IDENTITÀ FASCISTA E BORGHESIA RURALE BERGAMASCA. PONTIDA 1937-1945 I racconti autobiografici di Benito Rigamonti1, combattente nella Milizia volontaria della Repubblica sociale italiana, sono il materiale fondamentale attraverso cui si è costruito questo lavoro, che intende offrire un contributo al dibattito relativo alla «memoria divisa»2. Le testimonianze qui proposte fanno riferimento al periodo compreso tra la metà degli anni trenta e la fine della seconda guerra mondiale e sono riordinate in modo tale da delineare il percorso di formazione dell’identità di Benito, tenendo conto dei rapporti sociali e delle fedeltà politiche presenti a Pontida, il piccolo paese della bergamasca in cui è cresciuto. La sua identità, come si vedrà, si è formata sulle linee di tensione tra vita di comunità e vita privata, tra l’appartenenza di classe e l’idea di nazione, tra l’idea di Italia fascista e l’idea di Italia che si andava sviluppando nel corso della guerra3. Su queste linee di tensione, sui conflitti e sulle contraddizioni che generavano, ci si è quindi concentrati, nel tentativo di descrivere alcuni tratti di un fascista e insieme di comprendere qualche aspetto del fascismo e dell’ambiente sociale e culturale in cui tale ideologia si è sviluppata. La famiglia Benito, figlio della borghesia rurale bergamasca, durante l’adolescenza ebbe un rapporto conflittuale con il regime: [Negli anni della mia adolescenza] ero piuttosto tiepido verso il fascismo, anche perché essendo un tipo cui le imposizioni non garbavano, di fronte a certe imposizioni mi ribellavo e cercavo di agire secondo il modo in cui la mia coscienza e il mio modo di vedere mi suggerivano di fare le cose… che non era lo stesso suggerito dalla dottrina allora imperante4. Suo padre Davide era invece un fascista fervente: Lui [era fascista] già dal 1922-23. Era uno dei ragazzi del 1899 ed è stato mandato nella guerra del 1915-18 con il grado di sottotenente. Al ritorno generalmente veniva sbeffeggiato dai compagnucci e da lì, per reazione, è venuta la sua adesione incondizionata al fascismo…5 ha iniziato nel 1921-22 a far parte dello schieramento fascista… perché lui ci teneva molto all’onore, alla sua divisa di ufficiale. [Durante tutti gli anni venti] era molto attivo politicamente. È stato podestà, […] uno dei primi podestà del regno d’Italia […]. Ricoprì questa carica in alcuni paesi tra cui, mi pare, Pontida e Mapello […] poi è stato segretario politico in altri, come Brembate Sopra. Il padre di Benito, ex-combattente e militante fascista, incarna una figura tipica di sostenitore di movimenti ultraconservatori. Infatti in ogni nazione, da quando sono esistite, le associazioni di reduci rivelano la tendenza a trasformarsi in gruppi di pressione di destra, e questo vale sia per i paesi che sono usciti vittoriosi da una guerra, sia, soprattutto per quelli sconfitti6. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Anche in Italia, nel primo dopoguerra e principalmente nelle città, si sviluppò il movimento degli excombattenti che aveva il carattere piccolo-borghese comune alle diverse associazioni di smobilitati formatesi in quell’epoca […] Gli elementi predominanti di questo nuovo strato intermedio erano rappresentati dai giovani che, durante la guerra, avevano acquistato la convinzione di aver diritto ad occupare nella società e nella vita civile un posto più elevato di quello che era loro riservato precedentemente […] Finita la guerra, che cosa voleva fare questa massa che aveva preso l’abitudine di comandare? Nient’altro che continuare a comandare7. e di certo non intendeva essere «sbeffeggiata», nelle parole di Benito, da compaesani fino a poco tempo prima subordinati. Alla militanza del padre corrispondeva il disinteresse per la politica della madre, Clelia Persico: Mia madre [non faceva politica], era una brava donna […] Pur essendo moglie di un fascista, lei non aveva mai voluto saperne niente di fascismo, di comunismo e de töte chi bale le8. Fu una buona madre di famiglia, ha avuto sei figli, badava al suo negozio, alla sua famiglia e basta. Un disinteresse che talvolta, nel privato, portava al conflitto con il marito: [Mio padre], una volta all’anno, andava alla festa della fanteria… lui si metteva ol sò capèl, i suoi gradi, la sua sciabola, la sua divisa… e andava a questo annuale raduno dei fanti… la ghéra ol coragio de pestaga so ‘l müsatì 9 magari per dieci o quindici giorni perché non voleva che andasse… so mia me, l’era facia so ‘mpo a la so manera,10 comunque lì per lo meno andava. In altre situazioni, infatti, Davide cedeva alle pressioni della moglie, poiché, come racconta Benito non era capace di contraddirla. Mia madre aveva un carattere molto forte… era un maresciallo… bella donna, autoritaria, e se lui si permetteva di contraddirla… l’era piö sò…11 quello che diceva lei era il cielo, avrà anche avuto ragione al novantanove percento delle volte, ma per lui ciò che diceva lei era vangelo… FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Forse anche per questa ragione, Davide smise di occuparsi di politica: In quegli anni [tra la fine degli anni trenta e i primi anni quaranta] non aveva più ruoli. Nel quaranta era stato richiamato sotto le armi come ufficiale di fanteria, era stato mandato in Sardegna, ma approfittando di una legge che esonerava dal servizio militare il capo famiglia di una famiglia numerosa, lui che aveva sei figli è stato rimandato a casa... questo nel 1941 o 194212. Avanti negli anni non ha assunto più cariche politiche […] Non credo neanche si sia iscritto al Fascio repubblicano […] si è ritirato in modo degno, pace e amen. Ciò non toglie che, finita la guerra, sia stato preso anche lui e portato alla cosiddetta caserma Seriate, l’attuale Lazzaretto13, anche lui è stato lì, poi siamo usciti insieme, lo stesso giorno nel mese di settembre del 1945. A differenza del padre, suo fratello Sandro decise di andare in guerra per quanto, anche a causa della giovane età, non avesse interessi politici: Pur avendo solo quindici, sedici anni, scappò da casa e si arruolò nei bersaglieri. Una volta sono riuscito a riportarlo a casa: io facevo la scuola ufficiali a Varese, vedo ‘sto ragazzo che mi viene incontro, che mi viene a trovare: "Cosa fai qui?" "Mi sono arruolato nei bersaglieri" "Fila a cà a la svelta dise perché te ciape a pesciade ‘ndel kul!"14. […] Allora mi sono presentato alla caserma dei bersaglieri di Varese dal comandante e ho detto: "Questo ragazzo è minorenne e me lo lascia portare a casa" infatti l’ho riportato a casa. In poco tempo l’è turnat a scapà l’è ‘ndacc amò di bersaglier!15 Dopo l’hanno sbattuto al fronte alla Garfagnana, da quelle parti lì, è riuscito a portare a casa la pelle, ma lui non è mai stato di idee politiche di destra. Anche figure come quella di Sandro erano abbastanza comuni, tanto che, per rimanere al caso bergamasco, dopo l‘8 settembre 1943, Renato Ricci, comandante Gnr [Guardia nazionale repubblicana] e già responsabile dell’Onb [Opera nazionale balilla], organizzò gli Avanguardisti moschettieri, i 15-18enni che fuggivano di casa per arruolarsi, ponendoli alle dipendenze del comando generale della Gnr16. La lettura che Benito dà delle condizioni generali della popolazione di Pontida è indicativa della sua condizione sociale: Noi stavamo bene, però c’era tanta gente che faceva la fame e certe volte mi ricordo che nelle botteghe erano più i mendicanti che i clienti… c’era gente che per mangiare cercava la carità, gli si dava dieci centesimi, des ghèi, era la carità che si faceva alla povera gente […] Qui i terreni erano condotti a mezzadria, e i proprietari avevano i loro masèr… c’era il fattore che aveva il compito di mediare sulla FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] spartizione dei raccolti e agiva sempre nell’interesse del padrone. C’era poco da fare, questa gente lavorava e non vedevano molto… non la passavano bene. Qualcuno che aveva un campo che dava una certa rendita poteva camparla bene, prendendo la sua metà. Invece ce n’erano altri che non potevano e i fattori facevano solo ed esclusivamente l’interesse del proprietario. Erano persone fidate a cui non scappava niente, ed era ben difficile che si lasciassero andare a degli sconti o cose simili17 […] Per non parlare di Magnetti dei laterizi … la fabbrica a ottobre, massimo novembre, chiudeva, la gente rimaneva a casa fino a febbraio, e per quattro mesi, la gente come faceva? Non c’era allora l’indennità di disoccupazione, per niente. Allora alcuni venivano da mia madre a supplicare per avere comunque da mangiare. Mia madre l’unica cosa che diceva era "Mi avete sempre pagato, ve ne do ancora". Li manteneva per tre o quattro mesi. Nel frattempo loro andavano per boschi a legna. Col pericolo di essere presi e processati e multati […] I boschi erano pulitissimi, come i castagneti, ed erano controllati … la legna costava, visto che non c’era il riscaldamento allora si andava a legna. Il nostro portico era sempre pieno di legna, perché mia madre ne usava molta. Le veniva la lavandaia una volta a settimana … allora scaldavano l’acqua con le fascine di legna che portavano questi [disoccupati] per racimolare qualche soldo. E la miseria era forte … il Magnetti [per far lavorare gli operai in ditta] aveva dei kapò. Eccetto uno, gli altri erano peggio dei kapò dei lager […] trattavano gli operai come schiavi. Li trattavano male, ma molto male […]. L’unico operaio al quale non potevano dire niente era un certo signore che abitava in una frazione, che era considerato comunista … lui era un operaio, i capi a lui non dicevano mai niente. Era un tipo grande e grosso, e se qualcuno gli diceva qualcosa gli si metteva davanti e alzava il dito … si chiamava … se regorde piö … mi pare Luisòt, mi sembra … lui era un comunista […] Poi, durante il periodo bellico c’era la tessera annonaria. Noi eravamo sei figli … e con la tessera annonaria non si riusciva a mangiare. Si aveva quattordici quindici anni e il pane si mangiava … non erano abbastanza due o trecento grammi di pane come stabilito dalla tessera annonaria … e allora mia mamma si arrabattava, riusciva ad accaparrarsi un po’ di farina bianca e faceva il pane, lo allungava con la zucca … per fare 'sto pane e poterci saziare, noi che eravamo gente abbiente, figurati gli altri come i contadini che non avevano neanche i campi. Si noti come Benito legga i meccanismi dello sfruttamento sui luoghi di lavoro fino al momento in cui andrebbero messi in relazione con la politica del regime. Infatti, da un lato, le condizioni dei lavoratori erano tali vista l’assenza di sindacati liberi dovuta alla repressione antisindacale dei primi anni venti e conseguente al potere esercitato dagli industriali sul governo: Come risultato del Biennio rosso, preoccupazione suprema degli imprenditori fu il ripristino immediato dell’autorità amministrativa nell’azienda e un ritorno alla consueta attività [che si] poteva conseguire soltanto con una dura repressione, licenziando gli scioperanti, vietando l’assunzione dei militanti sindacali e facendo litigare tra loro i sindacati fascisti e le organizzazioni operaie socialiste18. Nelle campagne il problema della repressione sindacale fu altrettanto forte che nelle zone industriali. Dopo la guerra, parallelamente agli scioperi nelle fabbriche, si sviluppò FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] un vasto movimento di contadini poveri che cominciarono a impadronirsi delle terre dei grandi proprietari. [Essi] spesso non avevano idea degli obiettivi che volevano raggiungere, […] vedevano la terra e i proprietari [ma] non vedevano lo Stato che era là per difendere l’una e gli altri. Invadevano la terra portando in testa ai loro cortei il ritratto del re, la bandiera nazionale e il crocifisso19. Nella bassa bergamasca la rivolta contadina fu particolarmente significativa e si organizzò nel Movimento cristiano dei lavoratori guidato da Romano Cocchi. Altrettanto forte fu la repressione voluta dagli agrari, che con gli industriali furono l’altro riferimento del regime20. Dall’altro lato, nelle condizioni create dalla rivalutazione della lira [del 1926] anche le industrie italiane avevano intensificato la razionalizzazione dei processi produttivi, in una situazione, però, in cui il mercato interno non poteva essere allargato ed era "quasi impossibile la conquista di mercati esteri". La razionalizzazione aveva riguardato le possibilità di un maggiore sfruttamento della manodopera piuttosto che l’innovazione di prodotti o di processi21. La 'politica' «A metà degli anni venti [rispetto alla fase iniziale del regime] si assistette a un tentativo più sostenuto […] "di far entrare le masse nello stato", come ripeteva lo stesso Mussolini»22. «Innanzitutto occorre sottolineare la parzialità di questo ingresso, in quanto “le masse, nello stato, ci sono sempre state come oggetto, non fosse altro, degli obblighi militari e fiscali”, per cui “il problema dello stato non può correttamente porsi, per il popolo, che come problema di partecipazione al potere”»23. Ad ogni modo, in una società che si apprestava a diventare di massa con la diffusione dei nuovi sistemi di produzione dell’industria fordista, un maggiore coinvolgimento delle masse nelle dinamiche politiche ci fu e gli strumenti usati per raggiungere tale scopo sono soggetti a diverse interpretazioni. Secondo Mosse, la nazionalizzazione delle masse venne perseguita in primo luogo attraverso «tutta quella serie di cerimonie pubbliche, discorsi, parate e quant’altro del genere ha fatto della propaganda fascista una liturgia laica, mutuando da quella sacra molte figure e stili cerimoniali». Inoltre, «il cosiddetto "teatro della politica" – ossia la scena aperta al pubblico attraverso cui si svolgeva la propaganda – [riuniva] in un solo programma disciplina e partecipazione»24. De Felice, invece, dopo aver individuato «il fulcro del sistema fascista» nel suo aspetto di massa, «specie per le nuove generazioni per le quali il fascismo era sempre più normalità», ha indicato i suoi strumenti nella «scuola, [nelle] organizzazioni di 'categoria', assistenziali e per il tempo libero, [nella] propaganda, [nel] partito»25. Elemento comune a queste analisi è il ricorso del fascismo alle leve statali, finalizzato all’organizzazione sui modelli della disciplina militare e affiancato al controllo delle strutture educative, tra cui la scuola. Anche la descrizione che Benito offre di ciò che considera la politica negli anni del regime chiama in causa alcuni di questi fattori: FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] [Inizialmente conoscevamo la politica] sia attraverso l’insegnamento scolastico, sia attraverso l’istruzione premilitare che settimanalmente si faceva … Non so come si considerava la politica … so che si andava al sabato fascista si faceva un’istruzione premilitare. C’era l’obbligo di presentarsi, di solito vicino alle scuole pubbliche, nel campetto all’esterno […] Chi non andava al sabato fascista doveva portare un certificato medico, qualora non si portasse il certificato medico per tre volte, si veniva condannati a due o tre giorni di cosiddetta prigione. Era una camera di sicurezza che si trovava in via A. Mai a Bergamo, sul lato delle scuole Vittorio Emanuele, quelle lungo il viale, viale Roma, sul lato di quelle scuole c’era la sede della Gil, che era la sigla della Gioventù italiana del littorio. E c’erano delle camere di sicurezza. La punizione consisteva nel rimanere lì chiusi due o tre giorni al massimo. Dopo si veniva rimandati a casa26. Poi per tutti c’erano gli incontri davanti alla Casa del fascio, che era un locale posto dietro il Comune, con un piccolo cortile davanti usato per le commemorazioni, o quando c’erano le cosiddette adunate: quando c’erano i discorsi di Mussolini la gente si radunava lì, e ascoltavano questi discorsi … oppure qualche raduno in occasione di qualche ricorrenza o festa nazionale … come il 4 novembre, il 21 aprile […] natale di Roma, e il 28 ottobre. Le imposizioni, come si è ricordato in apertura, incontravano le sue resistenze, tuttavia la scuola e l’educazione di tipo militare ebbero influssi significativi: «Sono sempre stato fondamentalmente nazionalista. Anche prima della guerra mi sentivo molto italiano. Ci avevano trasmesso molto il senso dell’italianità, anche a scuola». In rapporto ai termini italianità e fascismo è possibile leggere la guerra in Italia dopo il settembre 1943 nei termini di una guerra civile. Sia i fascisti che i resistenti sentivano di combattere una guerra patriottica, dove il nazionalismo dei secondi si opponeva a quello dei primi proprio perché intendeva liberare l’Italia da quel regime che «gravava sulla società, sulla civiltà, sulla coscienza del popolo italiano», operando come in una sorta di «sanguinosa resa di conti nella partita che si era aperta con lo squadrismo fascista tra il 1919 e il 1922»27. Questi distinti nazionalismi erano legati a diverse concezioni del Risorgimento, rispetto al quale il fascismo poteva essere considerato un tradimento o il compimento. Se gli insegnanti del ventennio dovettero trasmettere la tesi del fascismo come compimento del Risorgimento, alcuni di loro, tenendo fede all’immagine «di un Risorgimento un po’ all’antica […] ravvolto […] nei suoi panni liberali», fornirono «senza dubbio qualche germe di potenziale resistenza alla pressione fascista»28. Tra questi ci fu un insegnante di Benito, il quale proponeva un’idea di Italia diversa da quella fascista attraverso le sue frequenti lezioni sulla poesia degli anni del Risorgimento e trattando tutto quanto avesse sapore antitedesco. Nell’ambiguità dei suoi richiami a un nazionalismo identico nel nome ma distinto nel significato rispetto a quello fascista, Benito ricorda il suo insegnante contemporaneamente come un «resistente» e come un uomo che contribuì alla formazione della sua fede fascista: Negli istituti inferiori io avevo un professore di italiano che era antitedesco. Ci faceva studiare tutte le poesie del Carducci e tutto quello in cui si parlava male dei tedeschi. Anche questo mi è rimasto impresso. Quello lì è rimasto antitedesco anche dopo, durante la guerra. Quando mi ha visto vestito da volontario salire sul treno rimase impressionato. Allora ghe dise:29 "Professor Marini si ricorda le poesia antitedesche che ci ha fatto studiare a memoria?" E quello faceva a suo modo un po’ di resistenza. L’unico che aveva avuto questo coraggio. Uno dei pochi. Si chiamava Marini, e insegnava all’istituto inferiore di Celana. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] L’anticomunismo, «cemento decisivo per la coalizione che [originariamente] si raccolse intorno al fascismo e ne [determinò] il successo»30, fu anche in Benito il sentimento fondamentale di identificazione ideologica: Per il partito [fascista] i termini patria, onore e religione avevano un certo significato, in contrapposizione al comunismo, che era la negazione a parte della libertà, che anche nel fascismo magari non era contemplata, ma soprattutto della religione e del concetto di patria … perché loro parlavano di internazionalismo. Sì, diciamo che sono rimasto sempre principalmente anticomunista, anche se questo sentimento è maturato sostanzialmente nel 1943 … anzi, già durante la guerra di Spagna hanno cominciato i primi sintomi di questa idiosincrasia, della mia allergia totale verso il comunismo. Non lo concepivo e ’l concepese mìa …31 soprattutto perché allora attraverso la propaganda ci inculcavano certe cose, a noi che eravamo giovani e non avevamo uno spirito critico per poter valutare e discernere quello che poteva essere eventualmente un’altra verità. Per noi la verità era quella e basta […]. Per noi invece era vangelo. I valori morali, la famiglia e l’onore, cioè quanto Benito contrappone al comunismo, sono stati considerati da Mosse centrali nella formazione delle forze politiche di estrema destra del primo dopoguerra e in particolare del fascismo, poiché erano preoccupate, in misura diversa a seconda delle nazioni, dal degrado, presunto o reale, dei costumi nazionali. Chi sostenne quei movimenti auspicava che con essi si «ristabili[sse] il livello morale della nazione» e non a caso «molte leggi allora promulgate erano destinate a punire le deviazioni sessuali e sociali e a rafforzare il concetto della famiglia»32. L’anticomunismo, inoltre, si sposava bene con il suo complesso senso di appartenenza di classe, fondato su un intreccio di significati, valori, concezioni dell’ordine e del diritto. Un sentimento che vinceva la sua capacità, di cui già si è detto, di riconoscere la miseria e alcuni dei meccanismi da cui la stessa derivava, tanto quanto la violenza e lo sfruttamento presenti nelle fabbriche. Infatti, quando la povera gente sfruttata infrangeva l’ordine, per Benito, diventava feccia e marmaglia, evidenziando come insieme al nazionalismo e all’anticomunismo fosse proprio il «rifiuto della lotta di classe (che si tradu[sse] in ideologia corporativa)»33, l’altra bandiera della borghesia fascista. Proprio l’incontro con quella presunta marmaglia, ossia, di fronte alle insurrezioni antifasciste spontanee dopo il 25 luglio del 1943, deciderà coscientemente di entrare a far parte della Milizia volontaria. Ecco come Benito legge quella che Battaglia ha definito «la prima manifestazione schietta e spontanea [che] applaudiva alla caduta [del fascismo], estesa in ogni centro maggiore e minore della nazione», durante la quale «furono scalpellati con furia gli emblemi della tirannide, invase le sedi dei fasci, ma risparmiati i responsabili»34: Più che altro mi sono avvicinato volutamente [al fascismo] dopo il 25 luglio 1943, quando ho visto la feccia del paese scatenata nella distruzione della ex-Casa del fascio senza nessun motivo plausibile … rompere tutto per … quella era proprio una marmaglia … persone senza arte né parte, nullafacenti, che vivevano alla giornata. Ladruncoli. Per me era la feccia del paese […]. Scatenata in atti vandalici senza fine. Quando ho visto ‘sta brutta gente, mi sono detto che forse il fascismo era meglio, piuttosto che far cadere l’Italia in mano a gente come quella. Di lì ho cominciato ad essere nel mio intimo più propenso ad accettare quello che era il regime fascista. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] La 'non politica' e il consenso Negli anni della sua adolescenza, la politica era ridotta a quanto appena discusso. Per il resto, Benito racconta di una vita spesa tra la famiglia, qualche amico, la caccia, la scuola e le attività parrocchiali. Una vita, insomma, che ricorda priva di politica e di discorsi politici, per sé come per i suoi compaesani: Le amicizie si riducevano a due, massimo tre. Tre ragazzi coetanei coi quali soprattutto si parlava di caccia e di ragazze, ma mai di politica… la politica non ci interessava… ci trovavamo specialmente nella casa di uno, che era un contadino, però con molto buon senso, e sia io che un altro, il quale era di famiglia benestante, come del resto lo ero anch’io, ci trovavamo molto bene con questo che era figlio di contadini. Stavamo lì a parlare del più e del meno, ma soprattutto di caccia […] e di qualche scappatella con le ragazze… avevamo quindici, sedici anni, e cominciavamo a casà fò i coregn…35 La mancanza di informazioni, che non fossero quelle provenienti dal canale della propaganda, rafforzava il quadro di depoliticizzazione diffusa. Lo stesso Benito riconosce la sua distanza di allora da tutto quanto riguardasse i problemi del mondo e la storia: Io ho solo sentito qualche volta Radio Londra a titolo di curiosità, ma non mi interessava più di tanto perché era infarcita di propaganda antifascista e non ci ho badato. Per quanto riguarda le altre nazioni [...] la propaganda ce le descriveva come nemici e noi le consideravamo tali. Per noi il concetto di democrazia di questi paesi era letteralmente sconosciuto. Non lo sapevamo cos’era la democrazia. Io non lo sapevo cosa era la democrazia. Sapevi solo l’etimologia della parola. [Inoltre,] attraverso la propaganda fascista le demoplutocrazie ci venivano dipinte come entità sopraffattrici, dove il denaro contava tutto, dove l’ideale, certi ideali erano calpestati… e subordinando il tutto al guadagno […]. In effetti, invece, la dottrina fascista era rivolta anche al popolo e agli operai. Ha fatto qualcosa36, a differenza delle democrazie, anche se lì c’era la libertà… io comunque non sentivo la mancanza di libertà… a sedici diciassette anni, che libertà? Avevo tutto quello che potevo avere, non mi mancava niente, più libero di così […]. Poi, secondo noi, nelle democrazie non c’era idealismo… come invece per noi c’era una base di idealismo, certi concetti come dio, patria, famiglia e onore, per me e tanti di noi, avevano un certo significato […]. La Germania, invece, era un paese di cui apprezzavamo la lealtà nei nostri confronti, poi l’ordine e la disciplina di quel popolo. E, per esempio, a scuola dovevamo studiare una lingua estera a scelta tra tedesco e inglese. Ovviamente tutti optavano per il tedesco, salvo alcuni, segnati addirittura a dito. Anche perché allora sembrava che la Germania fosse oltre che alleata, anche base per scambi commerciali e industriali, per cui imparando la lingua ci si poteva introdurre nel mondo del lavoro e nella loro mentalità. Poi dopo è successo quello che è successo. Però, per esempio, di cosa fosse il regime nazista io ero completamente all’oscuro. Non sapevo neanche come era andato al potere. Noi apprezzavamo certe parate… l’organizzazione, come nel caso dei giochi olimpici del 1936, mi sembra, l’organizzazione di quei giochi fu qualcosa di stupendo. Fu una cosa grandiosa. Così come mi è rimasto impresso il fatto che Hitler non abbia voluto premiare un atleta americano di colore. Che è stato un gesto che a pensarlo col senno di poi… pensa se l’è stac bambo chèl le!37 Ma allora c’era il mito della razza. Mi pare che l’atleta si chiamasse Owens… sì Owens. Vinse una medaglia d’oro in una gara di atletica. Quando è salito sul podio, non gli ha dato il riconoscimento. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] L’assenza di politica nella vita privata di cui Benito parla parrebbe contraddire la sua memoria del grande soggetto politico collettivo: il popolo del consenso38. Se della democrazia conoscevo solo l’etimologia, che è governo di popolo, a me sembrava che anche da noi il fascismo fosse governo di popolo perché, parlando fino agli anni quaranta, c’era una adesione totalitaria39. C’era un’adesione balcanica… qui il 98 e qualcosa percento erano fascisti. Dopo si sono cambiati per opportunismo, vigliaccheria e altre considerazioni… fascisti o perlomeno favorevoli al fascismo, fiancheggiatori. Contrari qui nel nostro paese non ce n’erano. Dal suo punto di vista «opportunismo, vigliaccheria e altre considerazioni» sono state le cause solo dello spostamento a sinistra dei suoi compaesani: non indica le medesime cause alla base della «scelta politica» di nessun individuo che fosse parte del «98 per cento» di «sostenitori» del regime prima del settembre 1943. Eppure come lui stesso aggiunge a breve distanza: Qui di fascisti veri e propri ce n’erano pochi… sì, la cosiddetta intellighenzia del paese… c’era il farmacista, un rappresentante di prodotti e polveri da sparo, adesso sono tutti morti… e poi due o tre elementi del popolo, contadini o operai, che hanno continuato a votare la destra anche dopo il 1945. Se questo aspetto contraddice l’idea del consenso popolare inteso nel senso di una cosciente partecipazione, non c’è peraltro contraddizione rispetto al ritratto della sua vita fatto poco prima, quando descriveva un mondo senza politica, là dove, probabilmente, proprio sulla non politica era costruito il grosso del consenso di cui parla. Le narrazioni di Benito confermano in questo senso l’idea secondo cui «il totalitarismo spoliticizza più che mobilitare. Così almeno fu in Italia, [dove il fascismo fu] aiutato dalla forza repressiva e dal non vedersi, per gran parte degli anni venti e per tutti gli anni trenta, di nessuna praticabile via di uscita»40. La questione del consenso e il suo rapporto con la depoliticizzazione è particolarmente complessa. Come si è visto, il regime si impegnò in un’operazione di coinvolgimento ideologico delle masse, nel tentativo di conquistare alla sua «base di massa» il proletariato che, alla sua andata al potere, non ne faceva parte. Tale coinvolgimento si concretizzò in una vera e propria occupazione dello spazio pubblico. In particolare, organizzazioni come il dopolavoro e i circoli ricreativi fascisti, inizialmente legate al sindacato fascista, ebbero come imperativo che «una politica di classe nel senso tradizionale del termine andasse scoraggiata in maniera attiva; al suo posto [si proponeva] 'l’educazione' nel senso più paternalistico della parola». E nonostante l’impegno organizzativo fosse stato avviato già nei primi anni del regime, i risultati non furono buoni, tanto che alle elezioni primaverili per le commissioni interne del 1924 «la vittoria della Fiom socialista […] confermò senza ombra di dubbio che il proletariato industriale rimaneva lealmente antifascista. Perfino i braccianti agricoli che più facilmente cedevano alle minacce, diventarono di nuovo riottosi»41. Saranno ancora la repressione e le legge sindacale del 1926 a sradicare quanto rimaneva delle organizzazioni dissenzienti, o quantomeno a metterle fuorilegge42. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Un’ulteriore conferma della depoliticizzazione di quegli anni si ritrova nei racconti con cui Benito fonda il consenso al regime non solo sulla non politica, ma sul valore della non politica, come appare dalle riflessioni già riportate e relative a sua madre: «Mia madre non faceva politica, era una brava donna…». Proprio come se il non far politica fosse elemento qualificante. Benito ci consegna cioè l’idea di una società in cui il valore è dato al primato della 'casa', intesa nel senso dell’oikia greco, che, nei termini in cui è stata riproposta da Hannah Arendt, è al centro «dell’associazione naturale» per sua natura «non solo differente, ma […] in diretto contrasto con […] la capacità degli uomini di organizzarsi politicamente»43. Così, nel racconto di Benito, mentre prevalgono i valori di casa e famiglia, lo spazio pubblico, con i suoi rapporti liberi e uguali, appare inesistente, anche perché sepolto da vent’anni di un regime che aveva occupato «tutti i gangli vitali della vita collettiva: "la piazza", la cattedra, l’informazione»44. Il popolo del consenso di cui Benito parla appare quindi come un popolo che non agiva, che non entrava in conflitto con l’ordine costituito e che neppure lo sosteneva attivamente. Peraltro, sebbene Benito ricordi pochi fascisti e molto consenso, lui stesso cita alcuni individui, contadini e operai di cui si sapeva per sentito dire, non per loro manifestazioni particolari, che fascisti non erano e che erano di tendenze socialisteggianti. [Da noi comunque], c’era un certo rapporto di amicizia con tutti, ci si salutava pur sapendo che il tale e il tal’altro, o anche un conoscente o un coetaneo non era di una determinata idea. Non ci si pensava, non ci si dava più o meno risalto, alle differenze di opinioni, purché non manifestate, perché allora non si poteva dire me so cuntrare al fascismo o ’ssce…45 si capiva che uno poteva essere più o meno favorevole… o più o meno contrario… anzi, più o meno contrario no. Però c’erano degli elementi che erano considerati socialisti, […] ma si mantenevano nel loro brodo. Non manifestavano le loro idee. Ma lo sapevo anche io da ragazzino, lo sapevo che c’erano. Però di comunisti no. Qui di comunisti non se ne parlava assolutamente. Quelli sono venuti attraverso l’emigrazione lavorativa, quella dei lavoratori che andavano a Milano46. In effetti, la presenza comunista nella bergamasca fu molto scarsa, tanto che le sue stesse componenti organizzative ne avevano una visione esasperata: «Non si aveva vita di partito perché non si avevano neppure le cellule, né comitati di fabbrica, di settore, di zona. Non si conosceva il numero dei compagni iscritti, né gli stabilimenti toccati. […]. Livello politico dei compagni, anche dei responsabili, molto basso»47. A Pontida, anche i contadini di tendenze socialisteggianti erano tutta gente cattolica che andava regolarmente in chiesa, e partecipava alle funzioni, anche perché in un paese come il nostro chi non andava in chiesa era segnato a dito. Non so però se fossero socialisti perché si definivano tali o perché erano così classificati da altri… fascisti non erano, comunisti non erano, avevano questa tendenza o fama ed erano guardati dall’elemento fascista e dall’elemento clericale con un certo distacco… non perseguitati, fisicamente o psicologicamente… erano sopportati. Stavano nel loro brodo, non interferivano e non facevano niente contro lo stato delle cose. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] La Chiesa con il suo interclassismo e il suo anticomunismo favorì la distanza di un popolo di contadini cattolici da ogni presa di posizione conflittuale, soprattutto dopo la schiacciante repressione subita dal sindacalismo cattolico e radicale di Cocchi al quale si è già accennato. Una Chiesa che, al di là dei legami con il fascismo, fu presenza costante nelle vite di queste persone: L’obbligo della messa c’era imposto a tutti… volenti o nolenti… e io tra l’altro ero anche istruttore catechista… allora alla domenica dopo pranzo facevano la cosiddetta dottrina… anche io ci andavo, e mi ricordo che dopo premiavano. Mi sembra all’Epifania premiavano gli istruttori… una volta abbiamo preso un premio io e un altro. Non che fossi proprio un bighino perché cominciavo già ad essere un po’ birbantello. Però, andavo sempre, e soprattutto alla messa ero tra i primi. Con mia mamma era più difficile, perché avendo il negozio doveva seguirlo e star molto tempo a lavorare… con mio papà invece era più frequente, anche perché lui era molto più portato nelle cose religiose. Aveva una certa fede, era anche molto tenuto in considerazione dal clero locale. Tuttavia qui il fascismo, con la Chiesa non collaborava. Anche perché in quel periodo, e forse anche un po’ prima, si era avuto quella specie di dualismo tra l’Azione cattolica e la Gil. C’era stato qualche contrasto, anche se qui non c’era stato niente. La gente continuava ad andare alle adunanze e in chiesa. Non mischiavamo politica e religione. I preti stavano nel loro brodo, nero, e i fascisti nel loro brodo, altrettanto nero. Tutti e due neri. Ce n’era solo uno di frate nel monastero che aveva tendenze fasciste, tutti gli altri non si sbilanciavano. Anche se non posso scordare l’uscita di un prete, che era famoso perché prete esorcista, il quale una volta ebbe a dire che il comunismo non era brutto come lo si dipingeva… e allora questo era rimasto famoso… per una frase che a quei tempi ti potevano portare anche al confino. Allora tra l’altro era appena dopo la guerra di Spagna, dove i cosiddetti compagneros ne avevano fatte di tutti i colori, ad ammazzare preti e suore… e qui eravamo contro i comunisti… io non so se [quel frate fosse] in buona fede o come, [quando] era uscito con quella frase che in verità è la sola cosa del clero che mi è rimasta impressa. Il contrasto tra Azione cattolica e Gil cui Benito fa riferimento è probabilmente il conflitto di portata nazionale che si consumò tra il regime e la Chiesa tra la primavera e il settembre del 1931, quando con un compromesso si giunse alla riconciliazione. Le ragioni di tale conflitto riguardavano proprio l’educazione dei giovani, che il regime cercava di sottrarre alle organizzazioni ecclesiastiche, in primo luogo all’Azione cattolica, nel tentativo di subordinarli alle proprie48. Le tensioni tra Chiesa e regime furono in ogni caso un dato spesso presente, per quanto in stato latente, anche nel campo dell’assistenzialismo. Infatti, di fronte alle migliaia di donne e giovani espulsi dal ciclo produttivo dalla fine degli anni venti agli anni quaranta, la Chiesa, con le sue attività di assistenza, tendeva ad aumentare la propria incidenza nella vita sociale, cosicché «il regime tent[ò] invano di rimpiazzar[la]» proprio «nel campo assistenziale, decisivo per la strategia del consenso, mediante iniziative autonome o saldamente controllate dall’apparato fascista»49. Fascista tra l’8 settembre del 1943 e il 25 aprile 1945 Dopo l‘8 settembre 1943, FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] migliaia e migliaia d’italiani sono […] senza casa o senza rifugio; gli sbandati dell’esercito percorrono in ogni senso la penisola italiana per cercare una via di scampo alla deportazione tedesca che si accanisce contro di loro; nessun italiano, anche nel più remoto centro abitato, è sicuro del domani, sa con certezza in quale stato egli viva, da chi o da che cosa dipenda il suo destino50. La situazione di Benito era resa particolarmente problematica dalla sua età: Siccome ero del 1925 e avevo tra i diciotto e venti anni, ero un probabile richiamato alle armi… però ero stato dichiarato abile solo ai servizi sedentari per la malattia agli occhi. Mio padre, preoccupato per l’andamento generale della guerra, e soprattutto per il suo amore paterno, cercava di proteggermi, e allora ha parlato a un suo amico che era seniore della milizia, della Milizia volontaria sicurezza nazionale51, un certo Comogli, industriale di Cisano che lavorava a Bergamo nella Federazione dei fasci di combattimento di Bergamo, quella che poi hanno cambiato nell’attuale Casa della libertà… Comogli lavorava lì, e mio padre si è raccomandato a lui, dicendo che aveva un figlio che doveva essere arruolato. Gli chiese di fare in modo che rimanessi qui a Bergamo. Di fatti, a novembre del 1943 io mi sono arruolato volontario e sono stato messo a Bergamo, alla Caserma dei Mille che è l’attuale S. Agostino, su alla Fara52. Lì c’era il centro di raccolta che era un’ex-caserma, la Caserma dei Mille, a lato della chiesa sconsacrata. Si entrava dal portone a lato della chiesa […]. Lì ho fatto la guardia per tutto l’inverno del ’43. Era la caserma della Milizia, che poi diventò Guardia nazionale repubblicana, Gnr […]. Io sono sempre rimasto lì, insieme a pochissimi altri, mentre tutti gli altri [venivano trasferiti nelle varie formazioni]. Poi a un certo punto mi sono stufato e sono andato ancora da questo seniore della milizia. Io sono andato su e gli ho detto: "Senta, senta, sono stufo di star su alla Caserma dei Mille, vorrei venir giù qui, in questa formazione"… una formazione che stavano allestendo… e sono entrato nella compagnia Ordine pubblico, che era in via Galliccioli, al comando del famoso e famigerato, capitano, autonominatosi capitano, Aldo Resmini […]53. Le operazioni di solito venivano per informazioni o spiate, o soffiate… allora si partiva si rastrellava, si buttavano… qualcuno veniva magari preso e poi maltrattato per avere informazioni… ho visto gente massacrata di botte… ma proprio per questo motivo io ho voluto andarmene da questa compagnia, perché eran cose che non potevo sopportare… secondo i miei valori e i miei principi… le sevizie e le botte non erano nel mio modo di pensare e di vedere le cose54. La conflittualità con cui Benito visse il rapporto con la violenza sulla popolazione ritorna in vari racconti: Mi è rimasto impresso nella mente un fatto accaduto durante un rastrellamento della formazione Op in cui militavo… credo che fosse in Val Seriana… siamo entrati in una casa di contadini dove c’era una ragazza il cui fratello doveva essere ricercato. E lì i miei camerati imbecilli si sono messi a rompere la cucina. E io vista ’sta ragazza che piangeva, ho detto loro: "Cosa state facendo? Si drè a fa?"… "Eh… l’è öna cà de partigiani!"…55 "Cosa c’entra lei se suo fratello è un partigiano? Piantatela lì". Io ero un ragazzo giovane, non ero un’autorità, però sapevo farmi valere… mi è rimasta impressa questa ragazza, avrà avuto ventidue ventitré anni e piangeva disperata vedendo che gli distruggevano piatti e così, mentre uno con un fiammifero è andato nel fienile lì vicino ad appiccare il fuoco56. Non ho visto poi se si è incendiato, o più o FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] meno, perché poi noi siamo andati via. Certe cose, pur essendo imbevuto di propaganda, nella quale ci facevano figurare i partigiani come banditi, come in effetti in principio e in diverse occasioni si comportavano, nei confronti dei contadini, nei confronti di certe persone, da cui con prepotenza andavano a chieder da mangiare, sequestravano della roba… come era successo in Piemonte… in principio non è che fossero ben voluti… dopo si sono organizzati e hanno agito diversamente57. Ma a noi li facevano figurare come banditi [...]. Una volta in Toscana passando in un paese, completamente deserto58, alzando gli occhi da un balcone, al posto della bandiera, dove c’è l’asta della bandiera, penzolava il corpo di un impiccato. Erano passati i tedeschi e avevano fatto delle cose… cose che a me non piacevano per nulla… ma allora la guerra era fatta così, però era una cosa assurda. Dopo aver chiesto il trasferimento anche dalla compagnia di Resmini, non si stabilì in alcuna sede, ma richiese e ottenne vari trasferimenti in tutto il nord Italia. Nel frattempo, della guerra si sapeva quel poco che era comunicato con i bollettini e si sperava sempre in qualcosa, come le armi che i tedeschi si diceva stessero sviluppando […]. I bollettini raccontavano delle bastonate che prendevamo e del fatto che ci si dovesse ritirare da determinate posizioni. E c’era la frase che mi è rimasta impressa, "la ritirata strategica"… cioè quando alzavano i tacchi e scappavano… quella era ritirata strategica. Per esempio nell’Africa settentrionale la ritirata strategica è finita a Tunisi, a forza di ritirate strategiche… a gambe leàde!59 Per non parlare poi della Russia. Lì le ritirate strategiche erano botte vere e proprie. Mi è rimasto impresso però, come in quel momento non avevamo la capacità critica di poter valutare come effettivamente andavano i fatti, speravamo sempre in qualcosa… si sperava in qualche miracolo… miracolo, dato che Gott mit uns… ma Gott l’era mìa mit uns, l’erà d’ön’otra banda…60 Gott mit uns, che era scritto dove c’erano le Ss […]. Ma poi alla fine, molto alla fine, mi sono reso conto che non c’era molto da fare. In questo periodo ebbe alcuni contatti con i tedeschi, con i quali tuttavia, non ebbe mai veri e propri rapporti: A un certo punto fummo mandati al passo della Presolana, in quanto c’era stato un attacco partigiano, e mi ricordo che su in cima alla Presolana, c’è o c’era l’albergo Franceschini, mi sembra… e arrivati lì c’era un soldato tedesco riverso di fuori da questo albergo, ammazzato dai partigiani. È stato uno dei primi tedeschi che ho visto ucciso. Poi li vedevo, venendo da S. Agostino, uscendo dalla porta sulla sinistra c’è una via che va giù [verso via S. Tommaso], su quella via lì, prima di via S. Tommaso c’era una caserma delle Ss, dei tedeschi. Solamente nel corso delle ultime settimane di guerra ebbe modo di parlare con loro, dentro l’ospedale militare in cui si era fatto ricoverare sfruttando la sua malattia agli occhi: FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Ho avuto direttamente a che fare con i tedeschi solo verso la fine, nel 1945, quando chiesi di essere mandato in un reparto di formazione tedesca a Novi Ligure. Questo per togliermi dalla caserma di Como dove ero. Lì a Novi Ligure, dopo un paio di giorni, visto com’era l’andazzo… dovevamo essere addestrati con i Panzer Faust, che erano delle specie di tubi della stufa, e armati di questi, spediti contro i carri armati alleati… ho approfittato della congiuntivite che mi facevo venire periodicamente e mi hanno ricoverato all’ospedale militare tedesco di Garbagnate e lì venni curato. Ed ero l’unico italiano ricoverato in questo complesso ospedaliero. L’unico. E lì venne il giorno della Liberazione… Il 25 aprile mi manda a chiamare il comandante con l’interprete e dice: "Io non posso più rispondere della sua incolumità, perché qui è l’unico italiano, per lei è ora di andarsene". Allora dalla cassetta che avevo ho tolto abiti da borghese, li ho indossati, scendo al piano inferiore dove c’erano le suore che facevano da mangiare, vado da una suora e chiedo la direzione per andare verso Bergamo: "Prende questa strada qui, per andare verso Nova Milanese, dopo arriverà ad una strada vicino a Monza". Infatti lì scavalco una rete di recinzione e mi avvio. Poi quando arrivo a Nova Milanese vengo fermato da un tale con un fucile a spalla che mi dice: "Dove vai?" "Vado a casa". "Non sarai mica un fascista?" Anzi no, mi dice prima: "Da dove vieni?" "Vengo dalla Germania". "Non sarai mica un fascista?" "Me fascista!". Lì ho sentito cantare il gallo, per la prima volta ho rinnegato… "Me fascista! Cosa cöntèt sö adès"61. "Va beh, va, va!" Faccio dieci metri, mi si avvicina una donna e mi dice: "Ho capìt, ho capìt me chi che te set!62 Vieni su, vieni un momento a casa mia". Questa signora abbastanza giovane, mi dice: "Ho capito che non vieni dalla Germania, sta attento, perché ci sono in giro cose che non vanno tanto bene… Ammazzano". Mi aveva fatto capire che era di origine bergamasca63. Era piuttosto giovane, avrà avuto un trent’anni. Non so come, ma ha intuito che io ero uno di quelli. E invece di fare la spia, ha cercato di indirizzarmi verso la strada che mi portava verso Bergamo e da Nova Milanese sono arrivato sulla statale Milano-Lecco. E lì sono perfino salito su un motocarro condotto dai partigiani, perfino su quello son salito. Ricordo di aver fatto un pezzo di strada fino a Merate. Poi, faccio un pezzo di strada e sento una raffica di mitra e c’era il comando ancora tedesco… c’era pericolo, va beh… arrivo in cima alla salita di Calco, mi viene dietro uno in bicicletta. Mi dice: "Ciao Benito!" Questo era uno del mio paese che abitava proprio qui. E lavorava a Milano. "Ciao, ciao Franco!"... "Öt ü pasaggio"…64 Mi mette sulla canna della bicicletta, era tutta discesa, l’indàa bè,65 non so se sei pratico di Calco… è tutta discesa, partendo da su e venendo giù fino a Brivio. È tutta discesa, oh l’è ’ndacia benone…66 arrivo a Brivio, cacchio lì sul ponte di Brivio ce n’è lì uno col fucile… "Madona" dighe "i’è che amò i partigiani!"67 E sono riuscito a passare non mi ha fermato, non ci ha fermati tutti e due, però attraversato il ponte, gli dico: "Franco, adesso se passo da Cisano naturalmente mi conoscono. Va mìa be…68 io passo su attraverso la montagna…". Attraverso il ponte di Brivio, lì c’è la strada che va a Villa d’Adda, ho seguito la strada un pezzettino poi sono salito sul versante della montagna…. Arrivo su quasi alla cima, non della montagna, ma dell’avvallamento, mi sento una raffica di mitra, vicina, sarà stata a cinquanta metri, allora, c’era lì un siepone, mi butto dentro dall’altra parte, e mi trovo davanti un contadino lui mi guarda e io lo guardo… ho capito che non era lui ad aver sparato, e gli chiedo: "Per andare verso Sineville?" Sineville che è una frazione dall’altro versante della montagna. E mi dice: "Vada giù di qui. C’è il sentiero…". Succede che, metti, questa stanza è lo spiazzo dove io mi sono buttato nella siepe e ho attraversato dall’altra parte, qui a destra trovo il contadino, e mi dice "La strada è questa". Sono appena partito e salta fuori a sinistra quel tale col mitra, ed è venuto su per così…69 questo contadino si è spostato leggermente in qua di modo che l’uomo col mitra mi voltasse le spalle, io andavo giù, lui venendo da quella parte e rivolgendosi al contadino gli chiede: "Te n’et vèst ü a pasà fò de che?"70 E il contadino con una perizia di spirito che cosa non so gliel’abbia inculcata: "Si, l’ho visto passar giù di qua!". E ha indicato la parte opposta. Quando sono arrivato a casa, c’era in corso una battaglia. Arrivavan su le cannonate. Qui fuori, dove hai messo la macchina, han piazzato un cannone da ottantotto millimetri, ü bel canù, la colonna FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] di fascisti e tedeschi passava per Pontida, il capo del Cln, non di Pontida, di Cisano, forse per crearsi un’aureola, un precedente glorioso, ha dato in mano il fucile a dei ragazzetti, col compito di fermare questa colonna. Si sono appostati qui sopra, c’era una strada che prima andava giù oltre la fornace del Magnetti, e si sono appostati a sparar giù dal muretto. La colonna si è fermata. Tutta gente che aveva già fatto la guerra antiguerriglia e che era abbastanza ferrata. Sono andati su, da questo versante della montagna, gli sono arrivati dietro, dodici ne hanno ammazzati! I’à cupacc töcc! Un ragazzetto della scuola di Cisano quindici anni stava venendo a casa, e i’à cupat pò a c’a chèl 71. Io sento questa battaglia che è in corso, arrivo a casa, trovo mi padre molto preoccupato… [Benito:] "Cos’è successo?"… [suo padre:] "Gh’è stacc öna bataglia, gh’è stacc di morcc"… "Potà, goi de faga me"… "L’è finida Benito, l’è finida"… "Pòta fi chèl che ’nì òia…" "’Nfina i precc o est det in mès ai partigiani..."72. Allora era una cosa inconcepibile che anche il prete fosse dentro, in mezzo ai partigiani… "’Nfina i precc o est det… ma fam mìa parlà, fam mìa parlà…"73. E nella chiesetta qui sopra, non so se ci hai badato, c’è una chiesetta qui sopra, lì han portato questi dodici ragazzi, c’era dentro solo un uomo, avrà avuto quarant’anni, gli altri tutti giovanetti, de desdòt, desnö’agn… copàcc per negòt!74 E lì è finito il quarantacinque… I rapporti con gli antifascisti e con la nuova Italia antifascista Qui, di partigiani ce n’erano pochi. Saranno stati quattro o cinque su per la cava, e nel paese di S. Antonio ce n’era uno che era il capo. Tra l’altro la contraddizione di questo tale, che si chiamava Villa ed era il comandante del gruppo partigiani che operava qui nella zona di Val Cava e dintorni75, era che aveva il fratello tenente delle Brigate nere, non so se nelle Brigate nere o Gnr… Quella dell’altro fratello non so che brigata partigiana fosse, qui vicino c’era la Brigata Albenza… e loro erano collegati… e la brigata sarà stata di cinque o sei elementi a dir tanto76. Nei periodi trascorsi a casa dopo il luglio del 1943 e soprattutto nei primi mesi del dopoguerra, Benito dovette confrontarsi con la realtà di un paese in trasformazione: Qui a Pontida avevo amici, che non erano della mia opinione politica con i quali mantenevo anche buoni rapporti. Anche durante il 1943, ’44, ’45, quando tornavo a casa. Magari sapevo che erano nascosti perché erano renitenti alla leva… sapevo dove erano nascosti… due dei quali nel monastero, se fossi stato un vigliacco avrei potuto dire al mio comandante va che là ci sono due renitenti, ma a me non me ne fregava un bel niente. E infatti nel 1945 due di loro, quando mi hanno portato dalla mia casa alle scuole comunali, dove avevano fatto una specie di cella e avevano messo i fascisti, uno di questi due renitenti di cui ero amico ha avuto il coraggio di venirmi a salutare e di stringermi la mano. Lui era figlio di contadini, era un contadino. Si chiamava Previtali Gigio […]77. Conoscevo anche uno che era molto vicino al Cln, si chiamava Ugo Gini, e per me era un amico fraterno. È morto l’anno scorso. Lui era nell’ambiente di questi signori del Cln. Erano cinque o sei elementi, tutta gente apposto, abbastanza apposto, […] tutte persone di un certo livello economico e culturale […]. C’era la dottoressa [a fare da] moderatrice del paese, poi c’era soprattutto l’abate. L’abate Paolazzi, persona degnissima… era l’unico ad entrare nella nostra casa dopo la Liberazione, quando noi eravamo come gli appestati… Poi c’era un dottore, il dottor Mangili, tutta gente con FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] un certo ascendente, sicché avevano anche una certa autorità, contro le teste calde che volevano le soluzioni drastiche e quelli che erano manovrati dopo il 25 aprile. La forte componente di classe presente nel conflitto emerge in maniera evidente proprio dalle sue narrazioni relative ai rapporti con gli antifascisti in paese. Da un lato i membri del Cln, colti e borghesi, sono descritti come persone per bene, dall’altro, i pochi partigiani di cui si ricorda, individui di altra classe sociale, vengono ricordati come individui discutibili, nullafacenti, ladruncoli manipolati da un organo antifascista, il Cln, i cui componenti, poiché «persone apposto», Benito non condanna. La stima di Benito nei confronti dei dirigenti del Cln conferma la tesi di Bermani secondo cui, dopo il 25 luglio 1943, molte delle «articolazioni del potere sino allora in carica confluirono nell’antifascismo, ricongiungendo i complici del fascismo nell’antifascismo moderato. Poi durante la Guerra di liberazione [...] le alleanze politiche furono ampiamente sganciate dai rapporti con le forze sociali» permettendo «la formazione di un ampio schieramento antifascista» che però «pose al tempo stesso un’ipoteca in senso conservatore sul dopo fascismo»78. La descrizione che Benito fa dei partigiani è in linea con il pensiero che si sviluppò «con la restaurazione centrista e la repressione scelbiana» in relazione alle quali «da parte conservatrice si parlò il meno possibile di Guerra di liberazione e anzi si perseguitarono i partigiani, soprattutto se garibaldini, considerandoli alla stregua di "banditi" o "avventurieri"»79: «[Gli uomini del Cln] hanno preso diversi elementi della feccia del paese, con l’incarico di andare a rompere le scatole nelle abitazioni dei fascisti. Prendevano sassi, li tiravano contro le finestre, urlavano di notte. Ed erano aizzati da loro». Anche in questo passo emerge la contraddittorietà che contraddistingue le memorie di Benito, come del resto la gran parte delle narrazioni popolari relative a fasi molto conflittuali della storia80: i membri del Cln, descritti come persone per bene, sarebbero contemporaneamente coloro che mandano «la feccia» a tirare sassi alla sua finestra. Tale contraddittorietà è in linea con la struttura della sua identità: i borghesi del Cln, di buona condizione economica e culturale, proprio per questo rimangono per bene. Invece, a coloro che chiama «diversi elementi della feccia del paese» non viene riconosciuta nemmeno la capacità di prendere decisioni autonome: se fanno qualcosa, nel bene o nel male, è perché sono soggetti a manipolazione. In ogni caso i primi tempi furono veramente difficili. Tant’è vero che il sindaco dopo la liberazione81, convocò mia madre, dicendole che bisognava che se ne andasse dal paese, e lei, che era un tipo abbastanza autoritario, non soggiaceva ad alcuna imposizione mia madre, pur avendo marito e figlio nel campo di concentramento a Bergamo [la caserma Seriate], rispose: "Da Pontida me ne andrò quando sarò morta e basta". Poi queste cose io le rinfacciai a questo signor sindaco. Dopo quattro o cinque anni. Lui aveva cercato di addolcire la cosa, dicendo che lo aveva fatto per il nostro bene. E io gli risposi: "per il nostro bene no, perché se voi a quegli scagnozzi, che aizzavate contro di noi, avreste detto piantatela che è ora di finirla non sarebbe successo un bel niente. Invece per invidia o non so che cosa li aizzavate contro di noi". Sono stati momenti mica tanto belli […]. I primi giorni, dopo il 25, 26 aprile, si parlava addirittura di fucilare tutti i fascisti. Fucilarli tutti. Lì sono intervenuti [quelli del Cln], dicendo se erano diventati matti… E l’abate Paolazzi veniva a consolare mia mamma. Ed era uno che nell’ambito del Cln fungeva da moderatore. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Chi ha vinto e chi ha perso Valiani ha scritto che con le elezioni del 18 aprile 1948 «rinasce il vecchio Stato […] ricostituitosi grazie al compromesso temporaneo, di breve durata ma pur saldo in questo frutto fra la democrazia cattolica militante e il movimento proletario social-comunista, passato ora in gestione esclusiva della prima, la più conservatrice di queste grandi forze»82. In quest’ottica la borghesia conservatrice antifascista parrebbe aver svolto il ruolo storico di ricostituire uno stato nuovo metabolizzando in esso il 'nemico interno', contro cui si era appena conclusa una guerra, e traghettandovi i poteri economici e istituzionali del vecchio stato. Individuare una 'continuità dello stato' non può portare ad affermare che si sia verificata, nel passaggio tra fascismo e repubblica, una 'continuità delle cose'. Tuttavia, in questo passaggio, è certamente possibile individuare «un intreccio di vecchio e di nuovo» in cui «la Democrazia cristiana, lungi dal costituire una forza potenzialmente eversiva dal punto in senso progressivo, finì per funzionare, proprio per quel carattere di massa di cui la borghesia non [poteva] più fare a meno per i suoi partiti, da strumento principale della salvaguardia dello stato tradizionale, borghese, censitario, proprietario, conservatore e, a suo modo, risorgimentale»83. Benito, figlio di una commerciante e appartenente alla borghesia fascista bergamasca, non condividerebbe mai questa tesi: lui che si sentì tradito da quelle componenti borghesi che fino a un certo punto avevano vestito la sua stessa casacca; lui che, come il padre, si sentì tradito da quei preti visti in mezzo ai partigiani. Tuttavia, raccontando il trapasso dalla Repubblica sociale italiana alla nuova repubblica, Benito dice qualcosa che conferma non solo la continuità delle divisioni di classe del nuovo stato, ma anche la permanenza degli stessi vecchi gruppi di potere economico al loro posto, ossia proprio ciò che la componente rossa della resistenza cercò di impedire. Quella componente, cioè, retta dall’ossatura operaia, che nel caso bergamasco «nonostante la presenza di alcuni militanti nelle fabbriche […], manc[ò] all’appuntamento degli scioperi del marzo» 1943,84 per motivi legati alla realtà socio-economica della zona85, ma che fu tuttavia attiva nel marzo successivo86, durante i 45 giorni, e ancora con lo sciopero generale dal 1 all’8 marzo del 194487. Con il suo principale obiettivo, consistente nella caduta dello stato borghese insieme alla caduta del fascismo, venne sconfitta dall’antifascismo moderato e, come sembra confermare anche Benito, si dovette arrendere allo stato delle cose: Nel ’45 col negozio si faceva poco. Nonostante l’onestà di mia madre nella conduzione del negozio, la gente non osava entrare nel negozio, nei mesi di maggio, giugno, luglio del 1945. Dopo ha ripreso ancora […]. A me è rimasto impresso un cliente onesto, puntuale nei pagamenti, puntualissimo – perché allora si usava il libretto della spesa che veniva saldato una volta al mese. Questo signore andava a lavorare ed era tra i primi lavoratori che andavano a lavorare a Milano… nell’hinterland, parlo di Sesto San Giovanni, parlo di Cinisello, dove imperavano i 'compagni'… e avevano assimilato le teorie, specialmente comuniste… e questo tale, mi ricordo, quando ci sono state le prime elezioni, mi sembra nel ’46 o ‘48, ha tardato quindici giorni il pagamento nel negozio senza motivo. Però io ho capito il motivo, perché quando lui è venuto a pagare gli ho detto: "Senti un po’! Aspettavi la rivoluzione dei compagni per non pagare più? Hai sempre pagato al minuto, al centesimo!". Perché non passava un’ora dal trentuno, lui all’uno del mese era lì. Puntualissimo. "E stavolta mi aspetti l’esito delle elezioni credendo che se fossero andati al potere i comunisti tu non avresti più pagato? Caro te…". C’era questa mentalità nei primi comunisti che andavano in questi grossi complessi operai, dopo hanno capito che l’era mìa ‘scé… Poi hanno capito, che non era così. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] 1 Benito Rigamonti è nato a Mapello nel dicembre 1925. Ho con Benito rapporti di parentela, in quanto ha sposato la sorella di mia nonna. Questo è forse uno dei motivi per cui ha deciso di dedicare a un antifascista (me) tanto tempo e di consegnarmi un così ampio bagaglio di memorie, lasciandosi coinvolgere in questo lavoro. 2 Si veda in proposito: G. Bertacchi, Italia 1939-1945: la “memoria divisa”. Un convegno dell’università cattolica, in “Studi e ricerche di storia contemporanea”, dicembre 1995, n. 44, p. 75-79; G. Contini, La memoria divisa, Milano, 1997. 3 La tesi delle «tre guerre», patriottica, civile e di classe nella Resistenza, che è stata sostenuta da Pavone, trova le proprie argomentazioni nel particolare assetto assunto dalle forze in campo in Italia a partire dal settembre 1943 [ C. Pavone, Il movimento di liberazione e le tre guerre, in Conoscere la resistenza, Milano, 1994]. Le pagine che seguono evidenzieranno come le linee di tensione e di conflitto su cui quelle tre guerre si sono sviluppate, componendo il quadro della Guerra di liberazione in Italia, erano presenti in embrione già prima della guerra, a dividere i fascisti militanti e gli 'altri' nel loro diverso modo di percepirsi per appartenenza di classe, per il modo di concepire l’Italia e i suoi rapporti con la Germania. 4 D’ora in avanti, tutte le citazioni, a meno di differente precisazione, riporteranno le parole di Benito Rigamonti da me registrate tra il novembre 2004 e il febbraio 2005. Le interviste si sono sviluppate attorno a un questionario a domande aperte che richiedevano la descrizione della sua famiglia, degli ambienti in cui è cresciuto, delle varie fasi relative ai primi vent’anni della sua vita, con un’attenzione particolare al suo coinvolgimento nella guerra e al suo rapporto con la politica. 5 Nell’atteggiamento di Davide Rigamonti trova conferma il fatto che, come ha ricordato Quazza, nell’immediato dopo guerra «i ceti medi intellettuali [erano] offesi dall’atteggiamento dei socialisti verso i combattenti» e anche per questo furono ben disposti nei confronti del fascismo. G. Quazza, Introduzione. Storia del fascismo e storia d’Italia, in G. Quazza, a cura di, Fascismo e società italiana, Torino, 1973, p. 15. 6 G. Mosse, Le origini culturali del terzo Reich, Milano, 2006, p. 377. 7 P. Togliatti, Le basi sociali del fascismo, in P. Togliatti, Sul fascismo, Roma-Bari, 2004, p. 31. 8 «… e di tutte quelle menate». 9 «… aveva il coraggio di mettergli il muso». 10 «… non so, era fatta un po’ a modo suo…». 11 «… avrebbe smesso di considerarlo suo marito». 12 «Nel 1939-43 per aumentare la forza delle armi, in aggiunta alle classi di leva scarse di uomini, si introdusse un nuovo sistema, il richiamo di gruppi riservisti delle classi anziane fino al 1901; secondo criteri diversi (classe, qualifiche militari e anche origine regionale) e larghe possibilità di esonero per ragioni di famiglia e di lavoro che riducevano la forza chiamata fino al 30% di quella teorica. In sostanza veniva richiamato chi non aveva motivo o possibilità di opporsi, disoccupati, sottoccupati e contadini poveri, un modo per rendere meno gravosi e impopolari i richiami, anche per diminuire la disoccupazione, non certo il migliore per garantire l’efficienza dei reparti». G. Rochat, Le guerre italiane 1939-45. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, Torino, 2005. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] 13 «L’antico edificio cinquecentesco [ubicato tra le attuali via N. Nadi, via Marzabotto e via Fossoli] divenne caserma Seriate, cioè deposito del 17° reggimento di fanteria. Fu luogo di fucilazione di partigiani e militari condannati dai tribunali nazisti e fascisti. Qui, tra molti altri, furono uccisi i partigiani Cesare Consonni, Giuseppe Sporchia e Arturo Turani e il colonnello Guido Rampini» In Bergamo 1943-1945. I luoghi della storia, Bergamo, 2005. Benito lo ricorda soltanto per la funzione che ebbe nell’immediato dopoguerra, quando vi vennero concentrati i fascisti mentre si cercava di definirne le sorti. Si confronti la testimonianza di F. Carnazzi, Avevi la speranza che veramente il mondo cambiasse, in A. Bendotti, G. Bertacchi, C. Innocenti, I giorni della Liberazione, in “Studi e ricerche di storia contemporanea”, giugno 1985, n. 23, p. 19-21. 14 «… fila a casa in fretta, dico, perché ti prendo a calci nel sedere…» . 15 «… è scappato di nuovo ed è tornato nei bersaglieri!». 16 Bergamo 1943-1945. I luoghi della storia, cit. 17 Il suo forte senso di appartenenza alla classe benestante emerge in maniera ancor più dirompente quando, parlando dei proprietari terrieri da cui i mezzadri dipendevano, cambia registro e li descrive come onesti, probi e generosi, come se non avessero responsabilità alcuna nei confronti di quei mezzadri loro dipendenti, che mettevano alla fame i contadini: «I discendenti di quei proprietari terrieri ci sono ancora. Uno era il Mangili dottore, e poi l’ingegnere, erano due cugini, poi un conte Albertoni Sottocasa, gente onesta, gente proba… il dottor Mangili era il classico prototipo del dottore di campagna, probo, onesto, non faceva mai pagare niente a nessuno… visitava tutti, faceva chilometri, estraeva denti, faceva raschiamenti… senza percepire un soldo». 18 V. De Grazia, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista. L’organizzazione del dopolavoro, Roma-Bari, 1981, p. 73. 19 P. Togliatti, Le basi sociali del fascismo, cit., p. 38. 20 Romano Cocchi fu tra le più importanti figure del movimento operaio e contadino cattolico. Nato nel 1893 nel bolognese, dopo aver compiuto studi teologici, comparve tra gli organizzatori contadini cattolici di Cremona. Nel 1919 si trasferì a Bergamo in qualità di dirigente dell’Ufficio del lavoro e promosse varie agitazioni sindacali nelle campagne [F. Andreucci, T. Detti, Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico, Roma, 1976]. Cocchi, con Enrico Tulli e Giuseppe Speranzini, organizzò il movimento sindacale bianco della provincia, i cui aderenti vennero espulsi dal Partito popolare nel 1921, anno in cui fondarono il Partito cristiano del lavoro. Nelle elezioni di quella primavera si presentarono nei collegi di Bergamo-Brescia, Verona-Vicenza e VeneziaTreviso, avendo successo solo a Bergamo, dove ottennero il 12% dei consensi, dato più significativo se si considera che una grossa fetta della sua base erano le operaie organizzate del settore tessile, non ancora aventi diritto al voto [M. Mazzucchetti, L’estremismo bianco nel primo dopoguerra, in A. Bendotti (a cura di), Il movimento operaio e contadino bergamasco dall’Unità al secondo dopoguerra, Bergamo, 1981]. Il timore del regime nei confronti del potenziale organizzativo cattolico in ambito sindacale era tale che, tra i punti con i quali si sancì la fine dei contrasti tra Chiesa e regime nel 1931, di cui si parlerà più avanti, il secondo punto riguardava esattamente il rapporto Chiesa-lavoro: «L’Azione cattolica non ha nel suo programma la costituzione di associazioni professionali e sindacati di mestiere; non si propone quindi compiti di ordine sindacale» [“L’osservatore romano”, 2 settembre 1931, in P. Scoppola, La Chiesa e il fascismo. Documenti e interpretazioni, Roma-Bari, 1976, p. 279]. 21 G. Vacca, La lezione del fascismo, in P. Togliatti, Sul fascismo, cit., p. XLIV. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] 22 V. De Grazia, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista..., cit., p. 14. 23 C. Pavone, Alle origini della repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuità dello Stato, Torino, 1995, p. 12. 24 G. L. Mosse, La nazione, le masse e la “nuova politica”, Roma, 1999, p. 19-21. 25 R. De Felice, Fascismo, Milano-Trento, 1998, p. 64-65. 26 In via Angelo Mai angolo Foro Boario, un edificio edificato nel 1932 e dedicato al nipote del duce Sandro Italico Mussolini fu sede dell’Opera nazionale balilla e della Gioventù italiana del Littorio [Bergamo 1943-1945. I luoghi della storia, cit.]. Le camera di sicurezza di cui parla era parte del sistema di controllo e repressione definito attraverso le «leggi eccezionali» emanate nel 1926. 27 C. Pavone, Il movimento di liberazione e le tre guerre, cit., p. 12. 28 C. Pavone, Alle origini della repubblica, cit., p. 46. 29 «… gli dico…». 30 N. Tranfaglia, Fascismi e modernizzazione in Europa, Torino, 2001, p. 24. 31 «… e non lo concepisco…». 32 G. L. Mosse, La nazione, le masse e la “nuova politica”, cit., p. 18. 33 N. Tranfaglia, Fascismi e modernizzazione in Europa, cit., p. 17. 34 R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana. 8 settembre 1943- 25 aprile 1945, Torino, 1964, p. 63. 35 «… a guardarci in giro…». 36 Benito fa qui riferimento alle attività assistenziali del regime. In particolare, rispetto alla sua esperienza personale, ricorda la mensa popolare e le colonie estive elioterapiche in Bergamo e provincia, così come quelle al mare. Con questo genere di critica rivolta agli altri paesi europei, evidenzia come il suo riferimento al fascismo fosse proprio in quel fascismo della prima ora che ha conosciuto attraverso suo padre Davide e che sosteneva temi e rivendicazioni nettamente anticapitalistiche. Nel primo congresso fascista si parlava di imposte sul capitale per l’espropriazione dei grandi patrimoni, così come nel 1920 il fascismo era giunto a simpatizzare con le occupazioni delle fabbriche [P. Togliatti, Le basi sociali del fascismo, cit., p. 30]. 37 «… pensa quanto è stato imbecille quello lì!». 38 Per sottolineare la portata del consenso al regime, Togliatti ha parlato di «movimento reazionario con una base di massa», rielaborato nella definizione di «regime reazionario di massa» ad opera di Ernesto Ragionieri [G. Vacca, La lezione del fascismo, cit., p. XCVI, n. 145]. Questa base di massa comprendeva vari elementi: «Il fascismo non era unicamente reazione capitalista. […] Comprendeva un movimento delle masse piccolo borghesi rurali; era anche una lotta politica condotta da certi rappresentanti della piccola o media borghesia contro una parte delle antiche classi dirigenti; era un tentativo di creare una organizzazione unificata estendentesi a tutto il paese raggruppante una frazione di piccoli borghesi delle città diretti da elementi FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] declassati (ex-ufficiali e disoccupati professionali); era infine una organizzazione militare che poteva pretendere di opporsi con probabilità di successo alla forza armata regolare dello Stato» [P. Togliatti, Sul fascismo, cit., p. 65]. Rimosso dalla coscienza nazionale nel dopoguerra, il problema del consenso è stato ripreso da De Felice nella sua biografia di Mussolini [R. De Felice, Mussolini, Torino, 1967-1997] ed è esposto in via sintetica in R. De Felice, Fascismo, cit., p. 55-73. 39 Significativamente anziché usare il termine 'totale' Benito usa il termine «totalitaria». Questo termine «nacque proprio in Italia nel 1923, quando il liberale Giovanni Amendola definì appunto "totalitario" l’uso che il governo fascista stava facendo del dibattito parlamentare sul sistema elettorale maggioritario proposto dal ministro Acerbo, riferendosi alla violenza squadrista e alla repressione messa in opere contro le opposizioni. Il termine venne ripreso nel 1924 dalla "Rivoluzione liberale" diretta da Pietro Gobetti e da Luigi Sturzo. Nel 1925 lo stesso Mussolini lo usò, a sua volta, cercando di rovesciarne il senso ed esibendolo orgogliosamente come carattere distintivo del regime che stava fondando» [N. Tranfaglia, Fascismi e modernizzazione in Europa, cit., p. 25]. Nella medesima accezione positiva di Benito Mussolini lo usa Benito Rigamonti. 40 R. Rossanda, Questioni di resistenza, in “Il manifesto”, 29 aprile 2005. 41 V. De Grazia, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista, cit., p. 33. Viste le politiche a favore dell’industria e la politica fiscale «essenzialmente rivolta contro i contadini» attuate nel corso dei primi mesi di governo, nelle aree rurali il malcontento era diffuso nel 1923-24 anche in molti settori borghesi e piccolo borghesi che del fascismo furono la base di massa. Ciò spinse il regime a sviluppare precise politiche, di carattere più che altro propagandistico, rivolte alle campagne: ne sono esempi la «sbracciantizzazione» e la «battaglia del grano» [P. Togliatti, Sul fascismo, cit., p. 220-236]. 42 V. De Grazia, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista, cit., p. 49. 43 H. Arendt, Vita activa: la condizione umana, Milano, 1994, p. 19. 44 S. Peli, La Resistenza in Italia. Storia e critica, Torino, 2004, p. 6. 45 «… io son contrario al fascismo o cose simili…» 46 Il fenomeno dei lavoratori pendolari bergamaschi che nelle fabbriche milanesi si avvicinano al comunismo viene spesso raccontato da Benito come un fatto relativo agli anni cinquanta e sessanta. I primi casi si ebbero in verità già dalla fine degli anni venti, quando tuttavia quei lavoratori esplicavano «la loro attività oppositiva e cospirativa prevalentemente nei luoghi di lavoro» anche se stabilivano «qualche contatto e forni[vano] stampa clandestina anche in provincia» di Bergamo. [G. Bertacchi, La presenza conquistata. I comunisti bergamaschi dalla Resistenza alla Liberazione, in A. Bendotti, G. Bertacchi, G. Della Valentina, Comunisti a Bergamo. Storia di dieci anni (1943-1953), Il filo di Arianna, Bergamo, 1986, p. 15]. 47 [Rapporto sul lavoro di partito in Bergamo, 29 dicembre 1943, in G. Grassi, G. Carocci (a cura di), Le brigate Garibaldi nella resistenza, Milano, 1979, p. 190-191, citato in G. Bertacchi, La presenza conquistata. I comunisti bergamaschi dalla Resistenza alla Liberazione, cit., p. 11]. 48 P. Scoppola, La Chiesa e il fascismo, cit., p. 255-280. 49 G. Bertacchi, La presenza conquistata, cit., p. 18. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] 50 R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, cit., p. 116. 51 «…che era l’arma politica del partito, dove i gradi erano dati secondo lo stile romano, c’era il seniore, che era considerato pari del capitano. Poi il soldato semplice era il legionario, secondo la classificazione delle truppe…». 52 «Nella Caserma dei Mille ebbe sede il 42° Distretto di Bergamo. I distretti erano addetti al reclutamento e alla tenuta dei fogli matricolari dei soldati […] . Ai primi di marzo 1944, a Bergamo si presentò il 98,4% dei richiamati delle classi 1923-24-25. Tuttavia da aprile si ebbero numerosi casi di diserzione e di adesione ai gruppi partigiani. Provvisoriamente furono qui sistemati anche il 17° Comando provinciale e il 17° Deposito misto. La caserma di S. Agostino fu oggetto di assalti ad opera della formazione Turani per recuperare armi per la resistenza» [Bergamo 1943-1945. I luoghi della storia, cit]. 53 «Nell’ex-collegio Dante Alighieri […] fu di stanza la 612ª Compagnia ordine pubblico Bergamo della Gnr nata nel gennaio 1944 dalla 14ª Legione della Milizia. La componevano 150 uomini al comando del capitano Aldo Resmini, che a 16 anni aveva partecipato alla marcia su Roma. La 612ª Op Bergamo aveva compiti esclusivi di lotta antipartigiana e insieme alla 648ª Op Macerata e a una compagnia di comando provinciale partecipò anche a numerose azioni contro i partigiani fuori dalla bergamasca» [Bergamo 1943-1945. I luoghi della storia, cit]. 54 Proprio le sevizie e le botte di cui parla Benito resero la compagnia di Resmini famosa e famigerata. Le sentenze della Corte d’assise di Bergamo, convocata nell’immediato dopoguerra per processare i componenti della compagnia (tra i quali Benito non figura, a conferma della sua breve e non significativa partecipazione), descrivevano la 612° Op in questi termini: «La banda Resmini, terrore e obbrobrio della provincia di Bergamo, per i numerosi atti di crudeltà commessi»; «Come deposto dai testimoni […] la famigerata banda Resmini fu ripetutamente impiegata con forze tedesche militari contro patrioti italiani e prigionieri di guerra, partecipando tra l’altro all’azione di Salussola nella quale furono catturati e uccisi ventiquattro patrioti italiani e a quella di Selvino contro i fuggitivi russi ammutinatisi, nella quale quaranta di costoro rimasero uccisi». Sentenza 3/45, Corte d’assise di Bergamo (Presidente dei giudici popolari Gastone Artina), 2-6-1945, contro Capelli Francesco e altri, Archivio Isrec-Bergamo. In merito ad Aldo Resmini e alla 612° Op si veda anche: A. Caponeri, I processi per collaborazionismo alla Corte d’assise straordinaria di Bergamo (1945-47), tesi di laurea, Università degli studi di Milano, a.a. 2005-06. 55 «Eh… è una casa di partigiani!». 56 L’aiuto o la buona disposizione di militi della Rsi nei confronti di donne più o meno coinvolte nel movimento partigiano è stato descritto da Colombara come uno dei due modelli di solidarismo tra nemici nel corso della guerra [F. Colombara, Storia dei vincitori e identità del nemico, in C. Bermani (a cura di), Introduzione alla storia orale, Roma, 2001, p. 28]. Nel caso di Benito come in molti altri pare che alla base del suo atteggiamento ci fosse, intrecciato con altre dinamiche di genere, la sua interiorizzazione dello stereotipo secondo il quale guerra e femminilità non possono che essere separate. Benito si chiede: «Cosa centra lei se suo fratello è partigiano?», dando per scontato che, in quanto ragazza, non potesse aver rapporti con la guerra e le armi. Tuttavia, con o senza le armi, le donne furono presenti tanto nella guerra quanto nella Resistenza [Si veda A. Bravo, A. M. Bruzzone, In guerra senza armi. Storie di donne, 1940-1945, Roma-Bari, 1995]. 57 Qui Benito ricorda, a ragione, le difficoltà e le diffidenze nei rapporti tra partigiani e popolazione dovute a conflitti per l’accaparramento di cibo, che hanno talvolta portato a intensi livelli di conflittualità. Ricordava FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Aminta Migliari in un’intervista raccolta da Colombara: «Alcuni non erano molto gentili e minacciavano la gente con la pistola per farsi dare il burro. Però non potevano obbligarci a farsi dare la roba, perché non ne avevamo neanche per noi» [F. Colombara, Storia dei vincitori e identità del nemico, cit., p. 27]. Inoltre come ricorda Giuliana Bertacchi, in un saggio per la celebrazione del sessantesimo anno della Liberazione, tra i partigiani, «accanto ai coraggiosi, ai decisi, ai consapevoli, ci sono i pavidi, i violenti, i rozzi, accanto agli ingenui e agli inesperti i furbi, accanto ai generosi i meschini e i profittatori, ma c’è reticenza ad ammetterlo. Eppure anche le figure 'scomode' hanno diritto di cittadinanza nella Resistenza e anche questi, insieme ai loro compagni ineccepibili, hanno combattuto e hanno vinto» [G. Bertacchi, Uomini, numeri, contesti. La base sociale della Resistenza bergamasca, in G. Bertacchi, E. Valtulina, “se sono diventato sindacalista è per la Resistenza…”, Bergamo, 2005, p. 124]. 58 Benito non ricorda esattamente che paese fosse: «Eravamo sulla via del ritorno dalla Toscana, forse a Pontassieve». 59 «A gambe levate!». 60 «… Gott non era mit uns, stava da un’altra parte…». 61 «… io fascista! Ma cosa dici?». 62 «Ho capito, ho capito chi sei!». 63 Note sono le dimensioni di massa che assunse, già dopo 8 settembre, il fenomeno della «disponibilità femminile nei confronti di un destinatario ben determinato, il giovane maschio vulnerabile» e in fuga dall’esercito o dalla guerra, di fronte al quale la donna si comporta come «una figura protettrice, vale a dire […] una madre» [A. Bravo, A. M. Bruzzone, In guerra senza armi, cit., p. 16]. Nella situazione in cui fu coinvolto Benito la relazione di aiuto si è strutturata anche su un’altra dimensione tipica del solidarismo tra 'nemici': «quando il livello di violenza non è estremo e non si manifestano lacerazioni insanabili, la preoccupazione di entrambe le parti è la sopravvivenza delle comunità» [F. Colombara, Storia dei vincitori e identità del nemico, cit., p. 28]. La donna avvicinò Benito dopo averne riconosciuto la comune origine bergamasca e proprio attraverso la parola, la cadenza dialettale riuscì a stabilire un contatto. 64 «Vuoi un passaggio?». 65 «… andava bene…». 66 «… oh, è andata molto bene!». 67 «… madonna ci sono ancora i partigiani!». 68 «…non va bene…». 69 Cioè, da un punto dal quale non poteva ancora vedere Benito, che intanto aveva iniziato a percorrere il sentiero dietro perpendicolarmente alla direzione dell’uomo col mitra. 70 «Hai visto un tizio passare di qua?». 71 La battaglia a cui Benito fa riferimento vide in azione gli uomini della Brigata del popolo divisione Albenza. Da altre testimonianze risulta che quaranta uomini, tra cui alcuni ragazzi minorenni che fornivano i partigiani FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] effettivi di munizioni, presero parte all’azione al comando di Tino (Carlo) Facchini [Si vedano i fascicoli personali: Giuseppe Rolla, Archivio Isrec-Bergamo, Fondo Anpi-Feriti, faldone 7; Tino (Carlo) Facchini, Archivio Isrec-Bergamo, Fondo Anpi-Feriti, faldone 4. Si veda anche la testimonianza raccolta dai ragazzi di un istituto scolastico di Calcinate e pubblicata al sito www.iccalcinate.it/giornale.php?oper=documento&id=530]. La brigata attaccò a Cisano e respinse sino a Pontida una colonna nazi-fascista proveniente da Bergamo e di cui facevano parte Gallarini, Resmini, Vecchini, Beratto, Berizzi e il generale Melchiorri. I documenti e le testimonianze dei cittadini di Pontida e Cisano discordano sulla dinamica dei fatti, così come sul numero delle vittime. Benito ricorda dodici vittime di cui undici tra i combattenti. Il Comune di Cisano commemora come caduti del 26 aprile 1945 dodici persone, tra cui nove partigiani (Giuseppe Brembilla, Alessandro Cattaneo, Enrico Cattaneo, Francesco Crippa, Giovanni Frassoni, Luigi Isacchi, Alfredo Papini, Angelo Tintori, Pietro Valsecchi) e tre civili (Arrigoni don Angelo, Francesco Bonati e Luigina Colombo). Il fascicolo personale del partigiano Facchini parla di undici morti e tre feriti [Si veda Tino (Carlo) Facchini, Archivio Isrec-Bergamo, Fondo Cvl, faldone 4; si veda anche: Giuseppe Rolla, Archivio Isrec-Bergamo, Fondo Cvl, faldone 7]. Benito sottolinea l’inesperienza dei giovani che affrontarono la colonna fascista, cercando di imputare al capo partigiano la responsabilità della morte dei giovani. In bergamasca, in verità, come ricorda l’attenta e documentata ricerca di Giuliana Bertacchi, «la base partigiana è formata da giovani e giovanissimi: è una constatazione intuitiva, che le […] ricerche hanno confermato […]. È una conferma largamente scontata, ma che è sempre ben tener presente, per comprendere certe caratteristiche peculiari del fenomeno resistenziale, legate in parte all’improvvisazione, all’inesperienza di tanti ragazzi che nulla o quasi sapevano di armi e di tattiche militari» [G. Bertacchi, Uomini, numeri, contesti, in G. Bertacchi, E. Valtulina, “se sono diventato…”, cit., p. 65-66]. 72 «C’è stata una battaglia, ci sono stati dei morti…»… «E io cosa ci posso fare!»… «È finita Benito, è finita»… «Beh, fate quello che volete!»… «Persino i preti ho visto tra i partigiani!». «Numerosi sono i casi di vescovi che rimettono al clero le scelte decisive sull’aiuto da prestare alla Resistenza, la presenza attiva nei suoi ranghi, i modi di tale presenza [...]. Sono per lo più vescovi, nelle cui diocesi la presenza di cattolici e di clero nelle formazioni partigiane è molto elevata. Numerosi sono anche i casi di sacerdoti che non interpellano il proprio vescovo, sia per impossibilità pratica di farlo, sia per la lucida volontà di non comprometterlo» [F. Traniello, Il mondo cattolico nella seconda guerra mondiale, in F. Ferratini Tosi, G. Grassi, M. Legnani (a cura di), L’Italia nella seconda guerra mondiale e nella Resistenza, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, Milano, 1988, p. 325-369; rispetto alla situazione nella bergamasca si veda: G. Belotti, I cattolici di Bergamo nella Resistenza, Bergamo, 1977]. Tre sacerdoti risultano essere stati componenti della Brigata Albenza: Ceresoli don Alessandro, Minola don Mario e Benigni don Mario. Sono forse tra quelli riconosciuti da Davide Rigamonti [Archivio Isrec-Bergamo, fondo Giulio Alonzi, faldone 6, busta B]. 73 «Perfino i preti ci ho visto, non farmi parlare!». 74 «… di diciotto, diciannove anni, uccisi per niente!». 75 Franco Villa era il comandante della 5° Compagnia della Brigata Albenza, che operava prevalentemente nella zona di Caprino, S. Antonio, Cisano e dintorni [Fascicolo personale Franco Villa, Archivio Isrec-Bergamo , fondo Cvl, faldone 28]. 76 Benito ricorda pochi partigiani, ma non può che ricordare pochi partigiani vista la sua posizione e la divisa che vestì durante il conflitto. Materiali d’archivio attestano che la 5° Compagnia della Brigata Albenza contava 29 elementi alla fine del 1944 [Archivio Isrec-Bergamo, fondo Giulio Alonzi, faldone 6, busta B]. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] 77 L’atteggiamento di Benito descrive invece in questo il caso tipico del modello di solidarismo comunitario di cui parla Colombara, quello dovuto al fatto che «gli interessi delle società di villaggio sono superiori all’immediatezza degli avvenimenti» [F. Colombara, Storia dei vincitori e identità del nemico, cit., p. 28]. 78 C. Bermani, Il nemico interno. Guerra civile e lotte di classe in Italia (1943-1976), Roma, 2003, p. 3. Si veda anche C. Bermani, Le storie della resistenza. Cinquant’anni di dibattito storiografico in Italia, Novara, 1995. 79 C. Bermani, Il nemico interno, cit., p. 4. 80 Le contraddizioni nelle memorie e nelle varie forme di narrazione popolare degli eventi e delle fasi conflittuali e problematiche della storia sono da considerare come un dato praticamente costante, vista la natura problematica degli eventi stessi e delle soggettività coinvolte. Ne sono un esempio le lettere dei soldati durante la prima guerra, in cui spesso, addirittura nella stessa lettera, «convivono atteggiamenti diversi, contraddittori, conflittuali» [A. Gibelli, L’officina della guerra. La grande guerra e la trasformazione del mondo mentale, Torino, 2003]. 81 Sindaco di Pontida a cui fa riferimento è Cesare Mauri. 82 In C. Bermani, Il nemico interno, cit., p. 15. 83 C. Pavone, Alle origini della repubblica, cit., p. 66. 84 G. Bertacchi, La presenza conquistata, cit., p. 19 85 «Tra la fine degli anni venti e l’inizio degli anni quaranta giungono a compimento processi decisivi con il rafforzamento dei settori produttivi più moderni, il grande calo del tessile, il vero e proprio crollo dell’industria serica. La netta diminuzione dell’occupazione nel decennio 1927-1937 si accompagna alla ricomparsa di una miriade di piccole e piccolissime industrie che attutiscono l’impatto immediato della grave diminuzione dei posti di lavoro, ma esercitano un pesantissimo sfruttamento della manodopera temporanea assorbita. Mentre migliaia di donne e di ragazzi vengono espulsi dal ciclo produttivo […] nel settore siderurgico e meccanico si registra un sensibile ricambio con l’assunzione di nuova forza lavoro e l’allontanamento degli operai più anziani che avevano vissuto le lotte del dopoguerra e gli scontri con i fascisti. Viene così a mancare quella protesta sociale che il regime al potere aveva ragione di temere: il fascismo riesce nell’intento di frantumare il fronte oppositivo dei lavoratori più marcatamente a Bergamo che in altre realtà» [A. Bendotti, G. Bertacchi, Bergamo 1943-45. Conflittualità operaia e Resistenza, in Per un più giusto domani. Bergamo 1943-45. Conflittualità operaia e Resistenza, Bergamo, 1995, p. 5]. 86 G. Bertacchi, La presenza conquistata, cit., p. 19. 87 S. Peli, La Resistenza in Italia, cit., p. 61. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected]