Congo, aprile 1995.
Sei suore
davanti alla minaccia
del terribile virus Ebola.
Non lasciarono il loro posto,
si impegnarono per chi aveva bisogno.
Fino all’ultimo respiro.
L’ultimo dono
Paolo Aresi
L’uLtimo dono
Paolo Aresi
Paolo Aresi, laureato in Lettere, fa il giornalista da
quando aveva vent’anni (oggi è inviato de L’Eco di
Bergamo). Ha scritto alcuni saggi in volume e romanzi di narrativa realistica e fantascientifica. Con
Oltre il pianeta del Vento ha vinto il premio Urania
nel 2004. L’ultimo romanzo è uscito nel febbraio
del 2010 (L’amore al tempo dei treni perduti, editore Mursia).
€ XX.XX
Le sei suore delle Poverelle
morte per l’epidemia di Ebola nel 1995
Queriniana
Paolo Aresi
L’ultimo dono
Le sei suore delle Poverelle,
morte per l’epidemia di Ebola nel 1995
Queriniana
© 2010 by Editrice Queriniana, Brescia
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ISBN 978-88-399Stampato dalla Tipolitografia Queriniana, Brescia
Presentazione
Suor Floralba, suor Clarangela, suor Danielangela, suor Dinarosa, suor Annelvira, suor Vitarosa:
vite da ricordare e da raccontare. Perché evocare
la loro storia a quindici anni dalla morte? Perché
sono volti di Vangelo, donne che hanno vissuto la
vita servendo la vita, nel dono di sé, volti di carne,
presenze umane che hanno dato trasparenza ed efficacia al mistero vivente che le abitava.
La Grazia non è mai astratta: ha nomi e cognomi. Le storie di queste religiose sono pagine di
Vangelo scritte per noi, pagine vive e concrete che
raccontano il mistero di Dio nel pane buono per
ognuno che ha fame, nella parola di consolazione
per ognuno che è solo, nelle mani che si prendono
cura di ognuno che soffre nel corpo e nello spirito. Donne di Dio, lontanissime dai volti smunti di
religiosità disincarnate. Donne che, nel solco del
carisma del beato Luigi Maria Palazzolo, hanno
interpretato con la loro sensibilità e la loro umanità l’insegnamento antico e sempre nuovo del
Vangelo, che un padre della Chiesa esprime così:
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«Finché ci è dato di farlo visitiamo Cristo, curiamo Cristo, alimentiamo Cristo, vestiamo Cristo,
ospitiamo Cristo, onoriamo Cristo non solo con la
nostra tavola, come alcuni hanno fatto, né solo con
gli unguenti, come Maria Maddalena, né soltanto con il sepolcro, come Giuseppe d’Arimatea, né
con le cose che servono alla sepoltura, come Nicodemo, che amava Cristo solo per metà, e neppure
infine con l’oro, l’incenso e la mirra, come fecero,
già prima di questi nominati, i Magi. Ma, poiché
il Signore di tutti vuole la misericordia e non il sacrificio… offriamogli questa nei poveri e in coloro
che oggi sono avviliti fino a terra…» (san Gregorio
Nazianzeno).
Le Suore delle Poverelle, morte in Congo (allora
denominato Zaire) tra il 25 aprile e il 28 maggio
1995, non sono morte per difendere la fede. Non
sono state assassinate. Hanno portato a compimento la loro vita terrena, dando la testimonianza di
un amore tenace, fino alla debolezza disarmante
di fronte alla morte. Hanno dato la vita in fedeltà
alla loro missione, avvolte nella storia di un popolo,
consapevoli, come scrisse una di loro, che «occorre saper morire per dare la vita» e che «occorre
una super dose di pazienza, di comprensione e soprattutto di amore» (suor Danielangela). Non sono
martiri per la fede. Sono martiri di carità, di quella
carità che le ha spinte a vivere fino in fondo la fraternità, a condividere tutto dei poveri, a rimanere
con coraggio in un avamposto della missione, insidiato da un virus letale.
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Ho visitato Kikwit, l’anno dopo il dramma di
Ebola; una città di circa 400.000 abitanti, a oltre
cinquecento chilometri da Kinshasa, capitale del
Congo. Ci arrivai con un velivolo di venti posti,
perché la strada che collega Kinshasa con Kikwit,
una volta molto buona, era pressoché impraticabile.
Una città dove la povertà è di casa. Per avere l’acqua occorre andare a piedi al fiume Kwilu, distante
alcuni chilometri, e prenderla con i bidoni. Le donne coltivano piccoli campi lontani dalla città, dove
una volta c’era la foresta: escono la mattina, prestissimo; fanno lunghi percorsi a piedi per rientrare
la sera e preparare l’unico pasto del giorno, qualche
radice di manioca, un po’ di mais, un po’ di verdura. A scuola gli insegnanti lavorano, sperando in
un improbabile stipendio. A Kikwit, allora, come in
tutto lo Zaire, situazione degradante, svalutazione
vertiginosa, miseria crescente.
Mi accompagnò suor Gesuelda Paltenghi, madre
generale delle suore delle Poverelle dal 1983 al 1995.
Al termine del suo mandato, suor Gesuelda si rese
disponibile a ritornare in Congo, là dove, nell’arco di
un mese, il virus letale aveva falcidiato, senza pietà,
uomini e donne: «Siamo tutte come paralizzate! Assistiamo impotenti e ci si stringe il cuore! – scriveva
suor Annelvira. Da tre giorni sono due infermieri al
giorno che muoiono all’ospedale. A Kikwit pare che
sia da due mesi e mezzo che la gente “muore come
mosche”… senza che si chiedessero perché… solo si
parlava di forme tifoidi! Ci sono famiglie distrutte!».
Ho percorso i luoghi di quell’interminabile “Venerdì santo”, custodito da suor Gesuelda e dalla
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sua famiglia religiosa come uno dei momenti più
sofferti e fecondi della storia delle suore delle Poverelle. «Il cuore si spezza di dolore!… Il Signore
vuole identificarci sempre più alla sua esperienza
di solitudine, di abbandono in Dio. Ci sostenga tutte!» (suor Donata).
Sono stato ospite nella comunità di Kikwit, dove
le suore vivono spinte da un solo desiderio, manifestato in modo semplice ed essenziale da suor Dinarosa, poche settimane prima di morire: «La mia
missione è quella di servire i poveri! Cosa ha fatto
il mio Fondatore? Io sono qui per seguire le sue
orme…».
Ho sostato nel piccolo cimitero, a pochi passi
dalla cattedrale. Suor Floralba, suor Clarangela,
suor Danielangela, suor Dinarosa, suor Annelvira,
suor Vitarosa sono sepolte tra i poveri, con segni
poveri, secondo lo spirito del beato Luigi Maria Palazzolo: una sepoltura ordinaria, con segni ordinari, tra fiori di campo e una piccola croce di legno.
Ci vuole poco per rivelare l’essenziale di una vita
donata giorno per giorno, con letizia e con umiltà,
senza strepito, nel silenzio del servizio quotidiano:
basta una semplice croce. Ci vuole poco a raccontare il Vangelo: basta accoglierlo come un seme.
Ho pregato nella cappella di Kikwit, luogo
dell’incontro con Gesù nell’eucaristia, prima di incontrarlo nei fratelli sofferenti dell’ospedale, luogo
della consegna quotidiana della propria vita nelle
mani di Dio: «Con Maria ai piedi della croce vogliamo ravvivare la nostra fede e ripetere con Gesù
e Maria, con tutte le sorelle, con la Madre Gene-
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rale il “Fiat!”, certe che Lui sa tutto ed è con noi
anche in questa durissima prova» (suor Annelvira).
Amore di abbracciamento lo chiamava il beato
Luigi Palazzolo: «Amiamo non con amore di ammirazione, con quell’amore di abbracciamento…
con questo si farà manifesto il nostro vero amore
a Gesù».
E l’amore di abbracciamento ha generato storie
di abbracciamenti di poveri, di rifiutati, di dimenticati, di ultimi affidati al loro cuore materno: «Aprimi interamente al tuo Amore, Padre, ponimi accanto ai miei fratelli libera, accogliente, felice, povera
tra i più poveri, come una goccia d’acqua, sperduta
nell’oceano immenso del tuo amore» (suor Clarangela).
L’abbraccio quotidiano con il Crocifisso Risorto
ha reso le esistenze delle religiose capaci di riflettere l’Amore di Dio e di «seminare la misericordia
del Signore», come era solita dire suor Floralba; capaci di dare e di riconoscere i doni di Dio, come ha
scritto suor Vitarosa: «Posso dire che ho ricevuto
tanto da loro, soprattutto la serenità e la capacità
di sopportazione. Loro accettano tutto dalla mano
di Dio».
Ho visitato l’ospedale, teatro del dramma e ho
dormito nella stanza dove suor Danielangela ha
vissuto, in isolamento, gli ultimi giorni della sua
vita, consapevole che «non sappiamo né l’ora né il
giorno in cui il Signore ci può chiamare», ma che
occorre sempre «restare nella gioia, perché amore
chiede amore» (suor Danielangela).
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Le pagine di questo libro, scritto con la competenza giornalistica di Paolo Aresi, sono un invito
non solo a custodire le piccole grandi storie di sei
suore delle Poverelle che hanno cantato il Vangelo
della carità, ma soprattutto a ricordare che i martiri
della carità e i martiri della fede sono come seme
nella terra, come lampada che splende nella casa di
questa umanità, come profumo che annuncia la presenza e l’amore del Signore. I martiri sono uomini
e donne di “domani”, sono i testimoni del mondo
futuro: là ci sarà solo la carità.
don Arturo Bellini
I
Kikwit
LeSuoredellePoverelle
giungononellamissionediKikwitil5 maggio 1952.
Sonoincinque,tutteinfermiere:
Floralba Rondi
Forziana Gasparini
Gerosa Vanoncini
Rosalia Castellani
Espedita Valle
II
LacasadellacomunitàdellePoverelleaKikwit.
Lacasettad’isolamentodovesonomorteleultimeduesuore.
III
SuorFloralba:
laluminositàdellosguardofissoinDio.
IV
SuorFloralba:
unagenerositàeunamoresconfinatiperlasuagente.
V
SuorClarangela:
lapassionediservirecomevolevailFondatore.
VI
SuorClarangela:
lagioiadicostruirelacomunione.
VII
SuorDanielangela:
unadedizionedelicataecompetenteagliultimi.
VIII
SuorDanielangela:
lagioiadeldonarsisenzariserve.
IX
SuorDinarosa:
lagioiadellecosesemplici.
X
XI
SuorAnnelvira:
unamaternitàchesadiffonderesperanza.
XII
SuorAnnelvira:
unamaternitàchesadiffonderesperanza.
XIII
SuorVitarosa:
gioiadivivereedidonare.
XIV
SuorVitarosa:
lapassioneperilbenessereelacrescitadell’altro.
XV
Cattedrale
diKikwit
Unadelletombe
XVI
Maggio1995:
aipiedidelCrocifissodelBeatoLuigiPalazzolo
ilricordodelleseiPoverelle
nellachiesadellaloroCasaMadre.
Introduzione
Sei donne che hanno deciso di lasciare il proprio
Paese, la propria città, per andare ad aiutare persone e comunità che versano in condizioni molto
difficili. Sei donne che credono di avere un messaggio importante da comunicare al mondo. Sei donne, sei suore che, ancora giovani, hanno raggiunto
l’Africa e che in Africa, in mezzo alla povertà e a
problemi di ogni genere, stavano bene, si sentivano
realizzate. Più che a casa. Queste sei donne lavoravano soprattutto negli ospedali, nel nome del messaggio cristiano, per un mondo nuovo. Quando il
virus Ebola ha fatto il suo ingresso nella vita della
città di Kikwit e nei dintorni, le sei suore sono rimaste al loro posto. Suor Floralba, suor Clarangela,
suor Danielangela, suor Dinarosa, suor Annelvira,
suor Vitarosa sono morte a causa del virus Ebola
perché avevano deciso di non lasciare il loro posto.
Ma chi erano queste sei donne? Da dove venivano?
Come era la loro vita? Questo scritto cerca di dare
una risposta in maniera essenziale, senza fronzoli
né sentimentalismi, lasciando parlare i documenti,
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le lettere, gli appunti delle protagoniste; lasciando
spazio alle testimonianze dirette e alle comunicazioni, ai fax che in quei terribili giorni si susseguirono fra il Congo e la casa madre di Bergamo.
Ebola è un nome che oggi incute timore, che
evoca scenari apocalittici, rischi per l’intera umanità, come si possono vivere nella letteratura di
fantascienza o nel racconto cinematografico di film
come Virus Letale e Andromeda. Quale sia l’origine di Ebola è un mistero, si suppone sia un virus
che «viene dalla foresta», un microorganismo forse
legato al mondo degli scimpanzé. Di fatto, di Ebola
si parlava già durante la seconda guerra mondiale:
ci furono prigionieri italiani in Africa contagiati dal
virus. Il nome del virus viene dalla zona del fiume
Ebola, dove si verificarono i primi casi conosciuti,
ai confini fra Congo e Repubblica del Centroafrica.
Se ne sentì parlare poi nel 1976, quando si verificò
un’epidemia nella parte meridionale del Sudan. Pochi mesi dopo la malattia esplose in una provincia
dello Zaire, si manifestò nello Yambuku Mission
Hospital, una clinica gestita da suore del Belgio.
Morirono le suore, morirono le infermiere, l’epidemia si propagò in maniera spaventosa, la regione
venne isolata. Non si può dire quanti furono i morti,
migliaia e migliaia. Per fortuna e per ragioni sconosciute il virus perse la sua forza nel giro di qualche
mese e così l’epidemia si spense.
Il virus del 1995 si è manifestato nell’ospedale
di Kikwit. Kikwit è una città di 400 mila abitanti,
vicina al fiume Kwilu, si trova in un paesaggio suggestivo, ricco di acqua e vegetazione, nella parte a
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sud ovest del Congo, vicino al confine con l’Angola. Sembra che la trasmissione avvenga per via
ematica, cioè per contagio attraverso il sangue: alcune gocce possono entrare in contatto con piccole
ferite o abrasioni della pelle e insinuarsi così in un
nuovo organismo umano. La prima suora vittima,
suor Floralba Rondi, rimase contagiata nella sala
operatoria dell’ospedale.
Leggiamo la testimonianza di una suora delle Poverelle, suor Amelia, che all’epoca si trovava nella
missione di Kinshasa ed era segretaria della Madre
Provinciale, responsabile delle missioni delle Poverelle in Africa, suor Annelvira. Oggi suor Amelia
è superiora di una comunità delle suore delle Poverelle della zona e responsabile del liceo umanistico
che conta settecento alunni. Il complesso scolastico
comprende anche ottocento bambini della scuola primaria e novecento dell’istituto tecnico. Racconta: «Quando ricordo quei giorni mi vengono in
mente momenti di grande intensità. Io stavo al collegamento con la phonie, cioè la ricetrasmittente di
Kikwit, aspettavamo i messaggi con ansia. Ricordo
nel cuore un senso di grande sofferenza, ma anche
di fraternità, di famiglia. Ci sentivamo così unite,
sentivamo che ci volevamo bene. E dentro c’era
sofferenza e quel senso di impotenza e ci rivolgevamo a Dio e chiedevamo perché, perché? Qual era il
senso di quel dolore? Perché? No, non ho mai nemmeno per un minuto pensato di lasciare il mio posto
o lasciare addirittura la mia condizione di suora. Al
contrario. Nonostante il dolore e anche la rabbia,
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in quei momenti ci si aggrappava a Dio in maniera
anche più forte. Dentro di me pensavo: “Ma perché
un’altra, perché, ma dove sei Signore, dove sei?”.
Chiedevo un miracolo, ma non c’è stato miracolo.
E allora mi adagiavo nella fede e dicevo e sentivo
dentro di me: “Io credo, io non capisco, ma credo”.
E in questo credere incontravo tanta serenità, era un
abbandono. È stata un’esperienza di grande dolore,
ma in questo ricordo c’è anche tanta luce, tanto sole
per via della solidarietà, per via della consapevolezza di avere vissuto accanto a persone eroiche».
Ma come era nata la missione? Come erano arrivate nel Congo le suore delle Poverelle? Era il
1950, la guerra era finita da pochi anni lasciando
un’eredità di distruzione, ma anche di speranza, si
immaginava un avvenire diverso, che un nuovo sviluppo di pace avrebbe riguardato tutti i popoli, anche quelli più arretrati, anche l’Africa delle colonie,
dello sfruttamento da parte delle nazioni “civili”.
In occasione della beatificazione di Maria Goretti
la Superiora Generale delle suore delle Poverelle,
madre Fiorina Freti, incontrò a Roma il gesuita padre Greggio, missionario in Congo Belga. Il missionario le raccontò delle speranze e dei bisogni di
quella terra. Di quanta povertà, di quanta miseria e
di quanto bisogno ci fosse, di quanti ultimi si potessero incontrare in quelle terre. La superiora ne parlò
alle sorelle, ma era evidente che la terra di missione fosse del tutto congeniale all’istituto fondato da
don Luigi Palazzolo e da madre Teresa Gabrieli:
«Avvolgetevi nei poveri, aiutate gli ultimi degli ulti-
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mi…» era il messaggio essenziale del Palazzolo. La
missione prese il via il mercoledì santo del 1952.
Le prime suore arrivarono a Kikwit il 5 maggio
1952, dopo due lunghe settimane di navigazione,
500 km di ferrovia e, per l’ultimo tratto, un volo su
un piccolo aereo di fortuna.
Erano suor Espedita Valle di Bologna, suor Forziana Gasparini di Vicenza, suor Gerosa Vanoncini di Bergamo, suor Rosalia Castellani di Livigno
(Sondrio) e suor Floralba Rondi di Pedrengo (Bergamo).
Ecco come la superiora, suor Espedita, descrisse
l’ospedale di Kikwit: «Tre stamberghe in muratura:
ecco il nostro ospedale. Una piccola sala operatoria, un misero ufficio amministrativo che sarà affidato a me, nessun lavabo, niente acqua potabile,
solo acqua che viene trasportata con fusti e attinta
dal fiume Kwilu… Quale stretta al cuore abbiamo
provato alla vista di quei poveri ammalati, magri,
sparuti, quasi tutti in condizioni veramente miserabili; giacciono su letti senza materassi e senza
lenzuola; altri stanno adagiati su povere stuoie di
fabbricazione locale. Novanta ammalati, un solo
medico, tuttofare, nessun specialista».
Fra le prime cinque suore delle Poverelle missionarie che sono giunte in Congo c’era anche suor
Floralba Rondi, da Pedrengo.
1.
Suor Floralba
Suor Floralba Rondi era nata a Pedrengo il 10
dicembre del 1924, prima di otto figli. A quindici
anni, era il tempo in cui si scatenò la seconda guerra mondiale, le morì la madre: Rosina, questo era
il suo nome di battesimo, dovette occuparsi dei tre
fratelli e delle quattro sorelle più piccole. Un impegno notevole, tanto più che la ragazza andò pure a
lavorare in filanda per dare una mano all’economia
della famiglia. Una vita di povertà, come era la vita
di tutte le famiglie contadine e operaie bergamasche. La mattina all’alba la messa, poi il lavoro,
la notte il rammendo. La situazione si modificò in
seguito alle seconde nozze del padre. A differenza
di quanto accade nelle fiabe, la matrigna si rivelò
una presenza positiva per Rosina, che incontrò una
persona comprensiva: con lei Rosina andò sempre
molto d’accordo. Dalla seconda moglie il padre
ebbe due altre figlie: anche con loro ci fu grande
armonia e una di loro adotterà poi una bambina dello Zaire. Rosina entrò nell’istituto delle suore delle
Poverelle a ventuno anni: era il 1945, e la guerra
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appena terminata. L’idea di partire per le missioni
era stata sempre ben chiara nella ragazza e quando
le suore delle Poverelle portarono in Congo la loro
frontiera, suor Floralba si offrì immediatamente.
Da ragazzina Rosina aveva più volte ripetuto: «Mi
faccio suora, attraverso il mare, salvo un’anima e
poi muoio».
La dimensione missionaria realizzò in maniera profonda le aspirazioni di Rosina, suor Floralba. Si può ben dire che non solo trovò tante anime
da salvare dopo avere attraversato il mare, ma che
incontrò migliaia di anime e migliaia di corpi che
avevano bisogno di grande aiuto. Così suor Floralba non amava più di tanto rientrare in Italia, perché
sentiva che il suo posto era là, che là in Africa stava
il senso della sua vita. Trascorse venticinque anni
nell’ospedale di Kikwit, sei in quello della capitale
Kinshasa e dieci nel lebbrosario di Mosango. Quarantuno anni in missione avevano fatto sì che suor
Floralba fosse molto conosciuta in quella regione
del Congo chiamata Bandundu.
La chiamavano «mama mbuta – mamma anziana», la “Madre Teresa” del Bandundu, perché riusciva sempre a dare una mano, in qualunque modo
e in qualunque situazione. Anche nelle cose più piccole. Per esempio, cercava di tenere in tasca sempre qualcosa da dare a chi aveva fame, un pezzo di
pagnotta o un uovo sodo che lei stessa non aveva
mangiato.
Scrive di lei suor Nathalie Muteki: «Suor Floralba quando diceva una cosa, non mancava mai
la parola “carità”, a me in particolare mi guarda-
17
va sempre in faccia, poi mi sorrideva. Negli ultimi
suoi giorni ho constatato una cosa: era molto serena, parlava tante volte del Paradiso; il giorno della
santa Pasqua dello stesso anno, il 15 aprile, la notte
di Pasqua, la suora ha danzato tutta la messa in cattedrale, era felice: mai avevo visto nella sua vita
suor Floralba danzare. Era giusta con tutti, per lei
non c’era bianca o nera, quello che aveva da dire,
con la sua calma, lo diceva senza paura, anche con
le autorità civili; quando capitava qualche cosa con
i dottori dell’ospedale di Kikwit, esigeva giustizia
per i fratelli poveri: era loro difensore e con l’aiuto
del Signore ci riusciva».
E suor Annie Mumbemba, giovane juniore racconta: «Fra i miei ricordi più cari vi è un dialogo
con suor Floralba. Mentre l’aiutavo con i malati mi
disse: “Nel povero c’è il Cristo che tu servi; che
esso sia un ladro, un bandito, un mendicante non ha
importanza… se ti chiede qualcosa daglielo; se ti si
avvicina accoglilo. È la carità che tu fai; se mente
o ti ruba, è lui che compie il peccato; tu vivi la carità”».
Quarantuno anni di missione effettiva, fino a
quell’aprile 1995, cinquant’anni dopo l’ingresso di
suor Floralba nelle “Poverelle”.
Il segreto della sua vita è da cercare nella sua
spiritualità. Suor Floralba aveva molto a cuore il
dialogo con il suo Signore. L’abbandono fiducioso
in Dio era la sorgente che rigenerava la sua attività. Era pienamente consapevole che questa qualità
dell’anima si acquista con un esercizio coraggio-
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so di distacco, di semplicità, di purezza interiore,
a imitazione del fondatore, il beato Luigi Maria
Palazzolo. Le note dello spartito del suo cammino
spirituale sono rintracciabili nella corrispondenza
epistolare coi familiari e con la Madre Generale.
Scrive a una sorella nel 1965: «Fa tutto per amore e per far piacere al Signore e vedrai quanti meriti guadagnerai per il Paradiso. Il tempo passa e
passa presto, ma poi ci uniremo tutti in Paradiso
per non separarci mai».
Nel 1969 scrivendo ai genitori, in occasione della
Pasqua, li invita a pregare per lei: «Spero che mi
ricorderete in quel giorno benedetto, affinché possa
raggiungere quella perfezione che il Signore vuole
da me. Con questa gente occorre tanta pazienza e
tanta, tanta carità. Pregate il Signor per me perché
mi conceda questa grazia».
Nel 1970 scrive alla sorella: «Facciamo tutto per
Lui solo, anche le più piccole cose, niente è piccolo
e per il Signore quando è fatto con amore».
Nel 1973 sempre alla sorella: «Quello che conta
è l’amore per il Signore l’amore con cui facciamo
il nostro dovere”. Indica poi la sorgente della sua
forza per affrontare le difficoltà e le prove della
vita:”Ai piedi del tabernacolo». Passava lunghe
ore davanti al Signore. Ogni volta che tornava
dall’ospedale faceva una breve sosta davanti al tabernacolo. La sera, anche quando era spossata dal
lavoro, rimaneva per lungo tempo in preghiera.
Nel 1982 scrive: «Su questa terra siamo solo di
passaggio, perciò non dobbiamo attaccarci a nulla,
dobbiamo attaccarci solo al Signore e amare Lui
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solo… Quello che conta in questa terra è fare la
volontà di Dio. Tutto il resto è secondario. È secondario essere in un posto piuttosto che in altro…
quello che conta è fare con gioia la volontà di Dio,
sempre anche quando costa, quando ci fa soffre,
anche quando è dura».
È sempre stata in buona salute fino all’età di 65
anni. C’erano le ricorrenti crisi di malaria, per altro
presto superate, anche perché le cose da fare erano
sempre molte e suor Floralba non era donna da stare con le mani in mano. Nei primi anni Novanta cominciò però ad avvertire qualche malessere, dovuto
ad una angina pectoris. Informa la Madre Generale
delle sue condizioni di salute, anche se la vera sua
preoccupazione rimane quella della situazione difficile della sua gente.
Mosango, 17 marzo 1992
Carissima Madre generale
In questi giorni non sto tanto bene, sono tre giorni
che ho dei dolori al cuore. La dottoressa ha diagnosticato un’angina pectoris, mi ha raccomandato il riposo
fino che il dolore cessa, lei stessa mi ha dato della trinitrina da prendere al momento del dolore e poi mi ha aumentato la dose dei medicinali che prendevo già. Oggi
però mi sembra di stare meglio, il dolore è meno forte.
Suor Clara pure ha febbre da tre giorni, gli esami sono
normali, perciò pensiamo ad una crisi di malaria… Ma
quello che ci fa veramente soffrire è la situazione generale del paese, è inutile che le racconti cosa passiamo,
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cosa proviamo, poiché suor Isidora è molto più brava
di me a descrivere le cose… In comunità ci troviamo
bene, ci vogliamo bene e cerchiamo di accettarci così
come siamo.
Kinshasa, 2 aprile 1992
Carissima Madre Generale
I nostri Dottori hanno insistito che venissi visitata da
un cardiologo, anche lui ha trovato quello che hanno
trovato in Italia, cioè una ischemia. Fin’ora non ho mai
avuto dolori, ora sì, però in questi giorni ne ho meno.
Secondo lui è necessaria una coronarografia. Gli ho
detto che sono appena tornata dal congedo, gli ho chiesto se si può aspettare, mi ha risposto di sì, ma di non
aspettare molto.
Mosango, 19 aprile 1992
Carissima Madre Generale
Grazie per tutto quello che fa per noi e per i nostri
ammalati; speriamo che la situazione del Paese cambi,
sembra che la Conferenza Nazionale vada avanti bene.
Speriamo…
Mosango, 1 marzo 1993
Carissima Madre Generale,
certo è ancora presto presentare gli auguri pasquali
essendo in principio alla quaresima, ma conoscendo la
situazione del paese, non sappiamo se potremo ancora
scrivere. Perciò a nome di tutte le consorelle le mando
fervidi auguri di una santa Pasqua. Le notizie le avrà direttamente da suor Danila e dalle altre sorelle. Fin’ora
qui ci hanno lasciate tranquille, ma anche noi di Mo-
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sango non ne andiamo esenti. Il nostro complesso infatti si trova solo a qualche centinaia di metri della strada
asfaltata che collega Kinshasa con Kikwit. Un camion
di militari ubriachi o drogati potrebbe sempre passare e venire a devastarci tutto, ma questo non vogliamo
pensarlo, continuiamo a confidare nel Signore che non
permetta questo a una popolazione già così duramente
provata. Così andiamo avanti giorno per giorno sperando sempre in un avvenire migliore. Da parte nostra
siamo contente di essere fra loro e di poter condividere
la loro sofferenza. Suor Giustiniana peggiora sempre
più, comunque con un po’ di aiuto di suor Alcide, riesce
a continuare il suo lavoro.
Dopo la morte di suor Giustiniana le fa buona
compagnia il pensiero del Paradiso: «Da quando
è morta suor Giustiniana penso di frequente alla
morte e sento il desiderio di essere più buona, di
cercare solo il Signore in tutto, di modo che Egli sia
sempre al centro della mia vita».
Suor Floralba, in un libretto di preghiera, conservava un foglietto con i suoi propositi. Il foglietto è senza data. Non si sa quando lo ha scritto. Vi
sono propositi “senza tempo”, perché abbracciano
tutto il suo tempo e tutta la sua vita da spendere per
qualcosa di più duraturo della vita stessa: «Più fervente nelle preghiere, più paziente con gli ammalati, più disponile nell’ascoltare e aiutare i fratelli,
non cercando mai me stessa, ma sempre e in tutto il
Signore, il suo amore la sua gloria; vorrei riuscire
a vivere ignorata e dimenticata da tutti, vivendo in
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un filiale abbandono a Dio solo. Il S. Rosario deve
essere recitato non soltanto con le labbra, ma col
pensiero alle sublimi verità e con il cuore».
Questi propositi concreti e quotidiani sono la trama della sua vita, la spinta a ricercare senza mai
stancarsi il non facile equilibrio tra azione e preghiera. Nel novembre del 1992 confida alla Madre
Generale la sua gioia per la partecipazione anticipata agli esercizi spirituali: «Dovendo partire suor
Marisa, io ho anticipato i Santi esercizi, sono sicura
che è il Signore che mi ha ispirato, poiché gli Esercizi sono stati sulla preghiera. Quando il predicatore ha annunciato questo, ho provato tanta gioia
e ho ringraziato di cuore il Signore. Sono anni che
desidero di potere vivere questa vita di preghiera,
riuscire a fare sintesi tra preghiera e azione, senza
mai perdere di vista il Signore, ma finora non sono
riuscita; sono convinta che solo il Signore mi può
fare questo dono, spero che me lo concederà quando Lui vorrà. I propositi sono sulla preghiera e sulla carità, vedere e servire Cristo in ogni fratello,
non è facile, ma conto sull’aiuto del Signore».
Nel Natale 1994 scrive alla Madre Generale: «A
Kikwit ci sto volentieri, anche se la croce non manca, sotto altre forme, ma ci accompagna in ogni
luogo. Sono contenta, però, di fare la volontà del
Padre. Svolgo il mio apostolato con gli ammalati;
sono con loro tutto il giorno, non ho niente altro da
fare. Il lavoro di infermiera è molto diminuito per
noi suore perché il personale è ben preparato e fa
quello che facevano noi una volta; e poi il perso-
23
nale è numeroso, perciò ho più tempo di occuparmi degli ammalati, ascoltarli, consigliarli, aiutarli
ecc. Questo è quello che faccio in questi ultimi anni
che mi restano».
È l’ultima lettera alla Madre Generale, quasi un
testamento che riassume la sua storia: fare la volontà di Dio con gioia anche nelle croci; stare con i
poveri, vicina a loro per sostenere la loro speranza
e confortarli nella sofferenza, accompagnare, con
mano materna, quelli che stavano per varcare i confini dei giardini di Dio.
Quarantuno anni di missione effettiva, fino a
quell’aprile 1995, cinquant’anni dopo l’ingresso di
suor Floralba nelle “Poverelle”.
In quella primavera del 1995 si scatenò l’epidemia di Ebola, ma ancora non era stata riconosciuta,
sebbene fosse evidente che una gravissima malattia
infettiva stava colpendo la zona. Troppi morti, con
sintomi analoghi. Si pensava a una qualche forma
di tifo. Le suore delle Poverelle si trovarono nel
centro dell’infezione, in un primo momento in maniera inconsapevole, ma poi rendendosi ben conto
di quanto stava accadendo. Proseguirono comunque nel loro lavoro senza tirarsi indietro.
In quei giorni drammatici i collegamenti fra Kikwit e Kinshasa erano possibili soltanto attraverso
la phonie, una sorta di ricetrasmittente amatoriale
che le suore possedevano al villaggio.
Da Kinshasa a Bergamo, dalla missione alla casa
madre delle suore delle Poverelle, si comunicava
attraverso telefax. Era questo l’unico strumento che
24
rendeva possibile la trasmissione di notizie fra il
Congo e l’Italia; funzionava molto meglio del telefono ed è proprio grazie a questo fatto che tutte
quelle comunicazioni sono rimaste documentate e
sono arrivate fino ad oggi.
Limete, ore 16:06 del 23 aprile 1995
Carissima Madre Generale,
suor Anna mi ha trasmesso notizie di suor Floralba.
C’è motivo di sperare… anche se non ci si può ancora pronunciare, ed è ancora in uno stato critico… Da
questa mattina l’evoluzione è piuttosto positiva. Non so
il nome esatto del tipo di tifo, ma le infermiere lo conoscono certamente. È quello che porta a perforazione
degli intestini. La febbre è diminuita a 39. Continuiamo
a sperare e a pregare Dio e il Fondatore.
La saluto con affetto e con me le sorelle della comunità…
suor Amelia, suor Maurizia, suor Josée
ore 07:27 del 24 aprile 1995
Alla Madre Generale,
dopo molte difficoltà per entrare in contatto con Mosango, ci giunge in questo momento la notizia che suor
Floralba è nel coma…
Continuiamo a restare unite nella preghiera… e vi terrò
al corrente dell’evoluzione…
suor Amelia
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ore 09:15 del 25 aprile 1995
Carissima Madre,
da ieri sera nessuna notizia da Mosango… Comunicazioni impossibili. In questo momento abbiamo percepito che suor Floralba è molto grave… Sta vivendo gli
ultimi momenti. Accompagnamola con la nostra preghiera…
suor Amelia
En union des prières.
votre fille suor Ado
ore 10:20 del 25 aprile 1995
Carissima Madre Generale,
restiamo unite nella sofferenza, nella preghiera e
nell’offerta. Suor Floralba ci ha lasciate per il cielo
proprio in questo momento. Il Padre, la Madonna e il
Palazzolo l’avranno già abbracciata. Ci proteggerà dal
cielo.
Dall’interno dicono che non è possibile portarla a Kinshasa. Sembra difficile riuscire a conservarla fino a giovedì pomeriggio. Non si sa nemmeno se c’è un “piccolo
porteur”. Siamo andate all’aeroporto a vedere.
Ci risentiremo quando avrò parlato con suor Anna…
Con affetto.
suor Amelia
Auguriamo molto coraggio a tutti i familiari, tanto
quanto ne aveva suor Floralba, e assicuriamo la nostra
preghiera.
26
ore 15:30 del 25 aprile 1995
Carissima Madre Generale,
grazie della tua carissima lettera e della tua vicinanza che ci permette di sentirti tra noi e ci sostiene in questo duro momento…
Grazie anche alle tante sorelle che pregano per la carissima suor Floralba e ci sostengono con la loro offerta.
Ho avuto in questo momento comunicazione da suor
Anna con precisazioni.
Domani mattina 26, la salma sarà trasportata a Kikwit.
Il funerale è previsto venerdì pomeriggio per permettere
alle sorelle di arrivare. Se il formolo non conservasse
il corpo fino a venerdì, allora si procederà per giovedì.
Il vescovo la vuole a Kikwit e sarà inumata nella cattedrale.
suor Amelia
Nei fax del giorno 26 aprile suor Amelia informò
Madre Generale che ci si stava interessando per ottenere uno scalo su Kikwit dell’aereo che portava
a Kaiemba, per consentire alle due sorelle di suor
Floralba, in viaggio dall’Italia, di partecipare ai
funerali. Il loro fu un viaggio carico di imprevisti,
con in cuore l’incertezza di non riuscire ad arrivare
in tempo. Arrivarono a Kinshasa la mattina del 27
aprile.
27 aprile 1995
Carissima Madre,
tutto ok. Le sorelle hanno rischiato di perdere l’aereo
a Bruxelles. Ma suor Floralba era con loro. Arrivo a
Kinshasa alle 7:20. Alle ore 9:10, decollo per Kikwit su
un piccolo aereo che abbiamo noleggiato.
27
Contrariamente al previsto, i funerali avranno luogo
oggi giovedì alle ore 15.
Tre sorelle di Kinshasa hanno potuto partire. Suor Danila è già là.
Suor Anna ci ha detto che sia a Mosango sia a Kikwit le
testimonianze sono davvero commoventi; un vero trionfo della vita sulla morte… Ci sentiremo ancora.
Ciò che è importante, è che le sorelle abbiano potuto
arrivare in tempo. Alle ore 11 saranno a Kikwit e suor
Anna sarà ad accogliere. Si sono mostrate davvero donne di fede.
Un caro saluto a tutte.
suor Amelia e sorelle di Limete
ore 07:22 del 28 aprile 1995
Carissima Madre,
il funerale è stato un vero trionfo. Tantissima gente…
Suor Floralba, schiva di tutto ciò che poteva attirare
l’attenzione su di lei, durante tutta la sua vita, questa
volta non ha potuto scappare.
Rendiamo gloria a Dio.
Il suo messaggio è stato letto durante la messa.
Grazie di cuore per queste delicate attenzioni.
Con suor Anna, anche noi, le auguriamo un buon viaggio in Costa d’Avorio. L’accompagniamo con la preghiera.
Con affetto… tutte noi dello Zaire
Al funerale di suor Floralba nella cattedrale parteciparono migliaia di persone che piangevano, gridavano, cercavano di accarezzare la salma. In particolare accanto al feretro stava una bambina che
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piangeva e parlava, si rivolgeva a suor Floralba, le
diceva: «Perché te ne sei andata? E adesso io che
cosa faccio? Quando avevo fame tu avevi sempre
qualcosa da darmi, quando avevo bisogno di un vestito tu me lo trovavi, e quando ero sola tu mi stavi
vicina. Adesso che cosa faccio io?».
Suor Floralba da Pedrengo, morta in Africa quarantatré anni dopo essere arrivata. Suor Floralba
malata di cuore, suor Floralba infaticabile. Era
stata aggredita dal virus di Ebola probabilmente
in sala operatoria a Kikwit attorno al 10 aprile.
Quando la sua situazione si era aggravata, verso
il 20, aveva chiesto di venire riportata nella “sua”
Mosango, nella sua cittadella della carità, vicino
a lebbrosi, tubercolotici, denutriti. Aveva passato
tanti anni a Mosango, era stata richiamata a Kikwit soltanto l’anno precedente, nel 1994. E aveva scritto alla Madre Generale: «Perdoni se non
le ho scritto prima, ma non me la sono sentita:
volevo aspettare un po’. Essendo stata tanti anni
a Kikwit, appena giunta ho avuto l’impressione
di essere sempre stata qui… Tuttavia, quando ho
visitato l’ospedale, mi sono cadute le braccia…
Comunque mi sono detta: io non ho chiesto di
tornare in questo luogo, anzi non ho mai pensato
che mi ci mandassero di nuovo, dal momento che
c’ero già rimasta per venticinque anni. Dunque
sono sicura di essere nella volontà di Dio, e ciò mi
dà pace e gioia. Io cerco di stare vicina ai malati
e di seguire i più gravi. Avendo meno lavoro, mi
sono proposta di essere più paziente, più buona,
più gentile con tutti. Voglio, in questi pochi anni
29
che mi restano, testimoniare la bontà e l’amore
misericordioso del Padre. Penso di frequente alla
morte e sento il desiderio di essere più buona, di
cercare solo il Signore in tutto, in modo che Egli
sia sempre al centro della mia vita».
Suor Annamaria Arcaro, superiora a Mosango,
era a Kikwit in quei giorni, era con lei, era con le
altre Poverelle. È sopravvissuta. Ha raccontato:
«Non ha mai emesso un lamento. “Dobbiamo pensare per l’avvenire”, ripeteva».
Suor Floralba è morta il 25 aprile 1995 alle 9:45.
Aveva 71 anni. Il vescovo, monsignor Mununu,
volle che i funerali si celebrassero nella cattedrale
di Kikwit, dove la salma venne trasportata mercoledì 26 aprile. Il funerale venne celebrato il giorno
dopo. Il vescovo disse: «Voi non la conoscete come
suor Floralba Rondi, voi la chiamavate mamma».
Infatti la gente di Kikwit e di Mosango la chiamava
«mamma mbuta», cioè madre anziana.
Suor Alcide Viscardi, tanti anni trascorsi in missione in Africa, ricorda: «Suor Floralba ripeteva:
“Ho pochi anni da vivere e voglio seminare l’amore
misericordioso del Signore”. E noi le dicevano di
stare tranquilla, dicevamo: “Non le salverai tutte tu
le anime! Lasciane qualcuna anche a noi…”».
2.
Suor Clarangela
Suor Clara, Clarangela per l’esattezza, era nata
il 21 aprile 1931 a Trescore Balneario da una famiglia molto povera, famiglia di contadini, mezzadri,
ultima di quattro fratelli. Il suo nome di battesimo era Alessandra, ma la chiamavano Sandra, anzi
Sandrina. Il padre Michele Ghilardi e la madre
Angiolina erano molto religiosi e di conseguenza
educarono alla fede la loro bambina «dalle lunghe
trecce bionde». Dopo la quinta elementare Sandrina andò a imparare un mestiere: la sarta. Era un
lavoro in quegli anni molto in voga perché non era
ancora cominciato il tempo delle confezioni industriali, e abiti, gonne, pantaloni, giacche, cappotti… erano realizzati su misura dai sarti. Un po’ più
grandicella Sandra andò a lavorare in una fabbrica
di bottoni. Poi la decisione, a 21 anni, di entrare
in convento. L’idea di essere missionaria l’aveva
bene in testa, infatti frequentò la scuola per infermieri a Roma e poi il corso relativo alle malattie
tropicali ad Anversa, in Belgio, il corso che tutte
le suore in partenza per le missioni frequentava-
32
no. L’intenzione di suor Clara era così spiccata
che venne destinata alla missione nello Zaire nel
1959, ancora prima della professione perpetua.
Nelle sue poche lettere e nei suoi appunti per gli
esercizi spirituali si coglie che suor Clara era una
persona semplice. Però una persona sensibile, con
le idee chiare e una fede radicata. Fece l’infermiera
a Kikwit, nel 1970 tornò in Italia per frequentare
un corso e ottenere il diploma di ostetrica. Tornò a
Tumikia, poi a Mosango, infine di nuovo a Kikwit,
negli ultimi due anni della sua vita. Aveva un senso
profondo della concretezza, della necessità del fare
per aiutare. Al punto che aveva chiesto e ottenuto
un motorino per potersi spostare più velocemente
da una casa all’altra, dall’ospedale ai luoghi dove
c’era bisogno di lei. Alla Madre Generale, da Kikwit il 12 giugno 1994, circa un anno prima di morire, suor Clara scrisse: «… Di me le dico subito
che sono contenta di essere qui a Kikwit, in questa
comunità, e di compiere così la volontà del Signore, giorno per giorno, accettando le pene e le difficoltà di questi tempi critici, lottando per aiutare i
poveri. Chi li può contare ancora? Oltre il servizio
alla clinica, do un aiuto alla farmacia e a suor Maria nella contabilità dell’ospedale. In questo sono
proprio una povera aiutante, spero con il tempo
e l’esercizio di essere di migliore aiuto. Ancora
un altro aiuto è quello di pasticcera di comunità
per le feste di circostanza. In questo periodo con
l’assenza delle due sorelle ci aiuteremo nei vari
servizi».
33
Suor Clara era una donna del fare, ma attenta alla
sensibilità delle persone. La sua carta da lettera presentava sempre in alto a sinistra dei fiori: per esempio, un angolo di montagna con rododendri in fiore
e gialli doronici. Nelle sue lettere ci sono errori di
ortografia, ma la grafia è elegante, il pensiero limpido. Scrisse alla Madre Generale il 16 marzo 1995,
un paio di mesi prima di morire: «Questa rosa è per
dirle grazie del dono della sua presenza ancora tra
noi, quel giorno anche se sarà breve il soggiorno,
sarà il più bel fiore che sboccia perché lei sarà tra
noi».
Era abituale che nel fare le sue cose, nel camminare fra i reparti, suor Clara canticchiasse o fischiettasse. In una sua lettera alla Madre Generale del 7 settembre 1994 troviamo scritto: «Sono a
Kasanza con suor Daniela per il corso dei santi
esercizi, meta preferita per una carica sempre più
forte per lo spirito. Mi sembra ieri che le ho scritto da Kipalu, dagli ultimi esercizi. Il tempo vola.
Ho accettato volentieri l’invito a venire qui, perché
quando faccio i conti con Dio, malgrado lo sforzo
ripetuto, gli sono sempre debitrice… Mi sono affidata a Maria e al nostro beato Fondatore, perché
mi aiutino nel proposito che le partecipo: Signore,
aprimi interamente al tuo Amore di Padre, ponimi
accanto ai miei fratelli libera, accogliente, felice,
povera tra i più poveri come una goccia d’acqua
sperduta nell’oceano immenso del tuo amore».
Suor Clara scrive proprio sottolineando quei tre
aggettivi: libera, accogliente, felice. L’accostamen-
34
to non casuale di queste tre condizioni dell’essere
induce a riflessione sulla relazione che esiste fra
loro. Questa sottolineatura rivela particolarmente il
modo di avvertire la vita e la vocazione religiosa
da parte di suor Clarangela. Questo atteggiamento,
d’altronde, si coglie nei suoi scritti, per esempio nei
rapporti che intratteneva con un gruppo di giovani
di Crema, che dava una mano alla missione. Scriveva il 5 dicembre del 1982 da Tumikia: «Carissimi
amici, mi ha colpita questa frase che vi trascrivo:
“I veri discepoli di Gesù non passano alla larga,
dall’altra parte della strada. Passano dove ci sono
i fratelli che hanno bisogno e si fermano per aiutarli”. Così siete tutti voi, cari giovani, perché avete
capito che l’amore di Cristo non ha confini. Questo
ben lo sapete e io ne sono testimone».
E di nuovo da Tumikia, l’11 settembre 1982: «La
miseria fisica, morale e materiale di questo paese
continua e noi viviamo accanto a queste crude conseguenze ogni giorno: malattie, fame, ingiustizie.
Questi poveri anemici, denutriti, ecc. bussano al
nostro dispensario perché hanno fiducia nell’aiuto
concreto e noi, grazie ai vostri non pochi sacrifici,
possiamo venire incontro ai loro bisogni e aiutarli
nel possibile dei mezzi…».
E il 7 maggio dell’anno seguente, suor Clara
spiega: «Caro Massimo… mi chiedete di parlarvi
delle angosce, preoccupazioni e gioie che incontro
nella mia giornata… Ero nella casetta con l’infermiera per l’accettazione di nuovi ammalati. Erano
quaranta. Tra questo numero è entrata una mam-
35
ma che conoscevo da anni, fra le braccia teneva
un bimbo sciupato e tremante di febbre a 40 e ne
trascinava un altro più grandino che a stento si
reggeva in piedi per la fatica (distante una quindicina di chilometri) e più ancora perché sfinito
e denutrito. Ho chiesto il perché di quel peggioramento così brusco. La risposta: “Mio marito è
morto da due mesi. Sono ritornata al villaggio e
faccio grande fatica per trovare il cibo necessario, perché ancora non ho un campo da coltivare”.
Mentre così spiegava le scendevano calde lacrime.
Mi disse: “Aiutami tu per guarire questi bambini…”».
Gli ultimi giorni di suor Clarangela vennero raccontati da suor Annelvira: «Il 29 aprile a mezzogiorno suor Clarangela dice che sente febbre: ha
38. Il medico le fa fare gli esami che rivelano leucocitosi con neutrofilia. Si cura anche la malaria,
poiché questa terribile malattia si presenta in modo
subdolo e come paludismo. Febbre e vomito non la
lasciano in pace; appare un’astenia, un calo pressoché giornaliero. Si prelevano esami per il Belgio,
nel timore di una febbre emorragica virale, come
quella avvenuta a Yambouku… Flebo, vitamine,
premura e vicinanza perché sentivamo che la cosa
si faceva seria… Suor Clarangela ci ha lasciato il 6
maggio all’una di notte. Il cuore ha ceduto! È una
forma tremenda! Non c’è una normale coagulazione del sangue, per cui le lascio immaginare le
emorragie…».
36
La personalità di suor Clarangela è ben testimoniata da tre suore oggi ospiti della Procura per le
missioni, che si trova a Bergamo, nel “quartier generale” delle suore delle Poverelle. Si tratta di suor
Clementilla Panza, 83 anni, che rimase in Congo
dal 1959 al 2007, 49 anni di Africa; suor Alcide Viscardi, 86 anni, di Sombreno, dal 1954 in Africa,
ben 46 anni trascorsi a Mosango; suor Chiara Trinca di Belluno, 76 anni, dal 1956 in Africa, dal 1978
a Tumikia e infine dal 1994 in Costa d’Avorio.
Raccontano le tre suore: «Suor Clarangela la
chiamavamo suor Clara, era una donna allegra, a
lei piaceva molto scherzare, aveva sempre voglia di
giocare, sempre positiva. Anche quando qualcuno
aveva un problema grave e magari piangeva, lei era
capace di fargli vedere che c’erano speranze, riusciva a riportare in qualche modo il sorriso. Oh, è
importante essere così! Non bisogna mandare gente
seriosa in Africa. C’è bisogno di persone positive,
persone di speranza. Suor Clara sembrava che fosse
nata in Africa. Andava la domenica nei villaggi con
i padri per la messa. A Mosango aveva il motorino
perché faceva tante cose e la missione è grande, i
padiglioni lontani fra loro: voleva arrivare dappertutto».
I ricordi delle suore viaggiano sull’onda degli
anni, ripercorrono i sentieri del tempo. I fatti possono sbiadire, i sentimenti che li hanno accompagnati
restano più vivi che mai. Le tre donne raccontano:
«Una volta era sera, c’era buio e suor Clara doveva
andare in un padiglione lontano, prese la motorina e
le dicemmo di stare attenta perché c’erano in giro le
37
capre. Ma successe che per evitarne una cadde e si
ruppe un braccio. Cadde anche altre volte, ma non
lasciò mai la moto, quella moto spedita da qua, da
Bergamo, ricordo».
Le suore spiegano che nel lebbrosario di Mosango vivevano 450 malati, nel padiglione per i tubercolotici gli ospiti erano 700: «Clarangela e Dinarosa scherzavano tanto. Nelle feste di comunità
si mettevano il naso finto e la protesi con i denti
lunghi e facevano le loro pantomine. Clarangela
amava parlare, fischiettare, cantare. Cantava male,
bisogna dirlo. Lei rideva, perché lo sapeva. Stonava
al punto che ci portava tutte fuori tono. Amava parlare: quando ci incontravamo a cena o in altri momenti lei raccontava un po’ tutto quello che le era
capitato durante la giornata. Se ti vedeva da lontano
si sbracciava per salutarti».
Suor Clementilla ricorda quei momenti così:
«Eravamo andate insieme, io e suor Clarangela a
cercare un posto per la sepoltura di suor Floralba,
lei mi disse: “Sai Clementilla che mi sento tanto
stanca?”. E mi ricordo che io dissi: “Certo, hai fatto la nottata, per forza”. Ma non era così, non era
quella la ragione della stanchezza e anch’io me ne
rendevo conto, ma non volevo ammetterlo nemmeno a me stessa. Negli ultimi due giorni di vita, Clara ripeteva: “Lasciatemi andare dal mio Signore”.
E poi diceva: “Ti raccomando lo Zaire, Signore, ti
raccomando questo Paese così malandato…”. Un
sabato pomeriggio andai a trovare suor Clarangela;
stava molto male. Parlava dei malati. Diceva che
nel padiglione tale c’era un malato che aveva molto
38
bisogno di aiuto. Ricordo che aiutai suor Clara a
indossare qualcosa. Poi mi lavai accuratamente le
mani. Eravamo molto attente, non eravamo incoscienti anche se non sapevamo ancora che si trattava di Ebola».
L’ultimo giorno, ricordano le suore, suor Clara
rimase a letto immobile. I suoi funerali si celebrarono a Kikwit, nella cattedrale, sempre per volere del
vescovo. Ma la memoria fa un altro balzo all’indietro, inverte la freccia del tempo, e le suore raccontano: «Una sera stavamo tornando da Kikwit verso
Mosango e si vedeva una stella nella direzione della missione. A suor Clara piaceva guardare il cielo,
osservare le stelle. Nelle notti africane non è come
qua, le stelle formano grappoli, sono tante e sembrano più vicine e lei tante volte ci chiamava fuori e
ci faceva vedere le costellazioni. La Croce del Sud
e l’Alfa del Centauro… Quella volta eravamo sulla
jeep e vedendo un po’ di luce Clarangela diceva che
era una stella, ma noi dicevamo che era un fuoco
acceso in un villaggio. Clara disse: “Invece c’est
mwinda”. Una frase che ci suonò buffissima perché
era detta in tre lingue: italiano, francese e kikongo,
la lingua che si parla in quella zona. Clarangela parlava bene il kikongo. E quella sera ridemmo tanto
in macchina».
Racconta di lei una giovane sorella congolese,
suor Nathalie Muteki: «Era una suora umile; quando sbagliava una cosa, era la prima a chiedere perdono; viveva da povera nello spirito e anche materiale, non voleva mai il superfluo, solo il necessario.
39
Forte e serena e gioiosa, anche nelle difficoltà e
nelle incomprensioni; siccome era di un carattere
gioioso alle volte non si capiva se le costavano le
ingratitudini. Parlava tanto, ma era prudente e di
buon umore. Suor Clarangela era veramente chiara
nelle sue cose, quello che era giusto lo diceva senza
paura, senza fare le differenze delle persone, così
anche con i collaboratori; poi difendeva i poveri,
guai se vedeva qualcuno disprezzarli».
Suor Clementilla conserva un ricordo particolare
di quando era studente. Racconta: «Clarangela aveva studiato medicina tropicale con me ad Anversa. Io sapevo abbastanza il francese perché avevo
fatto due anni in Francia con gli immigrati italiani.
Andavamo in giro e lei di ogni cosa mi chiedeva:
come si dice questo e come si dice quello? Una volta eravamo in giro con tre suore spagnole. Che risate. Alla prova di francese che dovevamo sostenere
prima di partire cercai di aiutare le mie compagne,
ma alla fine venimmo tutte respinte! Poco male,
fummo promosse sei mesi dopo…».
Torniamo a quegli ultimi tragici giorni del maggio 1995, ai fax che consentivano la comunicazione
fra la Casa Madre di Bergamo e lo Zaire. A firma
dei fax d’ora in poi appare anche il nome di suor
Donata e di suor Adolpfine: la situazione si faceva
sempre più pesante, occorreva dare un aiuto a suor
Amelia sia per mantenere i contatti con Bergamo e
con le comunità africane, sia per partecipare in Kinshasa alle riunioni con i medici dell’OMS incaricati
di seguire l’evolversi della situazione.
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ore 21:41 del 4 maggio 1995
È una dura prova che il Signore ci sta chiedendo e
con il suo aiuto speriamo di poterla vivere nella fede e
nell’amore.
Quanto ai parenti, conviene non allarmarli troppo... basta dire che nello Zaire c’è una epidemia.
Preghiamo tanto il Nostro caro Fondatore e tutti i nostri
santi protettori in cielo. Maria in questo mese a Lei dedicato interceda in nostro favore!
Con affetto sincero a nome di suor Anna
suor Amelia
ore 09:46 del 5 maggio 1995
Abbiamo appena ascoltato la comunicazione tra
suor Anna e suor Annamaria. La situazione resta preoccupante. Si pensa ad un trasporto immediato di Sr
Daniela da Mosango a Kikwit, se i medici lo accordano.
Si invieranno gli esami a Anversa perché i farmaci usati
finora si rivelano inefficaci. Si spera in una risposta immediata da Anversa.
Ci affidiamo al Fondatore, al Signore e sentiamo con
certezza che tutta la Congregazione è unita a noi in questo supplicare un “miracolo”.
Vi terremo informate dell’evoluzione. Pensiamo sia
bene prevenire la famiglia visto che siamo dinanzi
all’incognito, senza spaventare.
Di suor Clara e suor Dinarosa non vi sono ulteriori notizie: permanere lo stato precario: febbre alta...
Unite nella preghiera insistente.
Con affetto
suor Amelia
41
ore 13:42 del 5 maggio 1995
suor Daniela è stata trasportata a Kikwit. Il suo stato
di salute, come quello di suor Clara, resta allarmante.
Le due sorelle presentano gli stessi sintomi di suor Floralba. Informate le famiglie. Qui si fa appello a organismi internazionali. Non ci sono medicine; le malate
non si possono trasportare. Le sorelle di Kikwit sono in
isolamento.
Chiediamo un “miracolo”. Che il Signore ci sostenga
nella fede. Unite in Lui.
suor Donata
ore 21:29 del 5 maggio 1995
abbiamo appena ricevuto i due fax.
Le sorelle di suor Floralba sono partite. Non vogliono la famiglia all’aeroporto per ragioni di prudenza.
È bene che immediatamente le portiate a Verona. Sono
in possesso di alcuni esami (li inviamo anche per fax)
e del foglio di cui si è parlato oggi. Domani mattina si
cercherà di avere la dichiarazione richiesta.
Le due sorelle sono sempre molto gravi. Suor Dinarosa oggi stava un po’ meglio, speriamo sia la via della
guarigione. Per le altre due, suor Daniela e suor Clara,
supplichiamo un “miracolo”. Stasera è partito per Anversa un campione per esami approfonditi.
Molte persone ci sono vicine e seguono l’evoluzione:
Medici senza Frontiere, Nunzio Apostolico, Ambasciate
belga e italiana, molti altri medici, mons. Mununu e il
suo Vicario. La natura della malattia non è ancora ben
definita. Si aspettano le risposte di Anversa per domani.
Comprendiamo la trepidazione e sofferenza della Madre Generale e di tutte, ma vi chiediamo di non muovervi. Vi terremo informate. Sentiamo il sostegno della
42
vostra preghiera per vivere con fede questa dura prova.
Vi abbracciamo fraternamente.
suor Donata, suor Amelia, suor Maurizia
ore 06:45 del 6 maggio 1995
Carissime
suor Clarangela ci ha lasciato alle 1:35! Signore,
abbi pietà!
Suor Danielangela è gravissima!
Dobbiamo procedere immediatamente per cercare aiuti
tramite ambasciata belga per Anversa per salvarla.
Sosteneteci!
suor Donata
6 maggio 1995
Carissime,
abbiamo ricevuto notizie da Anversa. Non trovano
plasma con anticorpi. Avreste dovuto ricevere da Anversa – sæurs Annonciades – un fax da inviarci. Se ricevete fax in francese, sappiate che sono per noi.
Servono con urgenza indumenti protettivi a maschera per le persone che sono a contatto diretto con le
malate. Sono stati lanciati appelli, ma sarebbe bene
che anche voi cercaste di trovarne per inviarcele con
urgenza.
Suor Annamaria si trova attualmente a Kikwit come
pure suor Vitarosa. Con suor Annelvira seguono in prima persona le sorelle malate.
La situazione resta preoccupante per le sorelle della
comunità e il rischio c’è per quante sono venute a con-
43
tatto con le sorelle malate. Pensiamo anche al dramma
interiore delle sorelle zairesi che hanno genitori o altri
membri di famiglia a Kikwit e nella zona.
Cosa vuole mai il Signore? Gli occhi continuano a riem­
pirsi di lacrime e poi cerchiamo subito di affidarci con
fiducia e abbandono al Signore… questo Padre Amabile
Infinito. Il Fondatore interceda!
Suor Daniela è sempre più grave.
suor Donata, suor Amelia
ore 06:56 del 7 maggio 1995
Carissime,
abbiamo appena parlato con le sorelle di Kikwit.
Sono le ore 6:40. Suor Daniela ha ripreso leggermente,
ma lo stato permane gravissimo. Non è ancora entrata
in coma e non ha emorragie. Tale è stato il decorso della malattia per le altre sorelle, dopo la febbre, vomito e
diarrea. Strappiamo il miracolo al Fondatore!
Suor Dinarosa ha sempre febbre molto elevata, nausea… Le altre sorelle non presentano per il momento
dei sintomi, anche se alcune hanno avuto nel passato
momentaneamente febbre, diarrea o vomito. Speriamo
in una vera ripresa per queste ultime e un miracolo per
suor Daniela. Si sta lottando per muovere organismi internazionali. Servono con urgenza mezzi di protezione.
Suor Clarangela, deceduta ieri 6 maggio la notte alle
ore 1:30, è stata sepolta ieri pomeriggio alle ore 14:30.
Nessuno ha potuto entrare nel recinto della comunità e
tanto meno in casa. È terribilmente duro. La vera solitudine per le sorelle di Kikwit. Ci chiediamo come sostenerle in questo dramma.
Restiamo unite. Grazie per il sostegno.
suor Donata
44
L’“ora” di suor Clarangela giunse nel cuore della
notte!
La diagnosi di “epidemia d’Ebola”, espressa a
partire dalle macchie rossastre evidenti sulla sua
pelle, fu confermata solo dopo la sua morte; ma
proprio il riconoscimento di quei suoi sintomi, consentì finalmente di mettere in atto tutte le misure di
prevenzione necessarie per evitare l’ulteriore dilagarsi della malattia.
Senza saperlo, questa volta con il sacrificio estremo della sua vita, suor Clarangela ha provvidenzialmente collaborato per salvare la vita di tanti fratelli dello Zaire, per i quali aveva donato il meglio
di sé.
3.
Suor Danielangela
La vocazione religiosa di Anna Sorti incontrò
difficoltà nella sua realizzazione. Anna, che divenne poi suor Danielangela, dovette affrontare l’opposizione tenace della famiglia. In realtà non si
tratta di una vicenda proprio particolare. La stessa
suor Anna Elvira, della quale parliamo più avanti,
quando dichiarò a suo padre l’intenzione di entrare
in convento ricevette in risposta un ceffone tale da
gettarla a terra. Quando si rialzò aveva un dente in
meno. Suor Danielangela decise di andare in convento a diciotto anni, quando ancora era minorenne.
Anna era nata nel 1947, il 15 giugno, era l’ultima
di tredici figli ed era orfana, papà Daniele e mamma
Angela erano morti rispettivamente nel 1955 e nel
1957. Questi eventi ebbero su di lei pesanti conseguenze: il senso della morte, della precarietà estrema della nostra presenza nel mondo, non abbandonò mai del tutto suor Danielangela. La famiglia era
originaria di Lallio, ma viveva a Loreto quartiere
di Bergamo. Anna frequentò le elementari alla Armando Diaz, poi si iscrisse a un corso professionale
46
di taglio e cucito, e trovò occupazione come rammendatrice nell’industria tessile Zopfi in via Palma
il Vecchio; quando la fabbrica venne chiusa si adoperò per cercare un altro lavoro che trovò in una
legatoria.
La ragazza, però, stava maturando una decisione diversa. Quando seppero che Anna voleva farsi
suora, i fratelli si opposero dicendo che era troppo giovane, che doveva aspettare. A quel tempo si
diventava maggiorenni a ventuno anni. È intuibile
che nei confronti di Anna esistesse una forma di
protezione, un desiderio di accudimento da parte
dei fratelli maggiori che probabilmente la vedevano più piccola, più bisognosa di tutela. Anna aveva
un carattere forte, e lo dimostrò in quell’occasione
non cedendo davanti alle pressioni dei fratelli che
si rivolsero addirittura al tribunale. Anna superò anche lo scoglio giudiziario. Dovette affrontare anche
l’aspetto sentimentale. Era una bella ragazza che
piaceva ai maschi. Nella sua cerchia di amici c’era
un ragazzo, Sergio, che si era innamorato di lei al
punto che la decisione di farsi suora lo colpì profondamente e lo fece soffrire non poco. Il giorno in
cui Anna entrò in convento Sergio le fece arrivare
un mazzo di fiori e un biglietto nel quale diceva che
non si sarebbe rassegnato e che avrebbe atteso per
tre anni. Ma la vita consacrata era davvero la strada
di Anna che entrò tra le Poverelle il primo marzo
1966 per non uscirne più.
Era una suora dell’agire concreto, come tutte
le Poverelle, ma era anche una suora incline alla
contemplazione; la preghiera lunga, a tu per tu con
47
Dio, era una sua esigenza avvertita in maniera particolare. In realtà nutriva il desiderio della clausura,
della vita contemplativa, amava la preghiera anche
notturna, frequentava una volta all’anno gli esercizi
spirituali in clausura.
A proposito di suor Danielangela, è interessante
la testimonianza che ne offre suor Lenangela Gatti,
sua compagna negli anni della formazione: «Conobbi suor Daniela subito, appena arrivata in convento, facemmo tutto il percorso insieme, lei diventò la mia migliore amica. Io dico che lei aveva un
vero carattere bergamasco, forte, desiderosa di fare,
mai contenta. E allo stesso tempo aveva una forte
vocazione contemplativa. Mi diceva spesso che voleva ritirarsi a pregare, che voleva pregare tanto affinché Dio mandasse un nuovo Mosè per l’Africa.
Suor Daniela soffriva a vedere quanto sfruttamento, quanta disonestà, quanta corruzione ha rovinato
e continua a far soffrire l’Africa. Eravamo in convento, ci preparavamo a diventare suore, eravamo
giovani e suor Daniela quando era ora di dormire
mi diceva: “Dai che stiamo su a pregare”. Ma io ero
stanca e dicevo che bisognava riposare. Allora lei
mi diceva: “Va bene, adesso dormiamo. Ti sveglio
a mezzanotte e andiamo in chiesa a pregare”. E così
tante volte a mezzanotte mi svegliava e andavamo
in chiesa. Che persona era! Leggeva spesso la parola di Dio, aveva i suoi brani che ripeteva, soprattutto Osea e Isaia. Ricordo che quando doveva partire
per l’Africa ed eravamo nella comunità di Milano,
andavamo a pregare nella cripta sotto il Cenacolo.
Io dissi al padre gesuita che ci seguiva che sarebbe
48
stata importante una sua benedizione per suor Daniela. Ricordo bene quel momento, insieme ai fedeli del gruppo “Rinnovamento dello Spirito”. Daniela era in ginocchio e il padre e i fratelli anziani
imposero le mani sopra di lei ad invocare lo Spirito
Santo. Padre Tommaso disse a Daniela di chiedere
un dono allo Spirito. Dopo un po’ di tempo ella mi
disse che aveva chiesto il dono della carità, intesa
come amore. Quando tornava dalla missione andavo a prenderla in aeroporto e sembravamo due matte. Suor Daniela mi raccontava tante cose. Queste
suore che stavano in Africa non si risparmiavano
mai. Suor Daniela mi diceva che in quella terra risparmiarsi, riposare era impossibile. Una volta mi
ha detto di un bambino denutrito che andava alla
missione e veniva alimentato, ma non aumentava
di peso. Poi scoprirono perché: nascondeva il pesce secco nel suo cespuglio di capelli ricci; quando
suor Daniela gli chiese perché facesse così lui rispose che a casa aveva altri cinque fratelli che avevano fame come lui. Mi ricordo quella volta che
suor Daniela venne fermata in aeroporto a Milano:
in una valigetta aveva dell’avorio che lei portava
a Bergamo e distribuiva per ringraziare tutti quelli
che aiutavano la missione. Gli addetti della dogana
le dissero che quell’avorio era costato la vita a un
elefante. Lei si infuriò e senza mezzi termini disse:
“Voi vi preoccupate per un elefante e non pensate ai
bambini che nello stesso posto muoiono di fame?”.
La suora che stava con lei dovette trascinarla via
perché suor Daniela non era molto diplomatica e
non cedeva di un passo. L’avorio le venne comun-
49
que sequestrato. Era una persona così. Una frase che
mi diceva spesso era questa: “La nostra amicizia è
una forza che ci spalanca al mondo… Guai se non
fosse così, sarebbe come una famiglia che si chiude
in se stessa”. E una famiglia che si chiude stravolge
i legami e i rapporti, l’amore che è fatto per creare
può diventare una forza che distrugge. Del resto il
motto che aveva scelto era: “Amore chiede amore”.
Daniela l’amore non lo chiedeva, lo dava. Ma era
impossibile per noi non amarla a nostra volta».
Suor Danielangela arrivò in Africa nel 1978, a
Mosango, e qui rimase fino al 1981. Dopo un periodo a Kikimi, dal 1991 al 1995 fu superiora a Tumikia. Chi la conosceva ricorda che a volte diceva:
«I miei sono tutti morti giovani. Morirò giovane
anche io». Suor Alcide racconta che Danielangela
aveva difficoltà con il kikongo, la lingua parlata in
quella zona del Congo: «Ma lei aveva un carattere
forte che non si fermava davanti a niente. Conosceva poco il kikongo ma lo parlava lo stesso, si lanciava in conversazioni che facevano ridere perché
lei era molto creativa nel cercare di farsi capire…
Era instancabile. Fece molto per Tumikia e per Kikimi dove, per esempio, istituì l’ospedale con trenta
posti letto. Prima c’era solo un dispensario, come
un ambulatorio, che funzionava esclusivamente di
giorno. Era interessata alle questioni della Chiesa. Per esempio ascoltava ogni sera alle 21:30 la
Radio Vaticana che trasmetteva notizie dell’Africa
in francese. Era un carattere così, forte. Un giorno dovevamo andare a Kinshasa, poco prima che
50
morisse. Sono 500 chilometri di strada non proprio
confortevole. Non avevamo l’autista e allora lei si
mise al volante e via. Buche o non buche, sempre
avanti. In giro, per la missione, andava in vespa.
Una volta mi ha presa su e siamo andate in giro in
vespa insieme, per fare più alla svelta».
La sua vivacità e la sua profondità interiore sono
rimaste impresse nelle sorelle più giovani; così ricorda suor Marie Zwala: «La ricordo come una donna
coraggiosa, attiva, piena di creatività, aperta al nuovo sebbene talvolta tenace nelle sue idee. Disgraziatamente non ho conservato le sue lettere. Era una
donna di fede e di preghiera. Quando si faceva l’adorazione suor Daniela si vestiva della festa, cioè con
il vestito della domenica. “L’adorazione è l’incontro
con lo Sposo, bisogna essere vestite con proprietà”.
Penso che questa preparazione esteriore era, senza
dubbio, maturata da quella interiore. Ricordo poi che
un giorno siamo andate a visitare i malati di un ospedale psichiatrico dello Stato, per portare loro il cibo.
Abbiamo trovato un ragazzo moribondo: aveva la
pelle attaccata alle ossa, smagrito; ci guardava senza
forza, come a gridare: “Aiutatemi”. La suora e io ci
siamo guardate a vicenda e lei mi disse: “Portiamolo
con noi!”. Subito abbiamo chiesto ai responsabili il
permesso di prenderlo. Portato alla missione, gli abbiamo somministrato ogni cura possibile… la stessa
notte egli morì!».
E suor Renelde Kwango Kiwgi aggiunge: «Suor
Danielangela pregava molto, parlava e sentiva Gesù
come suo sposo. Nulla poteva impedirle di manifestare tutta la sua attenzione ed il suo amore per
51
Lui e per i poveri, in cui lo vedeva e serviva. Molte
volte mi diceva: “Il nostro sposo è fedele, pieno di
bontà e di tenerezza. Egli ci ama tanto, ma è anche
geloso ed esigente verso di noi sue amatissime creature!”. Io osservavo spesso la sua posizione nella
preghiera, mi convinceva che lei era immersa in
una profonda intimità con Dio. Le piaceva preparare con attenzione e proprietà la cappella: ordine,
fiori, tutto per Dio! Il giorno in cui era lei ad animare l’adorazione o la Via Crucis, c’era una creatività
particolare, che dava gusto e rendeva piacevole la
preghiera».
Suor Clementilla, che ha raccontato di suor Clarangela, ricorda bene anche suor Danielangela.
Racconta: «La vidi quella domenica sera seduta in
casa su una sedia in vimini, portava il collettino alto
bianco, quello delle suore che tuttavia di solito per il
caldo non si indossava, e un golfino; mi disse: “Ho
un po’ freddo”. E io le dissi di andare a letto, ma
lei rispose: “No, no, abbiamo appena cominciato il
ritiro con le aspiranti, devo seguirle stasera e domani”. Le chiesi che cosa aveva, mi rispose che aveva
nausea, allora le portai un fernet. Allora si usava
quando c’era qualche problema di stomaco, aiutava a digerire. Andai a prenderlo. Ma la notte stette
male e quella mattina di lunedì disse che era meglio
portarla a Mosango. Io le risposi che avevamo già
chiamato il padre di Tumikia, padre Menardo che
era un filippino e che l’avrebbe accompagnata. Con
lei andò anche suor Costanzina. Mi disse di tirarle
su la coperta perché aveva freddo. Poi mi diede un
52
pacchetto con i soldi, erano quelli che aveva ritirato
a Kinshasa e che dovevamo dare agli operai della
missione».
Suor Alcide racconta: «Suor Danielangela, come
tutti a Tumikia, mi chiamava “Nkaka” che in kikongo significa “nonna”. Mentre stava per partire
per Mosango, io mi trovavo nel corridoio appena
fuori dalla cucina. Danielangela mi disse: “Nkaka
stai lì, non avvicinarti, ti saluto così”. Non l’avrei
più rivista».
E suor Clementilla ricorda altri particolari di quei
giorni: «C’era anche un’altra suora che quella domenica sera aveva un po’ di febbre, suor Andreita
Cerisara, eravamo preoccupati anche per lei. Suor
Danielangela già si sentiva indisposta, ma disse:
“Vado a prenderti il chinino” e io le dissi di stare
quieta, che il chinino lo prendevo io, ma lei rispose: “No Clementilla, lasciami andare fin che posso
ancora”. Suor Daniela stava a Tumikia, ma si ammalò perché andò a Kikwit a fare la notte accanto
a suor Floralba. Nel farle un’iniezione si punse un
dito…».
Fra le persone che ricordano bene quei terribili
giorni c’è suor Costanzina Franceschina: oggi ha
84 anni, è nella casa di riposo di Torre Boldone;
a quel tempo era impegnata nell’insegnamento,
proprio nella comunità di suor Danielangela. Racconta: «Noi eravamo un po’ matte, invece Danielangela era una persona seria. Ma era una persona
tanto generosa e buona. Voleva fare di più di quello
53
che poteva. In realtà suor Danielangela voleva farsi
contemplativa. Sa che cosa penso adesso dopo tanti
anni, qui in questa casa dove sono a riposo con tante mie sorelle? Penso che in Africa noi ci sentivamo
come uccelli liberi nel sole».
Costanzina ha la mente in perfette condizioni, ricorda con dovizia di particolari in questa sala della
casa di riposo, davanti alla tazzina di caffè. Spiega:
«Poi sono arrivati quei giorni tremendi che hanno
cambiato tutto. Non sono state soltanto le morti, ma
le umiliazioni, la rottura dell’armonia con la gente
del posto. In quella seconda metà del mese di aprile suor Danielangela salì sulla Land Rover e andò
a Kinshasa a prendere i soldi per gli operai della
missione. Era via da una decina di giorni e doveva
tornare quella domenica mattina. Si era ammalata
suor Floralba che da Kikwit era stata portata a Mosango. Io andai a Mosango a trovarla – era forse il
20 aprile – e suor Daniela era ancora a Kinshasa.
Alla notte sempre una suora vegliava suor Floralba. Dissi che l’avrei vegliata io in quella notte fra
sabato e domenica. Ma proprio quel sabato pomeriggio arrivò a Mosango suor Daniela, in anticipo,
e disse: “Faccio io la veglia a suor Floralba”. Io
risposi che non era il caso e anche le altre mi diedero ragione perché suor Daniela era stanca a causa del lungo viaggio che aveva fatto. Ma lei disse
che poi nei giorni successivi i molti impegni non le
avrebbero più dato la possibilità di stare accanto a
suor Floralba. Così rimase Danielangela a fare la
notte e io tornai a Tumikia. Alla domenica mattina
suor Daniela tornò a Tumikia, mi disse: “Visto che
54
sono riuscita a fare la veglia?”. E andò a riposare.
Ma la domenica sera, eravamo sedute in ricreazione, sulle sdraio sotto il cielo stellato, Danielangela
diceva: “Ma è strano, questo dito non lo sento…
Ho fatto un’iniezione a Floralba questa notte e con
il vetro della fialetta mi sono fatta un taglietto…”.
Ridevamo, le dicemmo: “Il dito lo sentirai meglio
domani”. Non fu così. Tutta la notte suor Daniela
andò avanti a vomitare e non vomitava niente perché non aveva niente nello stomaco; il giorno dopo
era vacanza, non so perché. Comunque decidemmo
di portare suor Daniela a Mosango perché noi non
avevamo medici. La ricordo magra, con le occhiaie
e un colore pallidissimo, come verde in faccia. Con
un padre siamo saliti sulla Land Rover, ricordo che
suor Daniela viaggiò con gli occhi chiusi e li riaprì
soltanto a Mosango. La superiora, suor Anna Maria
Arcaro, si sorprese nel vederci arrivare, ci disse che
era meglio ricoverarla all’ospedale di Kikwit, ma
poi è venuta alla Land Rover, l’ha vista, e allora ci
ha detto di lasciarla lì. Suor Daniela rimase a Mosango un paio di giorni, poi la portarono a Kikwit».
Suor Danielangela chiuse gli occhi l’11 maggio
1995. È rimasto il ricordo di lei, i suoi pensieri, la
sua spiritualità. Ecco alcune sue lettere, alcuni dei
suoi molti scritti.
Esercizi spirituali, 1976
Pensate alla noia legata alla incertezza e alla ignoranza. Noia intesa come senso dell’inutile, della mancanza
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di impegno. Pensate alla solitudine! Tutti siamo soli in
una certa misura. Pensate alla percezione del dolore
nel mondo, nei bambini… Il presente che non resta e
non costruisce più… Pensiamo alla morte come morire momento per momento… Il dolore ha tanti nomi,
tante facce e questo non possiamo cancellarlo. Allora
è bene guardarlo in faccia per non prendere abbagli:
no all’evasione, no alla rassegnazione, no alla ribellione… Vivere. Cristo afferma che siamo fatti per la gioia.
Tumikia, 26 giugno 1992
Carissima Madre Generale,
… sono a Tumikia da otto mesi. Mi sembra di rendermi conto sempre di più che occorre saper morire
per dare la vita. Occorre una super dose di pazienza, di
comprensione e soprattutto di amore. Forse il Signore
mi voleva qui per insegnarmi meglio a obbedire e servire. Fino a oggi mi sento in equilibrio e convinta che
vale la pena di offrire qualcosa… Le suore sono tutte
impegnate. Ognuna con i propri limiti e doni. È bello
vedere il desiderio e lo sforzo per fare meglio, malgrado
tutto. Il Signore ci ama così come siamo… La situazione
nello Zaire è sempre più degradante; svalutazione vertiginosa, miseria crescente. Qui all’interno la popolazione si mantiene pacifica, forse anche troppo.
Tumikia, 1° marzo 1993
Carissima Madre Generale,
… in comunità non c’è male, anche se la razione di
croce non manca. Da parte mia non sono sempre brava
nel saper vivere con serenità. A volte, quando mi sem-
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bra difficile, mi chiudo, ma poi mi pento perché davanti
al Signore ho sempre torto. Le sorelle hanno il diritto di
essere capite ed amate. A volte mi sembra un ruolo troppo esigente, ma guardando il Cristo ne ricevo la risposta… La scuola a Tumikia funziona bene. I professori,
che non sono pagati dallo Stato da molti mesi, vengono
da noi aiutati con grossi anticipi (che non saranno mai
restituiti) e con una contribuzione delle alunne, deciso
dal comité dei parenti…
Tumikia, Pasqua 1993
Carissima Madre Gesuelda,
… le auguro di cuore che il quotidiano mistero di
morte vissuto da noi e dai nostri fratelli in tante parti del mondo si trasformi con abbondanti germi di vita
nuova e di pace, segni della presenza del Risorto.
Tumikia, 3 aprile 1993
Carissima Madre Gesuelda,
a Tumikia non c’è male. A scuola siamo in pieni esami. Stiamo vivendo una calma relativa sul piano politico. Siamo però sempre pronte a tutte le evenienze.
Per ora abbiamo due governi, due primi ministri, due
impostazioni divergenti. Il caos più assoluto che può
esplodere disastrosamente. Siamo nelle mani del Signore quindi nella pace…
Tumikia, 25 marzo 1994
Carissimo Mirko,
col ritorno di suor Andreita rompo il mio lungo silen-
57
zio. Spero tu vorrai comprendermi. A Natale ho scritto a
nessuno, compreso la mia famiglia. Mi sento un po’ snaturata, ma in realtà è solo per chi lo recepisce… Noi in
comunità stiamo bene. Ognuna cerca di dare il meglio
di sé per aiutare l’altra e creare un clima di fraternità.
I nostri orfani sono sempre assetati di affetto, ma nello
stesso tempo ne danno molto a noi. Il tuo Kambamba è
diventato birichino. Cammina solo e ha sempre tanto
appetito… Papà Luko è morto (non so se te lo avevo
detto), mi manca molto perché era molto onesto… Per il
momento nello Zaire c’è calma, ma tutto è in regressione… Mobuto intende essere l’unico sovrano. La gente
è nauseata di politica e non vuole più parlare. Noi ci
diciamo spesso: Fino a quando questo paese vivrà questa schiavitù?
Tumikia, ottobre 1994
Carissimo Mirko,
qui la gente soffre e lotta per la sussistenza, ma sono
tanto bravi anche se a volte io mi arrabbio perché non
sanno gestire quel poco che hanno, tu lo sai è un po’
vero!? Nelle parti del Kasai in questo tempo c’è l’invasione di rifugiati ruandesi. Credono di salvarsi la vita,
ma arrivati nello Zaire molti muoiono di fame, di malattie e vandalismi… Ora termino perché devo andare a caricare il manioco sul camion. Domani mattina partiamo
alle quattro. Ciao Mirko, continua a essere portatore di
bontà là dove vivi…
58
Tumikia, 26 marzo 1995
Carissimo Mirko,
… ti ricordo però che tu sei anche alla ricerca di
qualcosa di essenziale, una dimensione che va al di là
dell’umano. Non resistere! Al Signore si dà o tutto o niente, non ci sono mezze misure con lui… In questo tempo io
sono spesso in viaggio. Non ti dico le strade tra Muluma
e Kinshasa, in che stato sono… Il tuo Kambamba è a
Kinshasa dallo zio, sembra stia bene, ma per ora non
abbiamo molte notizie. Tutti gli altri bimbi stanno benissimo e sono i nostri tesori… Carissimo Mirko, la vita è
molto bella soprattutto quando si cerca di rendere bella
quella dei fratelli…
Tumikia, Pasqua 1995
Carissima suor Annamarisa,
… il mondo in cui viviamo e spesso anche quello religioso, comprese noi stesse, siamo piene di contraddizioni, ma Lui è un Dio fedele che non cambia mai. È
quello che per noi conta e ci dà forza… Nello Zaire è
il caos politico, più nessuno crede a niente. Le strade
sono impraticabili quindi anche i prodotti locali sono
difficili da trasportare. Il Signore un giorno provvederà
a questo popolo, lo credo fermamente…
Il 23 marzo 1995, circa quaranta giorni prima
di morire, in una lettera suor Daniela scriveva: «Il
tempo passa in fretta per tutti e dobbiamo stare preparati perché non sappiamo né l’ora né il giorno in
cui il Signore ci può chiamare.
Restate nella gioia perché amore chiede amore».
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Intanto la vicenda dell’epidemia non si interrompeva, suor Clara era morta e suor Daniela stava malissimo. Ecco lo svolgersi dei fatti attraverso i fax
dal 7 all’11 maggio 1995.
ore 15:34 del 7 maggio 1995
Carissima Madre Generale,
abbiamo appena sentito la phonie. Suor Annelvira
dice che suor Daniela è stazionaria, come pure suor
Dina che è meno grave. Si cerca di aiutarla con diverse medicine in attesa che Anversa e Atlanta possano rispondere con il plasma anticorpi. Alla riunione
dell’OMS ci siamo rese conto che si sta agendo a livello internazionale per un pronto intervento. Speriamo
possano dare presto risposte positive. Se fai un fax,
domattina possiamo inviarlo alle sorelle di Kikwit e
alle altre comunità. Pensiamo che sarebbe un grande
dono.
Pensiamo alla tua grossa sofferenza di non essere qui
con noi, ma sentiamo che questa tua offerta come quella
di tante sorelle e familiari ci sostiene a vivere questo
dramma. Restiamo unite nella preghiera, nell’offerta…
nella comunione. Che il Fondatore continui a vegliare
e ci faccia il regalo di un miracolo. Rassicura pure le
famiglie delle sorelle di Kinshasa.
Con affetto ti abbracciamo.
suor Donata, suor Amelia e sorelle tutte
ore 17:15 del 7 maggio 1995
Carissima Madre Generale,
Le sorelle di Kikwit ci dicono che suor Daniela e
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suor Dina vanno un pochino meglio. Oggi hanno
mangiato qualche cosina. Continuiamo a supplicare
il miracolo. Anche qui tutte le comunità delle diverse
Congregazioni ci sono vicinissime, compreso il Nunzio Apostolico, il Vicario Episcopale di Kikwit e mons.
Mununu è regolarmente nella comunità di Kikwit.
Nella grande sofferenza, il Signore ci manifesta tante
attenzioni di bontà. Restiamo unite e ancora chiediamo
di rassicurare le nostre famiglie, se vi chiamano.
Con affetto.
suor Donata, suor Amelia e tutte
Grazie delle lettere inviateci: sono un vero dono!
ore 07:09 dell’8 maggio 1995
Carissima Madre,
solo poche notizie, quello che abbiamo percepito per
phonie. Suor Daniela ha riposato, va un pochino meglio. Suor Dina, meno bene, ci preoccupa. Continuiamo
a restare unite nella preghiera e nell’offerta dolorosa di
questo passaggio sul Calvario. Ci rimettiamo totalmente tra le Sue mani in attesa dell’alba della Risurrezione.
Da tutte noi dello Zaire un abbraccio.
suor Amelia
ore 10:14 dell’8 maggio 1995
Carissima Madre,
ti sentiamo tanto vicina. Vorremmo darti notizie sempre migliori. Rispondere a tutti gli interrogativi, ma…
suor Antoinette riprende lentamente, suor Palmide sta
benino. Naturalmente è angosciata come noi tutte. Suor
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Rosalia va meglio.
Siamo nell’esperienza più forte dell’identificazione a
Gesù nudo sulla croce. Le sorelle di Kikwit ci edificano
nella testimonianza di fede e di fiducia nell’Amabile Infinito. Non abbiamo notizie circa le famiglie delle sorelle
zairesi. Stiamo trepidando, pregando, le comunicazioni
con l’esterno-ville Kikwit sono impossibili visto l’isolamento della comunità.
Per il momento nessun’altra notizia se non che l’epidemia si sta propagando nei villaggi e che anche a Mosango, il dott. Bonnet lancia appelli a Misereor.
Con affetto.
suor Amelia
ore 10:53 dell’8 maggio 1995
Carissima Madre Generale,
comprendiamo la tua trepidazione, ma siamo totalmente nelle mani di Dio. Nessuna evacuazione può
essere fatta. Ti inviamo il fax ricevuto da suor Ignace
che può farti capire meglio come si sta procedendo e le
misure che si è obbligate a prendere. È molto duro per
voi e per noi accettare questa separazione dalle nostre
sorelle. Qui l’OMS sta veramente dandosi da fare in
collegamento con tanti altri organismi con i quali restiamo continuamente in contatto. È attraverso loro che
la nostra voce arriva in favore delle nostre sorelle e dei
poveri. Stai tranquilla, non ci poniamo problemi di soldi. Le vite umane valgono infinitamente di più. Vi sentiamo vicine e noi qui a Kinshasa sentiamo tanta forza
nelle continue pratiche che facciamo, anche se a volte
gli occhi si riempiono di lacrime.
Sentiamoci unite in lui, con affetto.
suor Donata con suor Amelia
62
ore 17:57 dell’8 maggio 1995
Carissime,
questo foglio è rimasto nelle nostre mani. Gli avvenimenti dolorosi ci hanno travolto. Ve lo mandiamo
ugualmente perché la vita della Congregazione deve
continuare. Abbiamo ricevuto il fax. La situazione è
abbastanza drammatica soprattutto all’interno. Ma è
necessario conservare la calma e non accogliere tutte
quelle notizie che i giornalisti tendono sempre a ingigantire o addirittura a deformare. Qui a Kinshasa non
ci sono focolai e tutte le strade verso l’interno sono
bloccate. Per ragioni morali di prudenza, anche le sorelle di Kingasani sono isolate in casa senza contatti
esterni. Suor Françoise e suor Marie assicurano la presenza nell’opera e poi vengono qui. Le sorelle dell’interno le abbiamo sentite ora. Suor Daniela e suor Dina
non sono troppo bene. Le altre sorelle della comunità
salutano e ringraziano. Ma le comunicazioni sono difficili.
Con affetto vi abbracciamo.
suor Amelia e tutte
ore 8:15 del 9 maggio 1995
Carissima Madre,
i giorni passano e per il momento il Signore continua
a dormire… Siamo comunque certe che Lui veglia come
sulla barca dei discepoli.
Le due sorelle sono sempre gravi ma ancora più grave…. Non ha dato nome perché per phonie molte cose
sono captate da tutti e trasmesse male. Restiamo in preghiera in attesa che il Signore si risvegli e dica: «Sono
qui»…
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Restiamo in comunicazione e vi faremo pervenire ulteriori notizie.
Vi abbraccio a nome di tutte.
suor Amelia
ore 13:51 del 9 maggio 1995
Carissima Madre,
lo stato delle due sorelle è sempre uguale… stazionario. Sul posto stanno dandosi da fare per cercare di
arrivare a frenare l’epidemia. Nelle grandi riunioni di
tutti gli organismi internazionali cerchiamo di essere
presenti per portare la voce delle sorelle e della popolazione e per facilitare lo sblocco di quello che ci avete
inviato.
Speriamo sia così. Suor Anna ci conferma che per il momento i familiari delle sorelle zairesi non sono toccati.
Continuiamo a sperare in un vero miracolo.
Se il Fondatore vuole la festa il 22 maggio… deve per
forza fare qualcosa…
Con affetto vi abbraccio.
suor Amelia e sorelle
ore 14:19 del 10 maggio 1995
Carissima Madre e tutte,
lo stato delle nostre sorelle resta sempre molto, molto grave. Non cessiamo di pregare, di supplicare e di
cercare nella fede l’abbandono in Dio. Alle ore 11:30
è partito un aereo con materiale di protezione e per
esami. Sono arrivati alcuni specialisti dall’estero che
lavoreranno sul posto. Partiranno nuovi campioni da
esaminare questa sera per Anversa e l’America. Spe-
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riamo riescano presto a trovare anticorpi e medicinali
appropriati. La tua lettera e quella di suor Maria sono
partite oggi. Stasera l’avranno. Le sorelle di Tumikia,
Lusanga e Mosango vanno bene. Le sorelle di Kikwit
compatiscono da vicino con il popolo. È un vero dramma! Che il Signore abbia pietà! A suor Anna abbiamo
detto di provare a spedirci direttamente il fax tramite il
prof. Muyembe che le visita ogni giorno.
Un forte abbraccio e un grazie a tutta la Congregazione
che sentiamo vicinissima
Con affetto.
suor Donata e tutte
ore 07:02 dell’11 maggio 1995
Carissima Madre,
abbiamo appena parlato con suor Anna. Suor Daniela è sempre molto molto grave, è agitata. Suor Dinarosa
è anch’essa molto grave, ma è più tranquilla. Si attende
con fiducia e speranza l’arrivo del plasma con anticorpi. Preghiamo con insistenza. Il Signore, il Fondatore ci
facciano questo dono.
Le altre sorelle, di tutte le comunità, stanno per il momento bene. Sembra che il virus stia perdendo la sua
forza. Preghiamo, preghiamo.
Suor Amelia è all’aeroporto per ritirare i pacchi inviati.
Ieri a Kikwit hanno ricevuto quello di suor Ignace. La
Provvidenza c’è.
In unione di preghiera. Un forte abbraccio, ciao a tutte.
suor Donata
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ore 13:40 dell’11 maggio 1995
siamo sempre in attesa della buona novella, non ci
lasciamo abbattere… Noi crediamo al di là di tutto. Siamo totalmente nelle Sue mani! Questa mattina alle ore
6, con Sabena sono arrivati gli otto pacchi. C’era con
noi il responsabile dell’Ambasciata italiana. … Ogni
giorno scriviamo alle comunità dell’interno, inviamo
vostre notizie; così come possiamo e riusciamo cerchiamo di sostenerle. Soprattutto cerchiamo di essere presenti alla comunità di Kikwit
ore 14:05 dell’11 maggio 1995
Carissima Madre,
mentre scriviamo riceviamo la triste notizia che suor
Daniela non è più di questo mondo. «I giusti sono nelle
mani di Dio… Essi sono nella pace». Continuiamo a
sperare nel Signore… e a implorare per suor Dina.
Coraggio Madre… Siamo con te e ti sentiamo con noi.
Il cuore si spezza ma guardiamo a Lui crocifisso.
Suor Amelia
Una sorella direttamente coinvolta negli eventi
di quei giorni dice di lei: «Non dimenticherò mai
la profondità del suo sguardo e la tempo stesso il
suo sorriso. Sentivo in quegli occhi penetranti e in
quel sorriso la verità della sua persona, la verità del
Signore».
4.
Suor Dinarosa
Teresina Belleri era nata in Val Trompia, per la
precisione nella località Cailina di Villa Carcina,
l’11 novembre del 1936. Famiglia povera, come la
stragrande parte delle famiglie di allora che vivevano nelle valli o nelle campagne. Così anche Teresina, come molte altre suore, da ragazza dovette
lasciare presto gli studi e trovarsi un lavoro. Aveva
imparato l’arte del taglio e cucito, ma poi dovette
andare a lavorare a Lumezzane; la guerra era finita
da poco, e a Lumezzane esistevano numerose officine che lavoravano il metallo. Il padre si chiamava
Battista, la mamma Maria. Aveva una sorella più
grande, Domenica, e un fratello più piccolo, Pierino. E Pierino ricorda il suo carattere fin da bambina, carattere confermato nel resto della sua vita:
«Con lei non c’era gusto a litigare. Rendeva tutto
semplice con una scrollata di spalle. Era sempre
sorridente».
Aveva un carattere aperto al mondo. Ancora da
bambina, racconta la sua cugina suor Tersilla Corti, si immaginava infermiera, le piaceva giocare a
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curare, bendare, aiutare i suoi coetanei. Un ricordo particolare è quello dei bombardamenti, durante
la guerra, quando Tersilla e Teresina correvano in
campagna e si buttavano sul prato: Teresina pregava, diceva Avemarie, ma restava impaurita e incantata davanti ai bagliori, ai fragori, alle luci dei
bombardamenti.
Ecco ancora la testimonianza di suor Tersilla
Corti, scritta in occasione della messa di suffragio
del 15 maggio 1995 nella chiesa di Cailina: «Giocherellona e allegra, Teresina preferiva il movimento, la competitività, i giochi di gruppo, soprattutto
quando si recava in oratorio dalle suore delle Poverelle. Amava fingersi infermiera quando si trovava
da sola o con l’amica della casa vicina. Allora le
forbici ritagliavano strisce di carta per farne bende
che per lo più venivano applicate agli occhi o alla
testa. Ai finti malati portava acqua, li consolava,
li faceva guarire: era come un preludio di quanto
avrebbe svolto…».
Il racconto dell’amica Elena Corti si riferisce
invece al periodo in cui Teresina lavorava a Lumezzane: «Era il 1949, tutte le mattine partivamo
in bicicletta, facevamo undici chilometri per raggiungere il lavoro e quando ci capitava l’occasione
di qualche camion carico di sabbia ci attaccavamo
dietro e ci facevamo trainare per alcuni chilometri perché la strada era tutta in salita. Un mattino,
come al solito, arrivò un camion carico, ma sfortunatamente nell’attaccarci ci siamo scontrate con
le bici e siamo andate a sbattere contro il muro del
cimitero di Sarezzo… Ci portarono nell’infermeria,
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Teresa mi disse: “Non possiamo andare a lavorare
conciate così, però non possiamo nemmeno andare a casa perché altrimenti ci lapidano”. Un po’ si
piangeva, un po’ si rideva. Entrammo nel cimitero a nasconderci, Teresa continuava a pregare, era
preoccupata. Quel giorno per pranzo abbiamo mangiato le more; la sera al rientro abbiamo buttato via
tutte le bende prima di entrare in casa. Nessuno ci
ha detto niente…».
Teresina entrò in convento a Bergamo nel 1957,
aveva ventuno anni. Scelse l’Istituto delle Suore delle Poverelle che conosceva fin da bambina.
Conseguì il diploma di infermiera professionale.
Venne destinata a Cagliari, al sanatorio per i malati
di tubercolosi. Nel 1966 si imbarcò per lo Zaire,
destinazione Mosango, a quattrocento chilometri
dalla capitale Kinshasa, anche lì in un sanatorio.
Nel 1983 andò all’ospedale di Kikwit, ancora fra i
tubercolotici e fra i malati di Aids.
Suor Costanzina, per tanti anni missionaria in
Africa, racconta: «Nel 1995, in quei mesi, ero a
Tumikia, la nostra superiora era suor Danielangela.
Conoscevo bene anche Dinarosa e Clarangela perché eravamo state insieme a Mosango. Vivevamo
la missione con molta semplicità e un senso di gioia. Posso dire che eravamo spensierate? Io suonavo l’armonica a bocca e a volte alla sera sotto quel
cielo stellato andavo a suonare l’armonica sotto le
finestre delle suore che dormivano e loro si arrabbiavano… Che risate. Abbiamo riso tanto. La Dinarosa poi, con quella scatola che era il suo tesoro
dove c’erano tre o quattro protesi dentali, vecchie
70
spille buffissime di quelle con le fotografie dentro
e poi lei si vestiva in modo stravagante e facevamo
le scenette impersonando il vecchio e la vecchia…
facevamo il teatro nei momenti di tranquillità, per
noi stesse e per le sorelle di comunità. E poi c’era
Clarangela che cantava, le piaceva un sacco cantare, ma era davvero fortemente stonata! Quando
c’era un’occasione di svago, di ricreazione, lei era
sempre la prima. Che si trattasse di indossare una
parrucca, di ballare, di recitare, era sempre in prima
fila con suor Clarangela che le dava manforte… dimenticava allora tutte le preoccupazioni “di fuori”
ed era fonte di contagiosa allegria fraterna».
Le compagne di postulato e di noviziato ricordano suor Dinarosa come persona molto semplice,
che assumeva di buon grado quanto veniva insegnato e suggerito. In lei prevaleva il buon senso, la
praticità delle cose da farsi; tuttavia quando fu scelta per il corso di infermiera professionale a Roma
diede prove inconfutabili di intelligente e proficuo
studio. In missione a Kikwit, suor Dinarosa lavorava nel reparto dei tubercolotici, che sono i malati
più poveri e seguiva anche molti malati di Aids.
Suor Antoinette Boto ha di lei questo ricordo: «Ho
avuto la grazia di fare la veglia di notte con suor Dinarosa proprio due settimane prima che esplodesse
l’epidemia di Ebola. Io ero malata. Lei è rimasta tutta la notte al mio fianco: avevo paura! Ho scoperto
in lei una grande sorella che, dimenticando se stessa, si donava senza misura. Era gioiosa, sensibile ai
bisogni degli altri; soprattutto dei malati e sapeva
soffrire in silenzio».
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Il segreto della vita spirituale di suor Dinarosa è
raccolto in poche note, scritte in occasione di Esercizi spirituali, e in alcune lettere ai familiari. Poche
righe, solo una traccia che lascia intuire il pozzo da
cui attingeva l’acqua della gioia di essere consacrata a Dio. Nei suoi appunti di esercizi si trova scritto:
«Ritirati, resta davanti a tuo padre, a Dio che si
rivela».
«Dobbiamo metterci davanti a Lui e parlargli
con umiltà e semplicità. Possiamo dire tante cose,
ma non potremo mai farlo gustare se prima non lo
conosciamo bene noi, se prima non sono ben riempita io dell’amore di Dio, acquistato da lui parlandogli e lasciandolo parlare».
«La vera umiltà è riconoscere che non ho nulla
di mio, ma ciò che possiedo è tutto dono gratuito;
invece molte volte faccio, disfo, non so accettare
una piccola contrarietà, rispondo anche».
Vivere con questo spirito richiede allenamento
costante nel riconoscere la gratuità che circonda la
vita, la disponibilità ad imparare sempre ciò che è
buono negli altri e la fortezza per lottare contro la
tentazione dell’egoismo che spinge ad apprezzare
sempre più di se stessi e far ricadere sugli altri le
colpe per le cose che non vanno bene.
Nelle sue poche lettere, suor Dinarosa ha manifestato certamente almeno una parte della sua personalità.
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Suor Dinarosa scrisse ai familiari nel 1984: «Mi
trovo a Kikwit, che è distante 130 chilometri da
Mosango, un villaggio sperduto nella regione del
Bandundu, nello Zaire. Lavoro in un grande ospedale civile che comprende undici padiglioni. Vi
sono con me altre consorelle europee e zairesi, otto
medici e sufficiente personale del luogo. In tutto ci
sono 450 posti letto, ma i malati ospedalizzati si
aggirano ogni giorno sui 1200-1400. A Kikwit ci
sono ammalati affetti da tutte le malattie: dai lebbrosi ai denutriti, dagli affetti da malaria e da verminosi ai sofferenti di Aids e di tante altre malattie.
E vi è grande miseria e ovunque si lotta per vivere. La lotta per l’acqua, in quanto le sorgenti sono
lontane e non esistono condutture. Lotta contro
le malattie, senza medicinali sufficienti e adatti…
lotta contro le credenze degli Ndoki (spiriti malefici che uccidono le persone), lotta per nutrirsi in
quanto si trova poco di tutto e quel che si trova si
paga molto caro. I più fortunati comprano del pesce secco (baccalà) oppure una scatola di sardine
che fanno bastare per tutta una giornata in quattro, cinque, sei persone. I meno fortunati si recano
nella savana a caccia di topi, di grilli, di formiche,
oppure cuociono dei bruchi simili alla processionaria (noi a Brescia li chiamiamo “gatole”) ricchi
di proteine. Chi non può avere qualcosa di simile si
nutre di saka saka che è solo verdura con un po’ di
luku che è la loro polenta. Quando li vedo nutrirsi
a quel modo mi prende una grande compassione e
confronto le nostre cosiddette crisi economiche con
magazzini pieni di ogni ben di Dio… Che giustizia
73
sociale terribile e incomprensibile!… Le suore addette all’ospedale non possono recarsi nei villaggi
per l’apostolato, ma questo lo si fa di giorno e di
notte, curando e cercando di instaurare con i malati un dialogo di speranza, insegnando loro come
pregare…».
Alla nipote Dina, 23 agosto 1992: «Non puoi immaginare la gioia che ho provato la sera che vi ho
telefonato sentendovi parlare. Non so come potervi
ringraziare per tutto quello che prima avete fatto per la povera nonna e per me. Ed ora per tutto
quello che fate per vostra mamma e papà. Dimenticavo di dirvi che la sera che vi ho telefonato è stata
talmente grande la mia gioia di sentirvi che la notte
mi sono sognata di voi, che Dina mi aveva scritto e
leggendo la lettera mi annunciavi che eri incinta…
Quanta gioia che ho provato, primo perché la vostra famiglia è più al completo essendoci un bambino, e poi perché al prossimo congedo avrei avuto
un altro pronipote che mi veniva incontro… È vero,
è un semplice sogno».
Dalla lettera alla nipote Dina e al marito, 4 marzo
1995: «Per quanto riguarda me, vi posso assicurare che sto bene, per fortuna, perché il lavoro aumenta sempre. Non so se avete visto per TV o avete
sentito ciò che sta accadendo qui. È veramente una
strage, cose mai viste neanche in tempo di guerra.
Gente uccisa, distrutti i magazzini, gente non pagata da quattro mesi, prezzi altissimi e perciò la
povera gente non può comperare niente; mangia-
74
no verdure e legumi e a lungo andare muoiono per
mancanza di viveri».
Riguardo al maggio 1995, interessante è la testimonianza di Angelina Rondi, sorella di suor Floralba: «Io e mia sorella Rosanna, alla fine di aprile,
siamo andate a Kikwit per il funerale di nostra sorella, suor Floralba. In quei giorni ci si cominciava
ad allarmare, ma non si sapeva ancora che si trattava di Ebola. Io ero seduta in casa vicino a suor Dinarosa, che non aveva ancora la febbre mentre suor
Clarangela già cominciava a star male e quel giorno le avevano fatto un prelievo. Ricordo che suor
Dina disse a suor Clara: “Ti è andata bene, perché
sembra che sia solo una forte malaria e hai anche
gli anticorpi del tifo: forse lo hai fatto tempo fa…”.
Allora io dissi a suor Dinarosa: “Stia attenta, non si
ammali anche lei che deve ritornare in Italia presto.
La aspettiamo a casa nostra a mangiare le costine”.
Lei rise. Mi rispose che era lì per servire i poveri e
che il Padre Eterno l’avrebbe aiutata. Io le chiesi
se non aveva paura. Lei disse: “La mia missione è
quella di servire i poveri! Cosa ha fatto il mio Fondatore? Io sono qui per seguire le sue orme…”. E
dicendo così un po’ rideva. Suor Dina era sempre
contenta».
Dalla lettera di suor Anna Maria Arcaro alla sorella di suor Dinarosa, Domenica. Maggio 1995:
«Io sono arrivata a Kikwit da Mosango il 5 maggio, accompagnando suor Daniela, già ammalata
di quel terribile virus. Ho trovata suor Dinarosa
75
che non stava bene, ma i medici che l’avevano visitata avevano diagnosticato una malaria, e stava
prendendo gli antimalarici. Normalmente dopo
due o tre giorni la febbre avrebbe dovuto cadere e
lei riprendere le forze. Invece, suor Dina continuava ad avere febbre con vomito e anche diarrea ed
era stanchissima. Suor Dina, una settimana prima,
aveva curato e assistito all’ospedale due infermieri, uno, un anestesista a lei molto caro, e altre persone ammalate di questo virus. La nostra paura e
angoscia ha preceduto i segni che confermavano
la terribile malattia. Anche suor Dina, dopo suor
Floralba, suor Clara e suor Daniela, era stata
contagiata da questo micidiale virus. Si può immaginare quanto smarrimento… Suor Dina era
cosciente della sua malattia anche se a noi continuava a dire: “Non preoccupatevi che è solo malaria, io, qualche anno fa, ne ho avuta un’altra così
forte”. Era coraggiosa, si sforzava di mangiare, di
alzarsi, di fare piccole passeggiate, ma la debolezza era estrema. Abbiamo cominciato allora a farle
tre o quattro flebo al giorno con tutte le medicine per aiutarla a superare questa malattia. Aveva
lunghi momenti in cui si sentiva meglio e allora
cercava di mangiare, parlava con noi; soprattutto
con suor Annelvira, la nostra Provinciale, faceva
lunghe chiacchierate. Suor Annelvira la chiamava
scherzosamente gemella perché avevano la stessa
età… Diceva che non soffriva; soltanto il vomito,
la diarrea e la febbre la indebolivano sempre di
più. Aveva avuto anche un po’ di ematemesi. Mi
diceva spesso: “Sono stanca, come avessi lavorato
76
una settimana senza mai dormire…”. La vegliavamo notte e giorno dandoci il turno. Suor Dina si
assopiva parecchio a causa della debolezza, però
il suo stato era stazionario e per lei speravamo
davvero perché erano già trascorse quasi due settimane dai primi sintomi e credevamo che la fase
acuta fosse passata e avesse, lei stessa, fabbricato degli anticorpi… La sera del 13 l’ho vegliata
io fino alle dieci, era un po’ inquieta, aveva caldo
ed era contenta quando le facevo un po’ di aria
con un ventaglio. Alle 22 suor Vitarosa è venuta
a darmi il cambio. Verso le tre del mattino del 14
maggio suor Rosa si è accorta che non rispondeva
più quando la chiamava e il respiro si era fatto più
frequente. Era entrata in coma. Da quel momento
l’abbiamo vegliata noi due. Suor Dina non si è più
svegliata dal coma e alle ore 9 ha dato l’ultimo
respiro; è passata dolcemente dal sonno al grande
sonno del Signore. Ancora con suor Vitarosa l’abbiamo composta, vestita con il suo abito bianco,
con il velo e il suo crocifisso. Ho messo intorno al
suo letto degli ibiscus rossi e rosa. Era bella, in
una grande pace, pronta per l’incontro con il suo
Signore che aveva tanto amato e servito e dato la
sua vita per amore dei fratelli».
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Seguiamo ora, attraverso i fax, la vicenda delle
suore delle Poverelle fra la morte di suor Danielangela e la fine di suor Dinarosa.
ore 7:06 del 12 maggio 1995
Carissima Madre,
abbiamo appena comunicato con suor Anna. È
ammirevole! Assieme a tutte le sorelle. Suor Dina ha
passato la notte abbastanza tranquilla, ma il declino
è progressivo. L’assistono suor Anna e suor Vitarosa.
Suor Anne Marie le aiuta, ma suor Anna ha preferito che sia ora meno a contatto. Suor Dina ha chiesto
di suor Daniela. Le si è detto che l’hanno trasportata
alla clinica. Le altre vanno bene. Oggi pomeriggio celebrano alle ore 15 una messa alla cattedrale. Mons.
Mununu a fatica ha accordato che le sorelle delle altre
comunità possano essere là. Suor Anna e Monsignore, ci hanno supplicato di non muoverci. L’ospedale
di Mosango funziona, oggi passeranno i Medici senza Frontiere per rendersi conto. La scuola di Tumikia
l’hanno momentaneamente chiusa, ma si attendono direttive per le scuole. Le ragazze di Kikwit sono rimaste
a Tumikia. I bambini sono per forza là. Suor Anna dice
di averti scritto e che spera che tu possa riceverlo.
Continuiamo a implorare con fede e speranza affinché
il Signore, il Fondatore pongano fine a questo flagello.
Restiamo unite! Suor Amelia è all’aeroporto per ritirare il materiale che partirà oggi e domani per Kikwit
e Mosango.
Vi pensiamo tanto e vi sentiamo con noi con affetto.
suor Donata e tutte
78
ore 12
Carissima,
abbiamo appena spedito via aerea per Kikwit i pacchi appena arrivati e ritirati senza difficoltà grazie alla
Ambasciata Italiana. Circa la richiesta urgente, capiamo il vostro desiderio di sollevarci, ma l’abbé Buetubuela è a Roma, padre Cividin non l’abbiamo sentito,
ma è chiaro che ci vuole qualcuno che ha il Telecel per
poter contattare man mano i vari organismi. Cercheremo di informarci, ma ci sembra molto difficile. La lista richiesta con la dichiarazione non è ancora pronta.
Quando i grandi organismi si muovono c’è un certo rilento per la coordinazione del lavoro e per le pratiche.
Appena avremo una risposta vi scriveremo. Grazie di
tutto! Ci sentiamo sostenute, incoraggiate. Le sorelle di
Kikwit sono meravigliose!
Un abbraccio da tutte.
suor Donata
ore 14 del 12 maggio 1995
Carissima Madre,
abbiamo parlato alle ore 13:30 con le sorelle di
Kikwit. Suor Dina è stazionaria. Continuiamo a supplicare. A Kikwit continuano ad arrivare dei malati
all’ospedale. Finora su 49 casi 27 sono morti (di cui 17
personale medico). Nella cité vi sono parecchi morti.
Si stanno facendo inchieste. Oggi pomeriggio i Medici senza Frontiere sono a Mosango per rendersi conto
della situazione. Alle ore 15 siamo in comunione con i
fedeli di Kikwit che pregheranno in cattedrale. Alcune
sorelle di Tumikia, di Mosango e Lusanga hanno ottenuto di poter essere presenti.
79
Che il Signore ci accordi forza e fede. Un abbraccio da
tutte.
suor Donata
ore 7 del 13 maggio 1995
Carissima Madre,
abbiamo sentito con estrema chiarezza suor Anna.
Una voce ferma, una fede salda e un coraggio stupendo, da darne anche a noi. Saluta tutte e dice di restare
coraggiose e ricche di speranza. Loro non hanno nessun sintomo. La carissima suor Dina è sempre molto
grave. Ieri sera ha ricevuto il Sacramento dei malati, si
è confessata ed era cosciente.
Nella cattedrale alle ore 15 è stata celebrata la messa
di suffragio per suor Daniela… Tre sorelle di Tumikia
hanno ottenuto il permesso di partecipare e una di Mosango. Nel frattempo le sorelle di Kikwit sono rimaste
in preghiera e in adorazione. Al termine della celebrazione, le suore delle tre comunità si sono scambiate le
notizie parlandosi dal portone chiuso.
È un momento duro ma Fiat, così ce lo chiede di vivere
il Signore.
Ieri suor Anna è riuscita a scriverti… Ha consegnato
a Monsignore perché facesse un fax ma non è passato.
È probabile che oggi lo faccia arrivare a noi. Intanto
mi chiede di ringraziarti vivamente per la tua presenza,
la tua vicinanza, la tua preghiera e quella di tutta la
Congregazione. Ringrazia anche quelle sorelle che si
sono rese disponibili per venire ad aiutarci. È toccato
per questa generosa offerta, a rischio della vita. Ma è
bene non muoversi.
Suor Anna ci ha comunicato la morte della sorella suor
Eugenie, delle suore di S. Giuseppe di Torino. Abbia-
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mo prevenuto la loro Provinciale. Per il momento suor
Anna ha detto di non dire nulla alla Congregazione. Ci
penserà la loro Provinciale.
Intanto restiamo unite nella preghiera. Le sorelle di Tumikia, Mosango, Lusanga, per il momento stanno bene.
Ciao un abbraccio da tutte noi.
suor Amelia e suor Donata
ore 7:50 del 14 maggio 1995
Carissima Madre,
abbiamo appena sentito suor Vitarosa. Il Signore
vuole proprio strapparci suor Dinarosa. Stanotte è entrata in coma! Continuiamo a gridare al Signore la nostra fede e la nostra speranza. Il suo volere misterioso
ci mette in ginocchio. «Sì, se tu hai bisogno di questo
prezzo… Sei Padre e vogliamo credere che sai meglio
di noi ciò di cui abbiamo bisogno…».
Le altre sorelle stanno bene, molto affaticate ma sempre
forti nella fede. Sono già preparate a vivere il periodo
prolungato di isolamento che deve seguire dopo essere
state a contatto con le malate. Quale fede! Quale disponibilità! Che il Signore le sostenga e conforti.
Restiamo unite in Lui.
Un abbraccio da tutte a tutte anche a nome loro.
suor Donata
ore 09:31 del 14 maggio 1995
Carissima Madre,
la quarta martire della carità ha raggiunto le altre
alle 9:17. Ce lo ha annunciato con la voce rotta dal
pianto suor Chantal. Suor Vitarosa era con lei. Suor
81
Anna stava riposando. Madre, il Signore ha veramente marcato la nostra storia con pagine di fede, di speranza, di abbandono. Accordi ora alle sorelle stremate
di fatica tanto conforto e pace, la certezza che Lui è
Padre pieno di tenerezza. Permetta loro di riprendersi fisicamente. Continuate a sostenerci in quest’ora di
dura prova. Vi daremo ulteriori notizie appena potremo
comunicare con loro di nuovo.
Con affetto.
suor Donata e tutte
ore 10 del 14 maggio 1995
Carissima Madre,
è sempre suor Chantal che comunica. Suor Dinarosa
sarà sepolta subito! La messa sarà celebrata alle ore
17, ma suor Anna ha chiesto che ogni comunità celebri sul posto perché nella cittadina ci sono casi che si
moltiplicano. Non è prudente entrare in Kikwit. Quale
sacrificio è chiesto a tutte! Il cuore si spezza di dolore!… Il Signore vuole identificarci sempre più alla sua
esperienza di solitudine, di abbandono in Dio. Ci sostenga tutte!
Siamo in comunione tutte.
suor Donata
«Avvolta tra i poveri», come raccomandava il
suo Fondatore, suor Dinarosa ne ha condiviso la
sofferenza fino in fondo, con la forza e la fede dei
semplici, con il coraggio e la perseveranza degli
umili.
5.
Suor Annelvira
Al tempo del virus di Ebola, suor Annelvira Ossoli era la Madre Provinciale d’Africa delle suore
delle Poverelle, aveva quindi la responsabilità delle missioni in Congo, Malawi, Costa d’Avorio. La
sede provinciale era Kinshasa, ma nel momento in
cui scoppiò la malattia, suor Annelvira – più volte
chiamata familiarmente chiamata Anna – si trasferì
a Kikwit per stare accanto alle sue sorelle. Seguì la
malattia di suor Floralba, suor Clarangela, suor Danielangela e suor Dinarosa. Poi la malattia la prese,
la costrinse all’isolamento nella casetta dell’ospedale con suor Vitarosa, fino all’epilogo, alla morte
avvenuta il 23 maggio di quel 1995.
Suor Annelvira si chiamava Celeste Ossoli, era
nata a Orzivecchi, in provincia di Brescia, il 26
agosto 1936. Il papà era un venditore ambulante, si
chiamava Ludovico, la mamma era Elvira Zerbini
e gestiva un piccolo negozio in paese. La famiglia
era completata dai quattro figli. Avrebbe dovuto
fare la magliaia: aveva dimostrato una particolare
capacità in questo mestiere, e il padre aveva deci-
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so di comprarle una macchina all’avanguardia per
questo tipo di lavoro: la famiglia non era ricca, ma
nemmeno di quelle più povere.
Celeste, come tutte le bambine del suo paese, andava regolarmente dalle suore, amava giocare, la sua
passione erano i birilli e la tombola. Veniva descritta come bambina vivace, esuberante. Dopo la quinta
elementare, andò a imparare ricamo e cucito dalle
suore. A 14 anni cominciò a fare la magliaia, dimostrando abilità non comune. Dopo tre anni, la decisione del padre: vedeva per la figlia un futuro di imprenditrice. Celeste aveva diciassette anni, ma, tranne la
madre Elvira, nessuno né tra i parenti né tra le amiche
più care conosceva il suo vero desiderio, quello cioè
di consacrarsi per tutta la vita a Dio e al servizio dei
più diseredati. «Era così allegra – ricordò la madre in
un’intervista rilasciata a 84 anni di età – che emanava
un fascino speciale. Amava molto leggere e amava
molto i bambini. Molti giovanotti, quando lei era di
turno a vendere il nostro gelato, se ne stavano a guardarla, era proprio bella, e la ascoltavano volentieri e
non sarebbero mai voluti andar via».
La scelta di andare suora fu come un fulmine a
ciel sereno, soprattutto per il padre. Ricorda mamma Elvira: «Erano tutti e due soli nell’orto chinati
per liberarlo dalle erbacce quando mio marito le
disse che era proprio brava e che le avrebbe comprato una macchina da magliaia. Ma Celeste disse
che non doveva farlo perché lei sarebbe andata suora. Mio marito per tutta risposta le diede un pesante
ceffone, così pesante che la sbatté in terra e le fece
perdere un dente!».
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La madre approvava la decisione della figlia, il
padre dovette accettare la situazione. Celeste entrò
in convento il 5 ottobre 1953, divenne suora nel
1956, conseguì il diploma di infermiera e caposala, prestò servizio a Milano nella casa di riposo di
via Aldini. Ma per pochi anni: nel 1961 partì per
l’Africa, destinata all’ospedale di Kikwit: arrivò
nella cittadina del Congo il primo novembre. Nel
1967 tornò per un paio di anni in Italia, a Roma,
dove ottenne il diploma di ostetrica; nel 1969 era
di nuovo in Africa. Non aveva una salute di ferro, soffrì di seri problemi polmonari e poi anche
di una patologia alle ginocchia, che sembrava doverla costringere per sempre su una carrozzella. Il
primo gennaio del 1980 scriveva nel suo diario:
«Vedendomi più o meno handicappata sento in me
due forze: da una parte la mia natura soffre per
l’impossibilità di camminare, per l’essere di peso…
dall’altra mi nasce nell’intimo tanta pace, desiderio di abbandonarmi nella volontà inspiegabile, ma
sempre paterna e divina del Signore che specie da
qualche mese mi fa sentire la grande importanza
di essere sempre più come vuole Lui. Allora, fino a
che punto importa il poter camminare o no?».
Annelvira però venne operata con successo e
contro le previsioni riuscì a rimettersi in piedi e a
riprendere il suo servizio. Come le altre suore, era
instancabile. Bisogna considerare che nell’ospedale di Kikwit si registravano sette-ottocento nascite
al mese: per una suora ostetrica il lavoro non mancava. Nel novembre 1992 suor Annelvira venne votata dalle consorelle ed eletta Madre Provinciale.
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Un lavoro impegnativo, un ruolo che divenne tragico in quell’aprile, quando l’epidemia scoppiò quasi
senza avvisaglie. Il 20 aprile del 1995, a pochi giorni dalla vicenda che avrebbe portato il dolore fra le
Poverelle e le avrebbe tolto la vita, suor Annelvira
scriveva: «Carissima suor Mariagnese, … ci vedremo a luglio certamente, ne ho anche voglia! Vedi?
Nella nostra vita, come anche tu mi dicevi se non
mi tradisce la memoria, ciò che conta non è il fare
tale cosa o impegno, è Lui che deve essere sempre
posto al centro della nostra vita e del nostro apostolato! Allora faremo tutto con tanto amore, trovando e scoprendo e facendo conoscere Chi e per
Chi siamo a servizio…».
Una testimonianza molto interessante di quei
giorni e della personalità di suor Annelvira è quella
offerta da suor Amelia che all’epoca di Ebola era la
segretaria di suor Annelvira: «Io conoscevo bene
suor Annelvira e suor Vitarosa, ho vissuto con loro
a Kinshasa per anni. Erano straordinarie. Annelvira
era una donna dalla volontà ferma, dalla fede veramente grande. Sapeva vivere anche le situazioni
più difficili con la serenità che le veniva da una fede
davvero salda. Quante volte mi sono chiesta se io
potrò mai essere così, se potrò mai essere all’altezza di quell’esempio. Mi ricordo un episodio. Una
volta i giornali di Kinshasa scrissero a grandi titoli
che “A Kingasani si lavora per propagare l’Aids”.
Era una terribile menzogna. La verità era che avevamo un infermiere che era malato di Aids; non lo
avevamo licenziato, ma lo tenevamo in ospedale,
con compiti limitati e con le dovute protezioni. Non
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certo per propagare l’Aids! Allora noi suore pensavamo che era il caso di intervenire con una bella
smentita. Ma suor Annaelvira ci disse che la verità la
faceva il Signore e che ci saremmo alzate un quarto
d’ora prima la mattina per pregare di più. Così anziché alle 4:45 ci alzavamo alle 4:30 e pregavamo.
Ricordo un altro episodio, una persona amica che
improvvisamente divenne distante e chiusa, come
nemica; ricordo la sofferenza di Annelvira che rispose a questa cosa dicendo una preghiera in più
ogni giorno; anche mentre giravamo in auto per la
città pregavamo per questa persona. Annelvira era
la nostra Madre Provinciale per il Congo e l’Africa.
Quando seppe attraverso la phonie che suor Floralba stava male e che era stata portata a Mosango decise di partire. Ricordo quel mattino: l’auto ancora
non era pronta… dovevano revisionarla perché le
strade qui non sono come le autostrade in Italia… e
lei era lì impaziente, attorno all’auto perché voleva
partire. Poi anche suor Vitarosa ha deciso di partire perché voleva stare accanto a suor Annelvira e
perché aveva saputo della situazione disastrosa che
c’era a Kikwit.
Sono passati quindici anni, oggi sento una sensazione di gratitudine per avere potuto vivere con persone così straordinarie. Persone molto semplici, ma
che hanno trasmesso un senso di vita piena, continua,
vera. Ancora oggi provo quella sensazione della vita
vera vissuta nella profonda fede in Dio. Ecco, la loro
vita ha saputo esprimere il senso di Chi e che cosa è
Dio. Certo il contatto con queste persone, il ricordo,
mi fa sentire la mia inadeguatezza, mi pone anche
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un po’ in crisi. Loro vivevano in maniera piena il carisma del Palazzolo; quello stare con gli ultimi ogni
giorno era per loro lo stare con Dio».
Il 20 aprile 1995, ancora ignara di quanto stava
per accadere, suor Annelvira scrive alle suore: «È
Gesù che deve essere al centro della nostra vita e
del nostro agire. Allora faremo tutto per amore, trovando e scoprendo e facendo conoscere CHI e PER
CHI siamo a servizio». E il 13 maggio seguente,
proprio nel bel mezzo della bufera scrive: «Il tempo
per vivere può essere corto, e allora intensifichiamo il nostro vivere… Nelle condizioni in cui ora ci
troviamo il valore del vivere assume tutta un’altra
dimensione. Ci rimettiamo a Dio».
Che le sue non fossero solo parole ma vita vissuta lo dimostra la testimonianza di suor Annamaria
Arcaro, “la sopravvissuta”: «Suor Annelvira è stata
di una forza e di un coraggio incredibili; quando ha
capito che il virus l’aveva contagiata, è stata di una
forza eccezionale, anche se si notava sul suo volto
il duro combattimento che stava vivendo».
Suor Annelvira confidò a suor Anna Maria Arcaro di non sentirsi bene. Era il 13 maggio, un sabato. La situazione precipitò in pochi giorni. Il 17
Annelvira si rese conto che la febbre non scendeva
nonostante gli antibiotici e il giorno dopo presentava le prime chiazze rosse sulle braccia. Il medico
dell’OMS, Philippe Callain, le disse che doveva venire messa in isolamento stretto. Suor Anna Maria
Arcaro raccontò: «Quando si è trattato di trasferire
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anche suor Annelvira nella casetta dell’isolamento
dove erano morte le altre, i medici e il vescovo hanno obbligato noi sorelle a non assisterle più. Così
venerdì 19 maggio due medici e due persone della
Croce Rossa sono venute a prenderla per trasportarla nella casetta. Non potrò più dimenticare quel
passaggio di suor Anna davanti a noi, che eravamo
tutte in singhiozzi».
L’isolamento, il non poter avere un contatto con
le sorelle malate pesò in maniera schiacciante sulle
suore delle Poverelle e ancora oggi, dopo quindici
anni, le testimoni di quei giorni sottolineano la sofferenza del non aver potuto assistere personalmente
le ultime due suore malate, parlare con loro, accudirle. Alla fine, come prima aveva fatto anche Danielangela, Annelvira rifiutò le trasfusioni di plasma
dicendo di conservarlo per i bambini che ne avevano
bisogno. Morì il 23 maggio 1995. Suor Clementilla, suor Alcide e suor Chiarangela ricordano: «Dopo
che morì anche suor Danielangela, suor Annelvira si
inginocchiò davanti alla Madonna, disse: “Siamo qui
come te davanti alla croce. Aiutaci, dacci tanta fede
per vedere la volontà di Dio in quello che succede”.
Disse proprio così».
Quel 23 maggio arrivò a Kikwit un fax particolare, da Chiari, provincia di Brescia: «Cara zia, ti
siamo molto vicini con il cuore e con la mente…
non mollare, tu sei molto forte, puoi farcela… Ciao
ti vogliamo tutti bene. Mauro, Silvia, Lidia. Veronica, Emauele, Gianni e tua sorella Mary». Celeste
non poté mai leggerlo.
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Ma chi era questa “donna forte”, amante della vita? Le sorelle che l’hanno conosciuta testimoniano di lei: «Suor Anna ha proprio esagerato
nell’Amore!»? Cerchiamo di capirlo anche attraverso alcuni suoi scritti.
Tumikia, 10 febbraio 1990
Caro Massimo… e collaboratori e benefattori…,
godete immensamente con noi perché grazie anche
al vostro aiuto molti poveri ritrovano la gioia di vivere,
la forza di riprendere la loro vita al villaggio con tanti
disagi e difficoltà… proprio oggi è uscita una famiglia
intera, papà e mamma tubercolotici e quattro figli… il
più piccolo entrato di quattro chili (a due anni di età)
e uscito dopo sei mesi con nove chili… e così tutti con
dei bei chili in più, ringiovaniti, belli, contenti… il cibo
è veramente alla base della guarigione! Grazie quindi
della carne, pasta, latte, di tutto!
Kinshasa, 22 maggio 1990
Caro Massimo,
sono a Kinshasa per delle riunioni e mi affretto ad
annunciare l’arrivo dei pacchi del latte: 144 sacchetti
da un chilo! Una vera manna per i nostri malnutriti!
Soprattutto per i più gravi che non sopportano ancora
soia né altro, ma che domandano circa due litri di latte
in sei o otto pasti lungo la giornata…
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Kingasani, 3 agosto 1992
Carissimo Massimo,
da due anni mi trovo alla periferia di Kinshasa ed è
stata per me una sorpresa e una immensa gioia il ricevere la sua lettera… come ringraziarla di tanta manna?
È stata una vera provvidenza! Latte buonissimo, pasta
che mangiano così volentieri, riso, sale, zucchero, medicine, insomma, non trovo parole per dire a lei e a TUTTI
i benefattori il mio GRAZIE… Qui, dopo i famosi giorni della distruzione di settembre, è una desolazione!!!
Pensi che anche prima c’era miseria… dunque ora…!
Abbiamo 250 malnutriti, 40 dei quali più gravi restano
ospitalizzati in una stanza di otto letti…, abbiamo più di
200 tubercolosi, un bel numero affetti di Aids e 118 diabetici senza contare circa 4000 malati (ambulatoriali);
abbiamo 46 posti letto ma non riusciamo ad avere meno
di due malati per letto (adulti intendo perché i bambini
sono anche quattro!). Con la situazione di oggi anche
se non c’è posto ci supplicano di lasciarli anche in terra, ma tenerli. In effetti c’è sfruttamento anche lì, approfittano dei malati in tanti posti per chiedere somme
enormi per le medicine e soprattutto i casi di meningite,
tetano, tifo e setticemie gravi ed altro che chiedono molte cure, non ce la fanno a pagare, poveretti… Quindi
vede che prezioso aiuto ci dà con quanto manda! Sa che
eravamo all’ultima scatola di latte quando è giunta la
sua lettera?
Limete, 9 febbraio 1994
Carissima suor Casta,
… la situazione politica e socioeconomica è catastrofica! È indescrivibile! Ammiriamo la pazienza del-
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la gente! Svalutazione, disoccupazione, fame, malattie,
miseria, ingiustizie e sfruttamenti… povero popolo! E
quasi tutti cercano il potere per il potere e non il vero
bene del popolo! Questo ci fa pena! Vorremmo vedere
i fatti, l’impegno serio per il progresso del popolo, ma
ci si sprofonda sempre di più nell’abisso senza vederne
l’uscita!… Dio sa, vede, sente, ascolta il grido di tanti
poveri che confidano solo in Lui e ci esaudirà!
Suor Annelvira nei giorni più difficili dell’epidemia cercò di scrivere alla Madre Generale. La
prima lettera venne consegnata a mano. Era una
prassi normale, tutte le lettere delle suore venivano
portate a Bergamo da persone che si trovavano ad
affrontare il viaggio. Il servizio postale in Zaire infatti non era funzionante. La seconda comunicazione venne invece spedita via fax, l’unico che erano
riuscite a spedire direttamente da Kikwit. Il fax è
scritto a mano, proprio da lei. Si tratta di un documento prezioso per intravedere lo spessore umano
e di fede di suor Annelvira. Annunciando la morte
di suor Danielangela, ripercorre il calvario vissuto
dalle sorelle.
Kikwit, maggio 1995
Carissima Madre Generale,
… tento di scriverle due righe. Avrei sì tanto da raccontarle, ma siamo tutte come paralizzate! Assistiamo impotenti e ci si stringe il cuore! Pensiamo a lei, alle famiglie
di queste sorelle… Grazie della vicinanza… Da tre giorni
sono due infermieri al giorno che muoio­no all’ospedale.
A Kikwit pare che sia da due mesi e mezzo che la gente
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“muore come mosche”… senza che si chiedessero perché… solo si parlava di forme tifoidi! Ci sono famiglie
distrutte! Quanto pensare al rientro ringrazio del suo
pensiero… Noi sentiamo le nostre sorelle più presenti che
mai e siamo certe che intercedono presso il Signore per
noi e per il nostro popolo. Se non fosse morta una suora,
nessuno si sarebbe mosso, glielo assicuro.
Kikwit, 11 maggio 1995
Carissima Madre Generale,
col cuore affranto dal dolore tento di mandarle qualche notizia. Purtroppo alle ore 14, circa mezz’ora fa,
anche suor Danielangela ci ha lasciate per il Paradiso
dopo 13 giorni di lotta contro questo terribile virus!
Il 29 aprile abbiamo celebrato una messa all’ospedale
per suor Floralba, c’erano le sue sorelle, abbiamo dato
a ciascun membro del personale e a ogni malato quattro pesci “mpiodi” ciascuno, tutti felici con un po’ di
arachidi e vino di palma con bibite. A mezzogiorno suor
Clara dice che sente febbre, ha 38. Il medico le fa fare
gli esami, ha leucocitosi con neutrofilia. Si cura anche
la malaria… Si prelevano esami per il Belgio temendo
una febbre emorragica virale come quella avvenuta a
Yambouku… flebo, vitamine, premura e vicinanza perché sentivamo che la cosa si faceva seria. Suor Clarangela ci ha lasciato il 1° sabato, il 6 maggio, alle ore 01.
Il cuore ha ceduto! È una forma tremenda! Non c’è una
normale coagulazione del sangue, per cui immagini le
emorragie… Ero lì con suor Vitarosa, ci è morta fra le
braccia… ma non dimenticherò questo suo ardente desiderio di vedere il Signore! Poche ore prima mi disse:
“Anna, lasciami andare…!”. Le dissi: “Dove?”. “Dal
mio Signore”, mi rispose.
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Come non bastassero le due sorelle, ecco il turno di
suor Danielangela. Mai un lamento nemmeno lei, ma
13 giorni di lotta senza riuscire a fabbricare delle difese
specifiche! Speravamo tanto giungesse del plasma con
anticorpi, ma invano! Solo protezioni… È vero che è
importantissimo pure quel materiale, ma noi speravamo anche il resto. È solo nella Fede che si trova il senso
profondo di tale dolore! Noi siamo impietrite! L’abbiamo messa a posto ed era tanto bella! Sembrava un angelo! Bella, distesa nella pace dello Sposo… Ora c’è
suor Dina che dal 4 maggio ha gli stessi sintomi e tutti i
test ematici prelevati, dunque anche il suo, conferma da
Anversa la forma virale di febbre emorragica.
Con Maria ai piedi della croce vogliamo ravvivare la
nostra fede e ripetere con Gesù e Maria, con tutte le
nostre sorelle, con lei cara Madre Generale il nostro
«Fiat!», certe che Lui sa tutto ed è con noi anche in
questa durissima prova. Grazie, Madre, della sua vicinanza, grazie a tutte le consorelle…
Ciao! Saluti! Grazie!
Sua suor Annelvira e consorelle tutte
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Ed ecco come vennero vissuti, nelle comunità
delle suore, quei giorni di una tragedia che si faceva sempre più dolorosa e sconcertante. I messaggi
partivano via fax da Kinshasa (Limete) dopo avere
ascoltato Kikwit e le altre comunità attraverso la
phonie, cioè la ricetrasmittente.
ore 17:15 del 16 maggio 1995
Carissima Madre,
abbiamo appena sentito suor Annamaria. Suor Anna
ha sempre la febbre, ma per il momento non ha altri
sintomi. Alle ore 16 è passato un medico a vederla e
passerà anche domani mattina. Non ha aggiunto altro
per suor Anna. Di suor Rosa dice che non ha febbre e
oggi ha mangiato. È stata contenta di sapere che suor
Maria e suor Beatrice arrivano giovedì e ci chiede di
fare immediatamente le pratiche di “lasciapassare” su
Kikwit perché tutto è bloccato. Anche i nostri pacchi
che cerchiamo di inviare con qualcosa per tenerle su
fisicamente, pare che non arrivino a destinazione.
Oggi è tutto il giorno che non abbiamo notizie da Mosango. O hanno la batteria scarica, oppure le condizioni meteorologiche impediscono le comunicazioni. Preghiamo e speriamo, attendendo in silenzio il soccorso
del Signore…
Con affetto vi abbracciamo.
suor Amelia e sorelle tutte
ore 18:30 del 17 maggio 1995
Carissima Madre,
abbiamo avuto ancora notizie. La febbre è diminuita.
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suor Anna resta a letto, mentre suor Vitarosa si muove passeggiando nel giardino. La febbre è tra 37-38. I
prelievi sono stati fatti questa mattina sulle tre sorelle
a contatto diretto. Sentiremo stasera la relazione della
delegazione partita da Kinshasa, poiché i due medici
specialisti, belga e francese, hanno assicurato d’interessarsi della comunità. Questo ce l’ha assicurato anche il Nunzio. Le famiglie delle sorelle zairesi stanno
tutte bene. Puoi assicurare quelle della Costa d’Avorio.
Continuiamo a pregare. Coraggio, Madre, sentici vicine.
Con affetto ti abbracciamo tutte.
suor Donata, suor Amelia
ore 9:20 del 19 maggio 1995
Carissima Madre,
stamane alle ore 7 non siamo riuscite a comunicare.
Aspettiamo alle 9. Abbiamo invece parlato con mons.
Mununu che ci ha manifestato ancora una volta come i
medici avessero preferito che le sorelle non partissero
su Kikwit. L’ho rassicurato che suor Maria e suor Bea
sono decise a seguire le loro direttive. Vogliono realmente collaborare con il corpo medicale e rispettare in
tutto le consegne per l’isolamento. Monsignore ha sottolineato la necessità estrema di una reciproca fiducia.
Ho scritto anche al professor Muyembe assicurandolo
che non manchiamo di fiducia in loro, ma che lo facciamo per sostenere moralmente suor Annamaria.
Vorremmo parlarti al telefono appena puoi. Il Signore
ci sostenga nella fede e nella speranza in questa durissima prova che non finisce.
Ti abbracciamo tutte.
suor Donata
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19 maggio 1995, ore 10:30 comunicazione telefonica. È confermato: suor Annaelvira e suor Vitarosa hanno l’Ebola.
ore 14:04 del 19 maggio 1995
Carissima Madre,
le parole ci mancano… ma nella fede e nella speranza continuiamo a inviarti notizie. Suor Annie ci ha trasmesso alcune notizie, ma non è stato possibile avere
suor Annamaria. Non se la sente di venire alla phonie.
Suor Vitarosa va un po’ meglio. Suor Annelvira la isolano e degli infermieri si occuperanno di lei. Non capiamo il perché di questa scelta… Ma suor Annie non ci ha
dato ulteriori spiegazioni. Suor Bea e suor Maria sono
arrivate. Erano a pranzo dal Vescovo e nel pomeriggio
andranno a salutare le sorelle. Incontreranno anche i
medici. Speriamo di poter parlare con loro e avere notizie più chiare sull’evoluzione delle sorelle e sull’impostazione dell’assistenza/isolamento.
L’Ambasciatore sta dandosi da fare per trovare il
modo di favorire la comunicazione diretta con voi da
Kikwit.
Vorremmo sapere molte cose, parlare con suor Annamaria, confortarla…
Ci sentiamo sempre più nell’impotenza, ma vogliamo
continuare a credere e a sperare. Che il Signore e il
Fondatore ci facciano dono della loro guarigione. Per
il momento alle comunità e a quanti ci chiedono diciamo che le sorelle sono stazionarie. Non vogliamo far
vivere nell’angoscia altre persone.
Stiamo pensando di lasciare suor Françoise a Kingasani e di inviare suor Maria Zwala a Tumikia dove non c’è
più una suora infermiera. Questo stavamo riflettendolo
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con suor Adolphine e suor Danila. Che ne pensi? Abbiamo bisogno di sostenerci, di aiutarci…
Che il Signore ci faccia sentire il suo amore, anche in
questo abbraccio doloroso. Coraggio Madre! Sempre
unite.
le tue “figlie”
Come vorremmo darti notizie migliori!
ore 7:15 del 20 maggio 1995
Carissima Madre,
abbiamo appena sentito suor Annamaria… Questa
mattina alle ore 7, suor Anna che ieri aveva chiesto con
insistenza il Sacramento dei malati, è stata amministrata come pure suor Rosa.
Le sorelle della comunità hanno partecipato all’esterno con canti…
Suor Anna non va molto bene. Tutti i sintomi della febbre emorragica sono là; suor Rosa, per il momento ha
solo febbre, ma è ancora in forza…
Le sorelle della comunità aspettano che le sorelle, Maria e Bea, arrivino a prenderle per partire in un’altra
casa. Anche suor Annamaria partirà con loro. Suor
Maria e suor Beatrice, resteranno come esterne per
portare quanto può essere necessario alle sorelle ammalate.
Restiamo unite nella fede e nella speranza attendendo
che la Sua volontà si manifesti.
A nome di tutte.
suor Amelia
La ricordo tanto, tanto. Questa mattina ho sentito la
voce di suor Annamaria; è veramente coraggiosa. Mi
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ha detto che fisicamente sta bene, ma le resta in cuore
l’angoscia d’aver visto morire quattro sorelle una dopo
l’altra…
L’abbraccio con tanto affetto.
suor Danila
Carissima,
siamo sempre in comunione, in intensa offerta con gli
occhi fissi a Gesù ignudo sulla croce.
tua suor Donata
Madre,
les paroles nous manquent, le cœur angoissé. On ne
comprend rien. Seul Lui doit nous aider. Que le Fondateur nous obtienne sa grâce.
[Le parole ci mancano, e il cuore è angosciato. Non
si capisce niente. Solo Lui deve aiutarci. Che il Fondatore ci ottenga la sua grazia].
Con affetto.
suor Ado
ore 19 del 21 maggio 1995
Carissima Madre,
stasera abbiamo sentito suor Maria. Hanno incontrato il prof. Muyembe per il trasferimento delle sorelle
in Sud Africa.
Era la proposta di uno specialista sudafricano, ma laggiù non ci sono cure particolari. Del resto l’aereo militare che avrebbe dovuto trasportarle non ha accettato
perché non attrezzato in quanto protezione. Perciò resta
chiuso il problema della trasferta.
Le sorelle oggi non hanno avuto febbre.
Suor Anna è molto debole, però è meno gonfia e meno
100
rossa. Ha voluto tagliarsi i capelli e fa piccoli sforzi per
reagire. È sotto perfusione: le danno plasma. È seguita
bene. L’aiutano vitamine concentrate B complesso. Ha
preso una bibita. Ha chiesto lo yogurt.
Suor Rosa ha mangiato un uovo, anche se non è riuscita
a tenerlo giù. È molto rossa in viso, sotto perfusione.
Un’infermiera che ha avuto gli stessi sintomi, domani
può uscire dall’ospedale. Questo ci fa sperare.
Circa le sorelle in isolamento sono tutte con suor Annamaria. Devono tre volte al giorno misurare la temperatura e segnalare ai medici eventuali segni di febbre.
Che il Signore ci usi misericordia. Di 21 giorni d’isolamento, uno è passato!
Suor Maria è stata con loro in pomeriggio, ha parlato a
lungo insieme, tenendo naturalmente le distanze richieste dalla prudenza. Le ha trovate serene, calme e anche
suor Anna Maria è più distesa. Che il Signore dia loro
forza e coraggio! Siamo dinanzi alla notte del 22 maggio, le suppliche si innalzano più forti e già siamo certe,
nella fede e nella speranza, che per intercessione del
Fondatore, le notizie domani saranno ancora migliori.
Un abbraccio da tutte a te e alle Consigliere.
I prelievi sono stati fatti a tutte. I grossi pacchi sono
arrivati ieri. I soldi saranno versati domani sul conto
della Diocesi. Se c’è ancora bisogno lo diremo. Con affetto.
suor Donata, suor Ado, suor Amelia
ore 9:20 del 22 maggio 1995
Carissima Madre,
abbiamo appena parlato con suor Bea, che ha fatto la notte. Suor Annelvira ieri sera ha chiesto alle ore
20 un uovo e poi si è sentita male. Ha avuto un ede-
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ma polmonare acuto. Suor Bea dice: «L’obbedienza fa
miracoli!». Infatti in quel preciso momento c’è stato il
medico, che è intervenuto rapidamente ed è rimasto tutta la notte, salvandola. Ora sta abbastanza meglio, in
rapporto a tutta la notte. Suor Rosa ha vomitato molto
durante la notte. Stamane ha chiesto il caffelatte, ma ha
rimesso ancora. Il medico comunque dice che va meglio
in rapporto agli altri giorni.
Tutte e due non hanno febbre e suor Anna non fa più
diarrea. Suor Bea dice che sono segni positivi e che il
Fondatore non fa cose in grande, ma a poco a poco
ci ridà le sorelle in buona salute. Vogliamo crederlo e
sperarlo anche noi, sapendo che il Fondatore è l’uomo
di Dio che ama l’umiltà e la semplicità. Lui sa, con il
Signore, quali sono le nostre attese e speranze.
Mons. Mununu ha celebrato stamattina l’eucaristia con
le sorelle della “nuova comunità” (quella dell’isolamento).
Buona festa del Fondatore a tutte voi come a tutte noi.
Coraggio, Madre! Forse, anche se è duro, possiamo
ringraziarlo del dono delle quattro martiri della carità.
Un abbraccio.
suor Donata, suor Ado
ore 9:40 del 23 maggio 1995
Carissima Madre,
abbiamo appena parlato con suor Bea. Suor Anna
non sta proprio bene. L’edema polmonare ha fatto precipitare le cose. È molto debole. Con i medici parla,
ma non ha fiato per rispondere alle sorelle che parlano
dalla finestra. Suor Bea e suor Maria non possono assolutamente entrare. I medici e le infermiere le seguono
con molta attenzione. Ha avuto ossigeno tutta la notte.
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Secondo quanto il medico ha detto stamane, c’è solo da
chiedere un miracolo. È solo la fede che ci fa sperare
ancora. Davanti al Signore restiamo silenziose e chiediamo solo di saper accogliere la sua volontà. È davvero la fede oscura! Credere all’Amabile Infinito, contro
ogni logica umana.
Suor Vitarosa sta abbastanza bene. Stanotte non ha vomitato. Per il suo trasporto si richiede il tuo accordo,
l’accordo del pilota e un medico che accompagna. Se si
vuole effettuarlo bisogna farlo quanto prima. Coraggio,
Madre! Suor Bea, le sorelle dell’interno, suor Maria…
le malate, le sorelle di Kinshasa ti salutano tanto, ti
sono e ti sentono vicine. Coraggio!
Un forte abbraccio
suor Donata e suor Ado.
Ciao Madre
ore 17:10 del 23 maggio 1995
Carissima Madre,
ho appena parlato con te di pace, di silenzio, di abbandono alla Volontà di Dio. Suor Annelvira è appena
entrata nella pace del Signore. Fiat! Nel silenzio adorante, lo sguardo fisso al Gesù ignudo sulla croce, diciamo: «Sì, Padre!».
Suor Bea ha detto che una piccola pioggia è caduta dal
cielo, giusto negli ultimi momenti di vita di suor Anna
e poi è subito cessata. Sarà la pioggia delle grazie che
vuol far scendere su noi: pace, consolazione, accettazione…
Fiat, Fiat, Fiat. Madre, facciamoci coraggio!
Suor Vitarosa va meglio. Suor Bea cerca di fare in modo
che non lo sappia subito. Preghiamo! Coraggio!
suor Donata
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ore 8 del 24 maggio 1995
Carissima Madre,
abbiamo appena parlato con mons. Mununu. Hanno appena sepolto la nostra carissima suor Anna. La
messa sarà celebrata alle ore 15. Come vorremmo essere tutte presenti! Stamane inviamo a tutte le sorelle
dell’interno e Kinshasa le tue e vostre parole di vicinanza, di consolazione.
Non abbiamo niente da perdonarti, Madre! Se sei rimasta lontana da noi è perché suor Anna e noi tutte te
l’abbiamo chiesto e sappiamo che è il più grande sacrificio che ti abbiamo chiesto. Coraggio, Madre, abbiamo sempre sentito la forza della tua presenza spirituale,
della tua preghiera, offerta, affetto. Grazie!
Suor Vitarosa va abbastanza bene: questa è la notizia
di ieri sera, ma non sappiamo ancora come ha passato la notte. Abbiamo appuntamento alle ore 9 per altre
notizie.
Coraggio, Madre! Sentici tanto unite. Il Signore ci sostiene nella fede e nella speranza. Lui sa e “il pourvoit”,
provvede… Ne siamo certe. Un forte abbraccio da tutte.
suor Donata
Les mots nous manquent
[Le parole ci mancano]
suor Ado
È Suor Antoinette Boto a dare voce al pensiero
di molte sorelle che così ricordano Suor Annelvira:
«Era una donna gioiosa, socievole, accogliente, con
grande spirito di ascolto. Molto umana e comprensiva; cordiale con tutti, capace di gustare le picco-
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le gioie del quotidiano e di leggere nella fede ogni
avvenimento lieto o triste che fosse. Molto attiva e
dinamica era capace di rasserenare e suscitare generosità intorno a lei. Chiamata “donna della vita”
per le migliaia di bambini che in 34 anni di missione la sua abilità di ostetrica aveva aiutato a “venire
alla luce”, negli ultimi anni, con il suo servizio di
Superiora provinciale, ha dato volto ad una nuova
“maternità”». Ed è stato proprio in nome di questo
servizio che è subito accorsa al letto della prima
suora malata ed ha assistito poi ciascuna delle altre, affrontando con grande consapevolezza e generosità il rischio del contagio e della morte pur di
sostenere le sorelle. Così ci ha scritto dieci giorni
prima di morire: «Ci rimettiamo a Dio. Vogliamo
ravvivare la nostra fede e ripetere con Gesù e Maria il nostro “Fiat”. Lui sa tutto ed e con noi anche
in questa durissima prova».
6.
Suor Vitarosa
Maria Rosa Zorza era nata a Palosco il 9 ottobre
del 1943, tempo di guerra, da papà Angelo e mamma Maria Merigo. Il papà era un perito agrario, lavorava in diverse cascine. La mamma di Rosa morì
quando lei aveva soltanto due anni, in seguito a un
parto. Lasciò ben sette figli. In seguito papà Angelo
si sposò con Maria Calegari, dalla quale ebbe altri
due figli. Quando Maria Rosa aveva sette anni, la
famiglia si trasferì alle Bettole di Cavernago. A tal
riguardo suor Vitarosa scrisse: «Vi rimasi fino a 17
anni. Le Bettole allora contavano tre case e Cavernago, se non erro, ne contava otto, compreso il
bellissimo castello. Era un paese piccolo, tranquillo. La mia vita scorreva tra impegni di famiglia, di
lavoro e di parrocchia. Mi piaceva fare catechismo,
andare dalle suore, fermarmi nella bella chiesetta
di Cavernago dove c’era Qualcuno che esercitava su di me una certa attrattiva… A diciotto anni
conobbi un ragazzo che mi propose di condividere
la vita con lui. Ci frequentammo per due anni e mi
sembrava molto bello l’amore che nasceva fra noi.
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Nel rispetto reciproco cercavamo di conoscerci e
fare progetti per il futuro. Ma dentro di me qualcosa non era chiaro: sarà proprio questo quello che
Dio vuole da me?… Un po’ per volta cominciò a
farsi luce dentro di me… A ventuno anni sentii che
era l’ora di dare la mia risposta a Dio, diventando
sua nella vita religiosa. Feci un serio cammino di
ricerca per conoscere in quale congregazione avrei
potuto vivere…».
Maria Rosa, dopo le scuole elementari, andò a
lavorare a Telgate in una fabbrica di manici di ombrelli, un lavoro abusivo, ma comunque un piccolo guadagno. La sua grande amica, Battistina Del
Carro, di Cavernago, così la ricorda: «Rosa era una
persona sorridente, anche allora, era una di cui ti
potevi fidare. Non faceva mai la spia. Nel tempo
libero andavamo dalle suore, a Malpaga, in bicicletta».
Rosa entrò in convento poco prima di compiere
i 23 anni, il primo settembre 1966. Il padre era già
morto, nel 1964, per un attacco di cuore. Il commento di Maria Rosa: «Chissà come sarebbe stato
contento il mio papà di vedere una delle sue figlie
diventare suora». Angelo Zorza era infatti molto
religioso: tutte le sere faceva recitare il rosario ai
suoi ragazzi. Maria Rosa, suor Vitarosa, divenne
infermiera professionale, poi partì per la missione,
giunse in Congo, a Kikwit, il 20 ottobre 1982. Vi
rimase nove anni passando a Kingasani il 19 settembre 1991. Suor Angela Trinca ricorda: «Io ero
suora a Palosco quando Maria Rosa era una ragazza, la ricordo bene, lei era una ragazza vivace che si
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dava da fare in parrocchia. Quante volte ho giocato
a palle di neve con quella ragazza! E ricordo che
giocava anche al pallone con i ragazzi».
Di suor Vitarosa parlano i fratelli Giuseppe e Adele. Giuseppe che oggi ha 75 anni, e Adele, che ha
69 anni, costituivano il punto di riferimento di suor
Vitarosa a Bergamo: spedì loro centinaia di lettere e
biglietti. Raccontano: «Vitarosa era del 1943, quando è morta aveva 52 anni. Era l’ultima di noi sette
fratelli, ma poi ne vennero altri due, perché mia madre morì e mio padre si risposò. La nostra matrigna
fu buona, andò sempre d’accordo con Maria Rosa,
che poi divenne suor Vitarosa, e la aiutò anche nella scelta religiosa. Nostra madre, Maria, morì a 38
anni, quando Maria Rosa aveva solo due anni. Nostro padre Angelo era un agronomo, aveva potuto
studiare da ragazzo, faceva il fattore. Stavamo benino. Si mangiava polenta, minestra, ma una fetta
di stracchino non mancava mai. Ci spostavamo in
diverse fattorie. Suor Vitarosa era nata a Palosco,
ma quando era piccola ci trasferimmo a Cavernago.
Nostro padre era molto religioso, ci faceva recitare
il rosario tutte le sere. Vitarosa aveva un fidanzato,
Giuseppe, che a un certo punto sentì la vocazione
religiosa e andò in un monastero piemontese. Ne
soffrì, ma anche lei sentiva il richiamo della vita religiosa. Fece un’esperienza come infermiera in un
ospedale psichiatrico a Varese gestito dalle suore
delle Poverelle e in seguito decise di entrare in convento. Sì, nostro padre era molto religioso. Nelle
sere d’estate facevamo la passeggiata a piedi da Palosco alla Torre delle Passere, un paio di chilometri
108
e mentre camminavamo dicevamo il rosario. Poi
alla sera, prima di dormire, ci leggeva un brano del
libro Cuore di De Amicis. Nostra sorella era sempre allegra. Rideva sempre. Ricordo che da giovane
le venne un brutto eczema alle mani e ricordo che
disse: “Se guarisco vado suora”. Guarì e andò suora. Siamo andati a trovarla a Kikwit due volte, nel
1988 e nel 1990. Mi ricordo quei bambini ammalati
che cantavano sempre. Si mangiava poco e io avevo sempre fame e i bambini cantavano. Mi ricordo
i parenti dei malati che facevano da mangiare fuori dall’ospedale e poi portavano il cibo nei reparti.
La notte molti dormivano sotto il letto del malato
perché fuori viene freddo e umido e loro non sono
certo equipaggiati. Quando suor Vitarosa ogni tanto
andava in reparto e allora era un “fuggi fuggi”. Ma
suor Vitarosa sorrideva: sapeva che dopo mezz’ora
sarebbero ritornati».
Il fratello Giuseppe aggiunge: «Io ricordo la sorpresa di quando sono arrivato la prima volta: sugli
alberi c’era un grande striscione con scritto “Benvenuto Giuseppe”, come se io fossi chissà chi.
C’erano nel cortile della missione tanti bambini e
donne con dei fiori rossi e lampade accese e io ero
sbigottito e suor Vitarosa che mi diceva che quella
accoglienza era per me, proprio per me e diceva:
“Vai Giuseppe, che c’è qualcuno che vuole salutarti”. Incredibile. Ricordo i tamburi e la gente che
ballava e faceva festa per me, perché ero il fratello
della suora, della suora che faceva loro del bene».
Giuseppe e Adele Zorza raccontano che suor Vitarosa era contenta di stare in missione, che non
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vedeva la sua vita in un altro posto. Spiegano:
«Una volta che era a Bergamo andammo al ristorante con tutti i fratelli; lei non fu contenta quando
seppe quanto avevamo speso, disse che quei soldi
avrebbero aiutato tanti dei suoi bambini. Alcuni
anni prima aveva avuto un infarto, ma si era ripresa. Lei aiutava molto le mamme e tante bambine
laggiù hanno nome Rosa. Ce n’è una in particolare
che ha diciotto anni e sta studiando e ci dice che
prega suor Vitarosa perché l’aiuti ancora da lassù».
Giuseppe, ricordando le esperienze della missione,
dice: «Quando andai in Africa conobbi una ragazza, Bernadetta, mi disse che era diventata cattolica
perché aveva conosciuto suor Vitarosa. Mi ricordo
la sera, dopo mangiato, non c’era l’illuminazione,
allora si andava in giro con la pila a fare la visita ai
malati prima di andare a dormire. Che mondo! La
giornata delle suore cominciava verso le quattro e
mezza del mattino; le donne dei villaggi partivano
con le zappe verso i campicelli ancora prima e avevano i bambini legati nei fagotti e tornavano poi la
sera tardi. Laggiù gli uomini non fanno molto, per
la verità. Ho visto i bambini mangiare le formiche
e quei vermoni che escono dalle palme in putrefazione, i bassololo. Mi facevano effetto. Mi ricordo
quando suor Vitarosa veniva in congedo a Bergamo, non vedeva l’ora di ripartire. Aveva paura che
la suora che aveva preso il suo posto non facesse
le cose come andavano fatte, come si dice in bergamasco, “la strempiaa”. Lei era molto amica di
una suora di colore, suor Bea, e conosceva benissimo la sua mamma. Quando suor Vitarosa morì, la
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mamma di suor Bea disse: “È morta la mia figlia
bianca”».
Suor Darise Kasanzi Kandongo ricorda bene il
momento in cui suor Vitarosa partì per portare il suo
aiuto nei luoghi colpiti dell’epidemia: «Aveva quasi fretta di salire sul veicolo, tanto che stava dimenticando perfino il formaggio che le avevo preparato
da portare alle consorelle di Kikwit. Lasciando il
dispensario di Kingasani dove lavorava, per partire per Kikwit, camminava cantando: “Soki, Kristus
abengiyo, Ecclesia ya nzambe, Ecclesia ndima osalela nzambe na matema mobimba [Se nella Chiesa
Gesù Cristo ti chiama, accetta di servirlo con tutto
il tuo cuore]”. Quindi il suo cuore era tutto rivolto
al Signore! Penso proprio che suor Vitarosa era una
suora che ha davvero vissuto nell’incontro intimo
e profondo con Dio. Ha cercato di mettere Dio al
centro della sua vita, l’ha servito con tutto il cuore,
con amore verso i poveri e verso quanti la incontravano».
Di suor Vitarosa parla anche suor Amelia: «Di
sicuro si può dire che suor Vitarosa era una persona
molto serena, aveva una grande predilezione per i
bambini, le piaceva cantare. Cercava di aiutare proprio tutti. Arrivava uno straccione alla missione e
lei lo rivestiva, faceva i primi passi e poi andava
dal personale e diceva: “Bene, vi affido un nuovo
fratello”. Lei in quei giorni di maggio del 1995 volle a tutti i costi raggiungere Kikwit perché diceva:
“Io conosco molto bene la mentalità della gente e
le medicine e ne ho curati molti con la diarrea ros-
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sa. Vado io con i medicinali giusti, le nostre sorelle
sono troppo affaticate. Io posso davvero dare loro
una mano, non ce la fanno più”. Diceva così. Ed
è partita con due valige per un totale di 42 chili di
medicine. Al punto che in aeroporto la fermarono e
volevano farle pagare tasse doppie. All’aeroporto
incontrò la signora Cardoso che la conosceva bene,
che aveva un lavoro a Kikwit, arrivava proprio da
quella città, disse: “Sto scappando da Kikwit, tu
dove vai? Ma non sai che muoiono come le mosche? Non andare, tu sei matta!”. Ma lei rispose che
era abituata, che sapeva come fare… Mi ricordo
quanto era disordinata suor Vitarosa, io la criticavo
sempre per via del disordine nelle cartelle cliniche.
Ma lei era così, a lei interessavano le persone. La
numerazione e la collocazione delle cartelle era secondaria. A lei interessava il sorriso e la caramella
per il malato. A lei interessava di avere pronte delle
grosse pentole di “poto poto” per i bambini malnutriti. Si sedeva accanto a un bambino che non voleva mangiare e gli raccontava una storia fino a quando il bambino si rilassava e apriva piano la bocca.
I bambini denutriti al terzo stadio non vogliono più
mangiare, tengono i denti serrati. C’era un bambino che chiamavamo Naboi, perché naboi significa
“non lo voglio” e lui ripeteva sempre quella parola:
non lo voglio. Naboi era diventato in quel periodo
il prediletto di suor Vitarosa che aveva lottato con
tutta la sua tenacia e tenerezza per salvarlo. E quel
bambino cominciava a stare bene. Ma in quei giorni
Vitarosa decise di andare a Kikwit ad aiutare le sorelle malate. Allora io la chiamavo con la phonie e
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quando la sentivo le dicevo che il piccolo Naboi la
aspettava. E quando anche lei si ammalò e dovette
andare nella casetta, isolata dal resto dell’ospedale,
allora io le mandavo i messaggi di Naboi, perché lei
gli voleva tanto bene, le mandavo a dire che Naboi
la aspettava, che aveva bisogno di lei. Non è stato sufficiente per farla tornare. Ho visto infermieri
piangere, anche dopo tempo, nel ricordare le nostre
suore. Ho visto infermieri piangere».
Suor Vitarosa amava parlare e amava scrivere.
Raccontano le suore che le stavano accanto che
quando si trovava a tavola amava raccontare le sue
giornate, anche le cose più semplici. E lo stesso
spirito di quotidianità lo si incontra nelle numerose
lettere ai familiari, dove si nota una grande attenzione per i parenti, per i nipoti, per le nascite… E
Vitarosa ringrazia continuamente per i pacchi, per
l’aiuto che le arriva dal suo paese, non dimenticando di citare ravioli e salami. Ecco brani di alcune
lettere.
Kikwit, 15 novembre 1988
Katia,
aspetto con ansia tue notizie. È nato? È un maschio?
Una bambina? Sta bene? Spero proprio di sì. La Monica sarà contenta di giocare con qualcuno. Aspetto vostre notizie. Adele, in questo mese c’è stato il cambio
della Superiora. Suor Anna è andata come suora a Tumikia; è stata sostituita da suor Maria. Ho sofferto tanto per la partenza di suor Anna, ma cosa volete, questa
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è la nostra vita, fatta di piccoli distacchi nella volontà
di Dio…
16 marzo 1989
Carissima Adele,
non so come ringraziarti per tutto quello che mi hai
mandato: della piccola radio, orologi e per la generosa
somma, grazie, grazie. Tu sai quanta necessità esiste; in
questi giorni l’ospedale ha chiuso la cucina perché non
può far fronte alle spese, ecco che la nostra Congregazione si è presa in carico di continuare a dare almeno
una volta al giorno da mangiare ai tubercolosi e ai malnutriti, quindi grazie alle offerte che riceviamo possiamo comprare del manioco, sardine, baccalà e sapone…
aprile 1992
Carissima Adele e fratelli tutti…
oggi per la prima volta inizia la Conferenza Nazionale. Inizia la terza repubblica nella democrazia tanto
desiderata dal popolo zairese. È finito il regime dittatoriale. Ringraziamo. Adele ti ricordo che quest’anno la
zia suora fa il 50° di vita religiosa…
Carissima Adele,
… ringrazio di tutto cuore per il formaggio e salame
e dei ravioli, tutto molto buono… A tutti il mio ricordo
sincero, un grosso bacione a tutti i nipotini. Comincio a
contare i mesi, presto li potrò abbracciare…
Carissima Adele, Fabio, Adelia, Katia e Venicio,
… ho qui davanti a me tutti i bei disegni fatti dalle
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bambine dove esprimono molto bene il loro pensiero e
la loro personalità. Monica, Lorena e Simona, siete proprio dei campioni… Adele, Giuseppe, Katia e Adelia,
so che vi prestate sempre per i pacchi. Vi ringrazio di
tutto cuore. Non potete immaginare quanto è grande la
gioia quando arriva il container… In un grosso pacco
ho trovato due bei grossi fusti per l’acqua… Giuseppe,
spero che non ti dimentichi delle piante da kiwi. Abbiamo cominciato a mangiare le fragole, speriamo che un
giorno mangeremo anche i kiwi…
20 ottobre 1991
Carissimi fratelli tutti…
è inutile raccontarvi la situazione politica perché sentirete dalla viva voce di suor Danila, la nostra Madre
Provinciale. Noi stiamo tutte bene anche se non manca
un po’ di paura: la superiamo facendo qualche risatina.
Unita nelle preghiere, vostra sorella Rosa.
Kingasani, 10 novembre 1992
Carissima Adele,
ti ringrazio delle buone notizie ricevute… adesso termino perché a dire il vero ho sonno, è quasi mezzanotte…
11 novembre 1993
Carissima Madre Generale,
… ho percepito che Dio mi ama… più mi riconosco
di avere tanti limiti ed essere tanto povera, più sento
che Dio mi ama. Sì, perché Dio ama i piccoli… Arriva-
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no qui da noi malati privi di ogni mezzo, rifiutati dagli
altri dispensari o ospedali perché non possono pagare.
Se anche da noi non trovassero aiuto, sono destinati a
morire. Come al solito arrivano da noi tanti bambini
malnutriti, e ora anche adulti. Sono aumentati i tubercolosi: sono più di 450 i malati che vengono ogni
giorno per prendere le medicine. Malaria cerebrale e
meningite uccidono tanti bambini. L’Aids fa strage. Tra
gli ammalati ospedalizzati qui da noi, che sono in media
100-120, più di 80 sono positivi di Aids, senza contare
i bambini… Mobutu regnerà tra i cadaveri e tra i senza
forza…
Nel maggio 1994 così suor Vitarosa parlava della
sua missione: «Nonostante la miseria e la sofferenza,
la gente qui è molto brava. Sono sempre contenti, sempre sorridenti! Per noi è uno stimolo in più per vivere qui con loro. Io sono davvero contenta di essere qui
con loro. Io pensavo di venire qui a portare chissà che
cosa… Invece posso dire che ho ricevuto tanto da loro,
soprattutto la serenità e la capacità di sopportazione.
Loro accettano tutto dalla mano di Dio».
Durante la malattia, suor Vitarosa venne isolata
nella casetta con suor Annelvira. Potevano entrare
nella casetta soltanto i medici che indossavano gli
scafandri speciali. Le suore non potevano fare loro
visita e allora c’erano suor Maria Cassiani che era
la superiora della comunità di Kikwit e suor Beatrice, cioè suor Bea, che dormivano con il materasso
fuori e allora anche di notte potevano salutarla dalla
finestrella quando lei si metteva dietro i vetri.
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E ora seguiamo gli ultimi giorni di suor Vitarosa, di nuovo grazie alla sequenza dei fax che “in
diretta” mostrano bene le emozioni, le tensioni, le
speranze di quelle giornate.
ore 9:55 del 24 aprile 1995
Carissima Madre,
suor Vitarosa sta abbastanza bene. Ieri pomeriggio si
è resa conto subito della morte di suor Anna perché ha
sentito un rumore insolito nella stanza vicina e lei era
solita camminare fino alla porta per vedere suor Anna.
Il suo medico curante glielo ha detto. Suor Bea dice
che i medici sono molto umani. Sono rimasti con lei,
l’hanno consolata, incoraggiata a reagire positivamente. Suor Rosa ha dormito tutta la notte. Non ha febbre
(36,5) né vomito, né diarrea. Stamane ha voluto l’uovo col marsala. Si è alzata un po’ ed è tornata a letto.
Pensiamo che se suo fratello Giuseppe potesse con gli
altri familiari scriverle qualche riga per incoraggiarla,
stimolarla a reagire, a farsi forte, potrebbe essere un
aiuto per lei…
suor Donata
ore 18:55 del 24 maggio 1995
Carissima Madre,
abbiamo parlato a lungo con suor Beatrice. Suor
Maria è dalle sorelle in isolamento.
All’eucaristia celebrata alle 15:30 c’era molta gente.
Presieduta dal vescovo, con presenza di sacerdoti e religiose. C’erano le nostre sorelle: tutte quelle di Lusanga,
quattro di Tumikia e alcune di Mosango. Naturalmente
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le sorelle in isolamento hanno offerto il loro stare in
isolamento e lo hanno fatto con serenità e pace: questo
ha detto suor Bea, che è stata con loro stamattina. Le
altre comunità hanno portato loro viveri e ogni cosa che
potesse essere loro di aiuto e di conforto. Hanno ricevuto i vostri scritti. Suor Anna Maria chiede di telefonare
alla sorella Carla e di assicurarla che sta bene. Sono al
quarto giorno di isolamento e stanno tutte bene.
Suor Rosa sta bene, non ha né febbre, né vomito, né
diarrea… nessun sintomo. Si alza, è serena. Alla domanda fatta a suor Bea: «Cosa dicono i medici?», ha
risposto: «Forse può farcela, visto l’evoluzione clinica». Continuiamo perciò a pregare e a sperare. Le nostre sorelle intercederanno per lei e per noi.
I parenti delle sorelle zairesi stanno bene. C’è solo suor
Armanda che ha perso una cugina infermiera proprio
oggi, mamma di due bambini. Che il Signore li sostenga
nella fede.
Un caro saluto da tutte noi.
suor Donata, suor Ado
ore 10:07 del 25 maggio 1995
Carissima Madre,
suor Maria è andata con il medico a trovare le sorelle in isolamento, visto che suor Scholastique e suor
Chantal avevano 37,2 di febbre. Suor Chantal è soggetta, diventa anche afona, ma per misura di prudenza
si segue il minimo squilibrio. Suor Scholastique aveva
avuto un episodio di febbre (all’)inizio del mese. I medici sono molto vicini alle sorelle e intervengono in modo
immediato. Avremo suor Maria alla phonie verso mezzogiorno. T’informeremo di nuovo. Non vi sono ancora
i risultati degli esami. Affidiamo tutto al Signore.
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Suor Rosa ha passato una notte tranquilla fino all’una,
poi ha cominciato a respirare in fretta. Alle 5 hanno chiamato il medico. La pressione è salita, c’è stato un piccolo
scompenso cardiaco. L’hanno curata con Digoxcine e
con diuretici che hanno già fatto effetto. È sotto perfusione. Va un po’ meglio. Il medico curante, che doveva
andare a Mosango per rendersi conto della situazione,
non partirà. Preghiamo, speriamo, offriamo… Sappiamo
che suor Rosa aveva problemi di cuore e temevamo con
la morte di suor Anna. Che il Signore abbia misericordia.
Abbiamo scritto al prof. Muyembe di dirci in modo chiaro la situazione clinica di suor Rosa e delle altre sorelle.
Quando avremo una risposta te la manderemo.
A Mosango ci sono alcuni casi. Continuiamo a insistere
perché le sorelle siano prudenti. A Tumikia hanno ripreso
la scuola, a Lusanga tutto bene, come pure qui a Kinshasa.
Continuiamo, Madre, a essere forti nella fede, ferme
nella speranza, abbandonate nelle mani dell’Amabile
Infinito, con gli occhi fissi in Gesù, nostro unico punto
di riferimento. Coraggio, Madre! Sentici con te. Ti abbracciamo forte.
suor Donata e suor Adolphine
ore 12 del 25 maggio 1995
Carissima Madre,
grazie del tuo scritto che ci fa sentire famiglia che
soffre, che prega, che offre, che adora e spera.
Abbiamo appena parlato con suor Maria. Si è scusata
di non essere mai venuta alla fonia: le molte “corse” da
fare e il poco coraggio, visti gli avvenimenti…
Per suor Scholastique e suor Chantal non c’è da preoccuparsi, questa la risposta del medico. Sono piccoli disturbi dovuti ai momenti che si vivono. Il risultato degli
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esami non c’è ancora (ho scritto al prof. Muyembe per
avere la situazione chiara delle nostre sorelle e quindi
anche la risposta degli esami, se c’è).
Suor Rosa è ancora sotto perfusione. Hanno trovato
una medicina buona per il cuore. Il medico è davvero
ammirevole, pieno di delicatezza. Suor Rosa ha detto
alle sorelle che ha una delicatezza tutta femminile. Suor
Maria aggiunge, forse più che noi, pure la disponibilità.
La pressione è 160/100 ed è ciò che ci preoccupa.
Circa il trasporto in Sud Africa, suor Maria sottolinea
quanto sappiamo, che è soprattutto per assicurare un
intervento pronto e preciso in caso di complicazioni, ma
che non dà sicurezze al 100%. Bisogna pensare anche
che sarebbe sola e in un paese di lingua diversa.
Abbiamo chiesto, avendo scritto anche al prof. Muyembe, di rispondere in modo chiaro e per iscritto a questo
proposito.
Vorremmo avere un parere da parte tua anche su un altro problema. Suor Antoinette Manga ci informa che i
parenti delle postulanti sono preoccupati come pure le
postulanti stesse sono inquiete. Ci si chiede se non è meglio farle rientrare in Postulato, visto che nelle comunità non ci sono le responsabili e che quindi non c’è chi
possa aiutarle in modo più attento e particolare a vivere
questa situazione nella pace e fede. Anche quelle che si
trovano a Kinga­sani sono molto scosse. Suor Adolphine
e anch’io siamo del parere di suor Antoinette.
Restiamo unite in Lui. Coraggio, Madre.
Salutaci la mamma di suor Annelvira.
Un abbraccio.
suor Donata e suor Adolphine
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ore 19:17 del 25 maggio 1995
Carissima Madre,
eccoci fedeli all’appuntamento. Suor Vitarosa oggi
ha riposato bene. Non ha avuto né febbre, né vomito,
né diarrea. Ha mangiato latte e uova. La pressione è
140/100, quindi è migliorata.
Le sorelle in isolamento stanno bene. Il medico ha detto
che suor Scholastique è fuori pericolo, perché è passato
il tempo dell’incubazione, contando i giorni dall’ultima
volta che ha avuto contatto con la sorella malata (suor
Floralba). Di questo rendiamo grazie a Dio!
Non vi è ancora alcuna risposta dal prof. Muyembe.
Bisogna aspettare che ci sia un’occasione. Il Vicario
Episcopale in questi giorni è a Kikwit. Continuiamo a
vivere nella fede e nella speranza.
Stasera il Nunzio Apostolico è andato a celebrare a
Kingasani alle ore 18. Quante delicatezze e attenzioni
da parte di tutti!
A te un forte abbraccio da tutte.
Coraggio. Con affetto.
suor Donata e suor Ado
ore 10 del 26 maggio 1995
Carissima Madre,
abbiamo parlato con suor Maria. La situazione di
suor Rosa è molto critica. Non ha alcun sintomo particolare: pressione normale, niente febbre, vomito, diarrea, ma tanta, tanta debolezza. Il medico è preoccupato.
Anche se mangia qualcosa non riesce a recuperare le
forze. Madre carissima, il cuore freme ancora e silenziosamente grida al Signore: «… anche questa?». Non
vi è forza per “discutere con Lui”… lo guardiamo e
imploriamo… Non vogliamo perdere fede e speranza.
121
Vi sono alcuni infermieri che sono guariti e passano
a vedere suor Rosa per incoraggiarla, per darle forza
morale, per dirle che può guarire. Lei ha detto: «Penso
di non farcela…». Coraggio, Madre! Insieme viviamo
questa nuova angoscia, questa offerta che ci consuma
tutte… questo mistero che chiede solo adorazione e accoglienza. È terribilmente duro, ma vogliamo credere e
sperare.
Le altre sorelle stanno bene. All’una ci daranno altre
notizie.
Sempre unite in Lui. Un abbraccio.
suor Donata e suor Ado
ore 19 del 26 maggio 1995
Carissima Madre,
abbiamo sentito suor Maria che si manifesta molto
preoccupata per suor Rosa. È sempre molto, molto debole, ha 37,6 di febbre, un po’ di diarrea. Non ha più voglia di parlare, anche se è ancora molto presente. Continuiamo a pregare, a sperare e a chiedere al Signore la
forza per vivere questa nuova prova. Sentiamoci molto
unite in Lui, la nostra forza, credendo al suo Amore misterioso. Le altre sorelle stanno bene.
Se riusciamo, ci parleremo ancora alle ore 21.
Suor Maria ci ha fatto pervenire una lunga lettera per
te e una per la mamma.
Coraggio, Madre. Siamo insieme e Lui è con noi.
Un abbraccio forte da suor Donata e tutte.
Suor Adolphine è a Kikimi dove celebravano una messa
per suor Daniela e tutte le altre sorelle.
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ore 9:25 del 27 maggio 1995
Carissima Madre,
stamane abbiamo parlato con suor Bea. Suor Maria
tentava di chiamarti al telefono.
Il medico ha dato questo rapporto: suor Rosa non sta
tanto bene. È molto, molto stanca, debole, ma parla
ancora, mangia qualcosa, non ha febbre, né vomito né
diarrea. Il polso è 80, la pressione 120/60.
Riposa bene, senza agitazione.
Chiediamo con insistenza al Signore di accordarci almeno questa sorella. Accolga la nostra supplica e ci
aiuti a vivere la sua volontà, a entrare nel suo progetto. Fede e speranza ci sostengano. Coraggio, Madre, ti
sentiamo con noi con affetto ti abbracciamo.
suor Donata e suor Ado
Madre,
ho tanta, tanta pena in cuore per la morte di suor
Anna, non riesco a credere che sia vero. Cosa vuoi
dirci Signore? Ho tanto desiderio di vederla.
La abbraccio.
suor Danila
ore 19 del 27 maggio 1995
Carissima Madre,
suor Rosa ha passato un pomeriggio calmo. Il polso
è buono, la pressione è 140/100, non ha febbre, ma ha
fatto la diarrea 4 volte e respira piuttosto in fretta. Il
medico ha cambiato la cura e si manifesta ottimista.
Dice di continuare a sperare. Riposa molto, ma se la si
chiama, risponde salutando con la mano. È abbastanza serena. Continuiamo anche noi a sperare, a vivere
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nella fiducia e abbandono al Signore e a farci coraggio
reciprocamente.
Tutte le altre sorelle continuano a stare bene. Ringraziamo il Signore che almeno in questo ci consola.
La casa è già stata disinfettata e suor Maria e suor Vincenzia hanno cominciato a metterla in ordine, a pulirla… Suor Bea ha paura… preferisce vegliare. Buona
domenica, Madre!
Ti abbracciamo.
Le tue figlie suor Donata, suor Ado
ore 8:10 del 28 maggio 1995
Carissima Madre,
«Tutto è compiuto!». Il Signore si è portato con Lui nella gloria dei Beati anche suor Rosa, alle ore 2 di stanotte.
Non abbiamo più parole… Il mistero è grande, ci avvolge
e in uno sforzo supremo diciamo: «Padre nelle tue mani
mettiamo le loro e le nostre vite». Abbi pietà di noi.
suor Donata e suor Ado
ore 9:20 del 28 maggio 1995
Carissima Madre,
abbiamo parlato ora con suor Bea e abbiamo avuto
alcuni particolari. Ieri sera verso le ore 22 la pressione
è scesa, l’astenia è cresciuta, alle ore 24 la respirazione
era superficiale e la pressione era 100/80. Si è spenta
silenziosamente, si è addormentata nel Signore. Se le
sorelle non fossero state vicine a guardare ogni tanto,
non si sarebbero neanche rese conto. I medici non hanno cessato di fare il possibile per salvarla. È la vera
impotenza umana. Sarà sepolta alle ore 13:30 e la mes-
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sa sarà celebrata domani alle 15:30. Le sorelle delle
diverse comunità potranno essere presenti, tranne quelle in isolamento. Abbiamo letto il tuo scritto per fonia
affinché la tua presenza sia subito tra le sorelle nel dolore. Per le comunità di Kinshasa si avverte di persona.
Il Signore ci renda salde nella fede. Grazie, Madre per
il tuo coraggio a sostenerci, lo sentiamo nelle tue parole
di fede e consolazione.
Ti abbracciamo e ci stringiamo tutte a te, in Lui.
suor Donata
ore 19:30 del 28 maggio 1995
Carissima Madre,
questa sera è il silenzio più assoluto. Le sorelle hanno potuto parlare con te e sicuramente hanno pensato
che ci avresti informato. Grazie anche delle notizie sulla festa dei giovani. Sapessi come tutte le celebrazioni della nostra famiglia religiosa sono passate per noi
senza che ce ne rendessimo conto. Ci hai sempre aiutato
tu a ricordarci di quante festeggiavano il loro 50°, 60°,
ecc… Grazie! Oggi molte persone, preti, suore… sono
venuti a farci per la 6a volta le condoglianze. Era lo stupore, il silenzio, il conforto, la fede e infine una parola
di speranza. Tutti sono colpiti dalla testimonianza delle
nostre sorelle.
Le sorelle di Kingasani ti ringraziano per la tua lettera:
sono state meravigliose, forti nella fede. Siamo state là
con loro un po’ in mattinata. Il Signore resti la nostra
pace e consolazione. Ti abbracciamo e ci sentiamo in
comunione con te e con tutte le sorelle della Congregazione. Ringraziale a nome nostro.
Un forte abbraccio da tutte.
suor Donata, suor Ado
125
La carità simpatica e gioiosa di suor Vitarosa proveniva dalla sua serena consapevolezza di essere
tra i “piccoli” del Vangelo. «Ho percepito che Dio
mi ama di un amore infinito. Più mi riconosco di
avere tanti limiti e di essere tanto povera, più sento
che Dio mi ama. Sì, perché Dio ama i piccoli!».
7.
Epilogo
Tre testimonianze
Suor Costantina Franceschina, originaria di Isolaccia in Valtellina, è stata missionaria in Congo.
Oggi è ospite della casa di riposo delle suore delle
Poverelle a Torre Boldone, ha 85 anni. In quei giorni anche lei era là e racconta oggi, quindici anni
dopo: «Intanto era morta suor Floralba che venne
portata in un primo momento nella cappella dei lebbrosi a Mosango; la bara era aperta e tutti la toccavano e il cadavere rimase lì per giorni e però nessuno venne contagiato. Incredibile. La toccavano,
la baciavano, migliaia di persone. Volevamo seppellirla a Tumikia invece il vescovo della diocesi,
mons. Mununu Kasiala, volle che venisse portata
a Kikwit. Poi morì suor Clarangela e a quel punto
era chiaro che c’era un’epidemia. La sua bara venne riempita di disinfettante e poi seppellita due ore
dopo che era morta. Ormai c’era il panico a Kikwit.
Io ero lì al cimitero di Kikwit e piangevo e in quel
momento arrivò suor Dinarosa che mi disse: “Non
piangere. Guarda, io non sto bene, vedrai che succede anche a me, ho un fortissimo mal di testa…”.
128
Da quel giorno venimmo isolate nelle nostre case.
Noi non potevamo lasciare la missione di Tumikia,
eravamo in contatto con il resto del mondo soltanto con la phonie, la piccola ricetrasmittente. Ma lo
stesso un giorno riuscimmo a lasciare Tumikia e a
raggiungere Kikwit. Scoprimmo che suor Daniela
era stata messa nella casetta delle suore, vicina a un
padiglione, da sola, isolata. Il vescovo ci impedì di
andare a salutarla, disse: “Guai a voi se andate nella
casa”. Ormai si era capito che era Ebola. Tornammo alla nostra missione; scoprimmo che le ragazze
erano scappate, la missione era deserta e cominciò
il periodo più tremendo. Noi suore delle Poverelle eravamo additate come portatrici della malattia,
nessuno ci voleva più avvicinare, i ragazzi ci tiravano persino i sassi, bestemmiavano, ci rivolgevano
parolacce. Una domenica ero in chiesa e distribuivo
la comunione e mi dissero di non farlo più: “Basta
– mi dissero dei nativi – non distribuirla più, ci dai
il microbo”.
Eravamo considerate responsabili dell’epidemia.
Questa situazione acuta andò avanti per un mese.
Una mattina ero di turno alla phonie e ricevetti il
messaggio di suor Anna Elvira che aveva assistito
suor Daniela. Singhiozzava. Ci salutava, ci faceva
raccomandazioni, disse solo: “Vado con le altre”.
Andava nella casetta. Che giorni terribili. Ricordo
quei ragazzi che ci guardavano e ci ingiuriavano,
dovemmo chiudere il portone per paura di aggressioni. Gli adulti, gli anziani dei villaggi però ci proteggevano. Ricordo che anche due suore del posto,
suor Christine e suor Scolastique si ammalarono e
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presentavano i sintomi di Ebola, ma loro ce la fecero. In trentatré giorni abbiamo celebrato sei funerali. Sei suore morte. E quanta gente è morta…
L’ospedale di Kikwit era stato abbandonato, nelle
strade c’erano striscioni con su scritto di non toccare i morti, di non seppellirli. Giravano quei camion
nei villaggi con quegli uomini con gli scafandri e
prendevano i cadaveri. E poi accadde che suor Vitarosa raggiunse suor Annaelvira che si trovava a
Kikwit per curare suor Daniela. Ormai si sapeva
bene che era Ebola, ma lei volle andare lo stesso.
Sapevano bene Annaelvira e Vitarosa che rischiavano la vita, ma dicevano che il nostro Fondatore,
don Luigi Palazzolo, aveva espressamente detto e
scritto che le suore delle Poverelle dovevano assistere i malati anche in caso di epidemia, caso non
raro nell’Ottocento. Conosco bene Annelvira e Vitarosa, eravamo molto unite. Vitarosa era stata infermiera all’ospedale di Kikwit, e poi all’ospedale
di Kinshasa, come ostetrica. Là era contenta. Vitarosa aveva sempre un grande sorriso sulle labbra.
Ricordo come si preoccupava in quegli anni dei
saccheggi, delle violenze. Ma andava avanti.
Riprendere il nostro servizio alla missione è stato molto difficile. Ci dicevano di partire; le nostre
superiore ci avevano lasciate libere di scegliere.
Era Madre Generale suor Gesuelda; lei era stata in
missione e conosceva bene la situazione, voleva
raggiungerci subito, fin dalla morte di suor Floralba, ma non le fu possibile, ci raggiunse solo a metà
giugno. Ricordo che a un certo punto io pensai, ma
non solo io, che saremmo morte tutte. Eppure que-
130
sto non ci fece mai scegliere di andarcene. Anche
se avevamo perso la nostra Madre Provinciale, suor
Annelvira, anche se eravamo sei suore in meno e
avevamo anche la gente contro. No, davvero sarei
morta dieci volte piuttosto che venire via di lì».
Il cardinale Bernardin Gantin, Prefetto della
Congregazione per i vescovi, il 29 maggio 1995,
nella cappella delle suore Poverelle a Roma Propaganda Fide, ha celebrato una messa di suffragio
e di ringraziamento. All’omelia così si è espresso:
«Carissime sorelle, sono tra voi per esprimere solidarietà, comunione, abbandono nel Signore. Noi
dobbiamo anzitutto ringraziare Dio per la vita di
queste vostre sei sorelle, scelte e mandate ad gentes
per portare quel Cristo che avevano nel cuore. In
poco più di un mese sono insieme nell’eternità, per
un’epidemia che ha scosso l’Italia e il mondo che
ha potuto constatare che ci sono persone capaci di
dare la vita per i poveri. È disegno di Dio, le vie
del Signore non sono le nostre. Abbiamo serenità,
abbiamo abbandono nel Signore perché esse sono
come Lui che si è donato consumando il Corpo,
versando il Sangue; come Lui hanno dato la vita.
Siamo qui per fare memoria del vostro fondatore il
beato Luigi Palazzolo. Loro, le sei Poverelle, hanno
seguito la via tracciata da lui, hanno accolto la sua
consegna, hanno incarnato il suo carisma e danno
esempio a voi. Sono il grano che è sceso sotto terra,
ma che germoglierà presto. Dio non vuole che noi
perdiamo la speranza, la fiducia in Lui. Queste sorelle sante sono diventate invisibili ai nostri occhi,
131
ma sono presenti, qui, oggi con noi. Beati coloro
che muoiono nel Signore! La settimana scorsa ho
celebrato con tutti i vescovi della Conferenza episcopale italiana e insieme abbiamo fatto memoria
delle vostre suore. Il nostro cuore abbia gli stessi
sentimenti di Maria: “Fiat” a Nazaret, “Fiat” sul
Calvario, perché venga presto il regno di Dio».
Madre Gesuelda Paltenghi, morta a fine agosto
2009, nel 1995, era Madre Generale, dopo aver vissuto per diciotto anni come missionaria, proprio nel
Congo.
Così scrive, il 28 maggio 1995, alle suore di tutta
la congregazione: «Per sei volte, in un solo mese,
l’angelo della morte ha bussato alla porta della
nostra famiglia religiosa, portando in Paradiso sei
nostre carissime sorelle: suor Floralba il 25 aprile, suor Clarangela il 6 maggio, suor Danielangela l’11 maggio, suor Dinarosa il 14 maggio, suor
Annelvira, Superiora Provinciale d’Africa, la sera
del 23 maggio e oggi, 28 maggio, suor Vitarosa!
Abbiamo sperato tanto in questo mese di maggio! Il
rapido succedersi degli eventi ci ha profondamente
colpite. Siamo sgomente per questa durissima prova, ma non distrutte; sconvolte, ma non spezzate
perché Dio ci è Padre tenerissimo e sa il perché di
questa sofferenza, di queste morti, di questi vuoti.
Nel cocente dolore abbiamo fissato ancor più il nostro sguardo sul Crocifisso Risorto con grande speranza. Ci è stata e ci è di conforto la preghiera, la
fraterna vicinanza e partecipazione al dolore nostro
e dell’amato popolo zairese da parte del Papa e di
132
molti cardinali, vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e di singoli laici. La loro solidarietà ci ha aiutato e ci aiuta a intravedere in questo Venerdì santo
uno dei momenti più ricchi e fecondi della nostra
famiglia religiosa, perché le nostre sei sorelle, dando la vita per amore, hanno offerto a noi e a molti
le ragioni della speranza cristiana. Sì, la morte delle
nostre sei martiri della carità è la testimonianza e la
conclusione di una vita donata giorno dopo giorno, con amore, gioia, umiltà e disponibilità totale
a Dio e ai fratelli. Questa è la vera “profezia”. La
loro vita, donata con amore e per amore, è seme
che genera altra vita alla Chiesa zairese, alla nostra
congregazione e alla Chiesa universale. Solo più in
là ne vedremo i frutti e benediremo grandemente il
Signore».
Postfazione
Da don Luigi Palazzolo alle Poverelle
Nella Bergamo di metà Ottocento, nella città infervorata dai temi risorgimentali, esisteva una real­
tà sociale molto difficile: denutrizione, mortalità
infantile, malattie infettive imperversavano. In questi anni all’interno della Chiesa cattolica emersero
diverse figure di uomini e donne che si impegnarono per arginare la sofferenza delle classi popolari,
per dare un aiuto, una minestra, una medicazione,
un’istruzione con un’attenzione particolare ai bambini e ai giovani.
Luigi Palazzolo fu una di queste persone. Era
nato il 10 dicembre 1827 da una delle famiglie più
ricche e culturalmente all’avanguardia di Bergamo
(dalla parte del padre era proprietaria delle terme
di San Pellegrino. La madre, una Antoine, era figlia di uno dei più importanti tipografi ed eruditi
della città, di origine francese). Luigi era l’ultimo
di nove fratelli e presto orfano di padre e unico fratello sopravvissuto. La madre lo vedeva bene nella
carriera ecclesiastica, magari proiettato verso qualche importante ruolo curiale. Invece don Luigi si
134
diede subito da fare per i bambini del quartiere più
popolare di Bergamo, quello di San Leonardo, e in
particolare cominciò il suo apostolato nella zona
poverissima della Foppa. La mamma aiutò sempre
Luigi, ma non sempre convinta delle sue azioni.
Disse più di una volta: «Questo mio figlio vuole morire spiantato». Aveva ragione: per i poveri don Luigi spese tutto l’ingente patrimonio di famiglia. Del
resto, non riusciva a dire di no a chi aveva bisogno.
Erano anni in cui anche Bergamo conosceva la
piaga dei bambini abbandonati e malati. Don Luigi
li raccoglieva, li ripuliva, li rimetteva in sesto. E
cercava di dare loro un futuro. Organizzò un oratorio per i giovani, poi diede vita a un orfanotrofio.
Accanto al Palazzolo cominciò a impegnarsi Teresa
Gabrieli. Don Luigi era convinto assertore di una
pedagogia semplice e diretta: sermoni brevi in chiesa, ma efficacissimi grazie alla sua oratoria; catechismo essenziale, tanto aiuto sul piano concreto, e
divertimento per i ragazzi, per fare loro capire che
la vita donata da Dio può essere bella. Don Luigi era un buon musicista e compositore, ed era un
estroso burattinaio: i suoi spettacoli di burattini (alcuni dei quali intagliati da lui stesso) erano noti in
tutta la provincia. Don Luigi disse chiaramente che
voleva occuparsi degli ultimi, di coloro che erano
respinti anche dalle istituzioni caritative che pure
già esistevano. Gli ultimi degli ultimi. «Io cerco e
raccolgo il rifiuto di tutti gli altri, perché dove altri
provvede lo fa assai meglio di quello che io potrei
fare, ma dove altri non può giungere cerco di fare
qualcosa io così come posso».
135
Teresa Gabrieli era invece di umile provenienza,
la sua era una famiglia di ortolani che con sacrificio
la fece studiare dalle suore Canossiane fino a raggiungere il diploma di maestra. Incontrò il Palazzolo a 32 anni, quando già era impegnata nell’educazione delle ragazze povere del quartiere. La
famiglia religiosa delle suore delle Poverelle vide
proprio in Teresa Gabrieli la prima componente:
dopo una notte di preghiera, all’alba del 22 maggio 1869, Teresa pronunciò i voti religiosi e andò
ad abitare nella casetta di via della Foppa insieme
a una ragazzina malata e sciancata, “Molgori”. Il
nome della congregazione esponeva un programma
ben preciso: essere totalmente al servizio «dei poverelli e delle poverelle» come diceva il Palazzolo.
Quando don Luigi morì, nel 1886, Teresa Gabrieli
si prese sulle spalle la responsabilità di quattordici
case, sessanta suore, 270 orfani.
Oggi le suore delle Poverelle sono circa ottocento e sono presenti in Italia, Congo, Costa d’Avorio,
Malawi, Brasile, Kenia, Burkina Faso e Perù.
Indice
Presentazione (don Arturo Bellini)
Introduzione
3
9
1. Suor Floralba Rondi
2. Suor Clarangela Ghilardi
3. Suor Danielangela Sorti
4. Suor Dinarosa Belleri
5. Suor Annelvira Ossoli
6. Suor Vitarosa Zorza
7. Epilogo: Tre testimonianze
15
31
45
67
83
105
127
Postfazione:
Da don Luigi Palazzolo alle Poverelle
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