GRUPPO FOTOGRAFICO ANTENORE, BFI
RASSEGNA STAMPA
Anno 6°, n..4 - Aprile 2013
Sommario:
Martin Parr, l'osservatore...................................................................(pag. 2)
Se la crisi colpisce anche i talenti-La storia di Daniel Rodrigues.........(pag. 3)
Il racconto del riso nella fotografia di Gianni Berengo Gardin.............(pag. 5)
Microcamera fish-eye fatta a mano: costa meno di 80 euro................(pag. 7)
Ma quale smaterializzazione...............................................................(pag. 8)
A New York è di scena la fotografia con AIPAD...................................(pag.10)
La severa leggerezza del censore.......................................................(pag.14)
Successo per la fotografia modernista a New York.............................(pag.18)
Gli abbaini elettronici dell'infinito.......................................................(pag.21)
Si vive solo due volte: Renè Burri a colori...........................................(pag.24)
I magnifici 9. La trasferta...................................................................(pag.26)
La mostra di "Magnum contact Sheets" parte dal forte di Bard... ......(pag.33)
Helmut Newton. Oltre i luoghi comuni...............................................(pag.35)
Palazzo Madama, retrospettiva di Elliott Erwitt..................................(pag.37)
Gli angoli incontaminati del mondo attraverso la lente di Salgado.....(pag.39)
I maestri della fotografia tra le macerie di S.Felice............................(pag.40)
Lomo, il dio analogico e il suo creato digitale.....................................(pag.41)
Le foto di L.Ghirri per raccontare l'Emilia al Maxxi di Roma................(pag.45)
Al museo è vietato vietare?................................................................(pag.46)
Ghitta Carell.......................................................................................(pag.48)
Joachim Schmid e le fotografie degli altri...........................................(pag.51)
Weegee "the great" a Reggio Emilia...................................................(pag.53)
Letizia Battaglia - Fotografie 1974-2013............................................(pag.57)
Pepi Merisio. Il gioco..........................................................................(pag.59)
La fotografia come la pensava Leonardo............................................(pag.61)
Luigi Ghirri, una mostra a ripercorrere la poetica del grande... ........(pag.63)
Dodici milioni di fotografie con Grazia................................................(pag.65)
Gordon Parks, il fotografo che ha dato immagine al cambiamento.....(pag.69)
La mostra di Migliori...........................................................................(pag.71)
Il gioco di Pepi...................................................................................(pag.72)
Sony World Photography Awards, i vincitori......................................(pag.74)
Antonio Lovison.................................................................................(pag.76)
Be the place.......................................................................................(pag.77)
Fotografia a Venezia "Photissima Art Fair"........................................(pag.78)
Life....................................................................................................(pag.78)
Nino Migliori. Attraverso la fotografia. Provocazione,rottura, ... ......(pag.80)
Giulio Forti, intervista al Direttore di Fotografia Reflex.....................(pag.83)
In viaggio con "T.r.i.p.", dall'Afghanistan a Cuba..............................(pag.87)
Stanley Kubrick.................................................................................(pag.88)
A kiss, is just a kiss... ......................................................................(pag.91)
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Martin Parr, l'osservatore
di Mario Querci da http://cultura.panorama.it/
Nelle immagini di un grande della fotografia mondiale, il cibo racconta chi
siamo. Martin Parr è uno dei protagonisti del nuovo numero di Flair, in
edicola con Panorama.
Signs of the Times (Foto tratta dal libro “Intervista a un fotografo promiscuo”, Contrasto,
2012) - Credits: Martin Parr/Magnum Photos/Contrasto
In tavola, uova strapazzate, bacon e succo d’arancia. E' un esordio adatto a
un’intervista sul cibo con Martin Parr, tra i più celebrati fotografi al mondo,
che questo soggetto lo mette spesso al centro dei suoi scatti ipercromatici (una
sua foto può arrivare a una quotazione di 8mila dollari).
Dagli anni ’80, racconta il mondo attraverso i bagni di sole al mare dei suoi
pallidi connazionali inglesi, o i turisti che immortalano Roma come Machu
Picchu, senza distinguere granché. Più di recente, è passato da Atlanta, tra car
wash, rivenditori di armi, fiere di paese dove domina il colore fucsia. E' nato
così un libro-reportage sull’America d’oggi, Up and Down Peachtree
(Contrasto), tanto eloquente che contiene solo immagini.
Tornando al pranzo di Parr nella sua casa di Bristol, in attesa che lui consumi il
menu della domenica, dirotta chi scrive al piano inferiore, nella libreriaesposizione. Ottima chance. C’è una parte dei suoi dodicimila libri di fotografia
("Qui non entravano più e voglio aprire una fondazione"). Si può ammirare
soprattutto la famosa collezione di souvenir: tazze da tè con il ritratto di
Osama Bin Laden o Margareth Thatcher, micro-busti di Hugo Chavez e orologi
con Saddam Hussein sul quadrante. Memorabilia di una storia dove la
propaganda tocca invariabilmente i vertici del kitsch. Una parola che Parr non
ama, soprattutto quando si parla degli stralunati protagonisti dei suoi scatti
("Io non cerco il kitsch, mi limito a fotografare quel che vedo").
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Lo sa che, se in un giornale si vogliono delle foto dai colori saturi e senza
aggiustamenti estetici, si dice "alla Martin Parr"?
Be’, il mio ego è soddisfatto. Esiste, credo, uno "stile Martin Parr". So che per
arrivarci ho impiegato molti anni. Tanti fotografi non trovano la loro "voce" in
tutta una carriera... Posso considerarmi fortunato.
Perché tanto interesse per il cibo?
E' un indicatore sociale. Più di molti altri aspetti, dice chi siamo o come
vogliamo apparire. Esprime le contraddizioni, come il linguaggio.
E' possibile tracciare una storia del comportamento umano attraverso quello
che mangiamo?
Io so che se vado ad Atlanta per raccontare quell’ambiente e chi ci vive, mi
colpiscono più i dolci coperti di glassa multicolore e i cosciotti di carne mangiati
a una fiera, piuttosto che i monumenti della cittá - anche perché lì non ce ne
sono molti. Nelle mie foto, comunque, non c’è mai un giudizio. Interesse, sì.
In Italia, al di lá della sensibilitá per il cibo, c’è quest’ossessione, con Saloni del
Gusto a macchia d’olio...
Più che dell’Italia credo sia una ossessione globale. Guardi la follia dei
programmi con gli chef in tv. Io leggo questo voler mangiar meglio come un
passaggio sociale della classe media. Non so verso che cosa. L’Europa è in
bancarotta e forse ora ci possiamo occupare di queste cose.
Cosa le piacerebbe che passasse alla storia di Martin Parr?
Ho pubblicato 70 libri di fotografia. Vorrei si dicesse "Evidentemente gli piaceva
osservare".
Se la crisi colpisce anche i talenti - La storia di Daniel Rodrigues
di Daria Scolamacchia* da http://solferino28.corriere.it
Tra i vincitori del World Press Photo 2012, il più importante riconoscimento per
il fotogiornalismo, c’è Daniel Rodrigues, un giovane portoghese di Porto.
Daniel, 26 anni, ha vinto il primo premio nella sezione “Vita quotidiana” con
una foto di ragazzini che giocano a pallone in una ex base militare dell’esercito
portoghese in Guinea Bissau. Il fotografo ha saputo del premio quattro mesi
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dopo aver venduto la sua attrezzatura fotografica a un collega: non aveva più
un impiego e ha dovuto rinunciare al suo strumento di lavoro per sopravvivere.
Può raccontarci come è andata?
Lavoravo per l’agenzia fotografica Global Imagens, che vende foto a quotidiani
portoghesi come Jornal de Notícias e Diário de Notícias, OJogo. Nel marzo del
2012 sono stato in Guinea-Bissau per una missione umanitaria a Dulombi e
quando sono tornato in Portogallo hanno “tagliato” la mia collaborazione.
Il Portogallo, al pari di molti Paesi europei, sta vivendo un periodo di
grave crisi: la disoccupazione giovanile sfiora il 40%.
Io, infatti, ho dovuto vendere la mia macchina fotografica per sopravvivere, e
non so quali possano essere le prospettive per il futuro.
Che cosa è cambiato nella sua vita dopo il riconoscimento?
Ho una nuova attrezzatura fotografica, che mi è stata fornita dalla Canon
portoghese e da una banca del mio Paese, il Banco Espìrito Santo. Finalmente
posso tornare al lavoro…
A cosa sta lavorando?
Sto realizzando un unico progetto per il Comune di Lisbona, tutto qui. E’ un
lavoro che mi è stato commissionato per creare una banca immagini della città,
a colori. Dopo la notizia del premio, in molti si sono mobilitati per me.
Quale è il suo prossimo progetto fotografico?
Mi piacerebbe lavorare per agenzie come l’Afp o la Reuters, spero che questo
riconoscimento mi aiuterà a trovare lavoro…
Un consiglio per i giovani che vogliono diventare fotografi?
Di non mollare mai e di scattare foto ogni giorno.
Dove ha studiato fotografia?
All’Istituto Portoghese di Fotografia, dove mi sono diplomato nel 2010.
Può raccontarci la genesi della foto che ha vinto il WPP?
Stavo assistendo a una partita di pallone tra ragazzini in Guinea – Bissau. Mi
trovavo lì per una missione umanitaria, come volontario. Bisognava
riorganizzare un ospedale e una scuola nel villaggio di Dulombi.
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Come ha saputo di aver vinto il primo premio del WPP nella categoria
“Vita quotidiana”?
Grazie alla telefonata di un collega.
Era la prima volta che partecipava?
Sì, era la prima volta. In effetti non ci avevo mai provato prima e non avevo
proposto lo stesso lavoro ad altri premi.
L’ha aiutata qualcuno nella scelta delle immagini?
No, ho fatto tutto da solo.
Il suo lavoro era mai stato pubblicato da giornali o riviste portoghesi?
No, avevo provato a venderlo prima di mandarlo al WPP ma nessuno l’aveva
voluto. Dopo il premio sono riuscito a vendere il portfolio.
E’ riuscito ad avvisare i ragazzi della foto che ha vinto il WPP grazie a
loro?
Non ancora, ma sto cercando uno sponsor, un modo per finanziarmi. Ho
intenzione di partire presto per l’Africa per andarli a trovare: voglio dirglielo di
persona.
Cosa pensa della fotografia come lavoro? E’ un settore elitario?
E’molto complicato sopravvivere con la fotografia.
Cosa le piace di più del suo lavoro?
La possibilità di documentare gli eventi a cui capita di assistere o le realtà che
si ha intenzione di indagare.
Quali sono i fotografi che più di tutti hanno influito sul suo lavoro?
Troppi, farò solo qualche nome: Sebastião Salgado, James Natchwey, Henri
Cartier-Bressonn, John Stanmeyer, Emilio Morenatti, Alfredo Cunha, Paulo
Pimenta, Leonel de Castro
* assistant photoeditor Io Donna, su Twitter @dariascola
''Il racconto del riso''
nella fotografia di Gianni Berengo Gardin
da http://www.libreriamo.it
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Domani, venerdì 5 aprile, inaugura a Milano una mostra fotografica di
Gianni Berengo Gardin dedicata alla coltivazione del riso, uno degli
alimenti più importanti per la vita dell’uomo
MILANO – Un libro e una mostra, organizzata nelle sale di Forma Galleria,
offrono un’occasione straordinaria: ripercorrere un pezzo di storia italiana,
fatta di immagini, tradizione e memoria, negli scatti in bianco e nero di Gianni
Berengo Gardin. L’esposizione “Il racconto del riso” sarà inaugurata domani,
venerdì 5 aprile alle ore 18.30, presso le sale di Forma Galleria di Milano. La
mostra sarà visitabile dal 6 al 27 aprile.
L’ESPOSIZIONE – Gli scatti di Gianni Berengo Gardin ntorno alla famiglia
Rondolino e alla loro azienda. Vicino a Vercelli si trova infatti “La Colombara”,
piccolo paese che ospita la cascina di famiglia e dove sono ancora racchiusi le
memorie e i ricordi di chi, negli anni, ha dedicato la propria vita alla
coltivazione del riso per farne una eccellenza italiana di livello internazionale: il
riso Acquerello.
LE IMMAGINI RACCONTANO IL LAVORO DEI CAMPI – Quello realizzato da
Gianni Berengo Gardin è un racconto vario e composto, appassionato e
vibrante come nelle corde del maestro della fotografia italiana. Immagine dopo
immagine, vediamo il tempo scorrere, i campi che si trasfigurano con il passare
delle stagioni, gli strumenti per lavorare i campi, i volti degli uomini e delle
donne legati alla terra. Comprendiamo così le diverse fasi di un rito che si
rinnova lungo l’arco dei dodici mesi e che coinvolge esperienze antiche ma
anche nuove tecniche ed esperimenti innovativi. Una tradizione che si rinnova
ad ogni nuovo raccolto, ad ogni nuova stagione. La mostra è accompagnata da
un libro-catalogo edito da Contrasto in cui le immagini di Gianni Berengo
Gardin sono accompagnate da testi di Carlo Petrini, Gianni Rondolino, Marco
Vallora e da una antologia di brani scelti intorno alla coltivazione del riso e alla
sua cultura.
LA FOTOGRAFIA DI BERENGO GARDIN – Queste le parole di Carlo Petrini, i
cui testi accompagnano l’esposizione: “Gianni Berengo Gardin, fotografo che
più di ogni altro ha saputo interpretare visivamente le trasformazioni del
Novecento italiano ci narra, con un esercizio fotografico sorprendente, questo
silenzio assordante che caratterizza le terre che in primavera si fanno acqua
per generare uno degli alimenti più importanti per la vita dell’uomo: il riso”.
IL FOTOGRAFO – Gianni Berengo Gardin, che sarà presente alla serata di
inaugurazione, è uno dei più famosi fotografi italiani. Nato a Santa Margherita
Ligure nel 1930, ha iniziato a occuparsi di fotografia nel 1954, intraprendendo
la professione di fotoreporter nel 1965. Ha pubblicato 210 libri fotografici ed è
stato protagonista di oltre 300 mostre fotografiche. Narratore attento,
prosegue da quasi cinquant’anni un lavoro di indagine sociale che lo ha
condotto a immortalare la storia d’Italia in oltre un milione di scatti.
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racconto
del
riso, Forma
Gardin, mostra fotografica, fotografia
Galleria, Gianni
Berengo
Microcamera fish-eye fatta a mano: costa meno di 80 euro
di Pino Bruno da http://www.tomshw.it
Uno studente ha realizzato una piccolissima macchina fotografica con obiettivo
fish-eye, che potrebbe vedere a 77. Il progetto è in fase di finanziamento
tramite crowd funding, ma il successo è quasi sicuro.
Maker si nasce o si diventa? Greg Dash, 25 anni, studente dell’Università di
Aberystwyth, nel Galles centrale, lo è diventato per necessità. Appassionato di
fotografia ma con pochi soldi in tasca, voleva un grandangolare spinto, un
Fishe-Eye. Quelli in vendita non erano alla sua portata e così ha deciso di
costruirselo da solo. Anzi, più che un obiettivo, ha realizzato una vera e
propria microcamera a occhio di pesce.
Gli è venuta fuori così bene che gli amici hanno chiesto di farne altre. Così
Greg ha messo il suo progetto su IndieGoGo, una delle piattaforme per
makers. La microcamera è in pre-ordine a 77 euro e sarà spedita a partire da
giugno, perché la campagna di raccolta fondi avviata da Greg è a un passo dal
successo.
Come funziona la World’s First Digital LoFi-Fisheye dello studente gallese? La
lente ha un angolo di campo di 170 gradi, con risoluzione variabile da 2 a 12
MP (è possibile scegliere il formato di uscita a seconda che si apprezzi la
velocità o la qualità).
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La microcamera può registrare anche filmati HD, ha la funzione time-lapse
(si può impostare da una foto al secondo fino a una ogni sette giorni). La
batteria è rimovibile e si carica via USB e foto e video si memorizzano su
scheda microSD. Attenzione, però. Le foto vanno scattate alla cieca,
perché non c’è mirino o schermo sul retro per inquadrare, anche se con un
Fish-Eye il problema può essere relativo.
La campagna di Greg ha raccolto già 33mila dei 41mila necessari per
avviare la produzione. Per contribuire o preordinare potete farlo a questo
indirizzo.
Ma quale smaterializzazione
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
Poster della campagna del Bjp in difesa dei diritti dei fotografi
Avete presente, vero, le tiritere postmoderne sulla smaterializzazione
dell’immagine nell’era digitale? Le fotografie ora sono solo impalpabili stringhe
di numeri, non sono più oggetti fisici come le vecchie foto analogiche,
l’immagine ora è un’entità astratta separabile da qualsiasi supporto, dunque
una pura cosa mentale, un concetto…
Sì, andatelo a dire a Marie-Laure de Decker. Che deve pagare una barca di
soldi, per ordine di un tribunale, dopo aver scoperto che le sue fotografie, una
volta diventate digitali, non sono sue, sono diventate di proprietàmateriale di
qualcun altro.
La storia la racconta il sempre ben informato British Journal of Photography,
è complessa e io vi riassumo solo i passaggi essenziali, per arrivare al punto
che mi interessa.
Marie-Laure è una ex fotografa di Gamma, storica agenzia francese, per la
quale ha lavorato per ben 40 anni. Quando la stella delle agenzie è tramontata,
anche Gamma fu messa in liquidazione, e solo allora, quando Marie-Laure
chiese di poterle riavere, scoprì che gran parte delle sue immagini originali a
colori erano sparite dagli archivi di Gamma. Perdute. Introvabili.
Tempi duri per gli archivi cartacei dei fotografi. È di pochi giorni fa il
disperato annuncio del fotografo argentino Daniel Mordzinski: cinquantamila
8
fotografie pedute per lo svuotamento senza preavviso dell’ufficio parigino
che Le Monde gli aveva prestato.
De Decker provò a chiedere ragione della perdita colposa: “Avevo
pagato io rullini e stampe,dunque quelle immagini erano mie”, intendendo gli
oggetti materiali, le foto di carta, perchè è ovvio che il copyright era comunque
suo. Fece causa all’agenzia e la vinse: un milione di euro di risarcimento. Mai
avuti. Perché nel frattempo Gamma era stata rilevata da un ex socio che aveva
ottenuto di non accollarsene i debiti.
Con pazienza, Marie-Laure chiese al nuovo titolare di poter riavere, se non
le stampe promesse, almeno le scansioni, sperando di recuperare così almeno
in parte e in diversa forma l’archivio perduto. Circa 770 immagini erano infatti
ancora depositate in formato digitale nelle memorie elettroniche dell’agenzia.
E qui comincia il bello. La restituzione ritarda, Marie-Laure resta priva di un
archivio che potrebbe fruttarle qualcosa ancora. Per esempio, nell’anniversario
della morte di Dalida, la grande chansonnière, si ricorda di averle fatto due
splendidi ritratti, che ora non ha più. Che fa? Prende le sue due immagini, che
però aveva scaricato dal sito di Gamma, e le posta su Facebook.
Ed è il suo errore ingenuo e fatale: quando si rivolge nuovamente al giudice,
stanca di aspettare, in tribunale si vede restituire dai legali di Gamma
i file delle due immagini, da questo gesto il giudice sembra dedurre che non
c’era bisogno di disturbare la Legge per così poco, archivia la causa e MarieLaure deve pure pagare 10 mila euro di spese legali.
Quanto alla promessa di restituirle le sue foto, ebbene, pare che quella
promessa riguardasse solo le stampe originali, che però non si trovano più, e
della cui perdita nessuno sembra più dover rispondere. Mentre pare anche che
Gamma non avesse affatto promesso di darle le scansioni, che secondo il
giudice sono una cosa diversa. A quanto sembra di capire, le scansioni fatte da
Gamma sulle sue fotografie, secondo il giudice, non sono più materialmente
concretamente, sue, oggetti di sua proprietà, sono oggetti del tutto nuovi, che
possono avere un altro proprietario.
Secondo quel che dichiara al Bjp François Lochon, nuovo titolare di Gamma,
infatti, “le scansioni di immagini argentiche appartengono all’agenzia che le ha
prodotte e ha pagato per produrle, ci sono numerosi precedenti legali che
dimostrano che le scansioni appartengono alle agenzie”.
La querelle tra de Decker e Lochon ha altri più complessi risvolti, compresa
una raccolta di firme a sostegno dei diritti della fotografa rimasta senza
archivio, ma fermiamoci qui. La morale? Buone notizie per gli artisti
“appropriazionisti” alla Richard Prince: rifotografare una fotografia altrui
(questo, e non altro, è fare una scansione) la rende di tua proprietà,
almeno materialmente. Brutte notizie invece per i critici postmoderni: le
scansioni depositate come file in una memoria elettronica sono cose molto
reali, sono oggetti concreti, tanto che possono avere un proprietario esclusivo.
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Altro che smaterializzazione. La grande novità di questa vicenda sta tutta
qui. Le copie digitali di immagini “materiali” non sono i loro spettri incorporei
ed evanescenti. Sono nuovi oggetti materiali. Le speculazioni filosofiche un po’
acrobatiche si spappolano di fronte al muro del mercato, del denaro e del
possesso.
Certo, de Decker resta (suppongo) titolare dei diritti inalienabili di proprietà
intellettuale e autoriale sulle proprie immagini: ma non potendo rientrare
fisicamente in possesso della loro sostanza materiale, ancorché in formato
elettronico, non può fare uso pratico di questa sua prerogativa. Di fatto, a
meno che non abbia conservato personalmente i negativi (su questo l’articolo
del Bjp non dice nulla, e in questo caso la cosa sarebbe molto meno grave sul
piano pratico e legale: una pura questione di chi si accolla il costo del lavoro di
scansione), ora è proprietaria di una pura astrazione: la sua qualità di autrice
di quelle immagini, quella sì che s’è davvero smaterializzata.
Aveva ragione Bernard Edelman in un suo saggio che vi consiglio, Le droit
saisie par la photographie: la fotografia è una mina vagante nel mare della
presunta coerenza delle teorie del diritto borghese: può farle esplodere nelle
loro contraddizioni. Ma anche, viceversa, il diritto può far esplodere la
fotografia.
Tag: Bernard Edelman, British Journal of Photography, diritto d'autore, François Lochon,
Gamma,Marie-Laure de Decker
Scritto in Copyright, dispute, filosofia della fotografia | 24 Commenti »
E a New York è di scena la fotografia con AIPAD
di Luca Labanca da http://www.artribune.com
Fra August Sander e Ansel Adams, in un panorama assai americano e assai
storicizzato, alla fiera spunta qualche nome forte italiano: ecco la fotogallery…
New York, AIPAD 2013
Park Avenue Armory, New York. Ha aperto i battenti AIPAD Photography Show,
evento fieristico che affianca la photography week newyorkese, in corso da ieri,
10
4 aprile, fino a domenica 7. Collezionisti e visitatori di ogni sorta possono
accedere ai padiglioni delle ottantadue gallerie dell’Association of International
Photography Art Dealers (AIPAD, appunto).
Primo giro d’impressioni. Un’edizione superconservatrice che punta tutto sui
maestri essenzialmente americani tra gli anni Trenta e Settanta del secolo che
fu. Qualche piccolo, necessario margine di divagazione si apre verso la
fotografia del XIX secolo e verso gli artisti viventi. I fotografi americani, s’è
detto, mangiano il grosso della torta, non più di cinque o sei i nomi italiani, ad
esempio, intercettati nelle prime ore. Non manca poi qualche malinconico
“anonimo italiano” in tinte seppia.
New York, AIPAD 2013
Le gallerie che battono bandiera stelle e strisce sono l’80%, di queste il 53%
ha sede a New York. Su un totale di ottantadue, le gallerie internazionali sono
sedici, nove europee – tre gallerie ciascuna per Germania e Inghilterra, e una
galleria per Francia, Belgio e Austria. Le orientali fanno rima con Cina e
Giappone, con due gallerie per Paese. Fanno la parte degli outsider la Stephen
Bulger, con base a Toronto, e l’israeliana Vision Neil Folberg.
Il range dei prezzi è molto elastico, la tendenza insiste però sulle opere che si
situano nella forbice tra i 10mila e i 20mila dollari. Poche le gallerie-mercatino
– le più divertenti – e pochissime le cifre a cinque zeri.
New York, AIPAD 2013
Per la storicissima foto di August Sander Three Farmers on Way to
Dance (1929) (nella foto, in alto a destra), bastano $10.000. Le opere
dii Ansel Adams sono invece le ammiraglie delle vendite, Moon and Half
Dome (1964) – al centro della foto – sfiora i $50.000.
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New York, AIPAD 2013
Da Vision Neil Folberg Gallery questo Menendhall Glacier, Alaska (1973)
firmato Brett Weston vale $14.000. Con $9.500 si riscatta da Catherine
Couturier un sempre eccellente Robert Doisneau, nella foto a sinistra, con La
Dame Indignee (1948/1956).
New York, AIPAD 2013
Ancora classici. Per questo irresistibile scatto di Diane Arbus (Child Teasing
Another, 1960) – foto sulla destra – bisogna scrivere sul libretto degli assegni
$23.000. Decisamente più abbordabile, per chi può, lo splendido ritratto
di Georgia O’Keeffe(1956) a firma di Yousef Karsh, $11.000 da
Scheinbaum&Russek.
New York, AIPAD 2013
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Per la serie Ritratti, poter appendere in salotto il volto di Abraham Lincoln nella
foto di Alexader Hesler (sulla destra) potrebbe essere uno sfizio per pochi,
almeno per tutti quelli che se la sentono di investire $30.0000 in una
fotografia, seppur del Presidente. Ma sono spiccioli; è la Galerie Johannes
Faber di Vienna a registrare i vertici delle quotazioni (foto sulla sinistra), lo
sguardo intenso del compositore tedesco Richard Strauss (1904) vale, tenersi
forte, $540.000. D’altronde porta la firma di Edward Steichen.
New York, AIPAD 2013
Piccoli investimenti per collezionisti sbarbati. Le opere recenti di Pentti
Sammallahti in piccolo formato si aggirano sui $1.000, e con $90 ti porti a
casa anche la cornice.
New York, AIPAD 2013
Gli italiani, rarissimi in questa edizione di AIPAD, tengono botta con Mario
Giacomelli (sulla sinistra), Nino Migliori (sulla destra) e le grandi stampe
di Massimo Vitali, tra l’altro uno dei pochi tocchi di colore fra tanto bianco e
nero. Per un estratto dalla serie Io non mani che mi accarezzino il volto (anni
‘80) del fotografo di Senigallia si superano i $10.000, per lo storico Il
Tuffatore (1951) di Migliori ce la si cava con $4.750.
New York, AIPAD 2013
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Colore vuol dire giovane, almeno dentro il Park Avenue Armory. Il lavoro
dell’americanoAlec Soth Michelle, Rome del 2011 (foto in alto) arriva a
$13.000. Bisogna più che triplicare la cifra per questo Female Nude (foto in
basso) del celebratissimo e patinatissimo Nobuyoshi Araki.
La severa leggerezza del censore
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
La censura non è una scienza esatta. Vi racconto come l’ho capito.
Come forse sapete, la pagina Fb Il peggio della fotografia Made in Italy, di
cui abbiamo parlato recentemente, è stata hackerata, almeno così annunciò la
gentilissima Peggiorista che lo aveva creato, e che una decina di giorni fa
scoprì di non avervi più accesso, tant’è che dovette aprire una pagina
alternativa e denunciare il fatto alla PolPost.
La denuncia deve avere avuto esito, perché la pagina “violata” è poi stata
chiusa, resettata e restituita alla fondatrice. Ma prima che accadesse, l’amica
Peggiorista aveva chiesto a tutti i suoi contatti di aiutarla segnalando a
Facebook come inappropriati i contenuti “pirata”. In effetti quella pagina era
stata invasa da fotografie e filmati volgarucci, che non avevano nulla a che
vedere con gli scopi, le fonti e l’ironia della gestione originaria e ufficiale.
Bene, io sono in linea di principio refrattario alla censura, ma avevo accolto
l’invito, un po’ per aiutare a stroncare una pirateria, un po’ perché mi
consentiva di fare un esperimento per capire come funzionano le segnalazioni e
le censure su Fb.
Avevo segnalato dunque come “nudità e pornografia” una mezza dozzina di
immagini a mio parere offensive per le donne, come quella che ho riprodotto
qui sopra.
Prontamente,
Facebook mi fece sapere, con numerosi messaggi tutti uguali (ne vedete uno
14
qui a fianco) di non avere intenzione di rimuoverne neanche una, perché, dopo
averle “controllate attentamente”, aveva stabilito che “non risultano violare i
nostri standard della comunità su nudità e pornografia”.
Quali sono questi standard? Eccoli:
Facebook applica una politica molto severa in materia di condivisione di
contenuti pornografici e con riferimenti espliciti al sesso, specialmente nel caso
in in cui siano coinvolti dei minorenni. Imponiamo anche delle limitazioni alla
pubblicazione di immagini di nudità. È nostra intenzione rispettare il diritto
delle persone di condividere contenuti importanti per loro, siano essi fotografie
di una scultura come il David di Michelangelo o foto di famiglia di una madre
che allatta al seno il figlio.
Dunque, per fare un esempio, a parere di Fb questa immagine, una di
quelle da me segnalate, secondo i moderatori di Fb non presenta “riferimenti
espliciti al sesso”, perché altrimenti sarebbe caduta subito sotto la scure della
politica “molto severa” della casa. Forse è un’opera minore di Michelangelo, o
forse la signora si sta solo apprestando ad allattare un neonato, chissà. In ogni
caso, questa e le altre immagini simili sono rimaste visibili fino al resettaggio
della pagina, che è dipeso, se ne deduce, da altri criteri.
Intendiamoci: di immagini così e anche molto peggio è piena l’iconosfera, e
la censura autoritaria per me non può essere la soluzione. Per quanto mi
riguarda, quella foto poteva pure rimanere esposta sulle bacheche del “molto
severo” social network. La soluzione, per me, è cercare di migliorare un po’ le
capacità diffuse di lettura delle immagini. A cominciare da quella degli attenti
supervisori di Fb.
I quali poche settimane fa hanno giudicato che questa immagine qui a
sinistra, invece, fosse inaccettabile. Si tratta di uno studio di nudo di Laure
Albin-Guillot, datato 1940.
Lo aveva postato sulla propria pagina Fb il museo parigino del Jeu de
Paume, per reclamizzare la suamostra dedicata alla pioniera della fotografia
pubblicitaria e artistica francese.
L’amministrazione di Fb ha invece ritenuto che quella fotografia violasse la
“dichiarazione dei diritti e delle responsabilità” sottoscritta da ogni utente
all’atto dell’iscrizione.
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Quella fotografia venne dunque rimossa, e ovviamente le reazioni non si
fecero
attendere.
Proteste,
ironie,
poi
la
risposta
del
museo
che ripostò l’immagine con una vistosa e polemica “pecetta” sugli innocenti
seni della modella di quasi ottant’anni fa, ironizzando sulla propria recidività:
“nel passato abbiamo già commesso altre infrazioni pubblicando nudi di Willy
Ronis e Manuel Álvarez-Bravo”.
A quanto apprendo, gli amministratori di Fb non hanno ritirato il
provvedimento di rimozione, come avevano dovuto fare, fra sorrisi ironici di
mezzo mondo, dopo aver rimosso un noto quadro di Courbet e addirittura
una vignetta a china delNew Yorker che rappresentava Adamo ed Eva.
Ricordo che anche alcuni di voi, gentili lettori di Fotocrazia, mi segnalarono
contenuti rimossi dai gestori di Fb ancorché si trattasse di nudi celebri di
grandi fotografi del passato. Ricordatemi questi casi nei vostri commenti.
Ed è di ieri, poi, la rimozione di una fotografia di cronaca postata
dall’agenzia France Presse sulla sua pagina Fb: un’immagine della protesta
in topless del solito gruppo Femen, a Parigi, pubblicata da decine e decine di
giornali e siti internazionali. Lo haraccontato la stessa Afp, che poi ha postato
un’altra immagine del servizio, stavolta coi seni nascosti da un braccio, ed è
passata. A quanto pare, quando una fotonotizia include un capezzolo, non
passa.
Ora, mettendo sui piatti della bilancia queste fotografie ritenute
“inaccettabili”, e quelle di cui sopra ritenute invece “accettabili”, mi chiedo
davvero quali siano i criteri che gli anonimi supervisori del social
network applicano. Certo, nelle immagini che avevo segnalato io non
comparivano vere e proprie “nudità”. C’era sempre di mezzo un pizzo, un velo
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di nylon. Mentre la modella di Guillot e la contestatrice femminista sono
effettivamente a seno nudo. La differenza tra un’immagine pornografica e una
accettabile starebbe dunque nella metratura e nella disposizione di qualche
spanna di tessuto? Qualche nozione sul feticismo della lingerie gioverebbe ai
“molto severi” moderatori di Fb.
Mi chiedo anche se non si tratti magari di altro. Se prevalga, che so, un
criterio statistico, come il numero di segnalazioni e di richieste di rimozione
pervenute. O viceversa, se si esiti a rimuovere contenuti che hanno dimostrato
di produrre un grande traffico di visitatori, in fondo il traffico di click è la
misura del successo di un social network.
Mi sono addirittura chiesto, immaginando la quantità smisurata di contenuti
che appaiono ogni giorno su Fb, e il relativo e probabilmente consistente flusso
di segnalazioni di abuso provenienti dagli utenti, se lo staff addetto alle
rimozioni non faccia ricorso a un “carro attrezzi” senza pilota, un softwaredi
riconoscimento delle immagini sospette, un censore-drone, insomma una
specie di “cerca-tette” automatico.
Me lo sono chiesto dopo aver letto di una esilarante beffaorchestrata
dai blogger di Theories of the Deep Understanding of Things, che sono riusciti
a far censurare la fotografia del bagnetto di una ragazza le cui uniche parti del
corpo scoperte, oltre al volto, erano i gomiti, disposti però in modo che a un
occhio distratto, o a un software ottuso, sembrassero capezzoli.
Sarebbe interessante, se fosse così. Sono certo che possedere uno
strumento del genere interesserebbe ancora più ai guardoni che ai moralisti…
Apollo e Dioniso, si sa, sono grandi amiconi.
Infatti sono molto d’accordo con l’eccellente André Gunthert, che mi capita
di citare spesso ultimamente, il quale, occupandosi del caso Jeu de Paume,
aveva ricordato che è un errore invocare l’artisticità di un’immagine come
esimente di per sé da ogni sospetto di volgarità; che la pornografia è un affare
di contesti di recezione più che di criteri di produzione di un’immagine: è un
problema di sguardi più che di soggetti e di contenuti. Sono ben convinto che
anche l’arte “seria” abbia spesso flirtato col voyeurismo e abbia fornito
materiale di pronto impiego agli sguardi lubrichi di qualche committente,
mascherandosi dietro l’ipocrisia apollinea dell’arte che tutto purifica e nobilita.
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Proprio per questo io resto contrario alla censura: perché non esistendo
criteri certi per determinare a priori quale sarà la ricezione di un’immagine,
verosimilmente diversa da persona a persona, ogni censura svela solo con
quale occhio il censore di turno ha guardato l’immagine che lo scandalizza.
Ma proprio per questo sono incomprensibili i criteri palesemente meccanici,
metrici o sartoriali delle cancellazioni di Fb, che non sembrano affatto
funzionali a un’esigenza di prudenza estrema nell’evitare il rischio di ogni
potenziale sguardo lubrico, visto che producono decisioni bizzarre e
contrastanti, come quando qualificano come accettabile un sedere proteso solo
perché parzialmente coperto da una mutandina di pizzo, mentre censurano un
seno algido da statua di Canova solo perché privo di veli.
[Le fotografie di questa pagina, nel rispetto del diritto d'autore, vengono
riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2,
70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.]
Tag: Afp, André Gunthert, censura, Facebook, Femen, Gustave Courbet, Jeu de Paume, Laure AlbinGuillot, Manuel Alvàrez Bravo, New Yorker, pornografia, Theories of the Deep Understanding of
Things,Willy Ronis
Scritto in Immagine e Internet, censura, dispute | 22 Commenti »
Successo per la fotografia modernista a New York
di Silvia Anna Barrilà da
http://www.arteconomy24.ilsole24ore.com
Si è appena conclusa una settimana intensa per la fotografia a New York, con la
33ª edizione dell'AIPAD da un lato, la fiera organizzata dal 4 al 7 aprile
dall'Associazione internazionale dei mercanti di fotografia nella storica sede
dell'Armory di Park Avenue, e le aste di fotografia da Christie's, Sotheby's,
e Phillips dall'altro.
La fiera ha raccolto più di 75 gallerie, con qualche presenza internazionale ma per
la maggior parte espositori americani (nessun italiano) che hanno esposto scatti
che coprono tutta la storia della fotografia dalle origini a oggi a prezzi che vanno
da mille a 100mila dollari circa. Rispetto agli anni scorsi sono aumentate le
gallerie di fotografia contemporanea.
All'asta, invece, è andata molto bene la fotografia modernista, con due vendite
dedicate da Christie's e Sotheby's organizzate parallelamente alle due aste di
fotografie di varia provenienza.
Christie's www.christies.com ha tenuto il 4 aprile una vendita intitolata "The
deLIGHTed eye: Modernist Masterworks from a Private Collection", una collezione
di 70 stampe vintage eseguite tra il 1900 e il 1925 messa insieme da un privato
in Sud America e dal suo advisor Jill Rose (che è diventato poi vice-presidente
dell'International Center of Photography di New York).
Il loro focus nella costruzione della collezione era stato proprio la rivoluzione
artistica che ha portato il passaggio dal pittorialismo di fine Ottocento alla
fotografia a presa diretta dell'inizio del Novecento. La stima di 5,2 milioni di dollari
è stata ampliamente superata, con un risultato totale di 7,7 milioni (76% di
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venduto per lotto e 91% per valore). A questo risultato ha contribuito soprattutto
il top lot della vendita: "Untitled Rayograph" di Man Ray del 1922, che da una
stima di 250mila-350mila dollari è stato battuto per 1,2 milioni di dollari,
segnando il record per una fotografia dell'artista. Si tratta di uno dei primi
fotogrammi di Man Ray che aveva scoperto il potenziale creativo di questa tecnica
proprio nell'inverno tra il 1921 e il 22. L'opera è stata pubblicata nella primavera
del 1922 sulla rivista "Les Feuilles Libres", accompagnata da una lettera di Jean
Cocteau a Man Ray in cui gli scrisse: "Le tue immagini sono gli oggetti stessi, non
fotografati da una lente ma direttamente inseriti dalla tua mano di poeta tra la
luce e la carta sensibile".
Altri record sono stati segnati per Tina Modotti (363.750 dollari) e Paul Strand
(783.750 dollari).
Anche l'asta di fotografie di varia provenienza ha ottenuto un risultato simile: 7,2
milioni di dollari (84% di venduto per lotto e 93% per valore). E anche qui il top
lot ha stabilito un record: quello per Robert Frank (1924) con "Trolley - New
Orleans" del 1955, venduta per 663.750 dollari (stima: 400mila-600mila dollari).
Si tratta di un'immagine storica scattata poco tempo dopo il rifiuto di Rosa Parks
di cedere il suo posto sull'autobus ad un uomo bianco e l'inizio delle battaglie per i
diritti civili dei neri. La stampa della fotografia risale al 1961, è l'unica ad essere
stata eseguita da Robert Frank stesso in occasione di una mostra al MoMA.
La stessa immagine ha segnato il top lot all'asta di fotografie di varia provenienza
da Sotheby's il 6 aprile, ma in questo caso non si tratta di una stampa fatta da
Frank ed è più tarda (ma precedente al 1971-72) per cui è stata battuta per un
prezzo minore: 293mila dollari (stima: 200mila-250mila dollari).
Il risultato totale da Sotheby's è stato pari a 5 milioni di dollari, con percentuali di
vendita un po' più basse: 76,5% per lotto e 79,1% per valore (comunque
all'interno delle stime di 4,5-6,9 milioni di dollari). È andata meglio l'asta dedicata
al Modernismo il giorno precedente, che ha ottenuto 2,5 milioni di dollari con
l'83% di venduto per lotto e il 96,4% per valore (la stima totale era di 1,9-2,9
milioni di dollari). Il top lot in questo caso è stato del padre del Modernismo
Edward Weston: "Two Shells" del 1927, un'immagine di due conchiglie che
testimonia i tratti tipici dell'opera del fotografo americano, con le luci che
scolpiscono le forme fino all'astrazione. Ma l'opera non ha raggiunto la stima di
600mila-900mila dollari ed è stata battuta per 533mila. Ha raddoppiato le stime,
invece, il secondo top lot: di nuovo un'immagine di Robert Frank del 1955
intitolata "Hoboken", stimata 150mila-250mila dollari e venduta per 365mila
dollari.
Da Phillips il risultato totale delle due aste della settimana è stato di 8,4 milioni
di dollari (85% per lotto e 89% per valore). Di questi 5 milioni sono stati ottenuti
all'asta di fotografie di provenienza unica, cioè dalla collezione di Anthony
Terrana, un dentista del New England che ha collezionato fotografia per 30 anni.
Il top lot ha segnato un record per Diane Arbus: 602.500 dollari per la famosa
immagine delle gemelle "Identical Twins Cathleen (l) and Colleen, Roselle, N.J."
(la stima era ben inferiore: 180mila-220mila dollari). Anche qui è andata bene la
fotografia modernista, con László Moholgy-Nagy e André Kertész, ma anche
quella contemporanea, per esempio con Hiroshi Sugimoto e Richard Misrach.
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MAN RAY
Untitled Rayograph
1922
Stima: 250.000-350.000 dollari
Risultato: $ 1.203.750
Courtesy Christie's Images Ltd. 2013
Robert Frank
Trolley - New Orleans
1955
Stima: 400.000-600.000 dollari
Risultato: $ 663.750
Courtesy Christie's Images Ltd. 2013
Edward Weston
Two Shells
1927
Stima 600.000-900.000 dollari
Risultato: $ 533.000
Courtesy Sotheby's
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Gli abbaini elettronici dell’infinito
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
Lo stereoscopio di Oliver Wendell Holmes
Dove sono finiti gli «abbaini dell’infinito» sui quali, raccontava Baudelaire con
disgusto, «migliaia di occhi avidi si chinarono» a metà dell’Ottocento?
Fra tutti i media visuali moderni, lo stereoscopio ebbe un destino singolare:
deflagrò come moda di massa, se ne vendettero milioni di visori e un numero
incalcolabile di card, non c’era salotto borghese che non lo esibisse su un
tavolino con lo stessa pretenziosita di un megaschermo al plasma oggi; e poi
scomparve in un oblio così profondo che oggi quasi nessuno saprebbe spiegare
di cosa si trattasse.
Era la prima avventura della visione in 3D, era uno strabismo
tecnicamente indotto che trasformava coppie di immagini incollate su un
cartoncino in un tuffo emozionante nella profondità.
Ma quella bizzarra mascherina di legno, e le altre invenzioni sue parenti,
furono molto più che una curiosità del secolo degli inventori.
Furono, secondo Jonathan Crary, la materializzazione di un’epocale svolta
nella cultura visuale dell’Occidente. In un saggio ormai classico nei visual
studies, ma che ha atteso ben ventitré anni la sua traduzione italiana (Le
tecniche dell’osservatore, appena uscito da Einaudi), il teorico americano della
percezione la descrive come segue.
Dopo tre secoli di dominio incontrastato, all’inizio dell’Ottocento il regime
scopico fondato sulla camera obscura crolla improvvisamente su se stesso,
proprio quando sembrerebbe trionfare con l’invenzione della fotografia, che
della scatola magica fissa le fugaci visioni.
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La scatola ottica di Alhazen e Della Porta aveva offerto fino a quel momento
la miglior metafora per spiegare il meccanismo della visione come operazione
naturale, razionale, oggettiva, cartesiana, prospettica e matematicamente
definita, e soprattutto esteriore all’uomo che ne è solo il percettore finale.
Ma sul finire del secolo dei Lumi l’oggettività delle immagini, l’identità
naturale fra visione e percezione entrano in una crisi travolgente. Lo studio
delle illusioni ottiche, le meditazioni di Goethe sulla soggettività del colore, la
scoperta della permanenza retinica delle immagini, insomma le incongruenze
funzionali dell’occhio rispetto al presunto “reale oggettivo” demoliscono
velocemente l’ipotesi del visibile come spazio ordinato, omogeneo, che non si
modifica a seconda del soggetto che lo percepisce, e aprono l’affascinante
universo della visione come atto unico e irripetibile di un soggetto, che non
riceve ma metabolizza e addirittura produce le immagini che guarda.
Schema di un Panorama
Una serie di nuovi “giocattoli ottici” ne sono la prova sperimentale e
popolarissima: lo stereoscopio, appunto, che sfrutta la simulazione della
visione binoculare per creare sensazioni spaziali mai esistite prima, i diorami e
panorami con la loro fantasia di spazio circolare, ma anche le macchinette del
pre-cinema come il fenachistoscopio, le trottole dove figurine immobili
disegnate si animano, purché guardate in un certo modo, il caleidoscopio con
le sue simmetrie esistenti solo per l’occhio che le guarda, convincono il filosofo
e il borghese che vedere è qualcosa che nasce dentro il corpo umano, una
protesi delle sue facoltà e non un “regalo” della realtà esterna.
È, in estrema sintesi, il passaggio dall’ottica matematica e geometrica
all’ottica psicologica e “incarnata” della modernità. Un passaggio non indolore
né innocente.
Sulle orme di Foucault, Crary si chiede se questa scoperta della corporeità
della visione non abbia reso un grande servizio a chi aveva interesse a
sottoporre ad autoritari cntrolli i corpi, a farli governare e soggiogare dalle
macchine, nel cruciale momento del passaggio alla disciplina di fabbrica e alle
istituzioni totali. In questa luce, gli spensierati giocattoli ottici dell’Ottocento
diventano i parenti un po’ sinistri dei letti di contenzione e delle catene di
montaggio.
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Nello schema di Crary, che ha il merito di dare spessore filosofico a fenomeni
finora relegati nella storia delle curiosità meccaniche, c’è però una crepa in cui
i suoi critici hanno già infilato il dito. È l’esistenza di successo della fotografia:
fenomeno ingombrante che turba il cambio della guardia tra le due epoche
della visione.
La fotografia come oggetto piatto, fisso e monoculare, la fotografia figlia
legittima della camera obscura e del suo regime prospettico ordinato,
“oggettivo” e referenziale, è lei che alla fine trionfa, saturando di sé la cultura
visuale di due secoli; mentre tutti gli strumenti con desinenza in -scopio
bruciano e si spengono come fuochi di paglia.
Marco Signorini, dall'esposizione Wundercamera, galleria Metronom, Modena 2012
Dunque, la visione “incarnata” fu solo una parentesi, poderosa ma
effimera, nel paradigma visuale cartesiano? No, neppure questo.E non solo
perché artisti contemporanei come Marco Signoriniriscoprono lo stereoscopio in
una nuova versione, come motore di riflessioni sul tempo e sullo spazio.
Dalle ceneri dei giochetti ottocenteschi il desiderio di una soggettività
incarnata della visione, godibile solo dal singolo corpo che vi si assorbe per
intero, risorge come una fenice prima nel cinema (nel sistema-cinema: la sala
buia, lo spettatore immobile e “proiettato” verso lo schermo), nell’ologramma
poi, ma oggi, prepotentemente, nei videogames, negli abbaini portatili delle
nostre
protesi smartphone e tablet,
nella
resurrezione
della
visione
tridimensionale, nella prepotenza dei software di fotoritocco.
Dopo cent’anni, grazie a tecnologie potenti, i corpi tecnologicamente
assistiti da macchine sono di nuovo chiamati a integrarsi nelle proprie visioni.
Forse il saggio di Crary, uscito quando l’era digitale era bambina, è molto più
vero oggi che quando fu scritto.
[Una versione di questo articolo è apparsa su La Repubblica il 14 marzo 2013]
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Si vive solo due volte: René Burri a colori
Fotografie e testo di Andrea Neri da
http://it.euronews.com
La tesa del suo cappello nero gli fa da mirino e gli protegge la retina: una
retina che custodisce un archivio d’immagini lungo 60 anni. Tutti lo conoscono
per le sue fotografie in bianco e nero, il suo lavoro decennale per l’agenzia
Magnum, della quale entra a far parte sin dal 1959 grazie a Werner Bischof, i
suoi ritratti del Che, di Picasso, di Churchill. Ma René Burri, foulard bianco al
collo che riesce a portare con stile senza sembrare un dandy fuori tempo,
scatta da sempre anche a colori. Ora il fotografo pubblica un libro che consacra
la sua doppia vita: quella a colori accanto a quella in bianco e nero.
“Impossibles Réminiscences”, pubblicato da Phaidon, contiene 136 immagini:
un lavoro di composizione e di ricerca, tra gli scaffali di decenni di negativi,
fatto dall’autore in prima persona. Elemento cruciale che permette di
annoverare la nuova pubblicazione tra i testi d’autore e non già nella categoria
un po’ triste delle selezioni da“retrospettiva” più o meno postume. E il risultato
non è soltanto una intrigante passeggiata lungo il confine a volte invalicabile a
volte intangibile che separa il fotogiornalismo dalla fotografia documentaria o
ancora dalla fotografia d’arte. È anche un esercizio affascinante per la
comprensione della barriera che separa la scelta cruciale tra la“drammaticità”
del bainco e nero e il realismo del colore. E’ la distinzione che lo stesso Burri fa
scorrendo le immagini del libro,quando arriva agli scatti di metà anni Settanta
lungo il Canale di Suez:3 fotografie, una in bianco e nero, mentre l’esercito fa
brillare le mine inesplose, con la nuvola di fumo e sabbia che si leva
all’orizzonte. “Più drammatica” della stessa immagine a colori, scattata a pochi
secondi di distanza, di cui Burri stesso dice che “rischia quasi d’essere troppo
romantica” (foto pubblicata ora per la prima volta, come la maggior parte di
quelle che compongono il libro). E infine lo stesso paesaggio, ma in totale
assenza della figura umana, solo con il giallo caldo del deserto.
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René Burri che compie 80 anni oggi, 9 aprile, ha un discorso lucido, uno
sguardo fresco e l’ironina di un saggio adolescente: racconta come un romanzo
di formazione le sue origini, il suo ingresso quasi fortuito nel mondo della
fotografia, la passione determinante di un padre semplice fotoamatore:
“All’inizio sostanzialmente non sapevo cosa fare”racconta in occasione della
presentazione del libro al Jeu de Paume a Parigi. “E quando ho fatto quella foto
di Churchill a 13 anni non era certo un segno che volessi diventare fotografo,
niente affatto! E’ stato semplicemente mio padre che, cuoco ma fotografo
amatore, mi diede la sua Kodak. Vai in città, mi disse, c‘è un uomo importante
che viene a visitare il centro. E insomma a un certo punto è passata una gran
Limousine con un uomo in piedi con il cappello in testa. E io ho scattato. Ed era
Wiston Churchill che è venuto nel 1946 in Svizzera (a Zurigo). Forse il più
europeo degli inglesi perchè disse “let Europearise” [discorso all’Università di
Zurigo, ndr].
“Ecco, è cominciato così” continua Burri. “Ma devo dire che sin da bambino ho
sempre disegnato. Non appena avevo un foglio sotto mano ci scarabocchiavo
qualcosa, all’asilo passavo tanto tempo a disegnare sui quaderni quanto con gli
altri bambini. Ed ero un po’ la pecora nera della famiglia: erano tutti professori,
soldati, ufficiali, eccetera eccetera.E non sapevano bene cosa se ne sarebbe
fatto di questo René. Allora si dissero che magari serei diventato pittore,
artista o qualcosa del genere. E quasi avevo cominciato a convincermi anch’io”.
Prima che il suo cammino prenda forma c‘è il passaggio fondamentale della
Scuola d’Arti Applicate di Zurigo, dove fa i primi passi nel mondo della
cinepresa. Più tardi infatti, tra il 1953 e il 1955, Burri lavorerà come regista a
diversi documentari. “Quello di cui ero certo” racconta ancora il fotografo “è
che volevo capire come mostrare le emozioni. Ero molto solitario, ma anche
emotivo. Avevo una sorella che era esattamente il contrario, tutta
organizzata… E quindi quando ho visto i primi film francesi, Jean Gabin, dei
gran drammi, e Jean Renoir, mi sono detto ma ecco! Ecco come ci si potrebbe
esprimere. Però la Svizzera era lontana da Hollywood, lontana anche dagli
studios parigini di Billancourt, che più tardi avrei frequentato. E comunque
riguardo le belle arti, dopo qualche anno mi hanno chiesto ma allora cosa vuoi
fare? Beh, non lo sapevo ancora. Mi hanno fatto visitare tutti i dipartimenti
della scuola di belle arti, architettura, moda eccetera”. La svolta arriva quando
Burri comincia a frequentare il corso di cinema. “Lì c’era una
cinepresa”racconta “e l’ho presa in mano, ho cominciato a guardarla. Allora
uno dei responsabili del materiale del laboratorio è venuto e mi ha detto:
prima di tutto comincia ad imparare la fotografia. E così ho fatto. E quasi senza
rendermene conto ho imparato un mestiere, come un falegname, come un
elettricista”.
Nel raccontare i primi approcci con il “mestiere” della fotografia, Burri rivela la
fede in un’arte che non sarebbe esistita senza l’invenzione del mezzo
meccanico e del piccolo formato ed in particolare, come lui dice,della Leica che
sarebbe diventato il “mio terzo occhio”. Da lì a diventare un fotografo e un
giornalista il passo è tutto sommato breve.“È stato il cofondatore di Magnum,
David Seymour, Chim, che mi ha lanciato, all’inizio nel Canale di Suez, durante
la crisi di Suez quando Nasser ha nazionalizzato” racconta Burri. “Ed è così che
sono diventato,da un giorno all’altro e senza averne una conoscenza,
giornalista.Bisognava nuotare, mi hanno buttato come un bambino nell’acqua e
io l’ho fatto”. Nel nuovo libro tutto questo scorre in filigrana, con un montaggio
originale che si snoda attraverso la tavolozza dei colori: dal verde al blu, dal
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marrone al giallo per passare all’arancione e terminare con il rosso. Una sorta
d’affermazione di principio: perchè Burri, che tutto sommato ha vissuto con i
grandi reportage pubblicati su Life, Look,Bunte, Stern, Paris Match, abdica così
platealmente a quel che sarebbe potuto essere un criterio ben più giornalistico,
quello cronologico? La risposta non esce dalle labbra dell’autore ma emerge
chiara dalle pagine del libro. Perchè la fotografia spesso informa. Ma prima di
tutto è forma e come tale ogni nota a piè di pagina è superflua.
Vai a: La doppia vita di René Burri a colori - video con audio in francesce More about: Foto, Francia, Mostra
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I Magnifici 9. La trasferta
di Luca Labanca da http://www.artribune.com
I Magnifici 9 alloggiano sempre sotto il cielo di New York, questa settimana
però hanno sedi in tutto il globo e convivono entro un cerchio più stretto: le
volte di Park Avenue Armory. AIPAD è l’occasione perfetta per fare quattro
passi tra le più solide gallerie di fotografia del mondo e per tastare il polso dei
loro collezionisti più incalliti.
Robert Burge Gallery (Douglas W. Mellor) @ AIPAD
La giovane terza età di Edward Weston. Si parte da New York, ovviamente. Robert Burge
offre una portata abbondante di nature morte. Non esattamente una boccata d’aria fresca,
né esattamente il tipo di immagini che un liceale appenderebbe sopra la scrivania. Le
fotografie però suggeriscono due collocazioni ideali; le pareti beige di un corso in sala di
posa, un lussuoso showroom di design, a sua volta natura morta. Bisogna dirlo, i vassoi
funebri di Douglas W. Mellor, le farfalle di John Woolf, i fiori diReenie Barrow non
godono di una pecca; tutti vecchi nipoti di Edward Weston.
www.yaleburge.com
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798 Photo Gallery @ AIPAD
Così è se vi pare. Le gallerie che battono bandiera cinese pretendono sempre
(o ancora) uno sguardo di particolare interesse. La 798 lascia a Pechino ogni
residuo di Novecento, ogni remora sociale, politica o patetica e s’inventa uno
stand da sogno; non necessariamente per la qualità delle opere ma per
l’accento degli artisti proposti. Lo spazio della fotografia di 798 per
questo AIPAD 013 è lo spazio delle possibilità, è lo spazio della creazione.
Quello che non c’è s’inventa, quello che c’è ma non piace si manipola, quel che
non si può manipolare non appare. Tutto cede al magistero di Photoshop, tutto
è possibile nella fiction dell’arte, a patto di crederci.
www.798photogallery.cn
Etherton Gallery (Irving Penn) @ AIPAD
Oli e incensi, bianchi e neri. Finisce qui l’effetto Beijing. Alla Etherton si torna
rapidamente al bianco/nero. Frederick Sommer e Danny Lyon iniettano una
buona dose d’asfalto e d’affanno ben contenuto però dal porpora dello stand e
dalle cornici nere, perfette. Tante opere e di piccolo taglio per far gola agli
avventori. Ma su tutti impera lui, in un autoritratto del 1951, Irving Penn. È
lui la vera celebrità di questa edizione di AIPAD, e forse lo sarà ancora. Il suo
fantasma ricorre tenacemente tra gli spazi della fiera e qui, alla Etherton,
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campeggia in bella vista, solitario nel piccolo perimetro della sua parete, alla
portata comoda e seducente degli sguardi.
www.ethertongallery.com
Weinstein Gallery @ AIPAD
Virtù è differenza. La Weinstein tratta a Minneapolis come a New York un buon
assortimento di opere, più vasto in termini temporali rispetto a tante consorelle
diAIPAD. L’ideale palette della galleria contempla sia il bianconero sia le
intonazioni tiepide degli scatti di Alec Soth. La Weinstein punta su qualità e
dimensioni e Robert Mapplethorpe con Vera Lutter non possono che essere
hit. Il primo – ripulito di ogni osceno – sciorina in quattro mosse il suo
repertorio eternamente statuario, la seconda semplicemente sbanca.
www.weinstein-gallery.com
James Hyman Gallery @ AIPAD
Ciò che è stato non più sarà. Allo stand della James Hyman la sfera del vintage
bacia quella dello chic. I lavori in toni seppia superstiti del XIX secolo sono
fuori competizione, la fotografia in questo caso vive un tempo oltre ogni
accusa, fuori dai ranghi del confronto. Una veduta, una barca a mollo, il volto
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di un edificio. È questa l’età dell’innocenza, del gioco bambino, quando tutto è
concesso.
www.jameshymangallery.com
Robert Morat Galerie (Joakim Eskildsen) @ AIPAD
Amerikanish denken. Dire “nuova fotografia” è forse azzardato, ma alla Robert
Morat ci si riesce perlomeno a sporgere fuori dal Novecento, almeno quello
prettamente cronologico, almeno quello strettamente inteso. La galleria di
Amburgo strizza l’occhiolino al mercato americano con una selezione ben
ponderata sui palati stelle-e-strisce. Shane Lavalette affabula il suo
immaginario hipster e postgrunge, ma èJoakim Eskildsen il nome da
annotare sulla moleskine.
www.robertmorat.de
Joseph Bellows @ AIPAD
Congerie e delitto. I nomi degli artisti della californiana Joseph Bellows sono il
ritornello della fiera di Park Avenue, sono i tanti noti della grande avventura
del XX secolo: Berenice Abbott, Ansel Adams, Edward Weston, Lee
Friedlander, Andre Kertesz, Imogen Cunningham. I temi da questi trattati
sono altrettanto noti e vari, comporre uno stand prendendo “di tutti un po’”
condurrebbe a un risultato facilmente prevedibile: il modello patchwork. Joseph
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Bellows ha l’accortezza di tenere in fresco una scorta assortita di buoni assi e
di allestire alle pareti una selezione di lavori e di nomi attorno all’immaginario
del territorio americano: la piccola architettura, il paesaggio. E quando la
fotografia è discreta, è spietata.
www.josephbellows.com
Vision Neil Folberg @ AIPAD
More is less. Anche per Neil Folberg vale la forma del doppio binario per
trasbordare i vecchi collezionisti oltre la soglia del classico-contemporaneo. Chi
credesse conclusa la stagione dell’odiatissimo lightbox deve fare i conti coi
lavori di Ronnie Setter che alla retroilluminazione somma abbondanti
interventi a graffio e un’addizione di figure 3D. Il risultato è un maquillage
glassato che ha il merito di saper incuriosire, come le vetrine di Moreno a
Natale.
www.visiongallery.com
Picture Photo Space @ AIPAD
Correnti e risacche. Il volto umano è il protagonista dello stand 122. Lo spazio
della fotografia giapponese presentata da Picture Photo Space è lo spazio una
realtà raffreddata e distante. Estinta la furia del ciclone anime, torna
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sottotraccia e fuori del sogno un modello normalizzato d’Occidente, una voglia
svogliatamente trendy, stancamente in voga.
picturephotospace.blogspot.com
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La mostra “Magnum Contact Sheets" parte dal Forte
di Bard per un tour mondiale
di Moreno Vignolini da http://www.aostasera.it
Dali Atomicus -© Philippe Halsman/Magnum Photos
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E’ una prima mondiale la mostra “Magnum Contact Sheets” che a giugno
2013 arricchirà le Cantine del Forte di Bard. E’ un evento ed è prima di tutto un
progetto che vede il Forte come protagonista poiché l’esposizione è una
coproduzione tra l’unica agenzia fotografica indipendente, tra le più importanti
del mondo, la Magnum appunto, fondata nel 1947 da nomi che hanno segnato
la storia della fotografia (Henri Cartier Bresson, Robert Capa, David Saymour,
George Rodger, Maria Eisner), e un luogo che la fotografia ha voluto “sposare”
dedicando grandi eventi e mostre, vedasi l’attuale prima personale italiana
dedicata a Yann Arthus Bertrandoppure la prima italiana del Wildlife
Photographer of the Year.
Dal 21 giugno a l 10 novembre 2013 “Magnum Contact Sheets” diventa
un’occasione unica per scoprire il processo creativo che si cela dietro le più
famose immagini della più prestigiosa agenzia fotografica al mondo. La
presentazione del progetto, che è destinato a girare il mondo a partire dalla
Fortezza prima tappa del tour mondiale dell’esposizione, è avvenuta il 6 marzo
nella sede di Finaosta, alla presenza, tra gli altri, di Lorenza Bravetta,
responsabile per l'Europa continentale di Magnum. “A far scattare questo
legame con il Forte è stato un in contro a Parigi con i referenti del Forte e una
successiva visita in Valle d’Aosta. Il lavoro svolto dal Forte di Bard nel campo
della fotografia ci ha affascinato e convinto a mettere in piedi questa
coproduzione. Anche i fotografi Magnum sono rimasti affascinati dal luogo e
sono felici di portare avanti questa collaborazione”.
Il sodalizio tra le due prestigiose istituzioni comincia con la mostra Magnum
Contact Sheets per tradursi e declinarsi in progetti autoriali e alla proposta
fotografica ai massimi livelli in termini di contenuti, location e scelte allestitive
e editoriali. Il progetto specifico di questa mostra si focalizza sul provino a
contatto quale riferimento per l’esplorazione del processo creativo alla base di
alcune delle più famose icone fotografiche al mondo.
“L’intento – ha spiegato Bravetta - è quello di trasmettere al visitatore la
sensazione che vive il fotografo nel momento in cui vede il proprio lavoro per la
prima volta e far comprendere come avviene il processo di selezione
dell’immagine, un’esperienza autoriale e artistica. Grazie alla vocazione di
agenzia di stampa di Magnum Photos che si esprime da sempre attraverso una
presenza quotidiana nei luoghi dell’attualità e dei grandi avvenimenti, la
mostra rappresenta inoltre uno spaccato sociale, politico e di costume della
storia internazionale degli ultimi 80 anni” .
Magnum Contact Sheets si propone di illustrare il ruolo dei provini a contatto planche contacte e contact sheet in francese e inglese - all’interno dell’archivio
di lavoro Magnum, come principale fonte di riferimento per i redattori
dell’agenzia.La mostra proporrà scatti indimenticabili come lo sbarco in
Normandia di Robert Capa, il 1968 a Parigi di Bruno Barbey, i funerali di Robert
Kennedy di Paul Fusco, la guerra del Vietnam di Philip Jones Griffiths e l’11
settembre di Thomas Hoepker.
Saranno esposti inoltre i ritratti di uomini politici, attori, artisti e musicisti come
Che Guevara e Malcolm X, sino a Miles Davies e ai Beatles. Le opere saranno
accompagnate anche da articoli, libri e riviste vintage e in copia originale, sui
quali sono state per la prima volta pubblicate queste immagini.
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Magnum Contact Sheets presenterà circa 80 provini a contatto, insieme
all’immagine finale data alle stampe, in formati vintage e modern prints,
rappresentativi dell’intero gruppo di fotografi Magnum, inclusi i pionieri come
Henri Cartier-Bresson, Eve Arnold, René Burri, Philippe Halsman and Elliott
Erwitt, sino ai grandi di oggi come Jim Goldberg, Alec Soth, Paolo Pellegrin e
Trent Parke.
Immancabile anche il workshop residenziale del 26 e 27 ottobre 2013 sul tema
della scelta dell’immagine, aspetto fondamentale del processo fotografico, a
cura di fotografi Magnum non ancora svelati.
www.fortedibard.it
www.magnumphotos.com
Helmut Newton. Oltre i luoghi comuni
di Maurizio G. De Bonis da http://www.cultframe.com
La mostra dedicata a Helmut Newton, allestita presso
il Palazzo delle Esposizioni di Roma, ci fornisce una valida occasione per
ritornare a parlare del fotografo tedesco cercando di evitare i soliti luoghi
comuni che lo riguardano. Li elenchiamo ora in modo disordinato. Secondo
taluni punti di vista Newton è stato: pornografo, feticista, semplice voyeur,
artefice di una visione maschilista dell’universo femminile, addirittura
reazionaria. E non ci vogliamo soffermare neanche su alcune prese di posizione
che ormai tendono a considerarlo superato concettualmente e creatore di
un’estetica fortemente datata (destinata a scomparire).
Certo, gli aspetti espressivi della sua fotografia sono stati negli anni analizzati,
studiati, discussi, criticati, attaccati ideologicamente e, in qualche caso, esaltati
(in maniera eccessiva) ma ciò che emerge sempre come una mancanza
evidente è la non volontà, spesso anche da parte degli addetti ai lavori, di
inquadrare questo artista soprattutto alla luce della sua vicenda personale (che
forse è non così nota). Come se un fotografo fosse solo ciò che realizza e non
derivasse umanamente e psicologicamente da un complesso sistema
esistenziale che l’ha modellato suo malgrado, la figura di Newton ha sempre
dovuto confrontarsi con una semplificazione palese, per certi versi
preoccupante.
D’altra parte è sufficiente aver letto con attenzione la sua Autobiografia
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(pubblicata in Italia da Contrasto nel 2004), aver visitato a Berlino la Helmut
Newton Foundation e, ancora, aver preso coscienza delle disavventure che
hanno caratterizzato la sua vita per comprendere alcuni fattori fondamentali.
Il punto di partenza di un’analisi razionale e circostanziata dovrebbe, in tal
senso, riguardare la condizione soggettiva di Helmut Newton nella Germania
degli anni trenta. Il giovane Helmut (nato nel 1920) apparteneva a una
famiglia ebraica laica, conduceva una vita tranquilla nell’ambito della media
borghesia berlinese e di certo non avrebbe potuto immaginare che la sua
appartenenza al popolo ebraico gli avrebbe creato gravissimi pericoli,
proiettandolo, improvvisamente, nella terribile condizione del diverso,
dell’emarginato e del perseguitato.
Sappiamo, come è andato il corso della Storia nel XX secolo: prima l’avvento
atroce del nazismo, poi il delirio intollerabile delle leggi razziali (ed è bene
sempre ricordarlo, le leggi razziali furono emanate anche in Italia), e infine la
follia assoluta del tentativo di cancellare la presenza ebraica in Germania (e in
tutta Europa), furono fattori che determinarono una spaventosa tragedia
collettiva senza precedenti. Ma questa collettività (ebraica) umiliata e
violentata era fatta da individui, da persone che conducevano una vita
normale, che portavano avanti una quotidianità produttiva, intellettuale,
artistica e culturale. E uno di questi individui era appunto Helmut Newton.
È il 1938 quando il diciottenne futuro fotografo di fama mondiale è costretto ad
abbandonare la sua amata Berlino. Il suo viaggio per la ricerca di un futuro
possibile, della salvezza, lo porterà a Trieste dove si imbarcherà su una nave.
Un lungo tragitto lo condurrà prima a Singapore e poi, finalmente, in Australia,
paese che lo ospiterà concedendogli la cittadinanza.
Da questo brevissimo resoconto della prima parte
della vita di Newton si possono cogliere, dunque, innumerevoli spunti di
riflessione che ci consentono di mettere a fuoco la sua dimensione umana e
artistica con maggiore precisione.
Ciò che vogliamo in questo caso evidenziare, è che quella di Helmut Newton è
una figura decisamente articolata che non può essere ridotta solo alla sua
produzione fotografica. Se si legge, con concentrazione, la sua autobiografia si
possono cogliere riflessioni esistenziali molto interessanti, anche collegate a
un’autocritica feroce che lo stesso fotografo mette in atto, soprattutto in
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relazione al desiderio di notorietà e successo di cui egli stesso ammette di
essere stato vittima. Ma il rovescio della medaglia di questo atteggiamento, era
il fortissimo e gioioso desiderio di vivere, di inseguire il piacere, che lo portava
a alimentare costantemente il suo immaginario erotico. Cos’è la sua ossessione
per il mondo femminile se non la stilizzazione/sublimazione visuale di una
smania vitalistica parossistica scatenata dalla volontà di negare con
determinazione il tentativo (ad opera del potere nazista) di privarlo della sua
identità e della sua dignità? Cosa rappresenta l’eros per Newton se non la
chiave creativa per l’affermazione di sé e per esprimere un disperato e potente
sentimento della percezione?
Queste domande-riflessioni non intendono collocare Newton in una luce
inequivocabilmente positiva, così come non eliminano del tutto alcune
perplessità sulla sua produzione fotografica, ma possono permetterci di
avvicinarci a quest’artista considerandolo all’interno di una stratificazione
umana e personale che non è riconducibile alla visione superficiale con la quale
viene spesso liquidato.
Se andrete a vedere la mostra Helmut Newton. White Women / Sleepless
Nights / Big Nudes (Palazzo delle Esposizione, Roma, fino al 21 luglio 2013),
cercate di prendere in considerazione tutti gli aspetti che hanno contraddistinto
l’esistenza di questo fotografo e forse riuscirete a non fermarvi allo strato
esteriore delle immagini, scoprendo un mondo, magari contraddittorio, ma ben
più vasto di quello che si è portati a credere.
Palazzo Madama, retrospettiva su Elliott Erwitt
di Davide Viale da http://www.torinofree.it
E' un concentrato di grande fotografia quello che si è
creato a Torino all'interno di Palazzo Madama, proprio a pochi metri dalla
retrospettiva su Robert Capa (presente a Palazzo Reale dal 15 marzo), ove è
stata allestita una mostra su Elliott Erwitt, al secolo Elio Romano Erwitz.
Il 16 aprile, il fotografo francese ha seguito
personalmente una conferenza stampa ed ha fatto seguito un visita privata
dell'esposizione, che sarà aperta al pubblico fino al 1 settembre 2013. Questa,
è stata organizzata dalla casa editrice d’arte Silvana Editoriale insieme alla
celebre agenzia fotografica Magnum Photos in collaborazione con il Comune di
Torino e la Fondazione Torino Musei; presenta una selezione di ben 136
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fotografie in bianco e nero suddivisa in tre sezioni, ognuna delle quali
incentrata su uno specifico tema dell'opera iconografica del fotografo
ottantaquattrenne.
CHI E'
E. Erwitt fa parte della Magnum Photos dal 1953 ed è una delle figure di
maggior spicco dell'intero mondo della fotografia, che da sempre, con uno stile
delicato, ironico e un forte senso delle geometrie, egli utilizza come mezzo per
ritrarre la quotidianità e l'intimità dell'essere umano e di ciò che lo circonda. I
protagonisti delle sue immagini, infatti, sono estremamente vari: vecchi,
bambini, amanti, cani (uno dei suoi soggetti preferiti), elementi
architettonici...Insomma, qualunque cosa decidesse di catturare attraverso il
suo sguardo appassionato e attento, seguendo una "filosofia fotografica"
ispirata a quella del "carpe diem" oraziano.
"Quando è ben fatta, la fotografia è interessante. Quando è fatta molto
bene, diventa irrazionale e persino magica. Non ha nulla a che vedere
con la volontà o il desiderio cosciente del fotografo. Quando la
fotografia accade, succede senza sforzo, come un dono che non va
interrogato né analizzato."
---------------------------------------COME ARRIVARE
Palazzo Madama si trova in Piazza Castello nel cuore pulsante della città di
Torino. Arrivare è semplice. Dalla Stazione Torino Porta Susa, si può prendere
la linea 13 o 56 e scendere alla fermata “Piazza Castello”, mentre dalla
Stazione Torino Porta Nuova, si può prendere la linea 11 in direzione De
Gasperi e scendere alla fermata "Garibaldi" o la linea 68 e scendere alla
fermata "Po". E' sconsigliato l’uso della macchina per raggiungere Palazzo
Madama, perché si trova in pieno centro che è regolato dalla limitazioni per la
circolazione dei veicoli (zona ZTL). Tuttavia, Torino è ricca di parcheggi
sotterranei a pagamento che risolvono qualsiasi problema di parcheggio
dell’auto.
ORARIO
Da martedì a sabato dalle 10.00 alle 18.00 - ultimo ingresso ore 17.00,
domenica dalle 10.00 alle 19.00 - Ultimo ingresso ore 18.00. Chiuso il lunedì
BIGLIETTI
Intero: 8 € (nel prezzo del biglietto è compresa l'audioguida).
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Ridotto: 5 €, ragazzi tra i 13 e i 18 anni; aziende convenzionate; (nel prezzo
del biglietto è compresa l'audioguida).
Omaggio: bambini da 0 a 12 anni; persone con disabilità; dipendenti
Fondazione Torino Musei; Abbonamenti Musei Torino Piemonte; Abbonamenti
Torino + Piemonte Card (1 adulto + 1 bambino minore di 12 anni);
Abbonamenti Torino + Piemonte Card Junior (dai 13 ai 18 anni); guide
turistiche con tesserino di abilitazione: è compresa l'audioguida.
Gli angoli incontaminati del mondo attraverso la
lente di Salgado
di Giulia Mattioli da http://www.stile.it
Brasile, 2005 © Sebastião Salgado/Amazonas Images
Il mondo com’era prima che la cosiddetta civiltà lo deturpasse. La
natura incontaminata, le popolazioni autoctone, la Terra vergine: è questo il
tema della grandissima mostra che la città di Roma, in contemporanea
con Londra, Rio de Janeiro e Toronto, dedica a Sebastião Salgado, uno dei
più grandi fotografi del mondo. 'Genesi' è un progetto durato nove anni, in cui
il documentarista ha viaggiato in lungo e in largo per ricongiungerci con il
mondo com’era prima che l’uomo lo modificasse. Più di 200 fotografie che
non solo illustrano, ma sottolineano la necessità di salvaguardare le terre
ancora incontaminate, e cambiare stile di vita in quelle abitate.
Sono scatti eccezionali, che vanno dalle foreste tropicali dell’Amazzonia, del
Congo, dell’Indonesia e della Nuova Guinea ai ghiacciai dell’Antartide,
dalla taiga dell’Alaska ai deserti dell’America e dell’Africa fino ad arrivare
alle montagne dell’America, del Cile e della Siberia. Flora e fauna, la
maestosità degli elementi e la bellezza della natura incontaminata sono i
soggetti della mostra suddivisa per aree geografiche, ma anche le popolazioni
indigene con cui Salgado ha vissuto per alcuni mesi per immortalare la loro
completa armonia con gli elementi naturali: gli Yanomami e i Cayapó
dell’Amazzonia brasiliana; i Pigmei delle foreste equatoriali del Congo
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settentrionale; i Boscimani del deserto del Kalahari in Sudafrica; le tribù Himba
del deserto namibico; le tribù delle più remote foreste della Nuova Guinea. Un
viaggio fotografico in cinque continenti per documentare la bellezza del
pianeta, uno sguardo appassionato che sottolinea il dovere di tutelare tanta
magnificenza, in cui il lirismo del bianco e nero aggiunge poesia.
Genesi è l’ultimo grande lavoro di Salgado, fotografo brasiliano il cui nome si
annovera tra i mostri sacri della fotografia, che si è sempre interessato di
territorio, profughi, rifugiati, di migranti, di indios, creando con la
compagna Lélia Wanick Salgado l’agenzia Amazonas Images. La mostra,
aperta al pubblico dal 15 maggio fino al 15 settembre a Roma presso il Museo
dell’Ara Pacis è a cura di Lélia Wanick Salgado e verrà presentata in prima
mondiale in contemporanea con le altre tre grandi capitali. Da queste
proseguirà il suo cammino attraverso le maggiori città del mondo. La mostra
sarà accompagnata dal libro omonimo Genesi (Taschen, 2013).
“Personalmente vedo questo progetto come un percorso potenziale verso la
riscoperta del ruolo dell’uomo in natura. L’ho chiamato Genesi perché, per
quanto possibile, desidero tornare alle origini del pianeta: all’aria, all’acqua e al
fuoco da cui è scaturita la vita; alle specie animali che hanno resistito
all’addomesticamento; alle remote tribù dagli stili di vita cosiddetti primitivi e
ancora incontaminati; agli esempi esistenti di forme primigenie di insediamenti
e organizzazione umane. Nonostante tutti i danni già causati all’ambiente, in
queste zone si può ancora trovare un mondo di purezza, perfino d’innocenza”.
Sebastião Salgado.
Genesi. Fotografie di Sebastião Salgado - dal 15 maggio al 15 settembre 2013 a Roma,
Museo dell’Ara Pacis, Lungotevere in Augusta, da martedì a domenica ore 9.00 – 19.00, chiuso
il lunedì.
Info Mostra www.arapacis.it, www.museiincomuneroma.it
Biglietto solo mostra € 10 intero, € 8 ridotto, € 4 speciale scuola, € 22 speciale famiglie;
Biglietto integrato museo/mostra: € 16 intero, € 12 ridotto
I maestri della fotografia tra le macerie di San Felice
di Alberto Setti da http://gazzettadimodena.gelocal.it
Arriva Oliviero Toscani a “catturare” e proiettare volti e tragedie del terremoto
Poi lo spettacolo del Magico e i big dello scatto daranno lezione per beneficenza
SAN FELICE.
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Ad un anno dal 20 e 29 Maggio 2012, il Photoclub Eyes organizza (24-26
Maggio) una edizione straordinaria di “Fotoincontri” per sostenere la rinascita
delle zone terremotate.
In paese arriveranno così i più famosi fotografi italiani. A cominciare da
Oliviero Toscani: secondo lo stile che lo ha reso famoso nel mondo, il fotografo
sarà in paese qualche giorno prima dell’evento, per girare tra macerie e
persone, e catturare il disastro del territorio e le emozioni dei volti. Immagini e
volti che in occasione di “Fotoincontri” saranno proiettati sui muri del paese,
quelli ancora in piedi che faranno da cornice alle iniziative.
Fli altri ospiti sono i nomi più noti della fotografia italiana, i più conosciuti a
livello nazionale e internazionale: Settimio Benedusi, Gianni Berengo Gardin,
Giovanni Cozzi, Chico De Luigi, Franco Fontana, Maurizio Galimberti, Giovanni
Gastel, Guido Harari, Gabriele Rigon, Ferdinando Scianna, Toni Thorimbert,
tanto per citare.
«Con questi maestri c’è amicizia - spiega Luca Monelli, presidente del
Photoclub - Sono a conoscenza della situazione nella quale versa il territorio da
un anno e hanno accettato di mettere la loro arte ed esperienza al servizio
della solidarietà: organizzeremo per la manifestazione cicli di lezioni teoriche e
pratiche, con la partecipazione auspicabile di duemila appassionati. E il ricavato
andrà appunto in beneficenza: questi nostri amici hanno infatti accettato di
venire a San Felice senza compenso.
Il primo appuntamento dunque è per il 24 maggio, quando alle ore 21.30 in
Piazza Castello si terrà lo slide show e l’incontro con Oliviero Toscani.
Sabato 25, nell’ambito delle iniziative che fanno tradizianalmente di San Felice
la fiera-evento fotografico più importante della regione, si terranno le lezioni
dei maestri, dalle 9 alle 19. In serata, alle ore 21.30 sempre in piazza Castello
si terrà il talk-show con i fotografi, condotto dal conosciuto Davide Mengacci.
L’indomani poi è in programma il ”Magico”, ovvero lo spettacolo in costume
organizzato e diretto da Mauro Lasalandra. In questi giorni sono scattate le
immagini preliminari, con le affascinanti figure bianche dello scenografo veneto
tra le macerie degli edifici. Sarà infatti un po’ questo il tema dell’edizione
speciale di quest’anno, cui ha dato la sua fattiva collaborazione anche il
Comune.
Lomo, il dio analogico e il suo creato digitale
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
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Se preferire la pellicola, per un fotografo, ormai è un atto di fede religiosa,
come dice il grande Gianni Berengo Gardin («C’è chi crede nella Madonna, io
credo nel negativo»), allora i lomografi sono i templari, i dervisci rotanti, i
monaci tibetani dell’analogico.
Hanno una Bibbia, il Manifesto della Lomografia, un decalogo, Le dieci regole
d’oro della Lomografia, un testo sciamanico, Le dieci profezie della Lomografia,
hanno un Vaticano a Vienna (la Lomographic Society) e chiese locali (Le
“Ambasciate”) e folle di fedeli fedelissimi in decine di nazioni del mondo, Italia
compresa.
Hanno soprattutto un Credo, semplice e condiviso e superiore ad ogni
dubbio, che si riassume in un solo icastico versetto: «Non pensare,
scatta!».Eppure, quasi tutto quello che oggi fa il successo della fotografia
digitale, dei fotofonini, della fotomania dei ragazzini di Twitter e Facebook,
crederci o no, è tutto cominciato lì, dentro quella macchina fotografica onesta e
dimessa, poco più che un giocattolo, forse l’unica eredità di successo che
l’impero sovietico abbia lasciato all’umanità prima di implodere.
Ed è cominciato tutto vent’anni fa, quando Internet era in fasce e la
fotografia digitale un lusso da professionisti evoluti.
La storia è un vangelo non più apocrifo: un doppio volume autocelebrativo
(Lomo Life, pubblicato in Italia da Logos) ora ce la racconta tutta. Ebbene,
erano due studenti d’arte, austriaci, in gita a Praga, nel 1991. Cortina di ferro
squagliata in brodo da poco più d’un anno, speranze e aspettative, un posto
tutto da fotografare, ma accidenti la fotocamera non la dovevi prendere tu?
Pazienza, in un negozietto ne trovano una che costa poco, una cosetta che si
dà arie da macchina vera ma si capisce che è poco più che un ninnolo. Verrà
quel che verrà.
Altro che. Tornati a casa, fatti sviluppare i rullini dal negozio all’angolo, ecco
la sorpresa: tutte foto sbagliate. Meravigliosamente sbagliate, fantasticamente
sbagliate: colori saturi e irreali, bordi anneriti, lampi di luce, sfocature bizzarre,
un caleidoscopio quasi psichedelico, ma cosa diavolo è successo dentro quella
scatoletta? Che roba hanno messo in quell’aggeggio?
Lomo è l’eterogenesi dei fini. È un atto d’orgoglio comunista che diventa
una passione capitalista. È il complesso di inferiorità del morente impero rosso
che partorisce il genio della lampada.
Torniamo indietro di altri dieci anni, 1981: a Leningrado un generale
dell’Armata Rossa, uno di quelli col petto coperto di bandierine, tale Igor
Petrovic Kornitzkij, butta irritato una fotocamera giapponese sul tavolo degli
ingegneri di una fabbrica di mirini ottici per armi, Leningradskoe OptikoMechaniceskoe Objedinenie, e grida: «Possibile che non possiamo fare nulla di
simile anche noi? Voglio una fotocamera per il popolo sovietico!».
Il tovarich ingegnere capo Michail Panfilovic Panfiloff (sì, sembrano nomi
presi da un Topolinod’annata) smonta la camera, una Cosina CX-1, la scruta, e
decide: «Be’, qualcosa possiamo fare».
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Quel che esce dopo un anno e mezzo, con l’acronimo Lomo, è una specie di
parodia del suo originale, a cui vagamente somiglia: un guscio nero con effetto
finta pelle, un obiettivo con lente da 32 millimetri, comandi semplificati, costa
poco, fa foto approssimative, e non sa ancora di essere la scintilla di una
rivoluzione.
Insomma gli studenti viennesi se ne innamorano. Varcano il confine per
comprarne altre (sfidando i sequestri alla frontiera), le rivendono agli amici,
innescano una Lomo-mania che diventa subito moda, si raduna il primo cerchio
di una vera e propria setta destinata a un successo planetario.
Si fonda un club, si apre un negozio, e quando la fatiscenza del comunismo
travolge anche la fabbrica Lomo, si fa il gran salto: la nascente Società
Lomografica (grazie alla mediazione dell’allora sindaco di San Pietroburgo, un
certo Vladimir Putin) acquisisce progetti e brevetti, riesce a tenere aperta la
produzione (che più tardi però si trasferirà in Cina), e diventa un’impresa
multinazionale, che in più dispone di una comunità di clienti-fedeli, mezzo
milione nel mondo, 13 mila in Italia.
Per farla breve: oggi la Lomographic Society è un business internazionale
con centinaia di sedi, una rivista, un marketingfiorente che sta assicurando
un’insperata sopravvivenza alle ultime fabbriche di rullini di pellicola, una
ininterrotta proposta di mostre di Lomo-art ed eventi alla moda (collaborando
con grandi griffe, da noi con la Ferrari, ma anche con Ong terzomondiste), ed
una produzione di macchinette esplosa in decine e decine di modelli
coloratissimi, buffi e spericolati, panoramici, fish-eye, subacquei, psichedelici,
multi-obiettivo (non più così economici, per essere di fatto toy-cameras: da 40
a oltre 200 euro), ha acquisito un’altra eroina della fotografia-gioco, una cosa
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tutta di plastica, la Diana, fino alla recentissima Lomo-Kino, che trasporta la
filosofia Lomo nel mondo del cinema.
Quale filosofia? Quella dell’immagine imperfetta, ingovernabile, da
accettare (con entusiasmo) così come esce dalla fotocamera, così come la
fotocamera nella sua bizzaria ha deciso che sia. La filosofia del casuale,
dell’incerto, del non-solenne, del caso, della fortuna, del soprassalto, l’allegro e
orgoglioso dogma dell’imperfezionismo.
Prendiamo il celebre Decalogo, dice: porta la tua macchina sempre con te,
usala sempre, giorno e notte, la fotografia è parte della tua stessa vita, non
guardare nel mirino, scatta allungando il braccio, avvicinati, non pensarci
sopra, fai in fretta, non preoccuparti di come verrà la foto e non preoccuparti di
come è venuta, e soprattutto: non badare a tutte queste regole.
Ricorda qualcosa, questa precettistica fotografica freakish? Ma certo. È
così, scattando senza pensare, che fotografano milioni di ragazzini con il loro
fotocellulari. Esattamente così. E l’estetica delle loro immagini non è la stessa?
Le vignettature, i colori vintage di Instagram non sono forse copiati pari pari
dalle lomografie?
«Il futuro è analogico», declamano dai loro pulpiti i Lomo-predicatori. No,
il mondo ormai è digitale, ma è bello pensare, nelle preghierine della sera, che
tutto provenga da un creatore analogico di plastica nera.
[Una versione di questo articolo è apparsa su Il Venerdì di Repubblica il 5 aprile 2013]
Tag: Gianni Berengo Gardin, Instagram., Lomo, Lomographic Society, Lomography, Vladimir
Putin. Scritto in Immagine e Internet, analogico, massificazione, mercato | 18 Commenti »
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Le foto di L. Ghirri per raccontare l’Emilia al Maxxi di Roma
di Cristina Fabbri da http://gazzettadireggio.gelocal.it
Conto alla rovescia per l’inaugurazione, al Maxxi di Roma, di una grande
mostra dal “sapore” reggiano, che nel 2014 farà tappa nella nostra città. Dal
24 aprile al 27 ottobre 2013 il famoso museo dell’arte del XXI secolo aprirà i
suoi spazi all’opera del nostro concittadino Luigi Ghirri, uno tra i maestri
indiscussi della fotografia scomparso nel 1992.
“Pensare per immagini” è il nome dell’esposizione - a cura di Francesca
Fabiani, Laura Gasparini e Giuliano Sergio - nata dalla collaborazione tra il
Museo della capitale e il Comune di Reggio. La mostra partirà da materiali
originali oggi conservati nella Biblioteca Panizzi: foto, menabò, libri, cataloghi e
negativi. Complessivamente ci saranno oltre 300 scatti - particolare attenzione
andrà ai “vintage prints” stampati dall’autore -, poi menabò dei cataloghi, libri
pubblicati, riviste, recensioni che testimoniano l’attività di editore, critico e
curatore; una selezione di foto e libri d’artista che documentano l’incontro con
artisti concettuali modenesi negli anni ‘70; cartoline illustrate e foto anonime
che Ghirri collezionava.
E ancora: una selezione di libri tratti dalla sua biblioteca personale che
raccontano interessi, riferimenti culturali e artistici; copertine di dischi perché lui
amava la musica e conosceva bene i Cccp e Lucio Dalla.
La mostra avrà natura itinerante e, dopo Roma, approderà a Reggio da maggio
a settembre 2014 ai chiostri di San Domenico, in occasione dell’edizione 2014
di Fotografia Europea.
L’annuncio di questo importante “gemellaggio” tra la capitale e la nostra città
era arrivato un anno fa, quando il sindaco Delrio si era detto particolarmente
entusiasta della decisone: «Erano anni che sollecitavo una mostra su Ghirri e
ora questo progetto diventa realtà.
Il migliore omaggio che possiamo fare a questo nostro grande artista è
continuare a far vivere il suo sguardo, che è insieme provinciale e aperto al
mondo, attraverso iniziative di sperimentazione di nuovi fotografi. Per questo
al cuore di Fotografia Europea c’è sempre stata, fin dall’inizio, la figura di
Ghirri».Già nel 2012 la Panizzi aveva dedicato una mostra a Ghirri, nel 2014
sarà la volta del tributo di Fotografia Europea.
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Al museo è vietato vietare?
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
Michele Smargiassi, Autoritratto nei bagni del MoMa, 2012, licenza Creative Commons
Non c’è una regola: chi dice sì, chi dice no, chi dice no solo al flash o anche al
cavalletto.
Ma statisticamente parlando, il divieto di fare foto nei musei e in genere nei
siti d’interesse culturale è prevalente. Quasi sempre immotivato, o meglio:
motivato con spiegazioni che non sono quelle vere. Che in genere si
riassumono in una sola: vuoi portarti a casa un souvenir della tua visita?
Accomodati allo shop, e passa alla cassa.
Un’invasione incruenta, benintenzionata(e spesso negoziata) sta per
forzare, almeno simbolicamente, almeno psicologicamente, questo blocco.
Leggo in Rete di quest ‘idea, di Fabrizio Todisco, sbocciata solo poche
settimane fa, che porta il nome #invasionidigitali e coinvolge alcune comunità
online di fotografi social e di blogger d’arte, come è spiegato diffusamente nel
sito dell’iniziativa.
Nella settimana tra il 20 e il 28 aprile, dunque, in decine di località italiane,
molte già individuate e mappate, gruppi di “invasori digitali” entreranno
(regolarmente, spesso con accordi già stretti con i gestori) in musei e siti per
prendere immagini e filmati da condividere pressoché in tempo reale suisocial
network, da Instagram a Facebook a Twitter a Pinterest a Foursquare. Faranno
parte dell’invasione filmati di racconto dell’evento e la foto di gruppo finale
sotto il cartello-bandiera degli invasori.
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Il manifesto di #invasionidigitali, forse con un po’ troppo entusiasmo e un
briciolo di comprensibile retorica, proclama il diritto di condivisione universale
dei beni culturali, e in nome della “libertà della cultura” invoca la rottura del
muro che ancora separa la comunicazione tradizionale del partimonio museale
da quella oggi resa possibile dalla condivisione online.
Non bastano, par di capire dalla filosofia dell’iniziativa, neppure i siti Web
istituzionali più efficienti accessibili e completi: quel che gli “invasori”
rivendicano è il diritto di ogni visitatore a condividere la propria esperienza di
visita, la propria scelta, i propri sguardi sulle opere, innescando quella “viralità”
di diffusione orizzontale che un sito ufficiale non riuscitrà mai a produrre.
La battaglia per le foto nei musei non è nata oggi. Clamorosa nel 2010 fu la
insolita protestacontrocorrente dei custodi del Louvre, stanchi di dover vietare
a famigliole e turisti di portarsi via un’innocente (e commercialmente
inutilizzabile) foto in posa davanti alla Gioconda o sotto le ali della Nike,
sostenendo, non senza ragioni, che “la fotomania turistica è un segno di
gradimento, e chi siamo noi per dire al turista come godersi la visita?”. Da noi,
due anni fa il Vittoriale, assieme alla rivista Reflex,promosse una giornata di
scatto libero fra i memorabilia dannunziani.
Ma lo scoglio è ancora lì, aggirato a volte, sgretolato mai. Rafforzato,
quando c’è di mezzo l’arte contemporanea, dalla protezione del diritto d’autore
sulle opere esposte. Anche i musei, del resto, qualche ragione seria per vietare
le foto nelle sale possono avanzarla, più seria del profitto della vendita delle
cartoline al bookshop: per esempio, l’assembramento che i fotografanti creano
davanti alle opere più celebri per farsi la foto-ricordo.
Ma ora la questione fa un salto di qualità. Non si tratta più di chiudere un
occhio di fronte alla bulimia fotoricordistica privata dei turisti. Qui si
rivendicano diiritti di diversa natura, diritti quasi comunitari, insomma si
propone un modello nuovo di divulgazione del patrimonio artistico che
appartenga ai processi, si dice, “co-creativi” di divulgazione culturale. Dal
manifesto delle Invasionidigitali:
Crediamo in nuove forme di conversazione e divulgazione del patrimonio
artistico non più autoritarie, conservatrici, ma aperte, libere, accoglienti ed
innovative. Crediamo in un nuovo rapporto fra il museo e il visitatore basato
sulla partecipazione di quest’ultimo alla produzione, creazione e valorizzazione
della cultura.
Insomma par di capire che c’è un’istanza a metà fra spirito libertario e
spirito del Web che bussa alle porte austere dei musei.
Ma è un modello così inedito? Non direi. Sul versante, diciamo, alberghiero
del turismo, la condivisione di fotografie dei visitatori, in questo caso clienti, è
già un piatto forte di siti di condivisione di esperienze e consigli di viaggio, da
Tripadvisor in giù.
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La novità sta dunque nel traboccare di questo modello “ti faccio vedere io”
dal consumo materiale a quello spirituale. Come reagiranno le istituzioni?
Diffidenza, apertura, conferma dei divieti?
Come in altri campi della produzione culturale, l’unica cosa che sembra
proprio difficile che accada è che regole pensate per altre epoche della
tecnologia visuale possano resistere all’impatto degli ubiqui apparecchietti.
Tag: Fabrizio Todisco, Fotografia Reflex, Invasionidigitali, Louvre, Vittoriale
Scritto in Copyright, condivisione, dispute | 15 Commenti.
Ghitta Carell
Comunicato Stampa da http://undo.net/it
Il Potere del Ritratto. Oltre 150 fotografie restituiscono la
testimonianza della storia di un'epoca attraverso i suoi protagonisti,
dagli anni '30 agli anni '50. L'esposizione esamina la produzione
dell'artista all'interno degli sviluppi socio -antropologici dell'Italia del
periodo in cui ha operato.
A cura di Diego Mormorio
Fotografava solo 'il meglio': aristocratiche con figli e cani aristocratici, poeti,
scrittrici, dive intellettuali, generali, gerarchi, membri di case regnanti.
Fotografava solo gente bellissima o che lei riusciva a rendere bellissima: le sue
donne sembravano sempre regine inavvicinabili eppure dolcissime, i suoi
uomini forti intelligenti, dominatori. È naturale che Ghitta Carell fosse,
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soprattutto negli anni Trenta italiani, la fotografa di moda, la ritrattista più
ricercata.
Natalia Aspesi
La Fondazione Pastificio Cerere presenta, da giovedì 18 aprile a venerdì 17
maggio 2013, un’ampia retrospettiva dedicata alla celebre ritrattista Ghitta
Carell (1899-1972), a cura di Diego Mormorio - affiancato da un comitato
scientifico composto da: Ottavio Celestino, Flavio Misciattelli, Stefano Palumbo
e Marcello Smarrelli - con oltre 150 fotografie che restituiscono la
testimonianza della storia di un’epoca attraverso i suoi protagonisti, dagli anni
Trenta agli anni Cinquanta.
La mostra, voluta e sostenuta da Elsa Peretti Presidente delle Fondazioni
Nando e Elsa Peretti, in collaborazione con la Fondazione 3M che ha fornito per
l’occasione la maggior parte del patrimonio fotografico, vuole contribuire a
riconsiderare la figura di Ghitta Carell all’interno della vitalità della fotografia
italiana – e più in generale della cultura – affrontando, da una parte il tema del
ritratto come questione fondamentale nella storia della rappresentazione visiva
e come punto nodale dell’arte moderna, e dall’altra esaminando la produzione
dell’artista all’interno degli sviluppi socio-antropologici dell’Italia del periodo in
cui ha operato.
L’ARTISTA
Nata nel 1899 nell’Ungheria del nord-est, Ghitta Carell impara la tecnica
fotografica a Budapest, in un corso di fotografia per “signorine”. Subito dopo
inizia a visitare lo studio del fotografo Szekelu Aladair, autore di libri cui
collaborano personaggi come lo scrittore Hugó Veigelsberg, detto Ignotus, il
poeta Endre Ady e il musicista Béla Bartok. A partire dai personaggi che
frequentavano lo studio di Aladair, la Carell comincia a prendere familiarità con
l’ambiente intellettuale della capitale ungherese. Animata da questi stimoli,
prosegue la sua formazione fotografica a Vienna e Lipsia, per approdare nel
1924 a Firenze, dove frequenta l’ambiente mitteleuropeo che si ritrovava a
Fiesole in casa dello scultore Mark Vedres – seguace di Rodin e poi vicino alle
posizioni del cubismo e del costruttivismo – e della moglie Matild, storica
dell’arte. La casa dei Vedres non era però solo luogo d’incontro di personaggi
proveniente dalla Mitteleuropa, ma anche di talenti come quello del musicista
Luigi Dalla Piccola, dello scrittore Alberto Carocci, dello scultore Marino Marini e
dello storico dell’arte Bernard Berenson.
Dopo il periodo fiorentino, Ghitta Carell si trasferisce a Milano, dove ben presto
diventa una fotografa molto apprezzata, soprattutto dai personaggi dell’alta
finanza e dell’aristocrazia. A lanciarla è la foto di un bambino vestito da Balilla,
scattata nel 1926, e scelta per un manifesto di propaganda. La foto tappezza i
muri di tutta la nazione e da quel momento ha inizio l’ascesa verso la grande
notorietà. La sua fama raggiunge facilmente la media borghesia, che comincia
a considerare le fotografie di Ghitta Carell come una prova di affermazione
sociale. Nel vivo del culto di Roma, si trasferisce nella Capitale, vicino a Piazza
del Popolo, riuscendo a conquistare tutti quelli che contano: Edda e Galeazzo
Ciano, Benito Mussolini, Alberto Savino, Giovanni Papini, Alba De Céspedes, Pio
XII, i Gonzaga, i Diaz, i Borghese, i Cicogna, i Visconti, i Colonna, ecc. Diceva
di Mussolini: “Io l’ho conosciuto bene e l’ho osservato per giorni dietro la
scrivania nella sala del Mappamondo. Era così vanitoso che potevo fare per ore
quello che volevo”.
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Donna colta e intelligente è stata spesso definita come l’interprete del mondo
del potere e le sue immagini più famose, tutte scattate negli Anni Trenta in
piena era fascista, sembrerebbero confermarlo. In realtà ritrae anche persone
comuni.
Le leggi razziali promulgate nel 1938 non le causano problemi, ma il regime le
chiede di non mettersi troppo in mostra. Con la fine della guerra torna l’antica
fama e tutto il gotha democristiano (Alcide De Gasperi, Giovanni Gronchi,
Giulio Andreotti, ecc.) posa sotto le lampade di questa fotografa, che nel 1959
diviene cittadina italiana. Ma è anche amica e fotografa di scrittori come Cesare
Pavese, attrici come Valentina Cortese, giornalisti come Camilla Cederna e
personaggi come Walt Disney.
Si allontana dall'Italia in sordina e sceglie di trasferirsi ad Haifa, in Israele,
dove muore nel 1972.
Il nome di Ghitta Carell è noto a molti, ma la sua figura e la sua opera restano
pesantemente gravate da luoghi comuni ed equivoci interpretativi.
LA MOSTRA
Tutto il successo di Ghitta Carell veniva dalla composizione e dall’evanescenza
delle sue fotografie che diventano segno inconfondibile dei suoi ritratti. Era una
grande esperta del ritocco che consisteva nel lavorare con delicatezza le lastre
per togliere ombre, durezze, vuoti, restituendo così ai personaggi un’aria meno
torva per i fascisti e più seducente per le dame dell’alta società.
Nonostante l’avanzamento tecnologico che proveniva dall’America, Ghitta
Carell continuava a fotografare a suo modo - quello che aveva imparato
durante il corso giovanile di fotografia a Budapest - usando il bianco e nero,
con una macchina a lastre nel formato 18x24 e più raramente una Rolleiflex
6x6.
La mostra vuole riscoprire l’opera di quest’artista attraverso un gruppo di 15
fotografie originali e di 140 immagini, quasi tutte stampate appositamente per
l’occasione e presentate per nuclei tematici: la nobiltà, il clero, gli imprenditori,
la piccola-media borghesia, gli intellettuali, gli uomini politici, la famiglia, la
gente comune.
Inoltre, sarà in mostra la proiezione video di tutto il corpus fotografico della
Carell e alcune riviste dell’epoca che riportano dei suoi ritratti.
La mostra si svilupperà in un percorso che si snoda all’interno del Pastificio
Cerere occupando i luoghi più suggestivi dell’ex edificio industriale: le
fotografie originali saranno esposte nel silos del grano, oggi spazio espositivo
della Fondazione Pastificio Cerere, i personaggi ecclesiastici nella Galleria Pino
Casagrande, i soggetti femminili al Ristorante Pastificio San Lorenzo e il corpus
restante delle opere, numericamente il più consistente, presso lo Spazio
Cerere. L’esposizione costituisce una nuova occasione per sperimentare in
maniera diversa, le potenzialità e la forza del Pastificio Cerere come
contenitore per l’arte contemproanea, dimostratosi in grado di funzionare sia
nelle singole unità degli spazi che lo compongono, sia nel suo insieme, com’era
avvenuto nella celebre mostra Ateliers del 1984, curata da Achille Bonito Oliva.
Il desiderio di impegnarsi in un progetto così importante incentrato sulla
fotografia, corrisponde allo storico rapporto che il Pastificio ha instaurato con
questo medium, iniziato negli anni ’70 con la straordinaria presenza di
Francesca Woodman che proprio tra le mura dell’ex edificio industriale,
circondata dagli amici artisti della Nuova Scuola Romana, maturava le sue
ispirazioni, trovando qui le ambientazioni più adatte ai suoi scatti più celebri.
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IL CATALOGO
In occasione della mostra Ghitta Carell e il potere del ritratto sarà pubblicato
un catalogo trilingue (italiano, inglese e spagnolo) con un saggio introduttivo di
Diego Mormorio e un ampio apparato iconografico incentrato in particolare
sulla storia della ritrattistica.
Ufficio stampa
Ludovica Solari: [email protected] +39 335 577 17 37
Rosanna Tripaldi: [email protected] +39 338 19 65 487
Spazio Cerere e Fondazione Pastificio Cerere-via degli Ausoni 3 e 7 Roma
Fino al 17.05.2013, orari: dal lunedì al venerdì dalle 15.00 alle 19.00 ingresso libero
Joachim Schmid e le fotografie degli altri
di Ivan Fassio da http://www.exibart.com
Un viaggio all'interno dell'inestricabile tessuto della produzione di immagini.
Recentemente pubblicato da Johan & Levi, il testo chiarisce le ragioni di una
poetica dell'esaurimento fotografico
Un'esaustiva anticipazione della fine dell'epoca della fotografia analogica può
essere rintracciata nelle parole pronunciate da Joachim Schmid nel 1989:
«Nessuna nuova fotografia, fino a quando non saranno state utilizzate tutte
quelle già esistenti!». Lavorando con la fotografia a partire dagli inizi degli Anni
Ottanta, questo singolare "fotografo che non fotografa", critico di formazione e
di vocazione, ha saputo problematizzare la concezione dell’ immagine, una
messa in discussione della diffusione del suo uso consumistico.
Se Susan Sontag, nel 1977, trattava delle difficoltà di distinguere
esteticamente la fotografia dalle immagini di massa, con Schmid torniamo a
riflettere sullo stesso problema, ma a uno stadio più avanzato. Se la saggista
statunitense invocava un'ecologia dell'immagine, sostenendo che la fotografia
come medium riuscisse a trasformare l'arte, ne turbasse la purezza e la
trainava irrimediabilmente nel limbo delkitsch, Schmid ribadisce ed esaspera la
necessità dell'eccesso e dell'inesauribilità del processo di creazione e accumulo.
Recentemente, questo particolare artista ha rilasciato una frase perentoria:
«Per favore, non smettete di fotografare». Si tratta di una dichiarazione di
poetica che indica un ulteriore passo compiuto in direzione dell'inevitabile
"morte dell'autore" teorizzata da Roland Barthes.
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Dipendente dall'immagine, divoratore di fotografie banali, a buon mercato, usa
e getta, Schmid ha deciso di sospendere la produzione prima ancora del
plausibile inizio di una carriera artistica. Come una sorta di catalizzatore,
capace di riavviare processi di formulazione estetica, si è limitato a cercare, ha
saputo raccogliere e riutilizzare materiali già esistenti, scatti realizzati
esclusivamente dagli altri, per esporre ineditireadymade duchampiani, tanto
figurativi quanto assimilabili ad objets trouvés.
Il prelievo di opere è avvenuto dal grande flusso di immagini amatoriali,
anonime, acquistabili sulle bancarelle dei mercatini, negli archivi, negli album
di famiglia e in tutti gli altri possibili luoghi di conservazione e scambio della
fotografia. Lo sterminato dominio della carta, indiscutibile supporto della
comunicazione novecentesca, ha invece fornito l'accessibilità di figure e
situazioni riprodotte per giornali, depliant, pubblicità, inviti di mostre, eventi
culturali.
Johan & Levi pubblica ora un interessante libro, ibridazione tra monografia a
più voci e proposta di parte dell'opera dell'artista. Agli interventi della curatrice
Roberta Valtorta e di Mark Durden, John Weber, Simone Menegoi, si
aggiungono le trattazioni teoriche degli artisti Franco Vaccari e Joan
Fontcuberta e un singolare inserto, intitolatoBilderbuch 1.1, che raccoglie una
serie di immagini scelte dallo stesso Joachim Schmid.
Sono prese in considerazioni le operazioni di avanguardia fotografica
di Thomas Struthe Adrien Missika. Il primo ha proposto un rovesciamento
delle finalità di rappresentazione, gettando uno sguardo sull'uso turistico e
commerciale degli scatti tradizionali. Allo stesso modo, il secondo ha saputo
associare e mettere sullo stesso piano, in un particolare tessuto di critica del
linguaggio convenzionale, immagini anonime scaricate da Internet, fotografie
professionali di cui ha acquistato i diritti e scatti realizzati personalmente.
Queste azioni contemporanee hanno tratto linfa vitale dall'esaurimento
mediatico proposto e scandagliato da Joachim Schmid: l'agente scatenante di
reazioni artistiche uniche, che con Bilder von der Straße 1982 -2012 ha
assemblato trent'anni di fotografie trovate, letteralmente, per strada...
Joachim Schmid e le fotografie degli altri - A cura di Roberta Valtorta -Editore:
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Johan & Levi Editore, Collana: Saggistica Parole e immagini
Anno di pubblicazione: 2012 -Pagine: 88 - ISBN: 978-88-6010-094-8
Prezzo: euro 14,00 - www.johanandlevi.com/
Weegee "the great" a Reggio Emilia
da http://www.daringtodo.com
A Palazzo Magnani di Reggio Emilia, dql 3 maggio al 14 luglio, di scena
Weegee, un'icona del fotogiornalismo americano raccontato nelle sue 100
immagini più famose.
Nel mare magnum di Fotografia Europea (Reggio Emilia dal 3 maggio) la
mostra Weegee. Murder Is My Business è tra quelle irrinunciabili. Scatti in
bianco e nero dalla New York della mala ripresi dal fotografo che arrivava sul
luogo del delitto prima ancora della Polizia, Weegee (1899-1968), al
secolo Arthur Fellig, che ha dato vita al fotogiornalismo da tabloid catturando
frammenti di una realtà irripetibile e sempre sensazionale. L’ appuntamento
espositivo, curato da Brian Wallis, chief curator dell’ICP – International center
of Photography di New York, che ha in archivio oltre 20mila scatti di Weegee –
è realizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani, GAmm Giunti e ICP.
Tra gli anni ’30 e ‘40, non appena il sole calava sopra New York, la città si
preparava a vivere la sua vita parallela, quella della notte, dei club pieni di
gente, del jazz a fiumi. Anche la criminalità si preparava ad entrare in azione, e
la mafia. E, come scrive Brian Jester : “Dove c’era la mafia era, c’erano
omicidi; dove c’erano omicidi, è lì che si poteva trovare Weegee.
Weegee è stato il miglior fotografo free-lance che New York abbia mai
avuto. Weegee ha amato New York e New York alla fine ha amato
Weegee”.
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Weegee: Anthony Esposito, Accused “Cop Killer,” January 16,1941. Gelatin silver print © Weegee/International Center of
Photography International Center of Photography
Weegee nasce il 12 giugno 1899, in Austria, il suo nome è Usher Fellig, ma
quando approderà in America, richiamato con la famiglia dal padre rabbino che
li aveva preceduti per mettere da parte un po’ di soldi, nel terminal degli
emigranti, a Ellis Island, il nome gli viene cambiato Arthur. Sarà ribattezzato
Weegee, come il gioco da tavolo, dalle impiegate della Acme, l’agenzia
fotografia alla quale approda dopo una serie di lavori svolti in ogni settore. Gli
studi? Pochi, ma Weegee è fotografo innato “con l’ipo nel sangue” diceva lui,
anche quando per vivere ritraeva bambini su un pony affittato per l’occasione,
e con una fotocamera comprata di seconda mano .
E’ nel 1935 che, stanco del lavoro alla Acme, Weegee decide di lavorare per
proprio conto, ha lavorato un po’ per la cronaca, con servizi di copertura e sa
perfettamente che è quello che vuole fare, è quello che farà nel decennio
successivo. Comincia presidiando la sede della polizia di Manhattan, controlla
la macchina telescrivente per scoprire cosa accade; poi compra un’automobile,
ottiene una tessera da giornalista e con essa il permesso di avere una radio
della polizia in macchina (unico fotoreporter a cui sia concessa). Come
racconterà nei suoi scritti: l’auto era la sua casa lontano da casa, il suo ufficio
sulla strada e la radio era la sua “lampada di Aladino”. Nel bagagliaio portava
tutto ciò che poteva servirgli: una camera oscura portatile, telecamere
supplementari, lampade flash, innumerevoli rullini, una macchina da scrivere, i
sigari, un salame e un cambio di vestiti. L’attività è intensa, è il periodo
culminante della Murder Inc., la gang ebrea di Brownsville che fornisce sicari a
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pagamento al Syndacate, l’associazione newyorkese di boss della malavita per
lo più italiani. Con l’ondata di provvedimenti governativi e legali che investe la
città, tra 1935 e il 1941 c’è un’escalation del numero di omicidi di gangster da
quattro soldi e potenziali informatori. Il fotografo spesso lavora a fianco della
polizia, ma ha anche stretto amicizia con criminali di alto livello come Bugsy
Siegel, Lucky Luciano e Legs Diamond.
Weegee: Line-Up for Night Court, ca. 1941. Gelatin silver print © Weegee/International Center of Photography International Center
of Photography
Dopo dieci anni di lavoro in strada, Weegee pubblica il suo primo libro, Naked
City, ispirato alla città che ama. È stato durante questi dieci anni che ha
prodotto alcune delle sue immagini più belle ed espressive. “Egli prenderà la
sua macchina fotografica e andrà in cerca di nuove prove che la sua
città, anche nei suoi momenti più ubriachi e disordinati e patetici, è
bella“, scrive in Naked City.
La fotografia di Weegee è semplice, diretta, immediata. Non chiede
interpretazioni, è quello che è, d’altronde lui non ha mai avuto alcuna
istruzione formale in fatto di fotografia, non conosce i grandi maestri, non
pianifica lo scatto, anzi le impostazioni sono sempre le stesse ( f/16 @ 1/200 di
secondo, con una distanza focale di tre metri e un flash). Ma è un grande
fotografo, perché usa il cuore, come quando fotografa il bambino travolto
dall’incendio di un caseggiato. E lui piange. Perché in ogni scatto Weegee
riesce a fermare l’emozione prima ancora che la storia. Il suo segreto? La
storia ci rimanda l’immagine di un uomo che amava la gente, una persona di
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buon umore, anche quando le cose andavano male. Weegee amava fotografare
le persone, e amava stare con loro. Nel suo lavoro s’è imbattuto in omicidi,
brutalità, bambini in difficoltà, risse, senza tetto, incendi e vittime. Ha anche
affrontato la gioia: amanti, feste, e la fine della guerra. Ed in ogni scatto ha
raccolto un frammento di verità unico e irripetibile.
Weegee: At an East Side Murder, 1943. Gelatin silver print © Weegee/International Center of Photography International Center of
Photography
Il nome di Weegee divenne leggenda, tanto che il regista Stanley
Kubrick arrivò ad affermare, riferendosi ai primi anni della sua carriera –
quando film come Il bacio dell’assassino oppure Rapina a mano armata
rispecchiavano suggestivamente il clima delle metropoli americane – che una
delle fonti della sua ispirazione era proprio il fotografo. Kubrick lo volle infatti
come consulente per le riprese nel 1958 del film Il dottor Stranamore, mentre
il MoMA acquistava le immagini di Weegee per la sua collezione.
Spiega il curatore della mostra: “Weegee è stato spesso liquidato come
fotografo ingenuo, ma in realtà è stato uno dei fotoreporter più originali e
intraprendenti degli anni ’30 e ’40. Le sue foto migliori associano umorismo,
audacia e punti di vista sorprendentemente originali, in particolare se si
considerano le foto giornalistiche e documentaristiche dell’epoca. Prediligeva
approcci e soggetti spudoratamente da tabloid e di basso livello culturale, ma
le sue fotografie di New York negli anni della Depressione devono essere prese
in maggiore considerazione, alla pari del lavoro di altri documentaristi
fondamentali degli anni ’30, quali Dorothea Lange, Robert Capa, Walker Evans
e Berenice Abbott”. www.palazzomagnani.it (a.d)
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Weegee: [Hats in a pool room, Mulberry Street, New York], ca. 1943. Gelatin silver print © Weegee/International Center of
Photography International Center of Photography
© Riproduzione riservata
Letizia Battaglia - Fotografie 1974 - 2013
Comunicato stampa da http://www.exibart.com
Letizia Battaglia 'Omicidio Targato PA'
[Vedi la foto originale]
La mostra è divisa in tre parti ben distinte, Cronaca, Rielaborazioni e Gli
Invincibili. La mostra consiste in un viaggio attraverso un spaccato sociale della
storia Italiana visto dall’obbiettivo della macchina fotografica di Letizia
Battaglia che in tutti questi anni è stata testimone di una serie di eventi di
cronaca nera di cui mafia e corruzione politica ne fanno da protagoniste.
Quarant’anni di cui 18 in trincea, senza teleobiettivo. Un grandangolo e basta,
un corpo a corpo con la morte e il degrado sociale.
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Cronaca
‘Sono trascorsi tanti anni . Eppure nonostante gli anni quelle immagini sono
ancora qui a turbarmi.
Preparo questa esposizione e tiro fuori i negativi, li porto dallo stampatore,
dico qui più scuro, qui più chiaro, dico ancora: bisogna leggerci dentro i neri.
Mi astraggo dal soggetto della foto, ignoro la nausea, la bocca aperta, il rivolo
denso di sangue.
Non ci fu la rivoluzione, ecco il punto. Ci furono solo foto e improbabili funerali
con politici corrotti, misteri e tradimenti, ridondanze, parole che risuonano
come parole malvagie.
Seleziono le fotografie per questa esposizione. Avevo dimenticato di scegliere
quella con Giovanni Falcone. Lui ci deve essere sempre nei libri, nelle mostre.
Voglio sempre che venga ricordato anche al di fuori dell’anniversario del 23
maggio. Ogni volta che seleziono è il solito estenuante rito, indebolito dalla
solita nausea. Questa sì, certo. Il giudice Terranova, sì, ci deve essere. E il
boss Bagarella con lo sguardo truce che mi diede un calcio a foto già scattata,
questa non deve mancare.
Quel 23 Maggio, era un bel pomeriggio di primavera, Giovanni Falcone stava
tornando da Roma con la moglie Francesca e gli agenti di scorta Vito Schifani,
Antonino Montinaro e Rocco Dicillo, mentre io tenevo, tra le mie, la bianca e
morbida mano della mia mamma, guardando un documentario in TV. In genere
andavo a trovarla la domenica pomeriggio, ma quella volta non avrei potuto.
Ad un certo punto si interruppe il programma per comunicare che era successo
qualcosa a Falcone in autostrada. Rimanemmo immobili per qualche secondo, il
panico mi prese, non capii veramente più niente. L’unica cosa che seppi fare fu
di telefonare in studio e di avvertire Franco e Shobha. Io no, io non sarei
andata in autostrada, mai più sarei andata a fotografare i morti e tutto il
resto.
Ripenso ai lunghi 18 anni in cui fotografai tutto il fotografabile di Palermo, per
il mio quotidiano L’Ora. Tutto. Pure le partite di calcio. Ma soprattutto la
miseria, i morti ammazzati, gli arrestati, le bombe, i processi, la spazzatura, i
feriti, i fascisti, le bambine, le donne, le manifestazioni, gli umiliati.
Fotografavo, incamerando dentro tutto il dolore civile possibile, tutta la rabbia
accumulati in testa, nel cuore e non so dove ancora. Sino a quel pomeriggio
quando, mentre tenevo fra le mie la bianca e morbida mano di mia madre,
qualcosa mi morì dentro e decisi che non avrei più fotografato né morti
ammazzati, né dolore, né tantomeno mafiosi.
Oggi, dopo venti anni esatti, non posso che deplorare la debolezza, l’ignavia,
come chiamarla? Che bloccò il mio coraggio. Era un mio preciso dovere di
fotografa resistere, fotografare e consegnare a futura memoria. Le foto che
non ho fatto, oggi mi fanno male, molto più male di quelle altre. Perché sono
tutte qua, dentro la mia testa e non le posso dividere con nessuno.’
Rielaborazioni
‘Ho sognato spesso di bruciare i miei negativi della cronaca degli anni 70, 80 e
un po’ di novanta. Per disgusto, forse per disperazione. Per annullare dalla mia
vista lo schifo che aveva vissuto Palermo.
Un giorno del 2004 mentre stavo guardando con rabbia e tristezza una grande
foto di una madre e tre figli poveri, coricati a letto perennemente per il freddo
e per la fame, mi venne come un guizzo. Io queste foto, quelle che girano per
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il mondo, potevo distruggerle. Cioè potevo farle diventare altro: una vita, un
corpo nudo, un sorriso mescolato alla foto di cronaca. Così dal 2004 sono nate
le Rielaborazioni. Rielaborando le mie foto di cronaca nera in modo diverso.
Ancora oggi le uso come fondali di altre foto, non più protagoniste. Davanti al
morto ammazzato, alla violenza inserisco una figura positiva che reagisce, che
esprime vita e non sopraffazione. Una donna, per esempio.’
Gli Invincibili
Quattro lavori tra quelli realizzati nel 2013, mai esposti e visti:
Pier Paolo Pasolini,
Rosa Parks,
Crocifisso di Santo Spirito, 1493, di Michelangelo,
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Questi nomi non necessitano ulteriore spiegazione, parlano da sè.
---------------------------A Venezia dal 20 di Aprile al 18 Maggio 2013.: WORKSHOP ARTE
CONTEMPORANEA - Dorsoduro 2793 / A (30123) -+39 0410990156
Fermata Vaporetto: Ca’ Rezzonico ( Linea 1) - Orario: dal martedi al
sabato,ore 10-13 e 15-19 (possono variare, verificare sempre via telefono) [email protected]
Pepi Merisio. Il gioco
da http://www.libreriamo.it/
A Pepi
Merisio,
considerato
uno
dei
principali
fotografi
italiani
contemporanei, è dedicata la mostra allestita al Centro Saint-Bénin di Aosta,
incentrata sul tema del gioco. Promossa dall’Assessorato dell’istruzione e
cultura, l’esposizione sarà allestita fino al prossimo 29 settembre. Curata da
Raffaella Ferrari e Daria Jorioz, la mostra ha inaugurato venerdì 5 aprile, in
coincidenza con l’apertura della manifestazione “Plaisirs de culture en
Vallée d’Aoste”. Quest’ultima ha proposto, tra il 6 al 14 aprile, una serie di
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attività di promozione e valorizzazione del patrimonio e delle tradizioni
culturali della regione, per rafforzare nei cittadini la sensibilità e l’interesse
verso il patrimonio archeologico, architettonico, storico, artistico e culturale
valdostano.
LA MOSTRA – “Pepi Merisio. Il gioco” intende offrire un approfondimento
sulla cultura fotografica in Italia nel secondo Novecento, presentando al
pubblico cinquanta fotografie, per la maggior parte in bianco e nero, aventi
come tema il gioco, che Merisio racconta con delicatezza e poesia.
IL FOTOGRAFO – Nato a Caravaggio, in provincia di Bergamo, nel 1931, già
apprezzato fotografo dalla metà degli anni Cinquanta per le collaborazioni con
il Touring Club italiano e con i periodici Camera, Stern e Paris Match, Merisio
diventa fotografo professionista nel 1962. Inizia allora la collaborazione con
Epoca, a quei tempi la più importante rivista per immagini italiana. Per Epoca,
nel 1964, pubblica il reportage “Una giornata col Papa”, dedicato a Paolo VI.
Merisio ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti in Italia e all’estero, tra i quali
nel 1963 a New York il New talent of Popular photography. È stato nominato
nel 1988 Maestro della Fotografia Italiana dalla Federazione Italiana
Associazioni Fotografiche e nel 1989, con Fulvio Roiter e Gianni Berengo
Gardin, ha rappresentato l’Italia nel volume commemorativo dei 75 anni della
casa fotografica Leica.
LA POETICA DI MERISIO – Il mondo cattolico e la provincia italiana,
l’universo popolare e contadino, sono le fonti di ispirazione ideali per Merisio.
Con il suo obiettivo immortala la realtà delle grandi manifatture e
dell’artigianato italiano negli anni Sessanta, le peculiarità paesaggistiche e
architettoniche delle città della nostra Penisola, le sue terre, la vita nei borghi
provinciali, ritratti che sanno sempre carpire qualcosa dell’intimità dei suoi
soggetti.
IL CATALOGO – La mostra è corredata da un catalogo bilingue italianofrancese, edito da Allemandi, che contiene i testi di Cesare Colombo, Daria
Jorioz e Raffaella Ferrari.
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Tags: Pepi
Merisio, Centro
Saint-Bénin, Aosta, fotografia, mostra
fotografica,maestri della fotografia
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La fotografia come la pensava Leonardo
di Giovanni Ruggiero da http://www.avvenire.it/Cultura
Quando nel 1822 Joseph-Nicéphore Niépce riuscì a fissare su una lastra, sulla
quale aveva spalmato bitume di Giudea, il paesaggio che scorgeva dalla sua
finestra a Gras, non poteva immaginare la strada che avrebbe fatto la
fotografia. Sapeva però, questo geniale inventore, di essere riuscito a
catturare un miraggio: trattenere la luce imprigionata dalla camera obscura,
realizzando così un sogno durato secoli di artisti e di scienziati.
Eh sì, il solito arabo! Eh sì, il solito Leonardo! E pure il solito Leon Battista
Alberti che per primi avevano capito lo strabiliante fenomeno se con una
stanza, tenuta chiusa e perfettamente buia, su una parete si fosse aperto uno
spiraglio, un «piccolo spiraculo» come è detto nel Codice Atlantico. Al-Hazen
Ghazzali se ne serviva nell’XI secolo per studiare le eclissi del sole.
E l’Alberti per «lucidare le prospettive naturali e diminuire le figure», come
attesta il Vasari narrando di queste «cose capricciose, utili all’arte, e belle
affatto». Leonardo ne spiega il segreto se si ha l’accortezza di praticare il
«piccolo spiraculo rotondo» su una delle pareti di questa stanza: «Tutte le
alluminate cose manderanno la loro similitudine per detto spiraculo e
appariranno dentro all’abitazione alla contraria faccia, e saranno lì appunte
sottosopra». Anni dopo Giovan Battista Della Porta nel Magiae Naturalis spiega
addirittura come ottenere il buco della grossezza di un dito utilizzando una
«tauletta di piombo overo di rame».
Lo studioso napoletano ci assicura: «Tutte le cose che di fuori sono illuminate
dal sole, le vedrai dentro, vedrai che coloro che passeggiano per le strade,
rivolti con la testa in giù come antipodi, e le cose destra appariranno sinistre,
e tutte le cose rivoltate, e quanti saranno distanti dal buco, tanto appariranno
più grandi». Quando la camera obscura si farà sempre più piccola, vuoi per
aiutare i pittori a ricavar ritratti, vuoi per agevolare gli astronomi a studiare le
eclissi o gli architetti a tracciare precise prospettive, e quando si troverà il
modo per fissare su un supporto la luce che passa dal «piccolo spiraculo»
nascerà la fotografia. Quel giorno a Gras, il geniale Niépce utilizzò appunto
una camera obscura piccola come una cassetta di legno che aveva su una
faccia un piccolo foro. A dirla in greco, stenos opaios.
Oggi diciamo appunto foro stenopeico. La tecnica fotografica comincia a fare
presto progressivi balzi in avanti sia nel trovare supporti chimici più sensibili,
sia nell’inventare obiettivi da collocare davanti al semplice foro così da ridurre
i tempi di posa e migliorare la qualità dell’immagine facendola più nitida e
dettagliata. La fotografia con foro stenopeico, come quella di Niépce, non è
mai tramontata anche nell’epoca del digitale e dei pixel il cui numero è
sempre più mirabolante, tanto che ogni anno si celebra con iniziative in tutti i
Paesi la Giornata Mondiale della Fotografia Stenopeica.
Quest’anno cadrà il 28 aprile. Segno che questa fotografia, che rinuncia
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deliberatamente alla precisione e alla nitidezza, non è mai morta. Tant’è che
esistono in commercio per pochi euro tappi con foro stenopeico ottenuto con
la precisione del laser da applicare alla macchina digitale rinunciando
all’obiettivo.
Certo, è come attaccare i buoi davanti a una Ferrari ma, come la Giornata
mondiale dedicata a questo tipo di fotografia dimostra, c’è evidentemente
tanta gente ancora attratta dal fascino del carro. La foto stenopeica fu un
espediente per schiere di fotografi che accusavano lo stato di inferiorità
proclamato da Baudelaire e dal quale volevano sottrarsi. Oggi la foto
stenopeica è una fotografia che oscilla (secondo chi la pratica) tra il gioco e la
ricerca formale, ed è sorprendente che abbia seguaci in tempi in cui la
fotografia (anche con l’uso dei cellulari) è alla portata di tutti.
Il tutto nell’epoca della grande sofisticazione tecnologica, come dimostrano le
moderne e complesse reflex. Lo slogan di George Eastman, «Voi premete il
pulsante, noi facciamo il resto», può essere ancora valido se si azzecca qual è
il pulsante.
La fotografia fece il primo ingresso ufficiale al Salon di Parigi del 1859. Andò a
visitarlo anche Charles Baudelaire che ne uscì disgustato. Entrò a gamba tesa
nel dibattito se la fotografia potesse considerarsi arte, per negarlo: «Se si
concede alla fotografia di sostituire l’arte in qualunque delle sue funzioni, essa
presto la soppianterà o la corromperà del tutto, grazie all’alleanza naturale
che troverà nell’idiozia della moltitudine». Per Baudelaire l’industria fotografica
non era altro che «il rifugio di tutti i pittori mancati, scarsamente dotati o
troppo pigri per compiere i loro studi». Non può essere considerata arte
perché imita specularmente la natura. Il poeta dei Fiori del Male però predica
bene e razzola male perché non disdegna poi di posare spesso per Nadar, il
fotografo più alla moda di Parigi.
La tegola sui fotografi annichiliti resta però pesante e difficile da sopportare
ritenendosi essi artisti alla pari dei pittori e degli scultori. Il pittorialismo della
fine dell’Ottocento è suscitato anche dal desiderio di riscattarsi agli occhi dei
detrattori. Pure Eugéne Delacroix li condanna: la tecnica impedisce all’arte di
comunicare con l’anima. Salvo poi rammaricarsi che questa «mirabile
invenzione» fosse arrivata così tardi. Cameron, Emerson, Davison utilizzano il
flou, anche una deliberata sfocatura e una stampa morbida per evocare i
Corot e i Millet. Sono certamente esempi di interventi del fotografo sulla
tecnica perché la foto ottenuta non sia semplicemente un’operazione
meccanica il cui risultato è affidato esclusivamente all’apparecchio.
Alla fine degli anni ’80 dell’Ottocento per far fronte a questa esigenza estetica
ritorna il foro stenoscopico con l’obiettivo Stenopé-Photographe che presenta
buchi da 0,3 a 0,5 millimetri. Nel 1904 è sul mercato l’obiettivo Pinhole di Alfred
Watkins. La fotografia stenopeica diventa una moda, e nel 1905 in Italia Luigi
Sassi dà alle stampe il Manuale della Fotografia senza obiettivo. È dal nome di
questo obiettivo che prende il nome la Giornata mondiale, il Worldwide Pinhole
Photography Day. E Pinhole diventa un mondo fotografico a sé che è gioco,
ricerca estetica, sperimentazione e – se si vuole – anche ribellione a una
straripante e predominante tecnologia.
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Luigi Ghirri, una mostra ripercorre la poetica del
grande maestro della fotografia
da http://www.libreriamo.it
Dal 24 aprile al 27 ottobre al Museo Maxxi di Roma “Luigi Ghirri.
Pensare per immagini” una mostra antologica per celebrare il grande
artista
MILANO - Oltre 300 scatti, soprattutto vintage prints, in una grande antologica
per raccontare un maestro indiscusso della fotografia in Italia. E’ la mostra
Luigi Ghirri. Pensare per immagini, al MAXXI dal 24 aprile al 27 ottobre,
organizzata dal MAXXI Architettura diretto da Margherita Guccione e curata da
Francesca Fabiani, Laura Gasparini e Giuliano Sergio.
IL FOTOGRAFO - Luigi Ghirri è una figura fondamentale per la fotografia del
secondo Novecento. Ha influenzato profondamente la cultura visiva
internazionale, soprattutto grazie alla sua capacità di immaginare l’esercizio
della fotografia come accesso al mondo e alle sue rappresentazioni. La sua
ricerca si nutre di diversi apporti che lo conducono ad esplorare soggetti e
direzioni inedite: la fotografia amatoriale, i montaggi che miscelano realtà e
rappresentazione, il quotidiano, i paesaggi, le architetture d’autore e quelle
ordinarie. Il mondo, per Ghirri, è uno spettacolo che il fotografo ha il compito
di decifrare, interpretare e tradurre. Le sue fotografie ci ricordano oggi che la
sua importanza supera di gran lunga la sua fama.
LA MOSTRA- Nata dalla collaborazione con il Comune di Reggio Emilia e la
Biblioteca Panizzi, che custodisce molti dei documenti originali del suo
archivio, la mostra racconta i diversi profili di questa complessa e poliedrica
figura di artista. Luigi Ghirri. Pensare per immagini è un percorso nell’opera
del fotografo emiliano attraverso i suoi inconfondibili scatti, ma anche menabò
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di cataloghi, libri della sua biblioteca privata, riviste, recensioni, collezioni di
fotografie anonime, cartoline. Sono presenti anche dischi, per raccontare la
sua collaborazione con gli artisti concettuali degli anni Settanta, e i suoi
rapporti con musicisti come i CCCP e Lucio Dalla. Un Ghirri non solo fotografo,
ma anche editore, curatore, teorico e animatore culturale, in costante dialogo
con architetti, musicisti, scrittori e artisti. La mostra è organizzata in tre
sezioni tematiche: Icone, Paesaggi, Architetture, e invita a ripercorrere le fasi
della ricerca artistica di Ghirri. Le icone di quotidiano, i paesaggi come luoghi
di attenzione e di affezione e le architetture, da quelle anonime a quelle
d’autore. I vintage prints, costituiscono il nucleo centrale della mostra. Ad essi
si affianca una ristretta selezione di new prints che offre un ulteriore
strumento per lo studio e la comprensione della sua opera. Il percorso di
mostra è accompagnato da citazioni da testi di Ghirri, scelte per rivelare la
qualità della sua scrittura e guidare il pubblico a comprendere le ricerche
dell’autore attraverso le sue stesse parole. Il fotografo organizzò tutti i suoi
scatti catalogandoli per “seri”, e ripensandoli spesso, modificando le
sequenze, utilizzando fotografie nate all’interno di un progetto per
riposizionarle in nuovi contesti, a distanza di anni. Il percorso tematico
intende dunque far comprendere la logica del lavoro di Ghirri, mettendo in
evidenza non soltanto la sua particolare tecnica fotografica ma anche il modo
in cui guardava, sceglieva, sistemava e ordinava le fotografie, alla ricerca di
un inedito approccio critico al pensare l’immagine, al pensare per immagini.
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Tags: Luigi Ghirri. Pensare per immagini, MAXXI, Francesca Fabiani, Laura Gasparini,Giuliano
Sergio, fotografia, mostra fotografica
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Dodici milioni di foto, con Grazia
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
Douglas Kirkland, ritratto di Grazia Neri, © Douglas Kirkland / Grazia Neri
Quante? Dieci, dodici milioni. Sono le fotografie passate, in oltre mezzo
secolo, attraverso la dogana di questi occhi pungenti, che basta un sorriso a
stringere fino a farli diventare orientali.
Grazia Neri sorride spesso, e basta quel sorriso per riconoscerla. È lo
stesso sorriso di questa soave bambina di dieci anni con la vestina bianca e il
fiocco tra i capelli, obbediente agli ordini del fotografo di studio, mettiti così,
guarda di là.
«Sorridevo, sì, ma fu uno sfinimento, quella seduta di posa», è un foglio
di “provini” con decine e decine di scatti che Grazia tira fuori da una busta nel
suo caotico studio, timida ma divertita. «Lo feci per la mamma, fu lei a volere
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quel rito fotografico del sorriso, forse come antidoto alla perdita di papà, pochi
mesi prima, o alla guerra appena finita».
Quella faticosa performance in bianco e nero era forse un rito, ma di
premonizione. Una decina d’anni più tardi, senza quasi averlo voluto, Grazia
Neri imboccò la strada che la portò a diventare la signora della fotografia
italiana, la prima donna a capo di un’agenzia fotogiornalistica internazionale,
l’arbitra assoluta di quel che gli italiani vedevano del mondo.
Tanto che molti credettero che le facesse tutte lei, le foto. Lei, che in tutta
la vita ne ha scattate «meno delle dita di due mani»: ai suoi due mariti, a suo
figlio, poi basta «perché non avevo tempo, e le vacanze volevo godermele». E
invece sembrava la più frenetica fotografa del mondo.
Colpa di quella righetta, “Foto Grazia Neri”, che era riuscita a ottenere
fosse stampata a lato di tutte le foto che vendeva alla stampa, quel “credito”
fin allora inedito nella cultura editoriale italiana, da sempre poco rispettosa del
copyright, quel tag su cui il figlio Michele ha sempre ironizzato: «mia mamma
è quella scritta in verticale sui giornali».
Pensavano tutti che fosse una fotografa formidabile, instancabile, capace
un giorno di rischiare la vita in Vietnam e il giorno dopo di sorprendere le dive
sulla Croisette di Cannes, «ma come fa?». E lei a spiegare che le foto le
facevano gli altri, che lei se le faceva mandare dai fotografi e le vendeva ai
giornali, che non c’era stato il tempo di trovare un bel nome per l’agenzia, «Mi
piaceva Contact, ma era già preso», ma c’erano le prime fatture da intestare,
il ragioniere faceva fretta, e allora «per adesso la chiamo come me, poi ci
penserò», e non ci pensò mai più.
Così restò Grazia Neri, «tanto gli americani pensavano volesse dire qualcosa
come “grazie al bianco e nero”, non so…», sinonimo in tutto il mondo di
professionalità, competenza e gusto così poco italici: «avevo trovato un
mercato disastrato, prima di me i fotografi americani avevano paura a
vendere i loro servizi in Italia, non si fidavano».
Douglas Kirkland, ritratto di Grazia Neri, © Douglas Kirkland / Grazia Neri
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E lei d’improvviso lo cambiò, lo educò, «tranne alcuni, i direttori dei
giornali non sapevano da dove si cominciava a guardare una foto», e lei,
imparando dai suoi amici stranieri, glielo insegnò, e diventò celebre senza
accorgersene, «quando andavo a New York, Life mi trattava da regina, cene e
grandi alberghi…», amata come una sorella dai fotografi di tutto il mondo,
giudice inappellabile del valore di una fotografia: «i giornali, in Italia, li fa la
Grazia Neri», disse un celebre direttore. Non era proprio così, ma di sicuro è
stata lei a “spiombarli”, a renderli guardabili, immaginabili.
Lei, che di fotografie non sapeva nulla. Che amava i libri, invece.
Disperatamente, avidamente: «i miei vice-genitori». La mamma la portò dal
medico, preoccupata perché leggeva troppo, dottore avrà mica una malattia?
«Spianavo e leggevo i fogli di giornale dov’erano incartate le carote…».
Voleva fare l’edicolante, da grande. O la giudice. In un certo senso, è
riuscita a fare entrambe le cose. Di certo è riuscita a non fare la segretaria,
«che era l’obiettivo delle ragazze della mia generazione, ma il mio orrore».
Diplomata in lingue, niente soldi per l’università, prese al volo quell’impiego in
un’agenzia di intermediazione di testi, traduzioni e anche fotografie. E con sua
grande sorpresa scoprì che le sapeva valutare molto bene, e in fretta, le
fotografie. I clienti erano contenti delle sue scelte. E un giorno, con suo
maggior stupore, decise di farlo da sola, per conto suo.
Il salotto di casa Neri, zona semicentrale di una Milano «ormai povera e
senza sogni» ma impossibile da abbandonare dopo 78 anni di vita e 56 di
lavoro, è pieno dei suoi due amori. Pile di libri sui tavoli (Naipaul, Tabucchi,
Dickens, l’adorato Rimbaud…) e mosaici di fotografie sui muri, un’antologia di
firme da museo, quasi tutte in bianco e nero, quasi tutti doni con dedica,
alcuni acquisti.
Una Marilyn rosea e conturbante fra lenzuola candide abbraccia il cuscino,
è un celebre scatto di Douglas Kirkland. «Guardi… Più da vicino… Vede? le
labbra, gli occhi, come sono veri… Provi a guardare i ritratti delle attrici d’oggi:
piallati a colpi di Photoshop. Anche le fotografie di reportage adesso sono tutte
levigate, altrimenti non ci vinci i premi. Io amo la foto classica, composta,
narrativa, che porta a casa le cose e le persone. Invece, tra i ritocchi cosmetici
e la follia della privacy, fra un secolo non sapremo più come eravamo
davvero, com’era questo mondo».
Da un paio d’anni, Grazia Neri è tornato ad essere il nome di una signora e
non di una ditta. L’agenzia ha chiuso i battenti dopo cinque decenni, tra la
costernazione dei fotografi, stroncata dalla rivoluzione digitale, dall’alluvione
di fotografie a basso costo, dall’avvento dei monopoli multinazionali
dell’immagine, dalla caduta verticale della cultura visuale. Restituiti agli autori
milioni di scatti in archivio, il resto depositato al Museo della fotografia di
Cinisello Balsamo.
Da quei mille metri quadri dove erano arrivati a lavorare 35 dipendenti,
Grazia ha portato a casa solo un quadretto con un precetto in rima: “Articolo
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quinto, chi ha la foto ha vinto”. Stava appesa sopra la sua scrivania, era la
regola d’oro. Avere la foto, avere la migliore, averla subito. Fin da quando le
fotografie viaggiavano nei plichi postali, «con l’angoscia che non arrivassero»,
ci vollero ad esempio cinque giorni d’ansia per avere in mano le prime foto dal
Sinai della Guerra dei Sei Giorni. Ma poi quelle foto strepitose finivano in
prima pagina, pagate bene.
Grazia Neri arrivò a rappresentare in esclusiva il 70% del fotogiornalismo
mondiale, senza mettere sotto contratto nessun fotografo. Pura fiducia.
Maturata quando, agli esordi, pur di pagare i fotografi rigorosamente a fine
mese, lei faceva lavoretti extra, traduzioni e cose così.
Dolcissima e implacabile giudice. Amata e temuta. «Una fotografia non
esiste se non viene guardata»: ma deve meritarselo. «Rimpiango di aver
stroncato troppo poco, magari per compassione». Ogni mattina, per anni,
dentro centinaia di buste, migliaia di foto hanno atteso sulla scrivania il suo
sguardo. «Una sola domanda: Questa foto racconta qualcosa? Una sola
risposta, sì o no».
Non ha mai delegato quel compito, il giudizio di qualità, a nessuno. «Sono
ansiosa, sono curiosa, e soprattutto sono una tremenda control freak». Ma
con grande rispetto per i fotografi. «Il mio lavoro sta prima e dopo lo scatto,
devo sapere in fretta quali foto serviranno ai giornali, poi valutare se le foto
che mi arrivano sono quelle giuste. Ma la scelta è del fotografo». Li ha amati,
riamata, a cominciare dai suoi preferiti: Suau, Nachtwey, e il più adorato di
tutti, Gilles Caron, «uno sguardo carico di umanità», morto in Cambogia.
Le dispiace un po’ che alcuni la considerassero solo una venditrice. Di
fatto, era la photo-editor del giornalismo italiano, che nelle redazioni ne aveva
pochi, di intenditori di foto, «così io fornivo tutto, le foto, le didascalie precise,
il background, e anche il giudizio di valore dell’immagine».
Scoop celebri, tanti: la foto dell’attentato al papa, con la pistola che spunta
dalla folla, recuperata dalla macchinetta di un turista australiano, o la foto del
cadavere di Moro nella Renault di via Caetani presa da un fulmineo Gianni
Giansanti. E anche scoop rifiutati. I cadaveri di Pasolini e di Moro all’obitorio, il
cadavere di Kappler, «io non trattavo quella roba. Non erano notizie, non
raccontavano nulla».
Avrebbe venduto la foto del cadavere di Bin Laden? «No. Ma se avesse
rivelato una storia inedita sulla sua morte, allora forse sì». Prima la notizia.
Articolo quinto, chi ha la foto ha vinto. Se fosse sbarcato un marziano a
Milano, Grazia avrebbe pensato solo a una cosa: «Strappargli l’esclusiva
fotografica dei suoi primi tre giorni sulla Terra».
Ora arriverebbero prima i ragazzini col fotocellulare. È tutto cambiato.
L’“articolo quinto” non è più in vigore. Le fotografie spuntano ovunque.
L’agenzia ha chiuso perché un’epoca ha chiuso. «Non c’è più lo scoop, c’è solo
il gossip. Si fanno miliardi di foto ma tutti vogliono vedere sempre le stesse,
quelle che hanno già in testa, e questo mi fa male, non c’è più curiosità della
scoperta, ci sono solo icone». E quei ragazzi con la Nikon al collo che iniziano
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adesso? «Bravi, coraggiosi, ma si facciano prima due domande: ho qualcosa
da raccontare? Ho dei soldi da parte?».
La tavola apparecchiata aspetta la famiglia larga, figlio, nipoti. «Voglio fare
ancora qualche cosa, per la fotografia, piccole singole cose. Ma finalmente ho
tanto tempo per leggere». E per scrivere. Feltrinelli le ha pubblicato La mia
fotografia, appunti memorie riflessioni, una non-autobiografia generosa: di
quattrocento pagine, cento ne ha tenute per sé, il resto per parlare sei “suoi”
fotografi.
Si è scritta da sola il benservito: «Ho letto disperatamente, ho lavorato
come fosse un gioco, ho amato con amore, non sono stata all’altezza». Appesi
a una parete, gli occhi orientali, felici, appagati di Grazia, nel ritratto che le
fece Kirkland, il fotografo di Marilyn, dicono che almeno l’ultima affermazione non
è vera.
[Una versione di questo articolo è uscita su La Domenica di La Repubblica il 21 aprile
2013]
Tag: Anthony Suau, Gilles Caron, Grazia Neri, James Nachtwey, Mufoco
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Gordon Parks, il fotografo che ha dato immagine al
cambiamento
da http://www.libreriamo.it
Inaugura presso la Fondazione Forma per la Fotografia la mostra “Gordon
Parks. Una storia americana”
La prima grande retrospettiva europea dedicata al lavoro, alla profonda
poesia, alla fotografia classica, potente e profondamente cinematografica di
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uno dei fotografi più importanti del ventesimo secolo. Si è inaugurata il 24
Aprile e sarà visitabile sino al 23 Giugno presso la Fondazione Forma per la
Fotografia, la mostra “Una storia americana”, con protagonista le fotografie
di Gordon Parks, narratore unico dell'America, in grado con il suo apparecchio
fotografico e la sua capacità di comprendere e scavare dentro le pieghe della
società, rivelare le ingiustizie e i soprusi, portare alla luce la storia di chi non
aveva voce per gridare la propria storia. “Gordon Parks. Una storia americana”
è un progetto realizzato dalla Gordon Parks Foundation di New York in
collaborazione con Forma, con il contributo del Consolato Generale degli Stati
Uniti d’America a Milano. La mostra, a cura di Alessandra Mauro, è
accompagnata da un catalogo edito da Contrasto.
FOTOGRAFIA CONTRO I PREGIUDIZI - Tra i fotografi più importanti del
ventesimo secolo, dagli anni Quaranta fino alla sua morte, nel 2006, Parks ha
raccontato al mondo, soprattutto attraverso le pagine della rivista Life, la
difficoltà di esser nero in un mondo di bianchi, la segregazione, la povertà, i
pregiudizi, ma anche i grandi interpreti del ventesimo secolo, il mondo della
moda e perfino le grandi personalità del mondo in pieno cambiamento, come
Malcom X, Muhammed Ali e Martin Luther King.
ARTISTA POLIEDRICO - Personalità eclettica come non mai (“Uomo del
Rinascimento”, veniva chiamato già ai tempi della sua collaborazione con
Life), oltre che fotografo Parks è stato regista, scrittore, musicista, poeta e se
il suo lavoro sfugge a una semplice catalogazione, forse la chiave per
comprenderlo al meglio è quella del narratore di professione, lo storyteller
della tradizione orale che usa la sua stessa esperienza, vissuta e sofferta, per
comporre le storie.
NARRATORE DI STORIE - In tutta la sua carriera, Gordon Parks ha cercato
di raccontare molte storie, illustrandole con immagini esemplari. Storie di
gruppi di persone che lottano per sopravvivere, piccole comunità lontane dal
mondo, personaggi alla deriva o già sotto i riflettori che però devono essere
compresi meglio di quanto non accada. Vere o verosimili, nate dai drammi
profondi, vissute sulla sua stessa pelle di ex ragazzo nero condannato a
morire prima di nascere o costruite nell’alchimia della pura finzione, le storie
di Gordon Parks sono tutte autenticamente sentite, tutte raccontate come
visioni genuine e nate dalla volontà di incidere sulla realtà, affermando
attraverso il racconto per immagini la propria opinione e la necessità di
gridarla forte al mondo.
INFATICABILE LAVORATORE - Nato nel 1912 a Fort Scott, in Kansas, tra
povertà e segregazione, Gordon Parks è stato conquistato dalla potenza e
dalla forza della fotografia vedendo le realizzazioni dei fotogiornalisti sulle
principali riviste dell’epoca. Dopo aver acquistato una macchina fotografica al
banco dei pegni nel 1937, impara a usarla da autodidatta e, poco tempo dopo,
comincia (1941) a collaborare con il celebre gruppo della Farm Security
Administration (F.S.A.), capitanato da Roy Striker. Quando nel 1943 la F.S.A.
chiude, Parks comincia la sua attività da freelance, alternando il lavoro per le
riviste di moda (soprattutto Vogue) a progetti di fotogiornalismo e di impianto
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più sociale. Nel 1948, il suo reportage su una gang giovanile di Harlem
conosce un grande successo e Parks diventa il primo fotografo e scrittore
afroamericano di Life. Per oltre trenta anni, Parks è stato un infaticabile
lavoratore, creativo ed energico, in grado di impegnarsi nelle tante storie che
dovevano essere raccontate; nelle campagne civili che dovevano essere
sostenute. Numerosi sono i riconoscimenti e i premi al suo lavoro, tra questi la
National Medal of Arts statunitense, ricevuta nel 1988.
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Tags: Gordon Parks, Fondazione Forma, Contrasto, Alessandra Mauro, fotografia
La mostra di Migliori
di Massimo Santinello da http://www.fotoantenore.org
Ci sono personaggi che segnano la storia della fotografia per le loro immagini
caratterizzate da un preciso stile, per l’appartenenza o aver fondato un modo
di fare fotografia che li rende subito riconoscibili.
Per altri l’immagine fotografica è solo una parte di un processo creativo più
ampio nel quale il fotogramma diventa un elemento che non è solo una
produzione/interpretazione/riproduzione di una parte della realtà, ma un
modo per giocare con la luce, per dilatare i confini del concetto stesso di
fotografia. La carta fotografica diventa una tavolozza dove far convergere
stimoli luminosi, un elemento con il quale interagire durante il processo di
sviluppo, per alterarlo e ottenere effetti ed immagini originali.
Nino Migliori è un artista che è riuscito a coniugare con lucidità e maestria
questi due aspetti e la mostra di Bologna, che sintetizza la sua carriera
artistica, documenta a grandi linee l’evoluzione del suo percorso creativo nel
quale ha messo insieme una straordinaria libertà (e qualche bizzarria)
nell’usare le nuove tecnologie che via via si rendevano disponibili e al tempo
stesso il tentativo di dialogare su questioni che ruotano intorno al
reale/irreale, allo spiazzamento sensoriale, a quello che siamo, al tempo che
trascorre e alla morte/natura.
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Confesso che conoscevo molto superficialmente la produzione di Migliori,
qualche sua immagine in bianco e nero, del periodo del neo realismo (chi non
ricorda la foto del ragazzo che si sta tuffando), e qualcuna di quelle realizzate
alla fine degli anni ‘60 con le quali metteva insieme i temi “caldi” di quegli
anni, tra pacifismo e femminismo e nelle quali dei semplici soldatini giocattolo
venivano ripresi sul corpo nudo di una donna.
La mostra ha proposto un itinerario articolato e affascinante e, grazie al
contributo e alla vivacità di Migliori (e della moglie che ci ha accompagnato nei
tre piani di palazzo Fava, nei quali si dipana l’esposizione), abbiamo potuto
capire dalle sue parole come dietro ad ogni opera ci fosse un pensiero, una
esplorazione, una ricerca che non era mai fine a se stessa ma il risultato delle
riflessioni di un artista che interpretava e anticipava lo spirito del tempo.
Dunque immagini che sono lo specchio dei tempi in cui sono state create, che
raccontano del dibattito culturale e delle trasformazioni sociali che la società
sta conoscendo, un’arte che non è solo emozione o tecnicismo, un’artista che
ha saputo anticipare i tempi coniugando senso estetico e ricerca espressiva
giungendo ad una sintesi intensa e contemporaneamente immediatamente
percepibile e godibile, come riesce solo ai “grandi” .
Il gioco di Pepi
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
Pepi Merisio, Rione Stella a Napoli, 1983, © Pepi Merisio, g.c.
Chissà quanti bambini, nei secoli, hanno giocato nel quadriportico di
Sant’Ambrogio, a Milano. Chissà quali giochi hanno visto giocare quegli archi
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di cotto prima che la sola idea di bambini che giocano in un monumento
diventasse scandalosa.
Pepi Merisio ha fatto in tempo a vedere gli ultimi, e a fotografarli mentre
cercano di far gol fra le colonne. «Sono un uomo fortunato», ammette, «ho
visto la civiltà cambiare, dall’antico al moderno». E il gioco, come ci spiegò
Huizinga, è l’unica vera costante della civiltà: è la civiltà stessa.
In ottantadue anni di vita e in più di sessanta di fotografia, Pepi Merisio da
Caravaggio (è nato proprio lì, e porta quasi lo stesso cognome del suo
compaesano sommo pittore) ha pubblicato migliaia di foto, prodotto decine di
libri e di mostre.
Ma quando il Centro Saint-Bénin di Aosta gli ha chiesto di frugare ancora il
suo grande archivio con un taglio inedito, non ha avuto esitazioni. Il gioco.
Cinquanta fotografie ha trovato, «e in tutte vedo me stesso bambino».
Di più, c’è di più. Dal bianco e nero al colore, dal dopoguerra al boom e
oltre: sono fotografie «a margine», rimaste dormienti in un angolino nascosto
dei provini, come quel salto della cavallina in Campo San Polo a Venezia,
scatto inedito che dopo quarant’anni s’è conquistato la copertina del catalogo.
Fotografie prese nei momenti liberi dei reportage per Epoca, della cui
formidabile squadra di fotoreporter (c’erano Mario De Biasi, Giorgio Lotti,
Mauro Galligani, Walter Bonatti) faceva parte a pieno titolo.
Lui si è sempre considerato un «fotografo lento», da racconto più che
da hard news, e questo gli permetteva di guardarsi attorno. Per scoprire, ad
esempio, che mentre papa Paolo VI (che ha seguito per quindici anni) compiva
una visita pastorale, i ragazzini davano calci a un pallone in piazza Navona.
Pepi Merisio, La partita all'oratorio di Corso XXII Marzo a Milano, 1989, © Pepi Merisio, g.c.
73
«Non era difficile collezionare immagini di gioco. Si giocava ovunque.
Giocavano tutti, adulti e bambini, sotto gli occhi di tutti. Era un mondo che
sapeva ancora giocare».
E il tavolo da gioco erano le piazze austere e cariche di storia, le strade non
ancora involgarite dalla benzina, i luoghi del lavoro ancora indulgenti di pause.
Ma Merisio è un fotografo e non un poeta lirico, e racconta la storia, e la
storia avanza prepotente nelle sue immagini. Via via che gli anni corrono, il
gioco di città non è più il gioco di campagna, le carrate fra i campi si
restringono in cortili condominiali, poi il gioco si rifugia negli spazi istituzionali,
autorizzati, tollerati, confinati: i circoli, gli oratori, le polisportive.
La civiltà ha messo il guinzaglio al gioco, cioè a se stessa.
[Una versione di questo articolo è apparsa su Il Venerdì diRepubblica il 12 aprile 2013]
Tag: Epoca, Giorgio Lotti, Mario De Biasi, Mauro Galligani, Pepi Merisio, Walter Bonatti
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Sony World Photography Awards, i vincitori
da http://www.ilpost.it
Ha vinto Andrea Gjestvang con un bellissimo lavoro fotografico sui
sopravvissuti alla strage di Utøya: la lista completa
Andrea Gjestvang, One Day in History
74
Sono stati annunciati i vincitori del premio di fotografia Sony World
Photography Awards, organizzato ogni anno da Sony allo scopo di trovare
nuovi talenti e far conoscere interessanti progetti di fotografia. La giuria ha
scelto tra 122000 lavori provenienti da 170 paesi.
Per ciascuna delle 15 categorie della sezione professionisti è stato scelto il
lavoro di un fotografo. Tra tutti è stato consegnato il riconoscimento più
importante, L’Iris d’Or, che quest’ anno premia la fotografa trentaduenne
Andrea Gjestvang: ha scattato dei ritratti alle persone coinvolte nella strage di
Utøya del 22 luglio 2011.
La serie si intitola One Day in History e ritrae alcuni ragazzi sopravvissuti
alla sparatoriadell’estremista di destra Anders Behring Breivik durante un
campo estivo del partito laburista. Alcuni portano i segni fisici delle ferite, altri
portano sul volto i racconti e le conseguenze psicologiche di quella terribile
esperienza. Il lavoro è stato scelto dai giudici per la sua “dignità e bellezza” e
perché è capace di raccontare questa storia con calma e forza. Il lavoro è
molto potente ed è possibile vederlo completo qui.
Il premio ha anche diverse sezioni: il vincitore della categoria Open, per i
fotoamatori, è Hoang Hiep Nguyen dal Vietnam; per la categoria Studenti è
stato scelto il lavoro della polacca Natalia Wiernik e per la sezione
Giovani l’opera di Alecsandra Dragoi di 19 anni.
i
TAG: ANDREA GJESTVANG, FOTOGRAFIA, SONY WORLD PHOTOGRAPHY AWARDS 2013, UTOYA
75
Antonio Lovison
di Renzo Saviolo da http://www.fotoantenore.org
Antonio Lovison nella mostra "Circuito aperto" nell'ambito di Padova
Photo Graphia (Breaking the media -Al di là dell'immagine) al Centro
Culturale Altinate San Gaetano dal 21 Aprile al 26 Maggio 2013
E’ raro incontrare, anche in una vita da sempre coinvolta nel
mondo
dell’immagine, una personalità che subito si imponga con l’autorità e
l’originalità di una caratterizzazione definita, immediatamente riconoscibile,
chiara nelle sue intenzioni, impeccabile nei risultati. In altre parole, per usare
un termine desueto, un’opera non soltanto”interessante”, “coinvolgente”, “di
ricerca”, come la contemporaneità ci ha costretto a definire la maggior parte
di ciò che è sempre ricerca, ma non sempre (per dirla con Picasso)
“ritrovamento”. Semplicemente, un’opera bella, immediata da capire, che ha
risolto brillantemente i problemi che ha impostato.
In che cosa consiste dunque la magia di Lovison? In un’operazione semplice
che ogni fotografo cerca più o meno consapevolmente di attuare con maggiore
o minore successo. La trasformazione dell’accidentale verso una forma di
assoluto, attraverso la sottrazione del tempo, da ciò che il tempo crea ed
immediatamente distrugge. Fermandolo e facendolo diventare eterno, dando
legittimità al caso, nobilitando un momento visivo assolutamente banale ed
insignificante, trasformato dallo sguardo creativo che ha colto l’informe e lo ha
elaborato attraverso una organizzazione formale compiuta,
Con quali strumenti ciò può avvenire? Naturalmente con la geometria, con la
organizzazione razionale dello spazio, che può trasformare il casuale in ordine
e bellezza.
Poiché un aspetto saliente dell’arte contemporanea, può essere descritta come
storia della distruzione della forma, certamente Lovison non rischia di
76
abbandonarsi alle mode del tempo, potendosi definire le sue composizioni
come compostamente classiche, forti di granitica compostezza.
Non si potrebbero descrivere altrimenti queste immagini nate da scelte di
materiali privi di forma e valore (ciò che lo sguardo normale mai degnerebbe
di riconoscimento ed attenzione) attraverso un processo di selezione,
eliminazione di elementi incongrui. messi in scena per mezzo di
un’organizzazione geometrica che fa splendere l’accidentale verso l’atto
creativo.
La bellezza non è nelle cose, ci dimostra Lovison, ma nella mente di chi ha
guardato per se stesso e per noi; ha scelto, elaborato, ed infine comunicato
l’esito del processo. Di ciò ogni osservatore non può non essergli grato.
Il mondo è caotico ed informe: Lo sguardo di un artista può compiere l’atto
demiurgico di distillare bellezza dal caos; mettendo in circolo quella bellezza
che dimora in lui e che la realtà in certi magici momenti gli dà l’occasione di
restituire.
"BE THE PLACE”
IL MIRACOLO DELLA NATURA ATTRAVERSO GLI OCCHI E L’ARTE DI FRANCO
FONTANA
Comunicato stampa da http://www.exibart.com
Il ritorno dell’artista modenese con un’esposizione di scatti inediti che
ripercorrono tutta la sua carriera – Scatti inediti, visioni contrastanti,
panorami naturalistici che si affiancano a spaccati urbani. La mostra “BE THE
PLACE”, che sarà inaugurata martedì 23 aprile alla Galleria DADA EAST di via
Varese 12 a Milano, è un racconto soave ed appassionato di Franco
Fontana, il fotografo modenese che si è affermato sulla scena mondiale per la
sua capacità di riconoscere, vedere e tradurre il “miracolo” delle cose e dei
momenti comuni in opere d’arte.
Dopo numerose mostre in Italia ed all’estero, di cui ricordiamo l’importante
personale “La luz del paisaje” all’IVAM di Valencia nel 2011, Fontana presenta
diversi scatti inediti, opere che mettono a confronto liberamente paesaggi
naturali e urbani, fotografie che ripercorrono la sua carriera dall’inizio degli
anni ’60.
“Isolare nello spazio e nel tempo tutto quello che è normalmente confuso in
un’infinità di dettagli – ha dichiarato Franco Fontana - Estrarre pochi elementi
essenziali dalla totalità che si presenta all’occhio umano, è una delle mie
esigenze interiori: raggiungere un’unità armonica eliminando tutti gli
elementi naturali di disturbo.”
Ralph Waldo Emerson nel suo splendido saggio “Nature”, scrisse: “...sono
pochi gli adulti in grado di vedere la natura. [...] Ama la natura colui i cui
sensi interni ed esterni sono ancora autenticamente in sintonia tra loro, colui
il quale ha conservato lo spirito dell’infanzia fin nell’età adulta.” Quest’
affermazione trova nella figura e nel lavoro di Fontana una
perfetta corrispondenza.
Le opere di “BE THE PLACE”, in mostra dal 24 aprile al 9 giugno alla Galleria
Dada East, sono:
FON 57 Figure Geometriche; FON 15 Automobile;UL Praga 1967; FON 68
Tetti Praga; Paesaggio urbano 1970; Lido delle nazioni 1973; WILSHIRE
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Boulevard L.A. 1979; Venice 1990; Los Angeles 1990-1; L_A_1990_b; Club
Mediterranee Spagna, Ibiza 1992; Asfalto1995; Londra1995; Asflato 2003-1;
Ibiza 2008-2; Ibiza 2008-4.
Franco Fontana (1933, Modena) vive e lavora a Modena. È uno dei
protagonisti assoluti della fotografia italiana del dopoguerra. Ha “reinventato”
il colore come mezzo espressivo e non soltanto documentario, mediante un’
inedita analisi, a volte provocatoria, del paesaggio naturale e di
quello strutturato, nella ricerca di nuovi segni, strutture, superfici cromatiche
corrispondenti alla sua fantasia creativa. Ciò gli ha consentito di suggerire
spazi d’atmosfera metafisica, di un cosmo altrimenti sconosciuto e
improbabile.
Le sue opere sono oggi conservate nei maggiori musei del mondo, tra i quali
il MoMa di New York, il Metropolitan Museum di Tokyo, la George Eastman
House di Rochester, il Ludwig Museum di Colonia, il Museum of Modern Art of
San Francisco, il Museum of Fine Arts di Boston, il Pushkin Museum of Fine
Arts di Mosca, l’Australian National Gallery di Melbourne, lo Stedelijk Museum
di Amsterdam, la GAM di Torino, il Musèe d’Art Moderne di Parigi, il
Kunsthaus Museum di Zurigo, il Victoria Albert Museum di Londra.
dal 24 aprile al 9 giugno 2013 nella DA EAST Gallery - Via Varese 12, 20121
Milano- t. +39 02 63793318, m. +39 345 2997090 - [email protected]
tue-sat 11.00 - 19.00 - monday only by appointment
Fotografia: a Venezia "Photissima Art Fair"
da http://www.adnkronos.com
La fotografia sbarca a Venezia, in concomitanza della Biennale Internazionale
d'Arte, con 'Photissima Art Fair'. A pochi mesi dal successo della prima
edizione, ritorna la fiera italiana interamente dedicata ai collezionisti e agli
amanti dell'arte fotografica. Dal 29 maggio al 2 giugno, Venezia, per la prima
volta durante la Biennale, punta i riflettori in modo ampio e approfondito sul
mondo della fotografia.
Con la partnership del Comune di Venezia e dell'Accademia di Belle Arti e i
patrocini della Regione Veneto e della Provincia di Venezia, 'Photissima Art
Fair' mantiene la sua doppia matrice fieristica, dedicata ad un pubblico piu'
consapevole delle dinamiche del settore con un festival apprezzato da una
platea ampia e variegata di giovani, famiglie, appassionati, curiosi.
Le gallerie, i collettivi di artisti associati, le associazioni e le fondazioni, le
residenze d'arte, le scuole e le accademie d'arte trovano spazio al Vega, Parco
Scientifico e Tecnologico di Venezia. Accanto a loro, a partire da questa
edizione, una selezione di artisti mid-career presenti con mostre personali,
scelti dal comitato scientifico, anch'esso introdotto quest'anno.
Life
comunicato stampa da http://undo.net/it
I grandi fotografi. Una retrospettiva ragionata sugli autori e le
immagini che hanno fatto della rivista Life un mito e un riferimento
della fotografia internazionale.
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Nel nuovo spazio AuditoriumExpo dell’Auditorium Parco della Musica
di Roma, si inaugura la mostra Life. I grandi Fotografi, una
retrospettiva ragionata ed emozionante sugli autori e le immagini che
hanno fatto di Life un mito e un riferimento della fotografia
internazionale. La mostra è una produzione della Fondazione Musica
per Roma e della Fondazione FORMA per la Fotografia, in
collaborazione con Life e Contrasto. Per buona parte del XX secolo, i
fotografi di Life hanno raccontato con le loro immagini ogni aspetto
della vita umana.
Uscito per la prima volta nel 1936 e poi con cade nza settimanale fino
agli anni Settanta, la rivista fu creata da Henry Luce per cercare
proprio nel fotogiornalismo, negli occhi privilegiati dei fotografi, le
immagini del nuovo secolo da mostrare ai lettori. “Vedere la vita,
vedere il mondo” era il motto sul primo numero di Life e veramente,
con il loro stile inconfondibile, i fotografi di questa rivista hanno
impresso una svolta nella maniera di comprendere l’attualità, di
vederla e di raccontarla attraverso le immagini. Gli anni Trenta della
Depressione, gli anni Quaranta, la Seconda guerra mondiale, il
difficile dopoguerra, il Vietnam: Life ha raccontato il Novecento e ha
imposto una linea, indicato una maniera particolare di guardare e
quindi di pensare l’attualità.
La mostra Life. I grandi Fotografi è una produzione inedita, messa a
punto proprio per questa occasione: un insieme di circa 150
fotografie tra le più celebri racconteranno la nascita, l’evoluzione e lo
stabilizzarsi di una visione che è diventata decisiva: il mondo alla
maniera di Life. La testimonianza del talento, della creatività e del
coraggio di questi autori è racchiusa in questa esposizione.
AuditoriumExpo: fino al 4 Agosto 2013
- Auditorium Parco della Musica, viale Pietro de Coubertin, 1 Roma
Orari: dal lunedì al giovedì ore 1 4.30 - 20.30; venerdì ore 14.30- 23;
sabato ore 11 - 23; domenica: ore 11 - 20.30 - L'ingresso alla mostra è
consentito
fino
a
un'ora
prima
dell'orario
di
chiusura.
La biglietteria chiude un'ora prima dell'orario di chiusura.
Biglietti: 8 euro; Riduzioni: 7 euro (convenzioni, over 65, under 26);
6 euro Parco della Musica Card (importo non scalabile dalla card);
4 euro ridotto gruppi scolastici; Ingresso gratuito per disabili e
invalidi.
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Nino Migliori. Attraverso la fotografia.
Provocazione, rottura, sperimentazione
intervista di Alice Zannoni da http://www.undo.net/it/magazines/1366972025
Nino Migliori, Segnificazione, 1978
Veduta della mostra antologica Nino Migliori a Palazzo Fava, Bologna
Foto: Paolo Righi - Meridiana Immagini
Veduta della mostra antologica Nino Migliori a Palazzo Fava, Bologna
In primo piano: Orantes, 2011/2012
Foto: Paolo Righi - Meridiana Immagini
Ritratto di Nino Migliori. Foto: G.Schicchi
Incontriamo Nino Migliori nel suo studio a Bologna, l’intervista inizia
con una partita a flipper su un pezzo originale degli anni ‘50
perfettamente funzionante. A gioco terminato, con una punta di
compiacimento, il Maestro, leggendo il fianco del flipper, dice:
«2.636.400, ieri ho fatto il mio record!» (una serie di punteggi sono
appuntati a matita, n.d.r.). L’episodio è sintomatico per capire Nino
80
Migliori, il suo spirito, il suo approccio alla vita e alla realtà
attraverso il mezzo fotografico sempre messi in discussione e tesi alla
rottura esattamente come si mette in discussione il limite di un
record tentandone sempre uno nuovo.
Alice Zannoni: È in corso una mostra antologica a Bologna
(Palazzo Fava, ndr) sottotitolata La materia dei sogni. Qual è la
materia dei sogni di Nino Migliori?
Nino Migliori: Tutto ciò che attira la mia attenzione, che mi induce il
sorriso, che mi stimola a progettare, che accende uno stupore, che mi
spinge ad una riflessione. In poche parole è tutto quello che mi
circonda, è l’esperienza quotidiana che è talmente ricca di suggestioni
e suggerimenti che costituisce la scintilla per il fare.
La mostra si chiude con l’installazione Orantes (2012) ma il
percorso continua al Museo della St oria di Bologna a Palazzo
Pepoli Vecchio con l’opera Scattate e abbandonate e a Casa
Saraceni dove è esposta Glass-writing. Idrogramma,entrambe
installazioni. Come spieghi il passaggio dalla fotografia
all’installazione?
Mi viene spontaneo dire che forse, sin dall’inizio, ho ritenuto la
singola fotografia un esercizio per arrivare a qualcosa di altro.
Fin dagli anni ‘50 realizzai delle sequenze, non tanto come
riferimento al cinematografico quanto per necessità narrativa.
L’installazione è il naturale passo successivo. La prima è del 1973, La
macchia. È una composizione formata da 50 stampe serigrafiche a
colori fluorescenti, trascrizione pop di una mia fotografia di un Muro,
che esposi in una stanza buia illuminata dalla luce nera, una luce di
Wood. Ho continuato negli anni ‘80 con quelle realizzate quando
facevo parte del Gruppo dei Celebranti, alcune di queste oggi si
definirebbero site-specific, e poi ancora altre, fino ad oggi, in base
alle necessità, alle sollecitazioni, ai suggerimenti che un argomen to
mi suscita. Sempre comunque legato allo specifico, al linguaggio
fotografico.
A proposito di linguaggio e di necessità di sperimentare in
rapporto alla realtà: Arturo Carlo Quintavalle nel testo critico
che accompagna il lavoroSegnificazione del 1978 pone questa
domanda: «Che senso ha incidere, tradurre, trascrivere, e che
senso ha in relazione alla fotografia, alla sua possibilità stessa
di esistere, a livello di metodo?». Come risponderesti?
Stai citando un lavoro che ritengo importante all’interno del mio
percorso. Volevo rendere palese il mio punto di vista sull’argomento
cruciale al quale fai riferimento. Ho pensato di esemplificare una mia
opinione sulla fotografia attraverso la fotografia e lo potevo fare,
anche in questo caso, smontandola, cioè usando “strumenti” specifici
della fotografia quali il contrasto e l’ingrandimento.
Come soggetto sul quale lavorare, ho scelto l’incisione Ecce homo del
Guercino, nel primo caso l’ho interpretata ovvero tradotta in quattro
modi, per mezzo di una stampa p iù o meno contrastata: il risultato è
visivamente palese, ognuno di loro fa riferimento a quattro modelli
81
culturali diversi. Nel secondo caso ho individuato dei particolari e li
ho stampati ingrandendoli, anche in questa seconda analisi,
realizzando semplicemente degli ingrandimenti, il senso dell’opera del
Guercino è completamente cambiato. Tutto questo per dire che la
fotografia è trascrizione del reale e perciò mostra interpretazioni,
verità filtrate dalla cultura e dall’ideologia del singolo fotografo o, per
dirla come Michele Smargiassi in un suo recente e fondamentale
saggio, Un’autentica bugia. Ma allora nel 1978 la mia posizione era
considerata eretica, era un’affermazione fuori dal coro.
Note di sperimentazione e rottura ci sono anche nelle foto
cosiddette “neorealiste”, qual era in quel contesto l’intenzione della
provocazione?
Per me fotografare significava afferrare il mondo, avendo la
sensazione di conoscerlo meglio e riappropriarmene tangibilmente.
Significava fiducia nella nuova realtà so ciale e politica che si apriva
con uno spirito positivo: quindi sono fotografie che rappresentano
una “piccola” realtà fatta di sguardi, gesti, atteggiamenti. Penso che
colgano la semplicità e, a volte, la povertà della vita quotidiana della
“gente” comune. Oggi vediamo questo tipo di immagini con gli occhi
romantici del “come eravamo”, allora erano immagini di rottura, in
contrasto con quelle patinate. Non volevano essere provocatorie, ma
semplicemente una scelta di campo, una dichiarazione di intenti. Per
semplificare vengono definite neorealiste, in effetti sono il “mio
neorealismo”, uno tra i tanti realismi, tanti quanti erano i fotografi.
È palese e scontato che il tuo rapporto con il mezzo sia legato
alla tecnologia del mezzo stesso e alle potenzialità di scoprirvi
altri codici d’uso e, di conseguenza, di produzione semantica.
La fotografia è legata allo sviluppo della ricerca tecnologica. Se dal
1839, anno di presentazione ufficiale della fotografia, i fotografi si
fossero contrapposti a qualsiasi altra innovazione successiva,
saremmo ancora fermi al dagherrotipo. Quello che davvero conta è
l’idea, il progetto, quello che si desidera raccontare. Infatti per me la
fotografia pur essendo un’arte visiva, è molto vicina alla letteratura,
è la narrazione di un pensiero che si fa immagine.
Che progetti hai per il futuro?
In cantiere di progetti ce ne sono tanti ed ognuno di loro mi tira la
giacca, passo dall’uno all’altro perché la curiosità di verificare se
un’idea funziona è così impellente che non ho la pazienza di
aspettare. In questo modo mi trovo a lavorare a più progetti
contemporaneamente procrastinando la conclusione, insomma ho del
lavoro per almeno altri trent’anni.
Nino Migliori è nato nel 1926 a Bologna, dove vive e lavora. La sua
fotografia, dal 1948, sviluppa uno dei percorsi più diramati e
interessanti della cultura d’immagine europea.
Oggi Migliori è considerato un vero architetto della visione. Ogni sua
produzione è frutto di un progetto preciso sul potere della visione,
tema, questo, che ha caratterizzato tutta la sua produzione.
82
Eventi in programma:
Nino Migliori -PhotoMed Festival 2013 - Sanary-sur-mer, Francia
23 maggio - 16 giugno 2013
Il giardino degli angeli - Casa Carducci - Piazza G. Carducci 5, Bologna
Dal 1 giugno 2013
Photissima Festival - in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Venezia
ai lavori degli studenti sono affiancati quelli dei grandi nomi della fotografia italiana come
Nino Migliori, Mario Cresci, Giovanni Gastel.
Centro Culturale Candiani - Piazzale Candiani 7, Venezia Mestre
20 maggio - 15 giugno 2013
Giulio Forti, l'intervista al Direttore di Fotografia Reflex
di Gianluca Bocci da http://www.clickblog.it
Ho intervistato Giulio Forti, Direttore dell'Editrice Reflex, ovvero di
testate come Fotografia Reflex o Digital Photographer Italia
Fare il Direttore di una rivista non è un mestiere facile. Specialmente ai
giorni d’oggi, quando l’editoria online si pone in forte concorrenza con quella
cartacea e quando gli autori ed i temi da trattare sono sempre più numerosi.
In queste condizioni, il Direttore è una figura che deve fare continuamente
delle scelte importanti.
Importanti per la sopravvivenza della propria testata. Ma importanti anche per
l’autorevolezza della propria voce, che può creare scompiglio come nel caso
dell’annuncio degli “Ultimi 1000 giorni della pellicola 35mm”, che ha sollevato
centinaia di voci scandalizzate tra gli appassionati di fotografia analogica su Flickr.
Ho avuto il piacere di intervistare proprio il “colpevole” di tanto clamore,
ovvero Giulio Forti, Direttore dell’Editrice Reflex, casa editrice di testate
come Fotografia Reflex o Digital Photographer Italia, nonché di svariate
pubblicazioni di tecnica e cultura fotografica.
83
Tre aggettivi per descrivere Giulio Forti?
Penso di non essermi mai montato la testa, quindi niente aggettivi.
Chi sarebbe e cosa farebbe, se nella sua vita non ci fosse la
fotografia?
Forse il direttore d’orchestra? Forse l’attore?
Fotografia Reflex ha alle spalle una storia di oltre trent’anni: quali
sono state le fasi di questa lunga storia che le sono rimaste più
impresse?
Vedere il primo numero uscire dalla rotativa nel marzo 1980. Il resto è lavoro,
un buon lavoro anno dopo anno. C’è stata la nascita di altre edizioni, come
PRO mensile professionale vero e bellissimo. Dopo l’esplosione di tangentopoli
(1992) per i fotografi non c’era più lavoro perché erano crollati i folli budget
della pubblicità e della moda. Grandi studi e fotocamere a banco ottico… tutto
finito. La ruota si fermò, e PRO chiuse l’anno successivo. Poi non posso
dimenticare le molte importanti esclusive pubblicate grazie al mestiere che
significa saper cercare, avere un minimo di fiuto e fonti sicure. Aggiungo
anche certe profezie, dall’arrivo delle reflex autofocus a quello delle compatte
a sistema - orribilmente dette mirrorless - con due anni d’anticipo. In questo
caso si creò un bel panico tra i fedelissimi della reflex. Per non parlare del
tema “fine della pellicola”.
In base a quali criteri sceglie di pubblicare un autore sulla sua rivista?
Cosa attira maggiormente la sua attenzione?
Seguiamo un criterio molto banale. Fotografi sconosciuti o celebri, ma che
producano qualcosa che stupisca per primi noi stessi. L’esempio è il magnifico
portfolio vegetale di Patrizia Savarese sul numero di maggio.
Restando sull’argomento, che ne pensa del caso del portoghese Daniel
Rodrigues ed in particolare come pensa che si possa individuare e
valorizzare il talento dei giovani fotografi?
A volte le favole a lieto fine esistono. Posso dire che quella di Rodrigues non è
unica né più speciale di tante altre. Se ci sono, il problema non è valorizzare i
talenti, è consentire loro di stare sul mercato. Il che vuol dire essere
intraprendenti e anche ambiziosi oltre che bravi. Negli anni abbiamo
valorizzato molti esordienti con i loro portfoli, e molte giovani promesse sono
diventate fotografi importanti. Uno per tutti? Fabrizio Ferri, era il 1981 e mi
pare che lo definimmo una promessa della fotografia italiana, e guarda che
strada ha fatto!
Pur essendo un periodo di crisi in tutti i settori ha deciso di pubblicare
una nuova testata, “Digital Photographer Italia”: ci può spiegare come
è nata la decisione di questa nuova avventura editoriale?
Dopo le edizioni digitali di Fotogragia Reflex, le pagine sui social network e le
app ragionavamo sul da farsi in questo periodo difficile. E, contro ogni
tendenza, abbiamo scelto di raddoppiare l’offerta cartacea. Digital
Photographer Italia, per gli amici DPI, è un’operazione importante per la
nostra casa editrice e sono certo che lo sarà anche per i lettori. Fotografia
Reflex mantiene il suo stile di affidabilità e approfondimento rivolgendosi in
linea generale agli amatori che provengono dall’esperienza analogica. DPI è
più diretta ai nativi digitali che si devono confrontare con un sistema che
84
emula la fotografia analogica, di cui sanno poco. Fare 500 clic in digitale è
facilissimo, ma scattare 10 belle fotografie è difficile quanto prima. Forse di
più. Invece, molti pensano che con il digitale fotografare sia più semplice. La
differenza vera è che vedendo subito ciò che hai scattato ti senti tranquillo che
qualcosa hai catturato, come è un’altra storia. Ed è qui che noi vogliamo
svolgere un ruolo con DPI, fare lo scatto giusto. Insomma, un po’ come
ricominciare da zero! Comunque, adesso faremo un po’ di rumore sui social
network, se ne occuperà Claudia Rocchini.
C’era veramente bisogno di un’altra rivista sul mercato?
Intanto, DPI è l’edizione italiana della prestigiosa rivista inglese che ha un
interessante numero di abbonati italiani. DPI conterrà i contenuti originali, ben
tradotti, e pagine dedicate ai nostri lettori, alla scoperta di nuovi talenti, con
una forte interazione nei social network. Avvieremo collaborazioni con i club e
le associazioni fotografiche sul territorio perché ci segnalino i fotografi più
dotati. Ma, come dicevo, conta l’impostazione che viene data a ogni articolo
dedicato alla ripresa. La formula che è alla base del successo dell’edizione
inglese si chiama “how to”, il come fare. Quindi un approccio tecnico che,
però, deve servire a liberare la creatività di fronte a certe regole che
sembrano ferree. Ciascuno può mostrarsi più istintivo che razionale e
viceversa: con DPI vogliamo parlare a tutti e due.
Secondo lei qual è la cosa più bella e quella più brutta del mestiere del
fotografo?
Il bello è che la macchina fotografica ti aiuta a scoprire, a curiosare, a
guardare le cose per capirle come sono: senza pregiudizi. La parte noiosa del
mestiere è quella commerciale. Gestire la propria impresa, adeguarsi alle
esigenze del mercato o dei clienti, soprattutto affrontare la concorrenza di
basso livello. A parte la crisi degli ultimi anni, sempre più giornali e agenzie
sfruttano i servizi dei “fotografi per caso” svilendo la dignità del fotoreporter
che vive di fotografia. Il risultato è che qui, senza vergogna, tutti si sentono
fotografi. Anche le capre. Addirittura, molti di questi per confondere le loro
banalità si autoproclamano “artisti”. Ma una volta, non dovevi andare all’altro
mondo prima di ottenere un simile riconoscimento?
Riesce ancora a trovare il tempo ed il piacere per fotografare per se
stesso, per la sua famiglia, per i suoi amici? Quale genere fotografico
preferisce?
Ho avuto modo di viaggiare molto e quando viaggi ti guardi attorno, fotografi
e ti liberi la mente, vai oltre il paesello. Mi piace fotografare ciò che mi
colpisce, direi che è la luce che mi stimola. Poi, certo, gli amici e la famiglia.
Ultimamente mi diverto a stampare per loro foto della serie come eravamo,
una buona stampa A3 è una cosa che piace. Non credo di preferire un genere
in particolare, scatto poco e solo se qualcosa mi attira. Cancello subito quello
che non va, e consiglio di farlo a tutti. Cancelli sul posto, o mai più.
Ci potrebbe mostrare una sua foto, magari alla quale è
particolarmente legato, e raccontarci la sua storia?
Sì, è un fotogramma del 1967 scattato con 135mm usato che avevo
intenzione di comprare. Si tratta di due maschietti e due femminucce a Villa
Borghese. Le bambine ballano, i maschietti lottano. Uno scatto rubato. Forse
85
ero ispirato da “Blow up” di Antonioni il film che fece storia nel nostro mondo
in quegli anni. Il protagonista è un fotografo di moda che per caso scatta delle
fotografie in un parco di Londra e di lì, ingrandendo sempre più un negativo nasce
una specie di giallo…
C’è un aneddoto particolare legato alle sue esperienze nel mondo
della fotografia che vorrebbe raccontarci?
Ne ho due. Nel 1994 rimasi stupito quando gli organizzatori della Photokina di
Colonia, la più importante fiera del settore al mondo, mi conferirono il loro
Obelisk, come riconoscimento per l’attività giornalistica svolta a favore della
fotografia e, di conseguenza, della sua industria. Poi ricordo quel paio di volte
che sono finito nella gabbia degli imputati per diffamazione a mezzo stampa.
Beh, se non ci sei abituato fa una certa impressione… comunque ho vinto.
Con quale fotocamera ha iniziato a fotografare ed a quale è rimasto
eventualmente più affezionato?
A 12 anni mio padre, che aveva un bell’occhio fotografico, mi regalò
una Comet II Bencini, ovvero l’ultimo produttore italiano che ha chiuso una
ventina d’anni fa, una casa nota per le sue fotocamere economiche. Mi diverte
dire che, più tardi, sempre più appassionato l’ho verniciata di nero per darle
un tono professionale. Affezionato? Direi alla Rolleiflex, magari è solo
nostalgia… anche quello un regalo per i 18 anni. Ho replicato l’idea di mio padre
con i miei figli.
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Infine quali consigli vorrebbe dare a chi volesse lavorare per una
rivista come la sua?
Le porte di ogni rivista dovrebbero essere aperte alla collaborazione. Quello
che ci vuole è un argomento originale o un tema abusato, ma rivisitato. Meglio
se si tratta di un argomento che piace e che si conosce. Però la bella idea non
basta. Occorrono le fotografie giuste per illustrarla e poi un testo senza
fronzoli, senza superlativi, troppi avverbi o troppo autocompiacimento… io qui,
io là. Il tutto in un buon italiano. Difficile, ma non impossibile. Altrimenti non
saremmo qui.
In viaggio con "T.r.i.p.", dall'Afghanistan a Cuba:
lo spettacolo della fotografia "on the road" ai Mercati di Traiano
da http://www.ilmessaggero.it
- Quattro viaggi differenti per le storie
che raccontano. Quattro modi e stili
diversi di percepire e interpretare la
fotografia “on the road”. Dalle
macerie
dell’Afghanistan
dilaniato
dalla guerra, nell’Ottocento come nel
Duemila, al ricordo del surreale
progetto dello Zambia di conquistare
lo spazio emulando le superpotenze USA/URSS, passando per le atmosfere
rarefatte di un’insolita Cuba “in bianco e nero” fino al profilo rassicurante dei
baobab secolari in Africa. Dal 9 maggio all’8 settembre 2013, all’interno della
cornice dei Mercati di Traiano - Museo dei Fori Imperiali, ospite la rassegna
fotografica T.R.I.P. - Travel Routes In Photography. La mostra è promossa da
Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con l’organizzazione di the trip
magazine e Zètema Progetto Cultura, in collaborazione con Antonio Carloni,
direttore del festival “Cortona On The Move”. Un percorso fotografico
intercontinentale attraverso i lavori di Simon Norfolk, Elaine Ling, Giancarlo
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Ceraudo e Cristina De Middel. La selezione degli scatti, a cura di Arianna
Rinaldo, propone un’immersione nel viaggio, inteso non solo come “spostamento
fisico” ma come dimensione in cui si alternano pensieri in movimento, scoperte
reali e percorsi nella psiche. Per la Rinaldo: «Il viaggio del fotografo è quello del
conquistatore, l’idealista, il curioso, l’antropologo, l’osservatore che raggiunge
un mondo sconosciuto o poco familiare e lo esplora, lo documenta, lo interpreta,
lo inventa».
Simon Norfolk viaggia sulle orme di un fotografo ottocentesco, John Burke,
primo fotografo di guerra in un Afghanistan da sempre occupato e ferito dalle
truppe straniere. I suoi scatti ripercorrono i topoi del conflitto, gli accampamenti,
che non cambiano un secolo dopo, e perfino le figure professionali, i ritratti di
ieri e di oggi che si confondono in un immaginario imperialista.
Progetto: Burke+Norfolk. Photographs from the War in Afghanistan.
Elaine Ling durante un viaggio in Africa immortala con il suo obiettivo i magnifici
Baobab. Questi giganti della natura rappresentano un inno alla vita e al ciclo
naturale che la nutre. Mutevoli nelle loro proporzioni, ci rivelano la loro immensa
presenza e personalità, una foresta quasi surreale e cortecce che svelano vite
vissute. Dimensioni irreali che convivono con l’uomo e ci affascinano, da lontano
e da vicino.
Progetto: Baobab, Tree of Generation.
Giancarlo Ceraudo percorre, con occhi esperti e sempre attenti, strade e vicoli
dell’Habana. I forti contrasti e il movimento sottile traducono in immagini potenti
i sogni e le paure di un popolo in transizione ma tenacemente incatenato al
proprio passato. La bellezza in declino e la crudezza dell’utopia si rivelano negli
sguardi persi, nelle ferite dei luoghi, nell’incompletezza di un modo di essere che
cerca una via di uscita.
Progetto: Habana Cruda
Cristina De Middel ci accompagna in un viaggio fantastico che prende spunto dal
sogno di un popolo, una notizia di cronaca che rivela l’utopia di conquista, la
ricerca dell’altro, l’esplorazione cosmica come fine ultimo del successo
dell’umanità. Con ironia e immaginazione seguiamo i protagonisti trasportati
dall’entusiasmo e l’ingenua ambizione che li spinge
Progetto: Afronauts
PER APPROFONDIRE
Trip, fotografia, mercati traiano, mostra
Stanley Kubrick
comunicato stampa da http://undo.net/it
Fotografo. La mostra documenta un aspetto poco conosciuto nella
carriera del regista statunitense quando, nel 1945 (a soli 17 anni),
venne assunto come fotoreporter da una rivista americana. Sono
esposte 160 sue fotografie appositamente tirate con stampa al
bromuro d'argento dai negativi originali conservati nella Look
Magazine Collection del Museo della citta' d i New York.
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The New York Subway, 1947
La mostra a cura di Michel Draguet documenta un aspetto poco
conosciuto nella carriera del grande regista statunitense quando, nel
1945, a soli 17 anni venne assunto come fotoreporter dalla rivista
americana Look.
Dal 1 maggio al 25 agosto 2013, Palazzo Ducale di Genova ospita la
nuova grande mostra dedicata alla breve ma straordinaria carriera di
fotografo di Stanley Kubrick.
L’esposizione, ideata da GAmm Giunti, curata da Michel Draguet,
presentata lo scorso anno in prima mondiale nella prestigiosa sede
dei Musées Royaux des Beaux-Arts de Belgique a Bruxelles, è
coprodotta da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e da Giunti
Arte Mostre Musei, in collaborazione con il Museum of the City of New
York - che custodisce un patrimonio ancora in parte sconosciuto di
oltre 20.000 negativi di Stanley Kubrick.
La rassegna testimonierà la capacità di Kubrick di documentare la vita
quotidiana dell’America dell’immediato dopoguerra, attraverso le
inquadrature fulminanti e ironiche nella New York che si apprestava a
diventare la nuova capitale mondiale, o l’epopea dei musicisti
dixieland o degli artisti circensi. La mostra propone 160 fotografie
appositamente tirate con stampa al bromuro d’argento dai negativi
originali conservati nella Look Magazine Collection del Museo della
città di New York, realizzate da Stanley Kubrick dal 1945 al 1950
quando, a soli 17 anni, venne assunto dalla rivista americana Look.
Stanley Kubrick, il geniale regista al quale si devono al cuni capolavori
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del cinema mondiale, fu anche un eccellente fotografo. Approda
infatti come collaboratore alla rivista Look, fra i più diffusi mensili
dell’epoca, grazie a una fotografia che ritrae un edicolante a New
York il giorno della morte del preside nte Roosevelt e dopo pochi mesi,
appena diciottenne, ne diventa uno dei fotoreporter di punta.
Il percorso espositivo, organizzato in sezioni tematiche, si svolgerà
attraverso alcune delle storie che l’occhio dell’obiettivo di Kubrick ha
immortalato. Ad aprirlo sarà la photo-story ispirata da Mickey, un
ragazzino di dodici anni che lavora come lustrascarpe nel quartiere di
Brooklyn, accompagnata da altre serie dedicate alla ‘sua’ città, una
New York talvolta notturna, come nelle figure dei viaggiatori del la
metropolitana, o quotidiana come nelle immagini colte per strada.
Nell’opera fotografica di Kubrick, New York rappresenta la metafora
dell’intero mondo occidentale, un osservatorio privilegiato per
riflettere sulle forme di vita di una società in pien a evoluzione, come
nella serie in parte inedita di Life and Love on the New York Subway
pubblicata nel1947, o negli scatti effettuati nella sala di aspetto di un
dentista, luogo di incontri casuali e avvincenti.
Una sezione raccoglie una scelta di ritratti che affrontano l’universo
del ‘più grande spettacolo del mondo’ con una strepitosa serie di
immagini dietro le quinte del circo, l’avventura delle prime star della
televisione, e l’epopea del pugilato, che cronologicamente fa da ponte
fra la carriera di fotografo e l’inizio di quella di regista.
Infatti, tra il 1949 e il 1950 realizzò due servizi che raccontano la vita
del pugile Rocky Graziano e quella del peso medio Walter Cartier;
pochi mesi dopo gira Day of the Fight (1951), il suo primo film della
durata di sedici minuti, nel quale racconta la giornata che precede
l’incontro di boxe tra lo stesso Cartier e Bobby James dell’aprile
1950. Josef von Stroheim dopo avere visto il suo primo
lungometraggio Il bacio dell’assassino, di poco successivo, disse di lui
che “quando un regista muore diventa fotografo. Forse Il bacio
dell’assassino sarà la prova che quando un regista nasce non è detto
che muoia un fotografo”.
-----------------Palazzo Ducale -piazza Giacomo Matteotti, 9 Genova - Orari: Da martedì a
domenica dalle 10 alle 19. Lunedì chiuso - La biglietteria chiude un’ora prima
Ingresso: biglietto, compresa l’audioguida: intero € 10, ridotto € 8, gruppi € 7,
scuole € 4. Biglietto congiunto con la mostra Geishe e Samurai. Esotismi e
fotografia nel Giappone dell’Ottocento: intero € 14, ridotto € 12
Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura - camilla Talfani – Massimo
Sorci
–
Stefania
Maggiolini
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4071 [email protected]
Ufficio Stampa: CLP Relazioni Pubbliche, Marta Paini: tel. 02.36755700 - fax
02. 36755703 - [email protected]
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A kiss is just a kiss…
di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it
Alfred Eisenstaedt, VJ Day a Times Square, New York, NY, 1945, © Time Inc.
Baciare via la guerra, l’incubo, la morte. Prenderla per la vita, la vita, e
baciarla avidamente, follemente.
Certe foto non potevano che diventare icone. IlVJ-Day Kiss di Alfred
Eisenstaedt è una di queste. Apparve sul numero di Life che celebrava la fine
della Seconda guerra mondiale, in verità non fu neppure scelta per la
copertina, ma era “la” foto, e negli anni lo dimostrò.
Il marinaretto e la crocerossina, scuro e chiaro, eccitazione e
abbandono, tutto questo nella piazza più piazza d’America, Times Square,
crocevia del mondo.
“Eisie”, fotografo esule, ebreo tedesco, provò probabilmente le stesse
emozioni quando scattò, nel pomeriggio del 14 agosto del 1945, quasi
d’istinto, quell’euforia di pace che pure non considerò mai la sua foto migliore.
Il Bacio di Times Square è una delle 150 foto-superstar in mostra a Roma,
nella grande retrospettivasulla storia del rotocalco fondato da Henry Luce nel
1936, il settimanale che promise di far vedere “la vita, il mondo, i grandi
eventi, le facce dei poveri e le gesta dei grandi, le cose più strane”, e in fondo
mantenne la promessa, grazie al più imponente plotone di grandi fotografi mai
reclutato da una redazione.
Ma le fotografie vivono di vita propria, questa forse più di altre. Come
tutte le icone, si è progressivamente allontanata dal suo “qui ed ora”, salendo
sul podio dei simboli universali e senza tempo.
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Dal quale, come quasi tutte le altre icone, molti hanno tentato, nel
tempo, di trascinarla giù. Fu sospettata di messinscena, come l’altro bacioicona dellaa storia della fotografia, il Basier de l’Hotel de Ville di Doisneau (che
lo era veramente). Di recente, le femministe hanno letto in questo bacio
euforico fra sconosciuti “un’aggressione sessuale” (benedetta polisemia delle
foto…).
Ma allo stesso modo è diventata un simbolo intoccabile come un
monumento, tanto che la Leica con cui fu scattata è stata di recente messa
all’asta come fosse una specie di bacchetta magica.
Del resto, quella foto è un simbolo quasi perfetto: la voglia di pace, il
desiderio quasi erotico di tornare ad amare dopo il gran macello, erompono
evidenti dal semplicissimo testo dell’immagine. Scattata, se bisogna credere al
mite Eisie, quasi all’impronta, a intuito, nel caos dei festeggiamenti di quel
primo pomeriggio senza guerra nel mondo.
Ma le foto non sono statue di bronzo: dentro ci sono vite di persone reali.
E quando l’icona di Eisie diventò celebre, a decine dissero di riconoscersi nei
suoi attori. Per prima si fece viva la nurse: una certa Edith Shain che
Eisenstaedt stesso “autorizzò” dicendo di riconoscerne ancora le belle gambe.
Edith diventò un’icona a sua volta, invitata a centinaia di eventi,
commemorazioni patriottiche, interviste.
E il marinaio? Life ebbe la buona idea, che presto si rivelò pessima, di
invitare l’anonimo a farsi avanti. Non lo avesse mai fatto. Sbucarono decine di
pretendenti. L’un contro l’altro armati. Più o meno tranquilli, ma tutti ben
decisi a non cedere a nessuno il piedistallo dell’eroe involontario.
Sulla scia del revival, si fecero vive altre infermiere. La cosa si fece
seria. Life assediata come Penelope si tirò fuori, ringraziando tutti ma evitando
di concedere la palma a chiunque. E lasciando ovviamente uno strascico di
insoddisfazioni, frustrazioni, rancori tra gli ex marinaretti e le emozionate
crocerossine.
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In un libro appena uscito in Usa, The Kissing Sailor, due ricercatori
indipendenti, Lawrence Verria e George Galdorisi,
sostengono, con “una montagna di prove” iconografiche, fisiognomiche,
forensiche e perfino antropometriche trattarsi di tale George Mendonsa.
Indentificando anche la sua partner di un secondo in Greta Zimmer Friedman.
Per inciso, Mendonsa aveva fatto inutilmente causa a Lifeper vedersi
riconoscere diritti non solo morali.
La controversia non ha mai avuto fine. Tra Mendonsa e il più accreditato
dei rivali, Glenn McDuffie, benché ormai anziani reduci di guerra, volarono
parole grosse in qualche talk show. Ma l’identità certa dei due baciatori resta
tuttora un mistero.
Meno misterioso, forse, è l’impulso che spinge la gente comune a
riconoscersi nelle grandi foto della storia. Non è questo l’unico caso, proprio la
vicenda del bacio di Doisneau è un altro esempio.
Ma qui la folla dei “proci” che aspirano al trono di questa Itaca della
fotostoria è davvero consistente, ed è evidente che solo due tra tutti hanno
ragione. Ma gli altri non mentono, o non mentono del tutto, non solo perché di
baci rubati ce ne furono molti quel giorno, ma perché i ricordi sono più deboli
delle immagini.
E le icone, fra le imamgini, sono una razza particolare. Sono immagini
efficienti, operative. Non stanno ferme a farsi contemplare, si introducono nel
notro immaginario e lo trasformano, e arrivano a cambiare non solo le nostre
opinioni sugli eventi che sembrano raccontare, ma perfino la memoria delle
esperienze di chi li ha vissuti personalmente.
In questo, le foto celebri della storia “fanno la storia” in un senso molto
più letterale di quel che sembra. E sono, per questo, molto difficili da
maneggiare. Chi si trova fra le mani un’icona (le icone nascono da sole,
nessuno può programmare un’icona, chi ci prova fallisce inevitabilmente) ha a
che fare con un’arma nucleare.
Ma in fondo questo è il bello, nella storia di Life: fece vedere il mondo, ma
fece vedere anche quanto sia complicato farlo vedere.
[Una versione di questo articolo è apparsa su Il Venerdì di Repubblica il 26
aprile 2013]
Tag: Alfred Eisenstaedt, Edith Shain, George Galdorisi, George Mendonsa, Glenn McDuffie, Greta
Zimmer Friedman, Henry Luce, Lawrence Verria, Life, Robert Doisneau, Times Square
Scritto in Da vedere, dispute, fotogiornalismo, icone | 8 Commenti »
Rassegna Stampa del Gruppo Fotografico Antenore BFI
a cura di Gustavo Millozzi, MFIAP-HonEFIAP-SemFIAF
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