SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 1 Via Nosadella 6 40123 Bologna Periodico settimanale tariffa R.O.C.: “Poste Italiane s.p.a. - Sped. in A. P. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art.1, comma 1, DCB Bologna attualità 17 marzo 2013 www.dehoniane.it www.dehoniane.it I cattolici francesi a un mese dal voto 11 L’atteggiamento dialogico a tutto campo, soprattutto alla base, è la cifra di un contributo originale alle «presidenziali» di questa primavera. Come leggere e interpretare il documento della Conferenza episcopale francese. attualità pastorale Italia paese incomprensibile Non è la prima volta che la politica italiana appare ingarbugliata agli occhi dell’Europa. Si temono, in particolare, gli accenti antieuropei del Movimento 5 Stelle sommati a quelli dell’elettorato leghista e berlusconiano. Il rapporto Italia/Europa sembra giunto ad un punto critico. Un grande stupore. Ma l’instabilità formale del potere esecutivo in Italia è stata largamente compensata, nei primi decenni della costruzione europea, dall’incredibile successo – certo, a fasi alterne, ma pur sempre miracoloso – dell’economia italiana, oltre che dalla continuità pro-atlantista e fermamente europeista garantita dai partiti governativi, e in particolare dalla Democrazia Cristiana. Era un’Italia ballerina e poco seria nella forma, ma nella sostanza era un paese relativamente solido e affidabile agli occhi di Bruxelles e delle altre capitali europee. Un paese, peraltro, indispensabile strategicamente per fare argine al blocco sovietico. Poi Tangentopoli spazzò via la Prima Repubblica, i suoi protagonisti e le sue cerimonie e l’Europa dovette confrontarsi – oltre che con un centrosinistra fortemente europeista ma perennemente azzoppato dall’eteroge- neità delle sue maggioranze parlamentari – con un animale politico alquanto singolare. Si tratta ovviamente di Silvio Berlusconi. Una rassegna delle incomprensioni, delle polemiche e delle tensioni tra Bruxelles e Roma ai tempi dei governi Berlusconi avrebbe bisogno di un libro intero per essere esaustiva. Ma malgrado l’ironia, l’avversione e i dubbi con cui il Cavaliere è stato considerato in ambiente europeo – e paradossalmente forse proprio grazie a una certa frustrazione da parte di Berlusconi e dei suoi per un tale atteggiamento da parte dei salotti buoni della politica europea, ritenuto pregiudiziale e ingiusto – la condotta dei governi Berlusconi e degli esponenti di punta del centrodestra italiano a Bruxelles è stata, tutto sommato, disciplinata rispetto alle questioni cruciali dell’integrazione europea, in particolare riguardo alle varie revisioni dei Trattati. L’ammissione di Forza Italia nel gruppo parlamentare del Partito Popolare Europeo, avvenuta nel 1998 e da molti contestata, in realtà, pur non cambiandone la cultura di fondo, ha contribuito a “inquadrare” il movimento berlusconiano in un orizzonte – seppur strumentalmente, e con varie eccezioni, peraltro sempre più numerose negli ultimi mesi – pro-europeo. Malgrado il relativo “addomesticamento” del berlusconismo alle logiche europee, tra i funzionari, i giornalisti, i consulenti e quanti orbitano attorno al quartiere europeo di Bruxelles, ha destato grande stupore il risultato, ben più che dignitoso, della coalizione PdlLega alle ultime elezioni. Ci si chiede come sia possibile che l’uomo che più di ogni altro è responsabile del declino dell’immagine – per non parlare della situazione economica – dell’Italia, sia ancora in grado convincere milioni di elettori a votarlo. Ci si chiede anche come mai Mario Monti, che invece viene considerato come l’“uomo della Provvidenza” per le finanze statali italiane, abbia avuto un risul> pag. 16 Il nuovo papa Oggi, martedì 12 marzo, si apre il conclave che eleggerà il successore di Benedetto XVI. Quando i lettori avranno in mano questo numero di Settimana forse ne conosceranno già il nome. È un momento importante per l’intera Chiesa che vede nel servizio petrino il segno della sua unità. Un ministero, quello del vescovo di Roma, che già il card. Reginald Pole nel 1569 (De summi pontificis officio et potestate) indicava con due elementi fondamentali: il martirio e la resistenza al potere. Se l’unità del “noi” cristiano è basata sulla Trinità, voluta da Dio in Cristo, attraverso lo Spirito, questo “noi” è guidato da responsabilità personali. Non vi è governo anonimo delle comunità. Il nome che il pontefice assume per sé non è che l’ultima accentuazione dell’irrinunciabile identità da esso garantita. Benedetto XVI, oltre al martirio (Gv 21,18ss) e alla critica al potere, aggiunge come proprio del servizio del papa il tema della riforma, testimoniata dal Pole nel concilio tridentino, e ripresa nell’ermeneutica del Vaticano II. Ora tocca al successore. attualità La politica in Italia p. 1-4-5 etica La coscienza civica p. 3 pastorale Il prete “inadeguato” p. 12-13 cultura L’Amore inatteso p. 14 settimana 17 marzo 2013 | n° 11 U n paese spaccato. Un Parlamento apparentemente ingestibile. Il tutto, in un contesto economico drammatico e con le finanze statali non troppo lontane dal collasso. Questo il quadro uscito dalle elezioni politiche italiane del 24 e 25 febbraio. Si tratta di una situazione che, vista dagli alti palazzi delle Istituzioni europee a Bruxelles, desta qualche ironia, un certo stupore e molta preoccupazione. Certo, non è la prima volta che la politica italiana appare ingarbugliata e incomprensibile agli occhi dell’Europa. Negli anni, oltralpe hanno fatto il callo alle stranezze italiche: esecutivi della non-sfiducia, correnti di partito e intrighi di palazzo, convergenze parallele, governi balneari, un turnover di presidenti del Consiglio e ministri da far impazzire gli addetti al protocollo dei vertici europei, eurodeputati pronti ad abbandonare il mandato per tornare a Roma al primo giro di valzer parlamentare o governativo, oltre a una serie infinita di scandali politici, economici e finanziari. 1 settimana 17 marzo 2013 | n° 11 dialogo aperto SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 2 2 In vista del nuovo papa Dalla “diplomazia” alla “profezia” Cara Settimana, le dimissioni di Benedetto XVI sono un evento di straordinaria forza profetica e sarebbe davvero una colpa se, passato il momento dell’emozione, eletto il nuovo papa, tutto tornasse a scorrere come se niente fosse accaduto. È evidente che quel gesto, al di là di ogni possibile interpretazione, è la manifestazione lampante che la Chiesa ha bisogno di un profondo rinnovamento. Il nuovo papa non potrà sottrarsi a questo compito e soprattutto dovrà fare in modo che il rinnovamento sia visibile, concreto ed efficace. Si tratta di scuotere la coscienza di tutti i membri della Chiesa, dal papa all’ultimo dei suoi membri, e di lanciare un messaggio al mondo intero che la Chiesa, santa e peccatrice, ha finalmente deciso di fare i conti con le sue miserie per ritrovare, sotto la spinta dello Spirito, la sua identità e il senso della sua missione. So bene che, dentro questa prospettiva, ora come ora, si scatenerebbe la battaglia dei tradizionalisti e dei progressisti. Al nuovo papa il compito di smorzare sul nascere queste tensioni, richiamando gli uni e gli altri alla consapevolezza che nella Chiesa dovrebbero esistere solo seguaci di Cristo “via, verità e vita”. In altre parole, tutti dobbiamo sentirci chiamati a fare la Chiesa come l’ha voluta Cristo e ad agire sapendo che il suo bene non sta nelle nostre parole o nelle nostre idee, ma solo nella fedeltà e nella coerenza con il Vangelo. Bisogna, come a suo tempo disse Giovanni Paolo II, “ripartire da Cristo” consapevoli che non abbiamo bisogno di altri programmi che il suo. Ma in che modo la Chiesa può passare dalle parole ai fatti e, soprattutto, quali sono i punti nevralgici sulla cui base dimostrare in maniera trasparente che il rinnovamento non solo si auspica ma si attua? A me sembra che si debba avere il coraggio di fare scelte che, finalmente, riaggancino l’esperienza della Chiesa e della fede a quei valori non negoziabili che emergono chiari e trasparenti dal vangelo. Ne accenno qualcuno. Innanzitutto, occorre avere il coraggio di rivedere la prassi battesimale alla luce di una verità che è stata trascurata se non affatto dimenticata. Leggiamo nel Catechismo della Chiesa cattolica: «Diventare cristiano richiede, fin dal tempo degli apostoli, un cammino e una iniziazione con diverse tappe. Questo itinerario può essere percorso rapidamente o lentamente. Dovrà in ogni caso comportare alcuni elementi essenziali: l’annunzio della Parola, l’accoglienza del Vangelo che provoca una conversione, la professione di fede, il battesimo, l’effusione dello Spirito Santo, l’accesso alla comunione eucaristica» (n. 1229). Nella prassi continuiamo a celebrare il battesimo scommettendo ancora sulla “fede parentale”. Infatti, non si diventa membri del popolo di Dio perché si è personalmente compiuto un itinerario di conversione vera, ma si è credenti (?) perché, attraverso l’innesto parentale (dei genitori), si appartiene alla Chiesa. In un mondo che vede le famiglie sempre più lontane dalla Chiesa, continuare a far finta che si attui una reale trasmissione della fede dai genitori ai figli è una pia e colpevole illusione. Non c’è da meravigliarsi se questo “cristianesimo” della “convenzione” si traduca poi in quell’ab- Grazie, con dignità Aveva buttato le sue poche cose al di là della staccionata e l’aveva scavalcata clandestinamente. Srotolato il suo sacco a pelo, aveva dormito invisibile le ore più buie della notte nel giardinetto antistante la canonica, sotto la tettoia “a misura d’uomo” (ci stava giusto un uomo e poco più). È quasi mattina. La primavera ha anticipato un po’ più di ieri le prime luci dell’alba, per la gioia dei più (ma non di tutti, evidentemente). Lui la anticipa di qualche folata di vento. Non vorrebbe essere visto, ma il parroco lo sta guardando dalle imposte socchiuse. Spegne le luci, perché anche il parroco non vuole essere visto. Per non mettere imbarazzo. Ma anche per evitare l’imbarazzo di dover dire qualcosa e non aprire il varco a precedenti. Lui – non si sa come si chiami, né da dove venga – fa scivolare la cerniera della sua coltre, tanto provvisoria quanto provvida. Si alza in piedi, con un gesto che palesa volontà, non fretta. Si passa le mani sul viso per distendere la pelle. Liscia la barba lunga ma non trasandata. Ravviva i capelli. Resta fermo come un punto esclamativo per qualche secondo, più lungo dei nostri. Si scossa la notte dal corpo. Si china sul sacco a pelo e lo ricompone con cura metodica e tante volte “celebrata”. Stira il maglione e allunga ai polsi le maniche della giacca scura. Chiama all’ordine le sue poche cose, compreso qualche ninnolo “inutile”. Il parroco si è alzato presto perché “ha da fare”, ma è come incantato da quella “liturgia” povera. Un po’ spera che lasci l’addiaccio prima d’essere “costretto” a vederlo, un po’ desidera qualche altro passo di quella coreografia a lungo provata. Lui si toglie qualche capello invisibile dalla giacca scura. Si spolvera ancora una volta. Ora è pronto a saltare l’inferriata e tornare a nascondersi per strada a quegli occhi che non lo vogliono vedere. Sosta in piedi ancora un istante, il capo chino, inseguendo chissà quale pensiero vagabondo come lui, o forse per dare una sillaba in più ai sogni. Poi si volge verso la chiesa. Si inginocchia e traccia su di sé un segno di croce ampio come i suoi vestiti. Il parroco è sicuro d’aver sentito «Grazie, Signore». (M. Matté) bassamento morale che sta tremendamente condizionando la vita sociale. La Chiesa sale, luce e lievito rimane tra i desiderata traditi di Colui che l’ha voluta e ha pagato il prezzo della sua vita per regalarci un battesimo frutto dell’annuncio del vangelo e della personale volontà di ascoltarlo, accoglierlo e viverlo. Un altro sentiero da percorrere: una riforma “istituzionale” capace di far emergere che la Chiesa è segno e strumento dell’amore di Dio per l’umanità intera. Il Cristo risorto ha voluto assumere un “corpo” composto dai suoi discepoli per continuare ad essere sacramentalmente presente nella storia dell’uomo fino al suo ritorno. Dobbiamo riconoscere che bisogna fare un grande sforzo per vedere nel modo di essere e di agire di questo “corpo sacramentale” i segni della presenza di Colui che si spogliò della sua dignità divina per farsi servo fino alla morte e alla morte di croce (cf. Fil 2, 6ss) e che indossò un grembiule per lavare i piedi dei suoi discepoli (Gv 13,1ss.). Da dove cominciare? Se si decidesse di cancellare, così come ci chiede Gesù nel vangelo, tutti quei titoli che sono legati a logiche di potere e non di servizio, sarebbe un ottimo punto di partenza. La Chiesa è famiglia: se non vogliamo rimanere prigionieri di una sterile reto- rica, torniamo ai nomi propri e abbattiamo le barriere della pomposità di titoli come “eccellenza”, “eminenza”, “monsignore”… Infine, credo che sia necessario passare decisamente dalla “diplomazia” alla “profezia”. Il discepolo di Gesù non può pensare di scansare il rischio della persecuzione e della croce senza essere “satana”. Lo fa chiaramente intendere Gesù a Pietro dopo la sua professione di fede: non si può essere suoi discepoli solo sul piano della sana dottrina (cf. Mt 16,13ss.). La “profezia” genera inevitabilmente il rischio “della persecuzione e della croce”. Che cosa questo significhi, non è lasciato alla libera interpretazione perché ce lo dice chiaramente Gesù quando, dopo aver più volte affermato ai suoi discepoli che avrebbero dovuto abbracciare con lui la croce, dimostrò concretamente davanti a Pilato e al mondo che cosa intendesse dire. Il battezzato – come sappiamo – è, in Cristo, “sacerdote, re e profeta” e sa che la croce che abbraccia per amore può condurlo sul calvario. Ma sa anche che non può avere altre armi che la forza dello Spirito e della Parola che ha accolto e che testimonia. Naturalmente, questo vale anche e soprattutto per il papa. Dopo la nuova traduzione di quelli corrispondenti alle letture ogni volta che il salmo viene cantato». Sono indicati nei vari calendari liturgici e riferiscono la disposizione del Notiziario della Conferenza episcopale italiana del 20 febbraio 1979, reperibile anche nel volume 2° dell’Enchiridion Cei n. 3350. Inoltre, penso che il repertorio Nella casa del Padre – ufficialmente approvato dai vescovi – mantenga tutta la sua validità, come pure il Repertorio nazionale di canti per la liturgia, edito a cura della Cei nel 2009, ricco di proposte. Senza l’ansia di rivedere a tutti i costi testi e musiche collaudati e conosciuti che, sovente, sono assai più efficaci e praticabili di quelli inseriti negli ultimi Lezionari. Salvo miglior giudizio e con ossequi. A proposito del canto dei salmi Cara Settimana, condivido il rammarico di Michele Ferrari pubblicato su Settimana n. 8 (24 febbraio 2013) per la nuova traduzione che dovrebbe sostituire quella in uso collaudato e conosciuto. La preoccupazione espressa mi sembra possa essere superata in base a quanto scrive il n. 36 dei Principi e norme del Messale romano, ora chiamato Ordinamento generale del Messale romano al n. 61, che consente «testi comuni di ritornelli e di salmi per i diversi tempi dell’anno… testi che si possono utilizzare al posto Lorenzo Blasetti, Rieti don Bartolomeo Stellino SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 3 etica SUL TEMA SI TERRÀ A PADOVA UN FORUM NAZIONALE Ri-formare il senso civico di questi tempi, di etica civile. Quasi paradossale negli anni in cui il termine “bene comune” – pilastro della convivenza civile “buona” – è diventato il pane quotidiano dei discorsi di politici e amministratori di ogni genere ed estrazione ma, nello stesso tempo, questo prezioso “bene comune” risulta essere compito di altri e non dovere di ciascuno. Quasi paradossale nell’epoca in cui l’“educazione civica” non è più materia scolastica, ma una possibilità di alternativa all’ora di religione, come a dare per scontata una prassi educativa affidata ad “altre” agenzie, non certo alla scuola pubblica, o a considerarla un dato acquisito. Ma per nulla congenito! Quasi paradossale nella situazione politica attuale, che sta rivelando un paese – l’Italia – allo sbaraglio proprio sul fronte della capacità dialogica e sulle dinamiche dell’impegno condiviso. Le linee del “Manifesto”. Di fronte all’ennesimo paradosso di una società occidentale avanzata che, in quanto tale, dovrebbe essere “civile”, ma che contemporaneamente registra gli abissi dell’individualismo e il primato dell’interesse, quello di cui c’è più bisogno è una riflessione seria e profonda sulla convivenza civile e i valori che la sostengono, recuperando le basi per creare una società in cui diritti e doveri siano sostenuti e rispettati e il “bene comune” – di tutti e di ciascuno – sia davvero il riferimento etico con cui operare, costruire, progettare, educare. Alla crisi economica e finanziaria cogente, si affianca una crisi di cittadinanza, di capacità di convivenza “civile”, di progettualità sostenibile, di vedere lontano con lo sguardo di molti e del tutto e non con l’interesse proprio. In questa situazione c’è bisogno di una “rinnovata etica civile”, partendo da quel luogo/palestra che è la civitas – «la città, intesa sia come realtà concreta dalla forte dimensione locale, che anche nella sua valenza simbolica, evocativa di una positiva convivenza anche su scale più ampie». Di questo si occupa la Fondazione Lanza di Padova, un’istituzione della Chiesa locale, che da 25 anni opera come centro di studi in etica con uno sguardo rivolto in particolare all’etica applicata e alla dimensione educativa. Negli ultimi anni la Lanza ha concentrato l’attenzione dei suoi progetti (etica, filosofia e teologia; etica e ambiente; etica e medicina) in una riflessione comune sull’etica civile che sfocia questo mese (2122 marzo a Padova) in un Forum nazionale, il cui obiettivo è raccogliere il frutto del lavoro svolto; ascoltare la voce di protagonisti del pensiero civico odierno (dal presidente del Censis, Giuseppe De Rita all’antropologo Marc Augé, dal teologo moralista Antonio Autiero al sociologo ed economista Mauro Magatti); e proporre una via di riscoperta e di rinnovamento dell’etica civile, che ha visto la redazione di un Manifesto preparatorio e programmatico (www.fondazionelanza.it) e la pubblicazione, proprio in questi giorni, del volume Etica civile. Una proposta (ed. Messaggero, Padova). Il tutto nell’intento di suscitare attenzione, ma soprattutto dibattito, interesse, impegno... e la riscoperta di quel civismo attivo alla portata di tutti, «in qualunque momento della propria vita, intervenendo anche su singoli problemi di interesse generale». E, per il credente, di un nuovo civismo cristiano (cf. Gaudium et spes n. 75). Il Manifesto Per una rinnovata etica civile che traccia le prospettive del Forum nazionale si articola su tre ambiti fondamentali: a) un bene a rischio (la civitas); b) ritrovare il civile, attraverso il recupero di parole comuni, buone pratiche, qualità relazionale, responsabilità, dialogo e centralità della Costituzione; c) per coltivare un’etica civile, che evidenzia alcuni “ambiti strategici” in cui l’etica civile mostra la sua rilevanza, richiamando perciò temi quali la sostenibilità (dalle città ai consumi e stili di vita), il bene salute, l’educazione al civile, la ricerca di pratiche comuni. La proposta di una rinnovata etica civile sta assumendo i tratti di un’urgenza, sottolinea il segretario generale della Fondazione Lanza, Lorenzo Biagi: «In questo momento storico, per quanto ci giriamo attorno individuando colpevoli da ogni parte, dobbiamo riprendere in mano la questione originaria: qual è la qualità della mia e della nostra coscienza civica? Il mio senso civico è ancora vitale o non si è piuttosto deteriorato? Perché, quando si pensa solo a se stessi, si finisce irrimediabilmente per farsi gli affari propri a scapito di tutto il resto. Là dove c’è un clima sociale e una società ripiegata su se stessa, rivendicativa e rancorosa, con obiettivi di piccola portata, divisa e diffidente; là dove la società è un insieme inconcludente di elementi individuali, senza nessuna coesione, di soggettività esa- sperate e senza fini tenute insieme da connessioni deboli; là dove la sfiducia nell’altro diventa fatto ordinario e “normale” (due italiani su tre si dichiarano d’accordo con l’affermazione che “è meglio guardarsi dagli altri, perché potrebbero approfittare della nostra buona fede”), è chiaro che lì, gradualmente ma con certezza, il legame sociale progressivamente si deteriora e si afferma un clima da guerra di tutti contro tutti. Quella che si chiama “solidarietà umana”, “civica”, quella mano cioè che si dovrebbe dare per puro spirito di appartenenza alla nostra comune umanità, si è come dileguata. Gli anziani non si fidano più dei giovani: li sentono inaffidabili e rapiti da interessi futili e da valori ora superficiali, ora cinici. I giovani vedono negli anziani un ostacolo, un peso, qualcuno che gli sta rubando il futuro. Ed è brutto vivere così. Per tutti». Rigenerare l’etica civile. C’è quindi da ricostruire il tessuto civile, da ri-formare/educare la coscienza della legalità e del civismo perché, «senza questi due pilastri, è inevitabile una deriva verso un individualismo insofferente delle regole e uno stato permanente di sopraffazioni e di guerra di tutti contro tutti. Qualcuno è giunto a parlare della nostra società come di una “società incivile” dove il clima della convivenza si è deteriorato, drammatizzato, perfino incarognito». Considerato il contesto e i rischi, il punto di partenza sta nel recupero di “parole comuni”, non solo nel linguaggio, ma nel loro significato profondo, nella prassi di vita quotidiana, nella declinazione delle buone pratiche: persona, relazionalità civile, responsabilità, reciprocità, condivisione, convivenza, dono, sussidiarietà, bene e beni comuni, dialogo, sostenibilità, Costituzione... Parole che collegano ambiti di vita comune, dalla filosofia alla medicina, dalla teologia all’ambiente. Il “senso” civico va rigenerato e sollecitata un’etica civile perché non c’è accezione civile che non sia gravida di eticità, precisa lo stesso Biagi nel saggio dell’omonimo volume: «Dire etica e dire civile è in qualche modo ribadire e rafforzare un unico concetto, quello di un processo di umanizzazione che vede uomini e donne coinvolti in un continuo affinamento delle competenze proprie di una convivenza buona e bella. Il civile costituisce una tensione incessante che ha come suo cardine l’agire pedagogico, attivato in tutte le sue espres- sioni, ma specialmente quella di un “apprendimento cooperativo” nel quale gli uomini e le donne si educano reciprocamente a passare, diciamo così, da una natura incivile, maleducata, rozza, violenta… ad una qualità nuova in cui spicca la capacità di attivare comportamenti altruistici e di solidarietà che travalicano i confini scontati della propria cerchia di riferimento (famiglia, gruppo, clan, tribù…), fino a darsi delle regole per una convivenza pacifica e di fattiva cooperazione, in vista di un fine condiviso e, di conseguenza, a sostenere un impegno civile in favore del raggiungimento del bene comune. In questo passaggio qualitativo merita di tenere in debita luce il ruolo dell’educazione, che risulta decisivo». C’è bisogno – conclude Biagi – di una demopedia, di un’educazione popolare, continua, tesa a una società giusta «in cui si pratica abitualmente la giustizia», e buona «in cui la gente si comporta bene. Per fare questo dobbiamo raccogliere le forze e le competenze per avviare una nuova stagione di umanesimo civile, un umanesimo convivialista, che faccia del vivere assieme un progetto di umanizzazione continua e accrescitiva. Protagonisti di questa nuova stagione saranno proprio i cittadini, grazie ad una rinnovata coscienza delle proprie responsabilità che non ammettono deleghe né fughe egologiche». Sara Melchiori ALESSANDRO MANENTI Hanno ancora bisogno di noi Criteri orientativi per genitori di adolescenti da 11 a 19 anni NUOVA EDIZIONE C on stile agile e divulgativo, attraverso esempi concreti e suggerimenti pratici, un esperto psicologo tratteggia in modo sintetico e schematico le problematiche più frequenti nell’educazione degli adolescenti e consiglia come fronteggiarle. Un piccolo dizionario chiude il volumetto. «GENITORI-FIGLI E FORMAZIONE» pp. 64 - € 4,80 www.dehoniane.it settimana 17 marzo 2013 | n° 11 P uò sembrare antistorico parlare, 3 SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 4 attualità COSA PENSA GRILLO SU CHIESA E TEMI ETICAMENTE SENSIBILI? Silenzi e battute A lla tv pubblica svedese, a pochi settimana 17 marzo 2013 | n° 11 giorni dalle elezioni, ha dichiarato: «Io sono un facilitatore: facilito i concetti astrusi e complicati della politica; perché hanno reso la politica complicata in modo che i cittadini non capiscano». Ora Beppe Grillo ha fatto il pieno di voti, ma per comprendere l’orientamento del Movimento 5 Stelle su temi “sensibili” come il fine vita, la procreazione, le coppie di fatto… dovremo aspettare i neoeletti alla prova dei fatti, quando “scollegati” dalla rete e dal loro “portavoce”, saranno chiamati a confrontarsi coi colleghi di altri partiti nelle commissioni e, in aula, ad esprimersi col voto su leggi e provvedimenti. Al momento, quello che conosciamo del M5S lo leggiamo sul programma (lo statuto-non statuto) al quale si appellano i militanti, oppure dai dibattiti avviati e conclusi sul blog beppegrillo.it, o sui siti dei numerosi Meet up sparsi in tutt’Italia e sui profili Facebook di coordinatori o eletti a livello locale. Qualcosa, però, lo possiamo dedurre anche dai monologhi di Grillo che, da buon fustigatore, non risparmia le religioni, la Chiesa cattolica in particolare, e i suoi rappresentanti. 4 Il programma del Movimento 5 Stelle è un manifesto in progress, diviso in sette punti-capitoli principali: si parte dallo stato e dai cittadini per concludere con la scuola, passando dalla rivoluzione energetica all’informazione senza bavaglio, dalla realizzazione di un’economia che non coincida con la finanza ai trasporti, fino alla salute. Sfogliando le tesi sul sito del movimento, non si accenna a temi “delicati”, che hanno minato l’equilibrio di qualsiasi coalizione politica degli ultimi decenni. Solo al capitolo “sanità” si legge un accenno alla lotta per il dolore (auspicando un allineamento per l’Italia agli altri paesi europei e alle di- rettive dell’Organizzazione mondiale dalla sanità per l’uso degli oppiacei) e alla ricerca (8 per mille alla ricerca medico-scientifica, promuovere ricerca sulle malattie rare e spesare le cure all’estero in assenza di strutture nazionali). Nella parte dedicata all’istruzione, si scrive in un punto: «Risorse finanziarie dello stato erogate solo alla scuola pubblica». Il guru del movimento sa bene che ogni persona ragionevole approverebbe la gran parte del suo programma, ma che potrebbe trovarlo tanto appetibile quanto utopico, tanto che nel 2009 ha scritto in un post: questo programma «contiene più di 120 punti, tutti utopistici e per questo tutti attuabili e migliorabili». Grillo non consente la trattazione di altre questioni che non siano vagliate dallo staff (Casaleggio & c.). Lui stesso si è imposto di non parlare con i giornalisti italiani (nelle interviste con i media stranieri non si affrontano questioni come i “valori non negoziabili”), e sul suo blog – che ospita interventi di esperti e nel quale si anima il dibattito tra gli attivisti – , per argomenti che necessitano di un minimo di moderazione (nel senso di qualcuno che accompagna il dibattito), non c’è spazio. Come nel caso del post di un utente che si è addentrato in un ragionamento sul rapporto tra Chiesa e politica: dopo un paio di commenti, il dibattito è stato subito stroncato da un altro utente: «Ciao, hai risposto da solo... la Chiesa è un problema!!!... da rivedere i patti lateranensi e successive modifiche!!». La parte più corposa del ragionamento sulla Chiesa o sui principi cristiani la si trova nei comizi che Beppe Grillo ha fatto dalla fine degli anni 70 ai nostri giorni. Si tratta, per lo più, di battute e provocazioni, urla e invettive lanciate dal palco: «Nella mensa della Caritas di Firenze non ci sono più gli extracomunitari, perché se ne sono andati via. Ormai vanno a mangiare là solo gli italiani». Con questa frase l’ex comico-tribuno ha scaldato la platea accorsa nelle 77 piazze d’Italia. Sensibilizzare la gente sul tema delle povertà è positivo, ma il dato che presenta è falso. A livello nazionale, gli utenti dei “centri di ascolto” delle Caritas sono, nel 70% dei casi, stranieri. In campagna elettorale, Grillo ha avuto occasione di rispolverare il suo copione, stuzzicato dalle recenti dimissioni di Benedetto XVI. Sarebbe «una cosa bellissima fare un papa nero» ha detto a Viterbo a metà febbraio. «Prima o poi anche la Chiesa dovrà aprirsi e permettere ai preti di sposarsi, metter su famiglia e fare figli, così potranno accarezzare i loro figli e non quelli degli altri». Un suo chiodo fisso è l’attacco alla gerarchia. «Si vede che il papa è un uomo che ha paura della sua curia, dei cardinali, delle sue banche, dello Ior e se ne va perché è tedesco. Si è reso conto che le chiese sono vuote e ci sono più cristiani in Africa che in Europa. I cardinali, invece, li vediamo che girano con 4/5 guardie del corpo e con l’auto blindata» A Cremona ha preso di mira il presidente della Cei. «Un giorno ho fermato Bagnasco, che è anche mio vescovo a Genova, e gli ho detto: lei dovrebbe essere votato al martirio, non girare con la scorta. Se Gesù avesse avuto 12 guardie del corpo, non lo crocifiggevano e non nasceva il cristianesimo». È Grillo che da sempre promuove e boccia la Chiesa, che classifica sacerdoti di serie A e di serie B. È sempre e solo lui a decidere se affrontare un argomento e secondo quali “ritmi”. Il missionario Zanotelli è «uno dei volti, forse quello più vero della Chiesa», come ha detto in occasione del referendum contro la privatizzazione dell’acqua: «Noi ci siamo abituati a una Chiesa con un amministratore delegato tedesco che gestisce una Spa, una multinazionale con 2,5 milioni di impiegati in nero». Nel giugno 2012, durante un comizio ad Alghero, è andato in scena un siparietto tra il parroco don Tonino Manca – che chiedeva di abbassare il volume in piazza per non interferire con la liturgia in Chiesa – e l’ex comico. «Io non sono contro di te – ha detto il parroco – ma tu parli di libertà ma non la rispetti. Ti ricordi? ci siamo conosciuti al Rock Café». Grillo l’ha buttata come ogni volta in ridere: «Sì, lui spacciava». Sul palco in piazza a Desio, nel marzo 2010, il suo “ruggito” non ha filtri: «È un momento per la religione un po’ strano. Questi patti lateranensi bisognerebbe rivederli un po’. Se il Vaticano interferisce con lo stato italiano, noi per par condicio dovremmo avere la stessa possibilità di interferire nel Vaticano». E ancora: «Io mando i miei figli a catechismo, vado qualche volta a messa. Per l’amor di Dio sono un infedele, ho sposato una musulmana, ho il Corano e il Vangelo, sono un misto di qualsiasi cosa, ma sono aperto» e certe «prese di posizione della religione sulle cose è sbagliato, perché non è la strada. Parlare di vita o di morte non è un punto di vista culturale, religioso o scientifico, non ci sono punti di vista scientifici o religiosi. Chi ha ragione? Tutti e nessuno. È un punto di vista filosofico e politico, ci mettiamo d’accordo. Perché la Chiesa deve interferire e dire, per esempio, che la pillola del giorno dopo è da considerare un omicidio? Non ne parliamo più». E l’argomento si è chiuso sul palco. Così come è stata liquidata in poche righe sul suo blog la questione del matrimonio gay: «è un diritto sacrosanto, il Pd fa schifo, perché lo nega per un pugno di voti» ha scritto in occasione del mancato voto nell’assemblea dei democratici di un documento in favore delle nozze tra persone dello stesso sesso, attaccando direttamente Rosy Bindi. Ma non è solo la Chiesa cattolica a subire le invettive del flagellatore 5 Stelle. La sua intervista al quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth l’estate scorsa – in cui, tra l’altro, elogiava il presidente iraniano Ahmadinejad – ha messo sull’attenti la comunità ebraica. Il portavoce della sinagoga milanese Bet Shlomo, Davide Romano, il 27 giugno ha risposto stizzito a Grillo: «Passiamo giorni, mesi e anni nelle scuole, e non solo, a combattere contro i pregiudizi e gli stereotipi. Poi arrivano parole come le sue e rischiano di rovinare tutto». Critiche che sono apparse, nei giorni scorsi, anche su diversi giornali americani in risposta al suo successo elettorale. Per il Consiglio di rappresentanza delle Istituzioni ebree di Francia (Crif), Grillo, oltre ad essere «demagogo, populista, controverso e razzista», è anche «profondamente antisemita e antisionista». E le «tesi nauseabonde» del Movimento 5 Stelle «potrebbero riportare l’Italia a un periodo oscuro della sua storia», il fascismo. Il leader del movimento, in sostanza, è il “Dieudonné italiano”, famoso umorista militante francocamerunense. Il Crif ha criticato il percorso politico di Beppe Grillo che «non ha mai nascosto la sua simpatia e ammirazione per il suo amico Maurizio Blondet», direttore di Effedieffe.com, uno dei «più importanti siti italiani antisemita e complottista». Paolo Tomassone SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 5 Se la politica vede le Stelle C apire prima di valutare. Anche quando l’og- getto da studiare si presenta con forme, modalità e metodi (oltre che personaggi) che sono fuori degli schemi interpretativi correnti. Specie quando è la realtà ad imporsi con la forza dei fatti e ti costringe ad indagare se non vuoi sbagliare. È il caso del “Movimento 5 Stelle” che ha invaso il Parlamento con una forza che nessuno aveva previsto, che la nostra pigra capacità d’analisi aveva rimosso (era sostanza o accidente?) ma che, evidentemente, esisteva nel profondo della società, visto l’esito delle urne. Che cosa è dunque questo nuovo soggetto politico? Per rispondere è obbligatorio rifarsi ai suoi testi fondativi. Si apprende così che si tratta di una “non-associazione” che «rappresenta una piattaforma ed un veicolo di confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel blog www.beppegrillo.it», che ne è la sede e l’indirizzo. Tanto si legge nel “non-statuto” del movimento che rappresenta dunque un’entità virtuale, come è proprio del mondo informatico, anche se poi si materializza nel «contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso». “Non-associazione”, “non-statuto”; ma proprio il blog spiega che si tratta di «una libera associazione di cittadini», che «non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro». Dunque, «non ideologie di sinistra o di destra, ma idee». Infatti, «vuole realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità dei cittadini il ruolo di governo e di indirizzo normalmente attribuito a pochi». La “totalità” che governa. Fin dal momento genetico si comprende così che il rapporto fondamentale che si intende instaurare, senza mediazione alcuna, è quello che intercorre tra il blog (e quel che vi si esprime) e la “totalità dei cittadini”. Il fine dichiarato è quello di «raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog, degli incontri (meetup) e di altre iniziative popolari» per «costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo così come le proposte e le idee condivise nell’ambito del blog www.beppegrillo.it, in occasione delle elezioni per la Camera dei deputati, per il Senato della Repubblica o per i Consigli regionali e comunali, organizzandosi e strutturandosi attraverso la rete Internet cui viene riconosciuto un ruolo centrale nella fase di adesione al MoVimento, consultazione, deliberazione, decisione ed elezione». Infine, si ribadisce l’esclusione di «organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della rete il ruolo di governo e di indirizzo normalmente attribuito a pochi». La dimensione monarchica. In sintesi: in principio era la “rete”; e la “rete” è il medium e il fine di un’impresa che si presenta come “democrazia totale”, anche se poi sfocia in una dimensione… monarchica. In effetti, tutto ruota attorno al blog e quindi al suo detentore-animatore. Quotidianamente, e talora più volte al giorno, vi appaiono le proposizioni con cui l’uomo di riferimento unico – Grillo – si pronuncia sulle situazioni e sui problemi che ritiene importanti per l’azione del movimento; e su quelli si apre il dibattito al quale può partecipare chiunque, fruendo del massimo di opportunità e anche di confusione che la rete offre. Tutto è pubblico, tutto è alla luce del sole. La condivisione è massima. Basta scorrere gli interventi di un giorno qualsiasi su un tema qualsiasi per rendersi conto che veramente non esiste limite: su ogni argomento trovi tutto e il suo contrario, con alternanza tra argomenti propositivi, sagge considerazioni e invettive deflagranti. Trovi il consenso alle idee proposte e trovi anche il dissenso. Tutto viene registrato. Ma qui è l’inciampo. Il procedimento non è neutrale. All’inizio, c’è la soggettività carismatica di Beppe Grillo che conferisce autorità agli impulsi trasmessi. Alla fine, c’è la selezione delle opinioni che è del tutto centralizzata, come sempre accade nei processi informatici. I quali, per la loro stessa logica, imperniata sul “sistema binario” per cui ci si esprime o con un SI o con un NO, limitano il perimetro del ragionamento e della scelta, specie in politica dove il tertium va sempre tenuto presente. Il processo che riconduce all’unità di comando centrale i segnali di una periferia multiforme è analogo a quello descritto nella tecnica dei “sondaggi deliberativi”, cui si richiamano gli scenari della “democrazia partecipativa”: prima si somministra una sollecitazione al “pubblico”, che si esprime liberamente; poi si fornisce allo stesso pubblico una batteria di informazioni supplementari; come nel sillogismo classico, la conclusione sarà determinata da tale “termine medio”, la cui gestione, nel caso nostro, è tutta nelle mani di chi controlla i flussi. Qualcuno ha parlato di “plebiscitarismo informatico”. Una sorta di… idraulico liquido. Che l’impianto abbia funzionato è fuori discussione. Da discutere – anche se tardivamente – è invece l’effetto prodotto non tanto sui numeri del voto, che restano imponenti, ma sulla qualità dello sviluppo politico che ne può derivare. Grillo è riuscito a trasmettere agli elettori una serie di messaggi estremamente semplificati che si sono concentrati su questioni aperte e drammatiche del vissuto delle persone e dei giovani, oltre che sull’indignazione per le devianze e i ritardi della politica “tradizionale”. Le folle che gremivano le piazze cercavano uno sbocco che il sistema politico negava. C’era una lista d’attesa troppo lunga: il “movimento” consentiva – come si è notato – di aggirare la fila inventandone un’altra più svelta ed efficace. A tanti è parso che si potesse portare a con- Dal blog al Parlamento: qualche nota sull’origine, la natura (e le contraddizioni) del movimento di Beppe Grillo ai primi passi della nuova esperienza. I nove milioni di voti conquistati dal M5S lo convinceranno del “dovere di governare”? clusione la vecchia storia dei canali intasati della politica e dell’impeto risolutore – una sorta di “idraulico liquido” – che finalmente li sblocca. L’attacco frontale ai partiti senza distinzione, il “siete circondati” con l’invito alla resa, ha trovato nelle urne un riscontro forse superiore alle attese, ma non fino al punto da mettere in dubbio l’ambizione della conquista del “cento per cento” del Parlamento come momento di affermazione di un nuovo habitat politico in cui celebrare, per conseguimento del fine, la gioiosa dissoluzione del movimento. I primi passi dell’esperienza parlamentare sono una prova severa sia per i neoeletti che per il “centro dirigente”, nelle figure del comico genovese (ormai sopraffatto dal ruolo politico) e della “mente” cibernetica del meccanismo, quel Casaleggio di cui si parla con la riverenza dovuta al mistero. I candidati si erano allenati al di fuori di una cultura delle istituzioni, se non come entità da bonificare e da controllare, con propensione a ridurne il ruolo in quanto espressioni di un filtraggio indebito dell’autonomia popolare. I gestori degli impulsi centrali e del “marchio” immaginavano di poter dislocare la compatta falange degli eletti sulle sponde di un’opposizione che fosse comunque lontana da un qualsiasi “dovere di governare”. A confronto con l’imprevisto. Viceversa, il clamoroso responso delle urne e poi l’invitosfida del Pd, per quanto problematico, hanno portato anche loro a confronto con l’imprevisto. Ne fa fede il fatidico blog. Sul quale c’è chi insiste sul programma massimo: «Terrei la Camera dei deputati e abolirei il Senato della Repubblica, terrei il governo centrale e i comuni e abolirei le province e (dopo gli scandali e gli sperperi di Sicilia, Lazio, Lombardia, Puglia ecc.) anche le regioni. Poi una miriade di enti previdenziali, di associazioni (a delinquere), fondazioni, compagnie, istituti e chi più ne ha più ne mette. Insomma, un'opera di pulizia che solo noi cittadini possiamo fare». Ma c’è pure chi si interroga: «Per essere rivoluzionario, il M5S non dovrebbe rispettare il suo non-statuto e fare un referendum online per decidere la sua linea politica in Parlamento? I parlamentari 5 Stelle sono soltanto dei portavoce e Grillo è solo un garante: non possono prendere decisioni senza consultare la rete». Le cose sono a questo punto mentre scriviamo; e ogni pronostico è revocabile. Ma la dialettica tra non-partito e non-gruppoparlamentare che si va profilando è fisiologica e cerca comunque un esito. L’atteggiamento iniziale della “centrale di comando” è tutto difensivo: limitare le esternazioni, proteggere i neoparlamentari dagli assalti dei giornalisti. O non sarà meglio rendersi conto che in democrazia (rappresentativa o diretta) prendere nove milioni di voti non è conquistare il potere ma entrare nel circuito della responsabilità? Domenico Rosati settimana 17 marzo 2013 | n° 11 attualità 5 SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 6 vita ecclesiale UNA DECISIONE ENTRATA IN VIGORE DAL 1° GENNAIO 2012 Belgio: decretata la fine delle missioni cattoliche italiane settimana 17 marzo 2013 | n° 11 Dopo i francofoni e i fiammin- 6 ghi, gli italiani sono, per numero, la terza più grande emigrazione in Belgio. Probabilmente la più grande emigrazione arrivata in Belgio dopo la seconda guerra mondiale. Attualmente il numero dei nostri connazionali è diminuito a causa dei rientri, dei decessi, della crisi industriale e, statisticamente, in seguito all’acquisizione della nazionalità belga. La popolazione italiana in Belgio è formata, in generale, da quattro generazioni. Ormai, non sono più considerati “italiani”, anche se un certo numero di loro possiede la doppia nazionalità. Si stimano in circa 280.000 le persone di origine italiana in Belgio nel 1981, mentre nel 2003 ne risultavano 187.000. In rapporto all’età, la fascia 0-19 anni è diminuita, da 108.500 nel 1981 a 14.900 nel 2003. L’emigrazione italiana in Belgio è stata e resta significativa. Ai migranti italiani va riconosciuto un ruolo importante nello sviluppo economico, culturale e religioso del paese. È importante tenere conto dell’identità evolutiva delle comunità cattoliche di origine italiana: le persone di origine italiana conservano un forte sentimento di appartenenza. Tale “italianità” si esprime nella lingua, nella pratica religiosa (preghiera, liturgia, pratica sacramentale, devozione popolare…), nella convivialità e nei legami sociali e culturali. Questa identità ha bisogno di momenti specifici per ritrovarsi (pellegrinaggi, serate, pranzi, feste, accoglienza nella famiglia, funerali, riferimenti alla patria d’origine). Oggi questa identità ha lasciato il posto ad un’identità più mobile e diversificata: vi è una maggiore possibilità di ritorno al paese, la presenza è più transitoria (meno stabile) e gli italiani vanno ad abitare in periferia (dispersione). L’attaccamento alla propria identità culturale italiana si accompagna alla coscienza ormai consolidata di appartenere alla società belga. quanto assemblea dei credenti?”, “qual è l’impegno della comunità per la formazione di responsabili laici per compiere la sua missione?”, “qual è il posto dei giovani e dei giovani adulti nella comunità?”. La situazione pastorale. Per quanto riguarda le missioni cattoliche italiane presenti in Belgio, Jean De Bie, vescovo di riferimento della migrazione, istituiva nel 2008 un gruppo di accompagnamento. Ciò avveniva in seguito alla decisione concordata tra la Conferenza episcopale belga e la Conferenza episcopale italiana di porre fine, nel 2011, alla “missione italiana”, come pure alla funzione del delegato nazionale italiano in Belgio. Del gruppo facevano parte don G. Aiello, don G. Bettoni, il domenicano Mark Butaye, p. L. Pegoraro e don N. Russo. Tale gruppo mirava a promuovere un cammino riguardante le diocesi (Chiesa locale) e le comunità italiane e ad impegnare tutti i partners interessati, cioè la conferenza episcopale, la commissione pro migrantibus, le comunità italiane, i vicari e i delegati episcopali nonché i collaboratori responsabili delle diocesi, i decani, i membri delle unità pastorali, i parroci e i responsabili delle parrocchie interessate, a dar vita ad una “Chiesa di comunione”. Il gruppo di accompagnamento ha incontrato tutte le comunità italiane in Belgio sul posto dove vivono, vale a dire nel vicariato di Bruxelles e nelle diocesi di Tournai, Namur, Liegi e Hasselt. Finalità di questi incontri è stata quella di ascoltare le comunità, conoscere le loro preoccupazioni, la loro vita, le loro speranze e le loro paure, la loro visione sul futuro, la loro collaborazione con altre comunità ecclesiali, il loro modo di organizzarsi. Il gruppo di accompagnamento ha formulato alcune domande per aiutare la riflessione delle comunità: “come si presenta la comunità?”, “come vive la comunità sia quotidianamente che come assemblea di fedeli?”, “qual è la presenza della comunità nella regione?”, “quali sono le collaborazioni, le intese, gli incontri con le parrocchie più vicine, con il decanato o l’unità pastorale?”, “come la comunità vede il suo avvenire in Il “Rapporto” del gruppo di accompagnamento. Il risultato di questi incontri è stato presentato alla Commissione episcopale pro migrantibus: Ciò ha permesso di approfondire i punti comuni alla maggior parte delle comunità italiane e di preparare la seconda parte del progetto: il coinvolgimento della Chiesa locale – cioè le parrocchie, le unità pastorali e i vicari responsabili delle diocesi – nella comunione con le comunità italiane. Il gruppo di accompagnamento ha quindi incontrato, in ogni diocesi, i responsabili della Chiesa locale (il vicario episcopale, i decani…) sul progetto “Chiesa di comunione”, tenendo presenti i risultati degli incontri avuti con le comunità italiane. Tali incontri hanno mostrato che le comunità italiane si rendono conto della fragilità della loro esistenza, dell’incertezza provocata dalla mancanza di preti italiani o “italofoni” e la non consapevolezza che nel loro paese di origine la situazione ecclesiale è cambiata e che la responsabilità di una comunità cristiana non dipende unicamente dal prete. Da questi incontri è scaturito il Rapporto approvato dalla Commissione episcopale pro migrantibus e presentato alla Conferenza episcopale belga. Dal Rapporto emerge che le comunità visitate sono tutte comunità stabili e che la migrazione propriamente detta è finita; che la popolazione italiana vive quotidianamente una certa “integrazione” nella società belga; che il ruolo e la personalità del prete è ancora preponderante e decisiva per la fiducia interna e per l’evoluzione della comunità. La svolta pastorale. Dal 1° gennaio 2012 la Conferenza episcopale belga ha stabilito che tutte le comunità italiane facciano parte delle strutture e della vita ecclesiale della Chiesa locale (unità pastorale, federazione, decanato, parrocchia, consigli…) e formino, con la Chiesa locale, delle “comunità di comunione”. In seguito a questa decisione, ogni ordinario era invitato a emanare, in breve tempo, un decreto di soppressione della cura animarum delle missioni cattoliche italiane nella sua diocesi, precisandone le modalità, l’avvenire dei loro pastori e la custodia dei loro beni e archivi. La delegazione italiana in Belgio ha terminato così la sua autonomia: l’ordinario farà attenzione ad integrare queste comunità nelle strutture canoniche locali. Non ci saranno più nuove nomine esclusivamente per i “fedeli italiani”: il ministero di un prete o di un responsabile non prete, belga o di origine straniera, nominato per questo settore pastorale che è la “comunità di comunione”, si rivolge a tutti. Il prete referente di una “comunità di comunione” esercita lo stesso ministero con lo stesso statuto, gli stessi diritti e gli stessi doveri degli altri preti impegnati in parrocchia (membro di un’unità pastorale…) secondo le disposizioni della diocesi. Alcuni missionari italiani, presenti in Belgio, hanno dato una valutazione sofferta di questa svolta pastorale. Essi lamentano che la Migrantes della Cei non è stata neppure nominata; che di collaborazione fra Chiese sorelle in Europa non si parla più; che si nota una certa “autoreferenzialità” attorno a questa “ingegneria strutturale della pastorale”. Si sottolinea altresì che le seconde e le terze generazioni degli italiani che hanno seguito in tutto e per tutto la catechesi e le attività delle parrocchie, sono diventati sì “belgi”, ma non frequentano più, allontanandosi dalla Chiesa. Nell’eucaristia in lingua italiana e in altre, si conta una presenza molto più significativa rispetto alla partecipazione locale. Oggi partecipano alle messe domenicali in lingua italiana persone della prima generazione e i giovani della nuova mobilità, per i quali sembra esserci pochissima attenzione da parte dell’attuale struttura. È umanamente comprensibile la fatica dei missionari italiani rimasti ad accettare le nuove linee pastorali. Eppure, un sano realismo pastorale dice che la missione cattolica deve, prima o poi, confluire nella Chiesa locale. a cura di Mauro Pizzighini SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 7 società IL PARLAMENTO VOTERÀ UNA LEGGE CONTRO IL FEMMINICIDIO? U na delle novità del Parlamento che andrà a insediarsi nei prossimi giorni è stata certamente l’elezione di donne. Grazie all’apporto della lista grillina, vera vincitrice di questa tornata elettorale, e del Partito democratico che, con il premio di maggioranza, raddoppia quasi i seggi alla Camera, le donne che siederanno nel prossimo Parlamento saranno oltre il 30%, la percentuale più alta della storia repubblicana. Lo tsunami di queste elezioni sta anche in questo, nell’essere passati dalla quota più bassa di parlamentari donne sotto l’ultimo governo Berlusconi a quella più alta della storia nazionale, una novità che potrebbe risultare determinante nel caso si riesca a formare un governo per poter procedere ad alcune riforme quanto mai urgenti. Temi come la riforma del welfare e delle politiche del lavoro che urgono in un contesto sempre più attanagliato dalla crisi potrebbero, infatti, essere orientate in un senso piuttosto che in un altro proprio dal contributo delle donne che, come ben si sa, in Italia sono le prime su cui il peso della crisi e dei tagli alla spesa sociale si fa sentire. In attesa, dunque, che si riesca a formare un governo in grado di rompere l’impasse creatasi con il voto del 24 febbraio e di procedere al varo di alcune fondamentali riforme, le nuove elette non hanno certo di che annoiarsi nell’esaminare i bisogni di una società italiana in costante e sempre più veloce degrado che, prima che economico, è morale e anche antropologico e culturale. Tale, infatti, risulta essere la chiave di lettura di quella che ormai è considerata una vera e propria “emergenza nazionale” su cui i riflettori dei media stanno mostrando una giusta attenzione. Parliamo del femminicidio, quel fenomeno non solo italiano ma che, nel nostro paese, sembra toccare i vertici più che in altri, per cui si uccidono le donne in quanto tali, in quanto, cioè, portatrici di un’autonomia di pensiero e di azione che gli uomini non accettano al punto da non avere remore a toglier loro la vita. Otto marzo: un “no” al femminicidio. Com’è stato ricordato da commentatori e opinionisti, quest’anno la Giornata internazionale della donna è stata considerata, più che altri anni, non una festa ma un’occasione per ribadire, anzi, per urlare il proprio “no” alla violenza di genere. I dati parlano chiaro: sono 124 le donne uccise in Italia nel 2012, in leggero calo rispetto al 2011, quando le vittime erano state 129. Ma, nel dato del 2012, vanno conteggiati anche i 47 tentati femminicidi che, fortunatamente, non hanno portato alla morte della donna. E le 8 vittime, tra figli e altre persone che sono rimaste coinvolte nei femminicidi, portando il totale a 132. Si tratta, nel 69% dei casi, di vittime italiane, così come per gli assassini (73%). Il 60% dei delitti è avvenuto nel contesto di una relazione tra vittima e autore, in corso o conclusa. Nel 25% dei casi le donne stavano per porre fine alla relazione o l’avevano già fatto. Sono i numeri agghiaccianti riportati dalla Casa delle donne per non subire violenza di Bologna che, dal 2005, raccoglie dati su questo fenomeno e tra le prime realtà in Italia a lanciare l’allarme. Le regioni del Nord restano quelle in cui i delitti sono più frequenti (52%) a dimostrazione che «laddove le donne vivono situazioni di maggior autonomia e indipendenza, e sono meno propense ad accettare di subire violenza e disparità di potere nella relazione, esse sono anche maggiormente a rischio di finire vittime della violenza maschile». L’Emilia-Romagna è tra quelle in cui si realizza il maggior numero di casi, con 15 eventi, preceduta solo da Lombardia e Campania. Dal 2006 in Emilia-Romagna sono state 78 le donne vittime di femminicidio, mentre a Bologna, dal 2009, sono state uccise 3 donne all’anno con un’incidenza pari al 30,5% rispetto alla media regionale. Per contrastare adeguatamente queste violazioni dei diritti umani, le istituzioni italiane devono ratificare al più presto la Convenzione del Consiglio d’Europa del 2011 sulla violenza contro le donne e devono mettere in campo un impegno serio e determinato, come ricorda Amnesty International nel suo appello in occasione dell’8 marzo. Anche la Casa delle donne di Bologna chiede che vengano destinate risorse ai centri antiviolenza diminuiti drasticamente negli ultimi anni, che siano rafforzate le reti di contrasto alla violenza tra istituzioni e privato sociale qualificato e che sia effettuata una cor- retta formazione degli operatori sanitari, sociali e del diritto, perché «più donne possano sentirsi meno sole, possano superare la paura e divenire consapevoli che sconfiggere e sopravvivere alla violenza è possibile». L’esempio della Bolivia in attesa di una legge italiana. Non mancano a riguardo le proposte di legge specifica contro il femminicidio. Quella del Partito democratico contenuta negli “8 punti” proposti per un governo del paese, prevede la ratifica della Convenzione di Istanbul e una serie di misure che vanno dal rafforzamento del sistema dei centri antiviolenza alla formazione di tutti gli operatori e i soggetti che accolgono, sostengono e soccorrono le donne vittime di abusi, dall’attivazione di campagne di prevenzione e di sensibilizzazione a partire dalle scuole all’introduzione di norme per la tutela della vittima nella fase più delicata del procedimento penale cioè quella delle indagini, all’assegnazione di carattere prioritario per i procedimenti penali per i reati sessuali o contro la personalità individuale per consentire alle vittime di vedere, nel più breve tempo possibile, soddisfatti i loro diritti. Anche nella coalizione di centrodestra nella scorsa legislatura non era mancata la presentazione di un disegno di legge contro il femminicidio. A farlo era stata la finiana Giulia Bongiorno, non rieletta nell’attuale parlamento, con una proposta di legge verso la quale si era espressa favorevolmente anche Mara Carfagna del Pdl, che prevede l’aggravante dell’art. 576 del Codice di diritto penale, «per punire con il carcere a vita chiunque uccida in reazione a un’offesa dell’onore proprio o dell’appartenenza alla famiglia di origine o a causa della supposta violazione, da parte della vittima, di norme o costumi culturali, religiosi o sociali, ovvero di tradizioni proprie della comunità d’origine». Mentre in Italia, dunque, si auspica trasversalmente agli schieramenti politici una legge ad hoc contro il femminicidio, è dall’America Latina, laboratorio di forte innovazione politica, che arriva la notizia di una legge simile appena approvata. Lo ha fatto nei giorni scorsi la Bolivia del presidente Morales approvando una legge che, in 100 articoli, prevede la pena massima, 30 anni di carcere senza possibilità di grazia, «per garantire alle donne una vita libera dalle violenze» in un paese che ha una media di femminicidi di poco inferiore a quella italiana, circa 100 all’anno dal 2009 a oggi. La legge appare innovativa anche perché recepisce ciò che da anni gli studi di genere affermano, e cioè la presenza di vari tipi di violenza contro le donne di cui quella fisica è solo la punta dell’iceberg, come la violenza economica, psicologica, sessuale, riproduttiva e mediatica. Se anche in Italia fosse in vigore una legge del genere, tantissimi sarebbero coloro che vi potrebbero incappare, data l’abitudine ormai conclamata di rappresentare la donna sui media in maniera da offendere la propria dignità. E casi come quello avvenuto in campagna elettorale che ha visto protagonista, per l’ennesima volta, l’ex premier Berlusconi far battute alquanto volgari e sprezzanti della dignità di una donna rivolte a una lavoratrice di un’importante azienda energetica, potrebbero essere considerati una forma di reato. Nell’Italia del berlusconismo che ha della donna una visione paternalistica e maschilista e che ha dato luogo a una delle più imponenti manifestazioni degli ultimi anni per la dignità della donna – il «Se non ora, quando?» del 2011 –, una legge contro il femminicidio e tutte le forme di violenza contro le donne è quanto mai urgente. Anche se la misoginia strisciante appare un nemico assai arduo da combattere in quanto frutto di un radicalismo culturale che ha della donna una visione riduttiva che non accetta il suo diritto all’autodeterminazione in tutti gli ambiti, da quello lavorativo a quello relazionale, come i femminicidi compiuti da partner o da ex partner dimostrano, mentre episodi come quello del parroco di Lerici – che qualche mese fa in un cartello appeso davanti alla sua chiesa ha scritto che il femminicidio è conseguenza delle provocazioni delle donne che si vestono in modo succinto e che non hanno più cura della famiglia e dei figli – mostrano quanto sia difficile far morire una mentalità arcaica e far fiorire una nuova cultura nella relazione tra uomo e donna. Sabrina Magnani settimana 17 marzo 2013 | n° 11 Donne che difendono le donne 7 SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 8 approfondimenti COLLABORATORI DEL “CENTRO DOCUMENTAZIONE” DI BOLOGNA DIEDERO VOCE AD ASPETTATIVE Conclave: è lecito sperare Il “memorandum” proposto nel 1978, anno fatidico di due conclavi, conserva interesse a distanza di 35 anni, con qualche motivo ulteriore derivato dalle modalità inedite con le quali si è aperto l’ultimo Conclave. Una breve sintesi per ognuno dei sette capitoli farà scoprire la sorprendente attualità delle proposte avanzate. S ono anni ormai che si parla di “periodo difficile”, “periodo di transi- zione” per la Chiesa cattolica e il cristianesimo in generale, tanto da far pensare la transizione sia condizione permanente in un mondo dai movimenti rapidi. Se ne parlava nel 1978, quando un gruppo di “studiosi” accomunati dalla collaborazione con il cosiddetto “Centro documentazione” di Alberigo a Bologna (A. Melloni, P.C. Bori, A. Acerbi, G. Ruggieri e poi E. Corecco, E. Bianchi...) percepirono nel volgere del pontificato «un passaggio decisivo» in ordine alla recezione del Vaticano II. Decidono così di scrivere un memorandum in sette punti per i cardinali che si accingono al conclave.1 «Sette proposte», sintonizzate sul tema della collegialità. Dal 1978 la situazione, mondiale ed ecclesiale, è notevolmente cambiata; sono emersi caratteristiche ed epicentri culturali e geografici nuovi e diversi da quelli abituali da secoli. Alcune previsioni si sono realizzate, alcune aspettative sono rimaste inadempiute. settimana 17 marzo 2013 | n° 11 1. L’elezione e la vita della Chiesa. Nuovamente oggi «la scelta del nuovo vescovo di Roma acquista un rilievo inconsueto, come di un’occasione di adeguamento della famiglia dei credenti a sollecitazioni inaudite provenienti dallo Spirito». Dopo il pontificato carismatico e personalista di Giovanni Paolo II, e quello raffinato e rigoroso di Benedetto XVI, la Chiesa ha bisogno di una guida che le eviti «il deprecato isolamento, favorendo invece l’inserimento dell’elezione in un contesto esplicitamente attinente alle gioie e ai dolori, alle speranze e alle angosce degli uomini d’oggi». «Sarebbe pertanto estremamente fecondo, anche come segno di comunione, che i cardinali in grado di intervenire al prossimo conclave dedicassero una parte consistente delle loro riunioni a tale esame, prima di giungere al momento elettorale». Che cioè al conclave venisse riconosciuto il compito non solo di eleggere il vescovo di Roma, ma anche una funzione sinodale di discernimento collegiale che consenta «l’emergere di linee pro-grammatiche del prossimo pontificato» e riconosca «scopi prioritari all’impegno del nuovo vescovo di Roma nelle distinte aree del suo servizio episcopale». Il vertice della Chiesa potrebbe così superare «il rischio di rincorrere (vanamente) la molteplicità illimitata degli spunti offerti dalla realtà quotidiana, che talora ha portato il papato ad apparire come concorrenziale a tante altre feconde istanze ecclesiali». 8 2. L’annuncio dell’evangelo ai poveri. L’elezione del papa come momento per scegliere una guida, ma anche per indicare una strada. Necessariamente «un momento forte di ascolto della parola di Dio, di obbedienza allo Spirito, di preghiera, di riflessione, per capire quali sono oggi le vie del Signore, che la Chiesa stessa è chiamata a percorrere nel suo cammino verso il regno ... facendosi interpellare dalle attese di coloro che sono poveri di giustizia, che piangono perché non hanno speranza, che sono oppressi dalle catene di un potere ingiusto e violento». L’annuncio di liberazione e di salvezza ha marcato l’inizio della predicazione di Gesù e inaugurato il tempo messianico: «non può non essere anche il segno che testimonia la fedeltà della Chiesa alla missione ricevuta dal suo Signore. ... È necessario che nella Chiesa, quindi anche nel servizio di Pietro, si affermi con sempre maggiore forza la priorità dei poveri come destinatari della buona notizia, perché Dio ha privilegiato chi è debole ed escluso per affermare la sua signoria». «Avrebbe un grande valore di consolazione e di confermazione per tante giovani Chiese che oggi vivono la passione di Gesù nella prigione e nel carcere, per essere fedeli al popolo a cui sono state mandate, l’assunzione in prima persona da parte del vescovo di Roma e della sua Chiesa di questo impegno evangelico di essere dalla parte dei poveri e di coloro che non contano e non hanno potere». Perché questo impegno evangelico al fianco dei poveri non si riduca a qualche gesto retorico, o al motteggio del servus servorum Dei, già dal conclave si impongono «alla Chiesa e al vescovo di Roma la scelta di mezzi poveri che siano comprensibili ai poveri e un abbandono, certo faticoso ma costante, di tutti quegli strumenti che li rendono più simili e omogenei ai potenti del mondo. ... Questa libertà per l’evangelo si conquista a caro prezzo, al prezzo della croce, ma solo un vescovo di Roma povero e libero può essere accolto dalla comunione dei poveri e le sue parole, disarmate e deboli agli occhi del mondo, saranno allora rese forti dalla potenza di Dio». 3. I segni dei tempi. Il “programma” di un pontificato va oltre la strategia politica ecclesiastica e può essere delineato come il tentativo di cogliere il legame tra i “segni dei tempi” e il ministero del vescovo di Roma. L’intenzione ultima del Vaticano II «fu quella di rinnovare la veste della Chiesa, per una maggiore fedeltà al suo Signore, proprio attraverso la comprensione cristiana dei segni dei tempi e della immutata parola di salvezza che Dio rivolge agli uomini tutti, attraverso la storia con i suoi avvenimenti. Un diverso riferimento “programmatico”, ad esempio a una determinata teologia, per quanto legittima (conservatrice, progressista o moderata che dir si voglia), a un particolare valore istituzionale o anche a determinati valori etico-culturali giudicati essenziali, collocherebbe il ministero del vescovo di Roma fuori dalla preoccupazione centrale dell’annuncio dell’evangelo. ... In tutto questo, il problema non è quello di un richiamo puramente interiore o formale, ma è quello di porre dei gesti inequivocabili come la realizzazione effettiva della collegialità, una prassi differenziata nella scelta dei vescovi, il superamento della divisione tra clero e laicato, il rispetto delle scelte delle comunità locali nel loro impatto con la storia, il riconoscimento di un effettivo pluralismo nelle scelte politiche ecc. Proprio perché la ricezione dell’avvenimento conciliare possa proseguire, sembra essenziale che la Chiesa superi la fase della “politica dell’intervento” che ha così duramente contrassegnato soprattutto gli ultimi secoli della sua storia», lungo i quali è stata condizionata dal «complesso dell’assenza, della paura che non ci sia posto per essa. Essa ha così corso il rischio di imitare l’atteggiamento che il “mondo” ha verso la Chiesa stessa». «Che oggi i corpi richiedano e gridino, forse scompostamente, l’esaltazione del desiderio fine a se stesso; che di fronte all’assenza di speranza che il “sistema” produce venga messa in crisi la ragione; che la rabbia dei poveri esploda contro i secolari padroni e dia luogo a radicali negazioni di una presenza cristiana “straniera”; che valori giudicati fondamentali sembrino vacillare, tutto ciò non deve essere scambiato con una tensione o crisi in cui il cristiano e la Chiesa sono parte in contesa o, peggio ancora, messa in pericolo». Al ministero del papa, come di ogni pastore nella Chiesa, e alla sua stessa autorevolezza convengono «il perdono, la misericordia e l’accoglimento come parola ultima di Dio» più ancora del giudizio. Per restituire primato, luce e calore al cuore kerigmatico del vangelo, per risollevarlo dalle sabbie mobili della religione civile, per sottrarre la Chiesa alla tentazione del fariseismo condannatorio «forse mai come oggi è necessario che l’evangelo sia proclamato nella sua distinzione dall’ethos e nel legame che, proprio a partire da questa diversità e distanza, instaura con esso». 4. Vescovo della Chiesa di Dio in Roma. «Uno dei punti salienti del SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 9 5. Il ministero di comunione tra le Chiese. «Dopo la fase dei gesti di esteriore rispetto e accoglienza occorre avere il coraggio di passare a quella in cui, con riforme decise e attente, si offre l’immagine della propria Chiesa rinnovata e purificata da tutti gli impedimenti che si frappongono alla riconciliazione dei cristiani. ... Solo la concreta testimonianza del modo in cui il ministero del vescovo di Roma non mortifica anzi esalta la comune responsabilità nella Chiesa può mostrare che il “primato” rivendicato non è quello di un qualsivoglia potere mondano, ma quello di colui che è primo solo perché come ultimo e “servo dei servi” si cinge i fianchi e appresta il servizio dell’unità necessaria alla fede. Ridefinire il ministero petrino a partire dal primato nella comunione e per la comunione è istanza ancora aperta. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno dichiarato la disponibilità e la volontà per un riflessione ecumenica. «L’unità piena è senz’altro opera dello Spirito e non saranno gesti o iniziative a provocarla automaticamente. Ma sarebbe grave se colui che è il massimo responsabile del ministero dell’unità non ponesse tutti quei gesti che sono necessari, non si mettesse in cammino in un apparente abbandono del proprio gregge, non servisse a tavola tutti i propri fratelli». 6. I primi “cento giorni”. La rinuncia di Benedetto XVI ha consegnato al suo successore parte sostanziale del senso che il gesto andrà ad assumere. Si guarderà alle prime scelte dell’eletto alla cattedra di Pietro con attenzione particolare, per cogliere la direzione, l’orizzonte verso il quale il papa vorrà spendere l’eredità ricevuta. «Gli atti iniziali del nuovo pontificato rivestiranno un’importanza decisiva anche per tutto lo sviluppo successivo, perché costituiscono un indizio pubblico degli orientamenti del papa e della Chiesa, e soprattutto perché nelle prime settimane il nuovo eletto ha una freschezza interiore intatta e un prestigio non ancora mortificato dalla routine. È pertanto fondamentale che nei primi “cento giorni” emergano con chiarezza e vigore gli orientamenti-guida, che indichino coraggiosamente la fisionomia dominante del nuovo periodo di servizio petrino che si apre». Il memorandum del 1978 avanza ipotesi che ancora oggi suonano piuttosto accelerate: «Si pone anzitutto il problema della creazione di un vero e proprio organo che, insieme al vescovo di Roma, presieda agli aspetti comuni della vita delle Chiese (in analogia con il concistoro medievale e con il sinodo permanente orientale). Si può pensare cioè a un organo collegiale che, sotto la presidenza personale ed effettiva del papa, tratti almeno bisettimanalmente i problemi che si pongono alla Chiesa nel suo insieme, prendendo le decisioni relative. ... Ciò implicherebbe rendere abituale la modalità collegiale di esercizio della responsabilità suprema nella Chiesa ed eccezionale la modalità personale. Simmetricamente sarebbe necessario riconoscere al Sinodo dei vescovi una capacità legislativa vera e propria, sempre sotto la presidenza e direzione del papa; conseguentemente esso potrebbe avere una periodicità almeno annuale e forse semestrale (in analogia con i sinodi romani che per secoli si sono celebrati nel periodo pasquale e in quello dell’avvento) e possibilmente anche una maggiore rappresentatività del popolo di Dio. È facile vedere che la curia romana – possibilmente snellita e in taluni casi dislocata in altre aree cristiane – dovrebbe svolgere un servizio subordinato di preparazione e, rispettivamente, di esecuzione delle decisioni del sinodo dei vescovi e dell’organo collegiale di governo. ... In questa prospettiva il criterio di sussidiarietà attende ancora di essere reso operante nel riconoscimento di ambiti nei quali l’originalità cristiana delle Chiese, e soprattutto delle Chiese del terzo mondo, può recare apporti preziosi a una maggiore fedeltà della Chiesa intera al suo Signore e all’evangelo». «Nella misura in cui tutto ciò è vero, occorrerà prestare grande attenzione alla prassi ordinaria del servizio papale, affinché la sua routine non contraddica lo sforzo di rinnovamento ma anzi lo esprima con coerente docilità». La nomina dei vescovi è una prerogativa tanto significativa quanto delicata. «A questo proposito un segno inequivocabile potrebbe riguardare sin dai primi giorni l’accettazione e la promozione da parte di Roma di modalità differenziate e sperimentali nella scelta dei vescovi onde preparare una progressiva riappropriazione effettiva di tale responsabilità da parte delle comunità ecclesiali interessate, evitando che ciò avvenga attraverso lacerazioni conflittuali, ma in un equilibrio sano tra spontaneità e comunione ecclesiale. Un segno diverso, ma di significato analogo, potrebbe consistere nell’affidare le funzioni attualmente deputate ai nunzi ai presidenti delle Conferenze episcopali nazionali, accentuando progressivamente lo spostamento di tale servizio dai rapporti tra la Santa Sede e i governi, alle relazioni di comunione tra le Chiese di una determinata area e il centro della comunione stessa». Si è potuto constatare agli inizi dei due ultimi pontificati come la scelta dei vescovi e dei prefetti delle congregazioni romane abbia suggerito percorsi non sempre confermati in seguito. «Per questa generazione la prova della perennità del papato consisterà soprattutto nell’assistere alla sua capacità di rinnovamento e di veracità e non nella sua immutabilità, come è stato in altri tempi». Ancor di più dopo la rinuncia di Benedetto XVI, che ha ricondotto a realtà quello che si era consolidato come un destino senza scelta: il pontificato a vita. 7. Segni di riconciliazione e di speranza. L’analisi condotta dal “gruppo di Bologna” nel 1978 mostra punti di contatto con la situazione storica ed ecclesiale 35 anni e due (tre) pontificati dopo: «In un periodo della storia in cui tutto sembra concorrere a far prevalere i segni di morte e a spegnere la fiducia, il ministero di colui che presiede nell’amore alla Chiesa universale deve soprattutto caricarsi della responsabilità della speranza. La crisi che attraversa il nostro tempo, da parte dei cristiani, non può essere letta solo con la paura di ciò che può andare distrutto, ma deve essere trapassata con la fede e la speranza nel Risorto, che proprio per aver posto con il suo stesso sangue la riconciliazione ultima, ha vinto la morte e spezzato le sue catene. In questo contesto, all’interno della sua Chiesa di Roma, il vescovo che presiede alla comunione della Chiesa tutta deve porre con chiarezza, fin dagli inizi del suo ministero, i segni della riconciliazione e della comune certezza che il Padre ci ha chiamato alla vita e alla comunione con lui. Questi segni non possono dimenticare quanti, per le inevitabili durezze dei cuori, per le vicendevoli incomprensioni e chiusure, si trovano a vivere ai margini della comunione stessa della Chiesa, pur non essendone del tutto esclusi». La conclusione del memorandum è severa: «La disciplina della Chiesa è disciplina della fede e della carità. Ogni altra forma disciplinare infatti è debitrice non già allo Spirito del crocifisso, che è venuto per servire, ma allo spirito di questo mondo che è spirito di dominio e di divisione». Benedetto XVI ha rinunciato al pontificato nella consapevolezza che «nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo». Il conclave può esprimere una scelta che interpreti il lascito di Benedetto XVI in termini “disciplinari” e d’autorità. L’auspicio è che incarichi del ministero petrino un pastore vigoroso per governare la barca di san Pietro e per annunciare l’evangelo della carità e della speranza nella fede. sintesi redazionale di Marcello Matté 1 Melloni A. (a cura), Sette proposte per il Conclave. Attualità e limiti di un memorandum, EDB, Bologna 2013, pp. 61, Ä 5,50. Redattori: G. Alberigo, G. Ruggieri e M. Toschi. Prefazione di Alberto Melloni. settimana 17 marzo 2013 | n° 11 nuovo pontificato sarà di dare forza e continuità al suo rapporto con la Chiesa di Roma. ... Da questo punto di vista il ruolo del Vicariato e dei vescovi ausiliari territoriali va fortemente ripensato, perché non si riduca a una gestione sempre più burocratica dell’esistente». «Perciò è necessario che il vescovo di Roma riattivi questo ministero di comunione nella sua Chiesa in una prospettiva pastorale comune a tutta la diocesi, che faccia proprie, attraverso la consultazione e il confronto, le istanze, le esigenze e le speranze dei cristiani di Roma, in modo che sia veramente un atto corale di tutta una Chiesa che vuole superare, in una fedeltà più grande all’evangelo, tensioni, conflitti, divisioni... Il nucleo di questo rinnovato impegno pastorale non potrà che essere il servizio alla Parola ... Il momento centrale di questo ascolto della Parola sarà l’assemblea liturgica: prima di tutto la messa episcopale nella Chiesa cattedrale di S. Giovanni, ma anche le celebrazioni eucaristiche nelle parrocchie e comunità cristiane». Saranno necessari segni che manifestino la volontà di superare la «separatezza in cui troppo spesso le strutture vaticane isolano il papa. Ma soprattutto di fronte ai mali della città la Chiesa di Roma e il suo vescovo saranno veri testimoni della povertà del Signore nella misura in cui sapranno sciogliere con limpidezza evangelica i nodi che li legano al groviglio dei poteri e degli interessi finanziari e politici che hanno portato alla disgregazione il tessuto sociale della città». Vi sono, in proposito, paradossi di fatto che si presentano irrisolvibili: il vescovo di Roma che è il capo di uno stato sovrano ritagliato nella città della quale è pastore; le strutture economiche che non si integrano perfettamente nella compagine dell’Unione europea. Ne scaturiscono confusioni soggettive – “ignoranti”, ma possibili – fra Vaticano e Chiesa italiana, otto per mille e Ior. Ricondurre il papato al suo profilo di vescovo di Roma «porterebbe come necessaria conseguenza che l’elezione del papa avvenisse all’interno del presbiterio e della Chiesa romana. Ma ciò oggi non è possibile, tenendo conto con realismo della situazione ecclesiale. Allora l’alternativa tra papa italiano o straniero pare artificiosa, perché comune è la sollecitudine di tutte le Chiese nei confronti della Chiesa di Roma, mentre il criterio di appartenenza a un’area geografica o culturale più o meno vicina alla sede apostolica non pare possa avere un valore assoluto sul piano della fede e della comune responsabilità nel governo della Chiesa universale». 9 SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 10 problemi ASSISI: CONVEGNO NAZIONALE PROMOSSO DALLA CEI Il creato: la custodia e la minaccia I settimana 17 marzo 2013 | n° 11 l male nel creato: una realtà che interpella con forza la fede cristiana, sia come interrogativo teologico, che come richiamo ad una prassi che ne contenga e ne contrasti la distruttività. Una realtà, d’altra parte, sulla quale è possibile un dialogo fecondo tra le diverse confessioni, come anche con altre comunità religiose. È quanto si è realizzato nell’ambito del convegno nazionale, promosso dalla Cei, sul tema La fede nel Creatore per abitare la terra, svoltosi presso la Domus Pacis di Assisi, l’1-2 marzo 2013, in un significativo momento di riflessione a più voci. Si trattava, infatti, di esplorare la fede nel Creatore sia nella sua capacità di illuminare il nostro rapporto con la natura – anche nelle forme contraddittorie e disastrose in cui talvolta essa si mostra – sia come orientamento per nuovi modi di pensiero e di azione, che sappiano abitare responsabilmente la terra, nell’attenzione alla complessa relazionalità che la caratterizza. 10 Il contesto. L’iniziativa va collocata nel quadro di quell’attenzione che, ormai da quasi quindici anni, la Cei – tramite l’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro (UNPSL) – dedica alla custodia del creato. Risale, infatti, al 1999 (sulla scia della 2ª Assemblea ecumenica europea di Graz) la costituzione, presso tale Ufficio, di un gruppo di lavoro1 col compito di promuovere l’azione pastorale e la formazione in tale ambito. La sua attività – efficacemente supportata anche dal Servizio nazionale per il Progetto culturale della Cei – ha ricevuto ulteriore impulso dalla scelta della Conferenza episcopale di istituire, per il 1° settembre di ogni anno, una «giornata del creato», secondo il suggerimento lanciato nel 1989 dal patriarca ecumenico di Costantinopoli Dimitrios I. A partire dal 2009, tra le numerose iniziative realizzate dal gruppo,2 si colloca anche una collaborazione con l’Associazione teologica italiana (ATI) e l’Associazione teologica italiana per lo studio della morale (ATISM). Si avverte, infatti, l’esigenza di raccordare il lavoro direttamente orientato alla pastorale con una riflessione più ampia, che ne approfondisca anche i fondamenti etici e teologici. La fecondità della collaborazione è attestata tra l’altro dai testi raccolti nel recentis- simo volume dal titolo Custodire il creato. Teologia, etica e pastorale, edito dalle EDB e presentato nel corso del convegno di Assisi (interventi di Casile, Morandini, Barbi, Scanziani, Lorenzetti, Quaranta, Guenzi, Bressan, Scalmana, Mascia).3 L’evento di Assisi vedeva poi il coinvolgimento di un ulteriore soggetto: l’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso (UNEDI), per una riflessione sulla realtà del male che si inscrivesse in un contesto interconfessionale e interreligioso. Non casuale, in tal senso, la collocazione nella città di Francesco, ideale luogo di convergenza tra un’esperienza religiosa profondamente radicata nel creato e un’apertura al dialogo ad ampio raggio. Sono istanze che hanno trovato espressione anche nelle calde parole di accoglienza dell’arcivescovo di Assisi-Nocera UmbraGualdo Tadino, Domenico Sorrentino, il quale ha seguito i momenti principali del convegno, come attraverso un’intensa preghiera serale nella Cripta di S. Francesco, condotta da p. Egidio Canil, ofm conv., vicario del Sacro Convento. La fede interrogata, la fede che mobilita. Il primo momento del convegno ha visto la presentazione delle due corpose relazioni di don Massimo Nardello (Facoltà teologica dell’Emilia-Romagna, membro della presidenza ATI) e di p. Paolo Benanti (Istituto teologico di Assisi, ATISM), che hanno stimolato un vivace dibattito. A Nardello era affidato il compito di articolare la fede in Dio Padre onnipotente nel contesto di un mondo che spesso si presenta piuttosto sotto il segno della distruttività insensata. L’ampia discussione delle tradizioni filosofiche di teodicea, condotta in un serrato dialogo con Armin Kreiner,4 gli ha permesso di caratterizzare una specificità cristiana che si esprime in primo luogo nel linguaggio dell’escatologia, nel segno della destinazione al compimento cristologico del creato tutto. Al presente, invece, «la creazione si trova in una sorta di «stato intermedio» tra il caos originario e la condizione escatologica affinché sia possibile il raggiungimento del suo compimento attraverso la libera accoglienza del progetto divino da parte degli esseri umani». Un «mondo non an- cora compiutamente creato», dunque, nel quale Dio prosegue la sua opera pacificante anche tramite l’agire degli esseri umani, quando essi accolgono la sua Parola e operano in sintonia con essa. Qui si è innestato il contributo di Benanti, teso a disegnare una forma di esistenza capace di abitare il creato in modo solidale – in un tempo che vede crescere esponenzialmente i danni e le vittime delle catastrofi naturali –, costruendo comunità resilienti. Proprio l’ultima espressione è stata al centro della riflessione: la sua valorizzazione da parte dell’Hyogo Framework dell’United Nations International Strategy for Disaster Reduction (UNISDR) ne fa, infatti, un punto di riferimento per la costruzione di una cultura e la realizzazione di pratiche attente a prevenire e a ridurre il danno, permettendo la ripresa della vita delle comunità stesse. L’indicazione di alcuni comportamenti capaci di evitare che le minacce si trasformino in disastri, riducendo la vulnerabilità ad esse, si è così intrecciata col significato della nozione di “resilienza” per una comunità ecclesiale che sappia meditarla «alla luce dell’evangelo e dell’esperienza umana» (Gaudium et Spes 46), cogliendo cioè le sfide che essa pone all’essere stesso delle comunità credenti. Il nostro modo di abitare la terra, infatti, «cioè il mio modo di essere solidale con il creato, dice e comunica il volto del Dio in cui credo o lo smentisce senza possibilità di appello». Per questo una comunità «nutrita e sorretta dall’eucaristia e che da questa logica è guidata è la comunità resiliente per eccellenza (…) L’eucaristia fonda e giustifica ogni azione volta a mitigare gli effetti di un disastro». sentata dalla pastora valdese Letizia Tomassone, alla stimolante ripresa del magistero del patriarca ecumenico Bartolomeo I cui ha orientato l’archimandrita E.Yfantidis, vicario generale della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta, alla pacata rilettura sapienziale della Torah offerta da Laras. Merita, però, una segnalazione – per l’intensità comunicativa come per la densità – l’intervento della teologa musulmana Shahrzad Houshmand: un percorso di lettura attraverso il Corano a cogliere la forte presenza in esso della fede nel Creatore, ma anche un invito al dialogo e alla collaborazione tra le genti del Libro, nel segno del dialogo e del rifiuto di ogni fondamentalismo. Le conclusioni dell’ing. Stefania Proietti, dell’Ufficio di pastorale sociale, diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, di Ernesto Diaco, vice responsabile del Servizio nazionale per il progetto culturale, e di don Angelo Casile, direttore dell’UNPSL hanno evidenziato la qualità di un evento che ha saputo guardare con coraggio a temi e problemi complessi, che interrogano persone e comunità. La sfida di un’azione pastorale che sappia custodire il creato si intreccia con l’esigenza di un dialogo attento, nel quale diverse sensibilità simboliche, teologiche e etiche sappiano incontrarsi in forme costruttive. Interrogarsi sul male e sulla sua presenza del creato diviene anche, allora, l’occasione per disegnare spazi di azione congiunta, per abitare la terra in forme sostenibili, riducendo al contempo la minaccia che essa talvolta porta sulle nostre esistenze fragili. Simone Morandini In un vasto spazio di dialogo. L’altro momento forte del convegno è stata la tavola rotonda interconfessionale e interreligiosa che ha posto i partecipanti «in ascolto di culture e religioni». La collocazione al sabato della tavola rotonda rendeva impossibile la presenza di una voce ebraica, ma rav Giuseppe Laras, rabbino capo di Ancona e presidente del Tribunale rabbinico del Centro-Nord Italia aveva predisposto un intervento in video che ha arricchito la riflessione. Difficile rendere ragione della ricchezza degli interventi – dall’ampia e articolata riflessione della teologia ecofemminista pre- 1 Inizialmente denominato Responsabilità per il creato. 2 Una documentazione abbastanza completa nella sezione Creazione del sito dell’UNPSL: www.chiesacattolica.it/lavoro. 3 Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei, Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei, Custodire il creato. Teologia, etica e pastorale, EDB, Bologna 2013. È in via di pubblicazione un’ulteriore raccolta di testi in formato elettronico nei Quaderni della Segreteria generale della CEI, col titolo (intenzionalmente quasi identico) Per custodire il creato. Riferimenti teologici, etici e pastorali (interventi di Brena, Coda, Lintner, Simonini, Francavilla, Becchetti). 4 Kreiner A., Dio nel dolore. Sulla validità degli argomenti della teodicea, Queriniana, Brescia 2000 (originale tedesco del 1997). SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 11 catechesi UNA DELLE DIVERSE FORME DI ORAZIONE CRISTIANA La ricchezza della preghiera d’intercessione verse forme di orazione cristiana. La preghiera di lode libera il cuore nel canto della gratitudine per la bellezza del cosmo e della vita che lo abita, per gli eventi della storia e per l’esistenza dell’uomo vertice del creato. La preghiera di lamentazione trasforma i dolori e le prove in pianto di supplica, percuotendo il cielo con le lame taglienti delle domande rivolte a Dio stesso. La preghiera biblica si nutre delle parole custodite nello scrigno delle sacre Scritture per vivere il presente nella luce delle vicende del popolo di Dio, di Cristo e della prima comunità sorta dalla Pasqua e dalla Pentecoste. La preghiera profetica interpreta i fatti del presente alla luce delle Scritture, senza la quale nulla sappiamo di cosa veramente succeda al/nel mondo. La preghiera di discernimento ci guida verso il cuore della nostra interiorità per scoprire la forma dell’agire secondo lo Spirito in una precisa situazione. La preghiera di intercessione ha l’originalità di collocarci nel cuore della realtà e di situazioni complesse e, in modo speciale, di farci passare tra persone o comunità in tensione, lacerate da contrasti e opposizioni. L’orante, che sente e asseconda la chiamata all’intercessione sta, come Maria, sotto la croce del mondo e tiene insieme, nella sua carne, ciò e chi tende a dividersi. Non abbandona la realtà a se stessa e alle forze di disgregazione che tendono a lacerarla, ma la unifica e la pacifica in se stesso. Nei casi di conflitto, non si schiera con l’una o l’altra parte, ma le trattiene entrambe nel suo grembo. Un tale orante si assimila a Gesù e alla sua missione riconciliatrice che «fa in se stesso dei due uno e toglie, così, l’inimicizia». La preghiera di intercessione è particolarmente tipica delle persone in età matura e avanzata, quando, raggiunto un buon grado di empatia con il mondo, si hanno alle spalle i ruoli decisionali e i compiti operativi e organizzativi. Questa preghiera sgorga dalla sapienza del cuore e guida a vedere le cose e le persone nella luce mattinale della Pasqua e, come dice la Scrittura, in un istante – in un giorno e in una notte – le conduce a la fine: al loro fine, il Dio della vita e della pace. L’intercessore L’intercessore si lascia colpire dai conflitti e dalle tensioni del mondo offeso. Li assume in Cristo, li soffre e li attraversa. Nei sacrifici antichi si divideva in due la vittima e si passava in mezzo ad essa. Così chi si fa intercessore, attraversa le figure del dolore e del pianto e ridiventa vittima in questa lacerazione. Come Giona, accetta di essere buttato in mare, cosciente che questo atto di abbandono si converte in una scialuppa di salvataggio, un cuscino su cui dormire tranquilli. Si attualizza il «taci,calmati» che, in noi, il Messia rivolge alle potenze oscure che agiscono dentro e fra di noi. L’intercessore si lascia chiamare in causa dalla storia e cammina – con mani giunte e, per questo, con piedi sicuri – sulla superficie liquida dei fatti. Non affonda. Si sente animato dalla forza del Signore che sostiene chi a lui ricorre e diffonde il senso di adeguatezza davanti alla prove, che diventano occasioni di vita. La preghiera di intercessione può essere indirizzata al Signore in casi diversificati di conflitto tra persone e anche tra comunità e popoli. Non ci si scandalizza dell’inimicizia che può scoppiare improvvisa, coscienti che le relazioni, proprio in proporzione diretta della loro intimità, portano a galla la complessità che abita dentro di noi. Chi prega entra in questa oscurità e la attraversa con mitezza, affidando i fratelli e le loro prove al Signore che ci scruta e ci conosce. Queste tensioni potranno e dovranno anche essere lette con strumenti analitici, e con ricostruzioni documentate e precise, individuando nodi e responsabilità, ma esiste sempre un ampio margine indecifrabile, legato all’enigma del cuore umano: è questo enigma il tempio della preghiera di intercessione. Le crisi relazionali hanno anche sempre un carattere di sintomo che rimanda ad altro, smentendo la pretesa di poter sempre quadrare il cerchio. C’è in ognuno di noi un volto ignoto e velato, se non violato e represso, che all’improvviso si svela e fa sanguinare. L’orante assume le crisi e le rappresenta, fiducioso nella potenza redentiva che abita i conflitti. Da qui l’audace invito a unire amore e giustizia, con quanto l’amore sa dire e dare all’incompiuto della giustizia, e a celebrare nel canto questo connubio. Un ministero La preghiera di intercessione si alimenta delle parole di perdono di Gesù sulla croce, che si interpone tra noi e il Padre, come una vittima sacrificale. La sua carne è crocifissa con ferite tanto più profonde, quanto è in lui radicale l’essere, da una parte, inseparabile da Dio e, dall’altra, ugualmente, inseparabile da noi. L’orante che intercede assume i fatti trascendendoli. L’evento della risurrezione impianta nella storia la fine del mondo. Così si interrompe lo svolgimento della creazione, ne emerge un volto diverso. Le cose acquisiscono il carattere penultimo: scatta per loro il cronometro delle “ore contate”. Si apre un sentiero in mezzo al mare. L’imponenza apparente del mondo subisce una specie di revoca, all’insegna di ciò che nota san Paolo: «Chi ha conflitti come se non li avesse, chi piange come se non piangesse, chi usa di questo mondo come se non ne usasse». La preghiera di intercessione è abitata da questa riserva escatologica. Essa conduce al superamento dell’ordine del reale e ne consuma le imperfezioni, consegnandole al fuoco purificatore dello Spirito che intercede per noi con gemiti inesprimibili. Egli prega in noi che non sappiamo neanche cosa sia conveniente chiedere. Proprio questo limite lascia spazio allo Spirito Santo che ci fa muovere nell’oceano della sua intercessione. La preghiera di intercessione perfeziona il codice della Pasqua, che s-finisce l’edizione corrente del mondo e, nelle trame delle vicende umane, la apre alla sua trascendenza. Percorre una linea rossa che fa transitare illesi da questo mondo al nuovo. Se l’intercessore non ha il compito di gestire le situazioni per cui prega, non per questo è ininfluente. Egli infatti, mette un cuneo incandescente sul tronco delle cose e con la forza degli atti di orazione, lo colpisce perché penetri nel cuore del tronco e lo apra. La dedicazione a questo ministero, come servizio permanente, sostiene a suo modo le decisioni, le auspica, le invoca, le suggerisce attraverso le vie misteriose della comunione dei santi. Quanti hanno incarichi e responsabilità dovrebbero avere al loro fianco fratelli e sorelle, meglio ancora, comunità che pregano per loro, tengono le mani alzate, come faceva Mosè. È quanto avviene in ogni messa, quando sale a Dio la preghiera della comunità eucaristica per il papa, per il vescovo, per tutti i fedeli. È quanto avviene nella solenne prolungata preghiera della liturgia del venerdì santo. Il dono La preghiera di intercessione è un modo originale di essere presenti alle vicende liete e dolorose dei fratelli. Il “Discorso della montagna” di Gesù, che rappresenta il compimento della Legge ci lascia attoniti e sbigottiti: «Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello… Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti… Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,38-48). C’è mai una prassi storica che possa ispirarsi a questa pagina di Matteo? Sentiamo che siamo chiamati a rispondere di sì! Lo Spirito è stato inviato proprio per introdurci in questa novità. Nelle tribolazioni si può esperimentare la consolazione che scende da Dio e abilita a consolare gli altri con la stessa consolazione con cui si è consolati. Dal mattino di Pasqua c’è nel mondo un eccesso di dono in attesa di forme inedite in cui esprimersi. Il Signore può chiamare più di un credente alla preghiera di intercessione perché, anche per questa via, le persone e le comunità non siano abbandonate a se stesse. Così si è intensamente presenti agli eventi del mondo e ai momenti dolorosi dei fratelli e delle sorelle. In tempi di crisi, serve quanto mai suscitare una rete di intercessori e, così, ogni giorno, salgano a Dio orazioni e suppliche per la salvezza del mondo. Gino Moro [email protected] settimana 17 marzo 2013 | n° 11 L a preghiera di intercessione è una delle di- 11 SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 12 pastorale DA UNA RELAZIONE DEL VICARIO GENERALE DI MILANO I presbiteri interpreti dell’inadeguatezza N el contesto del cinquantesimo cata agli altri, la conversione va desiderata e praticata dal presbitero, come testimonianza delle grandi opere che Dio sa compiere. settimana 17 marzo 2013 | n° 11 anniversario dell’inizio del concilio Vaticano II e della nuova evangelizzazione, l’anno della fede interpella ogni presbiterio, e personalmente ciascun presbitero, tentati dal rischio di una dignitosa mediocrità. La categoria dell’inadeguatezza può risultare illuminante per una revisione di vita e per l’acquisizione di un nuovo stile. 12 Vasi di creta (2Cor 4,7). La sproporzione tra l’altezza della vocazione, le esigenze della missione, le aspettative del popolo di Dio e la qualità, il numero, la dedizione del presbiterio può anche essere un luogo comune e una constatazione scontata. Tuttavia, per le persone serie dovrebbe essere un cruccio. In effetti, per molti aspetti dobbiamo riconoscere di non essere all’altezza. A parte la questione degli scandali spietatamente indagati dai media e spesso sproporzionatamente e maliziosamente amplificati, l’inadeguatezza sembra più comune e clamorosa e riguarda le manifestazioni più ordinarie del ministero. La predicazione – secondo un luogo comune da verificare – si colloca tra gli adempimenti noiosi (solo per gli ascoltatori?), estranea alla vita e alle problematiche contemporanee sia per un certo linguaggio stantio sia per i contenuti poco significativi per il cammino di vita cristiana di tanti adulti. Sulla capacità e il desiderio di relazione entro il presbiterio, entro la comunità cristiana, entro il contesto civile, è più facile fare dell’ironia che riduce il prete a una specie di personaggio, di macchietta, piuttosto che riscontrare apprezzamenti per l’autorevolezza, l’equilibrio, la saggezza, lo zelo. Sembrano emergere superficialità e grossolanità, protagonismo e autonomia, una certa chiusura e fatica alla riconciliazione. Nelle chiacchierate dei vescovi, il tema della destinazione dei preti sembra che abbia a che fare con l’accondiscendenza e la rassegnazione più che con l’obbedienza e la disponibilità alla missione. Anche altri aspetti (competenza teologica, capacità amministrative, cura della qualità di vita personale, gioia di essere preti in questa Chiesa…) possono aprire scenari di comportamenti discutibili o addirittura di comportamenti gravemente peccaminosi. Forse il tema dei numeri dei preti non è argomento pertinente, ma certo ci si può domandare quale attrattiva può rappresentare la vita del presbiterio, la sua reale umanità, per un giovane che cerca la via per portare a compimento la propria fede. Le tentazioni. Una delle tentazioni clericali più ricorrenti è quella di rifugiarsi in un atteggiamento difensivo, di minimizzare il senso di inadeguatezza, di giustificare la propria mediocrità con l’elenco di tutto il bene che si compie, di tutti gli apprezzamenti che si ricevono, con il confronto con altre epoche della storia e altre regioni del mondo. È il rischio di perdere lo stupore di fronte al mistero e di diventare impenetrabili alla grazia divina e ai drammi umani, cedendo al mestiere di “fare il prete”. Forse si rivolge anche a noi il rimprovero alla Chiesa di Laodicea: «Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo» (Ap 3,17). Un’altra tentazione clericale può essere quella di un’assuefazione al dono della Parola e agli stimoli del magistero, di un’indifferenza che non si lascia scalfire dalle critiche che vengono dall’esterno, assestati come siamo in un ruolo, certo eroso quanto a prestigio sociale e a rilevanza culturale, ma ancora sicuro e rassicurante. Un’ulteriore tentazione clericale può essere quella di una certa resistenza all’inquietudine che lo Spirito suscita nell’animo in qualche momento di grazia, quando la memoria di slanci giovanili, un momento di silenzio e di verità con se stessi, una testimonianza particolarmente incisiva fa nascere come una specie di nostalgia, di rammarico per non essere diventato quel prete che avremmo voluto essere, di non essere quel santo che dovremmo essere, di non essere per- sone così coerenti e affidabili, devote e limpide come ci vedono gli altri. Il momento passa, dal Tabor si torna nella valle del quotidiano e si riprende ad essere quelli di sempre. La possibilità di dare gioia a Dio. La Scrittura dice: «La gioia del Signore è la vostra forza» (Ne 6,10). La serenità del presbitero non è in balìa della sua efficienza personale (salute, età, carattere, sistemazione, incarico, cultura…), dei risultati pastorali o del consenso dei fedeli. È il Signore, operante nella Chiesa, a riempire il cuore del presbitero e a dargli la gioia nuziale, al riparo da ogni fragilità umana, spirituale o pastorale. Ma c’è qualcosa di ancor più meraviglioso: la fede è principio di conversione e, quindi, ogni peccato può essere motivo di gioia per Dio, in quanto possibilità di esercitare la sua misericordia: «Io vi dico: così vi sarà gioia in cielo per un peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione» (Lc 15,7). Don Primo Mazzolari ha scritto pagine straordinarie sull’atteggiamento del figlio maggiore nella parabola del Padre misericordioso. A volte, infatti, si resta “in casa” ma con un senso di doverosità e di pesantezza, senza entusiasmo e generosità. Questo stato interiore favorisce un certo adattamento alla situazione, la stanca ripetitività e la scarsa missionarietà. Anche la stanchezza del presbitero, dovuta alla mole di lavoro effettuata, andrebbe riletta criticamente alla luce della spiritualità. La “carità pastorale” è la cifra che connota l’autentico servizio alla Chiesa. C’è sempre tempo e spazio per una vera conversione personale del presbiterio e del presbitero. C’è uno stretto rapporto tra la santità del presbitero e la qualità alta della vita cristiana della comunità a lui affidata. Prima che predi- Interpretare l’inadeguatezza secondo lo Spirito: la fede. La radicale inadeguatezza del frammento ad ospitare il Tutto, del peccatore a entrare in comunione con il Santo, così come la constatazione personale e storica di non essere all’altezza può essere interpretata secondo lo Spirito di Dio: «Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2Cor 4,7). L’inadeguatezza riconosciuta non imprigiona la grazia di Dio, non le impedisce di agire con libertà ed efficacia. La professione di fede, che riconosce la potenza di Dio capace di operare anche nella debolezza, non è però una rassicurazione che ci lascia passivi, ma la causa di una “tensione” o “attenzione” che motiva addirittura alla corsa: «Non ho certo raggiunto la meta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che sta alle mie spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la meta, al premio che Dio mi chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,12-14). Non è sempre evidente vedere vescovi, sacerdoti e fedeli “in corsa” (non “di corsa”) verso la santità della vita. «Anche noi dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12,1-2). Come si potrà esprimere questo «essere proteso verso» se non con un intensificarsi della relazione personale con il Signore, con un desiderio di conformazione che rende sempre più avvertiti del fastidio della mediocrità, con una riforma della propria vita per quegli aspetti che frenano lo slancio o contraddicono l’attrattiva di Gesù che ci precede e ci accompagna sempre? Si può essere iperattivi ma senza lasciar trasparire il primato dell’amore, il calore e la luminosità del “roveto ardente”, la consegna totale SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 13 Interpretare secondo lo Spirito l’inadeguatezza: la riforma del clero. Nessun presbitero basta a se stesso né ha tutti i doni spirituali desiderabili, ma a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune (2Cor 12,7). La condivisione dei doni per il bene non solo dei preti ma anche della comunità non si riduce ad un’esortazione ad aiutarsi, perché, più profondamente, è la conseguenza del riconoscimento di chi è il prete e di quale sia la sua missione. Il percorso per un’assunzione più consapevole dell’essenziale dell’essere prete potrebbe essere indicato con il nome un po’ altisonante di “riforma del clero”. Si tratta infatti di dare forma storica (forse persino giuridica) alla verità del presbiterio: il prete non trova la sua identità e non vive la sua missione in una solitudine e in una pratica “secondo sé” del ministero, ma in quanto collaboratore del vescovo, insieme con gli altri fratelli ordinati per il sacerdozio e per il ministero (preti e diaconi), per la missione apostolica. Più che soffermarsi sull’identità del prete, come nel recente passato, oggi si avverte l’urgenza di approfondire la sua dimensione apostolica e missionaria. Questa evidenza antica si raccomanda per una riscoperta che sappia incidere sui rapporti di fraternità entro il clero per far risplendere la comunione che il sacramento ha creato e dare concretezza alla carità premurosa che si prende cura degli altri perché li sente “dei suoi”. La fraternità presbiterale non è anzitutto non litigare ma dirsi le cose con franchezza, esercitare la correzione fraterna e il perdono, vivere la solidarietà effettiva e affettiva, dare il proprio contributo di proposte nelle riunioni, sottoporre a verifica la gestione ordinaria della casa e dei propri soldi. La riforma del clero passa dalla riscoperta della sua dipendenza sostanziale dal vescovo per le scelte pastorali e per la propria destina- zione, in quella pratica dell’obbedienza che è una forma di amore alla Chiesa che esalta la libertà compiendola nella dedizione. Si tratta infatti, anzitutto, di libertà da se stessi, dalle proprie inerzie, dalle proprie ambizioni, dal proprio attaccamento al “potere”. L’efficacia pastorale dipende più dalla comunione che dalla genialità del singolo. L’obbedienza al vescovo non riguarda solo la destinazione, ma il modo con cui si condivide giorno per giorno il piano pastorale diocesano. Questa evidenza antica si raccomanda per una riscoperta che assuma lo stile cristiano della missione. Il mandato missionario, che è ragion d’essere del vescovo e del presbiterio, non è infatti impresa umana, strategia di conquista, astuzia per conseguire un successo mondano: indica invece le vie della fede, della povertà, della mitezza, della gioia, della dedizione fino al sacrificio. Un’avventura avvincente. In sintesi, si tratta di vivere la transizione con spirito evangelico, di radicare le scelte pastorali su solide motivazioni, di non separare l’organizzazione dalla spiritualità, di affrontare il “nuovo” con senso di appartenenza al presbiterio e con grande passione per la gente affidataci. La fede favorisce una lettura teologica della situazione, una progettualità carica di speranza, un cambiamento da operare nella ricerca della qualità evangelica, la serenità di fronte alle sfide attuali, la relatività delle proprie soluzioni in una società in rapidissima evoluzione. Il malcontento del clero di fronte ai mutamenti pastorali non sempre e necessariamente è un segno dell’inopportunità o dell’inutilità di tali provvedimenti, perché tale reazione scomposta può essere frutto di resistenza interiore, di fatica culturale o di pigrizia pastorale. Tutto va valutato con calma, con il confronto e con tanta preghiera prima di intervenire, durante l’attuazione e nella verifica finale. La storia insegna che un solo presbitero “santo” lascia una traccia più profonda di tanti presbiteri “mestieranti”. La ricerca in atto in molte diocesi (è auspicabile un confronto ed un coordinamento?) circa nuove forme di vita della parrocchia e tra le parrocchie (unità pastorali, revisione della formazione nei seminari) non può prescindere da una forte spiritualità. Già Yves Congar aveva distinto la vera dalla falsa riforma della Chiesa. Questo è l’antidoto sia al senso di onnipotenza sia alla rassegnazione, due pericolosi scogli da evitare nella testimonianza presbiterale.1 a cura di L. Guglielmoni - F. Negri 1 Mons. Mario Delpini è vicario generale dell’arcidiocesi di Milano e già rettore dei seminari milanesi. La relazione è stata tenuta al presbiterio della diocesi di Fidenza il 24 gennaio 2013. I Quattro Vangeli Per capire e riflettere CATHERINE UPCHURCH E RONALD D. WITHERUP A CURA DI I l volume presenta il testo dei quattro Vangeli, accompagnato da strumenti che aiutano a comprenderlo e a colmare la distanza con la cultura e la lingua del mondo antico. In apertura vengono fornite le informazioni essenziali che introducono alla lettura, mentre la parte finale spiega l’utilizzo che la Chiesa fa di questi testi nella liturgia e propone un elenco delle letture che scandiscono i cicli dell’anno liturgico. Il libro è corredato di note, fotografie e cartine, riquadri di sintesi, spiegazione di parole chiave. «B IBBIA E TESTI BIBLICI » pp. 304 - € 19,90 &%$#"! $$# &%$# "! $$# # # # !!$ #!!$ # # $# # $# settimana 17 marzo 2013 | n° 11 di sé a Cristo. La Chiesa non la si organizza, ma la si genera nell’amore trinitario. Com’è possibile preparare un’omelia senza un ascolto prolungato di Dio, che educa e genera la propria conversione, fa discernere i segni della sua presenza nella comunità, trasforma le parole in fuoco e seme? L’inadeguatezza interpretata secondo lo Spirito diventa la condizione per una più limpida e intensa disponibilità all’attrattiva di Colui che è stato innalzato da terra e proprio così attira tutti a sé (cf. Gv 12,32), che si può anche chiamare “fede”. La santità si può forse intendere come inadeguatezza maturata in disponibilità allo Spirito, in docilità fiduciosa e vigile. «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Come si fa a vivere e a prendere iniziative in ragione della docilità, invece che dell’intraprendenza e del protagonismo? 13 SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 14 cultura DAL 21 MARZO IN ITALIA IL FILM DELLA REGISTA ANNE GIAFFERI L’Amore inatteso ell’anno della fede l’Acec (l’Associazione cattolica esercenti cinema), TV2000 e Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, con Microcinema Distribuzione portano in Italia dal 21 marzo prossimo, in prima visione nazionale, il film L’Amore inatteso (Qui a envie d’être aimé?, il titolo originale) di Anne Giafferi. Nel partecipare ad un percorso di catechesi di due mesi, il protagonista Antoine – un brillante avvocato sposato con due figli – riscopre una fede rimasta “bambina” per una vita. La commedia, garbata e suggestiva, uscita in Francia nel 2011, offre molti spunti sulla possibilità di “ricominciare” a credere a partire dal vissuto esistenziale della persona. come la fede, la persona, lo spirito, l’anima, Dio stesso esigono un approccio che tenga presente che sono temi complessi e di difficile frequentazione, dove l’autonomia della ragione e la libertà del cuore giocano un ruolo fondamentale». Pur avendo avuto in patria un esito significativo al box office, nessun distributore italiano si è interessato alla sua acquisizione. Sollecitato dall’investimento anche dell’associazione delle sale della comunità, Microcinema Distribuzione ha accettato la sfida dei diritti e del doppiaggio e ora proprio questo tipo di cinema avrà la possibilità di puntare su una forma di “primo annuncio”. La stessa opportunità l’avranno nei mesi successivi anche realtà ecclesiali non cinematografiche che potranno richiedere legalmente il public video del film attraverso i normali canali della distribuzione cinematografica. «Sempre più la produzione internazionale, ma anche quella nazionale – prosegue, infatti, Giraldo – realizza film con tematiche spirituali e religiose. Spesso, però, non trovano canali idonei per uscire nelle sale. Il mondo cattolico potrebbe organizzarsi al meglio per favorire la circuitazioni di questi prodotti: non stare sempre alla finestra invocando i mala tempora currunt e accusando il mondo contemporaneo di essere solo foriero di insensibilità e di indifferenza». Oltralpe la fede produce immagini. In questi anni la Francia ha regalato molte commedie di successo. Capita anche con il tema della fede che sa “divertire” senza eccessi e senza volgarità. «L’aver individuato un film come L’Amore inatteso – spiega Francesco Giraldo, segretario generale dell’Acec – all’interno della produzione filmica francese, è nato dal desiderio di comprendere come in altre realtà nazionali molto simili alla nostra, ma nel contempo anche diverse per sensibilità e per approcci metodologici, si riflettesse sulla fede e sulle modalità di trasmissione della stessa. In Francia ogni anno vengono prodotti e distribuiti nelle sale cinematografiche parecchi film che trattano argomenti inerenti alla fede, ma vengono realizzati con un taglio non autoreferenziale, non apologetico e poco ridondante. Sento un forte disagio, vorrei dire quasi fisico, quando i temi spirituali e religiosi vengono frequentati dal nostro cinema e dalla nostra tv con modalità propagandistiche e ideologiche. Temi Ispirato ad una storia vera. Qui a envie d’être aimé? è la prima esperienza per il grande schermo di Anne Giafferi finora impegnata come sceneggiatrice e regista di alcune serie e fiction per la televisione francese. L’ascendenza dal piccolo schermo è evidente anche nella costruzione “sintattica” del suo film che rifugge da ogni virtuosismo o accento autoriale, concedendosi al grande pubblico con uno sviluppo lineare ma non per questo meno significativo. L’approdo al cinema nasce dal desiderio di trasformare in immagini il romanzo autobiografico Catholique anonyme (edizioni Seuil, 2008) scritto dal marito Thierry Bizot, anch’egli attivo in ambito televisivo come produttore e sceneggiatore. Dal successo del libro e della trasposizione cinematografica si può dedurre che, probabilmente, in Francia ritrovare la fede improvvisamente a 46 anni è una notizia che desta curiosità e interesse. Ancor più se essa scaturisce quasi per caso dalla frequentazione di una catechesi sobria senza fasti settimana 17 marzo 2013 | n° 11 N 14 o tonalità roboanti in una parrocchia di Meudon vicino a Parigi. Molto interessanti risultano le notazioni pregiudiziali (più o meno effettive) percepite oltralpe nei confronti del cattolicesimo. Disseminate qua e là, esse creano gradualmente il profilo di un’immagine tutt’altro che affascinante: dalla spiegazione di Claire al figlio Arthur che, per frequentare le scuole cattoliche (le Orsoline), basta pagare e non occorre credere all’iniziale battuta sprezzante di Antoine sull’ipotesi di partecipare al corso di istruzione religiosa («Non ho tempo di fare il pagliaccio in una stanza insieme a una manica di cattolici»). Senza dimenticare lo stesso Antoine che, in auto, arriva a pulirsi le mani con lo sterilizzante dopo una breve parentesi a messa durante l’intermezzo dello scambio della pace. L’iniziale ironia verso l’esperienza ecclesiale si scioglie poco dopo grazie alla spiccata onestà intellettuale della regista che costruisce la narrazione pedinando proprio i cambiamenti di percezione di Antoine, motivati da conoscenze profonde che abbattono gli stereotipi. Di grande attualità per una società secolarizzata e multietnica appare anche la complessità (sostenibile) evidenziata nell’opera di saper tenere insieme la gioia e l’impegno di una fede personale che non diviene di coppia. Un tema dalle molte sfumature – non sempre così serene – che la regista, coinvolta in prima persona, affida anche alla chiusa del film con Claire che chiede al marito «E adesso che farai?». Ad Antoine che le risponde «Forse andrò a messa la domenica mattina», lei prontamente risponde «Ci andrai senza di me, lo sai…», quasi a ribadire un’autonomia e un’individualità innegabili dell’esperienza spirituale e religiosa. «Tu andrai a fare la spesa» replica con ironia Antoine, ammettendo in realtà come fondamentale il rispetto di chi non vive la medesima esperienza di «une vraie dynamique qui a transformé son regard sur les gens, les évènements, son métier» (da Réveil matin! Le blog d’un catolique anonyme www.bizot.blog.croire. com). Le sorprese più belle arrivano dal Cielo! Antoine sembra avere tutto dalla vita ma proprio un “incontro” inatteso, irrazionale e sorprendente sconvolge non poco la sua esistenza. Un corso di catechesi gli apre orizzonti nuovi e inediti, utili anche per affrontare alcune questioni relazionali con la sua famiglia d’origine. Accogliendo un invito, ricevuto per posta da uno dei professori del figlio, egli si reca in parrocchia più per educazione e per “curiosità intellettuale” che per vero interesse. Trova proprio lì il luogo della sua lenta e reale “trasformazione”. Non un prete intraprendente, nemmeno una vivace comunità, piuttosto “altro” attira e affascina il nostro protagonista: quest’“Altro” che si affaccerà poco per volta nell’esistenza di Antoine. La lettura della Bibbia, i racconti di vita, le esperienze vissute fanno affiorare quelle domande che si sono assopite nel tempo e depositate in fondo al cuore. È il fenomeno dei cosiddetti recommençants o “ricomincianti”, molto attestato in Francia, che prende sempre più il sopravvento anche nelle comunità cristiane italiane. La loro fede è spesso legata all’infanzia: talvolta da quel momento essa non ha più goduto di nuovi slanci o, altre volte ancora, non ha retto le “notti” della vita. La maturità anagrafica ed esperienziale diviene in seguito l’occasione per giungere ad una fede adulta. “Ricominciare” è riprendere un legame con Cristo – l’incarnazione, la debolezza intesa come forza che sconvolge Antoine – che si era allentato ma che ora rappresenta il chiavistello di “giardini segreti” altrimenti inesplorati. A conclusione del cammino di catechesi, Antoine rende una splendida testimonianza di fronte ai compagni di corso e ad una moglie che, incredula e curiosa, lo osserva di nascosto: «All’inizio ero venuto per educazione, perché ero stato invitato e sono una persona educata. Ma se sono rimasto è perché mi sono emozionato. È la parola giusta: emozionato. Emozionato da tutto quello che ho sentito in questa stanza. Così emozionato da venire due volte a settimana, di capire quanto avevo voglia di rompere con le mie abitudini, ma soprattutto le mie certezze. Emozionato dall’aver preso coscienza delle mie debolezze, di scoprire che le idee che rifiutavo erano simili alle mie perché parlavano d’amore. Mi sono emozionato nel sentirmi amato da Dio. Ma non il Dio imponente della mia infanzia… Un Dio umano, un padre, un amico: il confidente che mi è sempre mancato. Emozionato da questo cammino con voi; voi che credevo di onorare della mia presenza, voi che ho trattato con la mia superiorità e che mi avete aiutato. Perdonatemi…». Arianna Prevedello SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 15 LIBRI Il gesuita docente di AT nella Facoltà di teologia di Innsbruck offre agli studenti e agli appassionati della Bibbia le informazioni necessarie per percepire e interpretare il testo. Elencate la varietà e la ricchezza dei vari metodi esegetici tradizionali e i nuovi approcci metodologici (nuova critica letteraria, interpretazioni contestuali e approcci storiografici), nella terza parte, l’autore presenta gli elementi necessari alla comprensione del testo: i testi sono una comunicazione linguistica, da interpretare come credenti nel caso della Bibbia. Gli elementi costitutivi e le dimensioni del testo vanno dalla parola, alla frase e quindi al testo e al mondo in esso rappresentato. Nella conclusione si offrono i passi concreti che lo studente deve fare per studiare in modo proficuo la Bibbia e, nelle dodici appendici, vengono forniti ulteriori sussidi. Sono riportate le chiavi di soluzioni degli esercizi presentati nel testo. L’approccio seguito da Fischer è quello narratologico, oggi molto frequentato e fecondo. Testo universitario dell’ambiente tedesco, ma fruibile da tutti. (RM) GHINI E., Vie di preghiera. Testi dei Padri del deserto, EDB, Bologna 2013, pp. 138, Ä 11,00. Oggi – scrive l’autrice, carmelitana scalza, nell’introduzione – in cui si è alla ricerca di scuole, metodi e tecniche di preghiera, la rilettura di qualche “detto” (apoftegma) dei Padri del deserto, in ordine alla preghiera, «può essere stimolante e provocatoria». Alla prima parte del libro, in cui si parla di condizioni, metodi, mezzi ed effetti della preghiera visti nell’ottica dei Padri del deserto, corrisponde una seconda parte nella quale viene riportata una copiosa serie di testi sempre dei Padri. In verità, leggendo le loro testimonianze, si scopre che la preghiera non è un’attività che prescinde dalla vita, ma che vita e preghiera si modellano reciprocamente. Il ritorno alle prime fonti cristiane della preghiera è un viaggio benefico e salutare. (BS) VANHOYE A., L’eucaristia sorgente di vita (Catechesi s.n.), AdP, Roma 2013, pp. 72, Ä 6,00. Tre meditazioni del cardinale ed esperto esegeta gesuita. Egli riflette sull’eucaristia come un sacrificio di rendimento di grazie, esaminata sullo sfondo di vari testi biblici sulla todah. L’eucaristia è inoltre sacrificio della Nuova Alleanza, che nasce da una trasformazione dell’evento negativo del tradimento e ha una connotazione fraterna e filiale. L’eucaristia è, infine, contemplata come una realtà che continua nella nostra vita, vissuta come sacrificio nell’amore. L’esperienza di Paolo e di Pietro nutrono la terza riflessione di Vanhoye, come sempre profondo e didattico. (RM) TOMMASELLI A., Spiriti disincarnati. Le anime dei defunti e le loro manifestazioni, EDB, Bologna 2013, pp. 150, Ä 11,00. «Con la morte l’anima viene separata dal corpo». Così insegna il Catechismo della Chiesa cattolica al n. 1016. È questo stato dell’anima, questa fase nota come “escatologia intermedia” l’oggetto di queste pagine. Il lettore non si aspetti una trattazione sistematica delle “realtà ultime”, bensì la riproposizione della dottrina della Chiesa riguardo agli spiriti “disincarnati”. È possibile comunicare con loro? come vivono le anime sante del purgatorio? possiamo aiutarle? possono apparire? Molti tentano di mettersi in contatto con loro attraverso la pratica dello spiritismo. Perché la Chiesa lo condanna? L’autore, un laico impegnato, studioso dei fenomeni di natura malefica, ci conduce con un linguaggio lineare a cono- scere quanto il magistero e la teologia hanno scritto e insegnato sull’argomento. Un libro opportuno, serio e chiaro, che contrasta con una certa letteratura incline allo spettacolare e al fantasioso. E – altro titolo di merito – leggibile da tutti. (BS) UFFICIO NAZIONALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO DELLA CEI – SERVIZIO NAZIONALE PER IL PROGETTO CULTURALE DELLA CEI, Custodire il creato. Teologia, etica e pastorale, EDB, Bologna 2013, pp. 208, Ä 12,00. Raccolta di contributi di tre seminari di studio (gennaio 2010 - gennaio 2011), frutto delle iniziative del gruppo di studio “Custodia del creato”, promosso presso la Segreteria generale della Cei dagli autori, con i quali hanno collaborato l’Associazione teologica italiana (ATI) e l’Associazione teologica italiana per lo studio della morale (ATISM). La domanda alla quale le voci vengono invitate a rispondere è: «C’è un pensiero teologico sui problemi ambientali?». Il problema, oltre che di contenuto, è anche di metodo: come possono i soggetti ecclesiali recepire le istanze ecologiche, ambientali e conseguentemente politiche, motivarle di forza evangelica e tradurle in istanze teologiche? Come raccordare gli orizzonti di fede con gli obiettivi di un movimento di opinione che è nato in un contesto critico verso le religioni e verso la teologia cattolica in particolare? Gli interventi si concentrano sul ruolo della formazione, sulla correlazione etica/teologia, sulle buone pratiche da incoraggiare. (MM) BOUTHORS J.-F., Paolo l’ebreo (Epifania della Parola - Nuova serie - Sotto la direzione di M. Grilli e A. Filippi s.n.), EDB, Bologna 2013, pp. 144, Ä 16,00. Redattore editoriale, scrittore e appassionato delle sacre Scritture, l’autore segue il filo della narrazione degli Atti e la discussione presente in Galati e Romani per presentare la persona, l’opera e gli scritti di Paolo quale apostolo di Cristo che intende le nazioni come popoli chiamati a partecipare alla promessa fatta da Dio ad Abramo, entrando così a far parte della “famiglia di Dio”, la famiglia dei figli di Abramo. Sulle orme di Gesù, ebreo per sempre, anche Paolo vede l’espansione missionaria della comunità cristiana come realizzazione dell’unico piano di salvezza di Dio che, a partire dal suo popolo Israele, raggiunge ora i confini della terra. Paolo vede Gesù e il suo messaggio come profondamente coerente con l’AT, che viene portato a un iniziale compimento. L’ebraismo permane nel cristianesimo e il legame irrevocabile è insieme convocazione e responsabilità. Un saggio che ricupera il pensiero dei più aperti fra gli ebrei odierni, riportando il presunto “apostata” Paolo nell’alveo di pensiero e di operatività a lui più consono, quello dell’ebraismo aperto alla novità insindacabile di Dio. Il Dono e il Donatore, quindi, ancora una volta. (RM) HUBAUT M., Il perdono. Dimensioni umane e spirituali, EDB, Bologna 2013, pp. 128, Ä 9,50. Senza prefazione e introduzione, il piccolo, denso volume di Hubaut entra subito nel merito del «difficile e necessario perdono». Si può giungere al perdono se ci si mantiene su un percorso che è fatto di convinzioni, emozioni, scelte. «È difficile vivere un perdono veramente evangelico, che non sia né umiliazione dell’altro né autostima di sé, senza la grazia di Dio». Una caratteristica peculiare di questo testo è che la riflessione parte dalla proposta del perdono nelle sue dimensioni umane (spirituali, non solo psicologiche) per sostenerle successivamente con la forza dell’appello evangelico, presentando quest’ultimo non come imperativo che si sovrappone alle resistenze della psicologia umana, ma come invito che la conferma. In conclusione, anche alcune pagine sul sacramento del perdono. (MM) “Vaticanum, il manoscritto esoterico” Un altro thriller, analogo al Codice da Vinci, contro i Vangeli e la Chiesa cattolica.1 Con una copertina invitante: la figura di una specie di cardinale con le mani insanguinate di un assassino. L’originale è stato scritto nel 2011 in Portogallo, dove avrebbe già avuto tre edizioni. Vi si intrecciano due fantasiosi racconti: quello di una società segreta ebraica e internazionale che, partendo da reperti biogenetici di ossari palestinesi riguardanti il cadavere di Gesù, vorrebbe clonarlo e quindi anticipare il suo ritorno nel mondo; e quello di ricerche su antichi manoscritti del Nuovo Testamento (a partire dal codice Vaticano B), per dimostrare le falsificazioni avvenute sui Vangeli. La prima vicenda è del tutto romanzesca e così incredibile che facilmente produce il sospetto che anche l’altra lo sia, ossia quella riguardante la critica testuale. Invece, questa ha certamente motivi seri e veri: tutti gli esperti sanno che gli antichi manoscritti non sono del tutto concordi (cf. le edizioni critiche del NT). Su queste discordanze l’autore, che ne è a discreta conoscenza, gioca e compie salti mortali: dalla critica testuale salta subito a quella storica, che invece possiede altri criteri scientifici. Oltre tutto, egli spara bordate assolutamente false – come quella di pag. 52 – che nessuno storico romano del I sec. accennerebbe a Gesù (e Tacito?!), ma che i primi non cristiani a parlare di lui furono solo Plinio il Giovane (inizio II sec.) e Giuseppe Flavio (I sec.). Trattandosi di un romanzo non ci scandalizzeremo più di tanto. Anche perché l’autore stesso, alla fine, in una postfazione… commovente (ma da presa in giro del lettore) avverte di aver lavorato di fantasia. Ma fantasia a detrimento dei Vangeli e della figura di Gesù. Anche la bibliografia riportata in fondo è tutta di una sola linea, la sua. Certamente il rapporto tra il Gesù storico e quello dei Vangeli – come è noto – è un bel problema, da secoli oggetto di ricerche e di tentativi di soluzione. Anche un thriller fantasioso può suscitarlo in tante persone e così può fare un bel servizio alla cultura. Purché ci siano anche persone capaci di guidare con serietà e competenza gli inesperti, aiutandoli a una visione globale e articolata del problema.2 (G. Giavini) 1 Rodrigues Dos Santos J., Vaticanum, il manoscritto esoterico. Chi era davvero Gesù? Un mistero che la chiesa occulta da 2000 anni, ed. Newton Compton, Roma 2012, pp. 480, Ä 9,90. 2 Suggerisco un ottimo e documentatissimo articolo di Romano Penna, gran competente in materia, sul n. 3/2012 di Rivista Biblica Italiana: “Ricerca e ritrovamento del Gesù storico”. Mi permetto anche di suggerire ancora il mio libretto orientativo: Credere ai Vangeli? Perché?, Elledici 2010, pp. 80. IOAN PLOSCARU Catene e terrore Un vescovo clandestino greco-cattolico nella persecuzione comunista in Romania NOTE ALL’EDIZIONE ITALIANA DI GIUSEPPE MUNARINI A CURA DI MARCO DALLA TORRE A rrestato nel 1949, recluso per quindici anni nelle carceri della Romania, sorvegliato e pedinato dai servizi di sicurezza fino al 1989, il vescovo greco-cattolico Ploscaru ha pagato con l’accusa di tradimento della patria e spionaggio il rifiuto di passare alla Chiesa ortodossa. Le sue pagine, lucide e dolenti, tradotte per la prima volta in italiano. EDB EDB «FEDE E STORIA» pp. 480 - € 30,00 '&%$ '&%$#"!% #"!% %$ %$$ $$$$ $""% ""% $ $$ $$ $$$%$ %$$ $ settimana 17 marzo 2013 | n° 11 FISCHER G., Conoscere la Bibbia. Una guida per l’interpretazione. A cura di Simone Paganini (Lettura pastorale della Bibbia s.n.), EDB, Bologna 2013, pp. 232, Ä 21,00. 15 SETTIMANA 11-2013 v8:Layout 1 12/03/2013 14.08 Pagina 16 > segue da pag. 1 settimana 17 marzo 2013 | n° 11 tato cosi deludente nelle urne. Ci si chiede poi come Pier Luigi Bersani, non amato ma tutto sommato rispettato in Europa, non sia riuscito a portare a termine una vittoria elettorale che sulla carta aveva già in mano. Tale incredulità è spesso associata alla rabbia e alla paura. La rabbia e la paura di chi vede l’eurozona e, più in generale, l’intero progetto europeo, sgretolarsi a causa dell’instabilità politica della terza economia della zona euro per via di un effetto-contagio che, partendo dall’Italia, rischia di trascinare nel vortice della speculazione finanziaria l’intero continente. 16 Un successo inatteso. La vera incognita del risultato elettorale italiano e il fattore che più di ogni altro sembra rendere difficile la creazione di un nuovo governo è però senza dubbio il grandissimo successo del Movimento 5 Stelle (M5S) di Beppe Grillo, la lista più votata alla Camera dei deputati. A Bruxelles suscita sincero interesse l’affermazione del movimento grillino. Un interesse tuttavia accompagnato da grandi timori sulla compatibilità della crescente influenza politica di tale movimento con i gravosi impegni richiesti dall’UE all’Italia quale membro della zona euro. D’altronde il M5S, a differenza del berlusconismo, non si riconosce in una famiglia politica europea tradizionale, non conta nelle proprie file esponenti riconoscibilmente europeisti e appare disinteressato dalla questione della propria legittimità internazionale. Il M5S è visto pertanto come una scheggia impazzita, che sfugge al controllo delle strutture politiche europee. Grillo, a differenza del Berlusconi di governo, non ha badanti politiche che ne influenzino la linea europea e nemmeno ne vuole. L’Europa perciò vede in Grillo un elemento di rischio, in quanto indecifrabile, incontrollabile e imprevedibile, ben più di Berlusconi. Non è quindi il rifiuto dell’austerità – peraltro già sdoganato da buona parte delle famiglie politiche tradizionali, inclusi i socialisti francesi di Hollande – da parte del M5S a inquietare la burocrazia europea. Non è neppure l’ipotesi di un irrealistico referendum sulla permanenza dell’Italia nella moneta unica, proposto da Grillo. È invece proprio l’impossibilità di integrare il M5S in una categoria politica e valoriale preesistente (popolare, socialista, comunista, verde) che ne orienti l’operato a livello europeo. Il problema non si porrebbe neppure se Grillo fosse il capetto di un movimento minoritario e marginale in un piccolo paese membro dell’Unione. Ma quando la sua lista risulta la più votata in un paese grande – e problematico – come l’Italia, i termini della questione cambiano drasticamente. Chi garantisce che, di fronte a eventuali responsabilità di governo, il M5S rispetterà gli impegni presi dai governi precedenti in sede UE? Chi assicura la linea sostanzialmente pro-europea che l’Italia ha da sempre difeso? Saprà il M5S rispettare e farsi portatore dello “spirito comunitario”, di quella fiducia reciproca che costituisce il collante fondamentale dell’Unione Europea? Per ora, le risposte di Grillo a queste questioni sembrano confuse e contraddittorie. Grillo critica la moneta unica e l’unione bancaria, se la prende con il ruolo di “contributore netto” dell’Italia rispetto al bilancio UE e non esclude l’ipotesi di default finanziario italiano. Tuttavia, Grillo ha dichiarato sul suo blog che, «prima dell’euro era necessario creare le fondamenta di regole comuni, ad esempio di politiche per la difesa e per la fiscalità», lasciando intendere una visione, in fondo, europeista. Del resto, esiste una certa compatibilità tra gli obiettivi programmatici del M5S e le priorità strategiche dell’Unione, rispetto, ad esempio, alle energie rinnovabili, all’accessibilità di Internet e della banda larga, alla trasparenza della pubblica amministrazione e alle politiche di ricerca e sviluppo. Si tratta di obiettivi rispetto ai quali l’Unione Europea ha una visione ben più avanzata e lungimirante della maggior parte degli stati membri, a partire dall’Italia. Esiste dunque un possibile terreno d’incontro tra i seri e controllati eurocrati di Bruxelles e l’incontenibile comico genovese? Lo si vedrà nei prossimi mesi. L’Europa ha il potenziale per accettare le sfide politiche che alcune proposte del M5S sottendono, ed è salutare che lo faccia: riguardo alla partecipazione democratica, ai privilegi della politica, all’insostenibilità di un’unione economica priva di un solido orizzonte politico. Effetto-contagio? Nel frattempo l’Europa farebbe bene a prepararsi a un “effetto-contagio” proveniente dall’Italia. Si tratta di un contagio prima ancora politico che finanziario ed economico. È facile prevedere infatti che le numerose formazioni politiche legate al movimento dei “Pirati” (che presentano numerose similitudini programmatiche col M5S), già presenti in tutta Europa (cf. Sett. n. 26/2012 pp. 8-9), cercheranno di capitalizzare al massimo il polverone suscitato dal successo di Grillo, sperando di ottenerne un vantaggio elettorale, soprattutto in vista delle elezioni politiche tedesche di quest’autunno e delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, previste per il 2014. Il presupposto-chiave che dev’essere accettato, anche dal M5S, è che l’Unione Europea è una macchina tremendamente complicata, che sfugge alla logica buono/cattivo (cittadino vs. politico professionista; cittadino vs. banchiere; giornalista straniero vs. giornalista italiano) tipica della narrativa grillina. Una macchina che, purtroppo, ha delle pecche e presenta modalità di funzionamento e di evoluzione lente e spesso esitanti. Una macchina, tuttavia, che ha conseguenze dirette – e largamente positive – sulla nostra libertà di spostarci, di stabilirci, di lavorare, di creare un business in un altro paese europeo. Fuori dalle regole comuni, niente è più scontato, non lo sono neppure la stabilità e la pace. L’elettorato grillino è vasto e diversificato e, probabilmente – per quanto esasperato dalla crisi economica, dall’incapacità della classe politica italiana di affrontarla efficacemente, dalle misure di austerità imposte all’Italia dai suoi partner europei e internazionali e da un’Europa che sembra complicata e distante – in larga misura comprende e condivide la necessità di accettare le regole del gioco in sede europea. La speranza è quindi che il M5S abbia un approccio costruttivo verso la costruzione europea, che ha bisogno di tutto fuorché di ulteriori critiche strumentali e demagogiche. Il gruppo di imbonitori euroscettici, nazionalisti e talvolta xenofobi è infatti già abbastanza folto e rumoroso. Il rapporto tra il nostro paese e l’Unione Europea sembra dunque arrivato a un punto critico: proprio nel momento in cui si aspetta dall’Italia grande senso di responsabilità (e grandi sacrifici) per affrontare una crisi che riguarda l’intero continente, l’elettorato italiano reagisce in un modo che, visto da Bruxelles, appare confuso e schizofrenico. Le chiavi di lettura tradizionali con cui l’Europa ha interpretato le vicende italiane durante la Prima e la Seconda Repubblica sono oggi logore e inutilizzabili. Le posizioni rispetto alle questioni dell’integrazione europea del M5S rimangono un’incognita. La gravità della situazione economica attuale ha bisogno di essere gestita da un governo stabile in grado di agire in modo forte e incisivo. Un governo che, ad oggi, non sembra essere nelle condizioni di venire alla luce. Esame di coscienza per l’Europa. Ma il risultato delle elezioni italiane deve anche essere un’occasione per l’Unione Europea di interrogarsi sui propri successi, sui propri difetti e sul proprio futuro. Non si tratta solo di mettere in discussione le politiche di austerità, che pure hanno contribuito a esasperare gli elettori italiani e a indurli a votare chi prometteva di superarle. Se gli italiani hanno mostrato di percepire l’UE come fredda e distante, si tratta anche di avviare la costruzione di un’Europa in cui i cittadini possano davvero identificarsi, in cui ci sia un legame visibile e chiaro tra l’input del voto popolare e l’output delle decisioni della classe politica, in cui il concetto di Europa non sia associato in primo luogo a quello di sacrificio, ma a quelli di libertà, pace e opportunità. La questione del linguaggio e dell’immagine è più importante di quanto non si pensi. Tanto Berlusconi quanto Grillo hanno ben compreso l’importanza di una comunicazione semplice e allegra e questa è senz’altro un’ottima lezione che l’UE può trarre dalla recente tornata elettorale nel nostro incomprensibile paese. Se un’Europa allegra sembra un paradosso di questi tempi, è bene ricordare che di paradossi di successo è piena la storia europea. Gabriele Bertolli ATTUALITÀ n. 11 - 17 marzo 2013 settimanale - anno 48 (68) Tariffa R.O.C.: “Poste Italiane s.p.a. - Sped. in A.P. – D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB Bologna” direz. e redazione: v. Nosadella 6 40123 Bologna - tel. 051/3392611 - fax 331354 Per verifiche e abbonamenti ufficio abbonamenti/amministrazione: tel. 051/4290077 - fax 4290099 v. Scipione dal Ferro 4 - 40138 Bologna c.c.p. 264408 intestato a: Centro Editoriale Dehoniano spa - Bologna Stampa: Italiatipo litografia - Ferrara Reg. Trib. di Bologna n. 3238 del 22-12-1966 Articoli, lettere, materiali vari inviati al giornale non si restituiscono. E-mail: [email protected] Abbon.: [email protected] associato all’unione stampa periodica italiana PASTORALE Per la pubblicità Ufficio Commerciale CED – EDB E-mail: [email protected] Tel. 051/4290023 – Fax 051/4290099 Abbonamenti 2013 ordinario annuo . . . . . . . . . . . . . . . E 63,00 una copia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 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