QUADERNI DELLA CONSULTA
Consulta
della Pastorale
della Scuola
della Diocesi
di Verona
2015
N°8
A cura di
Don
Domenico
Quaderni della Consulta - 8
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Consolini
Quaderni della Consulta - 8
Presenza cristiana
nella scuola: è possibile?
A cura di Don Domenico Consolini
Verona, Ottobre 2015
Presentazione
Quest’anno il lavoro della Consulta della Pastorale Scolastica si è orientato verso
una naturale continuazione di quello portato avanti l’anno precedente: “la Chiesa
per la Scuola e la Scuola per la Chiesa” che era culminato nell’incontro con papa
Francesco il 10 maggio in una piazza San Pietro piena di persone, speranze ed
entusiasmo.
Ci si è chiesti :” Una presenza cristiana nella scuola, è possibile?” è realizzabile?
Come deve essere? In che termini può concretizzarsi? Abbiamo iniziato con l’intervento tecnico di un esperto di didattica e pedagogia che delineasse con chiarezza i termini della questione, che potesse offrirci spunti di approfondimento e
confronto sulla base di elementi da condividere sul piano professionale e relazionale. Non si è trattato di un’erudita esposizione ma di un corale coinvolgimento
fino al riconoscimento di una griglia che poi potesse utilmente servire per proseguire il nostro approfondimento. L’analisi è continuata con una suddivisione
per tipologie scolastiche, dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di secondo
grado con la partecipazione delle componenti fondamentali, dai docenti, ai genitori, studenti e dirigenti.
Si è poi scelto di allargare l’angolatura con l’apporto diretto dell’utenza con uno
spessore provinciale, coinvolgendo la scuola statale, comunale e paritaria, sempre
con la presenza di tutte le funzioni essenziali e si è concluso infine con l’analisi
puntuale dei piani dell’offerta formativa effettuata da due dirigenti direttamente
coinvolti.
Mi sembra di poter dire che si è trattato di un lavoro serio, fatto con passione e
competenza, senza pregiudizi e rispettoso delle tante diverse posizioni. Così, con
semplicità e convinzione lo offriamo a quanti amano il mondo della scuola, a
quanti hanno a cuore i nostri giovani e le nostre famiglie, per uno scambio proficuo e per accettare consigli e suggerimenti.
Mi sento in dovere di ringraziare tutti gli amici della Consulta per il loro impegno e per la professionalità con cui hanno affrontato questo pezzo di strada insieme; a tutti l’augurio che possa essere di stimolo per continuare a servire la nostra
comunità con la stessa disponibilità ed apertura, con l’aiuto del Signore.
don Domenico Consolini
Presidente della Consulta e
Direttore dell’ Ufficio Diocesano
di Pastorale Scolastica
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Quaderni della Consulta - 8
Abitare cristianamente
e laicamente la scuola
di Giuseppe Tacconi
1. Introduzione
alcune strategie che sono apparse come
concretamente percorribili.
Le riflessioni di cui qui si dà conto sono
nate nell’ambito di un incontro della
consulta di pastorale scolastica della
diocesi di Verona, che si è svolto il 19
dicembre 2014.
La consulta è uno spazio ecclesiale particolare, in cui diverse persone credenti, accomunate da un vivo interesse per
la scuola, si incontrano per riflettere
sul senso della propria presenza in tale
contesto. Sono rappresentati un po’ tutti gli ambiti e le componenti. Ci sono
persone che operano in scuole statali,
di ogni ordine e grado, e altre che sono
impegnate in scuole paritarie di ispirazione cristiana. Ci sono insegnanti, in
servizio o in pensione, dirigenti scolastici o gestori, genitori, studenti e altri che,
a vario titolo, si sentono legati a questo
mondo e intendono promuovere in esso
una presenza significativa dei cristiani.
La testimonianza del proprio essere cristiani nella scuola passa innanzitutto
dallo stile personale, da come quotidianamente si interpreta (si concepisce e
si traduce operativamente) il proprio
ruolo. Essere cristiani nella scuola non
significa dunque apporre etichette a ciò
che si fa o condurre battaglie ideologiche, ma attingere dal proprio essere
cristiani l’ispirazione per fare bene ciò
che si fa, nel rispetto delle caratteristiche specifiche di tale ambiente (è questo il senso del “laicamente” inserito nel
titolo).
Questo testo restituisce lo scambio avvenuto durante l’incontro del dicembre
scorso e si basa sulle note raccolte a
suo tempo da chi scrive. La consegna di
apertura era di esprimere che cosa significava per ciascuno/a abitare la scuola
da cristiani. L’intervento di chi ora scrive
si è poi agganciato alle parole di chi era
intervenuto e ha portato l’attenzione su
2. La voce dei
protagonisti
Essere da cristiani nella scuola, non significa fare cose particolari, ma fare il
proprio lavoro (anche quello di studente) con uno stile particolare:
essere nella scuola come insegnante
cristiano significa essere competente,
puntuale e disponibile. Un insegnante
cristiano è uno che ascolta, che sa dialogare con gli alunni e con i genitori. È
un seminatore di speranza, uno che dà
fiducia, uno che sa che il frutto lo vedrà
domani (Giuseppe, insegnante di Lettere in pensione);
il tratto caratterizzante dell’essere da
cristiani nella scuola è la capacità di
dialogo amichevole con i colleghi (Sr.
Giovanna, Istituto Mondin);
l’ambiente scolastico non è sempre accogliente. Qualche volta ho l’impressione che stiamo andando a lavorare e che
il voto sia un po’ la retribuzione. Percepiamo diverse tensioni tra docenti. Il
gruppo classe non è unito. L’ambiente
è un po’ ostile e, con alcuni docenti, la
qualità del rapporto è pessima. In questo contesto è importante portare una testimonianza diversa (Melania, studentessa in un Liceo statale);
i cristiani sono allegri, positivi. Si tratta
di sottolineare le cose positive che ci sono
nelle varie situazioni, di mettere in rassegna la scuola “buona”. Testimoniare
a scuola non è facile, ma questo impegno che penetra il quotidiano risulta poi
contagioso. Si tratta di comunicare cose
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che ti convincono perché le hai vissute e
di migliorare le relazioni recuperando
le cose positive e costruendo su quelle
(Gianni, ex dirigente tecnico);
ho visto cadere un muro. Sta crescendo
nella scuola il desiderio di costruire un
senso comune. La scuola sta chiedendo
ai cristiani di esserci. Ci sono dirigenti
che chiedono ai cristiani di restare nel
mondo della scuola, di esserci. Un vero
cristiano, nella scuola, è chi sa dare
valore e senso all’esperienza scolastica
stessa (don Maurizio, pastorale universitaria).
Se nella scuola il malessere non manca, i cristiani sono chiamati a dare una
testimonianza di segno diverso: facendo bene il proprio dovere, curando in
particolare la qualità delle relazioni, coltivando il dialogo, infondendo energia
positiva, alimentando sempre di senso e
valore l’esperienza che vivono.
Il luogo di incontro è l’umano. Si tratta
di testimoniare che, a partire da un’ispirazione cristiana, si può illuminare
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una particolare qualità dell’umano, che
possa essere riconosciuta tale anche da
altri:
“Prof., le devo parlare. Sa che non credo
a tutte le baggianate di religione!”. “Sai
che sono un credente…”. Non ho parlato di religione. Ci siamo incontrati sulla
via dell’umano (Francesco, insegnante
di religione in un IT);
nella scuola dell’infanzia spesso le insegnanti si sentono un po’ sottovalutate e
hanno poca fiducia in se stesse. Si tratta
di nutrire l’umano (Giuliana, coordinatrice FISM);
la scuola forma ed educa. Possiamo apprendere da don Bosco che nel 1850-54
fa l’oratorio festivo, proponendo il gioco
e il catechismo, ma poi avvia i Laboratori, nella casa annessa all’oratorio, e
le scuole. Ai suoi giovani diceva: “salva, salvando, salvati”, “ti invito a condividere con me l’attività”, “aiutami ad
insegnare, a far giocare. Dammi una
mano. Ho bisogno di te, mi fido di te,
tu puoi, hai delle doti, delle ricchezze
da condividere”. E così faceva emergere dei potenziali, promuoveva protagonismo. Si tratta di valorizzare gli studenti mano a mano che crescono, non
di guardarli solo come utenti, con uno
sguardo che passivizza. La scuola è luogo di interazione e di costruzione di
cultura (don Rodolfo, salesiano);
quando i professori hanno passione, e
competenza, gli studenti apprendono.
Ho in mente un prof. così. Le sue lezioni
erano da ascoltare e ricordare (Chiara,
studentessa Liceo paritario);
è la passione educativa che fa muovere il resto. L’educazione non è solo un
immagazzinare informazioni ma un
coltivare passioni. È la passione che alimenta il senso (Katia, genitore, Agesc);
i consigli di classe dove si viveva una
forte condivisione tra colleghi erano
contesti in cui si lavorava meglio (Luisa, insegnante in pensione).
Puntare sull’umano significa accogliere
l’umano, nutrirlo, mostrare concretamente che l’ispirazione cristiana è una
fonte di umanizzazione e di cultura,
coltivare e alimentare passione, creare
condivisione.
Una presenza particolarmente significativa è quella degli insegnanti di religione:
gli insegnanti di religione lavorano con
più classi e dunque con più gruppi di
docenti. Un aspetto impegnativo è la gestione di situazioni conflittuali tra colleghi; sono situazioni che rendono l’ambiente di lavoro meno fertile; anche qui
si può fare molto (Bruna, Insegnante di
religione nella scuola primaria);
la presenza cristiana è vista come positiva. Gli insegnanti di religione hanno
in genere un buon rapporto con la scuola. Molti dirigenti vedono gli insegnanti
di religione come una risorsa. Si tratta
di essere una presenza significativa. Si
tratta innanzitutto di esserci (don Domenico, responsabile ufficio scuola).
Gli insegnanti di religione, con la loro
presenza, possono essere una risorsa
importante per la scuola di tutti.
3. Linee di azione
Qui di seguito, cercherò di indicare,
seppur per brevi cenni, alcune linee di
azione che possono aiutare a tradurre
operativamente l’esigenza emersa sopra
di centrare la presenza dei cristiani nella
scuola sulla forza umanizzante che l’ispirazione cristiana ha e sulla sua capacità di contribuire a rivitalizzare nella
scuola le relazioni, i legami di fiducia e
la philia. Tali linee di azione, che non
avanzano alcuna pretesa di esaustività,
vanno poi articolate in modo specifico,
a seconda delle situazioni in cui ci si
trova ad operare.
1. Alimentare continuamente visione
e senso
I cristiani sanno di avere qualcosa di
importante da condividere con gli altri,
negli ambienti in cui operano, ma sanno
anche che il dono che sentono di aver
ricevuto non è un possesso esclusivo.
Essere nella scuola da cristiani significa,
per dirla con Roberto Mancini, imparare
a essere testimoni, non padroni di quanto si è ricevuto:
«…il testimone serve la verità, adotta
una disciplina, accetta di buon grado il
“limite” di non essere lui a impersonare o a decidere la verità stessa. Proprio
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per questo non si sogna di stabilire su di
essa un monopolio. La testimonianza è
aperta per sua indole al confronto dialogico, alla pluralità delle altre testimonianze, al pluralismo che ciò comporta»
(Mancini, 2010, p. 10).
Si tratta di contribuire con altri a costruire una visione educativa condivisa
all’interno della scuola, partecipando
con consapevolezza ai processi di progettazione e di autovalutazione delle
realtà scolastiche. La costruzione di visione e senso condivisi alimenta quegli
atteggiamenti di fondo che, nei processi
educativi, sono più importanti di tutte le
tecniche e di tutti i metodi. Il senso, in
particolare, ci consente di coinvolgerci
intensamente in quello che facciamo e
dà al nostro lavoro l’impronta della nostra unicità.
Se è vero che Gesù Cristo rivela l’umano, la vitalità dell’ispirazione la possiamo – dobbiamo – verificare sulla qualità
scolastica e formativa degli ambienti che
contribuiamo a costruire. Le domande
che verificano la qualità della presenza
possono allora essere le seguenti: che
qualità umana contribuiamo a generare
nell’ambiente scolastico? Che cosa imparano gli allievi da noi (da quello che
diciamo ma soprattutto da quello che
viviamo)? Che possibilità di crescita e
di fioritura dell’umano incontrano? Che
esperienza relazionale contribuiamo
a rendere possibile nelle nostre realtà
per allievi, insegnanti, genitori ecc.? Che
pensiero/riflessione ci caratterizza? Che
innovazione esprimiamo? Come partecipiamo ai processi decisionali? Come
contribuiamo a rendere trasparente
quello che facciamo?
2. Coltivare relazioni cordiali
È importante che come cristiani contribuiamo a creare le condizioni perché la
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gente (i docenti, gli studenti, il personale amministrativo, tecnico e ausiliario
ecc.) venga volentieri a scuola e senta
che farne parte è bello. Si tratta di fare
in modo che la vita stessa della scuola
alimenti il benessere delle persone che
ne fanno parte. In questo tempo è particolarmente necessario immettere energie positive nella scuola e aumentare in
essa quella philia che è necessaria in
ogni organizzazione (cfr. Bruni, 2014).
Lo possiamo fare coltivando relazioni
cordiali con tutti, in particolare con chi
per vari motivi si trova ai margini, ed
esercitando con tutti l’arte dell’ascolto.
Quando non ci sono relazioni cordiali,
nella scuola, viene meno quell’entusiasmo, senza il quale è difficile costruire
le condizioni perché tutti possano sperimentare la gioia di imparare. Quando si
vivono relazioni cordiali, le scuole fioriscono e ciascuno (insegnante o studente che sia), all’interno di esse, è messo
nelle condizioni di tirare fuori il meglio
di sé.
3. Avere rispetto reciproco
Nella scuola, c’è bisogno di cristiani capaci di ascoltare prima di parlare, accogliere prima di giudicare, amare questo
mondo prima di difendersene, nutrirsi
di creatività piuttosto che di paura, annunciare profeticamente piuttosto che
accusare (cfr. Bianchi, 2006, p. 36). Si
tratta innanzitutto di rispettare profondamente gli altri e le loro visioni del
mondo, di attribuire loro valore, di lasciarsene interrogare, di accogliere le
critiche, elaborandole come spunto per
approfondire anche la propria identità.
Da questo rispetto possono nascere stima e fiducia reciproche. Del resto, si è
tutti confrontati con un compito comune: far vivere la scuola a servizio delle
giovani generazioni.
4. Condividere storie
L’appartenenza a una comunità narrativa (la chiesa) ci può rendere, come
cristiani, particolarmente sensibili alle
narrazioni. In ogni scuola è presente
un immenso patrimonio narrativo. Ogni
volto racconta una storia, ma le narrazioni vanno anche sollecitate, raccolte,
documentate, custodite e comunicate.
Le narrazioni consentono infatti di far
tesoro delle esperienze e di dare loro
un senso, inserendole all’interno di una
trama. Accogliere e valorizzare le storie
di ciascuno consente di sentirsi parte di
una storia più grande, ma anche di un
destino e di un bene comune da costruire assieme.
5. Partecipare e aver cura delle comunità di pratica
Le comunità di pratica sono aggregazioni, spesso spontanee, di persone che si
attivano su specifici interessi tematici e
che spesso trovano il gusto di condividere pratiche, materiali ed esperienze.
Da cristiani è importante, a qualsiasi li-
Schematizzazione di Piera Cattaneo
vello, come studenti o come insegnanti
o come dirigenti, riconoscere e promuovere tali aggregazioni, parteciparvi generosamente, offrendo il proprio contributo al loro sviluppo.
6. Documentare i processi e facilitare
il flusso delle comunicazioni
Talvolta, nella scuola, sembra che si abbia paura di scrivere o che si guardi alla
scrittura come a un appesantimento burocratico. In realtà, documentare, scrivere, far circolare le informazioni sono
azioni che assumono un valore anche
relazionale. Vuol dire prendere sul serio
le persone, il loro incontrarsi, il loro tentativo di costruire insieme prospettive e
visioni, a partire dalla ricchezza delle
differenze. Si tratta allora di contribuire a dare senso alla scrittura e alla documentazione scolastica, di partecipare
nella co-costruzione di testi dinamici,
che facilitino i processi di pensiero e i
processi decisionali. Anche così cresce il
senso di co-autorialità che rende possibile a tutti i partecipanti un modo diverso di stare dentro le cose.
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4. CONCLUSIONE
5. BIBLIOGRAFIA
Le relazioni che da cristiani costruiamo all’interno della scuola sono una
questione che riguarda anche la nostra
responsabilità sociale, culturale e politica. Contribuendo alla costruzione di
relazioni vive, testimoniamo una cultura
che è importante anche per la società,
l’economia e la vita civile, diventiamo
segno che un certo modo di stare insieme e di aver cura dell’umano è possibile
e mettiamo così in circolazione un prezioso capitale relazionale.
Bianchi E. (2006), La differenza cristiana, Einaudi, Torino.
Bruni L. (2014), Fondati sul lavoro, Vita
e pensiero, Milano.
Lipari D., Valentini P. (2013), Comunità
di pratica in pratica, Palinsesto, Roma.
Mancini R. (2010), Il servizio dell’interpretazione. Modelli di ermeneutica nel
pensiero contemporaneo, Il pozzo di
Giacobbe, Trapani.
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Riflessione per ambiti
Nella scuola dell’infanzia
di Giuliana Mantovani
Le linee guida che ci sono state proposte non sono solo del tutto condivisibili
e concretizzabili nella scuola dell’infanzia, ma sono perfettamente in linea con
il contenuto delle Indicazioni per il Curricolo.
Per quanto riguarda il coltivare relazioni cordiali vediamo che il documento
mette al centro dell’azione educativa la
persona in tutti i suoi aspetti “cognitivi, affettivi, relazionali, corporei, estetici, etici, spirituali, religiosi”. Quindi
la presa in carico deve essere globale
e si parte sempre cercando di costruire
e consolidare buone relazioni. E’ nella
serenità affettiva che il bambino cresce
in tutte le sue componenti, quindi l’accoglienza senza riserve è la base dello
sviluppo armonico della persona.
L’osservazione delle peculiarità di ciascuno consente all’insegnante di accogliere ciascuno così com’è senza idealizzazioni e riconoscendo potenzialità e
bisogni.
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Questa capacità dell’insegnante di mantenere un atteggiamento accogliente
con i bambini ha bisogno però di una
rete di relazioni cordiali fra adulti. L’alleanza educativa con i genitori e la gestione collegiale della scuola sono condizioni imprescindibili.
Per la scuola dell’infanzia la relazione
con i genitori è molto stretta, perché e la
prima istituzione generalizzata sul territorio a cui essi affidano i loro figli.
E’ un incontro che va preparato con cura
perché ciascuno si aspetta che il proprio
figlio venga accolto con caloroso affetto.
L’incontro con la scuola, tuttavia, deve
aiutare la famiglia a condividerne le finalità. Una fra le prime da affrontare è
quella della costruzione dell’autonomia
che va fatta crescere nel bambino con
una azione sinergica scuola-famiglia.
Nel rispetto del ruolo specifico ciascuno deve fare la sua parte. Altro impegno
fondamentale per gli insegnanti è costruire relazioni efficaci con i colleghi e
il personale ausiliario.
Questo importante aspetto è richiesto
dalle Indicazioni per il curricolo che
recitano “…assume particolare rilievo
la comunità professionale dei docenti
che, valorizzando la libertà, l’iniziativa
e la collaborazione di tutti, si impegna
a riconoscere al proprio interno le differenti capacità, sensibilità e competenze,
a farle agire in sinergia, a negoziare in
modo proficuo le diversità e gli eventuali conflitti…”.
Balza subito all’occhio che questi atteggiamenti non possono essere imposti
“per legge” ma richiedono un patto fra
persone disponibili e responsabili. Un
atteggiamento sottinteso a quanto richiesto dalla Indicazioni, e a mio avviso
indispensabile, è quello dell’umiltà, cioè
la disponibilità a pensare che nessuno
sa tutto e vede tutto da solo e che nella
diversità si costruisce meglio.
Allora sarebbe bene andare oltre il ri-
spetto reciproco e prendere atto delle
diverse competenze di ciascuno per valorizzarle e metterle a servizio del progetto educativo/didattico della scuola.
Questa valorizzazione delle diverse
competenze viene promossa anche nei
bambini. Sempre le Indicazioni, al capitolo “Centralità della persona” suggeriscono di prestare particolare cura della
“formazione della classe come gruppo”
e alla promozione dei legami cooperativi perché i bambini capiscano che per
realizzare un ambiente accogliente in
cui stare bene occorre l’impegno di tutti, quindi anche il loro.
Questo è favorito dall’organizzazione
delle sezioni della Scuola dell’Infanzia perché si trovano insieme bambini
di tre età quindi,soprattutto durante le
routine, i più grandi sono di esempio e
di aiuto ai più piccoli.
Naturalmente i bambini possono vivere
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serene relazioni superando i conflitti se
hanno una immagine di sé sufficientemente buona, perché per star bene con
gli altri è necessario star bene con se
stessi. Curando che ciascuno abbia una
buona autostima l’insegnante non fa
lavorare i bambini sempre a livello individuale, ma organizza gruppi di lavoro assegnando compiti in cui i bambini
possano discutere e negoziare soluzioni
(es. Illustrare le fasi di un racconto, fare
la pasta pane …).
Organizza poi attività di routine in cui
un piccolo gruppo, a turno, rende un
servizio a tutti, come apparecchiare,
sparecchiare, riordinare …
In questo senso la documentazione che
viene richiesta come dovere istituzionale agli insegnanti va rivolta prima di tutto ai bambini, perché si rendano conto
della strada percorsa insieme, delle capacità che hanno acquisito da soli ma
anche collaborando nel gruppo. La teoria delle intelligenze multiple di Gardner
va tenuta presente soprattutto per far
interiorizzare agli scolari che ciascuno
è “diversamente” bravo e se mettiamo
insieme le abilità di ciascuno siamo tutti
più ricchi. Si alimenta, insomma, la cooperazione anziché la competizione che
potrebbe già affacciarsi nei più grandi (i
miei disegni sono più belli, io corro più
veloce …).
La documentazione rivolta a tutto il collegio e ai dirigenti, poi, andrebbe curata
per mantenere la memoria delle buone
pratiche, per confrontarsi con semplicità su quello che ha funzionato oppure no, per far tesoro delle esperienze
altrui e ricorreggere il tiro. E’ molto
importante anche la documentazione
rivolta ai genitori perché si rendano
conto dello spessore pedagogico della
scuola dell’Infanzia e la loro fiducia e
stima aumenti nel tempo. Ritengo però
che sia indispensabile comunicare non
solo cosa si fa e come, ma soprattutto le ragioni educative che guidano le
scelte didattiche, cioè il perché. Quando
questo avviene si verificano nella scuola dell’Infanzia, sia statale che paritaria,
belle esperienze di collaborazione scuola-famiglia, in cui i genitori dedicano
tempo, passione e competenze alla realizzazione di un progetto comune.
Un insegnante che riesce a vivere la sua
professione credendo nell’importanza
ed efficacia del suo compito è una persona che serve la vita e opera perché la
vita cresca in tutti in modo armonioso.
E’ una persona che non si scoraggia facilmente, ma sa avere fiducia nell’azione
educativa e la sa nutrire negli altri. E’ un
tecnico della “negoziazione” che nel dialogo sa comprendere le posizioni altrui
e sa mediare, non è tuttavia una persona
a cui va bene tutto per il quieto vivere, ma sa anche sostenere le sue idee in
modo gentile ma fermo per proporre i
valori in cui crede.
Probabilmente allora chi lo osserva intuisce che è guidato da una “luce”, da
un’idea forte, dall’incontro con una Persona che modella il suo essere senza
che abbia bisogno di dirlo.
Se si tratta poi di una scuola di ispirazione cristiana, il comportamento di tutto il personale che vi opera dovrebbe
rendere manifesto il rispetto e l’amore
scambievole che Gesù ha insegnato.
Il rischio, in questa situazione, è che
quanto viene dichiarato a livello “pubblico” nel Pof non abbia riscontro nella
prassi quotidiana con danno evidente
per la qualità delle relazioni, e per la
qualità stessa dell’insegnamento.
Il patto che dovrebbe impegnare tutti
gli attori di una scuola di ispirazione
cristiana è quello di far trasparire dalla
conduzione e dal comportamento di tutti l’adesione al messaggio cristiano.
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Nella scuola primaria
di Rosetta Ambroso
La relazione del Professor Tacconi si
è snodata attorno a sei linee guida; i
recenti fatti di Parigi e le numerose e
differenti reazioni in tutto il mondo mi
hanno spinto a puntare anzitutto l’attenzione sulla terza: avere rispetto reciproco.
Il rispetto è riconoscimento fiducioso
dell’altro, è attenzione al suo mondo, ai
suoi affetti, al suo modo di pensare, alla
sua cultura…, è valorizzazione dell’altro
in quanto riconosciuto “alla pari”, laicamente e cristianamente “fratello”.
Il rispetto favorisce la costruzione di
rapporti positivamente reciproci, anche
se non necessariamente presuppone la
reciprocità di buoni intenti. Lo si può offrire per primi, secondo quanto indicato
dalla famosa “regola d’oro” presente in
molte religioni e culture: “Fai agli altri
ciò che vorresti fosse fatto a te” o “Non
fare agli altri ciò che non vorresti fosse
fatto a te”.
E’ un’indicazione che ho trovato pedagogicamente e didatticamente molto utile nel mio lavoro di insegnante di scuola
primaria. I bambini la capiscono benissimo. La difficoltà - o per meglio dire:
l’impegno di noi adulti - non consiste
principalmente nel dover chiarire o portare esempi, ma nel creare le condizioni
affinché i bambini possano riconoscerla
valida e farla propria. Devono poter fare
piccole esperienze di libertà, cioè poter
decidere, entro alcuni limiti, non solo la
merenda del mattino o la felpa da indossare, ma anche il modo di rapportarsi con gli altri.
Per quale motivo, infatti, i bambini dovrebbero sforzarsi di giocare con tutti,
rispettare e valorizzare anche i compa-
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gni noiosi o antipatici, addirittura voler
loro “bene”? Come noi adulti, anch’essi
hanno bisogno di riconoscere tali modalità come gratificanti per sé, costruttive e arricchenti il proprio mondo di
relazioni. E noi dobbiamo farli provare.
Se crediamo che la nostra non è una
proposta di puro stampo moralista ma
un’offerta di valore, dobbiamo cogliere
dalla quotidiana vita di classe le opportune occasioni per proporre, permettere
loro di scegliere, sperimentare e valutare atteggiamenti e comportamenti accoglienti e prosociali.
In cambio di una condotta orientata alla
fraternità, il Vangelo non promette soltanto “la vita eterna”, ma anche “il centuplo in questa vita”. Quindi, non abbiamo timore, testimoniamo e facciamo
sperimentare. E il tutto nella libertà. Il
Vangelo dice “Se vuoi, vieni e seguimi”.
E vale anche per i bambini.
Il tema della libertà mi fa tornare ai fatti di Parigi. Libertà di stampa, libertà di
parola, di espressione, di satira, di…
Libertà, liberté: grande parola rinata e
consacrata dalla Rivoluzione francese;
spesso si dimentica che essa stava in
compagnia con altre due, égalité e fraternité, che, sia pur su piani diversi, da
una parte ne integrano e allargano la
definizione, dall’altra implicitamente le
pongono dei limiti. Papa Francesco ha
parlato molto chiaramente: “Ognuno ha
non solo la libertà e il diritto, ma anche
l’obbligo di dire ciò che pensa per aiutare il bene comune”, “ma senza offendere”. L’offesa è il contrario del rispetto,
in qualche modo colpisce l’altro nel suo
intimo. Ci vogliono sensibilità e saggezza per capire quando il nostro dire o
fare può ferire l’altro, ma la regola d’oro
aiuta a discernere: “Non fare agli altri
ciò che non vorresti fosse fatto a te”. Ed
è un discorso che possiamo proporre
nelle nostre scuole, indipendentemente
dalla presenza di fedi religiose diverse o
agnosticismi vari.
In merito alla seconda linea guida – coltivare relazioni cordiali – e alla quarta
– aver cura delle comunità di pratica
– rilevo come la progressiva “complessizzazione” della professione docente,
unitamente ad una sempre maggior
frammentazione dei ruoli, stiano di fatto
riducendo molto, all’interno della scuola, gli spazi della collegialità e della condivisione. Soprattutto, si stanno assotti-
gliando i tempi. E i tempi ci vogliono.
Il tempo non è una variabile di poco
conto nella tessitura e nella cura delle
relazioni. E ci vuole il tempo anche per
costruire e vivere le occasioni del confronto, della messa in comune di idee,
esperienze, proposte. Ci vuole il tempo
per pensare, riflettere insieme, capire insieme, riconoscere insieme “i segni dei
tempi”, decidere con consapevolezza.
Le associazioni professionali possono
“far casa”, offrire possibilità di incontro,
dialogo, partecipazione, condivisione.
Le Istituzioni scolastiche ed ecclesiali
potrebbero valorizzarle.
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Nella scuola secondaria
di Luisa Klingler
1. Alimentare il senso. Se non c’è un
rapporto vivo con ciò che si insegna
non c’è insegnamento. La testimonianza
non è esibire vessilli, imporsi, è qualcosa di più umile e lo si comunica se è
vissuto.
2. Coltivare relazioni cordiali. Essere
persone che costruiscono ponti. Proporre modalità relazionali positive per
superare i conflitti.
3. Avere rispetto reciproco. . Rispettare è
dare valore, guardare ogni persona con
stima e fiducia reciproca. Il nostro lavoro non può essere regolato solo da un
contratto.
4. Aver cura delle “comunità di pratica”.
Gruppi che si costituiscono spontaneamente, vanno riconosciuti, ne va accompagnato lo sviluppo.
5. Condividere storie. In ogni scuola c’è
un grande patrimonio frutto delle tante
esperienze che vi hanno operato (pensare, ad esempio, al rapporto scuolafamiglia)
6. Documentare i processi e facilitare i
flussi delle informazioni. Togliere dalla
burocrazia le pratiche di condivisione,
che resti traccia delle riunioni per non
ripartire sempre da capo.
Mi sono ritrovata in queste linee guida e le ho viste come l’esplicitazione
sintetica di ciò che con i miei colleghi,
negli anni d’insegnamento nella scuola
pubblica e ora in carcere, ho tentato di
realizzare.
Guardando all’attività d’insegnamento
come a un processo, ho ordinato le li-
22
Quaderni della Consulta - 8
nee guida in un altro modo.
Prima, però, di entrare in argomento alcune considerazioni:
La situazione sociale in questi ultimi
cinquant’anni è cambiata in modo radicale. Pensiamo solamente alla trasformazione della famiglia, (genitori che,
lavorando tutto il giorno, non possono
essere presenti per educare a tempo pieno i figli, famiglie allargate per cui non
sono chiari i ruoli delle persone che vivono sotto lo stesso tetto, ecc.), o al bombardamento d’informazioni distribuite
in modo non controllato. Questo e altro
chiedono con impellenza alla scuola di
essere comunità educante, di dare punti
di riferimento sicuri, regole chiare, rendono necessarie relazioni costruite su
un dialogo paziente, spiegazioni serie
e convincenti, motivazioni autentiche,
tempi per la costruzione di rapporti,
anche se ricavati a fatica. (Sono passati
i tempi in cui l’insegnante poteva trasmettere solo cultura!).
Per raggiungere tutto questo, il docente
non può più muoversi da solo, deve operare con la collaborazione di più soggetti: gli alunni, i colleghi e possibilmente
i genitori;
Esigenze diverse per i vari ordini di
scuola portano a un’applicazione/interpretazione diversa delle linee guida;
Le linee guida devono essere affiancate/
supportate da coerenza e chiarezza;
La mia esperienza è legata alla scuola
superiore e al carcere;
A. Coltivare relazioni cordiali.
Essere persone che costruiscono ponti.
Proporre modalità relazionali positive
per superare i conflitti.
Non si può più entrare in classe nudi e
crudi limitandosi a far lezione!
Creare il giusto clima, incuriosire, aprire
orizzonti, spiegare gli obiettivi (disciplinari e non) che, in collaborazione,
si vogliono raggiungere, chiarire regole
reciproche di buona convivenza, sono
le premesse per un proficuo rapporto
educativo.
In particolare:
Accoglienza per il biennio, sottolineando l’accoglienza perché il salto tra
la scuola media e la scuola superiore è
notevole; un insegnante (possibilmente
il coordinatore di classe) può, per esempio, far visitare agli alunni l’istituto
(classi, uffici, laboratori, palestre, ecc.);
il consiglio di classe può presentare gli
obiettivi e i programmi, ecc.
Patto educativo per il triennio; ci troviamo di fronte a ragazzi che hanno già
fatto scelte importanti, in autonomia,
dobbiamo riconoscere la loro maturità
e aiutarli a individuare le loro responsabilità; si può, per esempio, declinare
insieme delle regole di classe, individuare obiettivi condivisi, ecc.
Supporto senza pietismi e senza discriminazioni, cioè supporto puramente
professionale, per il carcere; per dare il
meglio si devono sentire persone normali.
B. Avere rispetto reciproco.
Rispettare è dare valore, guardare ogni
persona con stima e fiducia reciproca. Il
nostro lavoro non può essere regolato
solo da un contratto.
za, per seguire questa linea guida è stato il presentarmi alle persone con cui
ho lavorato come persona tra persone,
alla pari, chiarendo i diversi ruoli, ma
non confondendo ruolo con potere, rilevando come ogni ruolo esige assunzione di responsabilità e assicurando con
fiducia che qualunque situazione può
essere migliorata (dare speranza).
C. Alimentare il senso.
Se non c’è un rapporto vivo con ciò
che si insegna non c’è insegnamento.
La testimonianza non è esibire vessilli,
imporsi, è qualcosa di più umile e lo si
comunica se è vissuto.
Abbiamo creato i presupposti per un sereno clima di lavoro, abbiamo condiviso
regole e ruoli, ora si tratta di dimostrare di essere “all’altezza” con quanto
detto, dobbiamo dare il massimo.
Non basta la conoscenza della materia
d’insegnamento, occorre la passione e
anche un po’ di “mestiere”, sapere cioè
come, quando e a che livello proporre
gli argomenti, rendendoli interessanti,
accendendo curiosità, facendo intravedere possibilità personali di sviluppo.
Testimoniare, essere all’altezza, conquistare stima e fiducia non vuol dire avere
la verità in tasca, non sbagliare mai; si
è più stimati e credibili se si ammettono
gli errori (l’importante è non perseverare!).
In questo modo si trasmette anche l’idea che se si sbaglia non si è “bollati a
vita”, l’importante è ammetterlo per poter così migliorare; l’errore, se vissuto in
modo corretto, è utile!.
D. Aver cura delle “comunità di pratica”.
Gruppi che si costituiscono spontaneamente, vanno riconosciuti, ne va accompagnato lo sviluppo.
Il metodo migliore, per la mia esperien-
Quaderni della Consulta - 8
23
E’ un incentivo per allontanarsi dalla lezione frontale, un modo per dare fiducia
alle capacità degli alunni, per renderli
protagonisti e far emergere tutte le loro
potenzialità. Importante è l’atteggiamento del docente/accompagnatore che
deve anche mettersi in gioco lasciando
esplorare agli alunni nuove strade, che
non gli sono proprie, controllandone
però la correttezza, tentare di diventare
inutile.
(esempio A.d.P., traduzione carcere e
pear tutors).
E. Condividere storie.
In ogni scuola c’è un grande patrimonio frutto delle tante esperienze che vi
hanno operato (pensare, ad esempio, al
rapporto scuola-famiglia).
Questa linea guida si può tradurre con
l’alimentare il senso di appartenenza, ad
esempio cercando di creare il gruppo
classe, una forza che può far superare
agli elementi più fragili momenti di crisi.
Ho costatato che il senso di appartenenza crea dei vincoli veramente potenti e
durevoli nel tempo.
(cene di classe V, cene Marconi, messa
defunti, ecc.).
24
Quaderni della Consulta - 8
F. Documentare i processi e facilitare
i flussi delle informazioni.
Togliere dalla burocrazia le pratiche di
condivisione, che resti traccia delle riunioni per non ripartire sempre da capo.
E’ un’indicazione utile sia per i docenti
sia per gli alunni.
Come dicevo all’inizio, per un’efficace
azione educativa, non è più possibile
che il docente lavori da solo, occorre la
collaborazione dei colleghi per esempio
a livello di c.d.c. o di dipartimento.
In un contesto di docenti convinti della bontà della collaborazione e competenti, le varie riunioni di coordinamento
possono produrre dei veri “miracoli” di
iniziative, proposte di obiettivi importanti. Spesso si raggiungono dopo lunghe e faticose discussioni; è quindi utile
conservane traccia ed evidenziare il/i
processi messi in atto per non ripetere
le stesse cose in un incontro successivo
e per dare la possibilità ad altri di usufruire del lavoro fatto.
Nel versante studenti rendere evidente
un processo che ha portato al successo è estremamente utile per riprodurre
situazioni vincenti e per avviare ad un
metodo di studio.
Linee guida per una presenza
cristiana nella scuola:
il Dirigente
di Giovanni Pontara
1. Alimentare il senso. Se non c’è un
rapporto vivo con ciò che si insegna
non c’è insegnamento. La testimonianza non è esibire vessilli, imporsi,
è qualcosa di più umile e lo si comunica se è vissuto.
Alimenta il senso “di coerenza” tra le
diverse fasi progettuali in cui un istituto definisce, con l’offerta formativa, la
propria identità e il modo in cui attraverso l’azione d’insegnamento è attuata
l’offerta stessa.
Presidia nella quotidianità (anche attraverso opportune forme di confronto
con tutti i protagonisti) l’attuazione dei
principi fondanti dell’azione educativa
(solitamente espressi nel POF in riferimento a valori universalmente condivisi e propri anche dell’impegno cristiano:
rispetto di ogni pesona e dei suoi valori,
responsabilità, impegno, onestà, aiuto e solidarietà, adesione rigorosa alle
norme e alle regole della vita scolastica,
ecc.).
Assicura attraverso l’organizzazione, le
comunicazioni, l’ascolto di tutti gli attori scolastici, occasioni di scambio e di
confronto delle esperienze e dei punti di
vista.
Fa in modo che ciascuno possa esprimere i propri convincimenti in coerenza al
proprio vissuto, evitando che gruppi di
insegnanti o singoli protagonisti prevarichino sugli altri e impongano (più o
meno subdolamente) loro scopi o finalità.
2. Coltivare relazioni cordiali. Essere
persone che costruiscono ponti. Proporre modalità relazionali positive
per superare i conflitti.
E’ garante degli impegni assunti e condivisi, ma non esita a far rimettere tempestivamente in discussione, nei modi e
nei tempi definiti dall’organizzazione
scolastica, le decisioni prese quando
queste si rivelano inadeguate;
Si propone come interlocutore super
partes e non condizionabile da gruppi
di pressione o portatori di interessi vari;
Assicura una presenza disponibile, ricerca di punti d’incontro tra diverse
posizioni, ha pazienza e tenacia per
raggiungere il massimo di vera condivisione sulle decisioni (sembra a volte più
facile governare creando paure, distacco, divisioni e mettendo gli uni contro
gli altri, ma a scuola certamente è la soluzione peggiore)
3. Avere rispetto reciproco. Rispettare
è dare valore, guardare ogni persona
con stima e fiducia reciproca. Il nostro lavoro non può essere regolato
solo da un contratto.
Si carica della responsabilità dirigenziale quando le cose non hanno funzionato o non funzionano come previsto
Quaderni della Consulta - 8
25
(questo ovviamente non esclude la ricerca e l’individuazione delle responsabiltà individuali nei modi e nelle forme
sanciti dai regolamenti scolastici);
c’è un grande patrimonio frutto delle
tante esperienze che vi hanno operato (pensare, ad esempio, al rapporto
scuola-famiglia)
Evita azioni di scaricabarile per salvaguardare la propria immagine, magari
approfittando della posizione che consente un accesso privilegiato alle informazioni;
Sa far condividere storie per fare storia.
La mobilità eccessiva, il precariato, una
mal riposta idea di libertà di insegnamento spesso impediscono alla scuola
di fare storia di sé stessa; in alcuni casi
non si ha la consapevolezza dell’importanza di del fare storia.
Crea condizioni di circolarità delle informazioni e di potenziamento delle
posssibilità e capacità di ciascuno (logica dell’empowerment nei confronti di
tutte le componenti scolastiche: studenti, docenti, genitori)
4. Aver cura delle “comunità di pratica”. Gruppi che si costituiscono spontaneamente, vanno riconosciuti, ne va
accompagnato lo sviluppo.
Riconosce che c’è comunità di pratiche
quando c’è la diponibilità a condividere quanto di meglio si è costruito per
renderlo ulteriormente miglorabile attraverso l’azione degli altri. Una comunità scolastica concretamente operativa
non riproduce, ma elabora le pratiche
(comunità di pratiche non significa
mettere tout court a disposizione il nostro progetto e la nostra soluzione, ma
offrirli perché vengano migliorati e diventino patrimonio della comunità).
Favorisce un clima relazionale che
sostenga e rinforzi il sentire comune
(identità d’istituto) di studenti, famiglie
e personale scolastico;
Interpretare il ruolo di Dirigente che sa
dirigere un’orchestra che non replica
mai, ma costruisce giorno per giorno la
sua partitura.
5. Condividere storie. In ogni scuola
26
Quaderni della Consulta - 8
Il dirigente deve tenere il capo del “fil
rouge” che unisce - in dimensione sincronica e diacronica – storie, pratiche,
tradizioni della scuola per consegnarlo
alla riprogettazione, alla ulteriore condivisione con gli studenti e le famiglie.
Una buona tradizione, tante volte, è già
un buon progetto da elaborare.
6. Documentare i processi e facilitare i
flussi delle informazioni. Togliere dalla
burocrazia le pratiche di condivisione,
che resti traccia delle riunioni per non
ripartire sempre da capo
E’ attento a non confondere burocrazia
con documentazione.
Nelle fasi di progettazione e condivisione libera gli insegnanti da adempimenti funzionali alla sola dimensione
formale (amministrativa, documentale,
certificativa).
Fa in modo che si evitino prodotti da
“cassettizzazione”: i documenti operativi stanno sulla cattedra per essere adoperati, non negli archivi per rassicurare
la coscienza!
Dimostra più interesse per i risultati
concreti e sostanziali che per gli aspetti
formali.
Focus allargato
a livello provinciale
Gruppo infanzia-Primaria
Focus intermedio allargato a livello provinciale
di Piera Cattaneo
Secondo quanto emerso dal lavoro di
gruppo, “coltivare relazioni cordiali”
sembra essere l’elemento catalizzatore
delle linee guida per una presenza cristiana nella scuola. Da un lato si collega
dinamicamente con la ricerca e l’acquisizione di senso che diventa lo sfondo
di snodo dell’intero percorso formativo,
e dall’altro si collega con l’avere rispetto
reciproco: la base solida di ogni relazione civile e umana.
Il mondo della scuola è un insieme
variegato di relazioni, accordi, stili comunicativi e modalità di azione, vario
e complesso; ogni componente intesse
rapporti asimmetrici e simmetrici carichi di significato e di intenzioni non
sempre palesi e sicure. Le interpretazioni dei messaggi possono, a volte, essere
facili o meno complessi ma vanno sempre relativizzate e spesso la lettura del
messaggio ne risulta fortemente soggettiva tanto da fraintenderlo. Ciò che importa è come viviamo queste relazioni
e come rispondiamo alle varie richieste
comunicative; in gioco c’è sempre la
nostra personalità, come pure i nostri
pensieri, sentimenti, credenze, paure,
difese, disponibilità.
Ognuno di noi vive la sua storia che
28
Quaderni della Consulta - 8
non è isolata dalle altre ma è un risultato di intrecci tra ciò che accade e ciò che
viene capito. La nostra storia e la storia
dell’altro si incontrano creano le situazioni e le realtà più o meno condivise e
comprese ma sempre collegate.
È nel dialogo che nasce il nuovo, che
si costruisce il positivo e si sviluppa il
“prendersi cura” dell’altro come valore
intrinseco in una relazione che valorizza
le persone e ne individua l’unicità e la
ricerca di senso. Il cammino che ognuno
di noi compie accanto all’altro diventa
“occasione” di “incontro” dove la fiducia
e l’interesse all’altro sono gli elementi
cardine di tutto ciò che rimane. Interessarsi all’altro significa uscire la proprio
ego e non avere paura.
Essere accogliente diventa la condizione per maturare momenti di crescita
interiore fondati sul rispetto e sulla valorizzazione di ciascun interprete nella
relazione: testimonianza di speranza e
di futuro.
Accettare di non farcela, farsi aiutare
dall’altro, anche da colui che sembra
essere contrario a noi, diventa una sfida e l’opportunità per il cambiamento
e la scelta di ciò che vale veramente; il
riconoscere quanto la persona è impor-
tante per me, al di là del contenuto della
comunicazione, mi fa scegliere sempre
di “salvarla” e di dialogare per un cambiamento comune. Ciò richiede di non
avere paura di perdere qualcosa, di superare l’ego di ciascuno per arrivare al
risultato del noi come matrice di integrazione e di recupero.
Nell’ambito della scuola in particolare
per quanto riguarda il DS è importante riconoscere l’estrema importanza che
il suo ruolo pubblico ricopre. È fondamentale che il DS promuova e viva una
dimensione altamente compartecipativa soprattutto degli intenti educativi;
che sviluppi una fiducia nell’altro che
lo rende capace di valorizzare l’apporto che ciascun docente, personale ATA,
genitore, studente sta dando alla comunità; che si fermi ad essere accogliente
verso la sua comunità scolastica e che
intervenga testimoniando sulle regole
e sulle situazioni con disponibilità e rispetto.
Il senso del “coltivare” richiama all’acqua necessaria per crescere e per dissetarsi. Richiama anche l’azione del
contadino che, con pazienza, lavora la
terra, ne aspetta fiducioso la crescita, ne
coglie i frutti e ringrazia per ciò che avviene. La scuola. oggi più che mai, ha
un enorme bisogno di aggiornamento,
di formazione, di fermarsi a riflettere,
con giusti tempi, sulle proprie realtà. Significa pure trovare spazi di mediazione
e aspettative che costruiscano seri interventi sui bisogni educativi attuali e sui
desideri da realizzare per dare risposte
adeguate ai nuovi problemi educativi. E
tutto ciò ha bisogno di studio, confronto, ricerca, sperimentazione e innovazione, da fare insieme.
Si tratta di un percorso lungo e laborioso, non si può avere tutto subito e
soprattutto non lo può fare la scuola da
sola; si chiameranno a rapporto tutte
le agenzie educative a partire dalla Famiglia e si dovranno cercare momenti
formativi di raccordo e di soluzione per
attivare interventi qualificati e adeguati
ai tempi.
Un’altra importante funzione è quella del supporto e dell’aiuto reciproco
mentre si opera. A volte può emergere
lo sconforto tipico di chi accompagna
azioni e interventi non sempre “capiti” e
accettati. Trovare alleanze e modalità di
supporto che permettano di sciogliere
i nodi dell’autorità verso un autorevolezza di azioni condivise diventa la strategia formativa più efficace e costante.
Ma non è facile arrivarci e soprattutto
non da soli. A volte punire diventa più
veloce ma sicuramente è meno efficace, soprattutto nel tempo. Il compito del
DS è quello di capire questi momenti di
crisi e sostenere attivamente le Persone
coinvolte; la sua sensibilità e le strategie
che pone in opera sono fondamentali
nel ritrovare il percorso e nel “farsi carico” delle problematiche per aiutare a
risolverle.
È anche vero che nelle nostre scuole ci
sono tante “belle” storie educative che
vanno conosciute, sostenute e valorizzate. Le attuali tecnologie facilitano la
distribuzione di comunicazione e le
interazioni; la documentazione come
raccolta e sistematizzazione delle varie
realtà può diventare la base di partenza
per promuovere l’innovazione e lo sviluppo del cambiamento. E così pure la
cultura del dato può interessare e motivare le stesse realtà scolastiche a migliorare e selezionare i propri contenuti
formativi.
Avremo dunque modo di promuovere
la BELLA SCUOLA riscoprendo il valore della bellezza e riappropriandoci del
nostro futuro. La bella scuola, per dirla
con E. Spaltro, è quella dove si soddisfano i desideri e non si combattono i
sogni.
Quaderni della Consulta - 8
29
Gruppo secondario
di primo grado
Focus intermedio allargato a livello provinciale
di Serena Rama
In una società individualistica e frammentata in cui spesso prevalgono l’egoismo e la tendenza all’effimero, in cui
divisioni, rotture di legami e aggressività sono parti integranti della “società
liquida”, occorre cogliere l’emergenza
educativa non solo come problema ma
anche come sfida, come opportunità innovatrice, come cammino comune.
Alla luce delle tematiche emerse negli
incontri di Pastorale scolastica, diventa
necessario testimoniare la nostra missione educativa inserendoci creativamente
nel programma decennale (2010-20120)
offertoci dalla Conferenza episcopale,
“Educare alla vita buona del Vangelo”, nell’itinerario verso il Sinodo della
famiglia di ottobre (ricco di elementi
formativi per educatori e docenti), nella strada verso il Convegno ecclesiale
di novembre “In Gesù Cristo il nuovo
umanesimo”, nel cammino ecclesiale
proposto ogni giorno da papa Francesco, orientato a testimoniare la gioia del
Vangelo (Evangelii gaudium).
Il testo “Educare alla vita buona del
Vangelo”, nel richiamarci alla vita di
Cristo, primo nostro educatore, sottolinea come le persone facciano sempre
più fatica a dare un senso profondo
all’esistenza: “Ne sono sintomi il disorientamento, il ripiegamento su se stessi
e il narcisismo, il desiderio insaziabile
di possesso e di consumo, la ricerca del
sesso slegato dall’affettività e dall’impegno di vita, l’ansia e la paura, l’incapaci-
30
Quaderni della Consulta - 8
tà di sperare, il diffondersi dell’infelicità
e della depressione. Ciò si riflette anche
nello smarrimento del significato autentico dell’educare» (9). Molti giovani patiscono «sofferenza interiore, solitudine,
chiusura narcisistica oppure omologazione al gruppo, paura del futuro” (32).
Il nostro gruppo, composto da docenti
e presidi, operante nel percorso avviato dalla Pastorale Scolastica diocesana,
ritiene che per ricominciare a camminare, per “educare a scelte responsabili”,
occorra intervenire “promuovendo la
capacità di pensare e l’esercizio critico
della ragione”, e contemporaneamente, offrire “ragioni di vita che suscitino
amore e dedizione” attivando relazioni
buone (12).
E’ importante, dunque, risvegliare il nostro esserci profondo ovvero testimoniare una linea educativa non vuota,
piatta o anonima, ma popolata di volti,
di nomi, di storie (Evangelii gaudium
274). L’educatore deve essere una presenza attenta capace di condividere le
esperienze di chi vive e opera nella
comunità educante. In questo senso è
possibile recuperare la parola fiducia,
favorire un affidarsi sincero e gratuito al
dirigente, agli insegnanti, agli operatori
scolastici. Anche tra gli stessi genitori
e gli alunni è utile riscoprire la fiducia
uno nell’altro per condividere un cammino di bene e non di ostilità e di prevaricazione. Per essere testimoni di vita
buona, gli educatori devono essere coe-
renti anche nel linguaggio. In gran parte è proprio il nostro modo di parlare a
rendere evidente il sentire-credere della persona stessa, a plasmare ambienti
educativi affidabili e costruttivi, ad “avere cura della comunità educante”.
E’ necessario riscoprire, sottolinea spesso Papa Francesco, “la rivoluzione della tenerezza”, “la forza rivoluzionaria
della tenerezza e dell’affetto” (Evangelii gaudium, 88, 288). Gli alunni, in
particolare quelli più piccoli, portano
con sé una grande capacità di ricevere
e dare tenerezza. Tenerezza è avere un
cuore “di carne” e non “di pietra”, come
dice la Bibbia (cfr Ez 36,26). La tenerezza è anche poesia: è “sentire” le cose e
gli avvenimenti, non trattarli come meri
oggetti, solo per usarli. Papa Francesco
ci ricorda che è importante agire nella
quotidianità con l’umiltà dei piccoli gesti. Per un educatore non conta l’apparire ma avere cura attraverso un saluto,
un sorriso, una parola di conforto davanti a tanto scoraggiamento (15.3.2015).
“Insegnare è un lavoro bellissimo”, ha
esclamato ultimamente papa Francesco,
perché “consente di veder crescere giorno dopo giorno le persone che sono affidate alla nostra cura. È un po’ come
essere genitori, almeno spiritualmente.
E’ anche una grande responsabilità! Insegnare è un impegno serio, che solo
una personalità matura ed equilibrata
può prendere. Un impegno del genere
può incutere timore, ma occorre ricordare che nessun insegnante è mai solo:
condivide sempre il proprio lavoro con
gli altri colleghi e con tutta la comunità
educativa cui appartiene” (15.3.2015).
Nella nostra tormentata società, è urgente “costruire ponti” sia per superare i conflitti sia per edificare
nuovi passaggi, ponti nuovi, verso esigenze positive. Costruire relazioni è
fondamentale ma partendo da istanze
feconde di bene, non tanto e solo da
criticità. Anche chi viene da altri paesi, da altre realtà spesso problematiche, vuole conoscere e riconoscersi, vuole instaurare relazioni positive.
Quaderni della Consulta - 8
31
Nel momento conclusivo, all’interno del
gruppo ci si è resi conto che non è possibile sradicare il proprio essere cristiano dalla comunità scolastica. E’ difficile
educare e non essere portatori dei valori propri della testimonianza cristiana.
Riflettendo sulle linee guida che ci sono
state offerte dalla pastorale scolastica
emergono quindi dei punti chiave: - ritrovare il senso intimo di quello che si
fa; - ravvivare il coraggio e la passione
per l’educare; - cogliere quotidianamente la bellezza dell’insegnamento perché
la burocrazia spesso devia; - recuperare
il valore della relazione per essere segno di speranza. A volte, infatti, si tende
a lasciare andare, a non credere più nella fecondità di una relazione. Se abbiamo ben chiaro il significato educativo di
32
Quaderni della Consulta - 8
ogni singola azione, i genitori, ma anche
alunni in difficoltà, inevitabilmente ti seguono. Le figure a cui genitori e alunni possono guardare, all’interno di una
scuola comunque gestita, devono essere
testimoni credibili di una umanità matura. La testimonianza di vita e di speranza non si compra, non si vende: si offre
in modo serio nella comunità educante.
Gli studenti e le famiglie hanno bisogno
di speranza nel futuro. In una realtà
spesso complessa, difficile e oscura, i
docenti, i presidi e gli educatori possono diventare così delle stelle polari che
illuminano la notte e guidano la via.
Gruppo secondario
di secondo grado
Focus intermedio allargato a livello provinciale
Il confronto è sulle sei linee guida proposte dal prof. don Giuseppe Tacconi,
che si richiamano per titoli:
a) Alimentare il senso.
b) Coltivare relazioni cordiali.
c) Avere rispetto reciproco. d) Avere
cura delle “comunità di pratiche”.
e) Condividere storie.
f) Documentare i processi e facilitare i
flussi delle informazioni.
Il gruppo concorda di confrontarsi su
due punti:
c) Avere rispetto reciproco. Rispettare è
dare valore, guardare ogni persona con
stima e fiducia reciproca. Il nostro lavoro non può essere regolato solo da un
contratto.
e) Condividere storie. In ogni scuola c’è
un grande patrimonio frutto delle tante
esperienze che vi hanno operato.
Nello scambio sono state considerate altre “linee guida”.
Procedendo per punti:
- Rispettare significa esigere rispetto di
regole. Il ragazzo è aiutato a rispettare
cioè a crescere nel rispetto grazie alle
regole (anche repressive/contenitive)
poste dall’adulto educatore.
- L’autorevolezza (non l’autoritarismo) è
il modo giusto di porre le regole, Non
“prediche” ma “coerenza”. Vivere, con
passione, ciò che si dichiara. “Quello
che noi siamo con la nostra vita, grida
molto più forte di quello che dichia-
riamo, scriviamo raccontiamo…” (don
Oreste Benzi).
- E’ importante oggi esplicitare il senso
di autorevolezza. In passato il “ruolo”
(di genitore, docente, preside…) garantiva peso e valore intrinseco. oggi è
l’autorevolezza più che il ruolo ad insegnare (nel senso di lasciare il segno)
nella crescita dei giovani. E’ questa una
sfida oggi per tutti gli educatori/adulti.
- Perché ogni persona è degna di rispetto? Per la centralità della persona che è
unica e irrepetibile.
Ok la centralità della persona, ma che
tipo di persona vogliamo creare? La domanda resta aperta e in attesa di approfondimento.
Essendo immagine di Dio che è il massimo del bene e del bello ogni persona
porta con sé valore inestimabile da rispettare e promuovere: i talenti.
- Il rispetto riconosce che la diversità
(anche di ciò o di chi non si condivide
o si percepisce come distante) è una
ricchezza da valorizzare.
- La condizione per realizzare il rispetto nelle articolazioni sopra indicate è la
presenza di una buona qualità delle relazioni tra tutte le componenti all’interno della comunità scolastica. La qualità
della scuola dipende dalla qualità delle
relazioni. Ad esempio la relazione genitore – docente; l’insegnante ( e il genitore) sono “alleati” anche quando dimostrano reciprocamente limiti.
Quaderni della Consulta - 8
33
- Ruolo positivo del Comitato Genitori
nella scuola come luogo di confronto
delle idee e del vissuto dei genitori sulla
scuola e nella scuola. Importanza della
partecipazione dei genitori alla vita della scuola fondata sulla Costituzione che
afferma il primato della famiglia sulla
educazione dei figli.
- Non è bene che i genitori deleghino in
toto alla scuola. La partecipazione dei
genitori alla vita della scuola deve essere visibile. Tale visibilità è uno stimolo
di crescita, una testimonianza positiva
per i figli.
- Relazione educativa docente – studente. Il voto è valutazione di una prestazione, mai un giudizio sulla persona dello
studente, che merita rispetto, sempre e
sempre deve ricevere una prospettiva di
speranza. Ciò è vissuto con particolare
sensibilità per gli studenti nella scuola
in carcere, ma è ancor prima e di più in
tutte le scuole a tutti i livelli.
- Nella scuola è fondamentale dare spa-
34
Quaderni della Consulta - 8
zio, raccontare e comunicare le esperienze belle (linea guida “e) Condividere storie”). Le esperienze belle in se
stesse producono energia positiva, stimolano la speranza e aiutano a superare le inevitabili criticità. La memoria
dell’esperienza bella e positiva ha un
potere terapeutico.
- Alcune esperienze positive in questo
senso che è espresso dal noto adagio
“fa più rumore un albero che cade che
la foresta che cresce”.
a) Riferimento al progetto dell’ITIS Marconi “Il rumore della foresta”.
b) Richiamata una buona pratica del dirigente che aveva definito con i docenti una procedura di comunicazione ai
genitori: comunicare prima gli aspetti
positivi (sempre presenti) e dopo quelli
negativi
- In questo aspetto si concretizza la tipicità della presenza cristiana nella scuola: valorizzare il bene (i talenti) che è
presente sempre in tutti, proprio in tutti!
Analisi POF
Presenza Cristiana nel piano
dell’offerta formativa della
scuola pubblica statale
di Luciano Carazzolo
Il presente intervento cerca di rispondere ad alcune domande:
Nel POF di una scuola statale (in questo
caso il Liceo Galilei di Verona) ci possono essere, ci sono queste “linee guida”. Più in generale nella scuola statale
è possibile una proposta educativa, non
confessionale, che possa essere di utile
confronto e supporto a tutti coloro che
operano nella scuola stessa?
La risposta non può che essere positiva. Non solo ci possono essere ma ci
devono essere se la scuola vuole realizzare la sua missione di essere comunità educante che forma donne e uomini
come persone e come cittadini liberi e
responsabili.
Ecco la definizione di scuola posta in
apertura del POF del Liceo Galilei:
“La scuola è luogo di formazione e di
educazione mediante lo studio, l’acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo
della coscienza critica.
La scuola è una comunità di dialogo,
di ricerca, di esperienza sociale, informata ai valori democratici e volta alla
crescita della persona in tutte le sue dimensioni. In essa ognuno, con pari dignità e nella diversità dei ruoli, opera
per garantire la formazione alla cittadinanza, la realizzazione del diritto allo
studio, lo sviluppo delle potenzialità di
ciascuno e il recupero delle situazioni
di svantaggio, in armonia con i principi sanciti dalla Costituzione e dalla
Convenzione internazionale sui diritti
36
Quaderni della Consulta - 8
dell’infanzia fatta a New York il 20 novembre 1989 e con i principi generali
dell’ordinamento italiano.
La comunità scolastica, interagendo
con la più ampia comunità civile e sociale di cui è parte, fonda il suo progetto
e la sua azione educativa sulla qualità delle relazioni insegnante-studente,
contribuisce allo sviluppo della personalità dei giovani, anche attraverso l’educazione alla consapevolezza e alla
valorizzazione dell’identità di genere,
del loro senso di responsabilità e della
loro autonomia individuale e persegue
il raggiungimento di obiettivi culturali
e professionali adeguati all’evoluzione
delle conoscenze e all’inserimento nella vita attiva. 4. La vita della comunità
scolastica si basa sulla libertà di espressione, di pensiero, di coscienza e di religione, sul rispetto reciproco di tutte le
persone che la compongono, quale che
sia la loro età e condizione, nel ripudio
di ogni barriera ideologica, sociale e
culturale”. (Art. 1 - Statuto Studenti con
modifiche DPR 249/98, 235/07).
Tale definizione è meglio declinata in
altri documenti che sono pensati per
attuare il POF, si tratta dell’atto di indirizzo p. 7 e del patto educativo di corresponsabilità.
E allora è tutto in ordine, sono garantiti
i principi, sono dichiarati i valori e nella
comunità scolastica tutti sono inclusi e
si possono realizzare. La risposta è positiva se i valori e i principi sono anche
“agiti”, non solo “dichiarati” e scritti nei
documenti. Passare dal dichiarato all’agito è questa la sfida che interpella chi
opera responsabilmente nella scuola sia
esso docente o preside, docente o genitore, collaboratore scolastico, amministrativo e tecnico.
Il dottor Giovanni Pontara in una sua
riflessione al riguardo definisce in maniera efficace una situazione non rara,
non solo nella scuola: abbiamo tutti i
documenti a posto. Sono sul sito, sono
richiamati in premessa di molte programmazioni e progetti… ma c’è il rischio “cassettizzazione”. La migliore
documentazione è presente, molte persone ci hanno lavorato è stata anche
deliberata dagli Organi Collegiali, ma
non incide sul vissuto quotidiano. I documenti sono nel cassetto, e il lavoro
ordinario, le relazioni interpersonali, le
scelte avvengono senza tenerne conto e
sono regolate da altri principi a da differenti dinamiche.
Per quanti operano nella scuola è di
grande stimolo il seguente pensiero di
Romano Guardini: “un educatore deve
avere ben chiaro al riguardo che a inci-
dere maggiormente non è ciò che dice,
bensì ciò che egli stesso è e fa. Questo
crea l’atmosfera; e il fanciullo che non
riflette o riflette poco, (il giovane e l’adulto) , è soprattutto ricettivo dell’atmosfera. Si può dire che il primo fattore
è ciò che l’educatore è; il secondo è ciò
che l’educatore fa; il terzo è ciò che egli
dice.” da Romano Guardini, Le età della
vita, Milano 1997, pag. 55 (l’opera originale è del 1957). Ogni adulto, quindi per ciò stesso educatore che – a vario titolo – opera nella
scuola: preside, docente, Ata, studente,
genitore comunica i principi che vive.
E’ questa la prima e principale responsabilità di ogni persona che opera nella
scuola.
Senza pretesa di esaustività, provo a
descrivere come, in quanto preside, io
posso agire alcune delle linee guida che
sono nel Pof della scuola per cui lavoro.
Il punto di partenza è la definizione di
scuola “La scuola è una comunità di
dialogo, di ricerca, di esperienza sociale, informata ai valori democratici e
volta alla crescita della persona in tutte
Quaderni della Consulta - 8
37
le sue dimensioni”.
Mi soffermo sulla “crescita della persona” che per me è vera crescita se è in
tutte le sue dimensioni. Ma può capitare
anche che chi lavora con me non la pensi allo stesso modo; alcuni nella scuola
considerano prevalente la dimensione
dell’istruzione, oppure delle relazioni,
dell’addestramento , …).
Resta comunque compito del preside
promuovere la crescita di TUTTE le persone in primis degli studenti, ma anche
- a vario titolo – la crescita di docenti,
Ata (amministrativi, tecnici, collaboratori scolastici) e genitori.
IN CHE MODO?
- Con il dialogo a partire dall’ascolto
nella convinzione che ogni soggetto è
portatore di valore e possiede certamente aspetti di verità che a me possono sfuggire. Ciò serve a creare un clima relazionale positivo, a tenere aperti
canali di comunicazione indispensabili
per mandare e ricevere messaggi e contributi.
- Con rispetto inteso come valorizzazione delle peculiarità delle persone con
cui ci si rapporta, anche, e ancor più,
quando l’altro è divergente od ostile.
benché non dichiarato, che si concretizza nel vissuto delle persone, nel loro
modo di essere, di porsi in relazione
con gli altri e con le strutture.
- Infine promuovendo la crescita di tutte
le persone con la presenza e la disponibilità. Con la pazienza per accrescere il
livello di condivisone, … il tutto senza
pretese.
PERCHÉ ?
In generale perché chi opera nella scuola pubblica statale ha il dovere di ispirarsi ai valori democratici applicando i
principi sanciti dalla Costituzione e dalla Convenzione internazionale sui diritti
dell’infanzia ( New York il 20 novembre
1989) e i principi generali dell’ordinamento italiano.
Per il cristiano c’è un motivo in più che
deriva dalla Genesi 1, 26-28p “ 26 E Dio
disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui
pesci del mare e sugli uccelli del cielo,
sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche
e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». 27 Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò; maschio e
femmina li creò. 28 Dio li benedisse …. “
- Avendo ben presente che nella scuola
sono presenti due “curricoli”, entrambi
devono essere promossi e curati: quello
Ogni persona è una risorsa straordinaria
in quanto immagine di Dio. L’educatore ha quindi il compito straordinario e
delicatissimo di far emergere il bello e
il bene che sono in ogni persona, posti
da Dio a sua immagine. A rafforzare
questo compito dell’educatore c’è la benedizione di Dio. “Dio li benedisse ….”
La benedizione di Dio crea, rende reale
la sua immagine in ogni persona.
- sempre dichiarato e strutturato - delle discipline e degli indirizzi di studio
e quello “parallelo”, non meno presente
Una breve riflessione su “la scuola è
una comunità”
Non tutti condividono l’attribuzione alla
- Assicurando una organizzazione ordinata delle attività e dei compiti dei diversi soggetti, garantendo efficaci canali
di comunicazione.
38
Quaderni della Consulta - 8
scuola della caratteristica di “comunità”;
verrebbe diminuita la dimensione “istituzionale”, la sua articolazione definita
dagli ordinamenti legislativi.
In realtà la considerazione del significato del termine comunità illumina la natura profonda della scuola e impegna ad
uno stile di vita preciso di chi vi opera.
“Comunità” da “cum munus”. Il “cum”
porta con se la condivisione di persone che operano in uno stesso ambito.
“munus” ha significato ambivalente e,
proprio per questo, ricco ed esigente:
“munus” come dono e quindi gratuità, ma anche “munus” come dovere ,
come obbligo e quindi anche fatica.
Documentare, una altro aspetto che
caratterizza il lavoro del preside (e di
quanti a vario titolo operano nella comunità scolastica).
Il compito è declinato – come indica
il prof. Giuseppe Tacconi, in diverse
azioni quali: a) aver cura delle “comunità di pratiche”, b) condividere storie
c) documentare i processi e facilitare i
flussi delle informazioni. Tralascio l’aspetto più istituzionale di questa importante dimensione del lavoro scolastico
(Pof, Piani Didattici, Programmazioni,
Progetti, rendicontazione…) e richiamo
una esigenza che – dalla mia esperienza
– si impone dal quotidiano. Nella società e nella maggior parte delle scuole
che conosco, fa più notizia ciò che non
funziona; gli errori, le criticità e i limiti
sono conosciuti all’interno e all’esterno,
trovano facili canali di comunicazione.
Le positività, principalmente se sono
quotidiane, le realizzazioni di valore, i
risultati importanti, personali o di gruppo, sono quasi sempre ignorati all’esterno e spesso anche all’interno della
scuola. Dovere di chi opera nella scuola
è diffondere, far conoscere le positività,
non necessariamente quelle straordinarie, trovare tempo e spazio adeguato
per il bene le persone nella scuola costruiscono. E’ una questione di rispetto,
nel senso di dare valore alle persone.
Ogni persona valorizzata è stimolata a
crescere e a migliorare ulteriormente.
Serve a creare modelli e metodi positivi
ed efficaci, a superare il pessimismo che
può essere paralizzante. In questo compito i nuovi media e la creatività degli
studenti (per le superiori) e dei giovani docenti nativi digitali possono offrire
strumenti efficaci.
In chiusura una riflessione di metodo
che nella mia esperienza è stata di qualche utilità a far crescere la comunità
scolastica in tutte le sue componenti. E’
presa dal pensiero di Karl Popper.
“Vi sono tre principi alla base di ogni
discussione razionale, al servizio della
ricerca della verità. 1° Il principio di
fallibilità: forse io sbaglio e tu hai ragione. Ma possiamo essere in errore tutti
e due. 2° Il principio della discussione
razionale: cerchiamo di soppesare nella maniera più impersonale possibile,
le nostre ragioni pro e contro una specifica teoria criticabile. 3° Il principio
dell’approssimazione alla verità. Attraverso una discussione oggettiva noi ci
avviciniamo quasi sempre di più alla
verità; e perveniamo a una migliore
comprensione delle cose; anche quando
non arriviamo a un accordo” (K. Popper).
Quaderni della Consulta - 8
39
Presenza Cristiana nel piano
dell’offerta formativa della
scuola paritaria
di Eugenio Turrini
Ci può essere una presenza cristiana
nella scuola laica ? Io aggiungo è possibile o è necessaria che ci sia una presenza laica nella scuola paritaria cattolica? Sono quesiti importanti che mi
hanno fatto riflettere sulla mia storia e
sulla mio essere docente da molti anni
e coordinatore didattico in una scuola
paritaria solo da quest’anno.
Cercherò di comunicare una serie di riflessioni sulle esperienze che ho fatto in
30 anni di insegnamento e 30 anni di
attività sportiva come organizzatore di
eventi anche a livello nazionale, la mia
non sarà sicuramente una lectio magistralis, ma forse una sorta di provocazione su questo tema, per altro molto
controverso, data la situazione attuale
di multi-religiosità che sarà sicuramente
il futuro del nostro paese. Sarà necessario imboccare una strada di massimo
rispetto verso tutte le religioni, ma nel
contempo sarà necessario ricercare un
consolidamento valoriale della nostra
religione cristiana- cattolica
Ho letto con interesse gli scritti che
sono stati prodotti da questa consulta.
ma mi sento, anche per facilità espositiva, di portare degli esempi concreti che
forse sono più vicini anche alla mia personalità.
La prima domanda che mi sono fatto è
stata: come mi comporto quando svolgo
il mio lavoro di insegnante? Il mio è un
modo di agire cristiano o laico? E seppur laico, il mio credo religioso riesce
ad essere evidenziato nel mio agire?
40
Quaderni della Consulta - 8
A questo punto mi sono tornati alla
mente alcuni personaggi di grande valore morale e spirituale che in qualche
modo mi hanno fatto riflettere o comunque hanno segnato alcuni tratti della
mia vita.
All’apparenza, le mie, potrebbero essere
riflessioni fuori tema, ma sono convinto invece che si parte dai grandi ideali, da esperienze di grandi personaggi,
dai grandi valori per poi concretizzare il
tutto nella quotidianità e quindi passare
ai dati oggettivi del P.O.F (Piano offerta
formativa) e o ai vari regolamenti della
mia scuola.
Ho pensato di illustrare alcuni tratti di
tre figure di un certo spessore culturale
sulle quale potremmo ragionare circa la
laicità e/o la condotta confessionale.
La prima riflessione che vorrei trasmettervi riguarda l’esperienza di un grande
Papa, che per altro non ho conosciuto
perché quando è morto io ero ancora
in fasce, ma ultimamente l’ho incontrato attraverso la laurea di mia figlia in
Relazioni Internazionali Comparate che
ha elaborato una tesi dal titolo “Giovanni XXIII defensor pacis”. Ha trattato il
papato di Giovanni XXIII da un punto
di vista diplomatico e leggendo qua e
là qualche capitolo (lettura richiesta da
mia figlia), mi sono posto questa domanda: Papa Roncalli si è comportato
da laico o un religioso? La risposta è sicuramente da religioso, con esperienze
diversissime, in mondo laico.
Pur contrastato aspramente da tutta la
Curia romana, Giovanni XXIII ha voluto
assolutamente tessere ponti con l’America e soprattutto con l’unione sovietica.
“Ma sin dal giorno seguente la sua elezione a Pontefice, fece conoscere al mondo i temi principali del suo programma:
l’unione degli uomini e la pace. Espresse la volontà di recuperare il significato
ultimo del vangelo e il ruolo di - pastore
di anime- che emerge dalle scritture”.
“In realtà il papa non diede inizio a
nessuna rivoluzione, anche se come tale
è ricordata, si limitò semplicemente a
recuperare i valori reali del suo credo,
a recuperare e rinnovare la tradizione
alla luce dei nuovi eventi della storia; le
doti culturali, politiche e diplomatiche
erano a servizio della sua missione”.
“Il Vangelo con lui ritornò ad essere al
centro dell’interesse”. “Si produsse una
sorta di nevrosi sociale; si diffuse un
senso di paura dei mutamenti, di insicurezza, di terrore del nuovo. Questa
nevrosi tuttavia non era causata da motivi religiosi, quanto da paure politiche
e sociali derivate da una prospettiva,
inaugurata da Giovanni XXIII, di visione del mondo fondato sulla pace, sulla
giustizia e sulla solidarietà.”1
Alcuni riportano queste riflessioni e
questo è il nocciolo della questione; una
grande personalità inserita in pieno nella storia e nella società in cui vive. Alla
luce di quanto detto, allora sicuramente
si può vivere nella società civile avendo
ben presente alcuni valori e soprattutto
rispettando gli altri e le altre idee.
Altro personaggio importantissimo che
si è messo sul mio cammino e che vorrei
ricordare è stato Don Nicola Mazza.
In una sua lettera, Don Mazza dice: “mi
dolea vedere uomini forti di grande ingegno condur la loro vita in opere di
mano, nella quale o un rozzo od a più
mezzano ingegno avria potuto bastare,
oppure in queste, secondo che era l’arte,
non poter andare innanzi ella perfezion della medesima, perché non istrutti, erano privi delle cognizioni scienti1
Cfr: Turrini Camilla, tesi di laurea “Giovanni XXIII defensor pacis” marzo 2015
Quaderni della Consulta - 8
41
fiche necessarie” mi piangea, io dico il
cuore di ciò, e mi parea grave difetto
della società” .. “e che la stessa società
avrebbe dovuto provvedere”2.
Un prete che si inserisce completamente
nella società e alla luce di alcuni valori
tratti da principi evangelici sottolinea il
difetto della società che non dà a tutti le
stesse opportunità e che non valorizza i
talenti di ciascuno. Pertanto si rimbocca
le maniche e cerca di creare una struttura e una organizzazione che possa supplire alle mancanze della società.
“Dodici anni trascorsero, e nel 1832 mi
misi all’opera, ed in quell’anno cinque
ne ebbi, andai innanzi progredendo, ed
or, che dodici anni trascorsero, ne ho
presso che 150”… “Lo scopo di questo
istituto è di raccoglier ed educare quei
giovanetti poveri che forniti di ottimo
ingegno, di ottima moralità e buona
indole, per mancanza di mezzi andrebbero perduti, cioè non educati” “perciò
fatti istruire regolarmente seconde le
governative disposizioni, e nelli studii,e
nelle arti secondo il loro genio, ed attitudini si lascia loro con tutta libertà lo
sciegliere quella carriera, alla quale per
natura sentimento o genio si sentono
inclinati e disposti”3.
Questa è una situazione laica o confessionale? Don Nicola Mazza chiede ai
suoi ragazzi uno studio costante e regolare in modo che possano potenziare
in toto i propri talenti, valorizzando la
propria indole, propone una scuola in
cui i sui allievi siano “brai, boni e con i
corni basi” e lo stesso don Nicola sprona i suoi a credere che nemmeno il più
Cfr: Nicola Mazza “essere società ed essere
chiesa” a cura di Domenico Romani p.3846, Edizioni San Paolo 2012, Cinisello Balsamo.
2
3
42
Cfr: ibidem
Quaderni della Consulta - 8
povero tra loro potesse vivere di solo
pane, ma che dovesse, evangelicamente,
diventare sempre più vero per sentirsi
sempre più libero.
Il rispetto dell’individuo, della sua libertà di scelta, della sua inclinazione fa si
che il primo universitario di Don Mazza
sia stato un tal Antonio Marini che verrà iscritto all’accademia delle belle arti
di Venezia, poi morirà prematuramente, ma l’idea di don Nicola era quella
di mandarlo a Roma perché terminasse
i suoi studi artistici… “perché venisse
compiuta la sua educazione”.
Come possiamo considerare questa situazione laica o confessionale?
La mia riflessione mi porta a parlare di
un laico il dott. Emilio Baumann, molto vicino alla mia professione, perché è
stato un ginnasiarca e per quello che è
stato e per quello che ha fatto, sarà considerato il padre dell’Educazione Fisica
in Italia.
Emilio Baumann, nasce a Canonica
D’Adda (Treviglio, MI), nel 1843 e nel
1853 con la famiglia si trasferisce a
Montorio veronese. Il trasferimento è
dovuto per problemi di lavoro del padre
Samuele, filatore. Nel 1853 Baumann
entra al collegio Don Mazza e ci rimane
fine al 1860, quando spontaneamente
esce dal collegio e torna a Treviglio per
concludere la scuola Nomale ( ex scuola
magistrale). Baumann termina il ciclo di
studi a pieni voti e dati i suoi trascorsi
come insegnante di esercizi ginnastici ai
suoi compagni di corso, esercizi imparati in collegio a Verona, viene spinto dai compagni stessi a partecipare al
corso magistrale a Torino. Alla fine del
corso torna a Treviglio e per tutto l’anno
insegna ginnastica nella scuola del suo
paese.
Siamo nel periodo dell’unità d’Italia,
della riforma Casati, prima riforma
della scuola e all’interno di questa
viene organizzato a Torino il primo
Corso Magistrale di Ginnastica per
formare i docenti all’insegnamento.
Nel 1862, viene assunto dal Comune di
Bologna come maestro elementare e nel
contempo, conoscendo i suoi titoli, gli
chiedono di insegnare anche ginnastica. Successivamente si iscrive alla facoltà di Medicina laureandosi nel 1870,
ma il Baumann continua ad insegnare
ginnastica, perché questa, oltre che la
sua passione è la sua missione e il corso
universitario frequentato voleva essere
un mezzo per approfondire gli studi sul
corpo, sul movimento e sulla ginnastica.
Nel corso dei suoi 50 anni di insegnamento scrive e pubblica una serie di libri, su argomenti che toccano tutto quello che riguarda il corpo, il movimento e
l’uomo nella sua globalità. Sarà un grosso oppositore della ginnastica militare
proposta dalla scuola dei Savoia perché
il Emilio Baumann intende l’attività fisica come mezzo educativo, non solo
come mero addestramento del corpo.
Il Baumann sarà nominato direttore delle accademie di Educazione Fisica di
Roma e successivamente farà parte anche della commissione ministeriale che
nel 1893 cambierà il nome da Ginnastica in Educazione Fisica.
Nel 1901, Emilio Baumann in uno degli
ultimi scritti: “Psicocinesia” (pubblicato
nel 1813), vuole dimostrare che l’Educazione fisica è l’arte di formare il carattere attraverso il movimento e scrive “noi
tendiamo in linea secondaria a conseguire il fine igienico del movimento
corporale, mirando molto più in alto ad
educare lo spirito e più specificatamente
la volontà, cioè formare il carattere”.
Un laico che nella sua professione parla di educazione, di spirito di volontà.
Potremmo considerare questi valori
evangelici? Sono convinto che Emilio
Baumann servisse la società con spirito
religioso, valorizzando il “dictat” di Don
Mazza che avrebbe voluto i suoi allievi
“utili alla chiesa e la società”.
Alla luce di questi grandi esempi di vita
vissuta, vi illustro alcuni tratti di documenti della nostra scuola con i dati oggettivi del nostro P.O.F. e dei vari regolamenti.
Nel regolamento degli studenti si sottolinea l’importanza dei principi affermati dallo Statuto degli studenti stessi
nei tre succitati articoli e in particolare si afferma che è impegno di tutte le
componenti scolastiche (dirigenti, insegnanti, alunni, genitori) far sì che la
scuola sia:
“Luogo di formazione e di educazione
mediante lo studio” (art. 1,1)
“Comunità di dialogo, di ricerca, di
esperienza sociale” (art. 1,2)
“Ambiente favorevole alla crescita integrale della persona” (art. 2,8a)
I docenti dal canto loro sono presi in
causa col il loro regolamento e i primi
due articoli recitano:
1. Come membri attivi e propulsori della Comunità Educativa, nello spirito
del Progetto Educativo, i docenti sono
impegnati al raggiungimento delle finalità proprie dell’Istituto attraverso
l’insegnamento efficace e aggiornato
delle proprie discipline e la coerente testimonianza delle proprie azioni e della
propria vita. Essi collaborano al buon
andamento dell’Istituto in conformità
Quaderni della Consulta - 8
43
alle indicazioni della Direzione, del
Collegio dei Docenti e dei Consigli di
Classe e delle comunicazioni del Consiglio d’Istituto.
2. Nel rispetto dello stile didattico e pedagogico personale di ciascuno, si favoriscano frequenti scambi di esperienze
tra i docenti e tra essi e la presidenza
per garantire l’indispensabile uniformità d’indirizzo, che caratterizza l’Istituto, secondo lo spirito del Fondatore e del
Progetto Educativo.
L’efficace insegnamento, la coerenza
delle proprie azioni, il buon andamento
di tutta la struttura scolastica, gli scambi
di esperienze. Penso che in questa parte
di regolamento si leggono valori laici e
religiosi.
Il POF. (piano dell’offerta formativa) è
una miscellanea di valori e di concetti
legati alla scuola con qualche specificazione religiosa.
I Criteri ispiratori di fondo del POF, in
sintesi richiamano le seguenti finalità,
che vertono su tre punti
1. dalla Costituzione e dalla Legislazione italiana: scuola orientativa che forma l’uomo e il cittadino;
44
Quaderni della Consulta - 8
2. dal Vangelo: scuola che afferma il valore primario della persona e che è aperta al trascendente;
3. dall’insegnamento di don Mazza:
scuola che è attenta e dà la precedenza
- sia nell’accoglienza degli alunni, sia
nel programma educativo - ai più svantaggiati e ai più poveri con particolare
attenzione alle nuove povertà.
Finalità generali della nostra scuola
a - Scuola che forma la personalità
dell’alunno preadolescente in tutte le
sue componenti:
intellettive, etiche, sociali, religiose, affettive, operative.
b - Scuola che educa l’alunno ad acquisire un’immagine sempre più chiara e
approfondita della realtà sociale, che
lo fa interagire e collaborare con compagni ed insegnanti, che lo prepara a
inserirsi in modo critico nella società
contemporanea.
c - Scuola che aiuta l’alunno a raggiungere una profonda conoscenza di sé, a
sviluppare e a definire la propria identità, a costruire il proprio progetto di vita,
operando scelte motivate e responsabili
anche in vista del secondo ciclo di istru-
zione e formazione.
d - Scuola che dà una preparazione culturale di base e un bagaglio di conoscenze e abilità, come premessa necessaria
per la prosecuzione e il completamento
dell’obbligo scolastico e formativo.
f. Educare all’autocontrollo e alla responsabilità delle proprie azioni; in particolare ad un linguaggio corretto.
g. Educare all’umiltà, alla sobrietà e alla
semplicità.
e - Scuola che - per la sua natura di
scuola cattolica - propone ed educa ad
una scelta di vita che si ispira a Cristo e
al suo insegnamento.
h. Educare all’ordine, al rispetto dell’ambiente, delle cose proprie e altrui, in
particolare delle strutture e attrezzature
di uso comune, a partire da quelle da
scuola.
Obiettivi educativi generali
Educare alla mondialità.
L’attenzione al singolo e alle sue problematiche educative diventa uno degli
obiettivi preminenti. Infatti negli ultimi
anni si è notato un cambiamento della
popolazione scolastica, sempre più attenta agli aspetti esteriori e superficiali
della società contemporanea. Di conseguenza si intendono perseguire nel corso del triennio, per quanto possibile, i
seguenti obiettivi educativi generali.
Educare ad un comportamento leale e
corretto nel gioco.
a. Aiutare a prendere coscienza della
propria personalità (delle capacità e
delle attitudini per svilupparle; dei limiti e delle carenze per accettarli e, per
quanto possibile, superarli).
La scuola:
b. Educare all’attenzione verso ogni persona, soprattutto verso i più svantaggiati, nel rispetto dei diversi ruoli.
c. Educare al senso del dovere, all’impegno personale quotidiano, metodico,
autonomo.
d. Formare persone aperte alla collaborazione e disponibili al servizio.
e. Educare al senso religioso della vita,
con particolare attenzione ai valori cristiani.
Anche il“ Patto di corresponsabilità” sotintende valori importanti. La scuola e
Il genitore/affidatario prendono visione
delle regole che l’istituzione ritiene fondamentali per una corretta convivenza
civile, le sottoscrive, condividendone gli
obiettivi e gli impegni.
• creare un ambiente educativo sereno
e rassicurante;
• favorire momenti d’ascolto e di dialogo;
• incoraggiare gratificando il processo
di formazione di ciascuno;
• favorire l’accettazione dell’ “altro” e la
solidarietà;
• promuovere le motivazioni all’apprendere;
• rispettare i tempi ed i ritmi dell’apprendimento;
• far acquisire una graduale consapevolezza nelle proprie capacità per
affrontare, con sicurezza, i nuovi apprendimenti;
• rendere l’alunno consapevole degli
obiettivi e dei percorsi operativi;
• favorire l’acquisizione ed il potenzia-
Quaderni della Consulta - 8
45
mento di abilità cognitive e culturali che consentono la rielaborazione
dell’esperienza personale;
• favorire un metodo di studio autonomo ed efficace;
• promuovere le linee educative del carisma di Don Mazza.
I genitori per una proficua collaborazione scuola-famiglia si impegnano ad
assicurare:
• la promozione di un dialogo costruttivo con l’Istituzione;
• il rispetto delle scelte educative e didattiche proposte;
• la condivisione delle linee educative
del carisma di Don Mazza
• atteggiamenti di proficua e reciproca
collaborazione con i docenti;
• atteggiamenti di rispetto, di
collaborazione,
di
solidarietà
nei
confronti
dell’“altro”,
nei loro figli;
• l’osservanza del regolamento scolastico;
• la conoscenza del POF della scuola e •
la partecipazione al dialogo educativo,
collaborando con i docenti;
• l’aiuto ai propri figli a prendere coscienza dei doveri verso lo studio.
Come si diceva , sono solo alcuni tratti di un P.O.F di una scuola paritaria,
ma sono convinto che togliendo qualche frasetta, siano argomentazioni che
possono essere inserite in un P.O.F di
una scuola laica, ovviamente non è la
“frasetta” in più o in meno che fa la differenza, ma è la filosofia che sta dietro
al tutto e che dà corpo a tutto il lavoro.
Alcune concretizzazioni:
TUTORING: la scuola offre un servizio
di tutoraggio, svolto dall’intero corpo
docenti, rivolto ai ragazzi con i seguenti
46
Quaderni della Consulta - 8
obiettivi:
favorire la crescita personale degli alunni mediante un dialogo personale;
facilitare il rapporto alunno-scuola-famiglia affiancando gli alunni nel cammino verso l’età adulta.
COLLOQUIO personale con un insegnante: all’interno del progetto Orientamento per le terze , ogni ragazzo può
scegliere un insegnante con il quale
confrontarsi circa l’orientamento per la
scuola superiore
CORSI pomeridiani di rinforzo: per gli
alunni segnalati dagli insegnanti di Italiano, Inglese, Tedesco e Matematica in
accordo col Consiglio di Classe di classe vengono attuati corsi pomeridiani, di
rinforzo secondo la situazione scolastica
degli alunni coinvolti e la programmazione degli insegnanti delle rispettive
materie.
INCONTRI FORMATIVI residenziali: Si
svolgono presso una casa idonea per
questo scopo; hanno la durata di uno o
due giorni e intendono essere momenti
importanti per l’educazione morale e religiosa, ma anche per l’educazione ambientale e per la socializzazione tra gli
alunni. Tali incontri diventano occasioni
di formazione anche per i genitori.
Il progetto di EDUCAZIONE SESSUALE,
per seconde, prevede una serie di obiettivi:
• aiutare il ragazzo a scoprire se stesso,
nella molteplicità degli orientamenti e
nella contraddittorietà delle informazioni
• favorire un organico sviluppo della
personalità
• favorire la costruzione di una positiva
immagine di sé come essere umano
“sessuato”
• promuovere un positivo rapporto con
gli altri
• dare informazioni corrette ed esaurienti sulla sessualità
• aiutare il ragazzo a vivere la propria
sessualità come progetto di vita ed
espressione d’amore
• conoscere l’anatomia e la fisiologia
degli apparati riproduttori femminile
e maschile
• acquisire una autonomia di giudizio,
per scelte coscienti e responsabili, alla
luce dei valori cristiani
Un fiore all’occhiello della nostra scuola
è il progetto delle “SETTIMANE A Tema”
che consiste nell’organizzazione di settimane, due all’anno, nelle quali, rimescolando le classi parallele si propongono
argomenti che vanno anche al di là dei
contenuti scolastici, ma che sono formativi per consolidare sia le abilità personali, che la socializzazione in generale.
Alcuni esempi:
La diversità: l’altro: diverso da me …
una ricchezza per me!
L’idea di una settimana a tema per le
classi prime intitolata L’ALTRO: DIVERSO DA ME … UNA RICCHEZZA PER
Quaderni della Consulta - 8
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ME! nasce dal seguente interrogativo:
come costruire contesti educativi in cui
gli adolescenti possano coltivare, sviluppare ed esercitare la loro capacità di
rapportarsi con varie forme di alterità?
I punti sui quali si attiva la riflessione
sono:
1. ognuno di noi, ogni persona della
propria famiglia, classe, scuola, dell’intera comunità è diverso dagli altri, in
quanto persona unica e irrepetibile
2. la diversità, in quanto espressione di
un diverso modo di pensare, di impostare problemi e cercarne soluzioni, di
possesso di abilità operative, di attitudini, di affettività, di corporeità, di radici
culturali, è comunque un’opportunità
offerta a tutti di arricchimento valoriale
ed esperienziale e occasione di maturazione collettiva.
Le attività svolte durante questa settimana mirano quindi ad indagare i modi di
percezione dell’alterità, il sistema di relazioni stabilite dagli adolescenti con il
diverso e la capacità di immedesimazione al fine di costruire contesti educativi
che possano favorire il cambiamento di
atteggiamenti e comportamenti negativi.
L’azione didattica è finalizzata maggiormente allo sviluppo dei seguenti aspetti:
• esprimere un personale modo di essere e proporlo agli altri
• interagire con l’ambiente naturale e
influenzarlo positivamente
• interagire con i coetanei e con gli
adulti
• riflettere su se stesso e gestire il proprio processo di crescita
• scoprire la positività dell’ascolto, del
rispetto, della tolleranza, della cooperazione e della solidarietà
• maturare gradualmente la capacità di
assumere la complessità delle relazioni
con il diverso
48
Quaderni della Consulta - 8
Problematiche giovanili: Adolescenti
in crescita: rischi e speranze (Percorso didattico interdisciplinare su fumo,
alcool, droga e… volontariato, amicizia,
rapporti tra coetanei)
L’idea è nata dalla consapevolezza che
molti ragazzi/e di classi terze vivono in
questo momento una sorta di “disagio”
che induce a situazioni innaturali. Alcuni ragazzi, credendo magari di crescere più in fretta, iniziano precocemente
a fumare a consumare alcool e droghe.
I punti sui quali attivare la riflessione
degli alunni sono fornire un’informazione corretta ed accreditata sulle sostanze
stupefacenti e sul loro uso e abuso e acquisire le chiavi di lettura su come fare
scelte autonome ed adeguate in qualsiasi situazione ed età si venga a trovare.
Di contro si propongono ai ragazzi
esperienze positive legate alla quotidianità sociale (attività di volontariato,
gruppi scout, missionarietà) per l’affinamento di una certa sensibilità verso
queste realtà.
Obiettivi:
• far acquisire agli alunni il significato
di salute, inteso come benessere fisico
e mentale
• rendere coscienti gli alunni che il
mantenimento della salute fisica e mentale è un diritto dovere dell’individuo e
un suo dovere verso la società
• far adottare agli alunni un comportamento corretto in campo sanitario e
sociale
• essere aperti e disponibili alla società
civile
Quaderni della Consulta - 8
49
INDICE
Presentazione pag. 3
Abitare cristianamente e laicamente la scuola pag. 5
di Giuseppe Tacconi
Riflessione per ambiti pag. 13
Focus Allargato a livello provinciale pag. 27
Analisi POF pag. 35
Quaderni della consulta - 1
I Edizione, settembre 2008
II Edizione, gennaio 2009
Quaderni della consulta - 2
I Edizione, settembre 2009
Quaderni della consulta - 3
I Edizione, settembre 2010
Quaderni della consulta - 4
I Edizione, settembre 2011
Quaderni della consulta - 5
I Edizione, settembre 2012
Quaderni della consulta - 6
I Edizione, settembre 2013
Quaderni della consulta - 7
I Edizione, settembre 2014
Per richiesta copie: [email protected]
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Libretto Consulta n8 - 2015