CARMEN SUITE Alberto Alonso IL CAMPANELLO Gaetano Donizetti INDICE Carmen Suite Programma/5 Soggetto - Synopsis/6 Sujet - Inhalt/7 Danzanti ancelle del diavolo... Carmen e le altre/10 Silvia Poletti Provando Carmen Suite/16 Biografie/22 Il campanello Redazione a cura di Franco Manfriani con la collaborazione di Giovanni Vitali Progetto grafico Leader Impaginazione Luciano Toni - Studio Zack! Firenze Coordinamento editoriale Giunti Editore S.p.A. Traduzioni di Carl Strehlke (inglese), Rosalia Orsini (francese), Helga Maria Marcks (tedesco) La foto di Eleonora Abbagnato a pagina 25 è di Christian Lartillot Le foto di Provando Carmen Suite e quelle alle pagine 108-109, 113, 114, 115-117, 120 sono di Andrea Grandoni Le foto alle pagine 88, 91-103 sono di Gian Luca Moggi - New Press Photo, Firenze © 2009 Teatro del Maggio Musicale Fiorentino - Fondazione Prima edizione: dicembre 2009 Ristampa 6 5 4 3 2 1 0 Anno 2012 2011 2010 2009 Stampato presso Giunti Industrie Grafiche S.p.A. - Stabilimento di Prato Programma/37 Soggetto/38 Synopsis/39 Sujet/40 Inhalt/41 Libretto/43 La regia del Campanello: una sfida e un piacere/82 Intervista a Jean-Louis Grinda Il campanello. Introduzione storica/84 Ilaria Narici Mio signore venerato! ovvero Compendio delle conoscenze farmaceutiche di un’epoca/108 Giulia Vannoni Il campanello nella rete/118 Loredana Lipperini Il campanello al Comunale di Firenze - Dagli archivi/122 Discografia/126 Gaetano Donizetti/130 Biografie/132 Qui e alle pagine seguenti, figurini di Boris Messerer (ripresi da Roberta Lazzeri) per Carmen Suite, Firenze 2009 CARMEN SUITE Balletto in un atto Alberto Alonso coreografia ripresa da Victor Barykin Georges Bizet / Rodion Ščedrin musica Fabrizio Maria Carminati direttore Boris Messerer scene e costumi ripresi da Roberta Lazzeri Laurent Castaingt luci Vladimir Derevianko direttore MaggioDanza Italo Grassi direttore dell’allestimento Étoiles ospiti Eleonora Abbagnato, Jean-Sébastien Colau Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino Teatro Comunale Sabato 5 dicembre 2009, ore 20.30 (Platinum, Gold) Domenica 6 dicembre, ore 15.30 (Platinum Matinée, Gold Matinée) Martedì 22 dicembre, ore 20.30 (Silver) Mercoledì 23 dicembre, ore 20.30 (Promo) Giovedì 24 dicembre, ore 15.30 SOGGETTO 6 Alberto Alonso descrive la vita e la morte della sua Carmen come una corrida nella quale la morte è costantemente corteggiata, sfiorata e sfidata. Carmen, libera e irrequieta, arrestata dal capo del reggimento dei dragoni, irretisce Don José, cui è stata affidata, e lo allontana dalla retta via. Lo rende brigante e assassino e poi lo abbandona perché non sopporta le sue debolezze e i suoi rimpianti. Come amante sceglie il Toreador Escamillo, seducente ma fatuo e se ne compiace come di una mantiglia nuova. José coglie la sfida e in preda alla gelosia affronta l’amante. La implora, la batte, l’uccide. Il fato, che l’ha seguita come un’ombra nel dipanarsi della vicenda, ora è compiuto. Carmen giace a terra come il toro trapassato dal Matador. SUJET Alberto Alonso décrit la vie et la mort de sa Carmen comme une corrida où la mort est constamment courtisée, vue de près, défiée. Carmen, libre et inquiète, arrêtée par le commandant du régiment des dragons, séduit Don José, à qui on l’a confiée, et l’éloigne du droit chemin. Elle en fait un brigand, un assassin et le quitte car elle ne tolère pas ses faiblesses et ses remords. Elle choisit pour amant le toréador Escamillo, séduisant mais fat, mais elle s’en réjouit comme si c’était une mantille neuve. José accepte le défi et en proie à la jalousie affronte sa maîtresse. Il la supplie, la bat, la tue. Le destin, qui l’a suivie comme une ombre au cours de toute l’histoire, est désormais accompli. Carmen gît par terre comme le taureau transpercé par le Matador. Silvia Poletti SYNOPSIS INHALT Alberto Alonso describes the life and death of his Carmen as like a bullfight in which death is constantly courted, brushed against, and challenged. Carmen, a restless and free spirit, who has been arrested by the captain of the regiment of the dragoons, entraps Don José, in whose custody she has been consigned. She entices him away from respectability to the life of a brigand and assassin, and then she leaves him, because she can no longer stand his weaknesses and regrets. She chooses as a new lover, the toreador Escamillo, a seductive but silly man, who pleases her like a new mantilla. José greets this as a challenge, and consumed by jealousy he confronts Carmen. He implores her, strikes her and kills her. Her destiny, which has followed her like a shadow throughout all the events, has now come to be. Carmen lies on the ground like a bull transfixed by a matador. Alberto Alonso beschreibt das Leben und den Tod seiner Carmen wie eine Corrida. Dabei wird der Tod permanent hofiert und herausgefordert. Die freie und unstete Carmen wird von dem Befehlshaber des Dragonerregiments verhaftet. Sie umgarnt Don José, dem sie anvertraut wird, und führt ihn auf Abwege. Durch sie wird er zum Räuber und Mörder. Dann jedoch verlässt sie ihn, weil sie seine Schwächen und Reuegefühle nicht mehr erträgt. Als Liebhaber ersieht sie nun dagegen den Stierkämpfer Escamillo aus. Der ist zwar ein großer Verführer, aber auch oberflächlich in seinen Gefühlen. Carmen schmückt sich mit ihm wie mit einer neuen Mantille. José nimmt die Herausforderung an und stellt die Geliebte, von rasender Eifersucht gepackt. Er fleht sie an, schlägt sie und tötet sie. Das Schicksal, das ihn seit Anbeginn der Geschichte wie ein Schatten verfolgt hat, vollendet sich nun. Carmen liegt am Boden wie der vom Torero erlegte Stier. 7 Bozzetto di Boris Messerer per Carmen Suite, Firenze 2009 8 9 Danzanti ancelle del diavolo... Carmen e le altre Silvia Poletti 10 Dal momento in cui il teatro di danza ha conquistato una sua autonomia di genere, la figura della Femme Fatale ha inevitabilmente acquisito uno spazio sempre più ampio sia nell’invenzione drammaturgica che, soprattutto, nella realizzazione coreografica, subendo un’interessante e significativa mutazione nel corso del tempo. Foriera di ferali destini per se stessa e gli uomini che attrae, creatura che è la quintessenza di un erotismo quasi sempre mortifero, eppure irresistibile, nell’Ottocento romantico ella infatti appare come incarnazione di aneliti di fuga, spinte alla vita avventurosa o alla libertà dei sensi che il nuovo codice morale borghese reprime e biasima: è la Silfide eterea e sfuggente - quanto irreale - che allontana James dal suo clan e dalle sicurezze di un tranquillo e solido matrimonio con Effie per portarlo con sé alla distruzione e alla morte. E ancora è Myrtha, l’inesorabile regina delle Wylis, spettrali danzatrici lunari che in Giselle conducono a morte certa, nel loro seducente abbraccio, i malcapitati viandanti che le incontrano al calar della notte, facendo loro scontare, così, l’eterno dolore per abbandoni, tradimenti, infelici amori che le ha condannate alla morte e al loro eterno destino. Pur nella loro attrattiva, comunque, l’incorporeità sovrannaturale è la fondamentale essenza di queste Belles Dames sans Merci, la loro ragion d’essere teatrale e drammatica, che sembra volerle rappresentare come semplice memento moraleggiante delle conseguenze in cui può incorrere chi devia dalla regola (come i viandanti di Gi- selle, che di notte si dilungano a giocare ai dadi nelle radure dei boschi). L’eros è, insomma, talmente sublimato nel teatro coreografico dell’epoca, da affidarlo a creature che hanno sempre più ambigui legami con la realtà, fino a togliere, addirittura, alla figura femminile ogni preciso riferimento morfologico e a inventare un nuovo linguaggio espressivo per la creatura-simbolo che la sostituisce. Si pensi alla Principessa Odette e al suo perturbante doppio Odile, nel Lago dei Cigni, estreme rappresentazioni ottocentesche dell’eterno conflitto intimo (maschile) tra sentimento e passione e nelle quali la metamorfosi in cigno e la relativa stupenda traduzione coreutica distacca la presenza femminile da ogni verosimiglianza rendendola trascendente, assoluta, metafisica. Il filtro della distanza, che in sé porta anche l’idea dell’ignoto, con tutte le attrattive e i timori che racchiude, è comunque prudentemente frapposto anche quando a sedurre fatalmente non è una creatura immaginaria bensì una donna in carne ed ossa. Ecco allora che è l’elemento ‘esotico’ ad attrarre gli spettatori e ancora una volta, sommessamente, ad ammonirli del pericolo di certe seduzioni provenienti da altrove. Un altrove che arriva dal sud dell’Europa e più in generale dal meridione del mondo: India, Egitto, Italia, Spagna... Non a caso già a metà Ottocento il grande coreografo viaggiatore August Bournonville, catalogando le diverse tipologie di danze popolari-nazionali sulla base del temperamento e dell’espressività, inserisce quelle provenienti dai paesi sopraddetti nella categoria “del tipo voluttuoso”: “Questo tipo di danza deriva dall’Hindustan, dove le danzatrici sono allevate nei templi e vengono chiamate Devadasi (in portoghese balladeiras, in francese bayadére). Da loro derivano le almées egiziane; le danze moresche e le più recenti danze italiane e spagnole il cui motivo centrale è l’estasi d’amore e la cui rappresentazione è, per lo più, affidata a donne”. Non a caso l’austriaca Fanny Elssler impone sulla scena coreutica un nuovo tipo di femminilità, esplicitamente sensuale, danzando una Cachucha spagnola, culmine del balletto di Jean Coralli Le Diable Boiteux: “Quell’ondeggiare dei fianchi... quei gesti provocanti e, soprattutto, la sensuale grazia della Elssler, il suo lascivo abbandono e la sua plastica bellezza erano grandemente apprezzati dai binocoli dei palchi dell’Opéra”. C’è un altro particolare, però, che accresce l’intrigante attrattiva della danzatrice e accende di nuovi bagliori la sua bellezza fatale. Lo nota Théophile Gauthier: “Si usa definire Mlle Elssler ‘Spagnola del Nord’... È tedesca per il sorriso, il biancore della pelle, la figura, la serenità della fronte; spagnola per la capigliatura, i piccoli piedi, le mani minute e guizzanti, l’inarcamento un po’ ardito delle sue reni. In lei combattono due temperamenti... Ella è bella ma di una bellezza indefinita. Esita tra Spagna e Germania. E questa stessa indecisione si nota anche nella definizione del sesso: i suoi fianchi sono poco sviluppati, il suo seno non va al di là delle rotondità degli antichi ermafroditi; quanto è una donna molto affascinante, allo stesso modo potrebbe essere il più incantevole ragazzo del mondo”. 12 Esotismo e androginia, sensualità e morte. Un crogiuolo di ambiguità attraente e irresistibile che la danza rivela e allo stesso tempo sublima attraverso un linguaggio insieme descrittivo e metaforico. A fare convergere tutti gli elementi disseminati nella drammaturgia coreografica ottocentesca è, all’inizio del Novecento, Michail Fokine. È grazie al suo talento, corroborato dagli stimoli della cerchia artistica di Diaghilev, che prende corpo in danza una femminilità lussuriosa, dominatrice, presa dalla ricerca del proprio piacere, adorata dal maschio “inetto a vivere”, indebolito dai sensi e irretito dal magnetismo ambiguo della donna da lui idolatrata. Sempre avvolta da atmosfere esotiche nasce così la sua Cleopatra, che manda a morte gli amanti di una notte; nasce così Zobeide, che in Shéhérazade seduce con molli lusinghe lo Schiavo d’Oro e ne determina la fine. Sono entrambe sorelle dell’emblematica Salomè, non a caso evocata da Wilde e da Richard Strauss, da Gustave Moreau e Gustav Klimt, estremo esempio di creatura lussuriosa potente e crudele, prima di un lungo stuolo di donne spietate che fioriscono in letteratura, musica, arte e danza. Ma ancora una volta, nella sua incarnazione fisica reale, la Femme Fatale racchiude in sé quella ineffabile ambivalenza, che all’inizio del nuovo secolo si fa meno allusiva e più dichiarata. È infatti Ida Rubinstein a interpretare i personaggi di Fokine; anzi - dettaglio non trascurabile - è lei che li commissiona al gruppo diaghileviano e si propone come nuovo modello femminile, volitivo, indipendente, conscio dei propri desideri. Ciò che di lei balza agli occhi, accanto ad una sensualità prepotente, è ancora una volta una bellezza che rompe con i canoni classici muliebri, ineffabile, allusiva, androgina; come ricorda Bronislava Nijinska infatti: “Ida aveva un corpo inusuale nella sua strana bellezza. Era snella e le linee scolpite dei suoi arti le davano una individualità singolare stupefacente”. Forte e sinuosa, gagliarda e fragile, impulsiva e tenace, dopo aver interpretato donne irrequiete e sensuali, Ida si trasformerà in fanciullo, per D’Annunzio, nel Martyre de Saint Sébastien, ultima adepta dell’uso teatrale e sociale dell’en travesti - praticato da personalità come Sarah Bernhardt o Colette - che stava diventando all’epoca definitiva rappresentazione di autoaffermazione della donna nuova - autonoma, consapevole, libera sessualmente. Con il richiamo all’ordine del primo dopoguerra il teatro coreografico europeo torna a recuperare la verticalità della danse d’école e la sua armonizzazione del movimento. Non riesce però, né vuole più trascendere, come nell’Ottocento. Le punte, aguzze come stiletti, toccano terra e al più servono per rendere ancora più sinuosi, anche se crudelmente algidi, i colpi di anca della Sirena, ultima Femme Fatale diaghileviana, anno 1929, che con il suo lungo mantello avvolge in spire fatali il protagonista del Fils prodigue di Balanchine. E tornano venti anni dopo quando Roland Petit mette in danza - collocandola definitivamente nel repertorio ballettistico del secondo Novecento - Carmen. Dal racconto di Mérimée il giovane autore enuclea i tratti portanti per un plot tratteggiato 13 in sveltezza, punteggiato dalla insostituibile musica di Bizet, filtrato da uno sguardo sardonico. Ma è il modo spregiudicato e malizioso con il quale Petit tratteggia la sua Femme Fatale che fa del balletto un capolavoro e del personaggio una sfida coreografica. Petit infatti sintetizza e rilancia nel nostro tempo il suo mito esplicitando maliziosamente alcuni aspetti fin lì appena intuiti. In guepiere e punte, la sua Carmen fa delle gambe guizzanti e del décolleté dalle spalle flessuose gli elementi caratterizzanti il suo richiamo erotico; al più tocchi di ‘carattere’ rimandano a echi di danze spagnole e accentuano, secondo la già assodata convenzione coreografica, la voluttà del personaggio. Ma è l’allure allusiva di cui si ammanta l’eroina che lancia Carmen nel mondo moderno. È il modo in cui, con il più limpido degli enchaînement classici e la più profonda delle arabesque pratica un chiarissimo atto sessuale su don José. E poi c’è la sua zazzera nera: il taglio di capelli cortissimo, à la garçon per l’appunto, che dalla prima londinese, 1949, diventa un must per interpretare il ruolo. Senza contare che da allora, incastonata in quel ruolo-culto, la creatrice di Carmen, Renée Jeanmarie sarà ribattezzata Zizi, prendendo a prestito un vezzeggiativo del gergo erotico d’oltralpe. Lanciata dalla spregiudicata fantasia di Petit, Carmen insomma diventa la definitiva epifania delle Donne Fatali della danza, scrigno di ogni elemento poetico o simbolico racchiuso nel mito, che rinnova eternamente i suoi canoni anche quando sconfina nella raffigurazione più grottesca (come la Carmen di Mats Ek, selvatica e prepotente, sempre un sigaro tra le labbra). Spavalda e irridente ha addirittura rappresentato un ‘pericolo ideologico’, che solo un’abile manovra di aggiramento ha fatto digerire all’Apparato e quasi l’ha elevata a simbolo di propaganda. Il fatto avvenne quando, nel 1967, Maja Plisetskaja, la superlativa diva del Bol’šoj, chiese al coreografo cubano Alberto Alonso di crearne per lei una nuova versione. Un sogno, il suo, accarezzato da tempo e per il quale la ballerina aveva chiesto anche la realizzazione di una partitura originale prima a Šostakovič e poi a Khachaturian, ottenendo però da entrambi un rifiuto: il confronto con Bizet li spaventava. Alonso invece accettò. Per la prima volta un coreografo ospite - anche se di ortodossia sovietica come l’artista cubano - entrava nel teatro moscovita e lo faceva insieme alla più amata e coraggiosa delle sue stelle. Per la sua Carmen Suite Alonso immaginò un impianto descrittivo perfettamente in linea con la tradizione espressiva del dram-balet sovietico-cubano, appena rinfrescata da una moderna ventata simbolista accresciuta dalla partitura di Bizet rivisitata da Rodion Ščedrin. All’interno di un’arena le tre figure principali del dramma si incontrano e scontrano fino al ben noto finale. Una quarta figura misteriosa, mascherata e chiusa in una calzamaglia scura, con le braccia ad angolo che richiamano la silhouette del toro, rimanda insieme alla tauromachia e al destino, con il quale, del resto, la Sigaraia gioca e si confronta in un crescendo sfrontato di provocazioni. Ai gesti convenzionali, rigidi, impostati, quasi marionettistici di José e del Torea14 dor, Carmen contrappone sciabolate di gambe, giri e salti guizzanti con cui divora lo spazio, mani sui fianchi, colpi di spalla spagnoleggianti, gambe aperte in una ‘seconda’ spavalda, quando non si avvolgono intorno a José o a Escamillo in esplicite profferte erotiche. E proprio la sensualità di questi momenti, oltre al body di frange che rivelava gran parte del bel corpo della Plisteskaja indusse i supervisori del Partito a censurare il balletto perché troppo sensuale. Ma Maja non mollò. Arrivò addirittura a rivolgersi al ministro della cultura Ekaterina Furtseva dicendole: “Se Carmen muore, muoio anch’io”. Ed ecco così che Carmen Suite entrò nella storia, annacquando le sue motivazioni originarie e ufficialmente diventando, come disse Alonso, “il confronto tra una individualità volitiva - una persona nata libera - e un sistema totalitario”. Carmen, dunque, anche come Donna dal e del Destino ideologico? Perché no? Certamente Esotica. Ambigua. Libera. Misteriosa. Un’Ancella del diavolo - come dice Mérimée. E Inafferrabile. E proprio per questo eternamente inseguita, estrema epitome di una schiera di donne mitica e mitologica, con la quale ogni interprete desidera cimentarsi per rivelare reconditi aspetti della sua femminilità e ogni autore per scoprire ed esorcizzare, forse, l’ineffabile eterno Femminino. SILVIA POLETTI Giornalista e critico di danza scrive per l’edizione toscana del Corriere della Sera, Danza & Danza e www.delteatro.it ed è corrispondente ufficiale dall’Italia di Dance Magazine (USA) e Dance International (Canada). Cura per i principali teatri e festival italiani conferenze, incontri e saggi critici sul teatro di danza e collabora con varie istituzioni musicali e teatrali per corsi e lezioni di storia della danza. Tra le varie attività editoriali ha pubblicato una monografia sul coreografo americano John Neumeier (2004 L’Epos, Palermo) e ha curato l’edizione di Kylian/Ek/Neumeier RED Book 2 (2006 I Teatri di Reggio Emilia).ª22 15 PROVANDO CARMEN SUITE 16 17 18 20 21 ALBERTO ALONSO VICTOR BARYKIN Co-fondatore del Balletto Nazionale di Cuba, nasce all’Avana il 22 maggio 1917. Giovanissimo si trasferisce con i genitori a Mobile, nell’Alabama, dove studia allo Springhill College; quando la famiglia ritorna a Cuba, studia danza alla Sociedad Pro Arte Musical, frequentata anche dal fratello maggiore, Fernando, e dalla futura cognata, Alicia Martínez Hoya. Inizia la sua carriera artistica nel 1936, all’età di 17 anni, nel Ballet Russe de Montecarlo di Colonel W. de Basil viaggiando in Europa, America, Australia, e danzando numerose coreografie di Michel Fokine, Léonide Massine e George Balanchine. Nel 1939 sposa a Melbourne la ballerina canadese Patricia Denise Myers, in arte Alexandra Denisova; l’anno successivo rientra a Cuba, dove dirige la scuola di danza della Sociedad Pro Arte Musical. Tornato di nuovo negli Stati Uniti, prende parte al film Jolanda e il re della samba di Vincent Minnelli accanto a Fred Astaire. Nel 1944 collabora per un breve periodo con il Ballet Theatre di New York, l’odierno American Ballet Theatre; danza così nel primo balletto di Jerome Robbins, Fancy Free, un coreografo che esercita su di lui una grande influenza. Nel 1948 fonda, insieme a Fernando e Alicia Alonso, il Balletto Alicia Alonso, che diviene presto il Balletto Nazionale di Cuba, nella cui scuola si formano alcuni celebri danzatori come Carlos Acosta e José Manuel Carreño. Una delle sue prime coreografie, Antes del Alba del 1947, viene giudicata sovversiva dal regime del dittatore Fulgencio Batista e bandita dai teatri pubblici: ciononostante Alicia Alonso continua a danzarla e, di conseguenza, la compagnia viene privata di sovvenzioni governative. In seguito realizza Rapsodia Negra (1953), Espacio y Movimiento (1966), El Güije (1967), Un retablo para Romeo y Julieta (1970), Conjugaciones (1970) e, nel 1982, la sua versione di Cime tempestose nella quale la sessantenne Alicia Alonso interpreta la parte di Catherine Earnshaw. La commissione per un balletto sul personaggio di Carmen per Maya Plisetskaya arriva nel 1967; il successo è tale che la coreografia viene ripresa innumerevoli volte per molte compagnie, compreso l’American Ballet nel 1975. Nel 1993 fugge da Cuba, attraverso il Messico, verso gli Stati Uniti insieme alla sua terza moglie, la danzatrice Sonia Calero, per stabilirsi a Gainesville, in Florida; diviene insegnante in residence al Santa Fe Community College e coreografo per il Dance Theater di Santa Fe. Muore il 31 dicembre 2007, all’età di 90 anni. Dopo il diploma alla Scuola Coreografica di Mosca, enta a far parte, nel 1974, del Balletto del Bol’šoj: fra i numerosi ruoli danzati con la prestigiosa compagnia, i più memorabili sono Albrecht in Giselle, Basilio in Don Quixote, Rothbart nel Lago dei cigni, Severjan nel Fiore di pietra e Kurbsky in Ivan il Terribile. Partner delle più celebri ballerine del Bol’šoj di quegli anni, quali Ekaterina Maximova, Nina Ananiashvili e Nina Timofeeva, viene notato dalla leggendaria Maya Plisetskaya e da Vladimir Vasiliev: grazie a loro il suo repertorio si amplia e si diversifica. Diviene quindi celebre come interprete dei balletti di Vasiliev Charming Sounds, Icarus e Macbeth. Al Bol’šoj danza inoltre con la Plisetskaya in Carmen e Anna Karenina, interpretando anche Les Sylphides e Notre Dame de Paris di Roland Petit. Dal 1990 al 1993 è primo ballerino del London City Ballet dove, oltre ai ruoli principali del balletto classico, interpreta coreografie di Balanchine, Ashton e Stevenson. Nel 1990 è assistente di Vladimir Vasiliev per Romeo e Giulietta al Teatro Stanislavskij di Mosca, nel 1995 per Don Quixote al Teatro dell’Opera della Lituania, nel 2001 ancora per Don Quixote al Tokyo Ballet. Nello stesso anno mette in scena Schiaccianoci per il Cape Town Ballet. Dal1995 ad oggi è maître de ballet al Bol’šoj, dove lavora con primi ballerini quali Nikolai Tsiskaridze, Dmitrij Gudanov, Dmitrij Belogolovtsev e Konstantin Ivanov, insegnando alle nuove generazioni di danzatori del celeberrimo balletto, vincitori del primo premio ai più prestigiosi concorsi internazionali di danza. 22 23 ELEONORA ABBAGNATO Studia danza in Italia, a Montecarlo, a Cannes e alla Scuola dell’Opéra di Parigi. Entra a far parte del Balletto dell’Opéra nel 1996 ed è solista nelle coreografie di Rudolf Nureyev (Don Quixote, La bella addormentata nel bosco, La bayadère, Raymonda e Lo schiaccianoci), Martha Graham (Temptations of the Moon), Pierre Lacotte (La Sylphide), Roland Petit (Clavigo e Le jeune homme et la mort), George Balanchine (Emeraudes). Promossa Prima ballerina nel 2001, danza balletti di Jiří Kylián, John Neumeier, Roland Petit, Jerome Robbins, Pina Bausch, Maurice Béjart, Jurij Grigorovitch, Angelin Preljocaj, José Martinez e William Forsythe. Viene scelta da grandi coreografi per interpretare alcune loro nuove creazioni: Pas./part di Forsythe nel 1999, Le rire de la lyre di José Montalvo nello stesso anno, Wuthering Heights di Kader Belarbi nel 2002, Le songe de Médée di Preljocaj nel 2004 e Les enfants du Paradis di Martinez nel 2009. Riceve il Primo premio Giovani Promesse della Città di Catania, il Primo premio Danse Europe nel 1990, il Premio Positano e il Premio del pubblico dell’Association pour le Rayonnement dell’Opéra di Parigi, il Premio internazionale Gino Tani nel 2001. Regolarmente invitata a danzare all’estero, si esibisce spesso in Italia (a Palermo in Romeo e Giulietta di Amedeo Amodio e in Cassandra di Luciano Cannito, a Napoli nell’Arlesienne di Petit, a Milano nello Schiaccianoci di Nureyev, a Firenze in Coppélia di Evgenij Polyakov, a Verona nel Sogno di una notte di mezz’estate di Francesco Ventriglia e in numerosi gala a Palermo, Roma, Verona, Parma e Milano), in Giappone e in Russia accanto a grandi stelle come Carla Fracci, Roberto Bolle, Massimo Murru, Benjamin Pech, Manuel Legris. 24 25 JEAN-SÉBASTIEN COLAU Nato a Provins in Francia, studia alla Scuola del Balletto dell’Opéra di Parigi e si forma con importanti maestri, quali Claude Bessy, Ghislaine Thesmar, Serge Golovine, Gilbert Mayer, Attilio Labis. Fa parte del Balletto dell’Opéra di Parigi dal 1996 al 2002, quindi, come solista, del National Ballet of Canada dal 2002 al 2005, ed infine, dal 2005, del Leipzig Ballet come Primo ballerino. Con l’Opéra di Parigi danza in coreografie di Rudolf Nureyev, Patrice Bart e Maurice Béjart, oltre a partecipare al Gala dei giovani talenti; con il National Ballet of Canada balla in coreografie di Glen Tetley (Alice), Rudolf Nureyev (La bella addormentata), James Kudelka (Lago dei cigni, Schiaccianoci, L’uccello di fuoco, La quattro stagioni, There Below, Musing, Cruel World, Cenerentola e An Italian Straw Hat), George Balanchine (Jewels, Serenade, Violin Concerto, Theme and Variations), Auguste Bournonville (Napoli) e Kenneth MacMillan (Elite Syncopations). Con il Leipzig Ballet collabora con i più prestigiosi coreografi, fra i quali Paul Chalmer (per il quale è il Principe nel Lago dei cigni nonché Drosselmayer, Ivan e Albrecht nelle prime creazioni di Schiaccianoci, L’uccello di fuoco e Giselle), John Cranko (The Taming of The Shrew), ancora Balanchine (Mozartiana, Symphony in 3 movements, Agon), Glen Tetley (Brighella in Pierrot lunaire), Uwe Scholz (Brandenburg, Schumann, Jeune Homme, Die Schöpfung, Grosse Messe, Amerika, Suites), Mauro Bigonzetti (Les Noces). Il suo repertorio include anche Raymonda e Romeo e Giulietta (Rudolf Nureyev), La Sylphide (Pierre Lacotte) Sylvia, A Midsummer Night’s Dream (John Neumeier), Manon (Kenneth MacMillan), Notre Dame de Paris, Carmen, Proust (Roland Petit), La Ronde (Glen Tetley), Boléro (Maurice Béjart), Onegin (John Cranko). Partecipa ad importanti Gala e Festivals di danza internazionali e vince la Medaglia di bronzo alla Varna International Ballet Competition (2000), quella d’argento alla Paris International Ballet Competition (2000) e alla Nagoya International Ballet Competition (2002). 26 27 VLADIMIR DEREVIANKO MAGGIODANZA Si forma presso la Scuola del Bol’šoj di Mosca. Nel 1977 entra a far parte della Compagnia del Teatro Bol’šoj e, grazie alle sue straordinarie qualità, ne diviene ben presto primo ballerino, danzando la maggior parte dei ruoli principali del repertorio classico. Indimenticabile la sua interpretazione di Mercuzio nel Romeo e Giulietta di Grigorovitch. Nel 1978 Derevianko (a soli 19 anni) si impone all’attenzione della critica mondiale vincendo al Concorso Internazionale di Varna la medaglia d’oro ed il Grand Prix. premio speciale quest’ultimo che solo pochi danzatori hanno ricevuto oltre a lui: Vassiliev, Baryshnikov, Dupond, Guillem. Nel 1983 si trasferisce in Europa. Da quel momento è invitato a danzare nei più grandi teatri, ospite delle più prestigiose compagnie del mondo. La tecnica raffinata ed un incredibile plasticità ne hanno fatto un grande danzatore, ma la dote principale è la sua straordinaria personalità artistica. La sua capacità di interpretare personaggi dai caratteri diametralmente opposti (ora estremamente drammatici, ora decisamente comici) ha ispirato numerosi grandi coreografi nel creare ruoli appositamente per lui. Fondamentali per la sua formazione d’artista poliedrico e versatile sono state le collaborazioni artistiche con Grigorovitch e Vassiliev al Bol’šoj di Mosca, con Uwe Scholz e John Neumeier in Occidente. Ha danzato con alcune delle più grandi étoiles internazionali: Carla Fracci, Elisabeth Maurin, Elisabetta Terabust, Luciana Savignano, Alessandra Ferri, Eva Evdokimova, Evelyne Hart, Viviana Durante. Particolarmente significativa la sua lunga e prestigiosa partnership con Noëlla Pontois. Dal 1993 al Luglio 2006 è Direttore Artistico e primo ballerino della Compagnia di Balletto della Sachsische Staatsoper Semperoper di Dresda che con lui è divenuta il Ballett Dresden. Se questo complesso è oggi considerato una delle più importanti compagnie europee il merito è certamente da attribuire al suo impegno e alle sue capacità come direttore. Dalla stagione 2007-2008 Vladimir Derevianko è stato nominato Direttore di MaggioDanza, la compagnia di ballo del Maggio Musicale Fiorentino. Nel corso della sua poliedrica carriera si è cimentato con notevole successo anche come coreografo: nel 2000, per il Semperoper di Dresden ha firmato una sua versione di Giselle, ripresa poi in Giappone ad Osaka; nella stagione 2004-2005 ancora per il Semperoper di Dresda ha coreografato una sua originalissima versione del Don Chisciotte; nel 2006 ha ricostruito e rivisitato la coreografia di Chopiniana, curando anche l’ideazione originale dei costumi e della scenografia. Corpo di Ballo del Maggio Musicale Fiorentino, viene istituito nel 1967 e debutta con la riproposta del Ballo Excelsior. Da allora il complesso si impone all’attenzione nazionale e internazionale, grazie anche al contributo di coreografi quali B. Nijinska, Taras e Gades. Accanto a queste personalità, la compagnia trova stabile punto di riferimento in Aurelio M. Milloss. Nel ‘78, con l’arrivo di Evgheni Polyakov come maître, inizia un’ascesa culminata nella nuova versione dello Schiaccianoci firmato dallo stesso Polyakov, con una serie di spettacoli in cui figurano ospiti prestigiosi quali Fonteyn, Plisetskaja, Makarova, Fracci, Maximova, Terabust, Nureyev, Vassiliev, Baryshnikov, Bortoluzzi, Godunov. Nel 1988, dopo un biennio caratterizzato dalla presenza di Egon Madsen, con il ritorno di Polyakov quale responsabile artistico il Corpo di Ballo assume il nome di MaggioDanza. Oltre a diverse creazioni di Polyakov e alle novità di celebri coreografi, la formazione presenta grandi titoli classici e novecenteschi. Dal’96 al ‘98 Karole Armitage è direttore della compagnia, per la quale ha allestito The Predators’ Ball (‘96), presentata anche a New York, Apollo e Dafne con allestimento di James Ivory (‘97), e Pinocchio (‘98). Dal ‘98 al 2003 alla direzione della formazione fiorentina si succedono Davide Bombana, Frédéric Olivieri, Elisabetta Terabust, Florence Clerc e Giorgio Mancini che, oltre a presentare sue creazioni, ne arricchisce il repertorio con lavori di coreografi quali Neumeier, Balanchine, Uotinen, Limón, Parsons, Miller, Forsythe, Duato, Childs. Dalla stagione 2007-2008 viene nominato Direttore di MaggioDanza Vladimir Derevianko. Nel giugno 2009 la Compagnia vince il premio Danza&Danza 2008 per La Bella addormentata di Goyo Montero, quale “migliore produzione italiana dell’anno”, presentata in prima italiana al 71° Maggio Musicale Fiorentino. 28 29 Da sinistra, in alto: Antonella Cerreto Letizia Giuliani Umberto De Luca Bruno Milo Damiana Pizzuti Sabrina Vitangeli Alessandro Riga 30 31 Cristina Bosetti Gisela Carmona Gálvez Ilaria Chiaretti Serena Chiaretti Silvia Cuomo Marina Faccin Paola Fazioli Margherita Mana Enrica Pontesilli Angela Rosselli Chiara Tarchi Christine Vezzani Judith Vincent Paola Vismara Leone Barilli Duccio Brinati Antonio Colandrea Giampiero Galeotti Antonio Guadagno José Luis Magalhaes Fabrizio Pezzoni Elena Barsotti Federica Maine Gaia Mazzeranghi Michelangelo Chelucci Cristiano Colangelo Alex Floccari Zhani Lukaj Paolo Arcangeli 32 Michele Postiglione Pierangelo Preziosa Kristina Grigorova Giuseppe Saiola Francesco Scini Leonardo Velletri 33 MAGGIODANZA Direttore Vladimir Derevianko Assistenti coreografici e Maîtres de Ballet Raffaella Renzi, Giampiero Galeotti Primi ballerini Antonella Cerreto Letizia Giuliani Damiana Pizzuti Sabrina Vitangeli Umberto De Luca Bruno Milo Alessandro Riga Ballerine soliste Cristina Bosetti Gisela Carmona Gálvez Ilaria Chiaretti Serena Chiaretti Silvia Cuomo Marina Faccin Paola Fazioli Kristina Grigorova Margherita Mana Enrica Pontesilli Angela Rosselli Chiara Tarchi Christine Vezzani Judith Vincent Paola Vismara Ballerine aggiunte Elena Barsotti Federica Maine Gaia Mazzeranghi Ballerini solisti Leone Barilli Duccio Brinati Antonio Colandrea Giampiero Galeotti Antonio Guadagno José Luis Magalhaes Fabrizio Pezzoni Giuseppe Saiola Francesco Scini Ballerini aggiunti Paolo Arcangeli Michelangelo Chelucci Cristiano Colangelo Alex floccari Zhani Lukaj Michele Postiglione Pierangelo Preziosa Leonardo Velletri Segretario organizzativo Roberto Fabbri 34 Luigi Baccianti (direttore musicale di palcoscenico) Francesco Novelli, Yung Soon Chiara Capanni (maestri collaboratori al ballo) AlbertoAlinari, Andrea Baggio (maestri collaboratori di palcoscenico) Paolo Bellocci (maestro collaboratore alle luci) Marco Zane (direttore di produzione) Ferdinando Massarelli (direttore di scena) Franco Venturi (responsabile del servizio di scenografia e del reparto laboratori di costruzioni) Alfredo Magnanelli (coordinatore di direzione) Lucio Bonucci (capo servizio macchineria e attrezzeria) Roberto Cosi (capo reparto costruzioni) Adnan Alzubadi (scenografo realizzatore) Marco Raspanti, Mauro Mariti (capi reparto macchinisti) Gianni Paolo Mirenda, Luciano Roticiani (capi reparto elettricisti assistenti datore luci) Gianni Pagliai (capo reparto elettricisti) Silvio Brambilla (capo reparto fonica) Francesco Cipriani (capo reparto attrezzeria e calzoleria) Gianna Poli (capo reparto sartoria) Lucia Pazzagli (capo reparto trucco e parrucche) Realizzazione elementi scenici Laboratori scenografici del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino Costumi Low Costume, Roma 35 Qui e alla pagine seguenti, bozzetti e figurini di Raffaele Del Savio per Il campanello, Firenze 2009 IL CAMPANELLO di Gaetano Donizetti Farsa in un atto Parole e musica di Gaetano Donizetti Edizione critica a cura di Ilaria Narici Editore Universal Music Publishing Ricordi srl, Milano Fabrizio Maria Carminati direttore Jean-Louis Grinda regia Raffaele Del Savio scene e costumi Laurent Castaingt luci Andrea Severi maestro al fortepiano Piero Monti maestro del coro Italo Grassi direttore dell’allestimento Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino Cantanti del Corso di Alta Formazione per Cantanti lirici di Maggio Fiorentino Formazione Scenografie realizzate dagli allievi del Corso di Specializzazione per Scenografi realizzatori di Maggio Fiorentino Formazione Con sopratitoli a cura di Prescott Studio, Firenze Nuovo allestimento - Progetto in collaborazione con Maggio Fiorentino Formazione La messa in scena de Il Campanello costituisce la manifestazione finale del Corso di Alta Formazione per Cantanti lirici e del Corso di Specializzazione per Scenografi realizzatori finanziati FSE in attuazione del POR ob.2 2007/2013 dalla Provincia di Firenze - Assessorato al Lavoro e alla Formazione. Si ringraziano Teatro Comunale Sabato 5 dicembre 2009, ore 21.30 (Platinum, Gold) Domenica 6 dicembre, ore 16.30 (Platinum Matinée, Gold Matinée) Martedì 22 dicembre, ore 21.30 (Silver) Mercoledì 23 dicembre, ore 21.30 (Promo) Giovedì 24 dicembre, ore 16.30 SOGGETTO 38 La vicenda si svolge a Napoli. La giovane e bella Serafina viene promessa in sposa all'anziano speziale Don Annibale Pistacchio, con gran dispetto dell'innamorato, ricambiato, della ragazza, il giovane Enrico. Nonostante i tentativi di impedire il matrimonio, la cerimonia viene fissata per il giorno precedente la partenza di Don Annibale per Roma, ove lo speziale deve assolutamente recarsi per motivi di lavoro e dove si fermerà per più di un mese. Appreso questo fatto Enrico, con la complicità di Serafina, cerca in tutti i modi di impedire che il matrimonio venga consumato quella notte, così da guadagnar tempo per un successivo tentativo di farlo annullare. Lo speziale è obbligato per legge a fornire i suoi prodotti medicinali a chi ne faccia richiesta anche di notte e quindi il campanello esterno alla bottega, posta sotto l’abitazione dello speziale, sarà lo strumento di Enrico per disturbare la prima notte di nozze di Don Annibale. Presentandosi via via sotto spoglie diverse - dapprima travestito da damerino francese, quindi da cantante che ha perduto la voce, infine da vecchio che chiede una lunghissima lista di medicine, Enrico continuerà a farsi ricevere da Don Annibale, suonando appunto il campanello, con i pretesti più strampalati finché, giunta l’alba, lo speziale dovrà partire in diligenza per Roma lasciando Serafina illibata a casa. SYNOPSIS The story takes place in Naples. The young and beautiful Serafina is engaged to the old apothecary Don Annibale Pistacchio, to the great annoyance of Enrico, the youth who is in love with the girl. She also loves him. Not withstanding the efforts to prevent the marriage, the ceremony is fixed for the next day just before the departure of Don Annibale for Rome, where he is to go for a month for business reasons. With this fact in mind, Enrico, with Serafina as accomplice, tries in all manner to prevent the marriage from being consummated that night, and therefore to gain some time to have it annulled. The apothecary is obliged by law to furnish his medicinal products to anyone who needs them day or night. The outdoor bell to his shop, which is situated just below the house, will be the instrument that Enrico uses to disrupt Don Annibale’s wedding night. He presents himself in different disguises - as a French dandy, as a singer who has lost his voice, and as an old man with a very long list of medications. In this way, Enrico will keep getting Don Annibale to come to the door. So ringing the bell under the oddest pretexts, Enrico assures that once dawn has come the apothecary will have to leave with the coach for Rome with Serafina at home still a virgin. 39 SUJET INHALT L’histoire se déroule à Naples. La belle et jeune Serafina est promise en mariage au vieux pharmacien Don Annibale Pistacchio, envers et contre le jeune Enrico qui aime la fille, d’un amour partagé. Malgré les tentatives pour empêcher le mariage, la cérémonie est fixée pour le jour précédant le départ pour Rome de Don Annibale, où le pharmacien doit absolument se rendre pour de raisons professionnelles et où il restera pendant plus d’un mois. Ayant appris cette nouvelle, Enrico, avec la complicité de Serafina, cherche par tous les moyens d’empêcher que le mariage soit consommé la nuit, ainsi il peut gagner du temps dans l’attente d’une nouvelle tentative pour le faire annuler. Le pharmacien est obligé de part la loi de fournir ses médicaments à quiconque les demande, même la nuit et donc la sonnette, située à l’extérieur du magasin, sous le logement du pharmacien, sera le moyen qu‘Enrico va employer pour déranger la première nuit de noces de Don Annibale. Il se présente sous différents déguisements: d’abord en damoiseau français, puis en chanteur qui a perdu sa voix et à la fin en vieillard qui demande une liste très longue de médicaments. Il parvient ainsi à se faire recevoir par Don Annibale, en appuyant sur la sonnette sous des prétextes les plus farfelus jusqu’à l’aube, quand le pharmacien doit partir pour Rome, laissant Serafina vierge. Die Geschichte spielt in Neapel. Die junge, schöne Serafina wird dem alten Apotheker Don Annibale Pistacchio als Braut versprochen, sehr zum Leidwesen von Enrico, einem jungen Mann, den sie liebt. Obwohl beide immer wieder versuchen, die Zeremonie so lange wie möglich herauszuzögern, wird sie auf den Tag vor Don Annibales Abreise nach Rom festgelegt. Der Apotheker muss sich aus beruflichen Gründen dorthin begeben und wird vor einem Monat nicht zurückerwartet. Als Enrico das erfährt, schmiedet er zusammen mit Serafina einen Plan, wie er es verhindern kann, dass in der Hochzeitsnacht die Ehe vollzogen wird. Auf diese Art wollen sie Zeit gewinnen, um die Ehe zu einem späteren Zeitpunkt annullieren lassen zu können. Vom Gesetz her ist der Apotheker dazu verpflichtet, jedem und zu jeder Zeit Medikamente herauszugeben. Zu diesem Zweck ist außen an der Apotheke eine Klingel angebracht. Diese Klingel wird Enrico dazu dienen, die Hochzeitsnacht von Don Annibale meisterhaft zu stören. In immer wieder neuen Verkleidungen klingelt er den Apotheker aus dem Bett. Einmal ist er französischer Galan, dann ein Sänger, der seine Stimme verloren hat, und schließlich ein alter Greis, der eine endlos lange Liste an Medikamenten hervorholt. Immer wieder klingelt er an der Tür, unter immer neuen Vorwänden, bis der Morgen anbricht und Don Annibale sich reisefertig machen muss. Als er die Kutsche besteigt, ist Serafina noch unberührt. IL CAMPANELLO Gaetano Donizetti Prima rappresentazione Napoli, Teatro Nuovo, 1 giugno 1836 (prima versione) Napoli, Teatro del Fondo, 23 maggio 1837 (seconda versione) Prima rappresentazione a Firenze Teatro della Pergola, 26 dicembre 1838 Organico ottavino, flauto, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, 3 tromboni, timpani, campanello e archi Ultima rappresentazione nelle Stagioni del Teatro 11° Maggio Musicale Fiorentino 1948 Teatro della Pergola, 15, 22 maggio 1948 Direttore Gianandrea Gavazzeni Regia Raffaello Pacini Scene e costumi Gianni Vagnetti 41 Il campanello Farsa in un atto Parole e musica di Gaetano Donizetti PERSONAGGI Serafina, figlia di Madama Rosa Don Annibale Pistacchio, speziale Enrico, cugino di Serafina, studente in legge Spiridione, giovane di bottega presso Don Annibale soprano soprano basso baritono tenore Coro di Parenti e Convitati d’ambo i sessi La scena è in Napoli. L’azione ha luogo negli ultimi giorni di Carnevale. 42 43 ATTO UNICO [Preludio] [1. Introduzione] Il teatro rappresenta una camera dietro bottega. Una tavola sopra la quale bottiglie, pane, salsiccie, ec. Un armadio, un paravento, un’altra tavola in un cantone, sopra la quale tazze in porcellana per il caffè, the, ec. In fondo porta per entrare in bottega. Porta a diritta, e a sinistra, che danno comunicazione ad altra camera. Sopra la porta di entrata un campanello. Scena I Tutti i Parenti, ed i Convitati d’ogni sesso, chi seduti, chi all’impiedi, mangiando, bevendo: Spiridione versa vino ora a questo, ora a quello mentre cantano il seguente coro. Indi don Annibale CORO Parenti, e Convitati chi in piedi passeggiando, chi seduti mangiando e bevendo Evviva Don Annibale, evviva Serafina: vogliam danzare e bevere infino a domattina. Pistacchio è un Esculapio, la sposa è una Ciprigna; fia con sì bella coppia la sorte ognor benigna. Ei fra speziali domina, ella fra le bellezze... Amore e Imen preparano torrenti di dolcezze. Facciamo allegri brindisi infino a domattina; evviva don Annibale, evviva Serafina. Don Annibale in abito da sposo con gran bouquet all’abito. DON ANNIBALE esce Bella cosa, amici cari, bella cosa è cangiar stato; quando l’uomo s’è ammogliato 44 uom divien di qualità. Chi trovata ha una ragazza, bella e buona come questa, più non teme per la testa, sempre allegro se ne sta. Già parmi d’essere padre beato già veggo i bamboli sedermi a lato. L’un vorrà pillole, l’altro pagnotte; ciascun chiamandomi il dì e la notte: “Papà io voglio pillole, Papà... ed io pagnotte.” In essi il tenero padre felice come fenice rinascerà. E tutto Napoli pien di Pistacchi in breve spazio si troverà. [Recitativo. Dopo la cavatina di Annibale ossia Introduzione] DON ANNIBALE Amici se ballar volete ancora l’orchestra è pronta a secondarvi. SPIRIDIONE Andiamo. Evviva il principal! Viva gli sposi! CONVITATI Al ballo, al ballo! Evviva don Annibale! evviva Serafina! Correndo nella sala con Spiridione. DON ANNIBALE Per Bacco! (osservando sulla tavola) Addio dispensa! Addio cantina! Un campo sbaragliato questa mensa mi par! 45 Scena seconda Madama Rosa, e detto. MADAMA ROSA Genero amato, per dirvi due parole ho colto il punto che si diverte ognuno. DON ANNIBALE Dite, vi ascolto. MADAMA ROSA Voi dovete capir qual duolo accolto sia d’una madre in cor nel separarsi dall’unica sua figlia, e abbandonarla in man d’uno straniero... DON ANNIBALE Straniero! Io son di Napoli, venuto a questo mondo nel millesettecentottantasette e ognun conosce Annibale Pistacchio, spezial di Foria, e inventor delle pillole famose contro l’asma, la tosse, e il mal di madre. MADAMA ROSA Ed ella è figlia d’onorato padre; un valoroso ufficial perito nell’assedio d’Anversa... Ma ciò non monta; sol da voi promessa io bramo, che felice la renderete... e ben lo merta, io spero: ella è un angel di figlia. MADAMA ROSA Né differir potreste la partenza? Per poco almen, per questi ultimi dì carnevaleschi? DON ANNIBALE Eh no! Differir non si può. È necessaria posdomani in Roma la mia presenza: debbo alla rottura assister dei suggelli, e quella parte prender che mi lasciò la zia Onorea, di felice memoria! MADAMA ROSA Dunque, finché tornate, a Serafina io terrò compagnia. Divertiamoci per or... Incamminandosi verso la tavola. DON ANNIBALE Suocera mia, troppo tardi giungeste; sol qualche goccia vi sarà per voi. MADAMA ROSA Grazie... (prendendo qualche cosa e guardando l’apparecchio) Che lusso!... Che allegria! (ascoltando ridere da dentro) Soltanto a renderla completa manca il più gaio dei congiunti. DON ANNIBALE E chi? Enrico forse? DON ANNIBALE È vero, è vero! E per questo mi vien la pelle d’oca solo in pensar che all’alba deggio lasciar le maritali piume, e pormi in diligenza. 46 MADAMA ROSA Lo diceste. DON ANNIBALE Oh! sì! Vostro nipote, sia permesso il dirlo, non mi va punto a sangue: egli si crede, 47 percorso avendo lo stival d’Italia, un’arca di sapienza, e tutte, e tutti pone in caricatura; e poi m’è noto che la bella cugina tentò rapirmi... (Odonsi grida festevoli, più sonori scrosci di risa) Udite, come senza di lui regna in mia casa la gioia ed il sollazzo! DON ANNIBALE con riso sforzato Ah! Ah! Chi era? SPIRIDIONE Enrico. DON ANNIBALE (Vi colga entrambi il fistolo!) MADAMA ROSA Scena terza Spiridione, e detti. ne ha delle belle! SPIRIDIONE sganasciandosi dalle risa Oh che pazzo! oh, che pazzo! SPIRIDIONE DON ANNIBALE Che fu? SPIRIDIONE Noi giuocavamo a gatta cieca, quando s’apre in un colpo la porta delle scale, ed eccoti un baffuto caporale che s’avanza gridando: “Si ritiri ciascun, io lo comando”. Senza aggiunger parola, uno il cappello, l’altro piglia il baston, questa il tabarro, quella i calosci, e già partian, ma getta il caporal bonnet, baffi, uniforme... (ridendo) Ed era... DON ANNIBALE Chi? SPIRIDIONE Ridete. DON ANNIBALE Ma pria... Colui Udite ancor. La danza comincia, ed ei per terra molte butta di furto fulminanti pallotte... Oh che spasso!... che ridere!... che botte! Paf... pif... punf... Alcune ne raccolsi... Mirate! Levandosi di scarsella molte palline fulminanti DON ANNIBALE (Or della sposa mi cucio alla gonnella.) Avviandosi alla sala odesi il motivo d’una Galoppa [Segue Motivo di Galoppa] [Recitativo] MADAMA ROSA Che!... la galoppa?... Oh, dolce suon!... Mi sento (trattenendo Don Annibale) ringiovanir!... Ballar con me vi piaccia una galoppa. DON ANNIBALE Ohibò... Scusate... io deggio... E poi ballar non so... Va per entrare nella sala, ma gli viene impedito da’ Convitati, che ballando la galoppa traversano la scena. MADAMA ROSA Pretesti!... Andiam... SPIRIDIONE Se non ridete, io non lo dico. 48 49 DON ANNIBALE (Che imbroglio!...) Ma... MADAMA ROSA Non ascolto... Galoppare io voglio. Lo strascina seco, ed entrando in fila co’ danzatori partono dall’opposto lato. [2. Galoppe, (Scena e) Duetto Enrico e Serafina] Scena quarta Serafina dal lato opposto ballando la galoppa con Enrico. Questi, giunto in mezzo alla scena s’arresta, prende un tuono serio, caricato. Sospira. (piangendo tragicamente) ma ben presto il freddo avello tanto incendio estinguerà. SERAFINA ironica Non morrete, non morrete: vi conosco seduttore; è dispetto, e non amore che infierir così vi fa. Or che d’altri mi sapete arde in voi cotanto foco! Obbliaste che fui giuoco della vostra infedeltà? Altre due, lusinghiero, ne amate ed intanto... SERAFINA Ebben! Siete già stanco? ENRICO ENRICO SERAFINA Ne son certa, ed invan lo negate, (con sicurezza) altre due... Orsù, cugina; bando agli scherzi... voi mirate adesso in me l’amante offeso. Rispondete: perché sposarvi senza il mio permesso? SERAFINA E voi me lo chiedete? Perché in Enrico ritrovai l’infido, il mostro, l’incostante, il traditore... ENRICO Sei tu la traditrice... SERAFINA Addio, signore! Serafina per fuggire. ENRICO Non fuggir... t’arresta, ingrata... Senti almeno una parola, o il crudel che a me t’invola spento innanzi ti cadrà. La mia fiamma disprezzata crebbe al par d’un Mongibello, 50 Menzogna infernale! ENRICO con più forza Ma no, no, no, (fa il suo conto sulle dita) ma no, no, son tre. (In tuono tragico) Donna infida, leggera, sleale... lo facea per scordarmi di te! (con accento piangoloso) Sempre, sempre t’amai come s’ama di potente indicibile affetto! Per te sola m’avvampa nel petto una fiamma cui pari non ha. Questo cor te domanda, te brama; senza te questo cor morirà. SERAFINA Io v’amava sperando che il core v’accendesse un affetto verace, ma la speme fu un sogno mendace come nebbia che all’aura sen va. 51 Ah! vien meno, s’estingue l’amore, cui la speme alimento non dà. Buona sera. ENRICO Ah, crudele, crudele, sempre, sempre t’amai come s’ama, ecc. ENRICO SERAFINA Ah! vien meno, s’estingue l’amore, ecc. [Recitativo - Dopo il Duetteo di Enrico e Serafina] ENRICO (Ecco lo sposo!... A noi.) Tu non mi fuggirai, perfida, spietata! Ritiene Serafina per la veste in ginocchio. Dispietata. Odi ancor. SERAFINA Son maritata! ENRICO Di me dunque?... Scena quinta Don Annibale, Madama Rosa, Convitati, Spiridione e detti SERAFINA Non mi curo. DON ANNIBALE Oh! ENRICO Non più amor? SERAFINA (Mio marito!) SERAFINA Mai più: lo giuro. ENRICO Fermati, spietata! ENRICO con esagerato furore Sì? Se ogni speme io perdo al mondo corro appresso a quel birbante... qual vampiro sitibondo succhierollo ad ogni istante... È finita omai la festa... non avrà più testa in testa. A talun da lui fia dato per la china il sublimato: un stringente chiederanno, e una purga invece avranno... E a te pur fatal cugina, traditrice Serafina sale inglese, e teriaca per sciroppo toccherà. SERAFINA ironica Ogni sdegno il tempo placa, anche il vostro placherà. 52 DON ANNIBALE affrettando tutto d’un fiato Ladri... Guardia... Fuoco!... Acqua! Gente! Aiuto! MADAMA ROSA, SPIRIDIONE e CONVITATI Perché tanto rumore? DON ANNIBALE Ho colto il seduttore... Anzi... mirate: a’ piedi è tuttavia di madama Pistacchio. ENRICO Voi credete ch’io stia in ginocchio? No; sbagliate. (s’alza) Io non vi sto... MADAMA ROSA a Don Annibale Non sta in ginocchio. 53 DON ANNIBALE MADAMA ROSA Ora, lo veggo anch’io. ENRICO E come padron mio, non intendeste che provando io stava una scena con lei, onde poi declamarla innanzi a tutti. MADAMA ROSA Che bella idea!... Sentiam la scena... DON ANNIBALE Un cavolo! È troppo tardi, ed io... SPIRIDIONE e CONVITATI La scena! ENRICO (Oh, diavolo...) SERAFINA (Che mai dirà!) ENRICO (Franchezza.) Ecco, si tratta d’una tragedia classico romantica. Vi sono tre parti principali: or io farò la parte del... farà la sposa la parte della... e voi (a Don Annibale) la parte di... V’ascoltiamo. ENRICO Io, che son Zasse, adoro Zanze, e bramo toglierla al mio rivale Zonzo che siete voi. (a Don Annibale) S’alza il sipario. Assisa al piè d’un gelso, immersa nel dolore gemea trafitta Zanze dal più crudele amore... Arriva Zasse, e svelando l’ardor che lo divora a lei bacia la mano!... (prende la mano di Serafina come per baciarla. Don Annibale s’avanza per impedirglielo) Sta Zonzo ancora in disparte... (facendo ritornare Don Annibale al suo posto) la man bacia e ribacia Zasse di Zanze, ed in partir le porge un dolce amplesso: Zonzo allor s’avanza con arcigna sembianza. E grida: “Zasse... trema, o vil...”. Ma Zasse risponde: “Ziffe”; Zonzo chiama Zaffe e in presenza di Zanze, a Zasse... fa tagliar la testa. A scena sì funesta cade svenuta Zanze, sopra il corpo di Zasse, e Zonzo esclama: “ahi, Zanze! ahi Zanze!”. Suona la mezzanotte. DON ANNIBALE Udiste? È mezzanotte; e parmi tempo, che ciascun vada a letto. DON ANNIBALE Che bella parte!... MADAMA ROSA SERAFINA Zitto. ENRICO Il suo titolo é “Zasse, Zanze e Zonzo”. Udite l’argomento. 54 Ah, madre! DON ANNIBALE È quella la vostra stanza, o suocera. 55 ENRICO ENRICO Brilla e rapido sen va. E la mia? [3. (Brindisi)] DON ANNIBALE In mezzo della via. ENRICO [MADAMA ROSA] Il segreto per esser felici so per prova e l’insegno agli amici. Sia sereno, sia nubilo il cielo, ogni tempo, sia caldo, sia gelo, scherzo e bevo, e derido gl’insani che si dan del futuro pensier. Non curiamo l’incerto domani, se quest’oggi c’è dato goder. MADAMA ROSA Andiamo, Serafina. Ritirandosi con Serafina. CONVITATI Andiamo noi pure... ENRICO Congiunti, amici, piano... facciam l’ultimo brindisi allo sposo. Spiridion, rinnova le bottiglie. (Spiridione esce) Certa canzone che in Milano appresi, or canterò: l’intercalar amici ripeterete voi. CONVITATI Sì, non curiamo l’incerto domani, se quest’oggi c’è dato goder. ENRICO [MADAMA ROSA] Profittiamo degl’anni fiorenti, il piacer li fa correr lenti. Se vecchiezza con livida faccia stammi a tergo, e mia vita minaccia, scherzo e bevo, e derido gl’insani che si dan del futuro pensier. Non curiamo l’incerto domani, se quest’oggi c’è dato goder. CONVITATI Spiridione, il vino. SPIRIDIONE tornando con altre bottiglie Eccomi. ENRICO CONVITATI Sì, non curiamo l’incerto domani, se quest’oggi c’è dato goder. A noi. Spiridione versa vino a tutti. [3a. (Brindisi)] ENRICO e CONVITATI Mesci, mesci, e sperda il vento ogni cura, ogni lamento; solo il canto del piacere risuonar fra noi s’udrà. Nell’ebrezza del piacere sta la vera ilarità. CONVITATI Lunga è l’ora degli affanni, ha il piacer fugaci i vanni, il momento del godere brilla e rapido sen va. 56 [Recitativo dopo il Brindisi] DON ANNIBALE Omai basta, o Signori. ENRICO (Andare a letto, crede il babbion! Stai fresco! Or io ti servo. Col mercante di maschere qui presso) Felice notte. CONVITATI Addio. 57 ENRICO Ci rivedremo all’alba. CONVITATI Sì, verremo per darvi il buon viaggio. ENRICO e CONVITATI Evviva Don Annibale, evviva Serafina. Scena sesta Don Annibale, Spiridione e Madama Rosa a suo tempo. DON ANNIBALE Maledetti! Son partiti alla fin!... Spiridione! Aiutami a spogliarmi. Su presto. il berretto da notte e la veste da camera... (volendo girar la chiave per la toppa) Chi viene? (s’apre la di lui porta) Oh, la suocera... Passa dietro al paravento. MADAMA ROSA Sposo, eccovi... Ebbene! Dove, o genero, siete? DON ANNIBALE Son qui, son qui. Don Annibale sta dietro di un paravento spogliandosi, ma in vista del pubblico. SPIRIDIONE MADAMA ROSA volendo andare da lui Prendete la vostra chiave... Eccomi qua. Chi è? Mi par sentire il campanello. DON ANNIBALE DON ANNIBALE Hai perduto il cervello? Questo ci mancherebbe! SPIRIDIONE Se ciò accade, non vi date fastidio, ché per voi darò le droghe... DON ANNIBALE No, che dici? È troppo chiaro il decreto: (leggendo) “In vista di frequenti funesti avvenimenti, s’ordina che ogni spezial, di notte, le proprie medicine venda in persona. Il trasgressor punito sarà di multa e prigionia”. (Intanto si toglie l’abito, la cravatta e la camiciuola) Speriamo che alcun non mi frastorni. Dammi intanto 58 Alto, alto... lo intimo in nome della pudicizia... Visibile non sono... MADAMA ROSA Intendo: ecco, vi lascio la vostra chiave, (la dà a Spiridione) ed a svegliarvi pria di giorno verrò. DON ANNIBALE Soverchio incomodo. A star desta vi sfido. MADAMA ROSA Felice notte, piccolo Cupido. Entra in una stanza di fronte a quella di Don Annibale. DON ANNIBALE a Spiridione Che ti sembra? 59 SPIRIDIONE Benissimo! Un Cupido! Siete in veste da camera e berretto. DON ANNIBALE Orsù, vattene a letto, e fa’ d’essere in piedi verso le cinque. SPIRIDIONE Dormirò vestito. Dà la chiave a Don Annibale e si ritira. DON ANNIBALE prende il lume e s’incammina verso la sua camera. Suona il campanello Or vedi che prurito! (Il campanello suona più forte) Giusto adesso!... Un momento. Scena settima Don Annibale ed Enrico, vestito caricatamente da damerino francese con occhiali, mustacchi, e pizzo. ENRICO Bonne soir. DON ANNIBALE Che vi occorre? Je suis... malato... e vo’... medicatura. DON ANNIBALE Ma bisogna ch’io sappia la natura del male, onde... ENRICO Voici. Je... vengo dal ballo, e j’ai... danzato per quatre ore... en suite... Oh! che caldo maudit!... Par... rinfrescarmi, appena una trantina presi... de pièces en glace... c’est à dire sorbetton. DON ANNIBALE (E non crepasti?) ENRICO Or questi... m’ont prodotto un embarras ici, dans l’estomaque... e per tornarmi en bon point, il me faut ou cinq, o six bouteilles de Malaga, Champagne o Porto, Porto... Monsieur, prenez-les donc. DON ANNIBALE Je vous demande pardon d’ici venir vous déranger... mais, quand un homme souffre... Voyez vous, mon ami! Je tiens la fièvre... Sentez, tâtez, touchez... (Sta a vedere che mi ha preso costui per cantiniere. Leviamcelo dai piedi.) Attendetemi qui, che avrete in breve il più squisito vino. (Tengo un baril d’Asprino, or gliene reco un fiasco.) Via. DON ANNIBALE (Costui che vuol da me!) Padron mio, nel linguaggio del paese prego spiegarvi. Scena ottava Enrico solo, poi Don Annibale. ENRICO ENRICO Bien, bien... mi spiegherò. Donque... en italianò. 60 ENRICO Balordo spezial, fin ch’io ritorni, occuparti saprò. Siam della burla in principio soltanto. 61 Ancor v’è tempo per la fine. Intanto dinanzi all’uscio nuzial si ponga l’armadio... (esegue) qui le seggiole... (mettendole dalla parte opposta a quella in cui si trovavano) nel mezzo la tavola. (esegue, e poi spegne il lume) Vediam se il mio rivale potrà col suo talento, il bandolo trovar della matassa. Ei vien. (spegne il lume e la scena rimane oscurissima) DON ANNIBALE Prendete qui... (nel porgere il vino smorza il lume, credendo la stanza illuminata com’era pria) Chi spense la candela? ENRICO Par ici... Vengo d’avoir une crise, et j’aurai fait tomber inavvedutamente la lumière. C’est égal... à present non ho besoin de votre vinasson. Merci, merci, guidatemi alla porta. DON ANNIBALE Eccomi pronto. ENRICO Io vado a letto. DON ANNIBALE Anch’io. ENRICO (Questo non avverrà.) Bonsoir! Enrico esce e Don Annibale richiude. 62 DON ANNIBALE Addio. Scena nona Don Annibale solo. DON ANNIBALE Meno mal ch’io son pratico del sito e posso camminarvi anche ad occhi bendati. (urta nella tavola grande e fa cadere il servizio di porcellana) Povera porcellana!... Io mi credea nel mezzo della stanza, e sono invece ad un angolo! Buono! (s’incammina verso la sua camera) Entro la serratura della mia porta un’altra chiave! (Apre l’armadio, e volendo entrare dà col grugno nel fondo dello stesso) Ohimè!... Son bravo per mia fè! Nell’armadio trovar voleva il letto! Orizzontiamci... A manca dello stipo si trova la mia porta... Essa è fuggita!... Spiridion? Spiridion? Balordo! Ronfa come un maiale!... Or mi ricordo!... Su questo tavolino posi qualche fosforico cerino... Eccone... (trova un cerino e accende il lume) Oh, per le corna del demonio!... I mobili passeggiano!... Spiridione al certo dev’essere sonnambulo, e dormendo volle porre la camera in assetto... (ripone l’armadio al suo posto) Pazienza!... (va per entrare in camera e suona il campanello) Oh, campanello maledetto! Apre. 63 Scena decima Enrico in lungo soprabito, capelli, e gran barbette grigie. Egli ha la faccia inviluppata in un fazzoletto di lana, come per difendersi dal freddo, e detto. ENRICO È questa la bottega del famoso Pistacchio? DON ANNIBALE È tardi. ENRICO Che ore abbiamo? DON ANNIBALE (Si cerchi spaventarlo.) Son le tre dopo la mezzanotte. DON ANNIBALE Appunto: ed il Pistacchio avete innanzi. ENRICO sedendo ENRICO Oh! servo... Ebben, per me ancora è presto, ch’io non vado a letto pria delle cinque. DON ANNIBALE A monte i complimenti. Spicciatevi, ché ho fretta. DON ANNIBALE Oh mio signor! ENRICO ENRICO Sedete: Ebben, sappiate che un cantante son io; domani a sera m’è forza debuttar nel Campanello, nuovissimo spartito; son rauco, ed ho sentito decantar certe pillole stupende, che voi smerciate contro il mal di gola, onde... DON ANNIBALE Vi servo subito... ENRICO Scusate... (trattenendo Don Annibale) Bisogna che sappiate come perdei la voce. m’importa di narrarvi il caso mio. DON ANNIBALE A me l’udirlo non importa un corno. ENRICO Sedete, o qui rimango infine a giorno. (Annibale siede sbuffando) [4. Duetto Enrico e Don Annibale] Ho una bella, un’infedele, ch’ama un altro, ed io l’adoro. Son geloso, e la crudele gode sol del mio martoro! Ai balconi suoi d’intorno giro sempre notte e giorno, e scirocco, e tramontana m’han servito come va. Tossendo. DON ANNIBALE Ma... ENRICO Sediamo. 64 DON ANNIBALE Se volete il mio giudizio, per levarvi d’imbarazzo, per fuggire il precipizio e de’ venti lo strapazzo 65 o al momento la lasciate, o al momento la sposate. Tal rimedio gola e testa risanare vi potrà. non ti turbin l’onde rotte della placida laguna. Dormi o bella, mentr’io canto la canzone del piacer. ENRICO (con faccia piangente) Ma frattanto il mio debutto... DON ANNIBALE Dico... è tardi... buona notte!... Che partiste avrei piacer. Buona notte, buona notte. DON ANNIBALE Non sarà poi tanto brutto. Le mie pillole potranno... Andandole a prendere nell’armadio. DON ANNIBALE No... ENRICO Dormi o bella, mentr’io canto la canzone del piacer... E... e... e... (la voce si fa rauca un’altra volta) Son rauco nuovamente! La dose ripetete. Replichiamo. ENRICO Proverò... DON ANNIBALE Auf!.. Ma... sì, ma dopo partirete? ENRICO Date, date, date, date. DON ANNIBALE Sentite... ENRICO Proverò... DON ANNIBALE Ma prima... ENRICO Su, su, andiamo, andiamo. Se guarisco partirò. Don Annibale corre all’armadio, prende altra scatola. Enrico prende varie pillole e gorgheggia. U, u, u... DON ANNIBALE ansante Che vi pare? ENRICO Proverò. Don Annibale gli dà una scatoletta; piglia la scatola ed inghiotte tutte le pillole in una volta. DON ANNIBALE (Che ti venga un buon malanno: tutte quante le ingoiò.) ENRICO provando la voce (Bene.) (Meglio). (Benone, benone.) “Or che in ciel alta è la notte, senza stelle, e senza luna, 66 ENRICO Non plus ultra! Già la voce ritornò. (prende per mano improvvisamente Annibale) Al mio debutto assisterete, de’ miei gorgheggi giudicherete di mie volate semitonate, de’ sbalzi orribili ch’io prenderò. Ah, ah, ah, e, e, e, o, o, o, u,u,u, a, e, i, o, cose impossibili sentir farò. 67 DON ANNIBALE Se presto, presto non ve n’andate, verrà una pioggia di bastonate. Siete un seccante signor cantante, più la mia collera frenar non so. Fuori dell’uscio vi caccerò. ENRICO scherzando e cantando a piena voce La, la, la, la... Fa ballare Don Annibale per forza. DON ANNIBALE Piano, piano. Ah... ah... ah... Ferma il ballo. Scena undicesima Spiridione, e detto. SPIRIDIONE ancora dentro e sbadigliando Chi è? DON ANNIBALE chiamando Son’io... Vien qua. SPIRIDIONE Perché? DON ANNIBALE Vien qua, ti dico. SPIRIDIONE uscendo tutto sonnacchioso Che volete? DON ANNIBALE Hai visto ENRICO Cose impossibili sentir farò, ecc. chi nella serratura cacciò questo biglietto? SPIRIDIONE DON ANNIBALE Siete un seccante signor cantante, ecc. Enrico è cacciato, e coglie il momento che Don Annibale gli volge la schiena, e ficca un piccolo viglietto nella serratuta della camera di Serafina. [Recitativo dopo il Duetto de’ due bassi] DON ANNIBALE Ah, cane d’un cantante! Al tuo debutto io spero che t’accoppino di fischi. (prende il lume per entrare nella sua camera) Sopra l’ali d’amore, o Serafina, a te men volo... Che veggi’o! Nel buco della chiave un biglietto! Leggiamo un po’... (legge) Cospetto!... Spiridion? Spiridion? 68 Che biglietto? Io non v’intendo... DON ANNIBALE E i mobili a soqquadro chi pose? SPIRIDIONE Non lo so. DON ANNIBALE Mi gira il capo come un mulino a vento. SPIRIDIONE Ma dite... ANNIBALE Ascolta, e crepa di spavento. 69 SPIRIDIONE Presto, leggete. DON ANNIBALE DON ANNIBALE legge “Una persona, offesa gravemente da voi, giurò di vendicarsi in questa notte. Restate in piè, vegliate, se vi è cara la vita. Un vostro amico”. Tu che ne dici? SPIRIDIONE Chi è questi? Enrico! DON ANNIBALE Perbacco! dici bene. SPIRIDIONE Star desto vi conviene! SPIRIDIONE Dico... DON ANNIBALE Ti sembra?... (riflette) L’ho trovata! in sentinella tu dinanzi alla porta rimarrai, mentre... Eh! DON ANNIBALE Chi offesi? SPIRIDIONE Uh! SPIRIDIONE Che sentinella? Io m’addormento, DON ANNIBALE e buona notte! Come? SPIRIDIONE DON ANNIBALE Dunque? Ih! (pensa un momento, quindi dice in tuono grave) Vi son due bestie qui. SPIRIDIONE DON ANNIBALE Una sei te, per certo. SPIRIDIONE Il piano è questo. Le palle fulminanti che raccolsi or semino davanti all’uscio vostro; se viene alcun per assalirvi, quelle scoppiano, io mi risveglio, corro, grido, giunge la guardia, ed il birbo è carcerato. E l’altra voi. ANNIBALE Grazie! SPIRIDIONE Scrisse il biglietto qualcun degl’invitati, ed il nemico che vuol vendetta... 70 DON ANNIBALE Oh! corpo del salnitro stibiato! Quest’è un’idea sublime. SPIRIDIONE All’opra dunque.... Seminando le pallette innanzi alla porta di Don Annibale. Suona il campanello. 71 DON ANNIBALE Che fosse mai? ENRICO SPIRIDIONE DON ANNIBALE Vedrò pel finestrino della porta. È un vecchio. DON ANNIBALE Ci voleva anche questo vecchio e tutti un dopo l’altro... io non capisco che negozio è questo... Apri, ch’or me la spiccio presto, presto. Spiridione apre, e si poi ritira. [4 bis. Aria aggiunta Enrico e Don Annibale] L’autore crede difficil cosa lo ricordarsi a memoria tutti gli scritti rimedi; quindi consiglia dal momento che si legge, a scrivere tutto sopra lunga e stretta ricetta da svolgersi a poco la volta onde D. Annibale non s’accorga sul principio che sia una corbellatura! Da ciò ne avviene che può il cantante anco farci qualche chiamata musicale e tirar dritto sempre senza che il pubblico se ne accorga, che nello stesso tempo serve la ricetta di aiuto ad Enrico e ad Annibale. Enrico la tiene in guisa che non sembra sì lunga sul principio. Scena dodicesima Enrico avvolto in una veste da camera, con berretto da notte in testa, e Don Annibale. ENRICO correndo dentro ansioso Mio signore venerato! Son lesto? E quando. ENRICO cercando per le saccoccie Io non so più dove sia. DON ANNIBALE Auf, che pena! ENRICO Ciel tiranno! L’ho perduta! Vado e torno. Per partire. DON ANNIBALE Buon viaggio! ENRICO L’ho trovata! Retrocede. DON ANNIBALE Oh! perbacco, che nottata! ENRICO Pria vi voglio di mia moglie tutti i mali palesar. DON ANNIBALE Patron mio! Che cos’è stato? DON ANNIBALE Non m’importa: a me s’aspetta di spedirvi la ricetta. ENRICO Presto, presto, a tutta fretta, mi dovete una ricetta come un fulmine spicciar. ENRICO Per veder s’ella è perfetta, non c’è male d’ascoltar. DON ANNIBALE Giusto adesso. DON ANNIBALE Non m’importa. ENRICO La povera Anastasia 72 73 per cui v’ho incomodato, è tisica, e diabetica, è cieca, e paralitica, patisce d’emicrania, ha l’asma, e sette fistole, spine ventose e sciatica, tumore nell’occipite; ha il mal della podagra, che unito alla chiragra penare assai la fa. Ma qui sta il re dei recipe che tutto guarirà. (legge) Si prenda l’acqua celebre del gran Monsieur Maurizio, con l’altra Capocefalo, e poi la fagiadenica. Con questa poi mischiateci l’aceto coll’arecheto; sia questa rinforzata con l’acqua canforata, col balsamo copaibe, col dolce elettuario, di cedro imperïale, che giova e non fa male. Vi unite a queste cose benigne e portentose, per fare il tutto eccelso, con l’Elisir d’Elmozio, pur quel di Paracelso. Mischiate, rimischiate, poi pillole formate... DON ANNIBALE Ma questi sono liquidi. ENRICO Che ad uno, a quattro, a sette si devono ingoiar. ENRICO Che ad uno, a quattro, a sette si devono ingoiar. DON ANNIBALE Oh! oh! ah! oh! Basta! che pillole! che pillole! ENRICO Prendete poi l’ombelió di Venere... DON ANNIBALE Ma che ombelió di Venere. ENRICO Butirro d’antimonio... DON ANNIBALE Che dite, che antimonio! ENRICO Il solfo col diascorio del dotto fra’ Castorio, l’asella e l’assafetida; il thè (che sia d’America), rob antisifilitico, l’estratto di cicuta, papaveri, la ruta, l’etiope minerale, sciroppo cordiale. Aggiungi poi la polvere di Marco Cornacchione, e di Giovanni Procida l’empiastro in [in]fusione, la cassia fistulata, la pomice pestata... Bollite et fiat bibita... DON ANNIBALE Che bibita! DON ANNIBALE Che pillole! ENRICO Bollite et fiat pillula. 74 75 DON ANNIBALE Che pillula! Che dice! Ma questi sono... ENRICO Il resto eccolo qua. DON ANNIBALE I primi sono liquidi... ENRICO Semifreddi, ente di Marte, del Cadet l’emulsione, cascarilla, simaruba, del tabacco di Macuba, dulcamara, talamacca, legno quassio, ceralacca; aggiungete ottanta rane, venti fave americane, ruta secca, dragonaria, terebinto, serpentaria, manna emetica, castoro, raschiatura di fin’oro; eppoi l’erbe tritolate che qui appresso son notate; erba spugna, polmonaria, il ceraunio, il capripodio, il vitucchio, ed il poligano, blasia, quassia e polipodio... DON ANNIBALE Quasi svengo. ENRICO come perdendo il segno Il polipodio, il rastio d’unto al vitrice con la carice, l’asparaco, il briol... DON ANNIBALE Ma... ENRICO La calega, 76 la veronica, lo statice, l’anserina, la piombaggine con un mazzo di lattuga, che mollifica, che asciuga. Malva d’Ischia, malva rosa, raschiatura serpentaria, venti fave, ottanta rane, ruta secca, dragonaria, simaruba, cascarilla, ceralacca, legno quassio, erba spugna, polmonaria, poi coppaibe e capripodio, la verbesca, lo sparganno, la veronica e lattuga, blasia quassia e polipodio, che mollifica, e asciuga, vera polvere di corno. DON ANNIBALE Ruta secca, dragonaria, simarubba, cascerilla, ceralacca, legno quassio, erba spugna, polmonaria, poi coppaibe e capripodio, la verbesca, lo sparganno, la veronica e lattuga, blasia quassia e polipodio, che mollifica, e asciuga, vera polvere di corno. ENRICO Io domani a mezzogiorno tutto a prendere verrò. Parte adagio adagio, e lascia Don Annibale colla ricetta in mano. [Recitativo ultimo] Scena penultima Don Annibale, Spiridione, poi Madama Rosa, Serafina. DON ANNIBALE Or venga pure il campanello giù, gridi, crepi chi vuol, non apro più. (prende il candeliere, e corre frettoloso verso la sua camera; le pallette scoppiano sotto i di lui piedi, e gli cade il lume) Chi è?... Bestia che son!... 77 Dimenticavo le pallette! ALTRI Con voi ci rallegriamo. SPIRIDIONE accorre, ed afferrando Don Annibale per la gola, grida a tutto potere Al ladro... All’assassino... Guardia, guardia... DON ANNIBALE Ma come!... Forse?... Appena ho fiato per domandar... DON ANNIBALE No, son io! ENRICO MADAMA ROSA Che fu? quai grida? SERAFINA Mamma, aprite... io sono alzata... (uscendo con lume) Ebben, che avvenne?... DON ANNIBALE Nulla, nulla... un equivoco... ritorni ognuno a letto: io pur... Il campanello viene suonato a distesa. SPIRIDIONE Adesso, adesso. Va ad aprire. Scena ultima Enrico, Parenti degli sposi, e detti. MADAMA ROSA Enrico! ENRICO Con permesso? Ecco tutti i congiunti. ALCUNI CONVITATI a Don Annibale Ben levato. ALTRI Con voi ci consoliamo. 78 Che domandar? Fra poco passa la diligenza, (guardando all’oriuolo) spicciate... son le sei meno un quarto. Vedete, in ciel biancheggia di già l’alba del giorno. DON ANNIBALE con un sospirone Sposa!... Ci rivedremo al mio ritorno. [5. Finale] SERAFINA Da me lungi ancor vivendo, sposo amato in me riposa, sempre fida ed amorosa la consorte a te sarà. ENRICO piano a Don Annibale Mai non sien le tue dolcezze molestate ed interrotte, bella al par di questa notte sia la vita ognor per te. CORO Mai non sien le tue dolcezze, ecc. MADAMA ROSA Bella al par di questa notte, ecc. DON ANNIBALE col fiele alla bocca Grazie... troppe gentilezze... (sbadigliando) (Io, mi reggo appena in piè!) (alla sposa in disparte) Moglie in erba, finché io torno esser destra ti conviene; se qualcuno a batter viene 79 tu la porta non aprir. Spiridione intanto toglie la veste a Don Annibale, gli mette l’abito, dà il fagotto, ecc. CORO Mai non sien le tue dolcezze, ecc. SERAFINA Sposo, ecco il segno del partir. ENRICO Sì, sì, sì, sì. SERAFINA Non temere. SERAFINA, MADAMA ROSA, ENRICO Bella al par di questa notte, ecc. Si sentono diversi colpi di frusta. SERAFINA, MADAMA ROSA, ENRICO e CORO Buon viaggio, buon ritorno, ecco il segno del partir. DON ANNIBALE Grazie... grazie... moglie... addio! SERAFINA, MADAMA ROSA, ENRICO e CORO Buon viaggio, buon ritorno, ecco il segno del partir. Modellino di Raffaele Del Savio per Il campanello, Firenze 2009 Qui e alla pagine seguenti, bozzetti di Raffaele Del Savio per Il campanello, Firenze 2009 Spesso nell’opera buffa ci troviamo di fronte a caratteri piuttosto che a personaggi: è così anche nel Campanello? La cosa che mi sembra particolarmente originale e interessante nel Campanello, è che vi è un personaggio umano, Annibale, e quattro caratteri che sono, direi, degli archetipi. Don Annibale è quindi un personaggio vero, simpatico, che fa tenerezza nonostante, o grazie, ai suoi difetti. È il giocattolo di una grande farsa e il suo candore velato di onestà sarà mal ricompensato. Ciò che mi interessa maggiormente è di far vedere che solo lui è veramente umano. Quale impostazione registica ha dato al suo lavoro sul Campanello? Prima di tutto, il progetto iniziato da Maggio Fiorentino Formazione era di fare un lavoro storico circa l’aspetto scenico e musicale. Per la prima volta, nella mia vita di regista, ho dovuto calarmi in un modello prestabilito. Questa costrizione iniziale è diventata una sfida e un piacere teatrale, dato che il lavoro si è incentrato essenzialmente sul gioco dell’attore, la sua fluidità, precisione, rapidità. La regia del Campanello: una sfida ed un piacere Intervista a Jean-Louis Grinda di Franco Manfriani 82 Il campanello è un’opera buffa, un genere legato al periodo d’oro dell’opera italiana, ma in seguito meno frequentato con l’affermarsi dell’estetica romantica. Come affrontare oggi un’opera buffa dal punto di vista registico? Con molto rispetto e umiltà. Prima di tutto, si deve cogliere bene il senso dell’opera e ci si rende conto che tutto è detto nella partitura. Poi, i recitativi sono per il regista il mezzo più evidente (e il più complesso) per imprimere la propria visione. Secondo me, riuscire in un lavoro del genere è indubbiamente più difficile che realizzare un successo con grandi opere del repertorio romantico, le quali funzionano sempre (o quasi) se sono sostenute da un direttore d’orchestra e da cantanti di grande qualità. L’opera è realizzata con una compagnia di giovani cantanti. Alcuni registi affermano di preferire cantanti giovani o debuttanti nel ruolo a protagonisti più affermati, perché i primi non sarebbero influenzati dalle caratterizzazioni già sperimentate in precedenti esecuzioni. È d’accordo con questi suoi colleghi? Nella sostanza sono d’accordo con questa affermazione, ma la completerò estendendola più generalmente al lavoro che ogni cantante fa per entrare nella parte. Ciò detto, bisogna essere onesti e dire che sempre più spesso gli artisti che hanno un’esperienza danno prova di flessibilità e apertura verso il regista e anche verso il direttore d’orchestra. Dirigere degli artisti giovani ci obbliga anche a essere più inventivi e forse anche meno pigri. Ciò detto, non voglio enfatizzare il mio pensiero: arricchisce veramente tanto collaborare con artisti esperti e di talento. Come si lavora con dei giovani cantanti e quali problemi si presentano per un regista? La nuova generazione di cantanti, a livello europeo, è nettamente meglio preparata, disponibile e... numerosa. E questo oggi rende per loro particolarmente difficile il mercato del lavoro. Queste qualità rendono quindi il lavoro più piacevole e, nonostante le incertezze dovute alla mancanza di esperienza, piuttosto facile. La maggiore difficoltà sta forse nel dare una vera omogeneità stilistica al senso scenico. Perché, anche se molto preparati e disponibili, ci sono sempre quelli che sono “portati” per un aspetto piuttosto che un altro della recitazione: la rapidità, lo humour, la comicità, la profondità... Il mio lavoro consiste dunque nell’armonizzare il tutto in modo che ciascuno parli, o sembri parlare, lo stesso linguaggio. Traduzione di Rosalia Orsini 83 Il campanello. Introduzione storica Ilaria Narici 84 La farsa Il campanello nacque in un momento particolarmente difficile della storia teatrale napoletana. Rappresentata al Teatro Nuovo di Napoli il 1° giugno 1836, fu composta da Donizetti su libretto proprio per venire incontro alle difficoltà dell’impresario e della compagnia di cantanti chiamati ad agire nella stagione 1836-1837 nel piccolo teatro sopra Toledo. Quando l’opera fu ripresa nel maggio del 1837 al Teatro del Fondo, Donizetti vi apportò alcune sostanziali modifiche tra le quali la sostituzione del brindisi (N. 3), l’aggiunta di un nuovo pezzo per i due protagonisti maschili e, secondo quanto testimoniato da Guillaume Cottrau in una lettera all’impresario Alessandro Lanari1, la conversione delle parti di prosa in recitativi. Il compositore diede inoltre il suo assenso alla traduzione italiana della parte del buffo, originariamente concepita in dialetto napoletano. Nella duplice forma di farsa con prosa in italiano e di operina buffa con recitativi, Il campanello conobbe nell’Ottocento numerose riprese nei teatri di molte città italiane ed all’estero, riprese cui Donizetti però non prese parte. Nella seconda metà del Novecento la partitura per noleggio, resa disponi- 85 bile da Ricordi nel 1955 (numero di catalogo 129133) standardizzò la versione con i recitativi e in tale veste l’opera ha proseguito il suo cammino. La ricerca e lo studio delle fonti autografe, partitura e libretto, hanno reso possibile la stesura di una nuova edizione critica che presenta la ricostruzione della prima versione della farsa (Napoli 1836) e, in appendice, le sostituzioni e un’aggiunta introdotte nella ripresa dell’anno seguente (Napoli 1837). [...] Napoli 1836: l’occasione compositiva Trionfante per il successo ottenuto con Belisario al Teatro La Fenice (4 febbraio 1836), Donizetti lasciò Venezia dopo la terza rappresentazione dell’opera per prendere la via del ritorno verso Napoli. Giunse nella capitale borbonica il 7 o l’8 marzo2 in uno stato di grave prostrazione avendo appreso, due giorni prima di lasciare Roma, la notizia della morte della madre, lutto che veniva ad aggiungersi alla perdita del padre e della figlia, morta subito dopo il parto. Il 5 marzo 1836 scriveva da Roma all’amico Antonio Dolci: Dunque tutto è finito? Se non avessi una costituzione talmente forte ch’io stesso ne stupisco, sarei, e per sempre anch’io a raggiungere gli altri. Tre mesi solo in giro, ed in tre mesi perdetti padre, madre e bambina, oltre la moglie ancora ammalata per causa di aborto in 7 mesi e mezzo. Ebbi qualche poco di forze di reggere per l’esito del Belisario, per la legion d’onore avuta, ma jeri soltanto avendo saputo la perdita anche di mammà, sono in uno stato di troppo avvilimento dal quale il tempo solo potrà togliermi se almeno ne avrò tanto da poter vivere3. Al pari cupa era la situazione dei teatri napoletani, in un anno apertosi sotto infausti auspici. Il 31 gennaio, infatti, quindici giorni dopo aver dato a Ferdinando II l’atteso erede al trono4, il Principe Ereditario Francesco, la regina Maria Cristina moriva di febbri puerperali. Nella capitale in lutto l’attività teatrale era sospesa5 e gli affari di stato stagnavano pericolosamente a causa dello stato di assoluta inazione del Re, che appariva scosso fisicamente e moralmente6. I Reali Teatri da due anni in mano all’inefficiente conduzione della Compagnia dell’Industria e Belle Arti presieduta dal Principe di Torella da quando il principe degli impresari, Domenico Barbaja, aveva abbandonato la gestione dell’impresa, erano in piena crisi ed infatti la cronologia degli spettacoli redatta da Capranica risulta sospesa dal 19 marzo al 6 luglio7. La “lacrimarum vallis harmonica”, di cui parla l’“Allgemeine Musikalische Zeitung”8 a proposito della vita teatrale napoletana, viene descritta icasticamente dal “Giornale del Regno delle Due Sicilie” il 26 marzo 1836: Nella lunga agonia che stan durando i nostri teatri di musica, le opere che vi si rappresentano sono più le convulsioni afflittive di un moribondo, che i piacevoli movimenti di un corpo sano. 86 A proposito della situazione dei teatri fa eco al foglio napoletano una lettera di Donizetti a Giovanni Ricordi, datata 30 marzo, in cui il compositore scrive: Qui li teatri sono chiusi, ed ancora niuno si offre per prenderli... quindi desolazione... miseria. [Z.204]9. Alla fine di maggio una svolta venne impressa da Barbaja, il quale, secondo una notizia apparsa il 4 giugno sull’“Omnibus”, periodico di Vincenzo Torelli, direttore e proprietario, associato all’editore musicale Girard, risulta avere “la combattuta impresa dei Reali Teatri”. Già il 31 maggio Donizetti aveva comunicato soddisfatto a Lanari: “Barbaja è finalmente impresario”10. Se per i teatri reali la crisi sembrava irredimibile, diversa era la condizione dei teatri indipendenti, come il Nuovo, la Fenice, il Partenope, i Fiorentini, i quali, dopo il lutto regale durato fino al 13 febbraio, ripresero a funzionare regolarmente pur tra mille difficoltà. Per quanto riguarda il Teatro Nuovo, esso era già dal 1835 affidato in gestione alla Compagnia d’Industria e Belle Arti, la quale aveva nominato come impresario Filippo Pellegrino, con cui divideva la partecipazione agli utili. Alla vigilia della nuova stagione 1836-37, apertasi il 9 aprile11, il vice presidente della Compagnia d’Industria e Belle Arti, Principe di Leporano, inviò in data 17 marzo 1836 una richiesta indirizzata al Soprintendente dei Teatri e Spettacoli, Principe di Ruffano, dichiarando la fine dell’impegno annuale assunto dalla Compagnia per la stagione 1835-36 e comunicando di aver scritturato “diversi ottimi attori” che aveva “creduto impiegare in questa Capitale a suo conto” per l’Impresa del Teatro Nuovo, anziché cederli ad altre piazze. Fattasi vanto di aver riunito una delle migliori compagnie, la Società informava di aver già firmato il contratto d’affitto per il Teatro Nuovo e chiedeva che l’Impresa potesse proseguire sotto la direzione di Filippo Pellegrino pregando che le venissero accordate alcune favorevoli condizioni in vista delle difficoltà in cui la Compagnia versava: poiché per una tale Compagnia, per la scelta degli Attori, la Società è obbligata a sborsare delle somme ben forti pei loro appuntamenti, somme che non possono per alcun modo introitarsi in questo teatro per la sua capienza12, la medesima profittando della sua bontà e giustizia, e conoscendo quanto l’è a cuore il benessere di tutta la famiglia teatrale non che la protezione dell’Impresa, si permette dimandare all’E. V. di aggiungere alle condizioni del permesso dell’anno scorso, oltre le diciotto diurne rappresentazioni altre dodici non eseguite l’anno scorso per l’infausta circostanza [la morte della regina], da poterle ripartire nel corso dell’anno nelle feste di doppio precetto, tre abbonamenti sospesi a beneficio dell’Impresa, oltre i tre soliti da intestarsi agli attori. Con tal mezzo l’E. V. andrà superba di aver protetta un’Impresa, che con i suoi sforzi cerca di divagar il Pubblico, facendogli dimenticare la chiusura dei R. Teatri se fatalità lo volesse13. 87 Qui e alle pagine seguenti, gli allievi del Corso per Scenografi di Maggio Fiorentino Formazione con Raffaele Del Savio realizzano le scene de Il campanello, Firenze 2009 tizie emerse dallo spoglio delle carte del Teatro Nuovo, appare assolutamente verosimile16; al di là del tono novellistico, la sua veridicità è confermata dalle cronache contemporanee dell’“Omnibus”, dell’“Allgemeine Musikalische Zeitung” e del “Giornale del Regno delle Due Sicilie”17. Dopo la prima esecuzione del Campanello, sulle pagine dell’“Omnibus”, veniva pubblicato sabato 4 giugno 1836 il seguente articolo: Questa volta il merito d’una musica del Cav. Donizetti dee cedere al merto di lui personale mille volte maggiore. Egli, il maestro per eccellenza, quando vista una banda di artisti per la finita impresa18 restar senza pane, dispersi come gli ebrei, e non come quelli adatti a qualunque professione, vicini a perire di stento e disperazione, immaginò con un tesoro del suo ingegno dato in dono su questo teatro rinfrancarli in parte delle penuria che durarono e a tutto potere si fece a comporre una musica che dedicò a loro beneficio. E vedi prodigio di buona e virtuosa volontà, a fare che nulla costasse loro il dono, e più sollecito si facesse, sì che quella che apparve sulle scene del Teatro Nuovo l’altra sera è tutta opera sua e monumentale per pietà e generosità d’animo. Da un documento firmato dal Ministro Segretario di Stato degli Affari Interni Marchese Nicola Santangelo, in data 29 marzo 1836 e indirizzato al Principe di Ruffano, risulta che il 23 marzo fu approvato l’accordo che permetteva alla Compagnia d’Industria e Belle Arti: di poter continuare per un altro anno l’impresa di musica del Teatro Nuovo, cioè dalla prossima Pasqua di Resurrezione fino a tutto il sabato di Passione 1837 facendosi rappresentare come l’anno scorso dal Sig. Filippo Pellegrino, nella qualità di gestore, e direttore, il quale dovrà essere tenuto a rispondere verso la Sopraintendenza dell’esattezza del servizio teatrale e dell’adempimento degli obblighi, e condizioni prescritte dal Decreto Organico de’ Teatri14. I tempi di composizione A tale situazione si riconduce il discusso racconto steso da Adolphe Adam nei suoi Derniers Souvenirs d’un Musicien15, secondo il quale Donizetti avrebbe composto la musica del Campanello in otto giorni per aiutare la compagnia di cantanti di un piccolo teatro che aveva appena chiuso. Poiché nessun poeta avrebbe fornito un libretto per un teatro così in disgrazia, Donizetti avrebbe dato ulteriore prova della propria generosità scrivendo lui stesso il libretto del Campanello su un soggetto tratto dal vaudeville di Brunswick e Lhérie La sonnette de nuit che avrebbe visto a Parigi durante il suo recente soggiorno e ricordato quasi a memoria scrivendo il libretto per la farsa da darsi al Nuovo. Relativamente alle motivazioni che spinsero Donizetti a comporre Il campanello, il racconto di Adam, confrontato con le no88 La notizia viene confermata da un’altra recensione dell’“Omnibus” pubblicata l’11 giugno. Qui il cronista, a proposito del Campanello, ribadisce che “questo è stato un gran regalo a’ poveri artisti ed all’impresa”. A ciò si aggiunga che nel “Prospetto d’appalto del Teatro Nuovo per l’anno teatrale 1836-37”19, pubblicato il 30 marzo dall’impresa di Filippo Pellegrino, tra i maestri compositori scritturati non compare il nome di Donizetti. A due mesi dalla prima esecuzione la farsa non esisteva neppure allo stato di progetto. L’ipotesi che Il campanello sia stato composto da Donizetti tempestivamente per ridare ossigeno all’impresario del Nuovo, sull’orlo del fallimento, ed agli artisti da lui scritturati per la stagione appare dunque saldamente fondata. Sta di fatto che all’inizio di giugno Guillaume Cottrau, socio della casa di edizioni musicali B. Girard e amico intimo di Donizetti, aveva già in mano almeno due brani della farsa se poteva scrivere a Ricordi il 4 giugno 1836: Je t’envoie deux duos d’un charmant opéra-comique de Donizetti Il Campanello qu’on vient de donner ici avec un succès inoui le 1.er courant. Le sujet est tiré d’un vaudeville très drôle La sonnette de nuit que m’a envoyé Bénédict20 et que j’ai propose a notre compositeur. La musique en est déliceuse à mon avis [...] Quoiqu’il en soit, je viens d’acheter la propriété du Campanello et je t’envoie une lettre de Donizetti avec l’adresse en blanc pour la cession de la gravure pour la France21. Non abbiamo ragione di dubitare della testimonianza di Cottrau, che trova peraltro conferma dal confronto tra l’originale letterario, La sonnette de nuit22, il li89 bretto della farsa, e la traduzione italiana del vaudeville: Donizetti stese il libretto partendo dall’originale francese e non da una traduzione23. Secondo la bibliografia redatta da Giovanni Salvioli24, la prima traduzione italiana apparve infatti in Italia nel 1850 con il titolo Il campanello dello speziale, ed altre ne seguirono. All’interno di una sostanziale aderenza al testo originale, accade che l’amarezza del finale del vaudeville, ripresa dal libretto donizettiano, risulti nelle traduzioni temperata nei confronti della sorte che subisce Don Annibale: in un caso, anziché finire beffato, il vecchio speziale decide al levarsi del giorno di non partire e di non aprire neppure la bottega per andarsene a letto con Serafina25; in altro, fa leva sui propri diritti di marito obbligando la moglie a partire con lui e promettendo che al proprio ritorno non ci sarebbe più stato campanello alla porta26. Una notizia diretta riguardo alla data di stesura del libretto ci è fornita dalla relazione semestrale inviata dai due addetti alla revisione dei “libri”, Francesco Ruffa e Giulio Genoino, al Ministro di Polizia, Marchese del Carretto, corredata da un elenco di “Opere nuove corrette e proposte all’approvazione”, nel quale il libretto del Campanello, farsa per musica, figura con il numero d’ordine 42 e con data 21 maggio 183627. Il 28 maggio il libretto veniva approvato insieme a quello delle Teste sventate per il Teatro La Fenice, con la clausola che si eseguissero “le emende fattevi dalla Commissione di revisione”28. Tale ricostruzione rende plausibile il racconto di Adam riguardo ai tempi di composizione della farsa e concorda con la recensione alla prima rappresentazione apparsa sulle colonne dell’“Omnibus”, nella quale il cronista fa riferimento alla sollecitudine con la quale Donizetti compose l’opera29. Se il libretto fu sottoposto alla Commissione della censura il 21 maggio, approvato il 28, e se l’opera andò in scena il 1° giugno, possiamo credere a ciò che Adam riferisce e fissare come data di composizione l’ultima decade di maggio. I margini di tempo risultano essere molto stretti - da cui ne conseguirebbero le ridotte dimensioni della farsa, il ricorso ad autocitazione (il brindisi “Il segreto per esser felici” tratto da Lucrezia Borgia e la barcarola “Or che in ciel” di Marino Faliero) e la mancanza di un libretto stampato per la prima rappresentazione - ma certamente Donizetti iniziò a stendere la musica prima di ottenere l’approvazione della censura e forse addirittura prima di sottoporvi il libretto. Questo sembra essere dimostrato dal fatto che a soli tre giorni dalla prima rappresentazione Cottrau poteva inviare a Ricordi due brani dell’opera30. Considerati i rapporti di stretta amicizia che intercorrevano fra il compositore e Cottrau, non è da escludersi che Donizetti abbia composto la farsa durante i ritrovi di Villa Majo, la residenza estiva di Cottrau, e che sottoponesse i brani che veniva terminando all’amico, il quale a sua volta li avrebbe passati all’incisore31. La prima rappresentazione, Napoli 1836 Il campanello andò in scena al Teatro Nuovo il 1° giugno 1836 con interpreti principali il buffo Raffaele Casaccia nel ruolo di Don Annibale Pistacchio, Giorgio 90 Ronconi nella parte di Enrico, e Giovannina Schoultz in quella di Serafina. Si è generalmente ritenuto che i ruoli di Don Annibale e Serafina in occasione della prima esecuzione della farsa fossero stati coperti rispettivamente da Carlo Casaccia e Amalia Schütz32, ma il reperimento del prospetto d’appalto della stagione 1836-37 del Nuovo non lascia dubbi in proposito, almeno nel caso di Don Annibale, che fu interpretato da Raffaele Casaccia, figlio di Carlo, detto il Casacciello, uno dei più celebri membri di una stirpe di buffi napoletani. Egli si guadagnò il favore del pubblico nella parte del vecchio speziale morso dal desiderio di trascorrere la notte con la giovane moglie e impedito nel proposito dall’ex amante di Serafina. Ciò che della sua interpretazione non rispondeva più al gusto dei napoletani del 1836, o quantomeno di una parte di essi, erano le esagerazioni da vecchia scuola ed un certo abusare nella mimica che egli veniva ereditando dalla frequentazione familiare della commedia per musica settecentesca. Sull’identità dell’interprete del personaggio di Serafina alla prima esecuzione la situazione è invece confusa. Il prospetto d’appalto dei cantanti scritturati non reca il nome di Amalia Schütz (1804-52), cantante che aveva ricoperto ruoli di contralto in opere buffe a Parigi a partire dal 1825, per poi orientare il proprio repertorio verso ruoli sopranili in seguito all’estensione della voce nel registro superiore33, bensì di Giovannina Schoultz, cantante semisconosciuta, della quale non possediamo alcuna specifica e sicura notizia34. Considerando che i nomi stranieri erano assai frequentemente distorti da un’erronea grafia, l’ipotesi che si trattasse della stessa persona rimane forse la più convincente. 91 Che si trattasse di Amalia o Giovannina, sta di fatto che la Schoultz, nel ruolo di Serafina, non dovette far molto, dato che a questo personaggio Donizetti affida una piccola parte - il duetto con Enrico “Non fuggir” (N. 2) ed il Finale - tanto piccola che Cottrau in una lettera a Ricordi dell’11 ottobre 1836 riferiva che il mezzosoprano “n’a qu’un duo et le finaletto auquel on pourrait du reste coudre une cabaletta”35. Il suggerimento fu accolto da alcune interpreti successive del Campanello, che, non contente di un sì modesto intervento nell’opera, cucivano al finale il rondò di Betly36. Per il baritono Giorgio Ronconi (1810-90), che vestiva i panni di Enrico, Donizetti scrisse la parte più importante e virtuosistica sia dal punto di vista vocale che teatrale per le attitudini metamorfiche che i numerosi travestimenti richiedono al suo ruolo. Il fatto che Ronconi si prestasse a cantare una farsa al Nuovo, va letto come conseguenza della chiusura dei Teatri Reali al momento in cui gli fu offerto l’ingaggio dall’impresario del piccolo teatro sopra Toledo, alla fine del marzo 1836. Certo è che nel 1836 Ronconi era ben lungi dall’aver raggiunto la fama che venne acquistando in seguito come grande interprete verdiano e del repertorio romantico in generale. Spiridione e Madama Rosa furono interpretati, probabilmente per le ristrettezze in cui l’opera fu prodotta, da due attori di prosa del Nuovo. Nel libretto il loro intervento è limitato alle parti di prosa, mentre Madama Rosa è chiamata nella partitura autografa ad una piccolissima parte nel Finale, di entità tale da poter essere sostenuta anche da una non professionista. Il coro di parenti e convitati, a giudicare dalla scrittura, dovette essere interpretato da dilettanti, che sappiamo presenti nel numero di dodici; l’orchestra contava ventinove elementi37, quattordici parti di fiati e timpano e quindici di archi, che possiamo ipotizzare suddivisi in quattro violini primi, quattro secondi, tre viole, due violoncelli e due contrabbassi. Affiancato in prima serata da Nina, o sia La pazza per amore di Paisiello, Il campanello rcevette un’accoglienza entusiastica. “L’Omnibus”, il 4 giugno 1836, ne documenta il successo: quanti e quali furono gli applausi non è a dire compartiti al poeta Maestro, nella cui qualità fortunatamente e raramente l’uno non incolpa l’altro, e l’altro l’uno di mali e sventure cui sono spesso sorgente amendue. Viva adunque il cuore e l’ingegno del celeberrimo, maestro, e questa volta viva più il primo del secondo, per lo quale, speriamo faranno eco tutti i giornali del mondo, se non voglion esser sordi alla pietà, primogenita delle virtù. Voglion essere anche lodati gli esecutori, tra’ quali principalmente il grazioso Ronconi che sostiene tutti bene molti e vari caratteri. Più dettagliata la cronaca che si legge una settimana dopo, l’11 giugno, sullo stesso foglio: 92 93 La più gaia musica del mondo è Il campanello di Donizetti. Tutto è vita, tutto è canto sino quando non si aspetta che un accordo di note e parole. Egli, anche poeta in questa sua musica, mettesi a rappresentare un pazzaglione che fa di tutto per non far godere a un brutto farmacista la prima notte di matrimonio, essendo esso stato l’amante della moglie, e prende vari travestimenti per dimandargli nel corso della notte stessa un mare di medicamenti. Si serve di vari caratteri del protagonista per distribuire una musica varia e brillante, e in uno armoniosissima. E nel carattere del cantante che dimanda le pillole per la voce, maestrevolmente vi ha introdotto un coro della sua Lucrezia Borgia ed una barcarola credo del Marino Faliero. Ma grandissimo merito della riuscita pur si deve a Ronconi che sostiene da grande Attore diversi caratteri, cioè di zerbino francese, di cantante e di vecchia. La donna signora Schiultz ha poco canto, ma esegue bene la sua parte. Casaccia spesso cade nel caricato per desiderio di far molto, ossia per troppo zelo; egli è naturalmente grazioso, e non ha uopo di lazi e contorcimenti che sono di antichissima scuola; n’è prova la sua aria di sortita [la cavatina “Bella cosa amici cari”] in cui quasi si accovaccia per terra. Il resto tutto bene. Importanti indicazioni ci vengono dal resoconto del “Giornale del Regno delle Due Sicilie”, che alla farsa donizettiana dedica l’articolo più circostanziato, il 25 giugno, dopo che erano 94 occorse più di dieci rappresentazioni. Raccontata la vicenda, l’articolista fa un appunto alla lunghezza dei dialoghi, specie per quanto riguarda il blocco di scene che va dalla fine della decima all’inizio dell’ultima, la quattordicesima, entro il quale Donizetti non aveva previsto brani musicali. Sarà proprio in questo punto che nel 1837 il compositore, condividendo evidentemente il parere del recensore, sostituirà la scena dodicesima, corrispondente al travestimento di Enrico da vecchia veneziana, con il duetto “Mio signore venerato”. Affamati di musica, come oggi sono i Napoletani non possono saziarsi d’ascoltare Il campanello farsa che si rappresenta al Teatro Nuovo. L’argomento è festevole. Uno speziale semibalordo sposa la sera e dee partir l’indomani all’alba per Roma. Un giovane, ch’era stato suo rivale, per fargli dispetto suona ad ogni istante il campanello della sua porta e presentandosi, mascherato ora da viaggiatore francese, or da cantante che ha perduto la voce, or da vecchia bergamasca convulsa sotto pretesto di voler medicamenti, lo tiene occupato l’intera notte. L’alba spunta, la carrozza di posta arriva, e lo speziale è costretto a partire senza aver avuto il tempo di veder la sposa. Il libretto e la musica sono dell’egregio maestro Donizetti. [...] La musica è deliziosa. De’ quattro pezzi che la compongono non potresti dire quale è il più brillante: tutti sono strumentati come sa strumentar Donizetti solo da che novello 95 si malencontreux la 1er nuit de ses noces, ferait rire les pierres. Le rôle du mezzo-soprano (M.lle Schoutz) pourrait se donner à M.lle Assandri; elle n’a qu’un duo et le finaletto auquel on pourrait du reste coudre une cabaletta. Je me recomande à Lablache pour mettre cette affaire en bon train38. Ulisse l’immenso Rossini trovò l’isola di Circe in Parigi. Nelle prime sere le scene fra il farmacista ed il suo rivale parvero lunghe: il Maestro le abbreviò e fece bene, ma avrebbe forse fatto anche meglio se le avesse interrotte con un nuovo pezzo di musica nel dialogo della vecchia. Interessante ai fini della riorganizzazione della partitura il riferimento a quattro numeri musicali che, pur trattandosi di una svista del recensore in quanto i brani del Campanello sono almeno cinque, corrobora la scelta adottata nella presente edizione di raccogliere in un unico numero (N. 2) Galoppe, Scena e Duetto che Girard e Ricordi pubblicavano separati in due numeri, Galoppe e Scena/Duetto, per ragioni commerciali. La seconda versione, Napoli 1837 (Questa è la versione seguita nella presente edizione) Partito Ronconi, Il campanello si trasferì a fine luglio dal Nuovo al Teatro dei Fiorentini. Donizetti lavorava intanto alla composizione di Betly, che andò in scena al Teatro Nuovo il 21 agosto. Constatato il successo attribuito dal pubblico napoletano alle due farse, Cottrau scrisse a Ricordi l’11 ottobre riguardo ad un progetto di comune interesse: Bétly n’est que le pendant du Campanello, charmante farsa à pouffer de rire d’un bout à l’autre. Je voudrais qu’on donnait ces deux pièces ensemble. Quant à la seconde, elle est taillée à ravir pour Lablache et pour Tamburini et il suffit de les engager à regarder les morceaux pour les en convaincre. Lablache dans le rôle de l’apothicaire, 96 Cottrau, e con lui certamente Donizetti, pensava ad una ripresa dell’opera. In questa prospettiva, a cavallo tra il 1836 e l’anno successivo, il compositore approntò un nuovo pezzo di musica per Enrico e Don Annibale, l’Aria con risposte N. 4 bis “Mio signore venerato”. Sull’autografo si legge la data 1836-37 di pugno di Donizetti; il testo di Don Annibale è curiosamente in napoletano, mentre nel resto della partitura autografa la parte di Don Annibale è in italiano (in napoletano nel secondo libretto autografo). Siamo dunque portati a pensare che al momento della composizione di questa “Aria aggiunta” non fosse stato ancora stabilito che l’opera sarebbe stata ripresa al Fondo, altrimenti non si spiega come mai Donizetti avrebbe dovuto scrivere il testo, unicamente di questo brano, in napoletano, sapendo che il Fondo non era teatro dialettale39. Per questo pezzo, che non è compreso nei libretti autografi, Donizetti stese probabilmente il testo direttamente in partitura, lasciando all’editore Girard il compito di approntare un nuovo libretto completo di recitativi e brani aggiunti in italiano. La mediazione richiesta da Cottrau a Ricordi andò comunque a buon fine e il Campanello approdò l’anno successivo al Teatro del Fondo (23 maggio 1837)40 ma, contrariamente all’idea di Cottrau di avere il celebre basso Luigi Lablache nel ruolo di Don Annibale e Antonio Tamburini in quello di Enrico, le parti principali furono sostenute da Salvetti (Don Annibale), Federico Lablache, figlio di Luigi, nel ruolo di Enrico e la Bonanni in quello di Serafina. Il passaggio del Campanello da un teatro di tradizione popolare e vernacolare, quale era il Nuovo, alle esigenze di un teatro regio come il Fondo, comportò modifiche in base alle quali la farsa finì col cambiare radicalmente aspetto; e non tanto per l’aggiunta e sostituzione di due numeri, quanto per un processo di adeguamento imprescindibile al rispetto delle convenzioni che reggevano la stretta divisione di ambiti dei teatri napoletani. Fu cosi che eliminati i due elementi caratteristici del genere farsesco - il dialetto e le parti in prosa - Il campanello venne trasformandosi da farsa napoletana di stampo settecentesco in operina buffa con testo italiano e recitativi atta a circolare nei teatri italiani ed esteri. Ad eccezione del duetto aggiunto “Mio signore venerato”, non disponiamo di fonti autografe per la ricostruzione della seconda versione del Campanello, per cui siamo dovuti ricorrere a fonti secondarie - le due copie manoscritte conservate nella Biblioteca del Conservatorio “S. Pietro a Majella” a Napoli e nella Biblioteca del Conservatorio di Santa Cecilia a Roma ed il libretto manoscritto di proprietà di Girard conservato anch’esso a Santa Cecilia. Testimonianze epistolari e cronache della stampa coeva supportano l’autenticità delle varianti documentate da queste fonti. 97 Riguardo alla prima e sostanziale modifica, la sostituzione della prosa con i recitativi, un attestato della loro autenticità è fornito da una lettera di Cottrau a Lanari nella quale egli informa l’impresario che Donizetti sta provvedendo a mettere in musica i recitativi scritti da Salvadore Cammarano41. Conseguentemente all’introduzione dei recitativi il personaggio di Spiridione, che nella versione originale compariva solo nelle parti in prosa, viene ad essere interpretato da un tenore. Questo piccolo ruolo fu sostenuto, nel maggio 1837 al Fondo, dal tenore Tauro. Il secondo cambiamento concerne la sostituzione e aggiunta di brani nuovi: il brindisi di Lucrezia Borgia, “Il segreto per esser felici”*, sostituito da “Mesci, mesci”, corrispondente ad un brano delle Nuits d’été a Pausilippe, il duetto per due bassi e pianoforte “I bevitori” che viene cambiato di tonalità, orchestrato e trasposto per baritono e coro. La sostituzione si spiega con il fatto che essendo la raccolta Nuits d’été a Pausilippe opera di recente pubblicazione (23 dicembre 1836), dovette sembrare a Donizetti piu adatta alle rappresentazioni del Fondo il cui pubblico certamente conosceva il celebre brano di Lucrezia Borgia (1833). L’aggiunta di un nuovo brano, il duetto tra i due bassi “Mio signore venerato”, fu dettata dalla volontà di interrompere con un brano musicale quella che originariamente era una lunga scena di prosa - la scena della vecchia veneziana ed al tempo stesso di offrire un vincente banco di prova al nuovo interprete di Enrico. Il nuovo brano è in realtà più che un duetto un’“aria con risposte”, e così viene definito nella copia della partitura conservata alla Biblioteca di Santa Cecilia di Roma. Si tratta di un’aria di bravura di Enrico nella quale egli arriva alla bottega dello speziale travestito da vecchio chiedendo a Don Annibale una serie di rimedi alle innumerevoli malattie della moglie e sciorinando, con un sillabato di marca rossiniana, un lungo elenco di sostanze medicamentose con cui comporre la ricetta. Ultima ma sostanziale modifica, la traduzione della parte napoletana di Don Annibale in toscano con la conseguente eliminazione del corredo di “lazi e contorcimenti di antichissima scuola” di cui Casaccia abusava e delle improvvisazioni con cui egli verosimilmente coloriva la parte, improvvisazioni che, patrimonio della tradizione comica dell’arte di casa al Nuovo ancorché scalzata dalle commedie di Francesco Cerlone e Gian Battista Lorenzi, apparivano del tutto fuori luogo al regio Teatro del Fondo. Le varianti apportate da Donizetti per la ripresa del 1837 sono documentate sinteticamente in una lettera non datata inviata dal compositore a Cottrau: Federico Lablache parte. Vuole la lista delle medicine ed il brindisi nuovo. - Siccome lo spartito tu lo mandasti, così crederei con tale occasione spedire anco il libro in tosco ridotto Pistacchio - Ordina e subito.42 *Nella presente versione, il brindisi “Il segreto per esser felici” viene eseguito ed è intonato da Madama Rosa: esso segue il brindisi “Mesci, mesci”. N.d.R. 98 nonché dalla recensione apparsa sulle pagine dell’“Omnibus” a questa rappresentazione: Salvetti ha volta in toscano la parte napoletana di Don Annibale. Tauro ha molto migliorata quella di Spiridione. La Bonanni è piaciuta moltissimo. L’egregio autore della bella musica ha con sommo giudizio sostituito un nuovo duetto alla lunga scena della vecchia Veneziana, non che un brioso brindisi a quello tratto dalla Lucrezia Borgia43. Le altre rappresentazioni e la fortuna dell’opera Dal maggio 1837 Il campanello iniziò a circolare nella duplice forma di farsa e di opera buffa. Come opera buffa registrò alcuni dei più solenni fiaschi al Teatro della Pergola di Firenze il 26 dicembre 1838, ed al Carlo Felice di Genova, nella stagione autunnale del 1839; ma, come attestato dai libretti relativi a queste rappresentazioni l’opera fu rappresentata in una versione spuria, che contempla la sostituzione della prosa con i recitativi, ma non l’aggiunta del nuovo duetto. La sostituzione della prosa, vivace e rapida nel ritmo, con i recitativi, fu infatti bilanciata da Donizetti con l’inserzione del duetto “Mio signore venerato”, che riequilibra le proporzioni tra recitativi e numeri musicali; sopprimendo questo, i recitativi risultano troppo lunghi e, conseguentemente, poca la musica. Infatti l’“Allgemeine Musikalische Zeitung” parla, a proposito della rappresentazione genovese, di “misero libretto” che “non piacque affatto”. Dove invece Il campanello, dato sotto forma di farsa, attirò le attenzioni del pubblico con un esito brillantis99 simo fu a Milano, dove arrivò il 23 giugno 1844 al piccolo Teatro Re, per spostarsi al Teatro Carcano nel ‘50 e al Teatro alla Canobbiana nel ‘51 (quando la Olivi, nei panni di Serafina, introdusse al termine della farsa il rondò di Betly) e di nuovo nel ‘60, occasione in cui riscosse grande fortuna, come leggiamo sulla “Gazzetta Musicale di Milano” del 3 giugno 1860: Una farsa mista di prosa e musica, un’operetta leggera che non s’addice troppo alle regie scene della Canobbiana, ebbe un esito clamoroso. - Crediamo che quel prodigioso ingegno del Donizetti, oltre la musica, abbia anche ideata la commedia e scrittane buona parte: è uno scherzo ravvivato da musica gentile e brillantissima, che riesce a piacere quando ne sono ben rappresentati i vivaci e comici caratteri: la parte migliore del lavoro però è sempre la musica, scritta con un’eleganza di forme e di accompagnamenti, con un’abbondanza di graziosi pensieri come li sapeva miracolosamente creare quell’inesauribile fantasia di compositore. Il campanello fanatizzò a Bologna nel carnevale 1850-51, dove ebbe come interprete ancora Ronconi, e poi nel settembre ‘53, nel gennaio ‘54 e nel ‘60 (le recensioni dell’“Arpa” registrano un successo incondizionato)44. Un’accoglienza particolarmente felice fu tributata, secondo un articolo del foglio bolognese apparso il 17 gennaio 1854, alle rappresentazioni che si svolsero al Teatro Contavalli: Al Teatro Contavalli seguitano sempre le rappresentazioni della farsa Il campanello e alcuni brani del Don Bucefalo. Il Cammarano è sempre l’artista provetto ed intelligente; egli infiora la sua parte spesso di lazzi giocosi che la rendono assai brillante, ed è applauditissimo. Il Ferrario è un Enrico senza eccezione. Pochi artisti possono rappresentare questo difficile carattere con tanta disinvoltura e verità. Il pubblico lo apprezza e lo rinumera [sic] di meritati applausi e chiamate. La Natali è giovane e di belle speranze e in questa parte emerge specialmente per il bel metodo di canto. Il Zilioli anch’esso assai bene si disimpegna. Il generale successo dell’opera, che percorse in pochi anni tutta la penisola, non fu solo italiano. Infatti nel 1837 fu rappresentata a Londra, con interprete Federico Lablache, nel nuovo teatro italiano consacrato all’opera buffa, il Lyceum, ed incontrò gli assoluti favori del pubblico inglese, Seguirono rappresentazioni sempre in italiano, a Dublino (1838), Barcellona (1855), Bruxelles (1862), San Pietroburgo (1864) e Madrid (1869)45. La fortuna di cui Il campanello godette per tutto l’Ottocento è attestata dalle traduzioni che ne furono ben presto approntate (francese, inglese, spagnolo) e dalle numerose trascrizioni e fantasie sopra i temi più celebri pubblicate da Ricordi, straordinario e capillare mezzo di diffusione della produzione operistica contemporanea. 100 Il libretto La materia di questo paragrafo rimanda cronologicamente all’anno 1836, quando Donizetti, ironizzando sulla propria attiva di librettista del Campanello, scriveva nel luglio di quell’anno all’amico Jacopo Ferretti46: Di molte e molte risposte io debitor m’accuso... ma ho tosto il muso, tu ne conosci l’uso, cogli anni è diventato abuso... né mi scuso... Ebbi giornali, lettere, novità. E la cosa più dolce fu la tua lagnanza pel Campanello... L’avermi creduto semipoeta il mio Ferretti, mi ha insuperbito ed ora credo di accozzar versi! Del resto, caro amico, affinché ti levi (e pur troppo) ogni acido nel sangue per quest’affare, va dal sig. avv. Antonio Vasselli, al quale lo inviai, e vedrai e incoraggerai, e dirai... “sono buonomo assai nel temer che un tal poeta sia d’intoppo al mio guadagno... No, perdio, più non mi lagno...!”. [Z. 216] Ma il caso del Campanello, che aveva visto Donizetti librettista di se stesso, non fu l’unico. La partecipazione del compositore all’ideazione ed alla stesura dei libretti per le proprie opere fu infatti sempre molto attiva. Alla sua stessa penna si deve il libretto, oltre che del Campanello, di Betly, e per quanto riguarda Fausta, Maria Stuarda, Maria Padilla e Don Pasquale, il suo intervento fu rilevante pur trattandosi di libretti scritti da altri poeti. Dato che per la prima rappresentazione del Campanello non fu stampato il libretto, causa la fretta o le precarie condizioni economiche dell’impresa, la fonte principale di cui disponiamo è il manoscritto del libretto autografo di Donizetti, attualmente conservato presso la biblioteca dell’Accademia di Santa Cecilia, recante il visto della censura nelle due iniziali dei revisori, Ruffa e Genoino, tracciate su ognuna delle pagine. Dall’analisi dell’autografo l’intervento dei censori risulta essere stato assai modesto, limitato a piccole correzioni sintattiche e a qualche blando taglio e sostituzione. Di questo libretto esiste un precedente, il manoscritto autografo di Donizetti conservato alla Biblioteca “A. Mai” di Bergamo. Si tratta di una sorta di protoversione, stesa da Donizetti interamente in italiano (al contrario di quello ceciliano dove la prosa e la parte di Don Annibale sono in napoletano) che documenta il processo di elaborazione del testo dell’opera. La fortuna del Campanello fu certamente legata alla teatralità di un libretto che, con una versificazione estremamente fluida e un uso della parola improntato ad una disinvolta agilità verbale, declina nel breve arco di un atto unico una trama esile ma irresistibilmente comica nell’incalzare di situazioni che spingono la beffa contro il vecchio speziale fino all’amaro e precipitoso esito del finale. Pur attenendosi strettamente alla fonte originale di Lhérie, Donizetti si mantenne sulla scia del tradizionale realismo della commedia napoletana settecentesca imprimendo al libretto un colore locale dato dalla dovizia di allusioni a luoghi di Napoli, dalla persistenza di personaggi della tradizione teatrale comica e dall’adozione del dialetto per la parte del buffo nel libretto ceciliano. [...] 101 102 103 Nel Campanello propaggini dialettali e farsesche della commedia settecentesca sopravvivono nella tipologia dei personaggi, specie nei due protagonisti: Don Annibale ed Enrico. Don Annibale rimanda alla figura del vecchio benestante che vuole sposare una donna molto più giovane di inferiore condizione sociale e diventa conseguentemente oggetto della beffa e bersaglio di un’ironia che si consuma ai suoi danni. Avaro, [...] superbioso, ampolloso nel richiamarsi orgogliosamente alla propria professione di speziale e nell’esprimersi con termini che si riferiscono ai rimedi della propria bottega. [...] Enrico stesso, seppur in modo meno stereotipato, ricalca il cliché del giovane astuto che si oppone a Don Annibale e ordisce la burla per impedire che il vecchio contendente possa passare la notte con Serafina. [...] Ed a proposito di permanenze farsesche facciamo brevemente menzione dell’espediente teatrale dell’autocitazione - attuato sia nella Scena V della prima versione, dove Enrico annuncia un brindisi che dice aver imparato a Milano e canta il brindisi di Orsini dalla Lucrezia Borgia, rappresentata in prima esecuzione a Milano nel 1833, che nella Scena X, in cui Enrico appare vestito da cantante che deve fare il suo debutto nel Campanello al Teatro Nuovo e per provare la voce canta la barcarola di Marino Faliero; all’adozione di un linguaggio parodico giocato sul plurilinguismo, [...] alla tradizionale parodia del dramma serio (Scena V), ed ancora all’accentuazione delle funzioni della recitazione parlante e gestuale, sottolineata dall’abbondanza delle didascalie, e di semplici effetti scenici - il travestimento, il gioco di entrate e uscite a sorpresa, il gioco di porte, tende, paraventi, il buio. © by Universal Music Publishing Ricordi Per gentile concessione di Universal Music MGB Publications ILARIA NARICI ha compiuto gli studi classici presso le università di Milano e Torino, con una tesi sul processo compositivo di Un ballo in maschera di Verdi. Ha studiato pianoforte e composizione presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, diplomandosi sotto la guida di Azio Corghi. A sua cura l’edizione critica di Un ballo in maschera per la Chicago University Press e Casa Ricordi e vari studi sull’opera italiana dell’Ottocento. È responsabile delle pubblicazioni di Universal Music-Ricordi e direttore dell’edizione critica delle opere di Gioachino Rossini della Fondazione Rossini di Pesaro. 104 NOTE l. Citata in Marcello de Angelis, Le carte dell’impresario (Firenze, 1982), 57, Nota 7: “Lettere n. 4 di G. Coltran [sic] da Napoli, 26 novembre, 8, 13, 20 dicembre (Lanari 181.178)”. 2. Guido Zavadini, Donizetti: Vita, Musiche, Epistolario (Bergamo, 1948), 63. 3. Zavadini, op. cit., lettera n. 197 (da qui in poi le lettere di questa fonte verranno citate come: Z. 197). 4. Domenico Capranica, Cronologia degli spettacoli rappresentati in Napoli dal 1795 al 1854, manoscritto autografo conservato alla Biblioteca del Conservatorio di Milano [Noseda Th-d-49]: nella sezione “Abbonamenti dal 1835 al 1836” il 16 gennaio troviamo annotato: “Addì 16 Gen. sgrava la Regina Maria Cristina Consorte di Ferdinando Secondo di un Principe che porta il nome Francesco Maria Leopoldo”. 5. Dallo spoglio dei giornali effettuato da Jeremy Commons, in particolare del foglio teatrale “L’Omnibus”, l’attività dei teatri risulta sospesa per il lutto regale fino al 13 febbraio. Ringrazio il prof. Commons per avermi fornito l’informazione. In Capranica, op. cit., si legge: “Addì 31 Gen. alle 12 morì la Regina Maria Cristina di Savoia, Consorte di S.M. Ferdinando 2do Re di Napoli. Soppressi li teatri”. Il 9 febbraio Capranica annota: “Fatte le esequie di S.M. Maria Cristina”. 6. Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (Firenze, 1962),109-11. 7. Capranica, op. cit. 8. “Allgemeine Musikalische Zeitung” (September 1836), No. 39, 648. In questo numero è pubblicata la recensione della prima esecuzione del Campanello. 9. Zavadini, op. cit., 63-4, attribuisce la situazione descritta da Donizetti al contagio del colera. Acton, op. cit., 125, precisa che a Napoli l’epidemia scoppiò il 2 ottobre 1836. Infatti, dopo aver fatto molte vittime nell’Italia settentrionale, il colera si era diffuso nelle Puglie, per scoppiare nell’autunno a Napoli, dove lo si temeva già da parecchi mesi. 10. Lettera del 31 maggio 1836 pubblicata in Studi Donizettiani, 1, (Bergamo, 1962), n. 44, 37. 11. “L’Omnibus”, sabato 9 aprile 1836: “Per incominciare dal frontespizio, si sappia che l’anno nuovo teatrale del Teatro nuovo è aperto con un nuovo sipario e con altre promesse”. 12. In Felice de Filippis, Il Teatro Nuovo (Napoli, 1967), 9-10, leggiamo che il teatro fu costruito a Montecalvario “sopra li quartieri” nel 1724 e che “la platea, larga appena ottanta palmi, era capace di duecento posti a sedere. L’interno, riccamente decorato, era formato da cinque file di tredici palchi ognuno”. Date le piccolissime dimensioni del teatro e la conseguente esiguità degli introiti ricavabili dalla vendita dei biglietti si comprende la lamentata crisi di impresario e cantanti. 13. Archivio di Stato, Napoli, Fascio 143 Teatri. 14. Archivio di Stato, Napoli, Fascio 143 Teatri. 15. Adolphe Adam, Derniers Souvenirs d’un Musicien (Paris, 1859), 307. 16. Non è credibile invece l’affermazione che Donizetti avesse assistito alla rappresentazione teatrale della Sonnette de nuit, la cui prima ebbe luogo al Théâtre de la Gaité il 27 novembre 1835, mentre Donizetti aveva lasciato Parigi alla fine di marzo. 17. Jeremy Commons e John Black, nel saggio Il campanello di notte: further evidence, further questions, “Donizetti Society Journal”, 5, 231-9 (da qui in poi questa fonte verrà ci105 tata come DSJ 5), sostengono la veridicità del racconto di Adam. Diversa opinione è espressa da William Ashbrook, Donizetti. La vita - Le opere (Torino, 1986), La vita 98-100, che non ritiene tale racconto credibile (essendo questa fonte costituita da due volumi numerati separatamente, essa verrà citata da qui in poi con una formula abbreviata costituita dal nome dell’autore e dal titolo del volume citato, La vita o Le opere). Va aggiunto che Ashbrook esponeva questo parere prima che Commons e Black pubblicassero i risultati delle loro ricerche. 18. È da escludersi che l’allusione alla fine dell’impresa si riferisca allo scadere del mandato del suo direttore, Filippo Pellegrino, che coincideva con il sabato di Passione 1836. All’impresario infatti era stato rinnovato l’incarico per l’anno teatrale successivo 1836-37. La frase va riferita piuttosto alla situazione fallimentare dell’impresa, il cui precario stato di sopravvivenza è documentato dagli incartamenti del Nuovo conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli Fascio 143 Teatri. 19. Archivio di Stato, Napoli, Archivio di Polizia, Fascio 1842, vol. 3. 20. Ashbrook, La vita, 99, scrive che Julius Benedict era direttore d’orchestra ed aveva lavorato in tale veste fino a poco tempo prima al San Carlo. All’attività di direttore Benedict affiancava quella di compositore, come documentato dallo spoglio dei libroni di Casa Ricordi. 21. Pubblicata in Guillaume Cottrau, Lettres d’un mélomane pour servir à l’histoire musicale de Naples de 1829 à 1847 (Napoli, 1885), 44. 22. “La sonnette de nuit / Comédie-Vaudeville en un acte / par MM Brunswick, Barthélemy et Lhérie / Représentée pour la premièxe fois, à Paris, sur le / Théâtre de la Gaité, le 27 novembre 1835”, ristampato nel volume Théâtre Français [s.d.], di cui copia si trova alla Biblioteca Nazionale-Sezione Lucchesi Palli di Napoli [II F VII 1]. 23. Sul rapporto tra fonte letteraria e libretto rimando al mio articolo “Il campanello: genesi e storia di una farsa napoletana”, in L’opera teatrale di Gaetano Donizetti, Atti del Convegno Internazionale di studio 1992 (Bergamo, 1993), 93-107. 24. Giovanni Salvioli, Bibliografia universale del teatro drammatico italiano (Venezia, 1903), 618; la traduzione fu pubblicata nel “Nuovo repertorio drammatico” (fasc. 7) ed in seguito ristampata in varie raccolte: “La Biblioteca teatrale” (fasc. 8, 1871), “Nuovissima Collana del Majocchi per soli uomini” (fasc. 22, 1872), “Teatro per l’adolescenza” (fasc. 6, 1876) del Salani, “Miscellanea teatrale” (fasc. 234,1882). 25. Così in Il campanello: commedia in un atto dei signori Brunswick e Lhérie nella traduzione di Luigi Salagi, stampata a Milano da Placido Maria Vasaj Tipografo Librajo ne’ Tre Re (1854), e pubblicata nella raccolta “Biblioteca Ebdomadaria-Teatrale” (fasc. 536, 1854) di cui si trova copia alla Civica Biblioteca Comunale Sormani di Milano [B.C. D Tea 25 108]. 26. Così in Il campanello dello speziale, ossia il matrimonio di Policarpio Coffignon / Scherzo comico in un Atto / Novara, presso Enrico Crotti librajo, 1864; un esemplare è conservato alla Biblioteca Negroni di Novara [Var D 11]. 27. Archivio di Stato, Napoli, Archivio di Polizia-Ministero di Polizia, Fascio 1842, vol. 1. Commons e Black, DSJ5, 235, menzionano la notifica dell’approvazione del libretto comunicata dalla censura al Teatro Nuovo il 28 maggio 1836. 28. Il documento, firmato dal Ministro Segretario di Stato degli Affari Interni, Nicola Santangelo, si trova all’Archivio di Stato, Napoli, Fascio 39, Teatri: Revisione Teatrale 1832-1837. Ringrazio Jeremy Commons per avermene fornito il testo e la collocazione. 106 29. “L’Omnibus”, 4 giugno 1836. 30. Diversa opinione è espressa da Ashbrook, La vita, 99, secondo cui Donizetti non poteva aver composto Il campanello in otto giorni se Cottrau aveva già pronte parti dell’opera il 4 giugno, in quanto all’editore era necessario un certo anticipo per la stampa. In base a questa considerazione Ashbrook ipotizza che Il campanello sia stato composto nella prima metà di maggio 1836. 31. L’ipotesi è sostenuta da Commons e Black, DSJ5, 238. Donizetti a Villa Majo aveva composto la raccolta Nuits d’été a Pausilippe, secondo quanto scrive Cottrau nella lettera del 4 giugno 1836 al fratello, lettera cit. (vedi nota 21). 32. Commons e Black, DSJ5, 235-6; Ashbrook, La vita, 216, nota 111, Le opere, 316, menzionano Amalia Schütz come prima interprete di Serafina, mentre solo Ashbrook individua in Raffaele Casaccia il primo interprete di Don Annibale op. cit.-Le opere, 316; anche Claudio Schmiedl, Dizionario universale dei musicisti-Supplemento (Milano, 1938), 696, cita Amalia Schütz come prima interprete di Serafina. 33. Ashbrook, La vita, 216, nota 111.. 34. Francesco Regli, Dizionario biografico dei più celebri poeti ed artisti melodrammatici, tragici e comici, maestri, concertisti, coreografi, mimi, ballerini, scenografi, giornalisti, impresarii, ecc., ecc. che fiorirono in Italia dal 1800 al 1860 (Torino, 1860), 496, cita solo Amalia Schütz; nessuna notizia si trova nei dizionari moderni. 35. Pubblicata in Cottrau, op. cit., 47-8. 36. Sull’“Italia Musicale” (n.93), il 19 novembre 1851, è pubblicata una recensione alla rappresentazione del Campanello, tenutasi al Teatro alla Canobbiana, nella quale si legge che la Olivi “introdusse al termine della farsa il grazioso rondò della Betly”. 37. Le notizie sull’organico di coro e orchestra provengono dal “Prospetto d’appalto del Teatro Nuovo per l’anno teatrale 1836-37” (vedi nota 19). 38. Cottrau, op. cit., 47-8. 39. Pur non essendo teatro dialettale, il napoletano non era bandito dalle scene del Fondo. Commons suppone che la scelta di cantare in dialetto dipendesse dalla fama dell’interprete, e porta il caso del Sospetto funesto di Balducci, nel quale il ruolo del Conte Giampaolo fu interpretato da Carlo Casaccia in dialetto. 40. La data è riportata in Capranica, op. cit. 41. De Angelis, op. cit., 57. 42. Cottrau, op. cit., 51. 43. “L’Omnibus”, 27 maggio 1837. 44. Abbiamo effettuato lo spoglio dell’“Arpa”, giornale letterario, artistico, teatrale di Bologna e dello Stato Pontificio, fino al N. 30 (28 gennaio 1854). Notizie e recensioni riguardanti Il campanello nei seguenti numeri: N. 6, 15 settembre 1853; supplemento al N. 26, “Prospetto generale delle compagnie di canto, ballo e drammatiche et. che agiranno nei Teatri Italiani nel Carnevale 1853-54”; N. 28, 17 gennaio 1854. 45. Alfred Loewemberg, Annals of opera, (Genève, 1955), 780-81. 46. Il poeta e letterato romano Jacopo Ferretti (1784-1852), scrisse per Donizetti i libretti di L’ajo nell’imbarazzo, Zoraida di Granata, Olivo e Pasquale, Il furioso all’isola di San Domingo e Torquato Tasso. 107 Qui e alle pagine seguenti, gli allievi del Corso di Alta Formazione per Cantanti lirici di Maggio Fiorentino Formazione provano Il campanello con Bruno De Simone, Fabrizio Maria Carminati e Jean-Louis Grinda, Firenze 2009 Mio signore venerato! ovvero Compendio delle conoscenze farmaceutiche di un’epoca Giulia Vannoni 108 A Sesto Bruscantini, Renato Capecchi, Enzo Dara, Angelo Romero Dietro la maschera di una surreale concatenazione di nonsense, il duetto Mio signore venerato!, irresistibile apoteosi comica del Campanello, nasconde lo sbalorditivo sfoggio di conoscenze medico-farmaceutiche in possesso di Gaetano Donizetti, autore anche del libretto. A un attento esame dei versi ci si accorge, infatti, come quelle che a prima vista appaiono solo bizzarrie linguistiche chiamino in causa concetti scientifici, spesso di notevole complessità. La farmacopea trova dunque una sua straordinaria celebrazione operistica grazie al compositore bergamasco, che mostra una stupefacente dimestichezza - conseguenza, forse, delle tante malat- tie che funestarono la sua esistenza e quella dei familiari - con la terminologia medica dell’epoca. Il duetto fra lo speziale Don Annibale Pistacchio e il giovane Enrico che, travestito da vecchio, lo va a importunare a tarda notte per una ricetta, è un’aggiunta rispetto alla prima stesura dell’opera che era andata in scena al Teatro Nuovo di Napoli nel 1836. Con tutta probabilità, dunque, Donizetti scrisse il testo di Mio signore venerato! direttamente in partitura. La nuova versione, che in seguito diventerà quella di riferimento in sede esecutiva, venne presentata sempre a Napoli, al Teatro del Fondo un anno più tardi. Purtroppo una grafia non sempre chiarissima ha spesso impedito a trascrittori superficiali e frettolosi l’esatta decodifica dei termini impiegati. I testi oggi circolanti non riportano le parole di Donizetti in modo corretto e ne rendono oltremodo difficile la comprensione. Un vero peccato, perché si tratta di un prezioso documento sulle conoscenze medico-farmacologiche dell’epoca, che getta una luce inedita non solo sul versante drammaturgico, ma anche su quello della storiografia scientifica. Soggetto del Campanello sono le burle che Enrico organizza per disturbare la prima notte di nozze di Don Annibale, colpevole di aver sposato la donna di cui era innamorato egli stesso. Con un triplice travestimento Enrico si trasforma prima in un damerino francese, poi in cantante d’opera e infine nell’anziano marito di una donna ammalata. Le metamorfosi dell’importuno seccatore, e i conseguenti scon109 tri con l’infastidito farmacista, innescano un’esilarante macchina comica concepita in modo da culminare in un lungo elenco di malattie e rimedi farmaceutici, che il sillabato vocale esalta, grazie alla capacità di rendere ogni termine sempre perfettamente intelligibile. L’escalation comica è costruita con somma cura ed estrema raffinatezza: nel Campanello Donizetti dimostra una straordinaria abilità letteraria e fa sfoggio di un lessico ricchissimo e assai forbito, con ampio uso di termini specialistici che, al di là delle esigenze metriche, nascondono scelte accuratamente ponderate e, soprattutto, testimoniano minuziose conoscenze di problematiche mediche e farmacologiche. Tale competenza non riguarda solo, come si potrebbe immaginare, il personaggio del farmacista Annibale Pistacchio - un cognome che già allude agli effetti terapeutici che hanno i semi di questa pianta, efficaci sul sistema circolatorio - ma investe anche Enrico, cugino della neosposa Serafina, e di lei un tempo innamorato. Fin da quando (scena V) rammenta alla giovane che il marito potrebbe sbagliarsi nella somministrazione di alcuni rimedi, Enrico esibisce la sua non comune familiarità con la terminologia medica: A talun da lui fia dato per la china il sublimato. Un stringente chiederanno, e una purga invece avranno. E a te pur, fatal cugina, traditrice Serafina sale inglese e teriaca per sciroppo toccherà. In questi ottonari Donizetti fornisce una prima anticipazione di vocaboli ricorrenti nella farmacopea dell’epoca, utilizzando sia termini tuttora in uso, come “china” e “sale inglese” - rispettivamente una sostanza in grado di abbassare la febbre e un tipo di purgante - sia altri di cui non si parla più, quali il “sublimato” (cloruro di mercurio, che all’epoca di Donizetti trovava impiego per la cura della sifilide) o la “teriaca”, intruglio di origini antichissime e ritenuto un rimedio universale. Nella penultima scena Enrico suona al campanello di Don Annibale pretendendo che il farmacista gli prepari quanto descritto in una fantomatica ricetta destinata alla propria moglie inferma, di cui elenca le numerose patologie: La povera Anastasia per cui v’ho incomodato, è tisica e diabetica, è cieca e paralitica, patisce d’emicrania, ha l’asma e sette fistole, spine ventose e sciatica, 110 tumore nell’occipite; ha il mal della podagra, che unito alla chiragra penare assai la fa. La serie delle malattie non risponde solo ad esigenze metriche. I malanni evocati nei settenari non sono vocaboli di fantasia: è semmai il loro abbinamento a renderli poco probabili, fornendo così la chiave per ottenere effetti smaccatamente grotteschi. Alcuni termini sono noti (tisi, diabete, cecità, paralisi, emicrania, asma, sciatica, tumore) e di facile identificazione. Dietro le “sette fistole” che menziona Enrico sembra poi di scorgere la malizia del musicista Donizetti, che si diverte a giocare sul doppio senso della parola “fistola”, capace d’indicare lo strumento aerofono - dotato di cinque, nove o, più spesso, sette canne - conosciuto pure come siringa o flauto di Pan e, allo stesso tempo, il termine clinico con cui si designava sia un’ulcera sia una comunicazione di origine patologica o traumatica di un organo con un altro o con l’esterno. Altri vocaboli, invece, risultano oggi piuttosto antiquati: si parla di “spine ventose”, una forma di tubercolosi scheletrica che colpisce, deformandole, soprattutto le ossa di mani e piedi; di “mal della podagra” e di “chiragra”, ossia la gotta, rispettivamente, agli alluci e alle dita delle mani. La localizzazione, poi, di un tumore nella porzione occipitale del cranio - dove ha sede la corteccia visiva - potrebbe essere evocata per spiegare la cecità della fantomatica Anastasia: è tuttavia difficile stabilire se Donizetti ne fosse consapevole, dal momento che solo nei primi anni dell’Ottocento iniziarono gli studi che avrebbero portato alla mappatura della corteccia cerebrale, così come oggi la conosciamo. Terminata la catastrofica descrizione, è lo stesso Enrico a snocciolare al farmacista la ricetta che contiene un lungo elenco d’ingredienti necessari alla preparazione di pillole per la moglie. La lista propone nomi di farmaci o di sostanze chimiche - talvolta lievemente deformati per motivi metrici - in larga parte ancora in uso nel periodo in cui Donizetti scriveva: Si prenda l’acqua celebre del gran Monsù Maurizio, con l’altra Capocefalo; e poi la fagiadenica. Con questa poi mischiateci l’aceto con l’arecheto; sia questa rinforzata con l’acqua canforata, col balsamo copaibe, col dolce elettuario di cedro imperïale, 111 che giova e non fa male. Vi unite a queste cose benigne e portentose, per fare il tutto eccelso, con l’elisir d’Elmozio, pur quel di Paracelso. Mischiate e rimischiate, poi pillole formate. Si tratta di un insieme di liquidi, tutti di antica memoria, che comincia dall’“acqua celebre” di “Monsù Maurizio”, duplice italianizzazione sia del francese monsieur sia del cognome di François Mauriceau, medico e ostetrico che raggiunse grandissima fama nel diciassettesimo secolo. A lui si deve una celebre apparecchiatura di ottone, ideata per ottemperare a una disposizione del cardinale Borromeo, la cosiddetta “siringa di Mauriceau”: munita di un tubicino, consentiva d’introdurre acqua benedetta - “l’acqua celebre” citata appunto da Donizetti - nella cavità uterina allo scopo di battezzare, ante partum, i feti a rischio. A questo primo ingrediente Enrico abbina un distillato ottenuto da numerose erbe (la ricetta è riportata nel famoso lemmario di Giuseppe Donzelli, Teatro farmaceutico, 1667), l’acqua di “Capocefalo”, che prende il nome da un antico medico napoletano e che veniva utilizzata per arrestare le febbri croniche. Viene poi citata l’acqua “fagiadenica”, una sostanza caustica composta da sublimato corrosivo e acqua di calce. Nella lista compare anche il comune aceto, insieme al raro “arecheto”, termine di cui si fa menzione in antichi testi poetici napoletani con il significato di origano, pianta anch’essa di utilizzo medicinale. Si prosegue con l’“acqua canforata” che, date le sue proprietà antisettiche, trovava largo impiego per uso esterno: possiede infatti le caratteristiche tipiche della canfora, sostanza stimolante del sistema nervoso centrale. Si passa poi al “balsamo copaibe” la cui dizione corretta è invece “copaive”: un rimedio polivalente, ritenuto efficace per le vie respiratorie e quelle uro-genitali. L’elenco continua con il “dolce elettuario”, un termine che genericamente indicava un medicamento molle o semisolido, la cui composizione prevedeva un numero altissimo di sostanze minerali e vegetali; ma in questo caso è assai più probabile che si alludesse alla famosa cioccolata prodotta dalla storica farmacia veneziana “Cedro Imperiale” (che oggi non ha più questa denominazione). Punto d’incontro di artisti di ogni genere, era infatti rinomata per la produzione di un “cioccolatte” cui si attribuivano proprietà ricostituenti, molto apprezzato anche da Stendhal, Rossini e Giuditta Pasta, frequentatori della farmacia. A confermarlo provvederebbe anche la considerazione “che giova e non fa male”, dato che la cioccolata è un farmaco piacevole da assumere e senza pericolosi effetti collaterali. L’enumerazione si conclude, almeno momentaneamente, con l’“elisir d’Elmozio”, un preparato liquido che si riteneva efficace per l’asma: il vocabolo non è altro 112 che l’italianizzazione del nome del grande medico fiammingo Johannes Baptista van Helmont, allievo di Paracelso e personaggio fra i più influenti del diciassettesimo secolo. E infatti, subito dopo, viene chiamato in causa anche il maestro, ossia il naturalista e medico svizzero Paracelso, per un altro elisir ancora utilizzato all’epoca di Donizetti. Quando poi Don Annibale, all’intimazione di Enrico “poi pillole formate”, gli fa notare - a proposito di tutti i materiali da lui citati - che “questi sono liquidi”, l’altro prosegue imperterrito: Prendete poi l’ombelïò di Venere … Butirro d’antimonio, il zolfo col diascorio del dotto Fracastorio, l’asella e l’assafetida; il tè che sia d’America, rob antisifilitico, l’estratto di cicuta; papaveri, la ruta; l’etiope minerale, 113 sciroppo cordïale. Aggiungi poi la polvere di Marco Cornacchione, e di Giovanni Procida l’empiastro in [in]fusione, la cassia fistulata, la pomice pestata… L’elenco che snocciola Enrico comincia dall’“ombelico di Venere”, erba largamente usata in farmacologia, cui accosta il “butirro d’antimonio”, una sostanza caustica impiegata al tempo di Donizetti per cauterizzare le ferite profonde; prosegue citando lo “zolfo”, da sempre noto in medicina per le sue proprietà depurative, disinfiammanti e disintossicanti; e il “diascorio del dotto Fracastorio”, un controveleno utilizzato per prevenire i contagi, che deve il nome al veronese Girolamo Fracastoro, tra i fondatori della moderna epidemiologia e umanista d’immensa erudizione. L’importuno seccatore continua menzionando l’“asella” (e non “arsella”, ossia il nome volgare dato ad alcuni bivalvi come le vongole, incredibilmente proposto in alcune varianti testuali) citata nelle vecchie ricette anche se ritenuta, già all’epoca di Donizetti, di scarsa utilità; poi “l’assafetida”, una gomma-resina ricavata dalla radice dell’omonima pianta. Secondo Enrico andrebbe quindi aggiunto tè americano, dalle proprietà depuranti, e il “rob antisifilitico”, che indicava lo ioduro di potassio, un tossico devastante impiegato allora contro la sifilide, di cui fece uso lo stesso compositore. Il sostantivo, etimologicamente, è invece una contrazione di robbo, vocabolo di origine araba che indicava un mosto condensato e fermentato, di consistenza mielosa, ottenuto per evaporazione dal succo di un qualsiasi frutto. Enrico prosegue enumerando i vegetali più comuni usati in campo farmaceutico: la velenosa “cicuta”, i comuni “papaveri” e un arbusto come la “ruta”, ancora oggi impiegata per aromatizzare i liquori. Poi menziona “l’etiope minerale” (solfato di mercurio), altro rimedio contro la sifilide, e lo sciroppo “cordiale”, che è una bevanda tonica e corroborante, capace di sviluppare calore ed energia con benefici effetti sull’organismo, piuttosto comune fino a pochi decenni fa. E di cordiale si riparlerà ancora, sessant’anni 114 più tardi, con Luigi Illica e Giuseppe Giacosa nel libretto di Bohème, quando Colline l’acquista per la moribonda Mimì impegnando la sua vecchia zimarra. Di seguito si cita la “polvere di Marco Cornacchione” nota anche come “polvere del Conte”, dalle proprietà purgative: fu introdotta in Italia dal medico aretino Cornacchini, che ne aveva preso la ricetta da Sir Robert Dudley, conte di Warwick noto per il suo legame con Elisabetta I. L’“empiastro” di Giovanni Procida, ottenuto da diverse erbe per infusione - la ricetta è ancora riportata nel Teatro Farmaceutico di Donzelli - era un tonificante per il cuore e stimolava l’appetito: assunse tale nome dal celebre dottore formatosi probabilmente all’antica Scuola medica salernitana, che aveva raggiunto grande fama per motivi storico-politici (fu tra gli artefici della rivolta siciliana del 1282 contro i dominatori angioini) e ottenne anche notorietà operistica grazie a Les vêpres siciliennes (1855) di Verdi. L’elenco va avanti con “la cassia fistulata”, un medicamento ricavato da una leguminosa e usato come lassativo, mentre non ha bisogno di spiegazioni l’espressione “pomice pestata”, la ben nota roccia magmatica effusiva, di struttura porosa e facilmente sbriciolabile. 115 Siccome Enrico conclude il terzo segmento della sua tiritera affermando “et fiat bibita, et fiat pillula”, il basito Don Annibale gli fa ancora notare come questi rimedi non abbiano consistenza liquida, ma nemmeno siano adatti per farne delle pillole. Il supposto marito di Anastasia tuttavia non demorde e la turbinosa versificazione prosegue con una serie di ottonari: Semifreddi, ente di Marte, del Cadet l’emulsione, cascarilla, simaruba, del tabacco di Macuba, dulcamara, talamacca, legno quassio, ceralacca; aggiungete ottanta rane, venti fave americane, ruta secca, dragonaria, terebinto, serpentaria, manna emetica, castoro, raschiatura di fin’oro; e poi l’erbe tritolate che qui appresso son notate. Erba spugna, polmonaria, il ceraunio, il capripodio, il vitucchio e il poligano, blasia, quassia e polipodio… Il termine “semifreddi”, nell’antica farmacopea, indicava i semi di piante come il cocomero o il popone, utilizzati per preparare pomate rinfrescanti, mentre con l’espressione “ente di Marte”, ereditata dall’antica tradizione alchemica, si designava l’idroclorato di ammoniaca e ferro. Molto più complesso invece spiegare cosa fosse “del Cadet l’emulsione” (ossia una dispersione fra due liquidi non miscibili tra loro): probabilmente indica la “limonata purgativa gasosa di Cadet”, con citrato di magnesia, che deve il nome al farmacista francese del diciottesimo secolo Cadet de Gassicourt, fratello maggiore di Cadet de Vaux, quest’ultimo assai noto come farmacista e filantropo. La lista prosegue con la “cascarilla”, conosciuta anche come “china aromatica”, e la “simaruba”, ritenuta una panacea per molti disturbi: entrambe si ricavavano dalle cortecce delle rispettive piante, nel primo caso dei rami, nel secondo delle radici. L’irrefrenabile Enrico tira poi in ballo il “tabacco di Macuba”, un tabacco da fiuto aromatizzato proveniente dall’omonima località (situata nella Martinica, un’isola delle Antille); di seguito la “dulcamara”, un’erba dal cui fusto si ottiene un decotto depurativo, che aveva già assunto una rilevanza ben più significativa in un’altra opera di Donizetti, L’elisir d’amore (1832), dove dava il nome al più memorabile dei personaggi; la “talamacca”, probabile 116 deformazione di “tacamacca”, che indicava una resina ricavata da alberi tropicali, utilizzata per impiastri ad uso esterno, e il “legno quassio”, ottenuto dalla quercia, il cui infuso di radice aveva proprietà digestive. Donizetti si diverte inoltre a inserire nell’elenco la ceralacca, scelta meno bizzarra di quanto si potrebbe pensare, perché anticamente veniva usata per applicazioni esterne. Vi aggiunge pure le rane che un tempo trovavano impiego in medicina - ad esempio le raganelle s’inghiottivano per la cura delle ulcere - così come le “fave americane”, la cosiddetta “fava tonca”, ossia i semi di una leguminosa, poi la già citata ruta e la “dragonaria”, che probabilmente indica la comune dragontea. Prosegue con un arbusto come il “terebinto” e con la “serpentaria”, Polygonum bistorta, così ribattezzata perché le sue radici presentano una duplice torsione: da entrambe si ricavavano sostanze astringenti. L’elenco avanza evocando la “manna emetica”, un apparente ossimoro verbale: il sostantivo, infatti, rimanda al succo zuccheroso che si ricava dal frassino, con blande proprietà lassative, mentre l’aggettivo emetico indica la capacità di suscitare il vomito. Si procede con il “castoro”, un rimedio di uso farmaceutico detto “castoreo”, perché secreto dalle ghiandole del prepuzio dell’omonimo roditore, usato all’epoca come stimolante e antispastico, per passare alla “raschiatura di fin’oro”, dato che l’oro metallico era usato come tonico e rivitalizzante. Enrico comincia allora a menzionare una serie di “erbe tritolate”: una lista degna di un botanico provetto. In primo luogo l’“erba spugna”, che presumibilmente indica l’“erba spagna”, cioè la comunissima erba medica usata nell’alimentazione animale e che trovava impiego come medicinale. La “polmonaria” è invece una pianta con foglie che ricordano i polmoni: veniva utilizzata nelle affezioni respiratorie, anche se il suo uso era già decaduto ai tempi del compositore. Si parla quindi di “ceraunio”, termine dal significato ambiguo, che può indicare una pie117 tra cui si attribuivano proprietà medicinali per uso esterno, ma anche il risultato della mineralizzazione dei denti di grossi animali marini. La parola “capripodio” dovrebbe riferirsi al caprifoglio, arbusto usato ben prima dell’epoca di Donizetti contro l’asma e i catarri polmonari. Il termine “vitucchio” sta probabilmente per “vilucchio”, un’erba rampicante di montagna dalle proprietà purgative, mentre il successivo “poligano” dovrebbe indicare il “poligono”, utile per i disturbi dell’apparato escretore e digerente. Poi ancora la “blasia”, una briofita, e come tale usata nelle patologie epatiche; la “quassia”, ennesima variante della quercia, da cui si estraevano rimedi per l’apparato gastrointestinale; il “polipodio”, detto anche “felce dolce”: il decotto serviva per regolare le funzioni intestinali e dalla radice si ricavava una sostanza usata come inerte nella fabbricazione di pillole. Mentre all’ormai esasperato Don Annibale non resta che commentare “Quasi svengo”, Enrico finalmente conclude: Il rastio d’unto al vitrice con la carice, l’asparaco, il briol e la calega, Il campanello nella rete/Loredana Lipperini Paradossalmente, la farsa di Gaetano Donizetti di cui il web serba meno traccia è anche quella più presente sul medesimo. Lo spirito de Il campanello (o Il campanello di notte) è infatti reperibile in centinaia di video su YouTube, che immortalano giovani di ogni parte del mondo mentre suonano citofoni nel cuore della notte. Esattamente come il protagonista del vaudeville di Brunswick, Troin e Lhérie. Com’è ovvio, su YouTube si trovano anche alcuni - rari - momenti dell’opera: la cavatina di Annibale interpretata da Enzo Dara, per esempio: http://www.youtube.com/ watch?v=iFwzrJVqYBg&feature=video_response. Oppure, il duetto “Mio signore venerato!”, nell’interpretazione di Luciano Miotto e Guy Bonfiglio: http://www.youtube.com/watch?v=lv520EnheeE&feature=related. Per quanto riguarda il compositore, inevitabile la visita su Magazzini sonori per l’ascolto di alcuni brani (http://www.magazzini-sonori.it/esplora_contenuti/autori_ esecutori/donizetti_gaetano.aspx), mentre vale il clic il sito della Donizetti Society (http://www.donizettisociety.com/). Ma la navigazione più divertente riguarda il libretto, reperibile presso il sito dell’Ordine dei farmacisti di Siena (http://www.ordinefarmacistisiena.it/ storia/testilet/camp_ txt.html) insieme ad un elenco di testi e opere che riguardano la professione dello speziale: dalle poesie di Edgar Lee Masters (Il farmacista e Il dottor Iseman) a quelle di Guido Gozzano (Il commesso farmacista), fino all’Ode farmaceutica di Olindo Guerrini. 118 la veronica, la statice, l’anserina, la piombaggine con un mazzo di lattuga, che mollifica, che asciuga. Malva d’Ischia, malva rosa, raschiatura serpentaria venti fave … la verbesca, lo sparganno vera polvere di corno. Molto complicato capire cosa sia “il rastio d’unto al vitrice”. Il termine “rastio” potrebbe essere sinonimo di raschio e “unto” stare per unguento. Forse si trattava di un grasso di provenienza animale messo a macerare nel “vitrice” e di cui veniva utilizzata la raschiatura. Difficile anche stabilire cosa fosse il “vitrice”: probabilmente va identificato con un arbusto da cui si ricavava uno sciroppo antiafrodisiaco (chiamato volgarmente “agnocasto”, perché in grado di deprimere gli ardori di Venere, rendendo casti come agnelli), anche se le sue proprietà erano ritenute inesistenti già all’epoca di Donizetti. Non si può tuttavia escludere che il compositore si riferisse al “vetrice”, termine letterario usato per il salice, pianta anch’essa d’impiego farmacologico - la corteccia veniva usata come succedaneo del chinino - che Donizetti si era già divertito a occultare nel verso Assisa a piè d’un gelso (subito prima del brindisi di Enrico), comica deformazione di un archetipo dell’epoca come la canzone del salice dell’Otello rossiniano. Continuando l’interminabile tiritera Enrico cita la “carice”, altra pianta medicinale - da una sua specie si ricavava la ben nota salsaparilla d’Allemagna - e l’“asparago”, di cui si usa la radice per preparare decotti. L’elenco prosegue con il “briol”: la dicitura più antica è in realtà “brion”, una forma contratta che indica genericamente le briofite, organismi vegetali di una certa importanza farmaceutica. Si va avanti con la “calega”, o “erba capraia”, una leguminosa dalle molteplici proprietà, e con la “veronica”, conosciuta anche come tè d’Europa (o svizzero), in contrapposizione a quello d’America citato nei versi precedenti. Imperturbabile, il seccatore continua introducendo la “statice”, una pianta perenne nota per le sue proprietà medicinali, al pari dell’“anserina” (così chiamata perché l’oca, anser secondo l’antico nome latino, è ghiotta delle sue foglie, commestibili anche per l’uomo) dalle proprietà astringenti e antinfiammatorie: in questo caso, però, Donizetti si diverte a giocare sull’ambiguità di un vocabolo che rimanda alla pelle spiumata dell’oca. Aggiunge ancora la “piombaggine” che indicava il nome comune di un arbusto il cui decotto aveva poteri astringenti e tonici, mentre potrebbe sorprendere la presenza della “lattuga”, ma non bisogna dimenticare che essa veniva utilizzata anche per le sue proprietà medicamentose, soprattutto sedative. Si prende poi in considerazione la “malva”, una pianta ricca di mucillagini ben nota per le sue proprietà emollienti e antinfiammatorie. Tuttavia suscita molte perplessità l’espressione “malva d’Ischia”, riportata 119 anche nell’edizione critica, in quanto non esiste alcuna varietà di particolare interesse che cresce in quest’isola. È assai probabile, invece, che si tratti di una frettolosa storpiatura e che la parola originale sia “malvavischia”, uno dei più comuni tipi di malva selvatica. Ancor più diffusa la varietà “rosa”, il cosiddetto malvone, menzionata subito dopo. Con “raschiatura serpentaria” Donizetti riprende a citare termini già utilizzati, alludendo in questo caso alla radice grattata. Tra i vocaboli introduce la “verbesca”, ossia il “verbasco”, dai cui fiori e foglie si ricava un infuso utile nelle forme catarrali e nelle infiammazioni della mucosa intestinale; poi inserisce lo “sparganno”, una deformazione del vocabolo “sparganio”, pianta palustre dotata di effetti disseccativi. I versi terminano con “vera polvere di corno” alludendo alle caratteristiche che un tempo venivano attribuite al corno, in particolare di cervo: si riteneva che favorisse la longevità e, soprattutto, fosse dotato di poteri afrodisiaci, mentre è chiaro che qui si gioca sul doppio senso, ovvero le ramificazioni destinate a crescere sulla fronte del neosposo Don Annibale. Lo sottolineano eloquentemente il Mi acuto con corona sulla prima “o” della parola “corno” e il fatto che quest’ultima frase venga cantata a piena voce (“col canto”, secondo l’indicazione apposta in partitura) e non più artatamente con voce senile, come tutto il resto dell’estenuante elenco, per aumentarne l’enfasi. Enrico, tornando di nuovo a simulare un accento da vecchio, conclude il suo intervento in modo perentorio: Io domani a mezzogiorno tutto a prendere verrò. Si è fatta ormai mattina e a Don Annibale non resta che mettersi in viaggio senza aver consumato il proprio matrimonio. La situazione è farsesca, ma siamo lontani da gag e nonsense di matrice rossiniana: con Donizetti, il profilo psicologico del farmacista assume lineamenti più umani e sfaccettati rispetto alla tradizione comica precedente. Del resto nel passaggio dalla prima alla seconda versione de Il campanello - che trova nell’innesto di Mio signore venerato! la sua più sostanziosa novità - è avvenuta una vera e propria mutazione: se la prima stesura era ancora ascrivibile al genere della ‘farsa’, la seconda rappresenta, a tutti gli effetti, una vera e propria ‘commedia di caratteri’. GIULIA VANNONI ha seguito studi scientifici (laurea in Biologia, specializzazioni in matematica e in fisica, master in Comunicazione della Scienza alla SISSA di Trieste) e musicali (chitarra classica, diploma in Musica Elettronica, laurea in DAMS/Musica) e si dedica da tempo all’analisi dei rapporti fra musica e scienza. Collabora come critico a periodici e riviste specializzate, oltre che alla redazione di programmi di sala per vari teatri italiani. 121 DAGLI ARCHIVI Franco Manfriani L’unica precedente edizione del Campanello donizettiano al Comunale avvenne nell’ambito dell’11 Maggio Musicale Fiorentino 1948 e fu presentata all’interno di un trittico assai variegato, formato anche da Le sette canzoni di Gianfrancesco Malipiero e da Les Mariés de la Tour Eiffel, Souvenir - schimmy di Jean Cocteau su musiche di Darius Milhaud, Francis Poulenc, Igor Stravinskij, Erik Ratie e Roman Vlad, e su testi, oltreché dello stesso Cocteau, di Guillaume Apollinaire, Bertolt Brecht, Erik Satie e Tristan Tzara: uno spettacolo, quest’ultimo, composto di musica, prosa e soprattutto danza. Il tutto concorreva a formare un trittico, dunque, che mischiava la fresca comicità dell’atto unico di Donizetti alle atmosfere assai più inquiete degli altri due titoli. Furono ovviamente i lavori di Malipiero e Cocteau, autentiche rarità, a monopolizzare l’attenzione dei critici presenti alla serata, ma anche il Campanello ebbe un giusto rilievo, grazie alla presenza sul podio di un donizettiano d’elezione come Gianandrea Gavazzeni (che dirigeva anche Le sette canzoni, mentre Les Mariés de la Tour Eiffel era affidata a Ettore Gracis), di uno scenografo e costumista di vaglia quale Gianni Vagnetti, mentre la regia era affidata a Raffaello Pacini. Questo Campanello fiorentino fu accolto con generale soddisfazione sia dalla critica che dal pubblico, concordi nel fissarne i pregi nella briosa concertazione di Gavazzeni, nella accurata regia di Pacini, nella fantasia visiva di Vagnetti ed in un cast di sicura professionalità. Così, Antonio Pierantoni scrive su “Il Mattino” del 16 maggio 1948: “Si Il campanello al Comunale 11º Maggio Musicale Fiorentino 1948 Teatro della Pergola,15, 22 maggio 1948 Direttore: Gianandrea Gavazzeni Regia: Raffaello Pacini Scene e costumi: Gianni Vagnetti Coreografia: Laura Salvetti Maestro del coro: Andrea Morosini Direttore dell’allestimento: Paolo Caliterna Interpretii: Carlo Badioli (Don Annibale) - Mirka Bereny (Serafina) Giuseppina Sani (Madama Rosa) - Gino Vanelli (Enrico) Giulio Scarinci (Spiridione) Orchestra, Coro e Corpo di Ballo del Maggio Musicale Fiorentino 122 può senza dubbio tentare un confronto tra questa esilarante farsa donizettiana Il campanello e certi Intermezzi settecenteschi napoletani. E come? Prendendo ad esempio un testo quale Livietta e Tracollo di Pergolesi, vi riscontriamo il tipico travestimento del protagonista che parla un raffazzonato francese pieno di gustosi doppi sensi. E non dimentichiamo che anche Cimarosa e Rossini, qualche tempo prima di Donizetti, avevano operato nell’ambito della farsa musicale, con simili caratterizzati intenti caricaturali. Non ci meravigli quindi di scorgere anche in questo Campanello tratti singolari di questo genere musicale, accentuati soprattutto nei ‘brani’ comici, mentre la nota lirica e semiseria (questo ‘lacrimoso’ donizettiano...) affiora quasi romanticamente nel personaggio femminile di Serafina. Lo spettacolo offertoci dal Maggio è stato piacevole e equilibrato. Gli artisti tutti bene affiatati, attori sicuri e cantanti appropriati. Non resta quindi che da lodare l’ottimo Gino Vanelli, felicissimo nei suoi travestimenti che il bizzarro testo prescrive, il molto spiritoso Carlo Badioli (Don Annibale), l’efficace Giuseppina Sani, Mirka Bereny e Giulio Sarinci. Il grazioso spettacolo si è valso della regìa bene intonata e mossa di Raffaello Pacini e della coreografia della Salvetti. [...] Della concertazione di Gianandrea Gavazzeni, sicuramente tra i più equilibrati, più seri e più preparati direttori della sua generazione non si può dire che bene, soprattutto per gli ottimi risultati ottenuti nei rapporti fra voci e strumenti [...] La scena di Gianni Vagnetti per Il campanello ci è sembrata argutamente interpretare lo spirito più fresco ed immediato della farsa. [...] Molti applausi hanno salutato il maestro, gli interpreti, il regista Pacini e il pittore Vagnetti dopo l’opera donizettiana”. Egualmente positiva la recensione di Virgilio Doplicher, apparsa sempre il 16 maggio, su “Il nuovo corriere”. “Il campanello dello speziale - scrive Doplicher - ha squillato, ieri alla Pergola, richiamando così l’attenzione del pubblico su di un giuoco scenico che, pur contando un secolo d’esistenza, ha conservato intatta la virtù di interessare e divertire per la perennità dei suoi valori d’arte. Gianandrea Gavazzeni, che dell’arte donizettiana è senza dubbio oggi in Italia il più qualificato conoscitore, ci ha dato dell’opera un’edizione assai pregevole per intelligenza e sensibilità, coadiuvato dal regista Raffaello Pacini, che ha saputo animare l’azione in uno spunto di commedia dell’arte e mantenerla in una linea di signorile comicità. La scenografia e i bozzetti dovuti al pittore Gianni Vagnetti, concepiti in uno spirito di fantasia coloristica novecentesca, hanno gradevolmente messo in rilievo il carattere caricaturale della farsa. Carlo Badioli e Giulio Scarinci hanno interpretato i rispettivi personaggi di Don Annibale e di Enrico con arguzia, come pure efficaci nelle loro parti sono stati Mirka Bereny, Giusepina Sani e Gino Vanelli. Ot123 tima come sempre l’orchestra e lodevoli il coro e la coreografia di Laura Salvetti”. Sul valore dell’opera donizettiana si sofferma in particolare Gualtiero Frangini sulle colonne de “La Nazione”, del 16 maggio 1948, affermando perentoriamente: “Il campanello è davvero un capolavoro. Mirabile di freschezza, di leggerezza, di gioventù, sprizzante di buonumore, elegantissimo di gusto: è una farsa, e come tale mira a far divertire, e ci riesce, e chi ascolta ride, e batte le mani. Comicità tutta spumeggiante, sostenuta da un melodizzare brioso, pungente, talora parodistico - ma questo, forse, solo a voler indagare. Tenue di forma, e puro incisivo negli accenti, Il campanello ha, anche ieri sera, raggiunto appieno il suo scopo. Ne va dato atto alla intelligente direzione del Gavazzeni, che ha sorretto con diligente precisione lo spettacolo, e dal complesso vocale, che, pur non di primissimo ordine, ha saputo sostenere di continuo, con un agile giuoco scenico e musicale, l’animazione dell’intreccio. Così la Bereny, la Sani, il Badioli, lo Scarinci, il Vanelli hanno partecipato ai meritatissimi e calorosi applausi che hanno salutato questa edizione della spiritosa farsa. I bozzetti del Vagnetti e la regia del Pacini hanno contribuito con efficacia ad ambientare la vicenda scenica”. Infine, uno dei più autorevoli critici musicali italiani dell’epoca, Franco Abbiati, sul “Corriere della Sera” del 19 marzo 1948, sottolinea con convinzione i pregi dello spettacolo, affermando: “Ci fermiamo brevemente sull’opera buffa di Donizetti, che più buffa di così e più simpaticamente vivace e più ricca di sano umorismo è difficile immaginare. Un solo elemento donizettiano, che pure si ritrova nei comici Elisir e Don Pasquale, vi manca del tutto ed è la tenera nota dell’elegia. Mentre un elemento nuovo, che specialmente ricorre nei duetti fra baritono e soprano e fra baritono e basso, si affaccia a sorprendere l’ascoltatore, ed è quello dell’ironia, un’ironia bonaria e delicata che tocca un poco gli schemi e le figure convenzionali del melodramma, che si fa perfino scherzosa e parodistica quando sulla bocca di un innamorato travestito da cantante è in giuoco l’esecuzione stessa del Campanello attesa e temuta dal finto cantante per l’indomani.Qui Donizetti burla se medesimo, è il Dulcamara dei propri specifici, dei propri vocalizzi e delle 124 Foto di scena da Il campanello, Firenze 1948 proprie romanze che l’arrochito pseudo-cantante della favola spaccia trangugiando la pillola. Un mondo sereno, un mondo consolatore è nel Campanello, il mondo del sorriso. [...] Due direttori d’orchestra e concertatori [oltre Gavazzeni, come detto, anche Ettore Gracis. N. d. R.] si sono succeduti questa sera sul podio della Pergola. Il primo e più fortunato, che aveva Donizetti dalla sua è stato Gianandrea Gavazzeni, vibrante e quasi entusiasta animatore del Campanello”. 125 DISCOGRAFIA GAETANO DONIZETTI Il campanello di notte o Il campanello dello speziale Giuseppe Rossi RODION ŠČEDRIN Carmen Suite, da Carmen di Georges Bizet James DePreist - Orchestra Filarmonica di Monte Carlo - Delos 1996 Harold Farberman - Ensemble Kroumata Orchestra Sinfonica di Helsingborg - Bis 1989 Arthur Fiedler - Boston Pops - RCA 1969 Theodore Kuchar - Orchestra Sinfonica di Stato dell’Ucraina Naxos 1994 Mikhail Pletnev - Orchestra Nazionale Russa - DG 1998 Misha Rachlevsky - Orchestra da camera del Cremlino - Claves 2001 Gennadij Roždestvenskij - Orchestra del Teatro Bol’šoj - Melodija 1967 Daniel Spalding - Philadelphia Virtuosi Chamber Orchestra Éthos Percussion Group - Connoisseur Society 1996 Yuli Turovsky - I Musici di Montréal - Repercussion Ensemble Chandos 1993, Il celebre arrangiamento di pagine dalla Carmen di Bizet realizzato da Ščedrin per sua moglie, la grande ballerina Maja Plisetskaija, ha conosciuto molte registazioni discografiche a cominciare da quella per diversi aspetti insuperata di Gennadij Roždestvenskij con gli strumentisti del Teatro Bol’šoj di Mosca. Roždestvenskij è anche il direttore di una storica edizione filmata nel 1969 con l’Orchestra e il Corpo di Ballo del Teatro Bol’šoj ed interpreti principali, oltre alla Plisetskaija, Nikolai Fadejecev, Natalja Kasatkina e Sergei Radčenko (Video Artists International DVD). Fra le incisioni più recenti, senz’altro preferibili sotto il profilo tecnico, spicca l’interpretazione brillante e spettacolare di Mikhail Pletnev con l’Orchestra Nazionale Russa in un cd Deutsche Grammophon completato da due Concerti per orchestra dello stesso Ščedrin. Oltre all’edizione video con la Plisetskaija sono disponibili in due DVD Kultur la versione coreografica di Mats Ek con Ana Laguna, Yvan Auzely e Marc Hwang e la versione di Ted Brandsen con il West Australian Ballet e protagonisti Benazir Hussain e Daryl Brandwood. 126 Le incisioni in LP e CD sono elencate facendo seguire alla data della registrazione i nomi del direttore e degli interpreti relativi nell’ordine ai seguenti personaggi: Serafina, Madama Rosa, Don Annibale Pistacchio, Enrico, Spiridione. 1949 Alfredo Simonetto - Clara Scarangella - Mitì Truccato Pace Sesto Bruscantini - Renato Capecchi - Angelo Mercuriali Orchestra Lirica e Coro di Torino della Rai Cetra LP / Warner Fonit, Urania, Archipel CD 1965 Ettore Gracis - Emma Bruno De Sanctis - Flora Rafanelli Alfredo Mariotti - Alberto Rinaldi - Mario Guggia Orchestra e Coro del Teatro La Fenice di Venezia - DG CD 1979 Bruno Amaducci - Mariella Devia - Bianca Maria Casoni Giuseppe Taddei - Leo Nucci - Carlo Gaifa - Wiener Symphoniker Coro del Festival di Bregenz - HRE LP / Cytharoedus CD 1980 Gianfranco Rivoli - Elena Baggiore - Stella Silva - Alfredo Mariotti Giorgio Gatti - Mario Marchisio - Orchestra della Suisse Romande Coro “Radio Lyrique” - GG CD 1981 Gary Bertini - Agnes Baltsa - Bianca Maria Casoni - Enzo Dara Angelo Romero - Carlo Gaifa - Wiener Symphoniker Coro dell’Opera di Stato di Vienna - Pro Arte LP / CBS, Sony CD 1981 Robert Ljuter - Sof’ja Jaluševa - Taisija Kuznecova - Andrej Khramcov Sergej Lejferkus - Mikhail Egorov Orchestra e Coro da camera del Teatro Accademico di Stato “S. M. Kirov” di Leningrado - Melodija LP (in russo) 1995 Fabrizio Maria Carminati - Anna Rita Taliento - Cinzia De Mola Enzo Dara - Leo Nucci - Luca Casalin Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino - BMG Ricordi CD 1996 Christopher Larkin - Madeline Bender - Barbara Kokolus Samuel Hepler - Shon Sims - James Powell Orchestra della Manhattan School of Music - Coro Opera School Newport Classics CD 1997 Giorgio Proietti - Francesca Rinaldi - Daniela Gentile - Giorgio Gatti Pietro Guarnera - Massimo Iannone Orchestra e Coro del Conservatorio Giovanni Pierluigi da Palestrina di Cagliari - Bongiovanni CD. 127 Tutte le incisioni si riferiscono alla seconda versione della farsa andata in scena al Teatro del Fondo di Napoli nel maggio del 1837. Per questo rifacimento Donizetti sostituì il Brindisi (n. 3) e compose un nuovo duetto destinato ai due protagonisti maschili, oltre ai recitativi secchi. La prima versione, rappresentata al Teatro Nuovo sopra Toledo il 1° giugno dell’anno precedente, prevedeva i dialoghi in prosa e la parte di Don Annibale Pistacchio recitata in dialetto napoletano. Varianti definitivamente chiarite nel 1994 dalla pubblicazione dell’edizione critica curata da Ilaria Narici per Ricordi che riproduce entrambe le versioni. Delle nove incisioni elencate quelle dirette da Gianfranco Rivoli a Ginevra e da Robert Ljuter a Leningrado, nella versione ritmica in russo di Jurij Dimitrin, sono attualmente irreperibili. La discografia del Campanello si apre in bellezza con l’edizione radiofonica diretta a Torino nel 1949 da Alfredo Simonetto che resta la migliore di tutte. Vi si ascolta la gara di bravura fra due dei maggiori bassi comici del Novecento di fronte a personaggi che sembrano modellati sulle loro personalità vocali e interpretative. Il Don Annibale di Sesto Bruscantini è un capolavoro di sottigliezza psicologica realizzato con una varietà di inflessioni in grado di assegnare ad ogni parola il giusto peso espressivo ma sempre all’interno di una linea di canto sorvegliatissima sul piano del gusto e dello stile. Irresistibile il contrasto con l’Enrico funambolico e straripante di Renato Capecchi, all’epoca straordinario anche sul piano vocale per consistenza timbrica ed estensione, ma impareggiabile soprattutto come interprete per la capacità di caratterizzare con impressionante trasformismo i diversi personaggi frutto dei tre travestimenti restando allo stesso tempo in controluce il diabolico regista della beffa crudele ideata ai danni dell’attempato speziale. I duetti di questi due fuoriclasse, dal dialogo vivacissimo dei recitativi alla frenesia virtuosistica delle vertiginose strette finali in sillabato, restano fra i massimi esempi della tradizione dell’opera comica italiana e alla completezza del risultato concorrono egregiamente la direzione teatralissima di Simonetto e la cura delle parti di fianco. La registrazione mono conserva per l’epoca una sorprendente qualità tecnica ed è corredata da rumori di scena che rendono con efficacia l’illusione del teatro. Più asciutta ed elegante ma assai meno animata e coinvolgente, l’esecuzione fissata in studio a Venezia da Ettore Gracis fa apprezzare la misura e lo spirito di Mariotti e di Rinaldi, anche se la loro prova resta molto lontana sul piano vocale e interpretativo da quella di Bruscantini e Capecchi. Ben altro rilievo assume la registrazione dal vivo di un’edizione andata in scena al Festival di Bregenz, nella quale Mariella Devia conferisce un rilievo vocale senza confronti ai brevi interventi di Serafina e i due personaggi principali sono restituiti con scatenata verve comica, a tratti perfino sopra le righe, da Giuseppe Taddei e Leo Nucci. Purtroppo 128 la direzione di Bruno Amaducci non brilla per varietà ritmica e mordente teatrale. Eccellenti nei loro piccoli ruoli sono la Casoni e Gaifa, che ritroviamo due anni più tardi nell’incisione realizzata in studio a Vienna. Magnifica in questa è la direzione di Gary Bertini nell’accentuare i tratti paradossali e surreali della farsa in una dimensione di distaccata lucidità e cattiveria quasi novecentesca. Di pari livello sono peraltro i due protagonisti, un Enzo Dara elegante e arguto, contrapposto ad un Angelo Romero marcatamente macchiettistico, scatenato come non mai nell’inventiva del fraseggio e delle caricaturali alterazioni timbriche. Sorprendentemente azzeccata risulta poi la scelta di un mezzosoprano come la Baltsa per il personaggio della sposina. Ritroviamo il compunto e bonario Pistacchio di Enzo Dara, che di quello spettacolo era anche il regista, nell’esecuzione registrata il 19 maggio 1995 al Teatro Regio Torino, la prima basata sulla edizione critica Ricordi. Un’esecuzione resa pregevole anche dallo spiritoso Enrico di Leo Nucci, sul piano vocale solo in piccola misura meno prestante che a Bregenz, e dalla direzione allo stesso tempo effervescente e controllata di Carminati che rispetto a quella personalissima di Bertini si orienta in una dimensione più tradizionalmente legata ai canoni dell’opera buffa italiana. Nulla più che un buon saggio di conservatorio appare l’esecuzione registrata dal vivo alla Manhattan School of Music durante uno spettacolo che si affidava per la preparazione dei cantanti e la regia all’esperienza di Renato Capecchi. Il risultato mostra la serietà del lavoro svolto anche se sulle prove dei volenterosi Samuel Hepler e Shon Sims grava il limite invalicabile di una scarsa idiomaticità di accento e di inflessioni vocali di fronte ad un testo che sembra davvero riservato a cantanti di madre lingua italiana. Ciò che rende comunque preferibile l’edizione registrata dal vivo nell’ottobre del 1997 a Cagliari da Bongiovanni. La si ricorda per l’apprezzabile caratterizzazione dello speziale offerta da Giorgio Gatti, che è interprete fine e intelligente, non certo per l’Enrico piuttosto modesto di Pietro Guarnera e l’ordinaria direzione di Giorgio Proietti. 129 GAETANO DONIZETTI 1797 Nasce a Bergamo il 29 novembre. 1806-15 Viene ammesso nella scuola di musica aperta da Simone Mayr a Bergamo sotto l’egida della Congregazione di Carità (1806); a undici anni canta come contralto in Alcide al bivio dello stesso Mayr e a quattordici rivela la sua precoce vocazione compositiva scrivendo qualche aria per Il piccolo compositore, un pastiche su testo di Mayr. È proprio l’illustre docente ad aiutarlo finanziariamente per consentirgli di perfezionare la sua preparazione alla scuola del padre Stanislao Mattei a Bologna. 1815-18 Dal ‘15 al 17 è allievo di Mattei a Bologna. Nel settembre del ‘16 scrive la sua prima opera, l’atto unico Pigmalione. Tornato a Bergamo, incontra B. Merelli, futuro impresario, che gli fornisce il libretto per Enrico di Borgogna, la sua prima opera rappresentata, che va in scena a Venezia nel novembre del ‘18. 1818-22 La sua attività operistica prosegue con Una follia (Venezia, 1818), I piccioli virtuosi ambulanti (Bergamo, 1819), Le nozze in villa (Mantova, 1820) e vari altri titoli. Il 28 gennaio del ‘22 arriva la definitiva consacrazione con il trionfo di Zoraide di Granata all’Argentina di Roma, su libretto di Merelli. 1824-30 La produzione teatrale prosegue a ritmo serrato. Particolarmente significativo il successo dell’opera buffa L’ajo nell’imbarazzo a Roma (‘24), seguita da Emilia di Liverpool a Napoli. Nel ‘25 ottiene la prima scrittura stabile come “maestro di cappella, direttore della musica e compositore delle opere” al Teatro Carolino di Palermo. Nel ‘27 un’altra affermazione a Roma con Olivo e Pasquale e il contratto stipulato con l’impresario Barbaja per il Nuovo di Napoli. Tra i titoli più rilevanti di questo periodo Le convenienze ed inconvenienze teatrali (su libretto proprio) e L’esule di Roma nel ‘27, seguite fino al ‘30 da Alina, regina di Golconda, Gianni di Calais, Il Giovedì Grasso, Il paria, Elisabetta al castello di Kenilworth, I pazzi per progetto, Il diluvio universale, Imelda de’ Lambertazzi. Nel ‘28 sposa a Roma Virginia Vasselli. 1830-34 Nel dicembre del ‘30 trionfa al Carcano di Milano Anna Bolena, che apre la stagione della maturità. Fra il ‘30 e il ‘32 scrive per Milano Ugo conte di Parigi, per Napoli Gianni di Parigi, Francesca di Foix, La romanziera e Fausta. Nel ‘32 al Teatro della Canobbiana di Milano nasce un altro capolavoro: L’elisir d’amore, cui seguono Sancia di Castiglia (Napoli, ‘32); Il furioso all’isola di San Domingo (Roma, ‘33), Parisina (Firenze, ‘33), Torquato Tasso (Roma, ‘33), Lucrezia Borgia (Milano, ‘33); Rosmonda d’Inghilterra (Firenze, ‘34), Maria Stuarda (Napoli, ‘34), Gemma di Vergy (Milano, ‘34). Nominato docente di composizione al Real Collegio di Napoli, nel ‘35 riceve da Rossini la prima commissione per Parigi: Marin Faliero, che va in 130 scena al Théâtre Italien nello stesso anno. Ancora del ‘35 è Lucia di Lammermoor, rappresentata con esito trionfale al San Carlo di Napoli, che apre la sua collaborazione con Salvatore Cammarano. 1836-40 Ancora su libretto di Cammarano compone Belisario (Venezia, ‘36); al ‘36 risalgono anche le farse Il campanello e Betly, su libretto proprio, ambedue date al Nuovo di Napoli. Sempre con Cammarano scrive L’assedio di Calais (Napoli, ‘36), Pia de’ Tolomei (Venezia, ‘37), Roberto Devereux (Napoli, ‘37), Maria di Rudenz (Venezia, ‘38) e Poliuto, proibito dalla censura napoletana. Nel ‘37, in seguito a un’epidemia di colera, perde moglie e figli. Tornato a Parigi nel ‘38, trasforma per l’Opéra Poliuto in Les Martyrs, avvia la composizione di Le Duc d’Albe, destinato a rimanere incompiuto, e fa rappresentare nel ‘40 all’OpéraComique La fille du régiment. 1840-45 La salute comincia a vacillare: soggiorna brevemente in Svizzera per curarsi, torna a Bergamo; prepara per Parigi La Favorite e per Roma Adelia. A Parigi scrive Rita, che sarà rappresentata postuma; nel ‘41 dà Maria Padilla alla Scala, nel ‘42 dirige a Bologna lo Stabat Mater di Rossini. Linda di Chamounix (Vienna, ‘42), Don Pasquale (Parigi, ‘43), Maria di Rohan (Vienna, ‘43); Caterina Cornaro (Napoli, ‘44). Nel ‘43 va in scena all’Opéra di Parigi l’ultima creazione teatrale, Dom Sébastien, su libretto di E. Scribe. 1845-47 A Parigi viene colpito in agosto da paralisi cerebrale. In settembre viene internato nel manicomio di Ivry. Su pressione di alcuni amici, viene dimesso e ospitato per alcuni mesi in un appartemento parigino; nel settembre del ‘47 viene riportato a Bergamo. 1848 Si spegne nella città natale l’8 aprile. 131 FABRIZIO MARIA CARMINATI Diplomatosi in pianoforte con Carlo Pestalozza, prosegue gli studi di composizione a Milano con Vittorio Fellegara e si diploma in direzione d’orchestra con il massimo dei voti. Dal 1992 al 1999 collabora con il Teatro Regio di Torino dove, nel 1992, debutta dirigendo La bohème. Alterna sempre la carriera di direttore d’orchestra a quella di direttore artistico: dal 2000 al 2004 guida il Teatro Donizetti di Bergamo, dal 2004 al 2006 è Direttore artistico dell’Arena di Verona, dal 2001 al 2006 è Consigliere di Amministrazione del Teatro Regio di Torino. Dirige produzioni liriche e concerti sinfonici al Regio di Torino, alla Fenice di Venezia, al Filarmonico di Verona, al Verdi di Trieste, al Massimo di Palermo, all’Opera di Roma, al Regio di Parma, al Pierluigi da Palestrina di Cagliari, al Bellini di Catania, al Donizetti di Bergamo, al Maggio Musicale. All’estero si esibisce a Lione, Marsiglia, Bilbao, Siviglia, Osaka e Tokyo. 132 JEAN-LOUIS GRINDA RAFFAELE DEL SAVIO Nato a Monaco nel 1960, Jean-Louis Grinda è dal giugno 2007 alla direzione dell’Opéra di Monte-Carlo. In precedenza, ha svolto lo stesso ruolo all’Opéra Royal de Wallonie (Liège) dal 1996 al 2007, dove ha proposto una programmazione eclettica e innovativa. A fianco delle grandi pagine del repertorio lirico infatti (in particolare una Tetralogia ripresa dalla RTBF - Radio Televisione Belga di lingua Francese), realizza alcune commedie musicali, in seguito riproposte in vari teatri: Titanic, Sugar, Georges et Joséphine. La sua carriera lo porta in numerosi teatri francesi e stranieri, dal Théâtre de la Porte-SaintMartin a Parigi (Singin’ in the Rain, premio “Molière du meilleur spectacle musical 2001”) a Tel Aviv, Montréal e Roma. Coltivando l’eclettismo dei generi, nel dicembre 2005 mette in scena Sol en cirque, commedia musicale per bambini che ha già raggiunto, ad oggi, i centomila spettatori. Nell’ottobre 2008 firma lo spettacolo d’apertura della stagione dell’Opera di Roma (Amica di Mascagni); in seguito realizza una nuova produzione di Die Zauberflöte per la festa nazionale monegasca. Il pubblico dell’Opéra de Monte-Carlo ha del resto potuto apprezzare i suoi lavori fin dal 2002, da La Périchole e La Chauve-Souris (2007) fino a Don Giovanni (2008). Fra i progetti futuri segnaliamo: per il 2010, Falstaff a Monte-Carlo, Atene, Tenerife e Las Palmas, Mefistofele e Die Fledermaus a Montpellier; nel 2011, L’Homme de la mancha a Toulouse, Robert le Diable di Meyerbeer a Tel Aviv ed Erfurt, Don Quichotte al Festival Massenet; nel 2013, la Tetralogia a Monte-Carlo. Nato a Corigliano d’Otranto, frequenta l’Istituto d’Arte di Lecce e nel 1958 vince la borsa di studio per l’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove si trasferisce. Nel 1961 realizza il Monumento ai caduti a Corigliano d’Otranto e nello stesso anno inizia la sua carriera artistica e l’attività di scenografo al Maggio Musicale Fiorentino; nel 1964 gli viene affidata la prima scenografia per il balletto Giselle e da questo momento entra definitivamente a far parte del Teatro del Maggio. Nel 1969 è chiamato alla Direzione della scenografia del Teatro San Carlo di Napoli; torna quindi a Firenze come Responsabile della scenografia, carica che mantiene fino al 1983, quando diviene Direttore degli allestimenti scenici. Nel 1998 lascia il Maggio per andare in pensione. Dal 1969 al 1998 progetta e realizza scenografie per i più importanti teatri d’Europa degli Stati Uniti (Firenze, Roma, New York, Mosca, Parigi, Vienna, Bruxelles, Chicago, Napoli, Zagabria), collaborando con grandi registi e direttori d’orchestra quali Liliana Cavani, Eduardo De Filippo, Ugo Gregoretti, Jonathan Miller, Jean Pierre Ponnelle, Virginio Puecher, Luca Ronconi, Zhang Yimou, Franco Zeffirelli, Giorgio Strehler, Zubin Mehta, Bruno Bartoletti, Riccardo Muti, Claudio Abbado, e con celebri ballerini e coreografi quali Michail Baryšnikov, Rudolf Nureyev, Carla Fracci, Prebil Zarko. Nel 1973 illustra i volumi Firenze boia e Il tumulto dei Ciompi, editi da Bonechi; nel 1982 realizza le porte in bronzo per la Chiesa di Santa Maria ad Nives a Copertino, in provincia di Lecce; nel 1985 progetta e realizza la cupola acustica per il concerto diretto da Zubin Mehta in Piazza della Signoria in occasione di Firenze Capitale Europea della Cultura. Nel 1998 realizza le scenografie per Turandot nella Città Proibita a Pechino, l’anno successivo inaugura con le sue scene per Aida il Teatro dell’Opera di Shanghai. Nel 2002 progetta e realizza la Fontana monumentale a Corigliano d’Otranto, le scene per Tosca al Bellini di Catania e per Un ballo in maschera al Filarmonico di Verona; nel 2003 quelle per Rigoletto all’Arena di Verona, dove è tutt’ora consulente alla scenografia. Nel 2005 realizza il Monumento alla Liberazione a Calenzano, in provincia di Firenze. Ha scritto numerose commedie in vernacolo, creando il personaggio di Ferdinando, maschera salentina. Nel corso della carriera riceve riconoscimenti ufficiali dalla Regione Puglia e dalla Provincia di Lecce; nel 1988 gli viene conferito in Palazzo Vecchio a Firenze il Premio internazionale Accademia delle Muse. 134 135 MAGGIO FIORENTINO FORMAZIONE Maggio Fiorentino Formazione è l’accademia di alta formazione del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, nata con l’obiettivo di perfezionare e completare la preparazione di giovani talenti al termine del percorso di studi tradizionali, offrendo loro l’opportunità unica di fare esperienza concreta sul palcoscenico di uno dei più prestigiosi teatri lirici del mondo. Presidente e direttore dell’accademia è Giovan Battista Varoli. Soci del Maggio Fiorentino Formazione sono, oltre alla stessa Fondazione del Maggio, la Camera di Commercio di Firenze e Co.Se.Fi. di Confindustria Firenze, consapevoli del valore e dell’importanza strategica che ha per Firenze la presenza di un centro di eccellenza internazionale nella formazione non solo delle professioni musicali ma di tutti i “mestieri dello spettacolo” e in particolare del teatro lirico. Cantanti lirici, scenografi, professori d’ochestra, sarti, costumisti, truccatori e parrucchieri teatrali, attrezzisti, tecnici del suono, scenografi informatici, lighting designer: sono giovani artisti cui Maggio Fiorentino Formazione, con il progetto “Bottega dell’Opera”, intende offrire la possibilità di “fare esperienza” sul palcoscenico di un grande teatro, la docenza da parte di artisti di chiara fama, a partire da Zubin Mehta, che ha sostenuto l’iniziativa fin dai suoi esordi, l’accesso alle risorse artistiche, tecniche, logistiche e sceniche del Teatro Comunale. Rispetto ad altre analoghe esperienze a livello nazionale, con cui sono in corso collaborazioni, i progetti di Maggio Fiorentino Formazione intendono distinguersi per una forte integrazione tra il momento formativo e la pratica artistica e per una forte interazione tra i vari profili professionali. Strumento tradizionale e al tempo stesso innovativo di questo modus operandi è “Opera Studio”, nell’ambito della quale, così come in una bottega d’arte, i giovani allievi e i maestri collaborano e lavorano alla realizzazione di un’opera. I progetti finanziati dalla Provincia di Firenze In questo contesto si inseriscono i due progetti che la Provincia di Firenze, condividendone e sostenendone gli obiettivi, ha finanziato con Fondi Sociali Europei per la formazione. Il Corso di Alta Formazione per Cantanti lirici - la cui selezione, svoltasi sotto la supervisione della direzione artistica del Teatro del Maggio, ha visto la partecipazione di un numero molto elevato di giovani talenti provenienti da tutti i paesi comunitari -, si lega idealmente al prestigioso Centro di avviamento lirico del Teatro del Maggio, storica istituzione che formò, negli 136 anni Quaranta, alcuni dei più grandi cantanti lirici del ‘900. I docenti del corso sono professionisti e artisti di fama nel settore lirico. Il Corso di Specializzazione per Scenografi realizzatori, dopo la fase della selezione presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze con cui Maggio Fiorentino Formazione ha avviato un’intensa collaborazione, vede, oltre agli approfondimenti teorici, l’applicazione pratica degli allievi presso i Laboratori Scenici del Teatro in Piazza delle Cascine, sotto la guida di Raffaele Del Savio, figura rappresentativa della grande tradizione scenografica del Maggio Musicale Fiorentino. La messa in scena del Campanello di Gaetano Donizetti è quindi, per gli allievi di entrambi i corsi, il momento conclusivo e manifestazione finale del percorso formativo e l’occasione per esibire pubblicamente le competenze acquisite. Maggio Fiorentino Formazione Presidente e direttore musicale: Giovan Battista Varoli Coordinamento artistico: Paolo Bellocci Coordinamento dei corsi: Federico Bardazzi Docenti: Fabrizio Maria Carminati, Jean-Louis Grinda, Raffaele Del Savio, Bruno De Simone, Alessandra Rossi, Andrea Severi, Italo Grassi, Luciano Alberti, Marco Zane, Giovanni Vitali, Vincenzo Stupazzoni, Fabio Lombardo, Moreno Bucci, Piero Buzzichelli, Paolo Miccichè, Luca Dalcò, Federica Felici, Federico Bardazzi, Silvia Ranfagni, Eugenio Milazzo, Simone Ori, Aurelio Scotto Allievi del Corso di Alta Formazione per Cantanti lirici: Soprani Irene Favro, Ivanna Speranza Mezzosoprani Kamelia Kader, Stephanie Lewis Tenori Roberto Jachini, Fulvio Oberto Baritoni Mauro Bonfanti, Gabriele Nani, Borja Quiza Bassi Salvatore Salvaggio, Francesco Verna Allievi del Corso di specializzazione per scenografi realizzatori: Elisa Bartolucci, Lorenzo Bergamini, Giannico Bittini, Gabriele Del Medico, Margherita Del Ministro, Sebastiano Di Falco, Laura Di Liddo, Letizia Gini, Rachele Landi, Giorgia Massetani, Antonella Mazza e Pamela Renzi. Allievi uditori: Costanza Nannoni, Simone Serlenga, Lucio Stagi. Si ringraziano per aver contributo alla realizzazione dei corsi: Cinzia Scali, Lorenzo Severi, Andrea Redditi, Viktorija Monterisi 137 ORCHESTRA DEL MAGGIO MUSICALE FIORENTINO L’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, fondata nel 1928 da Vittorio Gui come Stabile Orchestrale Fiorentina, è impegnata fin dagli esordi in un’intensa attività concertistica e nelle stagioni liriche del Teatro Comunale di Firenze. Nel 1933 contribuisce alla nascita del più antico e prestigioso festival musicale europeo dopo quello di Salisburgo, il Maggio Musicale Fiorentino, di cui prende il nome. A Gui subentrano come direttori stabili Mario Rossi, Piero Bellugi e Bruno Bartoletti. Capitoli fondamentali nella storia dell’Orchestra sono la direzione stabile di Riccardo Muti (1969-‘81) e quella di Zubin Mehta, Direttore principale dall’85, che firma da allora in ogni stagione importanti produzioni sinfoniche e operistiche e le più significative tournées. Successivamente l’Orchestra stabilisce un rapporto privilegiato con Myung-Whun Chung e con Semyon Bychkov, Direttori ospiti prin- cipali rispettivamente dall’87 e dal ‘92. Apprezzatissima nel mondo musicale internazionale, nel corso della sua storia è stata guidata da alcuni fra i massimi direttori quali: De Sabata, Guarnieri, Marinuzzi, Gavazzeni, Serafin, Furtwängler, Walter, Klemperer, Dobrowen, Perlea, Erich Kleiber, Rodzinski, Mitropoulos, Karajan, Bernstein, Schippers, Claudio Abbado, Maazel, Giulini, Prêtre, Sawallisch, Carlos Kleiber, Solti, Chailly, Sinopoli, Ozawa. Illustri compositori come Richard Strauss, Pietro Mascagni, Ildebrando Pizzetti, Paul Hindemith, Igor Stravinskij, Goffredo Petrassi, Luigi Dallapiccola, Krzysztof Penderecki e Luciano Berio hanno diretto loro lavori, spesso in prima esecuzione. L’Orchestra realizza fin dagli anni Cinquanta numerose incisioni discografiche insignite di prestigiosi riconoscimenti fra i quali il Grammy Award, radiofoniche e televisive. Dopo i successi riportati dalla terza tournée in Giappone con Zubin Mehta sul podio, che del Maggio Musicale Fiorentino è anche Direttore onorario a vita, compie un’applaudita tournée a Varsavia, al Musikverein di Vienna, a Francoforte e a Baden-Baden. Riceve, nell’80° anniversario della fondazione e per i suoi altissimi meriti artistici, il Fiorino d’Oro della Città di Firenze. Violini primi Yehezkel Yerushalmi (violino di spalla) Domenico Pierini* (violino di spalla) Ladislao Horváth (concertino con obbligo di spalla) Salvatore Quaranta (concertino) Luigi Cozzolino Fabio Montini Anna Noferini Laura Mariannelli Emilio Di Stefano Nicola Grassi Mircea Finata Gianrico Righele Lorenzo Fuoco Angel Andrea Tavani Boriana Nakeva Annalisa Garzia Simone Ferrari Leonardo Matucci Violini secondi Marco Zurlo (I) Alessandro Alinari (I) Alberto Boccacci (II) Luigi Papagni (II) Santo Giunta Giacomo Rafanelli Aurora Manuel Rita Ruffolo Orietta Bacci Rossella Pieri Mihai Chendimenu Eva Erna Szabó Sergio Rizzelli Laura Bologna Cosetta Michelagnoli Tommaso Vannucci Luisa Bellitto Viole Igor Polesitzky (I) Jörg Winkler (I) Lia Previtali (II) Rossana Caria (II) Andrea Pani Stefano Rizzelli Anne Lokken Flavio Flaminio Antonio Pavani Naomi Yanagawa Cristiana Buralli Donatella Ballo Michela Bernacchi Violoncelli Marco Severi (I) George Georgescu (I) Roger Low (II) Michele Tazzari (II) Fabiana Arrighini Fernando Pellegrino Beatrice Guarducci Anna Pegoretti Renato Insinna Ellen Etkin Contrabbassi Riccardo Donati (I) Alberto Bocini (I) Renato Pegoraro (II) Fabrizio Petrucci (II) Stefano Cerri Romeo Pegoraro Mario Rotunda Nicola Domeniconi Arpe Susanna Bertuccioli (I) Patrizia Bini (II) Flauti Renzo Pelli (I) Matteo Evangelisti (I) Marta Misuri Alessia Sordini Ottavino Nicola Mazzanti Oboi Alberto Negroni (I) Marco Salvatori (I) Matteo Trentin Alessandro Potenza Corno inglese Massimiliano Salmi Clarinetti Riccardo Crocilla (I) Giovanni Riccucci (I) Leonardo Cremonini Clarinetto piccolo Paolo Pistolesi Clarinetto basso Giovanni Piquè Fagotti Dante Vicari (I) Stefano Vicentini (I) Gianluca Saccomani Francesco Furlanich Controfagotto Stefano Laccu Trombe Andrea Dell’Ira (I) Marco Crusca Claudio Quintavalla Emanuele Antoniucci Tromboni Eitan Bezalel (I) Fabiano Fiorenzani (I) Andrea Giuseppe D’Amico Massimo Castagnino Trombone basso Gabriele Malloggi Basso tuba Mario Barsotti Timpani Fausto Cesare Bombardieri (I) Gregory Lecoeur (I) Percussioni Lorenzo D’Attoma Biagio Carlomagno José Vicente Espi Causera Segretario organizzativo orchestra Milko Pineschi Tecnici addetti ai complessi artistici Antonio Carrara, Luca Mannucci Paolo Piccardi, Giampaolo Romano Corni Luca Benucci (I) Gianfranco Dini (I) Mario Bruno Alberto Simonelli Adriano Orlandi Stefano Mangini * Domenico Pierini suona un Giovan Battista Guadagnini (1767) appartenuto a Joseph Joachim, concesso dalla Fondazione Peterlongo. 140 141 PIERO MONTI CORO DEL MAGGIO MUSICALE FIORENTINO Nato a Faenza nel 1957, parallelamente agli studi scientifici compie quelli musicali al Conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze, dove si diploma in Musica corale e Direzione di coro nel settembre 1979. Nel novembre ‘79 vince il concorso al Teatro Comunale di Bologna per Maestro collaboratore di sala e di palcoscenico, ruolo che ricopre dal ‘79 all’83, passando poi a quello di Direttore musicale di palcoscenico (‘83-‘88). Nell’aprile ‘88 assume la Direzione del Coro, collaborando con i Direttori stabili del Teatro, Riccardo Chailly fino al ‘93 e Daniele Gatti dal ‘97 al 2002, nella realizzazione degli spettacoli e dei concerti delle Stagioni, delle produzioni discografiche e delle tournées. All’inizio del 2003 è invitato alla Direzione del Coro del Teatro La Fenice di Venezia, con il quale partecipa alla riapertura del Teatro restaurato. Ha collaborato con illustri maestri quali Abbado, Bertini, Chailly, Delman, Gardiner, Gatti, Gavazzeni, Gergiev, Inbal, Jurowski, Marriner, Muti, Mehta, Pappano, Sinopoli, Solti, Thielemann e Viotti. Fra i numerosi brani da lui diretti, ricordiamo la Petite Messe Solennelle di Rossini con i pianoforti rossiniani del Conservatorio di Bologna, i Carmina Burana (nella versione con pianoforti e percussioni) ed i Catulli Carmina di Orff, Les Noces di Stravinskij, la Messa in re maggiore op. 86 di Dvořák ed i Quattro pezzi sacri di Verdi. Dal novembre 2004 assume la Direzione del Coro del Maggio Musicale Fiorentino che ha guidato nel concerto conclusivo dell’“Anno dell’Italia in Cina” a Pechino, partecipando inoltre alle tournées in Italia e all’estero con la Symphonica Toscanini diretta da Lorin Maazel. Il Coro del Maggio Musicale Fiorentino, formatosi nel 1933 (anno di nascita dell’omonimo Festival) sotto la guida di Andrea Morosini, si qualifica come uno dei più prestigiosi complessi vocali italiani nell’ambito sia dell’attività lirica che di quella sinfonica. A Morosini subentrano Adolfo Fanfani, Roberto Gabbiani, Vittorio Sicuri, Marco Balderi e José Luis Basso. Dal novembre 2004 Maestro del Coro è Piero Monti. L’attività del Coro si è sviluppata anche nel settore della vocalità da camera e della musica contemporanea, con importanti prime esecuzioni di compositori del nostro tempo quali Penderecki, Dallapiccola, Petrassi, Nono, Bussotti. Particolarmente significativa la collaborazione con grandi direttori quali Mehta, Muti, Claudio Abbado, Giulini, Bartoletti, Gavazzeni, Sawallisch, Prêtre, Chung, Ozawa, Bychkov, Sinopoli. Negli ultimi anni il Coro amplia il proprio repertorio alle maggiori composizioni sinfonico-corali classiche e moderne, eseguendo fra l’altro, in lingua originale, Moses und Aron di Schönberg. Partecipa alle più importanti tournées sia con l’Orchestra del Maggio che come complesso autonomo e canta Turandot in forma di concerto, con grandi elogi della critica, con la Israel Philharmonic a Tel-Aviv e Haifa con Mehta: la stessa opera viene eseguita a Pechino nella Città Proibita nel ‘98, insieme alla Messa da Requiem di Verdi. La disponibilità e la capacità di interpretare lavori di epoche e stili diversi in lingua originale sono caratteristiche che hanno reso il Coro del Maggio fra le compagini più duttili e apprezzate dai direttori d’orchestra e dalla critica nel panorama internazionale, e fra i protagonisti anche di particolari ed importanti ricorrenze artistiche e civili. Nel 2003 vince con Renée Fleming il Grammy Award per il cd Belcanto. Nel settembre 2006 è stato protagonista della terza, applauditissima tournée in Giappone del Maggio Musicale Fiorentino, e nel 2007 ha chiuso con un memorabile concerto dedicato ad operisti italiani l’“Anno dell’Italia in Cina”. Ha avviato una virtuosa ed intensa collaborazione con Lorin Maazel e la Symphonica Toscanini, eseguendo recentemente la Messa da Requiem di Verdi a Busseto, in Marocco, a Venezia e a Gerusalemme, e Aida in forma di concerto in tournée in Sud America e sul Lago Maggiore, nell’ambito delle celebrazioni toscaniniane. 142 143 Soprani Stefania Carmen Andrei Sabrina Baldini Antonella Bandelli Tiziana Bellavista Maria Cristina Bisogni Silvia Capra Gabriella Cecchi Elizabeth Chard Giovanna Costa Ruth Anna Crabb Eloisa Deriu Elisabetta Ermini Rosa Galassetti Silvia Giovannini Laura Lensi Daniela Losi Barbara Marcacci Monica Marzini Marina Mior Maria Pace Cristina Pagliai Sarina Rausa Giulia Tamarri Ottavia Vegini Ginko Yamada Delia Palmieri Mezzosoprani Gisele Alberto Consuelo Cellai Sabrina D’Errico Maria Eugenia Leonardi Simonetta Lungonelli Maria Laura Prete Stefania Renieri Livia Sponton Nadia Sturlese Barbara Zingerle 144 Contralti Silvia Barberi Teodolinda De Giovanni Sally Jane Erskine Cristiana Fogli Patrizia Parnasi Margherita Puliga Maria Rosaria Rossini Maria Assunta Sicolo Patrizia Tangolo Elena Cavini Tenori Jorge Ansorena Fabio Bertella István Bogati Riccardo Caruso Davide Cusumano Massimiliano Esposito Fabrizio Falli Saulo Diepa Garcia Grant Richards Leonardo Melani Carlo Messeri Enrico Nenci Giovanni Pentasuglia Raimondo Ponticelli Leonardo Sgroi Davide Siega Valerio Sirotti Riccardo Sorelli Mauro Virgini Hiroki Watanabe Dean Janssens Edgardo Rocha Trotta Baritoni Nicolò Ayroldi Lisandro Guinis Alessandro Luongo Bernardo Romano Martinuzzi Giovanni Mazzei Antonio Menicucci Egidio Naccarato Vito Roberti Enrico Rotoli Alberto Scaltriti Gabriele Spina Bassi Diego Barretta Maurizio Di Benedetto Nicola Lisanti Salvatore Massei Roberto Miniati Antonio Montesi Marco Perrella Alessandro Peruzzi Pietro Simone Marcello Vargetto Altro Maestro coro Andrea Secchi Segretario organizzativo coro Alessandra Vestita Luigi Baccianti (direttore musicale di palcoscenico) Andrea Severi, Giovanni Verona (maestri collaboratori di sala) Andrea Secchi (altro maestro del coro) Alberto Alinari, Andrea Baggio (maestri collaboratori di palcoscenico) Paolo Bellocci (maestro collaboratore alle luci) Marco Zane (direttore di produzione) Ferdinando Massarelli (direttore di scena) Franco Barlozzetti (aiuto regista) Franco Venturi (responsabile del servizio di scenografia e del reparto laboratori di costruzioni) Alfredo Magnanelli (coordinatore di direzione) Lucio Bonucci (capo servizio macchineria e attrezzeria) Roberto Cosi (capo reparto costruzioni) Adnan Alzubadi (scenografo realizzatore) Marco Raspanti, Mauro Mariti (capi reparto macchinisti) Gianni Paolo Mirenda, Luciano Roticiani (capi reparto elettricisti - assistenti datore luci) Gianni Pagliai (capo reparto elettricisti) Silvio Brambilla (capo reparto fonica) Francesco Cipriani (capo reparto attrezzeria e calzoleria) Gianna Poli (capo reparto sartoria) Lucia Pazzagli (capo reparto trucco e parrucche) Realizzazione elementi scenici Scene realizzate dagli allievi del Corso di Specializzazione per Scenografi realizzatori di Maggio Fiorentino Formazione Costumi Teatro del Maggio Musicale Fiorentino Sartoria Teatrale Fiorentina Calzature Sacchi Firenze 145 FONDATORI DI DIRITTO STATO ITALIANO COMUNE DI FIRENZE REGIONE TOSCANA FONDATORI Sovrintendente Francesco Giambrone Direttore artistico Paolo Arcà Direttore principale Zubin Mehta Direttore operativo Sandro Tranchina Direttore delle risorse Elisabetta Tesi Maestro del Coro Piero Monti Direttore di MaggioDanza Vladimir Derevianko CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE Matteo Renzi Paolo Caretti Umberto Cecchi Paolo Cocchi Antonio Marotti Andrea Simoncini Presidente Vice Presidente Consigliere Consigliere Consigliere Consigliere Francesco Giambrone Sovrintendente Elisabetta Tesi Segretario COLLEGIO DEI REVISORI DEI CONTI Gianfranco Tanzi Roberto Dini Alessia Bastiani Laura Arcangeli 146 Presidente Membro supplente ENTE CASSA DI RISPARMIO DI FIRENZE PROVINCIA DI FIRENZE CAMERA DI COMMERCIO, INDUSTRIA, ARTIGIANATO E AGRICOLTURA DI FIRENZE BANCA TOSCANA S.p.A. GUCCIO GUCCI S.p.A. FONDAZIONE MONTE DEI PASCHI DI SIENA UNICOOP FIRENZE Società Cooperativa di Consumo a r.l. AEROPORTO DI FIRENZE S.p.A. SALVATORE FERRAGAMO ITALIA S.p.A. TOSCANA ENERGIA S.p.A. CASSA DI RISPARMIO DI FIRENZE S.p.A. PUBLIACQUA S.p.A BALDASSINI TOGNOZZI PONTELLO S.p.A. Costruzioni Generali BANCA DI CREDITO COOPERATIVO DEL CHIANTI FIORENTINO BASSILICHI S.p.A. CONFINDUSTRIA FIRENZE FINGEN S.p.A. FIRENZE PARCHEGGI S.p.A. NUOVO PIGNONE S.p.A. UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI FIRENZE ASSOCIAZIONE DIPENDENTI DEL MAGGIO MUSICALE FIORENTINO “FIAMMA FERRAGAMO” SOSTENITORI Accademia del Diletto Anna Arcangioli Associazione Amici del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino Sandra Belluomini Sabatini Alberto Bianchi Guglielmo Bonacchi Guido Chiostri Romano Donnini Elisabetta Fabri Giorgio Fiorenza Vieri Fiori Giovanni Gentile Antonella Giachetti Lionardo Ginori Lisci Immobiliare Novoli S.p.A. M.T. - Manifattura Tabacchi S.p.A. Zubin e Nancy Mehta Palazzo Tornabuoni Emilio Perrone Da Zara Lorenzo Pinzauti Pitti Immagine S.r.l. Cristina Pucci Mario Razzanelli Gianni Ristori Niccolò Rosselli del Turco Giuseppe di San Giuliano Cinzia Scanu Giudici Guido Serio Piero Luigi Siliani Studio Danza Le Silfi di-Eva Sabatini Paolo Targetti Philip and Irene Toll Gage Foundation John Treacy Beyer 147 ALBO D’ONORE BENEMERITI Fiona Allen Robin Allen Luigi e Simona Andronio Paolo Asso Silvia Asso Bufalini Lamberto Baccioni Ferruccio Balducci Anna Balestreri Buelli Ida Barberis Cangioli Mirella Barucci Barone Mario Batocchi Anna Becagli Fanti Eredi Luciano Benini Maria Grazia Beverini Del Santo Renato Bigagli Mario Bigazzi Henk Blom Riccardo Bordoni Serafino Brunelli Elisabetta Brunetti Cecchini Stefano Caciolli Roberto Calisti Philippa Calnan Jane Camilloni Antonio Caminati Vinicio Candeloro Carlo Cangioli Anna Cardini Marino Laetitia Carrega d’Ormesson Mario Casartelli Carlo Marat Casini Massimo Cavallina Semplici Sergio Ceccuzzi Massimo e Biancamaria Ceruso Larisa Chevtchouk Colzi Mario Pilade Chiti Etta M. Christians Perrone Da Zara Circolo del Golf dell’Ugolino Circolo dell’Unione Firenze Circolo del Tennis Firenze Carla Ciulli Maria Teresa Colonna Patrizia Colzi Armando Conti Roberto R. Corsi Renza Curti Rosa Defonte Antonio Della Valle Marco Del Panta Ridolfi Alessandro e Caterina De Renzis Sonnino E.RI.SIST srl Ida Fabbrini Taddei Marcello Fazzini Peter Fenfert Sigfrido Fenyes Enrico e Vanna Ferrari Bravo Marco Fichi Piera Fontana Franca Forconi Laura Fossi Giovanni Franciolini Fabrizio Fregni Cristiana Frescobaldi Bargagli Diletta Frescobaldi Antonino Fucile Emanuela Fumagalli Maria Teresa Fumagalli Ornella Gasbarri Masciadri Daniela Gerometta Marta Ghezzi Nuti Raoul Giannelli Luca Giardi Shlomo e Rita Gimel Giovanna Giubelli Stiozzi Vanni Gori Silvia Grossi Camici Giuseppe Guarducci Maria Teresa Guerra de Jamblinne Massimo l’Hermite de Nordis Deborah Hodges Maschietto Maria Gabriella Lanzoni Mannoni Sarah Lawrence College Lions Club Poggio a Caiano Carmignano “Medicei” Donald Leone Madeleine Leone Bernard e Phyllis Leventhal Alessandro Lippi Andrea Lopponi Antonio Gino e Elena Lucchesi Maria Luisa Luisi Francesca Maggini Laura Malesci Mariani Max Mandelli Alessandra Manzo Casini Anna Marchi Mazzini Fabio Maré Christian Marinotti Giacinta Masi Cosimo Marco Mazzoni Jusy Meazza Alberto Mecatti Alberto Meloni Lucia Meoni Piero Mocali Fabrizio Moretti Laura Muccini Pellegrini Diana Ongaro Becagli Giuseppe Padellaro Livia Pansolli Montel Grazia Paoletti Marcello Parisi Presicce Elvio Pastorelli Anna Pecchioli Rosanna Pestelli Piero Petrocchi Maria Pia Piagentini Luigi Pianini Mazzucchetti Tommaso Picazio Ginevra Pilo Boyl Gianluca Pinto Angela e Mario Primicerio Franco Puccioni Simonetta Reali Zuffanelli Maria Vittoria Rimbotti Olivier Rolin Jacquemyns Pier Luigi Rossi Ferrini Silvano e Gianna Rotoli Gabriella Rousseau Michael Rummelein Silvano Sanesi Enrico Santarelli Vittorio Sassorossi Luigia Sbraci Alfonso Scarpa Fabrizia Scassellati Sforzolini Gail Solberg Nicita Aldo Speirani Carl Brandon Strehlke Guido Tadini Buoninsegni Lidia Taverna Calamari Ala Torrigiani Malaspina Clotilde Trentinaglia Corsini Raffaele Tresca Barry e Jody Turkus Paolo Zuffanelli Gabriele Aroni Linda Balducci Niccolò Balducci Enrico Bartolommei Marco Bartolommei Lea Bemporad Stefano Benucci Bianca Bordoni Katia Borella Giovanni Borgioli Moreno Bucci Luciano Buonomini Alessio Camilloni Giovanni Cantini Alberto Cappellini Nazzareno Catarcioni Rubina Catelani Felice Cecchi Giada Maria Cocchia Paola Conti Donzelli Elena Clarice Corsini Filippo Corsini Luigi Cremascoli Pecchioli Duccio Cucchi Brigida D’Avanzo Angelica Dettori Federico Dettori Chiara Faggi Marco Fanghi Michele Fezzi Paolo Fioretti Clarissa Fraschetti Anna Frassineti Federico Frediani Alessandro Gai Marco Gambineri Rodolfo Garzella Allegra Giudici Federica Giusti Peterich Maria Livia Giusti Peterich Sibilla Gonnelli Matteo Gori Varo Gorlei Helmut Graf Salvatore Lauricella Patrizia Mannucci Dal Poggetto Valerio Martelli Irene Megazzini Anna Pecchioli Ermanno Pecchioli Lavinia Pontello Lorenzo Pontello Maia Popova Lucrezia Potsios Nella Pratesi Elisabetta Querci Antonella Rapi Luisa Romagnoli Paolo Rosini Riccardo Sandiford Dario Shikhmiri Carlo Sisi Elena Taormina Diana Torrigiani Malaspina Chiara Vedovato Guido Vitali Elena Zazzeri Ceccherini COMITATO DI FUND RAISING Francesco Giambrone - Presidente* Matteo Renzi* Zubin Mehta* Paolo Arcà* Marco Baldassarri Massimo Cavallina Guido Chiostri Alfonso De Virgiliis Giuseppe di San Giuliano Marcello Fazzini Andrea Lopponi Etta Perrone Da Zara Cristina Pucci Mario Razzanelli Maria Vittoria Rimbotti Ala Torrigiani Malaspina Clotilde Trentinaglia Corsini Sidsell Vivarelli Colonna * membri di diritto La Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino desidera ringraziare anche i donatori che hanno preferito tenere il proprio nome riservato 148 149 COME SOSTENERE IL MAGGIO SOSTENITORI Privati Circoli e Associazioni Imprese 2.500 6.000 17.000 • Pubblicazione del nome sui programmi delle Stagioni, sul sito web e sui programmi • Pubblicazione del nome sui programmi delle Stagioni, sul sito web e sui programmi di sala • Due abbonamenti Platinum per il 2009 (per donazioni oltre 17.000) • Programma di sala omaggio per ogni spettacolo • Pagina web riservata su www.maggiofiorentino.com (Login e Password) per: - prelazione e acquisto biglietti a condizioni particolari per ogni Stagione; - articoli in anteprima dai programmi di sala - prenotazione diretta servizi Caffeteria del Teatro - Newsletter • Recapito a domicilio (su richiesta) di biglietti e abbonamenti • 30% di sconto con minimo 4 biglietti per spettacolo • 20% di sconto alle aziende per acquisto minimo 4 biglietti per spettacolo • Invito alle prove generali • Assistenza per prenotazioni internazionali di biglietti • Condizioni di favore per noleggio sale del Teatro per riunioni e meeting • Visite personalizzate ai laboratori del Teatro • Ingresso omaggio alle mostre e alle attività del Teatro • Sconto 10% presso Negozio Dischi Fenice via S.Reparata, 8b Firenze • Sconto 10% sulle tariffe presso l’Agenzia di viaggi Merion (www.merion-culturaltours.eu/) • Condizioni particolari per l’organizzazione di concerti privati con musicisti del Teatro • Riduzione della quota di 250 per accreditamento nuovi soci BENEMERITI Privati Circoli e Associazioni 700 2.000 • Pubblicazione del nome sui programmi delle Stagioni, sul sito web e sui programmi di sala • Pagina web riservata su www.maggiofiorentino.com per: - prelazione e acquisto biglietti a condizioni particolari per ogni Stagione; - newsletter via email • Invito alle prove generali • Visite personalizzate ai laboratori del Teatro • 20% di sconto per acquisto minimo 4 biglietti per spettacolo • Sconto 10% presso Negozio Dischi Fenice via S.Reparata, 8b Firenze • Ingresso omaggio alle mostre e alle attività del Teatro • Riduzione della quota di 70 per accreditamento nuovi soci ALBO D’ONORE Privati Giovani fino a 26 anni* • Pubblicazione del nome sui programmi delle Stagioni, sul sito web e sui programmi di sala • Visite personalizzate ai laboratori del Teatro • Ingresso omaggio alle mostre e alle attività del Teatro • Riduzione di 18 per accredito di nuovi soci * la quota giovani da diritto alla Maggiocard ed ai suoi benefits. INFO 055 2779245 • E-mail [email protected] 180 30 LO SCAFFALE DELMAGGIO ALLE OBLATE Cataloghi, cd, dvd e programmi di sala del Festival Dove le parole finiscono, inizia la musica (H. Heine) La Biblioteca delle Oblate e il Teatro del Maggio insieme, per guidarti in un percorso di parole e suoni alla scoperta di autori, musicisti, compositori, interpreti. Inoltre la Biblioteca delle Oblate mette a tua disposizione più di 2500 documenti fra CD, DVD e libri dedicati alla musica che potrai consultare, ascoltare e avere in prestito liberamente. www.bibliotecadelleoblate.it Biblioteca delle Oblate Via dell’Oriuolo 26 50122 Firenze INFO 055 261 6512 29/04»22/06 VERSO ORIENTE 73°MAGGIOMUSICALEFIORENTINO