Indialogo.it
www.in-dialogo.it
Suppl. n° al n.1/2009 di “Incontri Con…”
Periodico di cultura religiosa
realizzato in collaborazione con
l’Ufficio Irc/smi-sms e la Comm.
per l’Ecumenismo e il dialogo
della Diocesi di Pinerolo,
Via Vescovado 1, Pinerolo.
Dir. responsabile: Antonio Denanni
Anno 2, n.4, Settembre 2011
Un’ospedale che è un “piccolo gioiello” della sanità piemontese
Il nocciolo dell’amore
Fiducia/Sfiducia, Progettazione/Improvvisazione, Benessere/Malessere, Cittadinanza/Sudditanza, Nord/Sud, Uomo/Donna
sono le sei dicotomie intorno alle quali l’Eurispes (Istituto di Studi Politici Economici e
Sociali) ha costruito il suo Rapporto sull’Italia 2011 intervistando 1532 italiani.
“L’Italia - afferma l’indagine - sta vivendo,
insieme, una grave crisi politica-istituzionale, economica e sociale... Tre percorsi di crisi che si intrecciano, si alimentano e si sviluppano l’uno con l’altro fino a formare un
tutt’uno solido, resistente, refrattario ad ogni
tentativo di districarlo, di venirne a capo...
Vi è un peggioramento generalizzato del Paese dovuto alle conseguenze ormai lampanti
della crisi finanziaria... Per un nucleo familiare su tre arrivare a fine mese è uno scoglio
insormontabile”.
Il clima e le aspettative generali sul futuro
sono tutt’altro che rosee: “il 50% delle persone prevede infatti situazioni ancora peggiori”. In questo clima generale, rileva ancora
l’Eurispes, le associazioni di volontariato e
del terzo settore mantengono un alto grado di
fiducia (71% nel 2009, 82% nel 2010).
In questa situazione di crisi e incertezza, sembra dire l’Eurispes, il nocciolo duro dell’amore
altruistico, che è anche alla base della fede dei
cristiani, tiene.
Antonio Denanni
Il Koelliker dei Missionari della Consolata
Il direttore Cacciari: «La nostra forza è la diagnosi per immagini e l’attenzione alla persona»
A volte i poli di eccellenza si scoprono per caso e in una situazione di
necessità. L’esperienza negativa allora
si trasforma in un’altra quasi piacevole
per il constatare che le strutture di servizio alla persona funzionano e sono
a dimensione umana, quasi familiare,
come sono le condizioni in cui uno
vorrebbe trovarsi quando è in una situazione di difficoltà e di debolezza.
È il caso dell’ospedale Koelliker di
Torino, un piccolo gioiello della sanità piemontese, che è un modello di
gestione efficiente e funzionale della
sanità, che con il suo attivo di gestione ha anche l’ambizione di aiutare gli
ospedali dei paesi in via di sviluppo del
circuito dei missionari della Consolata.
Abbiamo sentito su questa realtà padre Stefano Cacciari, dell’istituto dei
missionari della Consolata, dal 1994
direttore del Koelliker.
Che cos’è il Koelliker in termini di
numeri e di contenuti?
È una struttura a gestione privata,
convenzionata con la Regione, che ha
segue a pag.2
In questo numero
On line per gli altri
www.romereports.com Agenzia che offre servizi tv quotidiani sul Papa e sul Vaticano
alle televisioni che non hanno corrispondenti a Roma.
www.bibciechi.it Sito della Biblioteca Italiana per Ciechi da dove studenti e docenti
non vedenti, ipovedenti o disabili motori possono richiedere i file dei testi di interesse
www.aighostels.com Sito dell’Associazione Italiana Ostelli della Gioventù (AIG),
dove è possibile trovare informazioni su oltre 5.000 ostelli in Italia e nel Mondo.
Gli abati di S.Maria /2
pag. 2
Un colpo ben orchestrato
pag. 3
Materialismo in terra cristiana pag. 4
In chiesa si entra in ginocchio pag. 6
Non solo profitto
pag. 7
Grande domanda di liberazione pag. 8
Chiesa come cristiani di scelta
pag.10
111 anni fa nasceva a Francoforte Erich Fromm
La religione è nulla. Vivere religiosamente è tutto
“Fare come Gesù ciò che è giusto, dire la verità, amare il prossimo. Questo è tutto”
Nel 1900 a Francoforte
nasceva
Erich
Fromm,
psicoanalista e sociologo
tedesco tra i più importanti del
‘900. Pubblichiamo la parte
conclusiva della sua ultima
intervista al giornalista ticinese
Guido Ferrari.
Che cosa vuol dire «essere»?
«Essere vivo, interessato, vedere
le cose, vedere l’uomo, ascoltare
l’uomo, immedesimarsi nel
prossimo, sentire se stessi,
rendere la vita interessante, fare
della vita qualcosa di bello e non
di noioso»
Che significato ha per lei la
religione?
«La religione è nulla.
Vivere religiosamente è
tutto. Ciò che intendo per
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vivere religiosamente è ciò
che pensavano i profeti, ciò
che Gesù pensava, fare ciò
che è giusto, dire la verità,
amare il prossimo. Questo
è tutto. La religione è di
solito il culto della domenica
o di determinati momenti
del giorno in cui l’uomo è
formalmente religioso. Ma, o
si vive religiosamente, oppure
no. Non si ha una religione
come si possiede qualcosa,
come si ha uno stato. Questa
è la differenza con ciò che è
secolare»
Qual è il rapporto dell’uomo
di oggi con la religione?
Falso è il mio primo
pensiero. L’uomo di oggi
crede di essere cristiano, ebreo
280 dipendenti circa, di cui solo 5 medici. Gli altri 115 medici che lavorano
in ospedale con altri 30-40 tecinici di
laboratorio sono liberi professionisti. Il
Koelliker cioè va avanti con la libera
professione dei medici e dei tecnici di
laboratorio, che sono pagati a prestazione e a percentuale; l’ospedale mette
a disposizione la struttura, il macchinario diagnostico o terapeutico e il
personale paramedico. Questo tipo di
organizzazione dà garanzie all’ospedale, al medico e al paziente. L’ospedale ha una certa sicurezza
economica nelle entrate,
il medico ha una grande libertà e motivazione
nell’esercitare la professione, il paziente è trattato con tutte le attenzioni
perché i “clienti” sono
la fonte del reddito e del
funzionamento di tutto il
complesso.
Ogni giorno presso il
nostro ospedale ci sono
70-80 ricoverati con la
mutua e una trentina con
regime privato. I posti letto sono 150, più altri 15
in regime di day hospital
per l’oculistica.
Qual è l’origine e la storia di questo ospedale?
o di un’altra religione. Ma
in realtà è un pagano, perché
adora idoli come il denaro,
il profitto, la sua grandezza,
la sua persona, il narcisismo.
Questa è idolatria. Ma egli
la chiama spesso religione,
perché si è ormai convenuto di
chiamarla così e perché così è
una persona rispettabile per se
stesso e per gli altri».
L’amore. L’uomo di oggi
parla sovente di amore. Ma
sa amare?
Mah... non si direbbe...
L’amore è raro. L’uomo è
piuttosto egoista e questo è
l’opposto dell’amore. L’amore
si rivolge all’altro, si interessa
dell’altro. Ma certo non
dico che non c’è più amore,
altrimenti non saremmo
neppure più qui. Si potrebbe
dire: chi ama uno soltanto non
ama nessuno. Il cristianesimo
ha formulato questo in modo
tanto radicale che l’amore
comprende anche l’amore
del proprio nemico, perchè
anche il nemico è un uomo.
Aggiungerei anche l’amore
di se stessi, perchè anch’io
sono un uomo. Ma spesso si
confonde l’amore di sè con
l’egoismo. L’amore va di certo
al di là della limitatezza del
proprio io, si rivolge al mondo,
ma si rivolge anche a sé,
perchè anch’io sono un uomo
che ha rapporti e sentimenti
con se stesso. L’amore non ha
limiti.
Supplemento d‘anima
Asma Jahangir
Asma Jahangirè, avvocato,
attivista pakistana, insieme a sua
sorella Hina è una delle figure
di spicco dei movimenti per
le donne e per i diritti umani.
Entrambe, dal 1996, sono
oggetto di sorveglianza da parte dello Stato
ventiquattro ore su ventiquattro.
Nel 1980 hanno partecipato alla creazione
del Women’s Action Forum per aiutare le
donne a ottenere il divorzio da mariti violenti.
Nel 1981 hanno fondato il primo studio
legale femminile del Pakistan e nel 1986
hanno dato vita alla Pakistan Human Rights
Commission.
Hina è stata minacciata di morte nelle
stesse aule del parlamento quando ha
chiesto l’abolizione delle norme repressive
della shar’ia che contrastano con le norme
costituzionali a tutela della donna. E la
Jahangir ha messo a repentaglio la propria vita
nel 1993, quando ha difeso in tribunale un
giovane quattordicenne analfabeta condannato
a morte con l’accusa di aver imbrattato un lato
della moschea con graffiti blasfemi. Alcuni
Musulmani estremisti
Segue a pag.2
31/08/2011 0.10.30
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Pag. 2
dalla montaChi è dePennellate bibliche
gna: per saligno di salire
al monte del
Chi salirà la montagna re il “monte
del Signore”
Signore?
(ma anche per scalare il
Chi entrerà nel suo santuario?
“monte della vita”) sono
Chi ha cuore puro e mani innonecessarie alcune cose:
centi;
amare il silenzio che
chi non serve la menzogna
consente di non fuggire a
e non giura per ingannare.
se stessi, amare la fatica
Egli sarà benedetto dal Signore
che ti permette di rage accolto da Dio, suo salvatore.
giungere la tua meta, ap(sal 24, 3-5)
prezzare le cose essenziali come una
A Dio piace la montagna: è sul mon- gelida sorgente alpina di umilissima
te che consegna le tavole della legge acqua, avere occhi udito olfatto attenti
a Mosè; sul monte il profeta Elia di- a cogliere le meraviglie di ciò che sta
fende la causa del Signore; sul mon- fuori di te: fiori, animali, paesaggi e
te Gesù consegna all’umanità il suo conseguentemente scoprire che tu non
immenso messaggio etico; sul monte sei il centro del mondo, accorgerti che
non sei solo a salire...
avviene la trasfigurazione....
Salendo la montagna del Signore
In effetti ci sono giornate a fine estate che consentono di capire il fascino forse si riuscirà anche a riscoprire il
misterioso della montagna: domeni- senso etico, così necessario oggi nel
ca 28 agosto è stata una di queste e nostro mondo attraversato da cocenti
chi ha avuto la fortuna di percorrere crisi!
Carlo Gonella
un sentiero in alta quota ha visto un
cielo splendido: azzurro intenso senza
alcuna nuvola, un panorama insuperabile sui grandi massicci alpini, il tutto
con una temperatura sui venti gradi ed
una carezza di vento a tergere il sudore della fatica. É’ facile intuire come
questa natura parli di Dio.
Ma forse c’è altro da apprendere
hanno preso d’assalto il
palazzo di giustizia, fracassando l’automobile della Jahangir e aggredendo il suo
autista. Altri episodi d’intimidazione ha
subito anche la sua famiglia.
Nel 1998 la Commissione per i Diritti
Umani delle Nazioni Unite ha nominato
Segue da pag.1
Francesco di
Santa Giulia di
Possano (13101325), è il ventesimo abate.
Filippo di Savoia, che nel 1295
aveva preso possesso dei domini
paterni al di qua delle Alpi, scelse
per capitale del ducato e residenza ordinaria Pinerolo. Con il suo
matrimonio con Isabella, erede
del principato d’Acaja, assunse
il titolo di principe d’Acaja che
trasmise a tutti i suoi successori
che risedettero sino al 1418 in
Pinerolo. Egli migliorò il castello
residenziale, aumentò le fortificazioni. Nel 1319 confermò nuovi
Statuti per Pinerolo, migliorò il
Rio Moirano, rinunciò a diversi
tributi feudali, ottenendo in compenso ogni anno un tributo fisso
per ogni comunità da dividersi
con l’Abate. Con questo principe, nel 1310 l’Abate firmò una
transazione che definiva i rapporti
della giurisdizione temporale tra
il principato e l’Abbazia e la divisione dei redditi.
Francesco di Santa Giulia era
ancora abate quando il governo
del Comune di Pinerolo autorizzò la nascita di una società
popolare di cui quattro membri
potevano sedere in Consiglio con
diritto di voto Durante la reggenza abbaziale di Gerardo de la
la Jahangir relatore speciale dell’ONU
sulle esecuzioni sommarie, arbitrarie ed
extragiudiziali.
Con la sorella Hina è conosciuta
nel mondo soprattutto per l’impegno
nella difesa dei diritti delle donne
e dell’infanzia e per lo sforzo nel
L’ospedale Koelliker
segue da pag.1
L’Osp. Koelliker è nato nel 1928
per iniziativa della famiglia torinese
Koelliker, che aveva perso drammaticamente due figli in tenera età. Negli
anni ’50 questo fu donato ai Missionari
della Consolata che incominciarono ad
occuparsene, anche in funzione di solidarietà e di collaborazione culturale e
sanitaria a favore degli ospedali in terra
di missione, situati in Kenya, Tanzania,
Etiopia, Zaire e Brasile, con eventuali
sovvenzioni ed intervento di professionisti. Per oltre 40 anni l’Osp. Koelliker
è stata l’unica struttura infantile in Torino, conosciuta ai torinesi come “Ospedalino”. La nascita negli anni settanta
dell’ospedale infantile Regina Margherita e la denatalità hanno portato alla
riduzione dei posti letto per bambini a
favore degli adulti in regime convenzionato e privato.
Sono gli anni in cui lei è diventato direttore…
Sì. Negli anni ’90 questo ospedale
che era arrivato ad ospitare anche 300
bambini ne aveva 40-50. Quindi era
necessaria una svolta, non si poteva andare avanti solo con i bambini. Da qui
la trasformazione anche in ospedale per
adulti, tenendo anche conto delle patologie fondamentali come neurologia,
oculistica, urologia, otorino, chirurgia
generale e ortopedia,utili non solo alle
richieste dell’utenza, ma anche alle
esigenze dell’Istituto missioni Consolata. In questo riposizionamento la mia
strategia è sempre stata centrata sulla
diagnostica per immagini e quindi su
risonanze, tac, ecografie, ecc. con macpromuovere la tolleranza religiosa. (Nel
1988 in Pakistan sono state uccise per
“delitto d’onore” cinquecento donne).
Dal 2000 al 2008 è stata anche
Rappresentante speciale del Segretario
Generale dell’ONU per la difesa dei
diritti umani presso le Nazioni Unite.
Pagine di storia religiosa del Pinerolese
Questo illustre frate
domenicano perorò
la costruzione di un
convento in città per il suo ordine,
predicò in San Donato e in San
Francesco e nelle Valli. In una
famosissima relazione al suo superiore generale descrive la situazione del Delfìnato e delle “famosissime valli degli eretici valdesi”.
Michele Cacherano di Bricherasio, ventottesimo abate (14041433), acquista dalla Comunità
di Porte la bealera del Chisone e
i mulini di Abbadia.
È testimone con il vescovo Romagnano di Torino nel 1417 delle
nozze che si svolgono nel Castello di Pinerolo tra la figlia di Amedeo d’Acaja e Ludovico III, duca
di Baviera. Per mandato del Papa
Martino V, definisce i confini della Diocesi di Mondovì e mette
pace tra i francescani e il Capitolo
di San Donato e San Maurizio
per liti inerenti i cosiddetti “diritti
di stola”.
Del ventinovesimo abate, Luigi da Ponte, viene contestata dal
Duca di Savoia la sua elezione,
ritenendo egli di avere ormai
acquisito il diritto di eleggere gli
abati commendatari in sostituzione dei monaci.
Aurelio Bernardi
Gli abati dell’abbazia di Santa Maria - 2
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Baume (1330-1345?), nel 1333
giunse a Pinerolo Giovanni, re di
Boemia, accolto con grandi feste
nel Castello. Pinerolo, sede del
principato, assume un ruolo politico, militare ed amministrativo
superiore alla stessa Torino e la
presenza della corte crea benessere alla città, la quale, però, deve
accollarsi spese onerosissime per
i molteplici festeggiamenti in
onore degli invitati che giungevano al castello.
Andrea dei Marchesi Falconieri di Trana (1346-1370?) è
il ventiduesimo Abate. Nel 1360
assiste al trattato tra Giacomo
d’Acaja e Amedeo VI di Savoia
(il Conte Verde) che, presa Pinerolo, conferma i privilegi, le
libertà, le franchigie e le immunità concesse in precedenza e i
pinerolese gli giurano obbedienza
nella collegiata di San Donato. In
questo periodo l’antipapa Clemente VII dà l’interdetto alla città,
perché ha incarcerato nel castello
di Cumiana alcuni reali di Napoli,
legati ai Savoia (Pinerolo, come
la Savoia, la Francia, la Spagna e
la Scozia non aveva riconosciuto
Urbano VI, papa legittimo).
Guido dei Signori di Reano,
ventitreesimo abate (1373-1381).
Questo abate compilò il 3 maggio
1375, d’intesa con i delegati del
Comune, gli statuti di Abbadia
Alpina (allora Borgo S. Verano) e
delle sue dipendenze.
(Da questi statuti che constano di
90 capitoli si evince la vita, gli usi
e i costumi dell’epoca). A questo
abate il 9 aprile 1378 giurò fedeltà
e protezione Amedeo I d’Acaja, il
quale sposò nel 1380 Caterina dei
Conti di Ginevra da cui nacque
nel 1390 Margherita di Savoia,
la futura beata, che venne educata
nel convento di San Francesco.
Giovanni Cacherano di Bricherasio, ventiseiesimo abate
claustrale (1398-1400?). Nel
periodo della sua reggenza, il 17
gennaio 1403 presenzia al matrimonio della B. Margherita di
Savoia di anni 13 con Teodoro
II Paleologo, marchese del Monferrato di anni 30, benedette dal
vescovo di Acqui.
Luigi da Ponte d’Asti dei signori di Lombriasco (1400-1404?).
Nel periodo in cui resse l’Abbazia,
soggiornò a Pinerolo San Francesco Ferreri, spagnolo (1357-1419)
dapprima presso i Francescani e
poi nella stessa reggia dei principi.
Settembre 2011
chine sempre aggiornatissime. E questa
scelta si è dimostrata vincente (abbiamo
5 risonanze magnetiche, sempre aggiornate, con 1-2 mesi di attesa).
Il Koelliker è una strutture sanitaria in
attivo – anche se Cacciari ne parla con
pudore – il cui ricavo (2-3 milioni di
euro) va ad aiutare gli ospedali della
Consolata nei paesi di missione.
Come si colloca il Koelliker nel panorama sanitario torinese-piemontese?
Con i suoi 150 posti letto e soprattutto
con la sua diagnostica dà un contributo
all’assistenza socio-sanitaria. Con un
pizzico di orgoglio affermo che siamo
molto stimati per la professionalità dei
medici e per l’accoglienza (un assessore alla sanità piemontese ha definito
il Koelliker : “un piccolo gioiello della
sanità piemontese”).
Io cerco di inculcare l’idea che la
persona ricoverata più che un paziente,
malato, è una persona in situazione di
debolezza che merita tutte le attenzioni. Su questo sono molto esplicito. Nel
nostro ospedale ci sono degli uomini,
delle persone con una storia e un’identità, per chi ci crede un brandello di Dio,
che è qui e ha bisogno del nostro aiuto.
Essere gentili costa anche poco.
Questa è una cosa sulla quale insisto
molto. Al Koelliker si lavora anche per
lo stipendio, ma si fa parte anche – pur
essendo una struttura totalmente laica di un’organizzazione religiosa dove c’è
qualcosa in più che deve portare a trattare le persone ricoverate da amici.
Qual è il punto di forza della vostra
struttura?
Come ho già detto la diagnostica per
immagini e l’attenzione alla persona.
Qual è la collaborazione culturale e sanitaria con gli ospedali dei missionari
della Consolata in terra di missione?
Pur operante, questa collaborazione è
molto difficoltosa. In ottobre i 5 responsabili degli ospedali missionari della
Consolata si troveranno in Etiopia per
coordinare la collaborazione e rendere più continuativa la formazione, con
stage in Italia e con medici nostri che
per un mese all’anno vanno in questi
paesi di missione, non necessariamente
nei nostri ospedali, per dare il loro contributo. Diciamo che il Koelliker è un
centro di animazione missionaria sanitaria non necessariamente in relazione
ai nostri ospedali che ci stanno particolarmente a cuore, ma in tutta quella che
è la problematica sanitaria missionaria
che c’è nel terzo mondo.
Venendo qui dentro si respira un clima di mondialità. Tra il personale ci
sono molti stranieri?
Credo che in campo infermieristico
siamo arrivati al 60 per cento. Sono soprattutto persone provenienti dai paesi
dell’est, ma anche dal Perù e dall’Africa.
Il Koelliker opera sia in convenzione
col sistema sanitario nazionale che in
forma di assistenza privata. Che differenza c’è nei due tipi di ricovero?
Non vi è alcuna differenza dal punto
di vista del trattamento, vi è solo una diversità nella precedenza. Il privato con
il pagamento accelera i tempi: il medico
è incentivato a dare la sua disponibilità
cercando di farlo il più presto possibile,
con la mutua invece vi sono dei tempi e
delle graduatorie da rispettare.
Antonio Denanni
31/08/2011 0.10.32
Cultura
Pag. 3
Settembre 2011
Il fisico teologo John Polkinghorne
La creazione un “colpo” ben orchestrato
«La religione ha preparato l’ambiente intellettuale nel quale la scienza può progredire»
Scienza e fede sono “cugine”, come lei dice. Però
con qualche dura incomprensione, in passato.
«Perché c’è qualcosa
invece del nulla? si
domandava
Leibniz.
Come è cominciato tutto
questo? Le cose create non portano il
marchio di fabbrica “fatto da Dio”, il
Creatore è più sottile. Perciò mentre la
scienza razionale può sottoporre ogni
cosa a verifica sperimentale, la fede
non può citare come testimone Dio
nello stesso modo. Gli approcci sono
diversi. Davanti alla realtà del mondo
fisico, la scienza si pone la domanda:
“come” avvengono le cose? La
religione si chiede “perché” avvengono?
L’incomprensione reciproca, certo, c’è
stata. Ma non bisogna dimenticare che la
religione ha fatto qualcosa per la scienza:
ha preparato l’ambiente intellettuale
nel quale la scienza può progredire.
In virtù della concezione cristiana
della creazione, ci aspettiamo che il
mondo sia ordinato perché il Creatore è
razionale; desideriamo e consideriamo
giusto conoscere direttamente la realtà,
osservarla, perché l’ha creata Dio (i
Greci, tanto per dire, ritenevano invece
che bastasse pensare e riflettere)».
E invece la scienza che cosa porta in
aiuto alla religione?
«La conoscenza scientifica ci permette
di trovare argomenti di indiscutibile
efficacia. Se il rapporto tra due delle
forze fondamentali della natura, la
gravità e l’elettromagnetismo, non fosse
esattamente quello che è, non vi sarebbe
vita sulla Terra. Un Sole che brucia
troppo debolmente non avrebbe potuto,
con i suoi raggi, favorire la nascita
delle creature viventi e alimentarle; un
Sole che brucia troppo intensamente
avrebbe esaurito la propria energia
troppo presto perché la vita riuscisse
a comparire. Il disegno ha coinvolto
l’universo: è in seguito alle esplosioni
di supernova che gli elementi necessari
alla vita (a cominciare da carbonio e
ossigeno) si sono diffusi nel cosmo.
Perciò l’astronomo Fred Hoyle
diceva che l’universo è un “colpo”
perfettamente organizzato, il prodotto di
una formidabile intelligenza».
L’esistenza del male nel mondo come viene
spiegata dalla dottrina della Creazione?
«Contrariamente a quanto sembrano
supporre scienziati come Stephen
Hawking, secondo i credenti Dio
Creatore non si è limitato ad accendere il
fantastico fuoco d’artificio del Big Bang
ritirandosi poi subito dalla scena, ma
continuamente tiene in essere il mondo.
Appena Darwin pubblicò L’origine
delle specie, un prete anglicano, Charles
Kingsley, coniò un concetto e una frase:
Dio non ha soltanto creato un mondo
“pronto per l’uso”, lo ha creato in grado
di “farsi da solo”. E io aggiungo: non ha
allestito un divino teatro dei burattini. Il
Creatore infatti interagisce con le creature
senza schiacciarle con la sua volontà;
a loro è permesso di essere se stesse e
di realizzarsi da sole. Le catastrofi, le
malattie, i delitti sono l’inevitabile costo
di una creazione cui è stato permesso
di farsi da sola. Un esempio: gli stessi
processi biochimici da un lato portano
alcune cellule a produrre nuove forme
di vita, dall’altro possono indurre
mutazioni maligne. Più comprendiamo
scientificamente ciò che avviene nella
natura e più il mondo ci appare come un
pacchetto integrato, una sorta di “tutto
compreso” dal quale non è sempre
possibile prendere ciò che è buono ed
eliminare ciò che è cattivo. Quanto accade
non è tutto in sintonia con la volontà diretta
di Dio. Perché la creazione comporta un’
autolimitazione del potere divino».
Ritagli
La teoria del tutto
di Roberto Timossi
Da quando ha scritto il celebre «Dal Big Bang ai buchi
neri», Hawking ha sfondato il muro della notorietà tutta
interna al mondo della scienza ed è penetrato nel nostro
immaginario collettivo.
Come lui stesso ha riconosciuto, deve molto della sua
notorietà e del successo editoriale a una frase calata
lì quasi per celia alla fine del suo primo best seller
e ormai divenuta famosa: «Se perverremo a scoprire
una teoria completa [del tutto], allora conosceremo
la mente di Dio». Qualche anno dopo Hawking ha
affermato di essere stato sul punto di tagliare questa
frase, ma poi decise di non farlo. Il fatto che non
abbia eliminato questo «explicit» non è casuale, ma
dipende da un dato oggi ormai chiaro a tutti i suoi
attenti lettori: Hawking ha assunto il problema di Dio
come uno dei principali argomenti di riflessione e
di discussione. E per lui, come per molti altri fisici
e cosmologi, la questione dell’esistenza di Dio è
direttamente connessa con l’origine dell’Universo,
vale a dire con l’interrogativo capitale sulla necessità
o meno di postulare la presenza di un Creatore
intelligente per spiegare il cosmo.
La stessa teoria del Big Bang quale spiegazione del
J. Polkinghorne, Avvenire, 14.10.2004 momento iniziale di tutto ciò che esiste, se collegata
col fatto che - come ha scritto lo stesso Hawking «qualsiasi modello ragionevole di universo deve
Da uno scritto del giornalista Domenico Del Rio
iniziare con una singolarità», con una condizione o
con un evento unico nella storia dell’energia-materia,
pone inesorabilmente la questione se il cosmo poteva
«Ma il suo mestiere non è solo quello di perdonare, ma anche di assecondare chi crede alla sua parola» generarsi da sé, se l’ordine cosmico che osserviamo
si giustifica da sé oppure richiede di ricorrere
Un brigante, sul punto di va a me suo servo».
per la sua generosità, se si pentirà dei all’intervento esterno!
Perdonare: il mestiere di Dio
morire, andò a sdraiarsi
davanti alla porta di un
monastero nel deserto
egiziano. «Dio mi perdonerà», disse al monaco
che era andato a soccorrerlo. «Come fai ad esserne così sicuro?». «Perché è il suo mestiere».
Quello di perdonare (quindi, di amare) è uno splendido mestiere che, nella
sua completezza, è probabilmente solo
divino e non umano...
Ma forse Dio non ha un mestiere
solo. Per una variante sul tema, al breve apologo cristiano del brigante se ne
può aggiungere un altro islamico.
C’era un uomo sulle montagne del
Marocco, cui le faccende non andavano
per niente bene e perciò decise di recarsi
da Dio. Si mise in cammino e arrivò alla
grotta di un eremita che Dio soccorreva
miracolosamente ogni giorno con un
pane d’orzo e un grappolo d’uva nera.
L’uomo chiese ospitalità e Dio inviò
alla grotta anche un pane di grano e un
grappolo d’uva bianca, che l’eremita si
affrettò a tenere per sé, mentre all’ospite
diede il pane d’orzo e l’uva nera.
Al mattino, quando seppe che l’uomo
voleva andare da Dio, l’eremita gli disse: «Quando lo vedrai, chiedigli quale
sarà il posto in Paradiso che egli riser-
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L’uomo riprese il cammino e la sera
si fermò alla porta di una casa solitaria.
«Datemi ospitalità per amore di Dio»,
chiese alla donna venuta ad aprire.
«Per carità, fuggi - gli gridò la donna
-, mio marito è un assassino. Ha già
ucciso 99 persone, e tu saresti la centesima vittima». In quel momento arrivò
il marito. «No - disse alla moglie -, non
mandarlo via, poiché ha chiesto asilo
in nome di Dio». Al mattino, quando
seppe che l’uomo andava da Dio, l’assassino gli disse: «Domandagli quale
posto mi riserva all’Inferno».
L’uomo riprese la strada e finalmente Dio gli mandò incontro l’arcangelo
Gabriele. «Dice Dio - gli riferì l’arcangelo - che tu ritorni a casa tua e ti metta
ad ingrandire il tuo recinto. In quanto
agli altri, il Signore manda a dire all’eremita che, per la sua superbia e per la
sua falsa carità, il suo posto è all’Inferno. Fai sapere all’uomo assassino che,
suoi delitti, avrà un posto in Paradiso».
L’uomo ritornò a casa e cominciò a lavorare per ingrandire il proprio recinto,
sebbene non ne conoscesse la ragione.
«Perché mai lo fa - diceva la gente -,
se non ha niente da metterci dentro?».
Il nostro uomo si coricò la sera stanco,
e al mattino trovò il recinto pieno di
buoi, di pecore e di cammelli.
Volendo trarre una rapida morale da
questi racconti, potrebbe venir fuori
che il mestiere di Dio non è solo quello
di perdonare, ma anche di assecondare
chi crede alla sua parola e magari gliela
rinfaccia, di sistemare a dovere chi lo
cerca e gli dà ascolto, anche senza conoscere bene le ragioni del suo volere.
In quanto poi a che cosa dire materialmente, spiritualmente o soprannaturalmente, abbondanza di buoi, di pecore e
di cammelli, questa è un’altra questione
ancora.
Il cristianesimo è una
religione ricca di pathos
di Paul Veyne, storico
Il cristianesimo è una religione ricca di pathos
nel senso originario del termine, cioè che tocca
l’individuo fin nel suo profondo. Innanzitutto perché,
rispetto alle religioni precedenti, Dio è un’entità
incommensurabile che ingloba tutto. Dunque, Dio
non è più un’entità estranea all’individuo, né una
delle tre diverse specie viventi - uomini, animali e dei
- che vivono nello stesso mondo dei pagani, godendo
della stessa luce e respirando la stessa aria. Dio non
abita il mondo, ma l’ha invece concepito.
In secondo luogo, gli dei del paganesimo non
sembrano occuparsi degli uomini e gli individui
attendono una morte che li lascerà negli inferi o nel
nulla. Nel cristianesimo, invece, gli individui fanno
parte di un piano cosmico che è la chiave del mondo
intero. Il cristianesimo pone l’avventura personale a
un livello eterno ed immortale per certi aspetti vicino
a quanto i maggiori filosofi hanno potuto immaginare
di più grandioso. Ogni individuo è in qualche modo
La Stampa, 27.02.2009 anch’egli al centro del mondo e dell’eternità.
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Progetto culturale
Pag. 4
Settembre 2011
La Parrocchia/ 6 - di Don Primo Mazzolari
Il materialismo in terra cristiana
Dal cap. 5 del libretto
di Don Primo Mazzolari
“LA PARROCCHIA”
Capitolo V/b
Non credo di essere
un materialista, né
penso che l’uomo
quando abbia mangiato abbia tutto;
però, se il giovane, custodito fino
a 12-14 anni, non trova lavoro né
casa rischia di pensare col Vangelo
che “altre cose si dovevano fare
senza trascurare queste”.
E poi, quando abbiamo costruito
una chiesa di pietra o un oratorio
“moderno”, se la gente non ci viene
e li fa “suoi” qual è il guadagno?
Talvolta, osservando la febbre
costruttiva che sta occupando un
po’ tutti i parroci - qualcuno l’ha
chiamata “il male della pietra”
– mi viene il dubbio se essa non
sia, per caso, un surrogato di
un’insufficienza spirituale.
Un’altra volta il “di fuori” prima
del “di dentro”, il “sabato” prima
dell’ “uomo”. La tentazione mira
a capovolgere non soltanto i valori
ma anche a dare una falsa fiducia
che viene ben presto scontata da
grossi avvilimenti. Quando ci si
accorge che abbiamo ammucchiato
delle pietre e che le pietre, da sole,
non rendono gloria a Dio, prende
lo scoramento.
Conosco tanti giovani parroci che
vivono da rassegnati dopo aver
tentato di risolvere certe difficoltà,
gettandosi in un’attività più edile
che spirituale.
Il materialismo - non
dimentichiamolo - ha tanti modi di
farsi strada anche in terra cristiana,
e questo è uno dei valichi meno
sorvegliati, anche perché benedetto
e gratificato dalla compiacente
approvazione dell’autorità, la
quale misura a volte l’attività di un
parroco in cura d’anime dai milioni
che egli ha saputo spendere.
E adesso ci sarebbe da parlare di
campane, di feste, di congressi, e
di tante altre belle cose.
Benché sia un innamorato delle
campane e della loro poesia, ho
sempre il rimorso di aver dovuto
spendere più di un milione per
restituire al mio campanile le
campane che i tedeschi gli avevano
rubato.
Di certe feste troppo dispendiose,
che
illudono,
esauriscono,
ingannano più che edificare
ricorderò solo quanto scriveva
tempo fa un grande vescovo
italiano: “E adesso, basta con le
feste: mettiamoci a lavorare sul
serio: c’è tanto da fare”.
Come sono schiaffi al povero
l’ostentazione del lusso e del
godimento di certi ricchi, così
non giovano alla pazienza, alla
fiducia e all’edificazione di esso
chiese troppo ricche e funzioni
troppo dispendiose. Per avere un
cuore di pastore non è necessario
un pastorale e un calice d’oro;
per onorare la Madonna non è
necessario spendere milioni in
luminarie o in nuovi conventi,
quando tanti suoi figli mancano del
necessario.
Direte che questo è “pauperismo”.
Lo direte dopo, in questo momento
vi manca il coraggio di pensarlo,
se pensate ai poveri col vostro
cuore di buoni parrocchiani. La
tradizione della Chiesa, la grande
tradizione della Chiesa, ha battuto
questa strada. Papi, vescovi,
parroci santi hanno venduto per
la fame dei poveri opere d’arte
e perfino i vasi sacri. Io venderei
un Raffaello, un Michelangelo, un
Della Robbia piuttosto di veder
patire la mia povera gente.
E oso aggiungere che sarebbe
forse la maniera di risolvere la
crisi dell’arte sacra. Il Signore
restituirebbe, per la gioia dei
poveri, a molti nostri artisti quella
fede che sola può ispirare una
grande arte cristiana.
Una parola sui convegni, sulle
settimane, sui raduni ecc.
Non vi pare che ci sia un po’
d’epidemia? Le stesse brave
persone che parlano, le stesse brave
persone che ascoltano, battono le
mani, compilano ordini del giorno
e telegrammi... L’accademia ci
prende la mano. Qualche “voto” di
meno, e qualche opera di più per la
visibilità della parrocchia, sarebbe
più nello spirito del Vangelo e nella
tradizione della Chiesa.
Primo Mazzolari, La parrocchia,.
EDB (6, continua)
Lo psicologo: “la preghiera aiuta a perdonare”
L’Association for Psychological Science ha pubblicato
di recente i risultati di una particolare ricerca, la quale
dimostra che la preghiera aiuta effettivamente a perdonare
il proprio partner quando ha tradito la nostra fiducia o ci
ha offeso.
Sul sito della Associazione si legge che le constatazioni
iniziali sono state queste: tutti siamo colpevoli di offendere
il proprio partner e 9 americani su 10 hanno dichiarato
di pregare, almeno occasionalmente. Il dipartimento
di Psicologia della Florida State University, guidato da
Nathaniel Lambert, ha voluto unire questi due fattori e si è
domandato: è possibile che la preghiera aiuti a conservare
il rapporto e a facilitare il perdono? Lambert ed i suoi
colleghi hanno deciso di testare scientificamente questa
ipotesi.
Uno degli esperimenti si è svolto così: un gruppo
formato da uomini e donne ha rivolto una preghiera a
Dio chiedendo un aiuto a migliorare il rapporto con il
proprio partner. Contemporaneamente un altro gruppo
ha semplicemente descritto i propri rispettivi partners
parlando in un registratore. Gli psicologi hanno poi testato
l’effetto “perdono”, identificandolo con la diminuzione
dei sentimenti negativi iniziali che si verificano quando c’è
una discussione o una lite. I loro risultati hanno mostrato
che in coloro che hanno pregato sono effettivamente
diminuiti i pensieri di vendetta verso il proprio partner e
sono risultati più disposti a perdonare e andare avanti. Gli
esperimenti sono proseguiti su tempi e test più prolungati
che si possono leggere nell’articolo indicato.
Gli psicologi hanno cercato di spiegare questi
sorprendenti risultati senza potersi esprimere
evidentemente sull’intervento diretto di Dio. Essi si sono
pronuciati solo sulle conseguenze:«Dopo un tradimento
o un’offesa, la vittima fissa irremovibilmente l’attenzione
al sé cognitivo. La preghiera invece sembra avere la
capacità e la forza di spostare l’attenzione dal sé agli altri,
consentendo la diminuzione dei risentimenti».
Sintesi da www.uccronline.it
I nuovi preti
Essere prete oggi
di Roberto Repole
C’è chi ne discorre fingendo, in un modo o
nell’altro, che la vita del prete di oggi non
presenti nessuna particolare difficoltà od insidia,
se non quelle dovute allo scarso impegno dei
sacerdoti; e ne parla come se fosse sostanzialmente identico essere preti nel contesto della
postmodernità, di un mondo globalizzato e di
una società secolarizzata o a fine ‘800 e ad inizio
del ‘900. E c’è chi, all’inverso, è così propenso
a rimarcare gli inediti problemi cui si troverebbe
a dover rispondere e l’assoluta novità culturale
in cui si troverebbe a vivere ed agire il prete di
oggi da rendere sostanzialmente improponibile,
se non per mitici super-eroi, un tale ministero.
Nell’uno e nell’altro caso, ciò che viene
impunemente eroso è la speranza: perché né
l’ottimismo a buon mercato né il pessimismo
tragico sono capaci di offrire quella speranza che
può nascere solo da uno sguardo realistico sulle
cose.
Il libro di Ferretti è un atto di speranza perché
parla del prete così come egli si trova ad essere e
vivere all’interno di un contesto culturale anche
sensibilmente mutato rispetto ad alcuni decenni
fa... Addita un modo di essere fedeli alla propria
identità nell’atto stesso in cui si è fedeli al mondo
ed alla cultura di oggi che attendono, come ogni
mondo ed ogni cultura, l’annuncio dell’Evangelo
di Cristo...
Non esiste il prete “in vitro”, a prescindere
dalla Chiesa concreta di cui fa parte e dal mondo
in cui quella Chiesa è concretamente immersa...
Bisogna pensare l’identità del prete diocesano
“non tanto in riferimento ad un modello ideale
astratto, quanto a partire da quell’identità
concreta che si è andata costruendo e che si
va costruendo nella nostra storia concreta”. E
questo perché quella del prete non si può pensare
come l’identità di un uomo “in sé e da sé”, a
prescindere dalla Chiesa che serve e dal mondo
di cui la Chiesa fa parte. “Non siamo una ‘casta a
sé’ - dice ancora Ferretti- e neppure dei ‘religiosi’
che hanno fuggito il mondo, il saeculum. Siamo
sacerdoti ‘secolari’ (…). In un certo senso
potremmo dire che siamo identificati anzitutto da
quel ‘pro mundi vita’ che caratterizza la ‘carne di
Cristo’ - la persona di Cristo - data/offerta come
‘pane’ per la vita del mondo (Gv 6,31)”...
Quanto più si salvaguarda la concreta
“incarnazione” del prete in questo nostro oggi,
tanto più se ne può evidenziare l’analogia con
la carne di Cristo, caratterizzata dall’esserci in
funzione della vita del mondo.
Ma non varrà allora anche il contrario, ovvero
che quanto più ci attestiamo in una riflessione del
prete che prescinda da questo nostro oggi, tanto
più tradiamo la verità di quelle formule che ci
fanno parlare del prete come di colui che “agisce
in persona di Cristo” e che, in qualche modo,
dall’introduzione di Roberto Repole, a G. Ferretti,
Essere prete oggi - Quattro meditazioni sull’identità
del prete, LDC, Leumann 2009, 110 pagine
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Focus
Pag. 5
L.Alici: “L’antitesi alla fede è l’idolatria, non l’ateismo”
«In superficie gli idoli cambiano in maniera
vorticosa, ma in profondità c’è un costante
problema cruciale: il
narcisismo. L’uomo si
illude di poter rinunciare
all’infinito in maniera indolore innamorandosi di sé stesso come se lui fosse il
vero infinito».
Quali gli idoli più appariscenti?
«Le idolatrie fondamentali sono quelle
dell’avere, del potere, del piacere e si manifestano nel conseguimento di obiettivi
molto piccoli: l’ultimo telefonino, la televisione ad alta definizione, la seconda
casa, la boutique preferita, le vacanze
pianificate, il comfort sempre al primo
posto e qualche avventura sentimentale».
I sintomi sono chiari e ricorrenti?
«I sintomi attraverso cui si manifesta il
narcisismo sono la velocità e l’idolatria
del consenso. La velocità è il modo per
mascherare lo sradicamento dell’uomo
contemporaneo: significa fragilità dei
rapporti, il sospetto nei confronti di tutti
i rapporti fondati sul patto di stabilità e
fedeltà, come il matrimonio o una vocazione religiosa».
Lei dice: «Il contrario della fede non è
l’incredulità, è l’idolatria». Cosa intende?
«Nella Scrittura l’antitesi estrema
nella fede nel Dio unico è l’idolatria
e non l’ateismo. Da un certo punto di
vista l’ateo è colui che si pone la stessa domanda del credente, anche se poi
non trova una risposta. Ma l’ateo autentico ritiene rilevante misurarsi con
la domanda su Dio, mentre il fenomeno
idolatrico nasce voltando le spalle alla
domanda su Dio, presumendo che gli
idoli possano saziare la sete d’infinito.
L’idolatria, dunque, non è atea, è molto
più che atea».
Che significa, allora, vivere nell’epoca delle idolatrie?
«Significa assumere l’idolatria come
espressione diretta del paganesimo. Ed
oggi viviamo in un tempo di neo paganesimo, che è un altro modo di credere.
L’ateismo ci fa quasi illudere che sia
possibile vivere senza fede, l’idolatria
non oppone il credere al non credere,
ma il credere al Dio unico al credere in
idoli finiti, in tanti assoluti terrestri. Il
nostro tempo vive una forma patologica
del credere».
Anche i territori delle religioni sono
abitati da idoli?
[…] «Oggi esistono tre pericoli prevalenti: l’idolatria del sacro, cioè l’illusione che si possa surrogare una mancanza
di fede con un surplus di religione, di
ritualità vuota; l’idolatria dell’appartenenza, cioè il pensare che il legame
diretto con il mio gruppo possa sostituire il respiro universale della comunità
cristiana nella sua cattolicità; l’idolatria
della legge, come tentazione burocratica nella vita cristiana, per cui ci si illude
di inseguire la complessità esterna, moltiplicando una complessità interna di
iniziative, convegni, documenti in cui si
rischia di perdere di vista l’essenziale».
Aurelio Molè in Città Nuova, n.2, 2010
A. Poggi: “Rivedere l’associazione del corpo alla politica”
Il tema che più anima
il dialogo tra laici e
cattolici è stato per
molto tempo quello
dell’inizio della vita.
Recentemente, per
effetto del moltiplicarsi di casi di persone che si
trovano in stato di «non morte»
quel dialogo sta inglobando il
fronte della fine della vita.
Le tradizioni culturali e le fedi
religiose che si sono cimentate nei
discorsi sulla morte devono oggi
confrontarsi con bisogni collettivi
e orizzonti esistenziali del tutto
sconosciuti. E’ una sfida che non
possiamo non accettare perché
anche attraverso di essa potremo
finalmente decifrare quello che
la rottura post novecentesca ha
determinato nel nostro essere
credenti o non credenti, comunque
cittadini e dunque necessariamente
impegnati
nella
continua
costruzione e ricostruzione del vivere comunitario. Tra tali sfide quella
sicuramente più difficile è quella di
rivedere o ripensare uno dei cardini
del Novecento: quella che Giovanni
De Luna definisce l’associazione
del corpo alla politica.
Tale associazione ha investito
indistintamente regimi totalitari
e regimi democratici. Lo stato
sociale che si prende sempre più
cura dei suoi cittadini, in aspetti
sempre più penetranti della vita
personale e sociale, inevitabilmente
ingloba nella sua sovranità anche
l’esercizio del potere sui loro corpi.
Oggi assistiamo ad un paradosso:
ad uno Stato a cui si sono chiesti
molti passi indietro in molteplici
aspetti che investono la vita delle
persone si affida, invece, o si
vorrebbe affidare il potere di determinare l’inizio della vita e la sua
fine, rafforzandone e dilatandone,
in tal modo, l’essenza biopolitica.
Anna M. Poggi, La Stampa, 30.08.10
John Armstrong: “Oggi le civiltà sono appannate”
La parola “civiltà” può
avere molti, differenti
significati. Qual è il
suo significato nel
mondo
globalizzato
contemporaneo?
«Penso che la sfida sia
dare alla parola “civiltà” un significato
importante. Non è un problema
empirico, ma una ricerca di ideali.
La situazione globale è quella di un
mondo che sta vivendo un rapido
sviluppo economico e tecnologico
nonostante la recente crisi dei liberi
mercati. In tutto il globo, le persone
responsabili delle diverse società
stanno affrontando lo stesso problema,
e cioè come utilizzare queste nuove
risorse nel modo migliore. L’ideale
della civiltà è riuscire a integrare
la prosperità materiale con quella
spirituale»
... «“Civiltà” è diventata una parola
legata all’espansione coloniale e, nel
campo dell’arte, a interessi materiali.
Quando rifiutiamo, come è giusto,
questi modi di pensare, rifiutiamo
contemporaneamente l’idea stessa di
civiltà. La filosofia è l’arte di separare
e distinguere, che ci permette di vedere
al di là delle apparenze, concentrandoci
sulle potenzialità positive della parola
“civiltà”»
Possiamo essere ottimisti per il
futuro che ci aspetta?
«Dobbiamo avere delle speranze
Hanno detto
Ci troviamo di fronte a uno scenario complesso
rappresentato da un mondo che si è impoverito. Allo
stesso tempo stiamo assistendo a un ridisegnamento della
mappa mondiale. Il mondo sta cambiando rapidamente
e allo stesso tempo c’è una riallocazione della ricchezza
e della povertà. Gianluca Verzelli, vicedirettore Banca
Akros, La Stampa 8.8.2011
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realistiche di miglioramento – i
buoni risultati sono possibili, ma
bisogna
avere
un’intelligenza
paziente per dedicarsi alle grandi
imprese. Ma un eccesso di ottimismo
uccide lo sforzo, perché si pensa
che il risultato sia vicino o facile
da raggiungere. Sono ottimista nel
senso che generalmente credo che
la gente sia in grado di capire e di
volere le cose buone (la maggior
parte delle persone desidera
l’amore, la gentilezza, la saggezza
e la bellezza). Quindi, in fondo,
nutro molte speranze. Ma a un
livello più generale sono piuttosto
preoccupato»
Avvenire, 21.11.2009
Settembre 2011
Decaloghi moderni
Decalogo della mondialità
a cura di Cem/Mondialità
1. Io sono parte di un tutto e non isola/isolato.
2. Il mondo non ruota attorno alla mia patria,
ma è comunità di popoli.
3. Le differenze non sono pericoli, ma valori/
risorse/diritti da comporre in convivialità.
4. La solidarietà in tutte le sue forme è un imperativo, senza di essa continueremo ad essere
“tribali”.
5. La dichiarazione dei diritti umani è e
dev’essere universale e attingere i più poveri,
gli esclusi, le vittime dell’ingiustizia…
6. Il nostro tempo ha bisogno di una cultura
della pace, come superamento di ogni razzismo, colonialismo, intolleranza.
7. Il dialogo Nord-Sud ci interpella come individui e come nazione.
8. I mass media devono dare pari opportunità
agli abitanti del pianeta che essi resero “villaggio globale”.
9. Le chiese si incontrano nell’ecumenismo; le
religioni nel dialogo religioso.
10. La natura e l’ambiente sono l’eredità che
abbiamo ricevuto e dobbiamo trasmetterli sani
ai nostri figli
Dalla rivista Cem/Mondialità
Le parole lasciano impronte
Il mondo è fatto di parole. Non neutre. Né senza
storia. La storia delle parole fa la storia di molte
persone. A volte le parole segnano. Altre volte
salvano, oppure condannano. Le parole hanno
sesso, colore, nazionalità, cultura, religione e
sentimenti. Hanno più o meno potere o sono indifese. Hanno diritti. Ci sono parole che vengono
da lontano, ma non hanno diritti, e quindi sono
parole senza parole. Ci sono invece quelle che si
impongono. Parole su tutte le altre. Ma le parole
si possono cambiare, inventare, scambiare.
Chi lavora nell’informazione, lavora con le
parole. Con le immagini delle parole. L’informazione che rispetta, usa parole che rispettano.
Le parole sono come le persone. Le persone
di cui spesso l’informazione racconta, sono
persone che vengono seppellite dalle parole,
usate dalle parole. Migrante è una parola, che
ne richiama altre: viaggio, ricerca, fuga, diritti,
lavoro, felicità, novità. Extracomunitari ne richiama altre ancora: diversità, alieno, straniero,
“al di fuori”. Clandestino: fuorilegge, criminalità, pericolo.
Vogliamo chiedere a chi fa informazione, a
chi lavora nell’informazione di non usare con
leggerezza parole ambigue, irrispettose, svilenti. Vi chiediamo di trovare le parole appropriate,
per raccontare rappresentare i migranti.
Le parole ci fanno conoscere gli uni con gli altri.
Per conoscerci bisogna trovare le parole giuste.
Vogliamo aiutarvi: vi suggeriamo alcune parole,
che non feriscono, non condannano, non emarginano. Che non umiliano. Le potete, le dovreste,
utilizzare al posto delle parole ingiuste.
Le parole lasciano impronte. Non dimenticatelo.
Campagna di sensibilizzazione al giusto uso delle
parole nell’informazione: www. leparolelascianoimpronte.org
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Documenti
Pag. 6
Settembre 2011
Il dibattito nella chiesa valdese sulla benedizione delle coppie omosessuali
Un riferimento anche al Diritto Canonico
Considerazioni sul “bonum prolis” e il “bonum coniugum”, elementi fondanti dell’unione matrimoniale
Nel pur ampio dibattito che c’è stato
e certamente ancora ci sarà intorno
all’unione di due persone dello stesso
sesso mi permetto di aggiungere
un’ulteriore considerazione, che mi
viene suggerita – sorpresa! – dal diritto
canonico,
cioè
dall’ordinamento
giuridico-dottrinale
della
Chiesa
cattolica. In passato, sulla scia di una
tradizione plurisecolare, nel determinare
i fini obbligatori del matrimonio il Codice
canonico ne indicava tre, di cui uno
principale, il bonum prolis (il fine della
procreazione) e due secondari, il mutuum
adiutorium (il sostegno reciproco) e il
remedium concupiscientiae (antidoto
contro la concupiscenza). Già questo
approccio tradizionale, a mio parere,
offriva un appiglio alle considerazioni
che seguono, ma nel frattempo, grazie
al Concilio Vaticano II ma anche a tutta
un’elaborazione successiva, il nuovo
Codice di Diritto canonico, promulgato
nel 1983, ha introdotto, con il canone
1057, significative novità.
Intanto, è scomparso il remedium
concupiscientiae,
retaggio
di
un’interpretazione di una parola
dell’apostolo Paolo («meglio sposarsi
che ardere») estrapolata dal clima di
imminente attesa della parusia in cui fu
scritta; inoltre, i fini sono ora soltanto
due, con pari dignità, cioè senza più
distinzione fra fine primario e fine
secondario: bonum prolis e bonum
coniugum. Il Codice non fornisce una
definizione di questo secondo fine,
il bene dei coniugi, ma su una cosa
gli studiosi sembrano concordi: si
tratta di un concetto molto più ampio
del precedente «aiuto reciproco», e
segnala una progressiva attenuazione
della concezione quasi esclusivamente
centrata sull’obbligo della procreazione
in favore di una maggiore valorizzazione
dell’amore coniugale. A conforto di
questa tesi si citano documenti ufficiali
come la Costituzione Pastorale sulla
Chiesa nel Mondo Moderno, la quale
descrive l’amore coniugale come un
amore «eminentemente umano, essendo
diretto da persona a persona con un
sentimento che nasce dalla volontà;
abbraccia il bene di tutta la persona,
e perciò ha la possibilità di arricchire
di particolare dignità i sentimenti
dell’animo (…) e di nobilitarli come
elementi e segni speciali dell’amicizia
coniugale (…) conduce gli sposi al libero
e mutuo dono di se stessi, provato da
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sentimenti e gesti di tenerezza, e pervade
tutta quanta la vita dei coniugi». La
Costituzione sottolinea pure «l’uguale
dignità personale sia dell’uomo che della
donna», affermando che «deve essere
riconosciuta nel mutuo e pieno amore».
Dodici anni vissuti da mia moglie così
(e cito soltanto alcuni momenti): mai
fermarsi di fronte alle diagnosi infauste,
cercare ogni volta il centro più adeguato
– Parigi, Roma, Milano, Firenze –,
affrontare ogni nuova insorgenza
senza arrendersi mai; spendere i giorni
di ferie per le visite, le operazioni, le
convalescenze, le terapie; assicurare
assistenza continua nelle settimane
di immobilità; mesi di quotidiano
rientro affannoso dal lavoro a casa, per
trasportarmi in tempo in un centro di
riabilitazione e qui aiutarmi a svestirmi,
aspettare due ore, rivestirmi, riportarmi a
casa...
Questa lunga battaglia ha prodotto
risultati sorprendenti, rispetto alle
attese, in termini di mobilità e
autonomia, ma la pienezza e la serenità
della mia vita attuale sono tuttora
assicurate da interventi di supporto e di
accompagnamento. Dodici anni: io so,
sì, io so che cos’è il bonum coniugum! E
mi rifiuto di accettare il fatto che, quando
tale bonum si realizza fra persone dello
stesso sesso, loro non possano ricevere
il riconoscimento della società civile, le
possibilità offerte alla coppia «regolare»
e il calore di una comunità di fede che
invoca la benedizione di Dio sulla loro
unione.
Renato Maiocchi, Riforma, 15 luglio
2011
Da qui la mia sommessa considerazione.
Se i due fini del matrimonio, la
procreazione e l’amore coniugale,
sono entrambi indispensabili affinché il
matrimonio stesso sia valido, perché la
Chiesa cattolica non ha mai ostacolato il
matrimonio di nubendi ultraottantenni,
per i quali, quantomeno per la donna,
la possibilità di procreare è, a viste
umane, preclusa? Evidentemente in
questo caso il bonum coniugum, l’amore
coniugale con tutto il suo significato, è
pienamente sufficiente a dare sostanza
e legittimità al matrimonio. E per chi
obbiettasse che qui l’assenza del bonum
prolis è probabile ma non del
tutto esclusa c’è anche un caso
100 anni fa nasceva il massmediologo canadese
in cui viene espressamente
prevista: mentre l’impotenza di
uno dei coniugi (se antecedente
«Dire che in Gesù Cristo il verbo si è e i concetti e non si esce perché non si è
al matrimonio) è causa di nullità fatto carne è una formula teologica. È d’accordo.
(canone 1084, § 1), la sterilità la rappresentazione. Ma dire che Cristo Per uscire dalla Chiesa bisogna perdere
della donna non lo è mai (canone raggiunge tutti gli uomini, i barboni, la fede, non farne più parte. Possia1084, § 3). Dunque, il bonum i mendicanti, i falliti, è la realtà, nei mo essere certi che quelli che lasciano
prolis
può
legittimamente tanti effetti secondari e nascosti che la Chiesa hanno smesso di pregare. La
mancare, e il bonum coniugum non percepiamo facilmente. A dire il partecipazione attiva alla preghiera e
assurge a fine unico fondante di vero, soltanto quando il cristianesimo ai sacramenti della Chiesa non si opera
una piena ed autentica unione è esperienza vissuta, il medium diventa in maniera intellettuale. Ogni cattolico
matrimoniale. Ora, si potrà realmente il messaggio. A questo che si dice oggi in disaccordo con
essere implacabilmente contrari livello, rappresentazione e
la Chiesa è vittima di
un’illusione, non si può
all’unione di due persone dello realtà coincidono di nuovo.
non essere d’accordo
stesso sesso per altre ragioni, Tutto questo è ugualmente
intellettualmente con la
ma non si può negare che il valido per la lettura della
Chiesa. Non significa
bonum coniugum, così inteso, Bibbia. Spesso parliamo del
contenuto
delle
Scritture,
niente.
La
Chiesa
possa essere da esse pienamente
supponendo
che
il
contenuto
non
è
un’istituzione
perseguito.
intellettuale.
È
un
Questo non vuol dire confondere sia il messaggio. Ma è falso.
Il
vero
contenuto
della
istituzione
sovraumana».
le due situazioni, matrimonio e
«Il latino non è una
coppia omosessuale, né volerle Bibbia è la persona stessa
che
la
sta
leggendo.
Quando
vittima
del Vaticano II,
forzatamente assimilare: ciò che
leggono,
alcuni
intendono
altri
no.
Tutti
ma
dell’introduzione
del
microfono nelle
conta è che entrambe, nella loro
hanno
accesso
alla
parola
di
Dio,
ognuno
chiese.
Una
quantità
di
gente,
inclusa la
diversità, vengano riconosciute
è
quello
che
contiene;
ma
solo
alcuni
gerarchia,
si
lamenta
della
scomparsa
dalla società civile come
nuclei fondati su una relazione percepiscono realmente il messaggio. del latino nella Chiesa cattolica, senza
stabile d’amore, ai quali far Il messaggio non è nelle parole ma capire che è stata il risultato della stessa
corrispondere diritti e doveri nell’effetto che esse producono. È la innovazione tecnica da loro accolta con
conversione».
tanto entusiasmo. Il latino è una forma
correlati a questa diversità.
«Non sono affatto entrato nella Chie- molto cool di espressione verbale, nella
sa come un qualcuno che ha assimilato quale il bisbiglio e il mormorio giocano
Se mi è permessa una
la dottrina cattolica. Ci sono entrato in un ruolo importante. Ora, il microfono
testimonianza personale, io sono
ginocchio. È il solo modo per entrarci. rende insostenibile un “borbottare”
regolarmente sposato da 39 anni.
Quando la gente comincia a pregare, indistinto, accentua e intensifica tutti i
Da dodici anni a questa parte
ha bisogno di verità e basta. La porta suoni del latino fino al punto di togliere
combatto contro una sequela di
d’ingresso alla Chiesa non sono le idee loro ogni portata».
tumori, sia benigni sia maligni.
Mc Luhan: «In chiesa si entra in ginocchio»
31/08/2011 0.10.38
Orizzonti aperti
Pag. 7
Al cuore della fede - 11
Secondo la Caritas in veritate di Benedetto XVI
La Chiesa a servizio di Dio e del mondo
LariletturadellaPopulorumprogressio, a oltre quarant’anni dalla pubblicazione, sollecita a rimanere fedeli al
suo messaggio di carità e di verità [...]
Il Concilio approfondì quanto appartiene da sempre alla verità della
fede, ossia che la Chiesa, essendo
a servizio di Dio, è a servizio del
mondo in termini di amore e di verità. Proprio da questa visione partiva
Paolo VI per comunicarci due grandi
verità. La prima è che tutta la Chiesa, in tutto il suo essere e il suo agire,
quando annuncia, celebra e opera
nella carità, è tesa a promuovere lo
sviluppo integrale dell’uomo. Essa ha
un ruolo pubblico che non si esaurisce nelle sue attività di assistenza o di
educazione, ma rivela tutte le proprie
energie a servizio della promozione
dell’uomo e della fraternità universale quando può valersi di un regime di
libertà. In non pochi casi tale libertà è
impedita da divieti e da persecuzioni
o è anche limitata quando la presenza
pubblica della Chiesa viene ridotta
unicamente alle sue attività caritative.
La seconda verità è che l’autentico
sviluppo dell’uomo riguarda unitariamente la totalità della persona in
ogni sua dimensione. Senza la prospettiva di una vita eterna, il progresso umano in questo mondo rimane
privo di respiro. Chiuso dentro la storia, esso è esposto al rischio di ridursi
al solo incremento dell’avere; l’umanità perde così il coraggio di essere
disponibile per i beni più alti, per le
grandi e disinteressate iniziative sollecitate dalla carità universale. L’uomo non si sviluppa con le sole proprie
forze, né lo sviluppo gli può essere
semplicemente dato dall’esterno.
Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 11
Bianco/Nero
7 persone su 10 sono religiose
Un sondaggio Ipsos MORI, il secondo ente
di ricerca più grande del Regno Unito, ha
scoperto che la religione è molto importante
per le persone di tutto il mondo. L’indagine
globale ha esaminato le opinioni di oltre
18.000 persone in 24 paesi, tra cui Regno
Unito e Stati Uniti. 7 su 10 intervistati hanno
detto di essere religiosi e i musulmani hanno
mostrato più appartenenza alla loro fede dei
cristiani.
Globalmente, la fede religiosa è risultata
essere molto importante sopratutto per i
giovani. Quasi tre quarti (73%) al di sotto dei
35 anni, ha dichiarato che la loro religione
o la loro fede è importante nella loro vita.
Ben Page, amministratore delegato di Ipsos
MORI, ha dichiarato: «L’indagine è un buon
promemoria per molti nell’Europa occidentale,
su quanto conti la religione – e sia una forza
di bene – in gran parte del mondo. La nostra
analisi mostra che le persone preferiscono
tenere la politica separata dalla religione, ma
anche che in un mondo globalizzato, conta
ancora di più di quanto molti pensano».
www.uccronline.it., luglio 2011
Turismo, estetica e spiritualità
Il duomo di Sovana in Maremma
Nei secoli centrali del Medioevo i
cristiani parvero “rivaleggiare tra loro
per edificare chiese che fossero le une
più belle delle altre. Era come se il
mondo, scrollandosi, volesse spogliarsi della sua vecchiezza per vestirsi della veste bianca delle cattedrali”.
Una di queste, nell’entroterra maremmano, è il duomo di Sovana, la
cui mole possente, custode di storia e
di silenzio, corona la modesta altura,
antica acropoli, che chiude a occidente
l’ormai piccolo borgo, già città illustre
e patria di Ildebrando, papa col nome
di Gregorio VII. Capolavoro dell’arte
romanica, le sue mura sono decorate
esternamente da figure fantastiche e
mostruose: la sirena bicaudata, come
nelle necropoli etrusche della zona,
a ricordare forse la terra madre nella
posizione della partoriente e il legame
dell’elemento acqueo con la vita; il
toro, simbolo di forza generatrice per
il bestiame compagno dell’uomo nel
duro lavoro dei campi; un arcaico cavaliere col braccio alzato a brandire la
spada; i due pavoni, uccelli paradisiaci, che si fronteggiano all’albero della vita; e poi ancora linee variamente
ondulate e intrecciate, quasi vibrazione creatrice che pervade l’universo;
Indialogo_settembre2011.indd 7
motivi floreali; palmette; un serpente; turali e della condizione umana si apre
un cane che si morde la coda – trac- nell’incontro con Dio; il “mistero tacia di un’antica concezione ciclica del ciuto per secoli eterni” (Rom 16,25) è
tempo? – e volti umani dallo sguardo svelato nel Cristo luce del mondo (cfr
perso nell’infinito. Teste leonine sul Gv 8,12), Colui per mezzo del quale
portale difendono l’ingresso, soglia e in vista del quale tutto è stato creato
tra profano e sacro, punto di confine e (cfr Col 1,16) e nella cui luce siamo
di passaggio fra contingente ed eterno. chiamati a realizzare la nostra vita.
L’interno a tre navate, semplice, arE certo nella luce di Cristo visse S.
monioso,
raccolto e
solenne ad
un tempo,
è intriso di
una
luce
soffusa che
si
espande sotto le
alte volte,
evidenzia
le crociere, fascia
le colonne
bicrome –
Facciata esterna della cattedrale romanica di Sovana
quasi scale
che uniscono la terra al cielo -, dà vita Mamiliano: rifugiatosi nell’isola di
ai capitelli istoriati con figure bibliche: Montecristo verso la fine del V secoAdamo ed Eva, Abramo con Sara e lo per sfuggire alla persecuzione dei
Agar, il sacrificio di Isacco interrotto Vandali, venne a predicare il Vangelo
dall’angelo, Mosè che separa le acque, a Sovana, di cui è patrono. Sepolto
Daniele nella fossa dei leoni, e ancora nell’isola del Giglio, i suoi resti veni due uccelli che si abbeverano nero traslati a Sovana in età longobarallo stesso calice – vita attiva da o carolingia e sono oggi venerati
e vita contemplativa alla stessa nella cripta sotto il presbiterio del duofonte -, l’aquila, teste di vitello, mo. Se la luce naturale rimanda a Dio,
simboli arborei, palmette, ro- tanto più i credenti devono riflettere e
sette, spirali.
far brillare la luce di Cristo davanti a
“Dio è luce e in Lui non vi sono tutti gli uomini (cfr LG 1).
tenebre” (I Gv 1,5): l’enigma
Franco Betteto
del mondo con gli elementi na-
Settembre 2011
NOTE DI LETTURA
Non solo per profitto
di Andrea Balbo
Gilbert K. Chesterton, Tutti i racconti gialli e tutte le indagini di padre Brown, Newton Compton 2011
(seconda edizione), 14,90 euro.
Perché un volume di gialli in questa rubrica? Per due motivi. Prima
di tutto perché il suo autore, Gilbert
Keith Chesterton (1874-1936), è uno
dei più originali e profondi interpreti
e apologeti del cattolicesimo novecentesco, al quale approdò convertendosi dall’anglicanesimo, e merita
di essere riscoperto (segnalo a questo proposito l’interessante blog della Società Chestertoniana Italiana:
http://uomovivo.blogspot.com/); poi
perché padre Brown - identificato in
Italia da molti con il volto di Renato Rascel, che lo interpretò in alcuni
sceneggiati degli anni Settanta - non
è semplicemente un detective acuto
e profondo, che risolve casi intricatissimi, ma un prete che agisce dando un colore cristiano - e cattolico
- a quella empatia tra investigatore e
criminale che caratterizza da sempre
il giallo. Mettersi al posto del probabile colpevole, per padre Brown,
significa non solo pensare come lui,
ma cercare di interpretarne le motivazioni profonde. In un celebre
scambio di battute tra il sacerdote e
un colpevole appena individuato, a
quest’ultimo che gli chiede se sia un
diavolo Brown risponde: “Sono un
uomo e pertanto ho tutti i diavoli nel
cuore”. La risposta fa meditare: nella
nostra tradizione umanistica la frase
“Sono un uomo” ha come completamento quasi automatico il celebre
e bellissimo detto che il poeta latino
Terenzio mette in bocca a un personaggio di una sua commedia: “e non
ritengo estraneo a me nulla di ciò che
è umano” (homo sum: nihil humani
a me alienum puto); padre Brown,
invece, mette l’accento sul problema tragico del peccato e del male,
sul senso dell’abisso che è nel cuore
di ogni uomo e dal quale soltanto la
rivelazione cristiana, con tutte le sue
conseguenze pratiche, può sollevare.
Padre Brown non condanna, ascolta, espone, sempre in modo umile
e dimesso, e lascia libera scelta al
colpevole, che può consegnarsi alla
giustizia o portare su di sé il fardello delle colpe. La libera scelta finale, l’accettazione delle conseguenze
delle proprie azioni e delle proprie
parole, è strutturale nella visione di
Chesterton e, a ben pensare, in quella autenticamente cristiana.
Andrea Balbo
31/08/2011 0.10.39
Pag. 8
Cronaca bianca
Settembre 2011
L’onda lunga che dal Nord Africa coinvolge l’Europa
Cose dell’altro mondo
Foresta amazzonica
Suor Doroyhy prima
“martire del creato”
«Ora anche la “teologia
del creato” ha la sua prima
vittima testimoniale, come la
definisce Valentino Salvoldi
in Prima martire del creato
(Paoline, pagine 206, euro 15),
ricostruzione per metà biografica per metà
riflessiva della vicenda di suor Dorothy
Stang. Questo il nome della religiosa
americana - avrebbe compiuto 80 anni il
giugno scorso - caduta per mano di alcuni
sicari (pagati da alcuni latifondisti) il 12
febbraio 2005 a Speranza, nello Stato del
Parà, Brasile profondo.
Una location drammaticamente
predefinita per questo omicidio
“nobile”, che ha riacceso i riflettori
sulla piaga della deforestazione in
Amazzonia, soprattutto per i suoi nocivi
effetti rispetto alle popolazioni indigene.
Ancor oggi il vescovo di Xingú, dom
Erwin Krautler (di cui suor Stang fu
amica e collaboratrice), vive sotto scorta
per la sua opposizione a progetti di
sfruttamento ambientale. Il Parà, regione
dove operò la suora Usa - evidenzia
Salvoldi - è riconosciuto come uno degli
Stati brasiliani dove maggiormente regna
la violenza contro i contadini indifesi
e l’impunità degli assalitori: il 40%
dei 1237 omicidi di lavoratori rurali in
Brasile tra il 1985 e il 2001 si è verificato
in questa zona; di questi 521 assassini,
solo 13 hanno avuto un responsabile
condannato in tribunale.
Suor Stang presentiva il suo martirio.
Furono diversi gli avvertimenti che negli
anni costellarono la sua azione a difesa
dei contadini minacciati dai fazendeiros,
bramosi di impossessarsi della terra.
La prima minaccia risale addirittura al
5 agosto 1970: suor Dorothy lavorava
a Coroatà quando un commando di
uomini armati fece irruzione nel centro
parrocchiale minacciando le suore che
qui riunivano la gente per educarla ai
propri diritti. Nel novembre 1987, in
una lettera, percepisce un presentimento
interiore: «La nostra situazione qui
peggiora di giorno in giorno: i ricchi
moltiplicano i loro piani per sterminare i
poveri, riducendoli alla fame. Ma Dio è
buono con il suo popolo».
E nel 2002 manda un messaggio esplicito
ai suoi amici, dopodiché il sindaco
di Anapu, sua ultima destinazione
missionaria, se n’era uscito con un secco
«dobbiamo sbarazzarci di questa donna
se vogliamo vivere in pace»: «So che
vogliono ammazzarmi, ma io non me ne
vado. Il mio posto è qui con questa gente
che è continuamente umiliata da quanti
si ritengono potenti». Ultimo, profetico
segnale: nel 2004 - l’anno prima di venir
uccisa - suor Dorothy viene insignita
con la “Medaglia di Chico Mendes”
da parte dell’Organizzazione brasiliana
degli avvocati per i diritti umani.
L.Fazzini, Avvenire, 15 luglio 2011
Indialogo_settembre2011.indd 8
Una grande domanda di liberazione
Le piazze come luogo di aggregazione e di costruzione di un progetto collettivo
Il vento che soffia dalla cosiddetta
“primavera araba” porta con sé un linguaggio nuovo. Le parole d’ordine di
molti giovani nordafricani sono libertà, giustizia, democrazia, cittadinanza.
L’Islam non sembra più rappresentare
una grammatica della rivolta per una
generazione istruita, cresciuta con internet e i socianetwork, desiderosa di
immaginare un futuro diverso per il
proprio Paese, secondo modalità che
sembrano voler declinare nel contesto
locale valori e espressioni politiche
identificati con il mondo occidentale.
Dopo un decennio all’insegna dello
“scontro delle civiltà”, di virulento
antioccidentalismo, di derive identitarie, sembra affermarsi con forza la
volontà di esprimere in “dialetto locale” un desiderio profondo e universale
di democrazia, nel senso più ampio e
profondo del termine. Sale dal Nord
Africa una grande domanda di liberazione, politica, sociale, ma forse ancor
di più umana. È una generazione che
ha saputo scuotersi dalla rassegnazione e pensare alla possibilità di un cambiamento. Ha voluto riappropriarsi
dello spazio pubblico per affermare, in
termini nuovi, il valore del pluralismo
e le ragioni della convivenza. Piazza
Tahrir a Il Cairo ne è il simbolo. Presa e tenuta da un popolo disarmato,
la piazza ha visto per la prima volta,
dopo anni di tensioni e violenze, cristiani e musulmani insieme chiedere
una svolta per il proprio Paese. Il Nord
Africa è in movimento. Da lì viene
una lezione su cui riflettere: c’è una
forza delle società civili che possono
cambiare i destini di un Paese. Dalle
piazze virtuali a quelle reali, lo spazio
pubblico può essere riconquistato alla
partecipazione dei singoli che appaiono oggi avere più potere di un tempo.
Nel mondo globale il singolo ha più
forza di quanto si pensi e le città stanno diventando sempre più gli epicentri
di cambiamenti destinati a far sentire i
loro effetti a livello globale. In fondo,
in Spagna, Grecia e anche in Italia, in
questi mesi si è tornati a vivere le piazze come spazio non tanto dello scontro, ma della costruzione di un progetto collettivo capace di tenere insieme
le generazioni e le culture.
Giorgio Del Zanna, Quaderni per la
pace, n.2, 2011
Globalizzazione senza vincoli
Che cosa non le piace della globalizzazione?
«Io mi limito a fare una fotografia.
Gli Stati si sono sempre fondati su
due cardini: il potere (cioè fare le
cose) e la politica (cioè immaginarle
e organizzarle). La globalizzazione
si muove senza politica. Ha bisogno
di rapidità. Detesta i vincoli. Un po’ come la
malavita. Le regole sono un ostacolo. Così i
mercati più fiorenti nel mondo sono quello
criminale e quello finanziario. Non importa se
sono sporchi o puliti. Non fa riflettere?».
Peggio oggi o nel 2007?
«E’ lo stesso scenario. La follia del credito.
C’è una crisi di valori fondamentali. L’unica
cosa che conta è la crescita del Pil. E quando il
mercato si ferma la società si blocca».
L’ossessione dei consumi.
«Già. Perdoni l’esempio, ma se lei fa un
incidente in macchina l’economia ci guadagna.
I medici lavorano. I fornitori di medicinali
incassano e così il suo meccanico. Se lei invece
entra nel cortile del vicino e gli dà una mano a
tagliare la siepe compie un gesto antipatriottico
perché il Pil non cresce. Questo è il tipo di
economia che abbiamo rilanciato all’infinito.
Se un bene passa da una mano all’altra
senza scambio di denaro è uno scandalo».
da intervista a Z. Bauman, La Stampa, 7.8.2011
I coniugi Casolo e Hanich
Una comunità di famiglie, cultura e religioni diverse
Beppe Casolo e Margherita Valentini, fermano i coniugi Casolo e Hanic, per- te attraverso assistenza
genitori di tre figli e Mustapha Hanich mette di riscoprire e valorizzare il pro- domiciliare o progetti
e Fatima Eddabi anche loro genitori di prio. L’ Albero della macedonia è stato di gruppo. La cooperatre figli, a Monticello Pavese, vivono ideato nel 2008 dalla cooperativa so- tiva Comin raggiunge
nella stessa cascina dove accoglieran- ciale milanese Comin che si occupa di circa 2 mila minori e,
no minori italiani e stranieri. Il nome bambini e famiglie e opera a Milano e negli ultimi anni, è credella loro comunità, che sarà una co- in diverse province della Lombardia da sciuta l’attenzione agli
munità di famiglie, sarà: “L’Albero del- ben 35 anni. Vi lavorano 200 soci che stranieri e la volontà di
la macedonia”. Presto, infatti, alle due si occupano di accoglienza di minori in accrescere il dialogo e l’integrazione. famiglie, una italiana e cristiana e una comunità educative o in famiglie seguiSimona Bruera
maghrebina e muFinestra per il Medio Oriente
sulmana, si aggiungeranno altre due
famiglie. Tutto ciò
Le lettere di Don Andrea Santoro 25 - In giro per la Turchia/2
allo scopo di accoNel
viaggio
nell’est della Turchia abbiamo letto ne- sericordia e di provvidenza, così siamo chiamati nel suo nome a
gliere ciascuna due
gli
occhi
di
molti
la tristezza. Non si lascia volentieri,
condividere gli spazi per la fede, la vita, e l’avvenire di ognuno.
bambini in affidaci
dicevano
alcuni
giovani,
la
propria
terra
amata,
Facile? Niente affatto. Ma possibile.
mento. All’ingresbella, potenzialmente ricca, culla dei propri padri, ma Apartire da queste osservazioni vorrei trarre qualche conseguenza.
so della cascina
con la sofferenza nel cuore e spinti dalla necessità.
- C’è bisogno di riseminare la presenza cristiana in queste terre,
c’è un importante
Pur senza vederlo con gli occhi abbiamo toccato una presenza che renda visibile il volto mite, umile, amoroso di
elemento simbolico: un tavolino con quasi con mano e sentito nell’aria la tragedia che al finire dell’im- Cristo. Una presenza affidata a minuscole comunità di persone
un leggio su cui pero ottomano ha toccato le popolazioni, quelle cristiane in par- singole e famiglie che parlino solo il linguaggio della preghiera,
sono posati, uno ticolare, di questa immensa zona. Tragedie dalla complicata dell’amore di Dio, del lavoro quotidiano, dell’amore vissuto in
accanto all’altro, la matrice politica militare, economica, culturale, religiosa che ha fraternità, della bontà spicciola verso tutti, dell’amicizia semplice
Bibbia e il Corano. portato odio e morte e aperto ferite ancora oggi da rimarginare. e generosa verso i vicini, dell’umile dialogo quotidiano, della teUn apposito spazio A centinaia di migliaia sono state le vittime. Alcuni, veri e propri stimonianza vera e trasparente di Colui che abita nei nostri cuori.
è utilizzato per la martiri della fede. Da una parte e dall’altra è scorso molto san- - C’è bisogno di chi creda profondamente nel dialogo, nell’unità
e nella comunione e se ne assuma, corpo e anima, il peso e la
preghiera comune. gue. Migliaia e migliaia di famiglie sono emigrate.
La comunità vuole Ad una delle poche rimaste, nella zona di Tur Abdin, abbiamo fatica. C’è bisogno di cercare vie per parlarsi, conoscersi, capirsi...
essere ecumenica chiesto: ma perché ve ne siete andati da questa terra cosi bella?
- C’è bisogno che in Europa gente come voi sia disposta a capire
e interreligiosa. La «Bella?», ci hanno risposto. «Ma questo è un paradiso! Non questo mondo così diverso dal nostro, questi vasti e vari popoli
volontà è quella di l’avremmo mai lasciata se non spinti da necessità più grandi di che compongono il Medio Oriente […]. Bisogna essere disposti
puntare, non sul- noi». Nessuno è senza colpa. Ognuno porta con se le sue respon- ad amare, a pregare, a entrare nel cuore sofferente di Dio che
le differenze, ma sabilità, le sue ragioni, i suoi torti, le sue innocenze.
geme per i suoi figli divisi.
sull’apertura, va- Dio, unico testimone imparziale di tutto, è proprio Lui che in- - Infine c’è bisogno, per noi cristiani, di guardare a Cristo e di seguilorizzando ciò che vita i suoi “servitori” (come dicono i musulmani) e i suoi “fi- re Lui. Gesù ce l’aveva detto: «chi non rimane in me viene gettato
accomuna le diver- gli” (come dicono i cristiani) a cercare l’uno il bene dell’altro, via come il tralcio e si secca». Tutto passa: solo la santità attraversa
se visioni. Scoprire ad aprirsi l’uno ai diritti dell’altro, l’uno alla riconciliazione con i secoli e rischiara il mondo. Solo l’amore rimane. Si tratta in defiil “credo” altrui, af- l’altro. Come condividiamo in Dio 1’unica fonte di grazia, di mi- nitiva di cominciare a ridiventare semplicemente cristiani.
Perché vado in Turchia
31/08/2011 0.10.40
Religione&Scuola
Pag. 9
Settembre 2011
CINEFORUM
Dal giornale degli studenti del Liceo “Porporato” di Pinerolo
Persepolis
Il giallo che è anche un modo d’essere
Film per la catechesi e l’irc
Regia di Marjane Satrapi e
Vincent Paronnaud (2007)
Considerazioni sul colore giallo che ha influenzato artisti, scrittori, politici...
Se ci viene richiesto di associare il colo-
aiutare persino in malattie quali l’anores-
piegato per le tonache dei matti, per di-
Teheran, 1978: Marjane, otto anni, re giallo con un elemento della nostra vita sia od in disturbi come l’eczema.
stinguerli più facilmente dalle persone
sogna di essere un profeta che salve- quotidiana la maggior parte di noi rispon- Per quanto riguarda l’abbigliamento si so- comuni, cosa ripresa successivamente
rà il mondo. Educata da genitori mol- derà molto probabilmente il sole.
stiene che chi indossa
c a p i (nella seconda guerra mondiale) con la
Recenti studi hanno dimostrato che i gialli è sicuro di sé,
stella di David, anch’essa gialla, dandoci
to moderni e particolarmente legata
colori
influiscono
sul
nostro
comportadenotando
inolcosì possibilità di riflettere sulla capacità
a sua nonna, segue con trepidazione
mento
giornaliero,
cosa
di
cui
si
era
già
tre
una
forte
dell’uomo di rendere oggetti o situaziogli avvenimenti che porteranno alla
accorto Pablo Picasso, che in un suo fa- personalità.
ni apparentemente innocue, pericolose e
Rivoluzione e provocheranno la camoso aforisma sosteneva: “I colori, come
Insieme al ciadannose.
duta dello Scià.
i lineamenti, seguono i cambiamenti delle no ed al magenSecondo il Professor Ruggero Sicurelli
Con l’instau- emozioni.”
ta, il giallo è uno
il colore ha un ruolo fondamentale nella
razione
della
Prendiamo in esame il colore giallo. dei colori primari
psicologia soprattutto per le sue sfumature ed associazioni, tesi che sostiene con i
R e p u b b l i c a Esso è utilizzato nella cromoterapia per sottrattila sua numerosi modi di dire presenti nella noislamica inizia indicare l’estroversione, la crescita, il vi, mentre
d’onda è com- stra lingua come l’essere “sbiancato” o
il periodo dei cambiamento, stimolando l’attenzione e lunghezza
la concentrazione (possiamo infatti ben presa tra i 565 e i 590 nanometri.
“arrossito”, effetti che denotano due com“pasdaran” che
notare l’utilizzo di questa tonalità cromaNella nostra quotidianità questo colore portamenti differenti del soggetto preso in
controllano
i tica nelle nostre aule scolastiche).
ha assunto molteplici significati tra cui il esame.
comportamen- Alcune ricerche sostengono che possa romanzo giallo di cui un esempio palese
Dunque il colore non è semplicemente
ti e i costumi
può essere Agatha Christie, op- una caratteristica di un oggetto, ma è un
pure nella nostra lingua l’espres- modo di essere, di intendere la vita e di
dei
cittadini.
sione “E’ un giallo” indica il mi- vivere (per quel poco) liberi dagli schemi
Marjane, che
stero di un determinato evento come dei fanciulli, nella concezione di
deve portare il velo, diventa rivoludi
ed, infine, se pensiamo al codice Matisse:
zionaria.
Bruce Springsteen
stradale questo colore denota un
“ Il colore soprattutto, forse ancor più del
La guerra contro l’Iraq provoca
pericolo a cui il conducente di un disegno, è una liberazione.”
bombardamenti, privazioni e la spaveicolo (od il passante) deve porSerravalle Francesca 5B Linguistico
Gesù era un figlio unico
rizione di parenti. La repressione
re particolare attenzione.
Onda d’urto, Maggio 2011
interna diventa ogni giorno più dura mentre saliva al Golgota
Nell’antica Grecia veniva ime i genitori di Marjane decidono di Maria, sua madre, gli
Tra i meandri dell’Africa
mandarla a studiare in Austria per camminava accanto
proteggerla. A Vienna, Marjane vive
lungo il cammino che si tingeva del suo
a 14 anni la sua seconda “rivoluziosangue
Una storia scritta “a quattro mani insieme
all’
ne”: l’adolescenza, la libertà, l’amoe due cuori”, una giovane coppia di ombra di quella
re ma anche l’esilio, la solitudine, Gesù era un figlio unico
sposi in viaggio di nozze e una serie breve ma densa
la diversità. Sono rari i film di anid’ istantanee sul cuore dell’Africa: avventura.
sulle colline di Nazareth
mazione in grado di far percepire al
sono questi i protagonisti di “Frutti I
diciassette
di baobab”.
racconti
che
pubblico le difficoltà dell’esistenza mentre leggeva i Salmi di David
Quando Stefania Raymondo e “costruiscono”
di chi li ha ideati. Spesso impegno in ai piedi di sua madre.
Joram Gabbio (insegnante nel il
romanzo
difesa dei diritti e qualità grafica non
nostro liceo), autori e protagonisti, sono opera dell’
convivono. In questo caso il connu- Una madre prega: “Dormi bene, bambino
finalmente sposi, hanno deciso di unione di una
bio è perfettamente riuscito. Marja- mio, dormi bene perché io sarò al tuo fianco
recarsi in Angola per il loro viaggio mano maschile
ne Satrapi è riuscita a trasformare i così che nessuna ombra, nessuna oscurità,
di nozze certo non si aspettavano che scrupolosa
che quei colori, quelle figure e quelle riporta
le
quattro volumi
nessuna campana a morto
voci
avrebbero
dipinto
nella
loro
memorie
di
quelle
lunghe giornate,
di fumetti in
possa insinuarsi fra i tuoi
Il cielo in una frase
vita
un
passo
importante.
Eppure
la
di
una
mano
femminile
che netta ne
cui raccontava,
sogni questa notte”
semplicità dei luoghi e, più di tutto, traccia i volti e di un “Qualcuno” di
“Il
socialismo
è
stato
il
tentativo
con dolore e
dei loro abitanti ha lasciato tracce più grande che riempie l’atmosfera
dell’umanità di superare e di Nel giardino di Getsemani
ironia, la proindelebili nel loro cammino.
d’amore e di meraviglia. I paesaggi
lasciarsi alle spalle la fase
pria crescita
L’
Angola
è
una
terra
povera,
arida
prendono finalmente vita e ci
predatoria dello sviluppo umano”. pregava per la vita che non
e
afosa
ma
negli
occhi
dei
bambini
parlano di sé, si raccontano come ad
come donna in
avrebbe vissuto
Albert Einstein
del posto che giocano a fare i leoni, un vecchio amico.
un Iran in rePregò il suo Padre celeste nelle mani sempre all’ opera di Basta sfogliare le pagine ruvide
pentina trasforThiago, nelle lettere di Stefano e di questo libro, chiudere gli
perché rimuovesse
mazione e in un’Europa incapace di
nella voce di Susana si riscopre una occhi, immedesimarsi nel sole di
accogliere veramente il diverso, in la coppa della morte dalle sue labbra
danza ricca e vivace, che avvolge Benguela. E si riscopre una terra
un lungometraggio di animazione di
e fa sentire a casa. Le immagini, viva, “che corre”, in tutti i sensi.
qualità. E’ nata un’opera in bianco e C’è una perdita che non può essere compensata man mano, prendono contorno; No, non è un sogno. Questa è la
nero (con lampi di colore) capace di una destinazione che non può essere raggiunta i ricordi si colorano; le emozioni magia dell’ Africa.
assumono sapore. Quei giorni non
Selene, 5A Ginnasio
raccontare un’infanzia e un’adoleOnda d’urto, Maggio 2011
una luce che non troverai in un altro viso
sono più così lontani, ma sembrano
scenza al femminile comune e diffed’ una vicinanza incredibile e le
rente al contempo. Comune perchè un mare la cui vastità non può essere fotografie scattate
tante giovani donne si potranno ri- abbracciata
sussurrano,
trovare nel suo percorso di crescita.
parlano. “Gioiose,
nitide, lucenti”.
Differente perchè la donna in Iran è Gesù baciò le mani di sua madre
“Essenziali, terse,
(per chi ha dettato e detta le leggi) e sussurrò “Madre, ferma le tue lacrime
precise”. Prima
meno donna.
e ricorda che l’anima dell’universo
seme e, poi, radici
Walter Gambarotto
di una nuova
ha voluto un mondo ed esso è comparso”
vita da costruire
Gesù era un figlio unico
I frutti di Baobab
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In diocesi
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Temi per riflettere in un’assemblea diocesana - 3
La chiesa nonpotràcheesseredicristiani“per scelta”
«Il tempo attuale è una grande occasione per tornare all’essenziale dell’essere chiesa»
“I giovani non hanno più antenne per
Dio, per la fede, per la Chiesa. Una generazione che non si pone contro Dio o la
Chiesa sta imparando a vivere senza Dio
e la Chiesa” scrive don Armando Matteo,
40 anni, calabrese, assistente nazionale
FUCI (Federazione universitari cattolici
italiani), confortato pure da alcuni numeri. L’Istituto IARD, lo scorso aprile,
ha appurato che i giovani “cristiani
cattolici” in Italia sono il 53% del totale, dal 67% che erano sei anni fa, i
praticanti il 15%, dal 18 che erano. Il
raffronto con la popolazione di altra
età evidenzia un’accelerazione forte
ed improvvisa del processo di secolarizzazione.
“Qui si gioca davvero il futuro del
cristianesimo - avverte don Matteo non solo per ovvi motivi di ‘ricambio’ generazionale. Già da tempo,
del resto, Italia ed Europa non sono
le terre cristiane più importanti per
numeri. Ma proprio per la sua storia lunga
e complessa, il cristianesimo occidentale
ha raggiunto un grado di consapevolezza
e distinzione tra società, Chiesa e cultura,
che ha molto da insegnare alle cristianità
emergenti, africana e asiatica”.
Il cattolicesimo italiano si è fatto forza
finora di una presenza capillare nel tessuto della società e di numeri relativa-
mente alti. Un cattolicesimo “di popolo”, si dice. E in futuro?
“Il cardinale Ruini fa una distinzione precisa. La ‘popolarità’ del cattolicesimo tra
i nati prima del 1980 è pressoché incontestabile. Pensiamo a quanto si affannano
i politici per rincorrere i cattolici... Altro
discorso sono i figli degli anni ‘80 e ‘90.
Da fortemente cattolica, ha scritto Il Regno, l’Italia sta diventando genericamente
cristiana. E anche se a malincuore, prendiamone atto. Questo era appunto uno dei
miei intenti, risvegliare diocesi e parrocchie dove l’idea che occorre dedicare più
spazio ai giovani penetra più a fatica. [...]
Anche Benedetto XVI parla di Chiesa
minoranza nel prossimo futuro, ma
senza indulgere al pessimismo...
Musica e spiritualità
“A cosa serve anzitutto la Chiesa? A proclamare la Parola di
Dio, dice il Papa a Peter Seewaid
di Joram Gabbio
in ‘Luce del mondo’. Finora ci
200 anni fa, precisamente il 22 ottobre siamo invece troppo preoccupati
1811, nasceva l’ungherese Franz Liszt, pia- di ‘strutture’, ricadute politiche e
nista e compositore indubbiamente tra i più culturali della fede, dandola troppo per scontata. In sostanza Benegrandi di tutti i tempi. Tra le varie pubblidetto XVI dice, traduco in parole
cazioni gli è autorevolmente dedicato il mio
mie: ‘guardate quanta incredulità
Liszt, di Michele Campanella, interprete na- c’è in giro! Ripartiamo dalla Papoletano che ha fatto dell’autore ungherese rola di Dio’. Senza pessimismo,
il suo cavallo di battaglia ed il principale og- semmai con la consapevolezza
getto del suo impegno artistico. Campanella che il tempo attuale, anziché una
esplora tratti e peculiarità di Liszt, tracciando sconfitta, è una grande occasione
una speciale biografia. Il pianista napoletano, per tornare all’essenziale dell’essoprattutto, evidenzia l’importanza nodale sere Chiesa”.
della svolta religiosa, che portò Liszt ad una Chiesa che non potrà che essere
conseguente sterzata artistica, improntata da fatta di cristiani “per scelta”,
brani più densi, profondi e spirituali. Se la non “per tradizione”.
“Perché la trasmissione ai gioconversione fu scetticamente dissacrata dai
vani della bellezza, della convecontemporanei, dal repertorio traspare un
nienza e della forza della fede si
chiaro cambiamento che con coerenza può
è interrotta? Le parrocchie, direi,
essere connesso al cambiamento esistenzia- han fatto troppo affidamento sul
le. Liszt prese i voti minori, ma dato il suo tessuto sociale e familiare, che
passato un po’ turbolento, i contemporanei fino agli anni ‘60 e ‘70 predispoattribuirono scarsa credibilità e sincerità alla neva in un certo senso i giovani
sua scelta. Campanella, partendo dallo studio all’esperienza delle fede, ora non
e dall’esecuzione del repertorio più che dalle più. I quarantenni di oggi hanno
notizie biografiche, scova conferme e verità visto i genitori pregare o organizdel rinnovamento, individuando nella spiri- zare un giorno di festa mettendotualità della musica un autentico germinare ne al centro la messa, i ventenni
non più. In questo scenario, redei semi di Dio.
cuperare l’idea che la fede è una
Sovente la musica classica è accostata alla
scelta implica una svolta nell’imspiritualità: si tratta di una combinazione non
postare la pastorale. E questo è
scontata, ma probabile. L’opera di Campa- ovvio quanto scomodo. Ma chi
nella ne è una originale quanto qualificata è così cieco da non vederne il
dimostrazione.
JG
bisogno? Chi non vede quanto ci
Liszt 200 anni dopo
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mancano i giovani, i loro entusiasmi, l’ingenuità e la sorpresa che si legge nei loro
occhi? E uno dei sintomi di questa sterilità
è il crollo delle vocazioni”.
La “nuova evangelizzazione”, in concreto, come dovrà distinguersi dalla
“vecchia”?
“Anzitutto con un ‘riposizionamento’
sul territorio, dato anche il crollo
del numero dei sacerdoti. La rete
di 26.000 parrocchie italiane è
troppo grande. Servono spazi di
incontro ‘sovraparrocchiali’ o ‘interparrocchiali’, dove gustare di
nuovo il senso di comunità, una liturgia più curata, una catechesi più
accurata. Poi coraggio di liberare
energie dove le persone e i giovani
in specie vivono davvero: scuola,
università, lavoro. [...]
L’emergenza educativa di oggi
in che rapporto sta con la trasmissione sempre più difficoltosa della fede?
“La vera emergenza educativa è che
oggi, per gli adulti, i giovani semplicemente non esistono. Hanno talmente mitizzato
la giovinezza, da giovani, che ora faticano
a cogliere il disagio reale dei loro figli. Se
vanno all’università possono laurearsi in
6.000 modi diversi, poi non c’è lavoro. Se
invece lavorano hanno contratti umilianti, da non potersi permettere né casa, né
matrimonio... Possiedono il meglio della
forza fisica, intellettiva, riproduttiva, e la
società li tiene a bagnomaria! Ecco dove
nasce l’emergenza educativa. Chi possiede energia ma non può metterla a frutto la
spreca in ciò che è disponibile subito, lo
sballo, oppure cade nella depressione, nelle dipendenze... E dove c’è regresso umano, come può esserci esperienza di fede?
La fede è orientare la propria libertà verso
le parole di Gesù, ma a patto di esercitarla
davvero, questa libertà”.
La GMG di Madrid. Cosa insegnano i
numeri enormi della partecipazione a
questi eventi?
“Da giovane prete non nascondo che
un po’ scettico lo ero. Ora direi: le GMG
sono una benedizione per la società anzitutto, per farle aprire gli occhi e accorgersi
che i giovani non sono un’invenzione dei
sociologi. Una benedizione anche per la
Chiesa, perché ne denunciano per contrasto un certo ‘immobilismo’: se servono
eventi così per fare vedere che i giovani ci
sono, vuol dire che le nostre comunità non
sono di norma attrezzate a dovere. E ancora, sono la prova che i giovani rispondono
e vanno là dove si sentono anzitutto amati.
Non basta mettere un avviso in bacheca
‘incontro per i giovani’”. Nel frattempo si
diffondono esperienze di evangelizzazione del tutto insolite, eclatanti in qualche
caso, tra chiese aperte la notte, discoteche,
pub... [...] Al tempo stesso, direi, fondamentale rimane la scommessa sulla parrocchia, che nonostante tutto possiede tre
caratteristiche uniche: è di facile accesso,
è aperta a tutti senza particolari requisiti,
è facilmente riconoscibile sul territorio”.
da Dimensioni Nuove, estate 2011.
Settembre 2011
Passinpiazza
Perunanuovaeconomia
( Parte prima)
Il termine economia significa letteralmente
buona regola della casa, come suggerisce la
sua origine greca: oikos nomos. L’etimologia
della parola evoca quindi non tanto pratiche
volte all’ottenimento della maggior quantità
di beni materiali, quanto piuttosto una partecipazione alla vita della comunità nella direzione della produzione di beni relazionali.
Carol Uhlaner(1989) definisce relazionali quei beni che dipendono dalla modalità
di interazione con gli altri e possono essere
goduti solo se condivisi, come la solidarietà, l’amicizia,il senso di appartenenza ad un
gruppo e l’identificazione con le sue norme.
L’utilità di quel bene non dipende solo dalle
sue proprietà intrinseche, ma dalle modalità e
dai processi che hanno portato alla sua produzione; i beni posizionali implicano invece verticalità, gerarchia, organizzazione rivalitaria,
dipendenza dal capo, orientamento che tende
all’esclusione. Il PIL non bada alla salvaguardia delle persone coinvolte, dell’ambiente di
vita, della sicurezza.. L’HDI (Human Development Index), l’indice di sviluppo umano,
considera invece parametri che salvaguardino i bisogni degli esseri umani, in quanto
protagonisti utilizzatori del mondo e fa riferimento a una nuova comunità di condivisione.
All’orientamento accaparratore dell’homo
economicus, monopolizzato dall’idea del
profitto (e per assurdo la stessa crisi in atto ha
contribuito a diminuire una credibilità acritica verso questo pensiero dominante), si sostituisce l’idea dell’economicità del gruppo,
inteso come produttore di sviluppo continuo,
attraverso lo scambio tra i suoi partecipanti;
esso permette la coesistenza della molteplicità di tutte le entità o le variabili presenti contestualmente in esso. L’errore di una distorta
interpretazione del capitalismo sta, secondo
Yunus (2006), nell’aver fatto dell’imprenditore un essere umano a una dimensione, isolato dagli altri aspetti della vita e con una sola
missione, massimizzare il profitto, mentre gli
esseri umani sono ricchi di risorse, attrezzati
per sviluppare tante molteplicità: il gruppo è
lo spazio di transizione per il cambiamento.
Esso permette di passare da regole di mercato che si basano sull’imperativo mors tua
vita mea al win win in cui ognuno è vincitore,
e in cui si accetta che anche i poveri abbiano
attitudini e capacità imprenditoriali sottoutilizzate .Ed è attraverso il gruppo che passa il
microcredito, inteso nella sua forma corretta.
Questi sono i concetti basilari su cui si sono
fondate le quattro ore di seminario tenuto l’8
marzo dalla professoressa Brunori a Pinerolo.
La professoressa Brunori è docente di Teorie
e tecniche della dinamica di gruppo presso la
facoltà di Scienze della Formazione e Psicologia dell’Università di Bologna, direttore del
Ciri (Centro Interdipartimentale di Ricerca e
Intervento sui Gruppi) e fondatrice dell’Osservatorio Internazionale sulla Microfinanza,
presso la stessa università; è stata tra i promotori della nascita dell’Ass. MicroBo, onlus, di
cui è stata Responsabile del Comitato Scientifico.
Maria Teresa Maloberti
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In diocesi
Pag. 11
Sono tre le
spirituali e ospiProfili
parrocchie che
talità estiva per
Parrocchie del Pinerolese – 13 anziani. Dell’anincontriamo
nel
territorio:
tica chiesa di San
San
Secondo
Bartolomeo non
nell’omonimo
è rimasta traccia;
luogo, S. Maria
l’edificio attuale
Assunta in Miradolo, S. Bartolomeo in Pra- risale al 1744 e fu eretto nell’ambito di un
rostino. La località che per prima appare nei tentativo di cattolicizzazione del territorio.
documenti nel 1026 è Miradolium, accom- Non si ebbe però l’effetto sperato e la zona
pagnata nel 1064 dalla dizione cum cappel- è rimasta a stragrande maggioranza valdelis cui si aggiunge nel 1122 cum ecclesiis et se. L’attuale chiesa di San Secondo risale al
villare eudinum cum ecclesia. Villar Odino 1733 su progetto dell’architetto Giuseppe
è il più antico nome di Prarostino. Pertanto Gerolamo Buniva; fu eretta a spese del bagià nel 1122 compaiono le chiese di Mirado- rone, del comune e degli abitanti del luogo.
lo, di San Secondo e dell’odierna parrocchia Non lontano dalla chiesa parrocchiale sorge,
di San Bartolomeo. Tutto il territorio è stato dal 1626, Santa Croce, dove si riunivano i
percorso dai conflitti con i valdesi, sogget- confratelli della SS.ma. Trinità. Nel territoto a distruzioni, anche nelle guerre contro i rio incontriamo quattro cappelle: San Giofrancesi, e a lotte fratricide. Oggi è a mag- vanni agli Airali (presso di essa in passato rigioranza valdese la popolazione di Prarosti- siedeva un cappellano che svolgeva anche il
no, costituita in chiesa; una comunità valde- compito di maestro dei ragazzi), San Rocco
se, anch’essa costituita in chiesa, è presente e San Grato, San Cristoforo e San Giacomo,
a San Secondo. Il tempio più antico è quello San Sebastiano. Sono degni di menzione gli
di Roccapiatta; quello di Prarostino fu eretto affreschi, riportati alla luce recentemente,
nel XIX secolo; quello di San Secondo risale della cappella di San Rocco. A San Bartoagli anni 1960. La parrocchiale di Miradolo, lomeo s’incontra, sebbene oggi in disuso, il
dedicata all’Assunta, fu eretta, nelle forme cimitero cattolico. La parrocchia cattolica di
odierne, nel 1733. La parrocchia porta il San Secondo gestisce una casa di riposo sornome di “pievania”, termine che contrasse- ta per volontà testamentaria di Maggiorino
gna le parrocchie più antiche. Dopo la cre- Turina. E’ conosciuta proprio come “Casa
azione della diocesi di Pinerolo, dal 1748 Turina”. Ricordiamo tre preti originari di
sino al 1950, la parrocchia fu di nomina San Secondo: Giulio Bonatto (rettore del
capitolare: erano i canonici a eleggere il par- Seminario), Gabriele Mercol (fondatore delroco detto “vicario perpetuo”. Nel territorio la Caritas, direttore de “L’Eco del Chisone
della parrocchia sorge il Castello che nei de- …), Filiberto Verzino (priore al Sacro Cuore
cenni scorsi ospitava i Padri Orionisti; per di Luserna e poi parroco in cattedrale).
parecchi anni è stato un centro per esercizi
Giorgio Grietti
Nei comuni di San Secondo e di Prarostino
L’assistente FUCI, don Armando Matteo
“Lasciarsi interpellare dai non credenti”
«Già 10 anni fa, per il mio libro Della
fede dei laici, avevo incontrato alcuni non
credenti capaci di forte attenzione alla fede
e in grado di cogliere le grandi ricchezze
dell’esperienza credente. Ad esempio
Salvatore Natoli, che da tempo riconosce la
forza autentica del gesto dell’amore, sintesi
del cristianesimo. Anche Gianni Vattimo
non può non colpire, visto che sostiene
che nessun’altra costruzione umana come
il cristianesimo riesce ad offrire ragioni
di speranza. Vincenzo Vitiello, Massimo
Cacciari, Umberto Galimberti e altri
riconoscono al cristianesimo la possibilità
di entrare dentro la tragicità dell’uomo e di
illuminarla in maniera inedita. Soprattutto
nel tratto della libertà: nessun credo ha
presente il dramma dell’uomo come
quello cristiano». [...]
«Accanto ai nomi prima citati, di recente
vi sono voci che deridono la fede cristiana
in nome di un ateismo
/:=887+-:=<<1[ZT
+WZ[W<WZQVW 8QVMZWTW<7
<MT! .I`! più corrosivo e che il cardinale Ravasi ha
definito ‘liquido’. Questo è un alleato più
difficile per chi crede. Basti citare, da noi,
Manlio Sgalambro o Emanuele Severino,
Michel Onfray in Francia, Herbert
Schnädelbach in Germania...
Però anche da queste voci dobbiamo
farci interrogare: cosa è mancato perché
il nostro modo di rendere presente Gesù
sia stato recepito in maniera esattamente
contraria? Perché, se Gesù Cristo è la
risposta più alta al mestiere di vivere, il suo
messaggio oggi viene colto come l’esatto
opposto?».
Lei che risposte si è dato?
«A mio parere non siamo stati all’altezza
del Concilio Vaticano II. In due aspetti: la
liturgia e la Scrittura. Abbiamo pensato per
troppo tempo che ‘celebranti e partecipanti
si nasce’. E invece abbiamo diviso i
credenti in ‘praticanti’ e ‘non praticanti’:
quest’ultimo è un evidente ossimoro. Ma
tale distinzione ha cristallizzato lo status quo
e rallentato l’azione di evangelizzazione.
Inoltre, se è vero – come hanno rilevato
recenti indagini – che l’86% dei cattolici
italiani non ha mai aperto una Bibbia in
vita sua, su questo siamo all’anno zero!
Nella Verbum Domini il Papa ci invita
alla ‘familiarità con la Bibbia’. Su questo
siamo molto in ritardo nel costruire una
mentalità veramente biblica».
Da Avvenire, 10.5.2011
Settembre 2011
La vocazione del catechista
L’Anno pastorale che stiamo per iniziare ci vedrà impegnati a garantire ai
catechisti una più solida preparazione per esercitare con competenza il loro
ministero e nello stesso tempo a varare un progetto catechistico d’Iniziazione Cristiana per i bambini e i ragazzi.
Svolgere il ministero di catechista è una vocazione. È il parroco che chiama. Ma questo non è sufficiente. Ci vuole nel chiamato un vivo senso della
Chiesa, una ricca spiritualità e una competenza sufficiente per aiutare bambini e ragazzi a fare una incisiva esperienza di fede.
Invito i catechisti a leggere e ad approfondire i documenti dell’Ufficio
Catechistico Nazionale:
• Orientamenti e itinerari di formazione dei catechisti (anno 1991)
• Formazione dei catechisti per l’Iniziazione Cristiana dei fanciulli e dei
ragazzi (anno 2006).
Dall’ultimo documento prendo questi passaggi che si riferiscono alla figura
del catechista:
“Il catechista dell’Iniziazione Cristiana è un testimone di Cristo, mediatore della Parola di Dio, «compagno di viaggio», educatore della vita di fede,
uomo o donna pienamente inserito nella comunità cristiana e nel contesto
culturale e vitale del mondo d’oggi.
Il catechista non opera isolatamente. La trasmissione della Parola suppone una regolare riflessione nel gruppo dei catechisti, arricchita da idonei
approfondimenti.
Ora, in quanto catechista dell’Iniziazione Cristiana, egli deve essere una
persona trasformata dalla fede: per questo, rende ragione della propria speranza instaurando con coloro che iniziano il cammino un rapporto di maternità/paternità nella fede dentro un’esperienza comune di fraternità.
Prima di essere qualcuno/a che comunica contenuti di fede, il catechista
dell’Iniziazione Cristiana deve essere una persona capace di creare relazioni
positive e profonde. Deve essere convinto che, nel lavoro di iniziazione, le
relazioni sono decisive anche per l’accoglienza dei contenuti trasmessi”.
Certamente fare catechismo, oggi, è molto più impegnativo che ieri, dove
tutto era già predisposto in Catechismi che contenevano in sintesi “la dottrina cristiana”. Il vivere da cristiano si imparava in famiglia e la stessa comunità parrocchiale era ancora in grado di trasmettere valori e stili di vita.
Per questo il catechista va accompagnato, sostenuto, equipaggiato e incoraggiato. È quanto si vorrà fare quest’anno, mentre si va preparando il
nuovo progetto d’Iniziazione Cristiana dei fanciulli e dei ragazzi. Occorrerà
che il catechista si metta in gioco.
Pier Giorgio Debernardi, vescovo
Dalla lettera pastorale 2010 “Andate anche voi nella vigna”
Il santo dell’Amore
E’ sempre bello accostarci a figure affascinanti che hanno lasciato
un’impronta nella società di tutti i tempi. Qui intendiamo parlare del
“Santo dell’Amore”, Francesco di Sales, che nella società del suo tempo,1567-1622, si è affermato come “uomo di Dio”, del nostro Dio, al
quale ha condotto un gran numero di persone da lui guidate.
Nato e vissuto
in Savoia, appartenente ad un’agiata
famiglia,
rifiuta
una brillante carriera come avvocato e senatore e
si consacra a Dio
diventando sacerdote, missionario
nello
Chablais,
quindi vescovo di
Ginevra.
Con Santa Giovanna Francesca
di Chantal fonda
l’Ordine della Visitazione.
Ciò che distingue Francesco è la grande bontà con la quale accompagna uomini e donne ad un’ intensa vita spirituale: lo conferma il ricchissimo epistolario, in parte racchiuso nella sua famosa opera “Filotea”
(“Amante di Dio”).
Pensiero dominante del suo agire è la convinzione che tutti siamo
chiamati a vivere per Dio, qualunque sia lo stato di vita, poiché la chiesa, così dice, è “un giardino di fiori svariati, di diversa grandezza, colore
e profumo, tutti hanno il loro pregio, la loro grazia e splendore e, nell’insieme, costituiscono una perfezione gradevole di bellezza”.
Questa certezza di Francesco, cioè la chiamata di tutti alla santità, ha
trovato ampia conferma nei documenti conciliari ed è per ognuno di
noi stimolo a fare della nostra vita, con entusiasmo, una scalata verso il
monte di Dio.
Suore Visitandine
Monastero della Visitazione, Pinerolo
[email protected]
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Territorio
Pag. 12
Suor Gabriella Canavesio, confermata madre superiora delle Giuseppine
La vita in pienezza la cerchiamo insieme
«Siamo in cammino con questa umanità, in questo pezzo di storia che ci è dato da vivere»
Le Suore di San Giuseppe
hanno celebrato nel mese di
luglio il loro XV capitolo,
che ha avuto come tema
conduttore:
«Discepoli
e
missionari del Signore Gesù,
perché tutti possiamo avere
la vita in pienezza». Per altri
sei anni è stata riconfermata
come Superiora Generale
madre Gabriella Canavesio,
per trent’anni missionaria in
Brasile, laureata in Pedagogia.
L’abbiamo incontrata per una
breve intervista.
Partiamo dal tema del vostro
capitolo. Che cosa significa
oggi essere missionari e
discepoli del Signore Gesù?
Per noi approfondire il tema
“discepole e missionarie del
Signore” ha voluto dire ritornare
alle fonti della fede, del Vangelo,
dei nostri testi fondazionali e
lasciare che queste parole di vita
potessero scendere nel profondo
di ciascuna di noi e potessero
riscaldare di nuovo il nostro
cuore. Poi nella condivisione
capitolare si è manifestata questa
novità, questo entusiasmo,
questo desiderio di radicalità, di
coerenza, di essere di fatto, nella
verità, discepole e missionarie
del Signore Gesù. Abbiamo
rivissuto insieme la forza della
chiamata, la forza del mandato
e la forza del progetto, perché ci
siamo riconosciute in pieno nel
progetto di Dio con la sfumatura
che ci ha dato padre Médaille, il
nostro fondatore.
Nella formulazione della
“vita in pienezza “ che nello
spirito di Gesù auspicate per
tutti , invece del “loro” avete
usato il “noi”. È una frase che
racchiude un metodo?
Direi più di un metodo,
racchiude una verità, perché
non è che noi siamo portatrici
di vita, chi è portatore di vita è
Gesù, e quindi noi insieme a tutti
i cercatori di Dio scopriamo il
progetto di Gesù, ci avviciniamo
a lui, cerchiamo di incontrarlo
personalmente,
diventiamo
compagne di viaggio. Noi non
ci sentiamo al di fuori, molto
meno al di sopra di nessuno;
ci sentiamo “insieme”. Ecco
perché abbiamo usato di
proposito il “noi”. Ci sembra
che questa vita in pienezza
la cerchiamo con ardore e
la cerchiamo insieme, ma
soprattutto la troviamo insieme,
la troviamo solo insieme, perché
non siamo una parcella separata,
in un’isola utopica: siamo in
cammino con questa umanità,
in questo pezzo di storia che
ci è dato da vivere con tutte le
bellezze, le sfide, le complessità,
fede, alla collaborazione, mi
ha educata anche al rischio, a
non spegnere il sogno, a non
proporre senza partecipazione.
Sono stati elementi molto
arricchenti. Li c’erano problemi
molto contundenti, ma anche
che suscitano le energie
nascoste, perché creano una
prospettiva, una speranza, un
desiderio grande di cambiare
questa situazione, rinnovare
questo mondo, trovare un’altra
maniera di vivere e migliorare
il futuro dei figli. Erano delle
che pure abbiamo sottolineato
e che anche ci lasciano un
po’ angustiate a volte, perché
esigerebbero delle energie
superiori a quelle che di fatto
abbiamo; quindi ci ritroviamo
povere nella nostra offerta,
contando però sulla grande forza
del Signore.
È stata riconfermata come
guida della comunità una
suora che per trent’anni è
stata missionaria in Brasile. È
un segno dei tempi?
Non lo so…certo una cosa so:
che l’esperienza missionaria in
Brasile è stata di una ricchezza
di grazia incalcolabile, che ha
anche facilitato la formazione
di una mentalità includente,
dove si fanno scelte di priorità
ma dove nulla è insignificante.
L’esperienza
missionaria,
quella che ho vissuto io, mi
ha posto molte volte nella
condizione di vivere situazioni
estreme, di frontiera, al limite
del possibile umano, e quindi
è stata un’esperienza che mi
ha educata alla fiducia, alla
prospettive che suscitavano il
meglio che c’era nelle persone.
Questo ha suscitato molte cose
positive, e ci ha anche insegnato
come si resiste nella difficoltà,
come si va oltre, come non si
cede, come si sta fedeli alla
scelta originaria, senza lasciarsi
condizionare da offerte che sono
spurie. In Occidente la povertà è
di sogni e di progetti, è il prezzo
che si paga per l’esaltazione dei
beni materiali.
Nella manifestazione laica a
favore delle donne “Se non
ora quando?” ha fatto un
intervento molto apprezzato
anche una suora. Anche
questo è un segno dei tempi?
Con certezza! Finalmente
si scopre che l’umanità è
al maschile e al femminile.
La presenza della donna è
fondamentale, proprio perché è
così che ci ha pensati il creatore,
e quindi la specificità e la
ricchezza della donna, troppo
per lungo tempo sottovalutata,
deve emergere, nella Chiesa
come nella politica. La Chiesa
è uno spazio
dove noi siamo
state alle volte troppo remissive,
non abbiamo forse conquistato,
nella maniera buona, lo spazio
che ci è dovuto. La presenza di
una suora alla manifestazione
esprime l’orientamento ad
avanzare in questa direzione.
Nel
vostro
programma
pastorale avete inserito anche
l’impegno per “la pace, la
giustizia e l’integrità del
creato”. In che cosa consiste
in concreto?
Ci proponiamo tante cose.
Innanzitutto di coscientizzarci di
più su queste tematiche che sono
fondamentali per noi e sono
fondamentali per dimostrare
responsabilità verso le nuove
generazioni: non possiamo
lasciare un mondo così distrutto,
a vari livelli. E poi ci proponiamo
di essere una presenza attiva, nel
limite delle nostre povere forze,
per collaborare a far diventare
questo mondo un pochino più
umano, più giusto, più fraterno,
più conforme al progetto di Dio.
Noi abbiamo analizzato molto
le situazioni; abbiamo visto che
nel quadro del mondo di oggi
emergono forme di violenza ad
ogni livello, in ogni ambiente
(famiglia, mondo del lavoro,
scuola, società in genere, fra
le nazioni), sugli incapaci,
sui deboli… Le proposte
operative sono: partecipare per
conoscere; promuovere incontri
di congregazione sui temi
della giustizia, pace, integrità
del creato per decidere scelte
operative attuabili e verificabili
(uso delle energie alternative,
finanza etica); fare scelte di vita
sobria rispettose dell’ambiente;
vivere l’accoglienza come
un atteggiamento interiore di
rispetto… e tanto altro. E poi
sostenere azioni pubbliche non
violente in difesa dei diritti
dell’uomo e della salvaguardia
del creato con particolare
attenzione a quelle volte a
raggiungere gli obiettivi del
millennio. AD
Settembre 2011
La preziosità dell’ascoltare
“Marta, Marta, tu ti affanni e ti preoccupi
di troppe cose! Una sola cosa è necessaria.
Maria ha scelto la parte migliore e nessuno
gliela porterà via “ (Lc 10, 41-42)
Così Gesù risponde a Marta, che gli
chiedeva di sollecitare Maria ad aiutarla
nel servire gli ospiti. E’ l’ascolto, la parte
migliore scelta da Maria. Che non è una
scelta di comodo, per esonerarsi dalle
fatiche quotidiane, ma una scelta molto
più laboriosa e impegnativa.
L’ascolto richiede una pronta disponibilità
nei confronti di chi parla. Un’incombenza
quotidiana - la casa da riordinare, la
nuova camicia da comprare, il pranzo
delle festività, i regali, persino i compiti
da fare - può essere rinviata. Una parola
non ascoltata nel momento giusto è una
parola perduta, un’occasione mancata, un
incontro che non si ripeterà più.
L’ascolto richiede attenzione e
concentrazione della mente. Non si ascolta
per passare il tempo, ma per capire l’altro,
nelle sue riflessioni, nei suoi ragionamenti,
nelle sue proposte, nei suoi problemi, nelle
sue solitudini.
Ma l’ascolto è laborioso e impegnativo
soprattutto perché vincola ad agire, a fare
scelte, a prendere decisioni.
“Chi ascolta queste mie parole e le mette
in pratica... chi ascolta queste mie parole e
non le mette in pratica...” (Mt 7, 24, 26)
Ecco lo stile cristiano: ascoltare per
testimoniare, per capire gli altri, per capirsi
con gli altri e poi agire concretamente,
come persone, come comunità, come
istituzione. Per questo l’ascolto è la sola
cosa necessaria: perché esso viene prima
di tutte le altre, perché motiva tutte le altre.
Ascoltare vuol dire partire dalla persona,
metterla innanzi a tutto: i documenti, le
leggi, i canoni, le religioni, le ideologie, le
ragioni di stato. Per il cristiano il sabato è
sempre al servizio dell’uomo.
C’è ancora un punto che rende
impegnativo l’ascolto: ascoltare chi? Non
è facile orientarsi in tempi in cui le parole
- scritte, parlate, urlate, e quasi sempre
confuse - sono il prodotto più abbondante
nel consumismo mediatico. Ma anche in
questo la parola di Dio è illuminante.
Libro della Sapienza 8, 12: “Se tacerò
essi aspetteranno, se prenderò la parola
staranno attenti e se parlerò a lungo mi
ascolteranno ammirati”.
Possono essere questi i criteri per valutare
se chi parla ha le qualità per essere ascoltato.
Qualità che sarà molto difficile trovare
nell’intellettuale di moda. nel dottore
della legge o nel grande comunicatore
televisivo; da cercare, invece, in chi, da
qualunque parte del mondo provenga, sa
proporsi con autenticità e purezza di cuore.
Da Così sia, così non sia, Giugno 2010,
Parrocchia San Martino, Torre Pellice.
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