Maria Rita Gennari
PROGETTO ITALIA 150:
“C'ERA UNA VOLTA...A ZAVATTARELLO”.
BREVE STORIA DELL' ISTRUZIONE PRIMARIA
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PREMESSA
Questo lavoro, svolto per celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia, non vuole e non può essere
esauriente rispetto alla complessità dell'argomento trattato.
Infatti il territorio di Zavattarello dalla metà del '700 ai primi dell'800 circa passò dal dominio
austriaco di Maria Teresa a quello del regno sabaudo, quando nel 1748 la pace di Aquisgrana, che
concludeva le guerre di successione austriaca, obbligava l'imperatrice a cedere a Carlo Emanuele III
di Savoia la zona di Novara, Vigevano, Voghera e l'Oltrepo con Bobbio per l'aiuto che il re sabaudo
le aveva dato nella guerra. In seguito Zavattarello passò sotto il dominio napoleonico dopo la
campagna d'Italia del 1796, per tornare a quello austriaco col Congresso di Vienna, per poi essere
annesso al Regno di Sardegna di nuovo con la seconda guerra d’Indipendenza.
E' difficile quindi trovare una documentazione completa, specie relativamente all'istruzione in un
piccolo comune rurale come il nostro.
Inoltre la localizzazione della sede municipale di Zavattarello ha subito molti spostamenti, disordini
e razzie, quindi anche le testimonianze custodite nell'archivio comunale sono piuttosto
frammentarie.
Nonostante tutte queste difficoltà è stato interessante scoprire le nostre “origini scolastiche” per
così dire, naturalmente relative alla scuola primaria, poiché non esisteva allora nel nostro piccolo
centro quella che poi verrà chiamata scuola media.
Dal momento che la nostra storia unitaria nazionale inizia dal 1861, mi sembrava giusto
soffermarmi sul periodo precedente l'unità stessa, per capire meglio come la scuola di Zavattarello
possa aver vissuto il passaggio all'annessione al Regno d'Italia. I documenti a disposizione, e che ho
consultato, sono le delibere comunali dal 1856 e da quell'anno è iniziata la mia ricerca con un salto
all'indietro, come dicevo prima, per avere più chiaro il collegamento tra Settecento e Ottocento.
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L'ISTRUZIONE PUBBLICA NEL REGNO DI SARDEGNA
E NEL LOMBARDO VENETO
DAL SETTECENTO ALLA FINE DELL'OTTOCENTO
Per poter comprendere la complessità dell'argomento, dobbiamo tornare al regno di M. Teresa
d'Austria, la prima donna a reggere il Sacro Romano Impero; infatti prima di lei la legge salica
permetteva l'eredità al trono ai soli figli maschi. Già questo fatto ci mostra l'imperatrice come una
figura femminile molto aperta per quei tempi, grandemente influenzata dall'Illuminismo europeo,
che lei abbracciò senza riserve e che la spinse a dare un forte impulso alla cultura e
all'organizzazione dell'istruzione pubblica, creando la scuola elementare. Diceva che alla base della
vita del suo impero c'erano forza e cultura e che il popolo andava tolto dall'ignoranza, anche perchè
quegli elementi del ceto medio – piccolo dovevano poi diventare impiegati nell'amministrazione
dello stato e solo se questo aveva funzionari preparati essi potevano servirlo con efficienza e
competenza.
Già nel 1774 M.Teresa emanava il “Regolamento generale per le scuole normali” in cui veniva
ribadito che ogni parrocchia doveva dotarsi di una scuola pubblica per il popolo e in cui si
prevedeva l'obbligo della scuola elementare per bambini dai 6 ai 12 anni e la creazione di scuole “di
metodo” per la preparazione dei maestri. L'imperatrice inoltre, nonostante fosse profondamente
cattolica, bloccò il predomonio dei Gesuiti nel mondo dell'istruzione, escludendoli da essa, proprio
con l'intento di rendere più laica la sua amministrazione ed istruzione. La sua idea di una scuola
aperta a tutte le classi sociali era per quei tempi e per la sua persona che lo affermava un'idea
rivoluzionaria, perchè la regola esistente, anche se mai scritta, diceva che il popolo lasciato
nell'ignoranza non sarebbe stato in grado neppure di organizzare ribellioni.
In seguito il suo successore Giuseppe II con gli editti del 1783 e del 1786 stabiliva che le scuole
popolari nelle zone rurali dovevano essere gratuite per gli indigenti.
Tutto questo ci dimostra un notevole interesse per la scuola pubblica popolare laica, come già ai
primi del Settecento fece Vittorio Amedeo di Savoia che istituiva le prime scuole laiche statali in
territorio italiano. Purtroppo tali programmi furono difficili da realizzare, perchè mancavano fondi,
maestri e locali per le scuole; inoltre il problema forse più gravoso da affrontare era far cambiare
mentalità a quei genitori di campagna che sfruttavano la forza lavoro dei propri figli nei campi e
non capivano che rinunciare alle “braccia” dei minori, significava in futuro offrire loro maggiore
emancipazione sociale ed economica e possibilità di vita diverse.
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Possiamo affermare che la scuola popolare pubblica in Italia si avviò faticosamente, perchè
l'istruzione era una caratteristica del clero da tempi immemorabili; dobbiamo aspettare la
rivoluzione francese e il dominio napoleonico che imposero la scuola elementare laica e
obbligatoria per tutti, maschi e femmine, perchè avevano entrambi lo stesso diritto all'istruzione
pubblica, gratuita e obbligatoria; chiaramente con le repubbliche napoleoniche “sorelle” anche in
Italia la scuola cercò di modellarsi su quella francese.
E' evidente l'influenza napoleonica nel Regno di Sardegna in una “Istruzione” del 4 novembre 1800
dove le materie d'insegnamento citate sono: lettura, scrittura, aritmetica pratica, morale e istituzioni
sociali. Manca il latino che nei corsi dell'Ancien Régime era lo strumento essenziale per avviare i
ragazzi agli studi superiori, mentre la scuola napoleonica doveva avere carattere pratico, più vicina
al popolo: la sua finalità era trasformare l'alunno in un cittadino cosciente della nuova politica,
doveva “formare nell'uomo un carattere probo, generoso e veramente Repubblicano” e il sapere
doveva avere carattere pratico. Elemento determinante è l'introduzione del francese nella scuola
come si legge nel “Regolamento” del 5 gennaio 1802, nel quale viene esaltata la lingua francese
come lingua della verità e della futura Europa, piena di forza ed eleganza, precisione e chiarezza di
espressione.
Se pensiamo che nel 1861 non c'era ancora in Italia una lingua nazionale e si parlavano ancora i vari
dialetti regionali, immaginiamo come sessant'anni prima, in un Piemonte dominato da Napoleone,
dovesse risultare incomprensibile un simile provvedimento; infatti l'inserimento di questa lingua
“straniera”, specie nelle zone rurali, non avvenne se non sulla carta, soprattutto per il suo significato
politico. Si pretendeva persino che la lettura meccanica del francese, che avveniva nell'Ancien
Régime, ora diventasse una lettura – comprensione completa. Di conseguenza anche i maestri
dovevano essere preparati e sostenere un esame di francese. Molti abbandonarono l'insegnamento
piuttosto che sottomettersi a tale obbligo, sospettando anche che presto si sarebbe eliminato il
dialetto dai territori ex sabaudi e questo avrebbe significato cancellare per sempre l'ultimo elemento
di identità politica e culturale dello stato piemontese. Nel dipartimento di Ivrea, ad esempio, solo 36
insegnanti elementari su 88 dimostrarono di conoscere il francese.
Con la caduta di Napoleone e la Restaurazione si tornò ad affidare legittimamente ad elementi del
clero, specie ai Gesuiti, l'insegnamento ed anche le cariche di ispettori delle scuole, perchè doveva
essere chiaro che il controllo sulle menti era del potere politico e quindi era impossibile ogni
tentativo di idee rivoluzionarie. Tra le materie insegnate ritornano la dottrina cristiana e la lingua
italiana.
I maestri e gli alunni dovevano sottostare a regole ferree: dovevano accostarsi ai sacramenti almeno
una volta al mese e dovevano mostrare al Prefetto la prova di questo obbligo; per loro era vietato
ogni divertimento pubblico, perchè non potevano partecipare a balli, teatri, caffè, pubblici esercizi
perchè considerati luoghi pericolosi, in cui era facile organizzare rivolte e specie dopo i moti
carbonari del 1821. I maestri dovevano possedere un certificato rilasciato dal vescovo di “buona e
lodevole condotta”, senza il quale non potevano esercitare la professione e, secondo il “Regio
Regolamento” emanato dal re Carlo Felice di Savoia il 23 luglio 1822, detto certificato doveva
essere presentato all'inizio di ogni anno scolastico; e tutti i maestri, anche se già in servizio,
dovevano sostenere un esame che, se superato, dava diritto alla “patente di idoneità” (art. 18 e 19
del Regolamento).
L'articolo 12 “recitava”, è proprio il caso di dirlo, le regole cui i maestri e le loro lezioni dovevano
attenersi: la giornata di scuola iniziava con le preghiere del mattino per terminare alla fine del
pomeriggio con quelle vespertine. Le lezioni del sabato pomeriggio erano basate sul catechismo e le
litanie alla Vergine. Secondo l'articolo 15 poi, il maestro di scuola comunale doveva accordarsi col
parroco affinchè gli alunni potessero assistere alla messa prima della scuola e perchè potessero
partecipare al catechismo e alle funzioni religiose nei giorni di festa.
E' interessante in questo Regolamento la valorizzazione di una scuola obbligatoria e gratuita in ogni
comune e il ritorno dell'insegnamento della lingua italiana.
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Inoltre, secondo l'articolo 16, fu escluso l'insegnamento di “principi di latinità” dai corsi comunali
per favorire una scuola più popolare. Più interessante però è la deroga al suddetto Regolamento che
portò al provvedimento del 30 luglio 1827: nei centri dove non esistevano scuole pubbliche di
latinità i maestri potevano insegnare i primi elementi del latino a quegli alunni che ne avessero fatto
richiesta.
Perchè si giunse a questa deroga? Perchè le famiglie dei ceti privilegiati protestarono, perchè il
latino era considerato per i propri figli una base essenziale per affrontare le scuole superiori: quindi
il Piemonte, nonostante l'influsso napoleonico, aveva in qualche modo rifiutato il francese e in
seguito difeso il latino come strumento di identità nazionale. Insomma dalla Francia aveva ereditato
lo spirito illuministico e liberale, unito anche alla volontà di istituire l'istruzione pubblica di
carattere popolare, cioè i due elementi migliori.
Con il passare del tempo i Savoia attorno agli anni '40 iniziavano a progettare una politica tendente
all'unità italiana e sempre più liberale, quindi anche gli insegnanti potevano essere laici e non più
solo appartenenti al clero, come accadeva appena dopo la Restaurazione.
Sotto Carlo Alberto la scuola diventava prioritaria e intesa come strumento di “prosperità e potenza
di uno stato” anche perchè il denaro speso per l'istruzione era inteso dal sovrano come “denaro che
si diffonde nel paese e ne accresce la ricchezza”. L'istruzione cominciava ad essere considerata
davvero un diritto e si prendevano a modello i provvedimenti presi dall'Austria nel vicino
Lombardo Veneto che avevano favorito ed aumentato la scolarizzazione.
A metà degli anni Quaranta era ormai obbligatoria l'abilitazione per gli insegnanti dopo la scuola di
metodo: la prima scuola in tal senso fu un corso tenuto da Ferrante Aporti a Torino dall'agosto
all'ottobre del 1844, alla fine del quale si otteneva la “patente” necessaria per poter insegnare.
Questa novità, per di più a Torino, segnò una svolta nella vita scolastica del nostro paese, perchè
attribuiva allo stato un ruolo fondamentale in materia di istruzione pubblica, ruolo rivendicato da
Bon Compagni nel 1848.
Egli, convinto assertore della funzione civile e non religiosa della scuola, segnava un momento
essenziale della storia dell'istruzione, che si organizzava con un Ministero ed iniziava a dipendere
da esso, cioè dallo stato, non era più cioè sotto il controllo dei Gesuiti.
Importante, durante il ministero successivo a quello di Bon Compagni, l'attenzione per la storia,
che diventava materia insegnata al terzo anno con gli argomenti delle invasioni barbariche, dei
Comuni, dei primi decenni dell'Ottocento con i moti e la prima guerra d'Indipendenza, con il chiaro
intento di trasmettere l'amore per la patria, immaginata libera dallo straniero. Occorreva far nascere
nel popolo, che era il grande assente del Risorgimento, l'amore e la consapevolezza di un
patrimonio comune di tipo storico, culturale, artistico e linguistico.
La lingua infatti esprime tutto il cammino che un popolo ha percorso in un dato territorio, insomma
la sua storia. E Carlo Alberto, esaltato dai testi scolastici, diventava il simbolo e il protagonista di
questo cammino che doveva essere fatto insieme a tutti gli Italiani. Questa esaltazione di una
coscienza nazionale storica si univa a quella linguistica, con la rivalutazione dei grandi scrittori
italiani e delle loro opere.
Più tardi dal ministero Lanza (1855) a quello Casati (1859) il regno dei Savoia dimostrava sempre
più interesse per l'istruzione, mettendo a disposizione nuovi locali per le scuole, con una maggiore
attenzione anche per i maestri e la loro retribuzione; ogni comune inoltre aveva l'obbligo di avere
una scuola maschile con la prima elementare, i comuni con più di 2000 abitanti avevano due classi
di scuola.
Interessante era che nelle frazioni, specie di comuni rurali, distanti almeno tre chilometri dal centro
e che avessero 500 abitanti, era obbligatoria una propria scuola con la sola prima elementare; era
anche possibile riunire gli abitanti di più frazioni in una sola scuola a condizione che fiumi, torrenti
o altri ostacoli rendessero difficoltoso (come leggeremo in alcune delibere di Zavattarello )
raggiungere la scuola in periodi particolari dell'anno e quindi anche la frequenza ai corsi. Altro fatto
importante era che da parte dell'Intendenza Provinciale potessero venir inserite d'ufficio nei bilanci
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comunali le spese per l'istruzione; nel caso di lasciti o redditi particolari posseduti dal comune tali
spese erano a completo carico del comune stesso.
Questo ci dice che l'obiettivo da raggiungere era l'alfabetizzazione il più possibile ampia e diffusa
sul territorio.
Lanza volle inserire nei programmi scolastici la geografia e la storia con una maggiore attenzione al
concetto di “patria”: cioè occorreva formare nell'alunno di terza elementare il senso di dovere e di
amore verso la patria con un chiaro riferimento ai Savoia e al loro impegno politico che
oltrepassava i confini piemontesi e diventava di carattere nazionale. Nei testi scolastici erano
contenuti incitamenti per il maestro: egli doveva far in modo che il suo impegno fosse ricambiato da
parte dei suoi alunni con la dovuta riconoscenza. Era un modo anche per educarli ad avere
riconoscenza ed amore per il re e per la patria.
Lo dimostra un problema per la 2^ elementare, in cui è evidente il richiamo al concetto di patria e di
soldato che deve servirla: “ La vettovaglia del soldato piemontese costa in media per ciascun giorno
lire 0,330; il pane costa lire 0,270; il vino che ogni tanto gli si distribuisce costa per ciascun giorno
lire 0,127. Quanto costa in somma totale il vitto del soldato per ciascun giorno?”.
Nei testi di lingua italiana erano presenti racconti adatti all'età dei fanciulli, diversamente dal
decennio precedente in cui venivano proposte pagine di letteratura classica, più adatte agli adulti.
L'educazione linguistica partiva dalla quotidianità: i testi contenevano termini tipici della vita
familiare (padre, madre, fratello, figliolo), scolastica (maestro, scolaro, libro, foglio, penna),
lavorativa (fornaio, carbonaio, capraio), riferiti all'alimentazione (grano, pomo, uva, pane), o
all'esperienza di tutti i giorni (tavola, bestiame, tetto, mattoni).
Inoltre Lanza, come era già avvenuto nel Lombardo Veneto, aprì scuole biennali e triennali per
maestri e maestre, convinto che dovesse essere lo stato a preparare i docenti; si faceva strada il
concetto sempre più chiaro del maestro laico, che diventerà dominante nei decenni successivi.
La legge Casati (1859) entrava in vigore nel 1860 quando già la Lombardia faceva parte del regno
piemontese, quindi anche la nostra regione ebbe le stesse disposizioni in materia scolastica e queste
erano più moderne, ad esempio in riferimento all'insegnamento della religione, perchè era previsto
l'esonero da parte di genitori ebrei o valdesi; il maestro poteva insegnare religione, ma sotto le
direttive del parroco.
Il merito più importante della legge fu quello di riordinare i programmi in modo da essere un mezzo
per unire tutti gli stati del nuovo regno, ponendo maggiore attenzione alla lingua italiana persino
per la pronuncia, che doveva essere corretta, l'ortografia e la calligrafia.
La legge ribadiva l'obbligo di frequenza fino agli otto anni almeno per il primo ciclo biennale di
scuola, ma dobbiamo ricercare due motivi per cui ciò non sempre avvenne nella realtà: il primo
perchè la legge non prevedeva sanzioni per quei genitori che non facevano frequentare i figli e il
secondo perchè molti comuni non avevano i fondi per l'istruzione. Possiamo permetterci di intuire
un terzo motivo, cioè che sindaci troppo conservatori non volessero che il popolo, utilizzando il
sapere, potesse emanciparsi e fomentare ribellioni.
La legge Casati aveva il limite di non prevedere sanzioni né per i genitori né per i comuni
inadempienti: questo favorì l'analfabetismo diffuso.
Altro aspetto negativo era che la scarsità di maestri non favoriva certo l'alfabetizzazione, perchè a
parte lo stato sabaudo e la Lombardia le altre regioni d'Italia non si erano mai poste il problema
della loro formazione e questo spiega perchè gli insegnanti erano spesso sacerdoti, almeno fino
all'ultimo ventennio dell'Ottocento.
Inoltre la legge stabiliva che al corso triennale di formazione potevano iscriversi le ragazze di 15
anni che avessero almeno la terza elementare e i ragazzi di 16 anni con la quarta elementare. Non
illudiamoci però: la donna era favorita non perchè la sua preparazione fosse migliore, ma perchè
era simbolo di figura materna che poteva educare moralmente meglio gli alunni come suoi figli,
inoltre era pagata due terzi meno del collega maschio.
Insomma anche a quei tempi abbiamo capito che i fondi scarseggiavano per la scuola e per i comuni
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era difficile riuscire a far fronte ai servizi più importanti . Poi pochi maestri possedevano la patente
di idoneità: questo spiega perchè spesso i sindaci incaricassero maestri sprovvisti di titolo oppure,
come abbiamo letto in varie delibere del comune di Zavattarello, dei sacerdoti. Infatti occorreva
presentare, oltre la patente, anche un certificato di buona moralità: chi meglio di un sacerdote
poteva garantire entrambe le richieste?
La legge Casati aveva come scopo quello di educare i fanciulli affinchè fossero “istruiti e savi e
piegati al bene”: una finalità alquanto discutibile se pensiamo che la quasi totalità della popolazione
era analfabeta, quindi doveva ricevere gli strumenti per essere obbediente allo stato, senza
possibilità di scelta o critica personale.
Diciamo che però, nonostante certi limiti, essa ha affrontato il problema del rapporto Stato –
Chiesa, che già Cavour tempo prima aveva capito essere molto importante: infatti più tardi con la
conquista di Roma del 1870 il compromesso sulla scelta della religione a scuola per i fanciulli
oppure no non fu più possibile. Il papa non scese a patti con il potere politico dello stato e la
Sinistra storica, che governò l'Italia ormai unita, con la legge Coppino del 1877 eliminò la religione
dai programmi scolastici, sostituendola con “prime nozioni dei doveri dell'uomo e del cittadino”.
Importante in questa legge era il corso triennale obbligatorio fino ai 9 anni di età, alla fine del quale
con la licenza di terza elementare si aveva diritto al voto.
Questa possibilità aumentò con la legge del governo Depretis del 1882 che allargava il suffragio dal
3 al 7 % degli abitanti: cifra che oggi fa meravigliare! Dopo la terza elementare si proseguiva con
altri due anni di frequenza. Tra le materie c'era qualcosa di nuovo: oltre la solita educazione morale
e disciplina, diritti e doveri del cittadino, si proponevano disegno, canto, ginnastica, storia d'Italia
e... lavori donneschi (naturalmente per le femmine). Su quest'ultimo punto non vale neppure la pena
di spendere un commento e ci riconferma ancora una volta quanta strada ha dovuto fare la donna
per arrivare alla parità!
Invece importante era che per la prima volta in Italia occorreva rispettare l'obbligo scolastico e
soprattutto chi era inadempiente era punibile con una sanzione in denaro; con le somme raccolte i
comuni potevano aiutare gli alunni meritevoli poveri che non potevano frequentare. Era comunque
permesso l'esonero “per povertà”: da questo capiamo che la condizione di tante famiglie, come
negli anni precedenti l'unità, non era cambiata di molto. Inoltre comprendiamo perchè fosse ancora
molto diffuso l'analfabetismo, specie nelle campagne.
Lo Stato aveva riversato sui comuni il peso dell'istruzione, ma in compenso per l'edilizia scolastica
esso poteva intervenire concedendo mutui ai comuni stessi con la Cassa Depositi e Prestiti che
esisteva già, venne infatti istituita il 18 novembre del 1850 da una legge del Parlamento Sardo.
Diciamo che alcune discipline introdotte nella legge del 1877 sono “rivoluzionarie” dal punto di
vista educativo: cioè il disegno, la ginnastica e il canto sono attività che favoriscono l'espressione
artistica e la creatività del bambino.
Per “aiutare” i fanciulli a frequentare la scuola, nel 1886 venne approvata una legge che proibiva il
lavoro dei piccoli sotto i 9 anni, nel 1902 si arrivò ai 12 anni e nel 1910 era obbligatorio annotare
sul libretto di lavoro se l'obbligo scolastico era stato osservato.
Negli anni successivi si cercò di risolvere il problema della giusta retribuzione degli insegnanti;
immaginiamo che i comuni non avessero fondi per l'istruzione o per altre opere importanti così da
chiedere aiuto ad altri enti.
Ad esempio tra le delibere comunali di Zavattarello ne citiamo una del 28 novembre 1860 che
riguarda tutt'altro argomento, ma che ci sembra significativa: il consiglio provinciale di Pavia
aveva indetto una sottoscrizione tra tutti i comuni della provincia per erigere un monumento a
Palestro e uno a Montebello in ricordo delle “gloriose battaglie ivi combattute nel 1859 per
l'indipendenza d'Italia”. Il consiglio comunale rispondeva positivamente e riguardo ai monumenti
diceva: “...i quali abbracciano un interesse così altamente morale e politico e ritenuto che” essi
possano rendere eterna “la memoria delle gloriose gesta operate dall'armata che ha con tanto valore
combattute sui detti campi di battaglia per l'indipendenza d'Italia, contribuisce con la somma di lire
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20, non trovandosi in grado di potere questo comune contribuire con maggiore somma”. Purtroppo
non ci sono notizie di tali monumenti negli anni successivi.
Un'altra delibera ( che ricordiamo perchè parla ancora della collaborazione fra enti ) del 1893 ci
informa che il comune di Casteggio chiede chiarimenti riguardanti il completamento del ponte di
Mezzana Corti, cioè il ponte sul Po, con il sovrapassaggio; il consiglio comunale di Zavattarello
afferma che “... per soddisfare alle esigenze dei diversi circondari occorrerebbe eseguire tre ponti,
cioè uno alla Becca, l'altro a Mezzana Corti e il terzo alla Giarola ( pensiamo si volesse scrivere
“Gerola”) con una spesa annua ingentissima. Ritenuto importante che il bilancio provinciale possa
sopportare maggiori aggravi, a unanimi voti il consiglio approva che vengano ultimati i lavori sul
ponte tubolare di Mezzana Corti come quello che trovasi al centro della provincia e che
apporterebbe minori oneri al bilancio provinciale.” Immaginiamo che ci fossero anche allora, come
oggi, polemiche e critiche per qualsiasi scelta si facesse; il nostro comune ci sembra che abbia
confermato l'unica possibile, quella che poteva portare vantaggio a molti con minore spesa.
Tornando alla scuola, la situazione comunque non migliorò se Giovanni Gentile, più tardi, diceva
che nella scuola c'erano troppe insegnanti donne. Questo avveniva perché solo le donne che non
avevano il peso di dover mantenere una famiglia potevano accettare stipendi tra i più bassi
d'Europa; gli uomini erano infatti attratti da lavori meglio retribuiti. Agli stipendi degli insegnanti
provvedeva poi lo stato dal 1904, aumentavano le scuole serali e le festive per i lavoratori ancora
analfabeti; diventava obbligatoria l'istruzione elementare per i militari in servizio nell'esercito e
nella marina militare.
Più tardi la riforma Gentile del 1923 sistemerà la successione dei vari ordini di scuola: corsi
preparatori tenuti dai comuni o da privati dai tre anni ai sei, per arrivare alla scuola elementare con
un triennio alla fine del quale un esame avrebbe permesso il proseguimento ai due anni successivi;
alla fine dei cinque anni un altro esame avrebbe dato l'accesso alla scuola media oppure, senza
alcun esame, al corso di avviamento professionale. La scuola di avviamento, le scuole speciali per i
portatori di handicap, l'obbligo scolastico fino ai 14 anni e il ritorno obbligatorio della religione
cattolica sono le caratteristiche più importanti della legge. Aggiungiamo che un aspetto negativo è
l'obbligo di iscrizione al partito fascista per quei maestri che vogliono accedere al concorso
pubblico per l'assunzione. Ma in un regime dittatoriale e totalitario questo non deve meravigliare.
La storia della pubblica istruzione da Gentile in poi è abbastanza nota; interessa invece inserire
ancora qualche notizia o precisazione che riguarda la Lombardia.
Già si è parlato di Maria Teresa d'Austria, perchè è giusto iniziare da un personaggio politico così
importante per la storia lombarda, da considerarlo come punto di partenza per il nostro viaggio nel
mondo della scuola, soprattutto pensando che Zavattarello era sotto il suo modernissimo governo,
come abbiamo visto. Ma anche in seguito si può notare che altri stati italiani hanno guardato al
Lombardo Veneto come ad una guida per la legislazione scolastica, ad esempio il Piemonte.
Il percorso preso in esame è partito dal Regolamento teresiano del 1774 per parlare poi del dominio
francese, della Restaurazione che anche in Lombardia provocò la diffusione di idee più
conservatrici. Qui il problema della istruzione elementare fu affrontato già in un decreto firmato a
Milano dal conte Strassoldo il 7 dicembre 1818 contenente un “Regolamento normale per le scuole
elementari da istituire o sistemare di nuovo”. Le scuole erano suddivise in minori, maggiori,
tecniche (queste ultime mai realizzate). Le minori erano obbligatorie per tutti i maschi e le femmine
di età tra i 6 e i 12 anni, organizzate anche in centri minori sotto la direzione e il controllo del
parroco. Le maggiori erano solo nei centri più grandi. La scuola aveva questo scopo: “i maestri
debbono avere speciale attenzione ad insinuare agli scolari la gratitudine verso i parenti e l'amore
verso l'arte, il Sovrano, la patria, l'ubbidienza alle leggi, il rispetto ai magistrati, riconoscenza a chi
procura loro una istruzione gratuita e cerca di nobilitare l'animo loro”. E' evidente il
condizionamento conservatore della Restaurazione rispetto alla politica scolastica di M. Teresa e
Giuseppe II molto più aperta e illuminata.
Secondo questo decreto Strassoldo i maestri dovevano superare un corso di metodica e un esame
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per avere l'idoneità: ciò che caratterizzava l'atmosfera opprimente di Vienna era l'attestazione di
fede cattolica che gli insegnanti dovevano presentare alla domanda per il suddetto esame. In realtà
però per ragioni di maggiore sicurezza politica ed affidabilità si incaricarono sempre i sacerdoti,
giudicati insegnanti migliori.
Questa operazione di “controllo” sulle menti dei giovani divenne maggiore e più attenta dopo il
1821 e soprattutto dopo il '48, cioè in seguito ai moti rivoluzionari. I governanti austriaci erano
convinti che lo strumento per arrivare a costruire una società fondata sulla lealtà ed obbedienza dei
sudditi verso il sovrano fosse l'istruzione basata sull'insegnamento della religione cattolica;
l'istruzione era cioè considerata uno strumento di controllo sociale e non un mezzo per elevare le
classi più disagiate ed anche analfabete a livelli più accettabili.
Ritornando al Regolamento del 1818, le scuole minori erano le uniche presenti nelle zone di
campagna: materia essenziale era “morale religiosa”, ovviamente, ed erano costituite da due classi
(dai 6 ai 12 anni); le maggiori erano ripartite in tre classi nei centri e borghi più grandi. Le citiamo
perchè ciò che vedremo nella prima delibera comunale esaminata, sicuramente è riferito a questo
fatto: si insegnava infatti anche latino a Zavattarello.
Le regole per gli alunni in una disposizione del 1819 erano rigide: “... state seduti, ma ritti sulla
vita”... le mani se non erano occupate a scrivere o far di conto bisognava tenerle “quiete sul banco”.
L'obbedienza era obbligatoria e indispensabile per ogni alunno.
In Lombardia gli allievi della scuola elementare passavano da 65.000 nel 1810 a 155.000 nel 1830 a
280.000 nel 1855; i maestri erano 17 (!) ogni 10.000 abitanti nel 1822, passavano a 21 nel 1855.
Questi dati, anche se non ancora soddisfacenti, spiegano comunque l'interesse e l'attenzione per il
problema scolastico in una regione che aveva da tempo alle spalle una tradizione quasi unica, quella
iniziata appunto con una grande donna e sovrana. Tanto più che già dal 1818 le disposizioni erano
molto chiare: i ragazzi di età scolare nei luoghi dove esisteva la scuola dovevano osservare l'obbligo
di frequenza, pena un'ammenda per i genitori. Così i parroci che avevano gli elenchi della
popolazione nei loro “stati delle anime” (cioè registri di nascita, morte, matrimonio ecc... che poi
saranno oggetto di catalogazione degli uffici di anagrafe comunale), dovevano fornire i nominativi
dei fanciulli in età scolare di ogni parrocchia. Dal 1858 poi i comuni nei centri rurali dovevano
fornire i testi gratuitamente agli indigenti.
Come già abbiamo visto nel vicino Piemonte, i maestri dovevano aver superato un corso ed un
esame. Lo stipendio annuo per il maestro tra il '40 e il '50 era di 700 lire, per la maestra di 320 lire!
Siccome i maestri scarseggiavano, si inventò una scuola nuova: a Sartirana Lomellina per la prima
volta nel 1818 fu creata la scuola “di mutuo insegnamento” (che poi nel corso del Novecento fu
continuata in un certo senso da don Milani); in essa gli alunni migliori su indicazione del maestro
insegnavano a quelli meno capaci o più piccoli in modo da creare una rete di scambio di
informazioni nell'ambito della classe spesso troppo numerosa. In questo modo un solo maestro
poteva insegnare a ben 70 alunni radunati tutti in uno stanzone spoglio e poco accogliente. Ad
esempio a Pavia città nel 1830 sedevano fino a sei alunni per banco, con uno spazio di appoggio per
ogni alunno di soli 40 centimetri! Le scuole di mutuo insegnamento vennero soppresse dopo i moti
del '21, perchè si temeva che i gruppi che organizzavano queste scuole nascondessero focolai di
ribelli vicino ai movimenti rivoluzionari e quindi pericolosi per l'ordine stabilito.
Nonostante il cammino faticoso per la conquista di una scuola libera e vicina alle esigenze del
fanciullo, nel complesso la Lombardia servì da esempio in diversi momenti della storia del regno
sabaudo, che poi diventò in modo allargato il Regno d'Italia. Abbiamo notato infatti che le
disposizioni in materia scolastica sono simili fino al '59 in entrambe le regioni.
Possiamo inoltre affermare, forse in modo un po' spavaldo, che Zavattarello, essendo passato da un
dominio all'altro tra i più diversi, abbia avuto una storia piuttosto particolare ed avanzata per quei
tempi, perchè assorbì dai vari governi le idee migliori e cercò di sfruttarle, conducendo a volte lotte
che ci fanno onore come cittadini di questo meraviglioso paese... e lo vedremo presto!
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LA SCUOLA A ZAVATTARELLO DAL 1856
La ricerca che ho svolto nell'archivio del nostro municipio mi ha fatto scoprire una cosa molto
interessante, cioè che la scuola nel nostro comune era tenuta in grande considerazione fin dalla
seconda metà dell'Ottocento e molto prima dell'Unità d'Italia.
Infatti in una delibera del 31 agosto 1856 il comune di Zavattarello supplicava l'autorità superiore
di mantenere l'insegnamento del latino: il Ministero di Pubblica Istruzione attraverso il Regio
Provveditorato agli Studi della Provincia, che a quel tempo era Bobbio, faceva sapere al nostro
comune “ di non più oltre tollerare l'insegnamento della grammatica latina e italiana corsiva, non
già il corso elementare di tre anni con un maestro per cadun anno e non sianvi stabilite le tre classi
di grammatica con tre professori, e ciò in conformità del Regio Decreto del 4 settembre 1855, e
siccome in questo Comune parrebbesi fin qui insegnato la 5^ e 6^ di latinità, ove esistano scuole
elementari soltanto di 1^ e 2^, si invita il Consiglio a prendere quelle determinazioni che in
proposito ravviserà del maggior vantaggio del pubblico”.
Nonostante una ricerca “matta e disperatissima”, non ho trovato il regio decreto citato sopra, ma
penso sia riferito a problemi finanziari.
Da ciò che si legge nel documento, possiamo già dedurre che in un ambiente di campagna, per
giunta a metà Ottocento, veniva insegnato persino il latino e questo rispetto ai giorni nostri diciamo
che era molto all'avanguardia; inoltre significa che nelle zone soggette al Regno Lombardo Veneto
l'istruzione era ritenuta importante, come abbiamo già avuto modo di affermare, ma soprattutto che
a Zavattarello c'erano le condizioni scolastiche dei centri più grandi. Infatti solo nei centri maggiori
si potevano avere le tre classi nelle quali si insegnava anche la grammatica italiana, si facevano
esercizi di lettura e dettato in latino. Altra riflessione è che la classe 3^ era considerata la conclusiva
di un ciclo se dopo era permesso in qualche modo il latino.
Indicativo è il fatto che in quel periodo in molti altri luoghi, ad esempio in Sardegna, non c'erano
neppure i locali per le scuole e il livello di scolarità era alquanto basso: il lavoro infantile era
normale a quei tempi per la maggior parte delle famiglie e da parte dei comuni si dava solo la paga
per l'insegnante o “il fitto” per i locali scolastici, che quasi sempre erano o presso case di privati
cittadini o presso gli stessi conventi religiosi, visto che i maestri erano spesso dei sacerdoti.
Le scuole minori citate nel decreto Strassoldo nei piccoli centri erano organizzate sotto la direzione
di un sacerdote. Quelle maggiori si trovavano solo nei centri più grandi. Perchè era fondamentale la
supervisione di un sacerdote, che poi nei centri più piccoli come Zavattarello era “ il ”parroco?
Perchè la materia religiosa era alla base della programmazione scolastica e poi l'Austria pensava
che la religione cattolica fosse l'elemento coagulante della società del tempo, in grado di formare
dei sudditi fedeli alla corona, obbedienti e lontani da idee pericolosamente liberali.
Il regime poliziesco del governo austriaco appare evidente in alcuni passi del suddetto
Regolamento: ad esempio “se il maestro avesse scoperto tra i fanciulli delle ristampe forestiere dei
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libri d'insegnamento”, il maestro stesso avrebbe dovuto scoprirne la provenienza ed avvisare il
parroco. A proposito di maestri, il decreto precisava quali condizioni fisiche e morali essi dovessero
avere, la preparazione culturale necessaria per essere nominati; il maestro doveva “essere sano di
sensi e di corpo, avere pronunzia chiara, intelletto abile a comprendere facilmente le cose, intendere
profondamente le materie da insegnare”, anche la religione della quale doveva, anche se laico, avere
“tanta cognizione” e doveva avere “sentimenti devoti”. Non doveva avere mai subito processi o
sorveglianza politica, doveva saper leggere speditamente, “eseguire con carattere bello” le diverse
scritture, sapere le quattro operazioni dell'aritmetica “in intieri e rotti e le regole del tre”; doveva
conoscere della grammatica italiana“almeno quanto è necessario per l'ortografia ed essere capace di
compilare brevi memorie, lettere, scritture indispensabili alla vita comune”.
Da questo abbiamo capito che non era strettamente necessaria una preparazione approfondita sia
dell'italiano che della matematica, specie pensando che oggi il maestro deve possedere una laurea.
Tornando alla delibera citata sopra, possiamo capire che anche a quel tempo “i tagli” erano
d'obbligo e miravano a privare il nostro paese di un diritto fondamentale: lo studio.
Leggendo oltre però, il consiglio comunale prendeva una posizione ferma e chiara sull'argomento,
perchè in virtù del fatto che la scuola veniva “per la massima parte attivata dal reddito del già
lascito Bozzola, che intendeva venisse portato l'insegnamento dai primi elementi fino alle classi
superiori di latinità, il che sarebbe stato eseguito da Reverendi Padri delle Scuole Pie, a loro
affidato dall'esecutore testamentario, indi dal 1821 ad oggi in questa scuola comunale si è sempre
insegnato la 1^ e 2^ elementare e la 5^ e 6^ latina con più vantaggiosi risultati; considerando che
riuscirebbe di sommo pregiudizio alle famiglie l'allontanare dalle case loro i figli e pel dispendio e
per la tanto necessaria sorveglianza della gioventù nella prima età e per il trattarsi di località prive
di mezzi e di popolazione di ben limitate finanze”; considerando anche che il comune domandava
alla Commissione Superiore di Liquidazione “quel supplemento alla somma già altra volta liquidata
con insopportabile pregiudizio della comunità, e così di aver mezzo per l'apertura della 3^
elementare”, decideva di “supplicare” l'autorità superiore competente, perchè venisse tollerato
l'insegnamento per il successivo anno scolastico della 5^ e 6^ di latinità, sebbene non ci fosse la 3^
elementare “per non incagliare li iniziati nel latino” e per il fatto che il comune non era in grado al
momento di poter affrontare economicamente l'apertura della nuova scuola e si riservava di
uniformarsi in futuro ai Regolamenti in vigore.
Anche a quel tempo insomma le riforme andavano a sconvolgere situazioni ormai consolidate e che
in passato avevano portato vantaggi a gente come la nostra, che tra una raccolta di grano e l'altra
aveva potuto istruirsi ed aprire la mente a nuovi orizzonti.
Dopo un mese circa, il 27 settembre del 1856, il comune decideva di istituire per l'anno scolastico
successivo la 3^ elementare e non la 5^ e 6^ latina, poiché il Ministero della Istruzione Pubblica
purtroppo non aveva accolto la richiesta del comune e quindi doveva “sopprimere le suddette due
scuole” e dunque istituiva “la scuola di terza elementare, con lo stipendio annuo per il maestro di
lire 800, con l'obbligo del comodo della messa festiva, potendosi il consiglio riservare, migliorati i
mezzi finanziari, di prendere in futuro decisioni per avere anche i primi insegnamenti di latinità”.
Inoltre dal momento che fino ad allora la popolazione aveva usufruito “con massima utilità”
dell'insegnamento del latino per mezzo della 5^ e 6^ classe di latinità, il comune si riservava “di
tentare i mezzi per vederlo nuovamente ristabilito” e si dava incarico al sindaco “di far ricerca di un
abile maestro sacerdote per la detta nuova 3^ classe elementare”. Veniva a quei tempi fatto annuncio
sui giornali per la ricerca dei maestri, quei giornali che il sindaco “meglio ravvisava”.
Quindi ancora la scelta era a discrezione del comune e spesso cadeva su un maestro sacerdote per i
motivi già detti in precedenza, perchè l'istruzione religiosa era alla base della preparazione
all'insegnamento. Esistevano da tempo le scuole di metodo per la formazione dei maestri, ma
consistevano in brevi corsi che offrivano qualche nozione di didattica e di metodo.
Anche nel Lombardo Veneto comunque abbiamo visto quanto fosse importante per l'Austria la
formazione religiosa dei giovani. Occorre anche spiegare cosa volesse dire “il comodo della messa
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festiva” citato sopra: dal momento che il maestro era un sacerdote, egli non solo veniva incaricato
di insegnare, ma anche di avere cura religiosa dei propri alunni, quindi anche di celebrare la messa
festiva.
La delibera successiva del 24 novembre 1856 istituiva la 3^ elementare “in surrogazione di quelle
fin qui tenutesi di 5^ e 6^ di latinità e veniva scelto come insegnante il Reverendo Padre Don
Giovanni Maggio dei Chierici Regolari delle Scuole Pie”; il quale “possedeva i documenti di
idoneità ed era già conosciuto di tutta capacità già dimostrata nella scuola di latinità da lui coperta
nello stesso anno e per le sue prove di zelo, con uno stipendio annuo di 800 lire, con l'obbligo del
comodo della messa festiva a questa popolazione”.
Il sacerdote iniziò l'insegnamento prima ancora di avere l'incarico ufficiale, se si legge nella
delibera stessa che egli “sulla parola del proponente avrebbe dato principio alla detta scuola fin dal
giorno 16 dello scorso ottobre”, cioè proprio su proposta del consiglio il quale quindi nella stessa
seduta dava ufficialmente l'incarico di maestro alla sua persona. Il consiglio insomma riconosceva
l'impegno e la competenza del sacerdote che si era distinto per lo zelo profuso nell'insegnamento
del latino nel corso dell'anno precedente e rispetto ad altre zone in cui lo stipendio annuo era di
700 lire, a Zavattarello vediamo che la cifra è superiore, segno che c'era sensibilità evidente per i
problemi della scuola, come abbiamo notato anche per quello della soppressione del corso di
latinità.
Altra curiosità è che il sindaco sui giornali “che meglio ravvisava”, cioè che sceglieva senza alcun
condizionamento, pubblicava l'avviso per l'incarico del maestro. In una delibera del 28 dicembre
1857 si riporta il problema e si legge: “...sui giornali pubblici si faceva apposito invito onde ogni
aspirante ne farebbe dimanda a questo municipio corredata da rispettivi titoli”, ma si dice
esplicitamente che “il sindaco si faceva carico di assumere sugli aspiranti medesimi analoghe
informazioni, le quali si esprimono in modo più soddisfacente e favorevole sopra il sacerdote don
Leonardo Piana, residente in Ivrea”; e perciò, presentando egli “ i titoli tutti d'idoneità, di moralità e
di zelo”, veniva nominato maestro di 3^ elementare per l'anno già iniziato 1857/ '58. Viene anche
specificato che la suddetta patente d'idoneità era stata rilasciata dal Consiglio Generale per le scuole
elementari e di metodo in Torino, che era sicuramente quella più accreditata in quegli anni. Lo
stipendio veniva fissato in 700 lire annue cui si aggiungevano lire 100 “pel semplice comodo della
messa festiva”.
L'attenzione del comune era anche per l'edificio scolastico, come risulta dalla delibera del 13
novembre 1858: “ Dietro le verbali istanze fatte a questo municipio dai due maestri di scuola
maschile perchè venissero riparati e disimpegnati l'uno dall'altro i due locali in cui si tengono le
dette scuole”, il sindaco dopo aver incaricato “ il misuratore Vagnozzi” di compilare “una perizia
dettagliata dei lavori a farsi intorno ai locali medesimi, la cui spesa si leva a lire 529,88”,
presentava detta perizia che veniva approvata, veniva anche assicurata la copertura di spesa per
detti lavori che avrebbero avuto inizio nella primavera successiva.
Tutto questo non avvenne nei tempi previsti, non per mancanza di volontà o inadempienza da parte
del comune, ma per la seconda guerra d'Indipendenza. Infatti si legge in una delibera del 2 giugno
1860 che “per i motivi di guerra non ebbe luogo nello scorso anno (cioè il 1859) l'appalto per
l'esecuzione dei lavori di riattamento dei locali della Casa Comunale” che dovevano servire alle due
scuole maschili aperte nel comune. I lavori “saranno appaltati all'asta pubblica e verranno pagati
all'impresario in due uguali rate, la prima dopo che avrà preparato sul luogo del lavoro tutto
l'occorrente materiale principale, e la seconda ad opera finita e collaudata. La vecchia ferramenta e
ferramenta delle porte e finestre da chiudersi o rinnovarsi a norma della perizia andranno a
beneficio dell'impresario medesimo”.
Anche questo episodio ci fa pensare che venisse tenuto sempre in ordine l'edificio scolastico a
vantaggio degli utenti del servizio, cioè gli alunni; piuttosto si faceva penare di più una maestra che
chiedeva un aumento di stipendio.
Infatti, tornando al 13 novembre 1858, un'altra delibera risulta interessante, perchè parla di un
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ricorso della maestra Giuseppa Codebò che “insegna alla scuola elementare femminile in questo
borgo e ha rivolto un memoriale a questo municipio per ottenere un aumento di stipendio con cui
vedere equamente compensate le di lei fatiche”. Lo stipendio ammontava alla sbalorditiva cifra di
lire 120 annue! Il comune però deliberava di “non ravvisare il caso di fare per ora alcun aumento di
stipendio alla maestra supplicante, riservandosi però di accordare alla medesima in fine dell'anno
scolastico quella gratificazione o sussidio comunale che potrà meritarsi in vista del profitto riportato
dalle alunne accorse all'istruzione sua”.
Il ricorso della maestra Codebò verrà soddisfatto l’ anno successivo, il 21 novembre 1859, ma solo
dopo che il sindaco, in qualità di Provveditore locale, il maestro di 3^ elementare, il parroco e come
dice la delibera “qualche altro notabile del paese” avranno esaminato le alunne. Questa
commissione d'esame “ ha riscontrato la scolaresca ben istruita in modo da poterne ben con piacere
encomiare la maestra”, per cui la stessa potrà finalmente avere “una gratificazione di lire cento”. Il
consiglio invitava l'insegnante ad impegnarsi sempre con lo stesso zelo ed interessamento, le
concedeva lire 50 per l'anno già concluso 1858/ '59 e lire 50 per l'anno scolastico in corso 1859/
'60, ma “riservandosi di gratificarla secondo i vantaggi che risulteranno dall'insegnamento del
corrente anno”. La maestra Codebò ha tutta la nostra comprensione; se fosse stato un maestro
invece, avrebbe avuto forse maggiore fortuna.
Con la legge Casati entrata in vigore nel 1860 “vanno soppressi i Provveditori locali agli studi e con
l'articolo 318 sono autorizzati i municipi ad istituire appositi sorveglianti, o commissioni d'ispezione
delle scuole comunali”, come dice lo stesso articolo citato nella delibera del 14 maggio del 1860. Il
consiglio quindi procedeva alla nomina “scegliendo persone di costante buon volere e di dottrina,
per autorità morale, per amore al progresso o per uffizii esercitati nella pubblica istruzione sono
riputate più idonee a compiere lodevolmente tale delicata missione”. Venivano eletti per “estrazione
pubblica”: il parroco, il sindaco, il giudice mandamentale.
Interessante ai fini della nostra ricerca è l'articolo 319 della citata legge, del resto già ricordata : in
ogni comune deve esserci “ almeno una scuola elementare per i fanciulli e un'altra per le fanciulle.
Una simile scuola sarà parimenti aperta, almeno per una porzione dell'anno nelle frazioni dei
comuni che non potendo usufruire della scuola comunale a causa delle distanze o altro, avranno
oltre a 50 alunni dell'uno e dell'altro sesso atti a frequentarla.” Il successivo articolo 320 dice che
“quei comuni che non possono provvedere alle scuole per il piccolo numero o la poca agiatezza
degli abitanti, possono accordarsi con altri comuni limitrofi per partecipare in tutto o solo in parte
alle scuole che sono situate in quei luoghi medesimi o per avvalersi degli stessi maestri per le loro
diverse scuole”. Questo sarà realizzato più avanti nelle nostre frazioni nel 1875 / '76.
I successivi articoli 324 e 325 ricordano che nelle scuole elementari femminili l'insegnamento
doveva essere “ dato da maestre aventi idoneità voluta da questa legge per i maestri” e che alla fine
di ogni semestre doveva esserci un esame pubblico. Ricordiamo che solo nel 1853 nel regno
piemontese vengono istituite le prime scuole di metodo per le femmine, chiamate “scuole
magistrali” ad opera del ministro Cibrario.
Come già abbiamo accennato sopra, la legge Casati non stabiliva punizioni per i genitori
inadempienti, diceva solo all'articolo 326 che essi dovevano essere esortati dal sindaco e, quando
anche questo tentativo fosse fallito, sarebbero stati puniti secondo le leggi penali dello stato.
Immaginiamo che nello stato italiano appena formato, con tutti i problemi che si sommavano dalla
riunione di tutte le nuove realtà regionali, fosse oltremodo difficile seguire anche queste
inadempienze e risolverle, tanto che, come abbiamo già in precedenza detto, l'analfabetismo
continuò: in Italia secondo il censimento del 1861 risultò che il Piemonte aveva 573 analfabeti ogni
1.000 abitanti, la Basilicata 912. In tutta la penisola si avevano 14 scuole ogni 10.000 abitanti: i
comuni privi di scuola elementare erano 209, in ben 1807 mancavano le scuole femminili e in 253
quelle maschili. Gli alunni iscritti erano il 38 % per i maschi, il 30 % per le femmine della
popolazione dai 5 anni ai 12; nella provincia di Piacenza l'analfabetismo nel '61 era l'83 %, nel '71
era il 77,8 %, nell''81 il 63,5 % .
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Abbiamo detto che nel nostro piccolo comune non era facile trovare i maestri, così spesso questi
erano sacerdoti: ce lo conferma una delibera del 14 maggio 1860, nella quale si ricorda che,
nonostante gli avvisi nell'agosto e settembre 1859 sui giornali del tempo, “La Gazzetta
Piemontese”, che poi diventerà il giornale di Torino “La Stampa”, “L'Armonia”, “Il Piemonte”,
“L'Istitutore”, con l'offerta di un posto di maestro di 2^ e 3^ elementare, nessuno aveva fatto
domanda per quell'incarico. Così a scuola già iniziata lo si dava, “verbale”, a don Giuseppe Rettani
dal giorno 15 novembre 1859, di ciò si informava l'ufficio di Intendenza di Bobbio, precisando di
regolarizzare la situazione. Il sacerdote veniva pagato ad ogni trimestre con lo stipendio annuo di
700 lire, naturalmente con l'obbligo della messa festiva a comodo della popolazione: questo
avveniva già dal primo marzo all'ottobre dell'anno in corso. Notiamo in questo scritto che
Zavattarello dipendeva ancora dall'Intendenza di Bobbio e almeno fino al 1899 sarà così: le delibere
comunali infatti sono controfirmate dal “Sotto Prefetto di Bobbio e controllate dall'Ispettore
Scolastico” di quel luogo.
Nella stessa delibera appena analizzata il consiglio invitava il sindaco a fare una ricerca per il
successivo anno scolastico di un maestro definitivo che possedesse i requisiti richiesti dalla legge
Casati, che ribadiva l'obbligo scolastico per tutti.
Forse proprio in base a questa legge il 20 maggio 1861 il consiglio discuteva su una richiesta
presentata dal consigliere della frazione di Cascine, Manzini Paolo, per la costruzione di una scuola
maschile in quella località a nome di tutti gli abitanti della frazione, ma che fosse “a vantaggio
anche dei villaggi Lagagnolo, Casa della Schiava, Casa del Marchese, avendo i ragazzi qualche
difficoltà a spostarsi fino a Zavattarello specie d'inverno per il passaggio del fosso delle Carrere, del
fosso del Vago, del torrente Morcione, dovendo percorrere oltre 3 chilometri”. Il comune però, non
disponendo di fondi, decideva di prendere tempo, stabilendo “un censimento dei suddetti villaggi e
degli alunni che potrebbero frequentare detta scuola, nonché della distanza dei villaggi medesimi da
questo borgo, decidendo di sentire anche il parere dell'Ispettore delle Scuole del Circondario di
Bobbio, che verrà per la visita delle scuole a Zavattarello e potrà così esaminare le località sopra
nominate”.
Troviamo in riferimento allo stesso problema un'altra delibera del 21 novembre 1861: si parla di un
rapporto illustrato dal sindaco preparato dalla giunta sull'argomento. Purtroppo non è allegato alcun
rapporto, sappiamo che la decisione veniva ancora rimandata “a più favorevoli opportunità”.
I documenti ci portano al primo luglio 1862, in cui si riuniva il consiglio in seduta straordinaria,
quindi autorizzata dalla Prefettura di Pavia: il sindaco informava della nota del Sotto Prefetto di
Bobbio, della nota del Regio Ispettore Provinciale per le scuole primarie colla quale “afferma che il
Ministro della Pubblica Istruzione determinava venisse aperta una scuola elementare non
classificata nella borgata di Cascine a comodo di altri villaggi, da affidare ad una maestra per
maschi e femmine, ai sensi anche della legge 13 novembre 1859 art. 319, dietro ricorso degli
abitanti, appoggiato a fatti e documenti, affermando esistere nella località trenta maschi e trentuno
femmine dai 6 ai 12 anni in condizione di frequentare la scuola, tanto più che nella stagione
invernale riuscirebbe malagevole il guado del torrente Morcione e pericoloso ai ragazzi di tenera
età”. Inoltre si dice che “non sarebbe molto grave l'incarico ad una maestra per gli alunni di ambo i
sessi, continuandosi il sussidio di lire cento che a tal uopo da due anni si corrisponde. Si
raccomanda la pronta esecuzione della decisione ministeriale.”
Nonostante questo incitamento il sindaco esponeva dubbi sulla verità di quanto esposto dagli
abitanti, perchè “si evince dall'estratto del Censimento della suddetta località del 1857 e del 1861
che i ragazzi citati nel ricorso siano per abbondanza, considerando poi che per l'addietro anche i
ragazzi di Cascine frequentarono, a preferenza di quelli di altre borgate del comune, in ogni
stagione dell'anno la scuola aperta in questo borgo, senza mai sia occorso sinistro di sorta
relativamente al passaggio del torrente Morcione non pericoloso come si potrebbe far credere”.
Insomma in questo caso, forse per un'osservanza esagerata e corretta delle disposizioni legislative,
forse per altri motivi che non sappiamo, il comune non accontentava gli abitanti di Cascine, anche
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se addirittura il Ministro era d'accordo sull'apertura della scuola. Il consiglio affermava che per quel
momento, vista la situazione finanziaria “un po' ristretta”; visto che il comune era impegnato
nell'apertura di una strada carreggiabile “che possa servire alla medesima frazione; ritenuto che
l'istruzione elementare costerebbe già al comune un'annua spesa di lire 1.722; poiché la domanda
degli abitanti sarebbe fuori diritto legale non conforme all'art. 319 della citata legge, tanto più che
sarebbero ben pochi gli alunni di ambo i sessi che frequenterebbero regolarmente la scuola; sentito
il consigliere Manzini Paolo, che dice di aver dimenticato tra le frazioni elencate, che farebbero
parte della scuola di Cascine, il villaggio Castignolo (siccome esso pure intermediato dal torrente
Morcione, d'impossibile guado in tempo di discrete piogge); affermando pure che nel 1861 e 1862
gli abitanti di Castignolo sono stati costretti per la sovrabbondanza straordinaria dell'acqua nel
torrente a recarsi a Cascine, per adempiere all'obbligo della messa festiva in tempo pasquale, che si
celebra nell'oratorio campestre posto in questa località,” il consiglio appunto riteneva di contestare
la richiesta del consigliere Manzini. Infatti si faceva presente che “il villaggio di Castignolo si trova
a minor distanza dal borgo di Zavattarello con strada meno disastrosa di quella per le Cascine,
interessata da due rivi o fossi che in tempo di pioggia presentano difficoltà nel loro guado ed essere
contro verità che il piccolo torrente Morcione sia in alcune circostanze d'impossibile tragitto”.
Risultava anche che gli abitanti di Castignolo non intendendevano mandare i loro ragazzi alla
scuola di Cascine, preferendo avviarli “siccome hanno fin qui praticato, a quella aperta in questo
capoluogo, per essere questa più vicina e perchè ha una strada di maggior comodità”.
Il consigliere Manzini per rafforzare la sua richiesta, chiedeva una visita delle località da parte di
persona delegata dal Ministro di Pubblica Istruzione. Il consiglio acconsentiva alla visita “con
protesta di non voler sottostare ad alcuna spesa in proposito occorrenda” ; la stessa espressione
veniva usata da Manzini che affermava “di non intendere di provvedere in proprio a qualsiasi spesa
a quel riguardo”. A questo punto il consiglio con i soli due voti contrari di Manzini e Chiesa
Giovanni, abitanti di Cascine, rigettava le istanze fatte da Manzini e dagli abitanti di Cascine e
“delibera di non acconsentire all'apertura della chiesta scuola elementare nella predetta frazione
Cascine a carico del comune, quale trovasi in tante altre borgate, alcune delle quali in condizioni più
sfavorevoli della summenzionata”; inoltre dichiarava di possedere “tra i fondi comunali solo lire
cento accordate dal governo sino dal 1858 per l'impianto di detta scuola”.
Insomma la storia di questa scuola è piuttosto tribolata; troviamo un'altra delibera il 23 maggio
1863 in cui il sindaco presentava la nota dell'Ispettore Provinciale per le scuole primarie con cui
diceva essere stata esposta al Ministero dell'Istruzione “ una nuova istanza degli abitanti della
borgata Cascine per ottenere l'apertura di una scuola elementare in detta borgata a spese del comune
e che il Consiglio Provinciale per le scuole addottava in adunanza del due corrente di raccomandare
a questo municipio la fondazione di una scuola elementare maschile – femminile nella predetta
frazione, sebbene non riconosca applicabile in proposito il disposto art. 319 della legge 13
novembre 1859 per difetto di popolazione. Invita il sindaco a far conoscere agli abitanti delle
Cascine quanto sopra e di adoprarsi al fine di ottenere secondata la dimanda degli abitanti predetti
con l'apertura della scuola da affidarsi ad una maestra preferibilmente e riferire intorno a quanto
avrà deliberato il municipio al riguardo”.
Il comune ancora non deliberava a favore, poiché Cascine “ha una popolazione coi casolari di soli
285 abitanti, oltre al fatto che altre borgate più importanti e in peggiori condizioni di quella di
Cascine avrebbero già reso noto al municipio che, se si aprisse una scuola a Cascine, chiederebbero
anche per le loro frazioni lo stesso diritto”, cioè una scuola. A queste condizioni la spesa
occorrente sarebbe stata impossibile per il comune, che già sopportava impegni finanziari ingenti
per lavori stradali “importantissimi di cui trovasi questo comune privo a grave danno del
commercio”.
Insomma la conclusione di questa lunga vicenda è sfavorevole per gli abitanti di Cascine che
avranno la loro scuola solo più tardi, si pensa negli anni Quaranta del secolo successivo. Infatti non
ci sono documenti riguardo a questo problema oltre le delibere citate. Immaginiamo che il comune
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per accontentare gli abitanti della frazione, che si vedevano rifiutata la scuola, avesse deciso di
costruire la strada anche se, come dice il sindaco, gli abitanti erano ben pochi; è anche vero che la
legge andava osservata, ma, visto che addirittura c'era il parere favorevole del Ministero, non si
capisce bene perchè il consiglio abbia espresso tante difficoltà. Forse i rapporti con questa frazione
non erano tranquilli? Secondo noi forse sarebbe stato più utile pensare ai ragazzi di tutta una zona
lontana dal borgo di Zavattarello, se effettivamente si voleva diffondere l'alfabetizzazione, come in
fondo recitava la legge. Se mettiamo a confronto le due situazioni, del problema del latino e
quest'ultima, sicuramente, nonostante il sindaco fosse sempre lo stesso, ci è piaciuto di più il
tentativo per mantenere l'esistente del 1856, cioè l’insegnamento del latino, anche se quell'esistente
non era proprio secondo legge.
La legge Casati viene citata anche nella delibera del 28 novembre 1860 in riferimento all'articolo
318 e agli articoli 15, 16, 17, 21 del relativo Regolamento del 15 settembre 1860, secondo i quali
spettava ai municipi nominare Sovrintendenti e Commissioni di Ispezione per le scuole maschili e
di “nominare alcune Ispettrici alle scuole femminili per invigilare e dirigere i lavori donneschi e per
mantenervi ferma, d'accordo coi Sovrintendenti municipali, la buona disciplina; quindi il sindaco
bramando che siano poste in esecuzione le sagge disposizioni di cui sopra pel buon andamento della
Pubblica Istruzione, invita a deliberare...”
Ci interessa poco sapere che venivano eletti lo stesso sindaco e la signora Adelaide Cattaneo in
Vignozzi, come persone entrambe idonee per simili incarichi: piuttosto ci fa sorridere la
preoccupazione di “vigilare sui lavori donneschi” e il verbo usato dal segretario comunale
“bramando”. Povere bambine! Avevano proprio bisogno di una ferma disciplina e di una vigilante
per i loro “lavori donneschi”? E perchè tali espressioni non vengono usate per i maschietti? Perchè
il sindaco non “bramava” aprire la scuola di Cascine, piuttosto che preoccuparsi di dare vigilanza
alle femmine? E' proprio vero che è stata lunga la strada per le donne, proprio per dover far
cambiare un tipo di mentalità feudale così scontata! Ma il discorso non finisce qui: nel novembre
del '61 la stessa ispettrice qui conosciuta chiedeva di essere esonerata dall'incarico, perchè gli
interessi della propria famiglia non le permettevano di poter con la dovuta regolarità esercitare la
suddetta sorveglianza e, siccome aveva dimostrato capacità, intelligenza e zelo, non venivano
accettate; veniva nominata una seconda ispettrice che l'affiancasse per alternare la vigilanza...
sempre nell'interesse della pubblica istruzione! Quindi i loro nominativi si leggono ancora in
delibere del 1864.
Ritroviamo anche la maestra Codebò nel novembre 1863: lasciava l'incarico e veniva sostituita da
una maestra con patente d'idoneità rilasciata dall'Ispettorato per gli Studi Primari della Provincia di
Torino. Veniva nominata dal consiglio comunale con votazione segreta e si aggiungeva che la
signora, dalle avute informazioni, possiede “le desiderate buone qualità morali e personali cotanto
necessarie per una soda ed onesta femminile educazione”. Verrà incaricata per la 1^ e 2^ femminile
e verrà pagata a bimestri maturati, con stipendio annuale di lire 333,34. Chissà perchè solo per le
femmine sono necessarie buone qualità personali nell'insegnante per una robusta ed onesta
educazione!?
Torniamo al problema dei due locali per due scuole elementari maschili di cui si parlava dopo la
seconda guerra d'Indipendenza; nel maggio del 1862 detti locali non corrispondevano più
correttamente alle caratteristiche di una scuola. Infatti facevano parte della casa comunale e non si
prestavano più ai bisogni scolastici. Occorrevano altri locali più adatti “osservando inoltre che
anche il locale della scuola femminile non si presterebbe coi necessari comodi voluti dalle veglianti
leggi sull'istruzione e per le osservazioni fatte dall'Ispettore per le scuole”. Si incaricavano due
consiglieri di fare una ricerca sul territorio e poi di riferire sulla proposta dei locali e “della relativa
pigione”.
Non abbiamo altre notizie di locali di scuola fino al 1886.
Nel frattempo incontriamo altri problemi: il 15 maggio 1867 il comune affermava di dover
affrontare spese obbligatorie e di non avere i dovuti mezzi finanziari, così decideva di utilizzare un
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solo maestro per l'istruzione maschile “della 1^ e 2^ elementare al mattino e al dopo pranzo della 3^
elementare”.
Ciò avverrà “senza veder pregiudicata niente affatto con tale proposta l'istruzione pubblica tanto più
che gli accorrenti alla scuola specialmente di 3^ sarebbero in ben poco numero”.
In una successiva delibera del 10 ottobre 1867 veniva precisato che la lezione alla 3^ dopo il
mezzogiorno era stata decisa per rendere possibile l'istruzione “anche ai ragazzi delle diverse
frazioni del comune, che assolutamente non possono due volte al giorno recarsi alla scuola in questo
capoluogo e quindi metteva in libertà il maestro di 1^ e di 2^ Corradi Corrado, ora importando di
conoscere se il maestro Luigi Vecchio di 3^ si troverebbe disposto ad assumere tale carica mediante
l'annua retribuzione di sole lire 800, stipendio di cui è già provvisto per l'insegnamento della 3^,
pagabile a trimestri . Gli alunni delle scuole predette non oltrepassano il numero di 50 nella stagione
invernale e nell'estate arrivano appena a 30 circa”. Il maestro si dichiarava disposto ad accettare e
tutto veniva ufficializzato ed approvato.
L'anno 1875 ci offre spunti interessanti: il 23 maggio veniva concesso dal comune un sussidio
annuo di lire 150 alla maestra Nofri Clotilde “di scuola privata nella frazione Tovazza, perchè
impartisca l'istruzione elementare gratuita ai ragazzi d'ambo i sessi della stessa frazione Tovazza e
villaggi adiacenti”. E' allegata una nota della Prefettura di Pavia che dice: “...si approva, purchè alla
maestra sia portato lo stipendio a lire 333, e questo sussidio sia elevato almeno a lire 200”.
Nello stesso anno il consiglio, dopo aver deciso di mettere a concorso la carica di maestro di scuola
maschile per il successivo anno “previo avviso inserito in alcuni giornali del Regno”, con uno
stipendio annuo di lire 800 se il maestro era “secolare” (cioè laico), lire 1.000 se sacerdote con
obbligo di dare comodo della messa festiva”, riferiva che avevano presentato domanda tre maestri.
Nella seduta del 7 settembre del 1876 dopo la votazione segreta veniva nominato il maestro
Baldoria Achille, provvisto di idoneità di maestro normale superiore, di carta di promozione del 2°
corso della scuola normale di Crema e del 3° corso normale, di attestazione di un anno di pratica
presso le scuole elementari superiori di Soresina, oltre alla “fede di nascita”, certificato di buona
condotta e di sana costituzione fisica. Lo stesso sistema veniva adottato per il posto di maestra di
scuola femminile “mediante pubblicazione d'analogo avviso di concorso da inserirsi in diversi
giornali con uno stipendio annuo di lire 500”.
Veniva ancora ribadito un trattamento economico diverso tra maestro e maestra ed anche quello più
vantaggioso per un sacerdote rispetto ad un maestro laico. Abbiamo comunque con molto piacere
osservato lo scritto che riguarda la scuola di Tovazza, che purtroppo oggi non esiste più, come del
resto tutte le scuole elementari che erano a quei tempi localizzate in diverse frazioni del comune.
A proposito di frazioni una delibera interessante è quella del 12 settembre 1875: il sindaco con lo
scopo di diffondere “nella più larga scala possibile l'istruzione elementare dei ragazzi d'ambo i sessi
del comune e delle sue frazioni poste a maggior distanza dal capoluogo”, riferiva di aver preso
accordi con l'Ispettore Scolastico nell'ultima sua ispezione: “i ragazzi delle frazioni più distanti dal
capoluogo e prossime a scuole regolari dei limitrofi comuni potessero approfittare della comodità di
queste ultime mediante un equo sussidio da parte del comune ai titolari delle scuole medesime.”
Questo sarebbe avvenuto con l'assenso orale che “si aveva già dal rispettivo sindaco da cui quelle
scuole dipendono e così la frazione di Lagagnolo potrà con tutta comodità approfittare della scuola
mista della frazione Carmine del comune di Ruino, la frazione di Casa di Rubero e di S. Silverio
della scuola mista di Trebecco, la frazione di Rossone della scuola mista di Pietragavina del comune
di Varzi, le frazioni di Perducco e Crocetta, quando per la gonfiezza delle acque del Tidone non
potessero quei ragazzi recarsi alla scuola privata mista già aperta in Tovazza con sussidio comunale,
potranno approfittare della scuola della frazione Gabbioni del comune di Romagnese, quando ivi sia
regolarmente aperta”. Si prevedeva la somma di lire 100 come sussidio per i titolari di dette scuole
fuori comune da distribuirsi ai maestri o maestre in ragione di lire 25 caduna, da pagarsi a semestri
scolastici scaduti. In questo modo si dice che “si eliminerebbe nei padri e nei parenti dei ragazzi
obbligati alla scuola, abitanti in frazioni distanti dal capoluogo, il motivo o il pretesto di distanza o
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di guado di torrente per non mandarli alle scuole del capoluogo”... Con questo provvedimento il
consiglio auspicava che ogni frazione citata sopra ne approfittasse, , in caso contrario, oltre a
vedersi togliere la comodità e vicinanza all'istruzione, ribadiva che avrebbe preso le misure di rigore
previste dalle leggi vigenti. Nella delibera del 30 aprile 1876 si decideva di dare lire 100 a titolo di
gratificazione a quattro insegnanti delle scuole dei comuni limitrofi di Ruino, Trebecco,
Pietragavina e Romagnese “alle quali concorrono i ragazzi e gli adulti delle frazioni di Zavattarello
a quelle più vicine”, per il fatto che si era verificata un' affluenza notevole di alunni “in
proporzione degli abitanti delle adiacenti frazioni di questo comune”. Veniva elevata la somma a
lire 200, perchè considerata più adatta per il buon risultato ottenuto e più equa perchè sarebbe stata
ripartita “fra i quattro insegnanti delle quattro scuole in proporzione del numero degli alunni delle
frazioni di questo comune che le frequentarono”.
Troviamo interessante una delibera del 1890 che parla della nomina della bidella con votazione
segreta, con l'annuo salario di lire 40 pagabile a trimestri scaduti “con l'obbligo di tenere ben pulito
l'edificio scolastico, suonare la scuola nei giorni ed ore stabilite, aprire e chiudere l'edificio, nonché
pulire giornalmente le latrine con versarvi con dei secchi d'acqua”. (Certo la correttezza della lingua
qui non c’è!)
Altrettanto singolare è leggere tra i consiglieri elencati in una delibera del 1898 un sacerdote, don
Severino Botti: infatti dalla conquista di Roma, cui abbiamo accennato sopra, il papa aveva proibito
ai cattolici di prendere parte sia come eletti sia come elettori alla vita politica del paese. Quindi
sembra molto strano che un sacerdote si trovasse in netto contrasto con le disposizioni accennate;
inoltre la delibera in questione riguarda la nomina della Commissione di vigilanza alle scuole, in
conformità dell'art. 19, 20, 21 del Regolamento per l'Istruzione Elementare approvato con Regio
Decreto del 9 ottobre 1895, n. 623. Ebbene in questa commissione veniva eletto anche il sacerdote
sopra citato con voti 9 su 10 e nel 1899 verrà riconfermato alla stessa carica sempre con voti 9 su
10.
Tornando però al 1886, non possiamo tacere una vicenda che ci riguarda, cioè la storia (almeno in
parte) della nascita della nostra scuola media, quella che si trovava in piazza Dal Verme, cioè
quell'edificio che è stato utilizzato come scuola media fino al 2006.
Il re Umberto I nel documento in questione autorizzava su proposta del Ministero dell'Interno il
comune di Zavattarello ad acquistare un fabbricato del conte Carlo Dal Verme per uso uffici
comunali e scuole. Il documento è contrassegnato da Depretis Agostino e porta la data: Monza, 5
settembre 1886.
Nella delibera del 22 febbraio 1887 risulta che il comune, per poter acquistare l'edificio, decideva
“l'alienazione della rendita del debito pubblico di lire 500” e in una successiva dell'8 maggio 1887
si approvava il progetto, redatto dal geometra Cattaneo, per il riattamento del fabbricato acquistato
dal conte Dal Verme da parte del comune; la spesa per l'acquisto del fabbricato era di lire 8.000; a
questa cifra si dovevano aggiungere lire 12.000 per “la riduzione del medesimo edificio ad uso
scuola elementare. Si approvava la spesa delle 12.000 lire, mentre si affermava che era già stata
approvata quella degli 8.000 per l'acquisto “ed è già stata pagata al venditore”. Si chiedevano quindi
al Regio Governo e alla Provincia “quei sussidi che sono acconsentiti dalle leggi”. Allegata alla
pratica c'è anche una comunicazione della Prefettura di Pavia che affermava che il sussidio sarebbe
stato concesso ad opera compiuta e che la stessa sarebbe stata collaudata dall'ingegnere capo del
Genio Civile.
Viene riportato anche l'atto di vendita del 16 aprile 1887 del regio notaro Fortunato Mirani e una
pianta dell'edificio, dell'ingegnere Carlo Dal Verme, in cui riconosciamo la via Centrale del paese,
quella che oggi è via Vittorio Emanuele (vedi allegato). Viene quindi venduta dal conte Dal Verme
al comune “una casa composta da vari locali dai fondamenti sino ai tetti, chiamata il Palazzo ai
numeri civici 16 e 18 e confinata a tramontana dalla stessa via centrale e muro di Giovanni Cabani,
a levante dalla piazzetta, vicolo d'accesso e portico del venditore, a mezzogiorno dal venditore
stesso con prato e stalla, a ponente dal medesimo venditore con stalla”.
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Il progetto del geometra Cattaneo di Varzi prevedeva per le scuole una sistemazione a due piani: “le
scuole sono in numero di tre, una al terreno per i maschi, due al superiore per scuola mista e scuola
femminile. La prima è capace di 48 alunni, le altre due di 34 cadauna. Le lezioni si faranno a due
riprese, cioè non ci sono mai tutti e 48 gli alunni, perchè altrimenti per ogni alunno ci sarebbero tre
metri cubi d'aria e questo sarebbe troppo poco, mentre nella parte superiore quattro metri cubi
d'aria”. Si dice anche nello stesso documento che “ in contiguità alla scuola maschile è lasciato un
ripostiglio per attrezzi scolastici, che potrà servire per piccola biblioteca o campionario di oggetti di
nomenclatura come si pratica in molte scuole rurali”.
Da ciò capiamo che a quei tempi nelle scuole di campagna si insegnava anche un vocabolario di
alcuni termini corrispondenti ad attrezzi agricoli, che poi molti bambini avrebbero usato nei lavori
dei campi mentre aiutavano gli adulti di casa.
La relazione del geometra è molto dettagliata e in alcune parti piuttosto difficile da comprendere sia
per la lingua, sia per i particolari tecnici, ma dimostra, insieme agli altri documenti che riguardano
questa vendita , il progetto, l'impegno di spesa, che il comune ha sempre avuto molta attenzione per
la scuola e l'istruzione dei giovani del luogo. Il fatto che il comune rinunci ad una rendita per poter
acquistare l'edificio ne è una conferma.
E' interessante anche ritornare indietro nel tempo ed immaginare come potevano essere frequentate
le aule da così tanti alunni; un'aula che poteva accogliere 48 alunni doveva essere enorme rispetto a
quelle che usiamo oggi noi nella nuova scuola. Nell'edificio precedente al nostro, quello in piazza
Dal Verme, che era dedicato a J.Fitzgeral Kennedy, le aule erano più grandi; è emozionante pensare
che molti alunni che hanno frequentato la scuola media del paese fino al 2006 hanno studiato nello
stesso luogo dei ragazzi della fine Ottocento!
Abbiamo anche trovato in uno scritto del 1889 un prospetto di spese intitolato “Specchio delle spese
che il comune annualmente sostiene per il popolare insegnamento”:
stipendi fissi agli insegnanti nelle scuole diurne L. 2.240
sussidi ai maestri di scuole di comuni limitrofi L. 125
contributo del comune al monte per le pensioni L. 89
salario al bidello
L. 40
restauri locali scuole ed arredamenti
L. 290
carta, libri ecc...ad alunni poveri
L. 70
______________________________________________
per un totale di
L. 2.854
La cifra, considerando il periodo, non era trascurabile e ancora una volta ci fa piacere che il nostro
comune abbia avuto a cuore l'istruzione e la formazione dei ragazzi del tempo, anche quelli dei
villaggi e frazioni lontani dal centro come abbiamo verificato dalle delibere citate. Quindi se
l'impostazione amministrativa era quella di provvedere alle necessità della popolazione scolastica,
probabilmente il trattamento decisamente diverso nei confronti della frazione di Cascine aveva
sicuramente una ragione legata alle disposizioni di legge, che non permettevano con i pochi numeri
di alunni presenti l'apertura della scuola.
Abbiamo trovato la stessa disponibilità verso le situazioni difficili, leggendo che nel 1863 il comune
deliberava un sussidio di lire 50 ai danneggiati del brigantaggio, oppure quando nel 1864 decideva
lo “stabilimento di condotta medico chirurgica per le persone meno agiate del comune”,
probabilmente l'inizio di quel servizio di medico condotto, che in seguito sarà importantissimo per
Zavattarello e zona circostante.
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CONCLUSIONI
A conclusione di questo lavoro desidero fare alcune considerazioni.
La prima è che la ricerca storica delle proprie origini è sempre foriera di scoperte interessanti che
danno anche la dimensione del tempo che è trascorso e che ha portato cambiamenti o innovazioni
più vicini alle esigenze della gente. Certo il cammino dell'alfabetizzazione è stato lungo e difficile e
anche quando da parte dei vari governi si è cercata la soluzione migliore, spesso nella realtà non si
sono verificate le condizioni ipotizzate dalle leggi stesse.
E’ comunque un vanto per me appartenere ad una terra che ha recepito dalle varie esperienze
politiche del passato le idee migliori; il fatto che a Zavattarello si insegnasse il latino, come
abbiamo letto, dal 1821 al 1856, con grande vantaggio per i ragazzi del luogo, trattati al pari degli
alunni di un centro più popoloso ed importante, mi ha riempito di orgoglio e sicuramente è stata per
me la scoperta più emozionante.
Mi è piaciuta anche la tenacia della gente di Cascine che ha cercato tutte le strade possibili per avere
la scuola sul posto, immaginando la difficoltà del guado dei fossi esistenti per gli alunni che
dovevano recarsi nel capoluogo.
La ricerca mi ha dato ulteriore conferma dell’enorme fenomeno dello spopolamento di questa nostra
zona, capendo meglio i passaggi da un'epoca all'altra, leggendo delle varie scuole nelle frazioni,
realtà scolastiche che oggi non ci sono più.
E' stato inoltre interessante sapere ad esempio quali erano i giornali dell'epoca citati sopra, come
venivano scelti i maestri, le materie insegnate, le regole da rispettare così rigide per dei bambini, ma
soprattutto anche verificare, grazie alla lettura dei vari testi scritti a mano, come sia cambiata la
lingua, come si sia modificata la stesura della calligrafia (non è stato facile, ad esempio, capire e
decifrare le lettere e i numeri), come si sia modificato nel tempo il modo di stendere un testo
burocratico ed ufficiale, come le delibere, che oltre tutto rivelano qualche imperfezione ortografica,
grammaticale e sintattica.
Insomma personalmente mi auguro che questo lavoro abbia reso maggiormente consapevole la
popolazione di Zavattarello di quello che chiamiamo “ processo storico”, che studiato sui libri non
ha certo il sapore della scoperta e della meraviglia, che diventa ancora più grande quando riguarda il
paese in cui sei nato.
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FONTI
“Maestri e istruzione popolare tra '800 e '900 in Italia” R.Sani, L. Alberti;
“Scuola e nazione. Maestri e istruzione popolare nella costruzione dello Stato unitario”
M.C.Morandini;
“Maestri e istruzione popolare in Lombardia nel periodo preunitario” C. Pancera;
“Storia della scuola e delle istituzioni educative” F. Pruneri;
“Scuola critica della scuola italiana” R. Renzetti;
“La scuola elementare italiana” A. Solati;
Atti del Governo n. 3725;
Wikipedia: “Storia dell'istruzione in Italia”;
Archivio comunale di Zavattarello: delibere di vari faldoni dal 1856 al 1890.
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Progetto Italia 150