presi
per
mano
con il Vangelo secondo Marco
Arcabas, La Parola entra nel cuore
Cammino di Quaresima 2014
seconda parte
da lunedì 17 a domenica 30 marzo
Nota sulle meditazioni
Per la meditazione, oltre al libro già citato di Alselm Grün, Il Vangelo di Marco,
ed. Queriniana, saranno presenti brani presi da:
•
Bruno Maggioni, Il racconto di Marco, ed. Cittadella;
•
Silvano Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Marco, ed. Dehoniane.
Per indicare quale libro useremo per ciascun brano, accanto al titolo metteremo
le iniziali del nome dell’autore: A.G. o B.M. o S.F.
Per chi fosse interessato ad un approfondimento biblico/teologico del Vangelo
di Marco consigliamo il libro di Maggioni.
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Lunedì 17 marzo
Leggi Mc 4,35-41
Ricorda i passi da fare ogni giorno:
• leggere la parte di Vangelo indicata;
• meditare e pregare con il brano proposto;
• alla sera, fare l’esame di coscienza proposto e completare lo schema di pag. 27.
Per la meditazione
La tempesta sul lago (4,35-41)
A.G.
Marco riferisce di tre traversate sul lago (anche in 8,14-21). Durante ciascuna di queste
traversate i discepoli piombano in crisi e Gesù appare ogni volta come salvatore. Tuttavia, come ci viene mostrato nella terza traversata, i discepoli non comprendono questo
Gesù. Essi restano ciechi. Le tre traversate fino all’altra sponda sono riccamente simboliche. Gesù ci accompagna sul nostro cammino attraverso il mare tempestoso della vita.
Egli ci dona la certezza di arrivare, insieme a lui, all’altra sponda, la sponda della gloria
di Dio. Durante il nostro cammino di vita, però, cadiamo continuamente in crisi. Questa
può diventare una chance solo se in essa ci rivolgiamo a Gesù.
La situazione della tempesta del lago è tipica della nostra vita umana. Dai primi Padri
della Chiesa in poi la traversata sulle acque tempestose è stata come immagine della
nostra vita fragile e in pericolo. Marco ci descrive una situazione di questo genere. Dopo
il gran discorso pronunciato dalla barca, sul mare, Gesù congeda la folla e dà a essa l’ordine di passare all’altra riva, quella dei pagani. Nel frattempo si è fatta sera. Quando
Marco parla della sera (opsìas) e della notte, si riferisce sempre alla notte delle situazioni
difficili […]. Quando si fa buio, affiorano nell’anima umana le potenze dei demoni. Eppure quando si farà buio, Gesù vincerà sulla croce la potenza dei demoni. Così Marco,
nel suo Vangelo, fa già sempre risuonare la vittoria della morte in croce di Gesù. […]
Qui è sorprendente che Gesù, malgrado questa tempesta e il dondolio della barca, se ne
stia a poppa, su un cuscino e dorma. Egli deve aver avuto un sonno salutare per non
essersi svegliato a causa del rumore delle onde e dello scroscio del vento. Ma forse
Marco vede più che altro la fiducia di Gesù che non si fa impressionare da simili pericoli.
Il dormire è da sempre anche un simbolo del riposo nelle mani di Dio. Nel bel mezzo
della tempesta Gesù riposa in Dio. Questa è un’immagine del modo in cui possiamo su-
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perare le tempeste della nostra vita. Quando, nel mezzo della paura, ci ritiriamo nell’interiorità della nostra anima e lì riposiamo in Dio, allora le onde ci passano sopra, ma non
possono inghiottirci.
Il sonno di Gesù sulla barca dei discepoli simboleggia anche qualcos’altro: Gesù è presso
di loro e tuttavia essi sono soli in balìa di se stessi. Nel sonno Gesù si sottrae loro. In
questo modo Marco ci descrive una situazione che tutti noi conosciamo. Quando piombiamo nel bisogno e le tempeste della nostra vita ci fanno girare vorticosamente di qua
e di là, quando la nostra anima […] minaccia di affondare, abbiamo spesso l’impressione
di essere in balìa di noi stessi. La relazione con Gesù si è interrotta. Gesù dorme nella
nostra barca. Noi non lo sentiamo, non esiste alcun legame con lui. Conosciamo le sue
parole, ma esse non producono nulla in noi. Lo riceviamo nella comunione, ma egli non
commuove il nostro cuore e non placa la tempesta che infuria nell’intimità della nostra
anima.
I discepoli svegliano Gesù rimproverandolo: “Maestro, non t’importa che moriamo?”.
Nel testo greco troviamo qui le stesse parole usate dai demoni nella sinagoga di Cafarnao: “Sei venuto a rovinarci?” (1,24). I discepoli hanno paura che Gesù possa portarli
alla rovina anziché alla salvezza. Nel sonno di Gesù essi non vedono la sua fiducia in Dio,
ma il suo sottrarsi a loro. E gli rinfacciano il sonno come un’espressione della sua mancanza d’interesse nei loro confronti. Malgrado il loro affaticarsi essi sono prossimi ad
affondare. Non sanno più cosa fare. Gesù non reagisce al rimprovero. Non si giustifica.
In compenso si alza, sgrida il vento e intima al mare: “Taci, calmati!”. Egli si rivolge al
vento e al mare come a degli esseri viventi, come ai demoni che scaccia con le stesse
parole. Gli antichi credevano che dietro le pericolose forze della natura fossero all’opera
delle potenze demoniache. A esse Gesù ordina di tacere.
La parola di Gesù è come un esorcismo. […] Per i discepoli è sorprendente che perfino
le forze dalla natura obbediscano a Gesù. Egli è il signore non solo dei demoni, ma anche
della natura. La sua parola agisce sin dentro la creazione e, per effetto della sua parola,
“vi fu grande bonaccia”. Nel testo greco troviamo qui l’espressione: galéné megàlé, cioè
“grande pace”. Quando Gesù insorge in noi e scaccia via i demoni dall’oscurità della nostra anima, giungiamo, allora, davvero alla pace, raggiungiamo una quiete assoluta e
restiamo aperti al mistero del Dio che abita in noi.
Gesù si rivolge ai discepoli: “Perché siete così paurosi? Non avete ancore fede?”. I discepoli hanno fatto esperienza di Gesù, hanno ascoltato la sua parola, ma continuano a non
credergli. Essi hanno molta paura delle potenze dei demoni e non hanno ancora riconosciuto che Gesù è signore dei demoni e che in lui è all’opera la potenza di Dio. Qui ritorna
il tema dell’incomprensione dei discepoli che è tipico del Vangelo di Marco. Nonostante
facciano esperienza viva di Gesù, non arrivano a credergli. Descrivendo i discepoli come
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degli increduli, Marco vorrebbe invitare i lettori a credere che Gesù è il Signore di tutte
le potenze di questo mondo. Allo stesso tempo, però, i lettori possono ritrovarsi nei
panni dei discepoli. Anche a noi accadono più o meno le stesse cose che accadono ai
discepoli: ascoltiamo la parola di Gesù e leggendo, veniamo a conoscenza dei miracoli e
dei prodigi che egli opera. Ciò nonostante, esattamente come i discepoli, veniamo strattonati di qua e di là dalle potenze dell’oscurità. Allora Gesù appare molto distante e
sembra sottrarsi e dormire. Quando Gesù dorme in noi, piombiamo nella paura. Marco
indica qui Gesù come colui che aiuta a superare la nostra paura. […] Marco invita i suoi
lettori, nel bel mezzo della paura, ad alzarsi e a rivolgersi con essa, a Gesù, il Signore di
questo mondo. Egli ha il potere di riportare una grande calma anche nella loro anima
sconvolta e di trasformare la loro paura in fiducia.
Per la preghiera
Il sonno (il silenzio) del Signore durante una tempesta della nostra vita è un’esperienza
che tutti possiamo aver vissuto.
Da una parte il rancore (quasi): ma come Gesù? Perché non fai nulla per me che soffro?
Dall’altra la paura di sentirsi soli ad affrontare la tempesta.
Non dobbiamo provare vergogna per questa nostra debolezza: noi abbiamo bisogno del
Signore!
Per attingere da Lui coraggio, forza, speranza, pazienza, fiducia.
In questa “presenza silenziosa” di Gesù nella nostra vita sta tutto.
Se riesci vivi questo tempo di preghiera in chiesa, davanti al Crocifisso o al Tabernacolo
o a Gesù eucarestia esposto per l’adorazione.
Prenditi del tempo per stare davanti al Signore, presente e silenzioso: rifletti sulle tue
paure, sul tuo bisogno di Lui, rileggi con calma le parole di Gesù in questo brano di Vangelo e metti tutto nelle sue mani.
L’esame di coscienza
Riprendi le pagine 20-21 del primo libretto per lo schema dell’esame di coscienza.
Questa settimana e la prossima ci concentreremo sul secondo punto dello schema classico dell’esame di coscienza: il rapporto con gli altri.
Riprendendo l’immagine di Gesù che dorme durante la tempesta…
Come giudichi la tua presenza in casa, tra gli amici, sul luogo di studio o di lavoro: silenziosa ma attenta ai bisogni, distratta, prepotente…
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Martedì 18 marzo
Leggi Mc 5
Per la meditazione
Continua solo ad avere fede (5,21-43)
B.M.
Qui Marco racconta due miracoli, l’uno dentro l’altro. Il motivo che li lega è la fede. Il
miracolo della donna che soffriva perdite di sangue si sarebbe prestato molto bene a
sottolineare la potenza di Gesù: la donna soffriva da dodici anni e nessun medico era
riuscita a guarirlo, ma le è bastato toccare la veste di Gesù per guarire. Non è però su
questo che Marco ferma l’attenzione. Dobbiamo far notare invece la meraviglia dei discepoli: “Vedi la folla che ti preme e domandi: chi mi ha toccato?”. Appunto: perché la
donna desidera non farsi notare e Gesù invece sembra far di tutto per dare pubblicità al
suo gesto? La legge dichiarava “impura” la donna che aveva perdite di sangue, e impuro
diventava tutto ciò che ella toccava: ecco perché la donna tocca la veste di Gesù di nascosto, approfittando della calca, ed ecco perché si sente tanto colpevole, paurosa e tremante, quando si vede scoperta. Ed è per lo stesso motivo che Gesù dà pubblicità all’accaduto: vuole dichiarare pubblicamente, di fronte a tutti, che non si sente impuro perché
una donna l’ha toccato e che le categorie del puro e dell’impuro non lo interessano: Dio
non bada al puro e all’impuro, ma alla fede: “Va’ in pace, la tua fede ti ha salvata”.
È ancora la fede al centro della guarigione della figlia di Giairo: “Non temere, solo continua ad avere fede”. Fede nella potenza di Gesù, una potenza capace di raggiungerti qui,
nella tua personale situazione, vittoriosa persino sulla morte. In questo secondo racconto di miracolo è accennato un altro tema: “La bambina non è morta, ma dorme”. La
morte è un sonno, non una fine. Era morta, senza dubbio, ma per chi ha fede la morte
non ha più il senso di prima: non lo strepito, dunque, ma la speranza.
Per la preghiera
Ieri il Vangelo ci ha parlato di una grande fiducia nel Signore, anche quando ci sembra
lontano, assente, addormentato.
Oggi Gesù ci parla, mentre viviamo una malattia, una sofferenza e un lutto e ci dice di
non aver paura, di continuare a credere nonostante tutto.
La fede nel Signore è il cuore di questo cammino, altrimenti che senso avrebbe compierlo?
La fede è dono ed è esperienza, cammino: domanda con insistenza al buon Dio di rendere
forte la tua fede, di sperimentare la bellezza di credere in lui.
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L’esame di coscienza
Riprendi le pagine 20-21 del primo libretto per lo schema dell’esame di coscienza.
Restiamo ancora quest’oggi sulla “qualità” della nostra presenza accanto agli altri nelle
diverse circostanze della giornata.
Ti senti “dono” per qualcuno? Per chi?
In quali luoghi o situazioni ti vedi maggiormente attento, pronto ad aiutare, a servire, ad
accogliere? In quali invece sei stato di scandalo, di ostacolo, di cattivo esempio?
Mercoledì 19 marzo
Leggi Mc 6,1-29
Per la meditazione
A Nazaret (6,1-6)
B.M.
È sabato e Gesù insegna nella sinagoga di Nazaret, il suo paese. Marco, però, al termine
“paese” preferisce il termine “patria”, parola più ricca di evocazioni affettive e più ampia
di significato. L’episodio non è circoscritto a un solo paese, ma prefigura il rifiuto di
Israele. E difatti leggendo questo episodio non si può fare a meno di pensare all’affermazione del prologo di Giovanni: “È venuto nella sua casa e i suoi non l’hanno accolto”
(1,11). Letto in questo modo, l’episodio va molto al di là del rifiuto di un piccolo paese
della Galilea: prefigura il rifiuto dell’intero Israele, un rifiuto, del resto, che sembra accompagnare tutta la storia del popolo di Dio. E anche le motivazioni del rifiuto vanno
molto al di là delle resistenze particolari degli abitanti di Nazaret: sono le resistenze di
sempre, radicate nel cuore dell’uomo. Per questo il brano di Marco è in grado di coinvolgerci seriamente.
Gli ascoltatori di Gesù passano da uno stupore iniziale allo scandalo. Lo stupore è un
atteggiamento di partenza, l’atteggiamento di chi resta colpito e quindi costretto ad interrogarsi, ma è un atteggiamento ancora naturale che può sfociare sia nella fede sia
nell’incredulità. La sapienza delle parole di Gesù e la potenza delle sue mani suscitano
importanti interrogativi (che Marco intende porre ad ogni lettore): qual è l’origine di
questa sapienza e di questa potenza? Chi è quest’uomo? La risposta sembra ovvia: viene
da Dio, ma questa risposta ovvia è impedita da una constatazione che sembra andare in
senso contrario: “Non è costui il falegname?”. Di qui lo scandalo, parola che indica un
ostacolo alla fede, qualcosa che impedisce ai nazareni di credere. Lo scandalo viene proprio dalla persona di Gesù, dalla sua concreta fisionomia, dalle sue umili origini, dal suo
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modo umile di apparire fra noi. Comprendiamo la difficoltà degli abitanti di Nazaret. La
presenza di Dio non dovrebbe essere più luminosa, più importante? Come è possibile
che l’inviato di Dio si presenti nelle vesti di un falegname? Il rifiuto può trovare la sua
ragione persino nel desiderio (apparente) di difendere la grandezza di Dio […]. È invece
il segno di una profonda incredulità, come l’evangelista annota: “E si meravigliava della
loro incredulità” (6,6). Nel vangelo l’incredulità non è soltanto la negazione di Dio. Non
è questo il caso dei nazaretani, ma l’incapacità di riconoscere Dio nell’umiltà dell’uomo
Gesù. Rifiutano Gesù per una errata concezione di Dio. Curiosamente si direbbe per salvare l’onore di Dio. È certamente vero che Dio è grande, ma spetta a Lui scegliere i modi
per esprimere la sua grandezza.
Il rifiuto dei suoi non costituisce per Gesù una sorpresa. Che un profeta sia rifiutato dal
suo popolo non è una novità. La novità sarebbe se mai il contrario. C’è persino un proverbio che lo dice: un profeta è sempre disprezzato nel suo paese, nella sua parentela e
nella sua casa. È un proverbio nato da una lunga esperienza, che ha accompagnato tutta
la storia di Israele, e trova la sua più clamorosa conferma nella storia del Figlio di Dio, e
continuerà a ripetersi, puntualmente, nella storia successiva. Dio è dalla parte dei profeti, eppure i profeti sono sempre rifiutati: rifiutati dal popolo, dalle loro comunità, non
solo dal mondo.
L’episodio termina con una valutazione dello stesso evangelista: “Non poteva fare là alcun miracolo”. Gesù non può fare miracoli là dove c’è l’incredulità ostinata. A che servirebbero? I miracoli di Gesù sono la risposta alla sincerità dell’uomo che cerca la verità:
non sono il tentativo di forzare, in ogni modo, il cuore dell’uomo. Per questo Gesù non
fa miracoli a Nazaret. Ma l’affermazione, in termini assoluti, è inesatta e Marco corregge:
“Guarì soltanto alcuni infermi”. Dunque anche a Nazaret Gesù ha cercato gli ammalati e
i poveri. Dio li cerca dovunque. Ma non sono questi i miracoli che gli uomini vorrebbero.
Per la preghiera
Per i compaesani di Gesù, sapere chi era e da dove veniva è stato sufficiente per impedire a loro di credere in lui.
La preghiera ha anche questo grande potere: purificare la nostra fede da tutti i piccoli o
grandi ostacoli, dubbi, incomprensioni che coinvolgono Gesù, il suo insegnamento, le
sue scelte, i suoi discepoli, la sua Chiesa.
Chiedi al Signore un cuore capace di amare lui e la sua Chiesa con la stessa intensità e
fiducia.
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L’esame di coscienza
Riprendi le pagine 20-21 del primo libretto per lo schema dell’esame di coscienza.
Prendendo spunto dall’atteggiamento dei compaesani di Gesù questa sera prova a riflettere sui tuoi atteggiamenti e sulle tue relazioni ostacolati dal pregiudizio, dalla mancanza di ascolto, dalla poca disponibilità al dialogo.
Giovedì 20 marzo
Leggi Mc 6,30-56
Per la meditazione
La moltiplicazione dei pani per cinquemila (6,30-44) e quattromila (8,1-10)
B.M.
Marco racconta due volte della miracolosa moltiplicazione dei pani […] e dà particolare
valore alla reazione dei discepoli. Durante la seconda moltiplicazione i discepoli si comportano come se avessero dimenticato la prima. Essi non riconoscono chi è questo Gesù:
sono ciechi. Marco ha descritto i due episodi della moltiplicazione dei pani, inserendoli
in mezzo a tre racconti di traversate in barca. Anche in queste circostanze Gesù mostra
ai discepoli il suo potere soprannaturale. Perfino questo, però, non suscita in loro alcuna
fede. Durante la terza traversata Gesù rimprovera i suoi discepoli duramente: “Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete
orecchi e non udite?” (8,17s). I discepoli non si sono aperti alla fede né con le due moltiplicazioni dei pani né con le tre traversate sulle acque durante le quali hanno certamente potuto sperimentare la potenza di Gesù. Essi restano ciechi e costituiscono così
una continua esortazione al lettore a leggere il Vangelo con occhi aperti e cuore ben
disposto.
Alcuni esegeti interpretano la moltiplicazione dei pani come se Gesù avesse invitato i
discepoli a dividere le loro provviste. Van Iersel ritiene a ragione che ciò degraderebbe
il racconto alla banale quotidianità di uomini che hanno dimenticato di prendere con sé
il loro pranzo al sacco. Non si tratta di quotidianità, ma di qualcosa di straordinario, della
segreta epifania della gloria di Dio. Solo se il pane viene spezzato, numerosi uomini possono mangiarne. Questo rimanda alla morte di Gesù e all’Ultima cena in cui Gesù spezza
il pane, inteso come allegoria della sua morte. La morte di Gesù è, per gli uomini, fonte
di vita. Qui essi ricevono da mangiare a sufficienza. Ricevono pane e pesce, nutrimento
per il loro corpo e la loro anima.
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[…] Entrambe le moltiplicazioni hanno in sé una dinamica interna. La prima vale per gli
ebrei che vengono riuniti da Gesù nel nuovo Israele. Ciò si vede nell’ordine dell’accampamento. La gente deve accamparsi a gruppi di 100 e 50. Ciò corrisponde all’ordine degli
accampamenti del vecchio Israele. In occasione della seconda moltiplicazione dei pani
si dice che alcuni vengono da lontano. Questo è un simbolo per indicare i pagani che
arrivano dall’esterno della Palestina.
Il secondo racconto accade in terra pagana. Marco vuole mostrare che Gesù estende la
salvezza che viene attraverso di lui sempre più anche ai pagani. […]
Durante la prima moltiplicazione Gesù ha compassione degli uomini. Essi sono come
“pecore senza pastore” (6,34). Con quest’espressione Marco si riferisce certamente agli
ebrei che non hanno alcun capo vero. I maestri e i capi di Israele hanno fallito. Le pecore
senza pastore, però, sono anche un’immagine per indicare noi oggi. Senza pastore le
pecore sono perse. Si disperdono. Ognuna va per la sua strada ed è esposta, inerme, ai
pericoli e non trova alcun pascolo. Alle pecore Gesù dà orientamento. Nel suo insegnamento mostra a esse il senso del loro esserci e le conduce al pascolo affinché possano
nutrirsi. La parola, che Gesù annuncia loro, è una parola che nutre. Gesù si prende cura
delle pecore. Guarisce le loro malattie e, in qualità di pastore, dà loro direzione […]. Gesù
placa la loro fame. Egli dà alle pecore ciò che veramente le nutre e le sazia. Tutto ciò è
espressione della sua compassione per gli uomini che culmina nella sua morte in croce.
Là egli spezza quell’unico pane che i discepoli hanno con sé sulla barca (8,14) per placare
la nostra fame più profonda.
Alla seconda moltiplicazione dei pani Gesù ha di nuovo compassione. Il motivo della sua
compassione, però, è un altro: “Se li rimando digiuni alle proprie case, verranno meno
per via; e alcuni di loro vengono di lontano” (8,3). Gli uomini - e qui ci si riferisce soprattutto ai pagani - se non incontrano Gesù, crollano per via. Essi sono incapaci di percorrere da soli il loro cammino e hanno bisogno di essere rafforzati per strada. Gesù è il
Figlio di Dio che ci rafforza lungo il nostro cammino di vita, dando se stesso come pane.
Nella sua morte egli spezza il pane per noi ed esso basta per tutti noi.
Per la preghiera
Ciò che preoccupa Gesù guardando la folla che ha davanti ti potrà guidare nella preghiera di oggi: la mancanza di una guida e la mancanza di forza per il cammino.
Gesù è la guida sicura verso ciò di cui più abbiamo bisogno; egli è anche il nutrimento
che dà forza, speranza e conforto lungo il cammino.
Domanda al Signore il dono del suo Spirito, perché possa guidarti ogni giorno nei piccoli
passi che farai e perché possa nutrire e rafforzare la tua fede.
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L’esame di coscienza
Riprendi le pagine 20-21 del primo libretto per lo schema dell’esame di coscienza.
Questa sera, per la tua preghiera soffermati ancora sui pregiudizi, sulla mancanza di
ascolto, di disponibilità, sull’istinto che può prendere il sopravvento per stanchezza o
rabbia o poca pazienza.
Venerdì 21 marzo
Leggi Mc 7,1-30
Per la meditazione
La donna pagana e sua figlia (7,24-30)
S.F.
“Non è bello prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”, dice Gesù, mettendo alla
prova la fede della donna. Essa invece risponde che è bello per i cagnolini prendere almeno le briciole del pane dei figli.
Questo suo atteggiamento libera la potenza del Signore che le dice: “Per questa parola,
va’: il demonio è uscito da tua figlia”. È una parola di umiltà e di fiducia che, senza scoraggiarsi, riconosce la propria miseria e la misericordia del Padre.
Il presente racconto è tutto sul pane dei figli. Sciupato da questi, è raccolto dai cagnolini.
Fuori immagine, dice il motivo per cui la salvezza passa da Israele, il popolo dei figli, ai
pagani, chiamati “cani”. Nessuno può salvarsi da sé con la sua bravura umana o religiosa.
La salvezza è l’amore; ma nessuno può amarsi da sé. È sempre grazia dell’altro.
Il pane (=la vita) del figlio è l’amore gratuito del Padre. Chi, come Israele, vecchio o nuovo
che sia, pensa gli spetti di diritto o per dovere, non lo incontrerà mai. Il pagano invece,
che si ritiene escluso, è in grado di capire che è dono. […] Noi, i duri di cuore, ci convertiremo quando accetteremo il pane dei figli come peccatori indegni, e lo condivideremo
con tutti i fratelli, senza discriminazioni.
È interessante notare che l’esorcismo è compiuto in assenza di Gesù. Riflette la situazione della Chiesa dopo pasqua, nella quale ormai la sua presenza è riconosciuta dalla
fede nel pane. […]
Gesù è chiamato per la prima e unica volta “Signore”. Sarà pure un altro pagano a proclamarlo Figlio di Dio (15,39). Non riconosciuto dai suoi, lo è solo dai lontani, che non
accampano diritti. Infatti è amore e, come tale, gratuito e senza condizioni. Chi crede di
meritarlo, non lo può ricevere. Ciò che è meritato non è né senza condizioni, né gratuito,
né amore.
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Discepolo è colui che, giudeo o meno, esprime la parola di fede in questo pane dei figli,
dato non per merito, ma per pura grazia di Cristo. La fede altro non è che il passaggio,
nel nostro rapporto col Signore, dall’economia dello stipendio a quella del dono.
Per la preghiera
Essere amati dal Signore è senza dubbio una delle grandi esperienze che ha scaldato e
cambiato i cuori più duri. Nessuna logica di mercato può entrare in questa esperienza:
più uno ama senza condizioni più scopre di essere amato.
Soffermati sul tuo amore per il Signore, fatto di parole, di gesti, di confidenze… Soffermati sull’amore che il Signore ha per te, fatto di doni, persone, sguardi, perdono… Arricchisci questo momenti di preghiera ricordando tutto ciò che il Signore fa per te.
L’esame di coscienza
Riprendi le pagine 20-21 del primo libretto per lo schema dell’esame di coscienza.
La donna pagana ci guida questa sera nella preghiera, maestra nel saper riconoscere la
gratuità nella sua vita. Prendi in esame sempre il tuo rapporto con gli altri: osserva con
attenzione le relazioni più importanti della tua vita: cosa le alimenta? La logica del dono
gratuito oppure quella del mercato (io do e mi aspetto che…)? Quanto sai donarti con
gratuità, senza timori?
Sabato 22 marzo
Leggi Mc 7,31-37
Per la meditazione
La guarigione di un sordomunto (7,31-37)
B.M.
Il breve racconto della guarigione di un sordomuto è in apparenza simile a tanti altri.
Uno sguardo attento, però, scopre tratti che lo differenziano e gli imprimono una fisionomia particolare.
Chiedono a Gesù di “imporre le mami” al malato (sordomuto), ed Egli gli pone le “dita
nelle orecchie” e gli “tocca la lingua con la saliva”: sono tratti che appartengono al rituale
religioso popolare e pagano. Ma accanto a questi tratti che inseriscono Gesù nei costumi
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del suo tempo, ce ne sono altri che lo distanziano: lo sguardo rivolto al cielo, il divieto di
parlare del miracolo, la reazione della folla.
Prima però di esaminare questi tratti caratteristici vale la pena di osservare l’annotazione geografica che introduce l’episodio: Gesù si trova nel territorio della Decapoli, cioè
in una regione pagana. Il racconto acquista in tal modo un significato di universalità. Il
miracolo è in favore di una persona che secondo la concezione del tempo avrebbe dovuto essere esclusa, o per lo meno raggiunta solo in un secondo momento: prima gli
ebrei, poi i pagani.
L’evangelista ci fa comprendere che il “prima” e il “poi” appartengono alla grettezza
dell’uomo, non all’amore di Dio.
Lo sguardo rivolto al cielo – lo stesso gesto che Gesù ha compiuto alla moltiplicazione
dei pani – indica la preghiera. Alle volte Gesù compie miracoli con l’autorità della sua
Parola, per così dire a nome proprio, dimostrando in tal modo di non essere semplicemente un profeta di Dio, ma Dio egli stesso. Alle volte invece, come nel nostro caso, Gesù
ricorre alla preghiera, per insegnarci che la salvezza è un puro dono della grazia di Dio:
un dono da chiedere, non da pretendere.
Il comando di non divulgare il fatto è un tratto che ci è già noto. In modo esplicito è
presente in quattro miracoli: la guarigione del lebbroso (1,44), la risurrezione della figlia
di Giairo (5,43), la guarigione del sordomuto (7,36), la guarigione del cieco di Betsaida
(8,36). Sono quattro racconti che illustrano le ragioni che Gesù porta a conferma della
sua messianicità (come si legge in Matteo 11,2): “Andate a dire a Giovanni ciò che voi
udite e vedete: i ciechi recuperano la vista, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano
l’udito, i morti resuscitano...”. Raccontandoci questi episodi e ricordandoci nel contempo che Gesù non voleva che se ne parlasse pubblicamente, l’evangelista ci insegna
due cose: la prima è che il tempo messianico è arrivato; la seconda è che per intendere
nel giusto modo la vera natura della messianicità di Cristo non bastano i miracoli, occorre
attendere la sua passione e la sua Croce. Tutte cose che già sappiamo, ma che il vangelo
non si stanca di ripetere, e così anche noi.
Ma i fatti parlano da soli, e più Gesù vuole che rimangano segreti e più si diffondono. La
reazione della folla è di immenso stupore: l’espressione greca parla di meraviglia molto
intensa che non troviamo in nessun’altra parte del vangelo. Una meraviglia che non nasce unicamente da questo episodio particolare, ma si direbbe dall’intera azione di Gesù:
“Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti”. Queste parole della folla –
che sono un vero e proprio giudizio sull’intero operato di Cristo – sono una citazione del
profeta Isaia (35,3-6): “Dite agli scoraggiati: coraggio, non abbiate paura, ecco il vostro
Dio. Egli viene a salvarvi; si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei
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sordi, lo zoppo salterà come un cervo e la lingua del muto griderà di gioia”. La folla riconosce dunque nel miracolo il segno che le profezie si sono compiute. Gesù è il salvatore
atteso. […]
Sin qui abbiamo letto il brano in se stesso, attenti a tutti quei particolari che lo differenziano dagli altri racconti. Ma se vogliamo comprendere più a fondo l’intenzione
dell’evangelista, dobbiamo rileggerlo nel suo contesto più ampio. Nella sezione che va
da 6,30 a 8,26 Marco ha radunato molte parole e molti gesti di Gesù, tenuti insieme da
un filo conduttore: l’incomprensione dei discepoli. Dopo la prima moltiplicazione dei
pani e il cammino di Gesù sulle acque, l’evangelista annota: “Non avevano capito il fatto
dei pani, essendo il loro cuore indurito” (6,41). A conclusione dell’ampio dibattito sulla
legge, Gesù rimprovera i suoi discepoli così: “Siete anche voi privi di intelletto? Non capite?” (7,18). Ancora più forte, infine, sarà il rimprovero dopo la seconda moltiplicazione
dei pani: “Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non
vedete, avete orecchie e non udite?” (8,17-18).
Dunque il discepolo è sordo e cieco. Non si apre alla parola del Maestro. Assomiglia a
quelli di “fuori”, che “hanno occhi e non vedono e hanno orecchie e non odono” (4,12).
Inserito in questa tematica molto cara all’evangelista, il nostro episodio acquista un
senso preciso: i discepoli sono “sordi”, e qui un sordo viene guarito. Il discepolo ricordi
che per aprirsi alla Parola che lo salva non c’è che una possibilità: chiedere umilmente
che Cristo compia il miracolo.
Per la preghiera
“Il discepolo è sordo e cieco”: forse queste parole del commento ci stupiscono o forse ti
fanno fare un mezzo sorriso come a dire “ecco, sono io!”. Il Signore non perde occasione
per condurci per mano dove lui vuole. E la soluzione è “semplice” per certi aspetti: chiedere al buon Dio che compia anche su di noi il miracolo!
Riconosci davanti al Signore quali sono le tue sordità e le tue cecità. E con più forza chiedi
a lui di poterti guarire, perché desideri gustare la gioia di poter ascoltare la sua voce e
vedere il suo volto.
L’esame di coscienza
Riprendi le pagine 20-21 del primo libretto per lo schema dell’esame di coscienza.
Continua “il lavoro” di ieri sera, perché scoprendo le gratuità che riempiono la tua giornata tu possa stupirti come i pagani del vangelo di oggi.
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Domenica 23 marzo
La domenica, giorno del Signore, è dedicata alla Santa Messa, al riposo e al recupero del cammino.
Lunedì 24 marzo
Leggi Mc 8
Ricorda i passi da fare ogni giorno:
• leggere la parte di Vangelo indicata;
• meditare e pregare con il brano proposto;
• alla sera, fare l’esame di coscienza proposto e completare lo schema di pag. 27.
Per la meditazione
Professione di Pietro e primo annuncio della passione (8,27-38)
A.G.
Nella seconda grande sezione del Vangelo di Marco (8,27-10,52) Gesù è in cammino
verso Gerusalemme. Ora non è più il guaritore che compie grandi prodigi, ma il maestro
che istruisce i discepoli. E li ammaestra sul proprio destino e sul proprio mistero personale, ma anche sul loro cammino di sequela. L’intera sezione è articolata in tre annunci
della sua passione e risurrezione.
Marco ha legato il primo annuncio della Passione alla professione di fede nel Messia da
parte di Pietro (8,27-30). Con ciò vuole mostrare in che modo dobbiamo intendere il
carattere messianico di Gesù. […] Gesù deve soffrire molto (8,31). Riferendoci a Is 53,4,
potremmo anche tradurre: egli deve sopportare tutto. È volontà di Dio che egli, in nome
degli uomini, porti su di sé il loro destino e, così facendo, lo risani. […] Che Gesù debba
soffrire molto è espressione del proposito di salvezza di Dio. Che egli venga disprezzato
è scritto nel destino preparatogli dagli uomini. Gesù realizza il desiderio del popolo
ebraico secondo cui: “sorgerà un tempo un servo di Dio che porterà la nostra malattia e
le nostre sofferenze su di sé e dalle cui ferite noi saremo guariti” (cfr Is 53,1-12). […]
(In occasione della prima profezia), Pietro rimprovera duramente Gesù. Egli intende distoglierlo dal suo cammino di passione. Marco indica tanto la reazione di Pietro quanto
quella di Gesù come un epitimàn, cioè uno “sgridare duramente, rimproverare, rinfacciare, tentare seriamente di persuadere, redarguire”. Pietro pensa secondo gli uomini.
Non ha alcuna idea della volontà di Dio. Perciò Gesù lo definisce un Satana che deve
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allontanarsi da lui. Ora, ai suoi discepoli, ma anche a tutti quelli che vogliono seguirlo
Gesù insegna la serietà della sequela: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se
stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà” (8,34s). Gli
esegeti hanno interpretato variamente queste parole di Gesù. La spiegazione che mi
sembra più plausibile afferma che rinnegare e professare vanno di pari passo. Rinnegare
se stesso significa allora prendere le distanze dai propri interessi, professare non se
stessi, ma Dio che è totalmente diverso dalle nostre rappresentazioni che ci facciamo di
lui. […] Solo chi dice no alla propria immagine di sé, chi si oppone a quell’io che gira
soltanto intorno a se stesso, è capace di professare totalmente la fede nel Dio di Gesù.
[…]
Ciò costituisce l’interpretazione delle parole successive: chi professa la propria fede in
Dio guadagna la propria vita. Chi, invece, mette al centro i propri bisogni e le proprie
illusioni che si fa di se stesso e della sua vita, la perde. Questo è il modo in cui Gesù
interpreta la via di sequela dei suoi discepoli, nella prospettiva della croce. Là si decide
se restiamo legati a noi e alla nostra immagine di noi stessi e di Dio, o se ci lasciamo
coinvolgere dal Dio di Gesù Cristo che ci dona la vera vita non appena ci lasciamo alle
spalle quella superficiale.
Per la preghiera
Rinnegare se stessi, prendere la propria croce e seguire Gesù, perdere la vita, salvare la
vita… Sbaglio o questo cammino ha preso decisamente un altro passo? Queste parole e
ciò che evocano fa sembrare una passeggiata quanto abbiamo fatto fino ad ora .
Senza la fretta di voler comprendere tutto e di avere forza e coraggio che sembrano necessari, lascia che questa parola di Gesù possa scendere nel cuore, passando dalla
mente: leggi e rileggi ancora, annotando sul tuo quaderno spirituale domande, dubbi,
riflessioni, intuizioni… Parlane con un prete di fiducia.
L’esame di coscienza
Ricorda le pagine 20-21 del primo libretto per lo schema dell’esame di coscienza: spero
che sia diventato un po’ automatico .
Continuiamo anche per questa settimana sul rapporto con gli altri.
Il vangelo di oggi suggerisce un nuovo sguardo, un po’ originale, da avere nelle relazioni
più speciali della nostra vita: in che modo entra Dio in queste relazioni? Gesù rimprovera
Pietro perché l’amore che ha per lui sta prendendo una piega sbagliata: sta vincendo lo
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sguardo di Pietro, le sue idee, le sue preoccupazioni, le sue paure, i suoi egoismi; e questo sta rovinando un’amicizia preziosissima!
Con calma “prendi in mano” ogni tua relazione speciale; ci vorrà del tempo ma ne vale
la pena (occuperà altre due sere; se ti serve altro tempo puoi sempre ritagliartelo ).
Cosa significa per te concretamente amare questa persona?
Quando preghi per questa persona speciale chiedi che sia fatta la tua volontà o quella di
Dio?
Hai mai provato ad immaginare come Gesù guarderebbe questa persona? Tu hai mai
provato a guardarla allo stesso modo?
Martedì 25 marzo
Leggi Mc 9,1-13
Per la meditazione
La voce dal cielo (9,2-13)
B.M.
Dopo la gente che ritiene Gesù un profeta, e il discepolo che lo definisce Messia e Gesù
stesso che parla del Figlio dell’uomo che deve essere crocifisso, ecco la voce del Padre
che dà di Gesù la definizione ultima: “Questi è il Figlio mio, il Diletto, ascoltatelo”. E dopo
il racconto dello scontro tra Pietro e Gesù sulla via della Croce, ecco l’episodio della trasfigurazione, che è la rivelazione del significato profondo che la Croce nasconde.
La nube, la voce celeste, la presenza di Elia e Mosè sembrano evocare la teofania sul
Sinai: Gesù è il nuovo Mosè e in Lui giungono a compimento le attese, la legge e la profezia. La gente e lo stesso discepolo rifiutano Gesù crocifisso, ma le Scritture gli danno
ragione. E il trasfigurarsi della persona e le vesti candide sembrano evocare il Figlio
dell’uomo del profeta Daniele (Dn7,9.13) e anticipano la risurrezione. Dunque, questo
uomo incamminato verso la Croce è in realtà il Signore glorioso.
Pietro non ha compreso la rivelazione della Croce e la sua reazione è stata rimproverata,
e qui sembra essere rimproverata anche la sua reazione di fronte alla trasfigurazione (v.
6). E questo – probabilmente – perché non capisce che la “gloria” di Gesù che ora vede
è solo un anticipo, una prefigurazione: la via da percorrere continua ad essere la Croce.
La trasfigurazione non è il segno – né per Gesù né per i discepoli – che la via della Croce
è terminata: al contrario. Da qui in avanti la narrazione evangelica non avrà più di questi
momenti: scorrerà dritta – e senza luci particolari – verso la Croce.
La voce celeste ripete quanto già solennemente affermato al battesimo (1,11). La filiazione divina di Gesù è affermata in un momento di “gloria”, ma si tratta di una gloria che
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è funzionale al discorso della Croce. “Ascoltatelo”: l’atteggiamento di ascolto è la logica
conseguenza di quanto affermato. Colui che – incamminato verso la Croce – sarà da tutti
abbandonato (e già ora è rifiutato da molti), è in realtà il Figlio da ascoltare.
Nei confronti di tutti i gesti che mostrano la “potenza e la gloria” di Gesù, i miracoli, gli
esorcismi, la stessa trasfigurazione, c’è l’invito al segreto: bisogna parlarne a discorso
finito (dopo la risurrezione), quando tutti gli aspetti saranno chiariti, non prima. […]
Per la preghiera
Un altro tassello che Gesù svela a pochi amici speciali - e a noi - che va ad unirsi agli altri
raccolti in questo cammino: lui è davvero il Figlio di Dio! Ma questo “quadro” di potenza
e gloria non è l’immagine definitiva di Gesù… c’è ancora da affrontare la Passione e la
Croce. Però questo è stato un momento prezioso, per ricordare ai suoi amici e a noi che
Gesù, vero Figlio di Dio, vivrà fino in fondo l’esperienza dell’amore gratuito e totale per
gli uomini.
Conserva anche tu nel cuore, come Pietro e i suoi amici, il volto splendente di Gesù così
innamorato dell’uomo da spogliarsi di tutto per abbracciare la croce.
Rileggi questo brano di vangelo davanti al Crocifisso, perché quelle parole nutrano il tuo
cuore e i tuoi occhi per poter entrare più profondamente nel mistero dell’amore di Dio.
L’esame di coscienza
Continua anche questa sera il lavoro sulle relazioni speciali della tua vita proposto ieri.
Mercoledì 26 marzo
Leggi Mc 9,14-50
Per la meditazione
Il fanciullo indemoniato (9,14-29)
B.M.
Marco racconta un terzo esorcismo subito dopo la trasfigurazione. La composizione di
questo racconto si sviluppa in tre tempi: l’incontro di Gesù con la folla e il primo dialogo
con il padre del ragazzo (vv.14-19), la presentazione del malato e il secondo dialogo di
Gesù con il padre (vv. 20-24), l’esorcismo e il dialogo di Gesù con i discepoli (vv.25-29).
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Il canovaccio stereotipo degli esorcismi è ancora visibile, ma si direbbe che abbia ormai
perso ogni valore. La struttura della narrazione mostra che non è l’esorcismo che interessa all’evangelista, ma il duplice dialogo (tra Gesù e il padre, fra Gesù e i discepoli) che
percorre l’intero racconto.
Mentre Gesù era assente, i discepoli hanno tentato di guarire un ragazzo “posseduto da
uno spirito muto”, ma senza riuscirvi. La descrizione che il padre fa del ragazzo mostra
che si tratta probabilmente di un epilettico. Marco non sfugge all’opinione del tempo
che pensava Satana all’origine di molte malattie, specialmente quelle le cui manifestazioni davano l’impressione che l’uomo non fosse padrone di se stesso.
Mentre i discepoli, gli scribi e la folla stavano ancora discutendo, ecco che compare
Gesù. Il padre del ragazzo interviene, spiegando: “Ho chiesto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non hanno potuto”. Di qui prende l’avvio il duplice dialogo di Gesù, scandito
da tre affermazioni riguardanti la fede (vv.19.23.29).
Il vero tema del racconto è appunto la fede, da considerare però in rapporto alla salvezza
intesa nella sua radice, cioè come liberazione dal demonio, e in rapporto ai discepoli che
nel tempo della Chiesa devono continuare l’azione salvifica del Maestro.
I due versetti conclusivi (vv.28-29) imprimono all’episodio un’esplicita dimensione ecclesiale: sono un insegnamento pastorale dato alla comunità con evidente riferimento
agli esorcismi che vi si praticano.
Ai discepoli che gli chiedono il motivo della loro impotenza (domanda che anche il lettore si pone ricordando che Gesù ha dato ai dodici il potere di scacciare i demoni), Gesù
ricorda la preghiera, così come prima li aveva rimproverati per la loro mancanza di fede,
soggiungendo che, “ogni cosa è possibile a chi crede” (v.23).
La fede è l’unica strada per vincere Satana, perché la vittoria sui demoni appartiene a
Dio e non agli uomini: l’uomo può soltanto farla propria nella fede e nell’obbedienza.
Ecco perché l’esorcista deve ricorrere alla preghiera: non deve fare affidamento su se
stesso, sui propri poteri, ma sulla potenza di Dio. E la preghiera è appunto questo: distogliere completamente lo sguardo dall’uomo per rivolgerlo a Dio e riconoscere che la potenza appartiene a Dio solo. La tirannia di Satana perde vigore ed è irrimediabilmente
sconfitta là dove incontra l’obbedienza e la fede, ritrova invece tutta la sua forza quando
l’uomo fa affidamento su di sé.
Per la preghiera
Gesù oggi dà una preziosa indicazione sulla preghiera: affidamento completo nelle mani
potenti di Dio.
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La preghiera quindi non è un atto della mente che riflette, pensa, medita, immagina,
comunica… ma un atto della persona che si affida, riconosce le proprie debolezze, invoca
la potente misericordia di Dio e si schiera dalla sua parte contro le potenze e gli inganni
del male.
Nella preghiera del Padre nostro chiediamo di essere resi forti nella tentazione e di essere
liberati dal male. Riprendi con attenzione questo passaggio del Padre nostro, perché queste parole che Gesù stesso ha usato e ha insegnato ti rendano più bisognoso della misericordia di Dio.
L’esame di coscienza
Questa sera ti fermerai su un nuovo aspetto del rapporto con gli altri: la sincerità o autenticità, cioè essere veramente se stessi senza fingere, senza ingannare.
La fiducia, che sta alla base di un rapporto di amicizia, richiede autenticità. E più questa
fiducia si radica, più quel rapporto diventerà vero, profondo e intenso.
Lascia che il Signore illumini questo tuo aspetto, scacciando ogni tenebra d’inganno, perché tu possa prenderti cura delle relazioni buone che rendono ricca la tua vita.
Giovedì 27 marzo
Leggi Mc 10,1-16
Per la meditazione
Matrimonio e divorzio (10,2-12)
B.M.
Nel capitolo 10 del suo vangelo, Marco cerca, da una parte, di chiarire ulteriormente il
concetto di sequela […] e, dall’altra, di applicarla a tre situazioni concrete: il matrimonio,
la ricchezza e l’autorità.
Nel giudaismo del tempo di Gesù la liceità del ripudio era fuori discussione, anche se in
vasti ambienti il matrimonio monogamico e una durevole comunione di vita erano considerati un ideale elevato. Si discuteva però sui motivi. La scuola di Hillel, più permissiva,
considerava motivo valido per il ripudio qualsiasi cosa sgradita al marito. Bastava il fatto
che il marito si innamorasse di un’altra donna. La scuola di Schammai, invece, interpretava Dt 24,1-4 in senso più stretto: motivo valido era qualcosa di vergognoso della moglie, in pratica l’adulterio. È in questo contesto culturale e religioso che si colloca la disputa di Gesù con i farisei. Qualcuno pensa di porre la questione a Gesù “per tentarlo”:
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come si deve interpretare il passo del Deuteronomio? Leggerlo in senso largo o in senso
stretto? Come tutte le altre volte in cui è coinvolto in un dibattito, Gesù supera il termine
angusto in cui gli uomini pongono il problema. Non si dichiara per nessuna delle due
scuole teologiche del tempo. E alla citazione dei farisei (Dt 24,1) oppone un’altra citazione (Gn1,27; 2,24), mostrando che non basta citare un passo della Scrittura: occorre
discernere, nelle stesse Scritture, l’intenzione di Dio e il tributo pagato alla durezza di
cuore degli uomini. Anche la Scrittura richiede un discernimento. Per Gesù l’intenzione
profonda a cui il matrimonio deve rifarsi è la stabilità, l’alleanza (“una carne sola”,
“l’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto”).
Dunque Gesù considera il matrimonio a partire dal progetto di Dio. Radicalizzando l’indissolubilità del matrimonio, Gesù non pensa di introdurre una novità nel matrimonio,
bensì di recuperare una dimensione già presente dall’inizio. È importante. La stabilità
dell’alleanza matrimoniale fa parte del disegno della creazione. Gesù non sovrappone al
matrimonio qualcosa che prima non c’era, ma più semplicemente scorge con occhi penetranti una dimensione presente da sempre. L’indissolubilità del matrimonio è un’esigenza iscritta nella natura stessa dell’amore. È struttura antropologica, non un di più che
appartiene semplicemente alla novità cristiana. Tuttavia dalle parole di Gesù traspare
anche la consapevolezza che questo dato di creazione non è leggibile con qualsiasi occhio. “Per la durezza del vostro cuore Mosè scrisse per voi questa norma”: la durezza del
cuore impedisce di cogliere il disegno creativo di Dio. La durezza di cuore non è un’arretratezza culturale, o nella civiltà, ma piuttosto un’indisponibilità interiore, un’incapacità
a correre il rischio del completo dono di sé, che è la nota essenziale dell’amore di Dio e
dell’uomo.
Può sembrare sorprendente e riduttivo che il vangelo di Marco si occupi del matrimonio
soltanto in questo caso, a proposito dell’indissolubilità. Ma in realtà l’indissolubilità –
intesa, ovviamente, nel suo senso positivo di solidarietà radicale e di alleanza divina – è
il cuore dell’esperienza matrimoniale: non solo perché è il punto forte in cui traspare
con esemplare chiarezza la verità del progetto creazionale, ma anche perché costituisce
la formula specifica, concreta, della sequela di chi vive il matrimonio. È questo un concetto importante che si ricava soprattutto dal contesto in cui Marco ha collocato il dibattito con i farisei. L’evangelista sottolinea ripetutamente che la logica profonda che guida
la via messianica di Gesù è il completo dono di sé, la fedeltà definitiva, la solidarietà più
forte del tradimento che subisce. È questa la logica della Croce, ma è anche la logica che
si vive nell’indissolubilità matrimoniale. La fedeltà nuziale, perciò, in quanto solidarietà
definitiva e completo dono di sé, è per gli sposati il luogo storico, concreto, in cui attuare
la sequela di Gesù.
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Per la preghiera
Gesù mostra con la sua vita – oltre che con le sue parole - che il “per sempre” dell’amore
è una speciale caratteristica dell’amore di Dio per l’uomo. Da sempre Dio ci ama e per
sempre egli ci amerà. Non esiste fattore interno o esterno che può cambiare questa verità.
Ancora una volta mettiti davanti al Crocifisso o davanti a Gesù Eucarestia e “guarda”
questo suo amore indissolubile per te. Lascia che dal tuo cuore nascano sentimenti e
pensieri di gratitudine, stupore, gioia.
L’esame di coscienza
Anche questa sera continua con l’esame di coscienza sull’autenticità delle tue relazioni,
su ciò che ostacola la verità, la fiducia, la purezza.
Venerdì 28 marzo
Leggi Mc 10,17-31
Per la meditazione
Del significato della ricchezza (10,17-31)
A.G.
A quel tempo, tra i discepoli, la storia del giovane ricco suscitò una certa paura. Essa,
anche per molti lettori odierni, è una pietra di scandalo, poiché sembra esigere da noi la
vendita di tutto ciò che possediamo per poter seguire Gesù. Marco, tuttavia, con questo
racconto, non vuole erigere alcuna norma su quanto possiamo possedere e cosa dobbiamo vendere. Piuttosto desidera mostrare, nell’incontro di un giovane con Gesù, in
che modo i discepoli debbono liberarsi interiormente, sulla via della sequela, da ogni
attaccamento. Il giovane uomo vive correttamente. Compie tutti i comandamenti. Gesù
osserva questo giovane e gli si affeziona. Riconosce che questi è chiamato a qualcosa di
ancora diverso rispetto alla semplice osservanza dei comandamenti di Dio. “Una cosa
sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi
vieni e seguimi” (10,21). Gesù avverte che in questo giovane c’è qualcosa di più che egli
vorrebbe far emergere. Con la sua sfida egli desidera stimolarlo.
La vendita di ciò che si ha non è una norma per tutti quelli che vogliono seguire Gesù.
Gesù vuole piuttosto chiamare quest’uomo a seguire la via su cui egli può realizzare le
sue vere possibilità e capacità. Il ricco sarebbe veramente libero se vendesse quello che
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ha. Per altri che seguono Gesù non è il possesso ciò da cui devono separarsi, ma, magari,
il proprio successo, l’immagine che hanno di Dio e di se stessi, le idee che si sono fatti
della vita, le loro abitudini, le loro relazioni. Chi legge questa storia dell’incontro tra Gesù
e il giovane deve farsi guardare da Gesù. Se, con tutto quel che possiedo, arrivo a Gesù
e gli offro il mio cuore, riconoscerò che cosa mi impedisce di vivere. A che cosa mi aggrappo? Talvolta è un modello di vita a cui mi attengo nonostante sia per me certamente
dannoso, poiché almeno so quel che ho. Se lo lasciassi non saprei cosa viene. Ciò che è
sconosciuto fa paura. Eppure la paura mi lega e m’impedisce di essere libero. Nel giovane ricco la paura era più grande del desiderio di vita eterna, di vita vera. Perciò egli si
allontana tristemente. Questa storia vuole esortarmi a non andarmene via triste, ma a
sciogliermi da quel che mi lega. Allora, nella sequela di Gesù, sperimenterò la libertà e
l’apertura.
Sebbene i discepoli di Gesù non fossero molto ricchi, essi sono sgomenti per la sua affermazione secondo cui coloro che molto possiedono difficilmente sarebbero entrati nel
Regno dei cieli. Al loro sgomento Gesù reagisce provocandoli ancora di più: “È più facile
che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno di Dio” (10,25).
Con queste parole scioccanti Gesù non vuole maledire la ricchezza in sé, poiché essa di
per sé non è cattiva. […] Il rischio però che la ricchezza porta in sé è d’identificarci con
essa e di nasconderci dietro di essa. […] Possiamo [arrivare a] compensare la nostra mancanza di autostima accumulando quante più possibili proprietà. […] Il possesso può renderci posseduti. Veniamo allora determinati dalla brama di arraffare sempre di più. Non
riusciamo mai ad averne abbastanza. Chi è a tal punto determinato dalla ricchezza, è
incapace di giungere al Regno di Dio. Egli, infatti, si rifiuta di farsi determinare da Dio,
ma rende omaggio a un altro padrone.
Quando i discepoli si spaventano di quest’atteggiamento radicale che Gesù ha nei confronti della ricchezza, egli mostra loro un’altra via: “Impossibile presso gli uomini, ma
non presso Dio! Perché tutto è possibile a Dio!” (10,27). Dio sa persino raggiungere in
extremis il cuore del ricco e aprirlo al Regno di Dio. Anche chi si lega a ciò che possiede
può, grazie a un’esperienza sconvolgente, liberarsi improvvisamente del suo legame.
Tutto a un tratto scopre che vi sono anche altri valori, che lo scopo della sua vita non sta
nella ricchezza, ma nell’entrare nel regno di Dio, nel venire determinati e formati da Lui.
Per la preghiera
Il nostro cuore è fatto per donarsi tutto, per legarsi, per sperimentare la bellezza
dell’amore. Questa sua capacità viene però attaccata dalla ricchezza, che cerca legami
che opprimono, che rendono schiavi, e non legami che rendono liberi.
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Nella preghiera di oggi chiedi al Signore il dono di un cuore libero, capace di donarsi
totalmente per amore e forte contro tutti quei legami che promettono gioia ma che rendono solo schiavi.
L’esame di coscienza
Oggi e domani sono gli ultimi due giorni dedicati al rapporto con gli altri. Introduciamo
un ultimo aspetto, prendendo spunto proprio da questo vangelo di oggi: il coraggio di
donarsi senza attendersi nulla.
Anche nella tua vita ci sono legami preziosi in cui sperimenti la bellezza dello spendersi
“senza misura” e altri legami che invece senti stretti, perché ti viene chiesto troppo oppure che vivi in modo sbagliato e che ti legano.
Lascia che sia Gesù a guardare dentro di te come con il giovane ricco, lascia che sia lui a
gioire nel vederti generoso nello spenderti per gli altri senza misura e che sia lui a sanare
quei legami sbagliati.
Sabato 29 marzo
Leggi Mc 10,32-52
Per la meditazione
Venuto non per essere servito ma per servire (10,32-45)
B.M.
Il terzo annuncio della Croce e della risurrezione (vv.32-34) è molto più particolareggiato
dei due precedenti: è un vero e proprio riassunto del racconto della passione, di cui
elenca tutte le sequenze e i personaggi.
Fedele al modulo letterario dei due primi annunci della passione (cf.8,31ss.;9,31ss.),
Marco riporta un episodio che rivela, ancora una volta, l’incomprensione dei discepoli.
La replica di Gesù si rivolge dapprima ai soli Giacomo e Giovanni, indicando loro ciò di
cui debbono veramente preoccuparsi: non di sedere alla sua destra o alla sua sinistra,
ma di bere il suo “calice” e di condividere il suo “battesimo”. In altre parole, la vera
preoccupazione dei discepoli deve essere quella di seguire Gesù nella sua donazione,
non altro. Ma poi lo sguardo di Gesù abbraccia tutto il gruppo dei discepoli: “Chiamatili
a sé, disse loro”. Probabilmente qui Marco riporta alcune parole di Gesù che si occupano
anzitutto dell’esercizio dell’autorità nella comunità. L’autorità deve essere intesa come
un servizio, non come un dominio. Per far comprendere il suo pensiero Gesù si serve di
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due confronti, uno negativo e uno positivo: l’autorità del discepolo deve, nel suo esercizio, distanziarsi da quella mondana (“fra voi però non sia così”), e deve conformarsi al
comportamento del Figlio dell’uomo (v.45).
Ma l’affermazione di Gesù (“Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per
servire e dare la vita in riscatto di moltitudini”) va oltre l’ambito dell’autorità. In queste
lapidarie parole di Gesù sono racchiuse almeno quattro avvertenze che direttamente ci
interessano.
La prima è che servire è una dimensione dell’intera esistenza (questo è il senso di “venuto per”), non un frammento del nostro tempo o del nostro agire. E questo perché
servire tocca la persona, non semplicemente le sue azioni e le sue cose. Servire è un
modo di esistere, uno stile che nasce dal profondo di se stessi. E’ a questa profondità
(cioè nel proprio modo di pensare e di ragionare più che di fare) che ci si deve costantemente interrogare, se davvero si vuole imparare a servire. La seconda avvertenza è che
lo stile del servizio si oppone nettamente (nelle parole di Gesù c’è un ma) alla logica del
farsi servire. Le due logiche non riescono a convivere, e tentare di farlo è pura illusione:
l’una prevarrà sempre sull’altra. Per il vangelo se un uomo è egoista, lo è dappertutto,
nella vita privata come nella vita pubblica. Questo significa che non si possono vivere
alcuni spazi come servizio e altri come ricerca di sé. Lo stile – che è sempre, ripetiamolo,
un modo di essere prima che di fare – accompagna la persona ovunque. Se ciò non avviene, significa che il servizio non è ancora diventato una qualità della vita: è qualcosa
di posticcio, di fragile, non qualcosa che ha modificato il centro della persona. La terza
avvertenza è che servire significa in concreto vivere sentendosi responsabili degli altri.
E’ il significato della parola “riscatto”, che allude alla solidarietà fra parenti stretti;
quando tuo fratello è in difficoltà, di qualsiasi difficoltà si tratti, non puoi far finta di nulla:
ciò che gli è successo ti riguarda. Così si deve vivere.
La quarta avvertenza è forse la più importante: il vero servizio non raggiunge soltanto i
bisogni, ma accoglie la persona. Si può essere efficienti per quanto riguarda i bisogni,
trascurando poi del tutto le persone. Per Gesù le “moltitudini”, per le quali dona la vita,
sono persone, volti, non masse anonime, né semplicemente problemi da risolvere. Fra
le opere buone che Gesù elenca nella grande parabola del giudizio (Mt 25), non si parla
soltanto di dare il pane all’affamato e il vestito a chi è nudo, ma anche di ospitare lo
straniero e di visitare gli ammalati e i carcerati.
A conclusione, un’ultima annotazione: questa rivelazione di Gesù su se stesso riassume
e chiarifica le altre due sue affermazioni sul significato concreto della via della Croce per
i discepoli. Nella prima Gesù afferma che seguirlo sulla strada della Croce significa dare
la vita per la sua causa e per il vangelo (8,35), nella seconda che occorre farsi ultimi e
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servi (9,35), e qui, nella terza affermazione, dove egli parla di se stesso, che occorre servire e dare la vita, esattamente come Lui stesso sta facendo.
Per la preghiera
Dio si fa servo dell’uomo per amore: questo è l’annuncio sconvolgente che scuote da
duemila anni questo nostro mondo. La nostra capacità di amare e servire nasce dalla
forza che solo l’amore di Dio per noi può trasmetterci: sperimentare di essere amato
intensamente da Dio spinge il nostro cuore ad amare con la stessa misura e intensità.
Mettiti ancora una volta in ascolto della tua vita, delle tue giornate, delle esperienze
intense in cui hai avvertito chiaramente che Dio ti ama e in quelle in cui l’hai intuito anche
se solo per pochi istanti. Ringrazia il buon Dio per questo suo amore; chiedigli che possa
fissare per sempre nella tua mente e nel tuo cuore questi momenti e chiedigli di poterli
sperimentare ancora.
L’esame di coscienza
Concludi la giornata continuando a riflettere sulla tua capacità di donarti gratuitamente
agli altri, di essere servo per amore e su quei legami che invece sono ancora da sanare.
Domenica 30 marzo
La domenica, giorno del Signore, è dedicata alla Santa Messa, al riposo e al recupero del cammino.
26
 vangelo
 vangelo
 vangelo
 vangelo
 vangelo
 vangelo
 Messa
 vangelo
 vangelo
 vangelo
 vangelo
 vangelo
 vangelo
 Messa
Lunedì 17
Martedì 18
Mercoledì 19
Giovedì 20
Venerdì 21
Sabato 22
Domenica 23
Lunedì 24
Martedì 25
Mercoledì 26
Giovedì 27
Venerdì 28
Sabato 29
Domenica 30
 fioretto
 meditazione e preghiera
 meditazione e preghiera
 meditazione e preghiera
 meditazione e preghiera
 meditazione e preghiera
 meditazione e preghiera
 fioretto
 meditazione e preghiera
 meditazione e preghiera
 meditazione e preghiera
 meditazione e preghiera
 meditazione e preghiera
 meditazione e preghiera
 esame di coscienza
 esame di coscienza
 esame di coscienza
 esame di coscienza
 esame di coscienza
 esame di coscienza
 esame di coscienza
 esame di coscienza
 esame di coscienza
 esame di coscienza
 esame di coscienza
 esame di coscienza
 fioretto
 fioretto
 fioretto
 fioretto
 fioretto
 fioretto
 fioretto
 fioretto
 fioretto
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Schema per la verifica del cammino
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presi per mano - Oratorio San Giovanni Bosco