Bollettino
della
Società Italiana
dei Viaggiatori
volume uno | 2013
firenze
Direttore
Alessandro Agostinelli
Redazione
Chiara Fontanella, Claudio Serni, Danilo Soscia
Progetto grafico
PetriBros
Comitato scientifico
Garanti
Marcella Antonini Nardoni
segretario generale Fondazione Bardini Peyron - Firenze
Maurizio Bossi
saggista - Firenze
Vinicio Capossela
musicista - Milano
Franco Cardini
storico - Istituto Scienze Umane Firenze
Laura Cassi
geografo - Università di Firenze
Philippe Daverio
critico d’arte - Milano
Società Italiana dei Viaggiatori
firenze
Bollettino periodico in attesa di registrazione
presso il Tribunale di Firenze
Ahmed Habouss
antropologo - Università Orientale di Napoli
Mario Maffi
americanista - Università Statale di Milano
Giovanni Pratesi
geologo - Università di Firenze
Patrizio Roversi
attore - Bologna
Giorgio Van Straten
scrittore - Firenze
Revisori
Adele Dei
Università di Firenze
Antonio Fournier
Università Torino
Luigi Marfè
Università Parma
Manuele Masini
Universidade Nova Lisboa
Filippo Romeo
Università Catania
Maria Gloria Roselli
Museo Storia Naturale, Antropologia Etnologia Firenze
Info
www.societadeiviaggiatori.org
[email protected]
alessandro agostinelli
La Bussola
È necessario che io cominci ringraziando un amico che non c’è più: Omar Calabrese.
Insieme a lui, alla fine degli anni Novanta, ho passato due anni felici, lavorando al City
Club, un’associazione di assessori e operatori della cultura dei Comuni italiani che ha
svolto una grande attività per la salvaguardia e la promozione del patrimonio storico,
artistico e museale nazionale. So che non è questo il luogo per un pur sintetico ricordo
di Omar, così desidero soltanto ringraziarlo del suo affetto e di aver accettato (con la
generosità che mi ha sempre dimostrato) di far parte fin dall’inizio del Comitato dei
Garanti della Società Italiana dei Viaggiatori. Oggi che ci manca pubblichiamo qui il
suo ultimo regalo: un saggio erudito su La forma dell’isola (che non c’è) che apre questo
nuovo numero del nostro Bollettino e che presentiamo per la prima volta in Italia.
Segue la sezione degli “studi” il lavoro di Danilo Soscia sui viaggi in Cina dello scrittore Alberto Moravia, e un contributo di Laura Cassi sulla spedizione scientifica di
De Filippi in Asia, in occasione del centenario.
Il portfolio fotografico è del fotografo Manfredo Pinzauti che nella sua ventennale
carriera si è specializzato nel ritratto, life style e corporate industriale, ma ha saputo
spesso interpretare, in maniera originale, anche il mondo del reportage di viaggio,
come dimostra con questo lavoro intitolato Il rumore del silenzio, lavoro inedito sulla
Norvegia del 2012, dove gli spazi deserti e incontaminati del Paese scandinavo vengono riportati nella loro unica e originale luce e nel loro “assordante silenzio”.
I reportage di viaggio, che presentiamo nell’ultima sezione del Bollettino, sono rispettivamente di Maria Gloria Roselli e di Niccolò Bagnoli. La prima ci porta in
Uzbekistan, a Samarcanda, lungo la Via della Seta; il secondo in Australia su un percorso usuale per i viaggiatori, ma denso di segnalazioni e riflessioni sul nuovissimo
continente.
Buon viaggio ai nostri soci.
contributors
omar calabrese
danilo soscia
laura cassi
(Firenze 1949 - Monteriggioni
2012). Semiologo e docente
all’Università di Siena e allo IULM
di Milano. Ha insegnato in varie
università in Europa, Sudamerica
e Stati Uniti. È stato assessore alla
cultura a Siena, consigliere della
Presidenza del Consiglio dei ministri
per l’editoria e la comunicazione,
presidente dell’Associazione
italiana di studi semiotici. Ha
diretto Alfabeta, curato programmi
televisivi per Rai e Mediaset. Ha
curato i contenuti delle Esposizioni
Universali di Vancouver, Brisbane,
Siviglia, Genova e Hannover.
Dottore di ricerca in letteratura
di viaggio. Ha esordito nella
narrativa con il libro Condominio
(Manni,2008). Ha pubblicato
il saggio su alcuni resoconti di
scrittori italiani In Cina (ETS,
2011). Ha lavorato al sito web
pisanotizie.it. Collabora con la
Società Italiana dei Viaggiatori.
Insegna geografia e geografia
culturale al Dipartimento di Storia
Archeologia Geografia Arte e
Spettacolo dell’Università di
Firenze (SAGAS). Membro del
Consiglio direttivo della Società
di Studi Geografici e membro
fiduciario della Società Geografica
Italiana. Le sue ricerche investono
vari campi della geografia umana,
dalla geografia storica alla geografia
della popolazione, alla storia della
geografia.
manfredo pinzauti
maria gloria roselli
niccolò bagnoli
Ha studiato presso IED (Istituto
Europeo del Design) di Milano.
Agli inizi ha svolto attività di
assistente con molti fotografi di
moda. Inseguito si è specializzato in
ritratto, life-style e corporate. Lavora
con i gruppi editoriali: Rcs Rizzoli
Periodici, Mondadori Periodici,
Editoriale Domus, Quadratum
editore, Class editore, Condè
Nast. Sue foto sono pubblicate
dalle maggiori riviste italiane e
internazionali. Per dieci anni è stato
un fotografo dell’agenzia Grazia
Neri.
Antropologa e conservatrice della
sezione Antropologia e Etnologia
del Museo di Storia Naturale
dell’Università di Firenze. Ha
studiato a lungo lo sciamanesimo
e i riti dell’orso. È segretario
dell’Archivio Storico della Società
Italiana di Antropologia e Etnologia.
Ha pubblicato i libri Orsi e Sciamani
(Edifir, 2007) e Sapporo, i giorni
all’undicesimo viale (Peruzzi, 2012).
Fa parte del comitato scientifico del
Bollettino della Società Italiana dei
Viaggiatori.
Giornalista dal 2007. Svolge la
professione di addetto stampa presso
Confservizi Cispel Toscana, e per
varie realtà sportive della regione.
Ha viaggiato molto per sport. Ha
praticato con successo canottaggio
e dragon boat, vestendo la maglia
azzurra e partecipando ai massimi
livelli da atleta e allenatore alle
principali manifestazioni nazionali e
internazionali.
Bollettino 2013
Studi
omar calabrese
LA FORMA DELL’ISOLA (CHE NON C’È)
11
Un viaggio sui segni e la letteratura attorno al concetto di isola
danilo soscia
VIAGGIO IN CINA
27
Un caso di utopia regressiva: la Rivoluzione culturale in Cina di Alberto Moravia
laura cassi
IL CENTENARIO DELLA SPEDIZIONE DE FILIPPI IN ASIA
(1913-1914)
45
Dai diari e dalle foto di una vecchia spedizione scientifica italiana
Portfolio
manfredo pinzauti
IL RUMORE DEL SILENZIO
51
Report
maria gloria roselli
incanto e astronomia a sAMARCANDA
59
niccolò bagnoli
AUSTRALIA orientale
62
bollettino 2013 | studi
9
omar calabrese
LA FORMA DELL’ISOLA
(CHE NON C’È)
Un viaggio sui segni e la letteratura attorno al concetto di isola
Premessa: l’isola come oggetto teorico
Fra le quasi 1200 terre immaginarie catalogate da Gianni Guadalupi e
Alberto Manguel nel loro Manuale dei luoghi fantastici1, più di un quarto
sono isole. Non si può fare a meno di pensare che la coincidenza non
sia affatto casuale, che vi sia, cioè, un legame molto stretto fra la natura
stessa dell’isola e le possibilità di inventarne una. D’altra parte, nel passato molte isole “vere” sono state frutto di descrizioni irreali: Ceylon,
pensata come una colossale zattera in navigazione nell’oceano, l’Islanda,
percepita come terra capace di sparire e riapparire a suo piacimento, e
mille altre alla stessa maniera. E di numerose isole finzionali si è invece
disperatamente cercato un riferimento reale: nell’antichità, Eolia, l’isola
del Dio dei Venti nell’Odissea di Omero, altro non sarebbe se non Lipari,
così come Scheria, l’isola dei Feaci, coinciderebbe per alcuni con Corfù e
per altri con Ischia; in tempi moderni, l’Isola delle Disperazione di Robinson Crusoe è stata identificata con la Isla Mas Atierra nell’arcipelago
cileno di Juan Fernandez2, mentre l’Isola Misteriosa di Verne, battezzata
nel romanzo come Isola Lincoln, localizzata nell’Oceano Pacifico a 2500
km a Est della Nuova Zelanda, sarebbe riferibile alla quasi omonima
isola di Lincoln facente parte dell’arcipelago delle Paracel, nel mar della
Cina, fra il Vietnam e le Filippine.
La questione della “verità” dell’isola, peraltro, è un luogo comune di molta critica. Si prenda, ad esempio, proprio il caso di Robinson. È noto che
Defoe si ispirò per il suo romanzo alle avventure di Alexander Selkirk,
pirata scozzese abbandonato dai suoi su un’isola del Pacifico, ad ovest del
Cile, e sopravvissuto per quattro anni e quattro mesi, fino al suo salva-
10
Società Italiana dei Viaggiatori
taggio effettuato dai vecchi compagni. Nel 2008 un gruppo di archeologi
si è dato addirittura la briga di cercare le tracce della sua permanenza, e
di dimostrarne l’esattezza, ma si è addirittura scelto la via di ribattezzare
l’isola col nome appunto di Robinson, lasciandogli solo la denominazione di quella più piccola – Isla Mas Afuera. Poco si discute, invece, del
fatto che certe isole “reali” sono trattate in modo fantastico. Un caso è
assolutamente esemplare, quello di François-Edouard Raynal, autore de
Les naufragés des îles Auckland, del 18703, che narra la storia dell’abbandono su una delle isole omonime, avventura occorsagli veramente, come
se fosse una riedizione del racconto di Defoe o del celebre “Robinson
svizzero” di Johann David Wyss, una specie di favola per ragazzi che
ebbe un certo successo in patria e all’estero4 nel XIX secolo.
Verità e finzione, insomma, non sono criteri per valutare lo statuto culturale delle isole. Vale la pena, dunque, accertare se il loro statuto nel
nostro immaginario non sia invece fondato sulla loro attitudine a diventare narrazioni per eccellenza. Se questa ipotesi risultasse vera, occorre
allora chiedersi quali siano i caratteri generali delle isole immaginarie
(condivisi probabilmente con quelli di tutte le isole) che ne fanno una
vera e propria matrice per l’invenzione e per la costruzioni testuale fantastica. Tali eventuali caratteri hanno per caso una coerenza interna? Sono
descrivibili in termini di sistema? Costituiscono forse una architettura
necessaria per certe tipologie letterarie, e non soltanto un qualsiasi topos,
tema, motivo stilistico? La struttura dell’isola (di finzione, o magari di
qualunque isola, la cui descrizione si rivelerebbe funzionale alla narrazione) è insomma probabilmente un “oggetto teorico”, nel senso attribuito a
questa parola da Hubert Damisch e Louis Marin?
Per rispondere agli interrogativi appena posti non rimane allora che
prendere in esame alcune delle isole fantastiche più conosciute nella storia della cultura, da Omero fino a tempi recenti, e descriverle con accuratezza, per rinvenire gli eventuali tratti che formano il nostro (per ora
ipotetico) paradigma dell’isola. Nel testo che segue, il lavoro di classificazione è già stato preliminarmente svolto, e pertanto il lettore prenderà
visione diretta di tale paradigma, supportato dall’analisi dei casi che più
esemplarmente lo definiscono.
bollettino 2013 | studi
11
L’isola come enciclopedia
The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe di Daniel
Defoe del 17195 è considerato dalla critica il prototipo del romanzo moderno. Il suo fulcro consiste nel naufragio del protagonista su un’isola
sconosciuta e lontana dalle rotte battute dalle navi. Si tratta di un artificio narrativo antichissimo, a cominciare dalla già citata Odissea, nella
quale Ulisse si rivela un vero e proprio professionista di naufragi in isole
incognite: Scheria, Ogigia, Nesis, Eolia, Eèa, e l’isola dei Lotofagi sono
tutte raggiunte dopo disastri marini. Ma vi sono stati altri grandi maestri nell’invenzione di isole, nelle quali molto spesso si arriva alla stessa
maniera. Luciano di Samosata nel Verae Historiae ne descrive ben nove.
Sette ne rinveniamo ne Le mille e una notte. E la lista di quelle create da
François Rabelais nel quarto e quinto libro del Pantagruel è a dir poco
gigantesca (ne possiamo contare addirittura 21, alle quali si aggiungono
eventualmente le cinque dell’anonimo seguace di Rabelais nel Voyage de
Panurge).
Ma torniamo a Defoe e al binomio naufragio/isola sconosciuta. L’evento
è una vera e propria metafora dello sviluppo della civiltà umana. Il naufrago, infatti, viene improvvisamente privato di tutti gli oggetti tecnici
che permettono il dominio sulla natura, e proiettato all’indietro nel tempo, quasi in un azzeramento della conoscenza. La condizione dell’isola
è, in altre parole, quella della solitudine (isolamento, separazione, asocialità) e dell’ignoranza, visto che il marinaio non sa dove si trovi né
rispetto al mondo in generale, né rispetto alla nuova totalità ambientale
in cui è piombato. Dice Robinson: “Cominciai a guardarmi intorno per
vedere in che luogo mi trovassi, e subito sentii che la mia consolazione
diminuiva e, in una parola, che la mia era una salvezza tremenda, perché
ero bagnato, non avevo i vestiti per cambiarmi, niente da mangiare o
da bere per ristorarmi, né avevo davanti altra prospettiva che quella di
morire di fame o di essere divorato dalle bestie feroci, e la cosa che mi
riusciva particolarmente sconfortante era che non avevo un’arma per dar
la caccia a qualche animale e ucciderlo per nutrirmene, né difendermi da
altre creature che volessero uccidere me per loro nutrimento”. Come si
vede, la catastrofe rende il nostro eroe solo, lo riduce a uno stato ferino,
nel quale può immaginare soltanto di essere preda o predatore in vista
della pura sopravvivenza. A partire da qui, però, il protagonista risolve
12
Società Italiana dei Viaggiatori
la sua situazione attraverso un duplice percorso cognitivo. Da un lato,
ricostruisce la sua antica cultura attraverso i residuati della nave incagliata sulla costa (quasi fossero frammenti del sapere, da riadattare alla sua
nuova condizione) e le ricostruzioni approssimative degli utensili essenziali. Dall’altro, tenta di controllare e memorizzare questa stessa cultura:
esplora l’isola cercando di vederla tutta insieme dal punto più alto. Citiamo ancora dal testo: “A questo punto il mio compito era di esplorare
il paese e cercare un posto nel quale fissare la mia abitazione e riporre la
mia roba, al sicuro da qualsiasi cosa potesse accadere. Non sapevo ancora
dove fossi, se su un continente o su di un’isola, se abitata o disabitata, se
esposta al pericolo di bestie feroci o no…Partii in esplorazione sino alla
cima di quella collina, dove, quando l’ebbi raggiunta con gran fatica e
difficoltà, con mia grande afflizione conobbi il mio fato, cioè che ero su
un’isola circondata d’ogni parte dal mare, nessuna terra in vista…”. Dopo
aver preso atto della cartografia del luogo, ed essersene fatto una mappa
mentale, Robinson procede però anche al controllo interpretativo della
situazione, e per farlo, dopo aver raccolto i materiali della nave ed essersi
costruito una casa, allestisce un tavolo, con carta e penna, e annota minuziosamente un diario: “E ora cominciai a farmi quelle cose necessarie
di cui trovai che avevo più urgente bisogno, in particolare una sedia e un
tavolo; perché senza di essi non potevo godere delle poche comodità che
avevo al mondo. Senza un tavolo non potevo né scrivere né mangiare, né
fare altro con un certo piacere”. Le due operazioni (mappatura e scrittura
diaristica) sono di natura enciclopedica. La prima consiste nel trovare un
punto di vista unificante dal quale padroneggiare l’insieme territoriale, e
determinarne le relazioni interne (distanze, partizioni, luoghi notevoli).
Insomma, si tratta della identificazione del “testo” della natura sul quale
operare, con la sua cornice e il suo tessuto di parti e le connessioni tra le
parti. La seconda, invece, concerne la classificazione delle esperienze, la
loro descrizione, la loro spiegazione: in altri termini, la loro semiosi. Con
un gioco di parole, si potrebbe sostenere insomma che l’isola della Disperazione (come il protagonista la battezza) è un testo, ma dall’altro lato
che ogni testo (qui, il diario) è a sua volta un’isola: chiuso, determinato
da insiemi di relazioni, strumento dell’interpretazione.
L’isola come esperimento
La maniera di organizzare il sapere, tuttavia, può manifestarsi con va-
bollettino 2013 | studi
13
rianti molto significative. Robinson recupera il passato, lo riusa, e lentamente ricostituisce l’opposizione fra natura e cultura, senza metterla
in discussione e senza preoccuparsi del suo statuto interno (la sua ideologia). Si potrebbe dire – e infatti è stato detto6 - che rappresenta una
visione utilitaristica del mondo. Ben diverso è l’atteggiamento del gruppo di naufraghi ne L’île misterieuse di Jules Verne7. Eppure, l’inizio della
storia è praticamente identico. Salvatisi dalla tempesta che ha distrutto
la loro mongolfiera, i protagonisti si ritrovano senza risorse su un’isola:
“L’inventario degli oggetti posseduti da quei naufraghi dell’aria, gettati
sopra una costa che pareva disabitata, sarà fatto alla lesta. Essi non avevano nulla, tranne gli abiti che portavano al momento della catastrofe…
non uno strumento qualsiasi, non un utensile; dal nulla toccherebbe loro
riuscire a tutto!”. Come accade a Robinson, il gruppo cerca subito di
capire la configurazione del territorio, e si reca sulla cime di un vulcano spento, da dove giunge alla temuta conclusione: “Non apparve nulla
fino ai confini dell’orizzonte, vale a dire per un raggio di oltre cinquanta
miglia. Nessuna terra in vista, non una vela. Tutta quella immensità era
deserta, e l’isola occupava il centro d’una circonferenza che sembrava
infinita”. L’esplorazione e la classificazione delle conoscenze, però, si
orientano subito verso la re-invenzione della scienza e della tecnica, e
si potrebbe dunque affermare che siamo in presenza di una visione del
mondo e di una mentalità positivista. D’altra parte, i cinque scampati
hanno un vantaggio rispetto all’utilitarista Robinson: sono degli specialisti in qualche settore della cultura. Cyrus Smith è “un ingegnere, uno
scienziato di prim’ordine, a cui il Governo dell’Unione aveva confidato la
direzione delle Ferrovie”. Gedeone Spilett è un reporter del “New York
Herald”, “soldato ed artista…vero eroe della curiosità, dell’informazione,
dell’inedito, dell’incognito, dell’impossibile…maneggiava la penna e la
matita alla stessa maniera meravigliosa…”. Nabucodonosor, detto Nab,
è uno schiavo liberato, servitore di Cyrus, è “pieno di astuzia e di abilità”.
Il marinaio Pencroff ha una ineguagliabile esperienza di navigazione. E
infine Herbert Buown è un giovane che accompagna Pencroff, e si rivela
esperto osservatore della natura, soprattutto di botanica e zoologia. Così,
mentre Robinson cartografava solo mentalmente il suo nuovo ambiente, “il reporter fece immediatamente la carta con bastante precisione”, e
tutti si dedicano, come accade agli esploratori, a battezzare ogni singolo
anfratto con un nome che ne consenta la memoria e l’uso comunicativo.
14
Società Italiana dei Viaggiatori
Da qui in avanti i nostri protagonisti procedono di invenzione in invenzione. Cominciano con la creazione di una lente, che permette di
convogliare i raggi del sole su materiale infiammabile e produrre il fuoco.
Poi fabbricano archi e frecce, poi una fornace per costruire vasellame. Poi
utilizzano il teorema degli angoli simili per calcolare latitudine e longitudine dell’isola. Passano alla fusione del ferro e dell’acciaio, alla creazione di candele, si occupano di idraulica e di abbigliamento (fino alla biancheria e alle scarpe). Costruiscono ponti, barche e nel finale addirittura
una nave. Mettono insieme una vetreria e un mulino a vento per ottenere
la farina, e giungono alla reinvenzione del telegrafo. L’isola è, in definitiva, il laboratorio di un esperimento intellettuale e razionale. Insomma: il luogo in cui si ricostruiscono le tappe della civiltà, a partire dalla
caccia, per giungere all’allevamento e all’agricoltura, e da lì a una sorta
di pre-industrializzazione. Un ideale del genere si trovava già nell’isola
utopica di Bensalem, che Francis Bacon aveva eletto a tecnocrazia governata dagli scienziati, anche se non democratica. Per rimanere ai due
romanzi moderni, comunque, se Robinson non era che un conservatore
delle conoscenze del suo tempo, Cyrus Smith e compagni credono invece nell’evoluzione della specie umana verso il progresso. Le due Weltanschaung sono contrapposte in tutto e per tutto, persino politicamente. Ad
esempio, Cyrus Smith è un anti-abolizionista e ha liberato Nab (“Codesto intrepido era un negro, nato sul dominio dell’ingegnere,di padre
e madre schiavi, ma che da un pezzo Cyrus Smith, abolizionista per
ragionamento e per cuore, aveva fatto libero”). Robinson invece, salva, è
vero, Venerdì, ma non gli dà nemmeno un nome normale, e lo usa come
servo (“…pose il capo sul terreno, e, dopo avermi preso un piede, se lo
mise sul capo. Questo atto sembra che valesse come un giuramento che
sarebbe stato per sempre mio schiavo…gli insegnai a dire ‘padrone’, e poi
gli feci sapere che doveva chiamarmi con quel nome”).
In conclusione, possiamo affermare che Defoe contrappone la “società
naturale” alla “società civile”, intendendo la seconda come organizzazione semplicemente culturale rispetto alla prima che è ancora selvaggia,
mentre in Verne la medesima opposizione vuole la seconda come organizzazione sociale regolata da leggi, e rimanendo la prima dominata
dalle forze incontrollate della natura, inclusi gli uomini privi di sapere e
di etica collettiva8.
bollettino 2013 | studi
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L’isola come sistema utopico o distopico
Si può concludere, a partire dalle osservazioni precedenti, che l’isola –
così come il suo modello cartografico - funziona perché costituisce un
sistema organico, “chiuso” da una cornice che lo delimita (il mare, meglio
se Oceano, perché immenso e indistinto), e organizzato in relazioni reciproche fra le sue parti. Queste relazioni sono in primo luogo naturali, ma culturalizzate dall’osservazione umana che le domina, e possono
diventare in seguito sociali, se la comunità che abita l’isola condivide le
leggi con cui trasformare la natura e ne fa appunto il perno della società.
In questo senso, l’isola si presta – proprio a causa della mancanza di contatti col resto dell’umanità, cosa che la rende impermeabile alle minacce
potenzialmente arrecabili alla sua purezza – a diventare modello comunitario ideale. Non a caso Thomas More nell’Utopia9 descrive la sua repubblica immaginaria come un’isola, un’isola che non esiste in nessun
luogo: metafora più efficace di quelle usate in precedenza per delineare
un mondo perfetto, e che finora erano ancorate alla figura della città�,
tanto è vero che il toponimo è stato capace di diventare per antonomasia il nome comune che definisce un sistema ideale di società. L’autore
è anche chiarissimo sulla necessaria separatezza dell’isola dal resto del
mondo, tanto è vero che Utopia non è naturale, ma artificiale: “Una volta
questa terra non tutta era circondata dal mare; ma Utopos, che conquistandola dette nome all’isola…fé tagliar la terra per 15 miglia dalla parte
dov’era unita al continente e vi trasse il mare d’intorno”.
Utopia, nonostante un iniziale accenno narrativo concernente le avventure di Raffaele Itlodeo, compagno di viaggi di Amerigo Vespucci, che
è l’ipotetico enunciatore della storia, si trasforma nel secondo libro del
volume nella trattazione del sistema sociale di quella repubblica ideale,
e infatti il suo carattere sistemico risulta chiaro nell’organizzazione dei
paragrafi, che riguardano la capitale Amauroto in quanto centro politico
e amministrativo, e poi le cariche dello Stato, le arti e i mestieri, il diritto
di cittadinanza, le relazioni con l’estero, la schiavitù, la guerra, la religione, in uno schema che ha molte analogie con la Repubblica di Platone.
Il fondamento sistemico di Utopia risiede però nella sua forma insulare, e fa venire in mente un concetto che è un vero e proprio universale
dell’antropologia culturale. In Purity and Danger11, ad esempio, Mary
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Società Italiana dei Viaggiatori
Douglas ha perfettamente descritto i riti e i miti che regolano i divieti
di accesso a comunità che intendono preservarsi dai mali del contatto con gli “altri” (anche in semplici termini sanitari: evitare il contagio).
Ma già prima, nel 1909, Arnold Van Gennep aveva ideato la sua “teoria
della liminarità”, per indicare tre tipi di culture che impediscono ai non
appartenenti al gruppo di varcare la soglia del loro territorio, oppure
negoziano il limite della frontiera, o infine lo superano e lo fanno superare12. L’isola è dunque un territorio fortemente liminare, separato dagli
altri. Perciò il luogo dell’utopia è preferibilmente proprio un’isola: i suoi
confini sono certi, solidi, difendibili. Bensalem, l’altra località seicentesca
sede di un mondo ideale inventata da Francis Bacon in The New Atlantis
del 1624-2713, è appunto un’isola nella quale – manco a dirlo – l’autore
sbarca a causa di un naufragio.
Anche in tempi più moderni si possono registrare isole utopiche. La
più famosa è forse l’Isola Pala, che funge da scenario per il romanzo The
Island di Aldous Huxley14. Qui, siamo nuovamente in presenza di un paese i cui abitanti mirano collettivamente al raggiungimento della felicità,
e il protagonista Will Farnaby racconta il loro ambiente sociale, libertario, aperto e tollerante, in linea coi principi del nascente movimento
hippie di cui Huxley fu considerato precursore e sostenitore.
Nel Novecento, tuttavia, alle grandi visioni ottimistiche dei secoli precedenti si contrappongono anche sistemi negativi, quelli che già Jeremy
Bentham15 aveva battezzato nel 1818 con il nome di “cacotopie”, e che
John-Stuart Mill denomina nel 186816 col fortunato termine di “distopie”. Alcuni sistemi negativi, fondati sull’ingiustizia, la dittatura, la distinzione in caste, e così via, sono ancora una volta isole, che, per il loro
statuto fisico, consentono un controllo sociale fortissimo, e lo svilupparsi
di tendenze non desiderabili. Fra le isole più note, vale la pena citare
quella di Herbert George Wells, considerato il padre della fantascienza,
nel romanzo The Island of Doctor Moreau17, nella quale uno scienziato
deviante cerca di trasformare gli animali in uomini, riuscendo però a
determinare, dopo i primi apparenti successi, una terribile e violenta regressione, che li fa divenire mostri. Il dominio della scienza in un’isola
ideale (stravolta in negatività) sembra rispecchiare le antiche idee di Bacon, mostrandone però il potenziale rovescio. Qualcosa di simile avviene
bollettino 2013 | studi
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anche in un’altra isola apparentemente felice, quella in cui vivono alcuni
bambini scampati a un incidente aereo nel romanzo di William Golding
The Lord of the Flies18
L’isola come alterità
L’isola si configura sempre, insomma, come un mondo “altro” rispetto
a quello della nostra vita quotidiana, un mondo nel quale i fondamenti
della società – ma persino le figure che la abitano – sottostanno a leggi
diverse, ancorché coerenti, rispetto alle nostre. Un caso assolutamente
emblematico è costituito dalle varie isole incontrate da Lemuel Gulliver
nel corso delle sue avventure in Gulliver’s Travels del 172619. Ognuna di
esse segue un suo principio formatore, anche fisico. Gli abitanti di Lilliput, ad esempio, sono piccoli in proporzione di 1:12 rispetto al nostro
eroe, ma quelli della penisola di Brobdingnag (che però ha i caratteri
dell’isola, poiché è separata dal continente da una catena vulcanica, e
le sue coste non hanno approdi) sono grandi nella misura inversa, 12:1.
Ogni popolo incontrato ha un suo specifico sistema di conoscenze.
Nella medesima Brobdingnag la descrizione è presto fatta: vige l’elogio
dell’ignoranza più totale. A Laputa gli abitanti coltivano le scienze, ma
non sanno a cosa servono né pensano a come applicarle, mentre a Balnibarbi cercano di sfruttarle creando innovazioni tecniche in ogni campo,
salvo non riuscire mai a farle funzionare perfettamente. A Glubbdubdrib
si applica invece l’esatto contrario della scienza, perché si ricorre alla
negromanzia e all’evocazione dei più grandi spiriti della storia. La popolazione dominante nell’isola di Houyhnhnmsland è infine saggia e civile,
ma è costituita da cavalli, gli Houyhnhnms appunto, pensanti e parlanti,
mentre gli uomini, gli Yahoo, sono feroci e selvaggi.
Ogni regno, poi, ha un suo sistema di governo differente dagli altri. Lilliput e Blefuscu hanno una monarchia tradizionale, nella quale la politica
si compie col più assoluto machiavellismo. A Brobdingnag si potrebbe
parlare di una democrazia costituzionale, piuttosto umana. A Luggnagg
la sovranità è addirittura tirannica, come dimostra l’obbligo di leccare
il pavimento per tre metri prima di giungere a salutare il Re. Presso gli
Houyhnhnms c’è invece una democrazia repubblicana perfetta, ma praticata con un rigore freddissimo, apatico e quasi dogmatico. C’è chi ha
notato che, in effetti, si tratta dei grandi modelli delle utopie politiche
18
Società Italiana dei Viaggiatori
del passato: la repubblica platonica è quella dei cavalli, lo stato retto dagli
scienziati allude a Bacone, Lilliput e Blefuscu paiono riferirsi al principe
del Machiavelli, e infine Brobdingnag, regno dal volto comunitario, si
ispira alle idee del Moro.
Le avventure di Gulliver sono satiriche, s’intende, e dunque la loro “alterità” rispetto al mondo occidentale conosciuto è del tutto normale per dei
mondi alla rovescia. Ciò non toglie che le singole diversità dei territori
siano totalizzanti. Ogni popolazione non immagina neppure l’esistenza
di altri universi. Il cavallo-padrone di Gulliver, ad esempio, non vede a
lunga distanza: “non concependo vi fossero altri paesi oltre il suo, non
poteva avere la stessa esperienza nel distinguere cose lontane sul mare”.
Il gigantismo di Gulliver rispetto ai lillipuziani porta questi ultimi a pensare che il nostro eroe sia caduto dalla luna, e non credono all’esistenza di
altre società rispetto alla loro. E così via. Tanto che Gulliver viene ogni
volta perseguitato, processato o espulso perché non compatibile con le
“leggi di Natura” locali, nonostante si sottometta in ciascuna avventura
a un vero e proprio lavaggio del cervello per adeguarsi alla cultura nella
quale è stato immerso, risultando così del tutto anomalo all’interno di
quella del paese successivo.
Del resto, la descrizione di una alterità ha bisogno, per risultare efficace,
di due operazioni. La prima è quella di consolidare la normalità come
sistema, che il caso o l’avventura rompe drammaticamente (il naufragio serve anche a questo scopo). La seconda è partire da un elemento
qualunque – materiale o morale – per costruire un sistema più o meno
rovesciato, ma comunque coerente. La storia della letteratura comica
funziona da sempre in questa maniera. Basti prendere le isole descritte
da Luciano di Samosata, ognuna delle quali si fonda su una specialità.
Fisica: Caseosa è un’isola in un mare di latte, devota a Galatea, in cui tutto è caseario; nell’Isola di Dioniso si fa soltanto vino; Sugherìa è una città
galleggiante fatta di sughero; nell’Isola delle Zucche crescono zucche
immense usate come navi dagli abitanti, così come nelle Isole delle Noci
fanno i Nocenauti. Morale e culturale: Cabbalusa è abitata da femmine
antropofaghe, l’Isola dei Beati dai beati della grecità, l’Isola degli Empi
da voci lamentose come di dannati, l’Isola dei Sogni (che ha il carattere
di svanire alla vista) da abitanti onirici.
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19
La stessa cosa avviene in François Rabelais20. Le isole morali, ad esempio, sono monotematiche, come Chaneph che appartiene agli ipocriti,
o Cheli ai complimentosi governati da San Panettone, o Papafiche e
Papimania dove stanno rispettivamente i detrattori e i fanatici del Papa,
o Procurazione, nella quale abitano soltanto procuratori legali, o Tapinia,
nella quale si vive in un’atmosfera di perpetua Quaresima. Ma fanno
sistema anche quelle fondate su specializzazioni fisiche: nell’Isola dei
Macraeoni si trovano solo vecchi, ma anche gli oggetti sono rovine, epitaffi, obelischi; a Odos le strade sono vive; nell’Isola della Ferraglia gli
alberi sono animali e crescono sottosopra producendo frutti metalliferi;
a Lanternese vivono lanterne, torce e lumini; a Ruach un popolo che si
ciba di venti.
L’isola come mondo alla rovescia
I mondi alla rovescia si fondano su un procedimento retorico fondato su
alcune figure essenziali, come il paradosso e l’inversione semantica. Non
si tratta di un artificio appartenente soltanto al genere comico, ma anche
alla cultura popolare e al genere utopico. In Tommaso Moro, del resto,
i nomi propri lo rivelano: gli abitanti di Utopia sono Acori (cioè, senza
popolo), il fiume si chiama Anidro (cioè, senz’acqua), la città Amauroto
(cioè, città oscura), e perfino il presunto narratore delle vicende trascritte
dall’autore si chiama Itlodeo (cioè, spacciatore di frottole), un po’ come
Gulliver, definito nell’edizione dublinese del volume di Swift come
“splendide mendax”.
Le storie di Gargantua e Pantagruel di Rabelais costituiscono certamente un capolavoro in questa direzione, e forse un prototipo narrativo,
come ci ha perfettamente segnalato Bachtin. Ma l’inversione di significato assume particolare rilevanza in molte operazioni di fine dell’Ottocento e inizi del Novecento. Fra le tante – e proprio perché ambientato
in in’isola – vale la pena citare il romanzo satirico di Anatole France L’île
des pingouins21. Come è noto, la vicenda avviene intorno all’anno mille,
ispirandosi alla Navigatio Sancti Brandani22. Un vecchio monaco quasi
cieco, padre Mäel, sbarca su un’isola artica di nome Alca, popolata di
pinguini. Scambiandoli per esseri umani, li battezza tutti. Per rimediare
all’errore, Dio e i santi riuniti in consesso decidono di concedere ai volatili “un’anima, però di piccola taglia”. E l’arcangelo Raffaele li trasforma
20
Società Italiana dei Viaggiatori
in quasi-uomini, e l’isola in una terra galleggiante che si sposta alla deriva fino a raggiungere la costa bretone. Tuttavia, i pinguini umanizzati
sviluppano avidità e invidia, ambizioni e pudori, dalla conversione in poi.
A partire da qui, l’autore traccia la storia di Pinguinia come se si trattasse
di un controcanto amaro e sarcastico delle vicende del genere umano,
dalle origini fino alle rivoluzioni borghesi. Gli isolani scoprono innanzitutto di essere nudi, come Adamo ed Eva; poi comprendono il senso
della proprietà, e successivamente l’idea della divisione in classi sociali.
Pinguinia possiede addirittura un’epopea fondatrice, le Gesta Pinguinorum. Anatole France compì un’operazione evidentemente efficace, perché nel 1920 la Chiesa mise all’indice tutti i suoi libri, e a poco valse che
l’anno successivo lo scrittore ricevesse il Premio Nobel per la letteratura.
Il procedimento dell’inversione del significato è dunque decisivo per
la costruzione di mondi alla rovescia, non necessariamente di carattere
umoristico. Carlo Ginzburg e Gianni Celati hanno messo bene in evidenza questo dettaglio23, mostrando come esso sia decisivo per la produzione di un effetto di straniamento, consistente nel rendere indecidibile
cosa sia vero e cosa sia falso. Lo si può ritrovare nella storia di Luciano,
nelle avventure di Gulliver, in Rabelais, ma anche nell’Utopia di Thomas
More, che non a caso, nel suo stesso titolo, dichiara di essere “non minus
salutaris quam festivus”, cioè giocoso. L’isola, dunque, si presta a essere
non un semplice territorio, quanto piuttosto la scacchiera di un gioco, i
cui “luoghi notevoli” sono le pedine per le mosse del giocatore.
L’isola come matrice delle passioni
Un gioco, per l’appunto. Che costituisce la ragione del fascino delle isole
immaginarie, ma anche di quelle vere una volta entrate a far parte di un
qualsiasi racconto. E che fa spostare la nostra attenzione su un ultimo
tratto del paradigma dell’isola. Se, infatti, la posta della partita letteraria
non è la verità o la falsità, il segreto o la menzogna, l’isola vive allora in
una condizione di sospensione cognitiva, di annullamento dello stato
del sapere e del non sapere. L’indecidibilità lascia così spazio a un’altra
dimensione dell’immaginazione, la forìa, cioè il contrasto fra passioni
euforiche e disforiche. Questa osservazione è facilmente dimostrabile.
La maggior parte delle utopie pongono al centro della trattazione il tema
della felicità, laddove le distopie creano mondi insopportabilmente in-
bollettino 2013 | studi
21
felici. I transiti fra euforia e disforia sono forse il vero e proprio centro
dei racconti ambientati nelle isole (lo abbiamo visto: non importa se
immaginarie o reali). Solitamente, si passa dallo stato di catastrofe disforica, rappresentato dal naufragio, all’adattamento nel nuovo territorio,
alla soddisfazione per la sopravvivenza e il raggiungimento di una qualche foma di comfort, per poi tornare all’inquietudine, al desiderio del
ritorno, e infine rientrare nella propria dimora. Sono passaggi, questi,
che possono tuttavia variare per intensità e colore sentimentale. Spesso,
vi è un sottile piacere nel naufragio, che manifesta una specie di “doppia
anima”, quella dello spettacolo del sublime derivante dalla potenza del
mare, e quella che consiste nella possibilità di dominarla e di sfuggirle24.
Disforica è piuttosto la scoperta della solitudine, come abbiamo notato
nell’inizio del libro di Defoe, ma di cui non c’è invece traccia in quello
di Verne. Qualcuno ha, addirittura, mutato le sensazioni intime, come
Michel Tournier nelle sue due riscritture della storia di Robinson25.
Il dispiegarsi di andamenti passionali contrastanti è del tutto evidente
in alcuni caposaldi del genere romanzesco con ambientazioni nelle isole.
Nella Treasure Island di Robert Stevenson26, ad esempio, la caccia al tesoro del mitico capitano Flint è tutto un susseguirsi di azioni e situazioni
angoscianti, sempre risolte bene per i protagonisti, a dispetto del fatto
che il racconto fosse stato inizialmente pensato per il figliastro dodicenne
dell’autore. In Herman Melville il viaggio nell’arcipelago immaginario
di Mardi27 è un continuo susseguirsi di situazioni orribili Nei mari del
Sud, una fanciulla misteriosa, che sembra uscita dalla dimensione della
favola e del sogno, viene salvata dal protagonista-narratore Taji, e con lui
inizia una lunga e avventurosa peregrinazione fra le isole dell’arcipelago.
La vergine Yillah lo accompagna nelle tappe di un vagabondare in una
natura paradisiaca, che nasconde invece traversie, congiure e cospirazioni da incubo. Melville aveva già affrontato atmosfere analoghe nei precedenti libri di viaggio (questa volta concernenti esperienze “vissute”),
quali Omoo e Typee, fatto che ci permette di sottolineare ancora una volta
l’autonomia dell’andamento passionale rispetto a quello cognitivo.
22
Società Italiana dei Viaggiatori
Conclusione: il paradigma dell’isola
Siamo giunti al termine della nostra esplorazione delle isole immaginarie, e forse possiamo riassumere qualche principio costitutivo di quel che
abbiamo denominato “paradigma dell’isola”. Si tratta, evidentemente, di
un “luogo notevole” dell’immaginario narrativo, che si fonda su alcuni
principi strutturali soggiacenti. Il suo isolamento la rende non già un
frammento sperduto del pianeta, bensì una totalità chiusa. Per questa
ragione l’isola fa sistema, poiché è possibile controllarne il perimetro e
l’articolazione, esattamente come di una porzione locale del nostro sistema culturale. Non a caso richiede il disegno di una carta (localizzazione)
e l’interpretazione del suo contenuto (topicalizzazione). L’isola può, a
questo punto, diventare la matrice di una narrazione, visto che contiene tutti i possibili elementi per produrre lo svolgimento di una azione.
Diventa narrazione, del resto, anche ciò che apparentemente si presenta
come descrizione a scopo utopico, dato che le società ideali esistenti su
un’isola prefigurano in ogni caso fatti ed azioni che simboleggiano regole
e comportamenti. Essendo sistema, l’isola è il luogo per eccellenza per
invertire sistemi di valore culturalizzati, e generare distopie, mondi alternativi, mondi alla rovescia. Ma questo ci porta a concludere che il vero
interesse di un’isola non risieda nella sua “verità”, visto che questa può
essere facilmente distorta, invertita, sospesa, annullata. La vera essenza
dell’isola è quella di produrre passioni. L’isola, dunque, in realtà non esiste: è sempre Neverland, l’isola che non c’è. L’isola dei nostri desideri e
dei nostri sentimenti.
1 Guadalupi, Gianni, Manguel, Alberto, Manuale dei luoghi fantastici, Rizzoli, Milano 1982
2 Rogers, Woodes, A Cruising Voyage Round the World: First to the South-Sea, Thence to the
East-Indies, and Homewards by the Cape of Good Hopeworld, Bell, London 1712
3 François-Edouard Raynal, Les naufragés des îles Auckland, Librairie Hachette, Paris 1870
4 Wyss, Johann David, Le Robinson suisse, ou Histoire d’une famille suisse naufragée, Mountobon, Bern 1812
5 Defoe, Daniel, The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe, Richard
Simpson, London 1726
6 Maldonado, Tomàs, Editoriale, “Casabella”, 478, 1978
7 Verne, Jules, L’île misterieuse, Paris 1875
8 Celati, Gianni, “Introduzione” all’edizione italiana dei Viaggi di Gulliver, Feltrinelli, Milano 1997
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9 More, Thomas, Utopia. Libellus vere aureus nec minus salutaris quam festivus de optimo
reipublicae statu, deque nova insula Utopia, Dierk Martens, Leuven 1516.
10 Vedi, ad esempio, la città in Platone (Repubblica) o in Sant’Agostino (De Civitate Dei); le
isole, però, sono già presenti nell’antichità, ad esempio in Diodoro Siculo, che parla delle Isole
del Sole, fortunosamente raggiunte per mare da Iambulo e dai suoi compagni, e nelle quali
si trova l’Isola Fortunata, dove vige un sistema sociale che rende felici gli abitanti (Diodorus
Siculus, Bibliotheca historica, ed. I. Bekker, L. Dindorf, F. Vogel, C.T. Fischer, 6 voll., Bibliotheca Scriptorum Graecorum et Romanorum Teubneriana, Leipzig 1888-1906).
11 Douglas, Mary, Purity and Danger
12 Van Gennep, Arnold, Les rites de passage, Flammarion, Paris 1909
13 Bacon, Francis, The New Atlantis, 1624-27
14 Huxley, Aldous, The Island, 1962
15 Bentham, Jeremy, The Works of Jeremy Bentham, London, 1838-1843
16 Si tratta di un famoso discorso alla Camera dei Comuni, poi riproposto in England and
Ireland, 1868
17 Wells, Herbert George, The Island of Doctor Moreau, 1896
18 Golding, William, The Lord of the Flies, 1954
19 Swift, Jonathan, Travels Into Several Remote Nations of the World by Lemuel Gulliver, Benjamin Motte, London 1726
20 Rabelais, François, Le quart livre des faicts et dicts du bon Pantagruel, Claude La Ville, Valence 1552; Le cinquiesme et dernier livre des faicts et dicts du bon Pantagruel, Le Duchat, Paris
1564
21 France, Anatole, L’île des pingouins, Callman-Lévi, Paris 1908
22 Navigatio Sancti Brandani, Codice Ambrosiano, D 158 inf.
23 Ginzburg, Carlo, Nessuna isola è un’isola, Feltrinelli, Milano 2002; Il filo e le tracce, Feltrinelli, Milano 2006 e Celati, Gianni, cit.
24 Janofsky, Franca, Dulcedo Naufragii. Das Motiv des Schiffsbruchs im Infinito vom Giacomo
Leopardi, “Germanisch-Romanische Monatschrift”, 45, 1995; Esperanza Guillén, Naufragios.
Immagenes romanticas de la desesperaciòn, Siruela, Madrid 2004
25 Tournier, Michel, Vendredi ou les Limbes du Pacifique, Gallimard, Paris 1967; Vendredi ou la
vie sauvage, Gallimard, Paris 1997
26 Stevenson, Robert, Treasure Island, Cassell & Co., London 1883
27 Melville, Herman, Mardi, 1849
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danilo soscia
viaggio in cina
Un caso di utopia regressiva: La rivoluzione culturale in Cina
di Alberto Moravia.
1. «Mao sì, Moravia no»
Il cupo boato della Sapienza che accolse lo scrittore romano una mattina
del 1968, è rimasto inciso nel libro degli slogan forse più memorabili
nella storia della Contestazione. In quelle parole Nuova e Vecchia Sinistra venivano cristallizzate in una opposizione assoluta, senza alcuna
possibilità di sintesi. Il resto è storia nota: Alberto Moravia (1907-1990)
non la prese bene, proprio lui che meno di due anni prima, nel momento
più caldo della Rivoluzione Culturale Proletaria, era lì, in Cina, a misurare palmo a palmo la Galassia Mao, la stessa che gli studenti della Sapienza gli opponevano quale antitesi rivoluzionaria del suo essere ormai
un anemico intellettuale integrato nel sistema.
Eppure ne La rivoluzione culturale in Cina, ovvero Il Convitato di pietra
uscito da Bompiani nel 1967, quello prinunciato da Moravia era stato un convinto “sì” alla parabola rossa del Grande Timoniere. Forte dei
suoi trascorsi giovanili - nel 1936 Ermanno Amicucci, all’epoca direttore
della «Gazzetta del Popolo», lo imbarcò quale inviato sulla Conte Rosso
in direzione di Shanghai - Moravia tornava in Cina – in compagnia
di Dacia Maraini - chiamato addirittura dall’allora vicepresidente del
Partito Comunista Cinese, Zhou Enlai, con tutti gli onori dell’ospite di
riguardo.
Alcune pagine de La rivoluzione culturale erano già apparse sul «Corriere della Sera» - poco meno della metà dell’edizione finale del volume - mentre il resto, compresa l’Introduzione aggiunta in ultima fase
dall’autore, è farina postuma. Moravia era “atteso” in tal senso quale voce
autorevole a sinistra. La Cina e le sue molte declinazioni erano già state
accolte nel vocabolario contestatario, e intorno alla presunta conoscenza
dei fatti cinesi si erano coagulate alcune parole d’ordine, prime formulazioni che diventeranno lessico corrente di un’intera stagione politica.
26
Società Italiana dei Viaggiatori
Allo stesso modo, per affrontare il racconto del suo viaggio in Cina,
Moravia sceglieva la prospettiva dello scrittore, convinto che solo quella
lo mettesse nella condizione naturale di svelare aspetti che altrimenti
sarebbero rimasti sepolti, indistinti: l’unicità del percorso artistico poteva
meglio dare ragione dell’universalità del percorso politico, e non di uno
qualsiasi, bensì di quello cinese.
2. Dopo la Cina. Dialogo tra A e B
L’Introduzione viene ideata alla maniera di un dialogo filosofico tra due
personaggi, A e B, protagonisti della summa preparatoria di quanto nelle
pagine successive sarà poi oggetto di uno svolgimento analitico.
Quando B chiede ad A cosa gli abbia fatto «maggiore impressione» della
Cina, quest’ultimo risponde «la povertà».1 Quella cui si riferisce il personaggio di Moravia, però, è la povertà cinese, un fenomeno sconosciuto
nel mondo occidentale dove i poveri esistono solo in contrapposizione ai
ricchi. Al contrario, quella cinese è una «povertà senza ricchezza, cioè, a
ben guardare, la condizione normale dell’uomo»:
I cinesi, a giudicare da quello che si vede per le strade, hanno il necessario
ma non il superfluo, almeno per ora. Sono poveri [...] ma nessuno potrebbe mettere in dubbio che la loro umanità sia completa, cioè che le manchi
qualche cosa che potrebbe essere ottenuto attraverso la ricchezza, cioè il
superfluo.2
Da parte sua, il personaggio B obietta che «la maggior parte dei cinesi
desiderano essere meno poveri oppure, sempre nei limiti e coi mezzi del
comunismo, addirittura ricchi».3 Un’obiezione che non scalfisce la convinzione di A, disposto ad appiattire la propria prospettiva di “lettore”
sull’assolutezza del presente cinese:
Io parlo della Cina così com’è adesso, formulando l’ipotesi certamente
1 A. Moravia, La rivoluzione culturale in Cina, Milano, Bompiani 1967, p. 8.
2 ibid.
3 Ivi, p. 10.
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arrischiata che non cambi, in altri termini la Cina oggi è per me un’utopia
realizzata, forse involontariamente, forse casualmente, non importa. È realizzata e io la prendo come esempio per il mio ragionamento. Poi, forse,
la Cina diventerà un paese come tutti gli altri, inclusi i paesi comunisti
di osservanza sovietica, nei quali ci sono i poveri perché ci sono i ricchi e
viceversa. Ma per ora, oggi, la Cina è un paese povero senza ricchi, cioè
un paese nel quale povertà è sinonimo di normalità.4
Resta inevasa l’implicita domanda su che fine abbia fatto il passato, quale
pressione opponga – se la oppone – tutto quanto era stato prima della
proclamazione della Repubblica Popolare e dell’avvio della Rivoluzione
Culturale Proletaria. Una domanda assente dal dialogo tra A e B, quasi
Mao avesse azzerato – o meglio, sussunto e sintetizzato alla perfezione –
la memoria storica di un intero continente.
Esigenze sillogistiche? Omissione voluta? Moravia scrive a chiare lettere: «I periodi storici non m’interessano affatto, come non m’interessa la
storia in generale. Ciò che m’interessa è il presente».5 Un processo che
per analogia ricorda le parole di viaggiatori di epoche ben più antiche,
per i quali assolutizzare il presente e ignorare volontariamente il passato,
consentiva di non interrogarsi sui processi di formazione delle società
altrui, rappresentandole di fatto quali realtà fuori dalla storia.
Un quesito che non a caso molti, prima dello stesso Moravia, hanno
evitato di porsi, forse perché quello stesso poteva, in qualche modo, ridimensionare il “presente cinese”, e di conseguenza, farne precipitare il
modello.
Alla domanda di B «Dov’è oggi la povertà più umana?», A non esita un
istante a rispondere: «In Cina». Tuttavia B obietta che in Cina sarebbe
in atto, tra le altre, una vera e propria rivoluzione industriale, e che la
povertà sarebbe il normale effetto del colossale investimento di capitale
finanziario e umano per portarla a termine. Ma non c’è partita: A detiene convinzioni granitiche che disintegrano i dubbi di B. In Cina, in verità, si starebbe costruendo una coscienza della povertà, e il popolo cinese
percepisce già la ricchezza «come peccato, come colpa, come delitto».6
4 Ivi, p. 11.
5 Ivi, p. 14.
6 ibid.
28
Società Italiana dei Viaggiatori
«Che ne facciamo insomma della Cina? », domanda il personaggio B al
personaggio A, il quale risponde:
Non ne facciamo niente. Mi limito a ripetere che ho voluto spiegarti e
spiegare a me steso il motivo del senso di sollievo che mi aveva procurato
lo spettacolo della povertà cinese. Questo è tutto. Che poi l’utopia della
Cina sia per durare per sempre o sia provvisoria e passeggera, questa è
un’altra questione. A me è bastato trarne il pretesto per un certo discorso.7
Lo scenario sembrerebbe quello di un conte philosophique a chiave, in
cui il Candide di turno si accontenta di registrare che in quella regione
del Mondo si sta dunque realizzando un’utopia. Eppure, durante il soggiorno cinese, Moravia si muoverà dentro la serrata griglia della visite
ufficiali. Vedrà cose, incontrerà persone iscritte in un rigido programma.
Si troverà di fronte agli esiti più gravi del sottosviluppo di una nazione,
in un momento di crisi sociale ad altissima intensità. Ricondotte all’attualità della Cina odierna, quella di Moravia – ma non è l’unica – suona
simile a una “profezia negativa”: è accaduto l’esatto opposto. Con pochi
colpi ben assestati la “cura” di Deng Xiaoping prima e il nuovo corso
economico della maggiore delle Tigri Asiatiche poi, avrebbero letteralmente rovesciato il quadro idilliaco promosso allora anche dallo scrittore
italiano.
3. Mille e un uso del Libretto rosso di Mao
Il capitolo intitolato Il libro, è dedicato non tanto ai contenuti del Libretto Rosso di Mao, e all’uso che ne fanno i cinesi nella quotidianità.
Moravia mostra uno spiccato interesse per quella che egli stesso definisce «l’adesione entusiastica» � delle masse a eleggere quel testo prontuario
delle norme comportamentali alle quali il buon maoista deve necessariamente attenersi per la riuscita del processo rivoluzionario. Impressionato dalla presenza quasi ossessiva di quell’oggetto, tanto da cedere
alla tentazione di collocarlo in una dimensione ontologica “ulteriore”, lo
scrittore definisce il Libretto Rosso di Mao «un surrogato della coscien7 Ivi, p. 32.
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29
za e al tempo stesso il perno di un sistema di comportamenti rituali».8
Insomma, una guida pratica alla vita.
Tutto può essere ricondotto agli insegnamenti del Grande Timoniere,
non esiste aspetto dell’esistenza che non sia contemplato dall’enciclopedia maoista. E quando attraverso un simile feticcio dalla copertina rossa
passa l’atto stesso del comunicare, la situazione assume toni involontariamente comici:
Ecco i più importanti tra i gesti che si possono fare con un libro […]: si
porta in giro il libro per mostrare che lo si ha e allora abbiamo la segnalazione, magari l’ostentazione. Si agita per aria ai raduni, alle sfilate, alle
riunioni e allora abbiamo l’esaltazione del libro oppure la minaccia e la
sfida per mezzo del libro. Lo si apre e vi si fa scorrere lo sguardo e allora
abbiamo la consultazione. Lo si legge ad alta voce in risposta a qualcuno e
allora abbiamo la citazione, la comunicazione. Lo si accarezza chiuso con
la mano e lo si stringe al cuore e allora abbiamo l’affezione. Lo si tiene in
mano durante le danze, i canti e le recite di propaganda e allora abbiamo la
simbolizzazione… è incredibile, insomma, quanto possa influire sul comportamento dell’uomo un piccolo libro come quello di Mao.9
L’elemento sul quale si baserebbe il successo, ma soprattutto la
funzionalità del Libretto Rosso, è la sua accessibilità, e la conseguente, immediata divulgabilità. Le parole, le immagini estrapolate dai discorsi di Mao sono, in sintesi, memorabili. Agli occhi
dello scrittore, tale assunto è la prova materiale di quello che egli
stesso, con formula semplificatoria, definisce «confucianizzazione
di Marx»:10
Certamente nessun pensatore moderno rassomiglia meno a Confucio di
Marx. […] Eppure nelle pagine di Mao, forse più avvertibile nel tono che
nel pensiero, si può notare una contaminazione, fusione e vicendevole cor8 Ivi, p. 47.
9 Ivi, p. 48.
10 Ivi, p. 51.
30
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rezione di questi due pensatori così diversi. Beninteso il pensiero di Marx
non subisce cambiamenti sostanziali; ma viene spostato leggermente, quasi impercettibilmente dal piano drammatico, problematico, dialettico che
gli è proprio ed è proprio di tutta la cultura europea, a quello educativo,
normativo, precettistico che è proprio di Confucio e più in generale della
cultura cinese. Mao può essere duro, durissimo, magari spietato; ma la
sua durezza e spietatezza sono pur sempre filtrate attraverso un’intenzione
didascalica.11
Il fatto che il marxismo, pur nella sua declinazione maoista, si possa
ridurre a un insieme di norme da mandare a memoria, - così come per
più di un millennio è accaduto per il confucianesimo - legittima quindi
l’ipotesi che tra le due dottrine vi sia un’identità di fondo.
Moravia è convinto così di assistere a una conversione “dolce”, una sorta
di «operazione religiosa»12 attuata attraverso il riuso di una strategia di
comunicazione millenaria, come quella di riportare a memoria sentenze
ed exempla. In tal senso, le sfilate delle Guardie Rosse diventano processioni di un culto antico, di ascendenza rustica, così come la dottrina marxista diviene una riproposizione aggiornata della pedagogia confuciana.
È uno degli aspetti che fanno divergere alla radice maoismo e stalinismo:
Mentre il culto di Stalin appariva rivolto alla persona del dittatore, in
maniera affatto empia e moderna, il culto di Mao sembra essersi quasi
spostato dalla persona al pensiero, cioè al libro, colorandosi di religiosità
contadina e primitiva. Il culto di Stalin tradiva l’ammirazione per l’uomo
eccezionale, per il demiurgo, per l’eroe; quello di Mao rivela invece un
patetico bisogno di stabilità, un anelito profondo a un ordine duraturo.13
Buona parte del reportage di Moravia è investita nel tentativo di dimostrare come la Cina di Mao rappresenti una necessaria alternativa
allo stalinismo sovietico. La seconda ondata rivoluzionaria parrebbe allo
scrittore, in questo senso, alquanto propizia per almeno due motivi: in
11 ibid.
12 Ivi, p. 52.
13 Ivi, pp. 53-4.
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prima battuta, perché spiega l’insorgenza di quella temperie come una
naturale reazione all’occidentalizzazione dell’Urss; di rimando, perché
qualifica la violenta ondata di epurazioni – delle quali Moravia senza
dubbio sapeva - come la necessità di convertire tutti gli elementi ancora
eversivi all’unicità dell’istanza maoista. La lotta ai residui sovietici radicati nella società cinese – e le stesse modalità attraverso le quali questa si
esprime – è una delle finalità fondamentali dell’opera certosina avviata
dall’esercito delle Guardie Rosse:
In maniera caratteristica, la grande purga […] non è stata portata a termine da una polizia segreta di tipo staliniano, prima di tutto perché in
Cina non c’è una polizia segreta e poi perché, appunto in quanto la purga
mirava a colpire soprattutto la burocrazia, non si poteva ricorrere alla polizia segreta la quale in fondo non è che una burocrazia come tutte le altre.
No, Mao, in quest’occasione, come in tante altre, ha ascoltato il proprio
cuore rimasto fedele, in maniera ingenua e nostalgica, agli anni strenui
della guerra civile e ha fatto, come allora, appello alle masse e tra le masse
ai giovani e ai giovanissimi.14
Va da sé che il ritratto di questo capo politico “ingenuo” è tutto letterario. Moravia evita attentamente di ricordare da quale clamoroso disastro
sia emersa la scelta strategica di inaugurare un nuovo movimento rivoluzionario dal basso, una nuova “crociata dei fanciulli”, ovvero l’esito
fallimentare di quello stesso processo di industrializzazione forzata cui
Mao aveva sottoposto la Cina nel decennio precedente al viaggio dello
scrittore.
4. Il realismo socialista e il fornello a gas
Nel capitolo intitolato Anche Mao lo dice, Moravia racconta di una sua
accesa discussione con un scrittore cinese a proposito dei doveri e dei
diritti degli artisti in relazione all’egemonia di un regime che li indirizza
nelle scelte espressive. È un contenzioso che si svolge - neanche a dirlo
- a suon di citazioni dal Libretto Rosso. Una piccola pièce che sfuma
nella disputa scolastica, e che offre allo scrittore l’occasione di enunciare
14 Ivi, p. 64.
32
Società Italiana dei Viaggiatori
una profonda avversione al realismo socialista, oltre che una “lezione” sui
postulati teorici ai quali l’artista cinese deve necessariamente attenersi
per realizzare un’opera coerente alla cultura rivoluzionaria.
La maggior parte dei classici citati per l’occasione da Moravia sono tacciati di revisionismo, pessimismo, compromissione con i valori borghesi, soggettivismo, addirittura tradimento, come nel caso di Sciolokov:
lo slogan lapidario con il quale lo scrittore cinese censura l’insistenza di
Moravia, « l’arte deve essere al servizio delle masse »,15 parrebbe suonare
come una sorta di epigrafe dell’intero episodio:
«Dica uno scrittore che le piace.»
Enumera: «Fadaeev, Gorki, Furmanov, Balzac, Dickens, Merimée.» Tace
aggiunge un nome incomprensibile. Finalmente comprendo: Heine. Riconosco l’eco marxista: Marx leggeva, citava, apprezzava Heine. Lo scrittore soggiunge in fretta: «Naturalmente questi scrittori non vanno accettati a occhi chiusi, così come sono. Bisogna farne delle edizioni critiche,
con commenti per il popolo, magari tagliarli.»�
La sottomissione dell’arte alle ragioni della politica è di fatto inaccettabile
per la sensibilità occidentale di cui il viaggiatore si sente rappresentante.
Tuttavia una simile “lacuna” democratica della Cina maoista deve essere
necessariamente u n’eredità della trascorsa influenza sovietica:
La politicizzazione della letteratura è dono dei russi; non è una teoria
marxista, è una teoria sovietica. Marx, da buon tedesco rispettoso dell’autonomia della cultura, non ha mai detto che la letteratura dovesse fare la
propaganda politica, Stalin sì.16
La Rivoluzione Culturale è un’epocale opera di affrancamento dall’ingerenza – compresa quella culturale e artistica - dell’Urss. Se uno degli
scrittori più letti in Cina mostra ancora una così grave forma di assoggettamento ai dettami di certa propaganda, allora il processo di rinnova15 Ivi, p. 74.
16 Ivi, p. 76.
bollettino 2013 | studi
33
mento invocato da Mao è più che legittimo.
Il racconto della visita da parte di Moravia alla Città Proibita è in linea
con tale assunzione di fondo. Oltre che dal corredo tradizionale di ornamenti e rarità di vario – e vago – interesse, l’attenzione dello scrittore
è attirata da un certo numero di «statue di gesso dipinto di un brutto color marrone, di grandezza quasi naturale».17 Si tratta di una serie
di gruppi statuari, attraverso i quali si narrano le tragiche condizioni
del proletariato cinese prima dell’avvento della Rivoluzione. Una forma
d’arte oltremodo semplificata nelle qualità espressive, interamente tesa
a illustrare, quasi in senso didascalico, le vicende di una famiglia di coltivatori di riso sottoposti alla spietata legge di un latifondista, «il babau,
l’orco, il mostro numero uno della Cina comunista […], semplicemente
il diavolo».18
La mostra è corredata da un apparato scientifico molto particolare, come
la pianta del palazzo di centottanta stanze del feudatario, le fotografie
delle prigioni e delle catene destinate ai servitori recalcitranti. Lo stile
delle statue è essenziale, «sentimentale, veristico, edificante, nelle quali
De Amicis e De Sade si danno la mano con gli ignoti pittori delle stazioni della Passione nelle chiese dei nostri villaggi».19 È una «Via Crucis»
tutta cinese, una rappresentazione già diventata “canone”:
La famiglia dei contadini è lacera, affamata, affranta. Il padre è coperto
di stracci, la madre ha un infante alla mammella, gli altri figli sono degli
scheletri, i nonni due accattoni. Invece il proprietario è un mostro di sadismo: bellamente vestito di una lunga zimarra, sta sdraiato su cuscini,
respingendo, superbo, con piede oltraggioso, le offerte di riso della sventurata famiglia. Il riso non basta, la famiglia torna al lavoro, sotto la sferza
di spietati aguzzini. Alla fine, non riuscendo a soddisfare l’esosità del padrone, il padre prostituisce la figlia più grande; vende, per lo stesso scopo,
la bambina in fasce. Ma il proprietario non si placa. Allora il contadino
si rivolta. Nell’ultimo gruppo vediamo sgherri e proprietario atterrati e
17 Ivi, p. 90.
18 ibid.
19 Ivi, p. 91.
34
Società Italiana dei Viaggiatori
uccisi; il contadino trionfante, sventola la bandiera di Mao.20
Poi, l’itinerario di regime prevede una breve spedizione in uno dei quartieri operai di Pechino. Nella casa prescelta i visitatori fanno la conoscenza di un vecchio macchinista ormai a riposo:
«Lei lavora ancora?»
«No, sono a riposo.»
«E che fa?»
«Per lo più faccio la propaganda al pensiero di Mao nel vicinato.»
«E il resto del tempo che fa? Ascolta la musica alla radio?»
«No, non mi piace la musica.»
«Guarda alla televisione?»
«No, non mi piace la televisione.»
«Passeggia per i parchi?»
«No, non mi piace passeggiare.»
«Che fa?»
«Leggo le opere di Marx, Lenin, Stalin, Mao.»�
Ma proprio quando la visita volge alla fine, il vecchio operaio insiste per
mostrare la cucina ai suoi gentili ospiti:
C’è una piccola credenza, un piccolo tavolo, un fornello a gas. L’operaio si
avvicina a questo fornello e allora avviene un fatto singolare: il lettore degli
irti e oscuri Marx e Lenin, del noioso e clericale Stalin, del moralistico e
didascalico Mao, mostra di riporre tutto il suo orgoglio in quel comunissimo fornello a gas. Accende un fiammifero, fa sprigionare le fiammelle, ci
mette sopra, con gesto dimostrativo, una pentola. Come per dire: «Guardate che cosa ho. Avete mai visto una cosa simile ?».21
20 Ivi, p. 92.
21 Ivi, p. 97.
bollettino 2013 | studi
35
Il fornello a gas rientra certo nell’ordine delle prove tangibili di un avvenuto progresso sociale; resta il fatto che l’interesse mostrato per «gli
oscuri Marx e Lenin, il noioso e clericale Stalin, il moralistico e didascalico Mao» � non sarebbe nemmeno paragonabile all’entusiasmo suscitato nel vecchio dal funzionamento di quell’oggetto. In qualche misura, anche l’anziano macchinista è un residuo della Cina prima della
Rivoluzione Culturale, ovvero un paese senz’altro comunista ma ancora
profondamente avviluppato nelle spire di una mentalità – anche questa
d’ispirazione sovietica – piccolo borghese.
5. Le Guardie rosse, fanciulli in crociata
In cosa consiste dunque l’identità alternativa del giovanissimo esercito
delle Guardie Rosse «per Mao contro tutti»? Lo spiega il breve capitolo
intitolato In Italia, studiate il libro di Mao?.
Questi ragazzi, molti dei quali non ancora ventenni, rappresentano per
Moravia il vero nucleo di novità, la forza rigeneratrice di quella rivoluzione in grado di riflettere lo spirito delle nuove generazioni, desiderose
di partecipare in prima persona alla costruzione di una società migliore.
Moravia, ancora una volta, in tale fervore coglie una nota “religiosa”:
Li guardo mentre li interrogo e ripeto dentro di me: sono dei ragazzini, dei
bambini. Sono bambini per la freschezza, per l’ignoranza, per l’ingenuità,
per l’aggressività; ma soprattutto sono bambini per la qualità candidamente religiosa della loro credenza. Li hanno chiamati all’estero hooligans e
Hitlerjugend (in Urss), teppisti (versione angloamericana di destra), beat
cinesi (versione angloamericana di sinistra), pretoriani (versione cinese di
Formosa) e così via. Ma a me fanno venire in mente un ricordo storico:
quello della quinta crociata, la cosiddetta crociata dei fanciulli.22
Gli attributi, impliciti ed espliciti, emersi da questo primo ritratto, ritorneranno costantemente nel corso del reportage. I ragazzi delle Guardie
Rosse sono «innocenti e fanatici»,23 «gentili, dolci, simpatici»,24 «boy22 Ivi, p. 102.
23 ibid.
24 Ivi, p. 104.
36
Società Italiana dei Viaggiatori
scouts politici, fanciulli in crociata», mescolanza di «infantilismo e
fanatismo».25
In proposito, Moravia si sofferma a narrare un episodio riguardante i
“celebri” metodi di rieducazione praticati dalla Guardie Rosse. Protagonista del racconto la moglie dell’allora Presidente della Repubblica Liu
Shaoqi, sottoposta a un feroce processo pubblico per vicende riguardanti
la direzione dell’università di Jinghua . «La famigerata ladra numero uno
dell’Università di Tsinghua [sic]», Wang Kuangmei, viene costretta con
il ricatto all’autocritica davanti a una folla inferocita di studenti, professori, lavoratori di varia provenienza. Per attirarla fuori dalle mura della
sua abitazione (ancora non era concessa alle Guardie Rosse l’autorità
per varcare arbitrariamente la soglia della casa del Presidente della Repubblica), alcuni componenti di quell’esercito sequestrarono la figlia di
Wang Kuangmei, la quale si trovò costretta a presentarsi pubblicamente
davanti alla folla e a sottoporsi così alla manovra rieducativa dell’esercito
di Mao.
È il plot di migliaia di vicende identiche che il popolo cinese vivrà sulla propria pelle, esempio angoscioso dell’anarchia politica che investì le
sorti della Repubblica Popolare e che rafforzò la posizione di Mao nel
quadro gerarchico del Partito Comunista Cinese. Una tragedia che solo
oggi, nel Ventunesimo secolo, comincia a contare le proprie vittime. Da
parte sua, Moravia interroga i giovani crociati con simpatia, qualificando
lo strumento del sequestro e della coercizione ideologica una manifestazione «infantile». I metodi da Santa Inquisizione vengono così riconvertiti in un discorso il cui rigore ideologico legittima la soppressione dei
fatti concreti: se Mao è una valida alternativa alle degenerazioni dello
stalinismo, ciò vuol dire che anche l’istituzione delle Guardie Rosse – e
dei suoi metodi – rientra in un simile programma di epocale emancipazione:
Il dibattito […] verte su un punto molto semplice anche se importantissimo: è più ortodosso il sistema russo della direzione partitica dall’alto o
quello maoista della direzione delle masse dal basso? Ecco tutto. Qualcuno, adesso, si domanda: perché Mao, che ha la possibilità, non fa arrestare
i propri oppositori (a cominciare da Liu Sciao-sci [sic]) e non li fa proces25 ibid.
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sare e fucilare, come avrebbe fatto Stalin? Ma Mao non è Stalin. Mao non
vuole il potere personale attraverso la violenza, come Stalin. Mao l’educatore, Mao il dialettico, vuole il potere ideologico attraverso la persuasione
e l’educazione. Così egli non desidera che Liu Sciao-sci sia ucciso bensì
che cambi idea, cioè che si riconosca eretico e abiuri l’eresia.26
La figura del Grande Timoniere, la sua portata iconografica, il suo mito
personale, la sua straordinaria dimensione di «eroe eponimo», ovvero di
«uomo che dà il suo nome a un’intera epoca, a tutto un aspetto di una
determinata società»,27 è il monolite con il quale ogni viaggiatore coevo
sente la necessità di confrontarsi. Moravia vede in Mao uno spiccato
carattere di «creatività politica e ideologica»,28 che sarebbe ragione della
duratura sopravvivenza della sua opera. Mao, nelle parole di Moravia, è
una sorta di eroe “naturale”:
Mao ormai ha settantaquattro anni e il culto della personalità, sfrenato e
quasi mostruoso, al quale si è lasciato andare negli ultimi sei mesi, se non è
un freddo espediente politico, è senza dubbio un grave segno di debolezza.
Tuttavia resta fuori dubbio che per quanto riguarda la sua vita passata gli
possono essere accostati soltanto personaggi della statura e del carattere
di Pietro il Grande di Russia e di Oliviero Cromwell d’Inghilterra. Con
costoro Mao ha in comune la formazione culturale complessa e travagliata, il coraggio fisico, il talento militare, le fortune avventurose facilmente
mitologizzabili e infine e soprattutto quel non so che di enigmatico e di
popolaresco, di comune e di ambiguo che viene non già dall’ingegno, ma
dalla natura.29
6. Il Convitato di Pietra e l'anatra laccata
Il percorso “turistico” seguito da Moravia prosegue poi all'insegna di
tappe ampiamente canonizzate: la Grande Muraglia «espressione del
26 Ivi, p. 107.
27 Ivi, p. 112.
28 Ivi, pp. 112-3.
29 ibid.
38
Società Italiana dei Viaggiatori
conservatorismo cinese»,30 il Palazzo d’Estate, il complesso funerario risalente all’epoca Ming. A proposito di queste ultime, l’autore nota con
piacere come il sito archeologico sia stato rifunzionalizzato dal regime
in termini pedagogici. Una società non comunista può essere ingiusta
anche per quel che concerne la morte. La tomba Ming (in quegli anni ne
era stata scavata solo una) «non è bella perché non è buona», nonostante
questo «può essere educativa», come insegna la guida cinese che accompagna Moravia:
Il signor Li parla dell’imperatore e delle imperatrici con profonda, sincera
antipatia. Soggiunge dopo un momento: «Quando un imperatore veniva
a morire, era seppellito in questo modo. Se, invece, moriva un contadino,
si faceva una buca presso la casa e poi si gettava sopra un po’ di terra e
basta.»31
In una simile prospettiva, anche una parte dell'antica cultura culinaria è
stata “salvata”. Moravia annota che a Pechino non vi sono più locali dove
recarsi a mangiare, a fronte di un passato in cui esisteva una pluralità tale
di luoghi che si potevano gustare le specialità di tutte le province cinesi.
Niente è sopravvissuto, tranne un ristorante. La guida infatti avverte lo
scrittore che in quel luogo avrà modo di assaggiare la celeberrima anatra
laccata di Pechino. Un esacamotage davvero cinese:
Quel solo ristorante era stato lasciato aperto a scopo educativo. Coloro
che vi erano invitati, tutti visitatori occidentali, dunque borghesi, dovevano rendersi conto, divorando i manicaretti dell’antica cucina cinese, che
stavano commettendo un’infrazione, una trasgressione, quasi un delitto.
Era loro consentito, insomma, una volta tanto, di non mangiare male
come negli alberghi del turismo di massa, ma benissimo, come nei ristoranti prima della Rivoluzione Culturale. Però con un senso di colpa. Di
rimbalzo, sarebbero poi seguiti con la digestione, pentimento, ravvedimento, persuasione.32
30 Ivi, p. 143.
31 Ivi, pp. 169-70.
32 Ivi, p. 177.
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Proprio nel capitolo intitolato Il Convitato di pietra accade che Alberto
Moravia sia in buona sostanza “costretto”, in virtù di quell’iter programmato in suo favore, a cenare in quell’unico ristorante ancora aperto.
Per l’occasione Moravia e la Maraini decidono di evitare l’uno la cravatta, l’altra la gonna, dal momento che si tratta di simboli di corruzione borghese. Il locale è arredato con un gusto che coniuga una vaga
idea del neoclassico con le spartane suppellettili dello stile sovietico. I
commensali non hanno la possibilità di comunicare con altri eventuali
presenti, devono bensì concentrarsi esclusivamente sulla qualità del cibo:
la “lezione” alla quale i due occidentali debbono sottoporsi deve risultare inequivocabile. Da fuori, il solito altoparlante declama le citazioni
tratte dal Libretto Rosso. Arriva, quindi, l’anatra. Tutte le pietanze che
i due gusteranno durante la serata è stata ricavata da quella primigenia
portata: antipasti, piatto forte, contorni. Un piatto squisito, cucinato con
sapienza, tanto da far esclamare a Moravia: «Non abbiamo mai mangiato così bene in Cina».33 Poi la stessa eccezionalità del pasto ne svela la
portata educativa:
«[…] Lo sai che cosa penso?»
«Che cosa?»
«Di essere Don Giovanni alla scena dell’ultimo atto. È come se avessi sfidato cioè invitato a cena < la statua gentilissima del gran commendatore >,
ossia la statua di gesso bianco di Mao che sta nell’atrio del nostro albergo.
L’ho invitata empiamente anche se intrepidamente a mangiare l’anatra di
Pechino con noi. Ebbene, tra poco udirai un passo lento, pesante, calcato,
terribile, e udirai una voce di basso profondo pronunziare: < Don Giovanni a cenar teco – m’invitasti e son venuto. > Dopo di che, la statua
mi prenderà per mano e mi trascinerà all’inferno. Voglio dire all’inferno
capitalista.»34
Dietro l’allegoria del seduttore diabolico sembrerebbe celarsi l'insanabile
frattura tra Occidente capitalista e Cina comunista, tra la “perversione” che
pervade il primo e l’intento educatore e punitivo che connota il secondo:
33 Ivi, p. 186.
34 Ivi, p. 187.
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«Non ricordi? < Pentiti, cangia vita – È l’ultimo momento >? Potrebbe
essere detto da Mao a tutti i capitalisti o revisionisti, secondo la sua ben
nota propensione didascalica ed educativa di origine confuciana. Ma Don
Giovanni, purtroppo, non può che rispondere: < No, no, ch’io non mi pento. > Mao-Commendatore insiste: < Pentiti scellerato. > Don Giovanni,
dal canto suo, ribatte: < No, vecchio infatuato. > Il contrasto è insanabile.
Noi due siamo due Don Giovanni. Trappoco Mao arriverà, o meglio la sua
statua, con il suo passo pesante diversi quintali di gesso.»35
La figura terrifica del Convitato di pietra è dunque Mao, nume guida
di ogni viaggio in Cina, modello ineffabile da interrogare per cogliere il senso di un processo dialettico che non sembra conoscere sintesi.
Tuttavia, il maoismo non condanna, o quantomeno non condanna senza
appello:
Io credo che se la statua fosse venuta, ci avrebbe semplicemente dato il
libretto roso delle citazioni di Mao e poi se ne sarebbe andata. Nell’inferno
dei cinesi non c’è nessuno. Nessuno è veramente dannato. Tutti possono
essere recuperati, rieducati grazie ad un acconcio lavaggio del cervello.
Distolti, grazie alla lettura del libro di Mao, dalla strada del capitalismo e
avviati verso quella del maoismo.36
7. Alcune conclusioni
Il viaggio di Moravia in Cina è stato contraddistinto, in ultima analisi, da
un motivo costante, ovvero il confronto diretto - e indiretto - tra la Cina
e l’Unione Sovietica. Il vero protagonista de La rivoluzione culturale
in Cina è il serrato e ossessivo confronto tra Mao e Stalin, tra i sistemi
politico-sociali elaborati dalle due culture che essi simboleggiavano. Non
è necessario ribadire che il vincitore politico e soprattutto morale, in
questo agone, sia stato Mao Zedong: Moravia non ne fa alcun mistero.
In tal senso, lo scrittore romano ha guardato alla Cina negli anni della
Rivoluzione Culturale secondo una prospettiva regressiva. La “nuova”
35 ibid.
36 Ivi, p. 190.
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parabola maoista rappresenta ai suoi occhi una forma di ritorno alle
origini del discorso marxista. La povertà - ma sarebbe più corretto dire
l’etica della povertà - intesa come tensione verso l’unica condizione possibile dell’umano essere, la gestione del partito dal basso, la partecipazione collettiva alla cosa pubblica, l’iterazione del processo rivoluzionario
con il conseguente coinvolgimento delle generazioni più giovani, sono
gli elementi che farebbero del maoismo, con i dovuti distinguo, un’utopia
realizzata.
A ben vedere, Moravia non esalta Mao come figura di rinnovatore.
Quelli condivisi non sono solo gli aspetti, per dire così, innovativi della
dottrina di quest’ultimo, bensì quelli che persistono nel conservare intatto il nucleo semantico più autentico del comunismo rivoluzionario.
Moravia mostra così di conoscere davvero poco le ragioni profonde alla
base di quel colossale - e drammatico – movimento di persone ed energie
sociali denominato Rivoluzione Culturale. Non a caso di esso si limita
a osservare l’aspetto, se si vuole più letterario, esaltando quella “povertà
cinese” in odore di condizione edenica.
Il fallimento del comunismo sovietico, inteso anche come universo di
riferimento per quanti materialisti dialettici ne avevano in passato condiviso le sorti, è rischiarato dalla nuova ascesa dell’astro di Mao. Esaurita
la parabola del primo, la nuova lunga marcia intrapresa dal popolo cinese
è al contrario costellata di speranze per il futuro.
Le novità politiche non giungono più dall’Est dell’Europa, ma dall’Estremo Oriente, e di questa realtà l’intellettuale d’ispirazione marxista pretende di farsi testimone. La rivoluzione culturale in Cina di Moravia è,
ancora oggi, uno degli esempi più vivi di come si guardasse alla Repubblica Popolare quale luogo teorico di una rivoluzione galileiana in atto.
La Terra, la sinistra italiana e occidentale, gira intorno al Sole, ovvero a
Mao Zedong, che tutti acceca – è il caso di dire – con la sua luce.
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laura cassi
Il centenario della
spedizione De Filippi in
Asia Centrale (1913-14)
Fra le tante, possibili tipologie di viaggio, una fra le più interessanti è costituita sicuramente dalle esplorazioni scientifiche, cui l’Italia ha offerto
contributi significativi.
Più motivi richiamano interesse per le spedizioni italiane in Asia centrale dei primi ’900: l’oggettiva rilevanza di aree nevralgiche ieri e oggi,
divise fra più Stati, principalmente Pakistan, Cina, India, la rinnovata attenzione per il tema delle esplorazioni con speciale riguardo all’apporto
italiano, l’attrazione esercitata da nuove forme di turismo per non parlare
dell’esigenza - oggi finalmente riconosciuta - di tutela e valorizzazione
del patrimonio scientifico.
In particolare, in queste pagine ricordiamo la spedizione al Karakorum e
al Turkestan Cinese, organizzata nel 1913 da Filippo De Filippi, medico e fisiologo, appassionato di montagna, che aveva seguito il Duca degli
Abruzzi in alcune delle sue imprese, delle quali aveva redatto anche le
relazioni per la pubblicazione.
Fu una spedizione grandiosa - “la più importante fra tutte, per il progresso della conoscenza, specialmente scientifica, del Karakorum di cui
fanno fede il numero e la qualità dei partecipanti, la durata del viaggio,
e la molteplicità delle ricerche compiute secondo un piano ben prestabilito” come scrisse il geografo Giotto Dainelli – che lasciò l’Italia ai
primi dell’agosto 1913 per rientrarvi diciassette mesi dopo, dopo avere
percorso oltre 2000 chilometri, attraverso l’India, il Bàltistan, il Làdak,
l’Asia centrale ed il Turchestan.
Con questo viaggio nelle catene himalayane, del Karakorum e del Cuen
Lun, De Filippi intendeva affrontare e risolvere una serie di aspetti e
problemi legati alla gravità e al magnetismo terrestre, alla radiazione solare, alle condizioni meteorologiche e ai movimenti dell’alta atmosfera.
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Società Italiana dei Viaggiatori
A tale scopo, nonostante le difficoltà connesse all’attraversamento di regioni disabitate, particolarmente aspre e accidentate, furono predisposte
lungo l’itinerario stazioni di rilevamento dotate di strumenti di grande
precisione.
Un altro obiettivo era quello di sciogliere il nodo dello spartiacque indoasiatico, fra il ghiacciaio Siàchen ed il valico del Karakoram, che le
precedenti missioni avevano lasciato irrisolto, esplorando completamente un’area allora posta sotto il controllo inglese, diventata oggi una delle
aree ‘delicate’ del pianeta, teatro di confronto fra Pakistan, India, Cina.
Accurate operazioni di triangolazione e di rilevamento topografico connesse all’esplorazione del ghiacciaio Rimu, fino ad allora sconosciuto,
mostrarono che da esso scaturivano i fiumi Shyok, affluente dell’Indo, e
Yàrcand, affluente del Tarim cinese.
Il gruppo degli esploratori-scienziati era particolarmente numeroso e
qualificato, da Alberto Alessio, docente di geodesia teoretica, a Nello
Venturi Ginori, esperto meteorologo, al tenente del genio Cesare Antilli, incaricato delle riprese fotografiche, all’astronomo Giorgio Abetti,
all’ing. John Alfred Spranger, al maggiore Henry Wood, dell’ufficio trigonometrico indiano, ai geografi Olinto Marinelli e Giotto Dainelli.
Un supporto fondamentale fu offerto inoltre dalle guide valdostane, e in
particolare da Giuseppe Petigax, già al seguito delle imprese del Duca
degli Abruzzi.
Molto è stato scritto sulla Spedizione del ’13-’14: oltre ai ponderosi volumi relativi ai risultati scientifici, i tanti resoconti e presentazioni ufficiali fatti dal De Filippi, e le tante note sulla spedizione pubblicate su
riviste italiane e straniere. Tuttavia, lo svolgersi della spedizione quasi
allo scoppio della prima guerra mondiale, la presentazione ufficiale dei
risultati negli anni della guerra, il protrarsi per anni della pubblicazione
di tali risultati (la storia stessa della spedizione viene pubblicata 10 anni
dopo la sua conclusione), l’imminenza della seconda guerra mondiale,
stabilendo oltretutto una cesura forte con il passato, con un certo modo
di fare scienza e in genere con la cultura legata al Positivismo, e anche
la diffusione di nuovi tipi di esplorazione hanno contribuito a affievolire
l’eco dell’impresa.
Alcuni anni fa, tuttavia, traendo spunto dalla riscoperta di importanti documenti inediti relativi alla spedizione del Duca degli Abruzzi al
bollettino 2013 | studi
Il fiume Yarkand
Misure della radiazione solare
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Società Italiana dei Viaggiatori
Karakorum (1909) e a quella di Filippo De Filippi in Asia Centrale
(1913-14), la Società di Studi Geografici, in collaborazione con altri
prestigiosi enti e istituzioni del mondo accademico e culturale, organizzò
una serie di manifestazioni dedicate a tali imprese, diverse fra loro, ma
ambedue a cavallo fra quelle ‘eroiche’ verso terre ignote, che avevano via
via permesso di riempire gli spazi vuoti delle carte geografiche e che erano proseguite per tutto l’800, e quelle ‘scientifiche’ che, già ai primi del
’900, potevano fruire di strumenti di indagine e di reportage impensabili
fino a pochi decenni prima.
La spedizione del Duca degli Abruzzi infatti, pur proponendosi anche
scopi scientifici - quali misurare la resistenza dell’organismo umano
all’altitudine - fu in primo luogo alpinistica, proponendosi la conquista
del K2 (obiettivo che fu mancato per poco ma compensato dal primato
dell’altezza sul Bride Peak); quella del De Filippi fu invece rigorosamente scientifica, escludendo da tutto principio l’aspetto alpinistico.
In occasione del centenario della più grande spedizione scientifica italiana in Asia Centrale, piace dunque richiamare l’attenzione del pubblico
su personaggi che non esitiamo a definire straordinari, tutti molto diversi
fra loro, ma per certi versi un po’ dimenticati: sono gli ultimi esploratori istituzionali, il più famoso è il Duca degli Abruzzi; il De Filippi è
personaggio noto negli ambienti della storia delle esplorazioni ma poco
conosciuto dal grande pubblico; Giotto Dainelli è figura di studioso nota
nella Firenze degli anni ’20 e ’30, ma in seguito, forse anche per i suoi
trascorsi politici, entrata in un cono d’ombra.
E piace ricordare che le iniziative del centenario, con la mostra aperta a
fine 2012 presso l’Archivio storico del Comune di Firenze, hanno mosso i primi passi nella città in cui gli studi orientalistici, con l’Istituto di
Studi Superiori pratici e di perfezionamento, fra fine ’800 e primi ’900
vantavano una tradizione di eccellenza, grazie ai nomi di Michele Amari
e di Carlo Puini (scopritore e studioso dei manoscritti di Ippolito Desideri, che aveva visitato il Tibet nel ’700), e dove la tradizione di studi
sull’Oriente è continuata, se pure su piani diversi, con Fosco Maraini,
fino allo stesso Tiziano Terzani.
Della spedizione del 1913-14, come sopra accennato, sono stati ritrovati
gli album fotografici originali, costituiti da oltre 3000 immagini, senza
contare le copie di molte delle foto allegate a tali album, e i diari del De
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Portatori in posa con le casse della strumentazione scientifica della Spedizione De Filippi
Filippo De Filippi su un masso erratico del Ghiacciaio Rimu
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Filippi. Di grande valore documentario e scientifico i primi, sia per la
tipologia dei soggetti che per la loro qualità e quantità; degni di altrettanto interesse - seppure su un piano diverso - i resoconti manoscritti,
che permettono di ricostruire giorno per giorno la storia dell’impresa.
Questi diari hanno costituito la traccia per la redazione del resoconto
ufficiale, dato alle stampe nel 1924, e dunque non offrono una versione
diversa degli avvenimenti rispetto a quest’ultimo, ma hanno il pregio
della presa diretta, dell’immediatezza delle situazioni, delle impressioni e
degli stati d’animo spontanei, conducendo il lettore nel vivo dell’azione,
facendolo partecipare in prima persona agli avvenimenti.
La scrittura del De Filippi offre la registrazione giornaliera dei fatti con
un linguaggio asciutto, essenziale, che poco concede alle emozioni private, senza per questo essere freddo o distante. D’altronde, i diari degli
esploratori in zone estreme sono per forza di cose limitati all’essenziale,
lo stato di salute dei partecipanti e le condizioni del tempo innanzitutto.
Tuttavia le descrizioni d’ambiente, naturale e umano, seppure illustrate
dalla scrittura di un De Filippi costantemente assorbito dalle responsabilità di capo di una spedizione scientifica imponente, rivelano profondo
interesse per tutto ciò che è dintorno e un’intensa partecipazione.
Bibliografia
La “Dimora delle nevi”e le carte ritrovate. Filippo De Filippi e le spedizioni scientifiche italiane
in Asia centrale (1909 e 1913-14), a cura di L. Cassi, Memorie Geografiche, pubblicate come
supplemento alla Riv. Geogr. Ital., Società di Studi Geografici, n.s. n. 8, 2009.
L. Cassi - F. Zan, Rediscovering Filippo De Filippi’s Travel Journals of his 1913-14 Expedition to
Karakoram, Himalaya and Eastern Turkestan, cd part of the volume Rediscovering the Abode of
Snow. Filippo De Filippi and the Italian Scientific Expeditions to Central Asia (1909 and 191314), edited by L. Cassi – V. Santini - F. Zan, Pisa, Pacini Editore, 2012.
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manfredo pinzauti
il rumore del silenzio
Pier in Balestrand. Sognefjord. Norway
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il rumore del silenzio
Fv600 Vagsoy Island Nordfjord
Società Italiana dei Viaggiatori
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il rumore del silenzio
Vagsoy Island. Kvalheimsvika Bay. The Kannestein rock. Nordfjord
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il rumore del silenzio
Storseisundet bridge. Atlantic Road. Norway
Società Italiana dei Viaggiatori
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il rumore del silenzio
Hella. Sognefjord. Norway
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Dragsvik-Hella. Sognefjord. Norway
Società Italiana dei Viaggiatori
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il rumore del silenzio
Balestrand. Sognefjord. Norway
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il rumore del silenzio
Oslo. Bogstadvannet lake
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maria gloria roselli
incanto e astronomia
a samarcanda
S
amarcanda non è solo una città dell’Uzbekistan, è l’esperienza
tangibile di un immaginario che vive
dentro di noi.
Entrando a Samarcanda si entra nel
crocevia di quella mitica via della seta,
un ponte tra occidente e oriente, che
per secoli ha unito l’Europa con la
Cina permettendo lo scorrere, oltre
che delle merci dei mercanti, di colori, lingue, suoni, facce diverse, con un
flusso bidirezionale. Tante culture diverse hanno percorso quella strada, per
tutto il tragitto o solo per una parte,
a una velocità superiore degli spostamenti fisici degli uomini.
Il mercato di Samarcanda è stato in
passato il fulcro di questo crocevia.
Chiudendo gli occhi si può facilmente immaginare, nell’attuale mercato, il
viavai di scambi materiali e immate-
riali del passato. Ciò che colpisce maggiormente adesso è la straordinaria
varietà delle facce, riunite nel mercato
per i piccoli commerci. Gli abitanti di
Samarcanda dicono che in Uzbekistan
convivono 120 diverse etnie: forse è
un’esagerazione o forse è davvero così.
Di fatto, se guardiamo negli occhi la
gente che affolla le bancarelle, pare di
sfogliare un atlante di geografia umana. Ci sono occhi grandissimi e scuri
e poi mille varietà fino a quelli a mandorla, attraverso tante dolci, impensabili sfumature. Lo stesso si può dire
dei colori dei vestiti delle donne, più o
meno della stessa foggia con pantaloni
fin sopra le caviglie e camiciona fino a
quasi il ginocchio. Caratteri caucasici
modulano tratti orientali e si riconoscono, tra le facce degli uzbeki, tantissime facce tagike e perfino mongole,
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ma anche afghane e arabe. Poi ci sono
i Tatari di Crimea e quelli di Astrakan,
e ancora i Russi, ultimi arrivati alla
conquista dell’Uzbekistan prima della
recente indipendenza. È lo specchio
di un passato importante, millenni di
storia che parlano di scambi, commerci, scontri, saccheggi, dominazioni.
E Samarcanda ne deve aver vissute
tante di storie, dalla sua fondazione
nel 700 aC. Prima impero persiano,
poi conquista di Alessandro Magno,
poi ancora i persiani, gli arabi, i saccheggi mongoli e poi Tamerlano e i
successivi anni di Impero dei Timuridi, poi ancora sotto la Persia. I Russi
sono solo gli ultimi conquistatori, che
inglobarono Samarcanda nel loro impero nel 1868.
Il succedersi delle conquiste ha permesso che Samarcanda adottasse nuovi regimi politici, credi religiosi, nuovi alfabeti e sistemi di numerazione,
edificazione di palazzi e monumenti,
rimescolamenti culturali continui. La
Samarcanda attuale testimonia soprattutto quel medioevo in cui regnavano Tamerlano e, dopo la sua morte,
il figlio e soprattutto il nipote Ulugh
Bek. Lavorarono in città i migliori architetti per rendere maestosa e imponente la città.
La spettacolare piazza del Registan è
la meraviglia assoluta di Samarcanda.
È una piazza enorme, circondata da
moschee e madrasse per tre dei suoi
quattro lati. Le facciate sono un trion-
Società Italiana dei Viaggiatori
fo di decorazioni, soprattutto oro su un
fondo di azzurro che varia dal turchese
al blu. Vengono in mente gli antichi
traffici di pietre che portavano ai nostri pittori cinquecenteschi gli azzurri
ottenuti dai turchesi e dai lapislazzuli
sminuzzati per il celeste e l’oltremare
del cielo e dei mantelli delle madonne.
La madrassa centrale e l’edificio a est
della piazza sono di fattura seicentesca, con decorazioni di leoni e tigri,
stranezza per le rappresentazioni islamiche che vietano la riproduzione di
esseri viventi negli edifici religiosi.
L’edificio più affascinante e più antico è quello voluto da Ulugh Bek, a
ovest della piazza, terminato all’inizio
del ‘400. Le decorazioni rispecchiano
la personalità del sovrano timuride,
scienziato a tutto tondo ma soprattutto astronomo. Le stelle sono il tema
principale, una vera dedica agli studi
accuratissimi del raffinato scienziato.
La madrassa dunque era centro religioso e culturale allo stesso tempo,
dove gli studenti potevano imparare
varie discipline.
Ulugh Bek costruì a Samarcanda anche un enorme osservatorio con un
sestante di quasi 40 metri di raggio,
che gli serviva per i calcoli della posizione delle stelle. Il suo atlante con le
coordinate di posizione di quasi 1000
stelle fu fin da allora un manuale di
riferimento per gli studiosi di tutto il
mondo. Bisogna andare al centro della piazza del Registan e girarsi lenta-
bollettino 2013 | report
mente per tre lati per sentire l’effetto
delle proporzioni perfette degli edifici.
Si sente tutta la potenza degli edifici
religiosi, che fa sentire l’uomo cosa
piccola al confronto. Allo stesso tempo la bellezza dei mosaici e la meraviglia delle architetture incombono in
modo impressionante, non si riesce a
staccare gli occhi da quell’azzurro e
oro. L’unico lato spoglio della piazza
sembra un rifugio e un riposo da tanta
bellezza.
Il ripetersi geometrico dei motivi dei
mosaici mostra un’attenzione estetica che sembra l’effetto di una cultura
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orientata alla rappresentazione matematica. Il caleidoscopio di disegni che
scompongono gli spazi delle facciate
ottiene l’effetto di risaltare l’insieme,
come se la somma dei singoli pattern
amplificassero esponenzialmente la
ricchezza finale dell’insieme.
D’altra parte, ben 6 secoli prima del
grande astronomo Ulugh Bek, in Uzbekistan era nato un altro matematico
incredibile, oltre che astronomo. La
parola algebra trae origine da un suo
scritto; il suo nome era Al-Khwarizmi, da cui deriva il termine algoritmo.
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Società Italiana dei Viaggiatori
niccolò bagnoli
australia orientale
L
a prima occasione di un viaggio
simile si presentò nel 2007, quando i Campionati Mondiali di dragon
boat, particolare specialità dell’universo-canoa, si tennero proprio a Darling
Harbour, il porto di Sydney, in Australia. All’epoca non avevo i fondi necessari per sostenere un sogno simile,
totalmente a carico degli atleti, e dovetti rinunciare. Cinque anni e mezzo
dopo una chiamata particolare per una
gara molto meno prestigiosa di una
rassegna iridata, la partenza a tempo
indeterminato di alcuni amici e una
situazione economica nettamente più
florida sono stati fattori fondamentali perché il sogno potesse avverarsi: si
parte per l’Australia.
Cosa è successo in quei 2000 giorni circa perché il sogno potesse avverarsi? Intanto la fine degli studi è
coincisa, fortunatamente, con l’inizio
di un lavoro solido; poi è arrivata la
“migrazione” di un gruppo di amici,
che a partire dalla metà del 2011 ha
scelto di partire alla volta della lontanissima Sydney in cerca di fortuna, un
gruppo di ventenni e trentenni “valigia con lo spago e scarpe di cartone”
costretti, purtroppo, a ripercorrere il
cammino di tanti italiani in preda alla
disperazione nei primi del ‘900 prima
e dopo la Seconda Guerra Mondiale
poi. Infine l’invito a partecipare ad una
regata di canoa in programma nel pomeriggio dell’ultimo giorno dell’anno.
Uno più uno più uno fa tre, il numero
perfetto, come la decisione: impossibile non accettare di partire. La partenza
è datata 20 dicembre 2012.
Ho avuto la fortuna di viaggiare più
volte al di fuori dei confini europei:
bollettino 2013 | report
Sudafrica, Stati Uniti, Canada, Cuba,
Cina, Hong Kong, Macao. Nessuno di
questi viaggi tuttavia, per un italiano,
può essere minimamente paragonabile al massacro necessario per raggiungere l’emisfero australe. Il calcolo
complessivo è semplice: il treno che
da Firenze porta a Milano, incluso il
collegamento fino a Malpensa, impiega poco meno di tre ore; il volo è
poco dopo le 21, contando le due ore
di anticipo e l’attesa della coincidenza
per Malpensa a Milano, la partenza da
Firenze è alle 14.30 circa; da Malpensa il volo dell’Etihad mi porta ad Abu
Dhabi in sei ore; l’attesa per il volo
Virgin Australia che deve dirottarmi
a Sydney nello stupendo e modernissimo aeroporto degli Emirati Arabi è
di circa quattro ore; il secondo aereo
per raggiungere la capitale del New
South Wales impiega quattordici ore
e mezzo. Dal giovedì 20 dicembre alle
14,30 arrivo a Sydney la mattina alle
7 del sabato 22: al netto del fuso orario – dieci ore in avanti – si parla di
circa trentuno ore complessive di viaggio. Una mostruosità, soprattutto se ti
rendi conto che non hai con te un kit
spazzolino/dentifricio da viaggio…
La prima impressione dell’Australia,
per quanto solo dal Kingsford Smith
International Airport, è di un ordine clamoroso. Il corridoio che porta
all’area adibita al ritiro bagagli passa
attraverso un duty free, tappezzato
di campagne statali anti-alcol e anti-
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fumo che trovano poi anche conferma
al banco: il prezzo di una bottiglia di
qualsiasi cosa, dal vino al whiskey, è
inavvicinabile, così come quello per le
sigarette – un pacchetto da 25 costa
tra i 14 e i 25 dollari australiani, quindi
circa dagli 11 ai 20 euro – e non puoi
comprare più di un totale di 50 sigarette. Al foglietto d’ingresso già debitamente compilato sull’aereo, una volta
preso il bagaglio ce ne fanno compilare un altro, che viene controllato addirittura due volte, sia dall’addetto alla
sicurezza aeroportuale durante la fila
sia dal doganiere vero e proprio il quale, non appena scorge la nazionalità sul
mio passaporto, mi domanda con un
sorriso beffardo se Berlusconi secondo me verrà nuovamente eletto. Alla
fine comunque la trafila è compiuta.
L’ordine fortunatamente, oltre che dal
punto di vista burocratico, esiste anche
per i trasporti pubblici. L’aeroporto è
collegato al centro città da una comodissima metropolitana, che in realtà
è una vera e propria linea ferroviaria.
Faccio il biglietto per arrivare alla mia
destinazione, 16 dollari, prendo un
puntualissimo treno per la stazione
Central, da dove ne prendo un altro
altrettanto puntuale e tempestivo per
la stazione di Kings Cross: una quarantina di minuti in tutto e sono a destinazione. Kings Cross, dove vivono
divisi in tre case limitrofe i miei amici
che poco a poco hanno deciso di emigrare, è il cuore della night life dei sydneysiders (così sono chiamati i cittadi-
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ni di Sydney), e si vede, anche se sono
appena le 9 di mattina: i 200 metri che
dall’uscita della metro mi separano da
Springfield Avenue dove sono diretto
sono pieni di locali notturni – uno su
tutti dal nome classico, ma sempre geniale: Porky’s – un Mc Donald’s e almeno tre o quattro negozi di tatuatori
con le insegne al neon luminose che
sottolineano come siano aperti 24/7 (e
vi garantisco che è così, non chiudono
mai!), e per la strada, fortunatamente
senza intralciare minimamente il cammino di gente perbene che ormai non
ci fa nemmeno più caso, uno stuolo di
ex eroinomani e prostitute.
Come mai la gente perbene non ci
fa caso? E come mai questi disperati non disturbano? Semplice: tutto è
controllato a vista dalla Polizia locale,
schierata in ogni momento della giornata, ogni 50 metri in coppia, mentre
gli ingressi dei locali sono protetti e
garantiti da enormi samoani che piantonano sulla porta. Morale: 24 ore al
giorno, 7 giorni su 7, nella zona hot
di Sydney potrebbe camminare da sola
una bambina di 5 anni che nessuno sarebbe in grado di torcerle un capello.
I primi nove giorni di Australia sono
interamente dedicati a Sydney e ai suoi
dintorni. La città è un favoloso mix di
paesino all’americana, con palazzi di
massimo 5 piani alternati a villette familiari, e centro metropolitano fatto di
sconfinati grattacieli. Ciò che colpisce
maggiormente, e che rende Sydney e
Società Italiana dei Viaggiatori
l’Australia tutta un paese a sé stante,
sono la natura e i suoi colori. Piante
e alberi mai visti fanno da contorno
a uno scenario dove a regnare a vista
d’occhio sono pace, armonia e libertà.
Me ne rendo immediatamente conto
nella prima corsa che faccio con i miei
amici. L’eccitazione sale ai massimi
quando mi viene detto dove si arriva:
all’Opera House, il simbolo di Sydney. L’Opera House nell’immaginario
generale è un qualcosa che nessuno
crede di vedere mai nella vita, tanto
è lontana, e invece ora è lì davanti a
me. Si parte da Kings Cross, un passaggio dietro la piccola Rushcutters
Bay e si arriva a Darling Harbour, il
porto cittadino situato nella ricca zona
di Woolloomooloo celebre per la camminata in legno, il grattacielo di uno
degli hotel più lussuosi di Sydney e i
ristoranti di pesce. In fondo alla camminata spicca una casa meravigliosa:
è proprietà dell’attore Russell Crowe.
La camminata in legno, attraverso una
scalinata tra le rocce, porta diretta al
Royal Botanic Garden, un paradiso
sulla terra, erba tagliata di fresco (ogni
santo giorno è alla stessa altezza) ibis a
spasso tra lettori seduti che si godono
il sole.
Proseguendo a costeggiare la baia,
mi viene detto di trattenere il fiato, e
prepararmi, perché mi mancherà. Ed
è così: la stradina si impenna leggermente, ridiscende voltando a sinistra,
e improvvisamente ci si trova davanti
bollettino 2013 | report
alla cartolina di Sydney: l’Opera House, sovrastata in prospettiva dall’Harbour Bridge. Una gran bella vista.
Impossibile non fermarsi a guardare lo
spettacolo che uno si trova davanti. La
corsa termina giusto in bocca all’Opera House, che si affaccia sul punto più
spettacolare della baia. Sydney è questo, dalla periferia in pochi minuti si
arriva dritti al cuore della city, perché
dal binomio Opera House/Harbour
Bridge parte il centro, che dal molo si
dipana attraverso le principali arterie
del lavoro e dello shopping della capitale del New South Wales, ovvero
George Street, King Street e Market
Street.
Ma Sydney non è soltanto parchi,
città e Opera House. Sydney è anche
spiagge, tante spiagge. La più celebre indubbiamente è Bondi Beach,
asse portante del turismo marittimo
di Sydney. Il carnaio che va a crearsi
nelle ore centrali della giornata rende
la spiaggia quasi impraticabile: pur
ordinatissima per quanto riguarda
l’ingresso in acqua – c’è la zona per i
bagnanti, quella per il surf, il windsurf,
il kitesurf, e se esci dalla tua zona un
bagnino su un quad arriva armato di
megafono a intimarti di tornare dove
devi stare – trovare un lembo di sabbia
dove stendere l’asciugamano è quasi
impossibile. Ecco che allora, sfruttando la praticità dei mezzi pubblici locali,
meglio optare per qualche spiaggia più
lontana, ma altrettanto spettacolare e
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meno frequentata, come La Perouse.
A un’ora circa dal centro città, un circondario di tre/quattro spiagge, tutte
abbastanza piccole, che si affacciano
sul Mar della Tasmania. La particolarità di La Perouse è che le spiagge
sono separate tra loro da alcuni tratti
di scogliera, e che la zona è fortemente battuta dal vento. Ne consegue che
dal promontorio è facile scorgere una
spiaggia spazzata dal vento, con i turisti costretti a coprirsi per le raffiche di
freddo e sabbia e il mare increspato e
di conseguenza pericoloso, e quella accanto, protetta dai suoi lati di scogliera, che sembra un paradiso a sé stante dove prendere la tintarella e fare il
bagno. La Perouse è celebre anche per
il fortino di Bare Island, una costruzione situata su un isolotto collegato
alla terra ferma da un ponte di massi
e ferro; costruito sulla fine dell’800 per
controllare gli accessi via mare, il fortino e il suo isolotto sono poi diventati famosi per aver ospitato nel 2000
le riprese di “Mission: Impossible II”,
pellicola della fortunata saga con protagonista Tom Cruise.
Altre due spiagge degne di nota, non
troppo lontane da Bondi, sono quelle
di Bronte e Tamarama, sovrastate da
un camminamento botanico percorribile a piedi in mezz’ora circa che offre
una panoramica spettacolare su spiagge e oceano. Ultima citazione d’obbligo è per Manly, raggiungibile in traghetto da Circular Quay, il quartiere
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centrale di Sydney. È proprio la gita
in battello per raggiungere la spiaggia
la marcia in più di Manly, la quale poi
offre un mix di arenili e foreste assolutamente da non perdere.
Dopo il Natale e il Capodanno a Sydney, il programma di viaggio prevede
Melbourne. Un’ora e mezzo di aereo
con la Tiger, 130 euro appena, e dalla metropolitanesca Sydney si arriva
alla più quieta Melbourne. Il primo
impatto, solo dal confronto tra gli
aeroporti per i voli interni, è quello
di essere giunti nel nulla: lo scalo di
Melbourne consta di un gabbione con
bagni chimici e un solo nastro per il
passaggio di tutti i bagagli. Siamo
ospiti degli zii di un amico, trasferitisi
a Melbourne dalla Sicilia negli anni
’50. La parte periferica di Melbourne
è assai più desertica rispetto a Sydney,
una casa ogni cinque chilometri, e
inoltre un’afa pazzesca: atterriamo con
40°, ne troveremo anche 46° nel corso
del soggiorno. La conferma degli spazi
desertici arriva al primo approdo nel
centro città con il taxi: per strada, contrariamente a Sydney, non ne passano,
e vanno prenotati con un’ora almeno di
anticipo per consentirgli di raggiungere la nostra zona. All’arrivo in centro
tuttavia, possiamo tirare un sospiro di
sollievo. Melbourne centro è affascinante, l’Eureka Tower sembra vegliare
sulla città, mentre il fiume Yarra taglia
in due la città che, soprattutto di sera,
diventa placida. Abbiamo poco tempo
Società Italiana dei Viaggiatori
per visitare Melbourne, ma facciamo
in tempo a fare una puntata al Crown,
l’immenso casino in puro stile Las
Vegas, e di giorno al Queen Victoria
Market, mercato che si dipana tra più
edifici, dove è possibile trovare rari
esempi di artigianato locale.
Da sottolineare anche la bellezza delle
varie sedi della University of Melbourne dislocate nel centro città e, soprattutto la State Library of Victoria,
un capolavoro degno di visita anche
da parte di chi non crede di aver bisogno di nutrirsi di libri. Nei giorni
successivi da Melbourne partiamo in
auto alla volta delle spiagge e dei laghi, che compongono l’immensa baia
di Port Phillip. Spiagge a dire la verità
piuttosto simili tra loro: da citare sono
comunque St. Kilda, cuore del divertimento di Port Phillip Bay e fuori dal
tempo per le frequentazioni da parte
di punk, metallari e tipi non proprio
da spiaggia, comunque tranquillissimi,
e poi Sorrento, proprio come la località costiera amalfitana. Mare da cartolina, zero caos e divertimenti e spiagge
libere rendono questo paesino di nemmeno 1500 anime a due ore e mezzo
da Melbourne un posto perfetto per un
relax da isola deserta. Oltre alle spiagge poi, è bene soffermarsi per qualcosa
di diverso nella vasta zona dei laghi.
A due ore da Melbourne ci imbattiamo nel lago Eppalock, uno specchio
di acqua marrone che in realtà si rivelerà poi essere estremamente pulita.
bollettino 2013 | report
Vicino alla cittadina di Bendigo, una
piccola Londra a 150 chilometri dalla
capitale del Victoria, il lago Eppalock
è il centro nevralgico degli sport d’acqua a motore, ed è grazie a Danny, un
bifolco locale dall’inglese incomprensibile, il baffo folto e il segno dell’abbronzatura al posto della t-shirt, che
mangia continuamente scatolette di
tonno e barrette, che facciamo jet ski
come mai nessuno di noi lo aveva mai
fatto in vita propria: Danny si rivela
essere un pazzo, e a turno ci fa provare
l’ebrezza della paura su una delle sue
bestie d’acqua. Per una gita al lago più
tranquilla bene andare a Merri Lake,
non lontano stavolta da Melbourne:
niente sci d’acqua, ma una lunga passeggiata sul greto del lago dall’acqua
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bassissima e dal percorso tortuoso
porta alla pace dei sensi.
Nei lunghi spostamenti per i sobborghi di Melbourne il consiglio è quello
di cercare ogni tanto di stare svegli,
perché anche il deserto regala perle
di natura, come i canguri sorpresi a
saltare in queste praterie sterminate,
e di prove del passaggio dell’uomo: è
il caso straordinario e divertente degli
Aussie Dunny, gabinetti in legno costruiti nel nulla in mezzo al deserto e
coperti il più delle volte da porte sgangherate in stile saloon, se non da vecchie tende lise dal passare del tempo.
Un altro simpatico simbolo di un Paese in grado di stupirti, nella modernità così come nelle sue piccole quanto
particolari tradizioni.
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t o trav el hopeful ly is a be t ter th i n g t h a n t o a r r i v e
Robert Louis Stevenson
Finito di stampare in aprile 2013
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Bollettino 2013 - Società Italiana dei Viaggiatori