Comunità Pastorale Regina degli Apostoli Parrocchie di Bernareggio, Villanova, Aicurzio, Sulbiate Anno della fede: scuola della Parola "La tua fede ti ha salvato" Pagine del Vangelo di Marco nell'Anno della Fede Quarto incontro: Lunedì 28 gennaio 2013 - Chiesa parrocchiale di Bernareggio La tua fede ti ha salvata (Mc 5, 21 - 43) 21 Essendo Gesù passato di nuovo in barca all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. 22E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi 23e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». 24Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. 25 Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni 26e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, 27udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. 28 Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». 29E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. 30 E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». 31I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: «Chi mi ha toccato?»». 32Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 33E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. 34Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male». 35 Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». 36Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». 37E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. 38Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. 39Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». 40E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. 41Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». 42E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. 43E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare. RIFLESSIONE DI DON LUCA annunciata, dentro quest’anno della fede, per farci capire che cosa è la fede. La fede, con il verbo che viene usato qui, è toccare il Signore e lasciarsi toccare da Lui. È l’esperienza di questa donna malata che tocca Gesù, è l’esperienza della bambina che viene toccata da Gesù e si alza. Il toccare, il lasciarsi toccare, indicano anche uno spazio di intimità fortissimo. Allora vogliamo ragionare e pregare insieme su questo “toccare”. I padri della chiesa parlavano della lectio divina, della lettura della Parola di Dio, particolarmente del Vangelo, come di un La fede: toccare e lasciarsi toccare La pericope evangelica, il testo che abbiamo letto e ascoltato ora, viene commentato in tanti modi. Il mio di questa sera vuole semplicemente essere un’intuizione spirituale per poi lasciarci andare, all’inizio di questo anno civile dentro l’anno della fede, a un momento prolungato di silenzio per far sì che la presenza del Signore e lo stare con Lui ci facciano rivivere quel verbo importantissimo, quella parola esenziale che quest’oggi ci viene 1 Addirittura, il Vangelo dice che lo liberano da questo demone che si chiama “Legione”, quindi sono più di uno, e c’è un dialogo tra Gesù e il maligno: “Mi chiamo Legione perché siamo in molti – e il maligno chiede il permesso a Gesù – permettici di andare in quei porci”. E così i porci si buttano nel precipizio. Qualcuno ha anche ironizzato su questo; ho sentito anche Dario Fo dire una volta una scemenza tale: è una persona che stimo per l’intelligenza però, per altre cose, dice scemenze perché non sa le cose, ma se uno non sa, le cose non dovrebbe dirle. “Il Vangelo non è storicamente vero perché tutti sanno che nessuno mangiava carne di maiale in Israele e, quindi, come fa ad esserci una mandria di porci?” Ecco, metere in dubbio la storicità dei Vangeli per questo, mi è sembrato francamente sciocco. In effetti gli ebrei non mangiano il maiale, ma i romani si! E i romani che occupavano la Palestina non si facevano certo mancare niente, figuriamoci un po’ di porco. Quando siamo andati a Trevi abbiamo scoperto, e potete verificarlo anche voi se andrete in Umbria, a Norcia, che la tecnica per fare i salami e gli insaccati di maiale è stata appresa dagli ebrei che insaccavano, ovviamente, non il maiale ma altre carni in quello stesso modo. I monaci hanno imparato da loro come vivisezionare l’animale più simile all’uomo, il porco. C’è anche questa storia che arriva da questi maiali del capitolo 5 di Marco... Ma al di là di questo, quello che ci interessa è vedere che Gesù ha appena dimostrato una “exusia”, come si dice nel Vangelo, un potere, un’autorità o meglio potremmo dire una “autorevolezza”. La gente dice spesso: “Nessuno parla come lui. Gesù parla come uno che ha “exusia”, diremmo oggi, come uno che ha una credibilità: questo è il potere. È la stessa parola che si usa per indicare il potere che esce da lui quando si accorge che la donna lo ha toccato alle spalle. “toccare la carne del Cristo”. Vuoi toccare la carne di Cristo? Vuoi entrare in intimità con Lui? Ecco, sappi che un modo c’è: apri il Vangelo; non c’è nessun altro modo. I santi ed i grandi convertiti, come Agostino e come Francesco, hanno toccato la carne del Cristo. Addirittura Agostino sente quella voce del bambino: “Tolle et lege, prendi e leggi". Lui apre il Vangelo e comincia a toccare l’esperienza di Cristo. Francesco, in prigione nelle carceri di Perugia, trova il testo di un eretico in italiano e inizia a leggere il Vangelo: “Chi di voi mi vuole seguire, rinneghi se stesso, dia tutto ai poveri e mi segua”. Per lui toccare la carne di Cristo è diventata poi quell’esperienza concreta di piantare lì tutto e andargli dietro. Una struttura “a sandwich” Ho visto che anche sul libretto che avete, con il commento al brano di Don Matteo Crimella (e che potete andare a riprendere se avrete la bontà di leggerlo durante questo mese), viene usata questa espressione per definire la struttura di questo brano evangelico: è un “sandwich” cioè un panino. È un panino dove c’è un pezzo sopra del pane, che è l’introduzione, c’è il pezzo sotto che è il racconto finale in casa di Giairo e, dal versetto 25 al versetto 34, c’è questo hamburger, bello e succulento, della vicenda di questa donna cosiddetta “emorroissa” che anche nella storia dell’arte viene più volte ripresa, fin dai tempi dei mosaici. Questa donna che sta dietro a Gesù e dice: “Se anche riesco a toccare le sue vesti...”; nel Vangelo di Matteo si dice addirittura: “Se anche riesco a toccare le frange del suo mantello…”. Vediamo allora insieme questo sandwich. L’antefatto Gesù nel capitolo precedente, il 5 di Marco e se avrete la bontà potete leggere tutto questo Vangelo in quest’anno della fede (è quello più corto, magari ce la facciamo), è appena andato nella zona di Gerasa, dei geraseni, e ha liberato dal male questo ragazzo che il Vangelo di Marco, quello più corto ma che offre dei particolari che sono meravigliosi, descrive con la schiuma alla bocca e indemoniato, per indicare la malattia psichica e la condizione mortale che ha addosso. Giairo: la forza della disperazione Veniamo ora al capo della sinagoga, Giairo. Capite che un capo della sinagoga, pur sapendo che tutti i suoi davano addosso a Gesù ma andando a chiedere proprio a Gesù 2 il proprio potere e perde anche la sua paternità e la ragala a Gesù: “mettigli tu la mano sulla testa, diventa tua figlia, ma salvamela”. di aiutarlo, sta facendo un atto incredibile. Vi faccio un esempio per rendere meglio l’idea: è come se durante una campagna elettorale in cui si stanno scannando e se ne dicono di tutti i colori, Berlusconi andasse da Bersani e gli dicesse: “Per favore, vieni ad aiutarmi”. È la stessa cosa: il capo della sinagoga è il capo della fazione contraria a Gesù, il capo! Eppure c’è un bisogno primario più: la vita di sua figlia. E siccome lui ha sentito dire che questo Gesù fa delle cose meravigliose, mette via la sua dignità, mette via il suo potere, probabilmente va anche di nascosto, ma si reca da Gesù: la vita di mia figlia conta più di qualsiasi cosa. Questo atteggiamento mi ha fatto pensare a quella donna che ho trovato nei miei primi anni di ministero, l’ho in mente benissimo con suo figlio che adesso è morto. Un giorno lei mi ha detto: “Don Luca, sono qui a confessarle che io sono andata da una medium, da una strega, perché voglio salvare mio figlio che si droga. Io sapevo che era peccato, ma c’è la vita di mio figlio!”. Mi è rimasta impressa quella donna perché anche Giairo è contrario a Gesù, però c’è la vita di mio figlio: io vado anche in bocca a Satana, se Satana mi può salvare mio figlio. Vedete il bisogno estremo dell’uomo. Mi fa anche pensare a quando siamo andati in Terra Santa, in Galilea sul monte Carmelo, alla grotta di Sant’Elia: in quella grotta c’è questa statua di Elia, il profeta, che ha un piede consumato perché dicono che aiuti le donne ad avere il latte per i bambini o a rimanere incinte. Tutte le donne vanno lì a sfregare questo piede. L’iman musulmano ha vietato espressamente alle donne di entrare in quella chiesa e di fare questo gesto, per loro magico, ma le donne se ne fregano e ci vanno lo stesso: il bisogno della vita è più forte di qualsiasi precetto, più forte di qualsiasi appartenenza, più forte della disperazione. La fazione di Giairo gli direbbe: “Ma vai da Gesù, proprio tu?” Ma lui, rivolto a Gesù: “Mia figlia sta morendo, vieni a imporgli le mani”. Il gesto dell’imposizione delle mani è il gesto della benedizione che il padre fa: Giairo in questo momento sta dicendo a Gesù: “Io ti do la mia paternità: dovrei io imporre la mano su mia figlia, ma questo gesto lo ragalo a te, Gesù”. Perde quindi la propria dignità, perde Attualizzazione e numerologia Qui incomincia l’inciso, l’hamburger dentro il panino, dal versetto 25. Al versetto prima di dice: “Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno”. Immaginate la scena: siete in piazza Duomo e dovete andare a Loreto per prendere la metropolitana verde e venire poi a Gobba e tornare a casa. Piazza Duomo, 5:30 del pomeriggio quando tutti escono dagli uffici e dai magazzini. Gesù prende la metropolitana con Giairo: immaginate cosa avete intorno. È questa, secondo me, l’immagine più bella. Loro stanno parlottando, o sono in silenzio perché Giairo era disperato, e attorno hanno tutto questo macello di gente; quando siete in metropolitana vi si appoggiano tutti. Mentre la metropolitana va, arriva questa donna, da dodici anni affetta da emorragia: dodici vuole indicare i mesi di un anno, dodici anni significa una vita intera, che sta male. Dodici è anche due volte sei e significa la maledizione: il sei è il giorno della creazione dell’uomo. Il settimo è il giorno della perfezione, il giorno di Dio e il sette tornerà dopo, non c’è scritto ma c’è (l’ho scoperto anch’io questa occasione). Il sesto, invece, è il giorno del male, ed è lì che viene creato l’uomo imperfetto, nella sua libertà fragile. Solo nel settimo giorno l’uomo si immerge nel giorno di Dio e allora diventa creatura a immagine e somiglianza del Creatore, ma finché rimane al sesto giorno, è imperfetto. Due volte sei significa l’imperfezione: anche alla fine si dice della bambina che è guarita, al versetto 42: “Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare. Aveva 12 anni”. La vittoria sulla morte è la vittoria sul male estremo: due volte sei. Per quello c’è quell’inciso: “Aveva 12 anni”. Era cioè morta e preda del male, ma Gesù è più forte anche di quel male, più forte della morte addirittura. Una malattia “sociale” e… il tocco Il male che ha questa donna, cosiddetta “emorroissa”, cioè le perdite di sangue, deve farci portare al libro del Levitico. Il libro del Levitico fa parte di quei libri della Bibbia che si leggono solo una volta in vita e basta. Mi è 3 reazione degli apostoli (che sono un po’ “truzzi” e fan sempre la loro figura), nella loro truzzaggine dicono anche delle cose che avremmo detto un po’ tutti: “Siamo qui in metropolitana tra Duomo e Loreto, e Tu chiedi chi ti ha toccato, ma guardati intorno!” Eppure Gesù insiste: “C’è qualcuno che mi ha toccato”. E quella donna viene avanti, gli racconta tutto, e lui gli dice: “Donna, la tua fede ti ha salvata”. Gesù sottolinea ancora una volta che il miracolo non lo fa lui, ma la tua fede. Il miracolo non è la guarigione fisica, il miracolo vero è la fede, il fatto che tu hai voluto toccarlo, questo è già un miracolo: la guarigione fisica è un’espressione esteriore di un miracolo interiore che è la fede. capitato di leggere una trentina di volte i Promessi sposi, ma quando parla delle grida, si tende sempre a saltare quella parte perché… è una pizza. Ecco, nel libro del Levitico, tra le tante pizze, c’è anche una sorta di purificazione e di rituale in cui si dicono anche i cavilli della vita. È un modo per dire che se sei ebreo, la Torah, la Legge, ti indica anche come custodre il tuo corpo. La circoncisione, un segno di appartenenza nell’intimità della carne sull’organo sessuale del maschio, è ovviamente una norma di igiene per un popolo che vive nomade nel deserto, ma diventa una norma sacrale. Così la donna che aveva il ciclo era guidata dalla Torah: andate a leggere il libro del Levitico e troverete, con tutte le norme di purificazione, che se una donna aveva il ciclo e si sedeva su una sedia, l’uomo che si sedeva lì dopo di lei non poteva andare in sinagoga a pregare perché si era contaminato. È qualcosa che è rimasto anche nella nostra religione cattolica: fino a prima del Concilio, quando una donna allargava le gambe e mostrava le nudità perché partoriva buttando fuori del sangue, doveva andare dal parroco a farsi benedire: era un’usanza anche qui in Brianza. È rimasta un po’ quest’idea, che viene dal libro del Levitico, della sacralità ma anche di un’attenzione così paranoica alla corporeità: il sangue che è vita, qundo esce, è una perdita negativa e quindi tu, donna (e in questo erano poco femministi) devi renderti conto che stai buttando via la vita e quindi sei impura. La povera donna del brano ha questo flusso di sangue continuo, vive cioè costantemente in impurità. Questa malattia non è soltanto fisica, ma è anche sociale e, purtroppo, religiosa: non poteva toccare i suoi figli. È trattata come una lebbrosa, per la legge sono la stessa cosa. Nel libro del Levitico la donna che perde sangue nel ciclo o il lebbroso sono trattati alla stessa stregua: devono stare lontani. Lei non potrebbe toccare nessuno ma con gesto blasfemo, quasi irresponsabile perché potrebbe ammalare chi tocca, ma coraggiosissimo, va a toccare Gesù dicendo: “Se anche riesco soltanto a toccare le sue vesti… mi basta il vestito, non dico lui… mi basta il vestito!” Gesù, che è sulla metropolitana insieme a Giairo, si gira e dice: “Chi mi ha toccato?” La “Non temere, soltanto abbi fede!” Poi scendono a Gobba e vanno a casa di Giairo. La gente, l’abbiamo visto anche nei giorni scorsi avendo avuto un delitto in casa, quando muore una persona sembra che debba aprir bocca per forza, per dire non so che cosa, ma mostra una delicatezza da elefante che fa vomitare. La gente va lì da Giairo e gli dicono: “Tua figlia è morta, lascialo stare”. Guardate che modo “bello” hanno di dirgli: “Tua figlia è morta, perché disturbi questo qua?” E chi sono? Sono i suoi. Lui era il capo e sono i suoi, che hanno visto il capo vacillare e andare da quel Gesù là, che glielo dicono in faccia: “Tua figlia è morta, perché disturbi ancora il maestro?” O meglio: “Quello che tu chiami il maestro. Hai visto a cosa è servito andare a cercarlo? È morta lo stesso!” Quindi Giairo in questo momento, oltre ad aver perso la propria dignità, si sente anche accusato dai suoi. Gesù capisce questo e gli dice: “Non temere, non avere paura, continua ad avere fede. Hai visto quella donna? Continua anche tu ad avere fede!” Pietro, Giacomo e Giovanni E, al versetto 37, Gesù: “Non permise a nessuno di seguirlo fuorché Pietro, Giacomo e Giovanni”. Mi è capitato di commentare questa cosa sul monte Tabor, quando eravamo in Terra Santa. Mi sono sempre chiesto perché, tra i dodici, Gesù preferisse proprio Pietro, Giacomo e Giovanni. Gesù dava tutto a tutti, era giusto, ma in alcuni punti ci fa vedere che anche Lui, come me e come te, ha 4 vi faccio vedere, come quando io non ci sarò più, come potrete affrontare anche la morte: state insieme, create una comunità di gente unita, che è perfetta davanti al male. È l’unico modo che avete da mortali per vincerlo, per affrontarlo: state insieme, mettetevi davanti al male così e potrete dire: “Talita kum. Io ti dico alzati”. E il verbo usato è “risorgi”. le sue preferenze. Una persona che non ha preferenze non è una persona normale. Gesù ci invita ad essere fratelli e sorelle di tutti, ma poi le amicizie sono per forza selettive, gli affetti sono selettivi. E Gesù, che è un mago degli affetti, essendo vero uomo, amava i suoi discepoli, ma in alcuni momenti (quando si trasfigura e fino all’orto degli Ulivi quando lascia tutti in disparte e prende con sé solo Pietro, Giacomo e Giovanni) ha le sue preferenze. Anche qui ci sono solo Pietro, Giacomo e Giovanni: c’è una rivelazione particolare per cui prende i suoi amici più intimi, devono vederla in pochi e quindi scelgo loro. Alcuni genitori dicono: “Io ho due figli… io ho tre figli e li amo tutti allo stesso modo”. Non possono, stanno dicendo una bugia perché è normale che per alcune vicende, alcuni modi, un sentire, un odore, una chimica o non lo so, ma c’è qualcosa che ti rende più intimo con qualcuno. E questo non vuol dire che si vuole meno bene all’altro, è sempre un figlio, un amico, ma… Pietro, Giacomo e Giovanni. È un inciso, ma mi piace far vedere che Gesù aveva le sue preferenze e che questo è normalissimo. Stare uniti davanti al male Ecco, arrivo a darvi alcune domande, poi ci sprofondiamo in un tempo congruo di silenzio. La cosa bella è la reazione che ha Gesù di fronte al male. Quelli di Giairo lo deridevano e prima vanno a dirgli in faccia: “Tua figlia è morta!” Poi lo sbeffeggiano. Ebbene, Gesù li caccia fuori. Poteva benissimo dirgli: “State qui, guardate!” E poi vederli in faccia, ma invece il male non merita vendetta. Gesù non si vendica e, ci pensavo anche in questi giorni in cui appunto preparavo la predica per i funerali di Antonia e mentre parlavo con i suoi figli, il male fa di tutto per disunire gli uomini. Questi fan di tutto per dividersi con Giairo, per litigare tra di loro, e quella è morta e loro vanno avanti a dividersi. Questo è il mestiere del male: diabŏlus = dia + bàllo, in greco significa “io divido”. Il diavolo è l’incasinatore per eccellenza, crea disunità e non sai più cosa è bene e cosa è male, fai confusione e fai la prima scemenza che ti capita. Il diavolo spacca in due, crea confusione. Ecco il deridere del male, ma Gesù sta zitto. Stiamo insieme, in sette, bella lì, perfetti e uniti, massicci e uniti tra noi nell’amore e nella nostra intimità così vinceremo il male. La comunità “perfetta” Quindi entrano in casa. Ho scoperto una cosa che non avevo mai notato prima: stavo pensando ai numeri… sei più sei… e guardate in quanti sono in quella casa. Lui, Gesù; poi Pietro, Giacomo e Giovanni fa quattro; papà e mamma fa sei e la bambina… sette. Sono in sette, è la comunità perfetta, è il giorno di Dio, il settimo giorno. Quando mi è apparsa questa cosa ho detto: “Che bello”. Davanti al male che è devastante e che toglie la vita a una bimba, davanti al dolore, il primo miracolo di Gesù è di creare una comunità perfetta, di affrontare insieme questo dolore, fosse anche la morte: stiamo uniti nella perfezione. L’unità è la perfezione davanti al massimo del male che è la morte. Lui, Gesù, ha bisogno di sentirsi in sette ed è meravigliosa questa cosa perché dice la capacità di Gesù di abitare dentro le vicende umane non da Dio, che potrebbe dire: “Fanciulla io ti dico alzati!” e fare il miracolo, ma perché l’affronta da uomo. È come se Gesù ci dicesse: “Voi uomini non potete dire ad una che è morta alzati”. Allora Quando ho “toccato” la fede? Vi lascio quindi come riflessione una prima domanda, insieme a quelle che avete sul libretto. Innanzitutto chiediamoci, visto che siamo a metà dell’anno della fede: “Come sto passando questo anno?” Me la sono presa a cuore questa fede come preoccupazione di quest’anno o la do per scontata, è lì e c’è solo perché mi hanno battezzato da piccolo? Questa donna, l’emorroissa, ci fa vedere che la fede è “toccare”. Che esperienza ho io nella mia vita dell’essere toccato, toccata da Gesù Cristo? Che esperienza ho avuto io non del 5 di persone, di amicizie; che l’amicizia non è una parola astratta, ma che per Gesù è un bisogno volto ad un desiderio: la voglia di vincere il male. E per vincere il male, fosse anche la morte, ho bisogno di te. Ecco, dentro questa amicizia è bello che di questa bambina non si dica il nome: la chiama fanciulla, e se non c’è il nome è perché ciascuno di noi potrebbe essere quella bambina, potrebbe essere che ciascuno di noi è dentro quella cerchia dei sette, di quei magnifici sette di quella casa che quel giorno, con Gesù, fanno esperienza di un’amicizia così profonda e così forte da vincere il male. E allora sarà bello, adesso nella preghiera e nel silenzio, dire a Gesù: io sono tuo amico, sono tua amica, Tu sei il mio amico! credere, non del pregare, ma del toccare? Dove o quando ho sentito proprio che se non ci fosse stata la fede in quel momento lì… Ho toccato la carne di Cristo in quel momento lì perché ero disperata, disperato, avevo bisogno. Vedete che Gesù parte sempre dai bisogni; poi, dal bisogno, educa al desiderio. Ecco, in quale momento di bisogno ho sentito che Cristo mi ha toccato ed io ho voluto toccarlo e mi sono avvicinato a Lui? Fare memoria di quel momento vuol dire molto perché significa che ne sentiamo la nostalgia (e la nostalgia è un sentimento nobilissimo perché rende attuale un’esperienza e ci dice che quell’esperienza è stata fondante). Riportarla qui oggi con me significa sentirne appunto la nostalgia: mi manca quel tocco che ho sentito quella volta? mi manca? Non si crede mai da soli La seconda domanda potrebbe essere questa: non si crede mai da soli. “Unus Christianus nullus christianus”: un cristiano da solo non esiste dicevano i padri, neanche Gesù. Fino all’agonia Egli ha sempre voluto con sè, anche se dormivano ed erano tonti, Pietro, Giacomo e Giovanni. Erano tonti, dormivano nella tristezza, sono tristi e dormono, ma Lui li ha voluti con sé. Anche stolti, anche stupidi, anche addormentati, ma li voleva mentre lottava il male e pregava il Padre, voleva girarsi e guardarli come quel giorno in casa di Giairo. Io quanto sento il bisogno degli altri? Lo dico a me prete, perché noi siamo i primi ad avere deliri di onnipotenza e a pensare di essere credenti da soli, ma è una follia: noi senza la nostra gente non saremmo niente. Ma penso che tutti i cristiani siano così. Quanto sento il bisogno, non tanto di avere intorno gente, ma di una intimità? Si può avere attorno gente come in metropolitana, però ci si accorge di una persona che ti tocca in modo particolare. Così anche Gesù ha attorno tanta gente, ma ha bisogno di Pietro, Giacomo e Giovanni in quel momento lì per affrontare il male. Ecco, io di chi ho bisogno nella mia vita? Chi il Signore mi ha regalato per sentirmi meno solo, meno sola, davanti al male? E allora scopriremo che la fede è esperienza di popolo, è esperienza di gente, è esperienza 6