Anno 1 Numero 24 - 23.06.2008 Saldi d’inizio stagione Editoriale di Gian Maria Tosatti Non c’è molto da dire, perché non c’è molto. La stagione è iniziata. La stagione è finita. Alle porte c’è quella dei festival estivi, che come ogni anno fioriscono tra giugno e luglio un po’ ovunque col loro carico di spettacoli e di suggestioni. Al tramonto c’è quella dei festival estivi, che fino a qualche anno fa era un appuntamento imprescindibile per tutti, pubblico in testa, e che ora è quasi invisibile. Insomma l’estate 2008 non ha i migliori auspici per questa espressione organizzativa che da sempre e in tutte le arti è stata sinonimo di innovazione, di sperimentazione, di rischio e di coraggio. I motivi sono tanti. Ce ne sono alcuni che costituiscono le cause e altri che a ben vedere sono assimilabili agli effetti. E come al solito i secondi sono i più appariscenti e rischiano così di essere confusi con i primi. E allora partiamo proprio da questi, da un elenco approssimativo, una incursione di sguardo. Partiamo dalle istituzioni che con un raro intuito riescono a sbagliare quasi ogni colpo e a riversare risorse lì dove non servono, e addirittura a inventare (come se fosse loro compito) festival come quello “nazional napoletano”, che piomba su una città come un’astronave aliena (e infatti l’anno scorso era attraccato nel porto con una nave da migliaia di posti e centinaia di migliaia di euro di noleggio). Ma a Roma si riesce a fare quasi di meglio, ossia a far uscire praticamente a luglio i risultati del bando dell’Estate Romana, senza ancora che siano state decise le cifre attribuite ai vincitori. Risultato: l’Estate Romana si farà a novembre, con buona pace dei meteorologi. Poi arriviamo alle associazioni territoriali responsabili di festival esistenti, prima tra tutte quella di Santarcangelo, che qualche anno fa finì nella bufera per aver inventato uno dei meno trasparenti e pasticciati «concorsi per vincere la direzione artistica». Allora se l’aggiudicò Olivier Bouin e sinceramente non immaginiamo sulla base di quali meriti progettuali. A conti fatti le sue due edizioni (in co-direzione con Paolo Ruffini) sono state il più colossale flop della storia di un festival che è stato per quasi trent’anni il più rappresentativo d’Italia e che l’anno scorso, nell’ultimo week-end (quello tradizionalmente più ricco e in cui non si trovava posto neanche in Piazza Ganganelli) contava sui suoi spalti non più di un paio di operatori e sparuti gruppi di spettatori balneari. Le teste dei due direttori sono cadute, una dopo l’altra, ed è giusto che una volta tanto in Italia accada. Quello che però non è chiaro è perché siano rimaste in piedi fino alla scadenza quelle dei veri responsabili di questa debacle, ossia del presidente Pozzi – oggi sostituito da Pascucci - e degli altri membri dell’associazione che con un concorsino fatto in casa degno della più torbida italietta hanno raso al suolo in una mossa l’eredità di trenta gloriosi anni. Tra tutti gli effetti c’è, però, quello forse più significativo, ossia la colpa di quei direttori artistici che, non avendo risorse, chiedono agli artisti di fare spettacolo gratis o a cifre irrisorie. Non si sta parlando di squali. Tra questi ci sono persone che chi scrive ha difeso e ancora difende per molti meriti e grande generosità. Tuttavia essi si rivelano miopi e talvolta incapaci di rendersi conto che un sistema che comporta lavoro - com’è quello dello spettacolo - può funzionare solo se si innesca un processo virtuoso di economia interna. A salvare il teatro non sarà il raddoppio o la moltiplicazione esponenziale del Fus (che tanto non arriverà mai). A salvarlo sarà la volontà di quelli che ad un certo punto inizieranno a pagare i cachet pieni e programmeranno cinque compagnie invece di venti, ma immetteranno risorse reali nel sistema permettendo alla macchina di riprendere a funzionare e a pompare benzina nel circuito. E poi di effetti fatali ce ne sono ancora tanti. Prima fra tutte la fioritura di festivalini fai-da-te, con direttori artistici d’occasione, che non fanno che aumentare la confusione e pasticciare ancor di più il profilo sfocato del teatro italiano, quello vero, quello che ha chances. E infine ci sono anche i Premi Olimpici del Teatro che non si capisce come possano ogni anno – appunto a inizio estate - tirare fuori le più improbabili terne di candidati possibili. Ci toccherà andare a rileggere l’elenco dei critici votanti per bandirli una volta per tutte dalla tribuna delle persone cui diamo ascolto. E speriamo anche che tutta la baracca chiuda prima di replicare (stavolta inconsapevolmente) il macabro siparietto di Corrado Guzzanti che alla candidatura di Amedeo Nazzari doveva rispondere perentoriamente: «Sarebbe perfetto, ma è morto. E’ m-o-r-t-o!» Per chiudere e finire questa penosa rassegna di amenità italiane che stanno alla base del crepuscolo festivaliero, conviene dunque passare dagli effetti alle cause, al motivo vero di questo inverno del nostro scontento che è molto più radicale. Esso consiste nel fatto che in Italia non c’è un teatro unito che si stringe attorno ai suoi appuntamenti e ai suoi artisti. Tra direttori e direttorini artistici, artisti e artistini, vige la regola dell’«ognuno per sé e dio per tutti» e del «si salvi chi può». Allora si confonde tutto. Santarcangelo si confonde con il festivalino sulle montagne dell’Abruzzo, e Dro con quello sul litorale romano. Il risultato è che a nessuno importa veramente qualcosa se i riferimenti cadono, se i palcoscenici più “aristocatici” decadono, perché tutto si mischi e nella mischia ognuno possa vivacchiare un po’ di più. In una mediocrità espansa ci sono molte più occasioni di “sopravvivere” che in una eccellenza ordinata. E questo è il teatro italiano di oggi, un mare di mediocrità, dove il pubblico, solo per caso, può imbattersi in qualcosa di veramente valido. E a dire questo, forse viene quasi nostalgia reazionaria di quando il “sistema” era forte, quando in campo c’erano personalità che, per quanto controverse, nel bene e nel male, si prendevano la responsabilità di dare un orizzonte di lettura, una scala di valori che, con tutti gli errori del caso, era sicuramente più veritiera di questo appiattimento, di questa invisibilità. Ma noi non dovremmo arrivare ad avere pensieri del genere. Potere senza potere Pratiche e possibilità di rinascita a Santarcangelo 08 di Lorenzo Donati Cenni per una (triste) storia recente Santarcangelo è probabilmente il festival a cui è legata la maggiore densità di storia nell'area del teatro di ricerca. Dagli anni della sua nascita, infatti, si è posto come cartina tornasole di un movimento più ampio, riflettendo prima di tutto le tensioni delle arti sceniche della penisola, ma anche affondando lo sguardo sui sommovimenti dell'intera società. Espressioni come teatro politico, autoformazione, terzo teatro sono da subito entrate nel vocabolario del festival, che ha saputo tra l'altro impostare una sorta di modello per molti festival italiani. Non è un caso, infatti, che l'idea di “cittadella del teatro” nasca proprio a Santarcangelo a cavallo fra anni '70 e '80, come non è un caso che sia diventato normale attribuire al festival il nome del paese che lo ospita. Eppure questa stessa tradizione del festival, in tempi di drammatica ricerca di identità di tutte le arti sceniche, rischia di diventare un peso: anziché un inevitabile confronto, quella che si avverte spesso è solo molta confusione. Ci sono infatti alcune questioni di fondo che probabilmente esigono un ripensamento radicale delle categorie del passato: quale è il senso di un festival? Quale legame ricercare con il territorio? In che modo relazionarsi al complesso del sistema teatrale? E, più di tutto, siamo sicuri della necessità odierna del formato festivaliero? Probabilmente chiunque si confronti oggi con una direzione artistica, non può sottrarsi al tentativo di indicare volta per volta alcune possibili risposte. A maggior ragione a Santarcangelo, dove però il dramma degli ultimi anni ha segnalato, appunto, vecchi schemi e troppo facili soluzioni, in cui doverosa appare la necessità di una generale assunzione di responsabilità: “tutti colpevoli”, da consigli di amministrazione troppo dediti all'inseguimento di audience e mode, a enti locali fermi a una generica concezione di “teatro di piazza” (come fosse possibile con un balzo restaurare il clima degli anni '70), a direzioni artistiche che non hanno saputo inventare progetti culturali forti, trincerandosi dietro a elitarismi che si presumono al riparo da critiche per il semplice fatto di inseguire un generico “contemporaneo” tutto da verificare. Olivier Bouin era stato chiamato nel 2006, tramite un bando pubblico che ha sollevato non poche critiche di scarsa trasparenza. Oltre all'intento di appianare un pesante buco di bilancio, aveva evidentemente convinto l'intento di una linea curatoriale aperta a varie tensioni della ricerca artistica contemporanea, veicolata da una figura che prometteva grandi sinergie internazionali affiancata dalla presenza di Paolo Ruffini. Ma lo stile manageriale di Bouin ha finito per scontentare tutti: gli enti locali, preoccupati dal calo del pubblico; i dipendenti storici del festival, molti dei quali dimissionari o relegati in ruoli secondari; il pubblico e la critica, entrambi sconcertati per una linea forse eccessivamente performativa, tardivamente e arrogantemente concettuale e ossessivamente autodefinita “transdisciplinare” (come se l'etichetta fosse un'acquisizione originale, dimenticando una “tradizione del nuovo” che nasce almeno con le cantine romane). Arrivano dunque ad aprile le previste dimissioni (Ruffini aveva già abbandonato in autunno), stimolate da un nuovo consiglio di amministrazione che non ha fatto nulla per evitarle. Potere senza potere Eccoci dunque a un edizione 2008 “acefala”, con il presidente del Cda Sandro Pascucci a fare le veci di una direzione artistica che non c'è ma della quale, eccettuando gli ospiti internazionali “tagliati”, sono state sostanzialmente rispettate le linee. Ebbene, da edizione di passaggio da disastro annunciato, Santarcangelo 08 sta diventando l'appuntamento da non perdere dell'estate: se la politica, almeno per un anno e per cause di forza maggiore, si fa da parte, se una direzione curatoriale viene meno, ecco che spunta l'idea di una sorta di autogestione promossa da due compagnie, Fanny&Alexander e Teatrino Clandestino, un reale tentativo “d'azione” che non dovrà passare sotto silenzio: senza mire politiche immediate, spinto dalla stessa molla d'invenzione di pratiche organizzative non calate dall'alto che qualche anno fa animò “Prototipo”. Nasce quindi un coordinamento di compagnie, gruppi e individui dal nome emblematico Potere senza potere, alcune concrete proposte che rivelano sul rovescio della medaglia un ripensamento radicale dello “spazio pubblico” di un festival: “Rilascio lento”, in cui si chiede a personalità della cultura di riflettere sul ruolo di Santarcangelo e dei festival, dieci minuti a testa nelle strade del paese prima dell'inizio degli spettacoli; “Incontrare”, l'invito rivolto alle compagnie ad abitare gli spazi delle repliche aprendoli al pubblico nelle forme che si vorranno; “Nero su Bianco”, che mira a ridiscutere la presenza di un pensiero critico durante la rassegna, ridefinendo anche l'idea di “Giornale del festival”, sviluppato con la direzione Castiglioni e segnato dall'instancabile sprone pedagogico di Massimo Marino, ma troppo spesso disturbato da ingerenze anche interne che ne hanno in alcuni casi minato l'indipendenza e incrinato il rapporto con i lettori. A uno spazio di proiezione di video inediti di alcuni gruppi della scena italiana (“In differita”), si affianca infine il cuore della proposta, che reca lo stesso nome del coordinamento, in cui compagnie, operatori, critici, studiosi sono invitati a lasciare un loro segno nella giornata del 13 luglio, che vedrà alternarsi pensieri e interventi a partire dalle 18 nella piazza di Santarcangelo. Il documento del coordinamento sta in questi giorni girando via mail, ed è aperto a proposte e contributi, mentre il calendario definitivo delle incursioni sarà reso noto qualche giorno prima del 10 luglio. Non ci sono soluzioni immediate Ma allora è forse partendo da questo evento autoorganizzato che si potrebbe abbozzare qualche linea per ripensare il senso di un festival. La storia del teatro italiano ci dice che un festival come quello romagnolo è percepito come evento che imposta una condizione festiva, un tempo “altro” che si distingue per l’alta concentrazione di spettacoli, un marcato rapporto col territorio, una forte densità di incontri (fra artisti e pubblico o nella forma mediata di dibattiti e presentazioni). I festival nascono anche come sponda a un sistema che, è cosa nota, si è dimostrato impermeabile al nuovo: dai festival dovrebbe venire uno sprone per le stagioni invernali, sia per gli operatori sia per il pubblico. Se le prime condizioni appaiono ancora da sostenere, forse è da rivedere l'idea di una rassegna estiva come stimolo per il circuito teatrale invernale. I festival, negli ultimi anni, si sono tutt’al più configurati come “stagioni di serie b”, circuiti paralleli e di seconda mano assolutamente ignorati dal sistema dei teatri stabili e quindi non in grado di sostenere (da soli) una seria distribuzione. Eppure, nonostante tutto, qualcosa potrebbe muoversi. Per esempio l'investimento produttivo di alcune realtà festivaliere ha assunto un certo peso, provando a spostare almeno in parte gli equilibri del sistema. La pratica delle residenze, a patto di evitare scelte di quantità utili solo a racimolare risorse e a fagocitare nuovi gruppi, può divenire un valore di differenza tipico delle stagioni invernali dei festival. Insomma, quella “tradizione del nuovo” prima evocata, potrebbe finalmente trovare lo spazio adeguato proprio grazie al peso (questo sì dovrebbe diventare politico) di alcuni luoghi, sempre che per una volta si mettano al bando appartenenze e “parrocchie” e si agisca in maniera non immediatamente utilitaristica per ritrovare il cambiamento sul lungo corso. Potere senza potere sembra proprio segnalare questa traiettoria, ripensando direttamente anche un possibile senso della tanto evocata “piazza”: non si tratta di appagare le richieste di un pubblico in cerca di svago o di convogliare un'attenzione generica che ricorda troppo da vicino la massa indifferenziata della tv (le notti bianche delle ultime edizioni, nutrite dagli accorati appelli a un ritorno in piazza degli enti locali, adombrano il sospetto di ritrovarsi i Palmiro Cangini a Santarcangelo), quanto di far incontrare segmenti di società potenzialmente affini, che condividono un impegno e una direzione in campi diversi e che per questo faticano a instaurare un dialogo. termini ecologici si assiste a una sorta di inquinamento culturale e di spreco di energie. Perché se è vero che molti tra i lavori più belli che produce il nostro teatro girano soprattutto nel circuito dei festival estivi (cosa totalmente deleteria!), è anche vero che le iniziative degne d’attenzione sono sempre meno e anche i luoghi più radicati sono continuamente a rischio di fallimento. Per il pubblico orientarsi di fronte a un’offerta confusa e omologata è sempre più difficile, distinguere il “fumo” dall’”arrosto” è un’impresa critica per nulla semplice dal momento che la tendenza è quella di annacquare e dunque di offrire un panorama sostanzialmente “lessato”. Ovviamente non dobbiamo dimenticare le opere: se nonostante tutto si torna a Santarcangelo, questo lo dobbiamo in primo luogo a quei gruppi che non rinunciano a parlare delle cose del mondo, spostando volta per volta adesioni e passioni estetiche che oggi da sole sembrano non bastare più. Il programma prevede i debutti di Fanny & Alexander (Emerald City, 11-15 a Longiano) e Teatrino Clandestino (Candide, 16-18) prodotti dal festival, e spettacoli tra gli altri di Motus (Ics movimento secondo, 17 e 18) Kinkaleri, Mk, Socìetas Raffaello Sanzio (Buchettino 18-20). Tra le nuove realtà Muta Imago (Lev, 14 e 15), Te o d o r a C a s t e l l u c c i , S i m o n a B e r t o z z i , Pathosformel (18 e 19 a Mondaino con il nuovo lavoro La più piccola distanza, ma anche i due precedenti spettacoli) Francesca Grilli. Completano il cartellone la sezione per ragazzi, alcuni appuntamenti musicali e la giornata del 19 dedicata al progetto di residenze React! Festival esploso Armunia di Castiglioncello da anni cerca di di andare oltre il festival e colmare le lacune del sistema teatrale di Rodolfo Sacchettini Negli ultimi anni il fenomeno dei festival ha assunto dimensioni inquietanti. Ogni comune, ogni provincia, ogni regione si è adoperata per imbastire un piccolo o grande festival, un piccolo o grande evento. Anche il teatro (insieme alla letteratura, la filosofia, l’economia, il cinghiale e i funghi porcini) ha trovato subito uno spazio di esistenza soprattutto nella stagione estiva. In La Toscana in questo senso non presenta grandi anomalie rispetto ad altre regioni, nel senso che il numero di festival solamente spettacolari, con su mist ici, di pu ro in t ra t t e n ime n t o è esorbitante, ma per fortuna mantiene alcune tradizioni piuttosto radicate che provano a resistere, come il Festival di Volterra o Inequilibrio diretto da Massimo Paganelli. Il primo è un festival centripeto che ruota attorno alla ventennale esperienza della Compagnia della Fortezza, ruota attorno a un carcere che Punzo in tutti questi anni ha saputo trasformare e trasfigurare grazie a una pratica teatrale di grande spessore, il secondo è invece un festival orizzontale che si svolge in gran parte al Castello Pasquini di Castiglioncello e che nel corso degli ultimi anni ha acquistato una natura sempre più definita e un ruolo crescente anche per l’indebolimento di altri festival storici. Il teatro in Toscana sembra ormai da tempo aver abbandonato sia il territorio fiorentino, sempre più una periferia per quanto riguarda la ricerca artistica (salvo qualcosa di Fabbrica Europa e del Teatro Studio Scandicci e i Cantieri della Goldonetta), sia l’area pratese, dove lo Stabile è in fase di “perenne” riformulazione e pare ancora indeciso su quale funzione avere e soprattutto quali responsabilità assumersi. I centri teatrali trovano maggior necessità di esistenza in aree geograficamente periferiche come nel caso appunto di Armunia, che da anni sul litorale tirrenico è un luogo dove confluiscono molte delle realtà più innovative della scena italiana. Ma la particolarità di Inequilibrio consiste soprattutto nella natura del festival che si svolge nell’arco di un paio di settimane nel mese di luglio, ma che è l’esito di un intero anno di lavoro. Perché il Castello Pasquini è un luogo “aperto”, sempre più utilizzato come spazio di residenze artistiche (e sulle residenze, sui pro e i contro, forse sarebbe il momento di discutere seriamente). Quasi tutti i lavori che ad esempio si vedranno in questa edizione del festival – che ha subito tagli economici un po’ improvvisi - hanno avuto una fase di elaborazione al Castello per almeno un paio di settimane e l’intento del progetto, Inequilibrio esploso, oltre a fornire un piccolo sostegno per la produzione, è quello di creare un tessuto di relazioni, facendo incontrare durante le residenze gli artisti tra loro e con gli operatori, e mettendoli in dialogo nell’arco di un anno con un pubblico che coinvolge anche i ragazzi delle scuole. Il maggior pregio di Inequilibrio è dunque quello di esser riuscito nel corso degli anni a creare un pubblico, ad attirare appassionati e curiosi e aver sostenuto in modo continuativo alcuni gruppi. L’atmosfera che si respira, la quantità numerica delle proposte, la grande varietà delle poetiche sono forse le cifre che più lo caratterizzano. Ed è proprio su questo punto che il festival solleva una questione sempre più centrale per il teatro di oggi. Perché un festival può offrire una proposta selettiva, essere lo specchio di una visione artistica ben definita, sostenere pochi gruppi in modo continuativo cercando di individuare e difendere e sostenere con ferocia solo i talenti più forti, sia tra gli emergenti, sia tra le realtà con un percorso più avviato. Oppure, come nel caso di Inequilibrio, il festival può assumersi la funzione di fucina caotica e ampia, dove si cercano sì qualità ma si vuole soprattutto dare la possibilità a un numero molto ampio di gruppi di mostrare il proprio lavoro. Un numero, è bene ricordare, che già oggi, ma soprattutto domani, il circuito teatrale non è per nulla in grado di sostenere. Certo, in un contesto anomalo come quello che stiamo vivendo, si sente molto la mancanza di luoghi “incolti”, luoghi aperti dove sia possibile trovare contesti favorevoli per “crescere” e “nutrirsi”, luoghi anche di caos e di differenze, di imprevisti, sorprese, fallimenti, ma c’è anche da dire che questa dovrebbe essere la funzione primaria di altre strutture teatrali che sembrano non esistere quasi più. Inequilibrio è come se avesse provato, senza rinunciare alla natura di Festival (e dunque anche di vetrina), a dare una risposta anche a questo vuoto, prendendosi dunque una doppia responsabilità e cercando di portare avanti una linea di senso che fa i conti con le contraddizioni e le mediazioni di un contesto insano e pieno di mancanze. Controtendenza Da festival a struttura, la metamorfosi di Drodesera di Gian Maria Tosatti Che l’Italia sia un paese alla deriva – come scrivono Stella e Rizzo nel loro ultimo libro – forse è un dato di fatto. Ma è anche vero che si può affondare in un modo dignitosissimo, come l’orchestra del Titanic, che rimase immobile a suonare mentre intorno si scatenava l’inferno. E forse proprio questa ostinazione, questa estrema resistenza fuori luogo, ha dato un bagliore di grazia salvifica ad una tragedia epocale. E così, mentre si racconta di loro, archetti alla mano e tasti a correre sotto le dita, sembra quasi che i musicisti non siano affogati o morti assiderati come gli altri. Questo atto – in controtendenza - li ha salvati. La premessa è solo per rendere l’idea di come in una ventura decadente come quella dei festival italiani, si possa invertire la tendenza e, provando a salvarsi dalla catastrofe, forse addirittura rafforzarsi, migliorare. E’ quello che è successo a Drodesera, in Trentino, una manifestazione che per motivi geografici è senz’altro meno centrale di altre, ma che a dispetto di ciò, con grande umiltà e attenzione al lavoro degli artisti, ha girato la boa del ventennale alzando lo spinnaker e rilanciando la sfida col vento in poppa. Poche mosse ragionate ed ecco che un festival all’estremo nord della penisola diventa uno dei cardini nodali del nuovo teatro italiano. La scelta fatta tre anni fa è stata chiara: allargare l’impegno a tutto l’anno producendo, ospitando, assistendo gli artisti da agosto a luglio, per poi portarli al debutto in una finestra di dieci giorni a cavallo tra i due mesi che sanciscono la fine e l’inizio delle loro stagioni. Dodici mesi di lavoro e aria fresca per le realtà ospiti, divise sempre in modo equilibrato fra maestri del teatro contemporaneo e giovani promesse. Dietro c’è una direzione artistica molto precisa, che compie scelte da impresario, senza retoriche “democratiche” che non appartengono all’arte. Risultato? A Dro, festival di ricerca, ci vanno tutti, compresi immigrati e signore che se non fosse agosto porterebbero la pelliccia di visone. E’ un miracolo? No, forse è solo il frutto di un luogo comune, cioè che chi sta in alto ha una posizione di vantaggio sugli altri e vede le cose con maggiore lucidità. Fosse un giovane festival questa analisi sarebbe azzardata, ma dopo un venticinquennio, stare ancora all’avanguardia non può essere frutto del caso. Prova ne sia il fatto che Dro non ospita solo artisti, ma anche progetti, nati altrove e che necessitano di una struttura più forte per continuare ad evolversi, come il caso di AKSè, l’officina di scambio sperimentale di materiali fra artisti di diverse compagnie. E allo stesso modo nella Centrale Fies, sede del Festival si svolge un premio internazionale di performance promosso assieme alla Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Trento. E ancora quest’anno c’è stato Fies Factory One, un progetto da 101 performance in 53 città vincitore del bando Nuove Creatività dell’Eti, e prodotto da Drodesera, che si concluderà ad ottobre in una tre giorni nel paese del Trentino. Attraverso di esso la struttura di Drodesera ha potuto implementare la sua capacità di scegliere alcuni giovani giovani teatranti e danzatori (è stato il caso di Sonia Brunelli, Dewey Dell, Francesca Grilli, Pathosformel e Teatro Sotterraneo) e “tirarli su” aiutandoli nella produzione e nella promozione delle loro opere. E allora a guardare l’edizione di quest’anno, appena presentata, si ha un quadro abbastanza chiaro di quali siano i punti centrali di questa politica vincente. In primo luogo una stabilità direttiva che dà continuità e credibilità agli impegni affrontati, e in secondo luogo una attenzione ai percorsi artistici. Perché se si presentano nuove produzioni come East di Fanny & Alexander, accanto ad esso vengono ospitati anche i passaggi che preludono a tale opera, ossia gli spettacoli precedenti del progetto sul Mago di Oz, Him e Kansas. E in questo si tesse una tela di forti relazioni di senso che aiutano lo spettatore a leggere con chiarezza l’evoluzione della nuova scena. E’ il caso ad esempio di Teatro Valdoca, che il pubblico di Dro ha potuto seguire da vicino nelle ultime edizioni del festival, anno dopo anno, durante la sua fase di trasformazione che ha visto prima gli allievi di Cesare Ronconi, brillare sotto la sua direzione in Imparare è anche bruciare, e oggi splendere di luce propria nel progetto Officina Valdoca che vede Vincenzo Schino presentare in apertura di questa edizione Volià, il suo ultimo lavoro da regista (anche questo affiancato nella stessa giornata da una performance site specific di Ronconi e dalla presentazione del libro + film Paesaggio con fratello rotto). Il resto del programma (che può essere consultato su www.drodesera.it) segue questa impronta con tutte le diverse realtà presenti, che vanno da Santasangre, a Sonia Brunelli, da Teatrino Clandestino a Societas Raffaello Sanzio, da Pathosformel a Dewey Dell. Non resta che andare a vedere. Lavorare con cura Itinerario Stabile a Cesena, una ipotesi di sfondamento dei confini per prendere aria di Graziano Graziani Venerdì scorso, 20 giugno, ha preso il via la quarta edizione di Itinerario Festival, manifestazione estiva di Cesena che fino al 29 giugno animerà la sponde del fiume Savio, che costeggia il centro storico della città romagnola e lo divide dalla prima cintura periferica. Come racconta il suo nome, Itinerario nasce quattro anni fa come un progetto mobile, un festival in bilico tra musica e arti visive che girò 15 piazze italiane prima di approdare a Cesena per la sua fase conclusiva, «Itinerario Stabile». Da allora, pur restando ancorato al territorio della città, Itinerario non ha perso la sua vocazione di mobilità e di indagine sui territori, e si è anzi aperto a discipline come l’architettura e le scienze del paesaggio, che ne hanno influenzato le dinamiche progettuali. Nel frattempo performance e arti sceniche sono divenuti uno dei nodi centrali del festival. Nonostante il caldo sia arrivato da poco, in questo 2008 i festival tradizionali hanno cominciato a boccheggiare già da tempo. Piccole realtà come Itinerario sono invece in crescita, e se anche non possono rappresentare un’alternativa alle piazze tradizionali che mostrano cenni di cedimento, di sicuro riescono a tracciare la strada di dinamiche nuove, più a contatto con il pubblico e gli artisti. Per questo, in un momento in cui le strutture storiche sembrano vivere una strana lacerazione, vittime di due forze contrarie – da un lato le occasioni si moltiplicano, dall’altro la loro consistenza è sempre più in discussione – osservare da vicino una realtà come Itinerario, che si sgancia dal modello della vetrina per inventare nuovi percorsi, può dare degli spunti interessanti. “La realizzazione del festival non sarebbe possibile senza alcune collaborazioni preziose – spiega Roberta Magnani, che ne cura la direzione artistica assieme a Dario Giovannini e Samantha Turci – Tra tutte, quella con il Teatro Valdoca, che ci mette a disposizione strutture, uffici, e un preziosissimo confronto sulle poetiche; e con Aidoru, formazione musicale presente fin dall’ideazione della manifestazione. Nelle ultime due edizioni, poi, si è andato consolidando il rapporto con la facoltà di Architettura, che è un tassello molto importante. È iniziato nel novembre del 2006 con un corso tenuto da Cesare Ronconi, i cui risultati si sono proiettati sull’edizione 2007 del festival: quell’anno si rifletteva sul concetto di ‘naturale’”. Quest’anno, invece, il sottotitolo della manifestazione è Circus City. Un percorso sulle costruzioni effimere, sugli effetti concreti che producono nelle città, compiuto assieme a Istvan Zimmermann, artista poliedrico e scenografo della Socìetas Raffaello Sanzio. «Anche questo è il prodotto di un anno di corso tenuto in facoltà – spiega Roberta – in cui si sono studiate le logiche e le dinamiche degli insediamenti antichi. Per il festival abbiamo creato delle strutture lungo il fiume Savio, ragionando sull’idea di confine, sugli effetti del tracciare linee. Il risultato è un insediamento molto tecnologico, ma di impianto antico». Il lavoro che dà vita al festival, insomma, parte da molto prima della progettazione della manifestazione. Itinerario è un percorso che si sviluppa nel corso di tutto un anno, e che nella vetrina del festival non trova la sua unica ragion d’essere, ma piuttosto un punto di approdo e di verifica del lavoro. «Non siamo solo un festival, né una vetrina dove transita solo teatro. Questa è la peculiarità e la forza del nostro progetto. Il cui asse principale risiede in una scelta di costante apertura, verso altre discipline come verso collaborazioni ad ampio raggio. Ad esempio, stiamo iniziando una collaborazione con la rete di compagnie Ipercorpo – di cui fa parte una realtà del territorio, Città di Ebla – e con il MalaFesta, ragionando anche su strategie comuni per reperire risorse». Le dinamiche di apertura, di contaminazione e ibridazione sono probabilmente quelle che mettono maggiormente in contatto Itinerario con gli artisti della scena contemporanea, e allo stesso tempo quelle che maggiormente lo distanziano dai festival tradizionali che oggi vivono una fase di crisi. Ovviamente non si tratta di situazioni equivalenti, e la costante erosione delle risorse destinate alla cultura preoccupa anche dalle parti di Cesena. Ma immaginare modelli e percorsi diversi è un’attività che non produce effetti solo sulla qualità artistica delle manifestazioni. «Negli ultimi vent’anni i festival si sono chiusi al territorio – dice Roberta – e hanno difficoltà ad aprirsi ad ambiti non teatrali. Le prospettive per il futuro, secondo me, risiedono nel lavorare su progettualità diffuse, e non sulle vetrine, che sono troppe. Avere anche il coraggio di programmare meno nomi, ma di sostenere davvero quegli artisti con cui si è scelto di lavorare. Questo risolverebbe ad esempio alcuni nodi legati alla produzione degli spettacoli. Ma soprattutto occorre aprirsi. Nel nostro caso, lavorare in modo diffuso lungo un intero anno significa risolvere automaticamente il problema del coinvolgimento del pubblico. Non solo: la costanza del progetto ci consente di incidere anche sul livello di cultura e di alfabetizzazione ai linguaggi del contemporaneo degli spettatori». Insomma, lavorare con lentezza. E con cura. richiesta di “nuovo teatro” che non trovava spazio nelle stagioni invernali dei grandi teatri istituzionali e poco ne trovava in quelli privati. In questo quadro nascevano a Roma Le vie dei festival (in gemellaggio con Modena), con le quali gettavate il seme per il festival d’autunno. Com’erano quegli anni e cosa ti ha portato a inventare questa formula di festival dei festival? Sì, c’era un dialogo continuo con la ricerca e l’innovazione, i festival erano luoghi in cui si poteva liberamente sperimentare. Però, negli anni 90 arrivava poco teatro extra italiano, a parte gli esempi eclatanti di Polverigi. Abbiamo cominciato insieme a Modena per affinità di vedute, per vicinanza tra le persone, fondamentale. Avevamo uno stesso modo di intendere la politica teatrale. A Roma abbiamo iniziato dicendo che avremmo fatto vedere quello che in città normalmente non passava. Pure essendo una capitale teatrale – come Milano e Napoli per certi versi – e nonostante avesse un bacino di pubblico sterminato, Roma non aveva quel tipo di teatro. I primi anni abbiamo fatto cose “bizzarre” come Marco Paolini che nessuno conosceva. Strade praticabili Intervista a Natalia Di Iorio, madre delle “Vie dei festival” di Mariateresa Surianello Il solstizio di questo fine settimana ci spinge verso l’estate piena, e nella calura che aumenta qualcuno ha già iniziato i pellegrinaggi sulle vie dei festival teatrali italiani e, per chi può permetterselo, esteri. Tra questi viaggiatori abbiamo incontrato Natalia Di Iorio, una delle operatrici teatrali più attive nel panorama italiano, anche per l’attenzione che riserva alle esperienze extra italiane. Molto del teatro che oggi riempie i cartelloni di stabili blasonati lo ha portato all’emersione lei, con un lavoro appassionato e di frontiera. A Roma, con Cadmo, la sua associazione, ha inventato Le vie dei festival, il doppio progetto che prevede la redazione dell’omonimo libretto, che dopo un anno di interruzione torna in libreria oggi, per i tipi della Minimum fax, e il festival che, con lo stesso nome, in autunno raccoglie “il meglio” dei festival estivi. Da cinque anni Di Iorio è direttore del Teatro Marrucino di Chieti, dove ha realizzato uno svecchiamento dei cartelloni con proposte intraprendenti che sintetizzano il suo modo di lavorare. Nei primi anni 90 alcuni festival estivi italiani raggiungevano un grado di maturità eccezionale – alla direzione di Santarcangelo dei Teatri c’era Leo de Berardinis – in particolare per la loro permeabilità all’innovazione. Sono stati luoghi d’accoglienza della ricerca e della sperimentazione dei linguaggi della scena, luoghi d’incontro e di conoscenza, in alcuni casi – tipo Inteatro di Polverigi – anche di esperienze extra italiane. Erano in grado di soddisfare la Ed eravate impegnati anche sul reperimento di nuovi spazi. Anzi, avete proprio incarnato la necessità di creare visioni diverse. Abbiamo ospitato spettacoli con allestimenti particolari. Non è che non ci fossero i teatri adatti a quel tipo di repertorio, c’era il Vascello, il Colosseo... il fatto è che a nessuno veniva in mente di proporre uno spettacolo per trenta persone dentro un corridoio, come è stato per Il ritorno di Casanova (di Marina Cvetaeva con la regia di Ivan Popovski, allestito al Borghetto Flaminio, ndr), uno dei lavori più belli che abbiamo ospitato alle Vie dei festival e che arrivava proprio da Polverigi. Tanti spazi che oggi ci sono a quei tempi non c’erano ancora. Il problema è sempre lo stesso e cioè come si programmano i teatri. A Roma non c’era un teatro che programmasse con un certo criterio quel tipo di lavori. Il pubblico non si riconosceva in un luogo come oggi in qualche modo succede con India. Avevamo anche la necessità di affermare un “qui puoi vedere il teatro del futuro”, ovviamente, secondo noi. Per fare un esempio eclatante, Pippo Delbono non lo voleva nessuno. Noi abbiamo portato Barboni affittando la sala Orfeo dell’Orologio e tanti critici alla fine dello spettacolo mi hanno presa da una parte dicendomi: «Tu sei pazza... come ti è venuto in mente di fare uno spettacolo così...». In quello stesso 1994 vedeva la luce il vostro “libretto tascabile”, la famosa guida ai festival, divenuta da subito uno strumento eccezionale per rintracciare il teatro meno visibile... Festival e libretto sono nati insieme. La ricerca di materiale è stata fatta per poter realizzare il festival, ma quando abbiamo avuto in mano tutte quelle informazioni abbiamo deciso di pubblicare una guida per il pubblico. Abbiamo cominciato a scrivere pensando a spettatori non specializzati, spiegando un po’ quello di cui stavamo parlando. Lo scopo era quello di fornire anche a spettatori occasionali uno strumento per orientarsi nel panorama dei festival. Facciamo un salto di quindici anni e arriviamo a queste settimane di avvio della stagione festivaliera. Oggi, forse per una serie di coincidenze non casuali (cito due situazioni diverse, Santarcangelo e Castilgioncello con Armunia) il modello festival sembra aver raggiunto un punto di crisi, quali sono le cause di questa decadenza? Le cause sono molteplici, in alcuni casi il problema economico è stato determinante, prendiamo appunto Armunia, se avesse più soldi non incontrerebbe le tante difficoltà che invece ha. In altri casi non si verifica una mancanza di danari, ma il problema è la progettualità. Dipendiamo sempre di più dalla politica, è questo il vero problema. E la politica si è messa in testa di fare gli eventi, perché servono a costruire l’immagine dell’assessore di turno. C’è la convinzione che l’evento crei consenso, che serva ad avere voti. Ammettiamo sia vero questo - non lo so – i fondi destinati ai festival vanno comunque a finire su manifestazioni che devono valorizzare le bellezze naturali del territorio dal punto di vista turistico. I programmi sono tutti uguali, si dichiarano unici e internazionali, e invece non lo sono affatto, e puntano solo a richiamare i turisti. C’è una grande confusione tra festival e rassegna, all’assessore fa più comodo quest’ultima per alimentare il consenso popolare. Il festival è un luogo di sperimentazione e lo sono Le vie dei festival. Pensiamo alla prima volta di Nekrosius in Italia, ho dovuto faticare molto per far venire i giornalisti. Come ogni volta che presentiamo un nuovo nome. Ma vogliamo ricordarci di Platel col suo Bernadetje? Alla fine siamo riusciti a portarlo fuori stagione, prima che vendesse l’autoscontro (lo spettacolo si svolgeva su una vera pista di luna park con le sue macchine da scontro, ndr) al Teatro Vascello, perché si sono fidati della nostra proposta. Oggi invece si fa il festival della letteratura, quello dell’umorismo, dell’intelligenza... è diventata una parola abusata. Vent’anni fa Santarcangelo era piena di gente che non faceva questo mestiere, erano persone curiose che venivano a vedere quello che di nuovo si muoveva. Paradossalmente, invece di allargare l’utenza, ci si è chiusi ancora di più nel ghetto. Oggi i festival sono luoghi per addetti ai lavori. Per noi è un po’ diverso, Roma è un banco di prova, alle Vie dei festival gli artisti trovano un pubblico vero, curioso e pagante. Un pubblico “normale”. Poco fa accennavi alla fiducia del Vascello per ospitare Platel, nell’ultimo ventennio si è stabilita una relazione tra festival estivi e stagioni invernali? Quel contatto strategico tra direttori che sarebbe potuto essere utile per diffondere un certo tipo di teatro? In generale sono stati pochi. Noi in alcuni casi abbiamo avuto relazioni strette. E’ successo con festival esteri, con i quali abbiamo collaborato alla produzione. La maggiore difficoltà su Roma è trovare le strutture. E’ chiaro che se puoi portare uno spettacolo a India o al Valle più facilmente richiami pubblico e riesci a lavorare meglio anche con la stampa. Negli ultimi dieci anni ci sono state delle ondate. Non tutti gli anni sono stati uguali. Se abbiamo una spesa in meno, se non dobbiamo pagare il fitto del teatro e abbiamo un aiuto per la scheda tecnica, possiamo ospitare uno spettacolo in più. Con l’apertura di India è stato più facile, però è cambiato anche il nostro lavoro, rispetto ai primi anni. Quando portavamo Marco Paolini, Pippo Delbono, Danio Manfredini, Sandro Lombardi, Toni Servillo, Spiro Scimone lo scenario era diverso. A un certo punto l’Eti con la direzione di Giovanna Marinelli ha aperto il Valle ad altri spettacoli ed è arrivata India, appunto. Noi in quel periodo ci siamo posti il problema e abbiamo capito che quegli spettacoli non avevano più bisogno del nostro sostegno e siamo andati a cercare altro ancora. Ora siamo arrivati a Virginio Liberti, Teodora Castellucci... Il lavoro che facciamo principalmente è quello di promozione, noi non lavoriamo tanto per l’immagine del festival, ma per le compagnie, facciamo pressing sulla stampa e sugli operatori. A volte ci riusciamo, ultimamente è successo con Prima della pensione di Renzo Martinelli e anche con il Teatrino Giullare è tornato con Finale di partita. Egumteatro sta nella stagione di India. Cerchiamo di fare un lavoro di avanguardia. Richiamiamo l’attenzione. Principalmente su Roma, ma chiamiamo anche gli operatori stranieri, Nekrosius a Bruxelles è andato perché lo avevano visto da noi. Per Puppert Company avevamo portato molti stranieri e la compagnia ha potuto fare una tournée all’estero. Come direttore del Teatro Marrucino hai guardato ai festival per preparare le stagioni? Quando sono arrivata a Chieti ho trovato una situazione preistorica, nella città e nell’area metropolitana - Chieti significa anche Pescara, sono due città unite. Lo Stabile di Innovazione faceva quello che poteva, mentre tutti i denari della distribuzione erano sbilanciati su un certo genere di teatro. L’Amministrazione comunale aveva deciso di staccarsi da questo circuito per provare in autonomia, si erano stancati di vedere sempre le stesse cose e volevano capire se c’era un altro teatro italiano. Senza finanziamenti, abbiamo lavorato sugli incassi e con uno sponsor, la Cassa di Risparmio di Chieti, che ha investito ogni anno di più sulle stagioni teatrali. Abbiamo iniziato a portare compagnie che non erano mai state in Abruzzo, dal Piccolo di Milano a Pippo Delbono. Il pubblico ha risposto bene, abbiamo cominciato a ricostruire un “gusto teatrale”, anche organizzando incontri e coinvolgendo le scuole. Abbiamo insomma lavorato molto sulla promozione e sulla formazione di un pubblico. Ora possiamo azzardare, lo scorso anno abbiamo portato la Raffaello Sanzio e, per esempio, ho inserito Elettra di Andrea De Rosa nella stagione del “Classico”. Le reazioni del pubblico sono diverse, perché è molto misto. Ma queste scelte sono importanti per i giovani, che si abituano a vedere spettacoli più “difficili”. Il lavoro rispetto a Roma è diverso, se porto Scarpetta o Alessandro Gassman non devo faticare molto per riempire il teatro. Il problema è che i teatri non vogliono lavorare sulla promozione. E’ più facile scrivere sulla porta Albertazzi anziché De Rosa, ma quando vengono a vedere quest’ultimo sono motivati e non badano solo a “come si porta gli anni quella certa attrice”. Se i teatri comunali facessero questo ragionamento ci sarebbe la possibilità di replicare gli spettacoli più di ricerca, per loro si creerebbe un mercato. Perché quello che abbiamo è un falso mercato. Gli spettacoli di ricerca hanno solo degli scambi, nessuno vuole lavorare su di loro, manca la volontà di proporli, e ci si nasconde dietro al fatto che il pubblico non li capisce. Se fosse così, si potrebbe lo stesso iniziare con la metà degli spettatori e con un incasso ridotto, è per questo rischio che si usano i fondi pubblici. Perché lo Stato dovrebbe intervenire su cose che incassano sicuramente? Perché dobbiamo pagare 15-16mila euro per degli attori che sicuramente incasserebbero quella cifra? Chi programma le stagioni non vuole rischiare?! Sì, nessuno ha veramente voglia di lavorare suoi nuovi spettacoli, questa è la verità. E, da questo punto di vista, i circuiti sono quelli che si comportano peggio, nonostante gestiscano i soldi. Da quest’anno poi la situazione si è molto irrigidita, il pubblico teatrale è calato – i dati che vengono diffusi sono positivi, perché inglobano anche gli spettacoli di Montesano e Proietti. La gente ha meno soldi e non è facile vendere gli abbonamenti, di conseguenza diminuisce anche la voglia di rischiare. I teatri da una parte vanno sul sicuro e dall’altra programmano meno recite. Al contrario, a Chieti Pippo Delbono lo inserisco nel “Classico” che significa replicarlo per tre sere, mentre per le “Nuove scritture” è prevista una sola sera. Qui possiamo rischiare. Certo, tu osi, sono le persone che portano il cambiamento nelle Istituzioni... Su Chieti mi ha aiutato molto l’esperienza delle Vie dei festival e viceversa. Ho imparato molto dal pubblico. Lo consulto spessissimo, io lavoro per il pubblico e per le compagnie, quando arrivano devono trovare il teatro pieno. Uno spettacolo se è “bello” funziona, puoi non capire tutto, ma chi gestisce il teatro deve fornire gli strumenti di lettura, organizzare incontri... Qui si sta aprendo un altro capitolo tragico che è quello della mediazione del fatto teatrale: la critica, l’informazione. Ne parliamo in un’altra occasione? Sì, lasciamo perdere. Si aprirebbe un baratro. Questo è un problema di cui nessuno parla. Se tutti lavorassero nella stessa direzione il teatro italiano si rinnoverebbe. Oggi il problema non è trovare i soldi per la produzione, quelli in qualche modo li trovi. Ma dopo che lo hai fatto, lo spettacolo, dove lo fai vedere? Se un teatro riesce a costruire una certa solidità, si può permettere di ospitare anche le nuove produzioni. Per chiudere questa chiacchierata andiamo al futuro delle Vie dei festival. Non si conosce la cifra, ma almeno sulla carta il progetto sarà rifinanziato dal Comune di Roma. Quindi andrai girando per comporre il nuovo programma? Non si sa ancora nulla di certo. Il nostro budget si è sempre più assottigliato e nonostante sia molto modesto non sappiano se ci saranno quei soldi, comunque mi auguro che non ci facciano morire. Noi stiamo lavorando come se il festival si facesse. Il percorso è lungo, per il libretto abbiamo visto circa mille programmi di festival, tra i quali poi ne abbiamo scelti circa trecento, anche esteri che sono la fonte primaria di ispirazione. Anche se poi dall’estero possiamo portare un solo spettacolo. Mi sono preparata un piano per il giro che farò, ovviamente, ci sono amici e collaboratori fidati. Cerchiamo sempre con lo stesso spirito che è quello di fornire delle indicazioni di strade praticabili. la differenza settimanale di cultura on-line su www.differenza.org direttore responsabile Gian Maria Tosatti in redazione Graziano Graziani, Attilio Scarpellini, Mariateresa Surianello. La rivista è finanziata nell'ambito del progetto Scenari Indipendenti, promosso dalla Provincia di Roma in collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la Regione Lazio.