Associazione Figli della Chiesa
Pellegrinaggio
sui luoghi di Madre Maria Oliva
Olga e Maddalena
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2 – 5 giugno 2011
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Ringraziamo per la collaborazione gli sponsor
che hanno offerto i gadgets
Manifattura Dell’Acqua
di Gorla Maggiore (Va)
i foulard
Industria Grafica Servi
di Busto Arsizio (Va)
i block notes
Fam. Motta Recagni
di Cassano d’Adda (Mi)
i rosari da polso
Società Dolciaria Monteccone
di Torino
i cioccolatini gianduiotti
Villaggio Roller Club
di Capo Vaticano - Calabria (VV)
programmi pellegrinaggio
Realizzazione ed elaborazione grafica
Mimma Barbieri
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la diversa funzione (l'uno simbolo religioso e l'altro civico della città).
Il primo edificio fu costruito probabilmente contestualmente alla
formazione di Mestre, nell'Alto Medioevo e la stessa intitolazione a San
Lorenzo, martire paleocristiano, sembra comprovarne le origini antiche. La
prima citazione è in una bolla pontifica del 1152 con cui papa Eugenio III
ne riconosceva la pertinenza spirituale e temporale alla diocesi di Trevoso.
Un documento del 1192 la ricorda come fulcro della vita pubblica mestrina,
in quanto sotto il suo portico il vescovo esercitava i poteri civili e
giurisdizionali. Tra la fine del XIII e la metà del XV secolo fu uno dei quattro
arcipretati in cui era suddivisa la diocesi.
All'arrivo dei Veneziani che nel 1337 conquistarono Mestre, la chiesa di San
Lorenzo si presentava in un gravissimo stato di degrado, cosicché il
consiglio dei cittadini di Mestre, ne decise la ricostruzione.
Nel 1770 il duomo ancora si presentava cadente e angusto visto l'aumentare
della popolazione, per cui il consiglio ne decise una nuova ricostruzione. La
chiesa attuale risale quindi a questo periodo (1781-1805) ed è opera di
Bernardino Maccaruzzi, già noto per gli interventi apportati alla Chiesa di
San Rocco e alle Gallerie dell’Accademia di Venezia.
La facciata, a due ordini, segue i canoni dell' architettura neoclassica mentre
l'interno, basato sulla pianta a croce latina, è a navata unica. Le formelle
bronzee del portale sono opera di Gianni Aricò, autore anche di altre opere
in Mestre, come una fontana nella vicina via Piave.
L'altare maggiore, proveniente dalla chiesa sconsacrata di Santa Maria delle
Testi consultati per le notizie su Maria Oliva, Olga e Maddalena
Salvatore Garofalo, Storia di un carisma, Città Nuova Editrice, Roma 1990
Maria Oliva Bonaldo, Fiore di Passione - Olga della Madre di Dio, Figlia della Chiesa,
Editrice Istituto Suore Figlie della Chiesa, Roma 2009
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Identità veneta”
“
Alle origini della passione di Maria Oliva
Bonaldo
E’ opportuno parlare di “identità veneta”? Credo proprio di sì.
Identità veneta è espressione di appartenenza ad una lingua, ad una storia, ad
una cultura, ad un territorio, ma anche a caratteristiche morali.
Tutto ciò diventa declinabile alla prima persona plurale e a lettere maiuscole
(“Noi Veneti”).
In che modo è riuscita a diventare non solo plausibile, ma anche
“istituzionale” l’idea di “identità”di un “popolo veneto” che corre ininterrotta
da quattromila anni sino ai giorni nostri?
Ripercorriamo insieme la storia, la cultura i contesti socio-politici-religiosi.
ORIGINI DEL POPOLO VENETO
Come riporta Cornelio Nepote, la popolazione veneta si trasferì in Italia da
una antica regione a sud del Mar Nero. Il termite “Veneto” deriva da Hèneto,
antica denominazione di quel popolo.
Gli Heneti avevano combattuto a fianco di Troia con la loro cavalleria. Alla
fine della guerra, con la caduta di Troia, si verificò un generale riassestamento
delle popolazioni che dette origine a spostamenti di interi popoli, tra cui
certamente gli stessi Hèneti.
A motivo di queste bibliche migrazioni, gli Hèneti arrivarono, dopo lungo
peregrinare, in laguna, la laguna di Venezia. E a Venezia, o meglio nella
gronda Lagunare, abitarono ininterrottamente sino all’ epoca pre-romana e nei
secoli successivi.
A beneficio degli amici siracusani vorrei raccontare questo fatto curioso: dal
territorio degli Hèneti, partì per la guerra di Troia la tribù dei Paflagoni,
celebratississimi cavallerizzi dell’epoca, tant’è che la Paflagonia è collegata al
“topos” dei loro famosi cavalli.
Omero si riferirà al paese degli Hèneti con l’appellativo “razza delle indomite
mule”.
A conferma di quanto fosse intrecciata la storia della Paflagonia con i cavalli, i
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romani Livio e Virgilio definiranno la Paflagonia anche come “cavallo
hèneto”.
Parecchi secoli dopo Omero, Strabone (geografo greco-latino) torna ad
esaltare la fama del cavallo hèneto (veneto) scrivendo a proposito di
Dionisio I°, tiranno di Siracusa, del quale si racconta che avesse importato
in Sicilia, dagli Hèneti, i loro cavalli e che ne avrebbe tratto allevamenti
famosi.
Un primo punto di intersezione tra Veneti e Siciliani risale quindi già al
430-360 a.C. Altri ne seguiranno.
Dopo questa digressione arriviamo, d’un balzo, al 535 d.c. Per conto
dell’Imperatore d’Oriente, Giustiniano, Belisario occupò l’Italia e le terre
della Venezia marittima iniziando il dominio bizantino sulle lagune
Venete.
Venezia acquistò una larga autonomia, senza cessare di riconoscere la
sovranità di Bisanzio e di coltivarne un vantaggioso protettorato per i
viaggi di mare.
Sembra che soltanto nel VIII secolo avanti Cristo i Veneti abbiano
raggiunto la loro sede definitiva nella regione che da essi stessi prese il
nome di Venetia.
Nel confronto fra l’Impero carolingio (Carlo Magno e Pipino il breve) e
quello bizantino, Venezia si schierò con quest’ultimo, e alla composizione
del conflitto e alla definizione dei confini tra i due imperi restò a quello
d’Oriente (814), divenendone quasi un ponte tra due mondi.
Sino al XIII secolo Venezia marittima, visse un’età dell’oro dei liberi
comuni, delle signorie, e diventò una potenza di rilievo internazionale.
Venezia gestiva una vastissima rete d’interessi essenzialmente
commerciali e per lo più affidati all’iniziativa di privati, mentre lo Stato si
limitava a proteggerli.
Dal 1400 circa in poi si assiste all’annessione graduale, da parte di Venezia
marittina, del resto del Veneto e della terraferma, per contrastare le
politiche espansionistiche dei Visconti milanesi.
Nel 1797 Venezia ed il Veneto cadono nelle mani di Napoleone.
Dopo la breve parentesi napoleonica del Regno d’Italia, col trattato di
Campoformio, la regione passa all’Austria che costituisce il Regno
Lombardo-Veneto.
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La chiesa di San Girolamo è considerata il più antico luogo di culto della
città. Attualmente rappresenta una rettoriale dipendente dalla parrocchia
del Duomo ed è gestita dalle Figlie della Chiesa. La tradizione afferma
che San Girolamo fu edificata nel 1261 sul luogo in cui sorgeva la cella di
un eremita. Fu consacrata forse il 12 febbraio 1349 e gestita dai Servi di
Maria.
Nel 1658 , con la soppressione dei Serviti, Carlo Caraffa, nunzio
apostolico, presso la Serenissima, affidò la chiesa alle quattro scuole che
vi avevano trovato sede (del Rosario, di San Marco, di San Nicolò e di San
Biagio) che la amministrarono per mezzo di un cappellano da loro eletto.
Nel 1807 gli editti napoleonici soppressero le scuole e resero San
Girolamo semplice sussidiaria del Duomo.
Una delle più antiche raffigurazioni della chiesa sarebbe una miniatura
riportata nella mariegola della scuola di San Marco (XVI secolo): in essa
compare il patrono con un tempio a tre navate nella mano destra, simbolo
della Chiesa universale.
L'interno ha subito gli interventi della prima metà del Novecento che gli
hanno conferito un aspetto medievale. Caratteristiche le antiche capriate,
rimesse in vista nel 1949. Sulla sinistra, spiccano quattro dipinti di
Annibale Mancini raffiguranti scene della vita di San Nicolò (1607). Del
presbiterio va ricordato il miracoloso Crocifisso in cedro (XV secolo) il
quale, secondo una tradizione, obbligò i barcaioli che lo trasportavano a
porlo a San Girolamo. L'altare maggiore secentesco è intitolato alla
Madonna: la statua che la raffigura possedeva un tempo ventiquattro
vesti.
Alla metà del Settecento la chiesa subì un radicale restauro con il
rifacimento della facciata in pietra d’Istria. Altri lavori si sono avuti nei
secoli successivi; il più recente è del 1992.
Duomo San Lorenzo
Il Duomo di Mestre ovvero la chiesa di San Lorenzo è il principale luogo
cattolico di Mestre e come tale porta, appunto, il titolo di duomo e di
chiesa arcipretale.
La costruzione si affaccia sull'estremità sud-ovest di Piazza Ferretto, in
posizione opposta rispetto alla Torre dell’Orologio, quasi a sottolinearne
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madre e sette figliole.
La Madre affidò a Olga la guida delle sorelle della quarta casa [Mestre].
La guerra imperversava: «A Mestre nessuno ci aveva chiamate e nessuno
aveva bisogno di noi. “Mater Christi” era troppo fuori mano, e solo i
poveri e i piccoli sfrattati vi accorrevano fedeli al mezzodì, per riscaldarsi
lo stomaco. […]»
Il 28 marzo [1943], durante la Messa, Olga si accasciò a lato della
Madre: disfatta, madida di sudore, con gli occhi striati di sangue. Il male
fu diagnosticato con esattezza soltanto dopo tre visite mediche:
meningite. Il 2 aprile fu necessario ricoverarla in ospedale. […]
L’anima domata dalla malattia, ma libera in Dio, si librava nell’ultimo
volo. Un consulto di medici accertò che la meningite era di natura
tubercolare, inguaribile. […]
Dopo un assalto violentissimo del male, aveva supplicato la Madre di
darle il permesso di morire e ne ebbe in risposta il permesso di patire per la
Chiesa e per il mondo perché la sua sofferenza acquistasse significato,
valore ed efficacia.
Il trapasso fu senza scosse; rispose a monosillabi alle Litanie dei Santi e
quando terminarono le preghiere per la raccomandazione dell’anima
sussurro impercettibilmente: “Manca una cosa”. Fu intonata la Salve
Regina. […]
La Madre non volle lasciarla morire in ospedale e la fece trasportare nella
casa “Mater Christi”. Era il sabato 10 aprile, festa della Beata
Maddalena di Canossa. L’indomani, Domenica di Passione, verso la
mezzanotte, Olga tornò a Dio.
Storia di un carisma pag. 213, 237, 239, 240, 241
Il fiore di passione, paonazzo di sangue aggrumato, scolorì all’improvviso
come al sopravvenire di un’estasi, e dopo il “De profundis” io intonai il
“Magnificat” per la pace che si diffuse intorno.
Fiore di Passione pag. 191
Chiesa di San Girolamo
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Il Veneto è protagonista del Risorgimento con l’eroica Repubblica di Venezia
(1849). Ma bisognerà aspettare la terza guerra d’indipendenza (1866) per
vederne la sua annessione al Regno d’Italia sabaudo.
TUFFIAMOCI NEL SECOLO DICIANNOVESIMO-VENTESIMO
Il governo austriaco, che aveva incorporato i confini veneti dal 1815 al 1866,
non tollerava che in una regione di confine sorgessero attività ritenute
direttamente o indirettamente pericolose alla integrità dello stato o all’ordine
pubblico.
Questa politica attuata per 50 anni, proprio nel periodo di trapasso alla
industria moderna, fece passare il Veneto dalla floridezza della Repubblica di
Venezia alla depressione economica.
Nessuna altra regione d’Italia ebbe a proprio danno una siffatta politica di
compressione economica. Ne uscì mortificata la capacità imprenditoriale, e
con essa lo spirito di iniziativa e di organizzazione, d’inventiva e di tecnica, di
laboriosità e di sacrificio. Qualità che sono, in massimo grado, patrimonio dei
veneti.
Infatti il lavoro, per i veneti, non risulta inteso secondo la maledizione biblica
che accompagnò la cacciata dal Paradiso terrestre: “uomo, guadagnerai il tuo
pane con il sudore della fronte”.
No, per i veneti, il lavoro – questo vale ancor oggi – non è una punizione né
un dovere, “è il senso stesso del vivere”.
C’è una mistica del lavoro che, nell’ottocento, fa cantare così i manovali
cattolici di Vicenza:
(*) “Nell’officine, sull’arse glebe/ (glebe= territorio che si possiede per eredità)
noi lavoriamo lieti e contenti/
non come suole torbida plebe/
che l’aure assorda d’insani accenti:
fidi operai dell’Evangelo/
noi, lavorando, pensiamo al cielo”.
I primi anni post-unitari, nella seconda parte dell’ottocento, sono stati
purtroppo caratterizzati dalla generale condizione di arretratezza e povertà
della campagna ma anche dall’opera di proselitismo della chiesa che favorì la
nascita di un movimento cattolico molto forte.
Nei primi decenni del novecento, a causa di una endemica arretratezza
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economica, di mancanza di lavoro e di prospettive, si registra inizialmente
una grande emigrazione veneta, soprattutto verso l’America Latina e poi
successivamente “una emigrazione interna, specie nelle zone industriali di Milano
e Torino. Le agitazioni contadine, sintomo di un malessere sociale diffuso, fecero
affiancare al movimento cooperativistico un’organizzazione sindacale, modernamente
intesa, che il movimento cattolico trevigiano concretizzò, a partire dal 1910, con la
creazione di una fitta rete di “leghe bianche” molto combattive e numerose nella zona
di Castelfranco (cfr.Investita dall’amore di Fiorella Rosa Gargano).
L’Enciclica Rerum Novarum influenzò molto il clero, “che voleva difendere la
cultura contadina tradizionalista dagli “inquinamenti” ideologici della città, vista
come luogo del male perché in essa si elaboravano quelle idee “liberali e socialiste”
sovvertitrici dell’autorità della Chiesa e dei valori che essa proponeva” (id.) .
Questo clima favorì il fiorire di movimenti cattolici sia maschili che
femminili.
Anzi, l’associazionismo cattolico femminile si distingueva in modo
significativo per la presenza dell’Unione fra le Donne Cattoliche d’Italia (che
veniva percepita come del tutto in continuità con il passato, innanzitutto per
il suo essere un’associazione di aristocratiche o comunque di “signore”
appartenenti alle fasce più alte della società) e dell’Azione Cattolica (di
estrazione invece più popolare)
imbarcazioni di attraccare ed un portico davanti alla facciata che serviva per
depositare il materiale scaricato dalle imbarcazioni. Nel seminterrato c’erano
uffici e saloni, mentre al primo piano si trovava la residenza vera e propria della
famiglia con locali riccamente affrescati e arredati. La facciata esterna era ricca
di finestre: al centro della facciata c'erano ampie finestre, quelle delle stanze in
cui si esponevano le merci, le più piccole erano quelle dei locali della dimora. I
palazzi sono stati costruiti in mattoni, a quei tempi facili da lavorare e da
trasportare, soprattutto perchè erano molto leggeri considerato che i palazzi
erano costruiti su palafitte. Con il passare del tempo molti palazzi sono stati
modificati all’interno e resi abitabili, lasciando però inalterata la facciata che è
stata restaurata. Altro purtroppo sono stati lasciati al degrado e all’abbandono,
minacciati dall’inquinamento e dalla umidità, a causa degli elevati costi di
ristrutturazione.
Mestre
Nell’emancipazionismo veneto prevale una impostazione che punta a
coniugare il processo di acquisizione di autonomia femminile, all’impegno
per la trasformazione attiva della società, con le sue grandi “questioni
sociali”.
In questo contesto si segnalano per l’impegno per lo più le maestre, in
quanto costituivano la categoria di lavoratrici intellettuali più aperta ai temi
dell’emancipazione.
Nella seconda metà del novecento il Veneto, nonostante fosse ancora ritenuta
una regione agricola e povera, avvia una epocale trasformazione sociale,
grazie alla piccola impresa familiare, polverizzata sul territorio, che incarna
le primitive virtù di intraprendenza, di coraggio, di sacrificio e di laboriosità.
IL CONTRIBUTO DEL CATTOLICESIMO LIBERALE A CAVALLO TRA L’ ‘800 E ‘900
L’unità d’Italia è stata un cruciale avvenimento storico, preceduto da una
poderosa riflessione filosofica e politica, in cui qualificate personalità
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Fu aperta così a Mestre, il 1° novembre 1940, la casa “Mater Christi”, con la
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Vi compare persino un vecchio che si morde la mano: pare che si tratti
dell'architetto della basilica, che fu sollevato dal suo incarico quando si lasciò
sfuggire che sarebbe stato in grado di costruirla ancora più bella.
Canal Grande
Il Canal Grande è l’arteria principale della città, l’unica via d’acqua a fregiarsi
del nome di Canale, tutte le altre sono semplicemente chiamate rio. Il canale è
lungo quasi quattro chilometri ed è largo fino a settanta metri, in alcuni punti è
profondo cinque metri. Attraversa l’intera città e lungo tutto il suo percorso si
possono ammirare i palazzi più belli e ricchi di Venezia. Tutte le famiglie
veneziane, ricche e benestanti, possedevano un palazzo sul Canal Grande, non
solo per ragioni pratiche, essendo facilmente percorribile agevolava gli scambi
mercantili ed il commercio, ma quale abitazione e luogo di rappresentanza, in
quanto era molto prestigioso possedere una casa sul Canal Grande, spesso
davanti al nome della famiglia si usava l’abbreviazione Ca’ per indicarne la
residenza. Da qui il nome di alcune prestigiose abitazioni come Ca’ d’Oro, Ca’
Foscari, Ca’ Venier dei Leoni. Un tempo il Canal Grande era attraversato solo
dalle gondole, oggi invece si possono vedere sfrecciare i motoscafi e i vaporetti
che trasportano i turisti. I veneziani preferiscono attraversare la città a piedi e
per passare dalla riva sinistra a quella destra usano i bellissimi ponti che lo
scavalcano: il Ponte degli Scalzi, il Ponte di Rialto, il Ponte dell’Accademia e il
Ponte di Calatrava. Il Canal Grande divide in due parti la città che a sua volta
non si suddivide in quartieri ma in sestieri. Il sestiere di San Marco è il centro
storico della città, tra il sestiere della Giudecca e il Canal Grande si trova
Dorsoduro il sestriere più chic di Venezia. Il Canale ha la forma di una lunga
lettera "esse", all’interno della sua ansa maggiore si trovano due sestieri
popolari come San Polo e Santa Croce. Il sestiere di Canareggio è nella parte più
settentrionale di Venezia dove si trovava il Ghetto Vecchio con le più antiche
Sinagoghe d’Europa. All’estremità orientale della laguna si trova il sestiere
Castello, forse quello non ancora contaminato dal turismo. Lungo il Canal
Grande si trovano circa 100 palazzi, di tutti gli stili e con tutti gli arredi, essendo
stati costruiti durante oltre mezzo secolo. La struttura interna dei palazzi è
sempre stata la stessa: il pianterreno era riservato all’atrio al quale si accedeva
sia da una calle interna che dal Canal Grande, qui si trovava un pontile, con
pali, colorati dei colori della famiglia che lo abitava, per consentire alle
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cattoliche sono state tra i protagonisti.
Sono noti i nomi dei filosofi Antonio Rosmini e Vincenzo Gioberti, di
Alessandro Manzoni, Massimo d’Azeglio, Cesare Balbo, Cesare Cantù,
Giacomo Ventura, Gino Capponi… solo per citare i più noti e appartenenti
al gruppo dei cattolici liberali.
Era evidente che la proposta cattolica fosse assai lontana, non solo nei fatti
dalla prospettiva rivoluzionaria, ma anche, sul piano delle idee, rispetto a
quella mazziniana o a quella laicista di Cattaneo e Ferrari.
Annotava Rosmini nell’opera Le cinque piaghe (1848)
“quell’inquietudine stessa de’
popoli, che nel manifestarsi prende
delle forme del tutto materiali, non
nasconde un bisogno religioso, il
bisogno di una religione libera di
comunicarsi al cuore de’ popoli
senza l’intermezzo de’ principi e
de’ governi”.
Il testo presenta un tratteggio di ciò che viene inteso come risorgimento.
Viene citato il soggetto che deve risorgere, “i popoli”, il cui protagonismo è
segnato dall’”inquietudine”, che può assumere anche forme inferiori, “del
tutto materiali”, quindi da contenere e da educare; ma non di meno essi sono
mossi da un bisogno sincero: un bisogno religioso, vale a dire il vero senso di
libertà (che non è mai arbitrio, capriccio o prepotenza), reso opaco e
insignificante dall’”intromissione di principi e governi”.
Quale è, allora, l’anima del risorgimento?: “l’anima del risorgimento è l’unione
di religione e patria, riuscita grazie ad un’opera di elevazione, culturale e spirituale
insieme, degli animi” (Fedele Lampertico, economista, giurista e politico
cattolico 1833-1906).
Quest’anima la si potrebbe tradurre con parole odierne: è fondamentale
investire energie su un profondo progetto culturale cristianamente ispirato,
capace di preparare il terreno per un’incisiva azione politica.
In seguito, nel novecento, i nomi più noti della tradizione cattolico liberale
sono quelli di Sturzo e di De Gasperi, a conferma della “piena integrazione
tra principi di libertà e valori cristiani”.
E’ il cattolicesimo liberale a sostenere che è grazie al cristianesimo e ai suoi
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valori che si realizza e si stabilizza la storia dell’Europa, prima come casa di
popoli e poi come sistema di Stati.
Quest’anno, che si celebra i 150 anni dell’unità d’Italia, è giusto ricordare che
tutti i cattolici liberali sono stati “risorgimentali”, avendo fatto proprio, aver
pensato e vissuto il senso della prospettiva di unità nazionale, di
indipendenza, di autogoverno del proprio paese in piena consonanza con i
contenuti della loro fede, anzi, incoraggiati dall’approfondimento di tali
valori e dalla consapevolezza della loro forza trasformatrice.
Tuttavia il programma federalista di Rosmini e Gioberti tramontò già nel
1848, ma la sintesi culturale tramandata dai cattolici liberali e in particolare da
Rosmini, che ne fu l’anima più ispirata, possiamo ritenerla ancora attuale
Ci si può chiedere infatti se di fronte alle sfide che ci provengono (crisi della
politica, crisi dello Stato unitario…) non riemerga, fra molte macerie, come
alternativa oggi disponibile, la sintesi del cattolicesimo liberale.
Con Pio X si chiude l’esperienza dell’Opera dei Congressi e si potenziano gli
interventi dell’Azione Cattolica. Si assiste dunque ad una riattualizzazione
del pensiero e del movimento cattolico italiano in chiave sociale. Di questo
movimento Giuseppe Toniolo fu il maggior esponente.
Toniolo, nato a Treviso, docente di Economia Politica all’Università di Pisa,
presidente e promotore della 1° Settimana Sociale (organizzata dall’Unione
popolare fra i cattolici italiani e succeduta all’Opera dei Congressi), morì alla
fine della prima guerra mondiale il 7 ottobre 1918.
Non si può non riconnettere la conterranea figura trevigiana di Toniolo con la
formazione cattolico-sociale della giovane maestra Maria Oliva Bonaldo.
PECULIARITA’ ANTROPOLOGICA
Ritorniamo al tema: l’ identità veneta.
Gli Hèneti, dovettero affrontare, durante i cinque secoli di migrazione prima
di giungere in Laguna, innumerevoli prove, tanto che la popolazione si è
progressivamente imbarbarita pur conservando il carattere originario:
coraggiosa, operosa, tranquilla.
Caratteristiche queste rilevate da Omero e successivamente riconosciute ed
ammirate dai romani, dei quali divennero importanti alleati.
I Romani ebbero per i Veneti sempre una notevole ammirazione per la
rettitudine di vita, la sobrietà dei costumi, la laboriosità e soprattutto per la
correttezza negli affari e per il loro valore.
Parlando della regione Veneta in Senato, Cicerone ebbe a dire “Essa è il fiore
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Basilica di San Marco
Il più maestoso dei monumenti veneziani, e quello che più di ogni altro
rappresenta la grandezza di Venezia, è senza dubbio la Basilica di San
Marco. Fu realizzata nell'arco di molti secoli, trasformata varie volte e
arricchita di tesori e manufatti preziosi, spesso provenienti dal lontano
oriente. Nella sua architettura, che è insieme bizantina, romana e
veneziana, si riconosce l'opera di artisti e artigiani di origini diverse. Si
può considerare un vero e proprio laboratorio, un organismo vivente
che si è sviluppato e trasformato nei secoli.
La basilica di San Marco venne edificata sui resti delle prime due
chiese, nel luogo dove la leggenda riferisce che un angelo indicò a San
Marco, in navigazione verso Roma, il luogo della sua sepoltura.
I mercanti veneziani, sulle rotte d'oriente, si fermavano spesso ad
Alessandria, per pregare sul sepolcro del santo. E, Nell'828, furono
proprio due mercanti veneziani, Buono da Malamocco e Rustico da
Torcello, a trafugarne le spoglie e a trasportarle in nave fino a Venezia,
dopo averle nascoste in una cesta di ortaggi e maiale per sfuggire ai
controlli dei musulmani. Quando il corpo del santo giunse a Venezia,
fu accolto trionfalmente e il doge ordinò la costruzione di una nuova
chiesa come suo sepolcro. La decisione del doge si rivelò una scelta
strategica e determinante per la prosperità di Venezia: bisogna pensare
che nel medioevo, il possesso delle reliquie di un santo era fonte di
immenso guadagno per una città. Intorno alla venerazione, a volte
soltanto di una piccolissima reliquia, fiorivano il commercio e gli
scambi culturali. Essere in possesso dell'intero corpo di un evangelista
era, per Venezia, un fatto veramente eccezionale.
Il simbolo di San Marco, il leone alato armato di spada, fu adottato
come emblema della città. Un simbolo semplice, adatto anche a
rappresentare le virtù civili, la forza, il coraggio.
La facciata della basilica è un capolavoro della scultura gotica, una
composizione ricchissima di colonne, archetti, cuspidi e rilievi che,
come in tutte le chiese medioevali, rappresentano spesso personaggi,
mestieri o scene della vita quotidiana.
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Globo.
Pregevole l'opera che appare sul quarto altare, La vergine assiste
all'incoronazione di Venezia fatta dal vescovo S. Magno di Palma il
Giovane
Nella chiesa di San Geremia sono conservate le spoglie mortali di una fra
le più conosciute e venerate sante della cristianità, santa Lucia, vergine e
martire siracusana. Il luogo, pur se non sufficientemente pubblicizzato, è
meta di continui pellegrinaggi di fedeli che, da ogni parte del mondo,
portano la loro venerazione alla santa.
Le spoglie della santa vennero portate qui nel 1861, quando la chiesa di
Santa Lucia venne abbattuta per dar spazio alla stazione ferroviaria di
Venezia che ne conserva tuttora il nome, per essere poi conservate nella
teca attuale dall'11 luglio 1863. Nel 1955 l'allora Patriarca di Venezia
Angelo Roncalli, futuro Papa Giovanni XXII, fece porre una maschera
d'argento sul volto, per proteggerlo dalla polvere.
Il corpo di santa Lucia venne trafugato il 7 luglio 1981, per poi essere
recuperato il 13 dicembre dello stesso anno. I ladri volevano per questo
un riscatto che non fu mai pagato.
Dal Canal Grande si può leggere sulla parte della chiesta questa
iscrizione: "Lucia Vergine di Siracusa in questo tempio riposa. All'Italia e
al Mondo ispiri luce e pace".
Le spoglie di santa Lucia, che per vicissitudini storiche si trova da molti
secoli a Venezia, sono fortemente reclamate dalla popolazione di
Siracusa, città natale della santa, perché tornino a riposare all'interno del
sepolcro dal quale furono sottratte. Fondata nel XI secolo, ricostruita nel
XIII, fu consacrata nel 1292. la pianta attuale deriva da un progetto di
Carlo Corbellini (1753), conserva opere del tardo settecento veneto:
Novelli, Colonna, Mengardi e la notevole "La vergine assiste
all'incoronazione di Venezia fatta dal vescovo S. Magno" di Jacopo Palma
il Giovane. La facciata è moderna (1871), probabilmente ricostruita dopo
un incendio dovuto ad un bombardamento austriaco. Il campanile con
“canna” di mattoni a vista, con due strette bifore romaniche alla base, è
uno dei più antichi della città (si pensa risalga al XII sec.).
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dell’Italia e ornamento del popolo romano” “Illa flos Italie, illa ornamentum
populi romani”.
Queste sono le caratteristiche costitutive, ontologiche di questo popolo, il
popolo Veneto, così come ci sono state descritte e tramandate da Omero, da
Terenzio Varrone e da Cicerone: popolo laborioso, retto, sobrio, coraggioso,
tranquillo….
Il profilo antropologico dei “veneti” è quello di gente amabile ed aperta.
Infatti i cadorini ( abitanti del territorio a nord di Venezia, che ha come
cittadina di riferimento Cortina) nel 1420, il giorno in cui scelsero di farsi
governare dalla Serenissima, ebbero a dire: “Eamus ad bonos venetos”.
CONCLUSIONE
Il Veneto ha dato alla luce Maria Oliva Bonaldo nel 1893.
Il contesto storico è quello immediatamente precedente il ventesimo secolo e
la vita di Maria Oliva Bonaldo percorre un lungo tratto del novecento.
La sua fanciullezza la si può connotare nel clima effervescente ed inquieto,
ma proiettato al “nuovo”, proprio del periodo post-unitario e risorgimentale.
La sua gioventù si spende in un contesto di forte impegno politico, di
contrastato rapporto chiesa-Stato, di lotte sindacali contadine, di
associazionismo cattolico maschile ma soprattutto femminile, in cui ha forte
rilevanza la categoria delle “maestre”, quali portatrici di modelli educativi e
spirituali.
Le spigolature “antropologiche” del popolo veneto, il suo linguaggio, la sua
etica, la sua cultura sociale e religiosa nonchè i suoi usi, sono elementi
costantemente rintracciabili nel vissuto di Madre Oliva.
Lasciamo a voi tutti – in questo pellegrinaggio dei cuori - il piacere di
riscontrarli ed emozionarvi nel sovrapporre i vostri passi a quelli di Maria
Oliva nei luoghi che l’hanno vista consumare la sua passione per i poveri,
per i bisognosi, per la Chiesa.
Vicenza 2 giugno 2011
Giorgio Locatelli
(*) (cfr: CUOR DI VEN ETO: anatomia di un popolo che fu nazione – di Stefano Lorenzetto)
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Maria Oliva
Bonaldo del
Corpo Mistico
Maria Oliva nacque a Castelfranco
Veneto (Treviso) il 26 marzo 1893 da
Giuseppe Antonio Bonaldo e Italica
Dionisia Bianco, chiamata Gioconda. I
genitori gestivano una trattoria nel
centro storico fino a quando, nel
dicembre 1893, non si trasferirono a
Bassano del Grappa dove acquistarono l'albergo "Stella d'oro".
Nel 1904 morì la madre nel dare alla luce il nono figlio e Maria Oliva, che
aveva vissuto un'infanzia felice, ne venne duramente provata. Nello
stesso anno entrò nel collegio delle Canossiane di Treviso dove frequentò
le scuole tecniche proseguendo gli studi a Venezia, dove conseguì il
diploma magistrale nel 1910.
Ricevette il suo primo incarico di insegnamento nelle scuole elementari
di Castello di Godego (TV) e nei paesi limitrofi dove si distinse per la sua
vivace intelligenza, l’amore per i suoi alunni, la profonda cultura e
l’attenzione verso i poveri.
Nel 1911 si trasferì a Castelfranco dove frequentò un giovane pittore
veneziano, col proposito di formarsi una famiglia.
Fu proprio a Castelfranco che la sua vita ricevette una svolta inaspettata.
Il 22 maggio 1913, festa del Corpus Domini, Maria Oliva decise di
partecipare alla processione eucaristica, vincendo il suo orgoglio, grazie
all’amore verso l’eucarestia trasmessole dalla madre.
Folgorata dall’Amore che in un attimo le fece conoscere il grande mistero
della Chiesa, Maria Oliva abbandonò il progetto di crearsi una famiglia
per consacrarsi a Dio. Cresceva in lei l’intuizione di creare una nuova
famiglia religiosa che servisse con passione e totale dedizione la Chiesa.
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Bonaparte della pianura padana, Venezia iniziò a conoscere il suo
declino politico e militare.
Il 2 maggio 1797 ebbe fine la Serenissima e Venezia passò, dopo
qualche mese dall’entrata di Napoleone in città, all’Austria, ma
quando questa fu sconfitta nel 1866 durante la III Guerra
d’Indipendenza, Venezia si unì al Regno d’Italia.
Altre due cose rendono la città di Venezia unica al mondo: il famoso
Carnevale di Venezia che risale al X secolo e che è considerata la
manifestazione di carnevale italiana più importante dell’anno e la
Regata Storica, sfilata delle imbarcazioni – fra cui le splendide gondole
che hanno fatto la storia della città.
Chiesa dei santi Geremia e Lucia
È un importante edificio di culto, che custodisce numerose opere d'arte
e i resti mortali di santa Lucia da Siracusa.
La chiesa venne edificata nell'XI secolo, per poi essere più volte
ricostruita. Già nel 1206, ospitava le spoglie mortali di S. Magno,
vescovo di Oderzo ed Eraclea, morto nel 670. Qui in effetti si rifugiò,
nel tentativo di fuggire ai Longobardi.
La prima ricostruzione si deve al doge Sebastiano Ziani: nel 1292
avvenne la sua consacrazione. L'edificio attuale è stato progettato da
Carlo Corbellini nel 1753, mentre la facciata è del 1861, anno in cui
finirono i lavori. Il campanile di mattoni a vista (forse risalente al XII
secolo) presenta due strette bifore romaniche alla base. La prima messa
venne celebrata il 27 aprile 1760.
Fino al 1615, di fronte all'altare della Beata Vergine del Popolo si
radunava
la
confraternita
del
Suffragio
dei
Morti.
All'interno della chiesa si possono notare delle pareti molto spoglie e
non di grande nota.
Molto bello e pregiato è l'altare, con il suo presbiterio, nel quale si
possono ammirare le statue San Pietro e San Geremia Apostolo datate
1798 di Pier Antonio Novelli, sullo sfondo l'opera monocromo a fresco
di Agostino Mengozzi Colonna Due Angeli in Atto di Sostenere il
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Le sue origini risalgono all’epoca delle invasioni barbariche, quando
alcuni popoli di città venete si rifugiarono nel 451 dopo Cristo sulle
isole della laguna.
In epoca romana prendeva il nome di “Venetia” ed era abitata da
pescatori, salinari (che lavoravano nelle saline), tutti esperti nella
costruzione delle imbarcazioni per la navigazione lagunare e fluviale.
Alla fine del VII secolo gli abitanti delle lagune vennero governati da
un duce o duca, detto “doge” in dialetto veneto. Da questo momento
prese vita la prima forma di stato veneziano, il Dogato, che
contraddistinse Venezia per diversi secoli. Per eleggere il Doge si
radunava il Maggior Consiglio della città, formato da 480 cittadini, e si
utilizzava un metodo lunghissimo e macchinoso, che difendeva
l’elezione da ogni broglio o corruzione.
I Dogi furono circa 120 e governarono dal 697 al 1797; il primo fu
Paoluccio Anafesto e l’ultimo Ludovico Manin.
Fu in epoca medievale, con le celebri Crociate, che Venezia diventò la
regina indiscussa del Mediterraneo sia da un punto di vista militare
che commerciale, avendo rapporti con quasi tutto il mondo allora
conosciuto.
Inoltre già in quell’epoca l’industria del vetro a Venezia era sviluppata
ed aveva numerosi compratori nel Levante e in Europa.
Dal 1000 al 1500 la flotta commerciale che si era venuta a creare estese i
domini e creò colonie sul Mediterraneo e sul Mar Nero, ricevendo così
l’appellativo di “Serenissima”. Nei secoli XIV e XV nessuna città
europea era in grado di uguagliare il suo traffico commerciale. Nel
1455 il reddito annuale della Repubblica ammontava a 800 mila ducati,
superando di gran lunga anche Firenze, che allora era una delle città
più ricche dell’Europa.
Nel 1463 Venezia iniziò la sua lotta contro i Turchi, che durò per molti
anni, fino alla battaglia di Lepanto nel 1571, che, nonostante finì con la
vittoria dei veneziani, non fruttò molto sul piano economico.
A partire dal Seicento, Venezia conobbe una straordinaria stagione
culturale e artistica, ma alla fine del XVIII secolo, con la conquista di
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Non compresa nella sua vocazione, in obbedienza al suo direttore
spirituale, continuò a insegnare rinunciando a realizzare la sua
intuizione.
Nel periodo in cui era profuga con la sua famiglia a Portiolo (Mantova),
per via della seconda guerra mondiale, continuò a coltivare l’amore per
la Sacra Scrittura appassionandosi sempre più ai fratelli più bisognosi e
intensificando il lavoro parrocchiale e soprattutto l’evangelizzazione dei
ragazzi che vivevano in un profondo stato di degrado.
L’ingresso di Maria Oliva tra le Figlie della Carità Canossiane avvenne a
Treviso nell'ottobre del 1920, all’età di 27 anni, in obbedienza al suo
direttore spirituale. Fra le Canossiane emise i primi voti il 7 settembre
1923 e la professione perpetua il 24 ottobre 1928. Dal 1924 al 1928
frequentò l'Istituto Superiore di Magistero nell'Università Cattolica del
Sacro Cuore a Milano dove nel 1930 conseguì la laurea in Lettere e
Filosofia presentando la tesi dal titolo: "La Vergine nell'Umanesimo".
Divenne Preside dell'Istituto Magistrale delle Canossiane a Treviso dove
profuse un grande impegno educativo a servizio di sui allievi e
dell’Istituto.
Pur vivendo intensamente e senza risparmiarsi la vita da Canossiana e
nonostante una fragilissima salute a causa della tubercolosi, in Maria
Oliva non si spense il richiamo interiore a dare vita ad una nuova
famiglia religiosa.
Confidò alle sue Superiore tale ispirazione e dopo lunghi anni di
attesa, di preghiera, di speranza e di tentativi per far nascere le Figlie
della Chiesa, venne autorizzata ad elaborarla per iscritto. Nel 1934
scrisse i "33 Foglietti" nei quali vennero indicate le linee di spiritualità
delle future Figlie della Chiesa. Dopo sofferte e alterne vicende, Maria
Oliva incontrò il Patriarca di Venezia, il Card. Piazza, che
comprendendo il progetto si adoperò affinchè la Superiora Generale
delle Canossiane autorizzasse l'esperimento della nascente comunità. Il
24 giugno 1938, Maria Oliva insieme a 4 giovani, diede inizio all'
"Opera" delle Figlie della Chiesa, presso la casa generalizia delle
Canossiane a Roma.
Madre Maria Oliva con successivi permessi annuali della Santa Sede
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rimase con le sue figlie provvedendo alla loro formazione. Negli anni
seguenti, tra le ristrettezze degli inizi e le difficoltà della seconda guerra
mondiale, la famiglia si diffuse in varie località. L'11 aprile 1943 morì Olga
Gugelmo, alla quale Madre Maria Oliva sperava di affidare la direzione
dell'Istituto, non potendo lei stessa assumerne la guida essendo canossiana.
Il Cardinal Piazza chiese personalmente al Papa Pio XII che Maria Oliva
venisse sciolta da tale voto e concesse l'approvazione diocesana il 21 aprile
1946 alle Figlie della Chiesa. Per espresso desiderio del Papa, dunque, la
Madre passò alla Congregazione da lei fondata pronunciando la
professione perpetua il 2 agosto 1946, divenendo così Superiora Generale
delle Figlie della Chiesa. Di Diritto Pontificio fin dal 1949, nel 1957 l'Istituto
riceve l'approvazione definitiva e negli anni successivi vive una notevole
espansione numerica, territoriale ed apostolica.
Il periodo del Concilio Vaticano II fu per la Madre un momento di grande
fervore in cui si adoperò a vivere con attenzione il cammino che la chiesa
aveva inaugurato. Furono gli anni in cui la Madre invia le sue Figlie in
Bolivia, Brasile, Colombia, Argentina, America del Nord, India, tra la gente
più povera e bisognosa.
Madre Maria Oliva del Corpo Mistico tornò al Padre il 10 luglio 1976. Il 17
giugno 1987 il Cardinal Poletti aprì a Roma il "Processo Informativo" per la
causa di beatificazione che fu chiuso dal Cardinal Ruini il 15 settembre
1992.
Maddalena Volpato
di Santa Teresa di Gesù Bambino
Maddalena Rosa Volpato nacque il 24 luglio 1918 a S. Alberto di Zero Branco
(TV). Sempre molto attiva in parrocchia e nell’Azione Cattolica tentò di farsi
religiosa senza però riuscirvi per la sua salute molto delicata.
Durante la seconda guerra mondiale il suo desiderio di diventare religiosa è
accolta dalla nascente Congregazione delle Figlie della Chiesa con il nome di
Maddalena di S. Teresa di Gesù Bambino.
Si distinse per la sua laboriosità nelle mansioni più umili che assolse sempre
con grande amore anche quando venne aggredita dal male, il morbo di Pott,
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produzioni del luogo. E’ proprio qui infatti che nacque il
celebre impero editoriale dei Remondini che diede vita ad una
delle maggiori tipografie-calcografie d’Europa. Attualmente
Bassano la si collega perlopiù ai due conflitti mondiali del
secolo scorso: fu terreno di prima linea nella prima Guerra
Mondiale e il suo nome, nel 1928, verrà ufficialmente accostato
a quello del Monte Grappa in onore della resistenza delle
truppe italiane appostate sul massiccio dopo la disfatta di
Caporetto.
Venezia
Il 1° luglio 1944, le novizie passarono a Venezia ospiti delle religiose del
Sacro Cuore, finché il 3 ottobre 1945, si stabilirono presso la chiesa di San
Maurizio nella casetta “Virgo praedicanda” […]
Sotto le robuste ali del Cardinal Piazza, l’Opera di Madre Oliva si
avviava a grandi passi verso la soluzione di tutte le difficoltà giuridiche.
Il 21 aprile 1946, con l’approvazione della Santa Sede, il Patriarca eresse
nella diocesi di Venezia la “Congregazione delle Figlie della Chiesa”. […]
Storia di un carisma, pag. 216
La città di Venezia, capoluogo regionale e di provincia, è sicuramente
una delle più pittoresche, suggestive e belle città d’Italia e del mondo.
Sorge a quattro chilometri dalla terraferma, nella vasta laguna adriatica
che ne porta il nome, posta ad un’altitudine di quasi 2 metri sopra il
livello del mare, la città conta circa 330.000 abitanti e si estende su una
superficie comunale di 457 chilometri quadri.
L’acqua presente in ogni angolo della città, i canali, gli edifici che
sembravo venir fuori dal mare, i vaporetti, i motoscafi, le barche e le
famosissime gondole (lunghe 11 metri e larghe 1,20 metri), rendono
Venezia davvero unica.
La città d’arte è un incomparabile centro culturale, artistico e turistico
ed è inoltre sede universitaria.
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specializzò nella pratica delle attività manifatturiere soprattutto
per la produzione di lana e seta. Successivamente, nel XVII sec.,
anche la ceramica e la carta entrarono a far parte delle grandi
Accoglie Maria Oliva per il proseguimento degli studi dopo le
tecniche dal 1907al 1910 frequenta le ‘‘Normali’’conseguendo il
diploma di maestra.
Sappiamo che l’elezione cadde sulla “scuola Normale femminile
Eleonora Corner Piscopia” a Canareggio (Venezia) e alloggiò, come
convittrice, presso l’Istituto delle Suore Maestre di S. Dorotea12 a
Santa Chiara, l’attuale Piazzale Roma. La scelta della città di
Venezia sembra precedere l’opzione della scuola ed essere legata
alla presenza della zia Filomena ivi sposata e senza figli che, sebbene
non potesse ospitare la nipote nella sua casa, andava a trovarla
regolarmente. Vi andò col solo consenso del papà e dovette
affrontare una violenta reazione della zia Giuseppina che avrebbe
desiderato che proseguisse gli studi presso le Canossiane.
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che la colpì con dolore straziante.
In occasione dell’Ottavario di preghiere
per l’Unità della Chiesa celebrato dalle
Consorelle nella Chiesa di S. Giuliano a
Venezia comprese che le Figlie della
Chiesa dovevano pregare intensamente
e soffrire fino a dare la vita perché si
realizzasse l’Ut unum sint.
Nella sua semplicità Maddalena chiese
alla Madre il permesso di offrire la sua
vita per l'unità della Chiesa. Il 25
gennaio
1945,
ultimo
giorno
dell'Ottavario,
Maddalena
rimase
bloccata a letto senza muoversi,
attanagliata dal dolore. In ospedale soffrì terribilmente per un anno e mezzo
immobile. Diventata tutta una piaga, Maddalena continuò a "non tirarsi
indietro" e nello stesso modo con cui visse in semplicità, così in costante
persuasione di essere vittima per i cristiani separati e per gli ebrei, si
immolò, con semplicità ad ogni ora dicendo continuamente queste parole:
«Per la Chiesa! La sofferenza accettata con amore ha valore grande per la Santa
Chiesa». Il Patriarca di Venezia, in primavera, le permise di pronunciare i Voti
Religiosi in premio e conforto e, consumata completamente, morì la notte del
27 maggio 1946 all'Ospedale al Mare di Venezia come "speciale sacrificio" per
la dolce speranza del Supremo Pastore della Chiesa.
Il 22 maggio 1968 il cardinale Patriarca Giovanni Urbani aprì a Venezia il
processo canonico per la beatificazione che fu concluso nel 1971 dal Papa
Giovanni Paolo I, e trasferito a Roma, presso la Congregazione dei Santi, per il
proseguimento della Causa.
Dal novembre 1972 le spoglie mortali della Serva di Dio riposano nel cimitero
di S. Alberto di Zero Branco (TV).
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Olga Gugelmo della Madre di
Dio
Grappa
I coniugi Bonaldo gestivano una trattoria sotto i portici dell’antico borgo – centro
storico di Castelfranco Veneto – nella cinta di mura turrite del castello ammantato
d’edera. Nel dicembre del 1893 la famiglia si trasferì a Bassano del Grappa, ai piedi
del monte Grappa, la dove il fiume Brenta sbocca nella pianura vicentina, tra i
massicci dell’Altopiano di Asiago e del Grappa. Nell’incantevole e signorile cittadina
–famosa per il suo ponte coperto, di legno – i Bonaldo avevano acquistato l’albergo
“Stella d’oro”, in via Jacopo Vittorelli.
Storia di un carisma, pag. 20
Nacque a Poiana Maggiore (VI) il 10 Maggio 1910 e la sua vita fu segnata già
dall'età di 6 anni, con la perdita del padre Antonio, ucciso sul fronte
dell'Isonzo.
Fin da bambina si distinse per la sua attenzione verso i poveri, la sua
generosità verso tutti, in particolare per la sua famiglia. Fu di grande aiuto
alla madre Candida Andretto nell’accudire i tre fratellini. Allo stesso tempo
era molto brava negli studi diplomandosi come maestra e partecipando
attivamente e con passione alle attività parrocchiali.
Cominciò la sua professione d'insegnante elementare nella città di Valvasone,
in Friuli continuando a San Luca di Marostica e a Poiana, affiancando al suo
lavoro numerose attività caritative ed apostoliche nell’Azione Cattolica,
nell'UNITALSI e in altre organizzazioni benefiche.
Si accorse però che la sua vita, sia pur così piena, non la soddisfava e il 16
luglio 1938 decise di entrare nel primo nucleo di Figlie della Chiesa.
Negli anni 1938-41 Olga aiutò M. Maria Oliva nei primi passi della
fondazione, a Roma e nel Veneto. Il 4 agosto 1940 emise i primi voti a Treviso
e dal giugno del 1941 sarà a Mater Divinae Gratiae (Ischia). Nell'ottobre del
1942 giunse a Mestre, nella casa Mater
Christi,
come
segretaria
della
Fondatrice. Il 2 aprile del 1943 fu colpita
da meningite fulminante e vennr
ricoverata all'ospedale di Mestre. L'11
aprile, domenica di Passione, a soli 33
anni, morì.
Olga nei pochi anni passati
nell’Istituto seppe incarnare in pienezza
il carisma delle Figlie della Chiesa,
dandone piena testimonianza a tutti.
Sempre con il sorriso, anche nella
sofferenza
Bassano del Grappa è un importante centro in provincia di
Vicenza (in direzione nord da questa) situato a 129 m s.l.m. e che
conta 39.625 abitanti. La città di Bassano è esattamente al confine
fra la pianura e la montagna e la vita economica di questa città si
divide fra un’economia prettamente agricola e un’altra invece più
tradizionalmente manifatturiera e commerciale. La città è
attraversata dal fiume Brenta e fu proprio questo importante
corso d’acqua che spinse i cittadini di queste zone a costruire
mulini, segherie, magli, folli e filatoi. Inoltre il fiume ha sempre
costituito un imprescindibile via di trasporto e di commercio.
L’origine del nome è latina, “fundus Bassianus”, ed il sito è nato
grazie alla sua posizione strategica posta precisamente
all’imbocco della Valsugana. La data di fondazione della città non
è nota, però il primo documento scritto attestante l’esistenza di
Bassano risale al 22 luglio 998. In epoca medievale il fiume
significò anche una vera è propria fonte di reddito, infatti i signori
del paese facevo pagare il passaggio sui ponti e il transito delle
merci. Il ponte è dunque il vero simbolo della città: si pensi che
una delle più prestigiose famiglie di artisti bassanesi, noti
soprattutto nel Cinquecento, si chiamavano appunto i Da Ponte.
Nel corso della storia la città conobbe il dominio di diverse
famiglie aristocratiche fino al 1404, data in cui venne inglobata nei
domini di terraferma della Serenissima. Da questa data la città si
14
31
Giacomelli, i nuovi proprietari dal 1919, fino a quando l’albergo fu
chiuso (1980).
«Il proprietario attuale - riferisce la teste Marchioro - ci ha
raccontato con tanto piacere che il suo papà aveva acquistato
l’albergo da Giuseppe Bonaldo. Lui era piccolino ma ricordava
che ogni mezzodì i poveri immancabilmente erano alla porta. Non
fu possibile sviarli, allora la sua buona mamma pensò di
continuare la tradizione dei Bonaldo [...].
Il giorno dell’Epifania e qualche altra festa i poveri si invitavano a
pranzo perché così erano stati abituati dalla Signorina Maria
Oliva».
Bassano fu per Maria Oliva “segno di contraddizione”: qui vive
un’infanzia serena, riceve la prima formazione umana e religiosa
dall’adorata mamma Gioconda ed eredita i suoi “tre amori”:
Gesù-Maria “i Gesù” (= i Poveri).
A Bassano la prematura morte della mamma inaugura per Maria
Oliva la stagione della sofferenza che segnerà l’intera esistenza e
alimenterà una profonda sensibilità verso gli orfani e il tentativo,
fino alla morte, di fare qualcosa per loro.
Duomo, dedicato a S. Maria in Colle.
Maria Oliva e il fratello Antonio il 9 o il 10 luglio 1903 ricevono
la cresima dal vescovo di Vicenza, mons. Antonio Ferruglio.
presenti in città si devono all’architetto Francesco Maria Preti nato qui
nel 1701. La figura più eminente della città è comunque Giorgio di
Castelfranco più noto col nome di Giorgione.
Bassano del
30
Vicenza
L’8 settembre 1934, Madre Oliva, mentre rientra a Treviso, dopo
aver trascorso un mese a “Casa Charitas” di Schio presenta alla
Madonna di Monte Berico i “33 foglietti” che aveva scritto nel
mese di soggiorno a “Casa Charitas” e chiede alla Madonna
un’anima di fuoco per l’attuazione.
Avevo sognato a occhi chiusi e occhi aperti questa vigilia di Natale di Maria che
mi avrebbe offerta la possibilità di presentare alla Madre di Dio, nel Santuario
di Monte Berico, la nostra piccola opera, tutta ancora di desiderio, espressa in
trenta foglietti. […]
Ora l’automobile mi avvicinava di volo al Santuario, e io mi premevo nel cuore il
fascicoletto scritto in Due, con la segreta speranza di sostare a lungo ai piedi
della Madonna e di ottenere nella giornata seguente, una festa solennissima, il
regalo di un’anima di fuoco capace di tradurre in vita apostolica quei trenta
foglietti di carta. […]
Alla Madonna non era sfuggito il mio piccolo desiderio, e aveva sconvolto i piani
delle creature per accontentarmi. Come non avrebbe appagato l’immenso,
15
premente, doloroso desiderio apostolico che da anni mi affaticava il petto?
Mi prostrai sicura ai suoi piedi, e pregai per ore come si prega poche
volte nella vita.
Fiore di Passione, pagg. 11,12
Vicenza, che conta circa 113.500 abitanti, è una delle sette province
del Veneto ed una fra le più antiche città. Essa fu fondata
probabilmente dagli Euganei, molto prima che Roma conquistasse il
Veneto. L’antica Vicetia ebbe la cittadinanza romana nel 49 a.C. e fu
quindi ordinata a municipio: sono ancora visibili le tracce di
quell’epoca (mosaici pavimentali, ponti, acquedotto di Lobia, teatro
di Berga).
Sede di uno dei 36 ducati sotto i Longobardi e poi di comitato in
epoca Franca, divenne Comune libero nella prima metà del XII
secolo facendo parte della Lega Veronese e della Lega Lombarda.
In seguito, governata dagli Scaligeri e poi dai Visconti di Milano, si
dette a Venezia nel 1404.
La scelta di uno spontaneo ingresso nella Serenissima Repubblica
segnò l’inizio di un periodo di floridezza e splendore, di cui
rimangono tuttora testimonianze nelle residenze gotiche di Vicenza e
nelle ville rinascimentali, magnifico frutto del genio del Palladio.
Vicenza godette di trecento anni di sereno sviluppo, diventando la
terraferma dei nobili veneziani che vi costruirono splendide ville.
Con il Trattato di Campoformio (1797) che concludeva le avventure
napoleoniche in Italia, la città e la regione passa all'Austria che
istituisce il Regno-Lombardo-Veneto.
Vicenza partecipa ai moti del Risorgimento e sarà annessa al Regno
d'Italia sabaudo dopo la terza guerra d'indipendenza (1866).
Fu importante centro militare italiano durante la prima guerra
mondiale e nel corso della seconda subì duri bombardamenti aerei
alleati.
restaurati. Nel 1995 il Presidente della Repubblica consegnò alla Città
di Vicenza la seconda medaglia d'oro al valore militare, per l'attività
partigiana.
Vicenza, inserita dal 1994 nella Lista del Patrimonio Mondiale
16
urbanistico assolutamente quadrato. La crescita economica del borgo si
tradusse in un’espansione dell’abitato fuori le mura soprattutto nelle
zone Est e Nord. I molti interventi di epoca settecentesca ancora
I Bonaldo, trasferitisi a Bassano l’1 dicembre 1893, furono proprietari
dell’albergo “Stella d’Oro”.
L’esperienza umana e spirituale della SdD è fortemente legata a
questo luogo: mamma Gioconda aveva trasformato un angusto
sgabuzzino - che si apriva su un pianerottolo delle scale e prendeva
luce da una specie di oblò - in chiesetta.
Qui Maria Oliva ha imparato ad amare Gesù eucaristia, la Madonna
e i “Gesù”: radunava presso la cucina, per rifocillarli, i poveri che a
mezzogiorno si presentavano puntualissimi.
In occasione dell’Epifania, con grande gioia di Maria Oliva, veniva
offerto il pranzo completo. Questa tradizione fu continuata dai
29
Insomma, affrontai la lotta, mi vestii di bianco e con una compagna ci
mettemmo dietro a Gesù. La processione era formata di poche persone e chi
vi partecipava era segnato come un bigotto. Intanto, il mio amor proprio
sconfitto mi diede una grande Calma”. […]
“Giungemmo alla piazza del Giorgione. Là il Signore mi aspettava per
pagarmi da Signore. Quando il sacerdote alzò l’Ostia Santa per benedire, io
non so: capii Gesù, ebbi un’idea chiarissima del Corpo Mistico; mi sentivo
cambiata, il cielo era tutto in me, le cose della terra mi parvero tristi e
vanità tutto ciò che non apparteneva a Dio. Ritornai a casa un’altra.
Prima di togliermi il velo, scrissi sul mio libro di appunti che mi sarei fatta
religiosa”.
Storia di un carisma, pagg. 46,47
Castelfranco Veneto, città in provincia di Treviso fu fondata tra il 1195
e il 1199. La città si trova a m 43 s.l.m. e conta 30.562 abitanti. E’ sorta
intorno al castello medievale voluto dai trevigiani per arginare la
prepotenza bellica dei padovani. Il castello nacque in un punto
strategico all’incrocio delle strade fra Vivenza, Treviso, Padova e
Bassano; proprio per l’importanza strategica del luogo era possibile
detenere un vasto e proficuo controllo delle attività mercantili. Il suo
nome deriva appunto dalle molte franchigie concesse: “Castrum
Francum”. Nel 1389 la città passò sotto il dominio di Venezia sino al
1797. Le mura e le fosse danno a Castelfranco Veneto un asseto
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dell'Unesco, conserva ancora oggi intatto il fascino di una volta, con le sue
chiese e i suoi antichi e bellissimi palazzi, per la maggior parte progettati da
Andrea di Pietro della Gondola, meglio conosciuto come Andrea Palladio
(tra i maggiori architetti della storia).
Il santuario di Monte Berico
Simbolo per eccellenza della religiosità di Vicenza e della sua intera
provincia, il Santuario della Madonna di Monte Berico sorge in una
posizione collinare dalla quale si domina l'inera città e le vallate circostanti.
Secondo un’ antica tradizione, nel
mattino del 7 Marzo 1426, un’
anziana donna, Vincenza Pasini,
mentre si recava dal marito avrebbe
avuto una visione. Una figura
sfolgorante le disse: “Io sono Maria
Vergine, la Madre di Cristo morto
in croce per la salvezza degli
uomini. Ti prego di andare a dire a
mio nome al popolo vicentino di
costruire in questo luogo una chiesa in mio onore”. Così fù, e da allora il
Santuario è meta di pellegrinaggi e devozione.
Già la posizione geografica di questo Santuario, costruito sul rialzo
panoramico di Monte Berico, sembra annunciare, dall'alto della sua
suggestiva veduta, tutta la solennità di questo luogo
sacro, che ha influenzato fortemente la vita civile e
religiosa della città di Vicenza e che da secoli è meta
obbligata di pellegrinaggi da ogni parte del mondo nel
nome di Maria.
La costruzione di questo sacro edificio fu decisa in
seguito alla visione della Madonna da parte di
Vincenza Pasini, un'anziana popolana, donna molto
pia e devota, che abitava nel quartiere di Borgo Berga,
alle pendici di Monte Berico. Era l'epoca della grave
pestilenza che affliggeva la città, diffondendo morte e
tragedie. Il popolo vicentino implorava l'intervento
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divino affinchè fosse posta fine alla grave situazione, con l'umiltà della
preghiera, purtroppo allora l'unica speranza cui fare affidamento.
Le perdite demografiche erano eccezionali e nulla sembrava poter fermare
questo flagello. Ma nel 1426, narrano le cronache, Vincenza Pasini, ebbe la
prima visione della "Gloriosa Signora", la Vergine Maria che le indicava di
costruire proprio in quel luogo, sul Monte Berico, una Chiesa in Suo onore,
con la promessa di far cessare la pestilenza. Promise anche di far sgorgare
acqua dalla roccia e distribuire benessere. E le indicò anche, tracciandoli con
una croce in legno, il luogo esatto e la forma che quella chiesa avrebbe
dovuto avere. All'anziana devota non fu dato alcun credito e persino il
Vescovo della città non credette al suo racconto. Ma visto che la pestilenza
continuava inesorabile, quando due anni dopo l'anziana ebbe una seconda
visione, la sua parola fu presa finalmente in considerazione.
La Statua della Madonna di Monte Berico, scolpita in pietra tenera dei colli
berici da Nicolò da Venezia, risale al 1430, cioè a soli due anni dalla seconda
apparizione della Vergine Maria.
L'idea di "Madre della Misericordia" che essa incarna ed esprime è comune a
quel periodo storico, ma bene esprime la perenne bontà della Madre che,
mossa a compassione dei suoi figli vicentini che morivano di peste.
Il 25 Agosto del 1428 i lavori ebbero inizio per dare vita ad una chiesetta in
stile gotico, il nucleo originario dell'attuale edificio. La gente, dapprima
incuriosita, poi in segno di autentica venerazione della Madonna, iniziava
allora a salire in questo luogo. Intanto aumentavano i contribuiti in favore
della costruzione e giungevano anche molti lasciti testamentari. Col
progredire dei lavori andava via via diminuendo l'a virulenza della peste,
che, narrano gli storici, terminò definitivamente alla conclusione della
costruzione. I pellegrinaggi al Santuario in segno di ringraziamento e
devozione si infittirono, non solo da parte dei vicentini ma da ogni città e
paese, e da allora non sono mai smessi.
Nel Santuario si insediarono inizialmente i frati veneziani dell'Ordine di
Santa Brigida. Nel maggio del 1435 la cura del Santuario fu affidato
definitivamente ai Servi di Maria.
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“folgorazione” che nel 1913 raggiunse la SdD senza che nessuno
dei circostanti si avvedesse.
Il 13 giugno 1993 le Figlie della Chiesa, nell’ 80° anniversario
dell’evento, hanno voluto fare memoria della straordinaria
illuminazione della loro Fondatrice ripercorrendo la stessa
strada nella processione solenne.
In Fiore di Passione Maria Oliva scrive: «Il progetto era nato
dalla grazia che nella processione del Corpus Domini 1913 mi
aveva illuminato il cuore e rivelato l’Amore di Dio. Poi si era
elaborato da sé, in chiesa, per via, fra le cure della casa e gli
impegni di scuola; con più chiarezza nelle lunghe meditazioni
davanti ai tabernacoli abbandonati re nei riposi delle
convalescenze, con più ardore e dolore tra la folla
dall’espressione distratta e immemore di Dio dei mercati di
Mantova,[...]» (13).
Il progetto era nato dalla grazia che nella processione del Corpus Domini
1913 mi aveva illuminato il cuore e rivelato l’amore di Dio.
Fiore di Passione, pag. 13
Madre Oliva racconterà alle sue Figlie: “Avevo vent’anni [era il 22
maggio del 1913] quando, in occasione della festa del Corpus Domini,
sentii l’ispirazione di andarvi, ma solo al pensiero di affrontare la
derisione di certe persone, il mio amor proprio non voleva assolutamente
che io vi partecipassi. Dovetti lottare con questo mio sentimento; […]
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Borgo Pieve
Al numero civico 522 (attualmente N. 70), è ubicata la casa
nella quale nacque Maria Oliva. Più avanti troviamo la Chiesa
arcipretale di Santa Maria della Pieve.
La Chiesa e il battistero
Nella Chiesa della Pieve, il 21 aprile 1888, Bianco Gioconda e
Giuseppe Bonaldo contrassero matrimonio. Il 27 marzo 1893,
Maria Oliva fu portata al fonte battesimale e, alle ore 18,
battezzata dall’arciprete don Mariano Simionato; fu tenuta al
Sacro Fonte dallo zio paterno Bonaldo Giovanni Battista e dalla
zia materna Bianco Maria (Marietta). Dopo circa quarant’anni,
nel 1932, nella già menzionata lettera a Ciro Scotti, Maria
Oliva, ormai Canossiana, spiega il suo ‘‘nome di Battesimo’’ con
riferimento al giorno liturgico del suo ingresso “nella vita
soprannaturale” e interpreterà la sua futura vocazione alla luce
del brano del vangelo offerto dalla liturgia di quel giorno:
«Ancora un cenno, perché da lei atteso, sul mio nome di
Battesimo: Maria Oliva.Lo spiega il fatto che nacqui incerta tra
la vita e la morte il 26 marzo 1893 Domenica delle Palme in
quell’anno [...]. Entrai nella vita soprannaturale il Lunedì Santo
in cui il Vangelo ricorda l’atto amoroso di Maria di Betania
mandata poi agli amici di Gesù col messaggio
dell’Ascensione» (Lettera della SdD a C. Scotti, 29.1.1932).
Piazza del Giorgione
Il 22 maggio 1913, nella solennità del Corpus Domini «vinta
ogni resistenza mi vestii di bianco e con una mia compagna ci
mettemmo in fila, dietro a Gesù. La processione era composta di
poche persone e chi vi partecipava era segnato come un bigotto
[...]. Là il Signore mi aspettava per pagarmi da Signore».
La piazza del Giorgione fu l’unica testimone di quella
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Verso la fine del '400, divenuta ormai famosa, la piccola chiesetta fu oggetto
di un primo ampliamento, ad opera di Lorenzo Da Bologna, su progetto di
Andrea Palladio e nobilitata da importanti opere d'arte, grazie anche alle
numerose offerte dei vicentini.
Dopo la morte di Mamma Gioconda a Maria Oliva toccò in sorte il
collegio delle Canossiane di Treviso per frequentarvi le scuole
tecniche. Lo strappo dalla famiglia, e di conseguenza la vita collegiale,
fu un’esperienza molto dolorosa.
Nella stessa casa, il 3 ottobre 1920 entra tra le Canossiane in
obbedienza al direttore spirtituale mons. Favrin.
Treviso raccoglie gli anni della vita canossiana di Madre Oliva e il
martirio incruento.
Il 3 ottobre 1920, Maria Oliva varca la soglia del convento delle
Canossiane. Di questo momento, la teste Marchioro ci riserva, una nota
raccolta dalle labbra della SdD: «In convento mi portò il papà.
Arrivati alla porta dell’Istituto Canossiano di Treviso lo pregai di
attendere un momento prima di suonare il campanello, per leggere
una massima (un pensiero). Apersi a caso il libretto di Benigna
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Consolata Ferrero, pregai: “Gesù dammi la pratica che mi deve
santificare”, e lessi: “L’apertura di cuore con i superiori per una religiosa è
il passaporto per il cielo”!»
Quando Maria Oliva comunicò a papà Giuseppe la decisione di entrare in
convento, questi «Non mosse rimproveri, - scrive la SdD allo Scotti - non
un lagno uscì dal suo labbro, gli si inumidirono gli occhi e basta. Venne
con me in montagna, giorni addietro volle farsi con me il ritratto. Mi ha
promesso che verrà a trovarmi con Renata e domani mi condurrà lui,
proprio lui in convento» (Lettera del 2.10.’20
Fu insegnante, e preside dal 1932 al 1934, dell’Istituto Magistrale
Alessandro Manzoni (denominazione mutata in “Madonna del Grappa” ad
opera della Bonaldo), per il quale redasse il Regolamento.
L’8 aprile 1939, a Treviso fonda apre la prima casa delle Figlie della
Chiesa, a S. Stefano, battezzata “la nostra Betlemme” per la povertà che vi
regnava.
Treviso
Treviso, capoluogo dell’omonima provincia veneta, è una città che conta
oltre 82.400 abitanti.
Situata in una zona pianeggiante, sorge poco distante dal corso del fiume
Piave, che rende le vicine terre molto fertili e tutto l’abitato è attraversato da
una fitta rete di canali che le danno un aspetto fiabesco.
Le origini di Trevisosono avvolte dal mistero e molte spesso la realtà si
mescola alla leggenda.
Gli unici dati certi che si hanno riguardano le antiche popolazioni che
abitavano la zona, che molto probabilmente fondarono la città per dominare
economicamente e politicamente l’area dell’attuale trevigiano; infatti sono
stati rinvenuti reperti risalenti all’età del Bronzo ed all’epoca paleoveneta.
Durante il Medioevo Treviso era una ricca cittadina, dotata di una propria
zecca, che fu però conquistata dai Romani e messa sotto la loro giurisdizione.
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Castelfranco (TV) è la città in cui nascono, vivono e muoiono i
nonni materni e paterni della SdD; il 26 marzo 1893 dà i natali a
Maria Oliva Bonaldo - ultima di quattro fratelli ivi nati prima del
trasferimento della famiglia Bonaldo-Bianco a Bassano (1
dicembre dello stesso anno) - e la riaccoglie allo sbocciare della
promettente giovinezza.
Castelfranco è la città che dà i natali a Maria Oliva Bonaldo il 26
marzo 1893; ben presto, però, l’1 dicembre dello stesso anno, dopo
solo otto mesi, deve lasciarla partire con la sua famiglia. La
riaccoglie, giovane diciottenne, nel 1911, dopo il conseguimento
dell’abilitazione magistrale e una prima positiva esperienza
didattica, nella scuola elementare di Castello di Godego (TV), a
circa 47 km da Castelfranco.
Maria Oliva vive a Castelfranco circa sei anni, dal 1911 al 1917;
dopo altri due anni di allontanamento a Portiolo, a causa della
guerra, ritorna nel 1918, e vi rimane fino al 3 ottobre 1920, quando
entra tra le Canossiane a Treviso.
Circa nove anni, dunque, contro i tredici vissuti a Bassano del
Grappa, dei quali undici inglobano l’infanzia e la fanciullezza, con
tutta l’importanza che la psicologia riconosce a questi primi anni
di vita. Eppure la SdD ha sempre parlato di Castelfranco come
della “mia” città e “Castelfranco” la riconosce come “sua figlia” e
“figlia esimia”. Bassano sembra scomparire o assumere quasi le
sembianze di un’ombra quando le si deve riconoscere il suo posto.
Duomo
Secondo notizie attendibili, all’interno delle mura del Castello
erano ubicate la casa e la pescheria dei nonni Bonaldo
appartenenti, quindi, alla parrocchia del Duomo intitolata a
“Santa Maria e San Liberale”. L’ubicazione attesta un buon livello
sociale della famiglia.
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Sant’Alberto di Zero
Branco
La chiesa di S.Alberto, deve il suo nome al fatto di essere stata
anticamente annessa ad un convento-ospizio di Carmelitani i quali la
intitolarono ad ecclesiastici appartenuti al lorostesso ordine religioso:
dapprima al Beato Alberto, patriarca di Gerusalemme,quindi a S.Alberto
di Monte Trapano, predicatore martirizzato. L’edificio fu ricostruito e
riconsacrato una prima volta nel 1621, poi nel 1883 in onore di S.Alberto.
L’interno si articola in tre navate con colonne a sostegno di archi in cotto
e presenta quattro altari fra cui quello maggiore, collocato in fondo al
coro, in legno dorato. Alcuni dipinti raffigurano i Santi Alberto, Agostino,
Antonio da Padova, oltre alla BeataVergine col Bambino.
Castelfranco
Veneto
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Divenuta molto importante sotto i Longobardi, durante il dominio
carolingio fu eletta capitale della Marca Trevigiana, area che oggi
corrisponde alla provincia di Treviso.
A partire dal XIV secolo venne inglobata nei possedimenti della Repubblica
di Venezia, e da allora seguì le sorti della Serenissima.
Il Duomo
Il Duomo di Treviso ha i suoi riferimenti più antichi, in sito, nella cripta
sulla quale già nel XII secolo risulta costruito il primo edificio chiesastico,
originariamente di stile romanico. I capitelli delle colonne che reggono le
volte a crociera indicano l’uso del materiale lapideo forse longobardo. Il
complesso superiore era a tre navate il cui spazio, alla maniera romanica, si
sviluppava più sulla larghezza e lunghezza rispetto all’altezza. Tra il 1400
ed il 1500 il Duomo è restaurato: vi si aggiungono un avanportico con volte
a crociera a sostituire un portico con leoni stilofori.
Occorre giungere al 1836 per vedere modificato l’impianto intero della
Cattedrale di Treviso per opera di Giordano Riccati nello stile neoclassico
dell’epoca.
Nella prima metà del 1800 il Vescovato, l’edificio adiacente, era andato in
rovina; così la provvisoria abitazione del Vescovo divenne il nuovo edificio
in Piazza Pola, là dove nel 1490 era stato eretto il Palazzo Pola progettato da
Pietro Lombardo.
Sulle rovine di Palazzo Pola sorse poi la Banca d’Italia, lì presente ancora
oggi.
Oggi la facciata del Duomo ci appare costituita da un’ampia scalinata aperta
su tre lati che innalza un arioso pronao a sei colonne ioniche.
Fa riscontro all’interno un impianto a tre navate divise da robusti piloni
compositi reggenti alternativamente volte a botte e cupole. La parte absidale
si eleva di diversi gradini sul piano di calpestio della rimanente parte a
navate, sovrapponendosi alla Cripta.
Il presbiterio raccoglie l’altare maggiore dedicato ai santi Tabra, Tabrata e
Teonisto, opere dello scultore Tullio Lombardo.
La cappella di sinistra conserva opere di Francesco Bassano ed Antonio
Zanchi, appena oltre il “Redentore”del Pennacchi ed alcune sculture del
Bregno.
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La cappella di destra ha dipinti di Domenico Capriolo e Girolamo
D’Aviano, di Paris Bordone e Pomponio Amalteo. L’opera d’arte di maggior
valore di questa cappella è l’Annunciazione di Tiziano, che ne fregia il
fondo, mentre sul lato sinistro la parete è occupata da una “Adorazione dei
magi” del Pordenone.
La chiesa di San Nicolò
La Chiesa di San Nicolò fu costruita ai primi del ’300 dai Domenicani anche
grazie ai cospicui lasciti del frate Niccolò Boccalino, più noto come Papa
Benedetto XI. La Chiesa sorse ai margini di quella che era la zona più
urbanizzata di Treviso, verso Ponente, al di là della quale vi erano
soprattutto terre incolte. La storia dell’edificazione della Chiesa fu segnata
dal crollo della torre campanaria che demolì buona parte delle cappelle
sottostanti e da un’interruzione causata dalla peste che colpì Treviso nella
prima metà del XIV secolo.Con le sue forme semplici, ma allungate verso
l’alto, con le massicce murature perimetrali appena rotte da sottili feritoie da
dove una luce entra temperata dalle antiche vetrate, la Chiesa di San Nicolò
segna un momento di transizione tra il robusto stile romanico e l’elegante
gotico di origine transalpina. Le colonne, che dividono lo spazio interno in
tre ampie navate, reggono un tetto in legno a sezione circolare, diventando
supporto a pitture a fresco di Tomaso da Modena (seconda colonna di
sinistra) e di altri artisti della sua scuola. Le navate della Chiesa si
concludono su tre absidi; la principale che è il presbiterio, raccoglie il suo
momento sepolcrale di Agostino Onigo la cui parte scultorea è di Antonio
Rizzo e quella pittorica del Lotto.
Sulla parete perimetrale della navata di destra vi è un organo del Callido
affiancato da un grande affresco di San Cristoforo alto fin quasi alle
capriate.
Nell’attiguo Capitolo dei Domenicani vi è un grande affresco che prende
l’intero perimetro del grande vano rappresentante i Domenicani illustri
ognuno inquadrato entro una propria nicchia - studiolo. L’opera è di
Tomaso da Modena e rappresenta un momento di revisione stilistica oltre
che iconografica del modo di rappresentare alla maniera grottesca.
A metà dell’800 la Chiesa di San Nicolò fu restaurata, anche grazie ai fondi
per la Conservazione dei Beni Culturali.
In tale occasione furono rifatti il soffitto ed il pavimento per il quale fu usato
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il marmo rosso di Verona, eliminate quelle superfetazioni che non erano in
sintonia con lo stile del manufatto. Tuttavia la Chiesa dovette subire
durante la Seconda Guerra Mondiale, pesanti danneggiamenti causati dal
bombardamento del 1944 che provocarono lo sfondamento del tetto e una
parziale demolizione del campanile.
La chiesa di Santo Stefano
Le prime notizie sulla storia della Chiesa di Santo Stefano, sita nel centro
storico di Treviso, risalgono all’epoca longobarda in cui fu qui eretta una
cappella dedicata al Santo patrono, mentre le prime testimonianze scritte
appartengo all’anno 1000 circa.
Agli inizi del 1500 un terremoto causò il crollo del campanile della Chiesa
e fu riedificato solamente duecento anni dopo. È relativa alla metà del 1700
la riedificazione del corpo centrale della Chiesa di Santo Stefano su
progetto del conte Ottavio Scotti al quale sono attribuiti pure i tre altari: i
due minori di stile neoclassico e quello maggiore.
Opera del conte è pure il progetto della cattedrale di Ceneda, a Vittorio
Veneto, realizzato quasi contemporaneamente. Ai primi del ’800, come già
si era fatto per altre chiese in Treviso, si tentò l’ampliamento con l’aggiunta
delle navate laterali originariamente assenti.
Circa un secolo dopo, l’interno della Chiesa fu riccamente decorato e nel
dopoguerra soffitto e pareti furono rimaneggiati.
Attualmente la Chiesa è in laterizio intonacato, sulla facciata principale
sono visibili quattro colonne di ordine corinzio; più recenti sono le due ali
caratterizzate da semifrontone.
La Chiesa, a pianta rettangolare, conserva: una pala, opera di Domenico
Maggiotto, raffigurante San Cristoforo, affiancato da due apostoli ed un
dipinto di Jacopo Guarana, posto sull’altar maggiore, raffigurante il
martirio di Santo Stefano.
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