IDENTITÀ FASCISTA E BORGHESIA RURALE BERGAMASCA. PONTIDA 1937-1945
I racconti autobiografici di Benito Rigamonti1, combattente nella Milizia volontaria della Repubblica sociale
italiana, sono il materiale fondamentale attraverso cui si è costruito questo lavoro, che intende offrire un
contributo al dibattito relativo alla «memoria divisa»2. Le testimonianze qui proposte fanno riferimento al
periodo compreso tra la metà degli anni trenta e la fine della seconda guerra mondiale e sono riordinate in
modo tale da delineare il percorso di formazione dell’identità di Benito, tenendo conto dei rapporti sociali e
delle fedeltà politiche presenti a Pontida, il piccolo paese della bergamasca in cui è cresciuto.
La sua identità, come si vedrà, si è formata sulle linee di tensione tra vita di comunità e vita privata, tra
l’appartenenza di classe e l’idea di nazione, tra l’idea di Italia fascista e l’idea di Italia che si andava
sviluppando nel corso della guerra3. Su queste linee di tensione, sui conflitti e sulle contraddizioni che
generavano, ci si è quindi concentrati, nel tentativo di descrivere alcuni tratti di un fascista e insieme di
comprendere qualche aspetto del fascismo e dell’ambiente sociale e culturale in cui tale ideologia si è
sviluppata.
La famiglia
Benito, figlio della borghesia rurale bergamasca, durante l’adolescenza ebbe un rapporto conflittuale con il
regime:
[Negli anni della mia adolescenza] ero piuttosto tiepido verso il fascismo, anche perché essendo un tipo cui
le imposizioni non garbavano, di fronte a certe imposizioni mi ribellavo e cercavo di agire secondo il modo in
cui la mia coscienza e il mio modo di vedere mi suggerivano di fare le cose… che non era lo stesso
suggerito dalla dottrina allora imperante4.
Suo padre Davide era invece un fascista fervente:
Lui [era fascista] già dal 1922-23. Era uno dei ragazzi del 1899 ed è stato mandato nella guerra del 1915-18
con il grado di sottotenente. Al ritorno generalmente veniva sbeffeggiato dai compagnucci e da lì, per
reazione, è venuta la sua adesione incondizionata al fascismo…5 ha iniziato nel 1921-22 a far parte dello
schieramento fascista… perché lui ci teneva molto all’onore, alla sua divisa di ufficiale. [Durante tutti gli anni
venti] era molto attivo politicamente. È stato podestà, […] uno dei primi podestà del regno d’Italia […].
Ricoprì questa carica in alcuni paesi tra cui, mi pare, Pontida e Mapello […] poi è stato segretario politico in
altri, come Brembate Sopra.
Il padre di Benito, ex-combattente e militante fascista, incarna una figura tipica di sostenitore di movimenti
ultraconservatori. Infatti
in ogni nazione, da quando sono esistite, le associazioni di reduci rivelano la tendenza a trasformarsi in
gruppi di pressione di destra, e questo vale sia per i paesi che sono usciti vittoriosi da una guerra, sia,
soprattutto per quelli sconfitti6.
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Anche in Italia, nel primo dopoguerra e principalmente nelle città, si sviluppò il movimento degli excombattenti
che aveva il carattere piccolo-borghese comune alle diverse associazioni di smobilitati formatesi in
quell’epoca […] Gli elementi predominanti di questo nuovo strato intermedio erano rappresentati dai giovani
che, durante la guerra, avevano acquistato la convinzione di aver diritto ad occupare nella società e nella
vita civile un posto più elevato di quello che era loro riservato precedentemente […] Finita la guerra, che
cosa voleva fare questa massa che aveva preso l’abitudine di comandare? Nient’altro che continuare a
comandare7.
e di certo non intendeva essere «sbeffeggiata», nelle parole di Benito, da compaesani fino a poco tempo
prima subordinati.
Alla militanza del padre corrispondeva il disinteresse per la politica della madre, Clelia Persico:
Mia madre [non faceva politica], era una brava donna […] Pur essendo moglie di un fascista, lei non aveva
mai voluto saperne niente di fascismo, di comunismo e de töte chi bale le8. Fu una buona madre di famiglia,
ha avuto sei figli, badava al suo negozio, alla sua famiglia e basta.
Un disinteresse che talvolta, nel privato, portava al conflitto con il marito:
[Mio padre], una volta all’anno, andava alla festa della fanteria… lui si metteva ol sò capèl, i suoi gradi, la
sua sciabola, la sua divisa… e andava a questo annuale raduno dei fanti… la ghéra ol coragio de pestaga
so ‘l müsatì 9 magari per dieci o quindici giorni perché non voleva che andasse… so mia me, l’era facia so
‘mpo a la so manera,10 comunque lì per lo meno andava.
In altre situazioni, infatti, Davide cedeva alle pressioni della moglie, poiché, come racconta Benito
non era capace di contraddirla. Mia madre aveva un carattere molto forte… era un maresciallo… bella
donna, autoritaria, e se lui si permetteva di contraddirla… l’era piö sò…11 quello che diceva lei era il cielo,
avrà anche avuto ragione al novantanove percento delle volte, ma per lui ciò che diceva lei era vangelo…
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Forse anche per questa ragione, Davide smise di occuparsi di politica:
In quegli anni [tra la fine degli anni trenta e i primi anni quaranta] non aveva più ruoli. Nel quaranta era stato
richiamato sotto le armi come ufficiale di fanteria, era stato mandato in Sardegna, ma approfittando di una
legge che esonerava dal servizio militare il capo famiglia di una famiglia numerosa, lui che aveva sei figli è
stato rimandato a casa... questo nel 1941 o 194212. Avanti negli anni non ha assunto più cariche politiche
[…] Non credo neanche si sia iscritto al Fascio repubblicano […] si è ritirato in modo degno, pace e amen.
Ciò non toglie che, finita la guerra, sia stato preso anche lui e portato alla cosiddetta caserma Seriate,
l’attuale Lazzaretto13, anche lui è stato lì, poi siamo usciti insieme, lo stesso giorno nel mese di settembre
del 1945.
A differenza del padre, suo fratello Sandro decise di andare in guerra per quanto, anche a causa della
giovane età, non avesse interessi politici:
Pur avendo solo quindici, sedici anni, scappò da casa e si arruolò nei bersaglieri. Una volta sono riuscito a
riportarlo a casa: io facevo la scuola ufficiali a Varese, vedo ‘sto ragazzo che mi viene incontro, che mi viene
a trovare: "Cosa fai qui?" "Mi sono arruolato nei bersaglieri" "Fila a cà a la svelta dise perché te ciape a
pesciade ‘ndel kul!"14. […] Allora mi sono presentato alla caserma dei bersaglieri di Varese dal comandante
e ho detto: "Questo ragazzo è minorenne e me lo lascia portare a casa" infatti l’ho riportato a casa. In poco
tempo l’è turnat a scapà l’è ‘ndacc amò di bersaglier!15 Dopo l’hanno sbattuto al fronte alla Garfagnana, da
quelle parti lì, è riuscito a portare a casa la pelle, ma lui non è mai stato di idee politiche di destra.
Anche figure come quella di Sandro erano abbastanza comuni, tanto che, per rimanere al caso
bergamasco,
dopo l‘8 settembre 1943, Renato Ricci, comandante Gnr [Guardia nazionale repubblicana] e già
responsabile dell’Onb [Opera nazionale balilla], organizzò gli Avanguardisti moschettieri, i 15-18enni che
fuggivano di casa per arruolarsi, ponendoli alle dipendenze del comando generale della Gnr16.
La lettura che Benito dà delle condizioni generali della popolazione di Pontida è indicativa della sua
condizione sociale:
Noi stavamo bene, però c’era tanta gente che faceva la fame e certe volte mi ricordo che nelle botteghe
erano più i mendicanti che i clienti… c’era gente che per mangiare cercava la carità, gli si dava dieci
centesimi, des ghèi, era la carità che si faceva alla povera gente […] Qui i terreni erano condotti a
mezzadria, e i proprietari avevano i loro masèr… c’era il fattore che aveva il compito di mediare sulla
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spartizione dei raccolti e agiva sempre nell’interesse del padrone. C’era poco da fare, questa gente lavorava
e non vedevano molto… non la passavano bene. Qualcuno che aveva un campo che dava una certa rendita
poteva camparla bene, prendendo la sua metà. Invece ce n’erano altri che non potevano e i fattori facevano
solo ed esclusivamente l’interesse del proprietario. Erano persone fidate a cui non scappava niente, ed era
ben difficile che si lasciassero andare a degli sconti o cose simili17 […] Per non parlare di Magnetti dei
laterizi … la fabbrica a ottobre, massimo novembre, chiudeva, la gente rimaneva a casa fino a febbraio, e
per quattro mesi, la gente come faceva? Non c’era allora l’indennità di disoccupazione, per niente. Allora
alcuni venivano da mia madre a supplicare per avere comunque da mangiare. Mia madre l’unica cosa che
diceva era "Mi avete sempre pagato, ve ne do ancora". Li manteneva per tre o quattro mesi. Nel frattempo
loro andavano per boschi a legna. Col pericolo di essere presi e processati e multati […] I boschi erano
pulitissimi, come i castagneti, ed erano controllati … la legna costava, visto che non c’era il riscaldamento
allora si andava a legna. Il nostro portico era sempre pieno di legna, perché mia madre ne usava molta. Le
veniva la lavandaia una volta a settimana … allora scaldavano l’acqua con le fascine di legna che portavano
questi [disoccupati] per racimolare qualche soldo. E la miseria era forte … il Magnetti [per far lavorare gli
operai in ditta] aveva dei kapò. Eccetto uno, gli altri erano peggio dei kapò dei lager […] trattavano gli operai
come schiavi. Li trattavano male, ma molto male […]. L’unico operaio al quale non potevano dire niente era
un certo signore che abitava in una frazione, che era considerato comunista … lui era un operaio, i capi a lui
non dicevano mai niente. Era un tipo grande e grosso, e se qualcuno gli diceva qualcosa gli si metteva
davanti e alzava il dito … si chiamava … se regorde piö … mi pare Luisòt, mi sembra … lui era un
comunista […] Poi, durante il periodo bellico c’era la tessera annonaria. Noi eravamo sei figli … e con la
tessera annonaria non si riusciva a mangiare. Si aveva quattordici quindici anni e il pane si mangiava … non
erano abbastanza due o trecento grammi di pane come stabilito dalla tessera annonaria … e allora mia
mamma si arrabattava, riusciva ad accaparrarsi un po’ di farina bianca e faceva il pane, lo allungava con la
zucca … per fare 'sto pane e poterci saziare, noi che eravamo gente abbiente, figurati gli altri come i
contadini che non avevano neanche i campi.
Si noti come Benito legga i meccanismi dello sfruttamento sui luoghi di lavoro fino al momento in cui
andrebbero messi in relazione con la politica del regime. Infatti, da un lato, le condizioni dei lavoratori erano
tali vista l’assenza di sindacati liberi dovuta alla repressione antisindacale dei primi anni venti e conseguente
al potere esercitato dagli industriali sul governo:
Come risultato del Biennio rosso, preoccupazione suprema degli imprenditori fu il ripristino immediato
dell’autorità amministrativa nell’azienda e un ritorno alla consueta attività [che si] poteva conseguire soltanto
con una dura repressione, licenziando gli scioperanti, vietando l’assunzione dei militanti sindacali e facendo
litigare tra loro i sindacati fascisti e le organizzazioni operaie socialiste18.
Nelle campagne il problema della repressione sindacale fu altrettanto forte che nelle zone industriali. Dopo
la guerra, parallelamente agli scioperi nelle fabbriche, si sviluppò
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un vasto movimento di contadini poveri che cominciarono a impadronirsi delle terre dei grandi proprietari.
[Essi] spesso non avevano idea degli obiettivi che volevano raggiungere, […] vedevano la terra e i
proprietari [ma] non vedevano lo Stato che era là per difendere l’una e gli altri. Invadevano la terra portando
in testa ai loro cortei il ritratto del re, la bandiera nazionale e il crocifisso19.
Nella bassa bergamasca la rivolta contadina fu particolarmente significativa e si organizzò nel Movimento
cristiano dei lavoratori guidato da Romano Cocchi. Altrettanto forte fu la repressione voluta dagli agrari, che
con gli industriali furono l’altro riferimento del regime20. Dall’altro lato,
nelle condizioni create dalla rivalutazione della lira [del 1926] anche le industrie italiane avevano
intensificato la razionalizzazione dei processi produttivi, in una situazione, però, in cui il mercato interno non
poteva essere allargato ed era "quasi impossibile la conquista di mercati esteri". La razionalizzazione aveva
riguardato le possibilità di un maggiore sfruttamento della manodopera piuttosto che l’innovazione di prodotti
o di processi21.
La 'politica'
«A metà degli anni venti [rispetto alla fase iniziale del regime] si assistette a un tentativo più sostenuto […]
"di far entrare le masse nello stato", come ripeteva lo stesso Mussolini»22.
«Innanzitutto occorre sottolineare la parzialità di questo ingresso, in quanto “le masse, nello stato, ci sono
sempre state come oggetto, non fosse altro, degli obblighi militari e fiscali”, per cui “il problema dello stato
non può correttamente porsi, per il popolo, che come problema di partecipazione al potere”»23.
Ad ogni modo, in una società che si apprestava a diventare di massa con la diffusione dei nuovi sistemi di
produzione dell’industria fordista, un maggiore coinvolgimento delle masse nelle dinamiche politiche ci fu e
gli strumenti usati per raggiungere tale scopo sono soggetti a diverse interpretazioni. Secondo Mosse, la
nazionalizzazione delle masse venne perseguita in primo luogo attraverso «tutta quella serie di cerimonie
pubbliche, discorsi, parate e quant’altro del genere ha fatto della propaganda fascista una liturgia laica,
mutuando da quella sacra molte figure e stili cerimoniali». Inoltre, «il cosiddetto "teatro della politica" – ossia
la scena aperta al pubblico attraverso cui si svolgeva la propaganda – [riuniva] in un solo programma
disciplina e partecipazione»24. De Felice, invece, dopo aver individuato «il fulcro del sistema fascista» nel
suo aspetto di massa, «specie per le nuove generazioni per le quali il fascismo era sempre più normalità»,
ha indicato i suoi strumenti nella «scuola, [nelle] organizzazioni di 'categoria', assistenziali e per il tempo
libero, [nella] propaganda, [nel] partito»25.
Elemento comune a queste analisi è il ricorso del fascismo alle leve statali, finalizzato all’organizzazione sui
modelli della disciplina militare e affiancato al controllo delle strutture educative, tra cui la scuola. Anche la
descrizione che Benito offre di ciò che considera la politica negli anni del regime chiama in causa alcuni di
questi fattori:
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[Inizialmente conoscevamo la politica] sia attraverso l’insegnamento scolastico, sia attraverso l’istruzione
premilitare che settimanalmente si faceva … Non so come si considerava la politica … so che si andava al
sabato fascista si faceva un’istruzione premilitare. C’era l’obbligo di presentarsi, di solito vicino alle scuole
pubbliche, nel campetto all’esterno […] Chi non andava al sabato fascista doveva portare un certificato
medico, qualora non si portasse il certificato medico per tre volte, si veniva condannati a due o tre giorni di
cosiddetta prigione. Era una camera di sicurezza che si trovava in via A. Mai a Bergamo, sul lato delle
scuole Vittorio Emanuele, quelle lungo il viale, viale Roma, sul lato di quelle scuole c’era la sede della Gil,
che era la sigla della Gioventù italiana del littorio. E c’erano delle camere di sicurezza. La punizione
consisteva nel rimanere lì chiusi due o tre giorni al massimo. Dopo si veniva rimandati a casa26. Poi per tutti
c’erano gli incontri davanti alla Casa del fascio, che era un locale posto dietro il Comune, con un piccolo
cortile davanti usato per le commemorazioni, o quando c’erano le cosiddette adunate: quando c’erano i
discorsi di Mussolini la gente si radunava lì, e ascoltavano questi discorsi … oppure qualche raduno in
occasione di qualche ricorrenza o festa nazionale … come il 4 novembre, il 21 aprile […] natale di Roma, e
il 28 ottobre.
Le imposizioni, come si è ricordato in apertura, incontravano le sue resistenze, tuttavia la scuola e
l’educazione di tipo militare ebbero influssi significativi: «Sono sempre stato fondamentalmente nazionalista.
Anche prima della guerra mi sentivo molto italiano. Ci avevano trasmesso molto il senso dell’italianità,
anche a scuola».
In rapporto ai termini italianità e fascismo è possibile leggere la guerra in Italia dopo il settembre 1943 nei
termini di una guerra civile. Sia i fascisti che i resistenti sentivano di combattere una guerra patriottica, dove
il nazionalismo dei secondi si opponeva a quello dei primi proprio perché intendeva liberare l’Italia da quel
regime che «gravava sulla società, sulla civiltà, sulla coscienza del popolo italiano», operando come in una
sorta di «sanguinosa resa di conti nella partita che si era aperta con lo squadrismo fascista tra il 1919 e il
1922»27. Questi distinti nazionalismi erano legati a diverse concezioni del Risorgimento, rispetto al quale il
fascismo poteva essere considerato un tradimento o il compimento. Se gli insegnanti del ventennio
dovettero trasmettere la tesi del fascismo come compimento del Risorgimento, alcuni di loro, tenendo fede
all’immagine «di un Risorgimento un po’ all’antica […] ravvolto […] nei suoi panni liberali», fornirono «senza
dubbio qualche germe di potenziale resistenza alla pressione fascista»28. Tra questi ci fu un insegnante di
Benito, il quale proponeva un’idea di Italia diversa da quella fascista attraverso le sue frequenti lezioni sulla
poesia degli anni del Risorgimento e trattando tutto quanto avesse sapore antitedesco. Nell’ambiguità dei
suoi richiami a un nazionalismo identico nel nome ma distinto nel significato rispetto a quello fascista, Benito
ricorda il suo insegnante contemporaneamente come un «resistente» e come un uomo che contribuì alla
formazione della sua fede fascista:
Negli istituti inferiori io avevo un professore di italiano che era antitedesco. Ci faceva studiare tutte le poesie
del Carducci e tutto quello in cui si parlava male dei tedeschi. Anche questo mi è rimasto impresso. Quello lì
è rimasto antitedesco anche dopo, durante la guerra. Quando mi ha visto vestito da volontario salire sul
treno rimase impressionato. Allora ghe dise:29 "Professor Marini si ricorda le poesia antitedesche che ci ha
fatto studiare a memoria?" E quello faceva a suo modo un po’ di resistenza. L’unico che aveva avuto questo
coraggio. Uno dei pochi. Si chiamava Marini, e insegnava all’istituto inferiore di Celana.
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L’anticomunismo, «cemento decisivo per la coalizione che [originariamente] si raccolse intorno al fascismo e
ne [determinò] il successo»30, fu anche in Benito il sentimento fondamentale di identificazione ideologica:
Per il partito [fascista] i termini patria, onore e religione avevano un certo significato, in contrapposizione al
comunismo, che era la negazione a parte della libertà, che anche nel fascismo magari non era contemplata,
ma soprattutto della religione e del concetto di patria … perché loro parlavano di internazionalismo. Sì,
diciamo che sono rimasto sempre principalmente anticomunista, anche se questo sentimento è maturato
sostanzialmente nel 1943 … anzi, già durante la guerra di Spagna hanno cominciato i primi sintomi di
questa idiosincrasia, della mia allergia totale verso il comunismo. Non lo concepivo e ’l concepese mìa …31
soprattutto perché allora attraverso la propaganda ci inculcavano certe cose, a noi che eravamo giovani e
non avevamo uno spirito critico per poter valutare e discernere quello che poteva essere eventualmente
un’altra verità. Per noi la verità era quella e basta […]. Per noi invece era vangelo.
I valori morali, la famiglia e l’onore, cioè quanto Benito contrappone al comunismo, sono stati considerati da
Mosse centrali nella formazione delle forze politiche di estrema destra del primo dopoguerra e in particolare
del fascismo, poiché erano preoccupate, in misura diversa a seconda delle nazioni, dal degrado, presunto o
reale, dei costumi nazionali. Chi sostenne quei movimenti auspicava che con essi si «ristabili[sse] il livello
morale della nazione» e non a caso «molte leggi allora promulgate erano destinate a punire le deviazioni
sessuali e sociali e a rafforzare il concetto della famiglia»32.
L’anticomunismo, inoltre, si sposava bene con il suo complesso senso di appartenenza di classe, fondato su
un intreccio di significati, valori, concezioni dell’ordine e del diritto. Un sentimento che vinceva la sua
capacità, di cui già si è detto, di riconoscere la miseria e alcuni dei meccanismi da cui la stessa derivava,
tanto quanto la violenza e lo sfruttamento presenti nelle fabbriche. Infatti, quando la povera gente sfruttata
infrangeva l’ordine, per Benito, diventava feccia e marmaglia, evidenziando come insieme al nazionalismo e
all’anticomunismo fosse proprio il «rifiuto della lotta di classe (che si tradu[sse] in ideologia corporativa)»33,
l’altra bandiera della borghesia fascista. Proprio l’incontro con quella presunta marmaglia, ossia, di fronte
alle insurrezioni antifasciste spontanee dopo il 25 luglio del 1943, deciderà coscientemente di entrare a far
parte della Milizia volontaria. Ecco come Benito legge quella che Battaglia ha definito «la prima
manifestazione schietta e spontanea [che] applaudiva alla caduta [del fascismo], estesa in ogni centro
maggiore e minore della nazione», durante la quale «furono scalpellati con furia gli emblemi della tirannide,
invase le sedi dei fasci, ma risparmiati i responsabili»34:
Più che altro mi sono avvicinato volutamente [al fascismo] dopo il 25 luglio 1943, quando ho visto la feccia
del paese scatenata nella distruzione della ex-Casa del fascio senza nessun motivo plausibile … rompere
tutto per … quella era proprio una marmaglia … persone senza arte né parte, nullafacenti, che vivevano alla
giornata. Ladruncoli. Per me era la feccia del paese […]. Scatenata in atti vandalici senza fine. Quando ho
visto ‘sta brutta gente, mi sono detto che forse il fascismo era meglio, piuttosto che far cadere l’Italia in
mano a gente come quella. Di lì ho cominciato ad essere nel mio intimo più propenso ad accettare quello
che era il regime fascista.
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La 'non politica' e il consenso
Negli anni della sua adolescenza, la politica era ridotta a quanto appena discusso. Per il resto, Benito
racconta di una vita spesa tra la famiglia, qualche amico, la caccia, la scuola e le attività parrocchiali. Una
vita, insomma, che ricorda priva di politica e di discorsi politici, per sé come per i suoi compaesani:
Le amicizie si riducevano a due, massimo tre. Tre ragazzi coetanei coi quali soprattutto si parlava di caccia
e di ragazze, ma mai di politica… la politica non ci interessava… ci trovavamo specialmente nella casa di
uno, che era un contadino, però con molto buon senso, e sia io che un altro, il quale era di famiglia
benestante, come del resto lo ero anch’io, ci trovavamo molto bene con questo che era figlio di contadini.
Stavamo lì a parlare del più e del meno, ma soprattutto di caccia […] e di qualche scappatella con le
ragazze… avevamo quindici, sedici anni, e cominciavamo a casà fò i coregn…35
La mancanza di informazioni, che non fossero quelle provenienti dal canale della propaganda, rafforzava il
quadro di depoliticizzazione diffusa. Lo stesso Benito riconosce la sua distanza di allora da tutto quanto
riguardasse i problemi del mondo e la storia:
Io ho solo sentito qualche volta Radio Londra a titolo di curiosità, ma non mi interessava più di tanto perché
era infarcita di propaganda antifascista e non ci ho badato. Per quanto riguarda le altre nazioni [...] la
propaganda ce le descriveva come nemici e noi le consideravamo tali. Per noi il concetto di democrazia di
questi paesi era letteralmente sconosciuto. Non lo sapevamo cos’era la democrazia. Io non lo sapevo cosa
era la democrazia. Sapevi solo l’etimologia della parola. [Inoltre,] attraverso la propaganda fascista le
demoplutocrazie ci venivano dipinte come entità sopraffattrici, dove il denaro contava tutto, dove l’ideale,
certi ideali erano calpestati… e subordinando il tutto al guadagno […]. In effetti, invece, la dottrina fascista
era rivolta anche al popolo e agli operai. Ha fatto qualcosa36, a differenza delle democrazie, anche se lì
c’era la libertà… io comunque non sentivo la mancanza di libertà… a sedici diciassette anni, che libertà?
Avevo tutto quello che potevo avere, non mi mancava niente, più libero di così […]. Poi, secondo noi, nelle
democrazie non c’era idealismo… come invece per noi c’era una base di idealismo, certi concetti come dio,
patria, famiglia e onore, per me e tanti di noi, avevano un certo significato […]. La Germania, invece, era un
paese di cui apprezzavamo la lealtà nei nostri confronti, poi l’ordine e la disciplina di quel popolo. E, per
esempio, a scuola dovevamo studiare una lingua estera a scelta tra tedesco e inglese. Ovviamente tutti
optavano per il tedesco, salvo alcuni, segnati addirittura a dito. Anche perché allora sembrava che la
Germania fosse oltre che alleata, anche base per scambi commerciali e industriali, per cui imparando la
lingua ci si poteva introdurre nel mondo del lavoro e nella loro mentalità. Poi dopo è successo quello che è
successo. Però, per esempio, di cosa fosse il regime nazista io ero completamente all’oscuro. Non sapevo
neanche come era andato al potere. Noi apprezzavamo certe parate… l’organizzazione, come nel caso dei
giochi olimpici del 1936, mi sembra, l’organizzazione di quei giochi fu qualcosa di stupendo. Fu una cosa
grandiosa. Così come mi è rimasto impresso il fatto che Hitler non abbia voluto premiare un atleta
americano di colore. Che è stato un gesto che a pensarlo col senno di poi… pensa se l’è stac bambo chèl
le!37 Ma allora c’era il mito della razza. Mi pare che l’atleta si chiamasse Owens… sì Owens. Vinse una
medaglia d’oro in una gara di atletica. Quando è salito sul podio, non gli ha dato il riconoscimento.
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L’assenza di politica nella vita privata di cui Benito parla parrebbe contraddire la sua memoria del grande
soggetto politico collettivo: il popolo del consenso38.
Se della democrazia conoscevo solo l’etimologia, che è governo di popolo, a me sembrava che anche da
noi il fascismo fosse governo di popolo perché, parlando fino agli anni quaranta, c’era una adesione
totalitaria39. C’era un’adesione balcanica… qui il 98 e qualcosa percento erano fascisti. Dopo si sono
cambiati per opportunismo, vigliaccheria e altre considerazioni… fascisti o perlomeno favorevoli al fascismo,
fiancheggiatori. Contrari qui nel nostro paese non ce n’erano.
Dal suo punto di vista «opportunismo, vigliaccheria e altre considerazioni» sono state le cause solo dello
spostamento a sinistra dei suoi compaesani: non indica le medesime cause alla base della «scelta politica»
di nessun individuo che fosse parte del «98 per cento» di «sostenitori» del regime prima del settembre
1943. Eppure come lui stesso aggiunge a breve distanza:
Qui di fascisti veri e propri ce n’erano pochi… sì, la cosiddetta intellighenzia del paese… c’era il farmacista,
un rappresentante di prodotti e polveri da sparo, adesso sono tutti morti… e poi due o tre elementi del
popolo, contadini o operai, che hanno continuato a votare la destra anche dopo il 1945.
Se questo aspetto contraddice l’idea del consenso popolare inteso nel senso di una cosciente
partecipazione, non c’è peraltro contraddizione rispetto al ritratto della sua vita fatto poco prima, quando
descriveva un mondo senza politica, là dove, probabilmente, proprio sulla non politica era costruito il grosso
del consenso di cui parla. Le narrazioni di Benito confermano in questo senso l’idea secondo cui «il
totalitarismo spoliticizza più che mobilitare. Così almeno fu in Italia, [dove il fascismo fu] aiutato dalla forza
repressiva e dal non vedersi, per gran parte degli anni venti e per tutti gli anni trenta, di nessuna praticabile
via di uscita»40.
La questione del consenso e il suo rapporto con la depoliticizzazione è particolarmente complessa. Come si
è visto, il regime si impegnò in un’operazione di coinvolgimento ideologico delle masse, nel tentativo di
conquistare alla sua «base di massa» il proletariato che, alla sua andata al potere, non ne faceva parte.
Tale coinvolgimento si concretizzò in una vera e propria occupazione dello spazio pubblico. In particolare,
organizzazioni come il dopolavoro e i circoli ricreativi fascisti, inizialmente legate al sindacato fascista,
ebbero come imperativo che «una politica di classe nel senso tradizionale del termine andasse scoraggiata
in maniera attiva; al suo posto [si proponeva] 'l’educazione' nel senso più paternalistico della parola». E
nonostante l’impegno organizzativo fosse stato avviato già nei primi anni del regime, i risultati non furono
buoni, tanto che alle elezioni primaverili per le commissioni interne del 1924 «la vittoria della Fiom socialista
[…] confermò senza ombra di dubbio che il proletariato industriale rimaneva lealmente antifascista. Perfino i
braccianti agricoli che più facilmente cedevano alle minacce, diventarono di nuovo riottosi»41. Saranno
ancora la repressione e le legge sindacale del 1926 a sradicare quanto rimaneva delle organizzazioni
dissenzienti, o quantomeno a metterle fuorilegge42.
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Un’ulteriore conferma della depoliticizzazione di quegli anni si ritrova nei racconti con cui Benito fonda il
consenso al regime non solo sulla non politica, ma sul valore della non politica, come appare dalle riflessioni
già riportate e relative a sua madre: «Mia madre non faceva politica, era una brava donna…». Proprio come
se il non far politica fosse elemento qualificante. Benito ci consegna cioè l’idea di una società in cui il valore
è dato al primato della 'casa', intesa nel senso dell’oikia greco, che, nei termini in cui è stata riproposta da
Hannah Arendt, è al centro «dell’associazione naturale» per sua natura «non solo differente, ma […] in
diretto contrasto con […] la capacità degli uomini di organizzarsi politicamente»43. Così, nel racconto di
Benito, mentre prevalgono i valori di casa e famiglia, lo spazio pubblico, con i suoi rapporti liberi e uguali,
appare inesistente, anche perché sepolto da vent’anni di un regime che aveva occupato «tutti i gangli vitali
della vita collettiva: "la piazza", la cattedra, l’informazione»44. Il popolo del consenso di cui Benito parla
appare quindi come un popolo che non agiva, che non entrava in conflitto con l’ordine costituito e che
neppure lo sosteneva attivamente.
Peraltro, sebbene Benito ricordi pochi fascisti e molto consenso, lui stesso cita alcuni individui, contadini e
operai di cui
si sapeva per sentito dire, non per loro manifestazioni particolari, che fascisti non erano e che erano di
tendenze socialisteggianti. [Da noi comunque], c’era un certo rapporto di amicizia con tutti, ci si salutava pur
sapendo che il tale e il tal’altro, o anche un conoscente o un coetaneo non era di una determinata idea. Non
ci si pensava, non ci si dava più o meno risalto, alle differenze di opinioni, purché non manifestate, perché
allora non si poteva dire me so cuntrare al fascismo o ’ssce…45 si capiva che uno poteva essere più o meno
favorevole… o più o meno contrario… anzi, più o meno contrario no. Però c’erano degli elementi che erano
considerati socialisti, […] ma si mantenevano nel loro brodo. Non manifestavano le loro idee. Ma lo sapevo
anche io da ragazzino, lo sapevo che c’erano. Però di comunisti no. Qui di comunisti non se ne parlava
assolutamente. Quelli sono venuti attraverso l’emigrazione lavorativa, quella dei lavoratori che andavano a
Milano46.
In effetti, la presenza comunista nella bergamasca fu molto scarsa, tanto che le sue stesse componenti
organizzative ne avevano una visione esasperata: «Non si aveva vita di partito perché non si avevano
neppure le cellule, né comitati di fabbrica, di settore, di zona. Non si conosceva il numero dei compagni
iscritti, né gli stabilimenti toccati. […]. Livello politico dei compagni, anche dei responsabili, molto basso»47.
A Pontida, anche i contadini di tendenze socialisteggianti erano
tutta gente cattolica che andava regolarmente in chiesa, e partecipava alle funzioni, anche perché in un
paese come il nostro chi non andava in chiesa era segnato a dito. Non so però se fossero socialisti perché
si definivano tali o perché erano così classificati da altri… fascisti non erano, comunisti non erano, avevano
questa tendenza o fama ed erano guardati dall’elemento fascista e dall’elemento clericale con un certo
distacco… non perseguitati, fisicamente o psicologicamente… erano sopportati. Stavano nel loro brodo, non
interferivano e non facevano niente contro lo stato delle cose.
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La Chiesa con il suo interclassismo e il suo anticomunismo favorì la distanza di un popolo di contadini
cattolici da ogni presa di posizione conflittuale, soprattutto dopo la schiacciante repressione subita dal
sindacalismo cattolico e radicale di Cocchi al quale si è già accennato. Una Chiesa che, al di là dei legami
con il fascismo, fu presenza costante nelle vite di queste persone:
L’obbligo della messa c’era imposto a tutti… volenti o nolenti… e io tra l’altro ero anche istruttore
catechista… allora alla domenica dopo pranzo facevano la cosiddetta dottrina… anche io ci andavo, e mi
ricordo che dopo premiavano. Mi sembra all’Epifania premiavano gli istruttori… una volta abbiamo preso un
premio io e un altro. Non che fossi proprio un bighino perché cominciavo già ad essere un po’ birbantello.
Però, andavo sempre, e soprattutto alla messa ero tra i primi. Con mia mamma era più difficile, perché
avendo il negozio doveva seguirlo e star molto tempo a lavorare… con mio papà invece era più frequente,
anche perché lui era molto più portato nelle cose religiose. Aveva una certa fede, era anche molto tenuto in
considerazione dal clero locale. Tuttavia qui il fascismo, con la Chiesa non collaborava. Anche perché in
quel periodo, e forse anche un po’ prima, si era avuto quella specie di dualismo tra l’Azione cattolica e la Gil.
C’era stato qualche contrasto, anche se qui non c’era stato niente. La gente continuava ad andare alle
adunanze e in chiesa. Non mischiavamo politica e religione. I preti stavano nel loro brodo, nero, e i fascisti
nel loro brodo, altrettanto nero. Tutti e due neri. Ce n’era solo uno di frate nel monastero che aveva
tendenze fasciste, tutti gli altri non si sbilanciavano. Anche se non posso scordare l’uscita di un prete, che
era famoso perché prete esorcista, il quale una volta ebbe a dire che il comunismo non era brutto come lo si
dipingeva… e allora questo era rimasto famoso… per una frase che a quei tempi ti potevano portare anche
al confino. Allora tra l’altro era appena dopo la guerra di Spagna, dove i cosiddetti compagneros ne avevano
fatte di tutti i colori, ad ammazzare preti e suore… e qui eravamo contro i comunisti… io non so se [quel
frate fosse] in buona fede o come, [quando] era uscito con quella frase che in verità è la sola cosa del clero
che mi è rimasta impressa.
Il contrasto tra Azione cattolica e Gil cui Benito fa riferimento è probabilmente il conflitto di portata nazionale
che si consumò tra il regime e la Chiesa tra la primavera e il settembre del 1931, quando con un
compromesso si giunse alla riconciliazione. Le ragioni di tale conflitto riguardavano proprio l’educazione dei
giovani, che il regime cercava di sottrarre alle organizzazioni ecclesiastiche, in primo luogo all’Azione
cattolica, nel tentativo di subordinarli alle proprie48. Le tensioni tra Chiesa e regime furono in ogni caso un
dato spesso presente, per quanto in stato latente, anche nel campo dell’assistenzialismo. Infatti, di fronte
alle migliaia di donne e giovani espulsi dal ciclo produttivo dalla fine degli anni venti agli anni quaranta, la
Chiesa, con le sue attività di assistenza, tendeva ad aumentare la propria incidenza nella vita sociale,
cosicché «il regime tent[ò] invano di rimpiazzar[la]» proprio «nel campo assistenziale, decisivo per la
strategia del consenso, mediante iniziative autonome o saldamente controllate dall’apparato fascista»49.
Fascista tra l’8 settembre del 1943 e il 25 aprile 1945
Dopo l‘8 settembre 1943,
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migliaia e migliaia d’italiani sono […] senza casa o senza rifugio; gli sbandati dell’esercito percorrono in ogni
senso la penisola italiana per cercare una via di scampo alla deportazione tedesca che si accanisce contro
di loro; nessun italiano, anche nel più remoto centro abitato, è sicuro del domani, sa con certezza in quale
stato egli viva, da chi o da che cosa dipenda il suo destino50.
La situazione di Benito era resa particolarmente problematica dalla sua età:
Siccome ero del 1925 e avevo tra i diciotto e venti anni, ero un probabile richiamato alle armi… però ero
stato dichiarato abile solo ai servizi sedentari per la malattia agli occhi. Mio padre, preoccupato per
l’andamento generale della guerra, e soprattutto per il suo amore paterno, cercava di proteggermi, e allora
ha parlato a un suo amico che era seniore della milizia, della Milizia volontaria sicurezza nazionale51, un
certo Comogli, industriale di Cisano che lavorava a Bergamo nella Federazione dei fasci di combattimento
di Bergamo, quella che poi hanno cambiato nell’attuale Casa della libertà… Comogli lavorava lì, e mio padre
si è raccomandato a lui, dicendo che aveva un figlio che doveva essere arruolato. Gli chiese di fare in modo
che rimanessi qui a Bergamo. Di fatti, a novembre del 1943 io mi sono arruolato volontario e sono stato
messo a Bergamo, alla Caserma dei Mille che è l’attuale S. Agostino, su alla Fara52. Lì c’era il centro di
raccolta che era un’ex-caserma, la Caserma dei Mille, a lato della chiesa sconsacrata. Si entrava dal
portone a lato della chiesa […]. Lì ho fatto la guardia per tutto l’inverno del ’43. Era la caserma della Milizia,
che poi diventò Guardia nazionale repubblicana, Gnr […]. Io sono sempre rimasto lì, insieme a pochissimi
altri, mentre tutti gli altri [venivano trasferiti nelle varie formazioni]. Poi a un certo punto mi sono stufato e
sono andato ancora da questo seniore della milizia. Io sono andato su e gli ho detto: "Senta, senta, sono
stufo di star su alla Caserma dei Mille, vorrei venir giù qui, in questa formazione"… una formazione che
stavano allestendo… e sono entrato nella compagnia Ordine pubblico, che era in via Galliccioli, al comando
del famoso e famigerato, capitano, autonominatosi capitano, Aldo Resmini […]53. Le operazioni di solito
venivano per informazioni o spiate, o soffiate… allora si partiva si rastrellava, si buttavano… qualcuno
veniva magari preso e poi maltrattato per avere informazioni… ho visto gente massacrata di botte… ma
proprio per questo motivo io ho voluto andarmene da questa compagnia, perché eran cose che non potevo
sopportare… secondo i miei valori e i miei principi… le sevizie e le botte non erano nel mio modo di pensare
e di vedere le cose54.
La conflittualità con cui Benito visse il rapporto con la violenza sulla popolazione ritorna in vari racconti:
Mi è rimasto impresso nella mente un fatto accaduto durante un rastrellamento della formazione Op in cui
militavo… credo che fosse in Val Seriana… siamo entrati in una casa di contadini dove c’era una ragazza il
cui fratello doveva essere ricercato. E lì i miei camerati imbecilli si sono messi a rompere la cucina. E io
vista ’sta ragazza che piangeva, ho detto loro: "Cosa state facendo? Si drè a fa?"… "Eh… l’è öna cà de
partigiani!"…55 "Cosa c’entra lei se suo fratello è un partigiano? Piantatela lì". Io ero un ragazzo giovane,
non ero un’autorità, però sapevo farmi valere… mi è rimasta impressa questa ragazza, avrà avuto ventidue
ventitré anni e piangeva disperata vedendo che gli distruggevano piatti e così, mentre uno con un
fiammifero è andato nel fienile lì vicino ad appiccare il fuoco56. Non ho visto poi se si è incendiato, o più o
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meno, perché poi noi siamo andati via. Certe cose, pur essendo imbevuto di propaganda, nella quale ci
facevano figurare i partigiani come banditi, come in effetti in principio e in diverse occasioni si
comportavano, nei confronti dei contadini, nei confronti di certe persone, da cui con prepotenza andavano a
chieder da mangiare, sequestravano della roba… come era successo in Piemonte… in principio non è che
fossero ben voluti… dopo si sono organizzati e hanno agito diversamente57. Ma a noi li facevano figurare
come banditi [...]. Una volta in Toscana passando in un paese, completamente deserto58, alzando gli occhi
da un balcone, al posto della bandiera, dove c’è l’asta della bandiera, penzolava il corpo di un impiccato.
Erano passati i tedeschi e avevano fatto delle cose… cose che a me non piacevano per nulla… ma allora la
guerra era fatta così, però era una cosa assurda.
Dopo aver chiesto il trasferimento anche dalla compagnia di Resmini, non si stabilì in alcuna sede, ma
richiese e ottenne vari trasferimenti in tutto il nord Italia. Nel frattempo, della guerra
si sapeva quel poco che era comunicato con i bollettini e si sperava sempre in qualcosa, come le armi che i
tedeschi si diceva stessero sviluppando […]. I bollettini raccontavano delle bastonate che prendevamo e del
fatto che ci si dovesse ritirare da determinate posizioni. E c’era la frase che mi è rimasta impressa, "la
ritirata strategica"… cioè quando alzavano i tacchi e scappavano… quella era ritirata strategica. Per
esempio nell’Africa settentrionale la ritirata strategica è finita a Tunisi, a forza di ritirate strategiche… a
gambe leàde!59 Per non parlare poi della Russia. Lì le ritirate strategiche erano botte vere e proprie. Mi è
rimasto impresso però, come in quel momento non avevamo la capacità critica di poter valutare come
effettivamente andavano i fatti, speravamo sempre in qualcosa… si sperava in qualche miracolo… miracolo,
dato che Gott mit uns… ma Gott l’era mìa mit uns, l’erà d’ön’otra banda…60 Gott mit uns, che era scritto
dove c’erano le Ss […]. Ma poi alla fine, molto alla fine, mi sono reso conto che non c’era molto da fare.
In questo periodo ebbe alcuni contatti con i tedeschi, con i quali tuttavia, non ebbe mai veri e propri rapporti:
A un certo punto fummo mandati al passo della Presolana, in quanto c’era stato un attacco partigiano, e mi
ricordo che su in cima alla Presolana, c’è o c’era l’albergo Franceschini, mi sembra… e arrivati lì c’era un
soldato tedesco riverso di fuori da questo albergo, ammazzato dai partigiani. È stato uno dei primi tedeschi
che ho visto ucciso. Poi li vedevo, venendo da S. Agostino, uscendo dalla porta sulla sinistra c’è una via che
va giù [verso via S. Tommaso], su quella via lì, prima di via S. Tommaso c’era una caserma delle Ss, dei
tedeschi.
Solamente nel corso delle ultime settimane di guerra ebbe modo di parlare con loro, dentro l’ospedale
militare in cui si era fatto ricoverare sfruttando la sua malattia agli occhi:
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Ho avuto direttamente a che fare con i tedeschi solo verso la fine, nel 1945, quando chiesi di essere
mandato in un reparto di formazione tedesca a Novi Ligure. Questo per togliermi dalla caserma di Como
dove ero. Lì a Novi Ligure, dopo un paio di giorni, visto com’era l’andazzo… dovevamo essere addestrati
con i Panzer Faust, che erano delle specie di tubi della stufa, e armati di questi, spediti contro i carri armati
alleati… ho approfittato della congiuntivite che mi facevo venire periodicamente e mi hanno ricoverato
all’ospedale militare tedesco di Garbagnate e lì venni curato. Ed ero l’unico italiano ricoverato in questo
complesso ospedaliero. L’unico. E lì venne il giorno della Liberazione…
Il 25 aprile mi manda a chiamare il comandante con l’interprete e dice: "Io non posso più rispondere della
sua incolumità, perché qui è l’unico italiano, per lei è ora di andarsene". Allora dalla cassetta che avevo ho
tolto abiti da borghese, li ho indossati, scendo al piano inferiore dove c’erano le suore che facevano da
mangiare, vado da una suora e chiedo la direzione per andare verso Bergamo: "Prende questa strada qui,
per andare verso Nova Milanese, dopo arriverà ad una strada vicino a Monza". Infatti lì scavalco una rete di
recinzione e mi avvio. Poi quando arrivo a Nova Milanese vengo fermato da un tale con un fucile a spalla
che mi dice: "Dove vai?" "Vado a casa". "Non sarai mica un fascista?" Anzi no, mi dice prima: "Da dove
vieni?" "Vengo dalla Germania". "Non sarai mica un fascista?" "Me fascista!". Lì ho sentito cantare il gallo,
per la prima volta ho rinnegato… "Me fascista! Cosa cöntèt sö adès"61. "Va beh, va, va!" Faccio dieci metri,
mi si avvicina una donna e mi dice: "Ho capìt, ho capìt me chi che te set!62 Vieni su, vieni un momento a
casa mia". Questa signora abbastanza giovane, mi dice: "Ho capito che non vieni dalla Germania, sta
attento, perché ci sono in giro cose che non vanno tanto bene… Ammazzano". Mi aveva fatto capire che era
di origine bergamasca63. Era piuttosto giovane, avrà avuto un trent’anni. Non so come, ma ha intuito che io
ero uno di quelli. E invece di fare la spia, ha cercato di indirizzarmi verso la strada che mi portava verso
Bergamo e da Nova Milanese sono arrivato sulla statale Milano-Lecco. E lì sono perfino salito su un
motocarro condotto dai partigiani, perfino su quello son salito. Ricordo di aver fatto un pezzo di strada fino a
Merate. Poi, faccio un pezzo di strada e sento una raffica di mitra e c’era il comando ancora tedesco… c’era
pericolo, va beh… arrivo in cima alla salita di Calco, mi viene dietro uno in bicicletta. Mi dice: "Ciao Benito!"
Questo era uno del mio paese che abitava proprio qui. E lavorava a Milano. "Ciao, ciao Franco!"... "Öt ü
pasaggio"…64 Mi mette sulla canna della bicicletta, era tutta discesa, l’indàa bè,65 non so se sei pratico di
Calco… è tutta discesa, partendo da su e venendo giù fino a Brivio. È tutta discesa, oh l’è ’ndacia
benone…66 arrivo a Brivio, cacchio lì sul ponte di Brivio ce n’è lì uno col fucile… "Madona" dighe "i’è che
amò i partigiani!"67 E sono riuscito a passare non mi ha fermato, non ci ha fermati tutti e due, però
attraversato il ponte, gli dico: "Franco, adesso se passo da Cisano naturalmente mi conoscono. Va mìa
be…68 io passo su attraverso la montagna…". Attraverso il ponte di Brivio, lì c’è la strada che va a Villa
d’Adda, ho seguito la strada un pezzettino poi sono salito sul versante della montagna…. Arrivo su quasi
alla cima, non della montagna, ma dell’avvallamento, mi sento una raffica di mitra, vicina, sarà stata a
cinquanta metri, allora, c’era lì un siepone, mi butto dentro dall’altra parte, e mi trovo davanti un contadino
lui mi guarda e io lo guardo… ho capito che non era lui ad aver sparato, e gli chiedo: "Per andare verso
Sineville?" Sineville che è una frazione dall’altro versante della montagna. E mi dice: "Vada giù di qui. C’è il
sentiero…". Succede che, metti, questa stanza è lo spiazzo dove io mi sono buttato nella siepe e ho
attraversato dall’altra parte, qui a destra trovo il contadino, e mi dice "La strada è questa". Sono appena
partito e salta fuori a sinistra quel tale col mitra, ed è venuto su per così…69 questo contadino si è spostato
leggermente in qua di modo che l’uomo col mitra mi voltasse le spalle, io andavo giù, lui venendo da quella
parte e rivolgendosi al contadino gli chiede: "Te n’et vèst ü a pasà fò de che?"70 E il contadino con una
perizia di spirito che cosa non so gliel’abbia inculcata: "Si, l’ho visto passar giù di qua!". E ha indicato la
parte opposta. Quando sono arrivato a casa, c’era in corso una battaglia. Arrivavan su le cannonate. Qui
fuori, dove hai messo la macchina, han piazzato un cannone da ottantotto millimetri, ü bel canù, la colonna
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di fascisti e tedeschi passava per Pontida, il capo del Cln, non di Pontida, di Cisano, forse per crearsi
un’aureola, un precedente glorioso, ha dato in mano il fucile a dei ragazzetti, col compito di fermare questa
colonna. Si sono appostati qui sopra, c’era una strada che prima andava giù oltre la fornace del Magnetti, e
si sono appostati a sparar giù dal muretto. La colonna si è fermata. Tutta gente che aveva già fatto la guerra
antiguerriglia e che era abbastanza ferrata. Sono andati su, da questo versante della montagna, gli sono
arrivati dietro, dodici ne hanno ammazzati! I’à cupacc töcc! Un ragazzetto della scuola di Cisano quindici
anni stava venendo a casa, e i’à cupat pò a c’a chèl 71. Io sento questa battaglia che è in corso, arrivo a
casa, trovo mi padre molto preoccupato… [Benito:] "Cos’è successo?"… [suo padre:] "Gh’è stacc öna
bataglia, gh’è stacc di morcc"… "Potà, goi de faga me"… "L’è finida Benito, l’è finida"… "Pòta fi chèl che ’nì
òia…" "’Nfina i precc o est det in mès ai partigiani..."72. Allora era una cosa inconcepibile che anche il prete
fosse dentro, in mezzo ai partigiani… "’Nfina i precc o est det… ma fam mìa parlà, fam mìa parlà…"73. E
nella chiesetta qui sopra, non so se ci hai badato, c’è una chiesetta qui sopra, lì han portato questi dodici
ragazzi, c’era dentro solo un uomo, avrà avuto quarant’anni, gli altri tutti giovanetti, de desdòt, desnö’agn…
copàcc per negòt!74 E lì è finito il quarantacinque…
I rapporti con gli antifascisti e con la nuova Italia antifascista
Qui, di partigiani ce n’erano pochi. Saranno stati quattro o cinque su per la cava, e nel paese di S. Antonio
ce n’era uno che era il capo. Tra l’altro la contraddizione di questo tale, che si chiamava Villa ed era il
comandante del gruppo partigiani che operava qui nella zona di Val Cava e dintorni75, era che aveva il
fratello tenente delle Brigate nere, non so se nelle Brigate nere o Gnr… Quella dell’altro fratello non so che
brigata partigiana fosse, qui vicino c’era la Brigata Albenza… e loro erano collegati… e la brigata sarà stata
di cinque o sei elementi a dir tanto76.
Nei periodi trascorsi a casa dopo il luglio del 1943 e soprattutto nei primi mesi del dopoguerra, Benito
dovette confrontarsi con la realtà di un paese in trasformazione:
Qui a Pontida avevo amici, che non erano della mia opinione politica con i quali mantenevo anche buoni
rapporti. Anche durante il 1943, ’44, ’45, quando tornavo a casa. Magari sapevo che erano nascosti perché
erano renitenti alla leva… sapevo dove erano nascosti… due dei quali nel monastero, se fossi stato un
vigliacco avrei potuto dire al mio comandante va che là ci sono due renitenti, ma a me non me ne fregava
un bel niente. E infatti nel 1945 due di loro, quando mi hanno portato dalla mia casa alle scuole comunali,
dove avevano fatto una specie di cella e avevano messo i fascisti, uno di questi due renitenti di cui ero
amico ha avuto il coraggio di venirmi a salutare e di stringermi la mano. Lui era figlio di contadini, era un
contadino. Si chiamava Previtali Gigio […]77. Conoscevo anche uno che era molto vicino al Cln, si chiamava
Ugo Gini, e per me era un amico fraterno. È morto l’anno scorso. Lui era nell’ambiente di questi signori del
Cln. Erano cinque o sei elementi, tutta gente apposto, abbastanza apposto, […] tutte persone di un certo
livello economico e culturale […]. C’era la dottoressa [a fare da] moderatrice del paese, poi c’era soprattutto
l’abate. L’abate Paolazzi, persona degnissima… era l’unico ad entrare nella nostra casa dopo la
Liberazione, quando noi eravamo come gli appestati… Poi c’era un dottore, il dottor Mangili, tutta gente con
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un certo ascendente, sicché avevano anche una certa autorità, contro le teste calde che volevano le
soluzioni drastiche e quelli che erano manovrati dopo il 25 aprile.
La forte componente di classe presente nel conflitto emerge in maniera evidente proprio dalle sue narrazioni
relative ai rapporti con gli antifascisti in paese. Da un lato i membri del Cln, colti e borghesi, sono descritti
come persone per bene, dall’altro, i pochi partigiani di cui si ricorda, individui di altra classe sociale, vengono
ricordati come individui discutibili, nullafacenti, ladruncoli manipolati da un organo antifascista, il Cln, i cui
componenti, poiché «persone apposto», Benito non condanna.
La stima di Benito nei confronti dei dirigenti del Cln conferma la tesi di Bermani secondo cui, dopo il 25
luglio 1943, molte delle «articolazioni del potere sino allora in carica confluirono nell’antifascismo,
ricongiungendo i complici del fascismo nell’antifascismo moderato. Poi durante la Guerra di liberazione [...]
le alleanze politiche furono ampiamente sganciate dai rapporti con le forze sociali» permettendo «la
formazione di un ampio schieramento antifascista» che però «pose al tempo stesso un’ipoteca in senso
conservatore sul dopo fascismo»78.
La descrizione che Benito fa dei partigiani è in linea con il pensiero che si sviluppò «con la restaurazione
centrista e la repressione scelbiana» in relazione alle quali «da parte conservatrice si parlò il meno possibile
di Guerra di liberazione e anzi si perseguitarono i partigiani, soprattutto se garibaldini, considerandoli alla
stregua di "banditi" o "avventurieri"»79: «[Gli uomini del Cln] hanno preso diversi elementi della feccia del
paese, con l’incarico di andare a rompere le scatole nelle abitazioni dei fascisti. Prendevano sassi, li
tiravano contro le finestre, urlavano di notte. Ed erano aizzati da loro». Anche in questo passo emerge la
contraddittorietà che contraddistingue le memorie di Benito, come del resto la gran parte delle narrazioni
popolari relative a fasi molto conflittuali della storia80: i membri del Cln, descritti come persone per bene,
sarebbero contemporaneamente coloro che mandano «la feccia» a tirare sassi alla sua finestra. Tale
contraddittorietà è in linea con la struttura della sua identità: i borghesi del Cln, di buona condizione
economica e culturale, proprio per questo rimangono per bene. Invece, a coloro che chiama «diversi
elementi della feccia del paese» non viene riconosciuta nemmeno la capacità di prendere decisioni
autonome: se fanno qualcosa, nel bene o nel male, è perché sono soggetti a manipolazione.
In ogni caso i primi tempi furono veramente difficili. Tant’è vero che il sindaco dopo la liberazione81, convocò
mia madre, dicendole che bisognava che se ne andasse dal paese, e lei, che era un tipo abbastanza
autoritario, non soggiaceva ad alcuna imposizione mia madre, pur avendo marito e figlio nel campo di
concentramento a Bergamo [la caserma Seriate], rispose: "Da Pontida me ne andrò quando sarò morta e
basta". Poi queste cose io le rinfacciai a questo signor sindaco. Dopo quattro o cinque anni. Lui aveva
cercato di addolcire la cosa, dicendo che lo aveva fatto per il nostro bene. E io gli risposi: "per il nostro bene
no, perché se voi a quegli scagnozzi, che aizzavate contro di noi, avreste detto piantatela che è ora di finirla
non sarebbe successo un bel niente. Invece per invidia o non so che cosa li aizzavate contro di noi". Sono
stati momenti mica tanto belli […]. I primi giorni, dopo il 25, 26 aprile, si parlava addirittura di fucilare tutti i
fascisti. Fucilarli tutti. Lì sono intervenuti [quelli del Cln], dicendo se erano diventati matti… E l’abate
Paolazzi veniva a consolare mia mamma. Ed era uno che nell’ambito del Cln fungeva da moderatore.
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Chi ha vinto e chi ha perso
Valiani ha scritto che con le elezioni del 18 aprile 1948 «rinasce il vecchio Stato […] ricostituitosi grazie al
compromesso temporaneo, di breve durata ma pur saldo in questo frutto fra la democrazia cattolica
militante e il movimento proletario social-comunista, passato ora in gestione esclusiva della prima, la più
conservatrice di queste grandi forze»82. In quest’ottica la borghesia conservatrice antifascista parrebbe aver
svolto il ruolo storico di ricostituire uno stato nuovo metabolizzando in esso il 'nemico interno', contro cui si
era appena conclusa una guerra, e traghettandovi i poteri economici e istituzionali del vecchio stato.
Individuare una 'continuità dello stato' non può portare ad affermare che si sia verificata, nel passaggio tra
fascismo e repubblica, una 'continuità delle cose'. Tuttavia, in questo passaggio, è certamente possibile
individuare «un intreccio di vecchio e di nuovo» in cui «la Democrazia cristiana, lungi dal costituire una forza
potenzialmente eversiva dal punto in senso progressivo, finì per funzionare, proprio per quel carattere di
massa di cui la borghesia non [poteva] più fare a meno per i suoi partiti, da strumento principale della
salvaguardia dello stato tradizionale, borghese, censitario, proprietario, conservatore e, a suo modo,
risorgimentale»83.
Benito, figlio di una commerciante e appartenente alla borghesia fascista bergamasca, non condividerebbe
mai questa tesi: lui che si sentì tradito da quelle componenti borghesi che fino a un certo punto avevano
vestito la sua stessa casacca; lui che, come il padre, si sentì tradito da quei preti visti in mezzo ai partigiani.
Tuttavia, raccontando il trapasso dalla Repubblica sociale italiana alla nuova repubblica, Benito dice
qualcosa che conferma non solo la continuità delle divisioni di classe del nuovo stato, ma anche la
permanenza degli stessi vecchi gruppi di potere economico al loro posto, ossia proprio ciò che la
componente rossa della resistenza cercò di impedire. Quella componente, cioè, retta dall’ossatura operaia,
che nel caso bergamasco «nonostante la presenza di alcuni militanti nelle fabbriche […], manc[ò]
all’appuntamento degli scioperi del marzo» 1943,84 per motivi legati alla realtà socio-economica della
zona85, ma che fu tuttavia attiva nel marzo successivo86, durante i 45 giorni, e ancora con lo sciopero
generale dal 1 all’8 marzo del 194487. Con il suo principale obiettivo, consistente nella caduta dello stato
borghese insieme alla caduta del fascismo, venne sconfitta dall’antifascismo moderato e, come sembra
confermare anche Benito, si dovette arrendere allo stato delle cose:
Nel ’45 col negozio si faceva poco. Nonostante l’onestà di mia madre nella conduzione del negozio, la gente
non osava entrare nel negozio, nei mesi di maggio, giugno, luglio del 1945. Dopo ha ripreso ancora […]. A
me è rimasto impresso un cliente onesto, puntuale nei pagamenti, puntualissimo – perché allora si usava il
libretto della spesa che veniva saldato una volta al mese. Questo signore andava a lavorare ed era tra i
primi lavoratori che andavano a lavorare a Milano… nell’hinterland, parlo di Sesto San Giovanni, parlo di
Cinisello, dove imperavano i 'compagni'… e avevano assimilato le teorie, specialmente comuniste… e
questo tale, mi ricordo, quando ci sono state le prime elezioni, mi sembra nel ’46 o ‘48, ha tardato quindici
giorni il pagamento nel negozio senza motivo. Però io ho capito il motivo, perché quando lui è venuto a
pagare gli ho detto: "Senti un po’! Aspettavi la rivoluzione dei compagni per non pagare più? Hai sempre
pagato al minuto, al centesimo!". Perché non passava un’ora dal trentuno, lui all’uno del mese era lì.
Puntualissimo. "E stavolta mi aspetti l’esito delle elezioni credendo che se fossero andati al potere i
comunisti tu non avresti più pagato? Caro te…". C’era questa mentalità nei primi comunisti che andavano in
questi grossi complessi operai, dopo hanno capito che l’era mìa ‘scé…
Poi hanno capito, che non era così.
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1
Benito Rigamonti è nato a Mapello nel dicembre 1925. Ho con Benito rapporti di parentela, in quanto ha
sposato la sorella di mia nonna. Questo è forse uno dei motivi per cui ha deciso di dedicare a un antifascista
(me) tanto tempo e di consegnarmi un così ampio bagaglio di memorie, lasciandosi coinvolgere in questo
lavoro.
2
Si veda in proposito: G. Bertacchi, Italia 1939-1945: la “memoria divisa”. Un convegno dell’università cattolica,
in “Studi e ricerche di storia contemporanea”, dicembre 1995, n. 44, p. 75-79; G. Contini, La memoria divisa,
Milano, 1997.
3
La tesi delle «tre guerre», patriottica, civile e di classe nella Resistenza, che è stata sostenuta da Pavone,
trova le proprie argomentazioni nel particolare assetto assunto dalle forze in campo in Italia a partire dal
settembre 1943 [ C. Pavone, Il movimento di liberazione e le tre guerre, in Conoscere la resistenza, Milano,
1994]. Le pagine che seguono evidenzieranno come le linee di tensione e di conflitto su cui quelle tre guerre si
sono sviluppate, componendo il quadro della Guerra di liberazione in Italia, erano presenti in embrione già
prima della guerra, a dividere i fascisti militanti e gli 'altri' nel loro diverso modo di percepirsi per appartenenza
di classe, per il modo di concepire l’Italia e i suoi rapporti con la Germania.
4
D’ora in avanti, tutte le citazioni, a meno di differente precisazione, riporteranno le parole di Benito Rigamonti
da me registrate tra il novembre 2004 e il febbraio 2005. Le interviste si sono sviluppate attorno a un
questionario a domande aperte che richiedevano la descrizione della sua famiglia, degli ambienti in cui è
cresciuto, delle varie fasi relative ai primi vent’anni della sua vita, con un’attenzione particolare al suo
coinvolgimento nella guerra e al suo rapporto con la politica.
5
Nell’atteggiamento di Davide Rigamonti trova conferma il fatto che, come ha ricordato Quazza, nell’immediato
dopo guerra «i ceti medi intellettuali [erano] offesi dall’atteggiamento dei socialisti verso i combattenti» e anche
per questo furono ben disposti nei confronti del fascismo. G. Quazza, Introduzione. Storia del fascismo e storia
d’Italia, in G. Quazza, a cura di, Fascismo e società italiana, Torino, 1973, p. 15.
6
G. Mosse, Le origini culturali del terzo Reich, Milano, 2006, p. 377.
7
P. Togliatti, Le basi sociali del fascismo, in P. Togliatti, Sul fascismo, Roma-Bari, 2004, p. 31.
8
«… e di tutte quelle menate».
9
«… aveva il coraggio di mettergli il muso».
10
«… non so, era fatta un po’ a modo suo…».
11
«… avrebbe smesso di considerarlo suo marito».
12
«Nel 1939-43 per aumentare la forza delle armi, in aggiunta alle classi di leva scarse di uomini, si introdusse
un nuovo sistema, il richiamo di gruppi riservisti delle classi anziane fino al 1901; secondo criteri diversi (classe,
qualifiche militari e anche origine regionale) e larghe possibilità di esonero per ragioni di famiglia e di lavoro che
riducevano la forza chiamata fino al 30% di quella teorica. In sostanza veniva richiamato chi non aveva motivo
o possibilità di opporsi, disoccupati, sottoccupati e contadini poveri, un modo per rendere meno gravosi e
impopolari i richiami, anche per diminuire la disoccupazione, non certo il migliore per garantire l’efficienza dei
reparti». G. Rochat, Le guerre italiane 1939-45. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, Torino, 2005.
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13
«L’antico edificio cinquecentesco [ubicato tra le attuali via N. Nadi, via Marzabotto e via Fossoli] divenne
caserma Seriate, cioè deposito del 17° reggimento di fanteria. Fu luogo di fucilazione di partigiani e militari
condannati dai tribunali nazisti e fascisti. Qui, tra molti altri, furono uccisi i partigiani Cesare Consonni,
Giuseppe Sporchia e Arturo Turani e il colonnello Guido Rampini» In Bergamo 1943-1945. I luoghi della storia,
Bergamo, 2005. Benito lo ricorda soltanto per la funzione che ebbe nell’immediato dopoguerra, quando vi
vennero concentrati i fascisti mentre si cercava di definirne le sorti. Si confronti la testimonianza di F. Carnazzi,
Avevi la speranza che veramente il mondo cambiasse, in A. Bendotti, G. Bertacchi, C. Innocenti, I giorni della
Liberazione, in “Studi e ricerche di storia contemporanea”, giugno 1985, n. 23, p. 19-21.
14
«… fila a casa in fretta, dico, perché ti prendo a calci nel sedere…» .
15
«… è scappato di nuovo ed è tornato nei bersaglieri!».
16
Bergamo 1943-1945. I luoghi della storia, cit.
17
Il suo forte senso di appartenenza alla classe benestante emerge in maniera ancor più dirompente quando,
parlando dei proprietari terrieri da cui i mezzadri dipendevano, cambia registro e li descrive come onesti, probi
e generosi, come se non avessero responsabilità alcuna nei confronti di quei mezzadri loro dipendenti, che
mettevano alla fame i contadini: «I discendenti di quei proprietari terrieri ci sono ancora. Uno era il Mangili
dottore, e poi l’ingegnere, erano due cugini, poi un conte Albertoni Sottocasa, gente onesta, gente proba… il
dottor Mangili era il classico prototipo del dottore di campagna, probo, onesto, non faceva mai pagare niente a
nessuno… visitava tutti, faceva chilometri, estraeva denti, faceva raschiamenti… senza percepire un soldo».
18
V. De Grazia, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista. L’organizzazione del dopolavoro, Roma-Bari,
1981, p. 73.
19
P. Togliatti, Le basi sociali del fascismo, cit., p. 38.
20
Romano Cocchi fu tra le più importanti figure del movimento operaio e contadino cattolico. Nato nel 1893 nel
bolognese, dopo aver compiuto studi teologici, comparve tra gli organizzatori contadini cattolici di Cremona. Nel
1919 si trasferì a Bergamo in qualità di dirigente dell’Ufficio del lavoro e promosse varie agitazioni sindacali
nelle campagne [F. Andreucci, T. Detti, Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico, Roma, 1976].
Cocchi, con Enrico Tulli e Giuseppe Speranzini, organizzò il movimento sindacale bianco della provincia, i cui
aderenti vennero espulsi dal Partito popolare nel 1921, anno in cui fondarono il Partito cristiano del lavoro.
Nelle elezioni di quella primavera si presentarono nei collegi di Bergamo-Brescia, Verona-Vicenza e VeneziaTreviso, avendo successo solo a Bergamo, dove ottennero il 12% dei consensi, dato più significativo se si
considera che una grossa fetta della sua base erano le operaie organizzate del settore tessile, non ancora
aventi diritto al voto [M. Mazzucchetti, L’estremismo bianco nel primo dopoguerra, in A. Bendotti (a cura di), Il
movimento operaio e contadino bergamasco dall’Unità al secondo dopoguerra, Bergamo, 1981]. Il timore del
regime nei confronti del potenziale organizzativo cattolico in ambito sindacale era tale che, tra i punti con i quali
si sancì la fine dei contrasti tra Chiesa e regime nel 1931, di cui si parlerà più avanti, il secondo punto
riguardava esattamente il rapporto Chiesa-lavoro: «L’Azione cattolica non ha nel suo programma la
costituzione di associazioni professionali e sindacati di mestiere; non si propone quindi compiti di ordine
sindacale» [“L’osservatore romano”, 2 settembre 1931, in P. Scoppola, La Chiesa e il fascismo. Documenti e
interpretazioni, Roma-Bari, 1976, p. 279].
21
G. Vacca, La lezione del fascismo, in P. Togliatti, Sul fascismo, cit., p. XLIV.
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22
V. De Grazia, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista..., cit., p. 14.
23
C. Pavone, Alle origini della repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuità dello Stato, Torino,
1995, p. 12.
24
G. L. Mosse, La nazione, le masse e la “nuova politica”, Roma, 1999, p. 19-21.
25
R. De Felice, Fascismo, Milano-Trento, 1998, p. 64-65.
26
In via Angelo Mai angolo Foro Boario, un edificio edificato nel 1932 e dedicato al nipote del duce Sandro
Italico Mussolini fu sede dell’Opera nazionale balilla e della Gioventù italiana del Littorio [Bergamo 1943-1945. I
luoghi della storia, cit.]. Le camera di sicurezza di cui parla era parte del sistema di controllo e repressione
definito attraverso le «leggi eccezionali» emanate nel 1926.
27
C. Pavone, Il movimento di liberazione e le tre guerre, cit., p. 12.
28
C. Pavone, Alle origini della repubblica, cit., p. 46.
29
«… gli dico…».
30
N. Tranfaglia, Fascismi e modernizzazione in Europa, Torino, 2001, p. 24.
31
«… e non lo concepisco…».
32
G. L. Mosse, La nazione, le masse e la “nuova politica”, cit., p. 18.
33
N. Tranfaglia, Fascismi e modernizzazione in Europa, cit., p. 17.
34
R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana. 8 settembre 1943- 25 aprile 1945, Torino, 1964, p. 63.
35
«… a guardarci in giro…».
36
Benito fa qui riferimento alle attività assistenziali del regime. In particolare, rispetto alla sua esperienza
personale, ricorda la mensa popolare e le colonie estive elioterapiche in Bergamo e provincia, così come quelle
al mare. Con questo genere di critica rivolta agli altri paesi europei, evidenzia come il suo riferimento al
fascismo fosse proprio in quel fascismo della prima ora che ha conosciuto attraverso suo padre Davide e che
sosteneva temi e rivendicazioni nettamente anticapitalistiche. Nel primo congresso fascista si parlava di
imposte sul capitale per l’espropriazione dei grandi patrimoni, così come nel 1920 il fascismo era giunto a
simpatizzare con le occupazioni delle fabbriche [P. Togliatti, Le basi sociali del fascismo, cit., p. 30].
37
«… pensa quanto è stato imbecille quello lì!».
38
Per sottolineare la portata del consenso al regime, Togliatti ha parlato di «movimento reazionario con una
base di massa», rielaborato nella definizione di «regime reazionario di massa» ad opera di Ernesto Ragionieri
[G. Vacca, La lezione del fascismo, cit., p. XCVI, n. 145]. Questa base di massa comprendeva vari elementi: «Il
fascismo non era unicamente reazione capitalista. […] Comprendeva un movimento delle masse piccolo
borghesi rurali; era anche una lotta politica condotta da certi rappresentanti della piccola o media borghesia
contro una parte delle antiche classi dirigenti; era un tentativo di creare una organizzazione unificata
estendentesi a tutto il paese raggruppante una frazione di piccoli borghesi delle città diretti da elementi
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declassati (ex-ufficiali e disoccupati professionali); era infine una organizzazione militare che poteva pretendere
di opporsi con probabilità di successo alla forza armata regolare dello Stato» [P. Togliatti, Sul fascismo, cit., p.
65]. Rimosso dalla coscienza nazionale nel dopoguerra, il problema del consenso è stato ripreso da De Felice
nella sua biografia di Mussolini [R. De Felice, Mussolini, Torino, 1967-1997] ed è esposto in via sintetica in R.
De Felice, Fascismo, cit., p. 55-73.
39
Significativamente anziché usare il termine 'totale' Benito usa il termine «totalitaria». Questo termine «nacque
proprio in Italia nel 1923, quando il liberale Giovanni Amendola definì appunto "totalitario" l’uso che il governo
fascista stava facendo del dibattito parlamentare sul sistema elettorale maggioritario proposto dal ministro
Acerbo, riferendosi alla violenza squadrista e alla repressione messa in opere contro le opposizioni. Il termine
venne ripreso nel 1924 dalla "Rivoluzione liberale" diretta da Pietro Gobetti e da Luigi Sturzo. Nel 1925 lo
stesso Mussolini lo usò, a sua volta, cercando di rovesciarne il senso ed esibendolo orgogliosamente come
carattere distintivo del regime che stava fondando» [N. Tranfaglia, Fascismi e modernizzazione in Europa, cit.,
p. 25]. Nella medesima accezione positiva di Benito Mussolini lo usa Benito Rigamonti.
40
R. Rossanda, Questioni di resistenza, in “Il manifesto”, 29 aprile 2005.
41
V. De Grazia, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista, cit., p. 33. Viste le politiche a favore
dell’industria e la politica fiscale «essenzialmente rivolta contro i contadini» attuate nel corso dei primi mesi di
governo, nelle aree rurali il malcontento era diffuso nel 1923-24 anche in molti settori borghesi e piccolo
borghesi che del fascismo furono la base di massa. Ciò spinse il regime a sviluppare precise politiche, di
carattere più che altro propagandistico, rivolte alle campagne: ne sono esempi la «sbracciantizzazione» e la
«battaglia del grano» [P. Togliatti, Sul fascismo, cit., p. 220-236].
42
V. De Grazia, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista, cit., p. 49.
43
H. Arendt, Vita activa: la condizione umana, Milano, 1994, p. 19.
44
S. Peli, La Resistenza in Italia. Storia e critica, Torino, 2004, p. 6.
45
«… io son contrario al fascismo o cose simili…»
46
Il fenomeno dei lavoratori pendolari bergamaschi che nelle fabbriche milanesi si avvicinano al comunismo
viene spesso raccontato da Benito come un fatto relativo agli anni cinquanta e sessanta. I primi casi si ebbero
in verità già dalla fine degli anni venti, quando tuttavia quei lavoratori esplicavano «la loro attività oppositiva e
cospirativa prevalentemente nei luoghi di lavoro» anche se stabilivano «qualche contatto e forni[vano] stampa
clandestina anche in provincia» di Bergamo. [G. Bertacchi, La presenza conquistata. I comunisti bergamaschi
dalla Resistenza alla Liberazione, in A. Bendotti, G. Bertacchi, G. Della Valentina, Comunisti a Bergamo.
Storia di dieci anni (1943-1953), Il filo di Arianna, Bergamo, 1986, p. 15].
47
[Rapporto sul lavoro di partito in Bergamo, 29 dicembre 1943, in G. Grassi, G. Carocci (a cura di), Le brigate
Garibaldi nella resistenza, Milano, 1979, p. 190-191, citato in G. Bertacchi, La presenza conquistata. I
comunisti bergamaschi dalla Resistenza alla Liberazione, cit., p. 11].
48
P. Scoppola, La Chiesa e il fascismo, cit., p. 255-280.
49
G. Bertacchi, La presenza conquistata, cit., p. 18.
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50
R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, cit., p. 116.
51
«…che era l’arma politica del partito, dove i gradi erano dati secondo lo stile romano, c’era il seniore, che era
considerato pari del capitano. Poi il soldato semplice era il legionario, secondo la classificazione delle
truppe…».
52
«Nella Caserma dei Mille ebbe sede il 42° Distretto di Bergamo. I distretti erano addetti al reclutamento e alla
tenuta dei fogli matricolari dei soldati […] . Ai primi di marzo 1944, a Bergamo si presentò il 98,4% dei
richiamati delle classi 1923-24-25. Tuttavia da aprile si ebbero numerosi casi di diserzione e di adesione ai
gruppi partigiani. Provvisoriamente furono qui sistemati anche il 17° Comando provinciale e il 17° Deposito
misto. La caserma di S. Agostino fu oggetto di assalti ad opera della formazione Turani per recuperare armi per
la resistenza» [Bergamo 1943-1945. I luoghi della storia, cit].
53
«Nell’ex-collegio Dante Alighieri […] fu di stanza la 612ª Compagnia ordine pubblico Bergamo della Gnr nata
nel gennaio 1944 dalla 14ª Legione della Milizia. La componevano 150 uomini al comando del capitano Aldo
Resmini, che a 16 anni aveva partecipato alla marcia su Roma. La 612ª Op Bergamo aveva compiti esclusivi di
lotta antipartigiana e insieme alla 648ª Op Macerata e a una compagnia di comando provinciale partecipò
anche a numerose azioni contro i partigiani fuori dalla bergamasca» [Bergamo 1943-1945. I luoghi della storia,
cit].
54
Proprio le sevizie e le botte di cui parla Benito resero la compagnia di Resmini famosa e famigerata. Le
sentenze della Corte d’assise di Bergamo, convocata nell’immediato dopoguerra per processare i componenti
della compagnia (tra i quali Benito non figura, a conferma della sua breve e non significativa partecipazione),
descrivevano la 612° Op in questi termini: «La banda Resmini, terrore e obbrobrio della provincia di Bergamo,
per i numerosi atti di crudeltà commessi»; «Come deposto dai testimoni […] la famigerata banda Resmini fu
ripetutamente impiegata con forze tedesche militari contro patrioti italiani e prigionieri di guerra, partecipando
tra l’altro all’azione di Salussola nella quale furono catturati e uccisi ventiquattro patrioti italiani e a quella di
Selvino contro i fuggitivi russi ammutinatisi, nella quale quaranta di costoro rimasero uccisi». Sentenza 3/45,
Corte d’assise di Bergamo (Presidente dei giudici popolari Gastone Artina), 2-6-1945, contro Capelli Francesco
e altri, Archivio Isrec-Bergamo. In merito ad Aldo Resmini e alla 612° Op si veda anche: A. Caponeri, I processi
per collaborazionismo alla Corte d’assise straordinaria di Bergamo (1945-47), tesi di laurea, Università degli
studi di Milano, a.a. 2005-06.
55
«Eh… è una casa di partigiani!».
56
L’aiuto o la buona disposizione di militi della Rsi nei confronti di donne più o meno coinvolte nel movimento
partigiano è stato descritto da Colombara come uno dei due modelli di solidarismo tra nemici nel corso della
guerra [F. Colombara, Storia dei vincitori e identità del nemico, in C. Bermani (a cura di), Introduzione alla
storia orale, Roma, 2001, p. 28]. Nel caso di Benito come in molti altri pare che alla base del suo atteggiamento
ci fosse, intrecciato con altre dinamiche di genere, la sua interiorizzazione dello stereotipo secondo il quale
guerra e femminilità non possono che essere separate. Benito si chiede: «Cosa centra lei se suo fratello è
partigiano?», dando per scontato che, in quanto ragazza, non potesse aver rapporti con la guerra e le armi.
Tuttavia, con o senza le armi, le donne furono presenti tanto nella guerra quanto nella Resistenza [Si veda A.
Bravo, A. M. Bruzzone, In guerra senza armi. Storie di donne, 1940-1945, Roma-Bari, 1995].
57
Qui Benito ricorda, a ragione, le difficoltà e le diffidenze nei rapporti tra partigiani e popolazione dovute a
conflitti per l’accaparramento di cibo, che hanno talvolta portato a intensi livelli di conflittualità. Ricordava
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Aminta Migliari in un’intervista raccolta da Colombara: «Alcuni non erano molto gentili e minacciavano la gente
con la pistola per farsi dare il burro. Però non potevano obbligarci a farsi dare la roba, perché non ne avevamo
neanche per noi» [F. Colombara, Storia dei vincitori e identità del nemico, cit., p. 27]. Inoltre come ricorda
Giuliana Bertacchi, in un saggio per la celebrazione del sessantesimo anno della Liberazione, tra i partigiani,
«accanto ai coraggiosi, ai decisi, ai consapevoli, ci sono i pavidi, i violenti, i rozzi, accanto agli ingenui e agli
inesperti i furbi, accanto ai generosi i meschini e i profittatori, ma c’è reticenza ad ammetterlo. Eppure anche le
figure 'scomode' hanno diritto di cittadinanza nella Resistenza e anche questi, insieme ai loro compagni
ineccepibili, hanno combattuto e hanno vinto» [G. Bertacchi, Uomini, numeri, contesti. La base sociale della
Resistenza bergamasca, in G. Bertacchi, E. Valtulina, “se sono diventato sindacalista è per la Resistenza…”,
Bergamo, 2005, p. 124].
58
Benito non ricorda esattamente che paese fosse: «Eravamo sulla via del ritorno dalla Toscana, forse a
Pontassieve».
59
«A gambe levate!».
60
«… Gott non era mit uns, stava da un’altra parte…».
61
«… io fascista! Ma cosa dici?».
62
«Ho capito, ho capito chi sei!».
63
Note sono le dimensioni di massa che assunse, già dopo 8 settembre, il fenomeno della «disponibilità
femminile nei confronti di un destinatario ben determinato, il giovane maschio vulnerabile» e in fuga
dall’esercito o dalla guerra, di fronte al quale la donna si comporta come «una figura protettrice, vale a dire […]
una madre» [A. Bravo, A. M. Bruzzone, In guerra senza armi, cit., p. 16]. Nella situazione in cui fu coinvolto
Benito la relazione di aiuto si è strutturata anche su un’altra dimensione tipica del solidarismo tra 'nemici':
«quando il livello di violenza non è estremo e non si manifestano lacerazioni insanabili, la preoccupazione di
entrambe le parti è la sopravvivenza delle comunità» [F. Colombara, Storia dei vincitori e identità del nemico,
cit., p. 28]. La donna avvicinò Benito dopo averne riconosciuto la comune origine bergamasca e proprio
attraverso la parola, la cadenza dialettale riuscì a stabilire un contatto.
64
«Vuoi un passaggio?».
65
«… andava bene…».
66
«… oh, è andata molto bene!».
67
«… madonna ci sono ancora i partigiani!».
68
«…non va bene…».
69
Cioè, da un punto dal quale non poteva ancora vedere Benito, che intanto aveva iniziato a percorrere il
sentiero dietro perpendicolarmente alla direzione dell’uomo col mitra.
70
«Hai visto un tizio passare di qua?».
71
La battaglia a cui Benito fa riferimento vide in azione gli uomini della Brigata del popolo divisione Albenza. Da
altre testimonianze risulta che quaranta uomini, tra cui alcuni ragazzi minorenni che fornivano i partigiani
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effettivi di munizioni, presero parte all’azione al comando di Tino (Carlo) Facchini [Si vedano i fascicoli
personali: Giuseppe Rolla, Archivio Isrec-Bergamo, Fondo Anpi-Feriti, faldone 7; Tino (Carlo) Facchini, Archivio
Isrec-Bergamo, Fondo Anpi-Feriti, faldone 4. Si veda anche la testimonianza raccolta dai ragazzi di un istituto
scolastico di Calcinate e pubblicata al sito www.iccalcinate.it/giornale.php?oper=documento&id=530]. La
brigata attaccò a Cisano e respinse sino a Pontida una colonna nazi-fascista proveniente da Bergamo e di cui
facevano parte Gallarini, Resmini, Vecchini, Beratto, Berizzi e il generale Melchiorri. I documenti e le
testimonianze dei cittadini di Pontida e Cisano discordano sulla dinamica dei fatti, così come sul numero delle
vittime. Benito ricorda dodici vittime di cui undici tra i combattenti. Il Comune di Cisano commemora come
caduti del 26 aprile 1945 dodici persone, tra cui nove partigiani (Giuseppe Brembilla, Alessandro Cattaneo,
Enrico Cattaneo, Francesco Crippa, Giovanni Frassoni, Luigi Isacchi, Alfredo Papini, Angelo Tintori, Pietro
Valsecchi) e tre civili (Arrigoni don Angelo, Francesco Bonati e Luigina Colombo). Il fascicolo personale del
partigiano Facchini parla di undici morti e tre feriti [Si veda Tino (Carlo) Facchini, Archivio Isrec-Bergamo,
Fondo Cvl, faldone 4; si veda anche: Giuseppe Rolla, Archivio Isrec-Bergamo, Fondo Cvl, faldone 7]. Benito
sottolinea l’inesperienza dei giovani che affrontarono la colonna fascista, cercando di imputare al capo
partigiano la responsabilità della morte dei giovani. In bergamasca, in verità, come ricorda l’attenta e
documentata ricerca di Giuliana Bertacchi, «la base partigiana è formata da giovani e giovanissimi: è una
constatazione intuitiva, che le […] ricerche hanno confermato […]. È una conferma largamente scontata, ma
che è sempre ben tener presente, per comprendere certe caratteristiche peculiari del fenomeno resistenziale,
legate in parte all’improvvisazione, all’inesperienza di tanti ragazzi che nulla o quasi sapevano di armi e di
tattiche militari» [G. Bertacchi, Uomini, numeri, contesti, in G. Bertacchi, E. Valtulina, “se sono diventato…”, cit.,
p. 65-66].
72
«C’è stata una battaglia, ci sono stati dei morti…»… «E io cosa ci posso fare!»… «È finita Benito, è finita»…
«Beh, fate quello che volete!»… «Persino i preti ho visto tra i partigiani!». «Numerosi sono i casi di vescovi che
rimettono al clero le scelte decisive sull’aiuto da prestare alla Resistenza, la presenza attiva nei suoi ranghi, i
modi di tale presenza [...]. Sono per lo più vescovi, nelle cui diocesi la presenza di cattolici e di clero nelle
formazioni partigiane è molto elevata. Numerosi sono anche i casi di sacerdoti che non interpellano il proprio
vescovo, sia per impossibilità pratica di farlo, sia per la lucida volontà di non comprometterlo» [F. Traniello, Il
mondo cattolico nella seconda guerra mondiale, in F. Ferratini Tosi, G. Grassi, M. Legnani (a cura di), L’Italia
nella seconda guerra mondiale e nella Resistenza, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione
in Italia, Milano, 1988, p. 325-369; rispetto alla situazione nella bergamasca si veda: G. Belotti, I cattolici di
Bergamo nella Resistenza, Bergamo, 1977]. Tre sacerdoti risultano essere stati componenti della Brigata
Albenza: Ceresoli don Alessandro, Minola don Mario e Benigni don Mario. Sono forse tra quelli riconosciuti da
Davide Rigamonti [Archivio Isrec-Bergamo, fondo Giulio Alonzi, faldone 6, busta B].
73
«Perfino i preti ci ho visto, non farmi parlare!».
74
«… di diciotto, diciannove anni, uccisi per niente!».
75
Franco Villa era il comandante della 5° Compagnia della Brigata Albenza, che operava prevalentemente
nella zona di Caprino, S. Antonio, Cisano e dintorni [Fascicolo personale Franco Villa, Archivio Isrec-Bergamo ,
fondo Cvl, faldone 28].
76
Benito ricorda pochi partigiani, ma non può che ricordare pochi partigiani vista la sua posizione e la divisa
che vestì durante il conflitto. Materiali d’archivio attestano che la 5° Compagnia della Brigata Albenza contava
29 elementi alla fine del 1944 [Archivio Isrec-Bergamo, fondo Giulio Alonzi, faldone 6, busta B].
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77
L’atteggiamento di Benito descrive invece in questo il caso tipico del modello di solidarismo comunitario di cui
parla Colombara, quello dovuto al fatto che «gli interessi delle società di villaggio sono superiori
all’immediatezza degli avvenimenti» [F. Colombara, Storia dei vincitori e identità del nemico, cit., p. 28].
78
C. Bermani, Il nemico interno. Guerra civile e lotte di classe in Italia (1943-1976), Roma, 2003, p. 3. Si veda
anche C. Bermani, Le storie della resistenza. Cinquant’anni di dibattito storiografico in Italia, Novara, 1995.
79
C. Bermani, Il nemico interno, cit., p. 4.
80
Le contraddizioni nelle memorie e nelle varie forme di narrazione popolare degli eventi e delle fasi conflittuali
e problematiche della storia sono da considerare come un dato praticamente costante, vista la natura
problematica degli eventi stessi e delle soggettività coinvolte. Ne sono un esempio le lettere dei soldati durante
la prima guerra, in cui spesso, addirittura nella stessa lettera, «convivono atteggiamenti diversi, contraddittori,
conflittuali» [A. Gibelli, L’officina della guerra. La grande guerra e la trasformazione del mondo mentale, Torino,
2003].
81
Sindaco di Pontida a cui fa riferimento è Cesare Mauri.
82
In C. Bermani, Il nemico interno, cit., p. 15.
83
C. Pavone, Alle origini della repubblica, cit., p. 66.
84
G. Bertacchi, La presenza conquistata, cit., p. 19
85
«Tra la fine degli anni venti e l’inizio degli anni quaranta giungono a compimento processi decisivi con il
rafforzamento dei settori produttivi più moderni, il grande calo del tessile, il vero e proprio crollo dell’industria
serica. La netta diminuzione dell’occupazione nel decennio 1927-1937 si accompagna alla ricomparsa di una
miriade di piccole e piccolissime industrie che attutiscono l’impatto immediato della grave diminuzione dei posti
di lavoro, ma esercitano un pesantissimo sfruttamento della manodopera temporanea assorbita. Mentre
migliaia di donne e di ragazzi vengono espulsi dal ciclo produttivo […] nel settore siderurgico e meccanico si
registra un sensibile ricambio con l’assunzione di nuova forza lavoro e l’allontanamento degli operai più anziani
che avevano vissuto le lotte del dopoguerra e gli scontri con i fascisti. Viene così a mancare quella protesta
sociale che il regime al potere aveva ragione di temere: il fascismo riesce nell’intento di frantumare il fronte
oppositivo dei lavoratori più marcatamente a Bergamo che in altre realtà» [A. Bendotti, G. Bertacchi, Bergamo
1943-45. Conflittualità operaia e Resistenza, in Per un più giusto domani. Bergamo 1943-45. Conflittualità
operaia e Resistenza, Bergamo, 1995, p. 5].
86
G. Bertacchi, La presenza conquistata, cit., p. 19.
87
S. Peli, La Resistenza in Italia, cit., p. 61.
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Identità fascista e borghesia rurale bergamasca. Pontida 1937-1945