L’Amore
più grande
A cura dell’Ufficio Missionario
Arcidiocesi di Torino
supplemento al n. 7
de La voce del popolo
22/02/2015
Sommario
“L’Amore più grande”
2
messaggio dell’Arcivescovo di Torino
mons. Cesare Nosiglia
Le 6 declinazioni dell’amore
Terza settimana di quaresima
29
8-14 marzo
4
don Maurizio De Angeli
Moderatore della Curia
L’AMORE ANTICIPA L’ALTRO:
“Egli conosceva quello che c’è
in ogni uomo” (Gv 3,25)
Quarta settimana di quaresima
37
15-21 marzo
Mercoledì delle Ceneri
5
18-21 febbraio
AMARE PER PRIMI:
“Il Signore si mostra geloso
per la sua terra e si muove
a compassione del suo popolo”
AMARE FINO A SPOGLIARSI DI SÉ:
“Dio ha tanto amato il mondo
da dare il Figlio unigenito,
perché chiunque crede in Lui
non vada perduto, ma abbia
la vita eterna”(Gv 3,16)
(Gl 2,18)
Quinta settimana di quaresima
Prima settimana di quaresima
13
22-28 febbraio
45
22-28 marzo
AMARE FINO A DARE LA VITA:
“Se il chicco di grano,
caduto in terra, non muore,
rimane solo, se invece
muore produce molto frutto” (Gv 12,24)
AMARE GLI ULTIMI:
“Il tempo è compiuto
e il regno di Dio è vicino;
convertitevi e credete nel Vangelo”
(Mc 1,15)
Settimana Santa
Seconda settimana di quaresima
21
1-7 marzo
AMARE NELLA DIVERSITÀ:
“Questi è il Figlio mio,
l’amato: ascoltatelo!” (Mc 9,7)
VIA CRUCIS
“Dio ha tanto amato il mondo
da dare a noi il suo Figlio Unigenito”
(cfr Gv 3,16)
Direttore responsabile Luca Rolandi
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53
29 marzo - 5 aprile
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L’Amore più grande
Carissimi,
il cammino quaresimale è una lunga e
profonda contemplazione dell’amore di
Dio verso gli uomini. Un amore che ha trovato la sua massima manifestazione nel
Figlio Gesù che ha donato la sua vita per
l’umanità peccatrice. Un’umanità che il Signore ha considerato amica e verso la
quale Egli stesso, per primo, ha preso l’iniziativa di salvezza. Un’umanità peccatrice che il Signore ha condotto alla salvezza
spogliandosi di sé e facendo della volontà
del Padre il calice a cui bere.
Come scrivevo nella
lettera pastorale,
“l’Amore più grande è un gesto concreto che rivela la
misericordia infinita del Padre, l’amore di amicizia del Figlio, la potenza santificatrice dello Spirito Santo che operano per cambiare
la vita degli uomini
peccatori e della
realtà stessa della
storia, spesso sottomessa alla cadu-
2
cità del male, che combatte e ostacola il disegno di Dio. L’Amore più grande è anche
il segno di una benevolenza e cura di Dio
che rinnova l’animo di ogni persona disponibile ad accoglierlo e a lasciarsene investire per cambiare se stesso e il mondo.
Malgrado tanto male e tanta violenza e
infedeltà di cui si
macchia l’umanità,
Dio continua ad
amarla e per essa
dona il Figlio Suo
come salvatore e
Amico”.
Vorrei sollecitare
tutti voi a far sì che il
cammino di questa
quaresima realizzi
la conversione del
nostro cuore perché in esso abitino
“gli stessi sentimenti di Cristo” che
ha amato il mondo
fino al dono grande
della sua vita. Animati dallo stesso
cuore di Cristo possiamo imparare a
cambiare il nostro
sguardo sugli altri
perché ogni persona sia colta come
un fratello o una sorella da amare e
non come un nemico da combattere,
perché possiamo cogliere nella vita di ciascuno il positivo presente, segno di quell’immagine e somiglianza di Dio di cui ciascuno di noi è portatore.
Questo sguardo rinnovato dall’amore più
grande diventi lo sguardo quotidiano, di
tutta la vita, che va avanti al di là delle situazioni esterne che a volte ci inducono al
giudizio, alla condanna, alla divisione. Un
po’ come lo sguardo di Gesù che, sulla
croce, guarda con affetto e misericordia il
ladrone buono che gli chiede di essere con
lui nel paradiso.
Invito ogni comunità, ogni famiglia, ma
ancor di più ogni singolo cristiano, a formulare un programma semplice, concreto e preciso per il proprio cammino spirituale quaresimale, perché attraverso la
preghiera, il digiuno e la carità si possa giungere ad avere comunità e persone nuove capaci
di amore grande,
l’amore che, appunto, dona la vita.
A tutti propongo
questo fascicolo
unitario della Quaresima di Fraternità
che attraverso riflessioni e testimonianze offre un
cammino preciso di
conversione per un amore più grande.
Affidiamo il nostro cammino alla Vergine
Maria ed insieme a Lei ci poniamo ai piedi
della croce per contemplare il volto sofferente di Colui che ci ha amato fino a dare
la vita.
Mentre vi benedico, auguro a tutti un fruttuoso cammino quaresimale.
Mons. Cesare Nosiglia
Arcivescovo di Torino
3
Le 6 declinazioni
dell’amore
Si consolida la collaborazione tra i diversi
uffici diocesani, coordinati dall’Ufficio
missionario, per la realizzazione del tradizionale fascicolo della Quaresima di Fraternità. Strumento agile e di facile lettura,
pensato per ogni fascia di età, che si propone di accompagnare il percorso delle
Comunità verso la Pasqua.
Il cammino si snoda infatti attraverso pagine che si rivolgono a giovani, famiglie,
adulti, bambini, anziani, a chiunque veda
nella quaresima l’occasione per una maggiore apertura verso l’”altro”.
Quest’anno a fare da sfondo è la lettera pastorale dell’Arcivescovo
il cui titolo – “L’Amore più grande” – è stato scelto anche per questo sussidio.
L’Amore più grande è anche il motto dell’Ostensione della Sindone ed è proprio l’amore, nelle sue diverse declinazioni, che sarà al
centro dei commenti alla Parola di Dio, delle preghiere, delle testimonianze, dei racconti e interviste che settimana dopo settimana
offriranno spunti di riflessione, accenderanno i riflettori su realtà
diocesane che quotidianamente agiscono sul territorio spinte
dall’amore, sensibilizzeranno su temi che toccano la nostra vita e
il nostro tempo.
Amare per primi, amare gli ultimi, amare nella diversità, l’amore
anticipa l’altro, amare fino a spogliarsi di sé, amare fino a dare la
vita sono dunque le tematiche affrontate e che diventano la “risposta” a quell’Amore che la bella notizia della Parola di Dio ci porta e
che fa nascere in tutti noi gesti concreti di conversione e amore.
Animati dunque dalle parole di papa Francesco e dalla testimonianza dei santi e beati piemontesi che arricchiscono il sussidio,
compiamo il cammino quaresimale dietro a quel Signore il cui
“Volto” ha rivelato l’Amore più grande.
Buon cammino!
don Maurizio De Angeli
Moderatore della Curia
4
Mercoledì delle Ceneri
18-21 febbraio
Amare per primi
“
Il Signore si mostra
geloso per la sua terra
e si muove a compassione
del suo popolo Gl2,18
”
5
COMMENTOALLAPAROLADIDIO
L’apertura
agli altri
non ha recinti
Preghiera
dei fedeli
Preghiamo per la nostra
comunità cristiana
perché il Signore la sostenga
e le doni la forza
di non perdere la fiducia
in se stessa e negli altri
e così testimoniare nel mondo
il primato dell’amore di Dio
che ha tanto amato il mondo
da donare a noi il suo Figlio unigenito.
Preghiamo.
(a cura dell’Ufficio liturgico)
6
Fin dai primissimi passi di questa quaresima, sacramento dell’incontro con Dio e
con i fratelli, ci vogliamo impegnare a rileggere attentamente, quasi sorseggiando parola per parola questa breve frase.
Ritroviamo dietro di essa il volto di chi la
pronuncia: il nostro Dio, quel Dio che si è
dichiarato Padre e il cui cuore non tollera
di essere privato del figlio che ama. Quel
Dio che con il suo atteggiamento ci educa
a fare altrettanto: usciamo da noi stessi,
vinciamo le nostre pigrizie, andiamo incontro ai tanti uomini che con il nostro disinteresse e la nostra indifferente superficialità continuiamo a considerare lontani,
troppo lontani per poterli considerare
amici e tanto meno fratelli.
La quaresima ci conduce a riscoprire l’amore di Dio attraverso la carità e l’attenzione verso chi può anche essere fisicamente vicino ma ancora sempre troppo
lontano dal nostro cuore. Seguire Gesù significa quindi avvicinarci gli uni agli altri,
permettere che nessuno si senta escluso,
lontano, distante.
Non sarebbe male se noi cristiani, memori
dell’insegnamento del nostro maestro,
vincessimo la perversa tentazione, presente anche nelle nostre comunità, di
chiuderci nel recinto caldo e protetto dei
nostri gruppetti, associazioni e movimenti, per aprirci a tutti e ad ognuno andando,
come ci sta meravigliosamente insegnando Papa Francesco, nelle periferie delle
nostre parrocchie e città.
Riscoprirci fratelli e impegnarci ad esserlo
veramente: è questa la sfida che ci attende
e il futuro che dobbiamo consegnare a chi
verrà dopo di noi.
(a cura dell’Ufficio per la pastorale
sociale e del lavoro)
RACCONTIMISSIONARI
Le grucce di Etienne
lo porteranno lontano
Abbiamo fretta. Tutti. Non così in Africa, in questa Africa sub-sahariana.
Qui si ritrova un popolo che in maggioranza cammina, gente che ha
i piedi per terra. Non hanno fretta di superarsi: ognuno ha il proprio
passo secondo il proprio peso da portare o sul capo o sul dorso.
Etienne, 21 anni, lui pure ha il proprio peso: due grucce, in legno
grezzo. Sono il suo mezzo di trasporto da circa un anno. Da un mese
appena era arrivato dal villaggio in città presso alcuni parenti, per
trovare lavoro. Scendendo da un camion che aveva appena finito
di caricare, una vettura l’ha travolto. L’ospedale, l’amputazione.
Cessazione del lavoro.
Una sera, tra la folla che accompagna la Via Crucis del Signore lungo
le strade polverose e accidentate del quartiere, notiamo le due grucce.
Sono in legno duro e grezzo, proprio come la croce. All’ultima
stazione sono ancora lì. Poi, lentamente, Etienne riprende la strada
di casa, scomparendo nel buio. Così, ogni venerdì di quaresima.
Non è battezzato, Etienne. Eppure arriva, puntuale, accompagnato dalle
inseparabili grucce, anche all’appuntamento della messa settimanale.
Almeno due chilometri lo separano dalla casa alla nostra cappella.
Andata e ritorno. Quante volte ci è venuta la “tentazione” di andare
a prenderlo o riaccompagnarlo in auto… No, per ora. Sarebbe
impedirgli di arrivare prima nel Cuore di Dio. Sarebbe tarpare le ali
a una libertà misteriosamente orientata ad arrivare lontano.
Ci interpella silenziosamente Etienne: “e tu per chi cammini,
e per arrivare dove, così di fretta?”
Comunità
Suore Missionarie
Immacolata Regina
della Pace
di Bobo-Dioulasso
(Burkina Faso)
7
AMAREPERPRIMI
Sulla strada,
a cercare
chi è solo
Quando e come è nata
l’associazione?
L’associazione “Amici di
Lazzaro” in Borgo Vittoria è una
porta aperta a chiunque nel
quartiere – e non solo - abbia
bisogno di una mano. Ma ciò che
rende i circa 80 volontari dei veri
“amici” è soprattutto l’attività
che svolgono per le strade di
Torino e provincia, in giro coi
propri mezzi per portare la loro
presenza accanto alle prostitute
nigeriane e ai senza tetto.
Siamo nati nel 1997 da un incontro di preghiera e ascolto con i senza casa nella stazione Porta Nuova. Lì abbiamo incontrato
anche le prime nigeriane, che prendevano
il treno per andare a prostituirsi in altre
città. Adesso ogni settimana due gruppi
vanno a portare a queste persone conforto e amicizia.
Poi abbiamo organizzato corsi di italiano
per ragazze sfruttate, oggi aperti alle
donne straniere in generale, e i doposcuola elementari e medie. Successivamente abbiamo iniziato a proporre attività di svago e animazione per bambini
di famiglie disagiate o che vivono in comunità. Inoltre, seguiamo circa 100 famiglie in difficoltà, soprattutto ex vittime
della tratta.
a cura di Patrizia Spagnolo
Perché proprio le nigeriane?
Perché, rispetto ad altre etnie, possiamo
incontrarle più facilmente in quanto nessuno le controlla a vista. È più difficile,
però, tirarle fuori dal giro a causa delle minacce che subiscono, della paura che venga fatto del male ai loro familiari, anche a
quelli che vivono nei Paesi di provenienza.
Nel 2013 ne abbiamo seguite 370.
Il vostro impegno prioritario
non è quello di portare cibo
e coperte a chi trascorre
la notte in strada…
Abbiamo incontrato Paolo Botti, responsabile dell’associazione “Amici di Lazzaro” (tel. 340 4817498, www.amicidilazzaro.it), nella minuscola sede al pianterreno
di via Bibiana 29, dove si svolgono ogni
giorno le più disparate attività.
8
Di servizi del genere ce ne sono già tanti a
Torino. Noi puntiamo sull’amicizia. Ogni
anno incontriamo circa 100 persone senza
tetto, molte delle quali non cercano aiuto
perché hanno perso interesse per la vita:
stando loro vicino, ricominciano a prendersi cura di sé, frequentano le mense e i
dormitori, si tirano su. A coloro che si lasciano andare noi offriamo amicizia e preghiera, facendoli sentire “accolti”. Loro
sanno che siamo lì per loro, ci conoscono
come persone, non come associazione.
Tutte le settimane andiamo in 15 alla stazione Porta Nuova: prima ci sediamo per
terra nell’atrio o all’aperto e preghiamo insieme, poi, in piccoli gruppi, raggiungiamo le diverse zone. Certo, ci portiamo
sempre dietro una coperta o il tè caldo, ma
andiamo soprattutto a parlare con loro, a
creare rapporti di amicizia: è più facile,
quindi, che portiamo un libro o cioccolatini piuttosto che vestiti.
Chi sono i volontari?
Hanno tutti tra i 20 e i 30 anni, studenti e lavoratori provenienti da ogni parte di Torino. Sono attratti soprattutto dall’aspetto
dell’amicizia: in tutte le attività che proponiamo, compreso il doposcuola, l’amicizia
si intreccia con gli aiuti concreti (ad esempio i pacchi per le famiglie bisognose) che
distribuiamo grazie alle offerte di supermercati, del banco alimentare, di parrocchie, persone che ogni anno organizzano
collette all’interno delle aziende in cui lavorano…
Conosciamo bene tutte le persone che seguiamo, le loro storie, le loro difficoltà.
L’amicizia è importante soprattutto per chi
è solo, in particolare le vittime della tratta,
che fanno riferimento a noi per tutti i loro
bisogni.
Per gli operatori di strada proponiamo corsi di formazione per capire il mondo della
tratta, per sapere come aiutare queste donne e cosa possiamo e non possiamo fare
per loro. Si insiste sul fatto che non devono
pretendere che le persone incontrate accettino il nostro aiuto; viene sottolineato l’aspetto della gratuità: donare gratuitamente
senza aspettarsi risultati o ringraziamenti.
Perché se non c’è gratuità ti scoraggi, patisci le delusioni. È un messaggio che riusciamo a far passare ed è questo che rafforza il volontario e lo spinge a continuare. E la
continuità è importante per costruire autentici rapporti di amicizia.
Il servizio che l’associazione
svolge è nutrito dalla preghiera,
dall’annuncio. Come “curate”
questa dimensione?
In sede abbiamo volantini con la catechesi
in tutte le lingue; ai bambini del doposcuola ogni anno diamo un dvd o un libro che
spiegano il Natale e la Pasqua. Quella volta che abbiamo ricevuto in dono numerosi
CD sulla vita di Gesù in arabo, sono venute
a chiedercelo tantissime famiglie, conosciute e non.
Coltiviamo molto l’aspetto missionario di
annuncio agli stranieri. Ogni anno delle
suore ci regalano migliaia di rosari di loro
produzione (che inviano ai missionari) a
cui sono allegati libretti in tutte le lingue.
Li vogliono tutti. A Natale e Pasqua, inoltre, distribuiamo alle ragazze prostitute
(non solo nigeriane) il Vangelo o preghiere nella loro lingua: sono preghiere scelte
da noi per incoraggiarle, per aiutarle a
uscire dalla disperazione.
E ancora, l’8 marzo regaliamo a tutte le
donne con cui entriamo in contatto una
mimosa, del cioccolato e la preghiera di
Giovanni Paolo II “Grazie a te donna”.
9
PAROLEDIFRANCESCO
“La Chiesa
scenda
per le strade”
“Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita
di Gesù Cristo. Ripeto qui per tutta la Chiesa ciò che molte volte ho detto ai sacerdoti
e laici di Buenos Aires: preferisco una
Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una
Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze.
Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un
groviglio di ossessioni e procedimenti.
Se qualcosa deve santamente inquietarci
e preoccupare la nostra coscienza è che
tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la
luce e la consolazione dell’amicizia con
10
Gesù Cristo, senza una comunità di fede
che li accolga, senza un orizzonte di senso
e di vita. Più della paura di sbagliare spero
che ci muova la paura di rinchiuderci nelle
strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci
sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una
moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: ‘Voi stessi date loro da mangiare’
(Mc 6,37)”.
Evangelii Gaudium n. 49
TESTIMONI
Per ogni settimana di Quaresima, nel presente fascicolo dedichiamo
questa pagina a una delle tante figure di santi e beati piemontesi
(alcuni più noti, altri meno) che con la loro testimonianza di fede
hanno lasciato nel mondo intero una scia luminosa.
I semi della carità
piantati da Frassati
Proclamato beato il 20 maggio 1990 da Giovanni Paolo
II, che lo definì l’”uomo delle
otto beatitudini”, Pier Giorgio
Frassati nasce nel 1901 in
una famiglia dell'alta borghesia torinese e muore nel 1925 a
soli 24 anni.
Si dedicò ai poveri e malati dei
sobborghi torinesi, li andava a cercare, dava loro tutto quello che aveva;
grande fu il suo impegno nell’associazionismo ecclesiale. Il brano che pubblichiamo
è tratto dai suoi “Appunti per un discorso sulla
carità” rivolti ai suoi compagni di università della Fuci
(Federazione universitaria cattolica italiana) perché
aderissero alla Conferenza di San Vincenzo:
“Ognuno di voi sa che base fondamentale della nostra religione è la carità, senza di cui tutta la nostra
religione crollerebbe, perché noi non saremo veramente cattolici finché non adempiremo, ossia non
conformeremo tutta la nostra vita ai due comandamenti in cui sta l’essenza della fede: nell’amare Iddio
con tutte le nostre forze e nell’amare il prossimo come noi stessi.
Con la Carità si semina negli uomini la Vera Pace che solo la Fede di Gesù Cristo ci può dare affratellandoci gli uni con gli altri. Lo
so che questa via è erta e difficile e piena di spine,
mentre l’altra a prima vista parrebbe più bella e più
facile e più soddisfacente, ma se noi potessimo
scandagliare l’interno di coloro che disgraziatamente perseguono le vie perverse del mondo, noi vedremmo che mai in loro v’è la serenità che proviene
da chi ha affrontato mille difficoltà e rinunciato ad un
piacere materiale per seguire la legge di Dio”.
11
O Signore,
fa’ che…
Signore, vieni a mettere qualcosa di
nuovo in me al posto di quanto, a poco a poco, è venuto a mancare col
passar degli anni.
Colloca nel mio cuore un Amore più
grande, una semplicità serena, una
delicatezza più profonda.
Al posto dell’entusiasmo, mettimi un
sorriso di bontà per tutti; aiutami a
comprendere il mio prossimo e a non
esser mai una nuvola scura che rattrista, ma una luce discreta che rallegra.
Fa che la memoria mi conceda di ricordare le cose più belle, le migliori,
per condividerle con gli altri e rallegrarmi della loro allegria.
Fa’, o Signore, che la mia volontà si
pieghi amorevolmente ai giusti desideri di coloro che mi circondano; che
la mia fede, con umiltà e discrezione,
si irradi nella testimonianza e non si
spenga mai.
Fa’, o Signore, che la mia intelligenza
accetti con umiltà il fatto che è meno
attiva, brillante e rapida; fa’, però, che
si applichi sempre nella ricerca e nella conoscenza di Te, per capire meglio quella vita eterna che attendo ardentemente.
Amen.
Dom Carlo Ellena
12
Prima settimana di quaresima
22-28 febbraio
Amare gli ultimi
“
Il tempo è compiuto
e il regno di Dio è vicino;
convertitevi
e credete nel Vangelo Mt1,15
”
13
COMMENTOALLAPAROLADIDIO
Amore
per tutti,
senza
limitazioni
Preghiera
dei fedeli
Preghiamo per i cristiani
sparsi nel mondo,
l’ascolto della parola di Dio
ispiri scelte coraggiose di povertà,
di condivisione
e di rispetto verso ogni creatura,
scelte che ci facciano crescere
in uno stile di vita evangelico
attento verso le necessità dei fratelli.
Preghiamo.
(a cura dell’Ufficio liturgico)
La grande novità del messaggio evangelico di Gesù è che non esiste solo il peccato
contro Dio. Si fa peccato anche contro il
fratello o contro se stessi. Il suo invito è a
entrare nel suo regno, il regno dell’amore
verso il prossimo: “Ero nudo, affamato,
assetato, malato, straniero in carcere”.
Non più un Dio che richiede solo sacrifici
e adorazioni per sé, ma un Dio che chiama
all’amore verso l'altro. E questo è il nuovo
mondo da costruire. Qui e adesso.
Ogni giorno abbiamo l’opportunità di vivere il nuovo comandamento, quello dell'amore. Nuovo perché l’amore che propone
Gesù è come quello che lui ha vissuto nei
confronti dell’umanità. Giusti e ingiusti,
buoni e cattivi, amici e nemici, religiosi e
non religiosi. Le religioni tradizionali - e non
solo il giudaismo - vedevano l’amore di Dio
verso l’uomo solo come un premio meritato. Con Gesù tutto cambia e l’amore diventa incondizionato: vivi l’amore per tutti,
senza limitazione verso nessuno.
Tutte le culture portano in sé semi di bene e
amore da condividere. Così le frasi ricorrenti “gli stranieri ci rubano il lavoro” o “gli
stranieri sono delinquenti” non sono degne
del regno di Dio, quel regno che accoglie e
ama e che fa sì che lo straniero non diventi
un emarginato o un delinquente.
Un mondo di tanti colori e sembianze diverse è una ricchezza di varietà e bellezza.
Esprime la fantasia di Dio, la meraviglia del
creato. Le diversità che s’incontrano e si
mischiano originano nuove realtà culturali
che arricchiscono coloro che le accettano.
Non facciamoci influenzare da forze che
vanno contro questo dono. Queste non
sono espressione dell’amore, non hanno
a che fare con il Vangelo, né con Cristo.
Il regno di Dio è qui in mezzo a noi, rendiamocene conto e accogliamolo.
(a cura dell'Ufficio per la pastorale dei migranti)
14
RACCONTIMISSIONARI
Siamo in viaggio!
Jesus Maria, formatore dei catechisti in Zambia, una volta ha notato sotto
un grande albero vicino alla strada principale una giovane mamma, incinta e con un bimbo piccolo al fianco. Dal momento che la mamma era
lì anche il giorno dopo, e il terzo giorno ancora, Jesus Maria volle sapere
chi era e scoprì che veniva da un paese abbastanza lontano nell’interno
ed era diretta alla “copper belt”, “cintura del rame”, zona mineraria al
nord dove lo Zambia confina col Congo, più di mille chilometri di distanza da dove si trovavano.
Jesus Maria non nascose il suo stupore: “Com’è che si trova da tre giorni
sotto quell’albero? Ho visto il bus rotto ai bordi della strada una cinquantina di chilometri a sud … prima che lo riparino possono passare altri 3
o 4 giorni. C’é qualcuno che la aiuta?”. Le catechiste rispondono: “Gli
diamo qualcosa da mangiare per lei e il bambino…”
Jesus Maria li rimprovera: “A cosa serve parlare del Vangelo se non siamo
capaci di metterlo in pratica quando l’occasione di farlo è così chiara,
lì accanto all’uscio di casa?”. I catechisti rimangono in silenzio, finché
la più anziana si alza con solennità e guardando dritto negli occhi Jesus
Maria gli dice: “Ali pa mulendo ie!”, “è in viaggio! Sei tu che non hai capito
niente”.
Qui, si sa, quando si è in viaggio si è pronti ad affrontare mille imprevisti,
non si calcola il tempo, non si firmano polizze assicurative… Il viaggio è
una condizione di vita che richiede sacrificio, pazienza, con il punto d’arrivo che fa da calamita, che motiva, muove, fa da motore a tutto il resto.
“Ali pa mulendo ie!”, siamo in viaggio. Non è questa la parabola più fedele
di quel che è la vita?
di don Silvio Roggia sdb
(Ghana)
15
AMAREGLIULTIMI
Kone
non ha perso
la speranza
Kone è in Italia dal 2011,
sbarcato a Lampedusa dopo una
lunga storia di persecuzione
prima nel suo Paese d’origine –
la Costa d’Avorio – e poi in Libia,
dove si trovava durante la
primavera araba. La sua
testimonianza ci aiuta a fare un
po’ di luce su chi sono
veramente gli “ultimi” che ogni
giorno approdano in condizioni
disperate sulle coste italiane.
a cura di Patrizia Spagnolo
gnate alle famiglie più povere venivano
distribuite tra parenti e amici di funzionari
corrotti. Noi volevamo un cambiamento a
livello internazionale, perché a tutti venissero garantiti gli stessi diritti.
Io mi sono laureato nel 1996 e sono diventato insegnante, ma ho continuato il
mio impegno nel movimento, che nel
2003 – quando è scoppiata la guerra civile in Costa d’Avorio – è stato perseguitato come movimento politico perché non
era disposto a farsi strumentalizzare. Mi
hanno minacciato di morte e costretto a
fuggire. Sono quindi andato in Libia attraversando il Burkina Faso, il Niger e il
deserto in camion. Il viaggio è durato
una settimana.
In Libia la polizia mi ha fermato perché ero
senza permesso e mi ha chiuso in prigione
per tre mesi. Dopo sono andato a Tripoli,
dove ho lavorato nel settore dell’edilizia:
ma non era il mio lavoro, io ero insegnante, così il mio titolare mi ha aiutato mettendomi in contatto con un college. In questo
college ho lavorato per 6 mesi, poi ho insegnato in scuole private (medie e superiori) per 5 anni, finché è scoppiata la rivoluzione in Libia.
E cosa è successo a quel punto?
Ci racconta il lungo viaggio
che dalla Costa d’Avorio l’ha
portata a Torino?
In Costa d’Avorio ero perseguitato perché
facevo parte di un movimento studentesco che difendeva il diritto all’istruzione: le
borse di studio che dovevano essere asse16
Sono stato perseguitato dai ragazzi del
mio quartiere perché ero nero, perché si
diceva che Gheddafi avesse assoldato dei
mercenari neri. Quindi siamo stati presi di
mira. Io sono stato attaccato più volte,
hanno distrutto la mia casa e ho dovuto rifugiarmi da un mio amico. Due giorni dopo, mentre andavo a fare acquisti in un supermercato, i soldati mi hanno preso e caricato su una barca diretta a Lampedusa:
eravamo in 299 persone, tutte costrette a
partire. Abbiamo lasciato la Libia l’8 giugno 2011 e siamo arrivati a Lampedusa il
10 mattina. Fortunatamente siamo arrivati tutti vivi, ma durante il viaggio abbiamo
incontrato una barca in difficoltà: ci chiedevano aiuto ma non potevamo aiutarli, la
nostra barca era già piena.
Ero fuori di me, non mi piace raccontare
questa traversata, è stata dura: eravamo
impauriti, ammassati. Quando abbiamo
visto la guardia costiera ero contento. A
Lampedusa, l’Agenzia Onu per i rifugiati e
l’Unicef ci hanno assicurato che tutto sarebbe andato bene, che avremmo trovato
lavoro e ci saremmo rifatti una vita. Da
Lampedusa siamo stati trasferiti a Taranto
in un campo dove ci smistavano verso altre città d’Italia. Sono stato riportato in Sicilia, in un centro dove sono stato per un
anno e mezzo.
Ci hanno detto che dovevamo studiare la
lingua italiana, ma tra di noi c’erano diversi livelli di alfabetizzazione, alcuni non sapevano neanche scrivere. Era sbagliato
metterci tutti insieme. Il 19 febbraio 2012
un decreto ha chiuso i centri di accoglienza per l’emergenza Nord Africa: hanno dato ad ognuno 500 euro. Così dalla Sicilia
sono arrivato a Torino.
Perché ha scelto Torino?
Perché pensavo ci fossero più opportunità. In Sicilia stavo male, nessuna promessa era stata mantenuta, ogni giorno
c’erano problemi, tutti si lamentavano.
Avrei voluto studiare, imparare, ero fiducioso, speranzoso… Era dura, ma mi ripetevo che con il tempo avrei ricominciato
una vita.
Il primo giorno che sono arrivato a Torino
ho cercato un posto per dormire e mi sono
rivolto all’Ufficio stranieri del Comune. Mi
hanno detto di rivolgermi alla Ufficio Pastorale Migranti, ma tutte le strutture erano piene e quindi sono andato in una struttura della Croce Rossa per tre giorni, poi
per tre settimana ho dormito per terra a
Porta Nuova o sui vecchi treni a Lingotto.
Era inverno. Mi dicevo che era un brutto
momento ma che sarebbe passato. Mangiavo al Cottolengo, mi lavavo nei bagni
pubblici. Ero comunque fiducioso, non
ero arrabbiato.
foto di Simone Perolari
Come si sentiva?
Ho conosciuto tante persone nella mia situazione, protetti dal diritto internazionale
perché fuggiti da guerre e persecuzioni
ma senza casa né lavoro. Non potevamo
continuare a vivere per strada e insieme ci
siamo sistemati come potevamo in strutture disabitate. Viviamo ancora in queste
condizioni e siamo aiutati da diverse associazioni che ci portano da mangiare, ci
procurano i vestiti e i materassi.
Cosa fa durante il giorno?
Il Comune mi ha assegnato una borsa lavoro part time: lavoro per 20 ore a settimana come mediatore culturale in un ambulatorio medico per rifugiati. Mi piacerebbe
insegnare, ma prima la mia laurea dovrebbe essere riconosciuta in Italia.
A Torino ho creato 6 mesi fa l’associazione
“Sesto continente”, di cui fanno parte anche italiani: lo scopo è di mandare aiuti
nelle zone del mondo più povere, soprattutto materiale didattico. L’istruzione è
molto importante.
Vorrebbe tornare in Costa
d’Avorio?
Adesso nel mio Paese la situazione non va
bene, non posso tornare. Però mi manca
tutto, ho nostalgia della mia terra, dei miei
genitori. Ho lasciato tutto in Costa d’Avorio per fuggire in Libia, poi ho lasciato tutto in Libia per venire in Italia. Adesso sono
qui, e con fiducia sto ricostruendo la mia
vita per la terza volta.
17
PAROLEDIFRANCESCO
Il coraggio
di toccare
la carne
di Cristo
“Noi non possiamo diventare cristiani
inamidati, quei cristiani troppo educati,
che parlano di cose teologiche mentre
prendono il tè, tranquilli. No! Noi dobbiamo diventare cristiani coraggiosi e andare
a cercare quelli che sono proprio la carne
di Cristo, quelli che sono la carne di Cristo!
… Questo è il problema: la carne di Cristo,
toccare la carne di Cristo, prendere su di
noi questo dolore per i poveri. …Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo. Se noi andiamo verso la carne di Cristo, incominciamo
a capire qualcosa, a capire che cosa sia
questa povertà, la povertà del Signore”.
Veglia di Pentecoste 2013
18
TESTIMONI
Fratel Bordino,
l’infermiere dei
poveri
Il 2 maggio 2015 fratel Luigi Bordino, l’”infermiere dei poveri”, sarà
proclamato beato a Torino. Nato nel 1922 a Castellinaldo
(Cuneo) da una famiglia di vignaioli, all’età di 24 anni scelse di dedicarsi all’umanità
sofferente e alla preghiera
presso la Piccola Casa della
Divina Provvidenza. Una
scelta maturata dopo la dolorosa esperienza della Campagna di Russia, dove lui e il fratello furono fatti prigionieri e vissero
sulla propria pelle gli orrori dei lager
siberiani e dei campi della Mongolia.
Numerose le testimonianze sulle cure
e la dedizione che fratel Bordino dedicò
ai suoi compagni di prigionia. Una tra tante,
quella di Battista Candela, anche lui reduce dalla Campagna di Russia:
”Le sue poche parole e prima ancora il suo comportamento erano illuminati dalla sua grande fede in Dio,
e miravano sempre al conforto dei compagni di prigionia; le sue preferenze andavano ai feriti, ai mutilati per
il gelo e ai più disperati… Era un angelo consolatore”.
Al Cottolengo fratel Bordino è al servizio degli infermi
fino alla sua morte, avvenuta a Torino nel 1977 dopo
due anni di sofferenze a causa di una leucemia acuta.
Era l’infermiere più richiesto dal corpo medico e dai
pazienti,
per le sue capacità professionali ma soprattutto per la sua profonda
umanità e una fede solida che era di grande conforto.
Il 15 agosto 1976, già gravemente malato, scriveva
ad un suo paziente affetto da cancrena al piede:
“… tu sai che [per] chi ha fede qualunque cosa, qualunque evento che tocca solo la parte materiale, ma
non intacca le cose che riguardano l’anima, non abbattono, non preoccupano, non rendono triste l’anima, anzi vorrei dire e si può dire, tutto all’opposto”.
19
ITINERARIQUARESIMALI
Al termine di ogni settimana di quaresima, la presente pagina rivolge a giovani,
adulti e famiglie (a cura degli Uffici per la pastorale dei giovani e delle famiglie) proposte di atti di amore con riferimento alle diverse tematiche affrontate; una preghiera (a cura dell’Ufficio per la pastorale della salute) è invece dedicata alle persone
anziane e ammalate. Le pagine centrali del fascicolo, inoltre, ospitano un percorso
che l’Ufficio catechistico rivolge ai ragazzi.
Giovani
Non aver paura
dell’“altro”
Famiglia e adulti
Dov’è
tuo fratello?
L'essere “stranieri” non è condizionato
solo dal riferimento alla provenienza,
alla razza, alla cultura o alla condizione
sociale. Spesso è lo sguardo che noi
abbiamo sull'altro che determina
“estraneità”. Chi senti o reputi
“straniero” rispetto al tuo modo di
pensare e di vivere? Quali passi in avanti
puoi compiere nel superamento di
questi pregiudizi o timori? Compi questi
passi come primo impegno del tuo
cammino quaresimale.
Il Regno di Dio si compie nel quotidiano,
l’amore è diffusivo, non riesce a stare
chiuso nelle quattro mura di casa. Invita
a pranzo un rifugiato! La mensa diventi
un luogo di festa e di comunione.
Preghiera per malati e anziani
O Dio eterno, che nel passare degli anni
rimani sempre lo stesso,
sii vicino a coloro che sono anziani.
Sebbene il loro corpo si indebolisca,
fa' che il loro spirito sia forte,
perché con pazienza
possano sopportare le stanchezze e le afflizioni,
e alla fine andare incontro alla morte con serenità,
per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.
Amen
20
Seconda settimana di quaresima
1-7 marzo
Amare nella diversità
“
Questi è il Figlio mio, l’amato:
ascoltatelo! Mc9,7
”
21
COMMENTOALLAPAROLADIDIO
La bellezza
dell’altro
Preghiera
dei fedeli
Preghiamo per il futuro del mondo,
per la pace e per la solidarietà
tra le genti.
Possa spegnersi l’odio che divide,
il pregiudizio che condanna,
la persecuzione verso quanti sono
diversi per razza, religione,
ceto sociale.
Preghiamo.
(a cura dell’Ufficio liturgico)
Ci sono cose così belle che mettono paura:
troppa bellezza spaventa, ti prende il dubbio che non hai il diritto di stare lì - le mani
vuote - a godere di un tale spettacolo. Oppure sei tentato di sentirti fuori posto: che
cosa c’entro io con questo spettacolo? Io,
che ho smarrito la bellezza; io, che l’ho cercata altrove. Io, che non la so riconoscere
più.
Ma la bellezza vera riesce a sorprenderti ancora, ha la forza dell’uragano e la dolcezza
della brezza. Improvvisamente lo sai: quella è l’unica cosa che conta, ti viene il desiderio di farne parte, ti guardi e dici: eccomi
qui, ancora pieno di fango e già tutto preso
dalla nostalgia! Allora scopri che la paura
che ti ha preso il cuore non è vigliaccheria,
ma è figlia del più bello dei pudori e del più
autentico dei desideri. La bellezza merita rispetto, domanda silenzio, genera poesia.
E non si può trattenere la bellezza: nessuna
capanna è sufficientemente grande. Se la
vuoi stringere fra le mani l’hai già perduta.
In questo sta la bellezza: che non sopporta
di essere ostaggio di nessuno. Lo splendore del Trasfigurato è segno e profezia della
luce che ognuno porta nel cuore: ne è così
intriso il Figlio dell’uomo che la sua stessa
carne se ne fa trasparenza.
Sul Tabor capisci che non c’è bellezza potente come lo sguardo dell’altro: non un
tramonto, non un oceano, non una stellata
sanno rapirti il cuore come gli occhi di un
fratello. L’abbiamo sperimentato mille
volte di fronte alla persona amata, e ogni
volta ci è sembrata cosa nuova. Potessimo
cogliere questa luce anche nel lontano! O
nel diverso, che tengo a distanza incolmabile anche se mi sta accanto. Potessimo
mettere da parte la paura, il pregiudizio, e
spalancare occhi e cuore allo spettacolo
dell’altro, che mentre si svela ci trasfigura.
(a cura dell'Ufficio famiglia)
22
RACCONTIMISSIONARI
La fede avvicina
e sposta le montagne
Da tempo il signor Abubaka, musulmano, conosceva le nostre sorelle
che abitano qui a Bissau nella missione di Bòr. Sua moglie non poteva
aver figli e chiese loro di pregare. La promessa da parte delle
Missionarie della Consolata fu mantenuta chiedendo al Signore questa
grazia per intercessione di suor Irene Stefani. La bimba Isabel arrivò e
fu la gioia di quella famiglia, ma ahimè dopo otto mesi morì.
La fede però trasporta le montagne. Abubaka si rivolse nuovamente alle
suore con molta fiducia per ottenere nuovamente la grazia di un
figlio e questa arrivò. Felice del nuovo evento, il signor Abubaka
chiese alle sorelle di poter pregare con loro e verso le 16,30, vestito a
festa, si presentò all’appuntamento con quel Dio che loro chiamano
Allàh e che oggi ha invocato col nome di Padre. Portava con sé un
foglio di carta: di suo pugno aveva scritto l’Ave Maria in Kriol.
Iniziammo la preghiera del Rosario, all’inizio il signor Abubaka pregava
sottovoce facendo scorrere i grani del Rosario, poi pian piano la sua
voce acquistava forza, coraggio.
Partì da casa nostra con tanta riconoscenza e gioia nel cuore
portando con sé la Corona del Rosario e il libretto delle preghiere.
Anche noi tutte eravamo visibilmente commosse e ci dicemmo come il
Signore ha le sue vie per raggiungere le persone, Lui vuole tutti salvi, e
anche per mezzo nostro. Ora continuiamo a pregare, il Signore non
lascia la sua opera a metà.
Suor Giovanna
Panier Bagat
Missionaria della Consolata
in Guinea Bissau
23
AMARENELLADIVERSITÀ
sguardo che rivolgiamo ai
musulmani che vivono tra noi…
L’Islam e noi,
fratelli diversi
La conoscenza e l’apertura verso
l’altro gettano le basi di una
convivenza pacifica capace di
superare paure e pregiudizi e di
unire fratelli diversi. L’appello al
dialogo dei “Giovani musulmani
d’Italia”.
a cura di Patrizia Spagnolo
Per ciò che è accaduto e sta accadendo nei
Paesi arabi la paura è certamente giustificata. Come associazione “Giovani musulmani d’Italia” ci stiamo impegnando a rendere più visibile il nostro dialogo con la società. Di solito collaboriamo con le moschee, ma negli ultimi anni abbiamo interagito anche con istituzioni e realtà locali a
dimostrazione del fatto che riteniamo l’apertura verso l’altro un obbligo morale.
Il 27 ottobre scorso, per esempio, insieme
con altre realtà islamiche e cristiane abbiamo organizzato la Giornata del dialogo interreligioso: nella moschea di via Chivasso
si sono incontrate tutte le religioni, all’insegna del rispetto. Vogliamo dimostrare che
abbiamo un unico Dio che ci unisce, anche
se abbiamo modi diversi di conoscerlo.
Tutto inizia nelle scuole, dove sarebbe bello
che i ragazzi crescessero con la consapevolezza che siamo in una società multietnica:
questo è un dato di fatto ed è il nostro futuro.
Condividiamo la vita quotidiana e questa
convivenza deve essere pacifica, basata sul
rispetto. E il rispetto nasce dalla conoscenza: farsi conoscere agli altri è dovere di tutti.
E noi musulmani vogliamo farci conoscere.
E allora qual è l’Islam vero?
L’Islam è una religione pacifica?
Intervistiamo Ismail El Mamoun, 24 anni,
nato in Marocco ma cresciuto in Italia, responsabile delle relazioni esterne della sede torinese dei “Giovani musulmani d’Italia”. L’associazione (www.gmi.it, per informazioni sulle iniziative torinesi: 339
3164889) conta sotto la Mole circa 100 persone, quasi tutti universitari; tra le sue molteplici attività collabora con la Pastorale
dei Migranti e promuove nelle scuole superiori il dialogo interreligioso.
I recenti fatti in Medio Oriente ci
fanno orrore e rischiano di velare
di diffidenza, se non di ostilità, lo
24
A Torino ci sono 40 mila musulmani, me
compreso, tutte persone che vivono in modo pacifico. La stessa radice semantica del
termine “Islam” contiene il concetto di
“salam”, che significa appunto pace. La
violenza è una strumentalizzazione della
religione. L’Islam è quello che viviamo
ogni giorno, non quello rappresentato dagli atti violenti di taluni.
C’è un versetto del Corano che recita: “Uomini, vi abbiamo creati da un maschio e da
una femmina, abbiamo fatto di voi popoli e
tribù affinché vi conosceste a vicenda…”.
Qui c’è tutto, le nostre diversità sono volute. E allora perché, nel nome di Allah, devo
diffidare dell’altro perché è diverso? Purtroppo al giorno d’oggi non siamo più disposti ad ascoltarci, a conoscerci realmente. Sui media si parla tanto dei fatti sociali
e politici in Medio Oriente, ma dell’Islam in
sé se ne parla poco o niente.
cittadini italiani. Questi ragazzi vivono una
grande confusione di identità, non riescono a definirsi, e quelli più fragili rischiano di
estremizzare certi concetti, a volte lontani
dall’aver un contenuto religioso. Ogni famiglia praticante insegna ai propri giovani
a distinguere il bene dal male.
Torino è un terreno fertile
che favorisce la reciproca
conoscenza?
Torino rappresenta un modello di integrazione dei musulmani nella cittadinanza.
Noi come Gmi collaboriamo molto con la
società civile e ciò dimostra da un lato la
nostra apertura e dall’altro la capacità della società di accoglierci. I musulmani sono
ormai parte integrante della cultura torinese. Ci piacerebbe anche approfondire i
rapporti con le comunità parrocchiali della diocesi per confrontarci. Siamo sempre
disposti e aperti al confronto.
E cosa raccontereste di voi
nel corso di questi incontri?
Racconteremmo che siamo giovani di origine diversa, che studiamo e lavoriamo come tutti. Diremmo che un buon credente
musulmano è un buon cittadino italiano,
pacifico e onesto, rispettoso delle regole. Il
nostro futuro è in questo Paese e la sicurezza in questo Paese ci sta a cuore esattamente come ai nostri concittadini. I musulmani
in Italia sono i primi a intervenire per garantire questa sicurezza: è la nostra società.
Chi sono i ragazzi che
dall’Occidente partono per
combattere con i miliziani dello
Stato Islamico e perché lo
fanno?
Secondo me, dietro la loro scelta c’è un disagio psicologico: disperazione, disoccupazione, vuoto religioso, sensazione di non
essere accettati. La società italiana ha ancora qualche difficoltà a rapportarsi con le seconde generazioni considerandole come
L’assoziazione Gmi sta
rafforzando la sua presenza nelle
scuole, dove promuove il dialogo
interreligioso. Tu stesso te ne sei
occupato finora, andando in oltre
20 classi di istituti professionali.
Che cosa succede durante questi
incontri?
I ragazzi sono molto interessati e curiosi. Io
parlo solo nei primi dieci minuti e poi sono
loro a proseguire. Il mio compito è farli parlare. Pongono quelle domande che non
riescono a fare direttamente ai loro coetanei musulmani, forse perché si vergognano o hanno paura di offenderli: ad esempio
perché le donne girano con il velo, perché
non mangiamo carne di maiale ecc. E anche i ragazzi musulmani fanno fatica a rispondere perché hanno paura di non essere accettati, hanno paura di manifestare la
loro religiosità. Ci sono ragazzi che vorrebbero pregare ma non lo fanno per diversi
motivi, tra cui il timore del giudizio altrui.
Ho notato che da questi incontri i ragazzi
musulmani traggono il coraggio di esprimere la loro religiosità, forse avevano bisogno di una mediazione.
25
PAROLEDIFRANCESCO
L’unità
è superiore
al conflitto
“Di fronte al conflitto, alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come
se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l’orizzonte,
proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l’unità diventa impossibile.
Vi è però un terzo modo, il più adeguato,
di porsi di fronte al conflitto. È accettare di
sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un
nuovo processo. ‘Beati gli operatori di pace ’ (Mt 5,9).
In questo modo, si rende possibile sviluppare una comunione nelle differenze, che
può essere favorita solo da quelle nobili
persone che hanno il coraggio di andare
oltre la superficie conflittuale e considerano gli altri nella loro dignità più profonda.
Per questo è necessario postulare un principio che è indispensabile per costruire
l’amicizia sociale: l’unità è superiore al
conflitto.
La solidarietà, intesa nel suo significato
più profondo e di sfida, diventa così uno
stile di costruzione della storia, un ambito
vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme
unità che genera nuova vita.
Non significa puntare al sincretismo, né
all’assorbimento di uno nell’altro, ma alla
risoluzione su di un piano superiore che
conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto”.
Evangelii Gaudium n.227-228
26
TESTIMONI
Le 4 mila anime
di suor Irene
Suor Irene Stefani, missionaria
della Consolata morta in terra
africana nel 1930 all’età di 39
anni, portata via dalla peste,
verrà proclamata beata il
prossimo 23 maggio in
Kenya, dove si dedicò senza
sosta alla cura, al conforto,
all’istruzione e alla catechesi
(riuscì a convertire e battezzare circa 4 mila persone) della popolazione. Per la sua
bontà
veniva
chiamata
Nyaatha, madre della grande
misericordia.
Durante la prima guerra mondiale
trascorse anche alcuni anni in Tanzania, in un ospedale militare dove si prese
cura dei “carriers”, i portatori indigeni sfruttati e maltrattati, vittime di carestie e pestilenze.
È in Tanzania che si svolge un episodio emblematico, testimoniato da suor Cristina Moresco.
Un mattino suor Irene trova un letto vuoto nel capannone militare, prima occupato da Athiambo, un
ragazzo indigeno che lei avrebbe battezzato il giorno dopo. Le dicono che è morto ed è sulla spiaggia,
insieme con altri cadaveri. Corre a cercarlo e al ritorno dice a suor Cristina che l’ha trovato e respira ancora, lo ha battezzato, bisogna andare a prenderlo.
La consorella le chiede come abbia fatto a trovare
Athiambo e lei risponde:
“C’era il mucchio dei cadaveri.
Ho guardato tutt’intorno, non l’ho visto, m’è venuta
l’ispirazione che fosse sotto gli altri, perché portato
via di notte. Allora comincio a togliere un cadavere,
poi un altro, fino alla fine e, proprio sotto, sotto, ho
conosciuto quella faccia. Lo sollevo e sento un respiro. Il mio cuore trasalì di gioia e lo battezzai”.
Allora suor Cristina, che ben conosceva la sua ripugnanza per i cadaveri, le chiese: “Ma non sentivi ribrezzo al tocco di tanti cadaveri?”. “Veramente, sì –
rispose suor Irene – ma non pensavo che all’anima”.
27
ITINERARIQUARESIMALI
Giovani
Riallaccia
una relazione
interrotta
Famiglia e adulti
Preghiamo
per la pace
In questo tempo di quaresima sigilla il
tuo impegno di conversione
riallacciando una relazione che si è
interrotta, un contatto che si è perso: una
telefonata, una lettera, un incontro con
qualcuno con cui abbiamo interrotto i
rapporti. La modalità sarà adeguata alla
persona che desideriamo nuovamente
incontrare.
Papa Francesco ha pregato così alla
Moschea Blu: “Quando sono andato in
moschea non potevo dire ‘adesso sono
un turista’, sono un religioso e ho visto
quella meraviglia, il Muftì che mi
spiegava le cose con tanta mitezza, dove
nel corano si parlava di Maria e del
Battista, e in quel momento ho sentito il
bisogno di pregare: per la Turchia, per il
Muftì, per me che ne ho bisogno,
soprattutto per la pace. Signore,
finiamola con le guerre”.
Preghiera per malati e anziani
O Cristo, medico dei corpi e delle anime,
veglia sul nostro fratello infermo e sofferente;
e, come il buon samaritano, versa sulle sue ferite
l'olio della consolazione e il vino della speranza.
Con grazia sanante del tuo Spirito
illumina la difficile esperienza della malattia e del dolore,
perché sollevato nel corpo e nell'anima
si unisca a tutti noi nel rendimento di grazie
al Padre delle misericordie.
Tu vivi e regni nei secoli dei secoli.
Amen
28
Terza settimana di quaresima
8-14 marzo
L’amore anticipa l’altro
“
Egli conosceva quello che c’è
in ogni uomo Gv3,25
”
29
COMMENTOALLAPAROLADIDIO
Amare è…
rivelare
all’altro
la sua bellezza
Preghiera
dei fedeli
Preghiamo per questa nostra umanità,
le immense risorse della terra
e dell’ingegno umano
non siano disperse negli sprechi
e nelle armi di distruzione e morte,
ma utilizzate per sollevare le moltitudini
che gemono nella miseria e nella fame.
Preghiamo.
(a cura dell’Ufficio liturgico)
“Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo” (Gv 2,35). Questa significativa annotazione dell'evangelista Giovanni è un invito pungente a fermarci, in questo tempo
di quaresima, per prendere coscienza di ciò
che c'è nel nostro cuore, di come lo vediamo noi ma, soprattutto, di come lo vede Dio.
In queste settimane di grazia e di più intensa
conversione chiediamo, innanzitutto, la luce dello Spirito per poter far verità su quello
che c'è in noi, nel confronto con la Parola di
Dio. Questo deve avvenire nella contrizione
del cuore, ma anche nella massima fiducia
nella misericordia: lo sguardo di Dio è verità
e misericordia. Se Egli ci svela le profondità
del nostro cuore per purificarle - come nel
segno del tempio di Gerusalemme -, non è
per abbandonarci al nostro rimorso o al nostro peccato, ma per trasformarci in tempio
della sua gloria, per trasformarci con la grazia del suo perdono.
In questo incontro fiorisce dunque la gioia:
se la quaresima si qualifica come tempo di
deserto, è altrettanto vero che è presagio di
primavera dello spirito, di fioritura interiore,
di rinascita spirituale.
“Egli conosce quello che c’è nell’uomo”: in
noi non troviamo solo il peccato – che attira
la sua misericordia -, ma anche la ricchezza
dei doni dello Spirito, talenti e germogli di
vita da custodire e alimentare, nel segno
dell’”amore più grande”. Siamo chiamati a
riscoprire la bellezza interiore che il Signore
ci ha donato, da purificare, certo, ma anche
da sviluppare, da valorizzare, da offrire per
il bene della Chiesa e di ogni uomo.
Solo così diventeremo capaci di guardare
anche noi al volto dell'altro, scoprendo cosa
c'è in lui: la bellezza dell'amore di Dio che lo
ha voluto, creato e redento. Come ricorda
Jean Vanier, “amare qualcuno è rivelare
all’altro la sua bellezza”.
(a cura dell'Ufficio giovani)
30
RACCONTIMISSIONARI
Bucuria adesso va a scuola
Abbiamo incontrato Bucuria, una ragazza che ha 11 anni, bellissima, ma
non sa né leggere né scrivere, la sua famiglia è molto povera e lei
spesso va nei campi ad accudire il bestiame; non ha tempo per studiare
e nessuno che l’aiuti.
Siamo andate a casa sua e l’abbiamo invitata a partecipare al nostro
doposcuola dove ha la possibilità di imparare ed essere aiutata negli
studi. È venuta, all’inizio non osava parlare, si vergognava della sua
situazione, ma poi con l’aiuto della suora è riuscita a sbloccarsi.
Bucuria è stata seguita personalmente ed ha imparato le prime nozioni
scolastiche, così piano piano e che con un po’ di fatica riesce a
leggere e a scrivere sviluppando le sue capacità intellettive, morali,
umane e religiose.
Ora Bucuria è più serena, socievole, sorridente, gioca con gli altri ed è
molto felice perché si sente come tutti ed esprime molto interesse per
l’apprendimento scolastico. Ringraziamo Dio che ogni giorno compie
delle meraviglie per le sue creature.
Suor Clemens
Chiavassa
Suore della Sacra Famiglia
di Savigliano in Albania
31
L’AMOREANTICIPAL’ALTRO
La pedagogia
della presenza
Il salesiano don Domenico Ricca
è da 35 anni cappellano del
carcere minorile “Ferrante
Aporti” di Torino. Una riflessione
sul difficile rapporto tra adulti e
ragazzi, sull’importanza di
“esserci”, condividere, aiutare a
seminare il percorso di
esperienze positive.
a cura di Patrizia Spagnolo
Don Domenico,
chi sono i ”suoi” ragazzi?
Sono ragazzi del nostro tempo, tra loro e
quelli “fuori” non ci sono grosse differenze se non nelle condizioni di partenza: famigliari, di status, di cittadinanza… Gli
stranieri, per esempio, hanno meno opportunità e risorse, trattandosi prevalentemente di minori non accompagnati.
32
Sono ragazzi della quotidianità, che non
hanno piena coscienza di ciò che gli è capitato. Del carcere vedono l’aspetto della privazione della libertà, vivono il presente e
non pensano a quello che hanno fatto ieri,
non ci riflettono. Tutti gli adolescenti sono
concentrati sui bisogni primari, che devono soddisfare nell’immediato. Un esempio è quello della scolaresca che visita gli
scavi di Pompei e la prima domanda che i
ragazzi pongono è: “Ma qui c’è campo?”.
Noi adulti non dobbiamo fermarci alla prima impressione ma ragionare e cercare il
dialogo, perché quando si riesce a dialogare con loro ti accorgi che sono diversi,
più coscienti e consapevoli, in grado di capire. Teniamo presente le loro difficoltà, a
partire dal difficilissimo rapporto che gli
adolescenti hanno con il loro corpo in crescita, che non sanno gestire.
Ecco, dalla sua lunga esperienza
con i ragazzi - in oratorio, come
professore delle medie e come
cappellano al Ferrante Aporti –
quali insegnamenti ha tratto nel
rapporto tra adulti e adolescenti?
Se i ragazzi sanno che tu ci sei e interagisci
con loro (anche su Facebook o rispondendo ai loro sms), si sentono accolti. Noi
adulti non dobbiamo avere fretta: la pa-
zienza è fondamentale, perché i loro tempi
sono diversi. Per stare con i ragazzi dobbiamo essere disposti a “perdere” tempo,
e in questa perdita di tempo non dobbiamo perdere i collegamenti, la nostra capacità di essere coerenti e credibili, perché
loro ti vivisezionano. La presenza, “esserci”, ha un forte valore pedagogico ed educativo, significa non ritirarsi, ma stare con
loro nei diversi momenti, anche quando ci
sembra, appunto, di perdere tempo.
Si parla molto di disagio dei ragazzi, ma il
vero disagio è quello degli adulti: non sappiamo reagire, ci facciamo dominare
dall’ansia di prestazione, quando invece
dovremmo essere più sicuri di noi stessi.
Si parla anche molto della
necessità di non negare ai
ragazzi la speranza…
Questo è un problema nostro. Certamente
i ragazzi hanno delle paure, ma sono più fiduciosi nel domani di quanto lo siamo noi,
perché sono più incoscienti, non hanno le
nostre preoccupazioni. Ed è giusto che sia
così. Quando parliamo dei ragazzi, sottolineiamo sempre gli elementi negativi, vediamo tutto nero. Perché invece non ci
sforziamo di trovare il positivo? Don Bosco
diceva che in ogni giovane, anche il più discolo, c’è un punto su cui fare leva. Ed è verissimo. Il problema è che spesso noi adulti
non riusciamo a trovare quel punto.
Presenza, ascolto, affetto,
comprensione: i ragazzi dei
carceri minorili ne hanno
bisogno più che mai per essere
“riabilitati”.
Non mi piace la parola “riabilitazione”,
preferisco “reinserimento”. Questi ragazzi
non sono malati. Il reato più frequente che
commettono è quello contro il patrimonio,
piccoli furti, oppure – nel caso soprattutto
degli stranieri – spaccio di sostanze illecite.
Un fenomeno nuovo è che molti ragazzi arrivano “schizzati”, sdoppiati, devastati a li-
vello psicologico dall’uso di sostanze pesanti che prima non esistevano.
Sono adolescenti, spesso non hanno coscienza di dove stanno andando. Investire
su di loro significa fargli capire che sono
bravi ragazzi, che possono fare bene. Perché hanno bisogno di sperimentare momenti positivi, di fare cose che vengono
bene, di condurre vite normali in cui ci si
alza al mattino per andare a scuola o a lavorare, si svolgono attività sociali, sportive, culturali. Attraverso queste attività a
volte scopriamo dei talenti (nella musica,
nel teatro, nello sport…).
Non li si educa con le buone parole, ma aiutandoli a seminare il loro percorso di esperienze positive. I primi denigratori dei ragazzi sono essi stessi: per loro ritagliarsi un
ruolo negativo è più facile, si sentono autorizzati a rinunciare, a dire: “Tanto per me è
finita”. Molto più faticoso, invece, costruire
e mantenere un’immagine positiva di sé.
Cinque anni fa, quando il
carcere è stato ristrutturato, lei
ha chiesto che venisse costruita
una cappella…
Trent’anni fa non avrei mai detto che oggi saremmo arrivati ad avere anche una cappella
(in cui a domeniche alterne si celebra la messa con la presenza di giovani volontari di alcune parrocchie), né che avrei battezzato e
cresimato alcuni di questi ragazzi e anche alcuni agenti della Polizia Penitenziaria.
Quando sono arrivato al Ferrante Aporti,
nel ’79, ho puntato prima di tutto sull’aspetto educativo: fare con loro, stare con
loro, come in oratorio. Non volevo, come
prete, essere strumentalizzato dai ragazzi
mettendomi dalla loro parte alla prima
confessione. La scoperta della fede richiede tempi lunghi, non bisogna spingere né
avere fretta.
All’inizio, per me era importante innanzi
tutto costruire un ambiente più umano, vivibile, dove venissero garantiti i diritti. Diritti sui quali ho vigilato, arrivando anche
a scontrarmi.
33
PAROLEDIFRANCESCO
L’arte di accompagnare
“In una civiltà paradossalmente ferita
dall’anonimato e, al tempo stesso, ossessionata per i dettagli della vita degli altri,
spudoratamente malata di curiosità morbosa, la Chiesa ha bisogno di uno sguardo
di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti all’altro tutte le
volte che sia necessario.
In questo mondo i ministri ordinati e gli altri operatori pastorali possono rendere
presente la fragranza della presenza vicina di Gesù ed il suo sguardo personale. La
Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa ‘arte
dell’accompagnamento’, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti
alla terra sacra dell’altro (cfr Es 3,5).
Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo
salutare della prossimità, con uno sguardo
rispettoso e pieno di compassione ma che
nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana”.
Evangelii Gaudium n.169
34
TESTIMONI
Don Bosco:
così nacque l’oratorio
Un giorno del 1841 Don Bosco si recò in visita
insieme con don Giuseppe Cafasso alle prigioni di Torino in via San Domenico. “Vedere un numero grande di giovanetti,
dai 12 ai 18 anni, tutti sani, robusti,
d'ingegno sveglio, vederli là inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentare di pane spirituale e materiale, fu cosa che mi fece orrore”,
scrisse in seguito.
Capì che erano finiti in prigione
“perché sono abbandonati a se
stessi”. “Questi ragazzi – diceva
- dovrebbero trovare fuori un
amico che si prenda cura di loro,
che li assista, li istruisca, li conduca in chiesa nei giorni festivi. Allora
non tornerebbero in prigione'. Così
fece di tutto per “impedire ad ogni costo che ragazzi così giovani finiscano là
dentro”. E nacque l’oratorio.
Dalle ”Memorie dell’Oratorio” di San Giovanni
Bosco:
“Durante quel primo inverno cercai di consolidare il
piccolo Oratorio. Il mio scopo era di raccogliere soltanto i ragazzi più esposti al pericolo di rovinarsi,
specialmente quelli usciti dalle carceri. Tuttavia, per
avere una base di ordine e di bontà, invitai all’Oratorio anche altri ragazzi istruiti e di buona condotta.
Questi mi davano una mano nel conservare un po’
di ordine, e mi aiutavano a far lettura e a eseguire
canti sacri. Mi accorsi fin dall’inizio, infatti, che senza
canti e senza libri di lettura divertente, le nostre riunioni festive sarebbero state un corpo senz’anima.
La festa la passavo in mezzo ai miei giovani. Durante
la settimana andavo a
visitarli sul luogo del loro lavoro, nelle officine, nelle fabbriche. Questi incontri procuravano grande gioia ai miei ragazzi, che vedevano
un amico prendersi cura di loro. Facevano piacere
anche ai padroni, che prendevano volentieri alle loro
dipendenze giovani assistiti lungo la settimana e nei
giorni festivi.
Ogni sabato tornavo nelle prigioni con la borsa piena
di frutti, pagnotte, tabacco. Il mio scopo era di mantenere i contatti con i ragazzi che per disgrazia erano
finiti là dentro, aiutarli, farmeli amici, e invitarli all’Oratorio appena fossero usciti da quel luogo triste”.
35
ITINERARIQUARESIMALI
Giovani
I segni di
speranza
ci sono:
scoprili!
Famiglia e adulti
Cresciamo
in umanità
In questa settimana impegnati a rilevare,
raccogliere e diffondere, condividendoli,
i segni di speranza e di bene che
affiorano nel nostro quotidiano. Non si
tratta di ingenuo ottimismo ma di uno
sguardo purificato dalla grazia che sa
scorgere i germogli del Regno di Dio
operanti intorno a noi.
Papa Francesco ha detto ai fidanzati: “Il
matrimonio è anche un lavoro di tutti i
giorni, potrei dire un lavoro di oreficeria,
perché il marito ha il compito di fare più
donna la moglie e la moglie ha il
compito di fare più uomo il marito.
Crescere anche in umanità, come uomo
e come donna. E questo si fa tra voi”.
Preghiera per malati e anziani
Maria, madre di misericordia,
donna che sotto la croce hai visto riconfermato il tuo dono di amore,
ascolta la nostra invocazione.
Tu conosci la sofferenza di tante persone,
hai condiviso il dolore di uomini e donne
anche per il compito che Gesù ti ha affidato dalla Croce.
Invoca lo Spirito su quanti sentono il peso della malattia
o vivono un periodo della vita in cui sperimentano
i limiti e le fragilità della nostra condizione umana.
Donaci lo Spirito perché sappiamo valorizzare ogni persona,
fino al termine dei suoi giorni, con rispetto e dignità.
Amen
36
Quarta settimana di quaresima
15-21 marzo
Amare fino a spogliarsi di sé
“
Dio ha tanto amato il mondo
da dare il Figlio unigenito,
perché chiunque crede in Lui
non vada perduto,
ma abbia la vita eterna Gv3,16
”
37
COMMENTOALLAPAROLADIDIO
Ognuno
è prezioso
Preghiera
dei fedeli
Preghiamo per la pace tra i popoli
che ancora sono prigionieri
dell’odio e della guerra.
Si dirigano i passi dei potenti
e dei responsabili delle nazioni
sulla via della riconciliazione
e della pace.
Preghiamo.
(a cura dell’Ufficio liturgico)
“Tu si che vali!” è il titolo di un talent show
che da qualche tempo colora i nostri schermi TV. Più in profondità, è un modo di ritradurre la buona notizia di questa manciata di
sillabe di Vangelo. Anzi, di tutto il Vangelo:
del dono di Dio e di ogni cammino di fede.
Qui può trovare senso il vagare dei nostri
passi, luce il nostro buio, acqua il nostro
deserto, sostegno la nostra fatica.
Arriva, solida come una roccia e delicata
come una carezza questa parola di fiato e
di carne che l’Emmanuele, il Dio con noi
sempre, ci ripete. Una certezza che resta
sicura mentre tutto cambia, proprio come
la croce issata tra cielo e terra, manifesto
dell’infinito amore di Dio per ciascuno di
noi. Perché è nella Pasqua che questa parola si realizza.
Dio ha una considerazione talmente alta di
noi, ci stima al punto tale da dare il suo Figlio. La stima è, anche nella lingua corrente,
il prezzo, il valore che riconosciamo a qualcuno, a qualcosa. In questo senso potremmo riesprimere cosi questo versetto di Giovanni: ciascuno di noi, per Dio, ha un valore
così alto che Lui è disposto a pagare qualunque prezzo pur di non perderci. Siamo preziosi ai suoi occhi. Lui tiene alla nostra vita.
Al punto da essere pronto a donare la Vita
del Figlio… perché siamo suoi figli.
Non è una promessa da marinaio.
Sulla croce quelle parole si fissano come
chiodi in un abbraccio aperto per sempre
sul mondo: “ti amo da morire”. Alla lettera.
Credere, allora, è riconoscere che la grandezza di questo amore gratuito e dato in
anticipo, senza condizione e che costa il
sacrificio di Dio, ci riguarda. È per noi.
A noi spetta solo di lasciarsi amare così,
per ricevere il dono della vita di Dio, della
Vita che è Dio. Che dura per sempre perché Dio è eterno.
(a cura dell'Ufficio catechistico)
38
RACCONTIMISSIONARI
René e Léontine,
fino alla fine
Come si usa nelle etnie africane, i giovani si sposano dopo qualche
anno di convivenza: entrambi devono dar prova alle rispettive
famiglie d’essere persone mature. La donna, in particolare, può
essere ripudiata se non dimostra di saper affrontare le difficoltà e
la vita nuova nell’ambiente del futuro sposo.
Così era avvenuto per Réné e Léontine. Dopo qualche tempo di vita
tranquilla, senza screzi, un malessere fisico comincia a farsi sentire
in Léontine. Le cure tradizionali non servono. La famiglia di lui
insiste perché Réné rinvii Léontine alla famiglia d’origine: con
questo persistente disagio fisico non può diventare madre, non potrà
accudire alle incombenze normali, non potrà essere utile.
Ma Réné è un ragazzo tutto d’un pezzo: non capisce perché dovrebbe
dare un così grande e ulteriore dolore a Léontine. Un giorno, con
una vettura di passaggio, decide di lasciare la sua famiglia e di
venire in città: un amico gli offre provvisoria accoglienza. Lui
lavorerà, troverà un medico, delle medicine, farà di tutto tranne che
ripudiare Léontine. Sa che a queste condizioni non potrà contare
sulla sua famiglia di origine o tornare al villaggio, mai più.
Le prime cure sembrano dare qualche speranza. Léontine riesce ora a
camminare. La gioia dura qualche settimana, poi il declino. Deve
essere ricoverata in ospedale, i giorni sono contati. La suora che
conosce entrambi propone di realizzare il loro sogno, di confermare
con il matrimonio l’alleanza di amore che già hanno vissuto.
Léontine sembra rivivere per un attimo, la gioia le illumina volto e
sguardo. Non di meno Réné è commosso, felice.
L’indomani Réné porta un bianco abito da sposa per Léontine e il
letto d’ospedale diviene un piccolo altare dove si celebra un
matrimonio di vero amore. Quell’anello Léontine lo porterà dritto
dritto in Paradiso, per mostrarlo a Dio, in piena felicità.
Suore Missionarie
Immacolata Regina della Pace
Bobo-Dioulasso (Burkina Faso)
39
AMAREFINOASPOGLIARSIDISÉ
Come
un bambino…
Amare fino a spogliarsi di sé
significa, per un missionario,
inculturarsi, superare resistenze
per aprirsi a mondi
completamente diversi. Ma a
padre Antonio Bonanomi,
missionario della Consolata in
Colombia dal 1978 fino a pochi
mesi fa, non piace la parola
“inculturazione”, preferisce
parlare di cultura dell’incontro e
del dialogo.
a cura di Patrizia Spagnolo
Lei è stato in Colombia per ben
36 anni…
Sono stato in spazi culturali diversi: per 5
anni tra i campesinos, i contadini, poi per
12 anni in città, nei quartieri popolari di
Bogotà. In seguito ho trascorso 19 anni
con il popolo indio Nasa, nella parte sudoccidentale del Paese. La Colombia è stata
la mia prima missione, ma quando sono
partito non ero solo, eravamo in 5, ho
sempre lavorato in équipe.
Volevamo fare una missione nuova alla lu40
ce del Concilio Vaticano II. Eravamo curiosi di conoscere, scoprire i semi della Parola di Dio sparsi nelle altre culture, curiosi
come Paolo VI, che era attento e voleva sapere. L’esperienza del Concilio ci indicava
dunque il cammino: volevamo essere servitori della missione e non padroni; il servizio è sempre stata una dimensione molto forte nella nostra équipe.
Quali difficoltà ha incontrato?
Tra i contadini nessuna. Con loro mi sono
sentito a casa perché sono nato in campagna, i valori contadini sono uguali ovunque: solidarietà, senso della comunità, attenzione, non esclusione… Ma quando
sono andato nei quartieri popolari di Bogotà ho avuto delle sorprese. Le città latino americane sono, più di altre, un insieme di culture per la loro crescita smisurata. Ho conosciuto la miseria, la violenza.
Ero smarrito, non sapevo cosa fare, era
difficile costruire un progetto comunitario
anche perché quei quartieri erano dormitori, la gente viveva, lavorava altrove.
Fortunatamente non ero solo. L’équipe è
fondamentale, è il primo spazio dove si vive il dialogo, e la cultura del dialogo è tipicamente latino-americana, dove l’incontro
è la dimensione essenziale della vita. Così,
nell’équipe missionaria ci siamo scambiati
pareri, paure, incertezze. Volevamo creare
una comunità e abbiamo cominciato dedicandoci molto alla formazione di persone
che diventassero animatori urbani.
E la sua esperienza tra gli
indigeni?
Nel Nord del Cauca i missionari della Consolata hanno raccolto l’eredità di padre Alvaro Ulcué Chocué, sacerdote indio Nasa
assassinato nel 1984 per il suo impegno
evangelico al servizio della sua gente.
Quando sono arrivato, nel 1988, ho incontrato un popolo vivo con una storia di resistenza, un’identità culturale, un progetto
di vita.
Ho avuto subito la sensazione di essere
entrato in un altro mondo: un’altra lingua,
un altro modo di pensare e di relazionarsi… Mi sono sentito come un bambino.
Quando mi sono presentato alla comunità
ho detto loro che se mi avessero educato
bene avrei fatto del bene.
Mi accompagnavano ovunque, mi facevano notare i miei errori, mi dicevano che
avevo troppa fretta, mi chiamavano “padre rapido”. Decisioni che io avrei preso in
un minuto, loro le prendevano in 6 mesi
perché tutta la comunità doveva essere
d’accordo.
Quali insegnamenti ha tratto
dagli indios?
La cultura indigena è affascinante, ho dedicato metà del mio tempo a studiarla. È una
cultura che ha valori alternativi rispetto a
quella dominante. Nel nostro mondo tutti
si sentono padroni, mentre loro sostengono che nessuno lo è. Nella nostra cultura
tutti pensano a “salire”, compresa la Chiesa, mentre lì considerano l’autorità un servizio. Ho conosciuto cabildos (le autoritá locali) che hanno dato la vita per la loro gente.
Ecco, dagli indios ho imparato che devo
servire e non comandare, perché lì l’autorità comanda obbedendo alla comunità.
Ho imparato il rispetto della natura, non
come fatto ambientale ma spirituale: la
natura è abitata da Dio e rispettarla significa rispettare Dio. Ho imparato a custodire il creato. Gli indios, prima di tagliare un
albero fanno un piccolo sacrificio allo spirito dell’albero, così fanno anche quando
uccidono un pollo. A me questo ha incantato, ho capito il Vangelo.
E lei cosa ha insegnato agli
indios?
A partire dalla mia esperienza cristiana, ho
insegnato loro la solidarietà, la gratuità.
Nella loro tradizione etica hanno il valore
della reciprocità: danno perché hanno avuto o per avere, chi rimane indietro non ha
diritti. I vecchi, ad esempio, si lasciano morire di fame perché non possono più lavorare. Se un bimbo nasce disabile lo ammazzano per pietà, perché nessuno si sarebbe
fatto carico di lui. Per un povero è impossibile far crescere un bambino ammalato.
Abbiamo insegnato anche a perdonare.
Nella cultura indigena è eticamente obbligatorio vendicarsi, così ci sono persone
che hanno vissuto anni d’inferno con l’odio nel cuore. Il perdono è un’esperienza
che va costruita.
Abbiamo praticato e insegnato il dialogo
inter-culturale e inter-religioso, promuovendo il rafforzamento dell’identità, specialmente etica e spirituale, e insieme l’apertura all’incontro e al dialogo con altri
spazi sociali e culturali per costruire insieme un altro mondo.
Alla luce della sua esperienza,
quali sono dunque secondo lei
le “regole” dell’inculturazione?
Sono essenzialmente le regole dell’incarnazione e della missione secondo lo stile
di Gesù:
- porsi su un piano di uguaglianza con l’altro e non di superiorità
- passare da una spiritualità di conquista a
una spiritualità di incontro e di dialogo
- sentirsi piccoli, poveri, bambini e crescere con loro
- sentirsi in cammino, non padroni ma alla
ricerca umile e comunitaria della verità.
41
PAROLEDIFRANCESCO
“Sogno
una Chiesa
in uscita”
“Sogno una scelta missionaria capace di
trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e
ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del
mondo attuale, più che per l’autopreservazione.
La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo
in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più
espansiva e aperta, che ponga gli agenti
pastorali in costante atteggiamento di
“uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua
amicizia.
Come diceva Giovanni Paolo II ai Vescovi
dell’Oceania, “ogni rinnovamento nella
Chiesa deve avere la missione come suo
scopo per non cadere preda di una specie
d’introversione ecclesiale”.
Evangelii Gaudium n.27
42
TESTIMONI
I grandi orizzonti
di madre Enrichetta
Nata a Carmagnola nel 1829, Maria Enrica Dominici all’età di 21
anni entra nell’Istituto delle
Suore di Sant’Anna consacrando la propria vita a Dio,
spinta dal “desiderio crescente di farsi buona e di servire di vero cuore il Signore”.
A soli 32 anni viene eletta Superiora generale della Congregazione, fondata nel 1834
a Torino su iniziativa dei Marchesi di Barolo con lo scopo di
offrire un’adeguata educazione
alle ragazze di famiglie meno abbienti. Muore nel 1894, nel 1978
Paolo VI la proclama beata.
Sotto la guida di madre Enrichetta, la famiglia religiosa delle Suore di Sant’Anna
cresce e allarga gli orizzonti alla missione ad
gentes, in dialogo con le diverse culture e spinta dalla passione educativa evangelizzatrice delle giovani
generazioni. Nel 1871, le prime missionarie approdano in India.
Dai suoi scritti:
“Quale consolazione si prova a sentire [in India] recitare le preghiere del cristiano con tanta devozione! Quello è proprio il luogo delle mie più care compiacenze! [ma] ...al vedere la miseria spirituale e
temporale di questi nativi, oh come fa apprezzare
di più
la grazia
di essere nati in
Paesi e da genitori cattolici. Quanto fa pena vedere
tanta miseria senza poterla soccorrere...
… Buon Dio, che siete la Bontà in essenza, perché
non vi fate conoscere da tutte le creature per quello
che siete? E chi conoscendovi potrebbe non amarvi, non cercare di farvi anche amare da quante più
persone si può? … Io vorrei andare in ogni parte del
mondo e far sì che tutti gli uomini conoscessero che
cosa è in realtà il dono della fede e quali beni ne derivano…”
43
ITINERARIQUARESIMALI
Giovani
Superiamo
malintesi
e chiusure
Famiglia e adulti
Reti di amore
gratuito
Rifletti in quali situazioni segnate da
equivoci, fraintendimenti o preconcetti ti
sei trovato/a di recente. Prendi
l'iniziativa per fare chiarezza, attivati per
risolvere, per quanto possibile, malintesi
e chiusure.
Ina Siviglia, madre adottiva di quattro
ragazzi rumeni: “Si arriva all’amore
puro, senza attese, gratuito, totale,
pronto a morire”. La comunità si
impegni a costruire reti familiari
disponibili a dare una mano, un tempo…
Preghiera per malati e anziani
Signore, tu ti prendi cura degli uccelli del cielo e dei gigli del campo:
orientami a prendermi cura del mio corpo indebolito,
della mia mente turbata,
del mio spirito inaridito.
Guidami a vivere bene il dono del tempo che mi dai:
fa’ che non rimanga prigioniero del passato
e viva di nostalgie e di rimpianti,
né che mi angusti pensando al futuro
e a ciò che può accadere a me e alle persone care.
Il tempo passato è stato mio, ora appartiene alla tua misericordia.
Il futuro non è una garanzia, ma un dono
plasmato dal mio modo di vivere il presente.
Guida i miei pensieri, orienta i miei sentimenti, ispira i miei gesti e le mie azioni
Perché la mia vita quotidiana possa essere
un inno di lode a te, datore di ogni bene.
Padre Arnaldo Pangrazzi M.I.
44
Quinta settimana di Quaresima
22-28 marzo
Amare fino a dare la vita
“
Se il chicco di grano,
caduto in terra, non muore,
rimane solo,
se invece muore
produce molto frutto Gv12,24
”
45
COMMENTOALLAPAROLADIDIO
Non sei
solo
Preghiera
dei fedeli
Preghiamo per quanti hanno dato
la vita a causa del Vangelo,
il sangue dei martiri fecondi la terra,
e faccia germogliare frutti di pace,
di speranza
Preghiamo.
(a cura dell’Ufficio liturgico)
La parabola del chicco di grano che Gesù
ci dona chiama ad operare anche in noi la
“kenosis”, cioè lo svuotamento, per risorgere. Ognuno di noi sperimenta la vocazione e la sorte del chicco di grano: tutti
chiamati, per la nostra creaturalità, senza
differenze e eccezioni, speriamo con fede, a sperimentare nella vita la sorte del
chicco.
Gesù non nasconde le difficoltà della sua
missione: ne coglie la grande sofferenza,
ma poi si abbandona al Padre. Come il
chicco di grano Gesù opera in croce la sua
“kenosis” e grida: ”Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”(MC. 13,34). La
sua è una spoliazione totale: è spogliato
delle sue vesti, si sente abbandonato dai
suoi, ha perso anche i suoi connotati fisici;
si spoglia anche del legame con sua madre, donandola a tutti noi; anche la sua divinità, ora che è in croce, è offuscata, la
sua bellezza è sfigurata.
Gesù si sente abbandonato dal Padre e
sperimenta in quegli istanti la notte oscura dello spirito. Gesù è caduto nell’abisso
assoluto, e lì solo e abbandonato, prova
l’esperienza di essere senza Dio.
Ma da quell’abisso ci ha donato amore alla massima potenza e in quell’istante ogni
uomo sulla terra associa a lui, anche inconsapevolmente, il suo grido di dolore e
senso dell’abbandono.
La morte e la risurrezione aprono al credente l’amore infinito di Dio Trinità, perché come il chicco di grano dona una vita
nuova, così Gesù ci introduce alla festa nuziale del banchetto celeste.
Con il grido di Gesù sulla croce anche nel
seno della Trinità qualcosa è cambiato.
(a cura dell'Ufficio per la pastorale della salute)
46
RACCONTIMISSIONARI
I fiori di don Luciano
Vogliamo dedicare questa pagina a un nostro fidei donum, don Luciano Gariglio, partito per il
Brasile nel 1968 e lì morto annegato nel 1970, all’età di 33 anni, durante una giornata al mare
con un centinaio di bambini, le catechiste e le suore della sua parrocchia. Era partito con
tutto il suo entusiasmo e con tutta la sua voglia di essere apostolo, per amore di Cristo: “Ho
scelto te, il tuo amore assoluto ed incondizionato. Mi hai voluto in Brasile? Eccomi.”
L’impatto non è stato facile. Don Luciano racconta:
In questo tempo sono cadute tante illusioni, prima tra tutte quella
che questa gente aspettasse il Padre a braccia aperte e ricevesse in
ginocchio la sua benedizione. Macché, anche qui c’è indifferenza e
menefreghismo, il tutto maggiorato da una grande ignoranza non
solo in fatto di religione. La prova di questo, quasi come un segno,
mi è venuta dal primo battesimo che ho amministrato. Un bimbetto,
José Nazareno, gridava come un matto, cercavo di fare le cose con
delicatezza per non indispettirlo di più e lui, mentre gli verso
l’acqua, fa la pipì e mi riempie una scarpa.
Grazie al cielo ho immediatamente capito che insomma se cercavo
di lavorare solo per la mia soddisfazione personale avrei concluso
ben poco. Perciò ho cercato di pregare un po’ di più, ho cercato di
voler bene a questi brasiliani, ma solo per amore di Gesù, se non
volevo correre il rischio non solo di finire con le scarpe, ma anche
con il cuore pieno di… cose inutili.
Eppure, in tutte le testimonianze
che lo riguardano emerge come le
sue qualità umane e spirituali
siano rimaste impresse negli animi
della gente, al di là di “quel poco
di bene” che riusciva a fare, come
don Luciano diceva. Sono passati
più di trent’anni dalla sua morte,
ma ancora oggi la sua tomba è
luogo dove ogni giorno qualcuno
prega e deposita fiori freschi, di
campo, quelli che don Luciano
preferiva.
47
AMAREFINOADARELAVITA
Ti dono
la mia
sofferenza
L’amore autentico, gratuito,
incondizionato, fatto di
dedizione, sacrificio, servizio
senza risparmio di energie è
un’esperienza che può essere
vissuta nella quotidianità,
nell’ordinarietà di una vita dove
anche il martirio del proprio
dolore può essere risorsa, dono
per gli altri, offerta a Dio.
di Patrizia Spagnolo
Il Centro Volontari della Sofferenza, fondato a Roma nel 1947 da don Luigi Novarese - definito da san Giovanni Paolo II
“l'apostolo dei malati” –, è oggi diffuso in
tutto il mondo; in Italia sono 72 le diocesi
che ospitano una sede dell’associazione.
Si deve a mons. Novarese, proclamato
beato l’11 maggio 2013, il merito di aver rivoluzionato la pastorale della salute rendendo gli ammalati e le persone disabili
protagonisti, insegnando loro a pensare
in modo diverso a se stessi e alla malattia,
dimostrando che lo spirito può diventare
risorsa per il corpo.
I volontari dell’associazione (circa un centinaio quelli a Torino, per informazioni tel.
011/2487056 o 3357376671) sono persone
sia malate che sane, unite da un rapporto
di amicizia; è lo stesso malato, aiutato da
persone sane, a farsi “apostolo” verso altri malati, uscendo dall’isolamento e seguendo un percorso di autonomia che lo
porterà ad essere risorsa per sé e per gli altri, ad attivare le proprie capacità, ad
esplorare la propria spiritualità e a metter48
le le ali anche se la malattia o una disabilità
inchioda il corpo a un letto o a una carrozzella. Perché l’attività spirituale, diceva
don Luigi, allarga gli orizzonti, moltiplica
le possibilità, fa diventare forti e potenti,
costruttivi e invincibili.
Si può vivere l'esperienza della sofferenza
senza lasciarsi trascinare dallo scoraggiamento, dalla delusione o dalla diserzione.
Per un credente, si tratta di prendere coscienza – ed è questa la missione dell’associazione – “del valore di salvezza che
può esserci nel dolore dell'uomo quando
lo si vive non come un limite ma come una
risorsa per il bene”.
Marika e Maria Teresa
Grazie a Giovannina Vescio, coordinatrice
regionale del Centro Volontari della Sofferenza, abbiamo incontrato due anziane signore volontarie dell’associazione: Marika
e Maria Teresa. Marika è una persona non
malata, si è sempre occupata del prossimo,
compresi il padre e un marito che dopo 20
anni di malattia è morto sprofondandola
nella disperazione e nella sensazione di
inutilità. Maria Teresa è nata con una
malformazione congenita alle gambe; ha
subito diversi interventi e, dopo aver faticosamente camminato sulle stampelle, da 30
anni ormai vive su una carrozzella.
Anche se ha vissuto a stretto contatto con la
sofferenza fin da piccola, Maria Teresa è stata fortunata perché negli anni bui e poveri
della guerra, pur essendo disabile, ha avuto
dei genitori che si sono prodigati per lei. “I
vicini di casa avevano addirittura consigliato ai miei genitori di non darmi più da mangiare, di lasciarmi morire…”, racconta.
Quando è arrivata a Torino nel 1962, proveniente dal Veneto, Maria Teresa ha ricevuto dal suo parroco l’incarico di seguire i
ragazzi del catechismo. “Mi sono sentita
utile, accolta – continua – Ho anche insegnato cucito, preparavo i chierichetti per
la messa. Tutto questo mi ha aiutato molto
a superare la mia situazione di grande sofferenza”.
Ascolto e amicizia
Marika è entrata nel CVS dopo la morte di
suo marito, alcuni anni fa: “Ero disperata
e vagavo in cerca di qualcosa che mi facesse sentire utile – ci dice - Qui ho trovato lo
scopo della mia vita. Aiuto le altre persone, sì, ma sono soprattutto loro, i malati,
che aiutano me, perché mi donano molto.
Sono loro che mi aiutano a risollevarmi
quando, ogni tanto, cado…”
Già quando ero piccola e mi preparavo per
la prima comunione – continua Marika -,
sentivo il bisogno di andare verso l’altro.
Tutte le persone fragili mi fanno tenerezza
e le trovo vicine al buon Dio. Dalle persone
che aiuto ricevo un aiuto ancora più grande. Mi stimolano a capire che è l’amore la
cosa più importante. È l’amore che salva”.
Maria Teresa, invece, è volontaria dell’associazione già da 50 anni, quando ha cominciato a far visita ai malati con l’aiuto di persone sane. “Vado da loro a parlare, a portare conforto, a pregare. Ho scoperto quanto
siano importanti l’ascolto e l’amicizia. Uso
molto anche il telefono. Ho scoperto il valore della sofferenza, che ho offerto al Signore
perché non vada sprecata. E cosciente del
fatto che la sofferenza ha valore, persevero,
vado avanti, non mi scoraggio”.
“Sento che non sono sola a soffrire – continua Maria Teresa - e ho capito quanto sono stata fortunata ad aver avuto genitori
che non mi hanno tenuta nascosta. Ho imparato a vivere da sola dopo che sono
sempre dipesa da qualcuno, ho affinato
tutte le strategie per sviluppare la mia au-
tonomia, esco con il mio scooter elettrico,
posso andare in giro e guardare il creato.
L’autonomia è importantissima”.
Signore, sei grande!
Le due signore si raccontano volentieri,
Marika più timida e parca di parole, Maria
Teresa un fiume in piena, spiritosa, sempre
con la battuta pronta. Appaiono serene, si
sentono appagate, ma emerge chiaramente la sofferenza di entrambe, pur avendola
vissuta in situazioni diverse. Sofferenza a
cui sono riuscite a dare senso e valore lungo un percorso in cui la loro forza d’animo
ha avuto bisogno di essere sostenuta.
“Mi sento bene – dice Marika - ringrazio il
Signore per avermi dato tante cose belle.
Quando sono triste guardo queste cose
belle e dico: ‘Signore, sei grande!’. Mi occupo dei fiori, faccio parole crociate, aiuto
le persone, realizzo indumenti con la lana
per i bisognosi. È importante per me fare
qualcosa di manuale”.
E lei, Maria Teresa, come si sente oggi?
“Mi sento come se avessi 60 anni, il mio
spirito è vivo, più di quanto lo fosse 30 anni fa. Quando sono stata in ospedale per
un’operazione al tunnel carpale, ero allegra e trasmettevo anche agli altri la mia allegria. Adesso sono serena, e sono consapevole che questa serenità mi è stata affidata da Dio come un dono, e ogni giorno
prego il Signore di darmi la forza di non
abbattermi, di continuare affinché questa
forza la trasmetta anche alle altre persone
che soffrono”.
49
PAROLEDIFRANCESCO
Ogni persona
merita
affetto
e dedizione
“Per condividere la vita con la gente e donarci generosamente, abbiamo bisogno
di riconoscere anche che ogni persona è
degna della nostra dedizione. Non per il
suo aspetto fisico, per le sue capacità, per
il suo linguaggio, per la sua mentalità o
per le soddisfazioni che ci può offrire, ma
perché è opera di Dio, sua creatura. Egli
l’ha creata a sua immagine, e riflette qualcosa della sua gloria.
Ogni essere umano è oggetto dell’infinita
tenerezza del Signore, ed Egli stesso abita
nella sua vita. Gesù Cristo ha donato il suo
sangue prezioso sulla croce per quella
persona. Al di là di qualsiasi apparenza,
ciascuno è immensamente sacro e merita
il nostro affetto e la nostra dedizione. Perciò, se riesco ad aiutare una sola persona
a vivere meglio, questo è già sufficiente a
giustificare il dono della mia vita. È bello
essere popolo fedele di Dio. E acquistiamo
pienezza quando rompiamo le pareti e il
nostro cuore si riempie di volti e di nomi!”
Evangelii Gaudium n. 274
50
TESTIMONI
È così
“inspiegabile”
morire contenti?
Nato a Cuorgné nel 1903, Callisto
Caravario entro come novizio
nella Famiglia Salesiana all’età
di 15 anni, partì per le missioni
cinesi nel 1924 e fu ordinato
sacerdote nel 1929. Il suo
nome è legato a quello di
mons. Luigi Versiglia, insieme al quale venne ucciso nel
1930 in un bosco sulle rive
del fiume Beijang, vicino alla
città di Shaoguan. Entrambi
sono stati dichiarati martiri nel
1976 da Paolo VI, beatificati nel
1983 e proclamati santi nel 2000
da Giovanni Paolo II.
Il loro martirio si colloca sullo sfondo
delle persecuzioni dei cristiani in Cina. Il
25 febbraio 1930 don Callisto, che aveva
appena 26 anni, stava accompagnando monsignor Versiglia in visita pastorale nella missione del
distretto di Lin Chow, in una zona devastata dalla
guerra civile, assieme a due giovani maestri, le loro
sorelle e una catechista. La loro imbarcazione fu assalita dai pirati, che minacciarono di rapire le donne
se non avessero avuto i soldi richiesti. I due missionari si opposero fermamente e furono selvaggiamente picchiati, legati e trascinati in un bosco vicino
per essere fucilati.
Mons. Versiglia e don Caravario iniziarono a pregare ad alta voce, s'inginocchiarono e assorti nella
preghiera furono uccisi. Circa dieci minuti dopo i
banditi tornarono e raccontarono ai compagni: “Sono cose inspiegabili. Noi abbiamo visto tanta gente morire, e tutti temono la
morte. Questi due invece sono l’opposto, sono
morti contenti e queste ragazze non desiderano altro che morire…”.
Le ragazze, infatti, avevano cercato di uccidersi pur
di non cadere nelle mani dei pirati, che le avrebbero
sicuramente violentate. Dovettero però seguire i loro aggressori sulle montagne e solo dopo cinque
giorni furono liberate dai soldati regolari.
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ITINERARIQUARESIMALI
Giovani
Aiutiamo
chi soffre
Famiglia e adulti
L’amore
tutto sopporta
Tra le situazioni di vita a te vicine o di cui
sei venuto a conoscenza, ci sono
persone che stanno attraversando un
particolare momento esistenziale,
segnato da prove e sofferenze?
Individua e offri un modo concreto di
presenza accanto a una persona
interiormente provata, specialmente se
sta affrontando la croce nella solitudine
o nell'abbandono.
L’inno alla carità della prima lettera ai
Corinti si chiude con “l’amore tutto
sopporta”. È la costanza nella
tribolazione, la forza nel sopportare ogni
avversità senza arrendersi. “L’amore è lo
‘stile’ di Dio e dell’uomo credente, è il
comportamento di chi, rispondendo
all’amore di Dio, imposta la propria vita
come dono di sé a Dio e al prossimo”.
(Benedetto XVI)
Preghiera per malati e anziani
Guarda con bontà,o Signore,
questo nostro fratello
aggravato dal peso dei suoi anni,
confrontalo nel corpo e nell’anima
con la pienezza del tuo santo Spirito,
perché sia sempre saldo nella fede,
sereno nella speranza
e lieto di dare a tutti
testimonianza del tuo amore.
Per Cristo nostro Signore.
Amen
52
Settimana Santa
29 marzo - 5 aprile
Via Crucis
(a cura dell'Ufficio liturgico)
“
Dio ha tanto amato il mondo
da dare a noi
il suo Figlio Unigenito cfr Gv3,16
”
Canto:
Ecco l'Uomo (CdP 511);
Il tuo amore, Signore (CdP
497).
Guida:
Nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo.
R. Amen.
Il Signore,
che guida i nostri cuori nell’amore e nella pazienza di Cristo,
sia con tutti voi.
T. E con il tuo spirito.
Monizione
Fratelli e sorelle carissimi, con
questa Via crucis siamo invitati a ripercorrere le ultime ore di
Gesù, gli ultimi passi del suo
cammino in mezzo agli uomini. Anche noi vogliamo seguirlo, sulla via della Croce, per
giungere con Lui alla gloria
della Resurrezione.
Lungo questo cammino portiamo con noi il peso delle nostre croci, il peso del dolore di
tutti gli uomini del mondo, insieme all'immenso bisogno di
amore e di speranza che palpita nel cuore dell'umanità.
Ascolteremo la parola di Dio
che racconta del suo Amore di
infinita misericordia, mediteremo la sua Passione con le
parole di papa Francesco, leveremo la nostra supplica
all’Agnello misericordioso.
Con cuore aperto e disponibile, raccogliamoci nel silenzio e
nella preghiera.
Orazione
Preghiamo.
Signore Gesù, Pastore buono,
mite agnello immolato,
tu hai sofferto per noi lasciandoci un esempio affinché seguiamo le tue orme.
Guida i nostri passi verso sentieri di amore e di pace,
guarisci con la forza delle tue
piaghe le ferite dell'odio, della
discordia, della disperazione.
Fa' splendere il tuo volto su
questa tua umanità e giungeremo al tuo regno
dove non c'è più morte, né dolore, né pianto.
Perché tu sei il Misericordioso, il Compassionevole, il Vincitore,
nei secoli dei secoli.
T. Amen.
53
I Stazione:
Gesù lava i piedi ai
discepoli
Guida:
Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo
Tutti:
Perché con la tua santa Croce
hai redento il mondo.
Lettore 1:
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 13,1-5)
Prima della festa di Pasqua
Gesù, sapendo che era venuta
la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo
amato i suoi che erano nel
mondo, li amò fino alla fine.
Durante la cena, quando il
diavolo aveva già messo in
cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù,
sapendo che il Padre gli aveva
dato tutto nelle mani e che era
venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le
vesti, prese un asciugamano
e se lo cinse attorno alla vita.
Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi
dei discepoli e ad asciugarli
con l'asciugamano di cui si
era cinto.
Meditazione:
Anche noi, come i discepoli,
sorpresi e stupiti dal gesto di
Gesù, siamo invitati a contemplare il mistero dell’amore di
Dio che si china sulle nostre
fragilità e raccogliamo il suo
invito a prenderci cura dei nostri fratelli.
Così ci esortano le parole di
papa Francesco:
“Il mondo è lacerato dalle
guerre e dalla violenza, o ferito da un diffuso individualismo che divide gli esseri uma-
54
ni e li pone l’uno contro l’altro
ad inseguire il proprio benessere. Che tutti possano ammirare come vi prendete cura gli
uni degli altri, come vi incoraggiate mutuamente e come
vi accompagnate: «Da questo
tutti sapranno che siete miei
discepoli: se avete amore gli
uni per gli altri” (Gv 13,35)
(Evangelii Gaudium, 99).
Litania
Lettore 2:
Agnello di Dio, che parli di
amore e di pace.
T. Abbi pietà di noi!
Agnello di Dio, che sei la nuova Alleanza.
T. Abbi pietà di noi!
Agnello di Dio, che sei la salvezza del mondo.
T. Abbi pietà di noi!
Agnello di Dio che togli i peccati del mondo.
T. Abbi pietà di noi!
Padre nostro
Orazione
Guida:
O Dio,
che ci hai amati per primo
e ci hai donato il tuo Figlio,
perché riceviamo la vita
per mezzo di lui,
fa' che nel tuo Spirito
impariamo ad amarci
gli uni gli altri
come lui ci ha amati,
fino a dare la vita per i fratelli.
Per Cristo nostro Signore.
T. Amen.
II Stazione:
Gesù è consegnato
per essere
crocifisso
Guida:
Ti adoriamo, Cristo,
e ti benediciamo.
Tutti:
Perché con la tua santa Croce
hai redento il mondo.
Lettore 1:
Dal Vangelo secondo Marco
(Mc 15, 8-15)
La folla, che si era radunata,
cominciò a chiedere ciò che
egli era solito concedere. Pilato rispose loro: “Volete che
io rimetta in libertà per voi il
re dei Giudei?”. Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per
invidia. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché,
piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. Pilato
disse loro di nuovo: “Che cosa volete dunque che io faccia
di quello che voi chiamate il
re dei Giudei?”. Ed essi di
nuovo gridarono: “Crocifiggilo!”. Pilato diceva loro:
“Che male ha fatto?”. Ma essi
gridarono più forte: “Crocifiggilo!”. Pilato, volendo dare
soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba
e, dopo aver fatto flagellare
Gesù, lo consegnò perché
fosse crocifisso.
Meditazione:
Di fronte al tradimento della
folla, all’invidia dei capi dei
giudei, alla durezza del cuore
di Pilato, contempliamo l’amore di Gesù, che non giudica
e non condanna, ma ci invita
ad uscire da noi stessi, per superare il nostro individualismo. A questo ci invitano le
parole di papa Francesco:
“Solo grazie all’incontro con
l’amore di Dio, che si tramuta
in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza
isolata e dall’autoreferenzialità. Giungiamo ad essere pienamente umani quando sia-
mo più che umani, quando
permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché
raggiungiamo il nostro essere più vero”. (Evangelii Gaudium, 8).
Litania
Lettore 2:
Agnello di Dio, che doni il tuo
sguardo d'amore.
T. Abbi pietà di noi!
Agnello di Dio, che sostieni chi
è nel dolore.
T. Abbi pietà di noi!
Agnello di Dio, che doni pace
e speranza.
T. Abbi pietà di noi!
Agnello di Dio che togli i peccati del mondo.
T. Abbi pietà di noi!
Padre nostro
Orazione
Guida:
Dio grande e fedele,
che riveli il tuo volto
a chi ti cerca con cuore sincero,
rinsalda la nostra fede
nel mistero della croce
e donaci un cuore docile,
perché nell’adesione amorosa alla tua volontà
seguiamo come discepoli
il Cristo tuo Figlio.
Egli è Dio e vive e regna con te,
nell'unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
T. Amen.
Lettore 1:
Dal Vangelo secondo Luca (Lc
23, 26)
Mentre lo conducevano via,
fermarono un certo Simone di
Cirene, che tornava dai campi,
e gli misero addosso la croce,
da portare dietro a Gesù.
Meditazione:
Il piccolo gesto di amore di Simone di Cirene non resta nascosto agli occhi dell’Evangelista che lo offre a noi quale
modello di autentico discepolato. Anche le parole di papa
Francesco, ci richiamano alla
necessità di riscoprire la bellezza di ogni piccolo gesto di
amore:
“Piccoli ma forti nell’amore di
Dio, come san Francesco
d’Assisi, tutti i cristiani sono
chiamati a prendersi cura della fragilità del popolo e del
mondo in cui viviamo” (Evangelii Gaudium 216).
III Stazione:
Litania
Lettore 2:
Agnello di Dio, ristoro alla nostra stanchezza.
T. Abbi pietà di noi!
Agnello di Dio, donato a noi da
Maria.
T. Abbi pietà di noi!
Agnello di Dio, speranza sul
nostro cammino.
T. Abbi pietà di noi!
Agnello di Dio, che togli in
peccati del mondo.
T. Abbi pietà di noi!
Gesù è aiutato
da Simone di
Cirene
Padre nostro
Guida:
Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo.
Tutti:
Perché con la tua santa Croce
hai redento il mondo.
Orazione
Guida:
Padre misericordioso,
che nel comandamento dell’amore
hai posto il compendio e l’ani-
ma di tutta la legge,
donaci un cuore attento e generoso
verso le sofferenze dei fratelli,
per essere simili a Cristo buon
samaritano del mondo.
Per Cristo nostro Signore.
T. Amen.
IV Stazione:
Gesù incontra le
donne
Guida:
Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo.
Tutti:
Perché con la tua santa Croce
hai redento il mondo.
Lettore 1:
Dal Vangelo secondo Luca (Lc
23,27-31)
Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne,
che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui ma
Gesù, voltandosi verso di loro, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di
me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà:
“Beate le sterili, i grembi che
non hanno generato e i seni
che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai
monti : “Cadete su di noi!”, e
alle colline: “Copriteci!”. Perché, se si tratta così il legno
verde, che avverrà del legno
secco?”
Meditazione:
Lungo la via dolorosa lo
sguardo di Gesù si posa sulla
folla, sulle donne, su ciascuno
di noi. Chiediamo al Signore
di guardare al mondo con lo
stesso sguardo compassionevole di Gesù.
55
Così ci ricordano le parole di
papa Francesco:
“Quando sostiamo davanti a
Gesù crocifisso, riconosciamo tutto il suo amore che ci dà
dignità e ci sostiene, però, in
quello stesso momento, se
non siamo ciechi, incominciamo a percepire che quello
sguardo di Gesù si allarga e si
rivolge pieno di affetto e di ardore verso tutto il suo popolo.
Così riscopriamo che Lui vuole servirsi di noi per arrivare
sempre più vicino al suo popolo amato” (Evangelii Gaudium, 268).
Litania
Lettore 2:
Agnello di Dio, che doni il tuo
sguardo d'amore.
T. Abbi pietà di noi!
Agnello di Dio, che sostieni chi
è nel dolore.
T. Abbi pietà di noi!
Agnello di Dio, donato a noi da
Maria.
T. Abbi pietà di noi!
Agnello di Dio che togli i peccati del mondo.
T. Abbi pietà di noi!
Padre nostro
Orazione
Guida:
O Dio, Padre del Cristo
nostro salvatore,
che in Maria, vergine santa
e premurosa madre,
ci hai dato l’immagine
della Chiesa,
manda il tuo Spirito in aiuto
alla nostra debolezza,
perché perseverando
nella fede cresciamo
nell’amore,
e camminiamo insieme
fino alla mèta
della beata speranza.
Per Cristo nostro Signore.
T. Amen.
56
V Stazione:
Gesù sulla croce,
grida al padre
Guida:
Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo.
Tutti:
Perché con la tua santa Croce
hai redento il mondo.
Lettore 1:
Dal Vangelo secondo Marco
(Mc 15, 22-25.33-34)
Condussero Gesù al luogo del
Gòlgota, che significa “Luogo
del cranio”, e gli davano vino
mescolato con mirra, ma egli
non ne prese. Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che
ognuno avrebbe preso. Erano
le nove del mattino quando lo
crocifissero. Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la
terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con
voce forte: EloEloì, lemà sabactàni, che significa: Dio
mio, Dio mio, perché mi hai
abbandonato?
Meditazione:
Contempliamo il mistero
dell’amore di Dio che non ha
risparmiato di donarci il suo
unico Figlio e, con le parole di
papa Francesco, sentiamolo
vivo e operante in ciascuno di
noi. Egli infatti ci ricorda che:
“A tutti deve giungere la consolazione e lo stimolo dell’amore salvifico di Dio, che opera misteriosamente in ogni
persona, al di là dei suoi difetti
e delle sue cadute” (Evangelii
Gaudium, 44).
Litania
Lettore 2:
Agnello di Dio, che spezzi l'odio del mondo.
T. Abbi pietà di noi!
Agnello di Dio, speranza a chi
è disperato.
T. Abbi pietà di noi!
Agnello di Dio, che perdoni
ogni nostro peccato.
T. Abbi pietà di noi!
Agnello di Dio che togli i peccati del mondo.
T. Abbi pietà di noi!
Padre nostro
Orazione
Guida:
Cristo innalzato,
Amore crocifisso,
riempi i nostri cuori
del tuo amore,
affinché riconosciamo
nella tua croce il segno
della nostra redenzione
e, attratti dalle tue ferite,
viviamo e moriamo con te,
che vivi e regni con il Padre
e con lo Spirito
ora e nei secoli eterni.
T. Amen.
VI Stazione:
Gesù muore
sulla croce
e consegna
lo spirito
Guida:
Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo.
Tutti:
Perché con la tua santa Croce
hai redento il mondo.
Lettore 1:
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 19, 28-42)
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua
madre, Maria madre di Clèopa
e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli
amava, disse alla madre:
“Donna, ecco tuo figlio!”. Poi
disse al discepolo: “Ecco tua
madre!”. E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé. Dopo questo, Gesù, sapendo che
ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: “Ho sete . Vi era lì un
vaso pieno di aceto; posero
perciò una spugna, imbevuta
di aceto, in cima a una canna e
gliela accostarono alla bocca.
Dopo aver preso l’aceto, Gesù
disse: “È compiuto!”. E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Meditazione:
Gesù sulla croce ha sete, quella stessa sete di amore e di
speranza di molti uomini e
donne del nostro tempo. Così
ci ricorda papa Francesco:
“In alcuni luoghi si è prodotta
una ‘desertificazione’ spirituale, frutto del progetto di
società che vogliono costruirsi senza Dio o che distruggono le loro radici cristiane”.
Questo non deve scoraggiarci
poiché «è proprio a partire
dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto, che
possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere”. Nel
deserto, infatti, “c’è bisogno
di persone di fede che, con la
loro stessa vita, indichino la
via verso la Terra promessa e
così tengono viva la speranza.
In ogni caso, in quelle circostanze siamo chiamati ad essere persone-anfore per dare
da bere agli altri. A volte
l’anfora si trasforma in una
pesante croce, ma è proprio
sulla Croce dove, trafitto, il Signore si è consegnato a noi
come fonte di acqua viva.
Non lasciamoci rubare la speranza!” (Evangelii Gaudium,
86).
Litania
Lettore 2:
Agnello di Dio, sorgente d'amore.
T. Abbi pietà di noi!
Agnello di Dio, sei vita che
sconfigge la morte.
T. Abbi pietà di noi!
Agnello di Dio, datore del soffio divino.
T. Abbi pietà di noi!
Agnello di Dio che togli i peccati del mondo.
T. Abbi pietà di noi!
Padre nostro
Orazione
Guida:
Signore Gesù Cristo,
tu che al momento
del tuo ultimo respiro
hai affidato con amore
alla misericordia del Padre
gli uomini e le donne
di tutti i tempi
con le loro debolezze
ed i loro peccati,
riempi noi
e le generazioni future
del tuo Spirito d'amore.
A te, Gesù crocifisso,
sapienza e potenza di Dio,
onore e gloria
nei secoli dei secoli.
T. Amen.
Canto:
Salve Regina, Croce di Cristo
(CdP 508),
Ti saluto Croce santa (CdP 522);
Volto dell’uomo (CdP 525).
Benedizione finale
Guida:
Fratelli e sorelle,
con questa Via crucis
abbiamo spiritualmente
seguito Gesù nel cammino
verso il Padre:
il Signore ci conceda
di poterla vivere realmente
nel nostro quotidiano,
portando la nostra croce
dietro a lui,
fino al giorno
del nostro esodo,
verso la Pasqua eterna.
Guida (se è un presbitero o un
diacono):
Il Signore sia con voi.
T. E con il tuo spirito.
Vi benedica Dio onnipotente
†
Padre, Figlio e Spirito santo.
T. Amen.
Oppure se la guida è un laico:
Dio Padre e Figlio e Spirito
Santo,
che nella sua Passione ha manifestato la grandezza del suo
amore per noi
ci benedica e ci protegga sempre.
T. Amen.
Benediciamo il Signore.
T. Rendiamo grazie a Dio.
57
Sul sito Internet dell’Ufficio Missionario
www.diocesi.torino.it/missioni
è possibile visionare e scaricare
il presente fascicolo,
le schede dettagliate
dei singoli progetti
per la Quaresima di Fraternità 2015
e materiali di animazione.
È possibile sostenere
i progetti della
“Quaresima
di Fraternità” anche
versando contributi
autonomi a:
Arcidiocesi di Torino
Ufficio Missionario
via Val della Torre, 3
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tel. +39 011 51 56 372
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