LETTERA AI MIEI PARROCCHIANI PER L’ESTATE 2010
GUARDANDO AL FUTURO.
Cari amici,
anche quest’anno approfitto delle vostre ferie per intrattenere con voi un colloquio, che
spesso, durante l’anno, risulta difficile per l’intensità dei ritmi ai quali la vita mia e vostra è
sottoposta.
1.
Mi sembra che sia davvero necessario riflettere, proprio perché il mondo nel quale
viviamo sta subendo un’accelerazione incredibile. I cambiamenti in atto sono di tale dimensioni
che, per esempio, nessuno di noi ricorda come eravamo prima del 1989. Abbiamo tenuto,
quest’inverno, un ciclo di incontri sull’importanza e le conseguenze di quella data, solo per
concludere che davvero tutti i muri sono crollati, ma che la costruzione di ponti tra gli uomini
richiede più tempo di quelli di Calatrava.
Ma il cambiamento è davvero continuo e accelerato. La crisi economica che stiamo vivendo
non è casuale e neppure congiunturale. Anch’essa è un effetto della caduta dei muri e nulla potrà
essere come prima. Dovremo mettere in discussione il nostro benessere, la nostra organizzazione
sociale, il nostro lavoro. Noi di san Pellegrino abbiamo sentito meno la durezza del cambiamento,
perché da noi la maggioranza delle persone ha un reddito garantito (medici, insegnanti, impiegati
delle amministrazioni pubbliche o dei servizi, come le banche); ma stiamo attenti a non cadere nella
trappola di pensare che tutto ritornerà come prima e che comunque il nostro stile e livello di vita
potrà rimanere identico al passato.
Anche dal punto di vista della vita della nostra comunità cristiana le cose possono sembrare
stabili e positivamente avviate. I servizi essenziali, liturgico e catechistico, sono assicurati con
dignità e direi anche con efficacia; vi è una grande ricchezza di attività, dalla Scuola Materna alla
Casa per gli Anziani, passando per l’Unione Sportiva, le attività caritative, il Circolo e le attività
con i ragazzi e i giovani, grazie alla provvidenziale e benedetta presenza di don Davide. Il numero
delle persone che si impegnano nella vita parrocchiale è molto grande e la generosità di tanti suscita
la mia ammirazione e la mia gratitudine.
Però, c’è il rischio di pensare a se stessi come a una piccola isola, nella quale sono utili
aggiustamenti e correzioni, ma non vengono richiesti nuovi investimenti. Io penso invece che anche
san Pellegrino, che pure io apprezzo moltissimo e amo, di cui sono orgoglioso, avrebbe bisogno di
qualcosa di nuovo. Penso anche di sapere di che cosa..
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E’ però difficile dirlo, perché non si tratta di cose materiali, come una nuova costruzione, o
organizzative; penso invece a un cambiamento interiore, di prospettiva, di approccio; un
cambiamento di mentalità, una riflessione su cosa è la Chiesa e su quale rapporto ciascuno di noi
deve avere con la Chiesa.
Si è appena concluso l’Anno Sacerdotale. Un pochino ho riflettuto anch’io e mi sono accorto
che dovrei pensare un po’ di più a cosa vuol dire per me essere prete. Faccio tante cose, forse
troppe. Ciò che mi salva dall’ansia, è la consapevolezza che tutto quello che faccio lo faccio per
obbedienza e quindi ogni tanto penso di poter confidare su qualche credito verso il Signore:
“Cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia (cioè l’obbedienza alla volontà di Dio) e
tutto il resto vi sarà dato con larghezza” (Mt 6,33). Però, se dovessi dire che cosa è più necessario
oggi, sarei in imbarazzo. Certo, tutto è importante e don Davide dà l’esempio, perchè si è preti
anche raccogliendo la spazzatura del campo giochi; tuttavia, è inevitabile fare qualche pensiero sui
prossimi dieci anni (che sono domani!). In un certo senso, anche la nostra Diocesi avrebbe bisogno
di una riflessione del genere. Il prossimo maggio, mons. Caprioli compirà 75 anni; noi gli
dobbiamo, credo, una grandissima gratitudine: egli ha creato un clima gentile, ha sciolto conflitti, ha
dato serenità. La Diocesi è ben organizzata, abbiamo ancora un clero relativamente abbondante. Ma
se il Vescovo cambierà, il nuovo su che cosa dovrà concentrarsi? E tra dieci anni, come sarà la
nostra chiesa diocesana?
2. Voglio provare a esprimere alcune intuizioni, che non sono un pensiero organico, ma che
proprio per questo voglio condividere con voi. Prendo le mosse da un aspetto molto specifico della
realtà pastorale della Chiesa italiana e della nostra parrocchia: le convivenze prematrimoniali. E’
noto a tutti che i matrimoni sono in calo, che i matrimoni civili hanno superato anche a Reggio
quelli religiosi, che le convivenze sono in aumento. Anche da noi, circa la metà delle persone che
ho preparato quest’anno al matrimonio erano già conviventi.
Non è difficile fare un’analisi delle ragioni di questo fenomeno. Ci sono ragioni
economiche: difficilmente un giovane percepisce uno stipendio che gli permetta di vivere da solo e
d’altra parte, sia per una comprensibile ricerca di autonomia, sia per la mobilità sociale, stanno
aumentando i giovani che escono di casa. Più importanti però mi sembrano le ragioni psicologiche:
viviamo in un’epoca di incertezze, di appartenenze deboli, di crisi di identità; non c’è molta fiducia
nella ragione, nella capacità di ordinare il mondo in cui viviamo; proprio perché il pensiero ci
appare debole, incapace di raggiungere certezze, si preferisce spesso sostituire alla ricerca della
verità quella dell’autenticità: il criterio diviene la forza e la sincerità di quello che ciascuno sente in
quel determinato momento. E’ molto difficile opporre argomenti di ragione a una persona che
ritiene di dover fare una cosa perché sente di doverla fare.
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Alla domanda, “Ma se il tuo sentimento dovesse cambiare?”, si risponde: “Allora deciderò
dopo essermi interrogato sinceramente su quello che sentirò in quel momento”.
Se poi si va ad indagare un po’ più in profondità sulla natura di quel sentimento, scopriamo
facilmente che alla base c’è un grande desiderio di intimità. Questo è comprensibile e legittimo. Ma
l’intimità richiede una capacità comunicativa matura; ora, gli strumenti di comunicazione dei quali
dispongono oggi le persone sono pochi e poveri. Per esempio, pochi hanno una conoscenza di sé
adeguata (oh, il famoso “Conosci te stesso” di socratica memoria!), né sono capaci di esprimerla a
parole. La stessa amicizia fa fatica a uscire da un cerchio molto ristretto di persone e gli interessi
comuni facilmente appassiscono nella noia.
L’intimità sessuale acquista allora un fascino tanto maggiore, perché lo strumento sembra
contenere in sé il fine. E’ scritto: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e
i due saranno una sola carne”. La comunione dei sentimenti e dei corpi ha una forza straordinaria,
sembra poter vincere da sola le chiusure che generano solitudine e appare come una via diretta e
affascinante per raggiungere l’esperienza dell’incontro con l’altro.
C’è molto di vero, in questa intuizione. Ma, nello stesso tempo, molti si rendono conto che
tutto questo non basta. L’amore, anche nella sua dimensione fisica, dà uno slancio, che però si
esaurisce, se non si attiva una crescita spirituale, se non orienta a decisioni generose, a
responsabilità assunte con determinazione. Per questo, le persone più sincere con se stesse
riconoscono che il rapporto con la donna o con l’uomo che si ama è “cosa sacra”, cioè unica,
superiore alle forze del singolo, che viene donata ma che non può essere custodita se non si è, a
nostra volta, custoditi da qualcosa di più grande. Questa è la ragione per la quale dopo un certo
periodo di convivenza molti chiedono il sacramento del matrimonio con una disponibilità
all’ascolto e con un interesse per la Parola di Dio che sorprendono.
3.
Questo passaggio interiore è anche l’occasione per riscoprire la dimensione sociale del
matrimonio. La convivenza rappresenta la scelta di due persone che considerano soltanto il loro
rapporto. La motivazione che viene portata è: “Proviamo a vedere se siamo fatti l’uno per l’altra”.
Spesso, si parte da una prospettiva egoistica: “Vediamo se questa donna o quest’uomo vanno bene
per me, possono contribuire alla mia felicità”. Ma la forza intrinseca della sessualità, che include la
dimensione del dono, porta spesso a cambiare la domanda: “Io, vado bene per lei o per lui, posso
contribuire alla sua felicità?”. Questo è il passaggio all’amore vero; e, nello stesso tempo, ci si
rende conto che si ha bisogno di una comunità, sia di quella civile che di quella ecclesiale.
Certamente, questo è un punto della massima importanza, anzitutto perché è vero: l’uomo,
ma anche la coppia umana, hanno bisogno di una comunità, non possono vivere senza di essa.
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E’ vero anche, reciprocamente, che la coppia scopre progressivamente la sua forza, il
contributo che essa può dare alla comunità alla quale appartiene.
Qui però tocchiamo un punto delicato e doloroso: la comunità civile e quella ecclesiale
favoriscono la presa di coscienza della responsabilità sociale della coppia? Ambedue le comunità,
per ragioni diverse, vivono oggi una carenza di attrattività e di autorevolezza nei confronti del
singolo.
La comunità civile appare molto disorientata. Da una parte, l’orizzonte della vita delle
persone si è enormemente dilatato dopo il 1989: nello stesso tempo, però, è aumentato anche il
senso di impotenza, dell’impossibilità di influire sulle vicende mondiali. Si cerca allora uno spazio
più ristretto, nel quale si possa ancora essere protagonisti, tenendo fuori il mondo esterno, percorso
da forze cieche, se non ostili. Di conseguenza, il concetto di bene comune è crollato: certamente,
non ha le dimensioni del mondo, ma ciascuno ridefinisce lo spazio proprio e l’appartenenza,
erigendo difese, che moltiplicano il senso di estraneità e la paura verso chi è, per qualsiasi ragione,
diverso. Non giovano gli esempi di corruzione e di egoismo, dati da uomini con responsabilità
pubbliche: tuttavia, anche chi si sforza di costruire comunità, di raccogliere consenso attorno a un
progetto, i cui confini superino quelli del giardino di casa, trova grandi difficoltà. Vi è anche un
eccesso di gerarchia, la difficoltà di spiegare e di promuovere il consenso; la competenza viene
usata spesso per dire: “Taci, perché non te ne intendi!”. D’altra parte, è sempre più evidente che la
diffusione dell’illegalità e della delinquenza non si contrasta senza la partecipazione dei cittadini;
così pure certi temi caldi, come l’immigrazione e, adesso, il lavoro, richiederebbero la riflessione e
il coinvolgimento di tutti. Per questa ragione, è importante l’impegno sociale e politico del
cristiano, con una caratteristica precipua: creare comunità, relativizzare le differenze, indebolire i
muri, togliere le etichette, restituire a chi la pensa diversamente la dignità di interlocutore.
Nei confronti della famiglia, la comunità civile ha grandi responsabilità, dalla politica
urbanistica e fiscale fino alla protezione delle persone deboli o di chi, per qualsiasi ragione, vive un
periodo di debolezza. Pensiamo anche solo al fatto che a Reggio la categoria di famiglia più diffusa
è quella formata da una persona singola, sola o con figli minori. E’ però doveroso che anche le
famiglie si sentano non solo titolari di diritti, ma anche responsabili di doveri verso la comunità più
ampia.
Ancora più complesso è il rapporto della famiglia con la comunità ecclesiale. Quale
immagine di Chiesa hanno le famiglie oggi, soprattutto quelle che si vanno costituendo? E’ evidente
che quest’immagine sarà diversa a seconda del grado di partecipazione alla vita concreta della
comunità cristiana.
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Chi ha interrotto i rapporti dopo l’adolescenza, ha spesso l’idea di una Chiesa massiccia, una
grande istituzione, che si pone in modo critico verso il mondo moderno e tende a conservare valori
spesso nobili, ma anche difficilmente praticabili. Soprattutto, la Chiesa sembra sospettosa verso la
felicità degli uomini, rammentando loro di preferenza i loro doveri. Così, l’immagine di Dio che ne
risulta è quella di un Giudice attento, anche se si spera che sia più misericordioso dei suoi delegati
terreni. Un’altra immagine è quella del centro di servizi, religiosi, educativi, caritativi: ma, in
definitiva, il sentimento prevalente è quello dell’alterità, dell’estraneità. Difficilmente, si pensa di
ricorrere a qualche uomo di Chiesa per consigli o per sottoporre sofferenze o dubbi che toccano la
sfera intima della persona.
Anche per questa ragione, il periodo di preparazione al matrimonio può diventare
l’occasione di una riscoperta. La Chiesa ha l’occasione di mostrare il suo vero volto, di madre,
certo, ma anche di sorella e compagna di cammino, di discepola che trasmette una parola che lei per
prima non cessa di ascoltare. E’ proprio qui che la testimonianza degli sposi cristiani, in questo
percorso di avvicinamento al matrimonio, è di grande aiuto. Certo, essi assicurano ai nostri “corsi”
la concretezza della vita vissuta; ma, soprattutto, essi sono testimoni della verità della formula “uniti
nel Signore”. Gesù riprende carne e sangue, dopo esser spesso sbiadito nel simbolo di valori come
l’altruismo e la bontà: egli ritorna a essere l’amico, colui che si siede a mensa con gli sposi, come a
Cana di Galilea; colui che dice: “Venite a me, voi che siete affaticati e oppressi, e io vi darò
consolazione e riposo” (Mt 11,28), Riprende sostanza e senso l’aspetto sacramentale della vita
cristiana: i sacramenti, e in primo luogo l’Eucaristia, non sono più l’opera buona, il precetto al quale
adempiere, ma sono l’incontro con il Signore vivente, il custodire e rendere sempre più saldo e
fecondo il legame tra la vera Vite e noi, i tralci: “Senza di me non potete fare nulla … Non voi avete
scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto
rimanga” (Gv 15). Rimango sempre stupito di quanto sia fecondo e bello questo periodo di
preparazione, soprattutto nelle persone che da tempo non frequentano la Chiesa: si apre per loro un
mondo nuovo, nel momento in cui si rendono conto che stanno compiendo il passo più grande e
santo della loro vita e si rendono conto che c’è un Amore più grande che li ha condotti fin lì e che
vuole essere il fondamento e la garanzia della loro unione. Anche il sacramento della Confessione
diviene quello che il nome indica: Confiteri in latino vuol dire riconoscere solennemente: le
confessioni di questi fidanzati non sono elenchi di cattive azioni, ma il riconoscimento grato della
una guida buona di un Dio che non dimentica la sua creatura, anche quando essa si allontana.
4.
Dobbiamo però riconoscere che le convivenze si stanno diffondendo anche tra coloro
che partecipano regolarmente alla Messa domenicale o addirittura fanno i catechisti. Si tratta di un
fenomeno molto interessante, da considerare con attenzione.
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Quello che sorprende è che, di solito, non si ha la percezione di fare qualcosa di sbagliato. Il
pensiero, più o meno esplicitamente espresso, è: “Non facciamo nulla di male”. Ancora una volta, ci
si appella all’autenticità del sentimento e non ci si pone la domanda sulla verità delle proprie scelte.
In effetti, è difficile dimostrare che essi facciano qualcosa di male. Anzi, qualcuno potrebbe
addirittura dire esplicitamente: “Consideriamo questa convivenza come un progresso, rispetto a una
situazione nella quale abbiamo rapporti coniugali da tempo, senza però prenderci la responsabilità
di una vita in comune. Piuttosto che un fidanzamento prolisso, che rischia di esaurire lo slancio e la
bellezza della comunione, il condividere la quotidianità diventa una sfida positiva e non certo una
scelta di comodo”.
E’ difficile contestare questa argomentazione. Fra tutti gli aspetti della tradizione cristiana,
la castità prematrimoniale è probabilmente quello che riscuote oggi il livello minimo di consenso.
Dunque, è su questo punto, prima ancora che sullo specifico delle convivenze, che dobbiamo
orientare la nostra riflessione.
Dico subito che una considerazione puramente morale dell’argomento non riesce a
giustificare una richiesta che è in sé paradossale. Certamente, la custodia dei propri sensi e del
proprio corpo è un valore: lo dimostra lo spettacolo umiliante della pornografia, che ormai ha
invaso la nostra quotidianità. Il rispetto per sé e per l’altro va affermato forse più vigorosamente di
quanto non facciamo; dobbiamo contrastare l’idea che la felicità consista nel non porsi alcun limite:
al contrario, la disciplina è condizione di libertà e investimento per il futuro, per quell’incontro nel
quale si accoglie l’altro e gli si consegna la propria persona in modo esclusivo. Vi è un grande
inganno nell’immaginare che la libertà consista nel rifiutare e oltrepassare ogni limite: questo porta
semplicemente alla dipendenza e alla solitudine. Ne ho parlato un po’ diffusamente nel libretto sui
Nodi.
Ma una volta che si sia superata questa fase della crescita umana e spirituale, una volta che
si sia incontrata la persona con la quale ci si rende conto che si potrà costruire una vita insieme,
quando l’innamoramento ha dato luogo a un rapporto più pacato, nel quale l’altro diviene un
territorio conosciuto, sì, ma sempre nuovo, che promette sempre nuove scoperte, dal quale
giungono parole che confermano, incoraggiano, consolano, perché proibirsi ciò che è come il sigillo
di questa unione esclusiva, ciò che rende ancora più irreversibile la coscienza di un’incompletezza
che solo l’altro può colmare? E’ difficile sostenere che ciò che è buono, anzi, benedetto da Dio,
dopo il matrimonio, sia un peccato fino al giorno prima.
Di fatto, chi ha nella Chiesa una responsabilità educativa, si trova oggi in imbarazzo su
questo tema e l’imbarazzo porta al silenzio.
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D’altra parte, l’allontanamento dalla vita parrocchiale dei giovani tra i venti e i trent’anni
dipende, a mio parere, in buona parte dall’idea che essi hanno, che la Chiesa disapprova, anche se
gentilmente non lo dice in modo esplicito, ciò che sta diventando la cosa più importante della loro
vita, quella nella quale si sentono protagonisti, quando la maggior parte degli altri aspetti del loro
progetto di vita, a cominciare dal lavoro, sembrano così incerti e precari. Ci si riduce, allora, alla
partecipazione alla Messa domenicale, come un elemento, importante, di un rapporto con Dio che
diviene sempre più privato e sul quale non si cerca un confronto, anche perché il sacramento della
Confessione è caduto in disuso e vien visto come una convenzione o, al massimo, come un rituale
di purificazione.
5.
Questa situazione ci costringe a rimettere in discussione il nostro cristianesimo e a
riscoprirne l’aspetto paradossale, che Gesù esprime così bene nel Vangelo: “Se qualcuno vuole
venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la
propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,24-25).
Probabilmente, le nostre difficoltà nascono dal fatto che ci consideriamo ricchi e sani; diverso
sarebbe se noi facessimo l’esperienza della povertà e della malattia. La parola “salvezza” non ha un
senso evidente, anche nella nostra predicazione. Noi immaginiamo la nostra vita come una strada,
nella quale ogni tanto incontriamo qualche bivio, dove dobbiamo scegliere tra il vizio e la virtù:
tranne qualche sbandata, abbiamo la confortevole impressione di non essere poi tanto male. Inoltre,
abbiamo con noi la mappa, rappresentata dalla legge naturale, arricchita e interpretata dal Vangelo e
dalla Chiesa, anche se con qualche esagerazione e anacronismo. Abbiamo letto, l’anno scorso, la
Lettera ai Romani di san Paolo; si tratta di un testo straordinariamente forte, veramente eversivo
della buona coscienza a buon mercato. Tuttavia, anche nella prima delle Tre Sere in Cattedrale, che
aveva come tema il ruolo della legge morale, non si è sentita pronunziare una sola volta la parola
“grazia”, così centrale nel messaggio dell’Apostolo: “Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si
è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai Profeti, giustizia di Dio per mezzo
della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti, non c’è differenza, perché tutti hanno
peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per
mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù” (Rom 3,21-24). Questo testo densissimo nasce
dall’esperienza personale dell’Apostolo: “Sappiamo infatti che la Legge è spirituale, mentre io sono
carnale, venduto come schiavo del peccato. Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non
quello che voglio, ma quello che detesto … Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il
bene: in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti, io non compio il bene
che voglio, ma il male che non voglio” (Rom 7,14-19).
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Gesù ha una visione drammatica della storia: egli annuncia il Regno di Dio, che però si
confronta con un altro regno preesistente, quello di Satana: “Quando un uomo forte, bene armato, fa
la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince,
gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino. Chi non è con me è contro di
me, e chi non raccoglie con me disperde” (Lc 11,21-23). Per il nostro orgoglio è una severa lezione
riconoscere che noi siamo la preda, per la quale combattono i due campioni, Gesù e Satana, senza
che noi abbiamo alcuna possibilità di liberarci da soli. Nel vangelo di Giovanni troviamo poi la
parola definitiva, talmente definitiva da essere scandalosa: “Senza di me non potete fare nulla” (Gv
15,5).
Difficilmente noi abbiamo la coscienza di quanto la nostra vita sia sotto il segno della grazia,
di quanto sia vero che Gesù è morto per me, che senza quella morte io non esisterei, che quel
sangue mi protegge dall’Angelo sterminatore, come gli Ebrei in Egitto. Solo allora la Messa diviene
non il pallido adempimento di un precetto, ma il centro generante e risanante della mia vita.
A questo punto, però, Gesù chiede di seguirlo. Non ha bisogno di fondare un movimento,
non gli interessano i numeri o il potere mondano: Egli chiede per noi, perché quella è la via della
libertà, quando Adamo rinuncia al frutto avvelenato della propria presuntuosa autonomia, quando il
figlio ripete, assieme al Figlio dell’Uomo: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che
esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). Quella parola chiede di più della semplice osservanza di una
legge morale: chiede la consegna di se stessi. “Non quaero datum tuum, sed te”, “Non cerco i tuoi
doni, cerco te”, dice Gesù al discepolo nel libro dell’Imitazione di Cristo. In questa via, Gesù chiede
di rinunciare non solo alle cose cattive (non sarebbe molto originale), ma talvolta anche alle cose
buone, in nome di una promessa più grande. Da Abramo in poi, all’uomo è richiesto di uscire dalla
sua terra, dalle sue sicurezze, in nome di qualcosa che egli può vedere solo di lontano. Talvolta,
come Giacobbe al guado dello Jabbok, l’uomo deve lottare con Dio, Dio sembra un avversario. Ma
sono quelli i momenti nei quali l’uomo cresce e acquisisce la sua piena dignità: “Dio li ha provati
come l’oro nel crogiolo e li ha trovati degni di sé” (Sapienza 3,5-6). Degni di Dio, in grado di
guardarlo negli occhi, non come servi paurosi ma come coloro che presentano un talento non
nascosto, ma moltiplicato. Il paragone del crogiolo viene usato anche da san Pietro nella sua Prima
Lettera: “Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere per un po’ di tempo afflitti da
varie prove, affinchè la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro –destinato a perire
e tuttavia purificato col fuoco- torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà.
Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia
indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la meta della vostra fede, la salvezza delle anime” (1 Pt
1,6-9).
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Dunque, la castità prematrimoniale non è se non una delle tante situazioni nelle quali il
Signore chiede di rinunciare a qualcosa di buono, in nome di una promessa più grande. Per i
fidanzati, la promessa è la fedeltà, la durata del loro amore, la possibilità di dire con verità quella
parola così bella e così apparentemente assurda: “Per sempre”. E’ la richiesta di un rapporto forte,
non contrattualistico, quindi necessariamente segnato dal sangue del sacrificio, ma di un sacrificio
“vivente, santo, gradito a Dio” (Rom 12,2).
6.
Permettete che concluda questa lettera con un riferimento personale. Chiedetevi: ha
senso per voi che i vostri preti abbiano scelto la via della verginità? Non compiangeteci, per favore:
ci sono tanti che vorrebbero darci moglie, per sollevarci da un peso anacronistico, per renderci più
felici. Ma costoro, sono preoccupati di noi o non piuttosto di togliere di mezzo un segno che li
interpella e li inquieta? Gli scandali della pedofilia, terribili in sé, hanno anche l’effetto di oscurare
ciò che dovrebbe essere un segno luminoso; ma essi hanno forse anche l’effetto opposto, di
costringere a riflettere sul senso di qualcosa che umanamente non ha senso, che si spiega soltanto
con una chiamata personale di Gesù, che dice a un uomo o a una donna: “Io ti basto”: “In verità vi
dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il Regno di
Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà”(Lc 18,2930). Ci sono altre situazioni nelle quali la medesima parola è rivolta ad altre persone: penso a chi ha
vissuto un lutto, come i vedovi, o a chi è stato abbandonato, o ha subito ingiustizia. Quando si parla
della solitudine del prete, si dovrebbe riconoscere che il rimedio non sta nel dargli moglie, ma nel
vivere, da parte di tutti i membri della comunità cristiana, questa fedeltà paradossale al Signore, il
coraggio di donargli la propria vita e soprattutto quello di vivere nel quotidiano la fedeltà alla
propria vocazione. Per questo, so di dover ringraziare tante persone, anche a san Pellegrino.
7.
Conclusione delle conclusioni: che cosa vedo più necessario per la nostra parrocchia?
Non ho dubbi. Anzitutto, mettere sempre di più al centro l’Eucaristia, veramente “fonte e culmine”
della vita cristiana, come ci ha detto il Concilio. Per questo, sarebbe molto importante la
partecipazione alla Messa feriale: è uno sforzo che non richiede molta fatica, un’ora; più che altro,
si tratta di superare un blocco spirituale, sul quale ciascuno dovrebbe interrogarsi: perché faccio
così fatica a trovare un’ora per il Signore? Propongo una spiegazione: si tratta forse della paura di
fare un passo nel senso dell’intimità con Lui? Forse, ritengo meno compromettente il Dio
musulmano, che manda giù un codice di comportamento e alla fine premia o castiga? Ma se proprio
fosse impossibile, per gli impegni e gli orari di lavoro, partecipare alla Messa, entriamo in chiesa,
passiamo cinque minuti davanti all’Eucaristia.
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E’ certamente importante, e molti lo fanno, leggere le letture del giorno: ma la Parola della
Scrittura vuole condurre alla Parola incarnata: “Voi scrutate le Scritture pensando di avere in esse la
vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per
avere la vita” (Gv 5,39-40). E se la chiesa fosse lontana o difficilmente accessibile, fermatevi un
attimo e ripetete le parole della consacrazione, pensando che sono state pronunziate per voi.
In secondo luogo, c’è la necessità di creare percorsi di accompagnamento. E’ vero che ci
sono tante persone che si allontanano dalla Chiesa; ma il Divino Pescatore continua a gettare le sue
reti e molti sono guidati a bussare alla nostra porta. Anche quest’anno, abbiamo avuto la gioia di
preparare al Battesimo due persone adulte.. Dobbiamo accettare la parola di Gesù: “Voi siete la luce
del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte” (Mt 5,14). Notate: Gesù usa
l’indicativo, non l’imperativo: non dice, “Siate la luce del mondo”. Egli non vuol dare
un’esortazione morale ad essere esempio di virtù, ma afferma un dato di fatto, qualcosa che è
avvenuto in noi quando abbiamo accolto il dono della fede: “Guardate a Lui e sarete luminosi” (Sal
34,6). Questa luce non può essere nascosta, trapela anche se noi non lo vogliamo. La fede, che il
Signore ci ha donato, ci ha gettato nel cuore del mondo, nella pubblica piazza: gli uomini ci
riconoscono e ci chiedono di “render conto della speranza che c’è in noi” (! Pt 3,15), anche se siamo
peccatori, proprio perché essi avvertono in noi quello che noi tante volte non riconosciamo, che cioè
la nostra vita è fondata sulla roccia, che il senso della vita non dipende per noi dal successo, che c’è
per noi sempre un perdono, inteso come la grazia di poter ricominciare. Si tratta allora di
condividere questo tesoro: condividendolo, lo moltiplichiamo, come la luce trasmessa ad altri ci
ritorna indietro e ci permette di veder meglio anche noi. Per questo, chiederò a voi di esser
disponibili a questi accompagnamenti di persone adulte, che non possono essere se non individuali
o in piccolissimi gruppi; e proporrò a tutti dei percorsi semplici di preparazione.
Questa lettera ha voluto essere, miei cari, un primo passo in questa direzione. Essa vorrebbe
suscitare in voi una riflessione e soprattutto uno slancio di gratitudine verso il Signore Gesù. “Non
voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15,16). Il nostro essere comunità cristiana deriva da
questa scelta che il Signore ha fatto e ha pagato con il suo sangue. Ecco perché deve crescere tra noi
il rispetto e l’amore fraterno, poiché ciascuno di noi, e ogni uomo che incontriamo o bussa alla
nostra porta, vale questo sangue.
Vi auguro una buona vacanza e ancora vi ringrazio e vi assicuro il mio affetto
Don Giuseppe
Eremo di san Salvatore (Erba), 4 agosto 2010, memoria del Santo Curato d’Ars.
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lettera ai miei parrocchiani per l`estate 2010 guardando al futuro.