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ARTI C OLI
IL MISTERO
DEL NATALE,
«MERAVIGLIOSO
SCAMBIO» TRA DIO
E L’UMANITÀ*
Ester Corso
N
el presente scritto voglio riflettere sul mistero dell’Incarnazione del Verbo, origine della figliolanza divina che appartiene ad ogni uomo alla luce dell’admirabile commercium tra
Dio e l’umanità. La mia riflessione prende l’avvio dallo scritto di
Edith Stein intitolato Il mistero del Natale e si sviluppa in prospettiva ecclesiologica e sacramentale, dando particolare importanza
all’Eucaristia e alla preghiera liturgica. In un contesto sociale come
il nostro, in cui la solennità del Natale del Signore è stata mutata in
una festa commerciale, si può ancora scorgere il significato profon*
Il presente lavoro costituisce il II capitolo della tesi che ho presentato per
conseguire il Baccalaureato presso lo Studio Teologico San Paolo di Catania.
Il titolo della tesi è: «Dio in noi e noi in Lui. La vocazione dell’uomo alla vita
trinitaria negli scritti di Edith Stein».
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do e pieno di vita del Bambino nella mangiatoia? Cosa può avere
da dire un Dio che si fa Bambino all’uomo di oggi, che predilige
la forza alla debolezza, la grandezza alla piccolezza? L’evento
dell’Incarnazione del Verbo può considerarsi definitivamente
concluso nella grotta di Betlemme? Cercheremo di rispondere
a queste domande nel dispiegarsi del presente lavoro, dando
ampio spazio ai vari scritti della nostra Autrice che trattano di
questo argomento.
L’Incarnazione del Verbo
Il Dio cristiano raggiunge il massimo di donazione e di
auto-rivelazione nell’Incarnazione, facendosi uomo. L’Incarnazione ci dice un fatto preciso: Dio per salvare l’uomo ha deciso di
farsi uomo, entrando nello spazio e nel tempo in maniera concreta. In Gesù, Dio lascia la sua inaccessibilità, si fa compagno di
ogni uomo e nella solidarietà più intima apre il cammino a ogni
uomo. Dio decide di comunicarsi all’uomo come un Dio che si
incarna nella storia; non si tratta quindi di un’idea filosofica o
astratta prodotta dall’uomo: «Dio è divenuto uomo per farci di
nuovo partecipare alla sua vita»1. Dio, in quanto essere, proviene da se stesso e perviene a se stesso. Dio decide liberamente di
pervenire a sé passando per l’uomo mediante la kenosi. Il Dio
cristiano non è il Dio dell’assolutezza, ma della kenosi: kenosi della
Trinità, kenosi dell’Incarnazione, kenosi della croce:
nella «pericoresi» dell’eterno amore, nel dinamismo incessante del reciproco darsi ed accogliersi, aperto a dare l’essere e la
vita alle creature e ad assumerle nella comunione eterna delle
divine Persone, il Dio cristiano si offre come l’evento irradiante
E. Stein, Il mistero del Natale, in Scritti spirituali, Mimep-Docete, Pessano
1999, 416 (da ora MN).
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La rivelazione trinitaria culmina quindi con l’eventoCristo, che è «la rivelazione di Dio fatta carne»3, mandato dal
Padre e mosso dallo Spirito. Nel Figlio si ha la pienezza della
rivelazione: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi
antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha
stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche
il mondo» (Eb 1,1-2).
Il Dio del cristianesimo è dunque un Dio di uomini, non
una divinità lontana o estranea all’uomo: il Figlio di Dio incarnato mette in atto perfettamente l’unione tra Dio e l’umanità.
Per vedere il Padre, dobbiamo guardare Gesù e nell’incontro con
Lui il credente comprende che Dio si offre all’uomo così come
è in se stesso: «chi vede me, vede colui che mi ha mandato» (Gv
12,45), e ancora: «se conosceste me, conoscereste anche il Padre
mio» (Gv 8,19).
L’Incarnazione può essere ritenuta la massima teofania:
Ester Corso
IL MISTERO DEL NATALE, «MERAVIGLIOSO SCAMBIO» TRA DIO E L’UMANITÀ
dell’amore eterno. (…) È attraverso la missione del Figlio e dello
Spirito che la Trinità viene ad offrirsi come l’origine, il grembo
e la patria dell’amore: amato dal suo Dio, l’uomo può divenire
capace di amare il suo prossimo2.
in Cristo è lo stesso Signore Iddio che ci si presenta. Come
il Verbo eterno è l’immagine del Padre, nella quale il Padre
contempla se stesso, così nel Verbo incarnato questa immagine
del Padre si rende visibile a noi uomini: «Chi vede me, vede il
2
B. Forte, La Chiesa della Trinità. Saggio sul mistero della Chiesa, comunione
e missione, San Paolo, Cinisello Balsamo 20033 (Simbolica ecclesiale 5), 31.
3
E. Stein, La struttura ontica della persona e la problematica della sua conoscenza, in Natura, persona, mistica. Per una ricerca cristiana della verità, ed. it. a cura di A.
Ales Bello, Città Nuova, Roma 19992, 112.
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Padre» (…). La sua umanità è in tutto e per tutto strumento
della sua redenzione4.
L’umanità di Gesù rivela e allo stesso tempo nasconde la
trascendenza di Dio (cf Mt 11,27). Soltanto a partire dall’umanità di Gesù gli uomini possono avere «accesso al mistero di Dio.
Non conosciamo altro cammino che consenta agli uomini di
partecipare alla vita divina se non la missione e l’Incarnazione
del Figlio, inviato dal Padre affinché potessimo ricevere l’adozione filiale»5.
Con il suo comportamento, Gesù attua gli attributi tradizionali che sono stati dati al Dio dei Padri: ogni suo gesto è manifestazione dell’amore fedele di Dio Padre. In Gesù avviene la
riconciliazione dell’uomo con Dio, che ci libera dalla schiavitù
della legge e ci offre l’adozione divina: «il rapporto del Verbo
divino con l’umanità di Gesù rappresenta solo il caso più elevato
del rapporto tra Dio e la creatura umana. (…) Il compimento
essenziale della realtà umana consiste proprio nell’autoconsegna
di se stesso nel mistero di Dio»6. Dio opera questa realtà inviando
il Figlio che realizza la nostra salvezza (cf Gal 4,4-7); tuttavia, la
salvezza non avviene in maniera automatica, ma l’uomo è chiamato a aderirvi personalmente, con ciò che gli è più proprio: la
sua volontà e la sua libertà. L’evento dell’Incarnazione del Figlio
di Dio, allora, diventa per l’uomo lo svelarsi delicato di un modo
di stare nella storia senza separarsene, distinguendosi solamente
per la somiglianza alla passione e allo stile di Gesù. La comprensione di Gesù comporta la risignificazione delle relazioni umane.
Id., Problemi dell’educazione della donna, in La donna. Il suo compito secondo la
natura e la grazia, ed. it. a cura di A. Ales Bello, Città Nuova, Roma 1987², 218.
5
L.F. Ladaria, Antropologia teologica, Piemme, Casale Monferrato
20075, 425.
6
G. Ruggieri, La verità crocifissa. Il pensiero cristiano di fronte all’alterità,
Carocci, Roma 2008 (rist. della 1a ed. 2007), 194.
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Il testo intitolato Il mistero del Natale nasce in realtà come
una meditazione che Edith Stein tenne nel 1931 a un’associazione cattolica. Si tratta di «una ventina di pagine, dal ritmo meditativo e contemplativo, intrise d’incanto dinanzi al Verbo fatto
bambino e sorrette da un amoroso impegno a vivere in pienezza
la sequela Christi»7. L’Autrice medita sulla nascita di Gesù, evento che conferisce un’importanza fondamentale alla corporeità umana, poiché «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in
mezzo a noi» (Gv 1,14). Cristo è dunque la rivelazione di Dio
per eccellenza, poiché è «il mediatore nel quale Dio si è fatto
carne»8.
Cristo ci dona liberamente la sua vita perché noi possiamo
vivere della sua: «il mistero dell’Uomo-Dio Cristo Gesù diventa
così il punto di partenza (…) che delinea in senso storico-salvifico tutta l’esperienza umana»9. L’Incarnazione del Verbo non è
provocata dalla caduta di Adamo, ma sta al centro del disegno
originario di Dio di «ricapitolare tutto in Cristo» (cf Ef 1,10);
pertanto, la venuta del Figlio di Dio sulla terra «era prevista indipendentemente dal peccato, in quanto Cristo, consustanziale al
Padre fin dall’eternità, era nella mente di Dio ab aeterno come
immagine perfetta dell’uomo»10. Cristo porta a compimento la
vocazione dell’uomo, quella stessa vocazione che Adamo non
Ester Corso
IL MISTERO DEL NATALE, «MERAVIGLIOSO SCAMBIO» TRA DIO E L’UMANITÀ
Il mistero del Natale
Il mistero del Natale secondo Edith Stein, Editoriale de La Civiltà Cattolica
2008, IV, 425.
8
A. Ales Bello, Edith Stein. La passione per la verità, Messaggero, Padova
1998 (Tracce del Sacro nella Cultura Contemporanea 7), 91.
9
G.D. Del Gaudio, «A immagine della Trinità. L’antropologia
trinitaria e cristologica in Edith Stein. L’uomo redento in Cristo. Antropologia
cristologica», in Teresianum 50 (2005), 395.
10
Id., «Maria modello e compimento della relazione nel pensiero di
Edith Stein», in Theotokos 18 (2010) 1, 279.
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era riuscito a realizzare in pienezza a causa del peccato. In
Cristo invece il progetto divino «giunge a perfezione»11. Solo in
Lui, Verbo incarnato, si attua «l’immagine ideale che l’uomo è
chiamato a riprodurre nella reciprocità del dono di sé all’altro
(…) imparando da Lui a divenire figlio autentico del Padre»12. Il
Logos incarnato dà senso e valore alla vita dell’uomo proiettata in
Dio: «l’Incarnazione del Verbo nella storia apre inoltre un nuovo
capitolo dei rapporti uomo-Dio e di quelli degli uomini tra di
loro»13. L’Incarnazione di Cristo e la conseguente chiamata alla
filiazione divina ci costituiscono in ciò che di fatto siamo14.
Prendendo in prestito il tema dell’admirabile commercium,
Edith Stein così descrive lo scambio tra Dio e l’umanità, evento
che rende Dio figlio degli uomini e gli uomini figli di Dio, unendoli con un vincolo indissolubile di fratellanza:
o scambio mirabile! Il Creatore del genere umano ci conferisce,
assumendo un corpo, la sua divinità. Per quest’opera mirabile il
Redentore è infatti venuto nel mondo. Dio è diventato un figlio
degli uomini, affinché gli uomini potessero diventare figli di Dio.
(…) Egli è divenuto uno di noi, anzi di più ancora, perché è
divenuto una cosa sola con noi. Questa è infatti la cosa meravigliosa del genere umano, il fatto che siamo tutti una cosa sola15.
Incarnandosi, Cristo diventa un uomo tra gli uomini,
essendone però l’immagine perfetta: il Verbo, secondo e autentico Adamo, accetta di venire sulla terra, per cui non solo è
“archetipo e capo dell’umanità”, ma anche “forma finale” alla
quale ogni essere umano è subordinato. L’Incarnazione, con la
Id., «A immagine della Trinità», cit., 399.
Ibid., 400.
13
Ibid., 402.
14
Cf L.F. Ladaria, Antropologia teologica, cit., 438.
15
E. Stein, MN, cit., 411.
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Dio in noi e noi in Lui, questa è la nostra partecipazione al
regno di Dio, che ha nell’Incarnazione la sua base. Essere una
cosa sola con Dio: questa è la prima cosa. Ma una seconda ne
segue immediatamente. Se nel corpo mistico Cristo è il capo e
noi le membra, allora noi siamo gli uni degli altri e tutti insieme
siamo una cosa sola in Dio, una vita divina. Se Dio è in noi e
se Egli è amore, allora non possiamo che amare i fratelli. Per
questo l’amore per il prossimo è la misura dell’amore di Dio17.
Sembrano fare eco qui le parole di Giovanni: «Chi dice di
essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. Chi
ama suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione di
inciampo» (1Gv 2,9-10). E ancora: «Se uno dice: “Io amo Dio”
e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio
fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è
il comandamento che abbiamo da Lui: chi ama Dio, ami anche
suo fratello» (1Gv 4, 20-21).
Il Verbo incarnato diventa l’immagine ideale che l’uomo
è chiamato a riprodurre nella reciprocità del dono di sé all’altro,
come modello di figliolanza autentica e di obbedienza al Padre18:
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IL MISTERO DEL NATALE, «MERAVIGLIOSO SCAMBIO» TRA DIO E L’UMANITÀ
sua duplice natura umano-divina, diventa il fondamento dell’unità del genere umano e dei rapporti tra gli uomini e Dio, poiché
in Cristo è tutta la pienezza della divinità e dell’umanità16:
che significa l’immagine di Dio nell’uomo? Ce ne dà la risposta
tutta la storia della salvezza, tutta la soteriologia; risposta che
si trova brevemente riassunta nelle parole del Signore: «Siate
perfetti come il Padre vostro nei cieli è perfetto». (…) Essa viene
Cf G.D. Del Gaudio, «A immagine della Trinità», cit., 406-407.
E. Stein, MN, cit., 413.
18
Cf G.D. Del Gaudio, «Maria modello e compimento della
relazione», cit., 276.
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proposta come un compito, come un dovere o una missione
dell’uomo19.
L’Incarnazione, mistero «che sgomenta e commuove»20
reso visibile nella santa grotta, diventa quindi la via per la “divinizzazione” dell’uomo; Gesù infatti
venne per essere un corpo misterioso con noi: Egli il nostro capo,
noi le sue membra. Se mettiamo le nostre mani nelle mani del
Bambino divino e rispondiamo con un sì al suo Seguimi, allora
siamo suoi, e libera è la via perché la sua vita divina possa riversarsi in noi. Questo è l’inizio della vita divina in noi21.
L’Incarnazione del Verbo non resta un evento unico vissuto nella grotta di Betlemme una volta per tutte e la Stein ammonisce: «non basta inginocchiarsi una volta all’anno davanti alla
mangiatoia e lasciarsi prendere dall’incanto della notte santa»22.
Infatti, il senso della solennità del Natale del Signore non può
consumarsi solo nello stupore del presepe che avvolge tutti, in
quanto effettivamente «sono pochi i cuori che si rifiutano al
silente giubilo dell’avvento, all’esultanza festosa del Natale»23. E
soprattutto, la commozione che la vista di Gesù Bambino suscita, non deve fare dimenticare il percorso che lo stesso Gesù poi
dovrà affrontare e che lo porterà alla sofferenza dell’abbandono
e della morte di croce, passaggio obbligatorio per giungere alla
gloria della risurrezione:
E. Stein, Problemi dell’educazione della donna, in La donna, cit., 201.
Il mistero del Natale secondo Edith Stein, cit., 425.
21
E. Stein, MN, cit., 412.
22
Ibid., 417.
23
E. Stein, Tempi difficili e insegnamento, in La vita come totalità. Scritti sull’educazione religiosa, ed. it. a cura di L. Gelber, Città Nuova, Roma 1994, 79.
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Il Dio che si fa carne, assumendo in sé la povertà, il vuoto,
il peccato e la fragilità umana, chiede che ogni uomo risponda
al suo invito, decidendosi per Lui e venendo in comunione con
Lui e con i fratelli:
la comunione con Dio genera «una nuova Incarnazione» in cui
Cristo rivivendo nell’anima la rende feconda di vita nuova in cui
predomina l’amore di Dio e l’amore per i fratelli. Ed è proprio
questo il fondamento della comunione fraterna che deve sussistere nella comunità dei redenti che è la Chiesa25.
L’Incarnazione è dunque un evento che, se storicamente e
materialmente fu vissuto all’interno della mangiatoia di Betlemme, spiritualmente non può fermarsi lì, perché, se così fosse, non
sarebbe qualcosa di particolarmente significativo per gli uomini
del nostro tempo. L’Incarnazione invece deve potersi perpetuare
nell’anima umana:
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IL MISTERO DEL NATALE, «MERAVIGLIOSO SCAMBIO» TRA DIO E L’UMANITÀ
sullo splendore luminoso che irradia dalla mangiatoia cade
l’ombra della croce. (…) Il Figlio incarnato di Dio pervenne,
attraverso la croce e la passione alla gloria della risurrezione.
Ognuno di noi, tutta l’umanità perverrà con il Figlio dell’uomo,
attraverso la sofferenza e la morte, alla medesima gloria24.
I teologi indicano molto volentieri l’assunzione della natura
umana dal Verbo divino come matrimonio con l’umanità. L’Uomo Dio con lei si è aperto il cammino ad ogni singola anima. E
ogni volta che un’anima si consegna a Lui senza riserve perché
Id., MN, cit., 421.
G.D. Del Gaudio, «Trinità, persona, Chiesa in Edith Stein», in
Teresianum 57 (2006), 556.
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possa elevarla al matrimonio mistico Egli, per così dire, diviene
di nuovo uomo26.
La Chiesa, nata dall’Incarnazione del Verbo
Come Cristo è venuto dal cielo sulla terra, così anche la sua
sposa, la santa Chiesa, ha avuto origine nel cielo: è nata dalla
grazia di Dio, anzi, è scesa insieme al Figlio di Dio, unita indissolubilmente a Lui. Costruita di pietre vive, la sua pietra angolare venne posta quando il Verbo di Dio prese la natura umana
nel grembo della Vergine27.
La Chiesa nasce «come realtà teandrica dal mistero
dell’Incarnazione di Cristo e si configura come comunione di
persone che (…) costituiscono il “corpo vivente di Cristo” sulla
terra»28. Emerge da qui anzitutto la dimensione misterica della
Chiesa come Corpo di Cristo e, se consideriamo che nel periodo
storico in cui visse la Stein si sottolineava invece la dimensione
visibile e gerarchica della Chiesa a scapito dell’aspetto comunionale, possiamo vedere come effettivamente la nostra Autrice ha
saputo guardare molto lontano. Infatti, l’idea di “corpo mistico”, che ha il suo retroterra biblico in Paolo (cf Col 1,18; 1Cor
12,27), sarà poi ripresa dal Concilio Vaticano II nella costituzione dogmatica Lumen Gentium29.
Dunque «la Chiesa e l’uomo trovano il proprio modello
fondativo nella vita della Trinità»30 e la Chiesa è il luogo privile-
26
E. Stein, Scientia Crucis, ed. it. a cura di C. Dobner, Edizioni OCD,
Roma 20113, 300-301 (da ora SC).
27
Id., Le nozze dell’Agnello, in Scritti spirituali, cit., 451.
28
G.D. Del Gaudio, «Trinità, persona, Chiesa», cit., 563.
29
Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. dogm. Lumen Gentium (21
novembre 1964), in EV, 1/284-456.
30
G.D. Del Gaudio, «Trinità, persona, Chiesa», cit., 544.
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giato della chiamata alla salvezza31; essa infatti si configura come
lo sviluppo nel tempo e nello spazio del mistero del Dio UniTrino32. Pertanto non può essere una comunità chiusa o esclusiva
di pochi eletti, ma per sua natura deve essere «aperta alla comunicazione della grazia a tutti gli uomini»33.
Edith Stein possiede un senso fortissimo di unità e di reciproca appartenenza degli uomini, sia sul piano naturale della
comune umanità, sia in riferimento alla dottrina del Corpo mistico di Cristo: chi segue Cristo vive l’appartenenza a Lui e a tutte
le membra del suo Corpo34. La Chiesa è una realtà comprensibile anche alla luce dell’empatia, tema affrontato da Edith nella sua
tesi di dottorato35: «il noi (…) è la realizzazione somma dell’io nel
tu, il suo pieno compimento nell’apertura dell’altro che forma la
comunità, dalla famiglia, allo stato e alla Chiesa»36. L’empatia
è infatti «l’elemento caratterizzante l’intersoggettività dell’essere
umano anche in senso trascendente»37. Tutta l’ecclesiologia di
Edith Stein possiede un’impronta empatica, che vede la communio
ecclesiale come un tutto, un’unità nella molteplicità dei carismi
e dei ministeri38:
l’umanità è stata creata come un unico organismo, ed è poi stata
ricondotta alla struttura di organismo per mezzo del legame a
Cf N. Salato, «La fenomenologia della persona in prospettiva
ecclesiologica nel pensiero di Edith Stein», in Rassegna di Teologia 47 (2006),
723.
32
Ibid., 725.
33
Ibid.
34
Cf M. Paolinelli, «Natura, spirito e individualità in Edith Stein», in
Rivista di filosofia neo-scolastica 98 (2006) 4, 712.
35
Cf E. Stein, Il problema dell’empatia, Studium, Roma 2012.
36
G.D. Del Gaudio, «Maria modello e compimento della relazione»,
cit., 270.
37
Id., «Trinità, persona, Chiesa», cit., 545.
38
Cf ibid., 556.
31
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Cristo capo. Ogni membro ha l’unica natura di tutto il corpo,
ma ognuno, in quanto membro, ha una propria qualità caratteristica, corrispondente alla sua posizione in questo organismo39.
La nostra Autrice sottolinea la dimensione mistericosacramentale della Chiesa come comunità in cui fluisce la grazia
di Cristo:
nei teologi contemporanei e anche nei semplici fedeli, si è
imposta nuovamente la concezione paolina di «Cristo Capo e
Corpo vivo». Ciò significa che la Chiesa non è una «istituzione»
arbitraria, artificiosa, formata dal di fuori, bensì un tutto vivo.
(…) La vita che pervade questa totalità vivente (…) è la nuova
vita della grazia, che vivifica la Chiesa e che per suo tramite è
comunicata ai suoi membri. Senza vita di grazia non c’è Chiesa.
Ma la grazia è vita divina partecipata: così nella Chiesa scorre
la vita del suo Capo divino. È lo stesso Cristo che le dà vita,
che prescrive le leggi della sua vita. (…) Il Capo è Dio e uomo
contemporaneamente; per questo, Egli, tramite la sua natura
umana, comunica alla Chiesa la vita divina, parla agli uomini con parole umane, e ha disposto che la vita si comunichi in
modo tale che dal corpo si giunga all’anima40.
Entrando in comunione con Dio e con il prossimo «si
compie una nuova Incarnazione di Cristo nel cristiano che si
può paragonare a una Risurrezione dalla Morte di Croce»41. La
vita di Cristo diventa esemplare per ogni uomo e dona a ogni
uomo la figliolanza divina: «l’uomo si può gloriare di essere
immediatamente figlio di Dio e di portare nella sua anima un
E. Stein, Problemi dell’educazione della donna, in La donna, cit., 213.
Id., Essere finito e Essere eterno. Per una elevazione al senso dell’essere, ed. it. a
cura di A. Ales Bello, Città Nuova, Roma 19994, 430 (da ora EE).
41
Id., SC, cit., 316.
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«amerai il prossimo tuo come te stesso». Questo vale senza
condizioni o limitazioni di sorta. Il «prossimo» non comprende
solo coloro che «mi piacciono». È ciascuno di coloro che si avvicinano a me senza eccezione. E di nuovo si dice: tu puoi, allora
devi! È il Signore che lo esige, e non esige nulla di impossibile.
Anzi, rende possibile ciò che non lo sarebbe naturalmente44.
Fondamento dell’unione tra gli uomini e tra gli uomini
e Dio è proprio «l’unione delle due nature in Cristo (…). Per
questa unione Egli è il mediatore fra Dio e gli uomini, la “via” al
di fuori della quale nessuno arriva al Padre»45.
Solo per mezzo di Cristo infatti è possibile all’uomo realizzare il suo incontro con Dio e vivere in pienezza il dono della
fratellanza con ogni uomo e della figliolanza che Cristo stesso,
con la redenzione, gli partecipa:
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IL MISTERO DEL NATALE, «MERAVIGLIOSO SCAMBIO» TRA DIO E L’UMANITÀ
sigillo divino irripetibile»42. Il rapporto che l’uomo instaura con
l’altro uomo non è dato da una generica affettività; Cristo infatti
«ha unito i fedeli in una comunità e vuole che ognuno sia responsabile di ogni altro»43. Inoltre, vige come regola aurea il comandamento dell’amore:
la restaurazione della divina figliolanza è lo scopo immediato
della redenzione (…). Il ritorno alla figliolanza divina, l’attesa
dell’eterna visione di Dio, la piena restaurazione della natura, sono aperti all’uomo dall’opera redentrice di Gesù Cristo;
ed ogni singolo vi può accedere mediante l’unione personale
all’Uomo-Dio, diventando membro del corpus Christi mysticum, il
che lo rende idoneo a collaborare con la propria opera, sotto la
Id., EE, cit., 526.
Id., MN, cit., 418.
44
Id., EE, cit., 460.
45
Ibid., 528.
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guida del capo, al completamento dell’opera redentrice in sé e
in tutto il corpo mistico. È perciò necessario considerare come
fine dell’opera educativa l’incorporazione al corpo mistico, che
conduce, conseguentemente, al perfezionamento della natura
umana46.
Il figlio di Dio che scopre la sua altissima vocazione,
desidera dunque portarla a compimento all’interno del Corpo
mistico di Cristo che è la Chiesa, per cui all’interno di essa può
operare, contribuendo così a perfezionare se stesso e il prossimo,
sotto la guida di Cristo per mezzo dei suoi ministri. «Cristo, il
solo nel quale la totale pienezza dell’amore divino ha trovato
luogo incarnandosi, è (…) il vero capo della comunità, che riunisce
l’unica Chiesa»47. E ogni uomo, nel suo piccolo, deve poter essere
immagine di Cristo:
l’uomo che nella propria piccola comunità vuole essere immagine di Cristo capo della Chiesa, deve comprendere che il suo
compito più eccelso consiste nel curare che tutti i membri
facciano progressi nella sequela di Cristo, e coltivino con ogni
attenzione i semi di grazia posti in loro. Tanto più riuscirà a
ottenere ciò, quanto più stretto sarà il suo legame personale con
il Signore48.
L’origine della Chiesa è da rintracciarsi nell’Incarnazione
e questa, a sua volta, era già prevista al momento della creazione
del primo uomo, pur con tutte le differenze tra Adamo e Gesù:
la creazione del primo uomo deve considerarsi già come l’inizio
dell’Incarnazione di Cristo. Certamente nell’Uomo-Dio c’è non
solo tutta la pienezza della divinità, ma anche tutta la pienezza
Id., Problemi dell’educazione della donna, in La donna, cit., 213.
Id., La struttura ontica della persona, in Natura, persona, mistica, cit., 79.
48
Id., Vocazione dell’uomo e della donna secondo l’ordine della natura e della
grazia, in La donna, cit., 90.
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Tutto ciò che è autenticamente umano, dunque, viene
assunto da Cristo prima nel corpo materiale della sua vita terrena, in quanto «l’umanità è la porta attraverso la quale il Verbo
di Dio è entrato nella creazione»50; poi nel Corpo mistico che
è la Chiesa. Il peccato però non proviene dal Capo, ma dalle
membra del Corpo, e influisce negativamente su tutta la compagine ecclesiale. Solo Cristo può portare a compimento la figura
dell’Adamo genesiaco:
l’Uomo-Dio doveva portare a perfezione ciò che aveva avuto
inizio in Adamo. Il fatto che Adamo abbia avuto bisogno della
compagna che lo completasse e che entrambi furono destinati a
generare una stirpe di uomini mi sembra provi che egli da solo
non incarnava la pienezza dell’umanità ma che essa doveva
realizzarsi attraverso tutta la stirpe51.
Ester Corso
IL MISTERO DEL NATALE, «MERAVIGLIOSO SCAMBIO» TRA DIO E L’UMANITÀ
dell’umanità. Mi sembra sia connesso al significato del Corpo
mistico di Cristo il fatto che non esiste nulla di umano – eccetto
il peccato – che non sia appartenuto all’unità vitale di questo
Corpo; anche il peccato si opera nelle membra di questo Corpo,
ma non come qualcosa proveniente dal Capo, e che fa morire
le membra49.
Così, ogni uomo è chiamato a configurarsi a Cristo, non
ad Adamo: «Adamo era un modello umano che già annunciava
il Re venturo, l’Uomo-Dio, padrone della creazione; così ogni
uomo nel regno di Dio deve modellarsi su Cristo»52. Inoltre,
«Cristo, non Adamo, è il primogenito di Dio e capo dell’umanità.
Egli è il primogenito non solo in quanto Figlio eterno di Dio,
Id., EE, cit., 532.
Ibid., 536.
51
Ibid., 534.
52
Id., Vocazione dell’uomo e della donna, in La donna, cit., 81-82.
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ma anche, a mio avviso, in quanto Padre degli eletti, Verbo fatto
uomo, il cui cammino terreno e il cui splendore celeste erano
previsti da Dio fin dall’eternità»53.
La continuazione del Corpo di Cristo nella Chiesa ha come
scopo che «ogni membro, – che è già di per sé uomo completo,
dotato di anima e corpo – giunga alla pienezza della salvezza
e della filiazione divina in modo che Dio per la sua sapienza
sia glorificato nel tutto: la comunità dei santi»54. Emerge qui un
afflato escatologico: la Chiesa viene da Cristo e, quando tutte
le cose saranno ricapitolate (cf Ef 1,10), torna a Cristo, poiché
tutto «il cammino del genere umano è un cammino da Cristo
a Cristo»55. La figliolanza divina vissuta in Cristo è dunque la
base per adempiere la propria chiamata: «la vocazione originaria dell’uomo e della donna la si può raggiungere solo nel ritorno
a un vero rapporto di figliolanza nei confronti di Dio. È l’opera
redentrice di Cristo, se noi vi collaboriamo con la nostra parte,
che ci fa accogliere di nuovo nello stato di figli»56. Cristo è il
modello dell’umanità e di ogni esistenza vissuta in pienezza:
dove possiamo scorgere il quadro concreto dell’umanità piena?
La copia di Dio in forma umana è venuta tra di noi nel Figlio
dell’uomo, Gesù Cristo. Se fissiamo questo quadro, come ce lo
presenta il sobrio racconto evangelico, esso stesso apre i nostri
occhi. (…) Ci si aprono gli occhi per la vera conoscenza della
nostra umanità, senza illusioni o compromessi. (…) Basta un
solo sguardo al Salvatore: Egli non si è ritratto con disgusto dalla
nostra miseria, ma proprio per questa miseria è venuto a noi, e
di essa si è caricato. (…) Per mezzo suo, dunque, acquistiamo
la vera umanità, e insieme il retto orientamento personale. Chi
Id., EE, cit., 527.
Id., EE, cit., 527.
55
Id., EE, cit., 533.
56
Id., Vocazione dell’uomo e della donna, in La donna, cit., 88.
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Qui Edith sembra anticipare quanto il Concilio Vaticano
II dirà poi nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes:
solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il
mistero dell’uomo. (…) Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio
rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche
pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione. (…) Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima
dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina58.
Più avanti, lo stesso documento conciliare così continua: «chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, si fa pure lui più
uomo»59.
E, quasi allo stesso modo, Edith prosegue: «l’uomo può
corrispondere all’eccelsa chiamata originaria – essere immagine di Dio – solo se cerca di sviluppare le sue potenze in umile
soggezione alla guida divina»60. E ancora: «essere perfetti per le
creature non può che significare: essere integralmente e genuinamente ciò che debbono essere»61. La perfezione si realizza
dunque guardando a Cristo e realizzando la vocazione che Dio
ha posto nel cuore di ogni persona umana.
Ester Corso
IL MISTERO DEL NATALE, «MERAVIGLIOSO SCAMBIO» TRA DIO E L’UMANITÀ
guarda a Lui e a Lui si dirige, ha gli occhi fissi in Dio, prototipo
di ogni personalità e somma di ogni valore. (…) Cerchiamo allora l’immagine di Dio in tutti gli uomini57.
57
Id., Valore particolare della femminilità nel suo significato per la vita del popolo,
in La donna, cit., 283-284.
58
Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. past. sulla Chiesa nel
mondo contemporaneo Gaudium et spes (7 dicembre 1965), 22 in EV, 1/13851390.
59
Ibid., 41, in EV, 1/1446.
60
E. Stein, Vocazione dell’uomo e della donna, in La donna, cit., 85.
61
Ibid., 85.
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L’uomo, volgendosi a Cristo, può e deve restaurare in sé la
divina figliolanza che era stata deturpata dal peccato genesiaco
e che viene riconquistata dall’opera redentrice del Figlio di Dio:
il ritorno alla figliolanza divina, l’attesa dell’eterna visione di
Dio, la piena restaurazione della natura, sono aperti all’uomo
dall’opera redentrice di Gesù Cristo; ed ogni singolo vi può
accedere mediante l’unione personale all’Uomo-Dio, diventando membro del corpus Christi mysticum, il che lo rende idoneo
a collaborare con la propria opera, sotto la guida del capo, al
completamento dell’opera redentrice in sé e in tutto il corpo
mistico. È perciò necessario considerare come fine dell’opera educativa l’incorporazione al corpo mistico, che conduce,
conseguentemente, al perfezionamento della natura umana62.
Dai testi presi in esame emerge la dimensione ecclesiale
della salvezza e della figliolanza, «nell’ottica della comunione
agapico-trinitaria»63: l’uomo non si salva da solo, ma all’interno
della realtà più grande cui appartiene che è la Chiesa di Cristo.
Impegnarsi perciò all’interno di essa per accrescerne la santità
nelle membra (non del Capo) è ciò a cui ogni uomo è chiamato. Cristo costituisce il fondamento teologico della dimensione
comunionale che deve caratterizzare la comunità dei credenti che si sentono reciprocamente legati dal dono della grazia,
promanante da Cristo stesso64. La nostra relazione filiale con
il Padre nell’unione con Gesù non può essere vissuta che nella
fraternità tra gli uomini65.
Id., Problemi dell’educazione della donna, in La donna, cit., 213.
N. Salato, «La fenomenologia della persona», cit., 729.
64
Cf G.D. Del Gaudio, «Trinità, persona, Chiesa», cit., 563.
65
Cf L.F. Ladaria, Antropologia teologica, cit., 440.
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La Chiesa, per rendere attuale e vivo l’incontro tra il singolo uomo e il Signore Gesù, si serve dei Sacramenti, come segni
che realizzano la volontà salvifica di Dio nei confronti dell’uomo:
il legame dell’anima a Cristo è qualcosa di diverso dall’unione
fra persone terrene: è un radicarsi in Lui e un crescere in Lui
(questo ci dice la parabola della vite e dei tralci); inizia col Battesimo, si rinsalda sempre più con gli altri Sacramenti, assumendo
nei singoli un diverso orientamento. Questo reale diventar-uno
con Cristo ha per conseguenza il diventar membra gli uni negli
altri, per tutti i cristiani. E così la Chiesa diviene il Corpo di
Cristo. Il Corpo è un corpo vivo, e lo spirito che lo vivifica, è
lo Spirito di Cristo, che si diffonde dal Capo nelle membra; ma
lo Spirito che si effonde da Cristo è lo Spirito Santo; perciò la
Chiesa è tempio dello Spirito Santo66.
La mediazione sacramentale della Chiesa è prolungamento dell’Incarnazione del Logos che, mediante la sua azione
salvifica attualizzata nei Sacramenti, ci introduce nella sua vita
divina intratrinitaria67. Non solo i Sacramenti sono azione di
tutta la Trinità santa, ma anche la preghiera che l’uomo eleva
a Dio ha un’indole trinitaria: è rivolta al Padre, si realizza per
mezzo del Figlio, nello Spirito. I Sacramenti sono lo strumento
fondamentale attraverso cui si raggiunge la piena unione con
Dio: senza di essi l’incontro con il Dio Uni-Trino rimarrebbe
parziale, incompleto. I Sacramenti ci fanno diventare membra
del Corpo di Cristo e permettono all’uomo di partecipare alla
66
cit., 261.
67
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IL MISTERO DEL NATALE, «MERAVIGLIOSO SCAMBIO» TRA DIO E L’UMANITÀ
La vita sacramentale
E. Stein, Compito della donna di guidare la gioventù alla Chiesa, in La donna,
Cf G.D. Del Gaudio, «Trinità, persona, Chiesa», cit., 559.
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sua opera redentrice; fra tutti i Sacramenti eccelle l’Eucaristia68,
con cui Gesù si dona all’uomo nel suo Corpo e nel suo Sangue.
L’Eucaristia
E il Verbo si fece carne. Ciò è divenuto verità nella stalla di Betlemme. Ma si è adempiuto anche in un’altra forma. Chi mangia la mia
carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. Il Salvatore, ben sapendo
che siamo uomini e rimaniamo uomini, quotidianamente alle
prese con le nostre debolezze, viene in aiuto alla nostra umanità
in maniera veramente divina. Come il corpo terreno ha bisogno del pane quotidiano, così anche la vita divina aspira in noi
ad essere continuamente alimentata. Questo è il pane vivo, che è
disceso dal cielo. Chi lo rende veramente il suo pane quotidiano,
in lui si compie quotidianamente il mistero del Natale, l’Incarnazione del Verbo. E questa è indubbiamente la via più sicura
per conservare ininterrottamente l’unione con Dio e radicarsi
ogni giorno sempre più saldamente e profondamente nel corpo
mistico di Cristo69.
Cristo, dopo aver assunto l’umanità, per rendersi presente
in mezzo agli uomini tutti i giorni fino alla fine del mondo (cf Mt
28,20), sceglie di farsi cibo, comprendendo le esigenze proprie
della corporeità delle creature: «la più grande gioia del Salvatore
sta nel rimanere in compagnia degli uomini, ed Egli ha promesso di essere con noi sino alla fine del mondo. Ha inverato questa
sua promessa con la sua presenza sacramentale sugli altari»70.
Edith Stein mette in stretta relazione l’Incarnazione del
Verbo con l’istituzione dei Sacramenti e in particolare dell’Eu-
Cf N. Salato, «La fenomenologia della persona», cit., 725.
E. Stein, MN, cit., 418-419.
70
Id., Educazione eucaristica, in La vita come totalità, cit., 124.
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le idee della Chiesa, dell’Eucaristia e della Comunione sono
strettamente legate tra loro e all’Incarnazione di Cristo: in Cristo
la divinità ha assunto una forma esteriore per dimorare visibilmente in eterno fra gli uomini. Nell’Eucaristia Egli è presente con
il Suo Corpo e, attraverso la Comunione, chi la riceve viene
trasformato nel Suo Corpo, in maniera tale che la comunità dei
credenti riunita nella Chiesa rappresenti, nel senso più letterale
del termine, il Corpo di Cristo71.
E ancora:
si può ben dire che i Sacramenti siano orientati all’organizzazione psicofisica dell’uomo e che si comprendano a partire da
essa. (…) Già il fatto che la volontà del Signore si è annunciata
nella Parola e il Verbo si è fatto carne non è da intendersi a partire
dallo spirito, ma solo come adattamento alla costituzione naturale delle creature alle quali Egli vuole rendersi percepibile72.
Ester Corso
IL MISTERO DEL NATALE, «MERAVIGLIOSO SCAMBIO» TRA DIO E L’UMANITÀ
caristia, pane di vita che Cristo lascia come cibo spirituale ai suoi
figli. Infatti,
La vita sacramentale, dunque, è necessaria per accrescere
e realizzare concretamente la propria adesione al Corpo mistico di Cristo: nel momento della comunione eucaristica si realizza l’unione più stretta con Cristo già su questa terra «perché ci
nutriamo del suo stesso corpo e sangue e veniamo così immessi nella sua vita divina in modo unico e reale»73. Senza la vita
sacramentale, infatti, l’esistenza cristiana si ridurrebbe ad essere solo adesione teorica a un ideale, ma senza un’attualizzazione pratica, mentre Edith capisce e sperimenta che «l’essenza
Id., La struttura ontica della persona, in Natura, persona, mistica, cit., 101.
Ibid., 97.
73
G.D. Del Gaudio, «A immagine della Trinità», cit., 419-420.
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dell’essere cristiano non è il sapere ma l’amore»74. E fu esattamente per questo motivo che la nostra Autrice, subito dopo la
conversione avvenuta grazie alla lettura della Vita di santa Teresa
d’Avila, partecipò alla sua prima Messa a Bad Bergzabern e al
termine della celebrazione si recò dal parroco, chiedendogli di
farsi battezzare immediatamente. Questi rimase stupito da una
simile richiesta e sottolineò l’importanza di una solida preparazione dottrinale, necessaria per il conferimento del Battesimo.
Edith, forte della Verità che aveva incontrato e della preparazione acquisita attraverso un catechismo e un messalino, rispose:
«Reverendo Padre, mi esamini». Il presbitero dovette constatare la preparazione soddisfacente della donna e fissò la data del
Battesimo per l’1 gennaio 192275. In breve tempo Edith si innamorò della liturgia della Chiesa e iniziò a frequentare l’abbazia
benedettina di Beuron, che definì poi «l’anticamera del cielo»76.
Qui Edith, che Giovanni Paolo II definisce «vera adoratrice
del Padre in spirito e verità»77, poteva gustare la bellezza della
liturgia comunitaria con i monaci e la solitudine della preghiera personale come incontro intimo con il Signore. Le abbazie
benedettine in quel periodo erano infatti i centri dove prendeva
forma il movimento liturgico e dove la partecipazione alla liturgia iniziava ad essere ripensata a favore di un maggiore coinvol-
Giovanni Paolo II, Omelia per la beatificazione di Suor Teresa Benedetta
della Croce (1 maggio 1987), in http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/
homilies/1987/documents/hf_jp-ii_hom_19870501_messa-stadio-koln_it.html (10
dicembre 2013), 7.
75
Cf Maria Cecilia del Volto Santo, Edith Stein. Un’ebrea testimone
per la verità. La vicenda interiore di Teresa Benedetta della Croce, San Paolo, Milano
2013, 81-82.
76
M.A. Neyer, La Beata Edith Stein. Suor Teresa Benedetta della Croce.
Immagini e documenti della sua vita, ed. it. a cura di S. Giordano, Edizioni OCD,
Roma 1987, 54.
77
Giovanni Paolo II, Omelia per la beatificazione di Suor Teresa Benedetta
della Croce, cit., 9.
74
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l’azione sacrificale ci impregna instancabilmente del mistero
centrale della nostra fede, cardine della storia del mondo: del
mistero dell’Incarnazione e della Redenzione. Chi può assistere
con spirito e cuore aperto al santo sacrificio senza entrare a sua
volta nel movimento, senza essere preso dal desiderio d’inserire
se stesso e la propria piccola vita personale nella grande opera
del Redentore80?
Ester Corso
IL MISTERO DEL NATALE, «MERAVIGLIOSO SCAMBIO» TRA DIO E L’UMANITÀ
gimento del popolo di Dio. E, a proposito della partecipazione del popolo alla liturgia, Edith afferma che «la più perfetta
celebrazione del Sacrificio si ha quando i fedeli vi partecipano,
pronunziando le preghiere liturgiche insieme col celebrante»78,
anticipando in qualche modo quanto dirà il Concilio Vaticano
II nella costituzione sulla sacra liturgia in merito alla partecipazione dei fedeli, partecipazione che deve essere attiva, piena,
fruttuosa, comunitaria e consapevole79. La liturgia, inoltre, non è
una pia attività della Chiesa che inizia e termina dentro le mura
dell’edificio sacro, ma deve entrare nella vita dell’uomo e trasformarla:
Parlando dell’importanza della liturgia e, in particolare
dell’Eucaristia, Edith afferma che essa rende presente Cristo in
maniera piena e significativa:
nella liturgia Cristo vive ancora, e vive in un’altra maniera ancora che negli uomini che lo servono. La liturgia è la preghiera
della Chiesa, nella quale Cristo continua a pregare, come ha
pregato nel corso della sua vita terrena, con le parole dei Salmi;
è memoria ininterrotta della sua vita, i cui eventi continuano
78
E. Stein, Il contributo reso dagli istituti per l’istruzione di tipo monastico alla
formazione religiosa della gioventù, in La vita come totalità, cit., 105.
79
Cf Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. sulla sacra liturgia,
Sacrosanctum Concilium (4 dicembre 1963), in EV, 1/1-244.
80
E. Stein, MN, cit., 421.
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ancora sempre a venirci riproposti, nel grande dramma dell’anno liturgico. (…) Tutta la liturgia è cornice al più centrale e reale
atto in cui Cristo continua a vivere nella Chiesa: la sua presenza
eucaristica. E come il Venerdì Santo sul Golgota è fulcro della
storia universale, così fulcro di ogni vita cristiana è il Santo Sacrificio della Messa81.
Celebrando l’Eucaristia, che è azione della comunità
e non del singolo, la persona partecipa della vita divina intratrinitaria, formando l’unico corpo ecclesiale: «la Chiesa “per
Cristo, con Cristo e in Cristo” rende la sua preghiera al Padre.
Mediante la partecipazione al corpo e sangue di Cristo, la Chiesa diventa (…) manifestazione della Koinonìa trinitaria»82. Edith
afferma che «dalla fede nelle verità eucaristiche deve scaturire
come viva conseguenza che l’Eucaristia è davvero il fulcro della
vita comunitaria»83. L’Eucaristia pertanto non si esaurisce solo
nell’incontro intimo tra la persona e Dio, ma ha un riverbero
necessario nelle relazioni all’interno della comunità tutta.
Edith, in un paragrafo dal titolo pregnante “Significato
pedagogico delle realtà eucaristiche”, spiega l’importanza del
sacramento dell’Eucaristia come azione trasformante la vita del
singolo cristiano:
l’azione libera del singolo, quella che lo rende partecipe della
vita eterna, è la partecipazione al sacrificio eucaristico. Infatti, quando egli, cosciente del suo essere peccatore e con vivo
desiderio di essere redento, si accosta all’altare insieme al sacerdote, quando insieme ai doni offre se stesso con sincero spirito di sacrificio, egli viene trasformato in Cristo insieme con i
81
cit., 228.
Id., Formare la gioventù alla luce della fede cattolica, in La vita come totalità,
N. Salato, «La fenomenologia della persona in prospettiva
ecclesiologica», cit., 726.
83
E. Stein, Il contributo reso dagli istituti, in La vita come totalità, cit., 102.
82
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La celebrazione eucaristica e la preghiera liturgica della
Chiesa acquistano una valenza fortemente formativa per l’uomo:
«io credo non vi sia mezzo più onnicomprensivo e efficace per la
formazione religiosa che la liturgia nella sua duplice fisionomia:
liturgia della Messa e preghiera corale dell’Ufficio»85. L’uomo
però è sempre in una condizione di natura corrotta dal peccato e i Sacramenti sono istituiti da Cristo proprio per permettere all’uomo di elevarsi dalla condizione lapsaria e vivere una
vita di grazia: la libertà umana, condizionata negativamente
dagli effetti del peccato originale, viene liberata ed elevata dal
dono della grazia accolta mediante la fede, attraverso la dinamica sacramentale, in modo che ciascuno possa raggiungere la
piena realizzazione del proprio essere a immagine della Trinità,
quando ogni io forma il noi della Chiesa, Corpo di Cristo86. A
tal proposito Edith propone come ideale una “vita eucaristica”,
poiché il sacrificio eucaristico è «modello e culmine»87 della vita
della Chiesa:
Ester Corso
IL MISTERO DEL NATALE, «MERAVIGLIOSO SCAMBIO» TRA DIO E L’UMANITÀ
doni, diventa in modo del tutto reale membro vivo del corpo
di Cristo, quando nella santa Comunione riceve dentro di sé il
Signore, egli lo porta in sé, vive in Cristo e Cristo in lui84.
solo con la forza della grazia, la natura può essere liberata dalle
sue ferite, innalzata alla sua vera purezza e resa pronta ad accogliere la vita divina. E questa vita divina è quella forza motrice
intima da cui sgorgano le opere di carità. Chi vuol mantenerla perennemente in sé deve nutrirsi continuamente a quelle
sorgenti da cui essa sgorga senza posa: i Sacramenti, soprattutto
il sacramento dell’Amore. (…) Chi visita il Dio eucaristico e con
Id., La struttura ontica della persona, in Natura, persona, mistica, cit., 219.
Id., Il contributo reso dagli istituti, in La vita come totalità, cit., 106.
86
Cf G.D. Del Gaudio, «Trinità, persona, Chiesa», cit., 561.
87
Id., A immagine della Trinità, cit., 421.
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Lui si consiglia in tutte le sue necessità, chi si lascia purificare
dalla forza divina promanante dal sacrificio dell’altare e offre
se stesso al Salvatore con questo sacrificio, chi lo riceve nella
Comunione nel più intimo della sua anima, verrà attratto incessantemente, anzi sempre di più, nella corrente della vita divina,
crescerà nel Corpo mistico di Cristo, e il suo cuore si conformerà al modello del Cuore divino88.
Inoltre, la vita eucaristica spinge l’uomo a uscire fuori dal
solipsismo: «vivere eucaristicamente significa uscire spontaneamente dalla meschinità della propria vita e addentrarsi negli ampi
spazi della vita di Cristo. Chi fa visita al Signore nella sua casa,
non si occuperà più solo e sempre di sé e delle proprie faccende,
ma comincerà a interessarsi delle faccende del Signore»89.
Edith comprende il valore profondo della liturgia che,
oltre a ripresentare il sacrificio di Cristo, ha una portata pedagogica nel cammino dell’uomo verso Dio: «Dio stesso ci educa ad
avanzare con la mano nella sua mano per mezzo della liturgia
della Chiesa»90. E ancora: «l’evento eucaristico è l’atto pedagogico essenziale, vale a dire, la collaborazione tra Dio e l’uomo, il
cui risultato è il conseguimento della vita eterna»91. L’uomo che
nella sua vita terrena compie questo cammino verso Cristo, non
può ancora raggiungere definitivamente la meta, ma «si sforza
di conoscerlo sempre meglio meditando la sua vita e riflettendo
sulle sue parole; ottiene la più intima unione con Lui nell’Eucaristia, e partecipa alla continuazione mistica della sua vita vivendo l’anno liturgico, la liturgia della Chiesa»92. La preghiera, e in
particolare la preghiera liturgica, è l’opera dell’amore che può
E. Stein, Ethos della professione femminile, in La donna, cit., 64-65.
Id., MN, cit., 420.
90
Id., Ethos della professione femminile, in La donna, cit., 65.
91
Id., La struttura della persona umana, ed. it. a cura di A. Ales Bello, Città
Nuova, Roma 2000, 219.
92
Id., Vocazione dell’uomo e della donna, in La donna, cit., 89.
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abbracciare gli altri in Dio: l’orante infatti porta nel dialogo con
Dio tutti coloro che ama, divenendo responsabile della salvezza
di tutti93. La preghiera, dunque, non porta la persona a mettersi
ai margini del mondo94, ma al contrario, la rende profondamente partecipe della vita del mondo e inserita in esso a pieno titolo, avendo anzi uno sguardo particolare verso gli emarginati e i
sofferenti: «l’uomo è chiamato ad essere il redentore di tutte le
creature. Può esserlo nella misura in cui egli stesso è salvato»95.
Dio non chiede l’evasione dal mondo: impegnarsi per l’umanizzazione del mondo è impegnarsi per Dio. L’ingresso di Edith
nella clausura del Carmelo è da vedersi esattamente in quest’ottica: non per una fuga dagli impegni del mondo, ma per voler
partecipare più profondamente alla passione di Cristo. Ciò è
confermato dal primo colloquio che Edith ebbe con la superiora
del monastero, la quale interrogò la nostra Autrice circa le sue
intenzioni, volendo verificare l’autenticità di una vocazione così
adulta. Edith disse alla madre: «non l’attività umana può aiutarci, ma la passione di Cristo. Esserne parte è il mio desiderio»96.
La preghiera della Chiesa
Nel libretto intitolato La preghiera della Chiesa, scritto nel
1936, Edith offre preziosi spunti di riflessione in merito alla liturgia della Chiesa e alla preghiera personale, maturati alla luce
Cf D. Pancaldo, «La preghiera per Edith Stein», in La Stella del
Carmelo 9 (2009) 1, 40-41.
94
Cf V. Aucante, Il discernimento secondo Edith Stein. Che fare della propria
vita?, San Paolo, Cinisello Balsamo 2005, 48.
95
E. Stein, La struttura ontica della persona, in Natura, persona, mistica, cit.,
84.
96
Giovanni Paolo II, Omelia per la beatificazione di Suor Teresa Benedetta
della Croce, cit., 7.
93
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delle profonde esperienze di preghiera che la stessa Autrice aveva
vissuto presso l’abbazia benedettina di Beuron:
ogni glorificazione di Dio si fa per, con, in Cristo. Per Cristo, perché
solo per Lui l’umanità può giungere al Padre e perché la sua
esistenza di Uomo di Dio e la sua opera redentrice sono la più
perfetta glorificazione del Padre. Con Lui, perché ogni preghiera
sincera è frutto dell’unione con Cristo e, è nello stesso tempo,
rafforzamento di questa unione (…). In Lui, perché la Chiesa
orante è il Cristo stesso, ogni uomo che prega è membro del suo
mistico corpo97.
In questo stesso testo, la Stein guarda all’Eucaristia alla
luce della redenzione, dicendo che «il Verbo si è fatto carne per
dare la vita che Egli possiede, per offrire se stesso e la creazione
riscattata dalla sua offerta, in sacrificio di lode al Creatore»98.
Inoltre, l’Autrice attribuisce all’Eucaristia una portata cosmica:
l’Eucaristia [è] azione di grazie per la creazione, per la redenzione e per il suo ultimo compimento. Egli [Gesù] si offre in
nome di tutto l’universo creato, di cui è la prima figura e in cui
è disceso per rinnovarlo interiormente e per portarlo a perfezione, e chiama tutto il mondo creato a rendere, in unione con Lui,
le grazie dovute al Creatore99.
Partecipando all’Eucaristia, la persona non resta più la
stessa, ma la sua vita viene inserita in quella di Cristo e Cristo
abita nell’intimo dell’anima, al punto che la persona rende se
stessa uno strumento nelle mani del Creatore:
E. Stein, La preghiera della Chiesa, in Scritti spirituali, cit., 423.
Ibid., 425.
99
Ibid., 426.
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Tutti i Sacramenti muovono la persona a aderire più strettamente a Cristo; ma «più che in tutti i Sacramenti, è nel sacramento in cui Gesù stesso è presente che noi diventiamo membra
del suo corpo»101. Questo però non avviene in maniera automatica; infatti la ricezione del Corpo del Signore è vana se la persona non comprende il significato e la portata di tale sacramento
e se non si apre all’azione della grazia: «chi riceve in sé il corpo
del Signore vedrà santificato il suo stesso corpo vivente. Certo,
questo effetto della Grazia penetra nell’anima solo se l’anima
è aperta ad essa»102. E ancora: «nella nostra vita dobbiamo far
spazio al Salvatore eucaristico, affinché possa trasformare la
nostra vita nella sua: è questa una richiesta esagerata?»103. No,
ci verrebbe da rispondere, soprattutto perché la presenza di Dio
in noi non fa altro che prolungare l’evento dell’Incarnazione: «la
vita divina, che viene accesa nell’anima, è la luce che è venuta
nelle tenebre, il miracolo della notte santa»104. Per il cristiano,
poter essere inabitato dalla presenza viva e reale di Dio dovrebbe
essere la massima aspirazione e inoltre «essere legati a Dio nella
vita e per tutta la vita, è la vocazione più alta a cui si possa venir
chiamati. È la vocazione di ogni anima umana, la vocazione
della Chiesa»105. Conseguenza naturale di tutto questo dovreb-
Ester Corso
IL MISTERO DEL NATALE, «MERAVIGLIOSO SCAMBIO» TRA DIO E L’UMANITÀ
il pane di vita, che ci è quotidianamente necessario per crescere
nella vita eterna, rende la nostra volontà uno strumento docile
alla volontà divina, instaura in noi il regno di Dio (…). La partecipazione al Sacrificio e alla Comunione trasforma l’anima in
una pietra viva della città divina e ogni anima in un tempio di
Dio100.
Ibid., 429.
Ibid., 441.
102
Id., La struttura ontica della persona, in Natura, persona, mistica, cit., 96.
103
Id., MN, cit., 419.
104
Ibid., 412.
105
Id., Missione delle accademiste cattoliche, in La donna, cit., 45.
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be essere l’assunzione dell’impegno costante di contribuire ad
adempiere questa vocazione nella maniera più santa e fedele
possibile per ciascuno.
Conclusione
Giungendo al termine di questo percorso, ci si rende conto
che molto ancora ci sarebbe da dire e da approfondire, poiché il
mistero dell’uomo che si apre al mistero di Dio non può essere
certamente comunicato ed esaurito in poche pagine. Tuttavia,
abbiamo questa certezza: l’uomo che si scopre chiamato alla vita
divina intratrinitaria, si scopre chiamato all’amore: solo rispondendo
a questa altissima vocazione e riscoprendo la bellezza del Dio
Bambino che viene nel mondo per salvare l’umanità, ogni uomo
può vivere in pienezza la sua vita, pur attraversando i momenti
di abbandono tipici del portare la croce.
Voglio concludere questo studio citando il bel testo del III
Prefazio di Natale, che riassume quanto detto finora riguardo
l’admirabile commercium tra Cristo e l’umanità: «in Lui oggi risplende in piena luce il misterioso scambio che ci ha redenti: la nostra
debolezza è assunta dal Verbo, l’uomo mortale è innalzato a
dignità perenne e noi, uniti a te in comunione mirabile, condividiamo la tua vita immortale»106.
Conferenza Episcopale Italiana (ed.), Prefazio di Natale III, in Messale romano riformato a norma dei decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II e promulgato da
papa Paolo VI, Città del Vaticano 19832, 318.
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