Bollettino della Società Italiana dei Viaggiatori volume uno | 2013 firenze Direttore Alessandro Agostinelli Redazione Chiara Fontanella, Claudio Serni, Danilo Soscia Progetto grafico PetriBros Comitato scientifico Garanti Marcella Antonini Nardoni segretario generale Fondazione Bardini Peyron - Firenze Maurizio Bossi saggista - Firenze Vinicio Capossela musicista - Milano Franco Cardini storico - Istituto Scienze Umane Firenze Laura Cassi geografo - Università di Firenze Philippe Daverio critico d’arte - Milano Società Italiana dei Viaggiatori firenze Bollettino periodico in attesa di registrazione presso il Tribunale di Firenze Ahmed Habouss antropologo - Università Orientale di Napoli Mario Maffi americanista - Università Statale di Milano Giovanni Pratesi geologo - Università di Firenze Patrizio Roversi attore - Bologna Giorgio Van Straten scrittore - Firenze Revisori Adele Dei Università di Firenze Antonio Fournier Università Torino Luigi Marfè Università Parma Manuele Masini Universidade Nova Lisboa Filippo Romeo Università Catania Maria Gloria Roselli Museo Storia Naturale, Antropologia Etnologia Firenze Info www.societadeiviaggiatori.org [email protected] alessandro agostinelli La Bussola È necessario che io cominci ringraziando un amico che non c’è più: Omar Calabrese. Insieme a lui, alla fine degli anni Novanta, ho passato due anni felici, lavorando al City Club, un’associazione di assessori e operatori della cultura dei Comuni italiani che ha svolto una grande attività per la salvaguardia e la promozione del patrimonio storico, artistico e museale nazionale. So che non è questo il luogo per un pur sintetico ricordo di Omar, così desidero soltanto ringraziarlo del suo affetto e di aver accettato (con la generosità che mi ha sempre dimostrato) di far parte fin dall’inizio del Comitato dei Garanti della Società Italiana dei Viaggiatori. Oggi che ci manca pubblichiamo qui il suo ultimo regalo: un saggio erudito su La forma dell’isola (che non c’è) che apre questo nuovo numero del nostro Bollettino e che presentiamo per la prima volta in Italia. Segue la sezione degli “studi” il lavoro di Danilo Soscia sui viaggi in Cina dello scrittore Alberto Moravia, e un contributo di Laura Cassi sulla spedizione scientifica di De Filippi in Asia, in occasione del centenario. Il portfolio fotografico è del fotografo Manfredo Pinzauti che nella sua ventennale carriera si è specializzato nel ritratto, life style e corporate industriale, ma ha saputo spesso interpretare, in maniera originale, anche il mondo del reportage di viaggio, come dimostra con questo lavoro intitolato Il rumore del silenzio, lavoro inedito sulla Norvegia del 2012, dove gli spazi deserti e incontaminati del Paese scandinavo vengono riportati nella loro unica e originale luce e nel loro “assordante silenzio”. I reportage di viaggio, che presentiamo nell’ultima sezione del Bollettino, sono rispettivamente di Maria Gloria Roselli e di Niccolò Bagnoli. La prima ci porta in Uzbekistan, a Samarcanda, lungo la Via della Seta; il secondo in Australia su un percorso usuale per i viaggiatori, ma denso di segnalazioni e riflessioni sul nuovissimo continente. Buon viaggio ai nostri soci. contributors omar calabrese danilo soscia laura cassi (Firenze 1949 - Monteriggioni 2012). Semiologo e docente all’Università di Siena e allo IULM di Milano. Ha insegnato in varie università in Europa, Sudamerica e Stati Uniti. È stato assessore alla cultura a Siena, consigliere della Presidenza del Consiglio dei ministri per l’editoria e la comunicazione, presidente dell’Associazione italiana di studi semiotici. Ha diretto Alfabeta, curato programmi televisivi per Rai e Mediaset. Ha curato i contenuti delle Esposizioni Universali di Vancouver, Brisbane, Siviglia, Genova e Hannover. Dottore di ricerca in letteratura di viaggio. Ha esordito nella narrativa con il libro Condominio (Manni,2008). Ha pubblicato il saggio su alcuni resoconti di scrittori italiani In Cina (ETS, 2011). Ha lavorato al sito web pisanotizie.it. Collabora con la Società Italiana dei Viaggiatori. Insegna geografia e geografia culturale al Dipartimento di Storia Archeologia Geografia Arte e Spettacolo dell’Università di Firenze (SAGAS). Membro del Consiglio direttivo della Società di Studi Geografici e membro fiduciario della Società Geografica Italiana. Le sue ricerche investono vari campi della geografia umana, dalla geografia storica alla geografia della popolazione, alla storia della geografia. manfredo pinzauti maria gloria roselli niccolò bagnoli Ha studiato presso IED (Istituto Europeo del Design) di Milano. Agli inizi ha svolto attività di assistente con molti fotografi di moda. Inseguito si è specializzato in ritratto, life-style e corporate. Lavora con i gruppi editoriali: Rcs Rizzoli Periodici, Mondadori Periodici, Editoriale Domus, Quadratum editore, Class editore, Condè Nast. Sue foto sono pubblicate dalle maggiori riviste italiane e internazionali. Per dieci anni è stato un fotografo dell’agenzia Grazia Neri. Antropologa e conservatrice della sezione Antropologia e Etnologia del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze. Ha studiato a lungo lo sciamanesimo e i riti dell’orso. È segretario dell’Archivio Storico della Società Italiana di Antropologia e Etnologia. Ha pubblicato i libri Orsi e Sciamani (Edifir, 2007) e Sapporo, i giorni all’undicesimo viale (Peruzzi, 2012). Fa parte del comitato scientifico del Bollettino della Società Italiana dei Viaggiatori. Giornalista dal 2007. Svolge la professione di addetto stampa presso Confservizi Cispel Toscana, e per varie realtà sportive della regione. Ha viaggiato molto per sport. Ha praticato con successo canottaggio e dragon boat, vestendo la maglia azzurra e partecipando ai massimi livelli da atleta e allenatore alle principali manifestazioni nazionali e internazionali. Bollettino 2013 Studi omar calabrese LA FORMA DELL’ISOLA (CHE NON C’È) 11 Un viaggio sui segni e la letteratura attorno al concetto di isola danilo soscia VIAGGIO IN CINA 27 Un caso di utopia regressiva: la Rivoluzione culturale in Cina di Alberto Moravia laura cassi IL CENTENARIO DELLA SPEDIZIONE DE FILIPPI IN ASIA (1913-1914) 45 Dai diari e dalle foto di una vecchia spedizione scientifica italiana Portfolio manfredo pinzauti IL RUMORE DEL SILENZIO 51 Report maria gloria roselli incanto e astronomia a sAMARCANDA 59 niccolò bagnoli AUSTRALIA orientale 62 bollettino 2013 | studi 9 omar calabrese LA FORMA DELL’ISOLA (CHE NON C’È) Un viaggio sui segni e la letteratura attorno al concetto di isola Premessa: l’isola come oggetto teorico Fra le quasi 1200 terre immaginarie catalogate da Gianni Guadalupi e Alberto Manguel nel loro Manuale dei luoghi fantastici1, più di un quarto sono isole. Non si può fare a meno di pensare che la coincidenza non sia affatto casuale, che vi sia, cioè, un legame molto stretto fra la natura stessa dell’isola e le possibilità di inventarne una. D’altra parte, nel passato molte isole “vere” sono state frutto di descrizioni irreali: Ceylon, pensata come una colossale zattera in navigazione nell’oceano, l’Islanda, percepita come terra capace di sparire e riapparire a suo piacimento, e mille altre alla stessa maniera. E di numerose isole finzionali si è invece disperatamente cercato un riferimento reale: nell’antichità, Eolia, l’isola del Dio dei Venti nell’Odissea di Omero, altro non sarebbe se non Lipari, così come Scheria, l’isola dei Feaci, coinciderebbe per alcuni con Corfù e per altri con Ischia; in tempi moderni, l’Isola delle Disperazione di Robinson Crusoe è stata identificata con la Isla Mas Atierra nell’arcipelago cileno di Juan Fernandez2, mentre l’Isola Misteriosa di Verne, battezzata nel romanzo come Isola Lincoln, localizzata nell’Oceano Pacifico a 2500 km a Est della Nuova Zelanda, sarebbe riferibile alla quasi omonima isola di Lincoln facente parte dell’arcipelago delle Paracel, nel mar della Cina, fra il Vietnam e le Filippine. La questione della “verità” dell’isola, peraltro, è un luogo comune di molta critica. Si prenda, ad esempio, proprio il caso di Robinson. È noto che Defoe si ispirò per il suo romanzo alle avventure di Alexander Selkirk, pirata scozzese abbandonato dai suoi su un’isola del Pacifico, ad ovest del Cile, e sopravvissuto per quattro anni e quattro mesi, fino al suo salva- 10 Società Italiana dei Viaggiatori taggio effettuato dai vecchi compagni. Nel 2008 un gruppo di archeologi si è dato addirittura la briga di cercare le tracce della sua permanenza, e di dimostrarne l’esattezza, ma si è addirittura scelto la via di ribattezzare l’isola col nome appunto di Robinson, lasciandogli solo la denominazione di quella più piccola – Isla Mas Afuera. Poco si discute, invece, del fatto che certe isole “reali” sono trattate in modo fantastico. Un caso è assolutamente esemplare, quello di François-Edouard Raynal, autore de Les naufragés des îles Auckland, del 18703, che narra la storia dell’abbandono su una delle isole omonime, avventura occorsagli veramente, come se fosse una riedizione del racconto di Defoe o del celebre “Robinson svizzero” di Johann David Wyss, una specie di favola per ragazzi che ebbe un certo successo in patria e all’estero4 nel XIX secolo. Verità e finzione, insomma, non sono criteri per valutare lo statuto culturale delle isole. Vale la pena, dunque, accertare se il loro statuto nel nostro immaginario non sia invece fondato sulla loro attitudine a diventare narrazioni per eccellenza. Se questa ipotesi risultasse vera, occorre allora chiedersi quali siano i caratteri generali delle isole immaginarie (condivisi probabilmente con quelli di tutte le isole) che ne fanno una vera e propria matrice per l’invenzione e per la costruzioni testuale fantastica. Tali eventuali caratteri hanno per caso una coerenza interna? Sono descrivibili in termini di sistema? Costituiscono forse una architettura necessaria per certe tipologie letterarie, e non soltanto un qualsiasi topos, tema, motivo stilistico? La struttura dell’isola (di finzione, o magari di qualunque isola, la cui descrizione si rivelerebbe funzionale alla narrazione) è insomma probabilmente un “oggetto teorico”, nel senso attribuito a questa parola da Hubert Damisch e Louis Marin? Per rispondere agli interrogativi appena posti non rimane allora che prendere in esame alcune delle isole fantastiche più conosciute nella storia della cultura, da Omero fino a tempi recenti, e descriverle con accuratezza, per rinvenire gli eventuali tratti che formano il nostro (per ora ipotetico) paradigma dell’isola. Nel testo che segue, il lavoro di classificazione è già stato preliminarmente svolto, e pertanto il lettore prenderà visione diretta di tale paradigma, supportato dall’analisi dei casi che più esemplarmente lo definiscono. bollettino 2013 | studi 11 L’isola come enciclopedia The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe di Daniel Defoe del 17195 è considerato dalla critica il prototipo del romanzo moderno. Il suo fulcro consiste nel naufragio del protagonista su un’isola sconosciuta e lontana dalle rotte battute dalle navi. Si tratta di un artificio narrativo antichissimo, a cominciare dalla già citata Odissea, nella quale Ulisse si rivela un vero e proprio professionista di naufragi in isole incognite: Scheria, Ogigia, Nesis, Eolia, Eèa, e l’isola dei Lotofagi sono tutte raggiunte dopo disastri marini. Ma vi sono stati altri grandi maestri nell’invenzione di isole, nelle quali molto spesso si arriva alla stessa maniera. Luciano di Samosata nel Verae Historiae ne descrive ben nove. Sette ne rinveniamo ne Le mille e una notte. E la lista di quelle create da François Rabelais nel quarto e quinto libro del Pantagruel è a dir poco gigantesca (ne possiamo contare addirittura 21, alle quali si aggiungono eventualmente le cinque dell’anonimo seguace di Rabelais nel Voyage de Panurge). Ma torniamo a Defoe e al binomio naufragio/isola sconosciuta. L’evento è una vera e propria metafora dello sviluppo della civiltà umana. Il naufrago, infatti, viene improvvisamente privato di tutti gli oggetti tecnici che permettono il dominio sulla natura, e proiettato all’indietro nel tempo, quasi in un azzeramento della conoscenza. La condizione dell’isola è, in altre parole, quella della solitudine (isolamento, separazione, asocialità) e dell’ignoranza, visto che il marinaio non sa dove si trovi né rispetto al mondo in generale, né rispetto alla nuova totalità ambientale in cui è piombato. Dice Robinson: “Cominciai a guardarmi intorno per vedere in che luogo mi trovassi, e subito sentii che la mia consolazione diminuiva e, in una parola, che la mia era una salvezza tremenda, perché ero bagnato, non avevo i vestiti per cambiarmi, niente da mangiare o da bere per ristorarmi, né avevo davanti altra prospettiva che quella di morire di fame o di essere divorato dalle bestie feroci, e la cosa che mi riusciva particolarmente sconfortante era che non avevo un’arma per dar la caccia a qualche animale e ucciderlo per nutrirmene, né difendermi da altre creature che volessero uccidere me per loro nutrimento”. Come si vede, la catastrofe rende il nostro eroe solo, lo riduce a uno stato ferino, nel quale può immaginare soltanto di essere preda o predatore in vista della pura sopravvivenza. A partire da qui, però, il protagonista risolve 12 Società Italiana dei Viaggiatori la sua situazione attraverso un duplice percorso cognitivo. Da un lato, ricostruisce la sua antica cultura attraverso i residuati della nave incagliata sulla costa (quasi fossero frammenti del sapere, da riadattare alla sua nuova condizione) e le ricostruzioni approssimative degli utensili essenziali. Dall’altro, tenta di controllare e memorizzare questa stessa cultura: esplora l’isola cercando di vederla tutta insieme dal punto più alto. Citiamo ancora dal testo: “A questo punto il mio compito era di esplorare il paese e cercare un posto nel quale fissare la mia abitazione e riporre la mia roba, al sicuro da qualsiasi cosa potesse accadere. Non sapevo ancora dove fossi, se su un continente o su di un’isola, se abitata o disabitata, se esposta al pericolo di bestie feroci o no…Partii in esplorazione sino alla cima di quella collina, dove, quando l’ebbi raggiunta con gran fatica e difficoltà, con mia grande afflizione conobbi il mio fato, cioè che ero su un’isola circondata d’ogni parte dal mare, nessuna terra in vista…”. Dopo aver preso atto della cartografia del luogo, ed essersene fatto una mappa mentale, Robinson procede però anche al controllo interpretativo della situazione, e per farlo, dopo aver raccolto i materiali della nave ed essersi costruito una casa, allestisce un tavolo, con carta e penna, e annota minuziosamente un diario: “E ora cominciai a farmi quelle cose necessarie di cui trovai che avevo più urgente bisogno, in particolare una sedia e un tavolo; perché senza di essi non potevo godere delle poche comodità che avevo al mondo. Senza un tavolo non potevo né scrivere né mangiare, né fare altro con un certo piacere”. Le due operazioni (mappatura e scrittura diaristica) sono di natura enciclopedica. La prima consiste nel trovare un punto di vista unificante dal quale padroneggiare l’insieme territoriale, e determinarne le relazioni interne (distanze, partizioni, luoghi notevoli). Insomma, si tratta della identificazione del “testo” della natura sul quale operare, con la sua cornice e il suo tessuto di parti e le connessioni tra le parti. La seconda, invece, concerne la classificazione delle esperienze, la loro descrizione, la loro spiegazione: in altri termini, la loro semiosi. Con un gioco di parole, si potrebbe sostenere insomma che l’isola della Disperazione (come il protagonista la battezza) è un testo, ma dall’altro lato che ogni testo (qui, il diario) è a sua volta un’isola: chiuso, determinato da insiemi di relazioni, strumento dell’interpretazione. L’isola come esperimento La maniera di organizzare il sapere, tuttavia, può manifestarsi con va- bollettino 2013 | studi 13 rianti molto significative. Robinson recupera il passato, lo riusa, e lentamente ricostituisce l’opposizione fra natura e cultura, senza metterla in discussione e senza preoccuparsi del suo statuto interno (la sua ideologia). Si potrebbe dire – e infatti è stato detto6 - che rappresenta una visione utilitaristica del mondo. Ben diverso è l’atteggiamento del gruppo di naufraghi ne L’île misterieuse di Jules Verne7. Eppure, l’inizio della storia è praticamente identico. Salvatisi dalla tempesta che ha distrutto la loro mongolfiera, i protagonisti si ritrovano senza risorse su un’isola: “L’inventario degli oggetti posseduti da quei naufraghi dell’aria, gettati sopra una costa che pareva disabitata, sarà fatto alla lesta. Essi non avevano nulla, tranne gli abiti che portavano al momento della catastrofe… non uno strumento qualsiasi, non un utensile; dal nulla toccherebbe loro riuscire a tutto!”. Come accade a Robinson, il gruppo cerca subito di capire la configurazione del territorio, e si reca sulla cime di un vulcano spento, da dove giunge alla temuta conclusione: “Non apparve nulla fino ai confini dell’orizzonte, vale a dire per un raggio di oltre cinquanta miglia. Nessuna terra in vista, non una vela. Tutta quella immensità era deserta, e l’isola occupava il centro d’una circonferenza che sembrava infinita”. L’esplorazione e la classificazione delle conoscenze, però, si orientano subito verso la re-invenzione della scienza e della tecnica, e si potrebbe dunque affermare che siamo in presenza di una visione del mondo e di una mentalità positivista. D’altra parte, i cinque scampati hanno un vantaggio rispetto all’utilitarista Robinson: sono degli specialisti in qualche settore della cultura. Cyrus Smith è “un ingegnere, uno scienziato di prim’ordine, a cui il Governo dell’Unione aveva confidato la direzione delle Ferrovie”. Gedeone Spilett è un reporter del “New York Herald”, “soldato ed artista…vero eroe della curiosità, dell’informazione, dell’inedito, dell’incognito, dell’impossibile…maneggiava la penna e la matita alla stessa maniera meravigliosa…”. Nabucodonosor, detto Nab, è uno schiavo liberato, servitore di Cyrus, è “pieno di astuzia e di abilità”. Il marinaio Pencroff ha una ineguagliabile esperienza di navigazione. E infine Herbert Buown è un giovane che accompagna Pencroff, e si rivela esperto osservatore della natura, soprattutto di botanica e zoologia. Così, mentre Robinson cartografava solo mentalmente il suo nuovo ambiente, “il reporter fece immediatamente la carta con bastante precisione”, e tutti si dedicano, come accade agli esploratori, a battezzare ogni singolo anfratto con un nome che ne consenta la memoria e l’uso comunicativo. 14 Società Italiana dei Viaggiatori Da qui in avanti i nostri protagonisti procedono di invenzione in invenzione. Cominciano con la creazione di una lente, che permette di convogliare i raggi del sole su materiale infiammabile e produrre il fuoco. Poi fabbricano archi e frecce, poi una fornace per costruire vasellame. Poi utilizzano il teorema degli angoli simili per calcolare latitudine e longitudine dell’isola. Passano alla fusione del ferro e dell’acciaio, alla creazione di candele, si occupano di idraulica e di abbigliamento (fino alla biancheria e alle scarpe). Costruiscono ponti, barche e nel finale addirittura una nave. Mettono insieme una vetreria e un mulino a vento per ottenere la farina, e giungono alla reinvenzione del telegrafo. L’isola è, in definitiva, il laboratorio di un esperimento intellettuale e razionale. Insomma: il luogo in cui si ricostruiscono le tappe della civiltà, a partire dalla caccia, per giungere all’allevamento e all’agricoltura, e da lì a una sorta di pre-industrializzazione. Un ideale del genere si trovava già nell’isola utopica di Bensalem, che Francis Bacon aveva eletto a tecnocrazia governata dagli scienziati, anche se non democratica. Per rimanere ai due romanzi moderni, comunque, se Robinson non era che un conservatore delle conoscenze del suo tempo, Cyrus Smith e compagni credono invece nell’evoluzione della specie umana verso il progresso. Le due Weltanschaung sono contrapposte in tutto e per tutto, persino politicamente. Ad esempio, Cyrus Smith è un anti-abolizionista e ha liberato Nab (“Codesto intrepido era un negro, nato sul dominio dell’ingegnere,di padre e madre schiavi, ma che da un pezzo Cyrus Smith, abolizionista per ragionamento e per cuore, aveva fatto libero”). Robinson invece, salva, è vero, Venerdì, ma non gli dà nemmeno un nome normale, e lo usa come servo (“…pose il capo sul terreno, e, dopo avermi preso un piede, se lo mise sul capo. Questo atto sembra che valesse come un giuramento che sarebbe stato per sempre mio schiavo…gli insegnai a dire ‘padrone’, e poi gli feci sapere che doveva chiamarmi con quel nome”). In conclusione, possiamo affermare che Defoe contrappone la “società naturale” alla “società civile”, intendendo la seconda come organizzazione semplicemente culturale rispetto alla prima che è ancora selvaggia, mentre in Verne la medesima opposizione vuole la seconda come organizzazione sociale regolata da leggi, e rimanendo la prima dominata dalle forze incontrollate della natura, inclusi gli uomini privi di sapere e di etica collettiva8. bollettino 2013 | studi 15 L’isola come sistema utopico o distopico Si può concludere, a partire dalle osservazioni precedenti, che l’isola – così come il suo modello cartografico - funziona perché costituisce un sistema organico, “chiuso” da una cornice che lo delimita (il mare, meglio se Oceano, perché immenso e indistinto), e organizzato in relazioni reciproche fra le sue parti. Queste relazioni sono in primo luogo naturali, ma culturalizzate dall’osservazione umana che le domina, e possono diventare in seguito sociali, se la comunità che abita l’isola condivide le leggi con cui trasformare la natura e ne fa appunto il perno della società. In questo senso, l’isola si presta – proprio a causa della mancanza di contatti col resto dell’umanità, cosa che la rende impermeabile alle minacce potenzialmente arrecabili alla sua purezza – a diventare modello comunitario ideale. Non a caso Thomas More nell’Utopia9 descrive la sua repubblica immaginaria come un’isola, un’isola che non esiste in nessun luogo: metafora più efficace di quelle usate in precedenza per delineare un mondo perfetto, e che finora erano ancorate alla figura della città�, tanto è vero che il toponimo è stato capace di diventare per antonomasia il nome comune che definisce un sistema ideale di società. L’autore è anche chiarissimo sulla necessaria separatezza dell’isola dal resto del mondo, tanto è vero che Utopia non è naturale, ma artificiale: “Una volta questa terra non tutta era circondata dal mare; ma Utopos, che conquistandola dette nome all’isola…fé tagliar la terra per 15 miglia dalla parte dov’era unita al continente e vi trasse il mare d’intorno”. Utopia, nonostante un iniziale accenno narrativo concernente le avventure di Raffaele Itlodeo, compagno di viaggi di Amerigo Vespucci, che è l’ipotetico enunciatore della storia, si trasforma nel secondo libro del volume nella trattazione del sistema sociale di quella repubblica ideale, e infatti il suo carattere sistemico risulta chiaro nell’organizzazione dei paragrafi, che riguardano la capitale Amauroto in quanto centro politico e amministrativo, e poi le cariche dello Stato, le arti e i mestieri, il diritto di cittadinanza, le relazioni con l’estero, la schiavitù, la guerra, la religione, in uno schema che ha molte analogie con la Repubblica di Platone. Il fondamento sistemico di Utopia risiede però nella sua forma insulare, e fa venire in mente un concetto che è un vero e proprio universale dell’antropologia culturale. In Purity and Danger11, ad esempio, Mary 16 Società Italiana dei Viaggiatori Douglas ha perfettamente descritto i riti e i miti che regolano i divieti di accesso a comunità che intendono preservarsi dai mali del contatto con gli “altri” (anche in semplici termini sanitari: evitare il contagio). Ma già prima, nel 1909, Arnold Van Gennep aveva ideato la sua “teoria della liminarità”, per indicare tre tipi di culture che impediscono ai non appartenenti al gruppo di varcare la soglia del loro territorio, oppure negoziano il limite della frontiera, o infine lo superano e lo fanno superare12. L’isola è dunque un territorio fortemente liminare, separato dagli altri. Perciò il luogo dell’utopia è preferibilmente proprio un’isola: i suoi confini sono certi, solidi, difendibili. Bensalem, l’altra località seicentesca sede di un mondo ideale inventata da Francis Bacon in The New Atlantis del 1624-2713, è appunto un’isola nella quale – manco a dirlo – l’autore sbarca a causa di un naufragio. Anche in tempi più moderni si possono registrare isole utopiche. La più famosa è forse l’Isola Pala, che funge da scenario per il romanzo The Island di Aldous Huxley14. Qui, siamo nuovamente in presenza di un paese i cui abitanti mirano collettivamente al raggiungimento della felicità, e il protagonista Will Farnaby racconta il loro ambiente sociale, libertario, aperto e tollerante, in linea coi principi del nascente movimento hippie di cui Huxley fu considerato precursore e sostenitore. Nel Novecento, tuttavia, alle grandi visioni ottimistiche dei secoli precedenti si contrappongono anche sistemi negativi, quelli che già Jeremy Bentham15 aveva battezzato nel 1818 con il nome di “cacotopie”, e che John-Stuart Mill denomina nel 186816 col fortunato termine di “distopie”. Alcuni sistemi negativi, fondati sull’ingiustizia, la dittatura, la distinzione in caste, e così via, sono ancora una volta isole, che, per il loro statuto fisico, consentono un controllo sociale fortissimo, e lo svilupparsi di tendenze non desiderabili. Fra le isole più note, vale la pena citare quella di Herbert George Wells, considerato il padre della fantascienza, nel romanzo The Island of Doctor Moreau17, nella quale uno scienziato deviante cerca di trasformare gli animali in uomini, riuscendo però a determinare, dopo i primi apparenti successi, una terribile e violenta regressione, che li fa divenire mostri. Il dominio della scienza in un’isola ideale (stravolta in negatività) sembra rispecchiare le antiche idee di Bacon, mostrandone però il potenziale rovescio. Qualcosa di simile avviene bollettino 2013 | studi 17 anche in un’altra isola apparentemente felice, quella in cui vivono alcuni bambini scampati a un incidente aereo nel romanzo di William Golding The Lord of the Flies18 L’isola come alterità L’isola si configura sempre, insomma, come un mondo “altro” rispetto a quello della nostra vita quotidiana, un mondo nel quale i fondamenti della società – ma persino le figure che la abitano – sottostanno a leggi diverse, ancorché coerenti, rispetto alle nostre. Un caso assolutamente emblematico è costituito dalle varie isole incontrate da Lemuel Gulliver nel corso delle sue avventure in Gulliver’s Travels del 172619. Ognuna di esse segue un suo principio formatore, anche fisico. Gli abitanti di Lilliput, ad esempio, sono piccoli in proporzione di 1:12 rispetto al nostro eroe, ma quelli della penisola di Brobdingnag (che però ha i caratteri dell’isola, poiché è separata dal continente da una catena vulcanica, e le sue coste non hanno approdi) sono grandi nella misura inversa, 12:1. Ogni popolo incontrato ha un suo specifico sistema di conoscenze. Nella medesima Brobdingnag la descrizione è presto fatta: vige l’elogio dell’ignoranza più totale. A Laputa gli abitanti coltivano le scienze, ma non sanno a cosa servono né pensano a come applicarle, mentre a Balnibarbi cercano di sfruttarle creando innovazioni tecniche in ogni campo, salvo non riuscire mai a farle funzionare perfettamente. A Glubbdubdrib si applica invece l’esatto contrario della scienza, perché si ricorre alla negromanzia e all’evocazione dei più grandi spiriti della storia. La popolazione dominante nell’isola di Houyhnhnmsland è infine saggia e civile, ma è costituita da cavalli, gli Houyhnhnms appunto, pensanti e parlanti, mentre gli uomini, gli Yahoo, sono feroci e selvaggi. Ogni regno, poi, ha un suo sistema di governo differente dagli altri. Lilliput e Blefuscu hanno una monarchia tradizionale, nella quale la politica si compie col più assoluto machiavellismo. A Brobdingnag si potrebbe parlare di una democrazia costituzionale, piuttosto umana. A Luggnagg la sovranità è addirittura tirannica, come dimostra l’obbligo di leccare il pavimento per tre metri prima di giungere a salutare il Re. Presso gli Houyhnhnms c’è invece una democrazia repubblicana perfetta, ma praticata con un rigore freddissimo, apatico e quasi dogmatico. C’è chi ha notato che, in effetti, si tratta dei grandi modelli delle utopie politiche 18 Società Italiana dei Viaggiatori del passato: la repubblica platonica è quella dei cavalli, lo stato retto dagli scienziati allude a Bacone, Lilliput e Blefuscu paiono riferirsi al principe del Machiavelli, e infine Brobdingnag, regno dal volto comunitario, si ispira alle idee del Moro. Le avventure di Gulliver sono satiriche, s’intende, e dunque la loro “alterità” rispetto al mondo occidentale conosciuto è del tutto normale per dei mondi alla rovescia. Ciò non toglie che le singole diversità dei territori siano totalizzanti. Ogni popolazione non immagina neppure l’esistenza di altri universi. Il cavallo-padrone di Gulliver, ad esempio, non vede a lunga distanza: “non concependo vi fossero altri paesi oltre il suo, non poteva avere la stessa esperienza nel distinguere cose lontane sul mare”. Il gigantismo di Gulliver rispetto ai lillipuziani porta questi ultimi a pensare che il nostro eroe sia caduto dalla luna, e non credono all’esistenza di altre società rispetto alla loro. E così via. Tanto che Gulliver viene ogni volta perseguitato, processato o espulso perché non compatibile con le “leggi di Natura” locali, nonostante si sottometta in ciascuna avventura a un vero e proprio lavaggio del cervello per adeguarsi alla cultura nella quale è stato immerso, risultando così del tutto anomalo all’interno di quella del paese successivo. Del resto, la descrizione di una alterità ha bisogno, per risultare efficace, di due operazioni. La prima è quella di consolidare la normalità come sistema, che il caso o l’avventura rompe drammaticamente (il naufragio serve anche a questo scopo). La seconda è partire da un elemento qualunque – materiale o morale – per costruire un sistema più o meno rovesciato, ma comunque coerente. La storia della letteratura comica funziona da sempre in questa maniera. Basti prendere le isole descritte da Luciano di Samosata, ognuna delle quali si fonda su una specialità. Fisica: Caseosa è un’isola in un mare di latte, devota a Galatea, in cui tutto è caseario; nell’Isola di Dioniso si fa soltanto vino; Sugherìa è una città galleggiante fatta di sughero; nell’Isola delle Zucche crescono zucche immense usate come navi dagli abitanti, così come nelle Isole delle Noci fanno i Nocenauti. Morale e culturale: Cabbalusa è abitata da femmine antropofaghe, l’Isola dei Beati dai beati della grecità, l’Isola degli Empi da voci lamentose come di dannati, l’Isola dei Sogni (che ha il carattere di svanire alla vista) da abitanti onirici. bollettino 2013 | studi 19 La stessa cosa avviene in François Rabelais20. Le isole morali, ad esempio, sono monotematiche, come Chaneph che appartiene agli ipocriti, o Cheli ai complimentosi governati da San Panettone, o Papafiche e Papimania dove stanno rispettivamente i detrattori e i fanatici del Papa, o Procurazione, nella quale abitano soltanto procuratori legali, o Tapinia, nella quale si vive in un’atmosfera di perpetua Quaresima. Ma fanno sistema anche quelle fondate su specializzazioni fisiche: nell’Isola dei Macraeoni si trovano solo vecchi, ma anche gli oggetti sono rovine, epitaffi, obelischi; a Odos le strade sono vive; nell’Isola della Ferraglia gli alberi sono animali e crescono sottosopra producendo frutti metalliferi; a Lanternese vivono lanterne, torce e lumini; a Ruach un popolo che si ciba di venti. L’isola come mondo alla rovescia I mondi alla rovescia si fondano su un procedimento retorico fondato su alcune figure essenziali, come il paradosso e l’inversione semantica. Non si tratta di un artificio appartenente soltanto al genere comico, ma anche alla cultura popolare e al genere utopico. In Tommaso Moro, del resto, i nomi propri lo rivelano: gli abitanti di Utopia sono Acori (cioè, senza popolo), il fiume si chiama Anidro (cioè, senz’acqua), la città Amauroto (cioè, città oscura), e perfino il presunto narratore delle vicende trascritte dall’autore si chiama Itlodeo (cioè, spacciatore di frottole), un po’ come Gulliver, definito nell’edizione dublinese del volume di Swift come “splendide mendax”. Le storie di Gargantua e Pantagruel di Rabelais costituiscono certamente un capolavoro in questa direzione, e forse un prototipo narrativo, come ci ha perfettamente segnalato Bachtin. Ma l’inversione di significato assume particolare rilevanza in molte operazioni di fine dell’Ottocento e inizi del Novecento. Fra le tante – e proprio perché ambientato in in’isola – vale la pena citare il romanzo satirico di Anatole France L’île des pingouins21. Come è noto, la vicenda avviene intorno all’anno mille, ispirandosi alla Navigatio Sancti Brandani22. Un vecchio monaco quasi cieco, padre Mäel, sbarca su un’isola artica di nome Alca, popolata di pinguini. Scambiandoli per esseri umani, li battezza tutti. Per rimediare all’errore, Dio e i santi riuniti in consesso decidono di concedere ai volatili “un’anima, però di piccola taglia”. E l’arcangelo Raffaele li trasforma 20 Società Italiana dei Viaggiatori in quasi-uomini, e l’isola in una terra galleggiante che si sposta alla deriva fino a raggiungere la costa bretone. Tuttavia, i pinguini umanizzati sviluppano avidità e invidia, ambizioni e pudori, dalla conversione in poi. A partire da qui, l’autore traccia la storia di Pinguinia come se si trattasse di un controcanto amaro e sarcastico delle vicende del genere umano, dalle origini fino alle rivoluzioni borghesi. Gli isolani scoprono innanzitutto di essere nudi, come Adamo ed Eva; poi comprendono il senso della proprietà, e successivamente l’idea della divisione in classi sociali. Pinguinia possiede addirittura un’epopea fondatrice, le Gesta Pinguinorum. Anatole France compì un’operazione evidentemente efficace, perché nel 1920 la Chiesa mise all’indice tutti i suoi libri, e a poco valse che l’anno successivo lo scrittore ricevesse il Premio Nobel per la letteratura. Il procedimento dell’inversione del significato è dunque decisivo per la costruzione di mondi alla rovescia, non necessariamente di carattere umoristico. Carlo Ginzburg e Gianni Celati hanno messo bene in evidenza questo dettaglio23, mostrando come esso sia decisivo per la produzione di un effetto di straniamento, consistente nel rendere indecidibile cosa sia vero e cosa sia falso. Lo si può ritrovare nella storia di Luciano, nelle avventure di Gulliver, in Rabelais, ma anche nell’Utopia di Thomas More, che non a caso, nel suo stesso titolo, dichiara di essere “non minus salutaris quam festivus”, cioè giocoso. L’isola, dunque, si presta a essere non un semplice territorio, quanto piuttosto la scacchiera di un gioco, i cui “luoghi notevoli” sono le pedine per le mosse del giocatore. L’isola come matrice delle passioni Un gioco, per l’appunto. Che costituisce la ragione del fascino delle isole immaginarie, ma anche di quelle vere una volta entrate a far parte di un qualsiasi racconto. E che fa spostare la nostra attenzione su un ultimo tratto del paradigma dell’isola. Se, infatti, la posta della partita letteraria non è la verità o la falsità, il segreto o la menzogna, l’isola vive allora in una condizione di sospensione cognitiva, di annullamento dello stato del sapere e del non sapere. L’indecidibilità lascia così spazio a un’altra dimensione dell’immaginazione, la forìa, cioè il contrasto fra passioni euforiche e disforiche. Questa osservazione è facilmente dimostrabile. La maggior parte delle utopie pongono al centro della trattazione il tema della felicità, laddove le distopie creano mondi insopportabilmente in- bollettino 2013 | studi 21 felici. I transiti fra euforia e disforia sono forse il vero e proprio centro dei racconti ambientati nelle isole (lo abbiamo visto: non importa se immaginarie o reali). Solitamente, si passa dallo stato di catastrofe disforica, rappresentato dal naufragio, all’adattamento nel nuovo territorio, alla soddisfazione per la sopravvivenza e il raggiungimento di una qualche foma di comfort, per poi tornare all’inquietudine, al desiderio del ritorno, e infine rientrare nella propria dimora. Sono passaggi, questi, che possono tuttavia variare per intensità e colore sentimentale. Spesso, vi è un sottile piacere nel naufragio, che manifesta una specie di “doppia anima”, quella dello spettacolo del sublime derivante dalla potenza del mare, e quella che consiste nella possibilità di dominarla e di sfuggirle24. Disforica è piuttosto la scoperta della solitudine, come abbiamo notato nell’inizio del libro di Defoe, ma di cui non c’è invece traccia in quello di Verne. Qualcuno ha, addirittura, mutato le sensazioni intime, come Michel Tournier nelle sue due riscritture della storia di Robinson25. Il dispiegarsi di andamenti passionali contrastanti è del tutto evidente in alcuni caposaldi del genere romanzesco con ambientazioni nelle isole. Nella Treasure Island di Robert Stevenson26, ad esempio, la caccia al tesoro del mitico capitano Flint è tutto un susseguirsi di azioni e situazioni angoscianti, sempre risolte bene per i protagonisti, a dispetto del fatto che il racconto fosse stato inizialmente pensato per il figliastro dodicenne dell’autore. In Herman Melville il viaggio nell’arcipelago immaginario di Mardi27 è un continuo susseguirsi di situazioni orribili Nei mari del Sud, una fanciulla misteriosa, che sembra uscita dalla dimensione della favola e del sogno, viene salvata dal protagonista-narratore Taji, e con lui inizia una lunga e avventurosa peregrinazione fra le isole dell’arcipelago. La vergine Yillah lo accompagna nelle tappe di un vagabondare in una natura paradisiaca, che nasconde invece traversie, congiure e cospirazioni da incubo. Melville aveva già affrontato atmosfere analoghe nei precedenti libri di viaggio (questa volta concernenti esperienze “vissute”), quali Omoo e Typee, fatto che ci permette di sottolineare ancora una volta l’autonomia dell’andamento passionale rispetto a quello cognitivo. 22 Società Italiana dei Viaggiatori Conclusione: il paradigma dell’isola Siamo giunti al termine della nostra esplorazione delle isole immaginarie, e forse possiamo riassumere qualche principio costitutivo di quel che abbiamo denominato “paradigma dell’isola”. Si tratta, evidentemente, di un “luogo notevole” dell’immaginario narrativo, che si fonda su alcuni principi strutturali soggiacenti. Il suo isolamento la rende non già un frammento sperduto del pianeta, bensì una totalità chiusa. Per questa ragione l’isola fa sistema, poiché è possibile controllarne il perimetro e l’articolazione, esattamente come di una porzione locale del nostro sistema culturale. Non a caso richiede il disegno di una carta (localizzazione) e l’interpretazione del suo contenuto (topicalizzazione). L’isola può, a questo punto, diventare la matrice di una narrazione, visto che contiene tutti i possibili elementi per produrre lo svolgimento di una azione. Diventa narrazione, del resto, anche ciò che apparentemente si presenta come descrizione a scopo utopico, dato che le società ideali esistenti su un’isola prefigurano in ogni caso fatti ed azioni che simboleggiano regole e comportamenti. Essendo sistema, l’isola è il luogo per eccellenza per invertire sistemi di valore culturalizzati, e generare distopie, mondi alternativi, mondi alla rovescia. Ma questo ci porta a concludere che il vero interesse di un’isola non risieda nella sua “verità”, visto che questa può essere facilmente distorta, invertita, sospesa, annullata. La vera essenza dell’isola è quella di produrre passioni. L’isola, dunque, in realtà non esiste: è sempre Neverland, l’isola che non c’è. L’isola dei nostri desideri e dei nostri sentimenti. 1 Guadalupi, Gianni, Manguel, Alberto, Manuale dei luoghi fantastici, Rizzoli, Milano 1982 2 Rogers, Woodes, A Cruising Voyage Round the World: First to the South-Sea, Thence to the East-Indies, and Homewards by the Cape of Good Hopeworld, Bell, London 1712 3 François-Edouard Raynal, Les naufragés des îles Auckland, Librairie Hachette, Paris 1870 4 Wyss, Johann David, Le Robinson suisse, ou Histoire d’une famille suisse naufragée, Mountobon, Bern 1812 5 Defoe, Daniel, The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe, Richard Simpson, London 1726 6 Maldonado, Tomàs, Editoriale, “Casabella”, 478, 1978 7 Verne, Jules, L’île misterieuse, Paris 1875 8 Celati, Gianni, “Introduzione” all’edizione italiana dei Viaggi di Gulliver, Feltrinelli, Milano 1997 bollettino 2013 | studi 23 9 More, Thomas, Utopia. Libellus vere aureus nec minus salutaris quam festivus de optimo reipublicae statu, deque nova insula Utopia, Dierk Martens, Leuven 1516. 10 Vedi, ad esempio, la città in Platone (Repubblica) o in Sant’Agostino (De Civitate Dei); le isole, però, sono già presenti nell’antichità, ad esempio in Diodoro Siculo, che parla delle Isole del Sole, fortunosamente raggiunte per mare da Iambulo e dai suoi compagni, e nelle quali si trova l’Isola Fortunata, dove vige un sistema sociale che rende felici gli abitanti (Diodorus Siculus, Bibliotheca historica, ed. I. Bekker, L. Dindorf, F. Vogel, C.T. Fischer, 6 voll., Bibliotheca Scriptorum Graecorum et Romanorum Teubneriana, Leipzig 1888-1906). 11 Douglas, Mary, Purity and Danger 12 Van Gennep, Arnold, Les rites de passage, Flammarion, Paris 1909 13 Bacon, Francis, The New Atlantis, 1624-27 14 Huxley, Aldous, The Island, 1962 15 Bentham, Jeremy, The Works of Jeremy Bentham, London, 1838-1843 16 Si tratta di un famoso discorso alla Camera dei Comuni, poi riproposto in England and Ireland, 1868 17 Wells, Herbert George, The Island of Doctor Moreau, 1896 18 Golding, William, The Lord of the Flies, 1954 19 Swift, Jonathan, Travels Into Several Remote Nations of the World by Lemuel Gulliver, Benjamin Motte, London 1726 20 Rabelais, François, Le quart livre des faicts et dicts du bon Pantagruel, Claude La Ville, Valence 1552; Le cinquiesme et dernier livre des faicts et dicts du bon Pantagruel, Le Duchat, Paris 1564 21 France, Anatole, L’île des pingouins, Callman-Lévi, Paris 1908 22 Navigatio Sancti Brandani, Codice Ambrosiano, D 158 inf. 23 Ginzburg, Carlo, Nessuna isola è un’isola, Feltrinelli, Milano 2002; Il filo e le tracce, Feltrinelli, Milano 2006 e Celati, Gianni, cit. 24 Janofsky, Franca, Dulcedo Naufragii. Das Motiv des Schiffsbruchs im Infinito vom Giacomo Leopardi, “Germanisch-Romanische Monatschrift”, 45, 1995; Esperanza Guillén, Naufragios. Immagenes romanticas de la desesperaciòn, Siruela, Madrid 2004 25 Tournier, Michel, Vendredi ou les Limbes du Pacifique, Gallimard, Paris 1967; Vendredi ou la vie sauvage, Gallimard, Paris 1997 26 Stevenson, Robert, Treasure Island, Cassell & Co., London 1883 27 Melville, Herman, Mardi, 1849 bollettino 2013 | studi 25 danilo soscia viaggio in cina Un caso di utopia regressiva: La rivoluzione culturale in Cina di Alberto Moravia. 1. «Mao sì, Moravia no» Il cupo boato della Sapienza che accolse lo scrittore romano una mattina del 1968, è rimasto inciso nel libro degli slogan forse più memorabili nella storia della Contestazione. In quelle parole Nuova e Vecchia Sinistra venivano cristallizzate in una opposizione assoluta, senza alcuna possibilità di sintesi. Il resto è storia nota: Alberto Moravia (1907-1990) non la prese bene, proprio lui che meno di due anni prima, nel momento più caldo della Rivoluzione Culturale Proletaria, era lì, in Cina, a misurare palmo a palmo la Galassia Mao, la stessa che gli studenti della Sapienza gli opponevano quale antitesi rivoluzionaria del suo essere ormai un anemico intellettuale integrato nel sistema. Eppure ne La rivoluzione culturale in Cina, ovvero Il Convitato di pietra uscito da Bompiani nel 1967, quello prinunciato da Moravia era stato un convinto “sì” alla parabola rossa del Grande Timoniere. Forte dei suoi trascorsi giovanili - nel 1936 Ermanno Amicucci, all’epoca direttore della «Gazzetta del Popolo», lo imbarcò quale inviato sulla Conte Rosso in direzione di Shanghai - Moravia tornava in Cina – in compagnia di Dacia Maraini - chiamato addirittura dall’allora vicepresidente del Partito Comunista Cinese, Zhou Enlai, con tutti gli onori dell’ospite di riguardo. Alcune pagine de La rivoluzione culturale erano già apparse sul «Corriere della Sera» - poco meno della metà dell’edizione finale del volume - mentre il resto, compresa l’Introduzione aggiunta in ultima fase dall’autore, è farina postuma. Moravia era “atteso” in tal senso quale voce autorevole a sinistra. La Cina e le sue molte declinazioni erano già state accolte nel vocabolario contestatario, e intorno alla presunta conoscenza dei fatti cinesi si erano coagulate alcune parole d’ordine, prime formulazioni che diventeranno lessico corrente di un’intera stagione politica. 26 Società Italiana dei Viaggiatori Allo stesso modo, per affrontare il racconto del suo viaggio in Cina, Moravia sceglieva la prospettiva dello scrittore, convinto che solo quella lo mettesse nella condizione naturale di svelare aspetti che altrimenti sarebbero rimasti sepolti, indistinti: l’unicità del percorso artistico poteva meglio dare ragione dell’universalità del percorso politico, e non di uno qualsiasi, bensì di quello cinese. 2. Dopo la Cina. Dialogo tra A e B L’Introduzione viene ideata alla maniera di un dialogo filosofico tra due personaggi, A e B, protagonisti della summa preparatoria di quanto nelle pagine successive sarà poi oggetto di uno svolgimento analitico. Quando B chiede ad A cosa gli abbia fatto «maggiore impressione» della Cina, quest’ultimo risponde «la povertà».1 Quella cui si riferisce il personaggio di Moravia, però, è la povertà cinese, un fenomeno sconosciuto nel mondo occidentale dove i poveri esistono solo in contrapposizione ai ricchi. Al contrario, quella cinese è una «povertà senza ricchezza, cioè, a ben guardare, la condizione normale dell’uomo»: I cinesi, a giudicare da quello che si vede per le strade, hanno il necessario ma non il superfluo, almeno per ora. Sono poveri [...] ma nessuno potrebbe mettere in dubbio che la loro umanità sia completa, cioè che le manchi qualche cosa che potrebbe essere ottenuto attraverso la ricchezza, cioè il superfluo.2 Da parte sua, il personaggio B obietta che «la maggior parte dei cinesi desiderano essere meno poveri oppure, sempre nei limiti e coi mezzi del comunismo, addirittura ricchi».3 Un’obiezione che non scalfisce la convinzione di A, disposto ad appiattire la propria prospettiva di “lettore” sull’assolutezza del presente cinese: Io parlo della Cina così com’è adesso, formulando l’ipotesi certamente 1 A. Moravia, La rivoluzione culturale in Cina, Milano, Bompiani 1967, p. 8. 2 ibid. 3 Ivi, p. 10. bollettino 2013 | studi 27 arrischiata che non cambi, in altri termini la Cina oggi è per me un’utopia realizzata, forse involontariamente, forse casualmente, non importa. È realizzata e io la prendo come esempio per il mio ragionamento. Poi, forse, la Cina diventerà un paese come tutti gli altri, inclusi i paesi comunisti di osservanza sovietica, nei quali ci sono i poveri perché ci sono i ricchi e viceversa. Ma per ora, oggi, la Cina è un paese povero senza ricchi, cioè un paese nel quale povertà è sinonimo di normalità.4 Resta inevasa l’implicita domanda su che fine abbia fatto il passato, quale pressione opponga – se la oppone – tutto quanto era stato prima della proclamazione della Repubblica Popolare e dell’avvio della Rivoluzione Culturale Proletaria. Una domanda assente dal dialogo tra A e B, quasi Mao avesse azzerato – o meglio, sussunto e sintetizzato alla perfezione – la memoria storica di un intero continente. Esigenze sillogistiche? Omissione voluta? Moravia scrive a chiare lettere: «I periodi storici non m’interessano affatto, come non m’interessa la storia in generale. Ciò che m’interessa è il presente».5 Un processo che per analogia ricorda le parole di viaggiatori di epoche ben più antiche, per i quali assolutizzare il presente e ignorare volontariamente il passato, consentiva di non interrogarsi sui processi di formazione delle società altrui, rappresentandole di fatto quali realtà fuori dalla storia. Un quesito che non a caso molti, prima dello stesso Moravia, hanno evitato di porsi, forse perché quello stesso poteva, in qualche modo, ridimensionare il “presente cinese”, e di conseguenza, farne precipitare il modello. Alla domanda di B «Dov’è oggi la povertà più umana?», A non esita un istante a rispondere: «In Cina». Tuttavia B obietta che in Cina sarebbe in atto, tra le altre, una vera e propria rivoluzione industriale, e che la povertà sarebbe il normale effetto del colossale investimento di capitale finanziario e umano per portarla a termine. Ma non c’è partita: A detiene convinzioni granitiche che disintegrano i dubbi di B. In Cina, in verità, si starebbe costruendo una coscienza della povertà, e il popolo cinese percepisce già la ricchezza «come peccato, come colpa, come delitto».6 4 Ivi, p. 11. 5 Ivi, p. 14. 6 ibid. 28 Società Italiana dei Viaggiatori «Che ne facciamo insomma della Cina? », domanda il personaggio B al personaggio A, il quale risponde: Non ne facciamo niente. Mi limito a ripetere che ho voluto spiegarti e spiegare a me steso il motivo del senso di sollievo che mi aveva procurato lo spettacolo della povertà cinese. Questo è tutto. Che poi l’utopia della Cina sia per durare per sempre o sia provvisoria e passeggera, questa è un’altra questione. A me è bastato trarne il pretesto per un certo discorso.7 Lo scenario sembrerebbe quello di un conte philosophique a chiave, in cui il Candide di turno si accontenta di registrare che in quella regione del Mondo si sta dunque realizzando un’utopia. Eppure, durante il soggiorno cinese, Moravia si muoverà dentro la serrata griglia della visite ufficiali. Vedrà cose, incontrerà persone iscritte in un rigido programma. Si troverà di fronte agli esiti più gravi del sottosviluppo di una nazione, in un momento di crisi sociale ad altissima intensità. Ricondotte all’attualità della Cina odierna, quella di Moravia – ma non è l’unica – suona simile a una “profezia negativa”: è accaduto l’esatto opposto. Con pochi colpi ben assestati la “cura” di Deng Xiaoping prima e il nuovo corso economico della maggiore delle Tigri Asiatiche poi, avrebbero letteralmente rovesciato il quadro idilliaco promosso allora anche dallo scrittore italiano. 3. Mille e un uso del Libretto rosso di Mao Il capitolo intitolato Il libro, è dedicato non tanto ai contenuti del Libretto Rosso di Mao, e all’uso che ne fanno i cinesi nella quotidianità. Moravia mostra uno spiccato interesse per quella che egli stesso definisce «l’adesione entusiastica» � delle masse a eleggere quel testo prontuario delle norme comportamentali alle quali il buon maoista deve necessariamente attenersi per la riuscita del processo rivoluzionario. Impressionato dalla presenza quasi ossessiva di quell’oggetto, tanto da cedere alla tentazione di collocarlo in una dimensione ontologica “ulteriore”, lo scrittore definisce il Libretto Rosso di Mao «un surrogato della coscien7 Ivi, p. 32. bollettino 2013 | studi 29 za e al tempo stesso il perno di un sistema di comportamenti rituali».8 Insomma, una guida pratica alla vita. Tutto può essere ricondotto agli insegnamenti del Grande Timoniere, non esiste aspetto dell’esistenza che non sia contemplato dall’enciclopedia maoista. E quando attraverso un simile feticcio dalla copertina rossa passa l’atto stesso del comunicare, la situazione assume toni involontariamente comici: Ecco i più importanti tra i gesti che si possono fare con un libro […]: si porta in giro il libro per mostrare che lo si ha e allora abbiamo la segnalazione, magari l’ostentazione. Si agita per aria ai raduni, alle sfilate, alle riunioni e allora abbiamo l’esaltazione del libro oppure la minaccia e la sfida per mezzo del libro. Lo si apre e vi si fa scorrere lo sguardo e allora abbiamo la consultazione. Lo si legge ad alta voce in risposta a qualcuno e allora abbiamo la citazione, la comunicazione. Lo si accarezza chiuso con la mano e lo si stringe al cuore e allora abbiamo l’affezione. Lo si tiene in mano durante le danze, i canti e le recite di propaganda e allora abbiamo la simbolizzazione… è incredibile, insomma, quanto possa influire sul comportamento dell’uomo un piccolo libro come quello di Mao.9 L’elemento sul quale si baserebbe il successo, ma soprattutto la funzionalità del Libretto Rosso, è la sua accessibilità, e la conseguente, immediata divulgabilità. Le parole, le immagini estrapolate dai discorsi di Mao sono, in sintesi, memorabili. Agli occhi dello scrittore, tale assunto è la prova materiale di quello che egli stesso, con formula semplificatoria, definisce «confucianizzazione di Marx»:10 Certamente nessun pensatore moderno rassomiglia meno a Confucio di Marx. […] Eppure nelle pagine di Mao, forse più avvertibile nel tono che nel pensiero, si può notare una contaminazione, fusione e vicendevole cor8 Ivi, p. 47. 9 Ivi, p. 48. 10 Ivi, p. 51. 30 Società Italiana dei Viaggiatori rezione di questi due pensatori così diversi. Beninteso il pensiero di Marx non subisce cambiamenti sostanziali; ma viene spostato leggermente, quasi impercettibilmente dal piano drammatico, problematico, dialettico che gli è proprio ed è proprio di tutta la cultura europea, a quello educativo, normativo, precettistico che è proprio di Confucio e più in generale della cultura cinese. Mao può essere duro, durissimo, magari spietato; ma la sua durezza e spietatezza sono pur sempre filtrate attraverso un’intenzione didascalica.11 Il fatto che il marxismo, pur nella sua declinazione maoista, si possa ridurre a un insieme di norme da mandare a memoria, - così come per più di un millennio è accaduto per il confucianesimo - legittima quindi l’ipotesi che tra le due dottrine vi sia un’identità di fondo. Moravia è convinto così di assistere a una conversione “dolce”, una sorta di «operazione religiosa»12 attuata attraverso il riuso di una strategia di comunicazione millenaria, come quella di riportare a memoria sentenze ed exempla. In tal senso, le sfilate delle Guardie Rosse diventano processioni di un culto antico, di ascendenza rustica, così come la dottrina marxista diviene una riproposizione aggiornata della pedagogia confuciana. È uno degli aspetti che fanno divergere alla radice maoismo e stalinismo: Mentre il culto di Stalin appariva rivolto alla persona del dittatore, in maniera affatto empia e moderna, il culto di Mao sembra essersi quasi spostato dalla persona al pensiero, cioè al libro, colorandosi di religiosità contadina e primitiva. Il culto di Stalin tradiva l’ammirazione per l’uomo eccezionale, per il demiurgo, per l’eroe; quello di Mao rivela invece un patetico bisogno di stabilità, un anelito profondo a un ordine duraturo.13 Buona parte del reportage di Moravia è investita nel tentativo di dimostrare come la Cina di Mao rappresenti una necessaria alternativa allo stalinismo sovietico. La seconda ondata rivoluzionaria parrebbe allo scrittore, in questo senso, alquanto propizia per almeno due motivi: in 11 ibid. 12 Ivi, p. 52. 13 Ivi, pp. 53-4. bollettino 2013 | studi 31 prima battuta, perché spiega l’insorgenza di quella temperie come una naturale reazione all’occidentalizzazione dell’Urss; di rimando, perché qualifica la violenta ondata di epurazioni – delle quali Moravia senza dubbio sapeva - come la necessità di convertire tutti gli elementi ancora eversivi all’unicità dell’istanza maoista. La lotta ai residui sovietici radicati nella società cinese – e le stesse modalità attraverso le quali questa si esprime – è una delle finalità fondamentali dell’opera certosina avviata dall’esercito delle Guardie Rosse: In maniera caratteristica, la grande purga […] non è stata portata a termine da una polizia segreta di tipo staliniano, prima di tutto perché in Cina non c’è una polizia segreta e poi perché, appunto in quanto la purga mirava a colpire soprattutto la burocrazia, non si poteva ricorrere alla polizia segreta la quale in fondo non è che una burocrazia come tutte le altre. No, Mao, in quest’occasione, come in tante altre, ha ascoltato il proprio cuore rimasto fedele, in maniera ingenua e nostalgica, agli anni strenui della guerra civile e ha fatto, come allora, appello alle masse e tra le masse ai giovani e ai giovanissimi.14 Va da sé che il ritratto di questo capo politico “ingenuo” è tutto letterario. Moravia evita attentamente di ricordare da quale clamoroso disastro sia emersa la scelta strategica di inaugurare un nuovo movimento rivoluzionario dal basso, una nuova “crociata dei fanciulli”, ovvero l’esito fallimentare di quello stesso processo di industrializzazione forzata cui Mao aveva sottoposto la Cina nel decennio precedente al viaggio dello scrittore. 4. Il realismo socialista e il fornello a gas Nel capitolo intitolato Anche Mao lo dice, Moravia racconta di una sua accesa discussione con un scrittore cinese a proposito dei doveri e dei diritti degli artisti in relazione all’egemonia di un regime che li indirizza nelle scelte espressive. È un contenzioso che si svolge - neanche a dirlo - a suon di citazioni dal Libretto Rosso. Una piccola pièce che sfuma nella disputa scolastica, e che offre allo scrittore l’occasione di enunciare 14 Ivi, p. 64. 32 Società Italiana dei Viaggiatori una profonda avversione al realismo socialista, oltre che una “lezione” sui postulati teorici ai quali l’artista cinese deve necessariamente attenersi per realizzare un’opera coerente alla cultura rivoluzionaria. La maggior parte dei classici citati per l’occasione da Moravia sono tacciati di revisionismo, pessimismo, compromissione con i valori borghesi, soggettivismo, addirittura tradimento, come nel caso di Sciolokov: lo slogan lapidario con il quale lo scrittore cinese censura l’insistenza di Moravia, « l’arte deve essere al servizio delle masse »,15 parrebbe suonare come una sorta di epigrafe dell’intero episodio: «Dica uno scrittore che le piace.» Enumera: «Fadaeev, Gorki, Furmanov, Balzac, Dickens, Merimée.» Tace aggiunge un nome incomprensibile. Finalmente comprendo: Heine. Riconosco l’eco marxista: Marx leggeva, citava, apprezzava Heine. Lo scrittore soggiunge in fretta: «Naturalmente questi scrittori non vanno accettati a occhi chiusi, così come sono. Bisogna farne delle edizioni critiche, con commenti per il popolo, magari tagliarli.»� La sottomissione dell’arte alle ragioni della politica è di fatto inaccettabile per la sensibilità occidentale di cui il viaggiatore si sente rappresentante. Tuttavia una simile “lacuna” democratica della Cina maoista deve essere necessariamente u n’eredità della trascorsa influenza sovietica: La politicizzazione della letteratura è dono dei russi; non è una teoria marxista, è una teoria sovietica. Marx, da buon tedesco rispettoso dell’autonomia della cultura, non ha mai detto che la letteratura dovesse fare la propaganda politica, Stalin sì.16 La Rivoluzione Culturale è un’epocale opera di affrancamento dall’ingerenza – compresa quella culturale e artistica - dell’Urss. Se uno degli scrittori più letti in Cina mostra ancora una così grave forma di assoggettamento ai dettami di certa propaganda, allora il processo di rinnova15 Ivi, p. 74. 16 Ivi, p. 76. bollettino 2013 | studi 33 mento invocato da Mao è più che legittimo. Il racconto della visita da parte di Moravia alla Città Proibita è in linea con tale assunzione di fondo. Oltre che dal corredo tradizionale di ornamenti e rarità di vario – e vago – interesse, l’attenzione dello scrittore è attirata da un certo numero di «statue di gesso dipinto di un brutto color marrone, di grandezza quasi naturale».17 Si tratta di una serie di gruppi statuari, attraverso i quali si narrano le tragiche condizioni del proletariato cinese prima dell’avvento della Rivoluzione. Una forma d’arte oltremodo semplificata nelle qualità espressive, interamente tesa a illustrare, quasi in senso didascalico, le vicende di una famiglia di coltivatori di riso sottoposti alla spietata legge di un latifondista, «il babau, l’orco, il mostro numero uno della Cina comunista […], semplicemente il diavolo».18 La mostra è corredata da un apparato scientifico molto particolare, come la pianta del palazzo di centottanta stanze del feudatario, le fotografie delle prigioni e delle catene destinate ai servitori recalcitranti. Lo stile delle statue è essenziale, «sentimentale, veristico, edificante, nelle quali De Amicis e De Sade si danno la mano con gli ignoti pittori delle stazioni della Passione nelle chiese dei nostri villaggi».19 È una «Via Crucis» tutta cinese, una rappresentazione già diventata “canone”: La famiglia dei contadini è lacera, affamata, affranta. Il padre è coperto di stracci, la madre ha un infante alla mammella, gli altri figli sono degli scheletri, i nonni due accattoni. Invece il proprietario è un mostro di sadismo: bellamente vestito di una lunga zimarra, sta sdraiato su cuscini, respingendo, superbo, con piede oltraggioso, le offerte di riso della sventurata famiglia. Il riso non basta, la famiglia torna al lavoro, sotto la sferza di spietati aguzzini. Alla fine, non riuscendo a soddisfare l’esosità del padrone, il padre prostituisce la figlia più grande; vende, per lo stesso scopo, la bambina in fasce. Ma il proprietario non si placa. Allora il contadino si rivolta. Nell’ultimo gruppo vediamo sgherri e proprietario atterrati e 17 Ivi, p. 90. 18 ibid. 19 Ivi, p. 91. 34 Società Italiana dei Viaggiatori uccisi; il contadino trionfante, sventola la bandiera di Mao.20 Poi, l’itinerario di regime prevede una breve spedizione in uno dei quartieri operai di Pechino. Nella casa prescelta i visitatori fanno la conoscenza di un vecchio macchinista ormai a riposo: «Lei lavora ancora?» «No, sono a riposo.» «E che fa?» «Per lo più faccio la propaganda al pensiero di Mao nel vicinato.» «E il resto del tempo che fa? Ascolta la musica alla radio?» «No, non mi piace la musica.» «Guarda alla televisione?» «No, non mi piace la televisione.» «Passeggia per i parchi?» «No, non mi piace passeggiare.» «Che fa?» «Leggo le opere di Marx, Lenin, Stalin, Mao.»� Ma proprio quando la visita volge alla fine, il vecchio operaio insiste per mostrare la cucina ai suoi gentili ospiti: C’è una piccola credenza, un piccolo tavolo, un fornello a gas. L’operaio si avvicina a questo fornello e allora avviene un fatto singolare: il lettore degli irti e oscuri Marx e Lenin, del noioso e clericale Stalin, del moralistico e didascalico Mao, mostra di riporre tutto il suo orgoglio in quel comunissimo fornello a gas. Accende un fiammifero, fa sprigionare le fiammelle, ci mette sopra, con gesto dimostrativo, una pentola. Come per dire: «Guardate che cosa ho. Avete mai visto una cosa simile ?».21 20 Ivi, p. 92. 21 Ivi, p. 97. bollettino 2013 | studi 35 Il fornello a gas rientra certo nell’ordine delle prove tangibili di un avvenuto progresso sociale; resta il fatto che l’interesse mostrato per «gli oscuri Marx e Lenin, il noioso e clericale Stalin, il moralistico e didascalico Mao» � non sarebbe nemmeno paragonabile all’entusiasmo suscitato nel vecchio dal funzionamento di quell’oggetto. In qualche misura, anche l’anziano macchinista è un residuo della Cina prima della Rivoluzione Culturale, ovvero un paese senz’altro comunista ma ancora profondamente avviluppato nelle spire di una mentalità – anche questa d’ispirazione sovietica – piccolo borghese. 5. Le Guardie rosse, fanciulli in crociata In cosa consiste dunque l’identità alternativa del giovanissimo esercito delle Guardie Rosse «per Mao contro tutti»? Lo spiega il breve capitolo intitolato In Italia, studiate il libro di Mao?. Questi ragazzi, molti dei quali non ancora ventenni, rappresentano per Moravia il vero nucleo di novità, la forza rigeneratrice di quella rivoluzione in grado di riflettere lo spirito delle nuove generazioni, desiderose di partecipare in prima persona alla costruzione di una società migliore. Moravia, ancora una volta, in tale fervore coglie una nota “religiosa”: Li guardo mentre li interrogo e ripeto dentro di me: sono dei ragazzini, dei bambini. Sono bambini per la freschezza, per l’ignoranza, per l’ingenuità, per l’aggressività; ma soprattutto sono bambini per la qualità candidamente religiosa della loro credenza. Li hanno chiamati all’estero hooligans e Hitlerjugend (in Urss), teppisti (versione angloamericana di destra), beat cinesi (versione angloamericana di sinistra), pretoriani (versione cinese di Formosa) e così via. Ma a me fanno venire in mente un ricordo storico: quello della quinta crociata, la cosiddetta crociata dei fanciulli.22 Gli attributi, impliciti ed espliciti, emersi da questo primo ritratto, ritorneranno costantemente nel corso del reportage. I ragazzi delle Guardie Rosse sono «innocenti e fanatici»,23 «gentili, dolci, simpatici»,24 «boy22 Ivi, p. 102. 23 ibid. 24 Ivi, p. 104. 36 Società Italiana dei Viaggiatori scouts politici, fanciulli in crociata», mescolanza di «infantilismo e fanatismo».25 In proposito, Moravia si sofferma a narrare un episodio riguardante i “celebri” metodi di rieducazione praticati dalla Guardie Rosse. Protagonista del racconto la moglie dell’allora Presidente della Repubblica Liu Shaoqi, sottoposta a un feroce processo pubblico per vicende riguardanti la direzione dell’università di Jinghua . «La famigerata ladra numero uno dell’Università di Tsinghua [sic]», Wang Kuangmei, viene costretta con il ricatto all’autocritica davanti a una folla inferocita di studenti, professori, lavoratori di varia provenienza. Per attirarla fuori dalle mura della sua abitazione (ancora non era concessa alle Guardie Rosse l’autorità per varcare arbitrariamente la soglia della casa del Presidente della Repubblica), alcuni componenti di quell’esercito sequestrarono la figlia di Wang Kuangmei, la quale si trovò costretta a presentarsi pubblicamente davanti alla folla e a sottoporsi così alla manovra rieducativa dell’esercito di Mao. È il plot di migliaia di vicende identiche che il popolo cinese vivrà sulla propria pelle, esempio angoscioso dell’anarchia politica che investì le sorti della Repubblica Popolare e che rafforzò la posizione di Mao nel quadro gerarchico del Partito Comunista Cinese. Una tragedia che solo oggi, nel Ventunesimo secolo, comincia a contare le proprie vittime. Da parte sua, Moravia interroga i giovani crociati con simpatia, qualificando lo strumento del sequestro e della coercizione ideologica una manifestazione «infantile». I metodi da Santa Inquisizione vengono così riconvertiti in un discorso il cui rigore ideologico legittima la soppressione dei fatti concreti: se Mao è una valida alternativa alle degenerazioni dello stalinismo, ciò vuol dire che anche l’istituzione delle Guardie Rosse – e dei suoi metodi – rientra in un simile programma di epocale emancipazione: Il dibattito […] verte su un punto molto semplice anche se importantissimo: è più ortodosso il sistema russo della direzione partitica dall’alto o quello maoista della direzione delle masse dal basso? Ecco tutto. Qualcuno, adesso, si domanda: perché Mao, che ha la possibilità, non fa arrestare i propri oppositori (a cominciare da Liu Sciao-sci [sic]) e non li fa proces25 ibid. bollettino 2013 | studi 37 sare e fucilare, come avrebbe fatto Stalin? Ma Mao non è Stalin. Mao non vuole il potere personale attraverso la violenza, come Stalin. Mao l’educatore, Mao il dialettico, vuole il potere ideologico attraverso la persuasione e l’educazione. Così egli non desidera che Liu Sciao-sci sia ucciso bensì che cambi idea, cioè che si riconosca eretico e abiuri l’eresia.26 La figura del Grande Timoniere, la sua portata iconografica, il suo mito personale, la sua straordinaria dimensione di «eroe eponimo», ovvero di «uomo che dà il suo nome a un’intera epoca, a tutto un aspetto di una determinata società»,27 è il monolite con il quale ogni viaggiatore coevo sente la necessità di confrontarsi. Moravia vede in Mao uno spiccato carattere di «creatività politica e ideologica»,28 che sarebbe ragione della duratura sopravvivenza della sua opera. Mao, nelle parole di Moravia, è una sorta di eroe “naturale”: Mao ormai ha settantaquattro anni e il culto della personalità, sfrenato e quasi mostruoso, al quale si è lasciato andare negli ultimi sei mesi, se non è un freddo espediente politico, è senza dubbio un grave segno di debolezza. Tuttavia resta fuori dubbio che per quanto riguarda la sua vita passata gli possono essere accostati soltanto personaggi della statura e del carattere di Pietro il Grande di Russia e di Oliviero Cromwell d’Inghilterra. Con costoro Mao ha in comune la formazione culturale complessa e travagliata, il coraggio fisico, il talento militare, le fortune avventurose facilmente mitologizzabili e infine e soprattutto quel non so che di enigmatico e di popolaresco, di comune e di ambiguo che viene non già dall’ingegno, ma dalla natura.29 6. Il Convitato di Pietra e l'anatra laccata Il percorso “turistico” seguito da Moravia prosegue poi all'insegna di tappe ampiamente canonizzate: la Grande Muraglia «espressione del 26 Ivi, p. 107. 27 Ivi, p. 112. 28 Ivi, pp. 112-3. 29 ibid. 38 Società Italiana dei Viaggiatori conservatorismo cinese»,30 il Palazzo d’Estate, il complesso funerario risalente all’epoca Ming. A proposito di queste ultime, l’autore nota con piacere come il sito archeologico sia stato rifunzionalizzato dal regime in termini pedagogici. Una società non comunista può essere ingiusta anche per quel che concerne la morte. La tomba Ming (in quegli anni ne era stata scavata solo una) «non è bella perché non è buona», nonostante questo «può essere educativa», come insegna la guida cinese che accompagna Moravia: Il signor Li parla dell’imperatore e delle imperatrici con profonda, sincera antipatia. Soggiunge dopo un momento: «Quando un imperatore veniva a morire, era seppellito in questo modo. Se, invece, moriva un contadino, si faceva una buca presso la casa e poi si gettava sopra un po’ di terra e basta.»31 In una simile prospettiva, anche una parte dell'antica cultura culinaria è stata “salvata”. Moravia annota che a Pechino non vi sono più locali dove recarsi a mangiare, a fronte di un passato in cui esisteva una pluralità tale di luoghi che si potevano gustare le specialità di tutte le province cinesi. Niente è sopravvissuto, tranne un ristorante. La guida infatti avverte lo scrittore che in quel luogo avrà modo di assaggiare la celeberrima anatra laccata di Pechino. Un esacamotage davvero cinese: Quel solo ristorante era stato lasciato aperto a scopo educativo. Coloro che vi erano invitati, tutti visitatori occidentali, dunque borghesi, dovevano rendersi conto, divorando i manicaretti dell’antica cucina cinese, che stavano commettendo un’infrazione, una trasgressione, quasi un delitto. Era loro consentito, insomma, una volta tanto, di non mangiare male come negli alberghi del turismo di massa, ma benissimo, come nei ristoranti prima della Rivoluzione Culturale. Però con un senso di colpa. Di rimbalzo, sarebbero poi seguiti con la digestione, pentimento, ravvedimento, persuasione.32 30 Ivi, p. 143. 31 Ivi, pp. 169-70. 32 Ivi, p. 177. bollettino 2013 | studi 39 Proprio nel capitolo intitolato Il Convitato di pietra accade che Alberto Moravia sia in buona sostanza “costretto”, in virtù di quell’iter programmato in suo favore, a cenare in quell’unico ristorante ancora aperto. Per l’occasione Moravia e la Maraini decidono di evitare l’uno la cravatta, l’altra la gonna, dal momento che si tratta di simboli di corruzione borghese. Il locale è arredato con un gusto che coniuga una vaga idea del neoclassico con le spartane suppellettili dello stile sovietico. I commensali non hanno la possibilità di comunicare con altri eventuali presenti, devono bensì concentrarsi esclusivamente sulla qualità del cibo: la “lezione” alla quale i due occidentali debbono sottoporsi deve risultare inequivocabile. Da fuori, il solito altoparlante declama le citazioni tratte dal Libretto Rosso. Arriva, quindi, l’anatra. Tutte le pietanze che i due gusteranno durante la serata è stata ricavata da quella primigenia portata: antipasti, piatto forte, contorni. Un piatto squisito, cucinato con sapienza, tanto da far esclamare a Moravia: «Non abbiamo mai mangiato così bene in Cina».33 Poi la stessa eccezionalità del pasto ne svela la portata educativa: «[…] Lo sai che cosa penso?» «Che cosa?» «Di essere Don Giovanni alla scena dell’ultimo atto. È come se avessi sfidato cioè invitato a cena < la statua gentilissima del gran commendatore >, ossia la statua di gesso bianco di Mao che sta nell’atrio del nostro albergo. L’ho invitata empiamente anche se intrepidamente a mangiare l’anatra di Pechino con noi. Ebbene, tra poco udirai un passo lento, pesante, calcato, terribile, e udirai una voce di basso profondo pronunziare: < Don Giovanni a cenar teco – m’invitasti e son venuto. > Dopo di che, la statua mi prenderà per mano e mi trascinerà all’inferno. Voglio dire all’inferno capitalista.»34 Dietro l’allegoria del seduttore diabolico sembrerebbe celarsi l'insanabile frattura tra Occidente capitalista e Cina comunista, tra la “perversione” che pervade il primo e l’intento educatore e punitivo che connota il secondo: 33 Ivi, p. 186. 34 Ivi, p. 187. 40 Società Italiana dei Viaggiatori «Non ricordi? < Pentiti, cangia vita – È l’ultimo momento >? Potrebbe essere detto da Mao a tutti i capitalisti o revisionisti, secondo la sua ben nota propensione didascalica ed educativa di origine confuciana. Ma Don Giovanni, purtroppo, non può che rispondere: < No, no, ch’io non mi pento. > Mao-Commendatore insiste: < Pentiti scellerato. > Don Giovanni, dal canto suo, ribatte: < No, vecchio infatuato. > Il contrasto è insanabile. Noi due siamo due Don Giovanni. Trappoco Mao arriverà, o meglio la sua statua, con il suo passo pesante diversi quintali di gesso.»35 La figura terrifica del Convitato di pietra è dunque Mao, nume guida di ogni viaggio in Cina, modello ineffabile da interrogare per cogliere il senso di un processo dialettico che non sembra conoscere sintesi. Tuttavia, il maoismo non condanna, o quantomeno non condanna senza appello: Io credo che se la statua fosse venuta, ci avrebbe semplicemente dato il libretto roso delle citazioni di Mao e poi se ne sarebbe andata. Nell’inferno dei cinesi non c’è nessuno. Nessuno è veramente dannato. Tutti possono essere recuperati, rieducati grazie ad un acconcio lavaggio del cervello. Distolti, grazie alla lettura del libro di Mao, dalla strada del capitalismo e avviati verso quella del maoismo.36 7. Alcune conclusioni Il viaggio di Moravia in Cina è stato contraddistinto, in ultima analisi, da un motivo costante, ovvero il confronto diretto - e indiretto - tra la Cina e l’Unione Sovietica. Il vero protagonista de La rivoluzione culturale in Cina è il serrato e ossessivo confronto tra Mao e Stalin, tra i sistemi politico-sociali elaborati dalle due culture che essi simboleggiavano. Non è necessario ribadire che il vincitore politico e soprattutto morale, in questo agone, sia stato Mao Zedong: Moravia non ne fa alcun mistero. In tal senso, lo scrittore romano ha guardato alla Cina negli anni della Rivoluzione Culturale secondo una prospettiva regressiva. La “nuova” 35 ibid. 36 Ivi, p. 190. bollettino 2013 | studi 41 parabola maoista rappresenta ai suoi occhi una forma di ritorno alle origini del discorso marxista. La povertà - ma sarebbe più corretto dire l’etica della povertà - intesa come tensione verso l’unica condizione possibile dell’umano essere, la gestione del partito dal basso, la partecipazione collettiva alla cosa pubblica, l’iterazione del processo rivoluzionario con il conseguente coinvolgimento delle generazioni più giovani, sono gli elementi che farebbero del maoismo, con i dovuti distinguo, un’utopia realizzata. A ben vedere, Moravia non esalta Mao come figura di rinnovatore. Quelli condivisi non sono solo gli aspetti, per dire così, innovativi della dottrina di quest’ultimo, bensì quelli che persistono nel conservare intatto il nucleo semantico più autentico del comunismo rivoluzionario. Moravia mostra così di conoscere davvero poco le ragioni profonde alla base di quel colossale - e drammatico – movimento di persone ed energie sociali denominato Rivoluzione Culturale. Non a caso di esso si limita a osservare l’aspetto, se si vuole più letterario, esaltando quella “povertà cinese” in odore di condizione edenica. Il fallimento del comunismo sovietico, inteso anche come universo di riferimento per quanti materialisti dialettici ne avevano in passato condiviso le sorti, è rischiarato dalla nuova ascesa dell’astro di Mao. Esaurita la parabola del primo, la nuova lunga marcia intrapresa dal popolo cinese è al contrario costellata di speranze per il futuro. Le novità politiche non giungono più dall’Est dell’Europa, ma dall’Estremo Oriente, e di questa realtà l’intellettuale d’ispirazione marxista pretende di farsi testimone. La rivoluzione culturale in Cina di Moravia è, ancora oggi, uno degli esempi più vivi di come si guardasse alla Repubblica Popolare quale luogo teorico di una rivoluzione galileiana in atto. La Terra, la sinistra italiana e occidentale, gira intorno al Sole, ovvero a Mao Zedong, che tutti acceca – è il caso di dire – con la sua luce. bollettino 2013 | studi 43 laura cassi Il centenario della spedizione De Filippi in Asia Centrale (1913-14) Fra le tante, possibili tipologie di viaggio, una fra le più interessanti è costituita sicuramente dalle esplorazioni scientifiche, cui l’Italia ha offerto contributi significativi. Più motivi richiamano interesse per le spedizioni italiane in Asia centrale dei primi ’900: l’oggettiva rilevanza di aree nevralgiche ieri e oggi, divise fra più Stati, principalmente Pakistan, Cina, India, la rinnovata attenzione per il tema delle esplorazioni con speciale riguardo all’apporto italiano, l’attrazione esercitata da nuove forme di turismo per non parlare dell’esigenza - oggi finalmente riconosciuta - di tutela e valorizzazione del patrimonio scientifico. In particolare, in queste pagine ricordiamo la spedizione al Karakorum e al Turkestan Cinese, organizzata nel 1913 da Filippo De Filippi, medico e fisiologo, appassionato di montagna, che aveva seguito il Duca degli Abruzzi in alcune delle sue imprese, delle quali aveva redatto anche le relazioni per la pubblicazione. Fu una spedizione grandiosa - “la più importante fra tutte, per il progresso della conoscenza, specialmente scientifica, del Karakorum di cui fanno fede il numero e la qualità dei partecipanti, la durata del viaggio, e la molteplicità delle ricerche compiute secondo un piano ben prestabilito” come scrisse il geografo Giotto Dainelli – che lasciò l’Italia ai primi dell’agosto 1913 per rientrarvi diciassette mesi dopo, dopo avere percorso oltre 2000 chilometri, attraverso l’India, il Bàltistan, il Làdak, l’Asia centrale ed il Turchestan. Con questo viaggio nelle catene himalayane, del Karakorum e del Cuen Lun, De Filippi intendeva affrontare e risolvere una serie di aspetti e problemi legati alla gravità e al magnetismo terrestre, alla radiazione solare, alle condizioni meteorologiche e ai movimenti dell’alta atmosfera. 44 Società Italiana dei Viaggiatori A tale scopo, nonostante le difficoltà connesse all’attraversamento di regioni disabitate, particolarmente aspre e accidentate, furono predisposte lungo l’itinerario stazioni di rilevamento dotate di strumenti di grande precisione. Un altro obiettivo era quello di sciogliere il nodo dello spartiacque indoasiatico, fra il ghiacciaio Siàchen ed il valico del Karakoram, che le precedenti missioni avevano lasciato irrisolto, esplorando completamente un’area allora posta sotto il controllo inglese, diventata oggi una delle aree ‘delicate’ del pianeta, teatro di confronto fra Pakistan, India, Cina. Accurate operazioni di triangolazione e di rilevamento topografico connesse all’esplorazione del ghiacciaio Rimu, fino ad allora sconosciuto, mostrarono che da esso scaturivano i fiumi Shyok, affluente dell’Indo, e Yàrcand, affluente del Tarim cinese. Il gruppo degli esploratori-scienziati era particolarmente numeroso e qualificato, da Alberto Alessio, docente di geodesia teoretica, a Nello Venturi Ginori, esperto meteorologo, al tenente del genio Cesare Antilli, incaricato delle riprese fotografiche, all’astronomo Giorgio Abetti, all’ing. John Alfred Spranger, al maggiore Henry Wood, dell’ufficio trigonometrico indiano, ai geografi Olinto Marinelli e Giotto Dainelli. Un supporto fondamentale fu offerto inoltre dalle guide valdostane, e in particolare da Giuseppe Petigax, già al seguito delle imprese del Duca degli Abruzzi. Molto è stato scritto sulla Spedizione del ’13-’14: oltre ai ponderosi volumi relativi ai risultati scientifici, i tanti resoconti e presentazioni ufficiali fatti dal De Filippi, e le tante note sulla spedizione pubblicate su riviste italiane e straniere. Tuttavia, lo svolgersi della spedizione quasi allo scoppio della prima guerra mondiale, la presentazione ufficiale dei risultati negli anni della guerra, il protrarsi per anni della pubblicazione di tali risultati (la storia stessa della spedizione viene pubblicata 10 anni dopo la sua conclusione), l’imminenza della seconda guerra mondiale, stabilendo oltretutto una cesura forte con il passato, con un certo modo di fare scienza e in genere con la cultura legata al Positivismo, e anche la diffusione di nuovi tipi di esplorazione hanno contribuito a affievolire l’eco dell’impresa. Alcuni anni fa, tuttavia, traendo spunto dalla riscoperta di importanti documenti inediti relativi alla spedizione del Duca degli Abruzzi al bollettino 2013 | studi Il fiume Yarkand Misure della radiazione solare 45 46 Società Italiana dei Viaggiatori Karakorum (1909) e a quella di Filippo De Filippi in Asia Centrale (1913-14), la Società di Studi Geografici, in collaborazione con altri prestigiosi enti e istituzioni del mondo accademico e culturale, organizzò una serie di manifestazioni dedicate a tali imprese, diverse fra loro, ma ambedue a cavallo fra quelle ‘eroiche’ verso terre ignote, che avevano via via permesso di riempire gli spazi vuoti delle carte geografiche e che erano proseguite per tutto l’800, e quelle ‘scientifiche’ che, già ai primi del ’900, potevano fruire di strumenti di indagine e di reportage impensabili fino a pochi decenni prima. La spedizione del Duca degli Abruzzi infatti, pur proponendosi anche scopi scientifici - quali misurare la resistenza dell’organismo umano all’altitudine - fu in primo luogo alpinistica, proponendosi la conquista del K2 (obiettivo che fu mancato per poco ma compensato dal primato dell’altezza sul Bride Peak); quella del De Filippi fu invece rigorosamente scientifica, escludendo da tutto principio l’aspetto alpinistico. In occasione del centenario della più grande spedizione scientifica italiana in Asia Centrale, piace dunque richiamare l’attenzione del pubblico su personaggi che non esitiamo a definire straordinari, tutti molto diversi fra loro, ma per certi versi un po’ dimenticati: sono gli ultimi esploratori istituzionali, il più famoso è il Duca degli Abruzzi; il De Filippi è personaggio noto negli ambienti della storia delle esplorazioni ma poco conosciuto dal grande pubblico; Giotto Dainelli è figura di studioso nota nella Firenze degli anni ’20 e ’30, ma in seguito, forse anche per i suoi trascorsi politici, entrata in un cono d’ombra. E piace ricordare che le iniziative del centenario, con la mostra aperta a fine 2012 presso l’Archivio storico del Comune di Firenze, hanno mosso i primi passi nella città in cui gli studi orientalistici, con l’Istituto di Studi Superiori pratici e di perfezionamento, fra fine ’800 e primi ’900 vantavano una tradizione di eccellenza, grazie ai nomi di Michele Amari e di Carlo Puini (scopritore e studioso dei manoscritti di Ippolito Desideri, che aveva visitato il Tibet nel ’700), e dove la tradizione di studi sull’Oriente è continuata, se pure su piani diversi, con Fosco Maraini, fino allo stesso Tiziano Terzani. Della spedizione del 1913-14, come sopra accennato, sono stati ritrovati gli album fotografici originali, costituiti da oltre 3000 immagini, senza contare le copie di molte delle foto allegate a tali album, e i diari del De bollettino 2013 | studi Portatori in posa con le casse della strumentazione scientifica della Spedizione De Filippi Filippo De Filippi su un masso erratico del Ghiacciaio Rimu 47 48 Società Italiana dei Viaggiatori Filippi. Di grande valore documentario e scientifico i primi, sia per la tipologia dei soggetti che per la loro qualità e quantità; degni di altrettanto interesse - seppure su un piano diverso - i resoconti manoscritti, che permettono di ricostruire giorno per giorno la storia dell’impresa. Questi diari hanno costituito la traccia per la redazione del resoconto ufficiale, dato alle stampe nel 1924, e dunque non offrono una versione diversa degli avvenimenti rispetto a quest’ultimo, ma hanno il pregio della presa diretta, dell’immediatezza delle situazioni, delle impressioni e degli stati d’animo spontanei, conducendo il lettore nel vivo dell’azione, facendolo partecipare in prima persona agli avvenimenti. La scrittura del De Filippi offre la registrazione giornaliera dei fatti con un linguaggio asciutto, essenziale, che poco concede alle emozioni private, senza per questo essere freddo o distante. D’altronde, i diari degli esploratori in zone estreme sono per forza di cose limitati all’essenziale, lo stato di salute dei partecipanti e le condizioni del tempo innanzitutto. Tuttavia le descrizioni d’ambiente, naturale e umano, seppure illustrate dalla scrittura di un De Filippi costantemente assorbito dalle responsabilità di capo di una spedizione scientifica imponente, rivelano profondo interesse per tutto ciò che è dintorno e un’intensa partecipazione. Bibliografia La “Dimora delle nevi”e le carte ritrovate. Filippo De Filippi e le spedizioni scientifiche italiane in Asia centrale (1909 e 1913-14), a cura di L. Cassi, Memorie Geografiche, pubblicate come supplemento alla Riv. Geogr. Ital., Società di Studi Geografici, n.s. n. 8, 2009. L. Cassi - F. Zan, Rediscovering Filippo De Filippi’s Travel Journals of his 1913-14 Expedition to Karakoram, Himalaya and Eastern Turkestan, cd part of the volume Rediscovering the Abode of Snow. Filippo De Filippi and the Italian Scientific Expeditions to Central Asia (1909 and 191314), edited by L. Cassi – V. Santini - F. Zan, Pisa, Pacini Editore, 2012. bollettino 2013 | portfolio manfredo pinzauti il rumore del silenzio Pier in Balestrand. Sognefjord. Norway 49 50 il rumore del silenzio Fv600 Vagsoy Island Nordfjord Società Italiana dei Viaggiatori bollettino 2013 | portfolio il rumore del silenzio Vagsoy Island. Kvalheimsvika Bay. The Kannestein rock. Nordfjord 51 52 il rumore del silenzio Storseisundet bridge. Atlantic Road. Norway Società Italiana dei Viaggiatori bollettino 2013 | portfolio il rumore del silenzio Hella. Sognefjord. Norway 53 54 il rumore del silenzio Dragsvik-Hella. Sognefjord. Norway Società Italiana dei Viaggiatori bollettino 2013 | portfolio il rumore del silenzio Balestrand. Sognefjord. Norway 55 56 il rumore del silenzio Oslo. Bogstadvannet lake Società Italiana dei Viaggiatori bollettino 2013 | report 57 maria gloria roselli incanto e astronomia a samarcanda S amarcanda non è solo una città dell’Uzbekistan, è l’esperienza tangibile di un immaginario che vive dentro di noi. Entrando a Samarcanda si entra nel crocevia di quella mitica via della seta, un ponte tra occidente e oriente, che per secoli ha unito l’Europa con la Cina permettendo lo scorrere, oltre che delle merci dei mercanti, di colori, lingue, suoni, facce diverse, con un flusso bidirezionale. Tante culture diverse hanno percorso quella strada, per tutto il tragitto o solo per una parte, a una velocità superiore degli spostamenti fisici degli uomini. Il mercato di Samarcanda è stato in passato il fulcro di questo crocevia. Chiudendo gli occhi si può facilmente immaginare, nell’attuale mercato, il viavai di scambi materiali e immate- riali del passato. Ciò che colpisce maggiormente adesso è la straordinaria varietà delle facce, riunite nel mercato per i piccoli commerci. Gli abitanti di Samarcanda dicono che in Uzbekistan convivono 120 diverse etnie: forse è un’esagerazione o forse è davvero così. Di fatto, se guardiamo negli occhi la gente che affolla le bancarelle, pare di sfogliare un atlante di geografia umana. Ci sono occhi grandissimi e scuri e poi mille varietà fino a quelli a mandorla, attraverso tante dolci, impensabili sfumature. Lo stesso si può dire dei colori dei vestiti delle donne, più o meno della stessa foggia con pantaloni fin sopra le caviglie e camiciona fino a quasi il ginocchio. Caratteri caucasici modulano tratti orientali e si riconoscono, tra le facce degli uzbeki, tantissime facce tagike e perfino mongole, 58 ma anche afghane e arabe. Poi ci sono i Tatari di Crimea e quelli di Astrakan, e ancora i Russi, ultimi arrivati alla conquista dell’Uzbekistan prima della recente indipendenza. È lo specchio di un passato importante, millenni di storia che parlano di scambi, commerci, scontri, saccheggi, dominazioni. E Samarcanda ne deve aver vissute tante di storie, dalla sua fondazione nel 700 aC. Prima impero persiano, poi conquista di Alessandro Magno, poi ancora i persiani, gli arabi, i saccheggi mongoli e poi Tamerlano e i successivi anni di Impero dei Timuridi, poi ancora sotto la Persia. I Russi sono solo gli ultimi conquistatori, che inglobarono Samarcanda nel loro impero nel 1868. Il succedersi delle conquiste ha permesso che Samarcanda adottasse nuovi regimi politici, credi religiosi, nuovi alfabeti e sistemi di numerazione, edificazione di palazzi e monumenti, rimescolamenti culturali continui. La Samarcanda attuale testimonia soprattutto quel medioevo in cui regnavano Tamerlano e, dopo la sua morte, il figlio e soprattutto il nipote Ulugh Bek. Lavorarono in città i migliori architetti per rendere maestosa e imponente la città. La spettacolare piazza del Registan è la meraviglia assoluta di Samarcanda. È una piazza enorme, circondata da moschee e madrasse per tre dei suoi quattro lati. Le facciate sono un trion- Società Italiana dei Viaggiatori fo di decorazioni, soprattutto oro su un fondo di azzurro che varia dal turchese al blu. Vengono in mente gli antichi traffici di pietre che portavano ai nostri pittori cinquecenteschi gli azzurri ottenuti dai turchesi e dai lapislazzuli sminuzzati per il celeste e l’oltremare del cielo e dei mantelli delle madonne. La madrassa centrale e l’edificio a est della piazza sono di fattura seicentesca, con decorazioni di leoni e tigri, stranezza per le rappresentazioni islamiche che vietano la riproduzione di esseri viventi negli edifici religiosi. L’edificio più affascinante e più antico è quello voluto da Ulugh Bek, a ovest della piazza, terminato all’inizio del ‘400. Le decorazioni rispecchiano la personalità del sovrano timuride, scienziato a tutto tondo ma soprattutto astronomo. Le stelle sono il tema principale, una vera dedica agli studi accuratissimi del raffinato scienziato. La madrassa dunque era centro religioso e culturale allo stesso tempo, dove gli studenti potevano imparare varie discipline. Ulugh Bek costruì a Samarcanda anche un enorme osservatorio con un sestante di quasi 40 metri di raggio, che gli serviva per i calcoli della posizione delle stelle. Il suo atlante con le coordinate di posizione di quasi 1000 stelle fu fin da allora un manuale di riferimento per gli studiosi di tutto il mondo. Bisogna andare al centro della piazza del Registan e girarsi lenta- bollettino 2013 | report mente per tre lati per sentire l’effetto delle proporzioni perfette degli edifici. Si sente tutta la potenza degli edifici religiosi, che fa sentire l’uomo cosa piccola al confronto. Allo stesso tempo la bellezza dei mosaici e la meraviglia delle architetture incombono in modo impressionante, non si riesce a staccare gli occhi da quell’azzurro e oro. L’unico lato spoglio della piazza sembra un rifugio e un riposo da tanta bellezza. Il ripetersi geometrico dei motivi dei mosaici mostra un’attenzione estetica che sembra l’effetto di una cultura 59 orientata alla rappresentazione matematica. Il caleidoscopio di disegni che scompongono gli spazi delle facciate ottiene l’effetto di risaltare l’insieme, come se la somma dei singoli pattern amplificassero esponenzialmente la ricchezza finale dell’insieme. D’altra parte, ben 6 secoli prima del grande astronomo Ulugh Bek, in Uzbekistan era nato un altro matematico incredibile, oltre che astronomo. La parola algebra trae origine da un suo scritto; il suo nome era Al-Khwarizmi, da cui deriva il termine algoritmo. 60 Società Italiana dei Viaggiatori niccolò bagnoli australia orientale L a prima occasione di un viaggio simile si presentò nel 2007, quando i Campionati Mondiali di dragon boat, particolare specialità dell’universo-canoa, si tennero proprio a Darling Harbour, il porto di Sydney, in Australia. All’epoca non avevo i fondi necessari per sostenere un sogno simile, totalmente a carico degli atleti, e dovetti rinunciare. Cinque anni e mezzo dopo una chiamata particolare per una gara molto meno prestigiosa di una rassegna iridata, la partenza a tempo indeterminato di alcuni amici e una situazione economica nettamente più florida sono stati fattori fondamentali perché il sogno potesse avverarsi: si parte per l’Australia. Cosa è successo in quei 2000 giorni circa perché il sogno potesse avverarsi? Intanto la fine degli studi è coincisa, fortunatamente, con l’inizio di un lavoro solido; poi è arrivata la “migrazione” di un gruppo di amici, che a partire dalla metà del 2011 ha scelto di partire alla volta della lontanissima Sydney in cerca di fortuna, un gruppo di ventenni e trentenni “valigia con lo spago e scarpe di cartone” costretti, purtroppo, a ripercorrere il cammino di tanti italiani in preda alla disperazione nei primi del ‘900 prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale poi. Infine l’invito a partecipare ad una regata di canoa in programma nel pomeriggio dell’ultimo giorno dell’anno. Uno più uno più uno fa tre, il numero perfetto, come la decisione: impossibile non accettare di partire. La partenza è datata 20 dicembre 2012. Ho avuto la fortuna di viaggiare più volte al di fuori dei confini europei: bollettino 2013 | report Sudafrica, Stati Uniti, Canada, Cuba, Cina, Hong Kong, Macao. Nessuno di questi viaggi tuttavia, per un italiano, può essere minimamente paragonabile al massacro necessario per raggiungere l’emisfero australe. Il calcolo complessivo è semplice: il treno che da Firenze porta a Milano, incluso il collegamento fino a Malpensa, impiega poco meno di tre ore; il volo è poco dopo le 21, contando le due ore di anticipo e l’attesa della coincidenza per Malpensa a Milano, la partenza da Firenze è alle 14.30 circa; da Malpensa il volo dell’Etihad mi porta ad Abu Dhabi in sei ore; l’attesa per il volo Virgin Australia che deve dirottarmi a Sydney nello stupendo e modernissimo aeroporto degli Emirati Arabi è di circa quattro ore; il secondo aereo per raggiungere la capitale del New South Wales impiega quattordici ore e mezzo. Dal giovedì 20 dicembre alle 14,30 arrivo a Sydney la mattina alle 7 del sabato 22: al netto del fuso orario – dieci ore in avanti – si parla di circa trentuno ore complessive di viaggio. Una mostruosità, soprattutto se ti rendi conto che non hai con te un kit spazzolino/dentifricio da viaggio… La prima impressione dell’Australia, per quanto solo dal Kingsford Smith International Airport, è di un ordine clamoroso. Il corridoio che porta all’area adibita al ritiro bagagli passa attraverso un duty free, tappezzato di campagne statali anti-alcol e anti- 61 fumo che trovano poi anche conferma al banco: il prezzo di una bottiglia di qualsiasi cosa, dal vino al whiskey, è inavvicinabile, così come quello per le sigarette – un pacchetto da 25 costa tra i 14 e i 25 dollari australiani, quindi circa dagli 11 ai 20 euro – e non puoi comprare più di un totale di 50 sigarette. Al foglietto d’ingresso già debitamente compilato sull’aereo, una volta preso il bagaglio ce ne fanno compilare un altro, che viene controllato addirittura due volte, sia dall’addetto alla sicurezza aeroportuale durante la fila sia dal doganiere vero e proprio il quale, non appena scorge la nazionalità sul mio passaporto, mi domanda con un sorriso beffardo se Berlusconi secondo me verrà nuovamente eletto. Alla fine comunque la trafila è compiuta. L’ordine fortunatamente, oltre che dal punto di vista burocratico, esiste anche per i trasporti pubblici. L’aeroporto è collegato al centro città da una comodissima metropolitana, che in realtà è una vera e propria linea ferroviaria. Faccio il biglietto per arrivare alla mia destinazione, 16 dollari, prendo un puntualissimo treno per la stazione Central, da dove ne prendo un altro altrettanto puntuale e tempestivo per la stazione di Kings Cross: una quarantina di minuti in tutto e sono a destinazione. Kings Cross, dove vivono divisi in tre case limitrofe i miei amici che poco a poco hanno deciso di emigrare, è il cuore della night life dei sydneysiders (così sono chiamati i cittadi- 62 ni di Sydney), e si vede, anche se sono appena le 9 di mattina: i 200 metri che dall’uscita della metro mi separano da Springfield Avenue dove sono diretto sono pieni di locali notturni – uno su tutti dal nome classico, ma sempre geniale: Porky’s – un Mc Donald’s e almeno tre o quattro negozi di tatuatori con le insegne al neon luminose che sottolineano come siano aperti 24/7 (e vi garantisco che è così, non chiudono mai!), e per la strada, fortunatamente senza intralciare minimamente il cammino di gente perbene che ormai non ci fa nemmeno più caso, uno stuolo di ex eroinomani e prostitute. Come mai la gente perbene non ci fa caso? E come mai questi disperati non disturbano? Semplice: tutto è controllato a vista dalla Polizia locale, schierata in ogni momento della giornata, ogni 50 metri in coppia, mentre gli ingressi dei locali sono protetti e garantiti da enormi samoani che piantonano sulla porta. Morale: 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, nella zona hot di Sydney potrebbe camminare da sola una bambina di 5 anni che nessuno sarebbe in grado di torcerle un capello. I primi nove giorni di Australia sono interamente dedicati a Sydney e ai suoi dintorni. La città è un favoloso mix di paesino all’americana, con palazzi di massimo 5 piani alternati a villette familiari, e centro metropolitano fatto di sconfinati grattacieli. Ciò che colpisce maggiormente, e che rende Sydney e Società Italiana dei Viaggiatori l’Australia tutta un paese a sé stante, sono la natura e i suoi colori. Piante e alberi mai visti fanno da contorno a uno scenario dove a regnare a vista d’occhio sono pace, armonia e libertà. Me ne rendo immediatamente conto nella prima corsa che faccio con i miei amici. L’eccitazione sale ai massimi quando mi viene detto dove si arriva: all’Opera House, il simbolo di Sydney. L’Opera House nell’immaginario generale è un qualcosa che nessuno crede di vedere mai nella vita, tanto è lontana, e invece ora è lì davanti a me. Si parte da Kings Cross, un passaggio dietro la piccola Rushcutters Bay e si arriva a Darling Harbour, il porto cittadino situato nella ricca zona di Woolloomooloo celebre per la camminata in legno, il grattacielo di uno degli hotel più lussuosi di Sydney e i ristoranti di pesce. In fondo alla camminata spicca una casa meravigliosa: è proprietà dell’attore Russell Crowe. La camminata in legno, attraverso una scalinata tra le rocce, porta diretta al Royal Botanic Garden, un paradiso sulla terra, erba tagliata di fresco (ogni santo giorno è alla stessa altezza) ibis a spasso tra lettori seduti che si godono il sole. Proseguendo a costeggiare la baia, mi viene detto di trattenere il fiato, e prepararmi, perché mi mancherà. Ed è così: la stradina si impenna leggermente, ridiscende voltando a sinistra, e improvvisamente ci si trova davanti bollettino 2013 | report alla cartolina di Sydney: l’Opera House, sovrastata in prospettiva dall’Harbour Bridge. Una gran bella vista. Impossibile non fermarsi a guardare lo spettacolo che uno si trova davanti. La corsa termina giusto in bocca all’Opera House, che si affaccia sul punto più spettacolare della baia. Sydney è questo, dalla periferia in pochi minuti si arriva dritti al cuore della city, perché dal binomio Opera House/Harbour Bridge parte il centro, che dal molo si dipana attraverso le principali arterie del lavoro e dello shopping della capitale del New South Wales, ovvero George Street, King Street e Market Street. Ma Sydney non è soltanto parchi, città e Opera House. Sydney è anche spiagge, tante spiagge. La più celebre indubbiamente è Bondi Beach, asse portante del turismo marittimo di Sydney. Il carnaio che va a crearsi nelle ore centrali della giornata rende la spiaggia quasi impraticabile: pur ordinatissima per quanto riguarda l’ingresso in acqua – c’è la zona per i bagnanti, quella per il surf, il windsurf, il kitesurf, e se esci dalla tua zona un bagnino su un quad arriva armato di megafono a intimarti di tornare dove devi stare – trovare un lembo di sabbia dove stendere l’asciugamano è quasi impossibile. Ecco che allora, sfruttando la praticità dei mezzi pubblici locali, meglio optare per qualche spiaggia più lontana, ma altrettanto spettacolare e 63 meno frequentata, come La Perouse. A un’ora circa dal centro città, un circondario di tre/quattro spiagge, tutte abbastanza piccole, che si affacciano sul Mar della Tasmania. La particolarità di La Perouse è che le spiagge sono separate tra loro da alcuni tratti di scogliera, e che la zona è fortemente battuta dal vento. Ne consegue che dal promontorio è facile scorgere una spiaggia spazzata dal vento, con i turisti costretti a coprirsi per le raffiche di freddo e sabbia e il mare increspato e di conseguenza pericoloso, e quella accanto, protetta dai suoi lati di scogliera, che sembra un paradiso a sé stante dove prendere la tintarella e fare il bagno. La Perouse è celebre anche per il fortino di Bare Island, una costruzione situata su un isolotto collegato alla terra ferma da un ponte di massi e ferro; costruito sulla fine dell’800 per controllare gli accessi via mare, il fortino e il suo isolotto sono poi diventati famosi per aver ospitato nel 2000 le riprese di “Mission: Impossible II”, pellicola della fortunata saga con protagonista Tom Cruise. Altre due spiagge degne di nota, non troppo lontane da Bondi, sono quelle di Bronte e Tamarama, sovrastate da un camminamento botanico percorribile a piedi in mezz’ora circa che offre una panoramica spettacolare su spiagge e oceano. Ultima citazione d’obbligo è per Manly, raggiungibile in traghetto da Circular Quay, il quartiere 64 centrale di Sydney. È proprio la gita in battello per raggiungere la spiaggia la marcia in più di Manly, la quale poi offre un mix di arenili e foreste assolutamente da non perdere. Dopo il Natale e il Capodanno a Sydney, il programma di viaggio prevede Melbourne. Un’ora e mezzo di aereo con la Tiger, 130 euro appena, e dalla metropolitanesca Sydney si arriva alla più quieta Melbourne. Il primo impatto, solo dal confronto tra gli aeroporti per i voli interni, è quello di essere giunti nel nulla: lo scalo di Melbourne consta di un gabbione con bagni chimici e un solo nastro per il passaggio di tutti i bagagli. Siamo ospiti degli zii di un amico, trasferitisi a Melbourne dalla Sicilia negli anni ’50. La parte periferica di Melbourne è assai più desertica rispetto a Sydney, una casa ogni cinque chilometri, e inoltre un’afa pazzesca: atterriamo con 40°, ne troveremo anche 46° nel corso del soggiorno. La conferma degli spazi desertici arriva al primo approdo nel centro città con il taxi: per strada, contrariamente a Sydney, non ne passano, e vanno prenotati con un’ora almeno di anticipo per consentirgli di raggiungere la nostra zona. All’arrivo in centro tuttavia, possiamo tirare un sospiro di sollievo. Melbourne centro è affascinante, l’Eureka Tower sembra vegliare sulla città, mentre il fiume Yarra taglia in due la città che, soprattutto di sera, diventa placida. Abbiamo poco tempo Società Italiana dei Viaggiatori per visitare Melbourne, ma facciamo in tempo a fare una puntata al Crown, l’immenso casino in puro stile Las Vegas, e di giorno al Queen Victoria Market, mercato che si dipana tra più edifici, dove è possibile trovare rari esempi di artigianato locale. Da sottolineare anche la bellezza delle varie sedi della University of Melbourne dislocate nel centro città e, soprattutto la State Library of Victoria, un capolavoro degno di visita anche da parte di chi non crede di aver bisogno di nutrirsi di libri. Nei giorni successivi da Melbourne partiamo in auto alla volta delle spiagge e dei laghi, che compongono l’immensa baia di Port Phillip. Spiagge a dire la verità piuttosto simili tra loro: da citare sono comunque St. Kilda, cuore del divertimento di Port Phillip Bay e fuori dal tempo per le frequentazioni da parte di punk, metallari e tipi non proprio da spiaggia, comunque tranquillissimi, e poi Sorrento, proprio come la località costiera amalfitana. Mare da cartolina, zero caos e divertimenti e spiagge libere rendono questo paesino di nemmeno 1500 anime a due ore e mezzo da Melbourne un posto perfetto per un relax da isola deserta. Oltre alle spiagge poi, è bene soffermarsi per qualcosa di diverso nella vasta zona dei laghi. A due ore da Melbourne ci imbattiamo nel lago Eppalock, uno specchio di acqua marrone che in realtà si rivelerà poi essere estremamente pulita. bollettino 2013 | report Vicino alla cittadina di Bendigo, una piccola Londra a 150 chilometri dalla capitale del Victoria, il lago Eppalock è il centro nevralgico degli sport d’acqua a motore, ed è grazie a Danny, un bifolco locale dall’inglese incomprensibile, il baffo folto e il segno dell’abbronzatura al posto della t-shirt, che mangia continuamente scatolette di tonno e barrette, che facciamo jet ski come mai nessuno di noi lo aveva mai fatto in vita propria: Danny si rivela essere un pazzo, e a turno ci fa provare l’ebrezza della paura su una delle sue bestie d’acqua. Per una gita al lago più tranquilla bene andare a Merri Lake, non lontano stavolta da Melbourne: niente sci d’acqua, ma una lunga passeggiata sul greto del lago dall’acqua 65 bassissima e dal percorso tortuoso porta alla pace dei sensi. Nei lunghi spostamenti per i sobborghi di Melbourne il consiglio è quello di cercare ogni tanto di stare svegli, perché anche il deserto regala perle di natura, come i canguri sorpresi a saltare in queste praterie sterminate, e di prove del passaggio dell’uomo: è il caso straordinario e divertente degli Aussie Dunny, gabinetti in legno costruiti nel nulla in mezzo al deserto e coperti il più delle volte da porte sgangherate in stile saloon, se non da vecchie tende lise dal passare del tempo. Un altro simpatico simbolo di un Paese in grado di stupirti, nella modernità così come nelle sue piccole quanto particolari tradizioni. Diventa socio. Aderisci alla prima community italiana dei viaggiatori. Un’associazione che dà la possibilità di raccontare i propri viaggi tramite scrittura, fotografia, video. Un modo per diventare protagonista del viaggio e per guardare il mondo con altri occhi. Quote di iscrizione Socio viaggiatore (Euro 20,00) Con questa formula è possibile ricevere una copia del Bollettino della Società Italiana dei Viaggiatori, scrivere due report all’anno (con corredo fotografico di 4 immagini) oppure editare un video di viaggio (durata max. 10 minuti) sul sito web della Società. Inoltre si può partecipare facoltativamente all’adunanza annuale della Società. Socio sostenitore (Euro 50,00) Con questa formula si sostiene direttamente la Società e si ha diritto a tutte le attività menzionate per le altre precedenti forme di associatura. Socio ambasciatore Sono dichiarati ambasciatori della Società quelle persone che si sono distinte per la loro attività riferita anche al viaggio e per l’amicizia che li lega alla Società. Modalità di iscrizione Pagamento con bonifico bancario intestato a: Società Italiana dei Viaggiatori Specificare nella causale: “Iscrizione socio quota 2013” Bonifico a favore di: IBAN: IT 15 C 03083 02803 000000000241 UBI BPI - Centro Private Firenze Si prega i soci di perfezionare l’iscrizione (dopo il pagamento della quota associativa) inviando una mail con nome, cognome e indirizzo postale a: info(at)societadeiviaggiatori.org t o trav el hopeful ly is a be t ter th i n g t h a n t o a r r i v e Robert Louis Stevenson Finito di stampare in aprile 2013