L’Amore più grande A cura dell’Ufficio Missionario Arcidiocesi di Torino supplemento al n. 7 de La voce del popolo 22/02/2015 Sommario “L’Amore più grande” 2 messaggio dell’Arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia Le 6 declinazioni dell’amore Terza settimana di quaresima 29 8-14 marzo 4 don Maurizio De Angeli Moderatore della Curia L’AMORE ANTICIPA L’ALTRO: “Egli conosceva quello che c’è in ogni uomo” (Gv 3,25) Quarta settimana di quaresima 37 15-21 marzo Mercoledì delle Ceneri 5 18-21 febbraio AMARE PER PRIMI: “Il Signore si mostra geloso per la sua terra e si muove a compassione del suo popolo” AMARE FINO A SPOGLIARSI DI SÉ: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”(Gv 3,16) (Gl 2,18) Quinta settimana di quaresima Prima settimana di quaresima 13 22-28 febbraio 45 22-28 marzo AMARE FINO A DARE LA VITA: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo, se invece muore produce molto frutto” (Gv 12,24) AMARE GLI ULTIMI: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15) Settimana Santa Seconda settimana di quaresima 21 1-7 marzo AMARE NELLA DIVERSITÀ: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!” (Mc 9,7) VIA CRUCIS “Dio ha tanto amato il mondo da dare a noi il suo Figlio Unigenito” (cfr Gv 3,16) Direttore responsabile Luca Rolandi Iscrizione al n. 491 dell’8.11.1949 del registro del Tribunale di Torino Aut. DSP/1/1/5681/042037/102/88LG La presente pubblicazione è stata promossa da Ufficio Missionario - Diocesi di Torino Via Val della Torre, 3 - 10149 Torino - Tel. 011 51 56 374 e-mail: [email protected] Équipe redazionale Uffici Anziani, Catechistico, Famiglia, Giovani, Lavoro, Liturgico, Migranti, Salute della diocesi. Coordinamento redazionale Patrizia Spagnolo Editore Prelum srl 53 29 marzo - 5 aprile Progetto grafico e impaginazione Studio Ruggieri Poggi Roma www.ruggieripoggi.it Stampa Spedim Montecompatri, Roma www.spedim.it Fotografie Archivio Ufficio Missionario Shutterstock L’Amore più grande Carissimi, il cammino quaresimale è una lunga e profonda contemplazione dell’amore di Dio verso gli uomini. Un amore che ha trovato la sua massima manifestazione nel Figlio Gesù che ha donato la sua vita per l’umanità peccatrice. Un’umanità che il Signore ha considerato amica e verso la quale Egli stesso, per primo, ha preso l’iniziativa di salvezza. Un’umanità peccatrice che il Signore ha condotto alla salvezza spogliandosi di sé e facendo della volontà del Padre il calice a cui bere. Come scrivevo nella lettera pastorale, “l’Amore più grande è un gesto concreto che rivela la misericordia infinita del Padre, l’amore di amicizia del Figlio, la potenza santificatrice dello Spirito Santo che operano per cambiare la vita degli uomini peccatori e della realtà stessa della storia, spesso sottomessa alla cadu- 2 cità del male, che combatte e ostacola il disegno di Dio. L’Amore più grande è anche il segno di una benevolenza e cura di Dio che rinnova l’animo di ogni persona disponibile ad accoglierlo e a lasciarsene investire per cambiare se stesso e il mondo. Malgrado tanto male e tanta violenza e infedeltà di cui si macchia l’umanità, Dio continua ad amarla e per essa dona il Figlio Suo come salvatore e Amico”. Vorrei sollecitare tutti voi a far sì che il cammino di questa quaresima realizzi la conversione del nostro cuore perché in esso abitino “gli stessi sentimenti di Cristo” che ha amato il mondo fino al dono grande della sua vita. Animati dallo stesso cuore di Cristo possiamo imparare a cambiare il nostro sguardo sugli altri perché ogni persona sia colta come un fratello o una sorella da amare e non come un nemico da combattere, perché possiamo cogliere nella vita di ciascuno il positivo presente, segno di quell’immagine e somiglianza di Dio di cui ciascuno di noi è portatore. Questo sguardo rinnovato dall’amore più grande diventi lo sguardo quotidiano, di tutta la vita, che va avanti al di là delle situazioni esterne che a volte ci inducono al giudizio, alla condanna, alla divisione. Un po’ come lo sguardo di Gesù che, sulla croce, guarda con affetto e misericordia il ladrone buono che gli chiede di essere con lui nel paradiso. Invito ogni comunità, ogni famiglia, ma ancor di più ogni singolo cristiano, a formulare un programma semplice, concreto e preciso per il proprio cammino spirituale quaresimale, perché attraverso la preghiera, il digiuno e la carità si possa giungere ad avere comunità e persone nuove capaci di amore grande, l’amore che, appunto, dona la vita. A tutti propongo questo fascicolo unitario della Quaresima di Fraternità che attraverso riflessioni e testimonianze offre un cammino preciso di conversione per un amore più grande. Affidiamo il nostro cammino alla Vergine Maria ed insieme a Lei ci poniamo ai piedi della croce per contemplare il volto sofferente di Colui che ci ha amato fino a dare la vita. Mentre vi benedico, auguro a tutti un fruttuoso cammino quaresimale. Mons. Cesare Nosiglia Arcivescovo di Torino 3 Le 6 declinazioni dell’amore Si consolida la collaborazione tra i diversi uffici diocesani, coordinati dall’Ufficio missionario, per la realizzazione del tradizionale fascicolo della Quaresima di Fraternità. Strumento agile e di facile lettura, pensato per ogni fascia di età, che si propone di accompagnare il percorso delle Comunità verso la Pasqua. Il cammino si snoda infatti attraverso pagine che si rivolgono a giovani, famiglie, adulti, bambini, anziani, a chiunque veda nella quaresima l’occasione per una maggiore apertura verso l’”altro”. Quest’anno a fare da sfondo è la lettera pastorale dell’Arcivescovo il cui titolo – “L’Amore più grande” – è stato scelto anche per questo sussidio. L’Amore più grande è anche il motto dell’Ostensione della Sindone ed è proprio l’amore, nelle sue diverse declinazioni, che sarà al centro dei commenti alla Parola di Dio, delle preghiere, delle testimonianze, dei racconti e interviste che settimana dopo settimana offriranno spunti di riflessione, accenderanno i riflettori su realtà diocesane che quotidianamente agiscono sul territorio spinte dall’amore, sensibilizzeranno su temi che toccano la nostra vita e il nostro tempo. Amare per primi, amare gli ultimi, amare nella diversità, l’amore anticipa l’altro, amare fino a spogliarsi di sé, amare fino a dare la vita sono dunque le tematiche affrontate e che diventano la “risposta” a quell’Amore che la bella notizia della Parola di Dio ci porta e che fa nascere in tutti noi gesti concreti di conversione e amore. Animati dunque dalle parole di papa Francesco e dalla testimonianza dei santi e beati piemontesi che arricchiscono il sussidio, compiamo il cammino quaresimale dietro a quel Signore il cui “Volto” ha rivelato l’Amore più grande. Buon cammino! don Maurizio De Angeli Moderatore della Curia 4 Mercoledì delle Ceneri 18-21 febbraio Amare per primi “ Il Signore si mostra geloso per la sua terra e si muove a compassione del suo popolo Gl2,18 ” 5 COMMENTOALLAPAROLADIDIO L’apertura agli altri non ha recinti Preghiera dei fedeli Preghiamo per la nostra comunità cristiana perché il Signore la sostenga e le doni la forza di non perdere la fiducia in se stessa e negli altri e così testimoniare nel mondo il primato dell’amore di Dio che ha tanto amato il mondo da donare a noi il suo Figlio unigenito. Preghiamo. (a cura dell’Ufficio liturgico) 6 Fin dai primissimi passi di questa quaresima, sacramento dell’incontro con Dio e con i fratelli, ci vogliamo impegnare a rileggere attentamente, quasi sorseggiando parola per parola questa breve frase. Ritroviamo dietro di essa il volto di chi la pronuncia: il nostro Dio, quel Dio che si è dichiarato Padre e il cui cuore non tollera di essere privato del figlio che ama. Quel Dio che con il suo atteggiamento ci educa a fare altrettanto: usciamo da noi stessi, vinciamo le nostre pigrizie, andiamo incontro ai tanti uomini che con il nostro disinteresse e la nostra indifferente superficialità continuiamo a considerare lontani, troppo lontani per poterli considerare amici e tanto meno fratelli. La quaresima ci conduce a riscoprire l’amore di Dio attraverso la carità e l’attenzione verso chi può anche essere fisicamente vicino ma ancora sempre troppo lontano dal nostro cuore. Seguire Gesù significa quindi avvicinarci gli uni agli altri, permettere che nessuno si senta escluso, lontano, distante. Non sarebbe male se noi cristiani, memori dell’insegnamento del nostro maestro, vincessimo la perversa tentazione, presente anche nelle nostre comunità, di chiuderci nel recinto caldo e protetto dei nostri gruppetti, associazioni e movimenti, per aprirci a tutti e ad ognuno andando, come ci sta meravigliosamente insegnando Papa Francesco, nelle periferie delle nostre parrocchie e città. Riscoprirci fratelli e impegnarci ad esserlo veramente: è questa la sfida che ci attende e il futuro che dobbiamo consegnare a chi verrà dopo di noi. (a cura dell’Ufficio per la pastorale sociale e del lavoro) RACCONTIMISSIONARI Le grucce di Etienne lo porteranno lontano Abbiamo fretta. Tutti. Non così in Africa, in questa Africa sub-sahariana. Qui si ritrova un popolo che in maggioranza cammina, gente che ha i piedi per terra. Non hanno fretta di superarsi: ognuno ha il proprio passo secondo il proprio peso da portare o sul capo o sul dorso. Etienne, 21 anni, lui pure ha il proprio peso: due grucce, in legno grezzo. Sono il suo mezzo di trasporto da circa un anno. Da un mese appena era arrivato dal villaggio in città presso alcuni parenti, per trovare lavoro. Scendendo da un camion che aveva appena finito di caricare, una vettura l’ha travolto. L’ospedale, l’amputazione. Cessazione del lavoro. Una sera, tra la folla che accompagna la Via Crucis del Signore lungo le strade polverose e accidentate del quartiere, notiamo le due grucce. Sono in legno duro e grezzo, proprio come la croce. All’ultima stazione sono ancora lì. Poi, lentamente, Etienne riprende la strada di casa, scomparendo nel buio. Così, ogni venerdì di quaresima. Non è battezzato, Etienne. Eppure arriva, puntuale, accompagnato dalle inseparabili grucce, anche all’appuntamento della messa settimanale. Almeno due chilometri lo separano dalla casa alla nostra cappella. Andata e ritorno. Quante volte ci è venuta la “tentazione” di andare a prenderlo o riaccompagnarlo in auto… No, per ora. Sarebbe impedirgli di arrivare prima nel Cuore di Dio. Sarebbe tarpare le ali a una libertà misteriosamente orientata ad arrivare lontano. Ci interpella silenziosamente Etienne: “e tu per chi cammini, e per arrivare dove, così di fretta?” Comunità Suore Missionarie Immacolata Regina della Pace di Bobo-Dioulasso (Burkina Faso) 7 AMAREPERPRIMI Sulla strada, a cercare chi è solo Quando e come è nata l’associazione? L’associazione “Amici di Lazzaro” in Borgo Vittoria è una porta aperta a chiunque nel quartiere – e non solo - abbia bisogno di una mano. Ma ciò che rende i circa 80 volontari dei veri “amici” è soprattutto l’attività che svolgono per le strade di Torino e provincia, in giro coi propri mezzi per portare la loro presenza accanto alle prostitute nigeriane e ai senza tetto. Siamo nati nel 1997 da un incontro di preghiera e ascolto con i senza casa nella stazione Porta Nuova. Lì abbiamo incontrato anche le prime nigeriane, che prendevano il treno per andare a prostituirsi in altre città. Adesso ogni settimana due gruppi vanno a portare a queste persone conforto e amicizia. Poi abbiamo organizzato corsi di italiano per ragazze sfruttate, oggi aperti alle donne straniere in generale, e i doposcuola elementari e medie. Successivamente abbiamo iniziato a proporre attività di svago e animazione per bambini di famiglie disagiate o che vivono in comunità. Inoltre, seguiamo circa 100 famiglie in difficoltà, soprattutto ex vittime della tratta. a cura di Patrizia Spagnolo Perché proprio le nigeriane? Perché, rispetto ad altre etnie, possiamo incontrarle più facilmente in quanto nessuno le controlla a vista. È più difficile, però, tirarle fuori dal giro a causa delle minacce che subiscono, della paura che venga fatto del male ai loro familiari, anche a quelli che vivono nei Paesi di provenienza. Nel 2013 ne abbiamo seguite 370. Il vostro impegno prioritario non è quello di portare cibo e coperte a chi trascorre la notte in strada… Abbiamo incontrato Paolo Botti, responsabile dell’associazione “Amici di Lazzaro” (tel. 340 4817498, www.amicidilazzaro.it), nella minuscola sede al pianterreno di via Bibiana 29, dove si svolgono ogni giorno le più disparate attività. 8 Di servizi del genere ce ne sono già tanti a Torino. Noi puntiamo sull’amicizia. Ogni anno incontriamo circa 100 persone senza tetto, molte delle quali non cercano aiuto perché hanno perso interesse per la vita: stando loro vicino, ricominciano a prendersi cura di sé, frequentano le mense e i dormitori, si tirano su. A coloro che si lasciano andare noi offriamo amicizia e preghiera, facendoli sentire “accolti”. Loro sanno che siamo lì per loro, ci conoscono come persone, non come associazione. Tutte le settimane andiamo in 15 alla stazione Porta Nuova: prima ci sediamo per terra nell’atrio o all’aperto e preghiamo insieme, poi, in piccoli gruppi, raggiungiamo le diverse zone. Certo, ci portiamo sempre dietro una coperta o il tè caldo, ma andiamo soprattutto a parlare con loro, a creare rapporti di amicizia: è più facile, quindi, che portiamo un libro o cioccolatini piuttosto che vestiti. Chi sono i volontari? Hanno tutti tra i 20 e i 30 anni, studenti e lavoratori provenienti da ogni parte di Torino. Sono attratti soprattutto dall’aspetto dell’amicizia: in tutte le attività che proponiamo, compreso il doposcuola, l’amicizia si intreccia con gli aiuti concreti (ad esempio i pacchi per le famiglie bisognose) che distribuiamo grazie alle offerte di supermercati, del banco alimentare, di parrocchie, persone che ogni anno organizzano collette all’interno delle aziende in cui lavorano… Conosciamo bene tutte le persone che seguiamo, le loro storie, le loro difficoltà. L’amicizia è importante soprattutto per chi è solo, in particolare le vittime della tratta, che fanno riferimento a noi per tutti i loro bisogni. Per gli operatori di strada proponiamo corsi di formazione per capire il mondo della tratta, per sapere come aiutare queste donne e cosa possiamo e non possiamo fare per loro. Si insiste sul fatto che non devono pretendere che le persone incontrate accettino il nostro aiuto; viene sottolineato l’aspetto della gratuità: donare gratuitamente senza aspettarsi risultati o ringraziamenti. Perché se non c’è gratuità ti scoraggi, patisci le delusioni. È un messaggio che riusciamo a far passare ed è questo che rafforza il volontario e lo spinge a continuare. E la continuità è importante per costruire autentici rapporti di amicizia. Il servizio che l’associazione svolge è nutrito dalla preghiera, dall’annuncio. Come “curate” questa dimensione? In sede abbiamo volantini con la catechesi in tutte le lingue; ai bambini del doposcuola ogni anno diamo un dvd o un libro che spiegano il Natale e la Pasqua. Quella volta che abbiamo ricevuto in dono numerosi CD sulla vita di Gesù in arabo, sono venute a chiedercelo tantissime famiglie, conosciute e non. Coltiviamo molto l’aspetto missionario di annuncio agli stranieri. Ogni anno delle suore ci regalano migliaia di rosari di loro produzione (che inviano ai missionari) a cui sono allegati libretti in tutte le lingue. Li vogliono tutti. A Natale e Pasqua, inoltre, distribuiamo alle ragazze prostitute (non solo nigeriane) il Vangelo o preghiere nella loro lingua: sono preghiere scelte da noi per incoraggiarle, per aiutarle a uscire dalla disperazione. E ancora, l’8 marzo regaliamo a tutte le donne con cui entriamo in contatto una mimosa, del cioccolato e la preghiera di Giovanni Paolo II “Grazie a te donna”. 9 PAROLEDIFRANCESCO “La Chiesa scenda per le strade” “Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Ripeto qui per tutta la Chiesa ciò che molte volte ho detto ai sacerdoti e laici di Buenos Aires: preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con 10 Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: ‘Voi stessi date loro da mangiare’ (Mc 6,37)”. Evangelii Gaudium n. 49 TESTIMONI Per ogni settimana di Quaresima, nel presente fascicolo dedichiamo questa pagina a una delle tante figure di santi e beati piemontesi (alcuni più noti, altri meno) che con la loro testimonianza di fede hanno lasciato nel mondo intero una scia luminosa. I semi della carità piantati da Frassati Proclamato beato il 20 maggio 1990 da Giovanni Paolo II, che lo definì l’”uomo delle otto beatitudini”, Pier Giorgio Frassati nasce nel 1901 in una famiglia dell'alta borghesia torinese e muore nel 1925 a soli 24 anni. Si dedicò ai poveri e malati dei sobborghi torinesi, li andava a cercare, dava loro tutto quello che aveva; grande fu il suo impegno nell’associazionismo ecclesiale. Il brano che pubblichiamo è tratto dai suoi “Appunti per un discorso sulla carità” rivolti ai suoi compagni di università della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana) perché aderissero alla Conferenza di San Vincenzo: “Ognuno di voi sa che base fondamentale della nostra religione è la carità, senza di cui tutta la nostra religione crollerebbe, perché noi non saremo veramente cattolici finché non adempiremo, ossia non conformeremo tutta la nostra vita ai due comandamenti in cui sta l’essenza della fede: nell’amare Iddio con tutte le nostre forze e nell’amare il prossimo come noi stessi. Con la Carità si semina negli uomini la Vera Pace che solo la Fede di Gesù Cristo ci può dare affratellandoci gli uni con gli altri. Lo so che questa via è erta e difficile e piena di spine, mentre l’altra a prima vista parrebbe più bella e più facile e più soddisfacente, ma se noi potessimo scandagliare l’interno di coloro che disgraziatamente perseguono le vie perverse del mondo, noi vedremmo che mai in loro v’è la serenità che proviene da chi ha affrontato mille difficoltà e rinunciato ad un piacere materiale per seguire la legge di Dio”. 11 O Signore, fa’ che… Signore, vieni a mettere qualcosa di nuovo in me al posto di quanto, a poco a poco, è venuto a mancare col passar degli anni. Colloca nel mio cuore un Amore più grande, una semplicità serena, una delicatezza più profonda. Al posto dell’entusiasmo, mettimi un sorriso di bontà per tutti; aiutami a comprendere il mio prossimo e a non esser mai una nuvola scura che rattrista, ma una luce discreta che rallegra. Fa che la memoria mi conceda di ricordare le cose più belle, le migliori, per condividerle con gli altri e rallegrarmi della loro allegria. Fa’, o Signore, che la mia volontà si pieghi amorevolmente ai giusti desideri di coloro che mi circondano; che la mia fede, con umiltà e discrezione, si irradi nella testimonianza e non si spenga mai. Fa’, o Signore, che la mia intelligenza accetti con umiltà il fatto che è meno attiva, brillante e rapida; fa’, però, che si applichi sempre nella ricerca e nella conoscenza di Te, per capire meglio quella vita eterna che attendo ardentemente. Amen. Dom Carlo Ellena 12 Prima settimana di quaresima 22-28 febbraio Amare gli ultimi “ Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo Mt1,15 ” 13 COMMENTOALLAPAROLADIDIO Amore per tutti, senza limitazioni Preghiera dei fedeli Preghiamo per i cristiani sparsi nel mondo, l’ascolto della parola di Dio ispiri scelte coraggiose di povertà, di condivisione e di rispetto verso ogni creatura, scelte che ci facciano crescere in uno stile di vita evangelico attento verso le necessità dei fratelli. Preghiamo. (a cura dell’Ufficio liturgico) La grande novità del messaggio evangelico di Gesù è che non esiste solo il peccato contro Dio. Si fa peccato anche contro il fratello o contro se stessi. Il suo invito è a entrare nel suo regno, il regno dell’amore verso il prossimo: “Ero nudo, affamato, assetato, malato, straniero in carcere”. Non più un Dio che richiede solo sacrifici e adorazioni per sé, ma un Dio che chiama all’amore verso l'altro. E questo è il nuovo mondo da costruire. Qui e adesso. Ogni giorno abbiamo l’opportunità di vivere il nuovo comandamento, quello dell'amore. Nuovo perché l’amore che propone Gesù è come quello che lui ha vissuto nei confronti dell’umanità. Giusti e ingiusti, buoni e cattivi, amici e nemici, religiosi e non religiosi. Le religioni tradizionali - e non solo il giudaismo - vedevano l’amore di Dio verso l’uomo solo come un premio meritato. Con Gesù tutto cambia e l’amore diventa incondizionato: vivi l’amore per tutti, senza limitazione verso nessuno. Tutte le culture portano in sé semi di bene e amore da condividere. Così le frasi ricorrenti “gli stranieri ci rubano il lavoro” o “gli stranieri sono delinquenti” non sono degne del regno di Dio, quel regno che accoglie e ama e che fa sì che lo straniero non diventi un emarginato o un delinquente. Un mondo di tanti colori e sembianze diverse è una ricchezza di varietà e bellezza. Esprime la fantasia di Dio, la meraviglia del creato. Le diversità che s’incontrano e si mischiano originano nuove realtà culturali che arricchiscono coloro che le accettano. Non facciamoci influenzare da forze che vanno contro questo dono. Queste non sono espressione dell’amore, non hanno a che fare con il Vangelo, né con Cristo. Il regno di Dio è qui in mezzo a noi, rendiamocene conto e accogliamolo. (a cura dell'Ufficio per la pastorale dei migranti) 14 RACCONTIMISSIONARI Siamo in viaggio! Jesus Maria, formatore dei catechisti in Zambia, una volta ha notato sotto un grande albero vicino alla strada principale una giovane mamma, incinta e con un bimbo piccolo al fianco. Dal momento che la mamma era lì anche il giorno dopo, e il terzo giorno ancora, Jesus Maria volle sapere chi era e scoprì che veniva da un paese abbastanza lontano nell’interno ed era diretta alla “copper belt”, “cintura del rame”, zona mineraria al nord dove lo Zambia confina col Congo, più di mille chilometri di distanza da dove si trovavano. Jesus Maria non nascose il suo stupore: “Com’è che si trova da tre giorni sotto quell’albero? Ho visto il bus rotto ai bordi della strada una cinquantina di chilometri a sud … prima che lo riparino possono passare altri 3 o 4 giorni. C’é qualcuno che la aiuta?”. Le catechiste rispondono: “Gli diamo qualcosa da mangiare per lei e il bambino…” Jesus Maria li rimprovera: “A cosa serve parlare del Vangelo se non siamo capaci di metterlo in pratica quando l’occasione di farlo è così chiara, lì accanto all’uscio di casa?”. I catechisti rimangono in silenzio, finché la più anziana si alza con solennità e guardando dritto negli occhi Jesus Maria gli dice: “Ali pa mulendo ie!”, “è in viaggio! Sei tu che non hai capito niente”. Qui, si sa, quando si è in viaggio si è pronti ad affrontare mille imprevisti, non si calcola il tempo, non si firmano polizze assicurative… Il viaggio è una condizione di vita che richiede sacrificio, pazienza, con il punto d’arrivo che fa da calamita, che motiva, muove, fa da motore a tutto il resto. “Ali pa mulendo ie!”, siamo in viaggio. Non è questa la parabola più fedele di quel che è la vita? di don Silvio Roggia sdb (Ghana) 15 AMAREGLIULTIMI Kone non ha perso la speranza Kone è in Italia dal 2011, sbarcato a Lampedusa dopo una lunga storia di persecuzione prima nel suo Paese d’origine – la Costa d’Avorio – e poi in Libia, dove si trovava durante la primavera araba. La sua testimonianza ci aiuta a fare un po’ di luce su chi sono veramente gli “ultimi” che ogni giorno approdano in condizioni disperate sulle coste italiane. a cura di Patrizia Spagnolo gnate alle famiglie più povere venivano distribuite tra parenti e amici di funzionari corrotti. Noi volevamo un cambiamento a livello internazionale, perché a tutti venissero garantiti gli stessi diritti. Io mi sono laureato nel 1996 e sono diventato insegnante, ma ho continuato il mio impegno nel movimento, che nel 2003 – quando è scoppiata la guerra civile in Costa d’Avorio – è stato perseguitato come movimento politico perché non era disposto a farsi strumentalizzare. Mi hanno minacciato di morte e costretto a fuggire. Sono quindi andato in Libia attraversando il Burkina Faso, il Niger e il deserto in camion. Il viaggio è durato una settimana. In Libia la polizia mi ha fermato perché ero senza permesso e mi ha chiuso in prigione per tre mesi. Dopo sono andato a Tripoli, dove ho lavorato nel settore dell’edilizia: ma non era il mio lavoro, io ero insegnante, così il mio titolare mi ha aiutato mettendomi in contatto con un college. In questo college ho lavorato per 6 mesi, poi ho insegnato in scuole private (medie e superiori) per 5 anni, finché è scoppiata la rivoluzione in Libia. E cosa è successo a quel punto? Ci racconta il lungo viaggio che dalla Costa d’Avorio l’ha portata a Torino? In Costa d’Avorio ero perseguitato perché facevo parte di un movimento studentesco che difendeva il diritto all’istruzione: le borse di studio che dovevano essere asse16 Sono stato perseguitato dai ragazzi del mio quartiere perché ero nero, perché si diceva che Gheddafi avesse assoldato dei mercenari neri. Quindi siamo stati presi di mira. Io sono stato attaccato più volte, hanno distrutto la mia casa e ho dovuto rifugiarmi da un mio amico. Due giorni dopo, mentre andavo a fare acquisti in un supermercato, i soldati mi hanno preso e caricato su una barca diretta a Lampedusa: eravamo in 299 persone, tutte costrette a partire. Abbiamo lasciato la Libia l’8 giugno 2011 e siamo arrivati a Lampedusa il 10 mattina. Fortunatamente siamo arrivati tutti vivi, ma durante il viaggio abbiamo incontrato una barca in difficoltà: ci chiedevano aiuto ma non potevamo aiutarli, la nostra barca era già piena. Ero fuori di me, non mi piace raccontare questa traversata, è stata dura: eravamo impauriti, ammassati. Quando abbiamo visto la guardia costiera ero contento. A Lampedusa, l’Agenzia Onu per i rifugiati e l’Unicef ci hanno assicurato che tutto sarebbe andato bene, che avremmo trovato lavoro e ci saremmo rifatti una vita. Da Lampedusa siamo stati trasferiti a Taranto in un campo dove ci smistavano verso altre città d’Italia. Sono stato riportato in Sicilia, in un centro dove sono stato per un anno e mezzo. Ci hanno detto che dovevamo studiare la lingua italiana, ma tra di noi c’erano diversi livelli di alfabetizzazione, alcuni non sapevano neanche scrivere. Era sbagliato metterci tutti insieme. Il 19 febbraio 2012 un decreto ha chiuso i centri di accoglienza per l’emergenza Nord Africa: hanno dato ad ognuno 500 euro. Così dalla Sicilia sono arrivato a Torino. Perché ha scelto Torino? Perché pensavo ci fossero più opportunità. In Sicilia stavo male, nessuna promessa era stata mantenuta, ogni giorno c’erano problemi, tutti si lamentavano. Avrei voluto studiare, imparare, ero fiducioso, speranzoso… Era dura, ma mi ripetevo che con il tempo avrei ricominciato una vita. Il primo giorno che sono arrivato a Torino ho cercato un posto per dormire e mi sono rivolto all’Ufficio stranieri del Comune. Mi hanno detto di rivolgermi alla Ufficio Pastorale Migranti, ma tutte le strutture erano piene e quindi sono andato in una struttura della Croce Rossa per tre giorni, poi per tre settimana ho dormito per terra a Porta Nuova o sui vecchi treni a Lingotto. Era inverno. Mi dicevo che era un brutto momento ma che sarebbe passato. Mangiavo al Cottolengo, mi lavavo nei bagni pubblici. Ero comunque fiducioso, non ero arrabbiato. foto di Simone Perolari Come si sentiva? Ho conosciuto tante persone nella mia situazione, protetti dal diritto internazionale perché fuggiti da guerre e persecuzioni ma senza casa né lavoro. Non potevamo continuare a vivere per strada e insieme ci siamo sistemati come potevamo in strutture disabitate. Viviamo ancora in queste condizioni e siamo aiutati da diverse associazioni che ci portano da mangiare, ci procurano i vestiti e i materassi. Cosa fa durante il giorno? Il Comune mi ha assegnato una borsa lavoro part time: lavoro per 20 ore a settimana come mediatore culturale in un ambulatorio medico per rifugiati. Mi piacerebbe insegnare, ma prima la mia laurea dovrebbe essere riconosciuta in Italia. A Torino ho creato 6 mesi fa l’associazione “Sesto continente”, di cui fanno parte anche italiani: lo scopo è di mandare aiuti nelle zone del mondo più povere, soprattutto materiale didattico. L’istruzione è molto importante. Vorrebbe tornare in Costa d’Avorio? Adesso nel mio Paese la situazione non va bene, non posso tornare. Però mi manca tutto, ho nostalgia della mia terra, dei miei genitori. Ho lasciato tutto in Costa d’Avorio per fuggire in Libia, poi ho lasciato tutto in Libia per venire in Italia. Adesso sono qui, e con fiducia sto ricostruendo la mia vita per la terza volta. 17 PAROLEDIFRANCESCO Il coraggio di toccare la carne di Cristo “Noi non possiamo diventare cristiani inamidati, quei cristiani troppo educati, che parlano di cose teologiche mentre prendono il tè, tranquilli. No! Noi dobbiamo diventare cristiani coraggiosi e andare a cercare quelli che sono proprio la carne di Cristo, quelli che sono la carne di Cristo! … Questo è il problema: la carne di Cristo, toccare la carne di Cristo, prendere su di noi questo dolore per i poveri. …Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo. Se noi andiamo verso la carne di Cristo, incominciamo a capire qualcosa, a capire che cosa sia questa povertà, la povertà del Signore”. Veglia di Pentecoste 2013 18 TESTIMONI Fratel Bordino, l’infermiere dei poveri Il 2 maggio 2015 fratel Luigi Bordino, l’”infermiere dei poveri”, sarà proclamato beato a Torino. Nato nel 1922 a Castellinaldo (Cuneo) da una famiglia di vignaioli, all’età di 24 anni scelse di dedicarsi all’umanità sofferente e alla preghiera presso la Piccola Casa della Divina Provvidenza. Una scelta maturata dopo la dolorosa esperienza della Campagna di Russia, dove lui e il fratello furono fatti prigionieri e vissero sulla propria pelle gli orrori dei lager siberiani e dei campi della Mongolia. Numerose le testimonianze sulle cure e la dedizione che fratel Bordino dedicò ai suoi compagni di prigionia. Una tra tante, quella di Battista Candela, anche lui reduce dalla Campagna di Russia: ”Le sue poche parole e prima ancora il suo comportamento erano illuminati dalla sua grande fede in Dio, e miravano sempre al conforto dei compagni di prigionia; le sue preferenze andavano ai feriti, ai mutilati per il gelo e ai più disperati… Era un angelo consolatore”. Al Cottolengo fratel Bordino è al servizio degli infermi fino alla sua morte, avvenuta a Torino nel 1977 dopo due anni di sofferenze a causa di una leucemia acuta. Era l’infermiere più richiesto dal corpo medico e dai pazienti, per le sue capacità professionali ma soprattutto per la sua profonda umanità e una fede solida che era di grande conforto. Il 15 agosto 1976, già gravemente malato, scriveva ad un suo paziente affetto da cancrena al piede: “… tu sai che [per] chi ha fede qualunque cosa, qualunque evento che tocca solo la parte materiale, ma non intacca le cose che riguardano l’anima, non abbattono, non preoccupano, non rendono triste l’anima, anzi vorrei dire e si può dire, tutto all’opposto”. 19 ITINERARIQUARESIMALI Al termine di ogni settimana di quaresima, la presente pagina rivolge a giovani, adulti e famiglie (a cura degli Uffici per la pastorale dei giovani e delle famiglie) proposte di atti di amore con riferimento alle diverse tematiche affrontate; una preghiera (a cura dell’Ufficio per la pastorale della salute) è invece dedicata alle persone anziane e ammalate. Le pagine centrali del fascicolo, inoltre, ospitano un percorso che l’Ufficio catechistico rivolge ai ragazzi. Giovani Non aver paura dell’“altro” Famiglia e adulti Dov’è tuo fratello? L'essere “stranieri” non è condizionato solo dal riferimento alla provenienza, alla razza, alla cultura o alla condizione sociale. Spesso è lo sguardo che noi abbiamo sull'altro che determina “estraneità”. Chi senti o reputi “straniero” rispetto al tuo modo di pensare e di vivere? Quali passi in avanti puoi compiere nel superamento di questi pregiudizi o timori? Compi questi passi come primo impegno del tuo cammino quaresimale. Il Regno di Dio si compie nel quotidiano, l’amore è diffusivo, non riesce a stare chiuso nelle quattro mura di casa. Invita a pranzo un rifugiato! La mensa diventi un luogo di festa e di comunione. Preghiera per malati e anziani O Dio eterno, che nel passare degli anni rimani sempre lo stesso, sii vicino a coloro che sono anziani. Sebbene il loro corpo si indebolisca, fa' che il loro spirito sia forte, perché con pazienza possano sopportare le stanchezze e le afflizioni, e alla fine andare incontro alla morte con serenità, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore. Amen 20 Seconda settimana di quaresima 1-7 marzo Amare nella diversità “ Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo! Mc9,7 ” 21 COMMENTOALLAPAROLADIDIO La bellezza dell’altro Preghiera dei fedeli Preghiamo per il futuro del mondo, per la pace e per la solidarietà tra le genti. Possa spegnersi l’odio che divide, il pregiudizio che condanna, la persecuzione verso quanti sono diversi per razza, religione, ceto sociale. Preghiamo. (a cura dell’Ufficio liturgico) Ci sono cose così belle che mettono paura: troppa bellezza spaventa, ti prende il dubbio che non hai il diritto di stare lì - le mani vuote - a godere di un tale spettacolo. Oppure sei tentato di sentirti fuori posto: che cosa c’entro io con questo spettacolo? Io, che ho smarrito la bellezza; io, che l’ho cercata altrove. Io, che non la so riconoscere più. Ma la bellezza vera riesce a sorprenderti ancora, ha la forza dell’uragano e la dolcezza della brezza. Improvvisamente lo sai: quella è l’unica cosa che conta, ti viene il desiderio di farne parte, ti guardi e dici: eccomi qui, ancora pieno di fango e già tutto preso dalla nostalgia! Allora scopri che la paura che ti ha preso il cuore non è vigliaccheria, ma è figlia del più bello dei pudori e del più autentico dei desideri. La bellezza merita rispetto, domanda silenzio, genera poesia. E non si può trattenere la bellezza: nessuna capanna è sufficientemente grande. Se la vuoi stringere fra le mani l’hai già perduta. In questo sta la bellezza: che non sopporta di essere ostaggio di nessuno. Lo splendore del Trasfigurato è segno e profezia della luce che ognuno porta nel cuore: ne è così intriso il Figlio dell’uomo che la sua stessa carne se ne fa trasparenza. Sul Tabor capisci che non c’è bellezza potente come lo sguardo dell’altro: non un tramonto, non un oceano, non una stellata sanno rapirti il cuore come gli occhi di un fratello. L’abbiamo sperimentato mille volte di fronte alla persona amata, e ogni volta ci è sembrata cosa nuova. Potessimo cogliere questa luce anche nel lontano! O nel diverso, che tengo a distanza incolmabile anche se mi sta accanto. Potessimo mettere da parte la paura, il pregiudizio, e spalancare occhi e cuore allo spettacolo dell’altro, che mentre si svela ci trasfigura. (a cura dell'Ufficio famiglia) 22 RACCONTIMISSIONARI La fede avvicina e sposta le montagne Da tempo il signor Abubaka, musulmano, conosceva le nostre sorelle che abitano qui a Bissau nella missione di Bòr. Sua moglie non poteva aver figli e chiese loro di pregare. La promessa da parte delle Missionarie della Consolata fu mantenuta chiedendo al Signore questa grazia per intercessione di suor Irene Stefani. La bimba Isabel arrivò e fu la gioia di quella famiglia, ma ahimè dopo otto mesi morì. La fede però trasporta le montagne. Abubaka si rivolse nuovamente alle suore con molta fiducia per ottenere nuovamente la grazia di un figlio e questa arrivò. Felice del nuovo evento, il signor Abubaka chiese alle sorelle di poter pregare con loro e verso le 16,30, vestito a festa, si presentò all’appuntamento con quel Dio che loro chiamano Allàh e che oggi ha invocato col nome di Padre. Portava con sé un foglio di carta: di suo pugno aveva scritto l’Ave Maria in Kriol. Iniziammo la preghiera del Rosario, all’inizio il signor Abubaka pregava sottovoce facendo scorrere i grani del Rosario, poi pian piano la sua voce acquistava forza, coraggio. Partì da casa nostra con tanta riconoscenza e gioia nel cuore portando con sé la Corona del Rosario e il libretto delle preghiere. Anche noi tutte eravamo visibilmente commosse e ci dicemmo come il Signore ha le sue vie per raggiungere le persone, Lui vuole tutti salvi, e anche per mezzo nostro. Ora continuiamo a pregare, il Signore non lascia la sua opera a metà. Suor Giovanna Panier Bagat Missionaria della Consolata in Guinea Bissau 23 AMARENELLADIVERSITÀ sguardo che rivolgiamo ai musulmani che vivono tra noi… L’Islam e noi, fratelli diversi La conoscenza e l’apertura verso l’altro gettano le basi di una convivenza pacifica capace di superare paure e pregiudizi e di unire fratelli diversi. L’appello al dialogo dei “Giovani musulmani d’Italia”. a cura di Patrizia Spagnolo Per ciò che è accaduto e sta accadendo nei Paesi arabi la paura è certamente giustificata. Come associazione “Giovani musulmani d’Italia” ci stiamo impegnando a rendere più visibile il nostro dialogo con la società. Di solito collaboriamo con le moschee, ma negli ultimi anni abbiamo interagito anche con istituzioni e realtà locali a dimostrazione del fatto che riteniamo l’apertura verso l’altro un obbligo morale. Il 27 ottobre scorso, per esempio, insieme con altre realtà islamiche e cristiane abbiamo organizzato la Giornata del dialogo interreligioso: nella moschea di via Chivasso si sono incontrate tutte le religioni, all’insegna del rispetto. Vogliamo dimostrare che abbiamo un unico Dio che ci unisce, anche se abbiamo modi diversi di conoscerlo. Tutto inizia nelle scuole, dove sarebbe bello che i ragazzi crescessero con la consapevolezza che siamo in una società multietnica: questo è un dato di fatto ed è il nostro futuro. Condividiamo la vita quotidiana e questa convivenza deve essere pacifica, basata sul rispetto. E il rispetto nasce dalla conoscenza: farsi conoscere agli altri è dovere di tutti. E noi musulmani vogliamo farci conoscere. E allora qual è l’Islam vero? L’Islam è una religione pacifica? Intervistiamo Ismail El Mamoun, 24 anni, nato in Marocco ma cresciuto in Italia, responsabile delle relazioni esterne della sede torinese dei “Giovani musulmani d’Italia”. L’associazione (www.gmi.it, per informazioni sulle iniziative torinesi: 339 3164889) conta sotto la Mole circa 100 persone, quasi tutti universitari; tra le sue molteplici attività collabora con la Pastorale dei Migranti e promuove nelle scuole superiori il dialogo interreligioso. I recenti fatti in Medio Oriente ci fanno orrore e rischiano di velare di diffidenza, se non di ostilità, lo 24 A Torino ci sono 40 mila musulmani, me compreso, tutte persone che vivono in modo pacifico. La stessa radice semantica del termine “Islam” contiene il concetto di “salam”, che significa appunto pace. La violenza è una strumentalizzazione della religione. L’Islam è quello che viviamo ogni giorno, non quello rappresentato dagli atti violenti di taluni. C’è un versetto del Corano che recita: “Uomini, vi abbiamo creati da un maschio e da una femmina, abbiamo fatto di voi popoli e tribù affinché vi conosceste a vicenda…”. Qui c’è tutto, le nostre diversità sono volute. E allora perché, nel nome di Allah, devo diffidare dell’altro perché è diverso? Purtroppo al giorno d’oggi non siamo più disposti ad ascoltarci, a conoscerci realmente. Sui media si parla tanto dei fatti sociali e politici in Medio Oriente, ma dell’Islam in sé se ne parla poco o niente. cittadini italiani. Questi ragazzi vivono una grande confusione di identità, non riescono a definirsi, e quelli più fragili rischiano di estremizzare certi concetti, a volte lontani dall’aver un contenuto religioso. Ogni famiglia praticante insegna ai propri giovani a distinguere il bene dal male. Torino è un terreno fertile che favorisce la reciproca conoscenza? Torino rappresenta un modello di integrazione dei musulmani nella cittadinanza. Noi come Gmi collaboriamo molto con la società civile e ciò dimostra da un lato la nostra apertura e dall’altro la capacità della società di accoglierci. I musulmani sono ormai parte integrante della cultura torinese. Ci piacerebbe anche approfondire i rapporti con le comunità parrocchiali della diocesi per confrontarci. Siamo sempre disposti e aperti al confronto. E cosa raccontereste di voi nel corso di questi incontri? Racconteremmo che siamo giovani di origine diversa, che studiamo e lavoriamo come tutti. Diremmo che un buon credente musulmano è un buon cittadino italiano, pacifico e onesto, rispettoso delle regole. Il nostro futuro è in questo Paese e la sicurezza in questo Paese ci sta a cuore esattamente come ai nostri concittadini. I musulmani in Italia sono i primi a intervenire per garantire questa sicurezza: è la nostra società. Chi sono i ragazzi che dall’Occidente partono per combattere con i miliziani dello Stato Islamico e perché lo fanno? Secondo me, dietro la loro scelta c’è un disagio psicologico: disperazione, disoccupazione, vuoto religioso, sensazione di non essere accettati. La società italiana ha ancora qualche difficoltà a rapportarsi con le seconde generazioni considerandole come L’assoziazione Gmi sta rafforzando la sua presenza nelle scuole, dove promuove il dialogo interreligioso. Tu stesso te ne sei occupato finora, andando in oltre 20 classi di istituti professionali. Che cosa succede durante questi incontri? I ragazzi sono molto interessati e curiosi. Io parlo solo nei primi dieci minuti e poi sono loro a proseguire. Il mio compito è farli parlare. Pongono quelle domande che non riescono a fare direttamente ai loro coetanei musulmani, forse perché si vergognano o hanno paura di offenderli: ad esempio perché le donne girano con il velo, perché non mangiamo carne di maiale ecc. E anche i ragazzi musulmani fanno fatica a rispondere perché hanno paura di non essere accettati, hanno paura di manifestare la loro religiosità. Ci sono ragazzi che vorrebbero pregare ma non lo fanno per diversi motivi, tra cui il timore del giudizio altrui. Ho notato che da questi incontri i ragazzi musulmani traggono il coraggio di esprimere la loro religiosità, forse avevano bisogno di una mediazione. 25 PAROLEDIFRANCESCO L’unità è superiore al conflitto “Di fronte al conflitto, alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l’orizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l’unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il più adeguato, di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo. ‘Beati gli operatori di pace ’ (Mt 5,9). In questo modo, si rende possibile sviluppare una comunione nelle differenze, che può essere favorita solo da quelle nobili persone che hanno il coraggio di andare oltre la superficie conflittuale e considerano gli altri nella loro dignità più profonda. Per questo è necessario postulare un principio che è indispensabile per costruire l’amicizia sociale: l’unità è superiore al conflitto. La solidarietà, intesa nel suo significato più profondo e di sfida, diventa così uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita. Non significa puntare al sincretismo, né all’assorbimento di uno nell’altro, ma alla risoluzione su di un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto”. Evangelii Gaudium n.227-228 26 TESTIMONI Le 4 mila anime di suor Irene Suor Irene Stefani, missionaria della Consolata morta in terra africana nel 1930 all’età di 39 anni, portata via dalla peste, verrà proclamata beata il prossimo 23 maggio in Kenya, dove si dedicò senza sosta alla cura, al conforto, all’istruzione e alla catechesi (riuscì a convertire e battezzare circa 4 mila persone) della popolazione. Per la sua bontà veniva chiamata Nyaatha, madre della grande misericordia. Durante la prima guerra mondiale trascorse anche alcuni anni in Tanzania, in un ospedale militare dove si prese cura dei “carriers”, i portatori indigeni sfruttati e maltrattati, vittime di carestie e pestilenze. È in Tanzania che si svolge un episodio emblematico, testimoniato da suor Cristina Moresco. Un mattino suor Irene trova un letto vuoto nel capannone militare, prima occupato da Athiambo, un ragazzo indigeno che lei avrebbe battezzato il giorno dopo. Le dicono che è morto ed è sulla spiaggia, insieme con altri cadaveri. Corre a cercarlo e al ritorno dice a suor Cristina che l’ha trovato e respira ancora, lo ha battezzato, bisogna andare a prenderlo. La consorella le chiede come abbia fatto a trovare Athiambo e lei risponde: “C’era il mucchio dei cadaveri. Ho guardato tutt’intorno, non l’ho visto, m’è venuta l’ispirazione che fosse sotto gli altri, perché portato via di notte. Allora comincio a togliere un cadavere, poi un altro, fino alla fine e, proprio sotto, sotto, ho conosciuto quella faccia. Lo sollevo e sento un respiro. Il mio cuore trasalì di gioia e lo battezzai”. Allora suor Cristina, che ben conosceva la sua ripugnanza per i cadaveri, le chiese: “Ma non sentivi ribrezzo al tocco di tanti cadaveri?”. “Veramente, sì – rispose suor Irene – ma non pensavo che all’anima”. 27 ITINERARIQUARESIMALI Giovani Riallaccia una relazione interrotta Famiglia e adulti Preghiamo per la pace In questo tempo di quaresima sigilla il tuo impegno di conversione riallacciando una relazione che si è interrotta, un contatto che si è perso: una telefonata, una lettera, un incontro con qualcuno con cui abbiamo interrotto i rapporti. La modalità sarà adeguata alla persona che desideriamo nuovamente incontrare. Papa Francesco ha pregato così alla Moschea Blu: “Quando sono andato in moschea non potevo dire ‘adesso sono un turista’, sono un religioso e ho visto quella meraviglia, il Muftì che mi spiegava le cose con tanta mitezza, dove nel corano si parlava di Maria e del Battista, e in quel momento ho sentito il bisogno di pregare: per la Turchia, per il Muftì, per me che ne ho bisogno, soprattutto per la pace. Signore, finiamola con le guerre”. Preghiera per malati e anziani O Cristo, medico dei corpi e delle anime, veglia sul nostro fratello infermo e sofferente; e, come il buon samaritano, versa sulle sue ferite l'olio della consolazione e il vino della speranza. Con grazia sanante del tuo Spirito illumina la difficile esperienza della malattia e del dolore, perché sollevato nel corpo e nell'anima si unisca a tutti noi nel rendimento di grazie al Padre delle misericordie. Tu vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen 28 Terza settimana di quaresima 8-14 marzo L’amore anticipa l’altro “ Egli conosceva quello che c’è in ogni uomo Gv3,25 ” 29 COMMENTOALLAPAROLADIDIO Amare è… rivelare all’altro la sua bellezza Preghiera dei fedeli Preghiamo per questa nostra umanità, le immense risorse della terra e dell’ingegno umano non siano disperse negli sprechi e nelle armi di distruzione e morte, ma utilizzate per sollevare le moltitudini che gemono nella miseria e nella fame. Preghiamo. (a cura dell’Ufficio liturgico) “Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo” (Gv 2,35). Questa significativa annotazione dell'evangelista Giovanni è un invito pungente a fermarci, in questo tempo di quaresima, per prendere coscienza di ciò che c'è nel nostro cuore, di come lo vediamo noi ma, soprattutto, di come lo vede Dio. In queste settimane di grazia e di più intensa conversione chiediamo, innanzitutto, la luce dello Spirito per poter far verità su quello che c'è in noi, nel confronto con la Parola di Dio. Questo deve avvenire nella contrizione del cuore, ma anche nella massima fiducia nella misericordia: lo sguardo di Dio è verità e misericordia. Se Egli ci svela le profondità del nostro cuore per purificarle - come nel segno del tempio di Gerusalemme -, non è per abbandonarci al nostro rimorso o al nostro peccato, ma per trasformarci in tempio della sua gloria, per trasformarci con la grazia del suo perdono. In questo incontro fiorisce dunque la gioia: se la quaresima si qualifica come tempo di deserto, è altrettanto vero che è presagio di primavera dello spirito, di fioritura interiore, di rinascita spirituale. “Egli conosce quello che c’è nell’uomo”: in noi non troviamo solo il peccato – che attira la sua misericordia -, ma anche la ricchezza dei doni dello Spirito, talenti e germogli di vita da custodire e alimentare, nel segno dell’”amore più grande”. Siamo chiamati a riscoprire la bellezza interiore che il Signore ci ha donato, da purificare, certo, ma anche da sviluppare, da valorizzare, da offrire per il bene della Chiesa e di ogni uomo. Solo così diventeremo capaci di guardare anche noi al volto dell'altro, scoprendo cosa c'è in lui: la bellezza dell'amore di Dio che lo ha voluto, creato e redento. Come ricorda Jean Vanier, “amare qualcuno è rivelare all’altro la sua bellezza”. (a cura dell'Ufficio giovani) 30 RACCONTIMISSIONARI Bucuria adesso va a scuola Abbiamo incontrato Bucuria, una ragazza che ha 11 anni, bellissima, ma non sa né leggere né scrivere, la sua famiglia è molto povera e lei spesso va nei campi ad accudire il bestiame; non ha tempo per studiare e nessuno che l’aiuti. Siamo andate a casa sua e l’abbiamo invitata a partecipare al nostro doposcuola dove ha la possibilità di imparare ed essere aiutata negli studi. È venuta, all’inizio non osava parlare, si vergognava della sua situazione, ma poi con l’aiuto della suora è riuscita a sbloccarsi. Bucuria è stata seguita personalmente ed ha imparato le prime nozioni scolastiche, così piano piano e che con un po’ di fatica riesce a leggere e a scrivere sviluppando le sue capacità intellettive, morali, umane e religiose. Ora Bucuria è più serena, socievole, sorridente, gioca con gli altri ed è molto felice perché si sente come tutti ed esprime molto interesse per l’apprendimento scolastico. Ringraziamo Dio che ogni giorno compie delle meraviglie per le sue creature. Suor Clemens Chiavassa Suore della Sacra Famiglia di Savigliano in Albania 31 L’AMOREANTICIPAL’ALTRO La pedagogia della presenza Il salesiano don Domenico Ricca è da 35 anni cappellano del carcere minorile “Ferrante Aporti” di Torino. Una riflessione sul difficile rapporto tra adulti e ragazzi, sull’importanza di “esserci”, condividere, aiutare a seminare il percorso di esperienze positive. a cura di Patrizia Spagnolo Don Domenico, chi sono i ”suoi” ragazzi? Sono ragazzi del nostro tempo, tra loro e quelli “fuori” non ci sono grosse differenze se non nelle condizioni di partenza: famigliari, di status, di cittadinanza… Gli stranieri, per esempio, hanno meno opportunità e risorse, trattandosi prevalentemente di minori non accompagnati. 32 Sono ragazzi della quotidianità, che non hanno piena coscienza di ciò che gli è capitato. Del carcere vedono l’aspetto della privazione della libertà, vivono il presente e non pensano a quello che hanno fatto ieri, non ci riflettono. Tutti gli adolescenti sono concentrati sui bisogni primari, che devono soddisfare nell’immediato. Un esempio è quello della scolaresca che visita gli scavi di Pompei e la prima domanda che i ragazzi pongono è: “Ma qui c’è campo?”. Noi adulti non dobbiamo fermarci alla prima impressione ma ragionare e cercare il dialogo, perché quando si riesce a dialogare con loro ti accorgi che sono diversi, più coscienti e consapevoli, in grado di capire. Teniamo presente le loro difficoltà, a partire dal difficilissimo rapporto che gli adolescenti hanno con il loro corpo in crescita, che non sanno gestire. Ecco, dalla sua lunga esperienza con i ragazzi - in oratorio, come professore delle medie e come cappellano al Ferrante Aporti – quali insegnamenti ha tratto nel rapporto tra adulti e adolescenti? Se i ragazzi sanno che tu ci sei e interagisci con loro (anche su Facebook o rispondendo ai loro sms), si sentono accolti. Noi adulti non dobbiamo avere fretta: la pa- zienza è fondamentale, perché i loro tempi sono diversi. Per stare con i ragazzi dobbiamo essere disposti a “perdere” tempo, e in questa perdita di tempo non dobbiamo perdere i collegamenti, la nostra capacità di essere coerenti e credibili, perché loro ti vivisezionano. La presenza, “esserci”, ha un forte valore pedagogico ed educativo, significa non ritirarsi, ma stare con loro nei diversi momenti, anche quando ci sembra, appunto, di perdere tempo. Si parla molto di disagio dei ragazzi, ma il vero disagio è quello degli adulti: non sappiamo reagire, ci facciamo dominare dall’ansia di prestazione, quando invece dovremmo essere più sicuri di noi stessi. Si parla anche molto della necessità di non negare ai ragazzi la speranza… Questo è un problema nostro. Certamente i ragazzi hanno delle paure, ma sono più fiduciosi nel domani di quanto lo siamo noi, perché sono più incoscienti, non hanno le nostre preoccupazioni. Ed è giusto che sia così. Quando parliamo dei ragazzi, sottolineiamo sempre gli elementi negativi, vediamo tutto nero. Perché invece non ci sforziamo di trovare il positivo? Don Bosco diceva che in ogni giovane, anche il più discolo, c’è un punto su cui fare leva. Ed è verissimo. Il problema è che spesso noi adulti non riusciamo a trovare quel punto. Presenza, ascolto, affetto, comprensione: i ragazzi dei carceri minorili ne hanno bisogno più che mai per essere “riabilitati”. Non mi piace la parola “riabilitazione”, preferisco “reinserimento”. Questi ragazzi non sono malati. Il reato più frequente che commettono è quello contro il patrimonio, piccoli furti, oppure – nel caso soprattutto degli stranieri – spaccio di sostanze illecite. Un fenomeno nuovo è che molti ragazzi arrivano “schizzati”, sdoppiati, devastati a li- vello psicologico dall’uso di sostanze pesanti che prima non esistevano. Sono adolescenti, spesso non hanno coscienza di dove stanno andando. Investire su di loro significa fargli capire che sono bravi ragazzi, che possono fare bene. Perché hanno bisogno di sperimentare momenti positivi, di fare cose che vengono bene, di condurre vite normali in cui ci si alza al mattino per andare a scuola o a lavorare, si svolgono attività sociali, sportive, culturali. Attraverso queste attività a volte scopriamo dei talenti (nella musica, nel teatro, nello sport…). Non li si educa con le buone parole, ma aiutandoli a seminare il loro percorso di esperienze positive. I primi denigratori dei ragazzi sono essi stessi: per loro ritagliarsi un ruolo negativo è più facile, si sentono autorizzati a rinunciare, a dire: “Tanto per me è finita”. Molto più faticoso, invece, costruire e mantenere un’immagine positiva di sé. Cinque anni fa, quando il carcere è stato ristrutturato, lei ha chiesto che venisse costruita una cappella… Trent’anni fa non avrei mai detto che oggi saremmo arrivati ad avere anche una cappella (in cui a domeniche alterne si celebra la messa con la presenza di giovani volontari di alcune parrocchie), né che avrei battezzato e cresimato alcuni di questi ragazzi e anche alcuni agenti della Polizia Penitenziaria. Quando sono arrivato al Ferrante Aporti, nel ’79, ho puntato prima di tutto sull’aspetto educativo: fare con loro, stare con loro, come in oratorio. Non volevo, come prete, essere strumentalizzato dai ragazzi mettendomi dalla loro parte alla prima confessione. La scoperta della fede richiede tempi lunghi, non bisogna spingere né avere fretta. All’inizio, per me era importante innanzi tutto costruire un ambiente più umano, vivibile, dove venissero garantiti i diritti. Diritti sui quali ho vigilato, arrivando anche a scontrarmi. 33 PAROLEDIFRANCESCO L’arte di accompagnare “In una civiltà paradossalmente ferita dall’anonimato e, al tempo stesso, ossessionata per i dettagli della vita degli altri, spudoratamente malata di curiosità morbosa, la Chiesa ha bisogno di uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti all’altro tutte le volte che sia necessario. In questo mondo i ministri ordinati e gli altri operatori pastorali possono rendere presente la fragranza della presenza vicina di Gesù ed il suo sguardo personale. La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa ‘arte dell’accompagnamento’, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cfr Es 3,5). Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana”. Evangelii Gaudium n.169 34 TESTIMONI Don Bosco: così nacque l’oratorio Un giorno del 1841 Don Bosco si recò in visita insieme con don Giuseppe Cafasso alle prigioni di Torino in via San Domenico. “Vedere un numero grande di giovanetti, dai 12 ai 18 anni, tutti sani, robusti, d'ingegno sveglio, vederli là inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentare di pane spirituale e materiale, fu cosa che mi fece orrore”, scrisse in seguito. Capì che erano finiti in prigione “perché sono abbandonati a se stessi”. “Questi ragazzi – diceva - dovrebbero trovare fuori un amico che si prenda cura di loro, che li assista, li istruisca, li conduca in chiesa nei giorni festivi. Allora non tornerebbero in prigione'. Così fece di tutto per “impedire ad ogni costo che ragazzi così giovani finiscano là dentro”. E nacque l’oratorio. Dalle ”Memorie dell’Oratorio” di San Giovanni Bosco: “Durante quel primo inverno cercai di consolidare il piccolo Oratorio. Il mio scopo era di raccogliere soltanto i ragazzi più esposti al pericolo di rovinarsi, specialmente quelli usciti dalle carceri. Tuttavia, per avere una base di ordine e di bontà, invitai all’Oratorio anche altri ragazzi istruiti e di buona condotta. Questi mi davano una mano nel conservare un po’ di ordine, e mi aiutavano a far lettura e a eseguire canti sacri. Mi accorsi fin dall’inizio, infatti, che senza canti e senza libri di lettura divertente, le nostre riunioni festive sarebbero state un corpo senz’anima. La festa la passavo in mezzo ai miei giovani. Durante la settimana andavo a visitarli sul luogo del loro lavoro, nelle officine, nelle fabbriche. Questi incontri procuravano grande gioia ai miei ragazzi, che vedevano un amico prendersi cura di loro. Facevano piacere anche ai padroni, che prendevano volentieri alle loro dipendenze giovani assistiti lungo la settimana e nei giorni festivi. Ogni sabato tornavo nelle prigioni con la borsa piena di frutti, pagnotte, tabacco. Il mio scopo era di mantenere i contatti con i ragazzi che per disgrazia erano finiti là dentro, aiutarli, farmeli amici, e invitarli all’Oratorio appena fossero usciti da quel luogo triste”. 35 ITINERARIQUARESIMALI Giovani I segni di speranza ci sono: scoprili! Famiglia e adulti Cresciamo in umanità In questa settimana impegnati a rilevare, raccogliere e diffondere, condividendoli, i segni di speranza e di bene che affiorano nel nostro quotidiano. Non si tratta di ingenuo ottimismo ma di uno sguardo purificato dalla grazia che sa scorgere i germogli del Regno di Dio operanti intorno a noi. Papa Francesco ha detto ai fidanzati: “Il matrimonio è anche un lavoro di tutti i giorni, potrei dire un lavoro di oreficeria, perché il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito. Crescere anche in umanità, come uomo e come donna. E questo si fa tra voi”. Preghiera per malati e anziani Maria, madre di misericordia, donna che sotto la croce hai visto riconfermato il tuo dono di amore, ascolta la nostra invocazione. Tu conosci la sofferenza di tante persone, hai condiviso il dolore di uomini e donne anche per il compito che Gesù ti ha affidato dalla Croce. Invoca lo Spirito su quanti sentono il peso della malattia o vivono un periodo della vita in cui sperimentano i limiti e le fragilità della nostra condizione umana. Donaci lo Spirito perché sappiamo valorizzare ogni persona, fino al termine dei suoi giorni, con rispetto e dignità. Amen 36 Quarta settimana di quaresima 15-21 marzo Amare fino a spogliarsi di sé “ Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna Gv3,16 ” 37 COMMENTOALLAPAROLADIDIO Ognuno è prezioso Preghiera dei fedeli Preghiamo per la pace tra i popoli che ancora sono prigionieri dell’odio e della guerra. Si dirigano i passi dei potenti e dei responsabili delle nazioni sulla via della riconciliazione e della pace. Preghiamo. (a cura dell’Ufficio liturgico) “Tu si che vali!” è il titolo di un talent show che da qualche tempo colora i nostri schermi TV. Più in profondità, è un modo di ritradurre la buona notizia di questa manciata di sillabe di Vangelo. Anzi, di tutto il Vangelo: del dono di Dio e di ogni cammino di fede. Qui può trovare senso il vagare dei nostri passi, luce il nostro buio, acqua il nostro deserto, sostegno la nostra fatica. Arriva, solida come una roccia e delicata come una carezza questa parola di fiato e di carne che l’Emmanuele, il Dio con noi sempre, ci ripete. Una certezza che resta sicura mentre tutto cambia, proprio come la croce issata tra cielo e terra, manifesto dell’infinito amore di Dio per ciascuno di noi. Perché è nella Pasqua che questa parola si realizza. Dio ha una considerazione talmente alta di noi, ci stima al punto tale da dare il suo Figlio. La stima è, anche nella lingua corrente, il prezzo, il valore che riconosciamo a qualcuno, a qualcosa. In questo senso potremmo riesprimere cosi questo versetto di Giovanni: ciascuno di noi, per Dio, ha un valore così alto che Lui è disposto a pagare qualunque prezzo pur di non perderci. Siamo preziosi ai suoi occhi. Lui tiene alla nostra vita. Al punto da essere pronto a donare la Vita del Figlio… perché siamo suoi figli. Non è una promessa da marinaio. Sulla croce quelle parole si fissano come chiodi in un abbraccio aperto per sempre sul mondo: “ti amo da morire”. Alla lettera. Credere, allora, è riconoscere che la grandezza di questo amore gratuito e dato in anticipo, senza condizione e che costa il sacrificio di Dio, ci riguarda. È per noi. A noi spetta solo di lasciarsi amare così, per ricevere il dono della vita di Dio, della Vita che è Dio. Che dura per sempre perché Dio è eterno. (a cura dell'Ufficio catechistico) 38 RACCONTIMISSIONARI René e Léontine, fino alla fine Come si usa nelle etnie africane, i giovani si sposano dopo qualche anno di convivenza: entrambi devono dar prova alle rispettive famiglie d’essere persone mature. La donna, in particolare, può essere ripudiata se non dimostra di saper affrontare le difficoltà e la vita nuova nell’ambiente del futuro sposo. Così era avvenuto per Réné e Léontine. Dopo qualche tempo di vita tranquilla, senza screzi, un malessere fisico comincia a farsi sentire in Léontine. Le cure tradizionali non servono. La famiglia di lui insiste perché Réné rinvii Léontine alla famiglia d’origine: con questo persistente disagio fisico non può diventare madre, non potrà accudire alle incombenze normali, non potrà essere utile. Ma Réné è un ragazzo tutto d’un pezzo: non capisce perché dovrebbe dare un così grande e ulteriore dolore a Léontine. Un giorno, con una vettura di passaggio, decide di lasciare la sua famiglia e di venire in città: un amico gli offre provvisoria accoglienza. Lui lavorerà, troverà un medico, delle medicine, farà di tutto tranne che ripudiare Léontine. Sa che a queste condizioni non potrà contare sulla sua famiglia di origine o tornare al villaggio, mai più. Le prime cure sembrano dare qualche speranza. Léontine riesce ora a camminare. La gioia dura qualche settimana, poi il declino. Deve essere ricoverata in ospedale, i giorni sono contati. La suora che conosce entrambi propone di realizzare il loro sogno, di confermare con il matrimonio l’alleanza di amore che già hanno vissuto. Léontine sembra rivivere per un attimo, la gioia le illumina volto e sguardo. Non di meno Réné è commosso, felice. L’indomani Réné porta un bianco abito da sposa per Léontine e il letto d’ospedale diviene un piccolo altare dove si celebra un matrimonio di vero amore. Quell’anello Léontine lo porterà dritto dritto in Paradiso, per mostrarlo a Dio, in piena felicità. Suore Missionarie Immacolata Regina della Pace Bobo-Dioulasso (Burkina Faso) 39 AMAREFINOASPOGLIARSIDISÉ Come un bambino… Amare fino a spogliarsi di sé significa, per un missionario, inculturarsi, superare resistenze per aprirsi a mondi completamente diversi. Ma a padre Antonio Bonanomi, missionario della Consolata in Colombia dal 1978 fino a pochi mesi fa, non piace la parola “inculturazione”, preferisce parlare di cultura dell’incontro e del dialogo. a cura di Patrizia Spagnolo Lei è stato in Colombia per ben 36 anni… Sono stato in spazi culturali diversi: per 5 anni tra i campesinos, i contadini, poi per 12 anni in città, nei quartieri popolari di Bogotà. In seguito ho trascorso 19 anni con il popolo indio Nasa, nella parte sudoccidentale del Paese. La Colombia è stata la mia prima missione, ma quando sono partito non ero solo, eravamo in 5, ho sempre lavorato in équipe. Volevamo fare una missione nuova alla lu40 ce del Concilio Vaticano II. Eravamo curiosi di conoscere, scoprire i semi della Parola di Dio sparsi nelle altre culture, curiosi come Paolo VI, che era attento e voleva sapere. L’esperienza del Concilio ci indicava dunque il cammino: volevamo essere servitori della missione e non padroni; il servizio è sempre stata una dimensione molto forte nella nostra équipe. Quali difficoltà ha incontrato? Tra i contadini nessuna. Con loro mi sono sentito a casa perché sono nato in campagna, i valori contadini sono uguali ovunque: solidarietà, senso della comunità, attenzione, non esclusione… Ma quando sono andato nei quartieri popolari di Bogotà ho avuto delle sorprese. Le città latino americane sono, più di altre, un insieme di culture per la loro crescita smisurata. Ho conosciuto la miseria, la violenza. Ero smarrito, non sapevo cosa fare, era difficile costruire un progetto comunitario anche perché quei quartieri erano dormitori, la gente viveva, lavorava altrove. Fortunatamente non ero solo. L’équipe è fondamentale, è il primo spazio dove si vive il dialogo, e la cultura del dialogo è tipicamente latino-americana, dove l’incontro è la dimensione essenziale della vita. Così, nell’équipe missionaria ci siamo scambiati pareri, paure, incertezze. Volevamo creare una comunità e abbiamo cominciato dedicandoci molto alla formazione di persone che diventassero animatori urbani. E la sua esperienza tra gli indigeni? Nel Nord del Cauca i missionari della Consolata hanno raccolto l’eredità di padre Alvaro Ulcué Chocué, sacerdote indio Nasa assassinato nel 1984 per il suo impegno evangelico al servizio della sua gente. Quando sono arrivato, nel 1988, ho incontrato un popolo vivo con una storia di resistenza, un’identità culturale, un progetto di vita. Ho avuto subito la sensazione di essere entrato in un altro mondo: un’altra lingua, un altro modo di pensare e di relazionarsi… Mi sono sentito come un bambino. Quando mi sono presentato alla comunità ho detto loro che se mi avessero educato bene avrei fatto del bene. Mi accompagnavano ovunque, mi facevano notare i miei errori, mi dicevano che avevo troppa fretta, mi chiamavano “padre rapido”. Decisioni che io avrei preso in un minuto, loro le prendevano in 6 mesi perché tutta la comunità doveva essere d’accordo. Quali insegnamenti ha tratto dagli indios? La cultura indigena è affascinante, ho dedicato metà del mio tempo a studiarla. È una cultura che ha valori alternativi rispetto a quella dominante. Nel nostro mondo tutti si sentono padroni, mentre loro sostengono che nessuno lo è. Nella nostra cultura tutti pensano a “salire”, compresa la Chiesa, mentre lì considerano l’autorità un servizio. Ho conosciuto cabildos (le autoritá locali) che hanno dato la vita per la loro gente. Ecco, dagli indios ho imparato che devo servire e non comandare, perché lì l’autorità comanda obbedendo alla comunità. Ho imparato il rispetto della natura, non come fatto ambientale ma spirituale: la natura è abitata da Dio e rispettarla significa rispettare Dio. Ho imparato a custodire il creato. Gli indios, prima di tagliare un albero fanno un piccolo sacrificio allo spirito dell’albero, così fanno anche quando uccidono un pollo. A me questo ha incantato, ho capito il Vangelo. E lei cosa ha insegnato agli indios? A partire dalla mia esperienza cristiana, ho insegnato loro la solidarietà, la gratuità. Nella loro tradizione etica hanno il valore della reciprocità: danno perché hanno avuto o per avere, chi rimane indietro non ha diritti. I vecchi, ad esempio, si lasciano morire di fame perché non possono più lavorare. Se un bimbo nasce disabile lo ammazzano per pietà, perché nessuno si sarebbe fatto carico di lui. Per un povero è impossibile far crescere un bambino ammalato. Abbiamo insegnato anche a perdonare. Nella cultura indigena è eticamente obbligatorio vendicarsi, così ci sono persone che hanno vissuto anni d’inferno con l’odio nel cuore. Il perdono è un’esperienza che va costruita. Abbiamo praticato e insegnato il dialogo inter-culturale e inter-religioso, promuovendo il rafforzamento dell’identità, specialmente etica e spirituale, e insieme l’apertura all’incontro e al dialogo con altri spazi sociali e culturali per costruire insieme un altro mondo. Alla luce della sua esperienza, quali sono dunque secondo lei le “regole” dell’inculturazione? Sono essenzialmente le regole dell’incarnazione e della missione secondo lo stile di Gesù: - porsi su un piano di uguaglianza con l’altro e non di superiorità - passare da una spiritualità di conquista a una spiritualità di incontro e di dialogo - sentirsi piccoli, poveri, bambini e crescere con loro - sentirsi in cammino, non padroni ma alla ricerca umile e comunitaria della verità. 41 PAROLEDIFRANCESCO “Sogno una Chiesa in uscita” “Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia. Come diceva Giovanni Paolo II ai Vescovi dell’Oceania, “ogni rinnovamento nella Chiesa deve avere la missione come suo scopo per non cadere preda di una specie d’introversione ecclesiale”. Evangelii Gaudium n.27 42 TESTIMONI I grandi orizzonti di madre Enrichetta Nata a Carmagnola nel 1829, Maria Enrica Dominici all’età di 21 anni entra nell’Istituto delle Suore di Sant’Anna consacrando la propria vita a Dio, spinta dal “desiderio crescente di farsi buona e di servire di vero cuore il Signore”. A soli 32 anni viene eletta Superiora generale della Congregazione, fondata nel 1834 a Torino su iniziativa dei Marchesi di Barolo con lo scopo di offrire un’adeguata educazione alle ragazze di famiglie meno abbienti. Muore nel 1894, nel 1978 Paolo VI la proclama beata. Sotto la guida di madre Enrichetta, la famiglia religiosa delle Suore di Sant’Anna cresce e allarga gli orizzonti alla missione ad gentes, in dialogo con le diverse culture e spinta dalla passione educativa evangelizzatrice delle giovani generazioni. Nel 1871, le prime missionarie approdano in India. Dai suoi scritti: “Quale consolazione si prova a sentire [in India] recitare le preghiere del cristiano con tanta devozione! Quello è proprio il luogo delle mie più care compiacenze! [ma] ...al vedere la miseria spirituale e temporale di questi nativi, oh come fa apprezzare di più la grazia di essere nati in Paesi e da genitori cattolici. Quanto fa pena vedere tanta miseria senza poterla soccorrere... … Buon Dio, che siete la Bontà in essenza, perché non vi fate conoscere da tutte le creature per quello che siete? E chi conoscendovi potrebbe non amarvi, non cercare di farvi anche amare da quante più persone si può? … Io vorrei andare in ogni parte del mondo e far sì che tutti gli uomini conoscessero che cosa è in realtà il dono della fede e quali beni ne derivano…” 43 ITINERARIQUARESIMALI Giovani Superiamo malintesi e chiusure Famiglia e adulti Reti di amore gratuito Rifletti in quali situazioni segnate da equivoci, fraintendimenti o preconcetti ti sei trovato/a di recente. Prendi l'iniziativa per fare chiarezza, attivati per risolvere, per quanto possibile, malintesi e chiusure. Ina Siviglia, madre adottiva di quattro ragazzi rumeni: “Si arriva all’amore puro, senza attese, gratuito, totale, pronto a morire”. La comunità si impegni a costruire reti familiari disponibili a dare una mano, un tempo… Preghiera per malati e anziani Signore, tu ti prendi cura degli uccelli del cielo e dei gigli del campo: orientami a prendermi cura del mio corpo indebolito, della mia mente turbata, del mio spirito inaridito. Guidami a vivere bene il dono del tempo che mi dai: fa’ che non rimanga prigioniero del passato e viva di nostalgie e di rimpianti, né che mi angusti pensando al futuro e a ciò che può accadere a me e alle persone care. Il tempo passato è stato mio, ora appartiene alla tua misericordia. Il futuro non è una garanzia, ma un dono plasmato dal mio modo di vivere il presente. Guida i miei pensieri, orienta i miei sentimenti, ispira i miei gesti e le mie azioni Perché la mia vita quotidiana possa essere un inno di lode a te, datore di ogni bene. Padre Arnaldo Pangrazzi M.I. 44 Quinta settimana di Quaresima 22-28 marzo Amare fino a dare la vita “ Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo, se invece muore produce molto frutto Gv12,24 ” 45 COMMENTOALLAPAROLADIDIO Non sei solo Preghiera dei fedeli Preghiamo per quanti hanno dato la vita a causa del Vangelo, il sangue dei martiri fecondi la terra, e faccia germogliare frutti di pace, di speranza Preghiamo. (a cura dell’Ufficio liturgico) La parabola del chicco di grano che Gesù ci dona chiama ad operare anche in noi la “kenosis”, cioè lo svuotamento, per risorgere. Ognuno di noi sperimenta la vocazione e la sorte del chicco di grano: tutti chiamati, per la nostra creaturalità, senza differenze e eccezioni, speriamo con fede, a sperimentare nella vita la sorte del chicco. Gesù non nasconde le difficoltà della sua missione: ne coglie la grande sofferenza, ma poi si abbandona al Padre. Come il chicco di grano Gesù opera in croce la sua “kenosis” e grida: ”Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”(MC. 13,34). La sua è una spoliazione totale: è spogliato delle sue vesti, si sente abbandonato dai suoi, ha perso anche i suoi connotati fisici; si spoglia anche del legame con sua madre, donandola a tutti noi; anche la sua divinità, ora che è in croce, è offuscata, la sua bellezza è sfigurata. Gesù si sente abbandonato dal Padre e sperimenta in quegli istanti la notte oscura dello spirito. Gesù è caduto nell’abisso assoluto, e lì solo e abbandonato, prova l’esperienza di essere senza Dio. Ma da quell’abisso ci ha donato amore alla massima potenza e in quell’istante ogni uomo sulla terra associa a lui, anche inconsapevolmente, il suo grido di dolore e senso dell’abbandono. La morte e la risurrezione aprono al credente l’amore infinito di Dio Trinità, perché come il chicco di grano dona una vita nuova, così Gesù ci introduce alla festa nuziale del banchetto celeste. Con il grido di Gesù sulla croce anche nel seno della Trinità qualcosa è cambiato. (a cura dell'Ufficio per la pastorale della salute) 46 RACCONTIMISSIONARI I fiori di don Luciano Vogliamo dedicare questa pagina a un nostro fidei donum, don Luciano Gariglio, partito per il Brasile nel 1968 e lì morto annegato nel 1970, all’età di 33 anni, durante una giornata al mare con un centinaio di bambini, le catechiste e le suore della sua parrocchia. Era partito con tutto il suo entusiasmo e con tutta la sua voglia di essere apostolo, per amore di Cristo: “Ho scelto te, il tuo amore assoluto ed incondizionato. Mi hai voluto in Brasile? Eccomi.” L’impatto non è stato facile. Don Luciano racconta: In questo tempo sono cadute tante illusioni, prima tra tutte quella che questa gente aspettasse il Padre a braccia aperte e ricevesse in ginocchio la sua benedizione. Macché, anche qui c’è indifferenza e menefreghismo, il tutto maggiorato da una grande ignoranza non solo in fatto di religione. La prova di questo, quasi come un segno, mi è venuta dal primo battesimo che ho amministrato. Un bimbetto, José Nazareno, gridava come un matto, cercavo di fare le cose con delicatezza per non indispettirlo di più e lui, mentre gli verso l’acqua, fa la pipì e mi riempie una scarpa. Grazie al cielo ho immediatamente capito che insomma se cercavo di lavorare solo per la mia soddisfazione personale avrei concluso ben poco. Perciò ho cercato di pregare un po’ di più, ho cercato di voler bene a questi brasiliani, ma solo per amore di Gesù, se non volevo correre il rischio non solo di finire con le scarpe, ma anche con il cuore pieno di… cose inutili. Eppure, in tutte le testimonianze che lo riguardano emerge come le sue qualità umane e spirituali siano rimaste impresse negli animi della gente, al di là di “quel poco di bene” che riusciva a fare, come don Luciano diceva. Sono passati più di trent’anni dalla sua morte, ma ancora oggi la sua tomba è luogo dove ogni giorno qualcuno prega e deposita fiori freschi, di campo, quelli che don Luciano preferiva. 47 AMAREFINOADARELAVITA Ti dono la mia sofferenza L’amore autentico, gratuito, incondizionato, fatto di dedizione, sacrificio, servizio senza risparmio di energie è un’esperienza che può essere vissuta nella quotidianità, nell’ordinarietà di una vita dove anche il martirio del proprio dolore può essere risorsa, dono per gli altri, offerta a Dio. di Patrizia Spagnolo Il Centro Volontari della Sofferenza, fondato a Roma nel 1947 da don Luigi Novarese - definito da san Giovanni Paolo II “l'apostolo dei malati” –, è oggi diffuso in tutto il mondo; in Italia sono 72 le diocesi che ospitano una sede dell’associazione. Si deve a mons. Novarese, proclamato beato l’11 maggio 2013, il merito di aver rivoluzionato la pastorale della salute rendendo gli ammalati e le persone disabili protagonisti, insegnando loro a pensare in modo diverso a se stessi e alla malattia, dimostrando che lo spirito può diventare risorsa per il corpo. I volontari dell’associazione (circa un centinaio quelli a Torino, per informazioni tel. 011/2487056 o 3357376671) sono persone sia malate che sane, unite da un rapporto di amicizia; è lo stesso malato, aiutato da persone sane, a farsi “apostolo” verso altri malati, uscendo dall’isolamento e seguendo un percorso di autonomia che lo porterà ad essere risorsa per sé e per gli altri, ad attivare le proprie capacità, ad esplorare la propria spiritualità e a metter48 le le ali anche se la malattia o una disabilità inchioda il corpo a un letto o a una carrozzella. Perché l’attività spirituale, diceva don Luigi, allarga gli orizzonti, moltiplica le possibilità, fa diventare forti e potenti, costruttivi e invincibili. Si può vivere l'esperienza della sofferenza senza lasciarsi trascinare dallo scoraggiamento, dalla delusione o dalla diserzione. Per un credente, si tratta di prendere coscienza – ed è questa la missione dell’associazione – “del valore di salvezza che può esserci nel dolore dell'uomo quando lo si vive non come un limite ma come una risorsa per il bene”. Marika e Maria Teresa Grazie a Giovannina Vescio, coordinatrice regionale del Centro Volontari della Sofferenza, abbiamo incontrato due anziane signore volontarie dell’associazione: Marika e Maria Teresa. Marika è una persona non malata, si è sempre occupata del prossimo, compresi il padre e un marito che dopo 20 anni di malattia è morto sprofondandola nella disperazione e nella sensazione di inutilità. Maria Teresa è nata con una malformazione congenita alle gambe; ha subito diversi interventi e, dopo aver faticosamente camminato sulle stampelle, da 30 anni ormai vive su una carrozzella. Anche se ha vissuto a stretto contatto con la sofferenza fin da piccola, Maria Teresa è stata fortunata perché negli anni bui e poveri della guerra, pur essendo disabile, ha avuto dei genitori che si sono prodigati per lei. “I vicini di casa avevano addirittura consigliato ai miei genitori di non darmi più da mangiare, di lasciarmi morire…”, racconta. Quando è arrivata a Torino nel 1962, proveniente dal Veneto, Maria Teresa ha ricevuto dal suo parroco l’incarico di seguire i ragazzi del catechismo. “Mi sono sentita utile, accolta – continua – Ho anche insegnato cucito, preparavo i chierichetti per la messa. Tutto questo mi ha aiutato molto a superare la mia situazione di grande sofferenza”. Ascolto e amicizia Marika è entrata nel CVS dopo la morte di suo marito, alcuni anni fa: “Ero disperata e vagavo in cerca di qualcosa che mi facesse sentire utile – ci dice - Qui ho trovato lo scopo della mia vita. Aiuto le altre persone, sì, ma sono soprattutto loro, i malati, che aiutano me, perché mi donano molto. Sono loro che mi aiutano a risollevarmi quando, ogni tanto, cado…” Già quando ero piccola e mi preparavo per la prima comunione – continua Marika -, sentivo il bisogno di andare verso l’altro. Tutte le persone fragili mi fanno tenerezza e le trovo vicine al buon Dio. Dalle persone che aiuto ricevo un aiuto ancora più grande. Mi stimolano a capire che è l’amore la cosa più importante. È l’amore che salva”. Maria Teresa, invece, è volontaria dell’associazione già da 50 anni, quando ha cominciato a far visita ai malati con l’aiuto di persone sane. “Vado da loro a parlare, a portare conforto, a pregare. Ho scoperto quanto siano importanti l’ascolto e l’amicizia. Uso molto anche il telefono. Ho scoperto il valore della sofferenza, che ho offerto al Signore perché non vada sprecata. E cosciente del fatto che la sofferenza ha valore, persevero, vado avanti, non mi scoraggio”. “Sento che non sono sola a soffrire – continua Maria Teresa - e ho capito quanto sono stata fortunata ad aver avuto genitori che non mi hanno tenuta nascosta. Ho imparato a vivere da sola dopo che sono sempre dipesa da qualcuno, ho affinato tutte le strategie per sviluppare la mia au- tonomia, esco con il mio scooter elettrico, posso andare in giro e guardare il creato. L’autonomia è importantissima”. Signore, sei grande! Le due signore si raccontano volentieri, Marika più timida e parca di parole, Maria Teresa un fiume in piena, spiritosa, sempre con la battuta pronta. Appaiono serene, si sentono appagate, ma emerge chiaramente la sofferenza di entrambe, pur avendola vissuta in situazioni diverse. Sofferenza a cui sono riuscite a dare senso e valore lungo un percorso in cui la loro forza d’animo ha avuto bisogno di essere sostenuta. “Mi sento bene – dice Marika - ringrazio il Signore per avermi dato tante cose belle. Quando sono triste guardo queste cose belle e dico: ‘Signore, sei grande!’. Mi occupo dei fiori, faccio parole crociate, aiuto le persone, realizzo indumenti con la lana per i bisognosi. È importante per me fare qualcosa di manuale”. E lei, Maria Teresa, come si sente oggi? “Mi sento come se avessi 60 anni, il mio spirito è vivo, più di quanto lo fosse 30 anni fa. Quando sono stata in ospedale per un’operazione al tunnel carpale, ero allegra e trasmettevo anche agli altri la mia allegria. Adesso sono serena, e sono consapevole che questa serenità mi è stata affidata da Dio come un dono, e ogni giorno prego il Signore di darmi la forza di non abbattermi, di continuare affinché questa forza la trasmetta anche alle altre persone che soffrono”. 49 PAROLEDIFRANCESCO Ogni persona merita affetto e dedizione “Per condividere la vita con la gente e donarci generosamente, abbiamo bisogno di riconoscere anche che ogni persona è degna della nostra dedizione. Non per il suo aspetto fisico, per le sue capacità, per il suo linguaggio, per la sua mentalità o per le soddisfazioni che ci può offrire, ma perché è opera di Dio, sua creatura. Egli l’ha creata a sua immagine, e riflette qualcosa della sua gloria. Ogni essere umano è oggetto dell’infinita tenerezza del Signore, ed Egli stesso abita nella sua vita. Gesù Cristo ha donato il suo sangue prezioso sulla croce per quella persona. Al di là di qualsiasi apparenza, ciascuno è immensamente sacro e merita il nostro affetto e la nostra dedizione. Perciò, se riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita. È bello essere popolo fedele di Dio. E acquistiamo pienezza quando rompiamo le pareti e il nostro cuore si riempie di volti e di nomi!” Evangelii Gaudium n. 274 50 TESTIMONI È così “inspiegabile” morire contenti? Nato a Cuorgné nel 1903, Callisto Caravario entro come novizio nella Famiglia Salesiana all’età di 15 anni, partì per le missioni cinesi nel 1924 e fu ordinato sacerdote nel 1929. Il suo nome è legato a quello di mons. Luigi Versiglia, insieme al quale venne ucciso nel 1930 in un bosco sulle rive del fiume Beijang, vicino alla città di Shaoguan. Entrambi sono stati dichiarati martiri nel 1976 da Paolo VI, beatificati nel 1983 e proclamati santi nel 2000 da Giovanni Paolo II. Il loro martirio si colloca sullo sfondo delle persecuzioni dei cristiani in Cina. Il 25 febbraio 1930 don Callisto, che aveva appena 26 anni, stava accompagnando monsignor Versiglia in visita pastorale nella missione del distretto di Lin Chow, in una zona devastata dalla guerra civile, assieme a due giovani maestri, le loro sorelle e una catechista. La loro imbarcazione fu assalita dai pirati, che minacciarono di rapire le donne se non avessero avuto i soldi richiesti. I due missionari si opposero fermamente e furono selvaggiamente picchiati, legati e trascinati in un bosco vicino per essere fucilati. Mons. Versiglia e don Caravario iniziarono a pregare ad alta voce, s'inginocchiarono e assorti nella preghiera furono uccisi. Circa dieci minuti dopo i banditi tornarono e raccontarono ai compagni: “Sono cose inspiegabili. Noi abbiamo visto tanta gente morire, e tutti temono la morte. Questi due invece sono l’opposto, sono morti contenti e queste ragazze non desiderano altro che morire…”. Le ragazze, infatti, avevano cercato di uccidersi pur di non cadere nelle mani dei pirati, che le avrebbero sicuramente violentate. Dovettero però seguire i loro aggressori sulle montagne e solo dopo cinque giorni furono liberate dai soldati regolari. 51 ITINERARIQUARESIMALI Giovani Aiutiamo chi soffre Famiglia e adulti L’amore tutto sopporta Tra le situazioni di vita a te vicine o di cui sei venuto a conoscenza, ci sono persone che stanno attraversando un particolare momento esistenziale, segnato da prove e sofferenze? Individua e offri un modo concreto di presenza accanto a una persona interiormente provata, specialmente se sta affrontando la croce nella solitudine o nell'abbandono. L’inno alla carità della prima lettera ai Corinti si chiude con “l’amore tutto sopporta”. È la costanza nella tribolazione, la forza nel sopportare ogni avversità senza arrendersi. “L’amore è lo ‘stile’ di Dio e dell’uomo credente, è il comportamento di chi, rispondendo all’amore di Dio, imposta la propria vita come dono di sé a Dio e al prossimo”. (Benedetto XVI) Preghiera per malati e anziani Guarda con bontà,o Signore, questo nostro fratello aggravato dal peso dei suoi anni, confrontalo nel corpo e nell’anima con la pienezza del tuo santo Spirito, perché sia sempre saldo nella fede, sereno nella speranza e lieto di dare a tutti testimonianza del tuo amore. Per Cristo nostro Signore. Amen 52 Settimana Santa 29 marzo - 5 aprile Via Crucis (a cura dell'Ufficio liturgico) “ Dio ha tanto amato il mondo da dare a noi il suo Figlio Unigenito cfr Gv3,16 ” Canto: Ecco l'Uomo (CdP 511); Il tuo amore, Signore (CdP 497). Guida: Nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo. R. Amen. Il Signore, che guida i nostri cuori nell’amore e nella pazienza di Cristo, sia con tutti voi. T. E con il tuo spirito. Monizione Fratelli e sorelle carissimi, con questa Via crucis siamo invitati a ripercorrere le ultime ore di Gesù, gli ultimi passi del suo cammino in mezzo agli uomini. Anche noi vogliamo seguirlo, sulla via della Croce, per giungere con Lui alla gloria della Resurrezione. Lungo questo cammino portiamo con noi il peso delle nostre croci, il peso del dolore di tutti gli uomini del mondo, insieme all'immenso bisogno di amore e di speranza che palpita nel cuore dell'umanità. Ascolteremo la parola di Dio che racconta del suo Amore di infinita misericordia, mediteremo la sua Passione con le parole di papa Francesco, leveremo la nostra supplica all’Agnello misericordioso. Con cuore aperto e disponibile, raccogliamoci nel silenzio e nella preghiera. Orazione Preghiamo. Signore Gesù, Pastore buono, mite agnello immolato, tu hai sofferto per noi lasciandoci un esempio affinché seguiamo le tue orme. Guida i nostri passi verso sentieri di amore e di pace, guarisci con la forza delle tue piaghe le ferite dell'odio, della discordia, della disperazione. Fa' splendere il tuo volto su questa tua umanità e giungeremo al tuo regno dove non c'è più morte, né dolore, né pianto. Perché tu sei il Misericordioso, il Compassionevole, il Vincitore, nei secoli dei secoli. T. Amen. 53 I Stazione: Gesù lava i piedi ai discepoli Guida: Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo Tutti: Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo. Lettore 1: Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 13,1-5) Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto. Meditazione: Anche noi, come i discepoli, sorpresi e stupiti dal gesto di Gesù, siamo invitati a contemplare il mistero dell’amore di Dio che si china sulle nostre fragilità e raccogliamo il suo invito a prenderci cura dei nostri fratelli. Così ci esortano le parole di papa Francesco: “Il mondo è lacerato dalle guerre e dalla violenza, o ferito da un diffuso individualismo che divide gli esseri uma- 54 ni e li pone l’uno contro l’altro ad inseguire il proprio benessere. Che tutti possano ammirare come vi prendete cura gli uni degli altri, come vi incoraggiate mutuamente e come vi accompagnate: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35) (Evangelii Gaudium, 99). Litania Lettore 2: Agnello di Dio, che parli di amore e di pace. T. Abbi pietà di noi! Agnello di Dio, che sei la nuova Alleanza. T. Abbi pietà di noi! Agnello di Dio, che sei la salvezza del mondo. T. Abbi pietà di noi! Agnello di Dio che togli i peccati del mondo. T. Abbi pietà di noi! Padre nostro Orazione Guida: O Dio, che ci hai amati per primo e ci hai donato il tuo Figlio, perché riceviamo la vita per mezzo di lui, fa' che nel tuo Spirito impariamo ad amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati, fino a dare la vita per i fratelli. Per Cristo nostro Signore. T. Amen. II Stazione: Gesù è consegnato per essere crocifisso Guida: Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo. Tutti: Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo. Lettore 1: Dal Vangelo secondo Marco (Mc 15, 8-15) La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. Pilato rispose loro: “Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?”. Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. Pilato disse loro di nuovo: “Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?”. Ed essi di nuovo gridarono: “Crocifiggilo!”. Pilato diceva loro: “Che male ha fatto?”. Ma essi gridarono più forte: “Crocifiggilo!”. Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Meditazione: Di fronte al tradimento della folla, all’invidia dei capi dei giudei, alla durezza del cuore di Pilato, contempliamo l’amore di Gesù, che non giudica e non condanna, ma ci invita ad uscire da noi stessi, per superare il nostro individualismo. A questo ci invitano le parole di papa Francesco: “Solo grazie all’incontro con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità. Giungiamo ad essere pienamente umani quando sia- mo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero”. (Evangelii Gaudium, 8). Litania Lettore 2: Agnello di Dio, che doni il tuo sguardo d'amore. T. Abbi pietà di noi! Agnello di Dio, che sostieni chi è nel dolore. T. Abbi pietà di noi! Agnello di Dio, che doni pace e speranza. T. Abbi pietà di noi! Agnello di Dio che togli i peccati del mondo. T. Abbi pietà di noi! Padre nostro Orazione Guida: Dio grande e fedele, che riveli il tuo volto a chi ti cerca con cuore sincero, rinsalda la nostra fede nel mistero della croce e donaci un cuore docile, perché nell’adesione amorosa alla tua volontà seguiamo come discepoli il Cristo tuo Figlio. Egli è Dio e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. T. Amen. Lettore 1: Dal Vangelo secondo Luca (Lc 23, 26) Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù. Meditazione: Il piccolo gesto di amore di Simone di Cirene non resta nascosto agli occhi dell’Evangelista che lo offre a noi quale modello di autentico discepolato. Anche le parole di papa Francesco, ci richiamano alla necessità di riscoprire la bellezza di ogni piccolo gesto di amore: “Piccoli ma forti nell’amore di Dio, come san Francesco d’Assisi, tutti i cristiani sono chiamati a prendersi cura della fragilità del popolo e del mondo in cui viviamo” (Evangelii Gaudium 216). III Stazione: Litania Lettore 2: Agnello di Dio, ristoro alla nostra stanchezza. T. Abbi pietà di noi! Agnello di Dio, donato a noi da Maria. T. Abbi pietà di noi! Agnello di Dio, speranza sul nostro cammino. T. Abbi pietà di noi! Agnello di Dio, che togli in peccati del mondo. T. Abbi pietà di noi! Gesù è aiutato da Simone di Cirene Padre nostro Guida: Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo. Tutti: Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo. Orazione Guida: Padre misericordioso, che nel comandamento dell’amore hai posto il compendio e l’ani- ma di tutta la legge, donaci un cuore attento e generoso verso le sofferenze dei fratelli, per essere simili a Cristo buon samaritano del mondo. Per Cristo nostro Signore. T. Amen. IV Stazione: Gesù incontra le donne Guida: Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo. Tutti: Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo. Lettore 1: Dal Vangelo secondo Luca (Lc 23,27-31) Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti : “Cadete su di noi!”, e alle colline: “Copriteci!”. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?” Meditazione: Lungo la via dolorosa lo sguardo di Gesù si posa sulla folla, sulle donne, su ciascuno di noi. Chiediamo al Signore di guardare al mondo con lo stesso sguardo compassionevole di Gesù. 55 Così ci ricordano le parole di papa Francesco: “Quando sostiamo davanti a Gesù crocifisso, riconosciamo tutto il suo amore che ci dà dignità e ci sostiene, però, in quello stesso momento, se non siamo ciechi, incominciamo a percepire che quello sguardo di Gesù si allarga e si rivolge pieno di affetto e di ardore verso tutto il suo popolo. Così riscopriamo che Lui vuole servirsi di noi per arrivare sempre più vicino al suo popolo amato” (Evangelii Gaudium, 268). Litania Lettore 2: Agnello di Dio, che doni il tuo sguardo d'amore. T. Abbi pietà di noi! Agnello di Dio, che sostieni chi è nel dolore. T. Abbi pietà di noi! Agnello di Dio, donato a noi da Maria. T. Abbi pietà di noi! Agnello di Dio che togli i peccati del mondo. T. Abbi pietà di noi! Padre nostro Orazione Guida: O Dio, Padre del Cristo nostro salvatore, che in Maria, vergine santa e premurosa madre, ci hai dato l’immagine della Chiesa, manda il tuo Spirito in aiuto alla nostra debolezza, perché perseverando nella fede cresciamo nell’amore, e camminiamo insieme fino alla mèta della beata speranza. Per Cristo nostro Signore. T. Amen. 56 V Stazione: Gesù sulla croce, grida al padre Guida: Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo. Tutti: Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo. Lettore 1: Dal Vangelo secondo Marco (Mc 15, 22-25.33-34) Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa “Luogo del cranio”, e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: EloEloì, lemà sabactàni, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Meditazione: Contempliamo il mistero dell’amore di Dio che non ha risparmiato di donarci il suo unico Figlio e, con le parole di papa Francesco, sentiamolo vivo e operante in ciascuno di noi. Egli infatti ci ricorda che: “A tutti deve giungere la consolazione e lo stimolo dell’amore salvifico di Dio, che opera misteriosamente in ogni persona, al di là dei suoi difetti e delle sue cadute” (Evangelii Gaudium, 44). Litania Lettore 2: Agnello di Dio, che spezzi l'odio del mondo. T. Abbi pietà di noi! Agnello di Dio, speranza a chi è disperato. T. Abbi pietà di noi! Agnello di Dio, che perdoni ogni nostro peccato. T. Abbi pietà di noi! Agnello di Dio che togli i peccati del mondo. T. Abbi pietà di noi! Padre nostro Orazione Guida: Cristo innalzato, Amore crocifisso, riempi i nostri cuori del tuo amore, affinché riconosciamo nella tua croce il segno della nostra redenzione e, attratti dalle tue ferite, viviamo e moriamo con te, che vivi e regni con il Padre e con lo Spirito ora e nei secoli eterni. T. Amen. VI Stazione: Gesù muore sulla croce e consegna lo spirito Guida: Ti adoriamo, Cristo, e ti benediciamo. Tutti: Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo. Lettore 1: Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 19, 28-42) Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé. Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: “Ho sete . Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: “È compiuto!”. E, chinato il capo, consegnò lo spirito. Meditazione: Gesù sulla croce ha sete, quella stessa sete di amore e di speranza di molti uomini e donne del nostro tempo. Così ci ricorda papa Francesco: “In alcuni luoghi si è prodotta una ‘desertificazione’ spirituale, frutto del progetto di società che vogliono costruirsi senza Dio o che distruggono le loro radici cristiane”. Questo non deve scoraggiarci poiché «è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto, che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere”. Nel deserto, infatti, “c’è bisogno di persone di fede che, con la loro stessa vita, indichino la via verso la Terra promessa e così tengono viva la speranza. In ogni caso, in quelle circostanze siamo chiamati ad essere persone-anfore per dare da bere agli altri. A volte l’anfora si trasforma in una pesante croce, ma è proprio sulla Croce dove, trafitto, il Signore si è consegnato a noi come fonte di acqua viva. Non lasciamoci rubare la speranza!” (Evangelii Gaudium, 86). Litania Lettore 2: Agnello di Dio, sorgente d'amore. T. Abbi pietà di noi! Agnello di Dio, sei vita che sconfigge la morte. T. Abbi pietà di noi! Agnello di Dio, datore del soffio divino. T. Abbi pietà di noi! Agnello di Dio che togli i peccati del mondo. T. Abbi pietà di noi! Padre nostro Orazione Guida: Signore Gesù Cristo, tu che al momento del tuo ultimo respiro hai affidato con amore alla misericordia del Padre gli uomini e le donne di tutti i tempi con le loro debolezze ed i loro peccati, riempi noi e le generazioni future del tuo Spirito d'amore. A te, Gesù crocifisso, sapienza e potenza di Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. T. Amen. Canto: Salve Regina, Croce di Cristo (CdP 508), Ti saluto Croce santa (CdP 522); Volto dell’uomo (CdP 525). Benedizione finale Guida: Fratelli e sorelle, con questa Via crucis abbiamo spiritualmente seguito Gesù nel cammino verso il Padre: il Signore ci conceda di poterla vivere realmente nel nostro quotidiano, portando la nostra croce dietro a lui, fino al giorno del nostro esodo, verso la Pasqua eterna. Guida (se è un presbitero o un diacono): Il Signore sia con voi. T. E con il tuo spirito. Vi benedica Dio onnipotente † Padre, Figlio e Spirito santo. T. Amen. Oppure se la guida è un laico: Dio Padre e Figlio e Spirito Santo, che nella sua Passione ha manifestato la grandezza del suo amore per noi ci benedica e ci protegga sempre. T. Amen. Benediciamo il Signore. T. Rendiamo grazie a Dio. 57 Sul sito Internet dell’Ufficio Missionario www.diocesi.torino.it/missioni è possibile visionare e scaricare il presente fascicolo, le schede dettagliate dei singoli progetti per la Quaresima di Fraternità 2015 e materiali di animazione. È possibile sostenere i progetti della “Quaresima di Fraternità” anche versando contributi autonomi a: Arcidiocesi di Torino Ufficio Missionario via Val della Torre, 3 10149 Torino tel. +39 011 51 56 372 conto corrente postale: 17949108 Iban: IT72 Y033 5901 6001 0000 0110 790