 febbraio 1901 risulta risiedessero in Carpi 4596 famiglie per un totale di popolazione di 22.894 unità; 1855 famiglie abitavano il centro, 3741 erano diversamente suddivise nelle 10 frazioni; 7262 individui abitavano la città,15.632 le frazioni. Scorrendo i censimenti successivi e fino agli inizi degli anni '50, si osserva un incremento demografico continuato ed abbastanza regolare, sia in città che nelle frazioni. Il 1953 segna l'inizio di un fenomeno assolutamente nuovo per Carpi e che risulterà essere incontrovertibile. La popolazione di tutte le frazioni, escluse Cibeno e Quartirolo, che sono gradualmente assorbite dalla città, comincia ad accusare un calo costante e sensibile: è l' inizio di una trasformazione formidabile che sovverte quello che fino a quel momento era stato l'equilibrio economico carpigiano, ossia: l'economia industriale prende il sopravvento su quella agricola. Carpi infatti era una cittadina la cui economia, fino ai primi anni '50, era fondamentalmente basata sull'agricoltura e sulla lavorazione stagionale del truciolo, che le era complementare e per la quale, era prevalentemente utilizzata manodopera a domicilio, quasi esclusivamente femminile, avviata a questa attività già a partire dalla primissima infanzia (1). La lavorazione del truciolo consisteva nel trarre dai tronchi di salice e di pioppo opportunamente coltivati poi scortecciati, delle paglie sottili ed estremamente flessibili ( trucioli ), uniformi per spessore, larghezza e lunghezza. Le paglie ottenute venivano poi intrecciate e andavano a formare una lunga treccia che esperte cappellaie, sia manualmente che a macchina, utilizzavano per confezionare cappelli. La produzione ed il commercio dei cappelli e della materia prima semilavorata utile alla loro confezione, che avveniva soprattutto all'estero, erano soggetti ai dettami della moda ed agli andamenti dei prezzi di mercato decisi, in particolar modo, sulle piazze di Parigi, Londra e New York. Ne conseguiva che questa attività alternava momenti di intensa produzione e guadagno, ad altri di grave crisi. I tempi di più intensa lavorazione si collocavano nel tardo autunno e nell'inverno, cosicché ad essa, oltre alla manodopera reclutabile in città che, perlopiù, veniva impiegata negli stabilimenti, poteva attendere a domicilio buona parte di coloro che lavoravano la terra: contadini e braccianti. Le tariffe paga degli operai di fabbrica erano sensibilmente più alte di quelle applicate al lavoro a domicilio. Questa discriminazione, specie nei momenti di crisi, diventava un forte strumento di ricatto verso le lotte operaie tese, dall'inizio del '900, ancor più che a miglioramenti salariali, alla conservazione o adeguamento ai costi della vita, delle tariffe praticate. Una guerra tra poveri in cui alla campagna era fatto giocare un ruolo conservatore. La stagionalità di detta lavorazione permetteva a pochissimi addetti di trarne un reddito sufficiente per vivere ed i pagliari, d'estate, erano anche muratori, imbianchini, falegnami, braccianti, ecc. Mentre le trecciaiole si trasformavano in mondariso e braccianti nei vari lavori campestri. L'inizio del '900, seppure con parentesi che potevano apparire di grandiosa trasformazione, segna il lento ma inesorabile declino del secolare truciolo (2), che nonostante fosse miracolosamente sopravvissuto agli eventi della prima guerra mondiale, poiché aveva saputo e potuto trasformarsi in industria mimetica ( alla fine del conflitto non riuscì più a riconquistare le antiche posizioni di prestigio sul mercato; ed il lavoro, sia in fabbrica che a domicilio, venne sempre più scarsamente retribuito, riaffermando la sua sussidiarietà e precarietà economica. Sull'onda di forti tensioni, sia con il padronato agricolo che con quello industriale, che vicendevolmente si addossavano la responsabilità dei magri redditi della manodopera (4), erano sorte leghe e forti movimenti cooperativi che non ebbero mai una vita facile, ma che seppero imporsi e costituirsi come esempio generalizzabile a tutte le categorie lavorative. Cooperative di trecciaie, pagliari, birocciai, falegnami, muratori, calzolai, sarti, ecc...; il fascismo stesso, pur apportando sostanziali modifiche agli statuti e pilotandone la gestione, ritenne inopportuno scioglierle (5). La memoria delle ragioni originali del loro sorgere non si è mai persa e, dopo la Liberazione, tutto ha potuto essere ripristinato. Alcune di queste società d'impresa, in corrispondenza al forte sviluppo economico locale, sono diventate realtà che si muovono sul mercato internazionale e che, di conseguenza, hanno, sul piano economico ed occupazionale, una grandissima importanza. In Carpi città, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, la disoccupazione e la conseguente miseria erano paurose fino a quando, proprio in ragione dei pericoli della guerra, qui si decentrarono la Magneti Marelli di Sesto San Giovanni ed una Sezione della Manifattura Tabacchi di Modena. Questi due opifici insieme impiegarono nei loro stabilimenti, in modo continuativo e non più stagionale come per il truciolo, circa 1500 maestranze, alleviando così la sofferenza economica di molte famiglie. Ma, già nel '44, oltre 800 unità lavorative, quasi esclusivamente donne, vennero sospese dalla Magneti Marelli ed i loro posti furono inappellabilmente soppressi nel '45. Con l' esperienza Marelli si crearono delle competenze meccaniche che divennero sostegno indispensabile alla creazione di un forte distretto metalmeccanico, attivamente operante nello sviluppo dell’economia carpigiana dagli anni '50 in poi (6). Finita la guerra, si riprofilava una nuova pesantissima crisi in cui non si vedevano prospettive di impiego se non nel settore dell'agricoltura che, peraltro, usciva dalla guerra in pessime condizioni, aggravate da patti agrari capestro imposti nel ventennio fascista che aveva cancellato i modesti benefici ottenuti con le aspre lotte del bracciantato e della mezzadria a partire dall'inizio del '900. Non è un caso che gli anni dal '20 al '44 siano caratterizzati da un forte movimento emigratorio ed immigratorio: a gente che non si adattava, costretta a cercare altrove condizioni di vita più accettabili, se ne sostituiva altra, ritenuta più malleabile e sovente reclutata in regioni più depresse della nostra. Il 24 aprile 1945 segnava per Carpi l'inizio di una liberazione i cui tempi reali di raggiungimento dovevano essere ancora lunghi e difficili e dove l'imperativo assoluto era, come dovunque, ingegnarsi per sopravvivere. Lo spirito d'ingegno, la cultura del e al lavoro, in quel tempo di necessaria ricostruzione, trovarono spazio per esprimersi creando le premesse di quelli che sono attualmente i due settori portanti dell'economia locale: il tessile/abbigliamento ed il metalmeccanico, attorno ai quali si è formato un notevole terziario di servizio. Nel 1993 la popolazione carpigiana è di 60.494 unità, suddivise in 23.071 famiglie; 49.420 sono i residenti in Carpi città. 4.792 famiglie hanno un solo componente, 6.690 ne hanno due, 6.212 tre, 3.998 quattro, 1033 cinque, 346 sei e oltre. Questa sinteticamente è la vicenda economica carpigiana imprescindibile da quella delle famiglie che, su questo territorio, si sono fin qui avvicendate. Fatta questa prima premessa ambientale, per entrare nella storia e nel costume delle famiglie carpigiane occorre operare una prima distinzione tra le famiglie di città e quelle di campagna, nettamente separate tra loro non solo sotto l'aspetto territoriale, ma anche ed in particolare, sotto quello sociale, benché fortemente connesse tra loro dal punto di vista economico. Vivere fuori o dentro la cinta muraria era segno di distinzione e, in un territorio seppur così ristretto, si riconoscevano le cosiddette ville di provenienza (oggi frazioni) dalle diverse inflessioni dialettali e ciò costituiva una discriminante. Riconoscere la provenienza era utile nell'inquadrare socialmente gli individui: una cosa erano coloro che abitavano su territori fertili, altra chi si confrontava con la durezza dei territori vallivi. Alfredo Bertesi, all'inizio del '900 caratterizzava le ville del carpigiano nel significativo seguente modo: " La trascurata Cortile/ La feudale San Martino/ La larga Cibeno/ Fossoli la rude e forte/ La gentile Migliarina/ La laboriosa Budrione/ La densa Quartirolo/ La grassa Santacroce/ La dilungantesi Gargallo//" Non sono mai corsi buonissimi rapporti tra città e campagna e questo dissapore ha origini lontane. Nel 1756 usciva una Grida "Sopra il non dover i Contadini abitare nella Città di Carpi" nei cui passi essenziali si legge: "Avendo i Signori Pubblici Rappresentanti supplicata l' A.S.S perché sia provveduto ai disordini, che di giorno in giorno nascono, e col progresso del tempo insorgerebbero dall' introdursi Famiglie e Persone del Contado in questa Città, e fissarvi la loro abitazione...con la presente pubblica Grida, la quale dovrà perpetuamente valere, si proibisce a qualunque Famiglia e Persona di ogni Sesso, che sieno solite a impegnarsi in faccende rusticali, il venire da qui in avanti ad abitare in questa Città, ed a qualsiasi Persona di Città, siasi di qualsivoglia grado e condizione, di dare loro ricovero a tal' effetto, sotto la pena di Scudi venticinque...Tutti i contadini, i quali dopo la pubblicazione della presente avessero l' ardire di contravvenirvi, oltre l'incorrere nelle suddette pene, saranno ancora infallibilmente scacciati di Città..." (7) Se il dissidio tra città e campagna poteva essere una norma generale fino ad un cinquantennio fa, dovuta anche al fatto che in città risiedevano i proprietari dei fondi, dai quali i contadini di ogni condizione si recavano per onorare le servitù contrattuali e per controllare e saldare conti che, sovente, nonostante il duro lavoro, vedevano il contadino in debito, a Carpi v'era una ragione in più che concorreva a rendere tesi e contraddittori i rapporti tra città e campagna: il truciolo. Carpi città aveva saputo mantenere per oltre quattro secoli un saldo controllo su tutta la produzione ed estendeva o riduceva la richiesta di manodopera alla campagna in ragione degli andamenti di mercato cosicché, le cicliche crisi di questa lavorazione erano avvertite in primo luogo proprio nelle campagne che, oltre vedersi ridotta la possibilità di guadagno, si confrontavano con una moltitudine di operai di città disoccupati che, autoproponendosi a tariffe competitive, si riversavano sul mercato della manodopera nel settore agricolo. Per la mietitura del luglio 1909, " Luce " esce con un articolo di denuncia a cura di un leghista di Cibeno da cui si apprende: " Anche quest'anno nel lavoro di mietitura si verificano gli inconvenienti degli anni scorsi. Molti operai non braccianti , specialmente quelle infinite categorie dell'industria del truciolo, si riversano sulle campagne a mietere il frumento, sottraendo alla classe braccianti...molte giornate di lavoro... contribuendo a ridurre alla metà ed anche a meno le giornate di lavoro... recano danni non indifferenti. Ma v'è di peggio. Da parecchi anni anche i braccianti hanno aumentato le proprie tariffe e diminuito gli orari. Gli operai non braccianti, i quali non possono e non pretendono di essere abili come i braccianti, non ci tengono a far osservare gli orari e le tariffe, pur di rimanere occupati. In questo vengono a far concorrenza ai braccianti...I padroni e conduttori di terre a sua volta essendo necessariamente avversi e cattivi contro gli aumenti di paga dei braccianti, cercano, per quanto possono, di occupare gli altri per lasciare disoccupati questi..." Questa regola si inverte nel secondo dopoguerra, quando il truciolo, ridotto ai margini del mercato sul quale si poneva esclusivamente come prodotto mediocre, sempre più serrato dalla concorrenza dei paesi medio orientali, non trova più manodopera disponibile ad essere remunerata con tariffe da terzo mondo ed, allora, ed esso si continuarono a dedicare solamente le donne di campagna e le anziane di città. Assieme alla scomparsa di queste, per il truciolo era segnata una fine irreversibile. A Carpi comunque, coloro che abitavano fuori, venivano per i giorni di mercato (giovedì e domenica),per le grandi sagre, per onorare i patti con i proprietari dei fondi ed erano più o meno sommessamente apostrofati con le seguenti strofe: " Oh, tirt' in là con chi trucloun/ sot al portegh te ve via tutt ed dardoun// La camisa a quadertoun/ al breghi rigadoun/ al capell a la Tom Mik// " Oltre a questo distinguo tra città e campagna ve ne erano altri ancora interni sia in città che in campagna, ossia le distinzioni tra classi sociali: famiglie borghesi, impiegatizie, artigiane, commercianti ed operaie in città; famiglie di coltivatori diretti, affittuari, mezzadri, terziari e braccianti in campagna. Un dato che poteva apparire comune era la frequente numerosità dei componenti le famiglie ma, anche su questo, si deve distinguere in rapporto alla condizione economica familiare: una prole numerosa per coloro che disponevano di un reddito basso costituiva una condanna da cui praticamente era impossibile sfuggire data la disinformazione quasi assoluta. Non si conoscevano tecniche contraccettive naturali ed altri mezzi sono stati pressoché inesistenti fino al '45. Sul settimanale socialista locale " Luce ", nel settembre 1910, usciva la pubblicità a preservativi, per munirsi dei quali era necessario rivolgersi ad " Igiene ", Casella Postale 635 - Milano che, con un'affrancatura pari a 20 cent. e la massima segretezza, avrebbe mandato non il prodotto, bensì il catalogo; è evidente che una proposta simile era economicamente inagibile per la maggioranza, senza calcolare le riserve mentali, morali, religiose e quindi quelle politiche, dopotutto non ancora scomparse a tutt'oggi. Quindi un'altissima percentuale di famiglie, nonostante l'alta mortalità infantile, messa comunemente in conto e che veniva definita selezione naturale, ha dovuto confrontarsi con i problemi derivanti dall'allevare una prole numerosa, più subita che cercata. Contraddittoriamente anche se comprensibilmente, il numero dei figli era più frequentemente alto nelle famiglie in condizioni disagiate con tutto quello che ne consegue. FAMIGLIE BORGHESI Tutta la borghesia carpigiana, alta e media, non esclusa quella impegnata sul versante industriale, possedeva fondi e, di conseguenza, godeva di un reddito misto. Sotto l' aspetto economico, le famiglie appartenenti a questo ceto, non avevano nessun problema. Il loro tenore di vita non era molto dissimile da quello della borghesia attuale. Ovviamente non v'era uniformità assoluta in considerazione dei diversi gradi di benessere, delle rigidità o liberalità verso le regole tradizionali dell'epoca. Dalle testimonianze dirette si possono cogliere meglio i particolari di questa condizione tanto diversa da quelle descritte oltre " Quando mi sono sposata sono andata ad abitare in un appartamento con i miei suoceri in una casa di loro proprietà...I soldi li tenevano i miei suoceri; mio marito me ne dava se avevo bisogno di qualcosa, ma non avevo mai bisogno di niente...Mio suocero si disinteressava dei vestiti, finché c'è stata mia suocera era lei a curarsene...poi ci ho pensato io. Mi lasciavano un tanto sugli affitti della casa per vestire i bambini e me... Mio suocero ci andava lui a fare la spesa della carne, perché diceva di sapere dove era buona. Della carne ce n'era anche troppa...I polli invece li avevamo in casa, me li portavano i contadini fin dopo la guerra...portavano pollastri e capponi...Dopo la guerra non ci aspettavano più...D'inverno mangiavamo molta carne di maiale poi, essendo una famiglia piccola, abbiamo smesso di uccidere il maiale perché la roba andava a male...( Mio marito ) diceva che ne voleva dodici di figli, ma senza troppa convinzione...ad ogni modo ne sono venuti tre..." (8) "[…] Quando mi sono sposata mio marito era già autonomo da suo padre... Siamo venuti qui dove siamo ancora in un appartamento nella casa degli suoceri: loro erano al primo piano e noi al secondo...Mio suocero era avvocato e aveva uno studio legale ma anche lui possedeva della terra che amministrava lui stesso...Mio marito possedeva poi delle terre in proprio naturalmente...[Io] avevo già un podere intestato a me prima di sposarmi di più di 30 biolche...e poi un corredo ricchissimo: 24 lenzuola, camicie ricamate, pellicce...ci teneva molto mio padre. Non mi hanno dato soldi all'atto del matrimonio ma avevo già il libretto in banca...Mio marito ci pensava lui ai suoi vestiti, perché era molto originale ed estroso...era capace di andare dal miglior sarto di Modena o Bologna e di comperare cinque o sei vestiti o dieci cravatte... Io invece pensavo per me e per i bambini... pur abitando in città avevamo la carne dalla campagna: polli, maiale, conigli. Non compravamo niente, anche la verdura me la portavano a casa dalla campagna. Avevamo i mezzadri allora e ci davano sempre della carne senza contare le onoranze... Mia suocera aveva due donne e, quando facevo il bucato, venivano su insieme alla mia e lo facevano loro. Queste donne, con il marito di una di loro, mi aiutavano anche nella villa di campagna: mi tenevano i polli, l' orto, mi pulivano dappertutto..."(9) "[…] Mio suocero faceva l'industriale: oleificio e distilleria. Aveva molta terra a mezzadria, 200/300 biolche...La direzione della casa l'aveva la suocera, mentre lo suocero badava agli affari...è morto a 85 anni ma comandava sempre lui... [mio marito] dipendeva...una volta le famiglie erano unite unite... si stava tutti qua, comandava il nonno, era lui che faceva tutto...fin quando andavamo in villeggiatura, cominciava a dire:- Beh, allora domani andiamo a trovar casa.- Noi volevamo anche andare al mare, - No, no. Quei bambini lì hanno bisogno di montagna.Un anno:- No, no. Andate al mare - Quel che diceva lui era legge! I soldi li teneva mio suocero ma ne dava anche a mio marito. Io li chiedevo poi a mio marito...I contadini ci portavano i polli, i capponi, i galletti ecc...Siamo sempre stati bene, sì, sì, caro mio!...avevamo anche l'orto lì di dietro...la frutta la compravamo. [La polenta] qualche volta, così, per capriccio... [Gli abiti] quelli che volevo, sempre ,senza limitazioni...andavo sempre a Modena in sartoria... Ricordo che era venuta una parrucchiera qui a Carpi che si chiamava Rina, era la prima da cui andavo anche prima di sposarmi...Cinque figli, andavamo sempre avanti così, per fortuna che ci siamo fermati. Non era che si calcolasse...quello che veniva, veniva...Quando finalmente è arrivato il maschio, gli abbiamo messo il nome di mio suocero, perché lui aveva desiderato molto il maschio, mi ha regalato, sempre mio suocero quando è nato il maschio, un bell'anello coi brillanti... Facevo io per i bambini...avevamo due donne fisse e poi ho cominciato subito a prendere una bambinaia, perciò ne avevo tre...venivano queste ragazzine di 14-15 anni che, quando il bambino aveva un anno o due cominciavano a tenermelo, a dargli la pappa... lo cambiavano, insomma qualche cosa lo facevano, mi aiutavano..."(10) "[Mio padre] era medico, ma ha esercitato per due anni, poi ha fatto l'industriale, perché aveva avuto in eredità una fabbrica di medicinali... La mamma so che aveva 100 biolche di terra, mio padre di più. In casa comandava mio padre ma mia madre si occupava dell'andamento della casa... I soldi li teneva il babbo ma alla mamma gli spiccioli non mancavano mai...Quando ne aveva bisogno, glieli chiedeva. Allora il padre era il capo della famiglia, amministrava lui la famiglia senza interpellare nessuno, neanche i figli. Ad esempio per i vestiti ci pensava lui: comperava un pezzo di stoffa e, finché ce n'era si andava avanti... [Mia madre] sceglieva anche lei le stoffe quando andava dalla sarta, sì, poteva vestirsi come le piaceva, era più libera...era molto curata ed elegante, andava dalla prima sarta di Modena; non faceva però del lusso, aveva dei bei vestiti ma non sfarzosi... Mio padre andava dai fornitori, facevamo la spesa all'ingrosso, pagava lui, soprattutto la carne... Però avevamo molta roba in casa, avevamo anche il pollaio...perciò non c'era bisogno di comprare...Tutti i giorni la carne una o due volte al giorno. C'era sempre fra la minestra e la carne un piatto di mezzo: una frittata, delle frittelle, un intermezzo. Questo avveniva perché avevamo in casa molta roba: galline, capponi, uova, faraone, ecc. che ce li davano i contadini come regalie: un tanto alla biolca... Dimodoché c'era tanta carne che non si sapeva come fare a consumarla tutta perché non andasse a male. Dalla campagna anche durante l'inverno ci portavano sempre della verdura: fagioli, patate, verza, radicchi... Si ammazzava il maiale in casa...fino a tre maiali... C'era molta abbondanza. Mio padre era un uomo di cuore e invitava spesso. Avevamo gli ospiti della domenica... Una delle due [domestiche] puliva in casa e l'altra faceva da mangiare...Chiamavano padrona [mia madre] e padrone mio padre. Allora c'era della distanza tra padroni e domestici, non è come adesso... Ci aiutavano anche degli operai della fabbrica... Chiamavamo le lavandaie per il bucato... Quando c'era lo spettacolo si andava a teatro... andavamo in palco, avevamo il palco..."(11) LA FAMIGLIA PATRIARCALE CONTADINA Nel caso delle famiglie di affittuari, mezzadri o terzadri, la peculiarità poteva essere proprio la consistenza numerica in rapporto all'esigenza della forza braccia utile a lavorare il fondo loro affidato e le cui dimensioni potevano sopportare un dato numero di componenti al di sotto od al di sopra del quale si era a rischio di vedersi disdettato il contratto di locazione. Queste famiglie erano intese e si intendevano in primo luogo come unità produttiva e patrimoniale e, tanto più le norme contrattuali erano pesanti, più fortemente erano gerarchizzate e disciplinate. Come in ogni comunità così organizzata, potevano albergare, oltre agli affetti e alla solidarietà, anche forti tensioni. L'autorità prima era il reggitore a cui seguiva la reggitrice con ambiti di controllo ben distinti. Il reggitore era colui che, all'atto della firma del contratto di locazione, si faceva garante per l'intera famiglia dell'osservanza di tutto quanto in esso era previsto. Una delle condizioni previste nel contratto era così formulata: " Il colono cogli individui di sua famiglia senza eccezione veruna sarà obbligato di servire il padrone quando gli comanda o chi ne fa le veci." Inoltre in una società in cui le tecniche di lavorazione della terra erano in lenta evoluzione ed estremamente empiriche e dove la trasmissione culturale era esclusivamente affidata alle fonti orali, l'esperienza dell'anziano si costituiva come memoria affidabile inerentemente ai cicli ed alle strategie di lavoro e di vita. La quotidianità, fortemente ritualizzata, era scandita da proverbi, modi di dire che riassumevano quanto secoli di osservazione avevano dato di poter osservare vedersi ripetere e che si costituivano come uniche e possibili risposte all'imponderabile. La parola del reggitore, salvo fosse lui stesso a chiedere un confronto, era indiscutibile. La reggitrice, sempre la più anziana, non necessariamente moglie del reggitore, aveva il governo della casa, la dispensa, il pollaio, la finanza minuta ed il rapporto con le altre donne della famiglia. Non era raro che tra uomini, donne e bambini vi fossero separazioni nette che si estrinsecavano materialmente, con connotazioni anche simboliche, in quei momenti che odiernamente e per eccellenza, si ritengono di riunione e conversazione della famiglia come la colazione, il pranzo e la cena. I bambini consumavano i loro pasti in momenti diversi dagli adulti, le donne e gli uomini, seppur contemporaneamente, potevano farlo in tavoli separati, affinché gli ambiti rimanessero inequivocabilmente distinti. Ovviamente questa non era una norma generale e quand'anche tutti i membri della famiglia si riunivano al desco, era regola astenersi dall'intervenire in discussioni intavolate dal reggitore o dalla reggitrice se non interpellati direttamente. L'avvento di nuovi mezzi e tecniche di sfruttamento delle risorse, già a partire dall'inizio del '900, seppur subdolamente, segna l'inizio del declino dell'antico assetto familiare. Nel luglio del 1900 sul quindicinale " l'agricoltura del modenese ", usciva un articolo titolato "Prove d'aratri", emblematico delle forti resistenze che incontravano i nuovi mezzi di lavorazione in cui si legge: " E' generale l'opinione che gli aratri comuni di legno debbano essere i soli ad eseguire un lavoro ben fatto nei nostri terreni che sono di natura forti. E molti agricoltori a difesa di questo antichissimo strumento, sostengono molte ragioni più o meno fondate... Ma in agricoltura non valgono tanto le parole, quanto invece valgono i fatti... l'aratro in legno è un'istrumento da abbandonarsi completamente e da sostituire con aratri moderni di acciaio... Tutti gli agricoltori dovrebbero persuadersi di queste verità sacrosante: l'aratro di legno è andato bene fino ad ora perché non ce n'erano prima di migliori...". Sono le giovani generazioni più attente, sensibili e disponibili al cambiamento di una realtà che andava loro strettissima, a sollecitare l'anziano a sperimentare nuove strategie. Sfondato questo fronte, divenne lentamente progressivo ma ineluttabile, il declino della famiglia patriarcale. Erano necessarie a quel punto la disponibilità ad acquisire nuove competenze tecniche sia in campo meccanico che agricolo, prestanza fisica e sveltezza mentale e, soprattutto, disponibilità ad abbandonare il vecchio sistema. Un'anziana contadina, Dolores Mantovani, consapevole del mutamento in atto, intorno agli anni '50, ha coniato un proverbio che sintetizza la consapevolezza della trasformazione: " Da quand’è ande zo i baross con i sercioun/ I proverbi i'n'in più boun// " ( da quando sono caduti in disuso i carri con le ruote di legno, i proverbi, ossia la memoria degli anziani, non valgono più.). La diffusione delle macchine agricole comportò che il nucleo familiare come unità produttiva, poteva e, in alcuni casi, doveva assottigliarsi in ragione della minore esigenza di manodopera; per alcuni membri era d'obbligo cercare un lavoro all'esterno. Si costituivano quindi potenziali autonomie economiche che resero possibile l'idea stessa di un distacco che appariva meno traumatico di quanto non fosse stato fino a poco tempo prima quando, a coloro che decidevano di uscire dalla famiglia senza l' assenso del reggitore, era negata qualsiasi solidarietà materiale e morale non solo da parte del nucleo d' appartenenza, ma della società allargata, poiché una trasgressione tollerata poteva diventare esempio per altri. Le tante testimonianze orali raccolte in anni di ricerca da interpreti diretti della realtà sopra descritta, di cui seguiranno alcuni brani, in modo più preciso e partecipato, così raccontano il vissuto nella famiglia patriarcale contadina: "[...] Mi chiamo Fernanda Martinelli... sono nata a Cortile nel 1914 in una famiglia di otto fratelli...[ i miei genitori erano] agricoltori diretti... L'amministrazione delle famiglie di una volta funzionava così: c'era al rezdor che andava al mercato, la rezdora che faceva da mangiare e il bovaro che stava sempre nella stalla e ci dormiva anche. Gli altri erano esecutori, forze lavorative... Al rezdor nella famiglia dettava legge, parlava poco e sgridava, c'era la dittatura; gli altri lavoravano e, alla fine della settimana, lui dava una percentuale per la festa, una piccola quota. Il lunedì di nuovo a lavorare e finivamo il sabato sera. Per le decisioni importanti parlavano tra loro al rezdor e la rezdora, in certe famiglie facevano uscire anche gli altri... A tavola in molte famiglie gli uomini stavano da una parte e le donne dall'altra e i ragazzini mangiavano o prima o dopo, mai coi grandi. Le parti le faceva la rezdora... tagliava i pezzettini di carne per il secondo: per primo serviva il reggitore... c'erano delle famiglie in cui la rezdora sapeva che alla nuora non piaceva una minestra e la faceva sempre...C'erano delle ingiustizie... Al rezdor comandava finché poteva; per smettere doveva essere inabile, per esempio: malato su una sedia. C'era una famiglia qui vicino che doveva decidere un affare, il padre era a letto ammalato senza speranza e i figli, pur avendo quarant'anni, ci sono andati a domandare un parere...Ho sempre fatto tutti i mestieri. Fin da bambina, venuti a casa da scuola, dopo aver fatto i compiti, in primavera si andava a raccogliere gli stecchi e la legna... Mia madre ha lavorato in campagna fino al '25 quando è morta la nonna, andava in campagna anche quando aspettava i bambini. Andava in campagna a spingere una carriola di acqua e poi pompava e un altro innaffiava e noi più grandi ci andavamo dietro a pompare l'acqua...Le femmine facevano dei piccoli lavori a casa. Allora si facevano i cappelli e cominciavamo presto a farli: cucivamo i cappelli a mano...A casa nostra la nonna preferiva le donne, perché diceva: -Una bela dota, spusà e via cal van ! - Perché i coltivatori diretti, ai nostri tempi, una donna la sistemavano con una buona dote e la roba se la dividevano i maschi. Dopo poi è venuta la parità... [interviene il marito dell'informatrice] : Ai figli che andavano fuori casa non ci si dava niente, neanche un soldo. Io e lei siamo stati mesi senza mettere su la pentola [intende massima ristrettezza]. Mai un soldo, a letto tutte le sere, fintanto che non abbiamo cominciato a guadagnare..."(12). " Mi chiamo Severi Pietro... Io sono nato nel 1913 in questo fondo qua... Siamo venuti qui ( Fondo Lama ) a lavorare a mezzadria nel 1900 e dopo abbiamo sempre lavorato a mezzadria fino al 1972. Poi il proprietario del fondo, non so per quale ragione, ha voluto vendere e noi, allora, abbiamo comperato il nostro appezzamento di terra che sono 18 biolche e, adesso, dopo tanti anni di mezzadria, siamo coltivatori diretti. Le peripezie di un mezzadro: è una cosa che non è tanto facile da spiegare...Benché il contratto di mezzadria specificasse bene che i raccolti erano per metà, c'era solo un ma, un ma che è quello che conta per l'uomo, per quello che lavora: noi mezzadri non potevamo mai dire di fare una cosa se non era d'accordo il padrone. E il padrone quando noi, per la conduzione del fondo, per la rotazione dei raccolti, ci si azzardava timidamente di fare qualche proposta...lui diceva sempre di no, lui voleva fare sempre i propri comodi. Però quando c'era da pagare i concimi, le tasse di bonifica, i redditi agrari, tutte le spese inerenti la conduzione del fondo, bisognava pagare a metà...Io credo che non fosse giusto; allora bisognava dedurre che noi eravamo non schiavi ma, supergiù, lì. Questa era la condizione dei mezzadri nell'epoca pre-fascista e fascista. Il contadino sa lavorare la terra, la fa rendere secondo la sua forma originale...ci sono dei terreni argillosi e ci sono dei terreni sciolti...Un terreno argilloso cola l'acqua e il raccolto non viene mica bene come in un terreno sciolto...Noi come mezzadri, avevamo della terra anche nei prati di Cortile, c'era scritto anche sul contratto. Andavamo là e si faceva un raccolto solo; ed era tutta foraggera, non c'era micca la possibilità di metterci del frumento, del granoturco o dell'avena...perché il periodo che rimaneva sommersa era troppo lungo...marciva tutto...Su una ventina di biolche, trenta, quaranta quintali di fieno sì e no: rendeva poco o niente...Le servitù che noi dovevamo fare al padrone, per esempio: qui nella tenuta eravamo otto contadini e tutto il tempo dell'anno, a turni di una settimana o due, dovevamo portargli il latte e, se erano a Carpi e non nel casino (residenza estiva padronale),ci prendevamo su da qui e lo portavamo fin là. D'inverno, quando nevicava, c' era da andare a Carpi a pulire il terrazzo e il marciapiede lungo la contrada, altrimenti si pigliava la multa. Pulivamo anche il cortile, poi portavamo a casa loro la legna. Poi governavamo anche i polli che gli avevamo dato noi, che teneva in città, perché, come da contratto, quando eravamo in novembre, dovevamo portargli i polli e, nel periodo estivo le uova; noi rimanevamo senza polli e lui se li mangiava...In primavera, dopo la potatura, si partiva e si vangava l'orto del padrone, potavamo anche gli alberi da frutta e ci davamo l'acqua e, quando eravamo in ottobre e in novembre, siccome aveva la cantina, ci portavamo l'uva, la sgualcivamo, cavavamo il vino e poi lo mettevamo nelle botti...Poi, d' inverno, lavavamo le sue bottiglie ed imbottigliavamo tutto il vino. Tutto senza neanche un centesimo...Ed era, dicevano, uno dei padroni migliori di Carpi. Mah, se fosse poi stato cattivo! In famiglia, quando c'erano anche i miei zii, eravamo in ventidue...Allora c' era il nonno Marcello...la nonna, la resdora, ( quando andavamo a tavola ) veniva con quello che aveva, girava intorno a tutti, poi ne dava un pochino a tutti...aveva l'abitudine che ne dava un pochino di più ai più grandi che a noi piccoli e il nonno diceva:- Te n' partiss minga bein...bisogna darne di più ai più piccolini che crescono, che devono crescere, hanno bisogno di mangiare di più...- Lei rispondeva:- An n'è minga vera, voi che andate a lavorare avete più bisogno di mangiare.( In questa casa ) c'erano cinque stanze...C'era la cucina con una tavola lunga e ci mettevamo tutti intorno, c'era il camino...La povera mamma intorno al camino, perché non c'erano le stufe, c'erano le braci con il tre piedi, ci si metteva sopra il pentolino per far da mangiare per tutta la famiglia, " a gh' era la stagneda ed ram " che veniva attaccata alla catena del camino e, tutt'intorno noi bambini e la nonna, con un cucchiaio, ci dava un pochino di polenta... (dormivamo in quattro stanze) In una il nonno e la nonna con due figlie, in un'altra uno zio con la moglie e tre bambini piccoli, un'altra ancora con un altro zio e i suoi figli, e nell'ultima, il papà con noi. Che, dopo, quando siamo diventati grandini, ci hanno messo nel granaio...: d'estate era caldo e d'inverno si gelava... D'inverno, quando c'erano quelle gelate fredde col sereno, nei muri interni ci veniva il salnitro, il freddo, la brina... C'era il letto che erano quattro o sei assi in cima a due cavalletti, poi c'era un "pajass", come lo chiamavamo noi, pieno di foglie di frumentone... C'era un cantarano poi cassapanche e dentro ci mettevamo la roba... Non consideravamo l'igiene, questo era il guaio serio! Ecco perché c'era tanta mortalità infantile. Noi siamo ora in quattro fratelli ma dovevamo essere in otto, gli altri sono morti piccoli. Quelli che nascevano sanissimi, quelli andavano avanti; se nascevano un po' deboli non c'era possibilità di salvarli... Il nostro medico di famiglia veniva e diceva:- Dag da magner!... Questo perché nelle case non c'era tutto quello che ci doveva essere. Lavorare e non mangiare tanto, fisicamente erano denutriti... D'inverno, quando c'era uno ammalato seriamente.. .erano guai seri, perché faceva molto freddo... preferiva stare nella stalla al caldo che stare a letto... Queste sono le cose tragiche... Che quando un padrone con niente, quando c'erano i muratori disoccupati e non spendeva niente ad aggiustare la casa, non l'ha mai fatto. Quando c'era un contadino ammalato, non ha mai chiesto come stava o come non stava; quando invece, c'era nella stalla una bestia ammalata, tutti i giorni dovevi andare a dirgli come stava... Allora io gliel'ho chiesto il perché e lui dice:- Piero, quando una bestia è morta, si perdono dei soldi; se muore un contadino, ne trovo un altro e non spendo niente.- Non dico di più. "(13). “[…] Mi chiamo Bertacchini Nerone, sono nato a Santa Croce e i miei genitori facevano i contadini... Lavoravamo il fondo al terzo... Nella famiglia c'eravamo in 24: il nonno coi suoi figli e i figli dei figli. Mio padre aveva sei figli: tre maschi e tre femmine; poi c'erano i figli dei miei due zii che erano quattro più tre. In casa comandava al resdor che era mio zio il più vecchio che è morto nel 1933. Dopo ci siamo divisi... [In una famiglia così numerosa] bisognava compatirsi... Adesso non si sopportano più nemmeno in due! Si mangiava polenta, minestra coi fagioli, con la verza, con le patate... la festa cucinavano una gallina poi facevano tanti pezzettini quanti eravamo in famiglia... La resdora controllava il cibo, faceva le parti, faceva delle fettine trasparenti... Era così. Sono cose che adesso fanno ridere... Alcuni non credono che abbiamo passato tempi così duri, ma non ce n'era di nessuna sorta e si faceva come si poteva. Quando si parla con i giovani, dicono che eravamo stupudi... - Perché ueter eri di cajoun! [perché voi altri eravate coglioni]- Le fabbriche non c'erano, c'era solo la campagna... Sono andato a scuola due anni a Carpi per niente; non avevo voglia di studiare... Ci sono poi tornato da grande... a fare le serali. A Carpi andavo a scuola a piedi poi, quando ritornavo, passavo dal padrone, prendevo la roba sporca e la portavo a casa da lavare... A lavorare ho cominciato prima che ad andare a scuola; dovevamo alla mattina mollare i maiali... Eh, non era certo a casa di un contadino che un ragazzino giocava! Adesso comandano i ragazzini... Nelle case dei contadini c'era sempre da fare... Avevamo una stalla con 18 vacche, era un sito piuttosto grande... Noi avevamo i padroni e ogni anno ci volevano: "24 capponi, 24 pollastri, 15 ventine d'uova... e, questo, per niente, solo perché stavamo lì... Santa Croce era una buona villa, era la villa dei signori e adesso è la villa dei poveretti..."(14). “[…] Mi chiamo Carlo Gambetti, sono nato in Gruppo nel 1908, allora la vita di un contadino [della valle] "l'era 'na roba cativa " [era una roba cattiva]...” FAMIGLIE BRACCIANTILI I braccianti, altrimenti detti camaranti o giornalieri, non avevano un fondo da lavorare ed erano ingaggiati a giornata. Loro unico corredo: una vanga, un badile, una carriola e, soprattutto e appunto, le braccia. Costretti a continui spostamenti, sottoposti a ricatti di ogni sorta difficilmente, nonostante i pesanti sacrifici, riuscivano ad avere un tenore di vita accettabile. Impossibile per questa classe pensare di vivere con il solo reddito del capofamiglia e tutti, appena in grado di farlo, dovevano contribuire. Nell'ultimo decennio del secolo scorso, la condizione delle famiglie bracciantili era quella sotto descritta "[...] Il nostro bracciantato nei lavori agricoli è pagato, siamo larghi, con un minimum di una lira e con un massimo di 1,80 che può salire a 2,oo lire nella mietitura e nella secatura. Dei 365 giorni dell'anno, 52 sono domeniche - 14 altre feste - due fiere - la sagra, totale 69 giorni di riposo. Poi vi sono 46 giorni di pioggia (tanti ne segna la media degli ultimi 4 anni) cosicché i giorni utili di lavoro residuano a 250 compresovi i mesi d'inverno, il tempo in cui la terra è gelata o coperta di neve, i giorni in cui l'operaio non può recarsi al lavoro o per malattia propria o per quella della moglie, i giorni di disoccupazione parziale e non sono pochi. Talché ne consegue che stabilendo un limite di 200 giorni di lavoro, saremo al di sopra mai al di sotto della verità. Ora, data una famiglia di sole quattro persone, marito, moglie, due bambini, vediamone il bilancio: ATTIVO 200 giorni di lavoro dei quali 100 a £ 1...... £ 100 70 a £ 1,20... £ 84 20 a £ 1,80... £ 36 10 a £ 2,00... £ 20 Totale mercede annua del capo di casa purché valido e bravo__________ £ 240 La moglie, se robusta e non impedita da gravidanza, può occuparsi per 150 giorni a £ 0,70 £ 105 ____________ Totale introito della famiglia £ 345 Dunque sono 345 lire che debbono servire per il cibo, per il vestiario, per l'affitto, per il combustibile di una famiglia intera che può essere composta di molte più persone, ma che vogliamo limitata a quattro. Visto l'attivo, facciamo il passivo Affitto.................... £ 40,00 Cibaria: frumentone Q.i 5 £ 90,00 frumento Q.i 5 £ 110,00 molenda e calo £ 6,00 Condimento: Cent 15 al giorno colazione, pranzo, cena £ 54,70 Vestiario: Lingeria, abiti, scarpe per quattro £ 44,30 _____________ Tornano £ 345,00 Resta da provvedere il combustibile, il vino e le eventuali...” Il bilancio sopra riportato è poco credibile poiché le famiglie bracciantili con soli due figli erano rare ed appare evidente come le loro condizioni di vita fossero esasperate. Si evidenzia tra l'altro come fosse estremamente povero il loro regime alimentare dove la dominante era la polenta poco o per nulla condita, spesso in sostituzione del pane; il consumo della carne, del latte e della frutta erano un lusso che ci si poteva permettere raramente. Questa gente denutrita e pur sottoposta a sforzi fisici notevoli, era ancor più che esposta, predisposta già dalla nascita ad ogni genere di malattie. Diffusissima nei più piccoli l'atrespsia infantile detta volgarmente "Simiot"(15), che assieme a malattie gastroenteriche falcidiava soprattutto i figli più piccoli dei braccianti che, peraltro, erano i meno attrezzati fisicamente a superare le affezioni esantematiche tipiche della prima e seconda infanzia. Un proverbio tristemente diffuso recitava: -tinet cher i to fio/ fintant ch'in n'han avu al sfersi e i gasoo//- [tieniti cari i tuoi figli fino a quando non avranno morbillo e parotite, perché, allora, potrebbero soccombere.] Il minimo imprevisto era da disperazione. Ma proprio questa condizione di incertezza continua e l'assenza assoluta di garanzie, ha portato questa classe che nulla aveva da perdere, a lotte estreme, a sistemi di sopravvivenza ai limiti o fuori dalla legalità e ad un'organizzazione familiare diversa rispetto a quella contadina. In questa famiglia non aveva più senso la figura di un reggitore e di una reggitrice tradizionalmente intesi, i membri che la componevano giocavano i loro ruoli produttivi all'esterno, sovente tanto lontano da casa da non potervi soggiornare in maniera stabile: spesso consumavano il frugale pasto sul luogo di lavoro e non di rado, quando il loro ruolo lo richiedeva o le distanze erano grandi, come nel caso dei servitori o delle mondariso, dormivano fuori anche per periodi prolungati. Si allentava, anche per queste ragioni, il controllo morale tradizionalmente operato specie sulle donne, da parte delle famiglie tradizionali. Sono loro, uomini e donne del bracciantato, che, già a partire dalla fine del secolo scorso, diedero vita all'organizzazione di leghe e cooperative che avevano come scopo primo, oltre alla solidarietà di classe, quello di contrastare con forza le basse tariffe salariali e le discriminazioni. Anche il territorio carpigiano è stato teatro di durissime lotte, fattesi più intense nel primo dopoguerra quando, dopo gli immani sacrifici affrontati sia al fronte che a casa, ogni promessa di miglioramento venne mancata ed anzi, la situazione economica appariva peggiorata. Una cosa che hanno in comune i racconti dei braccianti è la miseria più grande ed il duro e mortificante lavoro anche se le storie individuali cambiano ed escono tanti spaccati diversi quanti sono gli espedienti possibili per poter sopravvivere. Ercole Gatti, diretto interprete di questa vicenda racconta, scrivendola, la storia delle sue origini; in questo scritto si sintetizzano le tante testimonianze orali raccolte. "[…] Mio padre era un bracciante agricolo di Fossoli, ed io ero il nono di quattordici figli. Fossoli era una frazione abitata prevalentemente da famiglie di braccianti agricoli che costituivano la forza lavoratrice della Tenuta Gruppo e della Tenuta Corte. Contrariamente alle frazioni di Gargallo e Santa Croce, qui i proprietari coltivatori diretti erano pochissimi e non vi erano molti mezzadri. Mio padre lavorava una media di dieci giornate al mese e in seguito, veniva aiutato nello stesso lavoro, da mio fratello maggiore... Erano quegli scariolanti che prosciugarono la valle di Fossoli costruendo un'infinità di canali...Quando iniziavano il turno, partivano con trainata alla bicicletta la carriola, legata a mo' di aquilone strisciante: Avevano tutti delle biciclette vecchie per non dire dei rottami: nessuna senza rumori e le gomme, il più delle volte, erano fasciate con strisce di stoffa nelle parti consumate. Mia madre era una donna energica e piena di volontà. Incombeva sulle sue spalle quasi tutto il peso enorme della nostra famiglia, che amava a che spesso non aveva la possibilità di accontentare nelle sue pur modeste pretese. Lei e le mie sorelle dovevano sollecitarsi quotidianamente nel confezionare le trecce di paglia per comperare il necessario da mettere sulla tavola. V'era infatti anche l'attività del truciolo e, a fianco di uno sparuto gruppo di uomini che facevano le paglie a macchina, funzionava una fiorente cooperativa delle truciolaie; era un lavoro scarsamente retribuito, "quater sold ed na tresa", ma che, comunque, serviva ad arrotondare le misere entrate. La miseria era la nostra compagnia quotidiana e i bottegai di allora svolgevano una provvidente attività sociale fornendo alle famiglie come la nostra, la spesa giornaliera a pagamento dilazionato nel tempo. Scrivevano, sempre scrivevano su appositi quaderni personali, tutta la spesa delle varie famiglie, con la speranza un giorno di essere pagati. Lo erano quasi sempre, perché la povera gente di allora era laboriosa, onesta ed aveva alto il senso del dovere e della dignità, quindi ci teneva a fare bella figura. L'aiuto maggiore nelle famiglie dei braccianti veniva, a quei tempi, dalle mondine. Erano un'enorme schiera di donne che ogni anno lasciava le proprie case e si trasferiva per quaranta giorni nelle province di Pavia e di Vercelli. Caricate su vagoni bestiame, con una cassetta di legno dove erano contenuti i loro effetti personali. Venivano raccolte tutte insieme in larghi capannoni, fornite solo di un po' di paglia per dormire. Il loro lavoro era molto faticoso... Erano ugualmente contente, perché sapevano che al loro ritorno avrebbero potuto pagare il conto del bottegaio o comperarsi qualcosa per la casa o per la dote. Si viveva in un appartamento troppo piccolo per la nostra famiglia: una cucina, avevamo solo due camere da letto, un solaio nel quale veniva custodita la legna, uno scantinato dove venivano messe le biciclette e ogni sorta di cianfrusaglie. Il riscaldamento era pessimo, alimentato da una sola stufa a legna e, d'inverno, le camere da letto erano gelate. I servizi igienici non erano assolutamente igienici, erano in comune con altre famiglie ed erano fuori dalla casa. Ad un pozzo comune a catena, si servivano tutte le famiglie dell'agglomerato. A quei tempi la mortalità infantile era enorme... Molti erano i bambini che non riuscivano a sopravvivere alle comuni malattie dell'infanzia. In queste condizioni mia madre vide morire piccolissimi cinque figli, altri due morirono all'età di sette anni. Nelle scuole di Fossoli vi era fino alla quarta elementare e, quindi, chi voleva continuare negli studi, doveva recarsi a Carpi. Io e pochi altri, due o tre al massimo, continuammo ed eravamo costretti a compiere, tutti i giorni, tra l'andare ed il tornare, dieci chilometri di strada a piedi. Se questo poteva essere una cosa passabile durante la buona stagione, diventava un sacrificio enorme nei mesi invernali... Durante l'estate, per mantenermi agli studi, mi occupavano al seguito delle trebbiatrici: preparavo con un'apposita macchina i fili di ferro per legare le balle di paglia; ottenevo così qualche modesto compenso. In altri periodi mi occupavo a portar da mangiare agli operai che lavoravano nella valle: verso mezzogiorno passavo presso le loro case per ritirare i tegamini della minestra che raccoglievo in capaci sportoni e che, in bicicletta, portavo sui posti di lavoro; intascavo alcune mance da cinque lire a fine mese..."(16). Ercole Gatti, un'eccezione (17), pur a costo di gravissimi sacrifici, è riuscito ad emanciparsi attraverso lo studio e la conseguente professione dalla condizione di miseria e ciò ha potuto accadere anche perché era un maschio. Per una donna, figlia di braccianti, era praticamente inconcepibile tentare una strada simile. Le donne, fin da bambine, si dovevano adattare a tutto. Un altro spaccato significativo di vita bracciantile che include anche il passaggio alla condizione di operaia nell'industria del tessile/abbigliamento, ci viene trasmesso da Nice Bulgarelli di Migliarina. "[…] Me, al prim mìster: a sun andeda a la limosna ! [Io il primo mestiere che ho fatto:sono andata ad elemosina] ... per mangiare, perché non avevamo niente da mangiare, non ce n'era micca... Ho sei fratelli e sono la più giovane... I miei genitori lavoravano a periodo... La mentalità di allora era solo di far dei figli; e fa di fio, fa di fio, e niente da mangiare e dicevano:- In du magna du, in magna anch' tri/ In du magna tri, in magna anch' quater/ In du magna sinc', in magna anch' see//Andiamo pur avanti così !... Eh, andavamo in una casa e dicevamo poi: - Signora s'fala la carite ed l'ov!?- Ed chi it fiola bela puteina?- A sun fiola ed Gasparein.Non ho mai detto che ero figlia di Bulgarelli, perché io avevo vergogna! Ma loro volevano sempre sapere di chi eri figlia... poi dicevano: - Prendi mo' un uovo. Nell'altra casa ve ne daranno un altro Ad andare all'elemosina eravamo sempre in due. Ma poi c'erano tanti gruppi di famiglie povere e dicevamo: - Tu oggi vai lungo all'argine - Io vado in via " di pount "Ci dividevamo anche le case, ci dividevamo le strade, tutto... Dopo che ci avevano fatto l'elemosina dicevano: - Di' mo' 'na fola puteina ! E allora io me ne ricordavo una che diceva poi mia madre, che gliela aveva insegnata suo nonno, che diceva: - Rein, butein/ Caval e maser/ Su per la riva dal furmajer/ Per canter la puligana/ Tri de stoppa e tri de lana/ Mora,mora peccatora/ Stricca, barlicca la forca t'impicca/ Sproun, leoun tedesc'/ Mandel fora e deinter quest'// Poi si andava " a la serca dal fasdein "[cerca delle fascine] e dicevamo: - Cuntadein, s'gnora ! s'fala la carite d'un fasdein ed legna ?!- Allora loro dicevano poi: - Ne fate su uno per voi e uno per noi.Allora ne avevamo da far su due; arrivavamo a casa la sera con un " barusein " pieno di piccoli fasci di legna. Poi andavamo " al broc' ed Nadel " e allora ci davano un pezzo di legna più grosso. Andavamo a "Unser al sproc'", allora [i contadini] andavano in casa e ci portavano fuori un pezzetto di grasso e ce lo infilavano a questo bastone, così andavamo a casa alla sera che avevamo lo spiedino pieno di grasso...Abitavamo in un condominio, un condominio di quelli di allora, che dormivo in una camera che non aveva neanche le finestre dove ci stava solo il letto e una cucina tre per tre... micca dei gran mobili, perché non avevamo niente... Avevamo dei soffitti che c'erano delle crepe che ci passavano le mani. Quando la figlia della Zita andava su a fare il bagno,...dicevo poi:- Silveria! Spostati che mi piove sopra la tavola!- Allora lei si spostava e mi pioveva sopra la stufa. Il pavimento che avevo in terra, quando lo dovevo lavare, prendevo via le assi, poi andavo fuori, le lavavo, aspettavo che si asciugassero, poi portavo dentro il mio pavimento...Quando aprivamo " la panera”, dal gran che avevamo fame, c'erano i topi che piangevano anche loro dalla fame, perché non avevamo niente neanche per loro. D'inverno, quando era proprio freddo andavamo nelle stalle, poi, l'estate, c'era da andare a casa del contadino a dargli delle giornate, perché d'inverno ti eri andata a scaldare e allora li andavi ad aiutare per due, tre o anche quattro giorni in campagna. Eh, ti davano il caldo d'inverno! Puzzavi come una canaletta, ma puzzavano tutti alla stessa maniera !... "Dig' ca n'hom pruve d'la miseria !"... A tredici anni ho cominciato ad andare in risaia... sono andata in Piemonte... Poi, nel '49, si è cominciato a fare le camicie, si è cominciato a lavorare a domicilio, poi in fabbrica... Nel '58 sono andata all'Artica...[camiceria]" (18) FAMIGLIE DEL PROLETARIATO URBANO - OPERAI La condizione delle famiglie del proletariato urbano era molto simile a quella del bracciantato e, sotto certi aspetti, nei momenti di crisi produttiva, quasi peggiore. Ad esempio era difficilmente concepibile per loro girare questuando per la città o per campagna che, in ragione delle tensioni già accennate nella premessa, non era molto disponibile a rispondere anche a loro. Gli operai, come i braccianti, per alleviare il loro stato di miseria, erano costretti ad espedienti quali il furto campestre. Aldo Contini, un anziano nato nel 1908 ricorda:"[...] Tante volte si ricorreva alla campagna, perché, allora, specialmente la frutta, era un disastro... Tanto basta che i poderi nei dintorni di Carpi non avevano valore, perché erano soggetti non dico a ruberie, perché era necessità... C'era la possibilità di essere letteralmente, non dico spogliati, ma una gran parte del prodotto veniva (sottratta) da chi ne aveva bisogno... specialmente nel periodo dell'uva, del granoturco... anche la legna. Molte volte un contadino andava in campagna e trovava un albero tagliato, che poi, era una vita più da briganti che si possa immaginare, da dargli un premio a chi lo aveva portato via, perché non si sapeva la fatica che avesse fatto a portar via un tronco d'albero! Eh, c'era della gente che, purtroppo, la necessità era tale, che dovevano arrangiarsi. Intendiamoci, non è che giustifico queste cose, ma la necessità, portava a quel lavoro lì... Chi era in paese e che faceva il dipendente o l'operaio, generalmente avevano tutti dei parenti in campagna, nel contado, e allora, ogni tanto, arrivava una fetta di lardo... il costato del maiale che glielo portavano scarnato però!... ma era sufficiente l'osso bollito che dava un altro sapore alla pasta quando si faceva la minestra... Non parliamo poi delle cotenne..."(19) Ondino Miselli riportava: " La famiglia...un disastro ! In casa in sette o in otto, perché, allora, il padre ingravidava la moglie...20-30 figli...infatti allora c'era una canzone che si cantava in piazza e diceva: - Non so il perché/ vicino a te/ e nascono figli/ e nascono figli/ come conigli/ non so il perché.// Il padre non se ne curava: lavorare, il bicchiere di vino, il sigaro toscano e basta. Una donna se si sposava bene era fortunata, se si sposava male andava a finire che diventava vecchia a quarant'anni, era già una cosa da buttare." Anche in queste famiglie scadevano le ragioni di gerarchie. Molto significativo, a questo proposito, risulta un articolo comparso su "Luce" nel 1908 in cui si legge: [...] Il papà e la mamma non hanno autorità alcuna sui figlioli. Lo stesso guadagno individuale delle giovanette e dei giovani non li porta a sentire l'autorità paterna:- A sem nueter ca mantgnem la famija...- dicono i giovani e spesso le mamme costrette a lavorare in casa, e i padri, ahi! troppo spesso disoccupati, non sentono la forza di rispondere e di farsi rispettare...". LA FAMIGLIA NEGLI ANNI '50 Gli anni '50 segnano un forte declino della famiglia patriarcale tradizionalmente intesa come unità produttiva e patrimoniale nell'ambito di un'economia agricola. Continuarono però, e sono tuttora presenti, forti connessioni con la passata struttura. Percorrendo la vicenda del truciolo, si può constatare come, oltre alle famiglie che ad esso si sono dedicate con continuità secolare, se ne annoverassero sempre di nuove, dato che investirvisi non richiedeva l'impiego di forti capitali. Una delle critiche più grandi mosse al truciolo, già a partire dalla fine del secolo scorso, era proprio quella di non saper superare la gestione familiare, organizzandosi in società, così come avevano fatto nei grandi centri industriali al fine di superare meglio situazioni di crisi (20). Ma la grande trasformazione del tessile/abbigliamento si è giocata proprio sulla vecchia struttura familiare e, non soltanto per questioni di solidarietà garantita alle giovani madri assistendo i piccoli durante le ore di lavoro. Le nuove competenze richieste si trasmettevano a livello familiare per cui, se partiva una donna, subito altre la seguivano. Questo anche in relazione al bisogno di ammortizzare al più presto il costo delle macchine che è sempre stato sopportato dalle lavoranti stesse. Quanto più le macchine erano costose, tanto più forte era il bisogno di renderle produttive facendole funzionare quasi ininterrottamente, per cui, in molte famiglie, si organizzavano turni di lavoro dai quali, specie per le roccatrici, tessitrici, ricamatrici e presse per lo stiro, non erano esclusi nemmeno gli uomini. La vecchia struttura familiare, anche se a ranghi ridotti, si rivelava ancora valida. Se a questo si aggiunge che la rete organizzativa della produzione a domicilio rimaneva pressoché immutata rispetto al truciolo, quindi già abbondantemente sperimentata, si può ben comprendere come, in molti proprio contando sulla struttura familiare, abbiano potuto concepire di mettersi sul mercato in proprio. La famiglia si riconfermava quindi in un ruolo fondamentalmente produttivo. Certamente anche a Carpi parimenti a ciò che è avvenuto nelle realtà altamente industrializzate, essa ha subito notevoli trasformazioni che iniziano ad evidenziarsi in maniera forte negli anni '60 con il progressivo restringimento dei nuclei. La maggioranza delle persone contattate nell'ambito di questo lavoro di ricerca, in prevalenza di condizione operaia o impiegatizia, già a partire dai primi anni '50, ci ha dichiarato di aver programmato il numero dei figli a due, poiché i ritmi produttivi in primo luogo, quindi il reddito, non avrebbero potuto conciliarsi con una prole più numerosa. Il trauma più grande in questo processo di trasformazione continua, lo hanno subito gli anziani. Abituati per secoli ad essere il perno familiare, si trovano oggi, scalzati dalla società industriale, a vivere ai margini, sovente in condizione di solitudine, sebbene vi siano da segnalare numerose iniziative a loro indirizzate. Il loro mènage rimane nei limiti dell'accettabilità fino a quando non subentrano seri problemi che intaccano la loro autonomia funzionale, per cui diventa necessaria un'assistenza pressoché continua che, chi potrebbe affrontarla, figli o nipoti, assorbiti dal lavoro e non solo da quello, non riescono a fornire. A quel punto, l'unica soluzione è il ricovero in case per anziani o strutture protette di cui v'è attualmente un proliferare intenso. FAMIGLIE DIVERSE - CASE DIVERSE E' praticamente impossibile raccontare la propria storia prescindendo dalla casa o dalle case in cui si è vissuti. In tutti i racconti di vita raccolti, indipendentemente dal tema di ricerca affrontato, questo dato esce con sistematicità. D'altra parte è più che naturale, essendo l'abitazione uno dei bisogni primari. Un bisogno, ancora oggi, non facile da soddisfare e che richiede anche alle famiglie che vivono di un reddito fisso medio, notevoli sacrifici. E' a tutt’oggi, attualissimo il problema della mancanza di alloggi con prezzi o affitti abbordabili per le famiglie con basso reddito. La mancata risposta a questo bisogno talora produce tragedie o atti fuori dalla legalità. Sulle pagine dei giornali compaiono sempre più spesso articoli sulle "nuove povertà" ed e probabile che, oggi, la condizione di chi vive in indigenza assoluta sia ancora peggiore di quanto non lo fosse solo cinquant'anni addietro. Ancora oggi, come ieri, le differenze di ceto sociale sono leggibili dall'alloggio. Nessuna difficoltà avevano coloro che potevano permettersi la proprietà di una o più dimore. Difficilmente le case di proprietà della borghesia industriale ed agraria non erano munite di un servizio igienico interno. I palazzi e le case della borghesia di inizio secolo continuano a rappresentare, anche simbolicamente, l'agiatezza di chi le abita. La descrizione di queste abitazioni ci è riportata nel modo che segue. "[…] Quando mi sono sposata sono andata ad abitare in un appartamento con i miei suoceri di una casa di loro proprietà. Oltre noi c'era un altro appartamento sopra ed altri quattro di fianco. Negli altri appartamenti c'erano gli inquilini. Nel nostro c'erano tre camere da letto, una da pranzo, un ingresso, una cucina, era anche troppo grande... La cucina era grande che c'era da ballarci. Il bagno quando mi sono sposata non c'era, l'abbiamo fatto dopo. C'era il gabinetto interno all'appartamento, ma solo il water. Però l'acqua corrente non c'era ancora, perché non c'era mica l'acquedotto...appena c'è stato abbiamo fatto il bagno..."(21) "[Avevamo] 10 camere da letto, una sola stanza da pranzo, una sala da ricevimento e uno studio in cui c' era anche il pianoforte per chi suonava. C'era anche una cucina con a parte il lavandino, il forno. Lì non era molto grande ma poi mio padre ha comperato un fabbricato di fronte e ha trasportato la famiglia là, perché gli ambienti erano molto ma molto più grandi...Le sorelle dormivano in un piano e mio padre al piano superiore... c'era una camera da letto per ogni maschio di cui due indipendenti e una obbligata in più una sala grande, bella, spaziosa con gli armadi... Noi non avevamo un camino in cucina, il babbo aveva fatto venire dalla Germania, perché era un industriale e aveva bisogno di macchinari per la fabbrica, una cucina economica che era grande come una tavola..."(22) Le case operaie e la loro collocazione ad inizio secolo, rimaste pressoché immutate strutturalmente ancora negli anni dell'immediato secondo dopoguerra, così escono dalle cronache locali dell'epoca: "Da parecchi anni le abitazioni a Carpi sono divenute scarse e i fitti cresciuti in modo allarmante. Un appartamento di due stanze, spesso senza solaio e cantina, vale un centinaio di lire all'anno. Raro il caso che ad ogni semestre qualche famiglia non sia costretta ad emigrare per mancanza di locale in cui riparare. Le contrade più lerce, le case più sordide sono piene e ricercatissime..."(23) " Nel fabbricato di S. Rocco dove brulica in locali angusti e malsani una moltitudine di famiglie, serpeggiano le febbri infettive, e tutta la famiglia delle tifoidee..." (24) "[...] Le stamberghe inabitabili sono numerosissime: la vicinanza di letamai, di pozzi neri poco profondi e tutti inquinati, formano un pericolo permanente per la salute pubblica. Nessun rimedio è efficace se non quello di costruire nuove abitazioni per il popolo e di dotare Carpi di acqua abbondante e sana... Ci sono molte case che dovrebbero dichiararsi inabitabili, ma l'ufficio di igiene si guarda bene dal constatarlo perché non ci è mezzo di ricoverare coloro che dovrebbero sloggiare..."(25) "[...] Cantarana, la contrada del tifo, delle concimaie giacenti nell'abitato, delle stalle numerose..."(26) "Il Consiglio Comunale ha stanziato 55.000 lire per sistemare con un viale il terreno dove sorgevano le mura. Quel terreno che dovrebbe essere dato alle case operaie, sarà invece dato ad un viale signorile per il passeggio dei poveretti... Ma il far delle case vuol dire fare diminuire i fitti e i signori del Consiglio questo non vogliono. Un viale inutile costa del denaro, ma non fa concorrenza ad alcuno, le case intaccano il profitto capitalista ed è quello che non si vuole. Dunque avremo una bella passeggiata ... e intanto i poveretti continueranno ad abitare le catapecchie di Cantarana e di Borgofortino e il tifo continuerà a flagellare Carpi e a liberare i poveretti dal fastidio di vivere."(27) "[...] La densità della popolazione rende sempre più difficile il problema delle abitazioni. Gli affitti altissimi costringono i lavoratori, gli impiegati, i piccoli borghesi a restringere le famiglie nel minor numero possibile di ambienti. Le famiglie stipate, tanto da non poter muoversi, cacciano i bimbi, i fanciulli sulla strada, che diventa il luogo di vita dei figli del popolo..."(28) Simili alle case operaie, forse peggiori in quanto a precarietà, erano le case dei braccianti ovviamente situate fuori la città, difficilmente erano edifici isolati, bensì inglobati in una costruzione unica di dimensioni anche notevoli e dallo sviluppo lineare. La costruzione di queste case veniva eseguita, di norma, in economia e in modo da poter ammassarvi dentro il maggior numero di persone possibile. A uno o due piani, con un fronte esterno che dava sulla strada e un fronte interno che si affacciava su di un cortile comune dove erano posti i servizi. Di queste case, attualmente non se ne trova quasi più traccia se non un nucleo, in via Campagnola, tra Budrione e Migliarina, rimasto pressoché intatto all' esterno. Ciò si giustifica nel fatto che fossero sinonimo di miseria ed inoltre, sotto l'aspetto strutturale, non v'era nulla da salvare. La descrizione che ne fanno coloro che le hanno abitate ed i muratori dell'epoca è la seguente: "[...] Più o meno le case dei braccianti erano un "dritt", da cima a fondo: la cucina giù, la camera al primo piano e sopra il granaio. C'era la porcilaia "cius", una cantina piccola...Servizi igienici non ce n'erano, c'era un solo gabinetto: la campagna...La casa del bracciante aveva un muro a due teste al primo piano e poi, al secondo, una testa sola; d'inverno dalla parte rivolta a nord, veniva il ghiaccio sul muro..."(29) "[...] Nelle due frazioni, Budrione e Migliarina, c'erano ottocento braccianti...Mio padre faceva il bracciante e diceva che queste case (via Campagnola) c'erano ancor prima di lui che era del 1887. In questo gruppo di case c'erano cinquantadue famiglie e, in ogni famiglia, c'erano cinque, otto, dieci persone. in questa porta c'erano sei famiglie. I servizi igienici erano fuori, una roba inumana, non c'era niente. L'acqua la prendevamo alla fontana là in fondo (150 metri circa) Io abitavo dove i camerini erano tre per tre (misura della stanza) e avevo quattro figli. La cucina era fuori nel cortile e, quando nevicava, ci voleva la pala e gli stivali per andarci... Uscivano scarafaggi, c'erano topi e tope molto grossi; c'erano anche i gatti ma facevano fatica a prenderli...D'inverno, mangiavamo i gatti. sono buoni, è come carne di coniglio. Nelle finestre c'erano i vetri ma i telai erano malmessi ed anche dal muro veniva dentro l'aria che bisognava far molto fuoco in casa, ma il caldo non ci rimaneva mai...poi, la notte, si andava a legna, perché non c'erano micca soldi... Il pane lo si faceva in casa, poi lo cuocevamo nel forno: un forno solo per tutte le famiglie, ci si metteva in fila:Domani mattina, tu sei il primo, poi il tale, il tal altro..."(30) La casa o , meglio, le case coloniche, di varie tipologie, erano profondamente diverse dalle sopra descritte ed è senz'altro più appropriato definirle casa/azienda. In esse coesistevano sia l'abitazione del colono che la stalla/fienile e tutti quegli spazi utili alla conservazione del capitale. La tipologia che più frequentemente si incontra sul territorio carpigiano, è quella "reggiana" che si diffuse a partire dai primi dell'800, diventando poi dominante. Rispondeva a bisogni scaturiti da un'organizzazione della proprietà terriera improntata all'appoderamento. Questo modello abitativo si sviluppò particolarmente durante il ventennio fascista; in una pubblicazione di quell'epoca si legge: "[...] Nelle costruzioni rurali che si fanno attualmente, la casa di abitazione del colono, la stalla ed il fienile, costituiscono un unico corpo, ed a questo sistema si ricorre sia per risparmio, sia per la limitata estensione dei fondi e per la composizione delle famiglie meno numerose di un tempo..."(31) Questo tipo di casa, perlopiù a due piani, è sempre a pianta rettangolare; a caratterizzarla esteriormente è l'ampia porta centrale denominata "porta morta" che dà accesso ad un ampio portico sul quale, generalmente, sono posti gli ingressi all'abitazione ed alla stalla/fienile. Il fronte esterno è quasi sempre orientato a mezzogiorno dato che , in quella posizione, è collocata l'aia utile all'essicazione dei prodotti. Al suo interno non aveva nessun servizio igienico e, solo in quelle di più recente costruzione, all' esterno, adiacente alla stalla, c'è una ritirata che consiste in un semplice foro in comunicazione con la fossa biologica sottostante il letamaio. I muratori impegnati nella loro costruzione affermano: "[...] Le case dei contadini assomigliavano più o meno le une alle altre...La casa era del padrone del fondo, erano pochi quelli che avevano al "sit", un fondo proprio; quelli che avevano la terra era gente che stava bene. I contadini pagavano l'onoranza su quella terra che era intorno alla casa e che era adibita ad orto o a cortile e, siccome il contadino in quello spazio teneva le galline, il padrone voleva le uova, venti pollastri, capponi e poi li voleva di penna bianca, perché altrimenti avevano la carne scura. C'erano latifondi e piccole proprietà; secondo l' entità del fondo, la casa era più o meno grande, la stalla più larga o più stretta. La stalla doveva essere grande in proporzione alle vaccine che potevano essere mantenute sul fondo...Per esempio: per cinquanta biolche di terra, ci volevano dodici persone a lavorare e , allora, si costruiva una grande cucina e poi si consideravano quante stanze da letto ci volevano...Una cucina comune era circa quattro metri per quattro, si faceva un bel camino grande, perché ci doveva stare anche la " stagneda" (grosso paiolo)...quando era freddo, si scaldava solo lì. C'era un lavandino di pietra, con un "pisulot" (piccolo scarico), mandavano fuori l'acqua. Nella casa non c'era l'acqua corrente, c'era l'acqua del pozzo; c'erano pozzi che erano profondi al massimo sei metri, c'era venuto un mucchio di tifo a Fossoli... I pavimenti della cucina erano di pietra (mattoni), che ci veniva un'umidità enorme; D'inverno a pulire la casa dei contadini, ci voleva la vanga, perché, essendo umido, si attaccava tutta la terra che si portava dentro camminando...Per quello che riguarda il gabinetto, lo facevamo dietro la stalla... ma generalmente i gabinetti erano pochi. Il gabinetto, in campagna, era il granoturco, erano le piante, il verde... Di bagno non se ne parlava neanche: si lavavano in un mastello, ma meno di adesso, perché non essendoci i servizi, c'era anche meno l'abitudine. Allora si accontentavano di poca roba... La casa senza forno non si poteva mica fare... Questa case si costruivano in modo da spendere il meno possibile...Uno dei fatti che lasciava a desiderare, per quello che riguarda la costruzione, era che si curava maggiormente la stalla rispetto all'abitazione del contadino... I padroni volevano la stalla bella... quando avevano qualcosa da riparare nella stalla, il padrone ci chiamava subito; nella casa del contadino, anche se si rompeva il muro, era uguale, non ci si faceva nemmeno caso..."(32) Anche nel secondo dopoguerra continuarono ad edificare case coloniche di questo genere che, attualmente, non sono quasi più adibite alle funzioni originarie e, sovente, ristrutturate, sono occupate da famiglie che nulla hanno in comune col la vecchia famiglia patriarcale contadina e, non raramente, sono una seconda abitazione. LE CASE DEGLI ANNI '50 A metà degli anni '50, quando fu evidente che il futuro si sarebbe giocato in città ed iniziò un esodo generale dalle frazioni, anche molte famiglie contadine abbandonarono il fondo e si insediarono a Carpi. Le famiglie migranti non avrebbero potuto stanziare nella città se non avessero provveduto a costruirsi un'abitazione, poiché, come da sempre, continuava la fame di alloggi. Pure per coloro che avevano sempre abitato in città in condizioni precarie diventava possibile pensare di avere una casa propria, anche se piccola e costruita in estrema economia, magari facendo debiti che però si prevedeva di poter pagare. Su un dossier de "La Tribuna" di Carpi, titolato: "La Seicento/Graffiti dei ruggenti anni '50" compare la testimonianza diretta, sotto riportata, di uno tra i tanti che fecero il "salto" che ha segnato un passaggio esistenziale così forte che in molti decisero di fissarlo fotograficamente come risulta dal più ricco archivio di immagini carpigiane dei fratelli Gasparini. " La famiglia non era più adatta alla campagna. Con due figli, un maschio e una femmina, che andavano a scuola, i due vecchi, mia moglie e mia cognata che lavorava a Carpi, mia nipote piccola e con un fratello via, c'era poco da fare: ero l'unico uomo valido. Già nel '48 avevamo messo in cooperativa il fondo che tiravamo avanti a mezzadria ed eravamo diventati boari salariati. Ma si prendeva poco e le belle volte non si riusciva a lavorare più di centocinquanta giornate all'anno. Era un po' che ci pensavo di venirmene via da Budrione e di andare a stare a Carpi, ma mi sono deciso solo nel '59, quando ho avuto l'occasione di un lotto di 600 metri che il Comune vendeva a 750 lire nella zona del "villaggio artigiano". Presa la terra, c'era da costruirci la casa e soldi non ne avevamo. Abbiamo fatto debiti per comperare calce, sabbia, pietra, ghiaia e per pagare due operai che venivano da noi quando trovavano il tempo fra un cantiere e l'altro. Loro facevano le cose più difficili e ci insegnavano come fare per continuare il lavoro quando non c'erano. Il progetto ce lo aveva fatto Bruno Ghelfi: scala esterna e scantinato. Questi progetti Ghelfi li faceva un po' tutti uguali...abbiamo discusso col geometra e qualche capriccio ce lo volevamo pur togliere con la casa nuova. Avremmo voluto tutto giù, comodo al piano terra come in campagna, lasciando sopra solo le camere da letto. Ghelfi invece voleva farci uno scantinato e ci aveva messo un po' a convincermi. "Voi venite dalla campagna e avete certe idee: ma uno scantinato vi verrà utile col tempo" diceva e, debbo riconoscere, che ha avuto ragione anche se poi nello scantinato ci abbiamo ricavato una cucina per friggere e fare la polenta senza sporcare o riempire di odori il resto della casa: Così ci sembra ancora di essere in campagna. A Ghelfi abbiamo anche detto di stare stretto con la metratura, per via dei pochi soldi che avevamo...invece ci siamo pentiti, perché quel metro in più di casa ci servirebbe... Come ci siamo trovati nella casa nuova? Beh, qualche problema lo abbiamo avuto. Eravamo contenti di stare a Carpi, e proprio al confine della città con veduta sui campi aperti. In qualche modo questo ci teneva ancora con un piede in campagna, migliorando però le condizioni di vita: un ambiente nuovo, il caldo in molte stanze, il cesso in casa... Anche il mangiare è stato un po' un trauma. Non eravamo abituati a fare la spesa tutte le mattine e tornarcene con tanti cartoccini, con un etto di prosciutto qua e una fetta di formaggio là. Quando si vedeva sotto il naso tutti quei cartocci, il nonno diceva sempre:- Ma cos'è tutta sta carta che i bottegai vi fanno pagare...." LA CASA: IL LUOGO DOVE SI NASCEVA, SI SPOSAVA, SI MORIVA. Fino alla metà degli anni '50, i momenti fondamentali della vita: nascita, matrimonio e morte, tutti e tre altamente ritualizzati, si consumavano tra le mura domestiche. A questi eventi partecipavano con ruoli differenti ed in momenti diversi a seconda delle circostanze, tutti i membri della famiglia e spesso Il coinvolgimento si estendeva anche alla parentela più allargata ed al vicinato. Rare erano le eccezioni e testimonianze orali e documenti scritti ce lo confermano. Il partorire. Il reparto di maternità nell'ospedale civile di Carpi venne aperto nel 1924 e, a quel proposito sul settimanale locale " Il Falco " del 4 Maggio di quell'anno, usciva un articolo che esplicitava le ragioni di quella iniziativa nel modo seguente: "Come vedemmo , nei tempi trascorsi l'ospedale degli infermi fu insieme asilo alle povere madri traviate: e si possono nell'antico edificio ancora scorgere i segni di ciò che fu la Ruota di dolorosa memoria. Non questa intende sostituire l'attuale Amministrazione, destinando alla Maternità una sala del nuovo fabbricato. La sua pietà previdente si svolge con particolare interesse a quelle operaie di Carpi che per qualsiasi cagione non trovano agevole di attendere, nella loro disagiata dimora, la crisi della maternità. Nel proseguire del tempo si spera di poter alloggiare anche tutte quelle madri che, pur non essendo inscritte nell'elenco dei poveri, per loro particolari ragioni o per desiderio di una assistenza più assidua e pratica, intendono partorire lontano dalla loro casa..." Dal passo sopra citato emerge chiaro che la grande maggioranza delle donne partoriva in casa e che facevano ricorso all'ospedale solo quelle che vi erano costrette da particolari condizioni sociali o da gravosa indigenza economica. Siccome il pregiudizio è difficile da cancellare, solamente negli anni '50, dopo una martellante campagna che spostava le ragioni dell'ospedalizzazione del parto, dal bisogno alla sicurezza, poté diffondersi fino ad essere generalizzato, il partorire in strutture ospedaliere. Attualmente è in revisione anche tale concetto. Nelle famiglie contadine era tradizione, in occasione della nascita, seppellire la placenta o in cantina sotto le botti, oppure all'esterno, vicino alle fondamenta della casa, al riparo sotto la grondaia. I tanti che hanno raccontato di questa tradizione, evidentemente tesa a marcare il territorio, dicono che "portasse bene"(33). Il matrimonio. Anche il matrimonio, anticipato dalla promessa in presenza di entrambe le famiglie degli sposi, che avveniva in casa della sposa, era festeggiato tra le mura domestiche: il pranzo a casa di lei a simboleggiare l' uscita, la cena a casa di lui a segnare il passaggio/ingresso alla nuova famiglia. Molte coppie, appartenenti ai ceti meno abbienti, non di rado d'accordo con entrambe le famiglie di provenienza, evitavano la cerimonia nuziale simulando la fuga e risparmiando così spese insostenibili. E benché fosse questa una pratica molto diffusa, non valeva il vecchio adagio: -Mal comune/ mezzo gaudio - . La mancata possibilità di attenersi alla tradizione lasciava nella memoria una traccia indelebile di tristezza. La morte. L'agonia e la morte fuori dalla propria casa, dal proprio letto, lontano dagli affetti familiari, appariva come una delle sorti più tristi. La morte era un evento a cui partecipavano tutti, compresi i più piccoli. Anche nell'eventualità di un ricovero in ospedale, quando si prospettava la morte, dopo un ultimo consulto con i medici, il moribondo era riportato a casa, nel proprio letto, dove poteva ricevere tutti i conforti del caso. Dopo la morte, veniva aperta la finestra affinché l'anima potesse involarsene senza ostacoli ed il defunto era costantemente vegliato. Erano i parenti stessi o qualche persona del vicinato ad occuparsi di lavare e vestire la salma. La casa, addobbata a lutto, rimaneva aperta per tutti ed il morto, come si usa a tutt'oggi, veniva portato via con i piedi rivolti all'uscita: il contrario di quanto avviene per la nascita dove il neonato si presenta al mondo per la testa. E' questo sicuramente uno dei motivi che induce, soprattutto gli anziani, ad aborrire che i letti siano disposti in modo che i piedi rivolgano all'uscio. Attualmente ciò accade solo in caso di morte improvvisa, avvenuta entro i muri di casa propria e quando non vi siano assicurazioni che pongono interrogativi a cui dare risposta o dubbi da fugare attraverso accertamenti. Se questi tre eventi fondamentali della vita si sono spostati all'esterno, v'è da segnalare che la casa continua ad essere lo spazio dove, dopo la frantumazione della famiglia patriarcale, in alcune occasioni quali compleanni, cresime, anniversari e soprattutto per Natale, le famiglie si riaggregano, riconfermando i vincoli parentali. Sono queste le occasioni in cui si rinnova la memoria familiare, rispondendo anche al bisogno di identità, aldilà di quelli che sono gli attuali assetti. LA CASA E IL FUOCO (Dal camino alla cucina a gas) Nella stragrande maggioranza delle abitazioni, l'unico spazio riscaldato durante l'inverno era la cucina. Un modesto fuoco era pressoché sempre acceso, anche d'estate, poiché serviva per la preparazione dei cibi a cui si dedicava la donna di casa. Al focolare contadino era sempre appeso un paiolo in cui, se non il brodo per la minestra, rimaneva in caldo l'acqua utile ai tanti lavori casalinghi e di stalla. In tegami sostenuti da trepiede posti sulle braci, si rosolavano o friggevano le povere pietanze. Il camino è sempre stata una fonte di calore precaria, poiché scalda chi vi sta davanti ma non permette il formarsi di una temperatura uniforme per cui, l'avvento della stufa economica lo ha velocemente soppiantato. Nelle case bracciantili ed operaie erano assenti i camini e ci si scaldava, con stufe di cotto o di ghisa a legna. Una legna troppo costosa per cui il fuoco era scarso. La preparazione dei cibi avveniva su apposite fornacelle mobili alimentate a carbone che riempivano l'ambiente di fumo e che, per questo, venivano poste in prossimità della finestra. La cucina o stanza da pranzo, nella passata realtà, rappresentava più che altro un ideale mitico che assumeva concretezza in occasione delle cicliche scadenze annuali come le feste natalizie, quelle pasquali, le sagre, oppure per eventi eccezionali come la promessa di matrimonio, il matrimonio stesso o, più dimessamente, per la nascita. E' la descrizione di questi momenti che porta i superstiti di un passato i cui modi di vita sono scomparsi, a parlare della cucina che, altrimenti, esce dai loro racconti per rientrarvi solo su sollecitazione e le storie che emergono sono di una tristezza infinita, piena di fuochi striminziti su cui troppo spesso bollivano a stento paioli di brode d'ossa più che di carne, di grasso o polenta. Inoltre, come già accennato precedentemente, la cucina era quello spazio in cui, quotidianamente, si riaffermavano le discriminazioni gerarchiche familiari tra uomini, donne e bambini. Sono in tanti a ricordare che: "[...] Erano molto severi, non si poteva nemmeno parlare. Parlava solo il nonno che aveva dei grandi baffi: si metteva seduto a capotavola e parlava. Noi eravamo diciotto ragazzini e prima ci facevano mangiare poi, quando arrivava lo zio e gli altri grandi, noi eravamo già tutti a letto..."(34). "[...] Il capofamiglia quando dava uno sguardo lungo il tavolo: parentesi chiusa! Non c'era niente da dire. C'era molta severità..." (35) "[... Appena sposata] in casa c'era un vecchio cognato che comandava, molto cattivo; io avevo soggezione e mi avevano messo a mangiare proprio di fianco a lui... Mangiavo poco, ma avevo una cognata che, a volte, me ne portava su in camera, perché capivano che non riuscivo a mangiare con comodo, perché mi dava troppa soggezione... Ho passato degli anni che lo so solo io!... Quando era freddo si scaldava solo nella cucina, perché c'era un bel focolare e poi, tante volte, prendevamo la polenta e andavamo nella stalla, perché in casa c'era freddo. Si faceva il pane nella stalla, il lievito nella stalla, si portava la "panera" nella stalla, perché, dopo aver setacciato, la sera, la "resdora", faceva il lievito..." (36) "[...] Il mangiare era uguale per tutti. Non c'erano tante storie. Adesso siamo in tre e mettiamo su quattro pentolini. Invece, allora, una "tègia ed broda": chi ne vuole, ne vuole, altrimenti via... Zuppa poco buona, perché il formaggio non ce lo mettevamo: pane, pane, un po' di brodo e conserva. Si mangiava anche il baccalà, delle saracche... si faceva l'insalata o i radicchi e ci si passava con un filino d'olio, pian pianino... guardavano quello che si vuotava...D'inverno si stava nella stalla anche a mangiare, perché tante volte c'era freddo in casa, allora si prendeva un piattino con un po' di cipolla, qualcosa, quello che c'era, poi: via nella stalla...là, al caldo..."(37). "[...] A g' l' ivem caveda d'aver la stua [ce l'avevamo fatta ad avere la stufa] una cucina economica... per far da mangiare d'estate, bisognava arrangiarsi col carbone. Il fornello era poi spostabile, si poteva portar fuori o vicino all'uscio o alla finestra o sopra al davanzale se c'era la possibilità...Ci stava solo una pentola sopra, non c'era micca altro...mentre si mangiava la minestra, se c'era qualcosa da friggere, si aspettava che venisse cotta... Oppure al mattino, prima di mettere la pentola, la mamma preparava che dopo c'era solo da scaldare..."(38) Con la diffusione su larga scala della cucina economica prima e, a partire dagli inizi del '50, quella dei fornelli a gas, i modi dello stare in cucina si trasformano profondamente. La preparazione dei cibi diventava più agevole e sollecita, rispondendo soprattutto al bisogno delle donne che, vivendo in famiglie mononucleari, non avevano nessun appoggio. In Piazza Martiri atterravano spettacolarmente gli elicotteri che publicizzavano, alla moltitudine che si assiepava, la praticità dei fornelli a gas. Ed in Carpi, dove il mercato del lavoro impegnava soprattutto donne, la portata della trasformazione era talmente evidente che a presenziare alle dimostrazione, in veste ufficiale, c'era l'allora Sindaco Bruno Losi. Anche gli ingressi delle fabbriche divennero spazi dimostrativi. I fornelli a gas si diffusero in un battibaleno senza pur tuttavia soppiantare la stufa economica a legna che ha continuato, fino all'avvento dell'erogazione del gas di città ed agli impianti centralizzati a gasolio nei condomini, ad essere uno dei mezzi più pratici e diffusi di riscaldamento. RUOLO FONDAMENTALE DELLA DONNA CARPIGIANA NELL'ECONOMIA FAMILIARE Il tema del lavoro femminile a Carpi è stato più volte affrontato; risale all'aprile del 1990 il convegno internazionale di studi titolato: "Il lavoro delle donne nell'Italia contemporanea: continuità e rotture" ed una mostra con rispettivo catalogo, titolata " Percorsi di vita femminile" che hanno, se non altro, tentato di porre le basi per un'analisi più approfondita di quello che è stato e continua ad essere il ruolo fondamentale della donna nell'economia carpigiana e di quanto, questo ruolo, possa aver influito nei processi di trasformazione sia in ambito familiare che sociale in senso lato. Già nella premessa è stato succintamente accennato al truciolo, alla sua importanza sul piano economico per la città di Carpi ed al fatto che impegnasse, a larghissima maggioranza, sia in fabbrica che a domicilio, manodopera femminile. Ne consegue che da secoli le donne carpigiane sono produttrici di reddito. Un reddito fondamentale per il sostentamento delle famiglie bracciantili ed operaie, non di rado, l'unico su cui fare davvero affidamento. Ma anche le donne contadine si dedicavano a questo lavoro, producendo un reddito integrativo che rimaneva in loro gestione. Questo fatto ha determinato, in maniera più o meno palese, attenuazioni alla subalternità femminile in ambito familiare, anche laddove le gerarchie erano più marcate come nel patriarcato rurale. Quelle che seguono sono solo alcuni dei tanti brani di intervista raccolti. In tutti questi racconti traspare, soprattutto dai toni usati che qui è impossibile riportare, un sentimento di fierezza, dovuto alla consapevolezza, specialmente delle braccianti, di aver avuto un ruolo fondamentale per sé e per la propria famiglia, sia quella d'origine che quella maritale. Anche gli uomini che raccontano di questa realtà, sono concordi nel riconoscere alle donne madri, sorelle, mogli e nonne, l'importanza che queste hanno avuto in ambito familiare. "[…] Mia nonna è rimasta vedova molto giovane e aveva dei bambini piuttosto piccoli e s'è messa a lavorare; non soltanto a fare la treccia ma ha pensato: - Beh, voglio allargarmi un po'- Era una donnina analfabeta ma molto intelligente: memoria di ferro, strabiliante che ancora oggi non si capisce come facesse a ricordare tante cose. Analfabeta com'era, faceva delle operazioni mentalmente che oggi è un problema già farle a matita...vendeva migliaia di trecce a frazioni di centesimo e sapeva quanto doveva guadagnare...Sembrava insignificante a guardarla ma, questa donna, da sola e vedova, riuscì a tirar su i suoi due figli e non solo i suoi, ma anche altre tre figlie di un secondo marito che era un suo operaio...riuscì a mettere insieme un laboratorio con 16-18 macchine. Erano in piazzale Ramazzini. E' riuscita a comperare due case, poi una terza che fece aggiustare. La mia nonna si chiamava Clotilde..." (39) " Le donne cominciavano da ragazze a fare la treccia e, soldino su soldino, si facevano una piccola dote ..." (40) " Le mie sorelle hanno cominciato presto (a mettere da parte il corredo), dovevano avere quindici anni, facevano i cappelli e si comperavano un lenzuolo, qualcosa..." (41) "[…] Alla sera, mi ricordo, che (le donne) si mettevano lì a chiacchierare e intanto facevano la treccia e poi si tenevano i soldi loro e si comperavano quello che volevano... Aiutavo poco in casa, perché avevo fretta di fare della treccia, perché facevo sempre la treccia, anche d'estate. Quando sono andata alla cresima mi sono presa i pendenti e il vestito, me li sono pagata io. Avevo quattro anni e mezzo, non avevo ancora cinque anni e facevo la treccia... Non sono mai andata alla bottega senza pagare. Delle volte finivo due o tre cappelli, li portavo alla fabbrica, andavo alla bottega e comperavo subito qualche cosa per la casa, perché mio marito aveva due o tre mesi che non lavorava..."(42) "[...] Mia madre vendeva anche i polli e le uova, però bisognava che mio padre lo sapesse. Se faceva una treccia non c'entrava con la famiglia: quelli lì li spendeva lei dove credeva necessario..." (43) "[...] Dopo sposata facevo i cappelli e tenevo quei soldi per me, per avere soldi senza dover sempre chiederli..." (44) "[...] Io facevo i cappelli di Menotti. Ne facevo uno ogni due o tre giorni e guadagnavo venti lire... Abbiamo tirato avanti con quello che tiravo io dei cappelli.. .prendevo più io che mio marito..."(45) Si potrebbe continuare all'infinito poiché ogni donna anziana di Carpi potrebbe riconoscersi, riraccontare o confermare le testimonianze sopra riportate. Ma se questi erano ruoli di supporto all'economia familiare, un numero non indifferente di donne carpigiane sono state e continuano ad essere le dirette protagoniste dell'economia locale. Tra le molte testimonianze raccolte, una delle più esemplificative e complete, è la seguente: "[…] Ho cominciato in una fabbrica di cappelli, naturalmente come trecciatrice... in fabbrica io ho sempre fatto di tutto, di tutto quello che era inerente ai cappelli di truciolo... Nel '58 ho avuto qualche diverbio col mio titolare e mi sono licenziata... poi mi ha fatto delle proposte enormi, però io ho sempre capito che era inutile andare a fare una società con questo mio padrone perché non avrei mai potuto mettere il naso negli affari... allora, con l'aiuto di mio marito, abbiamo cominciato a pensare di metterci in proprio e di cominciare a navigare su una piccola barca che poi poteva diventare... un bastimento: e così è stato. Allora c'erano diverse donne che erano rimaste a casa da lavorare: le ho interpellate e, i primi tempi, lavoravo per conto terzi...Poi, pian pianino, che conoscevo i clienti, conoscevo un po' tutti, avendo lavorato in fabbrica, sapevo che il filo si comprava da Pinco, le trecce da... Io penso che sia una cosa innata, se uno nasce con un certo istinto, ce l'ha subito il pallino di progradire... io ho cominciato subito, fin da bambina a voler sapere e fare tutte le cose, finché non ero riuscita...Il mio prodotto costava meno, perché non avevo spese di impiegati, perché mi sono arrangiata da sola... Io avevo una passione che direi meravigliosa, perché ad aver fatto la quinta elementare ... quello che ho fatto, l'ho fatto da me. Mi sono arrangiata... essendo in una zona attrezzata, non era difficile... Non ho mai avuto rappresentanti, perché i rappresentanti costavano troppo, l'aggiunta del 10% sul nostro prodotto non era possibile... Una ruota, quando si comincia ad avviare, è più facile avviarla che fermarla ... La notte rimanevo alzata fino a tardi... prendevo il vocabolario e mi traducevo le lettere da sola... avevamo messo lo zampino dappertutto. Dopo diversi anni avevamo: l'Europa, l'Europa Ovest… poi avevamo tutto il Medio Oriente: Kuwait, Giordania, Israele, Beirut, Libano... La maggioranza delle mie macchine, quando non c'erano delle rotture di grosse proporzioni, le aggiustavo io... Creare è importante... diciamo che il progresso che ho fatto, l'ho fatto perché ho creato. Se guardavo i giornali, beh, erano modelli già usciti, mentre io creavo le cose... Io mi sono sempre trovata bene, perché quello che facevo, lo facevo di mia iniziativa... I miei cappelli avevano un marchio e, quando erano fuori, si sapeva che erano della ditta tot... Può essere che sia in grado di fare anche un uomo, ma io direi che la donna è la principale... C'era un cliente di Torino che mi chiamava "La Tigre", perché ero salda, tutta d'un pezzo..."(46) Anche sul versante del tessile/abbigliamento Carpi ha avuto "Tigri" e "Cicloni"(47). L'industriale Clodo Righi, ripercorrendo la storia della sua azienda, Frarica di Carpi, sottolinea quanto le donne abbiano inciso al nascere di questa grande impresa: "Mio padre e mia madre erano commercianti di cappelli. Io ho iniziato un po' come commerciante ma, soprattutto, come fabbricante di cappelli. Il passaggio alla produzione di camicie è avvenuto nel 1947... veramente hanno iniziato soprattutto mia madre con la moglie di Bruno Nora fondando la "Ri-Nor" poi, quando ho visto che le cose sembravano avere buone prospettive, pur continuando a fare cappelli di paglia, mi sono inserito anch'io... Perché le camicie? C'era la Benetti a Carpi che è stata la prima a fare camicie e, io credo, che mia madre e questa signora Nora, abbiano pensato, vedendola, che era un lavoro che si poteva fare dato che non c'erano difficoltà a venderle... e, assieme, si sono messe a far camicie. Poi mi sono interessato anch'io ed è nato tutto il resto... nel 1950 -'51 ci siamo divisi: Nora ha dato vita alla "Cinor" e noi alla "Frarica-Fratelli Righi". (49) Sullo stesso registro sono anche le testimonianze dell' industriale Mario Brani, O.B.C., che ricorda che l'intrapresa fu un' idea di sua madre Ottorina Galliani, sarta di professione. Gastone Bucciarelli, tra i titolari del "Gigliola/Tessile", risalendo alle origini aziendali, evidenzia il ruolo fondamentale della suocera Carmen Lugli che, in società con Maria Martinelli, "Carma", furono tra le pioniere della maglieria. Il giornalista Giorgio Bocca, approdato a Carpi negli anni del boom economico, ebbe a scrivere: "[...] fabbrichette strane, magari senza una macchina e con poche operaie, ma capaci di fornire quantità inverosimili di maglie. Più che fabbriche, luoghi di smistamento per le lavoranti a domicilio...quelle lunghe file di donne in bicicletta con i fagotti sul manubrio...Nelle aziende rifiniscono il lavoro e si commercia. Così bisogna accordarsi coi "majer", quei tipi cordialoni... Se si può, meglio trattare con le loro donne che sono le vere direttrici dell'azienda... incominciano le ambulanti: la maglieria va a ruba e ne ordinano quantità sempre maggiori a chi lavora a domicilio. Il giro si allarga... siamo a duecentocinquanta aziende per cui lavorano quarantamila donne con ventimila macchine, da Castelfranco Veneto a San Benedetto del Tronto. Un reticolo di maglieriste, cucitrici, ricamatrici, stiratrici, campioniste che copre intere regioni..."(49) Quindi una trasformazione ed un progresso economico che ha visto le donne, a tutti i livelli produttivi, in primissima linea. Queste donne, che erano anche madri e mogli, per anni si sono dibattute nel disagio di dover conciliare gli intensi ritmi produttivi con il lavoro di cura familiare. A lenire parzialmente queste difficoltà, v'è da registrare che erano presenti in Carpi e frazioni numerose strutture d'appoggio all'infanzia. SERVIZI SOCIALI PER L'INFANZIA La larghissima diffusione del lavoro a domicilio ha sempre permesso alla donna sposata con prole di contemperare, anche se a costo di pesanti sacrifici, il lavoro extra/domestico con quello tradizionale in ambito familiare. Più difficile era la condizione di coloro che, nella medesima posizione, erano impiegate in fabbrica o, come braccianti agricole, nelle campagne lontano da casa. Come risulta dalle tante testimonianze orali raccolte e dai vari articoli dei giornali dall'inizio del secolo, la condizione infantile delle famiglie del proletariato urbano e rurale era tra le più infelici. Madri lavoratrici costrette a lasciare i loro figli incustoditi a partire già dalle prime settimane di vita, fanciulli, più le femmine dei maschi, avviati al lavoro prima dei sei anni di età. Il problema doveva essere talmente macroscopico che già nel secolo scorso, quando seppur l'attenzione all'infanzia non fosse tra i problemi più sentiti, in Consiglio Comunale, nella sessione ordinaria della primavera 1871, venne presentata una relazione con proposte intorno all'istruzione elementare dove, tra l'altro si legge:- Da noi per altro si andrebbe a pericolo di avere nelle scuole uno scarso numero di alunne senza introdurre nel tempo stesso l' insegnamento del truciolo. Ed ecco perché la Giunta nel suo conto morale del 1872 vagheggiò assieme alla scuola mista, l'idea dell'insegnamento del truciolo alle femmine durante le ore in cui vengono istruiti i maschi. E il Consiglio stesso mostrò di condividere tale opinione, quando approvando la proposta di aprire a Gargallo una scuola mista, deliberò pure la nomina di una coaudiutrice del truciolo...(50) I dati presentati da Gaetano Grossi nella sua "Relazione sulle Scuole del Comune di Carpi" presentata all'autorità comunale nel primo ottobre 1871 in qualità di direttore delle medesime, appare sconcertante; da essa, tra l'altro, si apprende: "[...] Le nostre scuole impartirono in quest'anno l'insegnamento a 660 individui; a 117 fanciulle, a 188 adulti, a 355 giovinetti... Che vuol dire avere impartita presso noi l'istruzione a 660 individui ? Vuol dire averne istruito uno ogni 27 della popolazione del Comune...vuol dire averne istruito 1 ogni 41,5, in cifra tonda il 2,5 per cento. Qui l'animo si sconforta, e la carità di patria n'è offesa. E in fatti: il 15% della popolazione tra giovinetti e giovinette sarebbero quelli che dovrebbero accedere alle Scuole elementari secondo gli ordinamenti della legge Casati... In Piemonte e Lombardia versano tra il 10-15%; le provincie dell’Italia di mezzo tra l'8 e il 4%, e le provincie dell'Italia inferiore tra il 4 e l' 1,7%. Di guisa che, se noi volessimo confrontarci con qualcuna Provincia in particolare, noi ci troveremmo inferiori alla Calabria citeriore che conta il 2,62% ... Ciò posto e ripartendo la popolazione del Comune in due parti uguali, considerata l'una de' maschi, l'altra delle femmine, avremmo 1 fanciullo elementare ogni 28,5 abitanti maschi; e 1 fanciulla ogni 77 abitanti femmine... E delle Scuole di Campagna che diremo ? Esse non offrono in media ce alunne 16 per cadauna... condizione affatto anormale. Noi abbiamo fra noi quella provvidenza che chiamasi il lavoro del Truciolo: ebbene parecchie altre cause possono influire allo scarso concorso di alunne alle scuole femminili di campagna; ma la principalissima si è quella di questo lavoro: prova ne sia che quando sventuratamente non fu in fiore tra noi, queste scuole gareggiavano colle maschili per concorso..." Ma, come già accennato in precedenza, il problema non era solo quello dell'assistenza all'infanzia, bensì la necessità che quest'infanzia contribuisse al più presto al proprio sostentamento; per cui i tentativi di ovviare al diffuso sfruttamento del lavoro minorile, erano costretti a fallire. Ne conseguiva che erano altissimi i tassi di analfabetismo o semianalfabetismo dovuto ad un abbandono scolastico che, generalmente, avveniva dopo la seconda elementare o, comunque, nei casi fortunati e per i maschi, subito dopo la quinta. Dal censimento del giugno 1911 risulta che il numero di analfabeti oltre i sette anni di età , su 27.422 abitanti, fosse di 8.365 unità così suddivise per sesso: 3.515 maschi, 4850 femmine (51). Su " Luce " del settembre del 1900 compariva un articolo che denunciava la triste condizione comune a buona parte dell'infanzia carpigiana reclutata al lavoro del truciolo nel quale si legge: "[…] Le chiamano scuole, ma dovremmo dirle storpia/fanciulli e guastamestiere. E' necessario che l'ufficiale sanitario faccia una visita a queste scuole e denunzi le più malsane: antigieniche lo sono tutte. Abbiamo sorpreso lunedì in una di queste scuole una bambinetta di quattro anni che lavorava da sei ore ed a cui era stato imposto dalla bacchetta della maestra di far la muta, cioè di non aprir bocca finché non avesse finita la treccia. A quattro anni! Comincia bene la vita, quella bambinetta!" Il mese successivo, sulle pagine dello stesso giornale, ritorna sull'argomento Nicodemo Gasparini, aggiungendo questi altri dati: "[...] Generalmente sono queste scuole in umide camerette a piano terra le quali non potrebbero capire più di quindici o venti persone, ma nelle quali si iprigionano pur nullameno cinquanta e fino a ottanta fanciulli maschi e femmine. Ivi lavorano sotto la direzione di una donna che li eccita e li sgrida continuamente: in tali camerette manca la luce e l aria... Quanto guadagnano questi bimbi, in queste scuole ove lasciano la freschezza e il colorito delle gote e talora, nel contatto, contraggono i germi di fatali malattie? Un soldo o due soldi al giorno..." Sempre sulla condizione infantile in rapporto alla famiglia, nell'aprile 1912, sempre su "Luce" usciva un articolo di Giuseppina Martinuzzi titolato:"Maternità dolorosa" che rispecchiava abbastanza precisamente la condizione generale di estremo disagio così diffusa anche nel carpigiano: "[...] Vorrei che insieme visitassimo i tuguri campagnoli, i bassi fondi cittadini, le soffitte, i sotterranei gelidi, tenebrosi, per cercare i bambini che ignorano l'amore e le intelligenti cure materne. Ahime! La madre proletaria è obbligata ad accanirsi sul lavoro dei campi, della fabbrica, del magazzino, perché il marito è disoccupato; assai volte perché è vedova, talora perché è abbandonata... V'han delle madri che non hanno il tempo di essere madri, perché debbono guadagnare il mantenimento per le loro creature; non hanno tempo di amare ed educarsi ad educare, perché debbono pensare al lavoro, e sono stanche di un'esistenza tribolata, e sono in collera con tutto il mondo, quindi anche coi figli. Nulla da meravigliarsi: nella miseria i sentimenti si spengono, il carattere si inasprisce, le maniere si fanno rozze, e l'intolleranza, la violenza si fanno abituali... Le belle signore, madri felici... non sanno rendersi ragione di ciò... biasimano, disprezzano la rozza maternità proletaria... E dicono: - Chi non può attendere ai figli non deve metterli al mondo!...- " Il vissuto tragicamente reale di questa condizione viene riportato dalle testimonianze dirette che seguono. " [...] Li lasciavo a letto da soli e dicevo alle mie vicine se sentivano piangere di andare a vedere, perché in tanti casi si sono affogati dei bambini che erano rimasti da soli. Una mia amica, le è morto un bambino perché aveva infilato la testa tra le sbarre del letto e non era più riuscito a tirarla fuori ed è morto soffocato. Io una volta sono tornata a casa e ho trovato mio figlio che era caduto giù dal letto e per poco non rotolava giù dalle scale..." (52) "[...] Mia suocera non mi aiutava micca, ne aveva troppi lei di bimbi da tenere dietro; mia madre mi aiutava di rado, solo in caso di estremo bisogno... Li mettevo a letto e poi andavo a lavorare: non potevo sapere se avevano pianto, non parlavano ancora. Non sono mai caduti dal letto. Allora capitava però che cadessero dal letto o che andassero sotto il lenzuolo e si affogassero..."(53) "[…] Nelle fabbriche di cappelli, quando le donne partorivano, stavano a casa otto giorni, altrimenti perdevano il posto... Tutte quelle donne lì hanno avuto sette o otto figli e stavano a casa solo otto giorni e basta e dopo ritornavano a lavorare e continuavano fino alle undici di sera... Li lasciavano a letto e, per mangiare, li allattavano alla mattina e a mezzogiorno quando tornavano a casa, perché non c'era il permesso di andare a casa ad allattarli... Eh, il permesso di avere più tempo per il parto è venuto dopo la guerra..."(54) "[...] Prima dei due anni non ci hanno mai portato giù (sempre in camera da letto)... non potevano coccolare un bambino: lo partorivano e poi a letto e stava lì... Molti genitori dicevano:- Avete più bisogno di imparare a lavorare che a leggere... - andavo a fare la treccia da Ettore de la Catlana: c'erano marito e moglie... eravamo circa venti bambini in una stanza piena e la moglie ci teneva dietro con un bastone che arrivava al trave: a chi non faceva a modo, prendeva il bastone e - pinf sopra le dita... Bisognava che facessimo un tanto al giorno... L'orario di lavoro della treccia era: alle otto di mattina e, d'estate, fino alle otto di sera. Dodici ore al giorno... I bambini cominciavano a venire a scuola anche prima dei sei anni..."(55) "[...] Avevo cinque o sei anni... non sapevano cosa farmi fare e mi hanno mandato alla treccia. C'era una signora che insegnava, teneva parecchi bambini, circa una ventina... Io a scuola per imparare a leggere e a scrivere devo ancora andarci... Allora c'era la treccia che valeva..."(56) A Carpi era presente un unico asilo infantile istituito nel 1873, che aveva sede nei locali attualmente occupati dalla scuola media "A. Pio" e che accoglieva nei giorni feriali i bambini poveri di ambo i sessi dai tre ai sei anni. Questa istituzione che era gestita dalla Civica Amministrazione con i residui capitalizzati dell'abolito Monte Frumentario, passò all'Opera Pia tra il 1916 - '17 che lo gestì fino alla metà del '60 anche dopo il suo trasferimento su viale Nicolò Biondo, dove ha attualmente sede l'omonima scuola d'infanzia che così lontano affonda la sua origine. Questa istituzione non copriva certamente il bisogno di assistenza così diffuso in paese né per numero di assistiti, né per fasce d'età, tanto che Ferruccio Prati nel giugno del 1920, perorando l'istituzione di un ricreatorio scolastico, scriveva sulle pagine di "Luce":"[...] Occorre che la donna sia tranquilla, se deve produrre bene. La madre che in diversi tempi del giorno viene presa dall'ansia di sapere abbandonati i suoi figlioli sulla via non può produrre che febbrilmente o male. Meditino tutti i proprietari di fabbriche, i ricchi, i cittadini..." E' durante il ventennio fascista che si sviluppò, non del tutto disinteressatamente, l'educazione/assistenza all'infanzia. Su un testo per le scuole di avviamento professionale sul cui frontespizio, incorniciata dai fasci, compare la parola d'ordine firmata Mussolini : “Credere obbedire combattere!” a proposito dell'educazione nazionale, si legge: "Nessuno Stato moderno può disinteressarsi dello sviluppo intellettuale del popolo... Il Regime fascista ha rivolto le sue più attente cure alla materia: ha ripristinato nella scuola la necessaria disciplina; ha riordinato completamente i vari ordini di scuole; ha posto a fondamento della istruzione elementare e media l'insegnamento religioso; ha dato giusta importanza e decoro all'insegnamento dell'educazione fisica; ha integrato l'opera della scuola con le organizzazioni dei Balilla e degli Avanguardisti... L'istruzione elementare è data gratuitamente in ogni comune... naturalmente fino al limite delle classi che il comune di residenza ha istituito; e sono chiamati a rispondere dell'adempimento di questo obbligo i genitori, o coloro che ne fanno le veci, e i datori di lavoro..." (57) Anche Carpi città rispose a questo appello imperativo, seppure nelle frazioni continuarono a non essere presenti tutte le classi elementari e, per i figli dei contadini e dei braccianti, era un grave sacrificio, sia fisico che economico, raggiungere la città per concludere il ciclo elementare ma l' alfabetizzazione per quelle classi sociali continuava a non essere un obbiettivo primario. Dai documenti dell'epoca si apprende: "Mentre in ogni villa del nostro Comune sono già sorti bellissimi e comodi fabbricati scolastici che hanno sostituito le vecchie catapecchie che per tanti anni furono sedi poco estetiche e meno igieniche per la distribuzione del pane della scienza agli scolari delle sezioni rurali, ora sorgono a fianco delle dette scuole Asili d' infanzia. Il buon esempio venne da Villa Migliarina ove un gruppo di padri di famiglia costituì il primo asilo d' infanzia rurale; un munifico atto del compianto cav. ing. Emilio Segrè permise a questa istituzione di costituirsi in Ente Morale. Seguirono poi quelli di Santa Croce, Gargallo, Fossoli, Budrione..." (59) Nello Statuto dell'Opera Pia Asilo Infantile "Elvira Segrè" all'articolo 2 si legge: “L'Asilo ha per iscopo di accogliere e custodire gratuitamente nei giorni feriali i bambini poveri di ambo i sessi delle frazioni di Migliarina e Budrione, dell'età dai tre ai sei anni, e di provvedere alla loro educazione fisica, morale ed intellettuale, nei limiti consentiti dalla loro tenera età...” L'Opera Nazionale Maternità e Infanzia, O.N.M.I, istituita nel 1925, arrivata anche a Carpi solo nei primi anni '40, era il solo istituto preposto all'assistenza delle madri e dei piccoli fino ai tre anni di età. Questo istituto prestava anche assistenza ai figli delle mondariso durante le loro lunghe trasferte. Sopravvissuta al fascismo, ha continuato ad essere, fino al 1968, l'unico asilo nido a cui si appoggiavano le madri lavoratrici carpigiane, eccezion fatta per il baliato interno alla Manifattura Tabacchi che si costituiva come sola esperienza a Carpi di assistenza all'infanzia interna alla fabbrica, consapevolmente vissuta come realtà privilegiata. Le ex tabacchine riferiscono : "[…] Siamo andate dentro dai 18 ai 23 anni, perciò erano poche le sposate che avevano i bimbi piccoli... Allora li portavano all'O.N.M.I o avevano le nonne. La maggioranza avevano le nonne che badavano ai bimbi piccoli... altrimenti non c'era nessuno. Poi, finalmente, hanno fatto le sale materne... perché, entrando a quell'età, quasi tutte si sono sposate ed hanno avuto figli e li portavano lì... Ce n'era una che veniva da Fossoli in bicicletta e che metteva il bimbo piccolo dentro una cestina...addirittura da Soliera, che venivano con questi piccolini, di pochi mesi, perché non avevano nessuno a cui affidarli... Era un ottimo servizio, aveva il medico tutte le mattine, aveva queste tate molto capaci, soprattutto volevano molto bene ai bambini... (le mamme) andavano ad allattarli... solo che i bimbi avessero un bisogno chiamavano... Stavano lì fino a tre anni, poi avevano l'asilo comunale che li prendeva..." (58) Nel 1950 infatti era stata aperta la scuola d'infanzia "Nicolò Biondo", di cui si è già accennato sopra, detta comunale ma in effetti in gestione all'Opera Pia fino alla metà del '60, che si affiancava a quelle private e parrocchiali già presenti. A metà anni '60, a cura dell'Amministrazione Comunale, iniziano a svilupparsi altre realtà periferiche in grado di rispondere meglio ai vari bisogni di un'utenza che si era notevolmente allargata. Il 15 aprile del 1970, si teneva a Reggio Emilia un Convegno titolato: "Un movimento di lotta per gli asili nido come servizio sociale gestito dagli Enti Locali" a cui intervenne, come rappresentante dell'U.D.I di Carpi, Zaira Pioppi che sottolineava come l'istituzione di questi servizi sociali fosse improcrastinabile nelle realtà produttive che impiegavano massicciamente manodopera femminile. Nel suo intervento sostiene: "[...] Tutti sappiamo come la mancanza dei servizi sociali costringa migliaia di donne ad accettare un lavoro precario, mal retribuito (si veda il fenomeno del lavoro a domicilio)... Da una consultazione svolta dall'U.D.I. di Carpi in quattro aziende dell'abbigliamento, la stragrande maggioranza delle lavoratrici ha risposto che i servizi per l'infanzia devono entrare nelle piattaforme rivendicative e sono disponibili a sostenere la lotta anche a livello aziendale (molte infatti hanno denunciato la mancanza di tutela della maternità nelle loro aziende, il numero notevole di donne che si licenziano perché non sanno a chi affidare i bambini) e soprattutto hanno la consapevolezza che molte di loro (le giovani che oggi lottano per l'aumento salariale, riduzione orario di lavoro, pensione, diritti sindacali ecc.) perderanno ogni conquista nel momento stesso che diventeranno madri e costrette al lavoro a domicilio..." (60) Gli anni '70, contestualmente all'approvazione della legge 1204 del 30/12/'71 sulla tutela delle lavoratrici madri, segnano l'inizio di una forte trasformazione in campo educativo ed assistenziale che vede l'Amministrazione carpigiana fortemente impegnata su questo versante. Una delle peculiarità è stata senza dubbio l'impegno a superare la mera assistenza alla ricerca di approcci pedagogici e metodologie didattiche appropriate per fasce d'età. Si è inteso sottolineare questa trasformazione anche con il mutamento della definizione di queste istituzioni: non più "asili" o "scuole materne" che sottintendevano prevalentemente il concetto di assistenza/custodia, bensì "Scuole per l'infanzia". Nel maggio del 1970, su "La Tribuna" di Carpi usciva un articolo titolato: "Per gli asili nido" dove si legge: "E' ormai ampiamente dimostrato che di fronte alle nuove esigenze di un'adeguata assistenza sanitaria e sociale all'infanzia, l' O.N.M.I. è un istituto del tutto superato. L' O.N.M.I. è fondato su principi di carità e di assistenza ai più bisognosi e quindi gli interventi, le strutture e i metodi hanno un carattere generico e limitato..." Attualmente a Carpi funzionano 8 asili nido comunali frequentati da 332 piccoli. Sono presenti 20 scuole d'infanzia di cui: 7 statali, 8 comunali e 5 private e ad usufruirne sono 1327 bambini (61) Considerando che nel 1971 erano presenti 10 scuole materne comunali, 9 private e nessuna statale (62), è facilmente deducibile come l'intervento comunale abbia agito da propulsore rispetto all'intervento statale, sancendo l'indispensabilità di questo servizio sul territorio carpigiano. Ad asili e scuole per l'infanzia, nella piena consapevolezza che il problema della cura si prolungava oltre i sei anni, sempre a cura dell'amministrazione comunale vennero istituiti i " Tempo pieno " elementari caratterizzati da una intensa e discussa sperimentazione didattica, proprio nella logica del superamento della mera assistenza effettuata nei dopo/scuola. Attualmente queste realtà consolidate, sono interamente coperte da personale statale. Nei mesi estivi non coperti dalle varie istituzioni scolastiche, l'assistenza all'infanzia si prolungava attraverso colonie fluviali, marine, montane e centri estivi comunali e diocesani a cui si devono aggiungere i soggiorni estivi del Monopolio Statale per i figli dei dipendenti della Manifattura Tabacchi. NOTE (1) Da "L'Unione Costituzionale" del 23/3/1907 "...Nel nostro paese non già industriale ma eminentemente agricolo, l'industria del truciolo si presenta come ausiliaria all'agricoltura. Ed è per questo che il paese è ricco e prosperoso: ma se l'operaio pretenderà di guadagnare nei mesi d'inverno ( ... )quanto gli basta per l' anno intero ... sbaglia il calcolo; l'industria non può sopportare questo aggravio." (2) Vedi di L. Nora: "Aspetti dell'industria del truciolo" in: "Alfredo Bertesi e la società carpigiana del suo tempo - Atti del convegno nazionale di studi. - Carpi, 25 - 27 gennaio 1990.", Modena, 1990 (3) Questa attività consisteva nella realizzazione di ampie reti, perlopiù eseguite a domicilio con cordame distribuito dalle aziende, sulle quali operaie di fabbrica annodavano ciuffi di paglia di truciolo opportunamente tinti per mascherare le postazioni militari. Anche durante la seconda guerra mondiale vi fu questa riconversione. (4) Da "Luce" del 10-11/2/1906: "...Carpi si divide in borghesia industriale e borghesia agricola. Quella è più evoluta. Ha idee più larghe e generose, in ragione delle possibilità dei guadagni. Questa, la borghesia agricola, è tirchia, misoneista, incapace di un sentimento nobile..." Da "L'Unione Costituzionale" del 12/7/1906: "[...] Luce attacca vilmente e scioccamente i proprietari fondiari e li accusa di "Ricchezze messe assieme dal bestiame proletario sfruttato ignominiosamente", non possiamo tacere la nostra protesta e chiedere all'ex on. Alfredo Bertesi se egli, per caso, non sfrutta ignominiosamente il "bestiame proletario" nei suoi stabilimenti..." (5) Da " La Gazzetta dell'Emilia" Aprile 1928 "Un vivaio di Cooperative...La Cooperazione nella ridente cittadina di Carpi, in provincia di Modena, ha avuto uno sviluppo così profondo e sentito, che il titolo di questo articolo, se non risponde esattamente allo scopo che si prefigge di mettere in evidenza ed attrarre maggiormente l' attenzione del lettore, è però veramente dimostrativo perché definisce quello che è la Cooperazione nel Carpigiano, e il suo continuo svilupparsi e la sua costante, metodica ascesa nel campo della cooperazione..." (6) Per approfondimento vedi di L. Nora, " Giù i cappelli... e arrivò la Marelli", Carpi, 1990 (7) Grida originale conservata presso l'Archivio Comunale, in "Archivio Grillenzoni", cassetta 27, n.29 (8) Dalla tesi di laurea di A. Prandi, anno accademico 1977-'78, "Classi sociali e forme familiari all'inizio del '900: un'inchiesta su braccianti e proprietari terrieri", vol. II, intervista n 40 (9) Cfr. nota n. 8, intervista n. 41 (10) Cfr. nota n. 8, intervista n. 48 (11) Cfr. nota n. 8, intervista n. 43 (12) Dal nastro n. 3 della ricerca: " Riti di vita e di morte nell'esperienza contadina ", inf. Fernanda Martinelli. (13) Dal nastro n. 8 della ricerca: " La casa rurale nel territorio carpigiano ", inf. Pietro Severi (14) Dal nastro n. 9 della ricerca: " Riti di vita e di morte nell'esperienza contadina ", inf. Nerone Bertacchini (15) Per approfondimenti vedere di L. Nora: "Parto/nascita" in: " La culla il talamo la tomba Simboli e ritualità del ciclo della vita " a cura di Mario Turci, Modena, 1983 (16) Dalla raccolta "Storie di vita", inf. Ercole Gatti (17) Sono molto più frequenti testimonianze some la sotto riportata. Dal nastro n. 2 della ricerca: " La casa rurale nel territorio carpigiano ", inf. Guido Marmiroli: "[...] Mia madre per tirare avanti, mi ha messo a casa dei contadini... aravo, davo da mangiare alle bestie, guardavo i vitelli...e a dodici anni pompavo per due gomme, sai cosa sono due gomme per dar l' acqua alla vite...andare a mezzogiorno due botti d'acqua, poi dovevamo governare le bestie, riempire di nuovo le botti e tornare in campagna...E via, sempre così...(Un ) capomastro abitava lì vicino, gli ho detto:- Voglio venire con voi, sono stanco di stare a servire a casa della gente, sono stanco di servire a casa degli altri!- Perché non si era mai a posto. Poverino! (si autocompiange) Facevo dei pianti! .. .Poi loro andavano a casa, "a brenda", a mangiare, poi, io, là in campagna a lavorare...Mi mandavano a casa a rigovernare le bestie a la "bass'ora", allora la resdora aveva i suoi bambini piccoli: riempiva un paio di braghe di paglia, poi, con un sacco sotto, là, mi metteva il bambino in mezzo "all'andeda" (corsia centrale della stalla) mentre io governavo le bestie e diceva :- Dà un occhio al bambino che ho da andare a dar da mangiare ai polli...- Gli dava (al bambino) un pezzo di pane in mano, allora io prendevo il pane e dicevo:- Resdora, le galline hanno portato via il pane al bambino...- Lei rispondeva:- Vanne a prendere.- Allora ne prendevo e ne mettevo un pezzo in tasca : era buono, com'era buono! ...(18) Dal nastro n. 1 della raccolta: " Storie di vita ", inf. Nice Bulgarelli (19) Dal nastro n. 3 della raccolta: " Storie di vita", inf. Aldo Contini (20) Dal carteggio "Pederzoli" conservato in copia presso il Centro di Ricerca Etnografica del Comune di Carpi, relazione manoscritta da presentare durante i lavori per la formazione di un Consorzio tra imprenditori del truciolo, databile alla fine del 1897: "[...] Per migliorare sensibilmente e gradatamente la nostra Industria occorrerebbe un mezzo radicale, uno di quei mezzi eroici che da se soli valgono a salvare dalla totale cancrena la parte affetta, ma siccome questo mezzo molti degli Industriali non lo comprendono, altri quantunque lo comprendevano, dicono è una pianta che non è ancora matura, infine havvene di quelli che possono far senza di qualunque Società Collettiva e direi quasi anche dell'attuale Consorzio. Per quelli che non possono conoscere la forza della Società Collettiva non voglio spendere parole... In quanto poi a quelli che più fortunati di tutti possono fare a meno di eclissare il proprio nome per unirlo e fonderlo in quello di una Società, mi sarebbe cosa facile convincerli di quali e quanti vantaggi sarebbe anche per loro tale Società... mi limiterò a metter loro sott'occhio quali furono le misure che dovettero adottare molte altre industrie della Lombardia e del Piemonte... il Lanificio Rossi..." (21) Cfr. nota 8, intervista n. 40 (22) Cfr. nota 8, intervista n. 48 (23) Da " Luce ", 10-11 agosto 1901, " Case operaie " (24) Da " Luce ", 14 ottobre 1900, " Acque inquinate " (26) Da " Luce ", 23-24 settembre 1905, " Case, fogne, pozzi, acqua " (25) Da " Luce ", 16-17 settembre 1905, " Il tifo e le case dei lavoratori " (27) Da " Luce ", 9-10 dicembre 1905, " Le case, il pozzo, il viale " (28) Da " Luce", 12 giugno 1920, " Per il ricreatorio scolastico " (29) Dal nastro n.2 della ricerca: " La casa rurale nel territorio carpigiano ", inf. Guido Marmiroli (30) Dal nastro n.3 della ricerca: " La casa rurale nel territorio carpigiano ", inf. Virtus Lodi (31) Da: " Cenni sull'agricoltura modenese ", Federazione Prov. Sindacati Fascisti Agricoltori, Modena, 1927 (32) dai nastri n. 2, 4, 7 della ricerca: " La casa rurale nel territorio carpigiano ", inf. Guido Marmiroli, Sigifredo Gualdi, Luigi Neri, Tervano Gualdi (33) Cfr nota 15 (34) Dal nastro n.10 della ricerca: " Riti di vita e di morte nell'esperienza contadina ", inf. Arturo Barbieri (35) Cfr. nota 8, intervista n.43 (36) Dal nastro n. 14 della ricerca: " Rita di vita e di morte nell' esperienza contadina ", inf. Albertina Biagini (37) Dal nastro n. 3 della ricerca: " La casa rurale nel territorio carpigiano ", inf. Corina Simonini (38) Cfr. nota n. 19 (39) Dal nastro n. 2 della ricerca. " L'arte del truciolo a Carpi ", inf. Enore Faglioni (40) Cfr. nota 37, inf. Manlio Campagnano (41) Dal nastro n. 10 della ricerca: " Riti di vita e di morte nell'esperienza contadina ", inf. Arturo Barbieri (42) Cfr. nota 8, pag. 221 (43) Cfr. nota 8, pag. 214 (44) Cfr. nota 8, pag. 247 (45) Dal nastro n. 6 della ricerca: " La casa rurale nel territorio carpigiano ", inf. Wilde Zanasi (46) Dal nastro n. 3 della ricerca per il filmato: " Dalle paglie alle maglie ", inf. Iris Dotti (47) AA.VV, "La Seicento - Graffiti dei ruggenti anni '50 ", supplemento al n. 9 di " La Tribuna ", Carpi, dicembre 1980 (48) Dalla tesi di laurea di Paolo Bergianti: " Imprese ed imprenditori a Carpi", anno accademico 1989 - '90 (49) Da " Il Giorno ", 1 marzo 1962 (50) Dall'Archivio di Don Ettore Tirelli, Sez. 1, n. 91, conservato presso la Biblioteca del Seminario Vescovile di Carpi (51) Dati estratti da " Annuario Statistico 1965 ", Carpi 1966 (52) Cfr. nota n. 8, pag. 75 (53) Cfr. nota n. 8, pag. 89 (54) Dal nastro n. 2 della ricerca: " L'arte del truciolo a Carpi ", inf. Cinzia Losi (55) Dal nastro n. 16 della ricerca: " Riti di vita e di morte ", inf. Luisa Pozzetti (56) Dal nastro n. 3 della ricerca: " L'arte del truciolo a Carpi ", inf. Linda Forghieri (57) A. Solmi, V. Feroci, " Cultura fascista ", III edizione, Milano 1937 (58) Da " Gazzetta dell'Emilia ", Maggio 1928, " Asili d'infanzia " (59) Dal nastro n. 1 della ricerca: "La Manifattura Tabacchi a Carpi", inf. Cora Lodi (60) Atti del convegno " Un movimento di lotta per gli asili nido come servizio sociale gestito dagli Enti Locali ", Reggio Emilia, 1970 (61) Dati estratti da " Annuario statistico 1993 ", Carpi, 1994 (62) Dati estratti da " Annuario statistico 1971 ", Carpi, 1972 BIBLIOGRAFIA -A.A.V.V., "Materiali per la storia urbana di Carpi", Carpi, 1977 -C. Cogliati, "L'industria del truciolo", Roma, 1914 -A. G. Spinelli, "Memorie sull'Arte del truciolo a Carpi", Modena, 1905 -E. Baraldi, "Cronistoria del movimento operaio carpigiano", Modena,1956 -A. Prandi, S. 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Tassoni, "Tradizioni popolari del mantovano", Firenze, 1964 FONTI -Archivio Comunale di Carpi -Archivio Seminario Vescovile di Carpi -Archivio Polivalente di Fossoli -Archivio I.S.R. di Modena -Archivio Bonifica Parmigiana/Moglia di Reggio Emilia -Biblioteca Comunale di Carpi -Biblioteca Estense di Modena -Archivio fotografico Gasparini di Carpi -Archivio fotografico Catellani di Carpi -Archivio fotografico Silmar di Carpi -Archivio fotografico Giuseppe Sala di Novi -Archivio fotografico Felice Marzi di Carpi -Archivio fotografico Giuseppe Cavazzuti di Modena -Fondo fotografico Foresti in Centro di Ricerca Etnografica, Carpi PERIODICI CARPIGIANI CONSULTATI -"Il Falco" -"Alberto Pio" -"Luce" -"L' Unione Costituzionale" -"L' Operaio Cattolico" -"La Rondine" -"Il Mulo" -"La Zarabutana" -"In Trapla" -"TuttoCarpi" -"La Tribuna" infanzia " (59) Dal nastro n. 1 della ricerca: "La Manifattura Tabacchi a Carpi", inf Cora Lodi (60) Atti del convegno " Un movimento di lotta per gli asili nido come servizio sociale gestito dagli Enti Locali ", Reggio Emilia, 1970 (61) Dati estratti da " Annuario statistico 1993 ", Carpi, 1994 (62) Dati estratti da " Annuario statistico 1971 ", Carpi, 1972