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attualità
17 marzo 2013
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I cattolici francesi
a un mese dal voto
11
L’atteggiamento dialogico a
tutto campo, soprattutto alla
base, è la cifra di un contributo
originale alle «presidenziali» di
questa primavera. Come
leggere e interpretare il
documento della Conferenza
episcopale francese.
attualità pastorale
Italia
paese incomprensibile
Non è la prima volta che la politica italiana appare ingarbugliata agli occhi dell’Europa. Si temono,
in particolare, gli accenti antieuropei del Movimento 5 Stelle sommati a quelli dell’elettorato
leghista e berlusconiano. Il rapporto Italia/Europa sembra giunto ad un punto critico.
Un grande stupore. Ma l’instabilità formale
del potere esecutivo in Italia è stata largamente compensata, nei primi decenni della
costruzione europea, dall’incredibile successo
– certo, a fasi alterne, ma pur sempre miracoloso – dell’economia italiana, oltre che dalla
continuità pro-atlantista e fermamente europeista garantita dai partiti governativi, e in
particolare dalla Democrazia Cristiana. Era
un’Italia ballerina e poco seria nella forma,
ma nella sostanza era un paese relativamente
solido e affidabile agli occhi di Bruxelles e
delle altre capitali europee. Un paese, peraltro, indispensabile strategicamente per fare
argine al blocco sovietico.
Poi Tangentopoli spazzò via la Prima Repubblica, i suoi protagonisti e le sue cerimonie e l’Europa dovette confrontarsi – oltre che
con un centrosinistra fortemente europeista
ma perennemente azzoppato dall’eteroge-
neità delle sue maggioranze parlamentari –
con un animale politico alquanto singolare. Si
tratta ovviamente di Silvio Berlusconi.
Una rassegna delle incomprensioni, delle
polemiche e delle tensioni tra Bruxelles e
Roma ai tempi dei governi Berlusconi
avrebbe bisogno di un libro intero per essere
esaustiva. Ma malgrado l’ironia, l’avversione
e i dubbi con cui il Cavaliere è stato considerato in ambiente europeo – e paradossalmente forse proprio grazie a una certa frustrazione da parte di Berlusconi e dei suoi per
un tale atteggiamento da parte dei salotti
buoni della politica europea, ritenuto pregiudiziale e ingiusto – la condotta dei governi
Berlusconi e degli esponenti di punta del centrodestra italiano a Bruxelles è stata, tutto
sommato, disciplinata rispetto alle questioni
cruciali dell’integrazione europea, in particolare riguardo alle varie revisioni dei Trattati.
L’ammissione di Forza Italia nel gruppo parlamentare del Partito Popolare Europeo, avvenuta nel 1998 e da molti contestata, in realtà, pur non cambiandone la cultura di
fondo, ha contribuito a “inquadrare” il movimento berlusconiano in un orizzonte – seppur strumentalmente, e con varie eccezioni,
peraltro sempre più numerose negli ultimi
mesi – pro-europeo.
Malgrado il relativo “addomesticamento”
del berlusconismo alle logiche europee, tra i
funzionari, i giornalisti, i consulenti e quanti
orbitano attorno al quartiere europeo di Bruxelles, ha destato grande stupore il risultato,
ben più che dignitoso, della coalizione PdlLega alle ultime elezioni. Ci si chiede come sia
possibile che l’uomo che più di ogni altro è responsabile del declino dell’immagine – per
non parlare della situazione economica – dell’Italia, sia ancora in grado convincere milioni
di elettori a votarlo. Ci si chiede anche come
mai Mario Monti, che invece viene considerato come l’“uomo della Provvidenza” per le
finanze statali italiane, abbia avuto un risul> pag. 16
Il nuovo papa
Oggi, martedì 12 marzo, si apre il conclave
che eleggerà il successore di Benedetto XVI.
Quando i lettori avranno in mano questo numero di Settimana forse ne conosceranno già
il nome. È un momento importante per l’intera Chiesa che vede nel servizio petrino il
segno della sua unità. Un ministero, quello
del vescovo di Roma, che già il card. Reginald Pole nel 1569 (De summi pontificis officio et potestate) indicava con due elementi
fondamentali: il martirio e la resistenza al potere. Se l’unità del “noi” cristiano è basata
sulla Trinità, voluta da Dio in Cristo, attraverso lo Spirito, questo “noi” è guidato da
responsabilità personali. Non vi è governo
anonimo delle comunità. Il nome che il pontefice assume per sé non è che l’ultima accentuazione dell’irrinunciabile identità da
esso garantita. Benedetto XVI, oltre al martirio (Gv 21,18ss) e alla critica al potere, aggiunge come proprio del servizio del papa il
tema della riforma, testimoniata dal Pole nel
concilio tridentino, e ripresa nell’ermeneutica del Vaticano II. Ora tocca al successore.
attualità
La politica in Italia p. 1-4-5
etica
La coscienza civica p. 3
pastorale
Il prete “inadeguato” p. 12-13
cultura
L’Amore inatteso p. 14
settimana 17 marzo 2013 | n° 11
U
n paese spaccato. Un Parlamento
apparentemente ingestibile. Il tutto,
in un contesto economico drammatico e con le finanze statali non
troppo lontane dal collasso. Questo il quadro
uscito dalle elezioni politiche italiane del 24 e
25 febbraio. Si tratta di una situazione che, vista dagli alti palazzi delle Istituzioni europee
a Bruxelles, desta qualche ironia, un certo stupore e molta preoccupazione.
Certo, non è la prima volta che la politica
italiana appare ingarbugliata e incomprensibile agli occhi dell’Europa. Negli anni, oltralpe
hanno fatto il callo alle stranezze italiche: esecutivi della non-sfiducia, correnti di partito e
intrighi di palazzo, convergenze parallele, governi balneari, un turnover di presidenti del
Consiglio e ministri da far impazzire gli addetti al protocollo dei vertici europei, eurodeputati pronti ad abbandonare il mandato per
tornare a Roma al primo giro di valzer parlamentare o governativo, oltre a una serie infinita di scandali politici, economici e finanziari.
1
settimana 17 marzo 2013 | n° 11
dialogo aperto
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In vista del nuovo papa
Dalla “diplomazia”
alla “profezia”
Cara Settimana,
le dimissioni di Benedetto XVI sono un
evento di straordinaria forza profetica e sarebbe
davvero una colpa se, passato il momento dell’emozione, eletto il nuovo papa, tutto tornasse
a scorrere come se niente fosse accaduto. È evidente che quel gesto, al di là di ogni possibile interpretazione, è la manifestazione lampante che
la Chiesa ha bisogno di un profondo rinnovamento. Il nuovo papa non potrà sottrarsi a questo compito e soprattutto dovrà fare in modo
che il rinnovamento sia visibile, concreto ed efficace.
Si tratta di scuotere la coscienza di tutti i
membri della Chiesa, dal papa all’ultimo dei suoi
membri, e di lanciare un messaggio al mondo intero che la Chiesa, santa e peccatrice, ha finalmente deciso di fare i conti con le sue miserie
per ritrovare, sotto la spinta dello Spirito, la sua
identità e il senso della sua missione.
So bene che, dentro questa prospettiva, ora
come ora, si scatenerebbe la battaglia dei tradizionalisti e dei progressisti. Al nuovo papa il
compito di smorzare sul nascere queste tensioni, richiamando gli uni e gli altri alla consapevolezza che nella Chiesa dovrebbero esistere
solo seguaci di Cristo “via, verità e vita”. In altre
parole, tutti dobbiamo sentirci chiamati a fare la
Chiesa come l’ha voluta Cristo e ad agire sapendo
che il suo bene non sta nelle nostre parole o
nelle nostre idee, ma solo nella fedeltà e nella
coerenza con il Vangelo. Bisogna, come a suo
tempo disse Giovanni Paolo II, “ripartire da Cristo” consapevoli che non abbiamo bisogno di altri programmi che il suo.
Ma in che modo la Chiesa può passare dalle
parole ai fatti e, soprattutto, quali sono i punti
nevralgici sulla cui base dimostrare in maniera
trasparente che il rinnovamento non solo si auspica ma si attua? A me sembra che si debba
avere il coraggio di fare scelte che, finalmente,
riaggancino l’esperienza della Chiesa e della
fede a quei valori non negoziabili che emergono
chiari e trasparenti dal vangelo. Ne accenno
qualcuno.
Innanzitutto, occorre avere il coraggio di rivedere la prassi battesimale alla luce di una verità che è stata trascurata se non affatto dimenticata. Leggiamo nel Catechismo della Chiesa cattolica: «Diventare cristiano richiede, fin dal
tempo degli apostoli, un cammino e una iniziazione con diverse tappe. Questo itinerario può
essere percorso rapidamente o lentamente. Dovrà in ogni caso comportare alcuni elementi essenziali: l’annunzio della Parola, l’accoglienza
del Vangelo che provoca una conversione, la
professione di fede, il battesimo, l’effusione
dello Spirito Santo, l’accesso alla comunione eucaristica» (n. 1229). Nella prassi continuiamo a
celebrare il battesimo scommettendo ancora
sulla “fede parentale”. Infatti, non si diventa
membri del popolo di Dio perché si è personalmente compiuto un itinerario di conversione
vera, ma si è credenti (?) perché, attraverso l’innesto parentale (dei genitori), si appartiene alla
Chiesa.
In un mondo che vede le famiglie sempre più
lontane dalla Chiesa, continuare a far finta che
si attui una reale trasmissione della fede dai genitori ai figli è una pia e colpevole illusione. Non
c’è da meravigliarsi se questo “cristianesimo”
della “convenzione” si traduca poi in quell’ab-
Grazie, con dignità
Aveva buttato le sue poche cose al di là della staccionata e l’aveva scavalcata clandestinamente. Srotolato il suo sacco a pelo, aveva dormito invisibile le ore più buie della
notte nel giardinetto antistante la canonica, sotto la tettoia “a misura d’uomo” (ci stava
giusto un uomo e poco più).
È quasi mattina. La primavera ha anticipato un po’ più di ieri le prime luci dell’alba, per
la gioia dei più (ma non di tutti, evidentemente). Lui la anticipa di qualche folata di vento.
Non vorrebbe essere visto, ma il parroco lo sta guardando dalle imposte socchiuse. Spegne le luci, perché anche il parroco non vuole essere visto. Per non mettere imbarazzo. Ma
anche per evitare l’imbarazzo di dover dire qualcosa e non aprire il varco a precedenti.
Lui – non si sa come si chiami, né da dove venga – fa scivolare la cerniera della sua coltre, tanto provvisoria quanto provvida. Si alza in piedi, con un gesto che palesa volontà,
non fretta. Si passa le mani sul viso per distendere la pelle. Liscia la barba lunga ma non
trasandata. Ravviva i capelli. Resta fermo come un punto esclamativo per qualche secondo, più lungo dei nostri. Si scossa la notte dal corpo. Si china sul sacco a pelo e lo ricompone con cura metodica e tante volte “celebrata”. Stira il maglione e allunga ai polsi
le maniche della giacca scura. Chiama all’ordine le sue poche cose, compreso qualche ninnolo “inutile”.
Il parroco si è alzato presto perché “ha da fare”, ma è come incantato da quella “liturgia” povera. Un po’ spera che lasci l’addiaccio prima d’essere “costretto” a vederlo, un
po’ desidera qualche altro passo di quella coreografia a lungo provata. Lui si toglie qualche capello invisibile dalla giacca scura. Si spolvera ancora una volta. Ora è pronto a saltare
l’inferriata e tornare a nascondersi per strada a quegli occhi che non lo vogliono vedere.
Sosta in piedi ancora un istante, il capo chino, inseguendo chissà quale pensiero vagabondo come lui, o forse per dare una sillaba in più ai sogni. Poi si volge verso la chiesa. Si
inginocchia e traccia su di sé un segno di croce ampio come i suoi vestiti.
Il parroco è sicuro d’aver sentito «Grazie, Signore». (M. Matté)
bassamento morale che sta tremendamente
condizionando la vita sociale. La Chiesa sale, luce
e lievito rimane tra i desiderata traditi di Colui
che l’ha voluta e ha pagato il prezzo della sua
vita per regalarci un battesimo frutto dell’annuncio del vangelo e della personale volontà di
ascoltarlo, accoglierlo e viverlo.
Un altro sentiero da percorrere: una riforma
“istituzionale” capace di far emergere che la
Chiesa è segno e strumento dell’amore di Dio per
l’umanità intera. Il Cristo risorto ha voluto assumere un “corpo” composto dai suoi discepoli
per continuare ad essere sacramentalmente presente nella storia dell’uomo fino al suo ritorno.
Dobbiamo riconoscere che bisogna fare un
grande sforzo per vedere nel modo di essere e
di agire di questo “corpo sacramentale” i segni
della presenza di Colui che si spogliò della sua
dignità divina per farsi servo fino alla morte e
alla morte di croce (cf. Fil 2, 6ss) e che indossò
un grembiule per lavare i piedi dei suoi discepoli
(Gv 13,1ss.).
Da dove cominciare? Se si decidesse di cancellare, così come ci chiede Gesù nel vangelo,
tutti quei titoli che sono legati a logiche di potere e non di servizio, sarebbe un ottimo punto
di partenza. La Chiesa è famiglia: se non vogliamo rimanere prigionieri di una sterile reto-
rica, torniamo ai nomi propri e abbattiamo le
barriere della pomposità di titoli come “eccellenza”, “eminenza”, “monsignore”…
Infine, credo che sia necessario passare decisamente dalla “diplomazia” alla “profezia”. Il discepolo di Gesù non può pensare di scansare il
rischio della persecuzione e della croce senza essere “satana”. Lo fa chiaramente intendere
Gesù a Pietro dopo la sua professione di fede:
non si può essere suoi discepoli solo sul piano
della sana dottrina (cf. Mt 16,13ss.). La “profezia” genera inevitabilmente il rischio “della persecuzione e della croce”. Che cosa questo significhi, non è lasciato alla libera interpretazione
perché ce lo dice chiaramente Gesù quando,
dopo aver più volte affermato ai suoi discepoli
che avrebbero dovuto abbracciare con lui la
croce, dimostrò concretamente davanti a Pilato
e al mondo che cosa intendesse dire. Il battezzato – come sappiamo – è, in Cristo, “sacerdote,
re e profeta” e sa che la croce che abbraccia per
amore può condurlo sul calvario. Ma sa anche
che non può avere altre armi che la forza dello
Spirito e della Parola che ha accolto e che testimonia. Naturalmente, questo vale anche e soprattutto per il papa.
Dopo la nuova traduzione
di quelli corrispondenti alle letture ogni volta
che il salmo viene cantato». Sono indicati nei
vari calendari liturgici e riferiscono la disposizione del Notiziario della Conferenza episcopale italiana del 20 febbraio 1979, reperibile
anche nel volume 2° dell’Enchiridion Cei n.
3350.
Inoltre, penso che il repertorio Nella casa del
Padre – ufficialmente approvato dai vescovi –
mantenga tutta la sua validità, come pure il Repertorio nazionale di canti per la liturgia, edito a
cura della Cei nel 2009, ricco di proposte.
Senza l’ansia di rivedere a tutti i costi testi e
musiche collaudati e conosciuti che, sovente,
sono assai più efficaci e praticabili di quelli inseriti negli ultimi Lezionari.
Salvo miglior giudizio e con ossequi.
A proposito
del canto dei salmi
Cara Settimana,
condivido il rammarico di Michele Ferrari
pubblicato su Settimana n. 8 (24 febbraio 2013)
per la nuova traduzione che dovrebbe sostituire quella in uso collaudato e conosciuto.
La preoccupazione espressa mi sembra
possa essere superata in base a quanto scrive il
n. 36 dei Principi e norme del Messale romano,
ora chiamato Ordinamento generale del Messale
romano al n. 61, che consente «testi comuni di
ritornelli e di salmi per i diversi tempi dell’anno… testi che si possono utilizzare al posto
Lorenzo Blasetti, Rieti
don Bartolomeo Stellino
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etica
SUL TEMA SI TERRÀ A PADOVA UN FORUM NAZIONALE
Ri-formare il senso civico
di questi tempi, di etica civile.
Quasi paradossale negli anni in
cui il termine “bene comune” – pilastro della convivenza civile
“buona” – è diventato il pane quotidiano dei discorsi di politici e amministratori di ogni genere ed estrazione ma, nello stesso tempo, questo prezioso “bene comune” risulta
essere compito di altri e non dovere
di ciascuno.
Quasi paradossale nell’epoca in
cui l’“educazione civica” non è più
materia scolastica, ma una possibilità di alternativa all’ora di religione, come a dare per scontata una
prassi educativa affidata ad “altre”
agenzie, non certo alla scuola pubblica, o a considerarla un dato acquisito. Ma per nulla congenito!
Quasi paradossale nella situazione politica attuale, che sta rivelando un paese – l’Italia – allo sbaraglio proprio sul fronte della capacità dialogica e sulle dinamiche dell’impegno condiviso.
Le linee del “Manifesto”. Di
fronte all’ennesimo paradosso di
una società occidentale avanzata
che, in quanto tale, dovrebbe essere
“civile”, ma che contemporaneamente registra gli abissi dell’individualismo e il primato dell’interesse,
quello di cui c’è più bisogno è una
riflessione seria e profonda sulla
convivenza civile e i valori che la
sostengono, recuperando le basi
per creare una società in cui diritti
e doveri siano sostenuti e rispettati
e il “bene comune” – di tutti e di ciascuno – sia davvero il riferimento
etico con cui operare, costruire, progettare, educare.
Alla crisi economica e finanziaria cogente, si affianca una crisi di
cittadinanza, di capacità di convivenza “civile”, di progettualità sostenibile, di vedere lontano con lo
sguardo di molti e del tutto e non
con l’interesse proprio.
In questa situazione c’è bisogno
di una “rinnovata etica civile”, partendo da quel luogo/palestra che è
la civitas – «la città, intesa sia come
realtà concreta dalla forte dimensione locale, che anche nella sua valenza simbolica, evocativa di una
positiva convivenza anche su scale
più ampie».
Di questo si occupa la Fondazione Lanza di Padova, un’istituzione della Chiesa locale, che da 25
anni opera come centro di studi in
etica con uno sguardo rivolto in
particolare all’etica applicata e alla
dimensione educativa.
Negli ultimi anni la Lanza ha
concentrato l’attenzione dei suoi
progetti (etica, filosofia e teologia;
etica e ambiente; etica e medicina)
in una riflessione comune sull’etica
civile che sfocia questo mese (2122 marzo a Padova) in un Forum
nazionale, il cui obiettivo è raccogliere il frutto del lavoro svolto;
ascoltare la voce di protagonisti del
pensiero civico odierno (dal presidente del Censis, Giuseppe De Rita
all’antropologo Marc Augé, dal teologo moralista Antonio Autiero al
sociologo ed economista Mauro
Magatti); e proporre una via di riscoperta e di rinnovamento dell’etica civile, che ha visto la redazione di un Manifesto preparatorio
e programmatico (www.fondazionelanza.it) e la pubblicazione, proprio in questi giorni, del volume
Etica civile. Una proposta (ed. Messaggero, Padova).
Il tutto nell’intento di suscitare
attenzione, ma soprattutto dibattito, interesse, impegno... e la riscoperta di quel civismo attivo alla portata di tutti, «in qualunque momento della propria vita, intervenendo anche su singoli problemi di
interesse generale». E, per il credente, di un nuovo civismo cristiano (cf. Gaudium et spes n. 75).
Il Manifesto Per una rinnovata
etica civile che traccia le prospettive
del Forum nazionale si articola su
tre ambiti fondamentali:
a) un bene a rischio (la civitas);
b) ritrovare il civile, attraverso il
recupero di parole comuni, buone
pratiche, qualità relazionale, responsabilità, dialogo e centralità
della Costituzione;
c) per coltivare un’etica civile,
che evidenzia alcuni “ambiti strategici” in cui l’etica civile mostra la
sua rilevanza, richiamando perciò
temi quali la sostenibilità (dalle
città ai consumi e stili di vita), il
bene salute, l’educazione al civile,
la ricerca di pratiche comuni.
La proposta di una rinnovata
etica civile sta assumendo i tratti di
un’urgenza, sottolinea il segretario
generale della Fondazione Lanza,
Lorenzo Biagi: «In questo momento storico, per quanto ci giriamo attorno individuando colpevoli da ogni parte, dobbiamo riprendere in mano la questione originaria: qual è la qualità della mia
e della nostra coscienza civica? Il
mio senso civico è ancora vitale o
non si è piuttosto deteriorato? Perché, quando si pensa solo a se
stessi, si finisce irrimediabilmente
per farsi gli affari propri a scapito
di tutto il resto. Là dove c’è un
clima sociale e una società ripiegata
su se stessa, rivendicativa e rancorosa, con obiettivi di piccola portata, divisa e diffidente; là dove la
società è un insieme inconcludente
di elementi individuali, senza nessuna coesione, di soggettività esa-
sperate e senza fini tenute insieme
da connessioni deboli; là dove la sfiducia nell’altro diventa fatto ordinario e “normale” (due italiani su
tre si dichiarano d’accordo con l’affermazione che “è meglio guardarsi
dagli altri, perché potrebbero approfittare della nostra buona fede”),
è chiaro che lì, gradualmente ma
con certezza, il legame sociale progressivamente si deteriora e si afferma un clima da guerra di tutti
contro tutti. Quella che si chiama
“solidarietà umana”, “civica”, quella
mano cioè che si dovrebbe dare per
puro spirito di appartenenza alla
nostra comune umanità, si è come
dileguata. Gli anziani non si fidano
più dei giovani: li sentono inaffidabili e rapiti da interessi futili e da
valori ora superficiali, ora cinici. I
giovani vedono negli anziani un
ostacolo, un peso, qualcuno che gli
sta rubando il futuro. Ed è brutto vivere così. Per tutti».
Rigenerare l’etica civile. C’è
quindi da ricostruire il tessuto civile, da ri-formare/educare la coscienza della legalità e del civismo
perché, «senza questi due pilastri, è
inevitabile una deriva verso un individualismo insofferente delle regole e uno stato permanente di sopraffazioni e di guerra di tutti contro tutti. Qualcuno è giunto a parlare della nostra società come di
una “società incivile” dove il clima
della convivenza si è deteriorato,
drammatizzato, perfino incarognito».
Considerato il contesto e i rischi,
il punto di partenza sta nel recupero di “parole comuni”, non solo
nel linguaggio, ma nel loro significato profondo, nella prassi di vita
quotidiana, nella declinazione delle
buone pratiche: persona, relazionalità civile, responsabilità, reciprocità, condivisione, convivenza,
dono, sussidiarietà, bene e beni comuni, dialogo, sostenibilità, Costituzione... Parole che collegano ambiti di vita comune, dalla filosofia
alla medicina, dalla teologia all’ambiente.
Il “senso” civico va rigenerato e
sollecitata un’etica civile perché
non c’è accezione civile che non sia
gravida di eticità, precisa lo stesso
Biagi nel saggio dell’omonimo volume: «Dire etica e dire civile è in
qualche modo ribadire e rafforzare
un unico concetto, quello di un processo di umanizzazione che vede
uomini e donne coinvolti in un continuo affinamento delle competenze proprie di una convivenza
buona e bella. Il civile costituisce
una tensione incessante che ha
come suo cardine l’agire pedagogico, attivato in tutte le sue espres-
sioni, ma specialmente quella di un
“apprendimento cooperativo” nel
quale gli uomini e le donne si educano reciprocamente a passare, diciamo così, da una natura incivile,
maleducata, rozza, violenta… ad
una qualità nuova in cui spicca la
capacità di attivare comportamenti
altruistici e di solidarietà che travalicano i confini scontati della propria cerchia di riferimento (famiglia, gruppo, clan, tribù…), fino a
darsi delle regole per una convivenza pacifica e di fattiva cooperazione, in vista di un fine condiviso
e, di conseguenza, a sostenere un
impegno civile in favore del raggiungimento del bene comune. In
questo passaggio qualitativo merita
di tenere in debita luce il ruolo dell’educazione, che risulta decisivo».
C’è bisogno – conclude Biagi – di
una demopedia, di un’educazione
popolare, continua, tesa a una società giusta «in cui si pratica abitualmente la giustizia», e buona «in
cui la gente si comporta bene. Per
fare questo dobbiamo raccogliere le
forze e le competenze per avviare
una nuova stagione di umanesimo
civile, un umanesimo convivialista,
che faccia del vivere assieme un
progetto di umanizzazione continua e accrescitiva. Protagonisti di
questa nuova stagione saranno proprio i cittadini, grazie ad una rinnovata coscienza delle proprie responsabilità che non ammettono
deleghe né fughe egologiche».
Sara Melchiori
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P uò sembrare antistorico parlare,
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attualità
COSA PENSA GRILLO SU CHIESA E TEMI ETICAMENTE SENSIBILI?
Silenzi e battute
A lla tv pubblica svedese, a pochi
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giorni dalle elezioni, ha dichiarato:
«Io sono un facilitatore: facilito i
concetti astrusi e complicati della
politica; perché hanno reso la politica complicata in modo che i cittadini non capiscano». Ora Beppe
Grillo ha fatto il pieno di voti, ma
per comprendere l’orientamento
del Movimento 5 Stelle su temi
“sensibili” come il fine vita, la procreazione, le coppie di fatto… dovremo aspettare i neoeletti alla
prova dei fatti, quando “scollegati”
dalla rete e dal loro “portavoce”,
saranno chiamati a confrontarsi
coi colleghi di altri partiti nelle
commissioni e, in aula, ad esprimersi col voto su leggi e provvedimenti.
Al momento, quello che conosciamo del M5S lo leggiamo sul
programma (lo statuto-non statuto) al quale si appellano i militanti, oppure dai dibattiti avviati e
conclusi sul blog beppegrillo.it, o
sui siti dei numerosi Meet up
sparsi in tutt’Italia e sui profili Facebook di coordinatori o eletti a livello locale. Qualcosa, però, lo possiamo dedurre anche dai monologhi di Grillo che, da buon fustigatore, non risparmia le religioni, la
Chiesa cattolica in particolare, e i
suoi rappresentanti.
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Il programma del Movimento 5
Stelle è un manifesto in progress,
diviso in sette punti-capitoli principali: si parte dallo stato e dai cittadini per concludere con la
scuola, passando dalla rivoluzione
energetica all’informazione senza
bavaglio, dalla realizzazione di
un’economia che non coincida con
la finanza ai trasporti, fino alla salute. Sfogliando le tesi sul sito del
movimento, non si accenna a temi
“delicati”, che hanno minato l’equilibrio di qualsiasi coalizione politica degli ultimi decenni. Solo al
capitolo “sanità” si legge un accenno alla lotta per il dolore (auspicando un allineamento per l’Italia agli altri paesi europei e alle di-
rettive dell’Organizzazione mondiale dalla sanità per l’uso degli oppiacei) e alla ricerca (8 per mille
alla ricerca medico-scientifica, promuovere ricerca sulle malattie rare
e spesare le cure all’estero in assenza di strutture nazionali). Nella
parte dedicata all’istruzione, si
scrive in un punto: «Risorse finanziarie dello stato erogate solo
alla scuola pubblica».
Il guru del movimento sa bene
che ogni persona ragionevole approverebbe la gran parte del suo
programma, ma che potrebbe trovarlo tanto appetibile quanto utopico, tanto che nel 2009 ha scritto
in un post: questo programma
«contiene più di 120 punti, tutti
utopistici e per questo tutti attuabili e migliorabili».
Grillo non consente la trattazione di altre questioni che non
siano vagliate dallo staff (Casaleggio & c.). Lui stesso si è imposto di
non parlare con i giornalisti italiani (nelle interviste con i media
stranieri non si affrontano questioni come i “valori non negoziabili”), e sul suo blog – che ospita
interventi di esperti e nel quale si
anima il dibattito tra gli attivisti –
, per argomenti che necessitano di
un minimo di moderazione (nel
senso di qualcuno che accompagna il dibattito), non c’è spazio.
Come nel caso del post di un
utente che si è addentrato in un
ragionamento sul rapporto tra
Chiesa e politica: dopo un paio di
commenti, il dibattito è stato subito stroncato da un altro utente:
«Ciao, hai risposto da solo... la
Chiesa è un problema!!!... da rivedere i patti lateranensi e successive modifiche!!».
La parte più corposa del ragionamento sulla Chiesa o sui principi cristiani la si trova nei comizi
che Beppe Grillo ha fatto dalla fine
degli anni 70 ai nostri giorni. Si
tratta, per lo più, di battute e provocazioni, urla e invettive lanciate
dal palco: «Nella mensa della Caritas di Firenze non ci sono più gli
extracomunitari, perché se ne
sono andati via. Ormai vanno a
mangiare là solo gli italiani». Con
questa frase l’ex comico-tribuno
ha scaldato la platea accorsa nelle
77 piazze d’Italia. Sensibilizzare
la gente sul tema delle povertà è
positivo, ma il dato che presenta è
falso. A livello nazionale, gli
utenti dei “centri di ascolto” delle
Caritas sono, nel 70% dei casi,
stranieri.
In campagna elettorale, Grillo
ha avuto occasione di rispolverare
il suo copione, stuzzicato dalle recenti dimissioni di Benedetto XVI.
Sarebbe «una cosa bellissima fare
un papa nero» ha detto a Viterbo
a metà febbraio. «Prima o poi anche la Chiesa dovrà aprirsi e permettere ai preti di sposarsi, metter su famiglia e fare figli, così potranno accarezzare i loro figli e
non quelli degli altri». Un suo
chiodo fisso è l’attacco alla gerarchia. «Si vede che il papa è un
uomo che ha paura della sua curia, dei cardinali, delle sue banche,
dello Ior e se ne va perché è tedesco. Si è reso conto che le chiese
sono vuote e ci sono più cristiani
in Africa che in Europa. I cardinali, invece, li vediamo che girano
con 4/5 guardie del corpo e con
l’auto blindata»
A Cremona ha preso di mira il
presidente della Cei. «Un giorno
ho fermato Bagnasco, che è anche
mio vescovo a Genova, e gli ho
detto: lei dovrebbe essere votato al
martirio, non girare con la scorta.
Se Gesù avesse avuto 12 guardie
del corpo, non lo crocifiggevano e
non nasceva il cristianesimo».
È Grillo che da sempre promuove e boccia la Chiesa, che classifica sacerdoti di serie A e di serie
B. È sempre e solo lui a decidere
se affrontare un argomento e secondo quali “ritmi”. Il missionario
Zanotelli è «uno dei volti, forse
quello più vero della Chiesa»,
come ha detto in occasione del referendum contro la privatizzazione dell’acqua: «Noi ci siamo
abituati a una Chiesa con un amministratore delegato tedesco che
gestisce una Spa, una multinazionale con 2,5 milioni di impiegati
in nero».
Nel giugno 2012, durante un
comizio ad Alghero, è andato in
scena un siparietto tra il parroco
don Tonino Manca – che chiedeva
di abbassare il volume in piazza
per non interferire con la liturgia
in Chiesa – e l’ex comico. «Io non
sono contro di te – ha detto il parroco – ma tu parli di libertà ma
non la rispetti. Ti ricordi? ci siamo
conosciuti al Rock Café». Grillo
l’ha buttata come ogni volta in ridere: «Sì, lui spacciava».
Sul palco in piazza a Desio, nel
marzo 2010, il suo “ruggito” non
ha filtri: «È un momento per la religione un po’ strano. Questi patti
lateranensi bisognerebbe rivederli
un po’. Se il Vaticano interferisce
con lo stato italiano, noi per par
condicio dovremmo avere la stessa
possibilità di interferire nel Vaticano». E ancora: «Io mando i miei
figli a catechismo, vado qualche
volta a messa. Per l’amor di Dio
sono un infedele, ho sposato una
musulmana, ho il Corano e il Vangelo, sono un misto di qualsiasi
cosa, ma sono aperto» e certe
«prese di posizione della religione
sulle cose è sbagliato, perché non è
la strada. Parlare di vita o di morte
non è un punto di vista culturale,
religioso o scientifico, non ci sono
punti di vista scientifici o religiosi.
Chi ha ragione? Tutti e nessuno. È
un punto di vista filosofico e politico, ci mettiamo d’accordo. Perché
la Chiesa deve interferire e dire,
per esempio, che la pillola del
giorno dopo è da considerare un
omicidio? Non ne parliamo più». E
l’argomento si è chiuso sul palco.
Così come è stata liquidata in poche righe sul suo blog la questione
del matrimonio gay: «è un diritto
sacrosanto, il Pd fa schifo, perché
lo nega per un pugno di voti» ha
scritto in occasione del mancato
voto nell’assemblea dei democratici di un documento in favore
delle nozze tra persone dello stesso
sesso, attaccando direttamente
Rosy Bindi.
Ma non è solo la Chiesa cattolica a subire le invettive del flagellatore 5 Stelle. La sua intervista al
quotidiano israeliano Yedioth
Ahronoth l’estate scorsa – in cui,
tra l’altro, elogiava il presidente
iraniano Ahmadinejad – ha messo
sull’attenti la comunità ebraica. Il
portavoce della sinagoga milanese
Bet Shlomo, Davide Romano, il 27
giugno ha risposto stizzito a Grillo:
«Passiamo giorni, mesi e anni
nelle scuole, e non solo, a combattere contro i pregiudizi e gli stereotipi. Poi arrivano parole come
le sue e rischiano di rovinare
tutto». Critiche che sono apparse,
nei giorni scorsi, anche su diversi
giornali americani in risposta al
suo successo elettorale.
Per il Consiglio di rappresentanza delle Istituzioni ebree di
Francia (Crif), Grillo, oltre ad essere «demagogo, populista, controverso e razzista», è anche «profondamente antisemita e antisionista». E le «tesi nauseabonde» del
Movimento 5 Stelle «potrebbero
riportare l’Italia a un periodo
oscuro della sua storia», il fascismo. Il leader del movimento, in
sostanza, è il “Dieudonné italiano”,
famoso umorista militante francocamerunense. Il Crif ha criticato il
percorso politico di Beppe Grillo
che «non ha mai nascosto la sua
simpatia e ammirazione per il suo
amico Maurizio Blondet», direttore di Effedieffe.com, uno dei
«più importanti siti italiani antisemita e complottista».
Paolo Tomassone
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Se la politica
vede le Stelle
C apire prima di valutare. Anche quando l’og-
getto da studiare si presenta con forme, modalità e metodi (oltre che personaggi) che sono
fuori degli schemi interpretativi correnti. Specie quando è la realtà ad imporsi con la forza
dei fatti e ti costringe ad indagare se non vuoi
sbagliare. È il caso del “Movimento 5 Stelle”
che ha invaso il Parlamento con una forza che
nessuno aveva previsto, che la nostra pigra capacità d’analisi aveva rimosso (era sostanza o
accidente?) ma che, evidentemente, esisteva
nel profondo della società, visto l’esito delle
urne.
Che cosa è dunque questo nuovo soggetto
politico? Per rispondere è obbligatorio rifarsi
ai suoi testi fondativi. Si apprende così che si
tratta di una “non-associazione” che «rappresenta una piattaforma ed un veicolo di confronto e di consultazione che trae origine e
trova il suo epicentro nel blog www.beppegrillo.it», che ne è la sede e l’indirizzo. Tanto si
legge nel “non-statuto” del movimento che rappresenta dunque un’entità virtuale, come è
proprio del mondo informatico, anche se poi
si materializza nel «contrassegno registrato a
nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti
d’uso dello stesso».
“Non-associazione”, “non-statuto”; ma proprio il blog spiega che si tratta di «una libera associazione di cittadini», che «non è un partito
politico né si intende che lo diventi in futuro».
Dunque, «non ideologie di sinistra o di destra,
ma idee». Infatti, «vuole realizzare un efficiente
ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità
dei cittadini il ruolo di governo e di indirizzo
normalmente attribuito a pochi».
La “totalità” che governa. Fin dal momento
genetico si comprende così che il rapporto fondamentale che si intende instaurare, senza mediazione alcuna, è quello che intercorre tra il
blog (e quel che vi si esprime) e la “totalità dei
cittadini”. Il fine dichiarato è quello di «raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del
blog, degli incontri (meetup) e di altre iniziative popolari» per «costituire, nell’ambito del
blog stesso, lo strumento di consultazione per
l’individuazione, selezione e scelta di quanti
potranno essere candidati a promuovere le
campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo così
come le proposte e le idee condivise nell’ambito del blog www.beppegrillo.it, in occasione
delle elezioni per la Camera dei deputati, per
il Senato della Repubblica o per i Consigli regionali e comunali, organizzandosi e strutturandosi attraverso la rete Internet cui viene riconosciuto un ruolo centrale nella fase di adesione al MoVimento, consultazione, deliberazione, decisione ed elezione». Infine, si ribadisce l’esclusione di «organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli
utenti della rete il ruolo di governo e di indirizzo normalmente attribuito a pochi».
La dimensione monarchica. In sintesi: in
principio era la “rete”; e la “rete” è il medium e
il fine di un’impresa che si presenta come “democrazia totale”, anche se poi sfocia in una dimensione… monarchica. In effetti, tutto ruota
attorno al blog e quindi al suo detentore-animatore. Quotidianamente, e talora più volte al
giorno, vi appaiono le proposizioni con cui
l’uomo di riferimento unico – Grillo – si pronuncia sulle situazioni e sui problemi che ritiene importanti per l’azione del movimento;
e su quelli si apre il dibattito al quale può partecipare chiunque, fruendo del massimo di opportunità e anche di confusione che la rete offre. Tutto è pubblico, tutto è alla luce del sole.
La condivisione è massima. Basta scorrere gli
interventi di un giorno qualsiasi su un tema
qualsiasi per rendersi conto che veramente
non esiste limite: su ogni argomento trovi tutto
e il suo contrario, con alternanza tra argomenti
propositivi, sagge considerazioni e invettive
deflagranti. Trovi il consenso alle idee proposte
e trovi anche il dissenso. Tutto viene registrato.
Ma qui è l’inciampo. Il procedimento non è
neutrale. All’inizio, c’è la soggettività carismatica di Beppe Grillo che conferisce autorità agli
impulsi trasmessi. Alla fine, c’è la selezione
delle opinioni che è del tutto centralizzata,
come sempre accade nei processi informatici.
I quali, per la loro stessa logica, imperniata sul
“sistema binario” per cui ci si esprime o con un
SI o con un NO, limitano il perimetro del ragionamento e della scelta, specie in politica
dove il tertium va sempre tenuto presente.
Il processo che riconduce all’unità di comando centrale i segnali di una periferia multiforme è analogo a quello descritto nella tecnica dei “sondaggi deliberativi”, cui si richiamano gli scenari della “democrazia partecipativa”: prima si somministra una sollecitazione
al “pubblico”, che si esprime liberamente; poi
si fornisce allo stesso pubblico una batteria di
informazioni supplementari; come nel sillogismo classico, la conclusione sarà determinata
da tale “termine medio”, la cui gestione, nel
caso nostro, è tutta nelle mani di chi controlla
i flussi. Qualcuno ha parlato di “plebiscitarismo informatico”.
Una sorta di… idraulico liquido. Che l’impianto abbia funzionato è fuori discussione. Da
discutere – anche se tardivamente – è invece
l’effetto prodotto non tanto sui numeri del
voto, che restano imponenti, ma sulla qualità
dello sviluppo politico che ne può derivare.
Grillo è riuscito a trasmettere agli elettori una
serie di messaggi estremamente semplificati
che si sono concentrati su questioni aperte e
drammatiche del vissuto delle persone e dei
giovani, oltre che sull’indignazione per le devianze e i ritardi della politica “tradizionale”.
Le folle che gremivano le piazze cercavano uno
sbocco che il sistema politico negava. C’era una
lista d’attesa troppo lunga: il “movimento” consentiva – come si è notato – di aggirare la fila
inventandone un’altra più svelta ed efficace.
A tanti è parso che si potesse portare a con-
Dal blog al Parlamento: qualche
nota sull’origine, la natura (e le
contraddizioni) del movimento
di Beppe Grillo ai primi passi
della nuova esperienza. I nove
milioni di voti conquistati dal
M5S lo convinceranno del
“dovere di governare”?
clusione la vecchia storia dei canali intasati
della politica e dell’impeto risolutore – una
sorta di “idraulico liquido” – che finalmente li
sblocca. L’attacco frontale ai partiti senza distinzione, il “siete circondati” con l’invito alla
resa, ha trovato nelle urne un riscontro forse
superiore alle attese, ma non fino al punto da
mettere in dubbio l’ambizione della conquista
del “cento per cento” del Parlamento come
momento di affermazione di un nuovo habitat
politico in cui celebrare, per conseguimento
del fine, la gioiosa dissoluzione del movimento.
I primi passi dell’esperienza parlamentare
sono una prova severa sia per i neoeletti che
per il “centro dirigente”, nelle figure del comico genovese (ormai sopraffatto dal ruolo
politico) e della “mente” cibernetica del meccanismo, quel Casaleggio di cui si parla con la
riverenza dovuta al mistero. I candidati si
erano allenati al di fuori di una cultura delle
istituzioni, se non come entità da bonificare e
da controllare, con propensione a ridurne il
ruolo in quanto espressioni di un filtraggio indebito dell’autonomia popolare. I gestori degli impulsi centrali e del “marchio” immaginavano di poter dislocare la compatta falange
degli eletti sulle sponde di un’opposizione che
fosse comunque lontana da un qualsiasi “dovere di governare”.
A confronto con l’imprevisto. Viceversa, il
clamoroso responso delle urne e poi l’invitosfida del Pd, per quanto problematico, hanno
portato anche loro a confronto con l’imprevisto. Ne fa fede il fatidico blog. Sul quale c’è chi
insiste sul programma massimo: «Terrei la Camera dei deputati e abolirei il Senato della Repubblica, terrei il governo centrale e i comuni
e abolirei le province e (dopo gli scandali e gli
sperperi di Sicilia, Lazio, Lombardia, Puglia
ecc.) anche le regioni. Poi una miriade di enti
previdenziali, di associazioni (a delinquere),
fondazioni, compagnie, istituti e chi più ne ha
più ne mette. Insomma, un'opera di pulizia che
solo noi cittadini possiamo fare». Ma c’è pure
chi si interroga: «Per essere rivoluzionario, il
M5S non dovrebbe rispettare il suo non-statuto e fare un referendum online per decidere la
sua linea politica in Parlamento? I parlamentari 5 Stelle sono soltanto dei portavoce e Grillo
è solo un garante: non possono prendere decisioni senza consultare la rete».
Le cose sono a questo punto mentre scriviamo; e ogni pronostico è revocabile. Ma la
dialettica tra non-partito e non-gruppoparlamentare che si va profilando è fisiologica
e cerca comunque un esito. L’atteggiamento
iniziale della “centrale di comando” è tutto difensivo: limitare le esternazioni, proteggere i
neoparlamentari dagli assalti dei giornalisti. O
non sarà meglio rendersi conto che in democrazia (rappresentativa o diretta) prendere
nove milioni di voti non è conquistare il potere
ma entrare nel circuito della responsabilità?
Domenico Rosati
settimana 17 marzo 2013 | n° 11
attualità
5
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vita ecclesiale
UNA DECISIONE ENTRATA IN VIGORE DAL 1° GENNAIO 2012
Belgio: decretata la fine
delle missioni cattoliche italiane
settimana 17 marzo 2013 | n° 11
Dopo i francofoni e i fiammin-
6
ghi, gli italiani sono, per numero,
la terza più grande emigrazione in
Belgio. Probabilmente la più
grande emigrazione arrivata in
Belgio dopo la seconda guerra
mondiale. Attualmente il numero
dei nostri connazionali è diminuito a causa dei rientri, dei decessi, della crisi industriale e, statisticamente, in seguito all’acquisizione della nazionalità belga. La
popolazione italiana in Belgio è
formata, in generale, da quattro
generazioni. Ormai, non sono più
considerati “italiani”, anche se un
certo numero di loro possiede la
doppia nazionalità. Si stimano in
circa 280.000 le persone di origine
italiana in Belgio nel 1981, mentre
nel 2003 ne risultavano 187.000.
In rapporto all’età, la fascia 0-19
anni è diminuita, da 108.500 nel
1981 a 14.900 nel 2003.
L’emigrazione italiana in Belgio
è stata e resta significativa. Ai migranti italiani va riconosciuto un
ruolo importante nello sviluppo
economico, culturale e religioso
del paese.
È importante tenere conto dell’identità evolutiva delle comunità
cattoliche di origine italiana: le
persone di origine italiana conservano un forte sentimento di appartenenza. Tale “italianità” si
esprime nella lingua, nella pratica
religiosa (preghiera, liturgia, pratica sacramentale, devozione popolare…), nella convivialità e nei
legami sociali e culturali. Questa
identità ha bisogno di momenti
specifici per ritrovarsi (pellegrinaggi, serate, pranzi, feste, accoglienza nella famiglia, funerali, riferimenti alla patria d’origine).
Oggi questa identità ha lasciato
il posto ad un’identità più mobile
e diversificata: vi è una maggiore
possibilità di ritorno al paese, la
presenza è più transitoria (meno
stabile) e gli italiani vanno ad abitare in periferia (dispersione). L’attaccamento alla propria identità
culturale italiana si accompagna
alla coscienza ormai consolidata
di appartenere alla società belga.
quanto assemblea dei credenti?”,
“qual è l’impegno della comunità
per la formazione di responsabili
laici per compiere la sua missione?”, “qual è il posto dei giovani e dei giovani adulti nella comunità?”.
La situazione pastorale. Per
quanto riguarda le missioni cattoliche italiane presenti in Belgio,
Jean De Bie, vescovo di riferimento della migrazione, istituiva
nel 2008 un gruppo di accompagnamento. Ciò avveniva in seguito
alla decisione concordata tra la
Conferenza episcopale belga e la
Conferenza episcopale italiana di
porre fine, nel 2011, alla “missione italiana”, come pure alla funzione del delegato nazionale italiano in Belgio. Del gruppo facevano parte don G. Aiello, don G.
Bettoni, il domenicano Mark Butaye, p. L. Pegoraro e don N.
Russo.
Tale gruppo mirava a promuovere un cammino riguardante le
diocesi (Chiesa locale) e le comunità italiane e ad impegnare tutti i
partners interessati, cioè la conferenza episcopale, la commissione
pro migrantibus, le comunità italiane, i vicari e i delegati episcopali nonché i collaboratori responsabili delle diocesi, i decani, i
membri delle unità pastorali, i
parroci e i responsabili delle parrocchie interessate, a dar vita ad
una “Chiesa di comunione”.
Il gruppo di accompagnamento
ha incontrato tutte le comunità
italiane in Belgio sul posto dove
vivono, vale a dire nel vicariato di
Bruxelles e nelle diocesi di Tournai, Namur, Liegi e Hasselt. Finalità di questi incontri è stata quella
di ascoltare le comunità, conoscere le loro preoccupazioni, la
loro vita, le loro speranze e le loro
paure, la loro visione sul futuro, la
loro collaborazione con altre comunità ecclesiali, il loro modo di
organizzarsi.
Il gruppo di accompagnamento
ha formulato alcune domande per
aiutare la riflessione delle comunità: “come si presenta la comunità?”, “come vive la comunità sia
quotidianamente che come assemblea di fedeli?”, “qual è la presenza della comunità nella regione?”, “quali sono le collaborazioni, le intese, gli incontri con le
parrocchie più vicine, con il decanato o l’unità pastorale?”, “come la
comunità vede il suo avvenire in
Il “Rapporto” del gruppo di accompagnamento. Il risultato di
questi incontri è stato presentato
alla Commissione episcopale pro
migrantibus: Ciò ha permesso di
approfondire i punti comuni alla
maggior parte delle comunità italiane e di preparare la seconda
parte del progetto: il coinvolgimento della Chiesa locale – cioè le
parrocchie, le unità pastorali e i vicari responsabili delle diocesi –
nella comunione con le comunità
italiane.
Il gruppo di accompagnamento
ha quindi incontrato, in ogni diocesi, i responsabili della Chiesa locale (il vicario episcopale, i decani…) sul progetto “Chiesa di comunione”, tenendo presenti i risultati degli incontri avuti con le
comunità italiane. Tali incontri
hanno mostrato che le comunità
italiane si rendono conto della fragilità della loro esistenza, dell’incertezza provocata dalla mancanza di preti italiani o “italofoni”
e la non consapevolezza che nel
loro paese di origine la situazione
ecclesiale è cambiata e che la responsabilità di una comunità cristiana non dipende unicamente
dal prete.
Da questi incontri è scaturito il
Rapporto approvato dalla Commissione episcopale pro migrantibus e presentato alla Conferenza
episcopale belga. Dal Rapporto
emerge che le comunità visitate
sono tutte comunità stabili e che
la migrazione propriamente detta
è finita; che la popolazione italiana vive quotidianamente una
certa “integrazione” nella società
belga; che il ruolo e la personalità
del prete è ancora preponderante
e decisiva per la fiducia interna e
per l’evoluzione della comunità.
La svolta pastorale. Dal 1° gennaio 2012 la Conferenza episcopale belga ha stabilito che tutte le
comunità italiane facciano parte
delle strutture e della vita ecclesiale della Chiesa locale (unità pastorale, federazione, decanato,
parrocchia, consigli…) e formino,
con la Chiesa locale, delle “comunità di comunione”.
In seguito a questa decisione,
ogni ordinario era invitato a emanare, in breve tempo, un decreto
di soppressione della cura animarum delle missioni cattoliche italiane nella sua diocesi, precisandone le modalità, l’avvenire dei
loro pastori e la custodia dei loro
beni e archivi.
La delegazione italiana in Belgio ha terminato così la sua autonomia: l’ordinario farà attenzione
ad integrare queste comunità
nelle strutture canoniche locali.
Non ci saranno più nuove nomine
esclusivamente per i “fedeli italiani”: il ministero di un prete o di
un responsabile non prete, belga
o di origine straniera, nominato
per questo settore pastorale che è
la “comunità di comunione”, si rivolge a tutti. Il prete referente di
una “comunità di comunione”
esercita lo stesso ministero con lo
stesso statuto, gli stessi diritti e gli
stessi doveri degli altri preti impegnati in parrocchia (membro di
un’unità pastorale…) secondo le
disposizioni della diocesi.
Alcuni missionari italiani, presenti in Belgio, hanno dato una valutazione sofferta di questa svolta
pastorale. Essi lamentano che la
Migrantes della Cei non è stata
neppure nominata; che di collaborazione fra Chiese sorelle in Europa non si parla più; che si nota
una certa “autoreferenzialità” attorno a questa “ingegneria strutturale della pastorale”. Si sottolinea altresì che le seconde e le terze
generazioni degli italiani che
hanno seguito in tutto e per tutto
la catechesi e le attività delle parrocchie, sono diventati sì “belgi”,
ma non frequentano più, allontanandosi dalla Chiesa. Nell’eucaristia in lingua italiana e in altre, si
conta una presenza molto più significativa rispetto alla partecipazione locale. Oggi partecipano alle
messe domenicali in lingua italiana persone della prima generazione e i giovani della nuova mobilità, per i quali sembra esserci
pochissima attenzione da parte
dell’attuale struttura.
È umanamente comprensibile
la fatica dei missionari italiani rimasti ad accettare le nuove linee
pastorali. Eppure, un sano realismo pastorale dice che la missione
cattolica deve, prima o poi, confluire nella Chiesa locale.
a cura di
Mauro Pizzighini
SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 7
società
IL PARLAMENTO VOTERÀ UNA LEGGE CONTRO IL FEMMINICIDIO?
U
na delle novità del Parlamento
che andrà a insediarsi nei prossimi
giorni è stata certamente l’elezione
di donne. Grazie all’apporto della lista grillina, vera vincitrice di questa tornata elettorale, e del Partito
democratico che, con il premio di
maggioranza, raddoppia quasi i
seggi alla Camera, le donne che siederanno nel prossimo Parlamento
saranno oltre il 30%, la percentuale
più alta della storia repubblicana.
Lo tsunami di queste elezioni sta
anche in questo, nell’essere passati
dalla quota più bassa di parlamentari donne sotto l’ultimo governo
Berlusconi a quella più alta della
storia nazionale, una novità che potrebbe risultare determinante nel
caso si riesca a formare un governo
per poter procedere ad alcune riforme quanto mai urgenti. Temi
come la riforma del welfare e delle
politiche del lavoro che urgono in
un contesto sempre più attanagliato dalla crisi potrebbero, infatti,
essere orientate in un senso piuttosto che in un altro proprio dal contributo delle donne che, come ben
si sa, in Italia sono le prime su cui
il peso della crisi e dei tagli alla
spesa sociale si fa sentire.
In attesa, dunque, che si riesca a
formare un governo in grado di
rompere l’impasse creatasi con il
voto del 24 febbraio e di procedere
al varo di alcune fondamentali riforme, le nuove elette non hanno
certo di che annoiarsi nell’esaminare i bisogni di una società italiana in costante e sempre più veloce degrado che, prima che economico, è morale e anche antropologico e culturale. Tale, infatti, risulta essere la chiave di lettura di
quella che ormai è considerata una
vera e propria “emergenza nazionale” su cui i riflettori dei media
stanno mostrando una giusta attenzione. Parliamo del femminicidio, quel fenomeno non solo italiano ma che, nel nostro paese,
sembra toccare i vertici più che in
altri, per cui si uccidono le donne
in quanto tali, in quanto, cioè, portatrici di un’autonomia di pensiero
e di azione che gli uomini non accettano al punto da non avere remore a toglier loro la vita.
Otto marzo: un “no” al femminicidio. Com’è stato ricordato da
commentatori e opinionisti, quest’anno la Giornata internazionale
della donna è stata considerata, più
che altri anni, non una festa ma
un’occasione per ribadire, anzi, per
urlare il proprio “no” alla violenza
di genere. I dati parlano chiaro:
sono 124 le donne uccise in Italia
nel 2012, in leggero calo rispetto al
2011, quando le vittime erano
state 129. Ma, nel dato del 2012,
vanno conteggiati anche i 47 tentati femminicidi che, fortunatamente, non hanno portato alla
morte della donna. E le 8 vittime,
tra figli e altre persone che sono rimaste coinvolte nei femminicidi,
portando il totale a 132. Si tratta,
nel 69% dei casi, di vittime italiane, così come per gli assassini
(73%). Il 60% dei delitti è avvenuto nel contesto di una relazione
tra vittima e autore, in corso o conclusa. Nel 25% dei casi le donne
stavano per porre fine alla relazione o l’avevano già fatto.
Sono i numeri agghiaccianti riportati dalla Casa delle donne per
non subire violenza di Bologna
che, dal 2005, raccoglie dati su questo fenomeno e tra le prime realtà
in Italia a lanciare l’allarme. Le regioni del Nord restano quelle in cui
i delitti sono più frequenti (52%) a
dimostrazione che «laddove le
donne vivono situazioni di maggior autonomia e indipendenza, e
sono meno propense ad accettare
di subire violenza e disparità di potere nella relazione, esse sono anche maggiormente a rischio di finire vittime della violenza maschile». L’Emilia-Romagna è tra
quelle in cui si realizza il maggior
numero di casi, con 15 eventi, preceduta solo da Lombardia e Campania. Dal 2006 in Emilia-Romagna sono state 78 le donne vittime
di femminicidio, mentre a Bologna, dal 2009, sono state uccise 3
donne all’anno con un’incidenza
pari al 30,5% rispetto alla media
regionale.
Per contrastare adeguatamente
queste violazioni dei diritti umani,
le istituzioni italiane devono ratificare al più presto la Convenzione
del Consiglio d’Europa del 2011
sulla violenza contro le donne e devono mettere in campo un impegno serio e determinato, come ricorda Amnesty International nel
suo appello in occasione dell’8
marzo.
Anche la Casa delle donne di
Bologna chiede che vengano destinate risorse ai centri antiviolenza
diminuiti drasticamente negli ultimi anni, che siano rafforzate le
reti di contrasto alla violenza tra
istituzioni e privato sociale qualificato e che sia effettuata una cor-
retta formazione degli operatori sanitari, sociali e del diritto, perché
«più donne possano sentirsi meno
sole, possano superare la paura e
divenire consapevoli che sconfiggere e sopravvivere alla violenza è
possibile».
L’esempio della Bolivia in attesa
di una legge italiana. Non mancano a riguardo le proposte di
legge specifica contro il femminicidio. Quella del Partito democratico contenuta negli “8 punti” proposti per un governo del paese,
prevede la ratifica della Convenzione di Istanbul e una serie di misure che vanno dal rafforzamento
del sistema dei centri antiviolenza
alla formazione di tutti gli operatori e i soggetti che accolgono, sostengono e soccorrono le donne
vittime di abusi, dall’attivazione di
campagne di prevenzione e di sensibilizzazione a partire dalle scuole
all’introduzione di norme per la tutela della vittima nella fase più delicata del procedimento penale
cioè quella delle indagini, all’assegnazione di carattere prioritario
per i procedimenti penali per i
reati sessuali o contro la personalità individuale per consentire alle
vittime di vedere, nel più breve
tempo possibile, soddisfatti i loro
diritti.
Anche nella coalizione di centrodestra nella scorsa legislatura
non era mancata la presentazione
di un disegno di legge contro il
femminicidio. A farlo era stata la
finiana Giulia Bongiorno, non rieletta nell’attuale parlamento, con
una proposta di legge verso la
quale si era espressa favorevolmente anche Mara Carfagna del
Pdl, che prevede l’aggravante dell’art. 576 del Codice di diritto penale, «per punire con il carcere a
vita chiunque uccida in reazione a
un’offesa dell’onore proprio o dell’appartenenza alla famiglia di origine o a causa della supposta violazione, da parte della vittima, di
norme o costumi culturali, religiosi
o sociali, ovvero di tradizioni proprie della comunità d’origine».
Mentre in Italia, dunque, si auspica trasversalmente agli schieramenti politici una legge ad hoc
contro il femminicidio, è dall’America Latina, laboratorio di
forte innovazione politica, che arriva la notizia di una legge simile
appena approvata. Lo ha fatto nei
giorni scorsi la Bolivia del presidente Morales approvando una
legge che, in 100 articoli, prevede
la pena massima, 30 anni di carcere senza possibilità di grazia,
«per garantire alle donne una vita
libera dalle violenze» in un paese
che ha una media di femminicidi
di poco inferiore a quella italiana,
circa 100 all’anno dal 2009 a oggi.
La legge appare innovativa anche
perché recepisce ciò che da anni gli
studi di genere affermano, e cioè la
presenza di vari tipi di violenza
contro le donne di cui quella fisica
è solo la punta dell’iceberg, come
la violenza economica, psicologica,
sessuale, riproduttiva e mediatica.
Se anche in Italia fosse in vigore
una legge del genere, tantissimi sarebbero coloro che vi potrebbero
incappare, data l’abitudine ormai
conclamata di rappresentare la
donna sui media in maniera da offendere la propria dignità. E casi
come quello avvenuto in campagna elettorale che ha visto protagonista, per l’ennesima volta, l’ex premier Berlusconi far battute alquanto volgari e sprezzanti della dignità di una donna rivolte a una lavoratrice di un’importante azienda
energetica, potrebbero essere considerati una forma di reato.
Nell’Italia del berlusconismo
che ha della donna una visione paternalistica e maschilista e che ha
dato luogo a una delle più imponenti manifestazioni degli ultimi
anni per la dignità della donna – il
«Se non ora, quando?» del 2011 –,
una legge contro il femminicidio e
tutte le forme di violenza contro le
donne è quanto mai urgente. Anche se la misoginia strisciante appare un nemico assai arduo da
combattere in quanto frutto di un
radicalismo culturale che ha della
donna una visione riduttiva che
non accetta il suo diritto all’autodeterminazione in tutti gli ambiti,
da quello lavorativo a quello relazionale, come i femminicidi compiuti da partner o da ex partner dimostrano, mentre episodi come
quello del parroco di Lerici – che
qualche mese fa in un cartello appeso davanti alla sua chiesa ha
scritto che il femminicidio è conseguenza delle provocazioni delle
donne che si vestono in modo succinto e che non hanno più cura
della famiglia e dei figli – mostrano quanto sia difficile far morire una mentalità arcaica e far fiorire una nuova cultura nella relazione tra uomo e donna.
Sabrina Magnani
settimana 17 marzo 2013 | n° 11
Donne
che difendono le donne
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approfondimenti
COLLABORATORI DEL “CENTRO DOCUMENTAZIONE” DI BOLOGNA DIEDERO VOCE AD ASPETTATIVE
Conclave:
è lecito sperare
Il “memorandum” proposto nel 1978, anno fatidico di due conclavi, conserva interesse a
distanza di 35 anni, con qualche motivo ulteriore derivato dalle modalità inedite con le
quali si è aperto l’ultimo Conclave. Una breve sintesi per ognuno dei sette capitoli farà
scoprire la sorprendente attualità delle proposte avanzate.
S ono anni ormai che si parla di “periodo difficile”, “periodo di transi-
zione” per la Chiesa cattolica e il cristianesimo in generale, tanto da far
pensare la transizione sia condizione permanente in un mondo dai movimenti rapidi. Se ne parlava nel 1978, quando un gruppo di “studiosi” accomunati dalla collaborazione con il cosiddetto “Centro documentazione”
di Alberigo a Bologna (A. Melloni, P.C. Bori, A. Acerbi, G. Ruggieri e poi
E. Corecco, E. Bianchi...) percepirono nel volgere del pontificato «un passaggio decisivo» in ordine alla recezione del Vaticano II. Decidono così di
scrivere un memorandum in sette punti per i cardinali che si accingono
al conclave.1 «Sette proposte», sintonizzate sul tema della collegialità.
Dal 1978 la situazione, mondiale ed ecclesiale, è notevolmente cambiata; sono emersi caratteristiche ed epicentri culturali e geografici nuovi
e diversi da quelli abituali da secoli. Alcune previsioni si sono realizzate,
alcune aspettative sono rimaste inadempiute.
settimana 17 marzo 2013 | n° 11
1. L’elezione e la vita della Chiesa. Nuovamente oggi «la scelta del
nuovo vescovo di Roma acquista un rilievo inconsueto, come di un’occasione di adeguamento della famiglia dei credenti a sollecitazioni inaudite
provenienti dallo Spirito». Dopo il pontificato carismatico e personalista
di Giovanni Paolo II, e quello raffinato e rigoroso di Benedetto XVI, la
Chiesa ha bisogno di una guida che le eviti «il deprecato isolamento, favorendo invece l’inserimento dell’elezione in un contesto esplicitamente
attinente alle gioie e ai dolori, alle speranze e alle angosce degli uomini
d’oggi».
«Sarebbe pertanto estremamente fecondo, anche come segno di comunione, che i cardinali in grado di intervenire al prossimo conclave dedicassero una parte consistente delle loro riunioni a tale esame, prima di
giungere al momento elettorale». Che cioè al conclave venisse riconosciuto il compito non solo di eleggere il vescovo di Roma, ma anche una
funzione sinodale di discernimento collegiale che consenta «l’emergere di
linee pro-grammatiche del prossimo pontificato» e riconosca «scopi prioritari all’impegno del nuovo vescovo di Roma nelle distinte aree del suo
servizio episcopale». Il vertice della Chiesa potrebbe così superare «il rischio di rincorrere (vanamente) la molteplicità illimitata degli spunti offerti dalla realtà quotidiana, che talora ha portato il papato ad apparire
come concorrenziale a tante altre feconde istanze ecclesiali».
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2. L’annuncio dell’evangelo ai poveri. L’elezione del papa come momento per scegliere una guida, ma anche per indicare una strada. Necessariamente «un momento forte di ascolto della parola di Dio, di obbedienza allo Spirito, di preghiera, di riflessione, per capire quali sono oggi
le vie del Signore, che la Chiesa stessa è chiamata a percorrere nel suo
cammino verso il regno ... facendosi interpellare dalle attese di coloro che
sono poveri di giustizia, che piangono perché non hanno speranza, che
sono oppressi dalle catene di un potere ingiusto e violento».
L’annuncio di liberazione e di salvezza ha marcato l’inizio della predicazione di Gesù e inaugurato il tempo messianico: «non può non essere
anche il segno che testimonia la fedeltà della Chiesa alla missione ricevuta
dal suo Signore. ... È necessario che nella Chiesa, quindi anche nel servizio di Pietro, si affermi con sempre maggiore forza la priorità dei poveri
come destinatari della buona notizia, perché Dio ha privilegiato chi è debole ed escluso per affermare la sua signoria».
«Avrebbe un grande valore di consolazione e di confermazione per
tante giovani Chiese che oggi vivono la passione di Gesù nella prigione e
nel carcere, per essere fedeli al popolo a cui sono state mandate, l’assunzione in prima persona da parte del vescovo di Roma e della sua Chiesa
di questo impegno evangelico di essere dalla parte dei poveri e di coloro
che non contano e non hanno potere». Perché questo impegno evangelico
al fianco dei poveri non si riduca a qualche gesto retorico, o al motteggio
del servus servorum Dei, già dal conclave si impongono «alla Chiesa e al
vescovo di Roma la scelta di mezzi poveri che siano comprensibili ai poveri e un abbandono, certo faticoso ma costante, di tutti quegli strumenti
che li rendono più simili e omogenei ai potenti del mondo. ... Questa libertà per l’evangelo si conquista a caro prezzo, al prezzo della croce, ma
solo un vescovo di Roma povero e libero può essere accolto dalla comunione dei poveri e le sue parole, disarmate e deboli agli occhi del mondo,
saranno allora rese forti dalla potenza di Dio».
3. I segni dei tempi. Il “programma” di un pontificato va oltre la strategia politica ecclesiastica e può essere delineato come il tentativo di cogliere il legame tra i “segni dei tempi” e il ministero del vescovo di Roma.
L’intenzione ultima del Vaticano II «fu quella di rinnovare la veste della
Chiesa, per una maggiore fedeltà al suo Signore, proprio attraverso la
comprensione cristiana dei segni dei tempi e della immutata parola di
salvezza che Dio rivolge agli uomini tutti, attraverso la storia con i suoi avvenimenti. Un diverso riferimento “programmatico”, ad esempio a una
determinata teologia, per quanto legittima (conservatrice, progressista o
moderata che dir si voglia), a un particolare valore istituzionale o anche
a determinati valori etico-culturali giudicati essenziali, collocherebbe il
ministero del vescovo di Roma fuori dalla preoccupazione centrale dell’annuncio dell’evangelo. ... In tutto questo, il problema non è quello di un
richiamo puramente interiore o formale, ma è quello di porre dei gesti inequivocabili come la realizzazione effettiva della collegialità, una prassi
differenziata nella scelta dei vescovi, il superamento della divisione tra
clero e laicato, il rispetto delle scelte delle comunità locali nel loro impatto
con la storia, il riconoscimento di un effettivo pluralismo nelle scelte politiche ecc. Proprio perché la ricezione dell’avvenimento conciliare possa
proseguire, sembra essenziale che la Chiesa superi la fase della “politica
dell’intervento” che ha così duramente contrassegnato soprattutto gli ultimi secoli della sua storia», lungo i quali è stata condizionata dal «complesso dell’assenza, della paura che non ci sia posto per essa. Essa ha così
corso il rischio di imitare l’atteggiamento che il “mondo” ha verso la
Chiesa stessa».
«Che oggi i corpi richiedano e gridino, forse scompostamente, l’esaltazione del desiderio fine a se stesso; che di fronte all’assenza di speranza
che il “sistema” produce venga messa in crisi la ragione; che la rabbia dei
poveri esploda contro i secolari padroni e dia luogo a radicali negazioni
di una presenza cristiana “straniera”; che valori giudicati fondamentali
sembrino vacillare, tutto ciò non deve essere scambiato con una tensione
o crisi in cui il cristiano e la Chiesa sono parte in contesa o, peggio ancora,
messa in pericolo». Al ministero del papa, come di ogni pastore nella
Chiesa, e alla sua stessa autorevolezza convengono «il perdono, la misericordia e l’accoglimento come parola ultima di Dio» più ancora del giudizio.
Per restituire primato, luce e calore al cuore kerigmatico del vangelo,
per risollevarlo dalle sabbie mobili della religione civile, per sottrarre la
Chiesa alla tentazione del fariseismo condannatorio «forse mai come oggi
è necessario che l’evangelo sia proclamato nella sua distinzione dall’ethos
e nel legame che, proprio a partire da questa diversità e distanza, instaura
con esso».
4. Vescovo della Chiesa di Dio in Roma. «Uno dei punti salienti del
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5. Il ministero di comunione tra le Chiese. «Dopo la fase dei gesti di
esteriore rispetto e accoglienza occorre avere il coraggio di passare a quella
in cui, con riforme decise e attente, si offre l’immagine della propria
Chiesa rinnovata e purificata da tutti gli impedimenti che si frappongono
alla riconciliazione dei cristiani. ... Solo la concreta testimonianza del
modo in cui il ministero del vescovo di Roma non mortifica anzi esalta
la comune responsabilità nella Chiesa può mostrare che il “primato” rivendicato non è quello di un qualsivoglia potere mondano, ma quello di
colui che è primo solo perché come ultimo e “servo dei servi” si cinge i
fianchi e appresta il servizio dell’unità necessaria alla fede.
Ridefinire il ministero petrino a partire dal primato nella comunione
e per la comunione è istanza ancora aperta. Giovanni Paolo II e Benedetto
XVI hanno dichiarato la disponibilità e la volontà per un riflessione ecumenica. «L’unità piena è senz’altro opera dello Spirito e non saranno gesti o iniziative a provocarla automaticamente. Ma sarebbe grave se colui
che è il massimo responsabile del ministero dell’unità non ponesse tutti
quei gesti che sono necessari, non si mettesse in cammino in un apparente abbandono del proprio gregge, non servisse a tavola tutti i propri
fratelli».
6. I primi “cento giorni”. La rinuncia di Benedetto XVI ha consegnato
al suo successore parte sostanziale del senso che il gesto andrà ad assumere. Si guarderà alle prime scelte dell’eletto alla cattedra di Pietro con attenzione particolare, per cogliere la direzione, l’orizzonte verso il quale il
papa vorrà spendere l’eredità ricevuta. «Gli atti iniziali del nuovo pontificato rivestiranno un’importanza decisiva anche per tutto lo sviluppo
successivo, perché costituiscono un indizio pubblico degli orientamenti
del papa e della Chiesa, e soprattutto perché nelle prime settimane il
nuovo eletto ha una freschezza interiore intatta e un prestigio non ancora mortificato dalla routine. È pertanto fondamentale che nei primi
“cento giorni” emergano con chiarezza e vigore gli orientamenti-guida,
che indichino coraggiosamente la fisionomia dominante del nuovo periodo di servizio petrino che si apre».
Il memorandum del 1978 avanza ipotesi che ancora oggi suonano piuttosto accelerate: «Si pone anzitutto il problema della creazione di un vero
e proprio organo che, insieme al vescovo di Roma, presieda agli aspetti comuni della vita delle Chiese (in analogia con il concistoro medievale e con
il sinodo permanente orientale). Si può pensare cioè a un organo collegiale
che, sotto la presidenza personale ed effettiva del papa, tratti almeno bisettimanalmente i problemi che si pongono alla Chiesa nel suo insieme,
prendendo le decisioni relative. ... Ciò implicherebbe rendere abituale la
modalità collegiale di esercizio della responsabilità suprema nella Chiesa
ed eccezionale la modalità personale. Simmetricamente sarebbe necessario riconoscere al Sinodo dei vescovi una capacità legislativa vera e propria, sempre sotto la presidenza e direzione del papa; conseguentemente
esso potrebbe avere una periodicità almeno annuale e forse semestrale (in
analogia con i sinodi romani che per secoli si sono celebrati nel periodo
pasquale e in quello dell’avvento) e possibilmente anche una maggiore
rappresentatività del popolo di Dio. È facile vedere che la curia romana –
possibilmente snellita e in taluni casi dislocata in altre aree cristiane – dovrebbe svolgere un servizio subordinato di preparazione e, rispettivamente, di esecuzione delle decisioni del sinodo dei vescovi e dell’organo
collegiale di governo. ... In questa prospettiva il criterio di sussidiarietà attende ancora di essere reso operante nel riconoscimento di ambiti nei
quali l’originalità cristiana delle Chiese, e soprattutto delle Chiese del terzo
mondo, può recare apporti preziosi a una maggiore fedeltà della Chiesa
intera al suo Signore e all’evangelo». «Nella misura in cui tutto ciò è vero,
occorrerà prestare grande attenzione alla prassi ordinaria del servizio papale, affinché la sua routine non contraddica lo sforzo di rinnovamento
ma anzi lo esprima con coerente docilità».
La nomina dei vescovi è una prerogativa tanto significativa quanto delicata. «A questo proposito un segno inequivocabile potrebbe riguardare
sin dai primi giorni l’accettazione e la promozione da parte di Roma di
modalità differenziate e sperimentali nella scelta dei vescovi onde preparare una progressiva riappropriazione effettiva di tale responsabilità
da parte delle comunità ecclesiali interessate, evitando che ciò avvenga attraverso lacerazioni conflittuali, ma in un equilibrio sano tra spontaneità e comunione ecclesiale. Un segno diverso, ma di significato analogo, potrebbe consistere nell’affidare le funzioni attualmente deputate ai nunzi
ai presidenti delle Conferenze episcopali nazionali, accentuando progressivamente lo spostamento di tale servizio dai rapporti tra la Santa Sede e i governi, alle relazioni di comunione tra le Chiese di una determinata area e il centro della comunione stessa».
Si è potuto constatare agli inizi dei due ultimi pontificati come la scelta
dei vescovi e dei prefetti delle congregazioni romane abbia suggerito percorsi non sempre confermati in seguito.
«Per questa generazione la prova della perennità del papato consisterà
soprattutto nell’assistere alla sua capacità di rinnovamento e di veracità
e non nella sua immutabilità, come è stato in altri tempi». Ancor di più
dopo la rinuncia di Benedetto XVI, che ha ricondotto a realtà quello che
si era consolidato come un destino senza scelta: il pontificato a vita.
7. Segni di riconciliazione e di speranza. L’analisi condotta dal “gruppo
di Bologna” nel 1978 mostra punti di contatto con la situazione storica ed
ecclesiale 35 anni e due (tre) pontificati dopo: «In un periodo della storia
in cui tutto sembra concorrere a far prevalere i segni di morte e a spegnere la fiducia, il ministero di colui che presiede nell’amore alla Chiesa
universale deve soprattutto caricarsi della responsabilità della speranza.
La crisi che attraversa il nostro tempo, da parte dei cristiani, non può essere letta solo con la paura di ciò che può andare distrutto, ma deve essere
trapassata con la fede e la speranza nel Risorto, che proprio per aver posto con il suo stesso sangue la riconciliazione ultima, ha vinto la morte e
spezzato le sue catene. In questo contesto, all’interno della sua Chiesa di
Roma, il vescovo che presiede alla comunione della Chiesa tutta deve
porre con chiarezza, fin dagli inizi del suo ministero, i segni della riconciliazione e della comune certezza che il Padre ci ha chiamato alla vita e
alla comunione con lui. Questi segni non possono dimenticare quanti,
per le inevitabili durezze dei cuori, per le vicendevoli incomprensioni e
chiusure, si trovano a vivere ai margini della comunione stessa della
Chiesa, pur non essendone del tutto esclusi».
La conclusione del memorandum è severa: «La disciplina della Chiesa
è disciplina della fede e della carità. Ogni altra forma disciplinare infatti
è debitrice non già allo Spirito del crocifisso, che è venuto per servire, ma
allo spirito di questo mondo che è spirito di dominio e di divisione». Benedetto XVI ha rinunciato al pontificato nella consapevolezza che «nel
mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di
grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia
dell’animo». Il conclave può esprimere una scelta che interpreti il lascito
di Benedetto XVI in termini “disciplinari” e d’autorità. L’auspicio è che incarichi del ministero petrino un pastore vigoroso per governare la barca
di san Pietro e per annunciare l’evangelo della carità e della speranza nella
fede.
sintesi redazionale di
Marcello Matté
1 Melloni A. (a cura), Sette proposte per il Conclave. Attualità e limiti di un memorandum, EDB, Bologna 2013, pp. 61, Ä 5,50. Redattori: G. Alberigo, G. Ruggieri e M. Toschi.
Prefazione di Alberto Melloni.
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nuovo pontificato sarà di dare forza e continuità al suo rapporto con la
Chiesa di Roma. ... Da questo punto di vista il ruolo del Vicariato e dei vescovi ausiliari territoriali va fortemente ripensato, perché non si riduca a
una gestione sempre più burocratica dell’esistente».
«Perciò è necessario che il vescovo di Roma riattivi questo ministero
di comunione nella sua Chiesa in una prospettiva pastorale comune a
tutta la diocesi, che faccia proprie, attraverso la consultazione e il confronto, le istanze, le esigenze e le speranze dei cristiani di Roma, in modo che sia veramente un atto corale di tutta una Chiesa che vuole superare, in una fedeltà più grande all’evangelo, tensioni, conflitti, divisioni...
Il nucleo di questo rinnovato impegno pastorale non potrà che essere il
servizio alla Parola ... Il momento centrale di questo ascolto della Parola
sarà l’assemblea liturgica: prima di tutto la messa episcopale nella Chiesa
cattedrale di S. Giovanni, ma anche le celebrazioni eucaristiche nelle parrocchie e comunità cristiane».
Saranno necessari segni che manifestino la volontà di superare la «separatezza in cui troppo spesso le strutture vaticane isolano il papa. Ma soprattutto di fronte ai mali della città la Chiesa di Roma e il suo vescovo
saranno veri testimoni della povertà del Signore nella misura in cui sapranno sciogliere con limpidezza evangelica i nodi che li legano al groviglio dei poteri e degli interessi finanziari e politici che hanno portato alla
disgregazione il tessuto sociale della città». Vi sono, in proposito, paradossi di fatto che si presentano irrisolvibili: il vescovo di Roma che è il
capo di uno stato sovrano ritagliato nella città della quale è pastore; le
strutture economiche che non si integrano perfettamente nella compagine dell’Unione europea. Ne scaturiscono confusioni soggettive – “ignoranti”, ma possibili – fra Vaticano e Chiesa italiana, otto per mille e Ior.
Ricondurre il papato al suo profilo di vescovo di Roma «porterebbe
come necessaria conseguenza che l’elezione del papa avvenisse all’interno
del presbiterio e della Chiesa romana. Ma ciò oggi non è possibile, tenendo conto con realismo della situazione ecclesiale. Allora l’alternativa
tra papa italiano o straniero pare artificiosa, perché comune è la sollecitudine di tutte le Chiese nei confronti della Chiesa di Roma, mentre il criterio di appartenenza a un’area geografica o culturale più o meno vicina
alla sede apostolica non pare possa avere un valore assoluto sul piano
della fede e della comune responsabilità nel governo della Chiesa universale».
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problemi
ASSISI: CONVEGNO NAZIONALE PROMOSSO DALLA CEI
Il creato: la custodia e la minaccia
I
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l male nel creato: una realtà che
interpella con forza la fede cristiana, sia come interrogativo teologico, che come richiamo ad una
prassi che ne contenga e ne contrasti la distruttività. Una realtà,
d’altra parte, sulla quale è possibile un dialogo fecondo tra le diverse confessioni, come anche
con altre comunità religiose.
È quanto si è realizzato nell’ambito del convegno nazionale,
promosso dalla Cei, sul tema La
fede nel Creatore per abitare la
terra, svoltosi presso la Domus Pacis di Assisi, l’1-2 marzo 2013, in
un significativo momento di riflessione a più voci. Si trattava, infatti, di esplorare la fede nel Creatore sia nella sua capacità di illuminare il nostro rapporto con la
natura – anche nelle forme contraddittorie e disastrose in cui talvolta essa si mostra – sia come
orientamento per nuovi modi di
pensiero e di azione, che sappiano
abitare responsabilmente la terra,
nell’attenzione alla complessa relazionalità che la caratterizza.
10
Il contesto. L’iniziativa va collocata nel quadro di quell’attenzione che, ormai da quasi quindici anni, la Cei – tramite l’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro (UNPSL) – dedica
alla custodia del creato. Risale, infatti, al 1999 (sulla scia della 2ª
Assemblea ecumenica europea di
Graz) la costituzione, presso tale
Ufficio, di un gruppo di lavoro1
col compito di promuovere
l’azione pastorale e la formazione
in tale ambito. La sua attività – efficacemente supportata anche dal
Servizio nazionale per il Progetto
culturale della Cei – ha ricevuto
ulteriore impulso dalla scelta
della Conferenza episcopale di
istituire, per il 1° settembre di
ogni anno, una «giornata del
creato», secondo il suggerimento
lanciato nel 1989 dal patriarca
ecumenico di Costantinopoli Dimitrios I.
A partire dal 2009, tra le numerose iniziative realizzate dal
gruppo,2 si colloca anche una collaborazione con l’Associazione
teologica italiana (ATI) e l’Associazione teologica italiana per lo
studio della morale (ATISM). Si
avverte, infatti, l’esigenza di raccordare il lavoro direttamente
orientato alla pastorale con una riflessione più ampia, che ne approfondisca anche i fondamenti
etici e teologici. La fecondità della
collaborazione è attestata tra l’altro dai testi raccolti nel recentis-
simo volume dal titolo Custodire
il creato. Teologia, etica e pastorale, edito dalle EDB e presentato
nel corso del convegno di Assisi
(interventi di Casile, Morandini,
Barbi, Scanziani, Lorenzetti, Quaranta, Guenzi, Bressan, Scalmana,
Mascia).3
L’evento di Assisi vedeva poi il
coinvolgimento di un ulteriore
soggetto: l’Ufficio nazionale per
l’ecumenismo e il dialogo interreligioso (UNEDI), per una riflessione sulla realtà del male che si
inscrivesse in un contesto interconfessionale e interreligioso.
Non casuale, in tal senso, la collocazione nella città di Francesco,
ideale luogo di convergenza tra
un’esperienza religiosa profondamente radicata nel creato e
un’apertura al dialogo ad ampio
raggio.
Sono istanze che hanno trovato
espressione anche nelle calde parole di accoglienza dell’arcivescovo di Assisi-Nocera UmbraGualdo Tadino, Domenico Sorrentino, il quale ha seguito i momenti principali del convegno,
come attraverso un’intensa preghiera serale nella Cripta di S.
Francesco, condotta da p. Egidio
Canil, ofm conv., vicario del Sacro
Convento.
La fede interrogata, la fede che
mobilita. Il primo momento del
convegno ha visto la presentazione delle due corpose relazioni
di don Massimo Nardello (Facoltà
teologica dell’Emilia-Romagna,
membro della presidenza ATI) e
di p. Paolo Benanti (Istituto teologico di Assisi, ATISM), che hanno
stimolato un vivace dibattito.
A Nardello era affidato il compito di articolare la fede in Dio Padre onnipotente nel contesto di
un mondo che spesso si presenta
piuttosto sotto il segno della distruttività insensata. L’ampia discussione delle tradizioni filosofiche di teodicea, condotta in un
serrato dialogo con Armin Kreiner,4 gli ha permesso di caratterizzare una specificità cristiana
che si esprime in primo luogo nel
linguaggio dell’escatologia, nel segno della destinazione al compimento cristologico del creato
tutto. Al presente, invece, «la creazione si trova in una sorta di
«stato intermedio» tra il caos originario e la condizione escatologica affinché sia possibile il raggiungimento del suo compimento
attraverso la libera accoglienza del
progetto divino da parte degli esseri umani». Un «mondo non an-
cora compiutamente creato», dunque, nel quale Dio prosegue la sua
opera pacificante anche tramite
l’agire degli esseri umani, quando
essi accolgono la sua Parola e operano in sintonia con essa.
Qui si è innestato il contributo
di Benanti, teso a disegnare una
forma di esistenza capace di abitare il creato in modo solidale – in
un tempo che vede crescere esponenzialmente i danni e le vittime
delle catastrofi naturali –, costruendo comunità resilienti. Proprio l’ultima espressione è stata al
centro della riflessione: la sua valorizzazione da parte dell’Hyogo
Framework dell’United Nations International Strategy for Disaster
Reduction (UNISDR) ne fa, infatti,
un punto di riferimento per la costruzione di una cultura e la realizzazione di pratiche attente a
prevenire e a ridurre il danno, permettendo la ripresa della vita
delle comunità stesse. L’indicazione di alcuni comportamenti capaci di evitare che le minacce si
trasformino in disastri, riducendo
la vulnerabilità ad esse, si è così
intrecciata col significato della nozione di “resilienza” per una comunità ecclesiale che sappia meditarla «alla luce dell’evangelo e
dell’esperienza umana» (Gaudium
et Spes 46), cogliendo cioè le sfide
che essa pone all’essere stesso
delle comunità credenti. Il nostro
modo di abitare la terra, infatti,
«cioè il mio modo di essere solidale con il creato, dice e comunica
il volto del Dio in cui credo o lo
smentisce senza possibilità di appello». Per questo una comunità
«nutrita e sorretta dall’eucaristia e
che da questa logica è guidata è la
comunità resiliente per eccellenza
(…) L’eucaristia fonda e giustifica
ogni azione volta a mitigare gli effetti di un disastro».
sentata dalla pastora valdese Letizia Tomassone, alla stimolante ripresa del magistero del patriarca
ecumenico Bartolomeo I cui ha
orientato l’archimandrita E.Yfantidis, vicario generale della Sacra
Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e
Malta, alla pacata rilettura sapienziale della Torah offerta da Laras.
Merita, però, una segnalazione –
per l’intensità comunicativa come
per la densità – l’intervento della
teologa musulmana Shahrzad
Houshmand: un percorso di lettura attraverso il Corano a cogliere la forte presenza in esso
della fede nel Creatore, ma anche
un invito al dialogo e alla collaborazione tra le genti del Libro, nel
segno del dialogo e del rifiuto di
ogni fondamentalismo.
Le conclusioni dell’ing. Stefania Proietti, dell’Ufficio di pastorale sociale, diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, di Ernesto Diaco, vice responsabile del
Servizio nazionale per il progetto
culturale, e di don Angelo Casile,
direttore dell’UNPSL hanno evidenziato la qualità di un evento
che ha saputo guardare con coraggio a temi e problemi complessi, che interrogano persone e
comunità.
La sfida di un’azione pastorale
che sappia custodire il creato si intreccia con l’esigenza di un dialogo attento, nel quale diverse
sensibilità simboliche, teologiche
e etiche sappiano incontrarsi in
forme costruttive. Interrogarsi sul
male e sulla sua presenza del
creato diviene anche, allora, l’occasione per disegnare spazi di
azione congiunta, per abitare la
terra in forme sostenibili, riducendo al contempo la minaccia
che essa talvolta porta sulle nostre
esistenze fragili.
Simone Morandini
In un vasto spazio di dialogo.
L’altro momento forte del convegno è stata la tavola rotonda interconfessionale e interreligiosa
che ha posto i partecipanti «in
ascolto di culture e religioni».
La collocazione al sabato della
tavola rotonda rendeva impossibile la presenza di una voce
ebraica, ma rav Giuseppe Laras,
rabbino capo di Ancona e presidente del Tribunale rabbinico del
Centro-Nord Italia aveva predisposto un intervento in video che
ha arricchito la riflessione.
Difficile rendere ragione della
ricchezza degli interventi – dall’ampia e articolata riflessione
della teologia ecofemminista pre-
1 Inizialmente denominato Responsabilità per il creato.
2 Una documentazione abbastanza completa nella sezione Creazione del sito dell’UNPSL: www.chiesacattolica.it/lavoro.
3 Ufficio nazionale per i problemi sociali
e il lavoro della Cei, Servizio nazionale per il
progetto culturale della Cei, Custodire il
creato. Teologia, etica e pastorale, EDB, Bologna 2013. È in via di pubblicazione un’ulteriore raccolta di testi in formato elettronico
nei Quaderni della Segreteria generale della
CEI, col titolo (intenzionalmente quasi identico) Per custodire il creato. Riferimenti teologici, etici e pastorali (interventi di Brena,
Coda, Lintner, Simonini, Francavilla, Becchetti).
4 Kreiner A., Dio nel dolore. Sulla validità
degli argomenti della teodicea, Queriniana,
Brescia 2000 (originale tedesco del 1997).
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catechesi
UNA DELLE DIVERSE FORME DI ORAZIONE CRISTIANA
La ricchezza
della preghiera d’intercessione
verse forme di orazione cristiana.
La preghiera di lode libera il cuore nel canto
della gratitudine per la bellezza del cosmo e
della vita che lo abita, per gli eventi della storia
e per l’esistenza dell’uomo vertice del creato.
La preghiera di lamentazione trasforma i dolori e le prove in pianto di supplica, percuotendo il cielo con le lame taglienti delle domande rivolte a Dio stesso.
La preghiera biblica si nutre delle parole custodite nello scrigno delle sacre Scritture per
vivere il presente nella luce delle vicende del
popolo di Dio, di Cristo e della prima comunità
sorta dalla Pasqua e dalla Pentecoste.
La preghiera profetica interpreta i fatti del
presente alla luce delle Scritture, senza la quale
nulla sappiamo di cosa veramente succeda
al/nel mondo.
La preghiera di discernimento ci guida verso
il cuore della nostra interiorità per scoprire la
forma dell’agire secondo lo Spirito in una precisa situazione.
La preghiera di intercessione ha l’originalità
di collocarci nel cuore della realtà e di situazioni complesse e, in modo speciale, di farci
passare tra persone o comunità in tensione, lacerate da contrasti e opposizioni. L’orante, che
sente e asseconda la chiamata all’intercessione
sta, come Maria, sotto la croce del mondo e
tiene insieme, nella sua carne, ciò e chi tende a
dividersi. Non abbandona la realtà a se stessa e
alle forze di disgregazione che tendono a lacerarla, ma la unifica e la pacifica in se stesso. Nei
casi di conflitto, non si schiera con l’una o l’altra parte, ma le trattiene entrambe nel suo
grembo. Un tale orante si assimila a Gesù e alla
sua missione riconciliatrice che «fa in se stesso
dei due uno e toglie, così, l’inimicizia».
La preghiera di intercessione è particolarmente tipica delle persone in età matura e
avanzata, quando, raggiunto un buon grado di
empatia con il mondo, si hanno alle spalle i
ruoli decisionali e i compiti operativi e organizzativi. Questa preghiera sgorga dalla sapienza del cuore e guida a vedere le cose e le
persone nella luce mattinale della Pasqua e,
come dice la Scrittura, in un istante – in un
giorno e in una notte – le conduce a la fine: al
loro fine, il Dio della vita e della pace.
L’intercessore
L’intercessore si lascia colpire dai conflitti e
dalle tensioni del mondo offeso. Li assume in
Cristo, li soffre e li attraversa. Nei sacrifici antichi si divideva in due la vittima e si passava in
mezzo ad essa. Così chi si fa intercessore, attraversa le figure del dolore e del pianto e ridiventa vittima in questa lacerazione. Come
Giona, accetta di essere buttato in mare, cosciente che questo atto di abbandono si converte in una scialuppa di salvataggio, un cuscino su cui dormire tranquilli. Si attualizza il
«taci,calmati» che, in noi, il Messia rivolge alle
potenze oscure che agiscono dentro e fra di noi.
L’intercessore si lascia chiamare in causa
dalla storia e cammina – con mani giunte e, per
questo, con piedi sicuri – sulla superficie liquida dei fatti. Non affonda. Si sente animato
dalla forza del Signore che sostiene chi a lui ricorre e diffonde il senso di adeguatezza davanti
alla prove, che diventano occasioni di vita.
La preghiera di intercessione può essere indirizzata al Signore in casi diversificati di conflitto tra persone e anche tra comunità e popoli.
Non ci si scandalizza dell’inimicizia che può
scoppiare improvvisa, coscienti che le relazioni, proprio in proporzione diretta della loro
intimità, portano a galla la complessità che
abita dentro di noi. Chi prega entra in questa
oscurità e la attraversa con mitezza, affidando
i fratelli e le loro prove al Signore che ci scruta
e ci conosce. Queste tensioni potranno e dovranno anche essere lette con strumenti analitici, e con ricostruzioni documentate e precise,
individuando nodi e responsabilità, ma esiste
sempre un ampio margine indecifrabile, legato
all’enigma del cuore umano: è questo enigma il
tempio della preghiera di intercessione.
Le crisi relazionali hanno anche sempre un
carattere di sintomo che rimanda ad altro,
smentendo la pretesa di poter sempre quadrare
il cerchio. C’è in ognuno di noi un volto ignoto
e velato, se non violato e represso, che all’improvviso si svela e fa sanguinare. L’orante assume le crisi e le rappresenta, fiducioso nella
potenza redentiva che abita i conflitti. Da qui
l’audace invito a unire amore e giustizia, con
quanto l’amore sa dire e dare all’incompiuto
della giustizia, e a celebrare nel canto questo
connubio.
Un ministero
La preghiera di intercessione si alimenta
delle parole di perdono di Gesù sulla croce, che
si interpone tra noi e il Padre, come una vittima
sacrificale. La sua carne è crocifissa con ferite
tanto più profonde, quanto è in lui radicale l’essere, da una parte, inseparabile da Dio e, dall’altra, ugualmente, inseparabile da noi.
L’orante che intercede assume i fatti trascendendoli. L’evento della risurrezione impianta
nella storia la fine del mondo. Così si interrompe lo svolgimento della creazione, ne
emerge un volto diverso. Le cose acquisiscono
il carattere penultimo: scatta per loro il cronometro delle “ore contate”. Si apre un sentiero
in mezzo al mare. L’imponenza apparente del
mondo subisce una specie di revoca, all’insegna di ciò che nota san Paolo: «Chi ha conflitti
come se non li avesse, chi piange come se non
piangesse, chi usa di questo mondo come se non
ne usasse».
La preghiera di intercessione è abitata da
questa riserva escatologica. Essa conduce al superamento dell’ordine del reale e ne consuma le
imperfezioni, consegnandole al fuoco purificatore dello Spirito che intercede per noi con gemiti inesprimibili. Egli prega in noi che non sappiamo neanche cosa sia conveniente chiedere.
Proprio questo limite lascia spazio allo Spirito
Santo che ci fa muovere nell’oceano della sua
intercessione.
La preghiera di intercessione perfeziona il
codice della Pasqua, che s-finisce l’edizione corrente del mondo e, nelle trame delle vicende
umane, la apre alla sua trascendenza. Percorre
una linea rossa che fa transitare illesi da questo
mondo al nuovo. Se l’intercessore non ha il
compito di gestire le situazioni per cui prega,
non per questo è ininfluente. Egli infatti, mette
un cuneo incandescente sul tronco delle cose e
con la forza degli atti di orazione, lo colpisce
perché penetri nel cuore del tronco e lo apra.
La dedicazione a questo ministero, come servizio permanente, sostiene a suo modo le decisioni, le auspica, le invoca, le suggerisce attraverso le vie misteriose della comunione dei
santi. Quanti hanno incarichi e responsabilità
dovrebbero avere al loro fianco fratelli e sorelle,
meglio ancora, comunità che pregano per loro,
tengono le mani alzate, come faceva Mosè. È
quanto avviene in ogni messa, quando sale a
Dio la preghiera della comunità eucaristica per
il papa, per il vescovo, per tutti i fedeli. È
quanto avviene nella solenne prolungata preghiera della liturgia del venerdì santo.
Il dono
La preghiera di intercessione è un modo originale di essere presenti alle vicende liete e dolorose dei fratelli. Il “Discorso della montagna”
di Gesù, che rappresenta il compimento della
Legge ci lascia attoniti e sbigottiti: «Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per
dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio;
anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu
porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in
giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche
il mantello… Avete inteso che fu detto: Amerai
il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi
dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri
persecutori, perché siate figli del Padre vostro
celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti
e sopra gli ingiusti… Siate voi dunque perfetti
come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt
5,38-48).
C’è mai una prassi storica che possa ispirarsi
a questa pagina di Matteo? Sentiamo che siamo
chiamati a rispondere di sì! Lo Spirito è stato
inviato proprio per introdurci in questa novità.
Nelle tribolazioni si può esperimentare la consolazione che scende da Dio e abilita a consolare gli altri con la stessa consolazione con cui
si è consolati. Dal mattino di Pasqua c’è nel
mondo un eccesso di dono in attesa di forme
inedite in cui esprimersi.
Il Signore può chiamare più di un credente
alla preghiera di intercessione perché, anche
per questa via, le persone e le comunità non
siano abbandonate a se stesse. Così si è intensamente presenti agli eventi del mondo e ai
momenti dolorosi dei fratelli e delle sorelle. In
tempi di crisi, serve quanto mai suscitare una
rete di intercessori e, così, ogni giorno, salgano
a Dio orazioni e suppliche per la salvezza del
mondo.
Gino Moro
[email protected]
settimana 17 marzo 2013 | n° 11
L a preghiera di intercessione è una delle di-
11
SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 12
pastorale
DA UNA RELAZIONE DEL VICARIO GENERALE DI MILANO
I presbiteri
interpreti dell’inadeguatezza
N el contesto del cinquantesimo
cata agli altri, la conversione va desiderata e praticata dal presbitero,
come testimonianza delle grandi
opere che Dio sa compiere.
settimana 17 marzo 2013 | n° 11
anniversario dell’inizio del concilio
Vaticano II e della nuova evangelizzazione, l’anno della fede interpella ogni presbiterio, e personalmente ciascun presbitero, tentati
dal rischio di una dignitosa mediocrità. La categoria dell’inadeguatezza può risultare illuminante per
una revisione di vita e per l’acquisizione di un nuovo stile.
12
Vasi di creta (2Cor 4,7). La sproporzione tra l’altezza della vocazione, le esigenze della missione, le
aspettative del popolo di Dio e la
qualità, il numero, la dedizione del
presbiterio può anche essere un
luogo comune e una constatazione
scontata. Tuttavia, per le persone
serie dovrebbe essere un cruccio.
In effetti, per molti aspetti dobbiamo riconoscere di non essere all’altezza.
A parte la questione degli scandali spietatamente indagati dai media e spesso sproporzionatamente
e maliziosamente amplificati, l’inadeguatezza sembra più comune e
clamorosa e riguarda le manifestazioni più ordinarie del ministero.
La predicazione – secondo un
luogo comune da verificare – si colloca tra gli adempimenti noiosi
(solo per gli ascoltatori?), estranea
alla vita e alle problematiche contemporanee sia per un certo linguaggio stantio sia per i contenuti
poco significativi per il cammino
di vita cristiana di tanti adulti.
Sulla capacità e il desiderio di
relazione entro il presbiterio, entro
la comunità cristiana, entro il contesto civile, è più facile fare dell’ironia che riduce il prete a una
specie di personaggio, di macchietta, piuttosto che riscontrare
apprezzamenti per l’autorevolezza,
l’equilibrio, la saggezza, lo zelo.
Sembrano emergere superficialità
e grossolanità, protagonismo e autonomia, una certa chiusura e fatica alla riconciliazione.
Nelle chiacchierate dei vescovi,
il tema della destinazione dei preti
sembra che abbia a che fare con
l’accondiscendenza e la rassegnazione più che con l’obbedienza e la
disponibilità alla missione. Anche
altri aspetti (competenza teologica,
capacità amministrative, cura della
qualità di vita personale, gioia di essere preti in questa Chiesa…) possono aprire scenari di comportamenti discutibili o addirittura di
comportamenti gravemente peccaminosi.
Forse il tema dei numeri dei
preti non è argomento pertinente,
ma certo ci si può domandare
quale attrattiva può rappresentare
la vita del presbiterio, la sua reale
umanità, per un giovane che cerca
la via per portare a compimento la
propria fede.
Le tentazioni. Una delle tentazioni clericali più ricorrenti è quella
di rifugiarsi in un atteggiamento difensivo, di minimizzare il senso di
inadeguatezza, di giustificare la
propria mediocrità con l’elenco di
tutto il bene che si compie, di tutti
gli apprezzamenti che si ricevono,
con il confronto con altre epoche
della storia e altre regioni del
mondo. È il rischio di perdere lo
stupore di fronte al mistero e di diventare impenetrabili alla grazia divina e ai drammi umani, cedendo
al mestiere di “fare il prete”. Forse si
rivolge anche a noi il rimprovero
alla Chiesa di Laodicea: «Tu dici:
Sono ricco, mi sono arricchito, non
ho bisogno di nulla. Ma non sai di
essere un infelice, un miserabile,
un povero, cieco e nudo» (Ap 3,17).
Un’altra tentazione clericale può
essere quella di un’assuefazione al
dono della Parola e agli stimoli del
magistero, di un’indifferenza che
non si lascia scalfire dalle critiche
che vengono dall’esterno, assestati
come siamo in un ruolo, certo
eroso quanto a prestigio sociale e a
rilevanza culturale, ma ancora sicuro e rassicurante.
Un’ulteriore tentazione clericale
può essere quella di una certa resistenza all’inquietudine che lo Spirito suscita nell’animo in qualche
momento di grazia, quando la memoria di slanci giovanili, un momento di silenzio e di verità con se
stessi, una testimonianza particolarmente incisiva fa nascere come
una specie di nostalgia, di rammarico per non essere diventato quel
prete che avremmo voluto essere,
di non essere quel santo che dovremmo essere, di non essere per-
sone così coerenti e affidabili, devote e limpide come ci vedono gli
altri. Il momento passa, dal Tabor
si torna nella valle del quotidiano
e si riprende ad essere quelli di
sempre.
La possibilità di dare gioia a Dio.
La Scrittura dice: «La gioia del Signore è la vostra forza» (Ne 6,10).
La serenità del presbitero non è in
balìa della sua efficienza personale
(salute, età, carattere, sistemazione,
incarico, cultura…), dei risultati pastorali o del consenso dei fedeli. È
il Signore, operante nella Chiesa, a
riempire il cuore del presbitero e a
dargli la gioia nuziale, al riparo da
ogni fragilità umana, spirituale o
pastorale. Ma c’è qualcosa di ancor
più meraviglioso: la fede è principio di conversione e, quindi, ogni
peccato può essere motivo di gioia
per Dio, in quanto possibilità di
esercitare la sua misericordia: «Io
vi dico: così vi sarà gioia in cielo
per un peccatore che si converte,
più che per novantanove giusti i
quali non hanno bisogno di conversione» (Lc 15,7).
Don Primo Mazzolari ha scritto
pagine straordinarie sull’atteggiamento del figlio maggiore nella parabola del Padre misericordioso. A
volte, infatti, si resta “in casa” ma
con un senso di doverosità e di pesantezza, senza entusiasmo e generosità. Questo stato interiore favorisce un certo adattamento alla
situazione, la stanca ripetitività e la
scarsa missionarietà. Anche la stanchezza del presbitero, dovuta alla
mole di lavoro effettuata, andrebbe
riletta criticamente alla luce della
spiritualità. La “carità pastorale” è
la cifra che connota l’autentico servizio alla Chiesa. C’è sempre tempo
e spazio per una vera conversione
personale del presbiterio e del presbitero. C’è uno stretto rapporto tra
la santità del presbitero e la qualità
alta della vita cristiana della comunità a lui affidata. Prima che predi-
Interpretare l’inadeguatezza secondo lo Spirito: la fede. La radicale
inadeguatezza del frammento ad
ospitare il Tutto, del peccatore a entrare in comunione con il Santo,
così come la constatazione personale e storica di non essere all’altezza può essere interpretata secondo lo Spirito di Dio: «Noi però
abbiamo questo tesoro in vasi di
creta, affinché appaia che questa
straordinaria potenza appartiene a
Dio, e non viene da noi» (2Cor 4,7).
L’inadeguatezza riconosciuta non
imprigiona la grazia di Dio, non le
impedisce di agire con libertà ed efficacia. La professione di fede, che
riconosce la potenza di Dio capace
di operare anche nella debolezza,
non è però una rassicurazione che
ci lascia passivi, ma la causa di una
“tensione” o “attenzione” che motiva addirittura alla corsa: «Non ho
certo raggiunto la meta, non sono
arrivato alla perfezione; ma mi
sforzo di correre per conquistarla,
perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non
ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che sta alle mie spalle e
proteso verso ciò che mi sta di
fronte, corro verso la meta, al premio che Dio mi chiama a ricevere
lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,12-14).
Non è sempre evidente vedere vescovi, sacerdoti e fedeli “in corsa”
(non “di corsa”) verso la santità
della vita.
«Anche noi dunque, circondati
da tale moltitudine di testimoni,
avendo deposto tutto ciò che è di
peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa
che ci sta davanti, tenendo fisso lo
sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12,1-2).
Come si potrà esprimere questo
«essere proteso verso» se non con
un intensificarsi della relazione personale con il Signore, con un desiderio di conformazione che rende
sempre più avvertiti del fastidio
della mediocrità, con una riforma
della propria vita per quegli aspetti
che frenano lo slancio o contraddicono l’attrattiva di Gesù che ci precede e ci accompagna sempre? Si
può essere iperattivi ma senza lasciar trasparire il primato dell’amore, il calore e la luminosità del
“roveto ardente”, la consegna totale
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Interpretare secondo lo Spirito
l’inadeguatezza: la riforma del
clero. Nessun presbitero basta a se
stesso né ha tutti i doni spirituali
desiderabili, ma a ciascuno è data
una manifestazione particolare
dello Spirito per il bene comune
(2Cor 12,7). La condivisione dei
doni per il bene non solo dei preti
ma anche della comunità non si riduce ad un’esortazione ad aiutarsi,
perché, più profondamente, è la
conseguenza del riconoscimento di
chi è il prete e di quale sia la sua
missione.
Il percorso per un’assunzione
più consapevole dell’essenziale dell’essere prete potrebbe essere indicato con il nome un po’ altisonante
di “riforma del clero”. Si tratta infatti di dare forma storica (forse
persino giuridica) alla verità del
presbiterio: il prete non trova la sua
identità e non vive la sua missione
in una solitudine e in una pratica
“secondo sé” del ministero, ma in
quanto collaboratore del vescovo,
insieme con gli altri fratelli ordinati
per il sacerdozio e per il ministero
(preti e diaconi), per la missione
apostolica. Più che soffermarsi sull’identità del prete, come nel recente passato, oggi si avverte l’urgenza di approfondire la sua dimensione apostolica e missionaria.
Questa evidenza antica si raccomanda per una riscoperta che sappia incidere sui rapporti di fraternità entro il clero per far risplendere la comunione che il sacramento ha creato e dare concretezza
alla carità premurosa che si prende
cura degli altri perché li sente “dei
suoi”. La fraternità presbiterale non
è anzitutto non litigare ma dirsi le
cose con franchezza, esercitare la
correzione fraterna e il perdono, vivere la solidarietà effettiva e affettiva, dare il proprio contributo di
proposte nelle riunioni, sottoporre
a verifica la gestione ordinaria della
casa e dei propri soldi.
La riforma del clero passa dalla
riscoperta della sua dipendenza sostanziale dal vescovo per le scelte
pastorali e per la propria destina-
zione, in quella pratica dell’obbedienza che è una forma di amore
alla Chiesa che esalta la libertà compiendola nella dedizione. Si tratta
infatti, anzitutto, di libertà da se
stessi, dalle proprie inerzie, dalle
proprie ambizioni, dal proprio attaccamento al “potere”. L’efficacia
pastorale dipende più dalla comunione che dalla genialità del singolo.
L’obbedienza al vescovo non riguarda solo la destinazione, ma il
modo con cui si condivide giorno
per giorno il piano pastorale diocesano.
Questa evidenza antica si raccomanda per una riscoperta che assuma lo stile cristiano della missione. Il mandato missionario, che
è ragion d’essere del vescovo e del
presbiterio, non è infatti impresa
umana, strategia di conquista, astuzia per conseguire un successo
mondano: indica invece le vie della
fede, della povertà, della mitezza,
della gioia, della dedizione fino al
sacrificio.
Un’avventura avvincente. In sintesi, si tratta di vivere la transizione
con spirito evangelico, di radicare
le scelte pastorali su solide motivazioni, di non separare l’organizzazione dalla spiritualità, di affrontare il “nuovo” con senso di appartenenza al presbiterio e con grande
passione per la gente affidataci. La
fede favorisce una lettura teologica
della situazione, una progettualità
carica di speranza, un cambiamento da operare nella ricerca della
qualità evangelica, la serenità di
fronte alle sfide attuali, la relatività
delle proprie soluzioni in una società in rapidissima evoluzione.
Il malcontento del clero di fronte
ai mutamenti pastorali non sempre
e necessariamente è un segno dell’inopportunità o dell’inutilità di tali
provvedimenti, perché tale reazione scomposta può essere frutto
di resistenza interiore, di fatica culturale o di pigrizia pastorale. Tutto
va valutato con calma, con il confronto e con tanta preghiera prima
di intervenire, durante l’attuazione
e nella verifica finale.
La storia insegna che un solo
presbitero “santo” lascia una traccia
più profonda di tanti presbiteri
“mestieranti”. La ricerca in atto in
molte diocesi (è auspicabile un confronto ed un coordinamento?) circa
nuove forme di vita della parrocchia e tra le parrocchie (unità pastorali, revisione della formazione
nei seminari) non può prescindere
da una forte spiritualità. Già Yves
Congar aveva distinto la vera dalla
falsa riforma della Chiesa. Questo è
l’antidoto sia al senso di onnipotenza sia alla rassegnazione, due pericolosi scogli da evitare nella testimonianza presbiterale.1
a cura di
L. Guglielmoni - F. Negri
1 Mons. Mario Delpini è vicario generale dell’arcidiocesi di Milano e già rettore
dei seminari milanesi. La relazione è stata
tenuta al presbiterio della diocesi di Fidenza il 24 gennaio 2013.
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di sé a Cristo. La Chiesa non la si organizza, ma la si genera nell’amore
trinitario. Com’è possibile preparare un’omelia senza un ascolto
prolungato di Dio, che educa e genera la propria conversione, fa discernere i segni della sua presenza
nella comunità, trasforma le parole
in fuoco e seme?
L’inadeguatezza interpretata secondo lo Spirito diventa la condizione per una più limpida e intensa
disponibilità all’attrattiva di Colui
che è stato innalzato da terra e proprio così attira tutti a sé (cf. Gv
12,32), che si può anche chiamare
“fede”. La santità si può forse intendere come inadeguatezza maturata in disponibilità allo Spirito, in
docilità fiduciosa e vigile. «Ecco la
serva del Signore: avvenga per me
secondo la tua parola» (Lc 1,38).
Come si fa a vivere e a prendere
iniziative in ragione della docilità,
invece che dell’intraprendenza e
del protagonismo?
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SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 14
cultura
DAL 21 MARZO IN ITALIA IL FILM DELLA REGISTA ANNE GIAFFERI
L’Amore inatteso
ell’anno della fede l’Acec (l’Associazione cattolica esercenti cinema), TV2000 e Ufficio nazionale
per le comunicazioni sociali della
Cei, con Microcinema Distribuzione portano in Italia dal 21
marzo prossimo, in prima visione
nazionale, il film L’Amore inatteso
(Qui a envie d’être aimé?, il titolo
originale) di Anne Giafferi.
Nel partecipare ad un percorso
di catechesi di due mesi, il protagonista Antoine – un brillante avvocato sposato con due figli – riscopre una fede rimasta “bambina”
per una vita. La commedia, garbata
e suggestiva, uscita in Francia nel
2011, offre molti spunti sulla possibilità di “ricominciare” a credere
a partire dal vissuto esistenziale
della persona.
come la fede, la persona, lo spirito,
l’anima, Dio stesso esigono un approccio che tenga presente che
sono temi complessi e di difficile
frequentazione, dove l’autonomia
della ragione e la libertà del cuore
giocano un ruolo fondamentale».
Pur avendo avuto in patria un
esito significativo al box office, nessun distributore italiano si è interessato alla sua acquisizione. Sollecitato dall’investimento anche dell’associazione delle sale della comunità, Microcinema Distribuzione ha accettato la sfida dei diritti e del doppiaggio e ora proprio
questo tipo di cinema avrà la possibilità di puntare su una forma di
“primo annuncio”. La stessa opportunità l’avranno nei mesi successivi anche realtà ecclesiali non
cinematografiche che potranno richiedere legalmente il public video
del film attraverso i normali canali
della distribuzione cinematografica.
«Sempre più la produzione internazionale, ma anche quella nazionale – prosegue, infatti, Giraldo
– realizza film con tematiche spirituali e religiose. Spesso, però, non
trovano canali idonei per uscire
nelle sale. Il mondo cattolico potrebbe organizzarsi al meglio per
favorire la circuitazioni di questi
prodotti: non stare sempre alla finestra invocando i mala tempora
currunt e accusando il mondo contemporaneo di essere solo foriero
di insensibilità e di indifferenza».
Oltralpe la fede produce immagini. In questi anni la Francia ha
regalato molte commedie di successo. Capita anche con il tema
della fede che sa “divertire” senza
eccessi e senza volgarità. «L’aver
individuato un film come L’Amore
inatteso – spiega Francesco Giraldo, segretario generale dell’Acec
– all’interno della produzione filmica francese, è nato dal desiderio
di comprendere come in altre realtà nazionali molto simili alla nostra, ma nel contempo anche diverse per sensibilità e per approcci
metodologici, si riflettesse sulla
fede e sulle modalità di trasmissione della stessa. In Francia ogni
anno vengono prodotti e distribuiti
nelle sale cinematografiche parecchi film che trattano argomenti
inerenti alla fede, ma vengono realizzati con un taglio non autoreferenziale, non apologetico e poco ridondante. Sento un forte disagio,
vorrei dire quasi fisico, quando i
temi spirituali e religiosi vengono
frequentati dal nostro cinema e
dalla nostra tv con modalità propagandistiche e ideologiche. Temi
Ispirato ad una storia vera. Qui
a envie d’être aimé? è la prima
esperienza per il grande schermo
di Anne Giafferi finora impegnata
come sceneggiatrice e regista di alcune serie e fiction per la televisione francese. L’ascendenza dal
piccolo schermo è evidente anche
nella costruzione “sintattica” del
suo film che rifugge da ogni virtuosismo o accento autoriale, concedendosi al grande pubblico con
uno sviluppo lineare ma non per
questo meno significativo.
L’approdo al cinema nasce dal
desiderio di trasformare in immagini il romanzo autobiografico Catholique anonyme (edizioni Seuil,
2008) scritto dal marito Thierry Bizot, anch’egli attivo in ambito televisivo come produttore e sceneggiatore. Dal successo del libro e
della trasposizione cinematografica si può dedurre che, probabilmente, in Francia ritrovare la fede
improvvisamente a 46 anni è una
notizia che desta curiosità e interesse. Ancor più se essa scaturisce
quasi per caso dalla frequentazione
di una catechesi sobria senza fasti
settimana 17 marzo 2013 | n° 11
N
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o tonalità roboanti in una parrocchia di Meudon vicino a Parigi.
Molto interessanti risultano le
notazioni pregiudiziali (più o meno
effettive) percepite oltralpe nei
confronti del cattolicesimo. Disseminate qua e là, esse creano gradualmente il profilo di un’immagine tutt’altro che affascinante:
dalla spiegazione di Claire al figlio
Arthur che, per frequentare le
scuole cattoliche (le Orsoline), basta pagare e non occorre credere all’iniziale battuta sprezzante di Antoine sull’ipotesi di partecipare al
corso di istruzione religiosa («Non
ho tempo di fare il pagliaccio in
una stanza insieme a una manica
di cattolici»). Senza dimenticare lo
stesso Antoine che, in auto, arriva
a pulirsi le mani con lo sterilizzante dopo una breve parentesi a
messa durante l’intermezzo dello
scambio della pace. L’iniziale ironia verso l’esperienza ecclesiale si
scioglie poco dopo grazie alla spiccata onestà intellettuale della regista che costruisce la narrazione pedinando proprio i cambiamenti di
percezione di Antoine, motivati da
conoscenze profonde che abbattono gli stereotipi.
Di grande attualità per una società secolarizzata e multietnica appare anche la complessità (sostenibile) evidenziata nell’opera di saper tenere insieme la gioia e l’impegno di una fede personale che
non diviene di coppia. Un tema
dalle molte sfumature – non sempre così serene – che la regista,
coinvolta in prima persona, affida
anche alla chiusa del film con
Claire che chiede al marito «E
adesso che farai?». Ad Antoine che
le risponde «Forse andrò a messa
la domenica mattina», lei prontamente risponde «Ci andrai senza
di me, lo sai…», quasi a ribadire
un’autonomia e un’individualità
innegabili dell’esperienza spirituale e religiosa. «Tu andrai a fare
la spesa» replica con ironia Antoine, ammettendo in realtà come
fondamentale il rispetto di chi non
vive la medesima esperienza di
«une vraie dynamique qui a transformé son regard sur les gens, les
évènements, son métier» (da Réveil matin! Le blog d’un catolique
anonyme www.bizot.blog.croire.
com).
Le sorprese più belle arrivano
dal Cielo! Antoine sembra avere
tutto dalla vita ma proprio un “incontro” inatteso, irrazionale e sorprendente sconvolge non poco la
sua esistenza. Un corso di catechesi
gli apre orizzonti nuovi e inediti,
utili anche per affrontare alcune
questioni relazionali con la sua famiglia d’origine. Accogliendo un
invito, ricevuto per posta da uno
dei professori del figlio, egli si reca
in parrocchia più per educazione e
per “curiosità intellettuale” che per
vero interesse. Trova proprio lì il
luogo della sua lenta e reale “trasformazione”. Non un prete intraprendente, nemmeno una vivace
comunità, piuttosto “altro” attira e
affascina il nostro protagonista:
quest’“Altro” che si affaccerà poco
per volta nell’esistenza di Antoine.
La lettura della Bibbia, i racconti
di vita, le esperienze vissute fanno
affiorare quelle domande che si
sono assopite nel tempo e depositate in fondo al cuore. È il fenomeno dei cosiddetti recommençants o “ricomincianti”, molto attestato in Francia, che prende sempre più il sopravvento anche nelle
comunità cristiane italiane. La loro
fede è spesso legata all’infanzia: talvolta da quel momento essa non
ha più goduto di nuovi slanci o, altre volte ancora, non ha retto le
“notti” della vita. La maturità anagrafica ed esperienziale diviene in
seguito l’occasione per giungere ad
una fede adulta. “Ricominciare” è
riprendere un legame con Cristo –
l’incarnazione, la debolezza intesa
come forza che sconvolge Antoine
– che si era allentato ma che ora
rappresenta il chiavistello di “giardini segreti” altrimenti inesplorati.
A conclusione del cammino di
catechesi, Antoine rende una
splendida testimonianza di fronte
ai compagni di corso e ad una moglie che, incredula e curiosa, lo osserva di nascosto: «All’inizio ero
venuto per educazione, perché ero
stato invitato e sono una persona
educata. Ma se sono rimasto è perché mi sono emozionato. È la parola giusta: emozionato. Emozionato da tutto quello che ho sentito
in questa stanza. Così emozionato
da venire due volte a settimana, di
capire quanto avevo voglia di rompere con le mie abitudini, ma soprattutto le mie certezze. Emozionato dall’aver preso coscienza delle
mie debolezze, di scoprire che le
idee che rifiutavo erano simili alle
mie perché parlavano d’amore. Mi
sono emozionato nel sentirmi
amato da Dio. Ma non il Dio imponente della mia infanzia… Un Dio
umano, un padre, un amico: il confidente che mi è sempre mancato.
Emozionato da questo cammino
con voi; voi che credevo di onorare
della mia presenza, voi che ho trattato con la mia superiorità e che mi
avete aiutato. Perdonatemi…».
Arianna Prevedello
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LIBRI
Il gesuita docente di AT nella Facoltà di
teologia di Innsbruck offre agli studenti e
agli appassionati della Bibbia le informazioni necessarie per percepire e interpretare
il testo. Elencate la varietà e la ricchezza dei
vari metodi esegetici tradizionali e i nuovi
approcci metodologici (nuova critica letteraria, interpretazioni contestuali e approcci
storiografici), nella terza parte, l’autore presenta gli elementi necessari alla comprensione del testo: i testi sono una comunicazione linguistica, da interpretare come credenti nel caso della Bibbia. Gli elementi costitutivi e le dimensioni del testo vanno dalla
parola, alla frase e quindi al testo e al mondo
in esso rappresentato. Nella conclusione si
offrono i passi concreti che lo studente deve
fare per studiare in modo proficuo la Bibbia
e, nelle dodici appendici, vengono forniti ulteriori sussidi. Sono riportate le chiavi di soluzioni degli esercizi presentati nel testo.
L’approccio seguito da Fischer è quello narratologico, oggi molto frequentato e fecondo. Testo universitario dell’ambiente tedesco, ma fruibile da tutti. (RM)
GHINI E., Vie di preghiera. Testi dei Padri
del deserto, EDB, Bologna 2013, pp. 138, Ä
11,00.
Oggi – scrive l’autrice, carmelitana
scalza, nell’introduzione – in cui si è alla ricerca di scuole, metodi e tecniche di preghiera, la rilettura di qualche “detto” (apoftegma) dei Padri del deserto, in ordine alla
preghiera, «può essere stimolante e provocatoria». Alla prima parte del libro, in cui si
parla di condizioni, metodi, mezzi ed effetti
della preghiera visti nell’ottica dei Padri del
deserto, corrisponde una seconda parte nella
quale viene riportata una copiosa serie di testi sempre dei Padri. In verità, leggendo le
loro testimonianze, si scopre che la preghiera non è un’attività che prescinde dalla
vita, ma che vita e preghiera si modellano
reciprocamente. Il ritorno alle prime fonti
cristiane della preghiera è un viaggio benefico e salutare. (BS)
VANHOYE A., L’eucaristia sorgente di vita
(Catechesi s.n.), AdP, Roma 2013, pp. 72, Ä
6,00.
Tre meditazioni del cardinale ed esperto
esegeta gesuita. Egli riflette sull’eucaristia
come un sacrificio di rendimento di grazie,
esaminata sullo sfondo di vari testi biblici
sulla todah. L’eucaristia è inoltre sacrificio
della Nuova Alleanza, che nasce da una trasformazione dell’evento negativo del tradimento e ha una connotazione fraterna e filiale. L’eucaristia è, infine, contemplata
come una realtà che continua nella nostra
vita, vissuta come sacrificio nell’amore.
L’esperienza di Paolo e di Pietro nutrono la
terza riflessione di Vanhoye, come sempre
profondo e didattico. (RM)
TOMMASELLI A., Spiriti disincarnati. Le
anime dei defunti e le loro manifestazioni,
EDB, Bologna 2013, pp. 150, Ä 11,00.
«Con la morte l’anima viene separata dal
corpo». Così insegna il Catechismo della
Chiesa cattolica al n. 1016. È questo stato
dell’anima, questa fase nota come “escatologia intermedia” l’oggetto di queste pagine. Il
lettore non si aspetti una trattazione sistematica delle “realtà ultime”, bensì la riproposizione della dottrina della Chiesa riguardo agli spiriti “disincarnati”. È possibile
comunicare con loro? come vivono le anime
sante del purgatorio? possiamo aiutarle?
possono apparire? Molti tentano di mettersi
in contatto con loro attraverso la pratica
dello spiritismo. Perché la Chiesa lo condanna? L’autore, un laico impegnato, studioso dei fenomeni di natura malefica, ci
conduce con un linguaggio lineare a cono-
scere quanto il magistero e la teologia hanno
scritto e insegnato sull’argomento. Un libro
opportuno, serio e chiaro, che contrasta con
una certa letteratura incline allo spettacolare
e al fantasioso. E – altro titolo di merito – leggibile da tutti. (BS)
UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI
SOCIALI E IL LAVORO DELLA CEI – SERVIZIO NAZIONALE PER IL PROGETTO
CULTURALE DELLA CEI, Custodire il
creato. Teologia, etica e pastorale, EDB, Bologna 2013, pp. 208, Ä 12,00.
Raccolta di contributi di tre seminari di
studio (gennaio 2010 - gennaio 2011), frutto
delle iniziative del gruppo di studio “Custodia del creato”, promosso presso la Segreteria generale della Cei dagli autori, con i quali
hanno collaborato l’Associazione teologica
italiana (ATI) e l’Associazione teologica italiana per lo studio della morale (ATISM). La
domanda alla quale le voci vengono invitate
a rispondere è: «C’è un pensiero teologico
sui problemi ambientali?». Il problema, oltre che di contenuto, è anche di metodo:
come possono i soggetti ecclesiali recepire le
istanze ecologiche, ambientali e conseguentemente politiche, motivarle di forza evangelica e tradurle in istanze teologiche? Come
raccordare gli orizzonti di fede con gli obiettivi di un movimento di opinione che è nato
in un contesto critico verso le religioni e
verso la teologia cattolica in particolare? Gli
interventi si concentrano sul ruolo della formazione, sulla correlazione etica/teologia,
sulle buone pratiche da incoraggiare. (MM)
BOUTHORS J.-F., Paolo l’ebreo (Epifania
della Parola - Nuova serie - Sotto la direzione
di M. Grilli e A. Filippi s.n.), EDB, Bologna
2013, pp. 144, Ä 16,00.
Redattore editoriale, scrittore e appassionato delle sacre Scritture, l’autore segue
il filo della narrazione degli Atti e la discussione presente in Galati e Romani per presentare la persona, l’opera e gli scritti di
Paolo quale apostolo di Cristo che intende le
nazioni come popoli chiamati a partecipare
alla promessa fatta da Dio ad Abramo, entrando così a far parte della “famiglia di Dio”,
la famiglia dei figli di Abramo. Sulle orme
di Gesù, ebreo per sempre, anche Paolo vede
l’espansione missionaria della comunità cristiana come realizzazione dell’unico piano
di salvezza di Dio che, a partire dal suo popolo Israele, raggiunge ora i confini della
terra. Paolo vede Gesù e il suo messaggio
come profondamente coerente con l’AT, che
viene portato a un iniziale compimento.
L’ebraismo permane nel cristianesimo e il legame irrevocabile è insieme convocazione e
responsabilità. Un saggio che ricupera il
pensiero dei più aperti fra gli ebrei odierni,
riportando il presunto “apostata” Paolo nell’alveo di pensiero e di operatività a lui più
consono, quello dell’ebraismo aperto alla novità insindacabile di Dio. Il Dono e il Donatore, quindi, ancora una volta. (RM)
HUBAUT M., Il perdono. Dimensioni umane
e spirituali, EDB, Bologna 2013, pp. 128, Ä
9,50.
Senza prefazione e introduzione, il piccolo, denso volume di Hubaut entra subito
nel merito del «difficile e necessario perdono». Si può giungere al perdono se ci si
mantiene su un percorso che è fatto di convinzioni, emozioni, scelte. «È difficile vivere
un perdono veramente evangelico, che non
sia né umiliazione dell’altro né autostima di
sé, senza la grazia di Dio». Una caratteristica
peculiare di questo testo è che la riflessione
parte dalla proposta del perdono nelle sue
dimensioni umane (spirituali, non solo psicologiche) per sostenerle successivamente
con la forza dell’appello evangelico, presentando quest’ultimo non come imperativo
che si sovrappone alle resistenze della psicologia umana, ma come invito che la conferma. In conclusione, anche alcune pagine
sul sacramento del perdono. (MM)
“Vaticanum, il manoscritto esoterico”
Un altro thriller, analogo al Codice da Vinci, contro i Vangeli e la
Chiesa cattolica.1 Con una copertina invitante: la figura di una specie
di cardinale con le mani insanguinate di un assassino. L’originale è
stato scritto nel 2011 in Portogallo, dove avrebbe già avuto tre edizioni. Vi si intrecciano due fantasiosi racconti: quello di una società segreta ebraica e internazionale che, partendo da reperti biogenetici di
ossari palestinesi riguardanti il cadavere di Gesù, vorrebbe clonarlo e
quindi anticipare il suo ritorno nel mondo; e quello di ricerche su antichi manoscritti del Nuovo Testamento (a partire dal codice Vaticano
B), per dimostrare le falsificazioni avvenute sui Vangeli.
La prima vicenda è del tutto romanzesca e così incredibile che facilmente produce il sospetto che anche l’altra lo sia, ossia quella riguardante la critica testuale. Invece, questa ha certamente motivi seri
e veri: tutti gli esperti sanno che gli antichi manoscritti non sono del
tutto concordi (cf. le edizioni critiche del NT). Su queste discordanze
l’autore, che ne è a discreta conoscenza, gioca e compie salti mortali:
dalla critica testuale salta subito a quella storica, che invece possiede altri criteri scientifici. Oltre tutto, egli spara bordate assolutamente false
– come quella di pag. 52 – che nessuno storico romano del I sec. accennerebbe a Gesù (e Tacito?!), ma che i primi non cristiani a parlare di
lui furono solo Plinio il Giovane (inizio II sec.) e Giuseppe Flavio (I sec.).
Trattandosi di un romanzo non ci scandalizzeremo più di tanto. Anche perché l’autore stesso, alla fine, in una postfazione… commovente
(ma da presa in giro del lettore) avverte di aver lavorato di fantasia. Ma
fantasia a detrimento dei Vangeli e della figura di Gesù. Anche la bibliografia riportata in fondo è tutta di una sola linea, la sua.
Certamente il rapporto tra il Gesù storico e quello dei Vangeli –
come è noto – è un bel problema, da secoli oggetto di ricerche e di tentativi di soluzione. Anche un thriller fantasioso può suscitarlo in tante
persone e così può fare un bel servizio alla cultura. Purché ci siano anche persone capaci di guidare con serietà e competenza gli inesperti,
aiutandoli a una visione globale e articolata del problema.2 (G. Giavini)
1 Rodrigues Dos Santos J., Vaticanum, il manoscritto esoterico. Chi era davvero
Gesù? Un mistero che la chiesa occulta da 2000 anni, ed. Newton Compton, Roma
2012, pp. 480, Ä 9,90.
2 Suggerisco un ottimo e documentatissimo articolo di Romano Penna, gran competente in materia, sul n. 3/2012 di Rivista Biblica Italiana: “Ricerca e ritrovamento del
Gesù storico”. Mi permetto anche di suggerire ancora il mio libretto orientativo: Credere ai Vangeli? Perché?, Elledici 2010, pp. 80.
IOAN PLOSCARU
Catene e terrore
Un vescovo clandestino greco-cattolico
nella persecuzione comunista in Romania
NOTE ALL’EDIZIONE ITALIANA DI GIUSEPPE MUNARINI
A CURA DI MARCO DALLA TORRE
A
rrestato nel 1949, recluso per quindici anni
nelle carceri della Romania, sorvegliato e
pedinato dai servizi di sicurezza fino al 1989, il
vescovo greco-cattolico Ploscaru ha pagato con
l’accusa di tradimento della patria e spionaggio il rifiuto di passare alla Chiesa ortodossa.
Le sue pagine, lucide e dolenti, tradotte per la
prima volta in italiano.
EDB
EDB
«FEDE E STORIA»
pp. 480 - € 30,00
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$ settimana 17 marzo 2013 | n° 11
FISCHER G., Conoscere la Bibbia. Una guida
per l’interpretazione. A cura di Simone Paganini (Lettura pastorale della Bibbia s.n.),
EDB, Bologna 2013, pp. 232, Ä 21,00.
15
SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 16
> segue da pag. 1
settimana 17 marzo 2013 | n° 11
tato cosi deludente nelle urne. Ci
si chiede poi come Pier Luigi Bersani, non amato ma tutto sommato rispettato in Europa, non sia
riuscito a portare a termine una
vittoria elettorale che sulla carta
aveva già in mano.
Tale incredulità è spesso associata alla rabbia e alla paura. La
rabbia e la paura di chi vede l’eurozona e, più in generale, l’intero
progetto europeo, sgretolarsi a
causa dell’instabilità politica della
terza economia della zona euro
per via di un effetto-contagio che,
partendo dall’Italia, rischia di trascinare nel vortice della speculazione finanziaria l’intero continente.
16
Un successo inatteso. La vera
incognita del risultato elettorale
italiano e il fattore che più di ogni
altro sembra rendere difficile la
creazione di un nuovo governo è
però senza dubbio il grandissimo
successo del Movimento 5 Stelle
(M5S) di Beppe Grillo, la lista più
votata alla Camera dei deputati. A
Bruxelles suscita sincero interesse
l’affermazione del movimento
grillino. Un interesse tuttavia accompagnato da grandi timori sulla
compatibilità della crescente influenza politica di tale movimento
con i gravosi impegni richiesti dall’UE all’Italia quale membro della
zona euro.
D’altronde il M5S, a differenza
del berlusconismo, non si riconosce in una famiglia politica europea tradizionale, non conta nelle
proprie file esponenti riconoscibilmente europeisti e appare disinteressato dalla questione della
propria legittimità internazionale.
Il M5S è visto pertanto come una
scheggia impazzita, che sfugge al
controllo delle strutture politiche
europee. Grillo, a differenza del
Berlusconi di governo, non ha badanti politiche che ne influenzino
la linea europea e nemmeno ne
vuole. L’Europa perciò vede in
Grillo un elemento di rischio, in
quanto indecifrabile, incontrollabile e imprevedibile, ben più di
Berlusconi.
Non è quindi il rifiuto dell’austerità – peraltro già sdoganato da
buona parte delle famiglie politiche tradizionali, inclusi i socialisti
francesi di Hollande – da parte del
M5S a inquietare la burocrazia europea. Non è neppure l’ipotesi di
un irrealistico referendum sulla
permanenza dell’Italia nella moneta unica, proposto da Grillo. È
invece proprio l’impossibilità di
integrare il M5S in una categoria
politica e valoriale preesistente
(popolare, socialista, comunista,
verde) che ne orienti l’operato a livello europeo. Il problema non si
porrebbe neppure se Grillo fosse il
capetto di un movimento minoritario e marginale in un piccolo
paese membro dell’Unione. Ma
quando la sua lista risulta la più
votata in un paese grande – e problematico – come l’Italia, i termini
della questione cambiano drasticamente. Chi garantisce che, di
fronte a eventuali responsabilità
di governo, il M5S rispetterà gli
impegni presi dai governi precedenti in sede UE? Chi assicura la
linea sostanzialmente pro-europea
che l’Italia ha da sempre difeso?
Saprà il M5S rispettare e farsi portatore dello “spirito comunitario”,
di quella fiducia reciproca che costituisce il collante fondamentale
dell’Unione Europea?
Per ora, le risposte di Grillo a
queste questioni sembrano confuse e contraddittorie. Grillo critica la moneta unica e l’unione
bancaria, se la prende con il ruolo
di “contributore netto” dell’Italia
rispetto al bilancio UE e non
esclude l’ipotesi di default finanziario italiano. Tuttavia, Grillo ha
dichiarato sul suo blog che,
«prima dell’euro era necessario
creare le fondamenta di regole comuni, ad esempio di politiche per
la difesa e per la fiscalità», lasciando intendere una visione, in
fondo, europeista. Del resto, esiste
una certa compatibilità tra gli
obiettivi programmatici del M5S e
le priorità strategiche dell’Unione,
rispetto, ad esempio, alle energie
rinnovabili, all’accessibilità di Internet e della banda larga, alla trasparenza della pubblica amministrazione e alle politiche di ricerca
e sviluppo. Si tratta di obiettivi rispetto ai quali l’Unione Europea
ha una visione ben più avanzata e
lungimirante della maggior parte
degli stati membri, a partire dall’Italia.
Esiste dunque un possibile terreno d’incontro tra i seri e controllati eurocrati di Bruxelles e l’incontenibile comico genovese? Lo
si vedrà nei prossimi mesi. L’Europa ha il potenziale per accettare
le sfide politiche che alcune proposte del M5S sottendono, ed è salutare che lo faccia: riguardo alla
partecipazione democratica, ai privilegi della politica, all’insostenibilità di un’unione economica
priva di un solido orizzonte politico.
Effetto-contagio? Nel frattempo
l’Europa farebbe bene a prepararsi
a un “effetto-contagio” proveniente
dall’Italia. Si tratta di un contagio
prima ancora politico che finanziario ed economico. È facile prevedere infatti che le numerose formazioni politiche legate al movimento dei “Pirati” (che presentano
numerose similitudini programmatiche col M5S), già presenti in
tutta Europa (cf. Sett. n. 26/2012
pp. 8-9), cercheranno di capitalizzare al massimo il polverone suscitato dal successo di Grillo, sperando di ottenerne un vantaggio
elettorale, soprattutto in vista delle
elezioni politiche tedesche di quest’autunno e delle elezioni per il
rinnovo del Parlamento Europeo,
previste per il 2014.
Il presupposto-chiave che dev’essere accettato, anche dal M5S,
è che l’Unione Europea è una macchina tremendamente complicata,
che sfugge alla logica buono/cattivo (cittadino vs. politico professionista; cittadino vs. banchiere;
giornalista straniero vs. giornalista
italiano) tipica della narrativa grillina. Una macchina che, purtroppo, ha delle pecche e presenta
modalità di funzionamento e di
evoluzione lente e spesso esitanti.
Una macchina, tuttavia, che ha
conseguenze dirette – e largamente positive – sulla nostra libertà di spostarci, di stabilirci, di
lavorare, di creare un business in
un altro paese europeo. Fuori dalle
regole comuni, niente è più scontato, non lo sono neppure la stabilità e la pace.
L’elettorato grillino è vasto e diversificato e, probabilmente – per
quanto esasperato dalla crisi economica, dall’incapacità della classe
politica italiana di affrontarla efficacemente, dalle misure di austerità imposte all’Italia dai suoi partner europei e internazionali e da
un’Europa che sembra complicata
e distante – in larga misura comprende e condivide la necessità di
accettare le regole del gioco in
sede europea. La speranza è
quindi che il M5S abbia un approccio costruttivo verso la costruzione europea, che ha bisogno
di tutto fuorché di ulteriori critiche strumentali e demagogiche. Il
gruppo di imbonitori euroscettici,
nazionalisti e talvolta xenofobi è
infatti già abbastanza folto e rumoroso.
Il rapporto tra il nostro paese e
l’Unione Europea sembra dunque
arrivato a un punto critico: proprio nel momento in cui si aspetta
dall’Italia grande senso di responsabilità (e grandi sacrifici) per affrontare una crisi che riguarda l’intero continente, l’elettorato italiano reagisce in un modo che, visto da Bruxelles, appare confuso e
schizofrenico. Le chiavi di lettura
tradizionali con cui l’Europa ha interpretato le vicende italiane durante la Prima e la Seconda Repubblica sono oggi logore e inutilizzabili. Le posizioni rispetto alle
questioni dell’integrazione europea del M5S rimangono un’incognita. La gravità della situazione
economica attuale ha bisogno di
essere gestita da un governo stabile in grado di agire in modo
forte e incisivo. Un governo che,
ad oggi, non sembra essere nelle
condizioni di venire alla luce.
Esame di coscienza per l’Europa. Ma il risultato delle elezioni
italiane deve anche essere un’occasione per l’Unione Europea di
interrogarsi sui propri successi,
sui propri difetti e sul proprio futuro. Non si tratta solo di mettere
in discussione le politiche di austerità, che pure hanno contribuito a esasperare gli elettori italiani e a indurli a votare chi prometteva di superarle. Se gli italiani
hanno mostrato di percepire l’UE
come fredda e distante, si tratta
anche di avviare la costruzione di
un’Europa in cui i cittadini possano davvero identificarsi, in cui
ci sia un legame visibile e chiaro
tra l’input del voto popolare e l’output delle decisioni della classe politica, in cui il concetto di Europa
non sia associato in primo luogo a
quello di sacrificio, ma a quelli di
libertà, pace e opportunità. La questione del linguaggio e dell’immagine è più importante di quanto
non si pensi. Tanto Berlusconi
quanto Grillo hanno ben compreso l’importanza di una comunicazione semplice e allegra e questa è senz’altro un’ottima lezione
che l’UE può trarre dalla recente
tornata elettorale nel nostro incomprensibile paese. Se un’Europa allegra sembra un paradosso
di questi tempi, è bene ricordare
che di paradossi di successo è
piena la storia europea.
Gabriele Bertolli
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n. 11 - 17 marzo 2013
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