anno VI
numero 58
novembre 2009
ALLEGRIA!
ALLEGRIA!
Quando è morto Mike Bongiorno ero incredulo,
non perché ci tenessi, ma perché la televisione
non contempla la morte. La manda in onda ma
non fa parte di lei. Ogni cosa nella televisione
può essere riprodotta all’infinito e pertanto diventare immortale. Mike Bongiorno era sempre
stato lì, fin da quando sono nato, ogni giorno, e
pensavo che sarebbe stato sempre così: semplicemente questo.
La mia generazione è di quelle cresciute con la
televisione al posto della baby sitter che a suon
di cartoni animati giapponesi, pupazzi di pezza e
varietà ci ha fatto sentire super eroi in un mondo
fantastico con la famiglia sempre invitata alle
serate di gala più esclusive. La stessa televisione
che è stata la nostra iniziazione sessuale, il “colpo grosso” consumato senza volume quando tutti
erano a letto.
Una cattiva maestra capace di creare esperienze,
addirittura ricordi che sentiamo come nostri.
Ecco perché è difficile parlare di televisione,
come di qualsiasi cosa che noi riconosciamo come
enorme. Non si sa da dove partire, quale direzione intraprendere e soprattutto dove si va a finire. Non si può essere oggettivi con la televisione.
Non esiste una televisione di qualità, è quasi una
contraddizione, perché credo personalmente che
la democratizzazione dell’offerta a cui è costretto
un mezzo come la televisione crei inevitabilmente un appiattimento del livello culturale. Ma poi
ci sono le eccezioni, sono tantissime, e si finisce
per percorrere il tutto in direzione contraria. C’è
l’altra informazione di Report, il nuovo modo di
fare tv di Current, l’idea di fare un altro teatro in
Tv di Marco Paolini, tutte persone ed esperienze
che abbiamo raccolto per questo nuovo numero
di Coolclub.it. Anche la musica è oggetto della tv:
Mtv docet (ma non solo) e che anche l’intrattenimento può essere intelligente (il caso dell’ispettore Coliandro).
Questo numero del giornale dedicato al più popolare dei media esce in concomitanza con This is
it docu film che racconta gli ultimi giorni del re
del pop Michael Jackson, un uomo ucciso anche
dalla televisione.
Segno che esiste anche una tv che fa male, quella
spazzatura (la mia preferita), quella della lacrime a buon mercato, quella degli orrori, della finta informazione, della propaganda e potremmo
continuare quasi all’infinito. Perché la tv è come
lo specchio di Alice solo che dall’altra parte non
c’è affatto il paese della meraviglie.
Osvaldo Piliego
Editoriale 3
CoolClub.it
Via Vecchia Frigole 34
c/o Manifatture Knos
73100 Lecce
Telefono: 0832303707
e-mail: [email protected]
sito: www.coolclub.it
Anno 6 Numero 58
novembre 2009
Iscritto al registro della
stampa del tribunale di Lecce
il 15.01.2004 al n.844
Direttore responsabile
Osvaldo Piliego
Collettivo redazionale
Cesare Liaci, Antonietta
Rosato, Dario Goffredo,
Pierpaolo Lala
Hanno collaborato a questo
numero: Massimo Arcangeli,
Marco Chiffi, Valeria Blanco,
Gabriella Morelli, Federico
Baglivi, Alfonso Fanizza, Tobia
D’Onofrio, Oscar Cacciatore,
Vito Lubelli, Stefania
Ricchiuto, Dino Amenduni,
Vittorio Amodio, Roberto
Conturso, Antonio Iovane,
Valeria Blanco, Mauro Marino,
Francesca Maruccia, Daniela
Miticocchio, Fulvio Totaro
In copertina: Mr Monoscopio
Ringraziamo Manifatture
Knos, Officine Cantelmo,
Cooperativa Paz di Lecce e le
redazioni di Blackmailmag.
com, Radio Popolare
Salento, Controradio di Bari,
Mondoradio di Tricase (Le),
Ciccio Riccio di Brindisi,
L’impaziente di Lecce,
quiSalento, Lecceprima,
Salento WebTv, Radiodelcapo,
Musicaround.net.
ALLEGRIA!
Un Bongiorno d’allegria 6
Parlate due o tre per volta 8
Dal palco al piccolo schermo - Marco Paolini 12
L’inchiesta nasce dalla curiosità - Milena Gabanelli 15
Progetto grafico
erik chilly
Impaginazione
dario
Stampa
Martano Editrice - Lecce
Chiuso in redazione con calma,
contro ogni aspettativa. Non è
vero non ci credete.
Per inserzioni pubblicitarie e
abbonamenti:
[email protected]
3394313397
musica
Giuliano Dottori 20
Radiodervish 22
Recensioni 24
Salto nell’indie - La Tempesta dischi 36
Libri
Nicola Lagioia 40
Demetrio Paolin 42
Recensioni 45
Cinema Teatro Arte
Jason Reitman 52
Dieci anni di koreja a Lecce 54
Recensioni 58
Eventi
Calendario 61
sommario 5
6
UN BONGIORNO
D’ALLEGRIA
Mike, l’italiano e gli italiani
C’era una volta la paleotelevisione. Era quella
degli anni del monopolio (1954-1976), con la sua
precisa identità di format e collocazione di generi, il suo deciso impegno educativo (anche sul
versante della letteratura), le sue escursioni nel
popolare e nel popolaresco, la cognizione del piacere dell’intrattenimento.
In tanti, ipnotizzati dal piccolo schermo, hanno
imparato dal maestro Manzi che non è mai troppo tardi; ma anche lui, il Mike nazionale, ha portato acqua al mulino dell’apprendimento dell’italiano, della sua diffusione dal nord al sud della
penisola. È stato Umberto Eco, in un memorabile
saggio, ad affrontare per primo il profilo comunicativo, fra il surreale e l’imbarazzante, di un “fenomeno” che avrebbe poi attirato l’attenzione di
generazioni di studiosi e addetti ai lavori: semiologi e massmediologi, sociologi e linguisti. La sua
allegria, di là dall’iniziale materializzazione del
pressante desiderio di svago di un paese segnato
dalla guerra, è stata soprattutto emblema di uno
spettacolo che non può interrompersi qualunque
cosa avvenga. L’evergreen Michele Bongiorno,
decennio dopo decennio, ne è stato il più cinico,
straordinario interprete: “Eccola qua” disse imperturbabile – era La ruota della fortuna – mentre una concorrente, accusando un mancamento,
si accasciava a terra; la poverina si ripeteva una
seconda e poi una terza volta e lui, sempre come
nulla fosse: “Sta per svenire un’altra volta”; “Un
momento sta svenendo di nuovo”.
Con la neotelevisione, e quindi la neo-neotelevisione, quasi tutto è cambiato. Si è dissolto il diaframma fra format e generi, il ruolo formativo guai
anche solo a nominarlo, pericolose le derive o le
inarrestabili chine: dal terapeutico divertissement
di un tempo, con i suoi felici scantonamenti nel
ruspante sentimentale, alla cognizione del dolore
dell’emotainment, con le sue teorie di piagnistei,
le confessioni stracciacuori, gli intenerimenti a comando. Volgarità gratuite, risse da taverna, notizie-spazzatura hanno fatto il resto. Come si fa, in
questo clima, a invocare allegria? Eppure Mike c’è
riuscito. Ha recitato fino all’ultimo da Bongiorno
mentre, intorno a lui, tutto precipitava.
In quell’allegria c’era intero il senso di un italiano picaresco e un po’ briccone, impertinente
e farsesco, etichettato in tanti modi: deficitario,
irriflesso, povero, informale standard… Era in
realtà, l’italiano di Bongiorno, non molto diverso
da quel che si potrebbe definire “parlato semplice”, incomparabilmente migliore dell’“urlato
complice” di tanta sconcia, becera, cialtrona tv
del Terzo Millennio. Gli perdoniamo così volentieri tutti gli strafalcioni (“Era ora che se ne vada
a casa!”), le gaffe leggendarie, il machismo e i
doppi sensi, gli impareggiabili slogan involontari
di cui è stato campione. “Peccato, signora Longari, peccato”. Quanti giovani, che seguivano allora
Rischiatutto, l’avranno detto negli anni Settanta
per ironizzare su un insuccesso scolastico altrui.
E quanto si sarà riso nel 1958, quando, di fronte a una concorrente che aveva avuto la stravagante idea di portare in trasmissione un gatto
di pezza “collerico”, Mike pensò si trattasse del
“nome di una nuova razza di felini” (“Corriere
della Sera, 5 dicembre); quando pronunciò Pioics
e Paolovì i nomi dei due papi Pio X e Paolo VI;
quando, a una concorrente che gli aveva detto di
lavorare in una legatoria, rispose quasi con candore: “E cosa lega?”; quando fece diventare una
licenziosa bernarda l’innocente berlanda del testo consegnatogli dagli autori, correggendosi un
attimo dopo l’esplosione d’ilarità generale (“Allora, attenzione donne, qual è il titolo di questa
canzone? La filanda, La belinda, La bernarda?
No, La berlanda, La berlanda”).
“Guarda che più si è ignoranti meglio si funziona, eh sai, te lo dico io. Io per esempio sono ignorante, che son qua da quarant’anni”, disse una
volta. Ignorante? Forse. Ma di quella geniale
ignoranza che se ne infischiava degli svantaggi
culturali e si rimetteva interamente al giudizio
del suo pubblico. “Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo. E il pubblico lo
ripaga, grato, amandolo”. Lo ha scritto Eco nella
sua Fenomenologia. Si sarebbe volentieri appropriato, il re dei gaffeurs, di una nota affermazione di Sant’Agostino: “Melius est reprehendant
nos grammatici quam non intelligant populi”.
Ma chissà come sarebbe uscita dalla sua bocca.
Massimo Arcangeli
ALLEGRIA! 7
PARLATE DUE O
TRE PER VOLTA
Dal pozzo di Alfredino ai tuttologi della domenica
Mercoledì 10 giugno 1981, tardo pomeriggio. Alfredo Rampi, un bambino di sei
anni, cade in un pozzo artesiano a Vermicino, vicino Roma. I tentativi di recuperare il piccolo saranno tanto disperati
quanto vani, ma soprattutto in diretta
televisiva. La Rai per la prima volta appronta una non stop di circa 18 ore – a tre
reti unificate - per seguire l’azione dei soccorritori. Alfredino diventa in poche ore il
figlio di tutti gli italiani. Circa 21 milioni
di persone seguono questo avvenimento,
come fosse Truman Show. Il bambino diventa protagonista del primo reality show
all’italiana. Le immagini dei nani, dei
contorsionisti, degli speleologi, dei vigili
del fuoco che provano a calarsi nel tunnel
scavato per raggiungere Alfredino fanno
emozionare tutti. La voce rantolante del
bambino raggela milioni di cuori. Le immagini del vecchio partigiano Presidente
Pertini che si infuria con i soccorritori
sono il simbolo di una Italia in difficoltà,
sconvolta pochi mesi prima dal terremoto
in Irpinia, dilaniata dallo scandalo della
Loggia P2, preoccupata dal misterioso attentato al Papa e colpita dai ripetuti rapimenti e omicidi delle Brigate Rosse.
Secondo molti, la storia di Alfredino segna la nascita della nuova televisione. Se
quella delle origini era infatti una televisione pedagogica e pudica, dove i giornalisti Rai non potevano neanche permettersi
di dire “membro del parlamento” e le Kessler dovevano coprire le proprie gambe
lunghissime, dove un ombelico della Carrà creava scandalo e dove le spalle al pubblico di Celentano a Sanremo venivano
considerate atto di lesa maestà, tra il finire degli anni ’70 e soprattutto l’inizio degli
anni ’80 succede qualcosa. Intanto arriva
il colore, considerato un male dal comunista Berlinguer, e poi approdano sul piccolo schermo le emittenti private. Come per
le radio libere, le tv private cambiano il
mercato, aprono nuovi linguaggi, danno
un senso al telecomando. Finalmente non
esiste solo Carosello (morto nel 1977) ma
esistono nuovi volti, sempre meno ingessati, che propongono un modo diverso di
fare televisione.
Una battuta ricorrente era: “L’unità d’Italia non l’ha fatta Garibaldi, ma l’ha fatta
Mike Bongiorno”. Come l’hanno fatta Pippo Baudo, Corrado, Raimondo Vianello,
Ugo Tognazzi, Enzo Tortora, Gianfranco
Funari, Raffaella Carrà, Mina, Loretta
Goggi, Renzo Arbore, Francesco Benigni,
Maurizio Seimandi: ognuno a suo modo.
L’Italia cambia e cambia intorno e davanti alla tv. Gli anni ’80, quelli del riflusso,
hanno forse modificato in maniera indelebile questo paese. “La tv della gente per la
gente ha modificato anche il rapporto con
il pubblico”, sottolinea Norma Rangeri,
critico televisivo de Il Manifesto. “Ormai
la tendenza è invertita: la televisione (in
particolare il servizio pubblico) ha smesso
la sua funzione pedagogica, non raccoglie
più il meglio del mondo artistico e giornalistico, ha abbassato il livello critico.
I telegiornali sono la macchina della disinformazione e lo strumento principale
attraverso il quale gli italiani formano un
giudizio e decidono per chi votare”.
Si è arrivati a tutto questo attraverso un
imbarbarimento costante. Un primo scossone arrivò da Drive In la trasmissione
cult degli anni ’80, la madre di tutte le
veline. All’epoca si chiamavano Le ragazze Fast Food. Tutta una generazione di
comici è nata o transitata dal contenitore
creato da Antonio Ricci. Francesco Salvi,
Zuzzurro e Gaspare, Giorgio Faletti, Teo
Teocoli, Sergio Vastano, Carlo Pistarino,
Maurizio Milani, Enzo Braschi, Mario
Zucca, i Trettrè, Massimo Boldi oltre ai
mattatori Enrico Beruschi, Gianfranco
D’Angelo e Ezio Greggio (che poco dopo
avvieranno la giosiosa macchina da guerra di Striscia la notizia) lanciano un nuovo modo di fare intrattenimento in televisione. Quelle che fino a pochi anni prima
sembravano cose impossibili da dire e fare
diventano normali. Ma è solo l’inizio perché da quel momento in poi il driveinismo
sarà il modo costante di fare televisione.
Da lì la tv è andata sempre peggio (o sempre meglio, dipende dai punti di vista)
fino all’arrivo (ma siamo già nei 2000)
9
10
del Grande Fratello e dei suoi derivati. “I reality
hanno cambiato il volto e la funzione del piccolo
schermo”, prosegue Norma Rangeri. “Hanno allargato il buco della serratura, modificando i confini tra pubblico e privato, riverbandone gli effetti
sul brutto spettacolo della politica. Cancellando
dalla tv la professionalità di un tempo con l’invasione della gente”.
Inutile tirare in ballo la cattiva maestra televisione di Karl Popper, ma gli esempi negativi propinati dal tubo catodico sono veramente infiniti.
Basti pensare a tutte le -ine nate in questi anni:
veline, schedine, letterine, scossine e chi più ne
ha più ne metta. Ma anche linguisticamente gli
esempi negativi sono infiniti. E come non sottolineare la fama e la gloria di personaggi come i
tronisti o i sip (self important person) famosi solo
nel giardino di casa e per pochi istanti nei salotti
degli italiani, che venderebbero anche la propria
dignità pur di avere quei quindici minuti di celebrità preconizzati da Warhol. E poi c’è la cosa
più fastidiosa di tutte: la tuttologia tautologica.
Approfondimenti in cui ognuno può dire qualunque cosa su qualsiasi argomento. Una wikipedia
gigante in tv e chi ascolta e vede è convinto che
quella sia la verità. Una televisione che può ridere sguaiatamente, che è cafona, ricca di insulti ma
che spesso non accetta di sorridere.
“Abbiamo sempre fatto satira, irridendo anche
personaggi di sinistra come D’Alema o Rutelli”,
sottolinea Serena Dandini, che quest’anno ha
avuto un po’ di difficoltà a tornare con il suo programma Parla con me su Rai Tre, accusata di essere eccessivamente di sinistra. “Il nostro stile è
quello di una volta. Se non va più bene, non sono
certo cambiata io, ma qualcosa attorno a me. La
lottizzazione c’è sempre stata, ma prima lasciavano fare i programmi a chi li sapeva fare. Ora
succedono cose che non avevo mai visto prima: se
inviti un poeta, qualcuno si informa sul partito
che ha votato e, se ha votato a sinistra, ti viene
chiesto di invitarne uno che ha votato a destra.
Così viene meno la voglia di osare, che è alla base
della creatività”. La politica in tv è diventata
spettacolo. Da Funari in poi, le ingessate tribune
elettorali sono state sostituite dai talk show come
Maurizio Costanzo Show, Porta a Porta, Matrix,
Ballarò, i Santoro, i Lerner, i Piroso, i Telese e
molti altri ancora. In Tv il politico non parla
solo di politica ma cucina, canta, recita versi, si
umanizza. Nell’era del bipolarismo imperfetto,
il politico è una sorta di opinionista che a volte
commenta distaccato addirittura quello che lui
stesso ha fatto. Per non parlare del turpiloquio,
delle baruffe in parlamento, delle risse in tv, del
parlarsi addosso. Il grande Aldo Biscardi durante
una puntata del Processo del lunedì precisò: “Non
parlate tutti insieme, al massimo due o tre per
volta”.
La televisione cambia, si evolve. Dal monopolio
Rai siamo arrivati alla difficoltà di scegliere tra
satellitare e digitale terrestre con centinaia di
canali a disposizione. “Quando inventarono la
televisione a schermo piatto dissero che la forma
avrebbe cambiato in meglio anche il contenuto”,
precisa la Rangeri. “Purtroppo così non è stato.
Ora il digitale amplia l’offerta, quantitativamente. Per la qualità invece il discorso è diverso: perché l’aumento delle piattaforme senza una effettiva modificazione del mercato, senza la fine del
duopolio, lascia le cose come stanno. Al contrario,
Sky ha introdotto elementi di qualità”.
In effetti non si può generalizzare sulla tv. Resistono ancora sacche di programmi interessanti
e intelligenti sia sui canali tradizionali, sia su
quelli satellitari. Ma è il bombardamento la cosa
preoccupante. E l’emulazione è il dato peggiore.
Chi come quelli della mia generazione è cresciuto a pane e televisione, vedeva i personaggi come
qualcosa di inarrivabile, come qualcosa che era
palesemente finto (tranne qualcuno che sperava
di essere Brandon di Beverly Hills o Ridge di Beautiful). Perché quella era finzione, era fiction.
L’emulazione scattava per una rock star, per un
attore cinematografico, per uno scrittore, per un
regista, per un calciatore (per quello che faceva
in campo e non tra le lenzuola). Ora il tronista è
il tuo barista, la star di Amici era la findanzata
di uno che abita vicino casa tua, la velina era tua
compagna di banco all’università: la televisione è
reale. La storia fortunata di chi becca un pacco
milionario è anche la tua. Non devi saper fare
nulla, devi solo essere te stesso e sperare in una
botta del “lato b”. E qualcuno invece di preoccuparsi di cosa passa il convento riapre l’annosa discussione sull’abolizione del Canone Rai. “La Rai
è un’azienda pubblica e deve coprire i gusti di tutti, anche delle minoranze”, prosegue la Dandini.
“Mi sbalordisce che si pensi di inviare il Governo
a controllare se un programma politico è o non è
conforme al contratto di servizio, come sta avvenendo per Santoro. Però mi fa venire l’idea per
una nuova rubrichetta che potrebbe trovare spazio a Parla con me: si potrebbe chiedere alla gente
per quali trasmissioni paga il canone e per quali
vorrebbe non pagarlo”. La straordinaria storia
della televisione italiana ovviamente continua...
Pierpaolo Lala
ha collaborato Valeria Blanco
ALLEGRIA! 11
DAL PALCO AL
PICCOLO SCHERMO
Marco Paolini torna su La7 con lo spettacolo Miserabili.
Io e Margareth Thatcher in diretta dal porto di Taranto
“Ma come faccio senza pubblico?”. Si poneva
questa domanda Edoardo De Filippo prima di
registrare qualche sua commedia per la televisione. Il teatro senza pubblico, senza i respiri
dello spettatore, senza la sua attenzione o i suoi
sbadigli sembrava strano, innaturale al maestro
napoletano. Nei primi anni della Rai la riproposizione televisiva fu usata molto. Ma quella era
la Rai che doveva educare le masse. In Tv in
questi cinquantacinque anni sono passati moltissimi spettacoli e sono stati fatti tanti esperimenti. Non sempre però il teatro in tv funziona:
a volte annoia, a volte è collocato così male nel
palinsesto che restare svegli diventa un’impresa.
Raramente invece lo spettacolo teatrale diventa
un evento televisivo. Cosa che accadde invece il
9 ottobre 1997. Prima serata su Rai Due. Un attore sul palco. Alle sue spalle le alte mura di una
diga. Marco Paolini raccontò in un monologo serrato e struggente, la tragedia del Vajont che nella notte del 9 ottobre 1963 provocò circa duemila
morti. Da quel giorno la storia del teatro sulle tv
italiane forse non è stata più la stessa. Eppure
il rapporto difficile tra televisione e teatro continua a esistere. Dodici anni dopo quel Vajont e
con alle spalle numerose esperienze in tv, Marco Paolini torna su La7 (lunedì 9 novembre alle
21.30) affiancato dai Mercanti di Liquore con Miserabili. Io e Margareth Thatcher in diretta dal
porto di Taranto. Abbiamo approfittato della sua
presenza in Puglia per fargli qualche domanda.
Il suo rapporto con la televisione è stato
molto stretto, lei ha dato il via al ritorno
del teatro, e soprattutto del teatro civile,
sul piccolo schermo. Come è nata l’idea del
Vajont in tv e come nascono questi nuovi
progetti per La7?
La televisione richiede lo sforzo di costruire il
12
contesto giusto senza l’artificio della finzione. Ci
sono storie per le quali non esistono una diga di
calcestruzzo (come per Vajont) o un hangar con
rottami di aereo (come per I-TIGI Canto per Ustica). Per il Sergente era importante trasmettere
il gelo, la fame, la desolazione e la disperazione
della ritirata nel lungo inverno russo, abbiamo
scelto una cava nel cuore di una montagna perché capace di evocare quel sentire senza il bisogno di scenografare la neve. Per Miserabili, che
affronta temi economici, abbiamo scelto un porto
sul tacco d’Italia, punto di incontro (e incrocio)
tra merci e culture, luogo di contraddizioni e
di economia reale. La diretta di uno spettacolo
teatrale in TV non deve essere solo una ripresa
di gesti e parole dentro una scatola. È una sfida
aperta con un mezzo potente, che usura. E ogni
volta che scelgo di andare in televisione è anche
una sfida culturale. La7 ha condiviso con me un
progetto, che si è articolato con le dirette televisive, ma anche con la produzione di documentari (Chi ga vinto, In tempo ma rubato, Ci resta il
nome ndr), mi ha dato la disponibilità di passaggi in prima serata senza interruzioni pubblicitarie, ma soprattutto ha costruito percorsi articolati attorno al tema dello spettacolo. I palinsesti
vengono ripensati per collegarsi all’evento della
diretta. Ecco che la programmazione non ha un
valore estemporaneo, ma prevede un progetto
editoriale.
Miserabili racconta della crisi economica.
Miserabili è una riflessione sul contemporaneo
che viviamo tutti. Si parte dell’economia, ma si
parla soprattutto di cultura. Oggi non ci manca
il pane, ma siamo “miserabili” perché abbiamo
abdicato alle scelte sul futuro per affidarle all’onnipotenza del Mercato. È una “miseria” culturale, più che economica, quella di cui parlo nello
spettacolo. Margaret Thatcher diventa un’icona
di questa visione del mondo mercato-centrica.
Nella sua visione, siamo tutti “uomini donne
famiglie”, è scomparsa l’idea di comunità. Nel
1979 è cominciata una rivoluzione, anche se nei
libri di storia non c’è. Vanno al potere l’ayatollah
Komeini in Iran e Margaret Thatcher in Inghilterra. Da un lato si consuma il divorzio tra oriente e occidente, dall’altro inizia il “pensiero unico,
pensiero stupendo”: il dominio del Mercato. Dopo
la Thatcher - hanno scritto i giornali - tutto era
in vendita.
Perché ha scelto Taranto?
Volevamo lavorare a Sud, volevamo rovesciare la
prospettiva. Taranto è un crogiuolo di contraddizioni, dunque corrisponde all’universo che ci circonda,
ma è anche punto d’arrivo delle merci dal mercato
asiatico all’Europa. Faremo lo spettacolo sul mare,
a qualche km dalla terraferma. Da una parte c’è
il porto, con i container e le merci dall’Oriente,
dall’altra c’è l’Ilva, economia pesante. Questo luogo
è l’incrocio dei mari e di mondi in movimento.
In Tv oltre a lei sono passati spettacoli
di Dario Fo, Ascanio Celestini, Moni Ovadia, Marco Baliani (solo per fare qualche
nome), ma spesso in orari ostici. Qual è il
criterio seguito dai direttori di rete nella
selezioni degli spettacoli?
Forse la domanda va posta ai direttori di rete. Io
ho avuto l’occasione di incontrare persone intelligenti, capaci, curiose. E i progetti si sono fatti,
con cura. Il risultato è venuto, anche in termini
di share. Credo che, in generale, il teatro possa
far bene alla televisione nella misura in cui non
si snatura. L’esperienza degli artisti che ha citato parla chiaro: un ripensamento dello spettacolo per essere portato sullo schermo è, in qualche
modo, uno stimolo a crescere ulteriormente con
quel lavoro.
Qual è la differenza tra una sua “inchiesta
teatrale” e trasmissioni televisive come Report o Blu Notte?
Io non sono un giornalista. Io faccio teatro. Ho
una stima sincera e anche personale per Milena Gabanelli e la sua coraggiosa redazione, ma
Report fa giornalismo mentre io sono un attore.
Blu notte è costruito ugualmente sotto forma di
inchiesta, anche se più “romanzata”. Il mio lavoro, invece, nasce dall’urgenza di costruire un
progetto artistico, un percorso di ricerca che mescola invenzione e storia, denuncia e ironia. Io
posso permettermi di dire cose che un giornalista non può dire, perché l’informazione non è il
mio mestiere. Ma allo stesso tempo ho bisogno
di dire cose diverse da un giornalista, ma anche
di mantenere il suo stesso rigore e precisione. Il
mio lavoro nasce da un punto di vista, articolato
e problematico, ma uno e personale. Credo invece che il buon giornalismo abbia bisogno di indagare i fatti osservandoli da più punti di vista.
La musica è molto presente nei suoi spettacoli. Come mai?
Dall’incontro con i Mercanti di Liquore è nato
un lavoro che mette in musica parole e pensieri.
Credo sia uno strumento efficace per raggiungere il pubblico, per colpire con alcuni concetti, ma
anche per applicare un’ironia che nel parlato non
ha altrettanto senso. Mi sono cimentato anche
nella scrittura di testi per le canzoni ed è stata
un’esperienza divertente, utile, mi ha fatto crescere.
Pierpaolo Lala
ALLEGRIA! 13
OUI, COLIANDRO
C’EST MOI
Intervista a Matteo Bortolotti uno degli autori della
fortunata serie Tv in onda su Rai 2
Oltre due milioni di spettatori a puntata per
la fiction nata dalla penna di Carlo Lucarelli e
giunta ormai alla sua terza serie. Gli ingredienti
per il successo ci sono tutti: un attore bravo e telegenico come Giampaolo Morelli, una storia che
funziona, personaggi comprimari originali e simpatici, i Manetti Bros alla regia e, forse soprattutto, una squadra di sceneggiatori, capeggiati
da Lucarelli, che sanno decisamente il fatto loro.
Matteo Bortolotti, scrittore bolognese classe
1980, autore di Questo è il mio sangue romanzo
uscito con Mondadori, è uno di loro. Con lui abbiamo parlato di televisione, cinema e scrittura.
Tu hai fondato una società che si occupa
14 ALLEGRIA!
di scrittura per il cinema e la televisione,
dal significativo nome di Story First (la storia prima di tutto). Se è vero che negli Stati Uniti questa è una pratica consolidata è
anche vero che in Italia è un’iniziativa del
tutto nuova. Ci vuoi raccontare brevemente da dove nasce l’idea di creare una struttura del genere?
Story First nasce dalla forte richiesta di professionalità nel campo della narrazione. Parlare
di scrittura è riduttivo. Abbiamo cercato, negli
anni, seguendo gli esempi del mercato anglosassone, di costruire una struttura, un laboratorio
d’idee e non solo, che fosse qualcosa di più di un
gruppo di autori e creativi, abbiamo messo assieme una sana predisposizione all’impresa con
una fondamentale tendenza all’artigianato, senza abbrutirci nel gioco perverso dell’artismo che
domina il nostro Paese. Story First è un marchio
che garantisce progettualità e autorialità, in grado di mettere in atto progetti sperimentali (abbiamo scritto videogiochi, pubblicità narrative,
creato sinergie tra il mondo della letteratura e
quello del cinema) oltre al lavoro pre-produttivo
in cui ci siamo specializzati. Aiutiamo le produzioni a far nascere i loro film e telefilm, siamo
ostetriche e dottori delle storie.
Hai lavorato tra le altre cose alla sceneggiatura dell’Ispettore Coliandro, a mio avviso
una delle migliori serie televisive italiane.
Quanto conta nel successo di Coliandro il
fatto che a lavorarci ci sia una “squadra”
di scrittori?
La squadra è tutto, e quella de l’Ispettore Coliandro è diventata ormai una grande famiglia
che si estende dagli addetti alla scrittura fino a
tutti quelli che partecipano alla realizzazione. Ci
conosciamo tutti e siamo molto uniti. Il lavoro di
Carlo Lucarelli è quello di un instancabile direttore d’orchestra, e lo fa con suoi colleghi di sempre come Giampiero Rigosi, me, Andrea Cotti...
Tutti di Bologna, tutti amici da anni. Devo molto
a ciascuno di loro, per la mia formazione di scrittore e sceneggiatore.
Tranne in alcuni e pochi casi (penso alla
serie di Romanzo Criminale, all’Ispettore
Coliandro, o ad alcuni episodi di Crimini)
la distanza tra la fiction italiana di genere
e quella d’oltreoceano (e citiamo soltanto
alcuni esempi come 24, The Shield, l’intramontabile C.S.I., Cold Case, Senza Traccia,
i recenti Shark e Life on Mars) è ancora
enorme. Secondo te si tratta soltanto di una
questione di budget o è dovuta anche al coraggio di alcune scelte, come i temi trattati
e il modo di trattarli?
Il budget è comunque importante, ma dipende
da come lo si spende... la storia viene prima di
tutto. Se le produzioni in Italia investissero di
più nella scrittura, probabilmente avremmo una
televisione migliore, e chissà, anche un Paese
migliore. Ok, ho dato una risposta troppo idealista per essere uno scrittore di noir.
Una recente tendenza nella fiction americana è quella di scomodare giganti del cinema come Glenn Close, Harvey Keitel, James Woods, Tim Roth, che prestano il loro
volti ai protagonisti delle serie. Credi che
questa potrebbe essere una strada che potrebbe prendere piede anche in Italia?
Da quello che so, sono proprio gli attori del cinema che vogliono partecipare ai serial, e questo
perché in America attualmente la migliore scrittura per l’audiovisivo è nella serialità. Le idee
più coraggiose, i temi più pruriginosi, le passioni
più coinvolgenti. La sperimentazione. In Italia
da diversi anni i film tv hanno come protagonisti
diversi grandi attori, ma dobbiamo combattere
contro la superstizione che tende a distinguere
troppo tra cinema e televisione e ci fa pensare
che un prodotto televisivo dev’essere per forza
studiato per un pubblico ebete. Sono sciocchezze tutte italiane. Più una storia è popolare, più
dev’essere stupida? Andatelo a dire a Hugo, Zola,
Checov...
Come è cambiato secondo te il modo di scrivere per la televisione in Italia dal 1954 a
oggi?
All’inizio ci si arrangiava, ma lo si faceva bene.
In Italia abbiamo avuto grandi autori televisivi
e grandi sceneggiatori... non abbiamo mai avuto
una vera e propria industria (nel senso buono del
termine, perché c’è un senso buono). Ci abbiamo
provato negli anni ‘60 e ‘70... poi qualcosa è cambiato. Si è creato un monopolio, non c’è più stata
concorrenza (nel senso buono, come sopra). Chissà con l’apertura del mercato europeo...
La televisione può essere ancora in qualche
modo un mezzo potenzialmente “educativo” o è ormai definitivamente compromessa dall’affollamento di veline e programmi
spazzatura?
Trovo le veline molto educative. Ci dicono molto
della direzione che sta prendendo la comunicazione in questo Paese, un’arma a doppio taglio,
lo dico a tutti quelli del “partito del culo in primo
piano”.
La fiction di qualità può essere il nuovo veicolo per trattare temi sociali anche scomodi, mascherandoli magari con la facciata
dell’intrattenimento?
Le storie sono questo. L’intrattenimento può essere un mezzo velocissimo per comunicare agli
altri, divertendo si possono dire molte cose. È importante non concentrarsi troppo su quello che si
vuole dire o si rischia di diventare degli autori impegnati e soporiferi, bisogna far lavorare assieme
l’autore e il bambino che sono in noi.
Dario Goffredo
ALLEGRIA! 15
In foto: Kurt Cobain
LA EMME
MAIUSCOLA
Breve storia della musica in televisione
È un dopopranzo infrasettimanale qualunque.
Per strada ci sono macchine col tergicristalli acceso e pozzanghere che rischi di annegarci
dentro. In casa non piove ma fa freddo uguale.
Per assecondare la digestione salto con un agile
e veloce gesto dalla ‘sedia del pranzo’ al ‘divano
del tutteleore’. Parte lo zapping compulsivo e tra
le centinaia di canali alla fine mi fermo sul più
famoso canale musicale del pianeta dove c’è un
programmino in diretta per adolescenti condotto
dalla fidanzata di George Clooney (apparentemente sembrano parole messe a caso ma giuro
che è vero). Total Request Live è uno dei programmi più fortunati di Mtv Italia. È all’undicesima edizione e conta quasi 2000 puntate. Peccato che secondo indiscrezioni sta per essere chiu16 ALLEGRIA!
so, o meglio ‘ridimensionato’, dopo che la crisi ha
invaso anche i corridoi della direzione centrale
dell’emittente. Ad inizio estate 2009 Mtv Italia
ha licenziato 100 persone e per la prima volta
ha dovuto affrontare uno sciopero dei dipendenti
con tanto di striscioni e slogan. C’è crisi dappertutto, parafrasando Bugo.
Quando si mette in mezzo Mtv ci sono sempre
diverse scuole di pensiero. Una la vuole come il
primo vero contenitore musicale mediatico, che
ha favorito la diffusione e la popolarità di molti artisti e sviluppato il modo di fare musica ‘in
video’; dall’altra parte invece c’è chi sostiene che
Mtv sia la morte dell’indie-pendenza e di tutto
ciò che è sotto-cultura (si sa che le cose alternative hanno il trattino in mezzo). Certo la tv più
amata/odiata dal mondo musicale è cambiata
molto negli ultimi anni.
Così per onor del confronto riesumo da un vecchio scaffale una VHS impolverata. È datata
1994. C’è registrato sopra uno speciale di Mtv
sui Nirvana che qualche mese prima avevano
pubblicato ‘In Utero’ e che poche settimane dopo
avrebbero visto trapassare il loro leader. Il filmato è interamente in inglese visto che in quegli anni il segnale europeo era unico e tutta la
programmazione e le classifiche e le pubblicità
erano in inglese. I video di Cobain e soci sono
inframmezzati da filmati di Pearl Jam, Depeche
Mode, Stone Temple Pilots e tanta tanta pubblicità finché non esce anche Krist Novoselic che in
un’intervista parla della difficile situazione in
Bosnia all’epoca, e penso ‘diamine, questa è tv di
qualità’. Le differenze tra il programma patinato
e digitale del 2009 e la programmazione di 15
anni prima sono evidenti. Ma nel 1994 Mtv aveva già diversi anni di esperienza e di programmi
di successo alle spalle.
Il 1° agosto 1981 Mtv Music Television, canale
televisivo statunitense di proprietà della holding
Viacom, trasmette le sue prime immagini. Dopo
un breve spot (l’allunaggio dell’Apollo 11 modificato con il logo dell’emittente), il primo video
trasmesso fu Video Killed The Radio Star dei
Buggles. Nel 1987 l’emittente sbarca sul vecchio
continente e diventa Mtv Europe trasmettendo
prima da Amsterdam e poi da Londra.
Mtv arriva in Italia appoggiandosi a piccole
emittenti locali per poche ore al giorno finché nel
1995 firma un accordo con Telepiù e trasmette
così sulle frequenze del canale Telepiù 3 per 13
ore al giorno. Due anni dopo nasce ufficialmente Mtv Italia, il cui segnale sarà trasmesso sulle frequenze di ReteA. Il 1° settembre del 1997
viene organizzato il primo Mtv Day che lancia il
canale tutto italiano della storica tv.
Un sostanzioso cambiamento si ha nel 2001
quando Mtv Italia Srl viene rilevata dalla Telecom Italia Media che ha acquistato i canali TMC
e TMC2 trasformandoli rispettivamente in La7
e Mtv. Questa è l’ultima vera trasformazione
del canale musicale che in Italia diventa ormai
tra i più seguiti dai giovani. Nel frattempo ReteA avvia la collaborazione con il canale tedesco
Viva, cambiando nome in ReteA-All Music fino al
2004, restando però sempre un gradino indietro
rispetto alla varietà che Mtv riesce a costruire
sia a livello di programmi che di pubblico. L’offerta infatti cresce col passaggio al segnale satellitare. Nel 2003 nascono Mtv Brand New e Mtv
Hits, due canali spin-off con una programmazione più mirata.
Mtv è una televisione che è cresciuta molto, sia
a livello economico che di influenza culturale sui
giovani e certo oggi non potrebbe pubblicizzare
le camicie di flanella di 15 anni fa perché è cambiato tutto, dalle persone alla musica, al modo
di fare/vendere musica. Non entro nel calderone
internet e prendo in considerazione solo le tv.
Nel 2006 ad esempio nasce Qoob un canale molto più alternativo e meno commerciale rispetto
ad Mtv. In realtà già nel 2005 si chiamava Yos e
trasmetteva filmati underground, cortometraggi
e videoclip indipendenti. Poi divenne Flux e infine Qoob. Ora Qoob è anche un canale visibile
in streaming sul web e produce diversi contenuti
video e non. Eppure anche Qoob nel suo essere
‘diverso’ è un prodotto della Mtv Italia Srl. E il
cerchio si chiude.
All’esterno del cerchio poi c’è da ricordare Rock
Tv, nata nel 2001 ad opera di Adriano Galliani
(si, il figlio del vicepresidente del Milan; no, lui i
capelli ce li ha e pure lunghi, da metallaro) e che
si occupa di generi come rock, metal e varianti
avendo anche un discreto successo.
Riuscire ad essere credibili in tv è difficile. Se
poi un canale come All Music ti propina anche
The Club (una specie di community per idioti
che è diventata la parodia di se stessa) allora
si che non ci si riprende più. Però la credibilità non sempre coincide con la qualità. Il punto
sta nel fare ascolti e avere pubblico. Il pubblico
porta sponsor. Gli sponsor finanziano i prodotti.
La solita storiella della domanda e dell’offerta.
La stessa storia di qualunque rivista con molta
pubblicità dentro che viene subito tacciata di essersi ‘svenduta al business’. Del resto anche Mtv
nei suoi inizi aveva molta pubblicità e passava
anche spot di truzze compilation dance che poco
avevano a che fare con lo spirito della buona musica. I media sono business ed è inutile che ci si
convinca del contrario.
La musica prima di Mtv e delle televisioni musicali non prestava molto spazio all’aspetto video.
C’erano i booklet dei dischi, c’erano le scenografie dei concerti o i costumi di scena che si prestavano alla sperimentazione di nuove forme e nuovi modi di esprimere la creatività oltre al nastro
registrato. Con lo sbarco in televisione la musica
ha sviluppato nuove forme, sia di realizzazione
di videoclip, che negli anni è diventata una scuola anche per registi di professione, che di merchandising. Così Mtv è cambiata come son cambiati gli strumenti per ascoltare musica. E non
chiedetemi che ci faccio ancora con delle VHS ed
un videoregistratore funzionante in casa.
Marco Chiffi
ALLEGRIA! 17
L’INCHIESTA NASCE
DALLA CURIOSITÀ
Intervista a Milena Gabanelli, ideatrice
e conduttrice di Report
Quando si parla di buona televisione si cita sempre Report, la trasmissione di inchiesta di Rai Tre
condotta e coordinata da Milena Gabanelli.
La giornalista nel 1991 abbandona la troupe e
inizia a lavorare da sola con la sua videocamera.
Inizia a insegnare video giornalismo nelle scuole. “Ho iniziato per caso, con una collaborazione
a Rai3 nel 1981. Un passettino alla volta, ho accumulato esperienza in una direzione che già da
allora mi era ben chiara”.
È difficile continuare a fare inchiesta in Italia.
Report quest’anno ha rischiato, tra l’altro, di non
avere la tutela legale. “Togliere la tutela legale,
in un Paese come l’Italia, vuol dire che il giornalismo d’inchiesta non si fa più. Mi spiego meglio:
nel nostro Paese si possono intentare cause civili
per diffamazione anche in assenza del fatto diffamatorio. Ciò significa che si fanno richieste di risarcimento danni miliardarie solo per intimidire.
In altri Paesi ciò non accade, perché chi intenta la
causa per soli scopi intimidatori poi rischia, a sua
volta, una sanzione per lite temeraria”.
Report ha tredici anni di vita e molte querele alle
spalle. “Sono in corso una trentina di processi. In
tanti anni di trasmissione, però, le cause penali
si sono sempre concluse con sentenza di assoluzione o archiviazione. Sul piano civile, invece,
finora abbiamo avuto solo una condanna alla
quale abbiamo presentato ricorso”.
Le inchieste di Report sono serie e articolate,
spesso durano anche mesi. “L’inchiesta nasce da
una curiosità, da una documentazione, da fatti
di cui siamo a conoscenza che poi si vanno ad
18 ALLEGRIA!
approfondire. In media, realizzare un’inchiesta
richiede tre o quattro mesi, a volte anche un
anno. Insieme al direttore di Rai3 io mi occupo
di indirizzare, supervisionare e coordinare i collaboratori. E, ovviamente, conduco”.
Spesso dai servizi di Report si riceve una spinta
per cambiare le cose. “Quasi tutte le inchieste
hanno conseguenze, se non altro perché qualche
milione di persone che prima non sapeva una
cosa, poi la sa. I cambiamenti veri, però, possono
arrivare solo col mutamento dei comportamenti
dei cittadini. Occorre cambiare i modelli di riferimento. Quando la classe dirigente è composta in
gran parte da persone che agiscono nell’interesse
personale e non per servire quello generale, o da
persone incompetenti che invece di essere mandate a casa fanno carriera, è difficile sviluppare
una cultura “morale”, in cui sia chiaro il confine
fra ciò che è lecito e ciò che non lo è”.
Non tutto però in Italia non funziona. “Abbiamo
un modello di servizio sanitario pubblico che ci invidiano nel mondo. Lo dimostrano quelle regioni
dove le cose funzionano perché i dirigenti sono
scelti in base al merito e non con criteri clientelari. Certo, anche qui ci sono casi in cui la politica
cerca di esercitare malamente il controllo”.
Milena Gabanelli è anche un’attenta telespettatrice. “Si è portati a pensare che io guardi solo
programmi impegnati, d’informazione. Non è
vero: in tv guardo un po’ di tutto. Tutto quello
che mi diverte e mi coinvolge, basta che sia ben
fatto”.
Valeria Blanco
DAL WEB ALLA TV
Davide Scalenghe racconta l’esperienza di Current Italia
Current Tv è un network televisivo internazionale fondato nel 2005 da Al Gore, ex vicepresidente
degli Stati Uniti e premio Nobel per la pace. Si
fonda sull’interazione tra web e tv e sul concetto
degli User Generated Content, dunque conta sulla
partecipazione attiva del pubblico che propone e
fruisce dei contenuti. L’Italia è il primo paese non
anglofono dove Current tv ha deciso di approdare
poiché Al Gore è rimasto colpito “dal grande dinamismo degli italiani, dalla loro creatività, dal
loro ingegno”. Current Tv ruota attorno al sito
internet ma negli ultimi tempi si è anche affermata tra le emittenti più seguite in onda su Sky
(Canale 130). “La partecipazione del pubblico al
canale avviene su livelli diversi”, ci spiega Davide
Scalenghe, trentenne Director, International Reporting e host del Vanguard per Current Italia. “Il
primo è l’upload diretto sul sito dei video di breve
durata realizzati direttamente dagli utenti. Tutti
i membri della community possono così guardare,
votare e commentare. In questo modo i video vengono portati alla nostra attenzione. La redazione
sceglie così se acquistare il video e se mandarlo
sul canale satellitare. Il secondo livello interviene
poiché non possiamo pretendere che tutti sappiamo realizzare un prodotto televisivo valido. Abbiamo dunque deciso di accettare non solo video
ma anche suggerimenti sulle storie da raccontare. Siamo poi noi a realizzare il video e a seguire
questo approfondimento”. Internet e la tecnologia
stanno cambiando radicalmente il modo di fare
comunicazione, le fonti sono molteplici. Tutto
questo rappresenta per molti la possibilità di fare
informazione anche se con rischi sulla qualità dei
prodotti che alla fine vengono proposti. “I limiti ci
sono e sono grandi. Finché un prodotto rimane on
line è facile da gestire. Un video non montato bene
è accettabile on line, il problema è trasportarlo
in televisione soprattutto in un palinsesto come
quello di Sky dove gli utenti hanno sottoscritto un
abbonamento. A chi fa zapping non interessa da
dove o da chi provengano i video. Si ferma se la
qualità è di un certo livello. Quindi tutti i video
che arrivano dal pubblico vengono finalizzati per
cercare di massimizzarne l’impatto audio video”.
Ma quali sono i temi di Current? “Non ci sono temi
particolari. La maggior parte delle notizie e dei video che sono su Current non vengono trattati dagli
altri canali. Pensiamo alle indagini sul Vaticano o
ai video su Berlusconi. Poi ci sono i temi internazionali, i servizi di costume e società e la rubrica
senza censura, dove si mandano spezzoni di video
senza commento”. La trasmissione di punta del
palinsesto è Vanguard. “Il team è composto da cinque giornalisti che firmano i servizi internazionali
e che noi mandiamo semplicemente in onda. In
Italia invece scegliamo dei contenuti e cerchiamo
di realizzare il servizio coinvolgendo i video maker che avevano già proposto qualcosa sul sito.
In questo momento collaboriamo con almeno una
quindicina di persone, tra i 20 e i 40 anni, non tutti
giornalisti professionisti o con il tesserino ma che
abbiano la voglia di fare inchiesta, di raccontare
una storia. Una volta che viene selezionato un
tema si lavora a stretto contatto, sul concetto, sul
testo, su come girare, su come montare. Cerchiamo comunque di non mandare in un posto qualcuno che non conosce la zona. Come dire cerchiamo
sempre di scegliere giornalisti che conoscano bene
il giardino della propria casa”.
Gabriella Morelli
ALLEGRIA! 19
MUSICA
GIULIANO DOTTORI
Niente canzoni d’amore
Giuliano è un amico, una persona capace di conquistarti in poche battute. E la sua musica gli
somiglia. Dopo l’esordio nel 2007 con Lucida Giuliano torna con questo Temporali e rivoluzioni. Registrato alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani
con la produzione del sempre prezioso Giovanni
Ferrario il disco segna una nuova stagione musicale ed emotiva di Giuliano, un disco molto personale
e intimo per certi versi per altri una riflessione sul
tempo e i luoghi che viviamo. Canzoni che danno
del tu ed un bellissimo invito all’ascolto.
Lucida ci aveva conquistato, questo
tuo nuovo Temporali e rivoluzioni ne
rappresenta in un certo senso l’ideale
continuazione, ma ci sono piccole grandi
“rivoluzioni” al suo interno. Prima di
20 MUSICA
tutto nel suono, che appare più intimo per
certi versi, più curato anche più aderente
al senso steso delle canzoni. Che lavoro
hai fatto? Di sottrazione? Di ricerca? O
semplicemente passa il tempo?
Per passare, ahimé, il tempo passa! Di base la
differenza più importante rispetto a Lucida
consiste nel diverso approcccio al lavoro. Il mio
disco d’esordio è stato frutto di un lavoro molto
lungo e a tratti maniacale, mentre Temporali e
Rivoluzioni è in qualche modo una risposta a un
momento emotivo molto preciso. C’è un’urgenza
enorme in questo disco. Per questo è stato finito
in un paio di mesi, mixato su banco, senza
possibilità di tornare indietro. Il suono è molto
più crudo, senza arrangiamenti sofisticati.
Inno nazionale del mio isolato è una
canzone che parla della tua città, ma non è
la sola occasione in cui ciò che ti circonda
entra nelle tue canzoni. Quanto Milano, la
sua scena musicale ma anche il suo clima in
generale influenza la tua scrittura?
Inno nazionale del mio isolato è una
canzone sull’Italia di oggi, sui suoi orticelli
e sull’individualismo sfrenato regalatoci da
quindici anni di berlusconismo. Poi Milano,
certo, è emblematica da questo punto di vista.
Milano è piena di persone che si sfiorano ma non
si toccano, che si salutano ma non si parlano.
di scrivere una canzone come Pezzi di vetro mi
ritirerei subito dalle scene.
E poi l’amore, è in qualche modo il motore
che muove molte delle tue canzoni, ma c’è
di più c’è speranza, c’è resa, ci sono case e
partenze. Il tuo modo di scrivere sembra
vivere una nuova stagione fatta di liriche
più tese legate ai sensi, alle metafore, ma
anche al racconto. Ce ne parli?
Sai sull’argomento “amore nelle mie canzoni”
ormai me la vivo con rassegnazione. Credo che
da un certo punto di vista sia colpa di Alibi che
è senza dubbio la mia canzone più celebre e mi
ha appiccicato l’etichetta di cantautore acustico
che canta d’amore. Pensa che il primo disco era
stato da alcuni criticato perché troppo incentrato
sull’amore dimenticando canzoni come Nel cuore
del vulcano o Milano e io, che sono per altro
centrali in quel lavoro. Fino a qualche tempo
fa me la prendevo pure per questa cosa, ma ora
come ti dicevo mi sono rassegnato! In Temporali
e Rivoluzioni non c’è nemmeno una canzone
d’amore, né tantomeno una che si muova sulla
solita tematica lei-mi-ha-lasciato-oddio-comesono-disperato. È un disco che parla di me, ma
parla tanto di quello che mi circonda. Parla
della difficoltà di cambiare il proprio sentire,
dell’impossibilità di rinnovare ciò che ci circonda.
È un disco molto amaro.
Questo disco segna una nuova avventura
anche dal punto discografico, cosa è
cambiato? Tra le tante cose, in cosa sei
impegnato? Sappiamo di progetti anche
qui nel Salento, ce ne vuoi parlare?
L’esperienza del “Re non si diverte”, la mia
prima etichetta, finì pochi mesi dopo l’uscita
di Lucida. Vengo di fatto da due anni di totale
autonomia e di totale autoproduzione, tranne
che per i concerti. Se da un lato è certamente
bello aver quel tipo di libertà, dall’altro mi sono
reso conto che avere un team di persone con cui
cofrontarsi e decidere ti apre molte possibilità.
Da questo punto di vista mi trovo benissimo con
Via Audio, una realtà senz’altro piccola che però
ha molta voglia di crescere e ha le idee molto
chiare su cosa fare e su cosa non fare.
Per rispondere alle altre due domande,
attualmente ho due grandi progetti oltre al mio
personale percorso di cantautore. In primis ci
sono gli Amor Fou, una band in cui sono ormai
impegnato al cento per cento e con cui stiamo
facendo belle cose. Abbiamo finalmente trovato
una formazione stabile dopo le peripezie iniziali
e questa cosa sta dando ottimi frutti. Stiamo
ultimando il nuovo disco che dovrebbe uscire a
inizio primavera 2010. L’altro grande progetto
si chiama Jacuzi ed è il mio studio oltre che la
realizzazione di un sogno (molto comune fra i
musicisti, lo so), un luogo dove poter produrre,
arrangiare e provare in totale tranquillità.
Questo secondo progetto coinvolge in qualche
modo il Salento perché in Jacuzi ho cominciato
a lavorare con Lucia Manca, una cantautrice
che ho conosciuto l’anno scorso in occasione di
un concerto di Amor Fou. Siamo all’inizio del
lavoro e dunque è difficile fare previsioni. Per
ora l’obiettivo è semplicemente mettere insieme
le canzoni del suo disco. Ma il talento c’è, quindi
contiamo di tirar fuori qualcosa di bello.
Osvaldo Piliego
Abbiamo già avuto modo di parlare della
nostra passione per Ed Harcourt, il tuo
sound non è propriamente italiano eppure
le tue canzoni lo sono molto (nel senso
più positivo del termine). Quali sono gli
ingredienti di questo disco?
Ed Harcourt resta sempre nel mio cuore, così
come tanti altri artisti inglesi e americani: penso
a Joseph Arthur, a Patrick Watson, a Sufjan
Stevens. Dopodiché il sound di questo disco,
grazie al produttore Giovanni Ferrario, è molto
‘old style’, vira più verso i Beatles o i Television.
In Italia i miei riferimenti sono pochi: un disco
per tutti, Rimmel di De Gregori. Fossi capace
Alla fine del disco si ha una strana
sensazione … sospesa nel giudizio, come se
il viaggio portasse a una mezza sconfitta,
l’uomo che racconti, alla fine, vince? O è un
pareggio?
Questo disco ha un percorso tematico al suo
interno e il finale è volutamente sospeso proprio
per dare all’ascoltatore questa sensazione.
Dunque ognuno è libero di darne l’interpretazione
che vuole.
MUSICA 21
RADIODERVISH
Ascoltare il mare per raccontare storie
Due anni dopo L’immagine di te i Radiodervish
tornano nei negozi con Beyond the sea, da poco
uscito per Il Manifesto. Un disco molto diverso
dal precedente per scelta linguistica e sonorità.
Il cantante palestinese (cittadino italiano da
due anni) Nabil Salameh e il musicista barese
Michele Lobaccaro, da oltre venti anni protagonisti di questo interessante esperimento musicale, abbandonano l’italiano (tranne un brano)
e ripropongono invece un disco ricco di lingue.
Nove brani in cui si alternano arabo, inglese,
francese, spagnolo e italiano. Due anni fa Nabil
sottolineava come “all’inizio venivamo etichettati come un gruppo italo palestinese ma la definizione credo sia molto più semplice. Noi siamo un
gruppo dell’Italia di oggi, siamo il mosaico che
rispecchia questa società multiculturale che è si
evoluta che produce, crea, lavora”. Oggi i Radiodervish sembrano invece un gruppo dell’Europa
contemporanea anzi del Mediterraneo per scelta di lingua e di suoni. “Non siamo un gruppo
italiano o arabo”, sottolinea Michele Lobaccaro,
bassista e autore con Nabil di testi e musiche, “e
con questo disco abbiamo pensato ad un respiro
22 MUSICA
europeo e mediterraneo. Le lingue in cui scriviamo i pezzi sono legate alle sensazioni delle idee
iniziali. Alcune sono rese meglio con una lingua
piuttosto che con un’altra. Dietro ogni lingua ci
sono una serie di emozioni, di paesaggi, c’è un
immaginario che ti permette di navigare e di
rendere più efficace emozionalmente il pezzo.
Noi scegliamo le lingue come si scelgono gli strumenti. Ogni lingua ha un suono, ha determinate
frequenze. È una questione di sonorità. È una
scelta molto di pelle”.
Anche le sonorità sono decisamente meno
pop del precedente lavoro.
Questo disco nasce sul concetto del mare,
sull’idea che esso sia un contenitore, uno scrigno
nel quale si sono riversate storie delle varie epoche. Volevamo far parlare il mare e metterci in
una posizione di ascolto. Il disco è nato tra la Puglia e Gerusalemme, città ricca di sfumature spirituali diverse ma che allo stesso tempo richiede
essenzialità. A partire dalle composizioni e dagli
arrangiamenti, realizzati con Alessandro Pipino e Saro Cosentino, siamo andati alla ricerca
due protagonisti della Gerusalemma liberata di
Torquato Tasso, o dalla Bibbia, come in Jonas.
Dopo il primo concerto a Betlemme siamo tornati molte volte in Israele, abbiamo anche suonato
a Tel Aviv. In questi viaggi abbiamo incontrato
e conosciuto i musicisti dell’Orchestra, abbiamo
condiviso molte esperienze e abbiamo voluto che
fossero presenti nel disco. L’Orchestra è una realtà interessante perché rappresenta un esempio ideale di convivenza artistica e religiosa con
musicisti cattolici, ebrei e musulmani.
dell’essenziale. Volevamo mettere nelle canzoni
giusto il necessario, restando fuori dalla logica
pop.
Il disco coinvolge anche alcuni solisti
dell’Orchestra di Nazareth. I vostri viaggi
in Terra Santa sono sempre più frequenti.
Nel dicembre 2007 abbiamo suonato a Betlemme
in chiusura del Festival Salento Negroamaro.
Era la prima volta in terra santa. Quello è stato il
primo seme che ha generato questo disco. È nata
infatti l’idea di un disco che si incentrasse, partisse e prendesse spunto dalla ricchezza di Gerusalemme. Da quel primo seme poi è cresciuto un
progetto che si è allargato di molto, anche grazie
all’esperienza della residenza che abbiamo fatto
a Sannicandro. È nato un disco liquido perché
ci siamo ispirati all’acqua, capace di penetrare
dappertutto e di non rimanere mai uguale a se
stessa, di adattarsi alle situazioni. Raccontiamo
in qualche modo la grande saggezza dell’acqua.
Le storie che narriamo nei brani attraversano
il tempo, sono reali o fantastiche, ispirate dalla
letteratura, come nel caso Tancredi e Clorinda,
Quest’anno avete portato in giro uno spettacolo con lo scrittore Carlo Lucarelli.
Com’è nata questa esperienza? Qual è il tuo
rapporto con la letteratura?
Abbiamo scoperto che Carlo Lucarelli aveva
scritto il suo romanzo L’ottava vibrazione ascoltando la nostra musica. È nata così l’idea di realizzare questo spettacolo con la presenza di Carlo sul palco. Una esperienza, quella di ospitare
qualcuno che legge sul palco, che avevamo già
fatto con Giuseppe Battiston per Amara Terra
mia e con Teresa Ludovico per In search of Simurgh. Mettere insieme parole lette e canzoni è
una dimensione che ci piace perché una cosa arricchisce l’altra. Le canzoni al fianco della lettura acquistano nuove sfumature. Si crea un gioco
di specchi e di immagini più gustoso. La letteratura ha un ruolo fondamentale. È molto importante frequentare libri, romanzi, poesia, filosofia. Nello scrivere ti dà chiavi per poter leggere
pensieri che hai dentro e che vuoi mettere nella
forma canzone. Letteratura e musica possono
diventare uno strumento di comunicazione efficace, i dischi nei quali c’è questa vicinanza sono
dischi più interessanti. Secondo me anche la musica deve raccontare qualcosa che ti trasporta in
qualche dimensione altra e che ti racconta.
Il 20 novembre sarete in concerto al Db
d’Essai di Lecce. Che tipo di live avete preparato? Quali musicisti vi accompagneranno? Che tipo di sonorità dobbiamo aspettarci?
Sul palco io e Nabil saremo affiancati da Alessandro Pipino (tastiere, fisarmonica e clavietta),
Riccardo Laganà (tamburi a cornice, darbouka,
cajon, djembé, tombak) e Davide Viterbo (violoncello). Proporremo otto pezzi del nuovo cd e molti
brani dei vecchi lavori. Il suono che abbiamo raggiunto e che proponiamo è quello più vicino a ciò
che abbiamo sempre avuto in mente con sonorità
orientali molto marcate.
Pierpaolo Lala
MUSICA 23
AMARI
Poweri
Riotmaker
THE CLEAN
Mister Pop
Morr Music
FRIGIDAIRE TANGO
L’illusione del volo
La Tempesta
In principio c’era un cono gelato, quello della copertina del
disco, che cadendo(ci) di mano
non toccò terra ma prese una
forma nuova e diventò ‘coneta’.
Con questa storiella semplice
semplice gli Amari spiegano da
cosa nasce il loro ultimo lavoro.
Poweri parte da considerazioni
sugli ultimi tempi nella penisola, da quel senso di perdita che
diventa mutamento che diventa
continua dinamica. Oppure no.
Magari la storiella non vuol dire
nulla e gli Amari ci stanno di
nuovo prendendo in giro bonariamente. Però resta il disco, più
vario e sempre efficace rispetto
al precedente Scimmie d’Amore
(2007). Ci sono pezzi che dopo
pochi ascolti già ti ritrovi a canticchiare come Cronaca Vera e
Dovresti Dormire. Poi quattro
pezzi in inglese che se non sapessi che loro vengono da Udine
magari sembrerebbero di qualche band elettro-qualcosa delle
parti di NY. Il valore aggiunto
degli Amari è di essere riusciti
a evadere dai generi predefiniti
e di avere un seguito molto eterogeneo. Con quel modo sempre
un po’ giocoso e cialtrone che nasconde però un’attitudine tutta
loro, quel ‘pop sbagliato’ che coltiva la Riotmaker da una decina
d’anni. Insomma, assaggiate il
cono e gustatevelo.
Marco Chiffi
Per chi non li conoscesse, arrivano dalla Nuova Zelanda e
sono attivi dal 1978, ma state
attenti che l’anno di formazione inganna. Questi ‘ragazzi’ (?)
hanno prodotto un disco - Mister Pop uscito su Morr ad Ottobre 2009 - che pare creato da indiekids, al massimo trentenni,
che hanno immerso la loro adolescenza negli ultimi dieci anni
di pop indipendente; ma altro
che indie kids... qui mi ritrovo
di fronte a gente che ha iniziato a suonare un anno prima che
io nascessi! Ad un ascolto più
accurato effettivamente la maturità del gruppo salta fuori e
ritornano all’orecchio, nascoste
da melodie twee-pop dolci e soffici, un insieme di storielle rock
pescate tra new-wave, folk, psichedelia ed un po’ di shoegaze.
Vogliamo scrivere che di tanto
in tanto vi è anche una certa attitudine ai feedback da ricordare i Giovani Sonici? Scriviamolo. Dieci i pezzi che compongono
il lavoro; tra i migliori del disco:
Loog con organo un po’ Doors e
feedback davvero eccezionali e
sognanti sotto una voce che dire
che ricorda la suadenza degli
Air è dire poco; buona anche la
ballata All Those Notes e la psichedelica Asleep in The Tunnel.
Un disco molto piacevole, un bel
colpo per la nuova Morr postelettronica.
Federico Baglivi
Gli anni 80 sono stati per il
rock indipendente italiano
anni di fermento e contraddizioni, destinati a consolidare
equilibri sociali, oltreché musicali, destabilizzati dall’avvento
del punk. Un modo alternativo
d’intendere e fare musica che
coinvolse chiunque fosse in
qualche modo interessato al
fattore musica, un pentolone
ribollente di creatività artistica. In questo pentolone traboccante d’innovazioni ci sguazzavano benissimo i veneti Frigidaire Tango. La band veneta
ritorna finalmente in pista, con
l’incontenibile Giorgio Canali
alla produzione e il supporto logistico de La Tempesta Dischi:
un sodalizio che ha fruttato un
lavoro di pregevole fattura.
Le canzoni sono coinvolgenti,
ricche di estro e ben curate, sospese tra quel gusto tipicamente new wave e una tendenza a
scavare nella canzone d’autore,
mescolando tra loro le diverse
culture. Ogni brano è una storia a se, frammenti di ´pura´
poesia musicata (Milioni di
parole, L’acqua pensa, Paura del tempo e Poesia di luce)
o veri e propri inni new wave
(Normalmente triste, Natural
mente, Dreamcity e New wave
anthem). L’illusione del volo è
un’opera di notevole spessore
che entusiasmerà i vecchi fan e
di sicuro ne attrarrà dei nuovi.
Alfonso Fanizza
24 MUSICA
CLOWNS AND
JUGGLERS
A tribute to Syd Barret
Octopus records
DARIO CONGEDO & NADAN
Le strade i clown
Shine on you, crazy diamond,
lo splendore dell’opera di Syd
Barret sopravvive al passare
degli anni e ci presenta ad ogni
ascolto una scintilla creativa
ancora sorprendente per vitalità e originalità. il cofondatore
dei Pink Floyd presto ritiratosi
dalle scene ci ha lasciato poche
ma fondamentali tracce. Dalla rivoluzione copernicana di
The paper gets of down con in
Pink Floys ai suoi the Madcaps
laugh e barret il suo stile ha influenzato generazioni di musicisti ed è ancora oggi soggetto a
cover e tributi. Come questo bel
Clown and jugglers pubblicato
da Octopus records, che coinvolge 14 artisti italiani più uno
straniero (Roses King Castles
progetto solista di Adam Ficek
dei Babyshambles). La bellezza
di operazioni come questa risiede nella sensibilità delle band
che vi partecipano. Un gioco,
a volte, che stravolge la natura del brano regalandogli una
veste inedita e sorprendente. A
volte invece è l’amore per l’artista che traspare ( ascoltate le
versioni di Atari e Moltheni).
(O.P.)
A chi ascolterà la sua musica per la prima volta, Nadan del musicista salentino Dario Congedo, rivelerà uno strato sonoro indipendente, pieno di immagini che partono da un impressionismo jazz
ma solo per allontanarsene. Quattro strumenti sovrapposti per
soffiare nelle strutture di fuoco dei brani originali di un batterista/
compositore appena ventiseienne che supera la prova dell’opera
prima regalando agli ascoltatori dall’orecchio fino tracce piene di
grazia. È prodotto e distribuito da Blue Serge questo piccolo capolavoro di cui certamente sentiremo parlare. Per chi ancora non
conosce lo stile di Congedo, Nadan sarà una sorpresa felice. Un
lavoro ispirato che rivela la straordinaria intesa tra il musicista
salentino e le percussioni del suo set in continua evoluzione in
grado di creare un mood fluttuante e ipnotico, visionario. Questa
è musica onirica di grande presa mentale, i motivi strumentali del
quartetto diretto da Congedo sembrano dar voce all’equivalente di
quelle parti di sogno dimenticate e che improvvisamente ritrovano la strada della memoria come cellule melodiche che chiudono
un tema aperto. Strepitoso il dinamismo di tutti i brani che compongono Nadan, sublunari e pieni di nuances crepuscolari certi
processi di rivelazione ai quali Congedo ha dato titoli letterari con
qualche omaggio alla poetica di Jodorowsky e al cinema di Fellini,
basti pensare a Le strade e i clown, La pietra bianca, Il viaggio
dell’eroe. É difficile trovare un ritmo così dilatato e al tempo stesso intimo, sulfureo, elegante, registri inconsueti, brillanti perché
capaci di variare, improvvisi sprazzi di gioia musicale in un unico
lavoro. Il risultato è a portata d’ascolto, una magica sospensione
tra la musica che Congedo ha scritto oggi e che è già il suono di
domani. (L.R.)
KIDDUS I
Green fa Life
Makafresh
Rockers è un mitico film del
1978 che racconta la cultura
reggae. A un certo punto del
film compare lui Kiddus I in
una scena che è emblema del
reggae, lui in studio si toglie il
cappello scioglie i dread e intona Graduation in Zion. Sembra
incredibile ma un personaggio cardinale nella storia del
reggae arriva al primo disco
nel 2005 grazie a un’etichetta francese. Da lì la rinascita
di un mito che oggi pubblica
un album bellissimo. Green fa
life, è un disco in cui il reggae
roots si lascia accarezzare da
suggestioni caraibiche, piccole
incursioni rock. A breve sarà
pubblicato anche il suo album
MUSICA 25
perduto Rebel music. Da non
perdere.
(O.P.)
FUCK BUTTONS
Tarot Sport
ATP
Per chi avesse perso il debutto un anno fa, i Fuck Buttons
sono l’espressione psichedelica dell’elettronica noise, come
AnimalCollective e BlackDice.
Più misurati e meno dadaisti
rispetto ai colleghi americani,
i due ragazzi di Bristol adorano l’elemento tribale affogato
dentro fiumi di rumore e lente progressioni lisergiche. Più
accessibile di quanto si possa
pensare, la loro musica è una
versione testosteronica delle
intuizioni fluttuanti di Labradford-Mogway e l’apripista del
nuovo lavoro, con un trascinante beat dance, non è poi così
distante dai rigurgiti ritmici di
“port royal”. L’abusato termine
harsh è quindi, a mio avviso,
fuori luogo, soprattutto per la
forte componente melodica di
questa musica, abrasiva sì, ma
non spaccatimpani, quindi distante dal noise tout-court. Il
carattere epico delle melodie è
evidenziato da Olympians, un
possibile remix degli U2 eseguito da un Vangelis strafatto, e dalla conclusiva Flight…,
dove sembra quasi di udire in
sottofondo gorgheggi da soprano. Rispetto al debutto, l’album
abbandona il cantato distorto
26 MUSICA
in favore, forse, di più orecchiabilità, ma il talento del duo è
assolutamente confermato.
Tobia D’Onofrio
PAPIK
Rhythm of life
Irma Records
PARAMORE
Brand new eyes
Universal
Nuova prova in dodici tracce
per i Paramore, dopo il grande
successo di pubblico per il precedente “Riot” e soprattutto per
la composizione di Decode (nella
colonna sonora di Twilight), brano tra l’altro inserito in questo
disco e forse il più memorabile
all’ascolto. In un lavoro dalle sonorità fresche e omogenee, tra
l’emo e il pop-punk-rock, i Paramore si confermano attenti alle
melodie anche un po’ ‘facili’ ma
rese più interessanti da linee di
chitarra semplici e funzionali
soprattutto a supportare ed enfatizzare le eccezionali linee vocali di Hayley Williams, ottima
la sua prova, specialmente nella
succitata Decode e nella ballad
The only exception; il resto del
disco si assesta su un medesimo
livello espressivo e strutturale e
i pezzi della tracklist finiscono
inevitabilmente con l’assomigliarsi tutti tra di loro: questo
non è necessariamente un connotato negativo dal momento
che non vengono assolutamente
mai intaccate freschezza e godibilità complessive, coadiuvate
anche da una produzione e un
mixaggio impeccabili.
Oscar Cacciatore
Questo new lounge capitolino
sa di dolce vita, quella di oggi,
dai ritmi che spingono sull’acceleratore del tropicalismo,
hanno impresso nel ricordo
l’acid jazz rivisto sotto l’egida
onnipresente del “nu”. Ci sono
poi fascinazioni orchestrali
in stile swing cross over tra il
grande Frank Sinatra e il più
insipido Michael Bublé. Se fino
a qualche tempo fa approcci
musicali alla canzone jazz erano in Italia destinate a un pubblico di nicchia, il caso Mario
Biondi sembra aver fatto il miracolo al punto da far sembrare
la calda voce di Alan Scaffardi
familiare. Tanti gli elementi musicali che compongono
questo disco, come i musicisti
che collaborano un disco sicuramente alla moda. Da segnalare le cover di E la chiamano
estate, brano indimenticato di
Bruno Martino, e Crazy degli
Gnarls Buckley.
(O.P.)
THE DEVILROCK FOUR
First in line
Unconform Records
Se avete almeno una t-shirt degli Ac/Dc nell’armadio, se nutrite sincero rispetto nei confronti
di Danko Jones First in line fa
per voi. The devil rock four sono
l’ennesimo prodotto della scena
rock and roll e come sempre la
qualità è ottima. Chili di hard
rock una tonnellata di chitarra,
ettolitri di birra e chilometri e
palchi consumati. Questo trasuda dai riff, dalla voce graffiata,
l’essenza di un genere che anche ripetendosi all’infinito non
potrà mai stancare. Sembrano
i cuginetti degli Hellacopters
ma si presentano bene e hanno
tutti gli elementi per diventare
una grande band rock. (O.P.)
NDIDI O
Move Together
Naive
SOUL-JUNK
1960
SoundFamilyre
Geniale. Era geniale ai tempi di
Trumans Water, quando incarnava l’avanguardia lo-fi degli
anni 90, ed è geniale adesso,
che prosegue nella sua destrutturazione-contaminazione della
canzone rock, travestita da personale esperienza mistica. So
parlando di Greg Galloway, qui
ribattezzato Greg Galaxy per i
Soul-Junk, che partendo dal titolo 1950, in un percorso di 13
anni e 11 album, arriva oggi a
1960. Sul fil-rouge della sua conversione al Cristianesimo (i testi
sono biblici, ma c’è poca retorica), Galaxy ripropone un lungo
lavoro fatto di 22 brani ed infinite suggestioni. Tanto power-pop,
confessioni folk, incursioni hardrock, momenti crossover (Saturn
Ring, Hangtime che quasi scimmiotta i Deftones), episodi più
“regolari” che rimandano a Sebadoh e Afghan Whigs (la splendida ballata Forever O Lord),
uno strambo hip-hop per fischi
e xilofono (Ahasuerus), citazio-
Promettente debutto europeo per Ndidi O, ragazza canadese di
origini afro-germaniche. Finally Over You parte col botto sfoderando fiati tex-mex e andamento funky in un brano che sarebbe
stato un successone, se solo l’avessero scritto gli Spin Doctors o
Jamiroquai. Poi No Everybody incalza restando fedele alla musica
delle origini e accelera nel finale ricordando un’energetica Lily Allen priva dei vari orpelli ruffiani e techno-trendy. Wicked Lady è
morbida e intensa: commuove l’angelica voce, graffiante e intrisa
di soul, alle prese con atmosfere desertiche fra Neil Young e Morricone. Sorprende la naturalezza con cui Ndidi passa dal blues al
jazz al folk, inscenando sobri teatrini in forma canzone. Goodnight
si fa accompagnare da un violino folk che sobbalza in stridori singhiozzanti. La title track è un gospel blues per battiti di mani e
slide guitar in cui Ndidi mostra la sua potenziale acidità, impennandosi in un’istrionica interpretazione (scomodiamo Billie Holiday?). Forever alterna un dolente soul ad un euforico cabaret anni
’30. In un periodo in cui la black music vanta un vasto pubblico
e grandi interpreti bianchi, come NorahJones o AmyWinehouse,
Ndidi non merita di restare confinata ad un localistico successo
Francese.
Tobia D’Onofrio
ni Sonic Youth (Sweeter Than
Honey), duetti folk psichedelici
(Zizzer), numeri incatalogabili e
la cavalcata noise Teeth, trascinata da un cantato alla Donald
Fagen, che si perde in elucubrazioni jazz-prog. Tanta urgenza
creativa, poca maniera.
Tobia D’Onofrio
DODOS
Time to Die
Frenchkiss
Dopo l’acclamato Visiter del
2008, il duo di San Francisco
fa centro con un nuovo album
prodotto da Phil Ek (Shins,
Fleet Foxes, Built To Spill).
MUSICA 27
28
Ormai diventato un trio, grazie
all’aggiunta di un componente
al vibrafono, il gruppo californiano presenta subito il nuovo
entrato su un ibrido incedere
sincopato che unisce noise-rock
e cantato latino. Poi Longform,
tra gli episodi più intensi del
disco, riparte con l’art-rock rocambolesco che li ha resi unici,
fatto di instancabili parti percussive, fingerpicking schizoide
(ed inarrivabile!) e melodie vocali in perfetto stile psichedelico, come quelle di un esotico Mc
Cartney perso tra i Diamanti
nel Cielo. Rasoiate e feedback
di chitarra elettrica completano quindi il quadro, impreziosendo i (pochi) climax di brani
altrimenti acustici. La riconoscibilità del trio è evidente
e i pezzi si differenziano l’uno
dall’altro. Tra momenti più riflessivi e virate più epilettiche
e corpose, spiccano il chitarrismo sfrenato su percussività
hardcore di This Is A Business,
il disilluso acquerello di Two
Medicines, il country-rock alla
Andrew Bird di Acorn Factory
e Fables che si lascia andare appena - nel finale.
Tobia D’Onofrio
BLOODY BEETROOTS
Romborama
Universal
Spesso i talenti nostrani passano inosservati finchè non
arriva la stampa inglese o americana ad additarceli. Sicuramente, il più delle volte, questi
talenti non cercano neanche un
riconoscimento in patria. Sta di
fatto che la musica dell’italiano
Bob Rifo aka Bloody Beetroots
è già stata consacrata all’estero, grazie a serie tv come CSI e
famosi videogames come FIFA
09. Qui i territori di riferimento sono il DJing con approccio
hardcore, l’elettronica onnivora
stile Justice, così come la dance
aggressiva dei primi Prodigy.
Non mancano gli episodi più
sinfonici che rimaneggiano musica classica (Have Mercy On
Us, con il clavicembalo velocizzato su tanto di canto gregoriano, oppure 2ndStreets, con archi enfatici e vocoder), il digital
hip-hop (Awesome), la citazione
Aphex Twin-iana (Little Stars),
il techno-dubstep (Its Better a
DJ), il grime (Warp 1.9), l’immancabile omaggio al dark
anni 80 (Make Me Blank), l’acid
alla Chemical Brothers (I love).
Il fiore all’occhiello dell’album è
la copertina originale disegnata da Tanino Liberatore. Bob
“Cornelius” Rifo ha certamente
studiato bene la lezione.
Tobia D’Onofrio
ENZA PAGLIARA
Frunte de luna
Anima Mundi
Enza Pagliara non ha bisogno
di presentazioni. Non le occorrono per il suo volto e il suo corpo danzante, che la stigmatizzano come una delle principali
e più note interpreti della tra-
dizione popolare e della pizzica
salentina. Ma, ancora di più,
non occorrono preamboli e presentazioni alla sua voce, unica
e sempre più inconfondibile,
che offre – se mai ce ne fosse
bisogno – la prova della piena
maturità artistica in questo
Frunte de Luna, quindicesima
pubblicazione nel sempre più
ricco e completo catalogo di
AnimaMundi. Non solo un cd
con le limpide interpretazioni
della voce leccese, dunque, ma
un capitolo di una collezione
pregiata e assolutamente di
rilievo. L’artista riesce a farci
ascoltare tutti i brani del repertorio senza momenti di stanchezza o ripetitività, cantando
ogni brano, ogni riga, come se
davvero fosse una continua
scoperta. C’è sicuramente un
grande lavoro di ricerca, per
esempio nella scelta di pezzi
poco conosciuti, accompagnati
anche dalle voci (stornelli, cori,
strofette recitate) delle contadine di Torchiarolo o, tra gli
altri, di Raffaella Aprile e Pietro Orlando; ma anche nell’elaborazione di pezzi tradizionali,
riletti appunto in chiave quanto più fedele e semplice possibile, con il supporto però di uno
stuolo di musicisti che non ha
lesinato sull’uso di moltissimi
strumenti della tradizione pugliese e mediterranea: fisarmonica, mandola, tamburelli, violoncello, chitarra portoghese,
cucchiai e persino la cetra corsa. Senza dimenticare che l’elemento di forza, il cuore solido
di ogni brano è la parola. Testi
d’amore, certo schematici, ciclici, ma sempre veri, penetranti,
ancora più preziosi quando a
cantarli è la voce della Pagliara. Che è, come ricorda Antonio
Errico, sospiro e seduzione, eco
ed energia, memoria e desiderio.
Vito Lubelli
MUSICA 29
MARCO ROVELLI
LibertAria
Autoprodotto
Sedici tracce indocili e riottose, narrate in forma di fumetto
d’autore in un libretto interno altrettanto disobbediente.
Ognuna è un punto di resistenza, un respiro di inquietudine,
ma soprattutto una memoria
fatta ad arte, distante da qualunque passato canonizzato e
lontana dalla rabbia inibita
della nostra contemporaneità.
La ricerca di Marco Rovelli, e
dei suoi compagni di progetto,
recupera eventi della storia
più incollerita, dalla Comune
di Parigi- autentico tentativo
di smantellamento dello stato
nonché prefigurazione della società liberata- a Genova 2001 e
alla mattanza che fu, passando
per la rivolta delle nazioni indiane già narrata dai Wu Ming
nel romanzo Manituana. Di tutti gli avvenimenti, Marco Rovelli e i suoi fanno battiti da ballata sgarbata, con la presenza
costante di note armate e “corpi
in guerra”, accalorati dalla ferocia dei giusti per rianimare
ora la realtà della rivoluzione,
ora l’esercizio della strada, ora
la pratica della dignità. Ma c’è
spazio anche per modulazioni
più intimiste e contenuti personali - pur sempre attraversati
da un sentimento collettivo, ché
niente è solo interiore a questo
mondo-, e infine per la ripresa
dei temi affrontati dal Marco
Rovelli scrittore, che nei due
brani Il dio dei denari e Il campo ripropone le esistenze sacrificate ai processi di produzione,
LUDOVICO EINAUDI
Nightbook
Decca
Grande l’attesa per Nightbook, ultima creatura di Ludovico Einaudi. I fedelissimi non resteranno delusi perché viene confermata quella fortunatissima cifra stilistica che contraddistingue ogni
uscita discografica del Maestro torinese. Le atmosfere in generale
sono molto assorte e sospese come nella traccia di apertura, In
principio. Il pezzo più efficace del disco è Lady labyrinth, sfoggio
di sensibilità da parte di Einaudi e dell’ensemble ‘scomodato’: riuscitissimi e accattivanti gli interventi del leccese Mauro Durante
(qui ai tamburi) e del violoncellista Marco Decimo. La title-track
Nightbook appare ben ‘disegnata’ da loop melodico-percussivi al
pianoforte che si accompagnano a gradevoli fill di archi e batteria. Indaco sembra ricalcare la struttura melodica di Primavera
(da Divenire) per poi lasciare il passo ad una configurazione quasi
da ballata pianistica. The Crane dance ricorda una ninna nanna
e The planets ha un sapore marcatamente ambient: qui Einaudi
tratteggia un loop ‘sospeso’ al pianoforte elettrico, il computer di
Lippok fa il resto. Solo è la versione in piano solo di Nightbook,
opportunamente rivista nel tempo e nelle dinamiche. Berlin song
è la traccia di congedo, finale perfetto per un disco suonato con il
cuore, come se ne sentono pochi di questi tempi.
Oscar Cacciatore
e quelle consegnate ai luoghi di
pena destinati ai migranti. Per
un cd d’ascolto combattente che
è soprattutto prassi poetica e
politica dell’incontro, con i vari
Daniele Sepe, Maurizio Maggiani, Wu Ming 2, Erri De Luca,
Roberto Saviano, Yo Yo Mundi,
Otto Gabos - per citarne solo
alcuni- a fare più che capolino,
in grafiche e scritture e pentagrammi, tra un atto d’amore
e una testimonianza d’eresia.
Il tutto, richiamando in vita
quella possibilità di movimento
trasformativo oggi poco desto, e
misurando ciò che è stato osato
nell’attesa ansiosa che venga
osato ancora.
Stefania Ricchiuto
MUSICA 31
32
AVANTI POP
Cinque brani di successo che piacciono anche a Coolclub
Paramore – Ignorance
Un siluro irrompe nelle playlist di molte radio. Era da un bel po’
di tempo che non si
sentiva un pezzo capace di entrarti in testa
così in fretta, pur non
essendo spiccatamente commerciale. Certo, i puristi del punk
storceranno un po’ il naso, ma questa rubrica si
chiama Avanti Pop ed è vissuta come una sorta
di provocazione al contrario. Il quintetto guidato
da una strabordante Hayley Williams si candida
a diventare punto di riferimento non solo per gli
amanti del rock: Timbaland, ovvero colui il quale
è riuscito a garantire l’ottava vita a Madonna, ha
già preannunciato un’imminente collaborazione.
Un brutto periodo per i puristi, davvero.
Pearl Jam – The fixer
È il primo singolo del
nono album (Backspacer) per la band di Seattle, che torna dopo
11 anni a collaborare
con Brendan O’Brien.
Ma questo ritorno al
passato coincide con
un insospettabile slancio verso il futuro. Eddie Vedder sembra vivere un momento di grazia,
anche dal punto di vista dei testi, finalmente solari, forse come la stessa band, che ha probabilmente pagato l’eredità di “cugini dei Nirvana”,
ma più come loro tara psicologica che nellla sostanza delle cose. Adesso sembrano liberi e liberati. Forse dobbiamo ringraziare Obama, citato
dalla band come principale fonte d’ispirazione
per Backspacer. Dopo il premio Nobel, un altro
tributo, forse più pagano, sicuramente non meno
nobile per chi ama la musica d’autore.
Friendly Fires – Kiss of life
Un singolo rimasto sciaguratamente in sordina
per una band tenuta sciaguratamente in sordina. Difficilmente abbiamo sentito tanta sperimentazione in questi ultimi mesi un po’ grigi
per la creatività musicale. Unire lo shoegazing
e la psichedelia, le chitarre e le percussioni, può
essere sintomo di bulimia artistica, o, al contrario, di grande controllo. In questo caso, sembra
emergere il secondo aspetto, ovvero la consapevolezza di essere in grado di maneggiare diversi
stili e registri senza fatica. In Inghilterra, sono
arrivati al successo anche se hanno dovuto penare. In Italia saranno ignorati?
Julian Casablancas – 11th dimension
Ha già 31 anni, ma riesce ad apparire eternamente giovane. Ha già
8 anni di carriera, sin
da subito di altissimo
livello, ma riesce a far
sembrare innovativo il
suo esordio da solista.
Non sposta di molto
l’immaginario già creato dai suoi Strokes, ma i giornali musicali di
tutto il mondo rincorrono l’intervista esclusiva,
manco fosse un dio sceso in terra. É Julian Casablancas, figlio del creatore della più importante
agenzia di moda del mondo. Un ragazzo a cui
non è mai mancato niente nella vita, bellezza
inclusa, ma che ha avuto l’indiscutibile merito
di essere diverso da tutti gli altri. E ancora più
interessante.
Kasabian – Underdog
Erano considerati gli
eredi degli Oasis, che a
loro volta erano considerati la copia sbiadita
dei Beatles. Amatissimi sin da subito nella
perfida Albione, sono
chiamati ora a portare alta la bandiera del
brit-pop in giro per il
mondo. Una bandiera ai minimi storici in quanto
a credibilità: i Gallagher si menano, i Blur giocano a nascondino, le chitarre hanno lasciato da
tempo il posto alle voci femminili (soul, quando
va bene; super-pop, negli altri casi), Pete Doherty si droga. Ora tocca a loro. Eterni gregari, “costretti” ad esplodere. E questa Underdog, a dirla
tutta, lascia ben sperare.
Dino Amenduni
33
34
DAMMI UNA SPINTA
Cinque artisti che ascolteremo in radio. Forse...
Burial – Fostercare
Il brano celebrativo per i 5 anni della
Hyperdub, l’etichetta
che ha permesso al
Dubstep di diventare
nuova frontiera del
suono britannico, elaborazione malata e
ancora più oscura del
trip-hop, non sposta
una virgola della cifra stilistica di Burial. E questo, per moltissimi, è un bene. Sonorità eteree
e allo stesso tempo capaci di entrare nelle ossa,
la ricerca ossessiva della decomposizione della
voce, percussioni liquide. Tutto questo regala
la sensazione che questo dj dall’identità ancora
nascosta (persino agli addetti ai lavori) lavori
perennemente sotto la pioggia. E invece, con tutta probabilità, si diverte a prenderci in giro con
il suo laptop. Un brano forse impossibile per la
radio o per MTV, ma sognare non costa niente.
Florence and the Machine – You got the love
(xx remix)
Pur essendo un grande cultore dell’arte del
remix, sarei un pazzo
se pensassi che questo
genere di rilettura sia
in grado di migliorare
gli originali. Qui, però,
siamo davanti a un’eccezione. Questa versione di you got the love,
quarto singolo dal fortunatissimo Lungs, album
d’esordio di Florence Welch, è impreziosito dalla seconda voce, quella maschile, di Oliver Sim,
frontman di questo quartetto in rapida ascesa.
Giusto per farvi capire di che pasta sono fatti,
gli XX si hanno studiato nella Elliott School di
Londra. Se questo nome, come è logico che sia,
non vi dice niente, vi interesserà sapere che qui
si sono format il succitato Burial, i Four Tet e
gli Hot Chip. Una specie di paese di balocchi
dell’elettronica.
Chase and Status feat. Plan B – End credits
È possibile unire il pop con il drum’n’bass? É la
missione impossibile di Chase and Status. Abili
remixer, ma ad ora incapaci di produrre sforzi di
lunga gittata, sembrano aver imbroccato la strada giusta per l’inversione di tendenza. E lo fanno
con Plan B, un altro musicista mostratosi sino
ad ora piuttosto acerbo. Ad occhio questa collaborazione sembrerebbe un’unione impossibile,
proprio per la diversità dei percorsi artistici.
Ma andando a scrutare bene, noterete una certa
comune “cattiveria” (C&S nei suoni, Plan B nei
testi). L’unione, questa volta, ha fatto davvero la
forza e non è possibile immaginare che l’anonimato duri ancora per molto tempo.
Massive Attack – Pray for rain
Non so dirvi se sette
anni di attesa valgono
questo brano, anche
perché non è possibile
notare grosse evoluzioni
nel suono dei Massive.
Un elemento abbastanza sorprendente, a fronte, invece, di un travagliatissimo percorso di
avvicinamento al quinto album della formazione
guidata da Robert Del Naja, che ha cambiato nome
provvisorio non meno di tre volte e che ha conosciuto altrettanti rinvii. LP5, questo il titolo della prossima fatica della formazione di Bristol, aumenta
l’attesa e la confusione. Aldilà del gossip, però, si
continua a navigare su distese sicure, anche grazie
alla voce di Tunde Adebimpe dei TV on the Radio,
che impreziosisce proprio questo singolo.
La Roux – I’m not your toy (datA remix)
Stravedo per La Roux,
non è un mistero. Ma
qui non c’entra il campanilismo:
abbiamo
a che fare con una
potenziale hit, buona
almeno per le sale da
ballo. La voce stridula
di Elly Jackson si fonde
con l’elettronica postFrench touch di datA, la combinazione sembra
perfetta e schiude due carriere: quella della brixtoniana dal ciuffo celeberrimo, e quella del produttore e dj parigino, misterioso e inafferrabile
come molti dei suoi illustri predecessori e, forse,
ispiratori (Daft Punk e Justice su tutti).
Dino Amenduni
35
SALTO NELL’INDIE
LA TEMPESTA
DISCHI
Ancora una tappa, ancora un appuntamento, un
salto nell’indie. Questo mese tira vento di “tempesta”, etichetta nata sotto la guida dei Tre allegri ragazzi morti che può contare su un catalogo
di tutto rispetto (Moltheni, Uoki Toki, Zu, Fine
before you came, Giorgio Canali e tanti altri).
Gli ingredienti sono semplici: amicizia e tanto
rock and roll.
Alla soglia dei dieci anni La Tempesta dischi è una carovana di artisti molto eterogenea, ma che sembra ritrovarsi e accomunarsi per un qualche strano collegamento
empatico o musicale. Ce lo sveli se esiste?
36 MUSICA
Esiste eccome. Se hai passato più ore della tua
vita dentro un furgone che da qualsiasi altra
parte sei già un buon candidato. Poi c’è la poesia,
e la poesia non è merce. Quando capisci questo,
sei a tre quarti dell’opera.
Tre allegri ragazzi morti sono sicuramente il punto di partenza e quello a cui
tutto torna, da dove nasce l’idea di produrre, o comunque di investire su nuova
musica?
Sai com’è, andando in giro per tanti anni abbiamo avuto l’occasione di conoscere un circuito musicale che difficilmente trovi alla radio o su Mtv.
Insomma, abbiamo cercato l’unione per avere più
forza. E perché crediamo profondamente nella
forza sociale, politica e onirica di una canzone.
Oltre a un evidente odore di amicizia ci
sono nel vostro catalogo anche un fiuto
non indifferente, mi riferisco ad esempio
a Le luci della centrale elettrica, come si
svolge il vostro “scouting”?
Beh, Vasco Brondi era già in odore di santità
col suo demo casalingo. Non ci voleva certo fiuto
straordinario per capirlo, bastava avere le orecchie pulite. Inoltre Max Stirner ci ha aiutato a
coglierne lo spirito ed è stato amore vero.
Se il musicista è anche produttore, si abbatte quella sorta di gerarchia che è tipica
del mercato?
L’importante è che il produttore non sia uno che
viene da un altro mercato, chessò, quello delle
lavatrici, senza aver mai comprato un disco in
vita sua. A mio avviso in ogni settore l’esperienza è fondamentale, e chi più di un musicista può
capire un musicista, oltre alle groupie?
Ci parli delle vostre ultime uscite?
Beh, c’è pronto A sangue freddo de Il teatro degli orrori. Una bomba a mano. Poi sono appena
usciti Cosmetic, Fine Before You Came, Frigidaire Tango. Stanno per uscire una raccolta
dei brani migliori di Moltheni ri-registrati e il
nuovo album de I melt. A gennaio: Il pan del
diavolo. Ce n’è.
Il disco in sé è fuori moda o credi sia un
materiale resistente?
È sicuramente fuori moda, ma in fondo io continuo a vestirmi con la camicia a quadri di quando avevo vent’anni e con le Clarks. La moda è
una cosa che non mi interessa.
Credi che la sopravvivenza per l’indie sia ancora e sempre nel furgone e nei chilometri?
Ah ah, ho accennato a questa cosa nella prima
domanda. “Indie” è un termine che non capisco
più. Se esisti, fai un buon disco, vai in giro a suonare e la gente viene a vederti, se sposti anche
solo di un millimetro chi compra un tuo disco: è
fatta. Non hai certo bisogno che sia Radio Deejay a farlo capire alla gente. È chiaro che un
grande pubblico fa piacere a tutti e lo raggiungi
coi grandi media, ma forse i grandi media non
possono sbilanciarsi verso qualcosa che trovano
fuori standard, perché hanno paura di perdere
lo stesso grande pubblico e quindi sono un po’ fifoni. È un gatto che gioca con la coda.
Osvaldo Piliego
VASCO BRONDI
Cosa racconteremo di questi cazzo di
anni zero
Baldini Castoldi Dalai edizioni
È
decisamente
buffo e inusuale
leggere un libro e
canticchiarne alcune frasi, alcune
parole. È buffo e
inusuale ma ti dà
un senso di familiarità con il libro
che leggi. Ti sembra di conoscere
la persona che lo
scrive, ne riconosci lo stile, alcune
espressioni ricorrenti. E così mentre leggevo Cosa
racconteremo di
questi cazzo di
anni zero di Vasco
Brondi aka Le luci della centrale elettrica uscito
l’anno scorso per una libreria indipendente bolognese e ripubblicato adesso da Baldini Castoldi
Dalai con una nuova veste e nuovi contenuti era
come se in realtà stessi ascoltando il disco del
cantautore ferrarese. Il libro è stato definito un
libro fotografico senza immagini per la capacità
di Vasco di creare con le sue parole veri e propri
affreschi. È un romanzo monologo, dove il vero
protagonista è il vuoto. Vuoto fuori e vuoto dentro. Si ritrovano alcune delle frasi più belle delle
canzoni che nel disco Brondi urla a squarciagola
e nel libro assumono un nuovo ritmo, una nuova
sonorità, più dimessa, più lirica e dal respiro più
ampio. alcuni concetti vengono spiegati, approfonditi, ma sempre con uno stile estremamente
criptico ed ermetico, sempre con un linguaggio,
che poi è a mio avviso la forza dei testi delle Luci,
un linguaggio che salta con grande facilità dal
gergo giovanile e tossico ad alcune trovate linguistiche degne di nota. Finito di leggerlo il libro
lascia in bocca un sapore amaro, acido, ti lascia
addosso un senso di vuoto, che poi è sicuramente
l’intenzione dell’autore. Ecco: l’intenzione. Sono
sicuro che Vasco Brondi non avesse la minima
intenzione di scrivere un manule ad uso delle
nuove generazioni su come deprimersi guardando fuori e dentro dalla finestra. Quello che mi arriva non è un lamento, non è un urlo disperato.
È, piuttosto, una fredda analisi, gelida quasi, di
come stanno le cose. senza la voglia di cambiarle.
Che, volendo, può anche andare bene.
Dario Goffredo
37
In foto: Kings of Convenience
ON
THE
ROCK
Dischi da ascoltare tutto d’un fiato
38
Sarà un caso che scrivo questo pezzo qualche
giorno dopo l’unica apparizione in TV di musicisti degni di nota? L’appuntamento della Dandini
è una delle poche cose che provo a non perdere
(un attimo: non sono tra coloro che dicono “io la
televisione, non la vedo... ecc”, no: non mi perdo
neanche una puntata di Don Matteo, Un medico
in famiglia, Santoro, Ballarò, Exit, Doctor House,
Niente di personale... e Gad Lerner. Come faccio?
Semplice, Fastweb registra per me, senza che io
muova un dito, gli ultimi 3 giorni di programmazione delle 7 reti nazionali e io costruisco il mio
palinsesto senza pubblicità...).
Ma non divaghiamo, dicevamo dell’altra sera
quando sul palchetto di “Parla con me” due ragazzini cantavano Mrs. Cold.
Indossano calzini celesti e occhiali retrò... ricordano, mica poi tanto vagamente, Simon & Garfunkel dei tempi migliori. Certo non li scopre né la
Dandini né io: i Kings of Convenience. Ma vederli
lì, accanto al divano rosso di “Parla con me”, fa un
certo effetto e stenti a riconoscerli.
Il loro ultimo lavoro Declaration of Dependence,
terzo album della loro breve discografia, registrato dopo una pausa di cinque anni, è, nelle loro
intenzioni, “una protesta silenziosa contro la solitudine”. Music your parents like too recita il loro
myspace e allora torniamo a Simon & Garfunkel
che lo scorso 29 ottobre a New York hanno partecipato ai 25 anni della Rock ‘n’ Roll Hall of Fame,
un quarto di secolo di una fondazione (e relativo
museo entrambi con sede a Cleveland, in Ohio)
nata per celebrare un’era musicale. Due giorni
“stellari”, la prima sera sul palco si alternano
Crosby, Stills & Nash, Simon & Garfunkel, Stevie Wonder e Bruce Springsteen con la E Street
Band. Nella seconda sera, venerdì 30 ottobre, ci
sono Aretha Franklin, i Metallica e gli U2. Crosby, Stills e Nash hanno cominciato il loro set con
Woodstock e Marrakech Express prima di invitare
sul palco Taylor, Browne e Bonnie Raitt. Paul Simon, che ha suonato pezzi del suo repertorio solista prima di presentare ed esibirsi con il suo partner Art Garfunkel. David Crosby e Graham Nash
hanno eseguito con Simon Here Comes the Sun,
scritta dall’ex Beatle George Harrison. Springsteen e John Fogerty dei Creedence Clearwater Revival hanno cantato insieme Pretty Woman di Roy
Orbison e The Boss seguita da London Calling,
un omaggio ai Clash. Il Boss inoltre ha presentato
Sam Moore, metà del duo soul/rhythm and blues
Sam and Dave, per eseguire Hold On, I’m Comin’
e Soul Man. Il canale americano HBO il 29 novembre dedicherà all’evento uno speciale di quattro ore, nel corso del quale verranno riproposti i
momenti salienti delle due serate. Ad esserci...
Certo, se fosse stato ancora vivo, Johnny Cash
avrebbe meritato un posto e a tenere viva l’attenzione sulla sua storia ci pensa ora anche Rosanne, primogenita nata dal primo matrimonio con
Vivian Liberto. Quando era piccola, suo padre le
diede una lista di 100 canzoni da memorizzare, le
sue cento canzoni. Ora quelle cento canzoni sono
diventate solo dodici e con l’aiuto di Springsteen, Costello, Jeff Tweedy e del produttore John
Leventhal ne ha fatto un bel disco (sinora la sua
carriera discografica non mi aveva entusiasmato). Tutte cover: The Long Black Veil, Heartaches
By Numbers, Miss The Mississippi and You, Sea
of Heratbreak, 500 Miles, Girl From the North
Country alcuni dei titoli.
Segnalazione d’obbligo per Guy Clark, uno che in
34 anni di carriera ha inciso solo 13 album, l’ultimo dei quali, pubblicato lo scorso mese, con il
titolo Somedays the Song Writes You.
Guy Clark è stato a lungo uno di quegli artisti
molto amati da altri artisti di grande successo.
Bob Dylan ha recentemente detto all’Huffington
Post che Clark è uno dei suoi cantautori preferiti.
Lui non è il solo. Clark è stato un pilastro della
comunità Nashville, firmando brani classici, molti dei quali sono diventati successi per altri artisti
tra cui George Strait e Rodney Crowell.
A differenza del suo amico, il grande e compianto
Townes Van Zandt, le canzoni di Clark sono sempre state di facile ascolto, ma ancora in grado di
contenere livelli di profondità. Un ascolto è molto
consigliato.
Ed ora un capolavoro, non capita spesso, ma questa volta si tratta proprio di un gran bel disco.
Tim Buckley, Live At The Folklore Center, NYC,
March 6, 1967 è la registrazione di un concerto
che vede Tim solo sul palco davanti a 35 spettatori presso quella che sarebbe diventata una delle
più famose librerie di New York (di recente trasferita da MacDougal Street alla Sixth Avenue).
Sedici brani di cui 6 mai pubblicati (avete letto
bene) Just Please Leave Me, What Do You Do (He
Never Saw You), If The Rain Comes, Cripples Cry,
Country Boy and I Can’t Leave You Loving Me.
Dopo aver inciso nove album che spaziano dal folk
al avant-garde, nel corso di nove anni, Buckley è
morto di overdose di eroina nel 1975 all’età di 28
anni. Suo figlio Jeff ha composto una delle pagine
più belle della storia recente, quel Grace del 1994.
Come suo padre, Jeff Buckley è morto troppo
giovane, all’età di 30 anni dopo un annegamento accidentale il 29 maggio 1997, 12 anni fa. Una
raccolta dal vivo di Jeff Buckley sarà pubblicata
a breve.
Per questo mese è tutto...
Vittorio Amodio
MUSICA 39
LIBRI
NICOLA LAGIOIA
Non si esce vivi dalla Bari degli anni ‘80
Tre ragazzi, compagni di liceo, nella Bari di
metà anni Ottanta, attraversano i quartieri per
andare in periferia a cercare risposte al disagio
che respirano in città. Una città che sta cambiando: il benessere sta raggiungendo nuove
fasce della popolazione, la televisione commer40 LIBRI
ciale è da poco entrata nelle case degli italiani,
ma “i cambiamenti scavano la fossa al vecchio
mondo in modo che il suo crollo sia spesso molto
silenzioso”.
Il rapporto con i genitori, le amicizie, le prime
esperienze erotiche e la scoperta della droga
sono gli elementi di un romanzo di formazione
in cui la tensione non viene mai meno, accompagnata dalla sensazione di una catastrofe imminente. Ma Riportando tutto a casa va oltre
il racconto di un’adolescenza. L’ostinazione del
protagonista (e voce narrante) che molti anni
dopo, torna sui passi di quella catastrofe silenziosa che ha colpito il suo gruppo di amici ci offre
uno sguardo inquieto che, attraverso le vicende
di un gruppo di ragazzi di una città della provincia italiana ci mostra uno spaccato dell’Italia
degli anni Ottanta.
La televisione è il tema di questo numero
di Coolclub.it. Che ruolo ha nella storia che
racconti?
Negli anni Ottanta c’è l’arrivo della televisione
commerciale in Italia e la televisione ha creato
una vera e propria espropriazione dell’immaginario. L’impoverimento del nostro vocabolario,
non soltanto alfabetico, ma emotivo ha seguito i
destini della televisione. La televisione commerciale esisteva già negli Stati Uniti e in altre parti
d’Europa, ma in Italia, essendo da questo punto
di vista un paese un poco più arretrato, eravamo
poco preparati a quel tipo di televisione, al crollo
di quella diga e l’impatto è stato più forte, più disastroso. Nel libro alcuni eventi spartiacque sono la
nascita del “Drive in” di Antonio Ricci (che in realtà critica il potere utilizzando la stessa lingua del
potere cosa che succede anche oggi con Striscia la
notizia); poi c’è la tragedia dell’Heysel che noi abbiamo vissuto televisivamente ed è stato una specie di reality dell’orrore. E poi Chernobyl che pure
abbiamo visto in televisione ed è stata la prima
paranoia del disastro ecologico, anche giustificata.
Questa trasformazione di immaginario che è stata
accompagnata, presa per mano dalla televisione
commerciale, irrompe sulla scena in Italia negli
anni ottanta.
Il romanzo è ambientato a Bari. Che città
era in quegli anni?
Negli anni Ottanta io ero adolescente e Bari era
un luogo in cui fare esperienza, era molte città in
una. C’era il centro murattiano, fighetto, opulento, pieno di paninari. Poi bastava spostarsi un
poco in motorino e c’era roba più alternativa. Era
una città piena di gruppi musicali votati per lo
più al post-punk e alla new-wave. Ti spostavi un
altro poco e trovavi il CEP e Japigia, cioè i quartieri popolari. E Japigia era una sorta di Scampia ante litteram, all’epoca, un luogo di spaccio in
cui i ragazzi di buona famiglia, come me, andavano a respirare un’aria completamente diversa.
Scoprivano che c’erano persone con problemi,
facce, modi di vivere e di vestire completamente
diversi dai tuoi.
Come vivevano i ragazzi degli anni Ottanta
le profonde mutazioni sociali di quel periodo?
In quegli anni, quelli della mia generazione iniziavano sia pur confusamente, perché erano ragazzi, a prendere coscienza che saremmo diventati la prima generazione a crescere con minori
prospettive rispetto a quelle dei nostri padri.
Tutte le conquiste del Novecento cominciano a
ribaltarsi negli anni Ottanta. I nostri genitori
avevano vissuto la rivoluzione sessuale, a noi è
toccato il fantasma dell’Aids. Le nostre mamme
avevano creduto, grazie agli elettrodomestici,
entrati in casa negli anni ‘60, che la tecnologia
le avrebbe salvate, noi abbiamo vissuto con l’incubo di Chernobyl. I nostri genitori con una laurea avevano un lavoro, noi abbiamo capito che
la laurea valeva e vale oggi quanto una licenza
media poteva valere 40 anni fa. Quindi gli anni
‘80 sono una sorta di giro di boa in negativo per
il nostro paese. In questo senso, questo romanzo
è stato anche un modo per fare i conti con la mia
generazione, un po’ tradita dalle promesse che le
erano state fatte.
Tutto il libro è percorso dalla sensazione
di una catastrofe imminente sui giovani
protagonisti. A distanza di molti anni dagli
eventi raccontati, la voce narrante sottolinea come questa catastrofe ha cambiato il
modo di essere delle persone. È qualcosa
che ha colpito solo quella generazione?
Non so se riguarda solo quella generazione, da
quella generazione in poi è stato vero.
Il concetto di romanzo di formazione è un po’ entrato in crisi perché il romanzo di formazione è la
storia di qualcuno che ha una serie di problemi,
di crisi di identità e poi si risolve. Per noi è accaduto esattamente il contrario, una specie di doppio salto mortale. Si inizia bene, c’è un guasto e
poi ti devi riprendere da quel guasto. Da ragazzi
si è più scoperti, ci si mette più in gioco, ti fidi più
dell’altro. Io ti racconto di un incontro erotico, il
lato sentimentale, quello più nascosto se credo di
potermi fidare di te di potermi mettere nelle tue
mani. Se la diffidenza quindi l’ostilità diventa il
sentimento dominante come poi accade crescendo, e anche un poco l’aria che respiriamo, ti dai
di meno e dandoti di meno si atrofizza ciò che
è capace di entrare in contatto con la parte più
profonda di te. A un certo punto si è prodotto un
guasto.
F.T.
LIBRI 41
DEMETRIO PAOLIN
Recuperiamo il senso del tragico
C’è un autore, in Italia, che rende l’inquietudine una risorsa di comprensione dell’autenticità,
propria e del mondo. E lo fa con una scrittura che
è atto di turbamento continuo e molesto. Anche
per quest’atto, che io considero politico oltre che
letterario, ho voluto porre alcune domande a Demetrio Paolin, ricevendo da questo scrittore “in
tormento” risposte fedeli alla spietatezza narrativa che ho conosciuto come sua lettrice.
Il mio nome è Legione è un libro “fastidioso”, incentrato sulla tematica del male
come fonte di grazia. Nello scriverlo, avrai
dovuto - credo - osservare e affrontare le
inquietudini umane, i lati oscuri tuoi e degli altri, le bassezze più ignobili di cui anche gli animi candidi sono capaci. Come ha
avuto inizio il tuo volgere lo sguardo verso
tutto questo? E da quale momento lo sguardo si è fatto scrittura?
L’evento che ha scatenato Il mio nome è Legione
è il suicidio di un ragazzino di 11 anni avvenuto
nei primi anni ‘90 al mio paese. Quella morte,
così strana, senza un ragionevole o apparente
motivo, mi ha colpito e mi ha portato a riflettere su quel mistero scandaloso che è il male. In
questi anni, mentre andavo ragionando sul ro42 LIBRI
manzo, ho immaginato il male come una sorta
di strato di polvere infrasottile che stava dentro
ognuno, sopra ognuno, che copriva ogni cosa. Il
male diventava veramente qualcosa di “panico”,
che riguardava tutta la natura, i sassi, le rogge
dei fossi, le piante e le persone. Era componente
costitutiva del mondo e del suo esserci. Ho guardato queste cose e ho provato a dirle senza infingimenti. Forse questa scelta retorica, cioè di
stile, ha reso il libro fastidioso e in alcuni casi
sgradevole. Io non volevo ammiccare o fare l’occhiolino al lettore, al critico o al giornalista, ma
dire quello che con sgomento in questi anni avevo sentito ed esperito su di me.
La deriva psicologica che narri è intervallata spesso dal male sociale, e finanche
“politico”. Tra le righe del tuo romanzo, interviene in più di un’occasione la memoria
collettiva a “tappare i buchi” di quella più
personale. Che significato ha avuto, per te
autore, scegliere di incastrare tra loro questi due piani così complessi?
Nel libro esistono alcuni personaggi pubblici
come Renato Curcio, Moamed Atta e “la ragazza”. Tutti questi personaggi sono come delle figure che non rappresentano solo se stessi, ma
possiedono una sorta di sovrasenso che può essere così riassunto: quanto di bene c’è nel male
che uno compie. Questi tre personaggi hanno, in
maniera diversa, ucciso, fatto uccidere e compiuto stragi tremende. Penso che nessuno di loro
tre pensasse di fare del “male” o di compiere
del “male”, ma anzi agisse per un bene superiore. Credo anche che la deriva del protagonista
Demetrio sia certamente psicologica, ma anche
storica e sociale. Demetrio è figlio di dell’Italia
che ha vissuto il terrorismo, dell’Italia che si
domanda esterrefatta come possano succedere
vicende come quella di Novi Ligure. Quando Demetrio imputa la colpa della sua esistenza a Renato Curcio, credo che voglia proprio sostenere
questo: il suo essere un animale sociale.
È corretto affermare che Il pasto grigio, tuo
precedente romanzo, ha fatto da terreno
preparatorio a Il mio nome è Legione?
Il pasto grigio è un piccolo romanzo a cui sono
legato in maniera particolare. Ha rappresentato per me la prima volta. La prima volta che ho
preso la parola in pubblico e ho deciso di farmi
pubblicare. Matteo, il personaggio del romanzo,
ha qualcosa di Demetrio, in particolare la spietatezza con cui osserva i corpi altrui. Quella furia
anatomica, una furia calma, mai sopra le righe,
è la stessa che ho voluto che avesse Demetrio
nell’osservare sé e gli altri. C’è anche un discorso
legato alla lingua. Con Il pasto grigio ho incominciato ad affinare l’idea di una scrittura che
non fosse in sé bella, ma che fosse a servizio delle
cose che volevo dire. È una idea che mi sono fatto
leggendo le lettere di Paolo, dove la vertigine e la
bellezza del testo non derivano tanto dalla sua
capacità come scrittore, ma dal piegare la lingua
alle sue idee a quello che vuole comunicare.
Sei sempre distante da qualunque “cancellazione del tragico”, una condizione letteraria - non solo letteraria - che hai indagato nel tuo saggio Tragedia negata, in cui
offrivi una passerella critica dei romanzi,
dei racconti e delle inchieste che avevano
raccontato gli anni di piombo…
La cancellazione del tragico porterebbe le storie
che raccontiamo a una sorta di “non senso”. Le
svuoterebbe, le svilirebbe. Io il tragico lo vedo
come una possibilità che noi diamo ai nostri romanzi, alle storie che coviamo per anni, affinché
diventino veramente universali.
Recentemente hai curato un’intensa postfazione in forma di appunti per il libro Corpo morto
e corpo vivo di Giulio Mozzi, in cui scrivi, tra
l’altro, della pericolosità del “sentimento istantaneo” e dell’“indignazione a comando” nei
confronti di vicende di pubblico dominio…
Il libro di Giulio su Eluana Englaro è uno dei
libri più importanti e belli che io abbia letto. Il
fatto di averne potuto scrivere una postfazione
mi rende orgoglioso. Quello che tu noti è vero,
nel mio intervento, dal titolo “Il corpo e il rito”,
cerco di analizzare anche le forme della nostra
indignazione. Mi pare che, volenti o nolenti, tutti
siano molto simili al nemico che vogliono combattere. Non vedo differenza tra chi si indignava
perché la povera Eluana doveva essere lasciata
in vita o chi si indignava perché venisse concessa
al padre la libertà di scegliere per lei. Entrambi
gli schieramenti erano da una parte o dall’altra
per partito “politico” preso. Nessuno in realtà è
andato nel profondo di questa vicenda, nessuno
ha guardato lo scandalo che apriva nella coscienza di ognuno. Non a caso, finito il can can mediatico tutto è tornato come prima. Questo è un libro importante anche per il periodo in cui è stato
scritto. Giulio l’ha scritto in un mese, ad agosto,
e io ho scritto la mia postfazione in una settimana, sempre in agosto. Questo significa che è un
libro scritto in “vacanza”, nel vuoto, quando nessuno più pensava ad Eluana e alla sua vicenda.
Cosa ha significato, per te che sei padre di
una bimba, ripercorrere la vicenda di Eluana e Beppino Englaro?
È stata molto dura. C’era in me un disagio forte
che mi spingeva a tacere, a non riuscire a scrivere niente di preciso. Ho cercato di capire questo
malessere mio e ho compreso che era legato al
fatto che io avevo una figlia e stavo scrivendo
non solo di un caso politico, ma del delicato rapporto che si instaura tra padre e figlia.
Concludo chiedendoti di raccontarmi qualcosa in proposito ai tanti spostamenti che
affronterai a novembre…
A novembre sarò a Varsavia, all’Università, e interverrò all’interno di un convegno sulla letteratura italiana e le sue ultime tendenze. Parlerò di
alcuni romanzi usciti tra il 2008 e il 2009, che mi
sono molto piaciuti e che io ho visto legati, perché hanno messo sulla pagina un “discorso sul
corpo”. Il titolo provvisorio del saggio è «Corpo
e male». Sempre in quel mese, poi, sarò a Verona, Padova, Milano, Torino e Perugia, per «Il
mio nome è Legione». Sono contento di poter presentare il mio libro alle persone, perché io scrivo per questo motivo, per poter vedere loro, per
mettermi davanti a loro. Dopo averle turbate,
commosse o schifate, sono lì, pronto a discutere e
a mettermi in gioco.
Stefania Ricchiuto
LIBRI 43
44 LIBRI
SIMONE SARASSO E
DANIELE RUDONI
United We Stand
Marsilio
Passato presente e futuro.
United we stand è un viaggio
a ritroso nel passato, una spietata visione del nostro recente
futuro, una riflessione fantapolitica che è critica del nostro
presente.
Famiglia, amore, politica. In
United we stand i sentimenti,
i legami di sangue, la guerra
e la fuga diventano un gioco a
svelare una trama che si dipana senza risparmiare bruschi
colpi di scena.
Carta, musica, web. United we
stand nasce come una graphic
novel per diventare una graphic net novel. Sul sito è infatti
possibile accedere a contenuti
speciali come i trailer, la colonna sonora, un “fonodiario”.
Questo fa del libro un’opera totale, immaginata e realizzata
per tutti i sensi.
United we stand è l’inizio di
un’avventura: quella di scritture tangenziali che allargano ed
espandono il progetto di Simone Sarasso e Daniele Rudoni.
Ma UWS è anche la continuazione, o meglio la proiezione
nel futuro, del lavoro cominciato da Sarasso con i primi
due volumi della sua trilogia
(Confine di Stato e Settanta).
La visione apocalittica di un
2013 con una guerra termonucleare, un colpo di stato, un
presidente del consiglio donna,
lasciano comunque trasparire
chiari riferimenti alla nostra
politica e ricostruzioni precise
a cui Sarasso ci aveva già abituato. In questo confine tra realtà e immaginazione il tratto
di Rudoni aderisce con precisione creando tavole dinamiche,
drammatiche e intense dallo
stile dei grandi fumetti americani. In questo periodo in cui la
graphic novel si impone come
la nuova tendenza della lettura
(e di conseguenza delle scrittura) UWS è una sceneggiatura
robusta, un fumetto d’autore,
un progetto in divenire, non è
il primo caso di collaborazioni
tra scrittori e illustratori, ma è
certamente tra le migliori.
Osvaldo Piliego
MARIA LUISA
MASTROGIOVANNI
Il sistema
Il Tacco d’Italia
Peppino Basile, consigliere comunale a Ugento e in Provincia
di Lecce (per l’Italia dei Valori)
fu assassinato nella notte del
14 giugno 2008 con 40 coltel-
late. I media si affrettarono a
liquidare il caso come omicidio
passionale. I fatti portano invece a ben altri moventi che la
giornalista Maria Luisa Mastrogiovanni cerca di ricostruire
nel libro-inchiesta Il sistema.
Scrive Antonio Di Pietro che ha
curato la prefazione: “C’è un
delitto, nel profondo sud di questo Paese, che non ha colpevoli.
L’assassino circola liberamente,
ormai quasi certo dell’impunità,
ancor più tranquillo se garantito da complici o mandanti.
Poi c’è un piccolo mensile, nel
profondo sud di questo Paese, il Tacco d’Italia, che non si
rassegna ad archiviare questa
storia perché su quel territorio
ha speso molte delle sue risorse
etiche e professionali, smascherando grandi imbrogli edilizi,
silenzi istituzionali, connivenze
e indifferenze, che spesso sono
peggiori delle prime. Anche in
questo caso, il Tacco d’Italia fa
il suo mestiere, come lo farebbero grandi testate nazionali
per delitti più eclatanti: indaga,
intervista, trova carte. E scrive.
Del coraggioso lavoro di questa
piccola testata non si accorgono i giornali e le tv locali, ma
si accorgono l’Unità e Rai Tre
che dedica al delitto due puntate, partendo dalle inchieste
del mensile. Quella gran mole
di documentazione è diventata
oggi un libro”. Il sistema parte
dalle intuizioni di Basile e dalle sue denunce, per ampliarle
e approfondirle. È un doveroso
omaggio postumo al suo impegno e verso le centinaia di ugentini e salentini che dalla sua
morte hanno tratto il coraggio
per uscire allo scoperto, in un
movimento crescente di impegno etico e sociale. È l’eredità
più bella che Basile ha lasciato:
la voglia di riscatto, la rabbia, la
nausea. L’impossibilità a girarsi dall’altra parte. La necessità
di guardare la verità in faccia.
Ma anche credere che il cambiaLIBRI 45
mento sia una strada percorribile, per “questa nostra tanto
amata terra”.
NICOLÒ AMMANITI
Che la festa cominci
Einaudi
Mmh, insomma, così così.
Con un rapido montaggio alternato, schizzano lungo le prime
pagine la storia di una squinternata setta satanica che cerca
un’occasione di riscatto; e quella di Fabrizio Ciba, scrittore in
disarmo creativo che vive della
spinta propulsiva di un suo ormai vecchio romanzo. Le due vicende confluiscono nella megafesta che il palazzinaro Salvatore
Chiatti ha allestito (a. d. 2004)
nella romana Villa Ada, ora di
sua proprietà, che ha riempito di
bestie esotiche. E qui si innesteranno un safari (con epilogo alla
Jurassic Park), e la vicenda di
alcuni atleti sovietici dissidenti
che, durante le olimpiadi romane del ’60, erano fuggiti, si erano
nascosti nelle catacombe di Priscilla e ora riemergeranno come
zombie proprio in occasione della festa. Che la festa cominci è
un libro nato già vecchio. Nulla
di male a raccontare una storia
totalmente improbabile. Ma imperdonabile è la sensazione di
46 LIBRI
un libro scritto in una caverna
platonica dove fumetti, cinema
e fantasy ispirano altri fumetti,
cinema e fantasy, in una catena
seguendo la quale non si atterra
mai. Ecco, in Che la festa cominci manca l’atterraggio non sulla
realtà, ma sul vero. I dialoghi
sono falsi. I pensieri sono falsi.
Nessuno parla e pensa come i
personaggi del libro. Non ci si
riconosce mai, qui dove la fantasia si ispira alla fantasia, quasi
nulla è autentico, tutto è superficie. Si salva la lezione calviniana
sulla rapidità (ma non è detto
che non sia un sentiero dannoso), l’uso sempre esplosivo della
metafora, l’effetto comico di questa setta de noantri e la breve
lectio magistralis sulla “figura di
merda”. Ma forse è il momento
di dichiarare che un’epoca –
postmoderno, cannibali, riflusso
fantastico – è fatalmente morta.
Antonio Iovane
TODD HASAK LOWY
Prigionieri
Minimum fax
Uno sceneggiatore in crisi esistenziale, un rabbino attratto
da droghe sintetiche ed un eccentrico agente con disturbi di
personalità, sono i personaggi
di Prigionieri, primo romanzo
dello scrittore americano Todd
Hasak Lowy. Daniel Bloom è
uno sceneggiatore e Prigionieri,
o meglio Luna di miele a Helsinki come viene riadattata per il
grande schermo, è la sua opera
di maggior successo, in cui azione e violenza sono direttamente proporzionati agli incassi al
botteghino. Malgrado la fama,
Daniel è alle prese con una serie di dilemmi esistenziali. La
nuova sceneggiatura alla quale
sta lavorando parla di un serial
killer che semina il panico fra le
famiglie dei dirigenti di alcune
multinazionali, una trama che
alimenta la sete di vendetta
del pubblico desideroso di veder
soffrire, anche solo per pochi minuti, coloro che infliggono dolore
e perdite a migliaia di famiglie
americane, ma che fatica a trovare spazio nell’omogeneo mercato hollywoodiano, nonostante
il lavoro di Max, Holden, Kane,
o quale che sia la nuova identità ricoperta dal suo agente. Sul
fronte familiare, invece, Daniel
tenta di ricucire il rapporto con
la moglie Caroline e di stabilire
un dialogo con il figlio Zack, in
età di Bar Mitzvah. Il passaggio del figlio all’età adulta offre
a Daniel la possibilità di organizzare insieme un viaggio in
Israele. Quella che doveva essere una vacanza di famiglia, si
trasforma ben presto in un viaggio solitario che avvicina Daniel
verso le radici della propria fede
e verso il lisergico rabbino Brenner. Todd Hasak Lowy debutta con un romanzo divertente,
che utilizza la satira per porre
in evidenza la difficile realtà
economica e sociale dell’America post undici settembre, una
società tenuta sotto il controllo
di una classe dirigente che fa
della strategia del terrore la sua
arma vincente. Una scrittura
brillante e ritmata da lunghi ed
inconsueti dialoghi che come in
una sceneggiatura, rappresentano il punto di forza del tessuto
narrativo.
Roberto Conturso
ALESSIO ARENA
L’nfanzia delle cose
Manni Editore
Forse le affinità tra il rione
Sanità di Napoli e il quartiere
Lavapiés di Madrid, il quartiere dei gitani, non sono poche. E
non sto parlando di quei semplici e banali luoghi comuni ch
potrebbero venire in mente a
chiunque associando due popolazioni così diverse eppure forse così vicine, almeno
nell’immaginario comune, per
colori, suoni, riti. Ne L’infanzia delle cose di Alessio Arena,
uscito per Manni nella bella
collana Punto G, di luoghi
comuni non ce n’è nemmeno
uno. Ci sono grandi invenzioni piuttosto. Linguistiche, in
un coloratissimo e dolcissimo
pastiche tra lingua dolescenziale napoletana, spagnolo e
gitano. Di personaggi, uno più
incredibile dell’altro eppure
tutti realistici. Di situazioni,
che si muovono in equilibrio
perfetto tra comicità, tragedia, umorismo e commozione
sincera. Il tutto legato da una
magia che protegge e spaventa, che incuriosice e ammalia.
La storia è quella di Antonio,
che racconta in prima persona
le sue avventure, quindicenne
napoletano che dopo la morte
per overdose del padre, cantante neomelodico in odor di
camorra, si trasferisce con la
madre e la sorella a Madrid,
nel quertiere di Lavapiés, appunto, in una strada dove tutti
i negozi sono stati rilevati dai
gitani, che “sono i padroni del
mercato. I gitani sono i padroni di tutti i negozi di Lavapiés.
I gitani sono i padroni di Lavapiès”. La vicenda si sviluppa
scoppiettante in un crescendo,
orchestrato perfettamente da
Alesio Arena, di situazioni e
colpi di scena, dove si inseguono e rincorrono violini e cani,
incendi e scarafaggi, cadaveri
e monnezza.
Dario Goffredo
MARCO ROVELLI
Servi
Feltrinelli
L’ultimo agghiacciante reportage narrativo di Marco Rovelli
svela il sottoproletariato contemporaneo, composto dai tanti
individui clandestini che in Italia - e non solo in Italia – sono
ridotti a oggetti di fastidio, e
nello stesso tempo a fattori di
ricchezza. Ad uso e consumo di
pregiudizi insostenibili e infiniti maltrattamenti, la loro invisibilità è adoperata al fine di
fabbricare dispositivi da “negazione del diritto”, e meccanismi
utili alla logica del “razzismo
culturale”. Nella cosiddetta “irregolarità”, di fatto si annidano
ingranaggi stritolanti la dignità umana, che producono una
classe di lavoratori impercettibili ma esistenti, la cui inosservabilità accresce e rafforza
un’economia italico/globale fondata sugli abusati dall’attuale
capitalismo. Per dare voce ai
nuovi dannati della produzione, Marco Rovelli anche stavolta va oltre ciò che ci è dato di
vedere, e aguzza lo sguardo tra
le maglie strette del sistema,
allertando la capacità critica,
scatenando l’opposizione della
penna, e raccogliendo le tante
storie che abitano la quotidianità di una “potenza totalitaria”- il lavoro scorretto- drammatica e non riconosciuta, che
non contempla garanzie ed attua solo prevaricazioni. E lo fa
componendo un diario brutale,
a tratti quasi importuno, che
registra la condizione dei tanti
corpi adoperati dalle strategie
del mercato, poco evidenziata
dall’informazione e più che trascurata – chissà perché- dalla
politica. Oltre che all’inchiesta,
però, Marco Rovelli apre le pagine soprattutto alla riflessione
sensibile, esplorando il senso
puro del sommerso, il significato autentico della clandestinità, e il loro essere laboratori più
che attivi di paranoie fobiche
utili a diffondere insicurezza
collettiva. Costringendo il lettore a volgere un occhio critico
anche ai nuovi modi del lavoro
regolare, flessibile ed atipico,
e a porsi domande inquietanti
sulle ripercussioni delle forme
attuali dell’occupazione sul
piano della comunità, sempre
più determinata, nonostante le
LIBRI 47
48
coperture liberali, da processi
repressivi e metodi autoritari.
Stefania Ricchiuto
OSCAR GLIOTI
Fumetti di evasione (Vita
artistica di Andrea Pazienza)
Fandango
Di Andrea Pazienza non si
parla mai abbastanza. Artisti
come lui meritano continue riletture, una vita se pur breve,
intensissima da tutti i punti
di vista. Una vita così vicina
e astratta dalla realtà che finisce per sconfinare e invadere anche il suo immaginario
artistico. Ecco che è possibile
ricostruire vita e opera di Andrea Pazienza con un registro
che sembra essere letteratura
e cronaca dei fatti al contempo. Quando si dice una vita da
romanzo, o in questo caso, una
vita da fumetto.
E tre sono i personaggi raccontati in queste pagine, tre
capitoli, tre periodi della formazione umana e artistica di
Andrea. Pentothal, Zanardi e
Pompeo. “Il giogo mentale di
Pentothal, la valvola di sfogo
di Zanardi”, e poi la liricità di
Pompeo “il ritorno alla carne,
al dolore, a una testimonianza
sincera e senza mediazione”.
Emozioni e vita insieme. Pentothal incarna il Pazienza del
77, il suo utopismo in controtendenza con l’ideologismo del
tempo, Zanardi è la perdita
dell’innocenza, il lato oscuro
di Andrea, quello malato e poi
Pompeo, la fine, l’ultimo capitolo di una vita e di un’opera.
E in tutto questo c’è la sperimentazione, la voglia e la capacità di
oltrepassare il limite per trovare
nell’equilibrio o disequilibrio tra
immagini e testo nuove forme
per l’illustrazione.
Fumetti di evasione è un bel libro, si legge come un “film”, nel
suo associare immagini a una
storia speciale. “Il fumetto è evasione, è sempre evasione, deve
essere evasione, del resto la parola evasione è una bellissima
parola, evadere è sempre bello,
la cosa più saggia da fare... Poi
se c’è qualcos’altro ben venga.”
(Andrea Pazienza, 1984)
Osvaldo Piliego
STEFANIA DIVERTITO
Amianto
Verdenero
È un pugno in faccia questa inchiesta di Stefania Divertito,
giornalista napoletana responsabile nazionale della cronaca di
Metro. È un pugno in faccia perché racconta senza mezzi termini la storia dell’amianto e della
polverina impercettibile che solo
in Italia uccide 4000 persone
all’anno. “Dal dopoguerra fino
alla messa al bando del 1992,
in Italia sono stati usati 20milioni di tonnellate di amianto e
prodotte 3,75 milioni di tonnellate di amianto grezzo”. Numeri impressionati. E l’amianto
era ovunque: nelle fabbriche,
nelle nostre scuole, negli edifici
pubblici, anche nei giardini del
vicino. “Non riesco a guardare
una tettoia senza pensare che
ne possa essere piena e che potrebbe sfilacciarsi da u momento
all’altro. Tutto m’insospettisce e
mi genera un dubbio: la mia vita
è veramente al sicuro?”. Una
domanda dalla risposta scontata: no. Amianto è una indagine
rigorosa che passa attraverso il
racconto dei medici, dei processi,
delle leggi, dei malati e dei loro
familiari in giro per l’Italia da
Pordenone a Torino, da Brindisi
a Padova, da Napoli a Taranto,
da Roma a La Spezia, la città
che detiene il poco invidiabile
record mondiale di malattie collegate all’amianto. Il più grande
processo europeo per morti sul
lavoro, quello contro il magnate
elvetico Stephan Schmidheiny e
il barone Jean Louis de Cartier
del gruppo Eternit (parola che
proviene dal latino aeternitas, eternità) proprietari degli
impianti italiani di lavorazione dell’amianto a Cavagnolo,
Casale Monferrato, Bagnoli
e Rubiera, ha preso il via il 6
aprile 2009, il giorno del terremoto in Abruzzo. “Quel giorno
la notizia del terremoto piombò
come una scarica elettrica tra
le migliaia di persone assiepate
davanti al tribunale di Torino.
Erano arrivati con i pullman
dalla Puglia, da Napoli, dalla
Francia, dalla Svizzera”. La
causa collettiva coinvolge ben
2889 vittime dell’amianto ed è
ancora in corso. E tutti attendono per capire come andrà a
finire. Il libro ha la prefazione di Alessandro Sortino ed è
aperto da una frase agghiacciante di Carlotto “Risarcire un
operaio morto costa meno che
salvargli i polmoni”.
Pierpaolo Lala
LIBRI 49
In foto: Kurt Vonnegut
ELÈUTHERA
La cultura libertaria è una dimensione drammatica, in bilico precario tra la bellezza dell’utopia
concreta e lo strazio della realtà immodificabile.
Più di altri contesti di critica, necèssita di una
cura attenta che la custodisca solida e instancabile, perché il suo sguardo d’affondo non ceda
alla constatazione mortificante di una contemporaneità ormai avviata verso la catastrofe finale.
Alimentare quello sguardo, renderlo sempre più
penetrante, vivificarne la sua affilatezza:queste
le finalità dei libri proposti da Elèuthera, che
50 LIBRI
sono armi di percezione dell’andamento reale
dell’umanità.
A differenza di tanti altri piccoli editori,
voi volete restare tali, per cui non ambite
ad alcun salto nella produzione editoriale più vasta e diffusa. Un atto di coerenza
ostinata, il vostro, contro gli imperativi del
mercato del settore. Come si traduce, questa intenzione, nella quotidianità di una realtà che deve comunque sopravvivere?
Elèuthera continua a pubblicare (pochi) libri e
non a “produrre” libri, questa intanto la scelta. Il
mercato ci sembra un luogo paradossale, un nonluogo per dirla à la Marc Augé, nel quale riusciamo comunque a occuparci di progetti che ci interessano, che seguiamo in modo collettivo confrontandoci costantemente pur nelle differenze e nelle
diversità dei singoli componenti del collettivo.
La vostra nascita e la vostra evoluzione
sono strettamente legate alle attività del
Centro Studi Libertari e dell’Archivio Giuseppe Pinelli. È una sinergia importante,
reciprocamente osmotica…
Il Centro Studi Libertari e l’archivio Pinelli
rappresentano il tempo che ci attraversa e che
ci permette di essere oggi ciò che siamo. La relazione con quella storia determina le nostre
scelte quotidiane. Quindi, anche quelle editoriali. L’archivio raccoglie la memoria di molta
storia libertaria, sistematizzata e quindi messa
a disposizione di tutti, per lo studio come per
l’approfondimento dello spirito e del pensiero libertario. Quelle pubblicazioni hanno formato il
nostro pensiero, sono le idee che ci proponiamo
di realizzare nel nostro “spazio”.
Molto attenti alla cultura materiale resistente, siete tra le poche realtà che dedicano dei
percorsi di lettura specifici all’arte culinaria
e all’espressione erotica, permeando entrambi i contesti con ricerche di sostanza. La volontà di cambiare il mondo passa anche per
la liberazione del gusto e del desiderio…
Il libero pensiero è un’etica, e dunque non ha ambiti
specifici, è una condizione umana. Alcuni dei libri
che abbiamo pubblicato negli anni, parlavano di
ambiti specifici come la cucina o l’espressione erotica, ma dal tema scelto si analizza sempre la relazione dell’uomo con il (suo) mondo: alcuni esempi,
dalle provocazioni di Luigi Veronelli sulla cucina, in
cui – come nel pensiero – è “Vietato vietare”; agli
itinerari liber(tin)i della “Guida erotica al Louvre”;
fino a una delle ultime pubblicazioni “Ricette scorrette” di Andrea Perin, dove la cucina diviene spazio
di condivisione e creazione, di métissage antropologico e quindi di incontro tra individualità e culture.
Riservate molta attenzione anche alle derive della scienza, alle pratiche di manipolazione e invasione che rischiano di recludere sempre più l’esistenza umana…
Ciò che ci interessa è la relazione tra pratiche
di dominio e forme di Potere, compreso quindi
anche quello della Scienza, che a volte si struttu-
ra come religione, altre volte segue le logiche di
comodo che l’epoca comanda, in questo momento
storico, con l’Economia.
Tra i vostri autori, un maestro della letteratura americana come Kurt Vonnegut,
scomparso da pochi anni, e uno dei più noti
linguisti e pensatori viventi come Noam
Chomsky. Entrambi possono contare sull’attenzione dell’editoria più commerciale. Perché pubblicarli anche con Elèuthera, che
in genere abbraccia opere perseguitate ed
escluse, e di più complessa diffusione?
Perché entrambi sono autori del pensiero libertario, che quindi potevano “reggere” molto bene nel
nostro, pur “di nicchia” e selezionato, catalogo.
Nel catalogo più recente compare una conversazione con un personaggio indiscutibilmente dotato di pensiero critico, legato
però al contesto dello star-system televisivo: Morgan. Un libro dedicato al percorso
di un’artista anarchico, eppure inserito in
una dimensione tutt’altro che libertaria,
non toglie nulla alla vostra coerenza?
In quel caso ci interessava approfondire il legame tra artista e tematiche, in qualche modo,
libertarie. Il libro – in forma di dialogo - ha il merito, anche discutibile, di mettere in discussione
molti preconcetti, senza sconti per nessuno. Oltre a parlare ovviamente di musica, della libertà
dell’atto creativo, di personaggi della tradizione
musicale anarchica come Fabrizio De André, o
artisti individualisti come Luigi Tenco. Il progetto editoriale poi era nato ben prima del successo
“mediatico” di Morgan. Nel libro si parla certamente, nell’ultima parte, della mediamacchina dello spettacolo. Se ne discute apertamente,
anche in maniera auto-critica, cosciente. Dello
star-system, inteso come spazio della realtà moderna, un sistema dove si può entrare proprio
per scompaginare, come i diavoli di Bulgakov…
Concludiamo con dei consigli di lettura: una
vostra novità assoluta e una ristampa…
Come novità: “Spagna 1936. L’utopia e la storia”,
un cofanetto composto da un dvd che propone immagini originali dell’epoca, con un testo di Pino
Cacucci e le voci narranti di Paolo Rossi e Francesca Gatto, e dal libro “Anarchia e potere nella
guerra civile spagnola” di Claudio Venza. Come
ristampa: “Incontri libertari”, antologia di Simone Weil, a cura di Maurizio Zani, riproposta nel
centenario della nascita della filosofa francese.
Stefania Ricchiuto
LIBRI 51
CINEMA TEATRO ARTE
JASON
REITMAN
Intervista al regista di Thank you for smoking,
Juno e il recentissimo Up in the air
«George Clooney? È la moviestar meno moviestar con cui ti capiterà di lavorare». Parola di
Steven Soderbergh cui Jason Reitman - regista
di Up in the air e già vincitore del Marc’Aurelio
d’oro al Festival internazionale del film di Roma
con Juno, nel 2007 - ha chiesto consigli prima di
iniziare a lavorare con George Clooney.
Il film, in concorso al festival di Roma, uscirà
nelle sale il 15 gennaio. Racconta la storia di un
licenziatore di professione, un “tagliatore di teste” che, dopo anni spesi a zonzo tra gli aeroporti
di tutti gli Stati Uniti, incontra una donna e si
sente pronto a cambiare la propria vita con una
più stabile e sedentaria. A lavoro ultimato, Reitman si dice soddisfatto: “Ho iniziato a lavorarci
sette anni fa - racconta - e allora la disoccupazione non era ancora un’emergenza mondiale. La
crisi economica di questo periodo rende il mio
film estremamente attuale”.
Reitman è entusiasta soprattutto del protagonista: “Mai, quando ho iniziato a scrivere la sceneggiatura, avrei immaginato che il mio Ryan
potesse essere proprio George Clooney”.
Com’è stato lavorare insieme?
Estremamente semplice. George è un attore che
pensa da regista: mentre recita riesce a pensare
alla luce, alla posizione della camera e a tanti
altri dettagli tecnici che chi non è un regista non
considera. Abbiamo ripetuto le scene poche volte: due o tre ciak al massimo. È stata una delle
esperienze più belle della mia vita.
Clooney ti ha definito un regista che non
soffoca. Tu come lo definisci?
L’attore che tutti vorrebbero avere. Ho persino
modificato intere parti della sceneggiatura perché gli potessero calzare meglio addosso.
Up in the air è tratto da un romanzo di
Walter Kirn, ma se ne discosta molto. Come
mai?
Avevo in mente una mia storia e a un certo punto
mi sono imbattuto in questo romanzo e ho pensato: “Wow, questo ha trovato le parole per dire
quello che voglio”. Poi, però, ho sentito l’esigenza
di aggiungere delle cose, come i personaggi femminili che, nel libro, sono praticamente assenti.
Nel frattempo mi sono sposato e ho avuto una
bambina: io sono maturato e il mio personaggio
è cresciuto con me.
Come mai tutta questa attenzione ai personaggi femminili?
Sono sempre stato attratto dal modo in cui le
donne sono venute fuori dopo il femminismo. La
nostra è la prima generazione di donne senza lavoro, oppure di donne che lavorano tanto e a un
certo punto si rendono conto desiderano dei figli
e una famiglia, e devono pensare a come conciliare le due cose. Mia moglie mi ha aiutato molto.
È a lei che ho chiesto cosa desiderava per la sua
vita quando aveva 18 anni, per poi trasferirlo
pari pari nella sceneggiatura.
In che modo la sua vita personale ha influito
sul film?
La vita si evolve e io ho smesso di pensare ad
essa in maniera superficiale. Ho ancora solo 31
anni, ma ora che sono padre, mi sembra naturale
cercare la sostanza, andare a misurare il peso
delle relazioni umane nella vita.
Si dice che un regista fa sempre lo stesso
film. Anche nei suoi è facile vedere un filo
conduttore: quello dei rapporti interpersonali...
Sono contento che si veda un filo rosso nei miei
lavori: significa che faccio cose personali. Ed è
vero, parlo dei rapporti tra le persone perché, di
base, le persone mi piacciono.
Che rapporto hai con tuo padre Ivan, il regista di Ghostbusters?
Mio padre è il mio eroe e sono fiero di essere suo
figlio. So bene, però, che non arriverò mai dove è
arrivato lui. A proposito... Attenti, sta preparando Ghostbusters 3.
Valeria Blanco
cinema teatro arte 53
In foto: Teatro della Valdoca
DIECI
CANDELINE
1999-2009 Strade Maestre festeggia alla grande
Dieci anni fa a Lecce apriva un nuovo spazio dedicato al teatro, i Cantieri Teatrali Koreja, uno
spazio industriale riconvertito in teatro da una
compagnia, Koreja, nata circa dodici anni prima
ad Aradeo. Contemporaneamente iniziava, sempre a Lecce, una nuova stagione teatrale, Strade
Maestre, che prevedeva un doppio cartellone: da
un lato, negli spazi di Koreja, era possibile assistere a spettacoli di teatro di ricerca, e dall’altro
lato, nel Teatro Politeama Greco, il tempio della
stagione lirica leccese, era possibile assistere a
spettacoli di teatro di tradizione. Ma che tipo di
pubblico del teatro c’era a Lecce dieci anni fa? Lo
abbiamo chiesto a Salvatore Tramacere, direttore artistico dei Cantieri teatrali Koreja.
“Sicuramente a Lecce c’era molta quantità di
pubblico, generico certo, ma comunque voglioso
e desideroso di vedere, di sapere, un pubblico in
qualche modo generoso”. Da qui quindi la ne54 cinema teatro arte
cessità di conciliare la propria storia con quella
della città in cui la compagnia di Aradeo stava
sbarcando, e cioè continuare a fare ricerca senza
però allontanare dal teatro, con proposte troppo
“difficili” un pubblico abituato alla tradizione.
“Noi eravamo un gruppo che per principio, per
formazione, per cultura era minoritario nel senso che pensavamo ‘meno erano meglio era’ ma il
tempo ci ha cambiati perché abbiamo capito che
non è detto che meno è meglio anzi molto spesso meno è peggio. Il problema non si può porre
in termini di quantità ma di qualità. Quello che
conta alla fine è se fai teatro bene o male. L’importante è riuscire a trovare il modo di parlare in
maniera chiara per poter affrontare anche grandi problemi. Se lo si fa in maniera elitaria si può
stare a parlare per anni senza risolvere niente”.
Ma se dieci anni di Strade Maestre hanno cambiato il pubblico leccese, adesso più abituato
alle proposte anche più ricercate e difficili sicuramente sono cambiate anche le proposte e le
produzioni della Compagnia Koreja. “Lo spazio
ha modificato il nostro modo di produrre e non è
un caso che da quando siamo entrati qui dentro
abbiamo iniziato a fare produzioni con la partecipazione di altri artisti come i Sud Sound System o Raiz, perché ci interessava istaurare un
rapporto con un pubblico più ampio. Questo ha
modificato la nostra maniera di produrre, ha modificato il tempo delle produzioni, ha modificato
il modo di affrontare lo spazio. Col tempo capisci
che è cambiato tanto”.
Eugenio Barba, Peter Brook, Cesar Brie, Cesare
Ronconi, Ascanio Celestini, Danio Manfredini,
Romeo Castellucci, Marco Paolini, Marco Baliani. Sembra che Lecce sia una tappa obbligata per
i mostri sacri del teatro nazionale e internazionale ma anche un trampolino per giovani attori
e compagnie di grande talento. Teatro di parola,
teatro danza, teatro di immagini, teatro politico,
teatro sociale e teatro estetico. Da Lecce in dieci
anni di Strade Maestre è passato veramente di
tutto. Il filo conduttore però è sempre quello della qualità e, come dice Tramacere, “dell’onestà
del lavoro, cioè la totale adesione a quello in cui
si crede, lo spettacolo come risposta a una domanda progettuale, la coerenza”.
La stagione 2009/2010 di strade Maestre si apre
con uno spettacolo, Spazio della quiete del teatro
Valdoca, che è un ripensare e ripercorre il proprio passato, richiamare e rileggere le proprie
origini. Non è un caso che questa stagione, che
vuole essere non solo un momento di festa, ma
anche e soprattutto un momento di riflessione e
ripensamento ospiti questo spettacolo di Cesare
Ronconi di cui Mariangela Gualtieri scrive: “Tornare alle proprie radici è a volte un atto necessario, di ordine interiore”.
“Non è un caso - dice ancora Salvatore - che una
generazione di persone tra cui ci riconosciamo ha
la necessità di puntualizzare le cose. La nostra è
stata una generazione distrutta, lacerata, frantumata, usata e questo è il momento in cui chissà
perché si ha il desiderio di mettere un punto, di
puntualizzare delle cose. Tornare al passato non
è nostalgia, è semplicemente il desiderio di formalizzare una pratica, di dare parole precise e
concrete alla propria pratica”.
Dieci anni portati benissimo e festeggiati alla
grande con una stagione ricchissima che parte
con una settimana dedicata alle produizoni Koreja e che vede ospiti nel corso dell’anno oltre alla
già citata Valdoca, la Societas Raffaello Sanzio e
tantissime altre compagnie interessanti.
Dario Goffredo
SENSO PLURIMO
dal 4 al 24 novembre
Speech di Davide Faggiano
Cantieri Teatralii Koreja.
Si inaugura mercoledì 4 novembre alle ore 18,00
nel foyer dei Cantieri Teatrali Koreja di Lecce,
il progetto Senso Plurimo a cura di Marinilde
Giannandrea con la collaborazione di Salvatore
Luperto e Anna Maria Panareo. In occasione dei
festeggiamenti per i dieci anni della struttura
leccese, i Cantieri Teatrali Koreja riaprono le
porte all’arte contemporanea con una idea originale di Rune Ricciarelli che ha progettato un
Box polifunzionale dentro lo spazio del foyer.
Senso Plurimo parte dall’idea che l’arte contemporanea contenga una promessa di pluralità che
ci affranchi dagli inganni di chi dirige il nostro
immaginario visivo e il nostro pensiero estetico
in una direzione unica e univoca. Gli artisti in
mostra non appartengono a un gruppo omogeneo ma esprimono visioni molteplici. Ad inaugurare la rassegna Speech di Davide Faggiano.
Con la chirurgia plastica, con i cosmetici, con il
colore, con il fango, con la schiuma o con qualsiasi sostanza, si può cambiare l’aspetto fisico
di un volto. Si può dare al volto una sembianza
tenera o dura, feroce o mansueta, ma non si può
modificarne lo sguardo. Anche dietro i volti resi
statici, duri, pietrificati dal tempo, dal dolore,
dalla fame o semplicemente da una maschera di
unguento si avverte il vitale sentimento di uno
sguardo serrato, spiritato o smarrito. I ritratti
neri di Davide Faggiano esprimono sentimenti
provenienti dall’interiorità più profonda. Sono
occhi “speech” che parlano a chi sa leggere. Sono
tanti volti spalmati che si trasfigurano in nuove
fisionomie, in nuovi sentimenti che accentuano i
moti dell’animo riflessi negli occhi.
55
Foto di Claudio Longo
C’ERA LYSISTRATA
A CALIMERA
Al debutto il nuovo spettacolo di Astragali Teatro
Al debutto lo scorso martedì 27 ottobre, all’Elio di
Calimera, “Lysistrata, primo studio sull’oscenità
del potere” di Astragali Teatro. Una completa
riscrittura della Lysistrata di Aristofane (411
a.c.), operata da Fabio Tolledi (creatore dello
spettacolo) con Benedetta Zaccarello.
Abbiamo visto Lysistrata, ci ha accolto, proprio
lei, seduta a gambe larghe, sulle tavole di una
lunga pedana che invadeva per metà la platea
del Teatro Elio di Calimera. La “grika” era lì,
“apertura” d’una scena che in quasi due ore di
spettacolo s’è animata di canti, di atti di poesia,
di scontri visivi, di gag esilaranti, di eccessi
erotici, di silenzi. Una “pittura” registica accolta
in un essenziale bianco e nero, unico “luogo”
dove il colore può vibrare, esaltarsi, vivere la
sua naturalezza. Materia gli oggetti, cose di
natura: zucchine, salame, un’anguria, uova, due
cipolle! Legno a far le misure al duro dei falli e
vino, rosso ad aprire gli atti, viatico e pharmacon
della malinconia. Una grande damigiana verde
accoglie un amplesso!
È venuta, Lysistrata, a Calimera, proprio lei,
con tutta la sua carica eversiva a raccontare di
ora, del tempo che ci tocca vivere. Dell’oscenità
di un potere che assoggetta negando la verità,
nascosta dalla patinatura mediatica, instupidita
dal denaro, dalla malìa dell’apparire, confusa
dall’impermanenza. Sono passati secoli e secoli
56 cinema teatro arte
dal suo ‘debutto’, era il 411, non era venuto
ancora Cristo, quando per prima tentò la sua
rivoluzione. C’era la guerra del Peloponneso
a quei tempi, e quante ne sono venute dopo
di guerre, quante? Molte, tante, troppe! E
come è cambiata la guerra, a volte fa a meno
degli spari. Aristofane già sapeva. Pensava al
Femminile. Unico “eversivo” possibile in un
Mondo che già subiva (l’ha subito da sempre)
il primato del Maschile. È venuta, Lysistrata,
a Calimera, Callistrato l’accompagnava, un
regista-chitarrista che, con Gaetano Fidanza
alla fisarmonica, ha accompagnato dalla consolle
un coro allevato ed allenato all’acerbità. Valore
femminile, spontaneo, fuori regola, come
canto che viene a dire l’inespresso. La canzone
accompagna la vita. È di tutti la canzone? No,
è di chi “sente”! E questi “sentono” e l’oscenità
del potere la ridono, le girano intorno con lo
sberleffo e tessono un musical popolare che
ricorda e rinnova l’opera totale di Bertolt Brecht,
il graffio politico delle sue opere. Nell’urgenza
del dire, corpi nella loro bellezza fanno fronte,
“raccontano”, semplicemente stanno. Bravi
e..., appena finito vien voglia di rivederlo! Sarà
impresa impossibile raggiungerli in Palestina
che lì andranno prossimamente a confrontare, di
là dal mare, i diversi modi del ridere.
Mauro Marino
Foto di Pippo Affinito
SULLA GIOSTRA
DI KAFKA
Odradek è il nuovo spettacolo di Asfalto Teatro
Messo in scena dal 28 ottobre al 1 novembre presso il Cnos di Lecce, nel reparto laboratorio saldatura adibito a palcoscenico, Odradek è il terzo e
ultimo lavoro della trilogia dedicata da Asfalto
Teatro a Franz Kafka, iniziata con La descrizione
di una battaglia e proseguita poi con La condanna. Ma chi è, o che cos’è Odradek? Per rispondere
bisogna anzitutto sapere che Kafka fu un artigiano notturno della scrittura, che procedeva a
frammenti, e forse, con l’invenzione dell’Odradek,
ha voluto descrivere il suo processo creativo. Una
parola né slava né tedesca, una creatura finita di
diritto nel Manuale di zoologia fantastica di Borges. Un altro personaggio è Pietro il Rosso, interrogato in apertura di spettacolo perché racconti la
sua esistenza. Cinque anni separano lo scimpanzé Pietro, oggi umanizzato, dalla sua precedente
vita scimmiesca: anni di duro addestramento,
tanto che Pietro diviene in grado di argomentare
davanti alla comunità scientifica. È una parabola
sull’identità umana portata in scena da Asfalto,
sulla scimmia che si vuole distinguere dalle altre
scimmie, accomunata in questo a tutti gli animali antropomorfi dell’immaginario kafkiano,
un bestiario in cui tra sogni, favole e leggende lo
scrittore praghese espone la sua visione grottesca
dell’umanità. Così le bestie di questo circo sono
uomini e donne con la maschera da bestie, sono
animali che hanno appreso le leggi e le regole del-
la convivenza civile: un’inversione che rappresenta, attraverso la confusione tra uomo e fiera, lo
scetticismo di Kafka verso la ricerca e la verità
scientifica, e quindi lo scetticismo sull’esistenza di
una verità, della Verità. Tutto lo spettacolo riflette i temi tipicamente kafkiani: una lucida follia di
fondo, la metamorfosi che si trasfigura nelle maschere, tic nervosi e strampalate storie da raccontare, l’attore che pare costantemente un fuorilegge davanti al suo tribunale. I personaggi resi dai
ragazzi di Asfalto Teatro sono buffi, fantastici, ma
neri e crudeli: se Kafka fosse vivo, approverebbe
la trasposizione. Il lavoro è serio, profondo, curato
anche nei particolari della luce, dei macchinari,
dell’impianto scenico, in linea con la scelta di meticolosa ricerca teatrale – intrecciata alla fotografia e alla scrittura. Dal 2003 stabilmente presso
il Laboratorio Saldatura del Cnos, vera e propria
officina creativa, gli attori di Asfalto hanno conosciuto, approfondito e portato in scena Klossowski
prima e Lewis Carroll poi, tutti autori a loro modo
fiabeschi e assurdi, come Kafka. Lo spettacolo
merita di essere visto perché è una prova teatrale
rara a queste latitudini e restituisce la giusta dimensione allo scrittore praghese: non tenebroso e
soffocante, ma al più impietosamente sarcastico,
tragicamente assurdo. Con la speranza di nuove
repliche, che si consiglia di non perdere.
Vito Lubelli
cinema teatro arte 57
MARIANO COHN,
GASTON DUPRAT
L’artista
Primo lungometraggio di finzione degli argentini Mariano
Cohn e Gastón Duprat, L’Artista imbastisce un discorso semi-serio sulla natura
dell’opera d’arte e sul concetto
di autore. Con un’intuizione
inverosimile per un uomo che
nulla sa dell’arte né da creatore né da appassionato, Jorge Ramirez, infermiere in un
istituto geriatrico, riconosce il
valore estetico dei disegni di un
suo paziente, Romano, e se ne
appropria, diventando l’artista
del momento. La scelta di individuare l’autore dei disegni
in un vecchio autistico, seppur romanzesca e conforme a
un concetto di “arte da seduta
psicanalitica”, appare tuttavia
giustificata nel sistema di contrasti interno alla storia, dal
momento che mette in evidenza
le discrepanze fra due mondi,
quello in cui l’arte si produce e
quello- troppo luccicante- in cui
si consuma, e fra due modi di
essere artisti, artisti putativi
come Jorge o “materiali” come
Romano. Con il suo riconoscimento Jorge crea una seconda
volta l’opera, fornendole un’intenzionalità comunicativa in
assenza della quale i disegni
58 cinema teatro arte
di Romano sarebbero solo il
vomito interiore di un alienato. Citazioni contraddittorie e
silenzi increduli corrodono la
serietà di un mondo che galleggia nell’arbitrio e copre la sua
sostanziale vuotezza con l’eleganza verbale, mentre l’arte è
la grande presente/assente: lo
stesso Romano la crea senza
la consapevolezza di farlo e i
suoi disegni non vengono mai
inquadrati, come se più che
la materialità dell’opera contassero gli effetti che questa
produce sullo spettatore. E se
nessuno sa come mai quella
cosa semplicissima che è l’arte riesca solo a pochi, si potrà
concludere che- teoricamente,
certo- artisti possono esserlo
tutti. Anche una fotografa di
orsacchiotti o una che brucia
plastici nel microonde. Pellicola disorientante e dall’ironia allibita per chi non cerca risposte
ma domande.
Francesca Maruccia
ERIK GANDINI
Videocracy
Parte un filmato in bianco e
nero, anno 1977. Il conduttore
siede al tavolino di un bar trasformato in studio televisivo e
riceve telefonate dal pubblico a
casa: una domanda, una rispo-
sta esatta e si vince uno spogliarello in diretta. La voce fuoricampo sussurra misteriosa
che tutto inizia da qui: il primo
sexy-quiz delle reti italiane, la
tv di Berlusconi (“Il Presidente”) e la rivoluzione culturale
della videocrazia, con il suo culto del godereccio e del disimpegno, del trash e delle donnine
nude. Se il male fu generato
dal Presidente e s’incarnò da
principio nelle carni mercificate di una casalinga disinibita,
c’è qualcosa che non torna, dato
che quella prima Maja desnuda mostrava le sue grazie su
“Spogliamoci insieme”, programma di un’emittente, Tele
Torino International, che non
apparteneva a Berlusconi, ma
a un’agenzia di pubblicità, la
Sapier. Il grossolano errore storico puzza di partigianeria, ma
il punto debole di Videocracy
non sta in questo particolare,
quanto in una struttura argomentativa che accozza alla rinfusa tutto il più trito ciarpame
mediatico italiano fra veline,
grandi fratelli, tronisti, Lele
Mora e Corona, senza spiegare
a fondo come la cultura dello
spettacolo sia giunta a contaminare anche la politica, spostando l’attenzione degli elettori dai programmi all’immagine
dei leader. Converrebbe ricordare le origini della videocrazia - gli Stati Uniti degli anni
’60- per capire che non si tratta
né di un’esclusiva italiana né
di un parto di Berlusconi. Ma
Gandini non lo dice e si ferma
a una condanna moralistica del
fenomeno. Il suo documentario
stigmatizza la società televisiva mentre ne usa le stesse
formule narrative del personalismo e della semplificazione,
riducendo complesse trasformazioni del costume all’azione
di un singolo.
Francesca Maruccia
KENNY ORTEGA
This is it
Dopo una carriera ricca di eccessi e di successi e una vita
piena di scandali e di debiti, il
25 giugno 2009, l’indiscusso re
del pop, Michael Jackson, ci
ha lasciati inaspettatamente
all’età di cinquant’anni. Anche
se orfani del suo talento e della
sua energia, Michael continua a
vivere attraverso la sua straordinaria musica nei nostri cuori
e nelle sale cinematografiche,
anche se per breve tempo, con il
docu-film This is it.
Diretto da Kenny Ortega, esso
vuole offrire ai milioni di fans,
sparsi in tutto il mondo, che
ancora piangono la prematura
scomparsa del loro idolo, uno
sguardo dietro le quinte dell’ultimo show che Jackson, insieme
allo stesso Ortega, stava preparando e che avrebbe tenuto a luglio alla 02 Arena di Londra. La
pellicola non solo intende mostrare il genio e il carisma sen-
za pari dell’artista ma anche, e
soprattutto, l’umiltà e allo stesso tempo l’autorità di Jacko, nei
confronti dei suoi collaboratori
e del suo staff. Questo lavoro,
dunque, rappresenta l’eredità
più significativa lasciataci da
Michael, il suo testamento arti-
stico che, in due ore di coreografie spettacolari, magistralmente
montate, e di magia senza tempo, consegna un’intera carriera
musicale alla storia. Insomma,
come recita il titolo stesso, questo è davvero tutto.
Daniela Miticocchio
59
60
EVENTI
MUSICA
VENERDÌ 6 – Istanbul Cafè
di Squinzano (Le)
Muffx
VENERDÌ 6 – Arena Live
Music di Carpignano (Le)
Dj Kosmik e Emanuele
Pagliara
VENERDÌ 6 – Molly Malone
di Lecce
Open Mic Session
VENERDÌ 6 – Kalì di
Melpignano (Le)
Negro & Legari Duo
VENERDÌ 6 – Auditorium
La Vallisa di Bari
Steven Brown & Nine Rain
(Time Zones)
SABATO 7 – Istanbul Cafè
di Squinzano (Le)
Happy Birthday Istanbul - Dj
set Tobia Lamare
SABATO 7 – Arena Live
Music di Carpignano (Le)
Killacat e Gioman
SABATO 7 – Arci 37 di
Giovinazzo (Ba)
Marco Notari & madam
SABATO 7 - Officine
Cantelmo di Lecce
Dario Congedo & Nadan
SABATO 7 - GabbaGabba di
Taranto
59 ’Ers
LUNEDÌ 9 – Teatro Team
di Bari
Charles Aznavour
DOMENICA 8 – Teatro
Royal di Bari
Terence Blanchard Quintet
GIOVEDÌ 12 – Molly Malone
di Lecce
Dj Sorge
GIOVEDÌ 12 – Spazio Off di
Trani
Bum bum baby san
VENERDÌ 13 – Molly Malone
di Lecce
Marc Duradeau
VENERDÌ 13 – Kalì di
Melpignano (Le)
New Harlem Acoustic
VENERDÌ 13 – Istanbul Cafè
di Squinzano (Le)
Cast thy eyes + Gerda
VENERDÌ 13 – Saletta della
Cultura di Novoli (Le)
Marco Notari & Madam
VENERDÌ 13 – Target di
Bari
Vision Divine e Ashram Inside
VENERDÌ 13 – Cinema
Visconti di Monopoli
Carl Palmer
VENERDÌ 13 – Spazio Off di
Trani
Two left shoes
SABATO 14 – Istanbul Cafè
di Squinzano (Le)
Vibronics featuring Jah
Marnyah
SABATO 14 - GabbaGabba
di Taranto
Telesplash e Gap
SABATO 14 - Officine
Cantelmo di Lecce
Happy Birthday Cantelmo
SABATO 14 – Masseria
Valente di Crispiano (Ta)
Hardcore & Hip Hop night
SABATO 14 – Spazio Off di
Trani
Bud Spencer Blues Explosion
SABATO 14 – New Demodè
di Bari
Il teatro degli Orrori
MERCOLEDÌ 18 – Caffè
Letterario di Lecce
Irene Scardia
GIOVEDÌ 19 – Molly Malone
di Lecce
Dj Noerz
VENERDÌ 20 – Istanbul Cafè
di Squinzano (Le)
Ytsejam Kr. Official Dream
Theater Tribute
VENERDÌ 20 – Kalì di
Melpignano (Le)
Hot Hat Contry
VENERDÌ 20 – Molly Malone
di Lecce
Super Reverb
VENERDÌ 20 – Db d’Essai di
Lecce
Radiodervish
VENERDÌ 20 - GabbaGabba
di Taranto
Piroth e 6 O’clock
VENERDÌ 20 E SABATO 21 –
Sotterranei di Copertino
Sottosuono festival
SABATO 21– Istanbul Cafè
di Squinzano (Le)
Tecnosospiri, Marco Ancona e
Amerigo Verardi
SABATO 21 – Masseria
Valente di Crispiano (Ta)
Munnizza
SABATO 21 - GabbaGabba
di Taranto
(All My Friendz Are) Dead
SABATO 21 – Sinatra Hole
di Ugento (le)
Rino’s Garden
SABATO 21 – Spazio Off di
Trani
The forty Moostachy
LUNEDÌ 23 – Teatro
Politeama Greco di Lecce
Wim Mertens
MARTEDÌ 24 – Teatro Team
di Bari
George Benson
GIOVEDÌ 26 – Molly Malone
di Lecce
Dj Populous
VENERDÌ 27 – Kalì di
Melpignano (Le)
Tobia Lamare & The Sellers
VENERDÌ 27 – Saletta della
Cultura di Novoli (Le)
Wasabi trio
VENERDÌ 27– Istanbul Cafè
di Squinzano (Le)
Dolce mente e La teoria dei
giochi
VENERDÌ 27 – Molly Malone
di Lecce
Flavio Jordan
VENERDÌ 27 - GabbaGabba
di Taranto
Silenzioinsipido e Lenula
SABATO 28 – Istanbul Cafè
di Squinzano (Le)
Tayone, Paura, Clementino
SABATO 28 – Masseria
Valente di Crispiano (Ta)
Effetti Collaterali
SABATO 28 – Sinatra Hole
di Ugento (Le)
Big Mama
SABATO 28 - Officine
Cantelmo di Lecce
Blue Hole
SABATO 28 – Spazio Off di
Trani
Dufrense
Editoriale 61
SABATO 28 – New Demodè
di Bari
Nina Zilli, Giuliano Palma &
The BlueBeaters
DOMENICA 29 – Presicce
Canzoniere Grecanico
Salentino
TEATRO
GIOVEDÌ 5 - Cantieri
Koreja di Lecce
Doctor Frankestein
VENERDÌ 6 - Cantieri
Koreja di Lecce
Il calapranzi
DAL 6 ALL’8 – Piccolo Tearo
di Bari
Fanculopensiero Stanza 510 di
e con Ippolito Chiarello
SABATO 7 - Cantieri Koreja
di Lecce
La passione delle troiane
DOMENICA 8 E LUNEDÌ 9 Taranto
Miserabili. Io e Margareth
Thatcher di Marco Paolini
MERCOLEDÌ 11 E GIOVEDÌ
12 - Teatro Kismet di Bari
Juana de La Cruz – ovvero
Della Libertà della Compagnia
Le Belle Bandiere di e con
Elena Bucci
VENERDÌ 13 E SABATO 14 Cantieri Koreja di Lecce
Lo spazio della quiete del
Teatro Valdoca
GIOVEDÌ 19 E VENERDÌ 20
- Teatro Kismet di Bari
Dittico tarantino da Stranieri
di Antonio Tarantino regia di
Marco Martinelli
SABATO 21 E DOMENICA
22 - Teatro Kismet di Bari
Rosvita di Ermanna Montanari
- Teatro delle Albe
DA VENERDÌ 27 A
DOMENICA 29 - Teatro
Kismet di Bari
Irruzione Pubblica a cura di
Fibre Parallele, Reggimento
Carri, Radice Quadrata e Nodo
DOMENICA 29 – Teatro
Politeama Greco di Lecce
Sabina Guzzanti
MARTEDÌ 1 DICEMBRE –
Teatro Politeama Greco di
Lecce
Lillo e Greg
LIBRI
DOMENICA 8 - Carpe Diem
di Crispiano (Ta)
“Ballata ignorante per destini
comuni” di Mino & Massi
VENERDÌ 13 – Biblioteca
Comunale di Calimera (Le)
Il ritorno della Taranta di
Vincenzo Santoro
VENERDÌ 13 – Libreria
Gutenberg di Lecce
Le donne non invecchiano mai
di Iaia Caputo
DOMENICA 15 – Teatro
Comunale di Aradeo
Il ritmo del tacco
DOMENIC A 15 - Carpe
Diem di Crispiano (Ta)
Ritratto di una donna allo
specchio di Angela Greco
DOMENICA 22 - Carpe Diem
di Crispiano (Ta)
Lettera a Leontine di Raffaello
Mastrolonardo
GIOVEDÌ 26 E DOMENICA
29 – Campi Salentina
Città del libro
DOMENICA 29 - Carpe Diem
di Crispiano (Ta)
Voglio Dirti di Gianni Tursi
DOVE TROVO COOLCLUB.IT?
Coolclub.it si trova in molti locali, librerie, negozi
di dischi, biblioteche, mediateche, internet point.
Se volete diventare un punto di distribuzione di
Coolclub.it (crescete e moltiplicatevi) mandate
una mail a [email protected] o chiamate al
3394313397
Lecce (Manifatture Knos, Officine Cantelmo, Caffè
Letterario, Magnolia, Svolta, Cagliostro, Circoletto
Arcimondi, Arci Zei, Libreria Palmieri, Liberrima,
Libreria Apuliae, Ergot, Youm, Pick Up, Libreria
Icaro, Fondo Verri, Negra Tomasa, Road 66, Mamma
Perdono Tattoo, Shui bar, Cantieri Teatrali Koreja,
Santa Cruz, Molly Malone, La Movida, Biblioteca
Provinciale N. Bernardini, Museo Provinciale
Sigismondo Castromediano, Edicola Bla bla,
Urp Lecce, Castello Carlo V, Torre di Merlino,
Trumpet, Orient Express, Euro bar, Cts, Ateneo Palazzo Codacci Pisanelli, Sperimentale Tabacchi,
Palazzo Parlangeli, Buon Pastore, Ecotekne, La
Stecca, Bar Rosso e Nero, Pizzeria il Quadrifoglio,
Associazione Tha Piaza Don Chisciotte), Calimera
(Cinema Elio), Cutrofiano (Jack’n Jill), Gallipoli
(Libreria Cube), Maglie (Libreria Europa, Music
Empire, Suite 66), Melpignano (Mediateca, Kalì),
Corigliano D’Otranto (Kalos Irtate), Otranto
(Anima Mundi), Alessano (Libreria Idrusa),
Galatina (Palazzo della Cultura), Nardò (Libreria
i volatori), Leverano (Enos), Novoli (Saletta della
Cultura Gregorio Vetrugno), Squinzano (Istanbul
Cafè), Ugento (Sinatra Hole), Brindisi (Libreria
Camera a Sud, Goldoni, Birdy Shop), Ceglie (Royal
Oak), Erchie (Bar Fellini), Torre Colimena
(Pokame pub), Oria (Talee), Bari (Taverna del
Maltese, Caffè Nero, Feltrinelli, Kismet teatro,
New Demodè, TimeZones), Giovinazzo (Arci
37), Trani (Spazio Off) Taranto (Associazione
Start, Trax vinyl shop, Gabba Gabba, Biblioteca
Comunale P. Acclavio, Alì Phone’s Center, Artesia,
Radiopopolaresalento),
Manduria
(Libreria
Caforio), Roma (Anima Mundi e Circolo Degli
Artisti) e molti altri ancora...
Scarica

ALLEGRIA!