anno XVI - Numero 32 - 18 maggio 2010 L’intervista Parla il regista Stefano Vizioli A Pag. 2 La Storia dell’Opera Un esordio non felice ma poi il grande successo A Pag. 6 e7 Il Giapponismo Una moda che ha contagiato Il mondo occidentale A Pag. 8e9 Un taglio di Puccini Il perduto atto del Consolato americano A Pag. 11 Catastrofe automobilistica L’incidente di Puccini durante la composizione di Madama Butterfly A Pag. 15 MadaMa butterfly di Giacomo Puccini Madama Butterfly 2 Parla il regista Stefano Vizioli «Un allestimento che esalta il contrasto di culture» N asce come una sfida, o meglio come atto di sperimentazione del Teatro Comunale di Bologna, questo allestimento di Butterfly che all’Opera di Roma torna dopo essere stato presentato nel dicembre 2002. Era il 1986 e già da un anno il teatro bolognese per rivitalizzare le proprie produzioni estive alla Rocca Brancaleone di Ravenna, aveva lanciato l’iniziativa di avvicinare i grandi architetti alla lirica (nel 1985 venne chiamata Gale Aulenti) affiancandoli a giovani registi. Fu così che l’architetto Aldo Rossi – autore, ad esempio, nel 1979 della struttura del Teatro del Mondo, al carnevale di Venezia, ma anche del nuovo cimitero di Modena e di diverse opere in Giappone – realizzò con il 24enne Stefano Vizioli – un passato da pianista – questo allestimento che da allora fino ad oggi è stato proposto ben 17 volte in vari teatri. «Con questa costruzione a tre piani, asciutta, molto severa e fortemente evocativa – ci racconta il regista Vizioli - Rossi si è distaccato dal classico bozzettismo flo- reale che accompagna tradizionalmente l’iconografia del Giappone per rendere protagonisti i personaggi, in questa che non è solo una triste storia d’amore, ma soprattutto il racconto di un conflitto sociale e di culture: da una parte la rigida cultura giapponese da cui la protagonista si allontana dopo essere stata ripudiata dalla famiglia per aver amato il marinaio americano - ma alla quale essa stessa ritornerà nel catartico, estremo gesto finale del suicidio che la riporta alla cultura dei padri - e dall’altra il mito di quella società americana, della moda occidentale, dove anche la sigaretta diventa per una donna simbolo di trasgressione, di emancipazione». «Anche con i costumi - prosegue Vizioli - ab- ~ ~ La Copertina ~ ~ leopoldo Metlicovitz Manifesto per Madama Butterfly (Part.) – 1904. Il G iornale dei G randi eventi Direttore responsabile Andrea Marini Direzione Redazione ed Amministrazione Via Courmayeur, 79 - 00135 Roma e-mail: [email protected] Editore A. M. Stampa Tipografica Renzo Palozzi Via Vecchia di Grottaferrata, 4 - 00047 Marino (Roma) Registrazione al Tribunale di Roma n. 277 del 31-5-1995 © Tutto il contenuto del Giornale è coperto da diritto d’autore Le fotografie sono realizzate in digitale con fotocamera Kodak Easyshare V705 Visitate il nostro sito internet www.giornalegrandieventi.it dove potrete leggere e scaricare i numeri del giornale biamo voluto sottolineare questo mutamento interiore della protagonista, la quale nel primo atto si sposa con il kimono più bello, ma poi nel secondo, mentre riceve il console Sharpless con un «Benvenuto in una casa americana…», ostenta, con la sigaretta in mano, pettinatura ed abiti occidentali, e quindi nel finale, dopo la delusione dell’abbandono, chiede alla domestica Suzuki di portarle l’obi, la sciarpa-cintura dell’abito nuziale da indossare in vista dell’ojigai (l’harakiri per le donne) che diventa atto di affermazione e quindi di liberazione». Nel 2002 per ridisegnare gli abiti di scena e modificarli rispetto a quelli di 5 anni prima, Vizioli e la costumista Anna Maria Heinreich si sono ispirati alle foto del famoso fotografo britannico, ma di madre italiana, Felice Beato (1833-1907) che fu fotografo di guerra, ma anche tra i primi a scattare foto in Asia. «Questa purezza delle linee della scenografia – riprende Vizioli – permette ai personaggi di sprigionare una maggiore energia. Considerato che mancano sovrastrutture di arredo, la regia è puntata moltissimo sui personaggi, sulle loro storie emozionali, chiedendo ai cantanti un maggiore coinvolgimento che alla fine viene loro spontaneo quando non hanno una scena molto ricca nella quale adagiarsi». «La Butterfly la conosco bene poiché nascendo come pianista l’ho studiata quando accompagnavo i cantanti. Poi mi ci sono confrontato come aiuto del regista Pierluigi Samaritani in allestimenti a Parigi ed a Torre del lago. Infine, ci sono tornato con un nuovo allestimento nel 2007 e 2008 a Torre del lago realizzato con il pittore Ugo Nespolo - col quale feci anche a Roma nel 1995 l’Elisir d’Amore – di cui lui ne ha curato scene e costumi». andrea Marini Il Giornale dei Grandi eventi Stagione 2010 al teatro Costanzi 17 - 24 giugno MaNON di Jules Massenet Alain Guingal Direttore Interpreti Annick Massis, Sylwia Krzysiek, Massimo Giordano, Paolo Battaglia, Alfredo Zanazzo Stagione estiva alle terme di Caracalla 15 luglio - 5 agosto aIda di Giuseppe Verdi Daniel Oren Direttore Interpreti Daniela Dessì, Giovanna Casolla, Fabio Armiliato 28 luglio - 8 agosto rIGOlettO Direttore di Giuseppe Verdi Steven Mercurio 1 - 6 ottobre rObertO deVereuX di Gaetano Donizetti Bruno Bartoletti Direttore Interpreti Gian Luca Terranova, Carmela Remigio, Alberto Gazale, Sonia Ganassi 4 - 11 novembre Direttore Interpreti adrIaNa leCOuVreur di Francesco Cilea Maurizio Arena Martina Serafin /Giovanna Casolla, Marcello Giordani, Katia Lytting /Agnes Zwierko, Alessandro Guerzoni ~~ La Locandina ~ ~ Teatro Costanzi, 18 - 28 maggio 2010 MadaMa Butterfly Tragedia giapponese in tre atti Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica Musica di Giacomo Puccini Composizione: Abetone e Torre del Lago, 1901 – 27.12.1903 Prime rappresentazioni: 1) In due atti: Milano, Tetra Alla Scala 17.2.1904 2) In tre atti: Brescia, Tetra Grande 28.5.1904 Maestro concertatore e Direttore Maestro del Coro Regia Stefano Scene Costumi Disegno luci Daniel Oren Andrea Giorgi Vizioli Aldo Rossi Anna Maria Heinreich Franco Marri Personaggi / Interpreti Madama Butterfly (Cio-Cio-San) (S) Amarilli Nizza (20, 25, 28) / Xiu Wei Sun (19, 21, 23, 26,) / Raffaella Angeletti (22, 27) Francesca Franci Suzuki (Ms) Kate Pinkerton (Ms) Anastasia Boldyreva Marco Berti (20, 22, 25, 27) / F.B. Pinkerton (T) Neil Shicoff (19, 23, 26,) / Massimiliano Pisapia (21, 28) Franco Vassallo (20, 22, 25,) / Sharpless (Bar) Alberto Mastromarino (19, 21, 23, 26, 28) Giorgio Caoduro 27 Mario Bolognesi Goro (T) Il Principe Yamadori (Bar) Armando Gabba Carlo Striuli (19, 20, 21, 22, 23, 25, 26) / Lo Zio Bonzo (B) Andrzey Saciuk (27, 28) Yakusidé Daniele Massimi Il Commissario Imperiale (Bar) Angelo Nardinocchi L’Ufficiale del Registro Antonio Taschini (20, 22, 25, 27) / Massimo Mondelli (19, 21, 23, 26, 28) La madre di Cio-Cio-San Emanuela Luchetti La Zia Carla Guelfi La Cugina Laura Bertazzi (20, 21, 23, 25, 27, 28) / Cristina Tarantino (19, 22, 26) ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA Allestimento del Teatro Comunale di Bologna con la partecipazione straordinaria di Neil Shicoff nel ruolo di F.B. Pinkerton nei giorni 19, 23 e 26 Il Giornale dei Grandi eventi T orna a volare all’Opera di Roma Butterfly, ad otto anni dall’ultima apparizione in Teatro ed a cinque dalla sua rappresentazione nella stagione estiva alle Terme di Caracalla. Viene riproposto l’Allestimento (lo stesso che andò in scena a Roma nel 2002) realizzato nel 1986 da Stefano Vizioli con l’architetto Aldo Rossi per il Comunale di Bologna, che conta - con questa - ben 17 “apparizioni”in vari teatri. La semplicità della scena esalta il ruolo dei personaggi, concentra su di Madama Butterfly loro l’attenzione dello spettatore non distratto dal classico “barocchismo” giapponese, proietta i protagonisti in una dimensione che è quella del 1904, anno del debutto dell’opera, prima (il 17 febbraio con poco successo) alla Scala di Milano e quindi tre mesi dopo, il 28 maggio, a Brescia dove, rimaneggiata da due a tre atti, trovò finalmente i meritati applausi. Per i costumi il regista ha guardato al testo ed allo spirito di Cio-Cio-San, una donna che dopo l’incontro con l’ufficiale di marina, si sente profondamente americana, fuggendo ideal- mente dapprima da quel mondo (giapponese) che l’ha ripudiata, per sentirsi donna occidentale, e quindi per poi tornare nel finale alla cultura dei padri, con l’atto estremo del suicidio secondo un rituale antico. Ed i costumi, al fine di sottolineare questo aspetto, sono in un primo momento quelli tradizionali della geisha, per poi divenire nel secondo atto abiti occidentali con l’ostentata, facile, sigaretta simbolo della cultura americana e quindi, dopo la delusione, ritornare nel finale a quell’abito da sposa del periodo dei sogni. Linee semplici per esaltare Butterfly Questo allestimento, pur utilizzando la classica 2° versione (in tre atti) presentata a Brescia il 28 maggio 1904 dopo l’insuccesso della prima versione in due atti che debuttò nel febbraio precedente alla Scala, viene proposto con un solo intervallo, quello tra il tradizionale 1° e 2° atto. I due atti successivi saranno quindi eseguiti attaccati. Cio-Cio-San continua ad attendere fiduciosa il marito. Il console Sharpless le fa visita per mostrarle una lettera di Pinkerton, in cui questi racconta di aver sposato una donna americana e di voler venire con lei in viaggio in Giappone. Non riesce però a parlare con Cio-Cio-San, perché Goro le ha presentato un nuovo corteggiatore, il principe Yamadori, che viene però respinto dalla Butterfly, ancora innamorata di Pinkerton. Rimasto finalmente solo, Sharpless può comunicare alla donna parte del contenuto della lettera. Cio-Cio-San prende gradualmente coscienza di essere stata abbandonata e, disperata, presenta al console il figlio Dolore, avuto da Pinkerton. Sicura che il marito tornerà quando saprà del bimbo, dichiara quindi che morirà piuttosto che tornare ad essere una geisha. Proprio in quel momento, un colpo di cannone annuncia che la nave di Pinkerton è entrata in porto. In fretta la donna adorna la casa e resta tutta la notte a veglia, sicura che l’amato andrà subito a renderle visita. La Trama atto I: In una casa sul porto. Durante un breve soggiorno in Giappone, il tenente della Marina degli Stati Uniti Benjamin Franklin Pinkerton si accorda con il nakodo Goro per contrarre un matrimonio con Cio-Cio-San, una giovane geisha di quindici anni, chiamata anche Madama Butterfly, e affitta per questo un appartamento. All’amico Sharpless, console americano a Nagasaki, decanta quindi la vita libera del marinaio e spiega che, secondo l’accordo con Goro, entrambi gli affari, matrimonio e affitto, potranno essere da lui revocati. Sharpless tenta invano di avvertirlo che la fanciulla è sinceramente innamorata, ma Pinkerton è convinto che un giorno sposerà una donna americana. Durante la festa di nozze, Cio-Cio-San racconta che la sua famiglia era una volta facoltosa, ma poi a causa di ristrettezze economiche, lei fu costretta a divenire una geisha. Goro allora rivela allora che il padre della ragazza si è suicidato per ordine dell’Imperatore. Arrivano gli altri parenti di Cio-Cio-San, borbottando contro le nozze. La cerimonia comincia, dopo che Butterfly ha confessato di voler abiurare per amore di Pinkerton la sua fede buddista. La festa però è interrotta dallo zio bonzo che maledice la sposa per aver tradito la religione degli avi, convertendosi al cristianesimo per amore di uno straniero. Ma Pinkerton, congedati gli ospiti, riesce a consolare la fanciulla che ormai può contare solo su di lui. atto II: Tre anni dopo. Pinkerton è tornato in patria e CioCio-San non ha più sue notizie. Mentre la cameriera Suzuki prega gli dei per il suo ritorno, di cui però dubita fortemente, atto III: Il giorno seguente. Madama Butterfly è ancora in attesa dello sposo. Pinkerton, con Sharpless e la moglie Kate, si avvicina titubante alla casa. La cameriera sta per annunciare con gioia la visita a Cio-Cio-San, quando realizza che la donna straniera è la moglie di Pinkerton, la quale intende adottare il bambino della Butterfly. Pinkerton non ha il coraggio di affrontare la ex moglie e si allontana, lasciando la moglie Kate per prendere il bambino. CioCio-San, che quando vede la straniera comprende tutta la situazione, si dichiara disposta a consegnare il figlio, purché venga Pinkerton a prenderlo. Brandisce quindi il pugnale con cui suo padre aveva fatto harakiri per ordine dell’Imperatore. E leggendo le parole incise sulla lama: “Con onor muore / chi non può serbar vita con onore”, si congeda dal figlio e si toglie la vita, secondo l’antico uso giapponese. Quando Pinkerton arriva, è ormai troppo tardi. 3 Le Repliche Mercoledì 19 Maggio, h, 20.30 Giovedì 20 Maggio, h. 20.30 Venerdì 21 Maggio, h. 20.30 Sabato 22 Maggio, h. 18.00 Domenica 23 Maggio, h. 17.00 Martedì 25 Maggio, h. 20.30 Mercoledì 26 Maggio, h. 20.30 Giovedì 27 Maggio, h. 20.30 Venerdì 28 Maggio, h. 17.00 L’Editoriale Per la Fracci un brutto finale di Andrea Marini La notizia ci giunge mentre stiamo chiudendo questo numero del giornale e ci lascia alquanto attoniti. Nel pomeriggio di lunedì 17 maggio nella platea del Teatro era in corso un incontro dei sindacati degli enti lirici italiani per protestare contro il decreto di riforma delle fondazioni liriche. Incontro cui ha voluto partecipare anche il Sindaco di Roma Gianni Alemanno, presidente della Fondazione del Teatro dell’Opera di Roma, che si sta facendo promotore di un tavolo di discussione col governo sul decreto. Ad un tratto, quando il primo cittadino aveva appena finito di parlare, dalla prima fila si è alzata di scatto Carla Fracci - alla quale di recente, dopo ben 10 anni, nell’ambito dei normali avvicendamenti, non è stato rinnovato il contratto di Direttore del Corpo di Ballo del Teatro, nei cui spettacoli ancora appare anche come interprete - che a brutto muso si è avventata contro Alemanno, inveendo e gridando parole del tipo «Vergogna, vergogna… farabutto!». Il Sindaco non ha reagito, mentre la Fracci, puntandogli il dito a poca distanza, continuava: «per due mesi non mi ha ricevuta…». Per Alemanno al termine anche l’onesta solidarietà dei sindacati, i quali certamente non sono dalla sua parte in questo momento di tagli. L’episodio si commenta da solo, ma certo è mortificante per l’arte vedere quella che in un passato segue a pag 13 www.poste.it Con filatelia online è facile ricevere a casa i francobolli che cerchi. Su www.poste.it trovi comodamente tutti i francobolli e i prodotti filatelici che desideri. Acquistarli è sicuro e veloce e ti saranno recapitati in Italia e all’estero. Per acquisti superiori a 150 euro la spedizione è gratuita. Per informazioni chiama gratuitamente l’803.160 Il Giornale dei Grandi eventi Madama Butterfly 5 Marco Berti, Neil Shicoff e Massimiliano Pisapia Amarilli Nizza, Xiu Wei Sun e Raffaella Angeletti Il tenente americano Pinkerton Cio-Cio-San, la Butterfly sedotta ed abbandonata L S a voce dell’ufficiale americano Pinkerton sarà dei tenori Marco aranno i soprano Amarilli Nizza (20, 25, 28/5), Xiu Wei Sun Berti (20, 22, 25, 27/5), Neil Shicoff ( 19, 23, 26 /5) e Massimilia(19, 21, 23, 26 / 5) e Raffaella Angeletti (22 e 27/5) ad alternarno Pisapia (21 e 28/5). si nel ruolo della protagonista Cio-Cio-San. Marco berti si è diplomato in Canto nel 1989 presso il Conservatorio amarilli Nizza nasce a Milano e cresce in una famiglia dedita al “Verdi” di Milano e, nello stesso anno, ha debuttato nell’opera Auf- canto da quattro generazioni. Da bambina comincia a studiare piastieg und fall der stadt Mahagonny di Kurt Weil. Nel 2002 ha debuttato noforte e poi canto con la nonna Claudia Biadi. Nel 1993 vince gioa Madrid in Simon Boccanegra ed a Bruxelles La Bohème diretta dal M° vanissimail concorso Mattia Battistini ed esordisce nel ruolo di MaPappano con il quale ha debuttato anche al Covent Garden di Londra dama Butterfly (Cio-Cio-San) di Puccini al Flavio Vespasiano di Riein Madama Butterfly. Nel 2004 è ancora al Covent Garden ne Il Trova- ti. Dopo una serie di esperienze giovanili, nel 2001 si affaccia alle ritore e all’Arena. Nella stagione 2005 ha cantato al Mebalte internazionali. tropolitan di New York in Carmen con la quale è stato al La vocalità duttile e autorevole, unita ad Covent Garden di Londra nel 2007. un’importante tecnica vocale e a grandi doti Neil Shicoff è nato a Brooklyn, New York, ha studiato interpretative le hanno consentito di calcare le alla Juilliard School of Music e con il padre, il famoso scene dei più prestigiosi teatri e festival interSidney Shicoff. Ha esordito a Cinncinati nel 1975 con nazionali. Spesso presente al Teatro dell’Opera Ernani di Verdi (ruolo del titolo) diretto da Levine. Un di Roma, ultimamente, nel marzo scorso, la si è anno dopo, ha debuttato al Metropolitan di New York potuta ascoltare come Margherita nel Mefistofecome Rinuccio in Gianni Schicchi, ancora con Levine. le di Boito. Nelle stagioni 1995-1997 da segnalare il ritorno al MeDiplomatasi presso il Conservatorio di Shantropolitan per il 20° anniversario del suo debutto nel ghai, nel 1993 Xiu Wei Sun si è trasferita a Peruolo di Lensky in Eugene Onegin con Pappano e la rechino, dove ha debuttato con Il Trovatore e La gia di Robert Carsen. Traviata, e nel 1994 in Italia, dove ha continuaIl successo riscosso come interprete d’opera, è stato ac- Marco Berti, Francesca Franci e Amarilli Nizza to a perfezionarsi. compagnato dall’attività concertistica, in tutto il mondo. Nel 1995 ha esordito a Milano nella Forza del Nella stagione 2008/2009 ha cantato in Simon Boccanegra al Liceu di Bar- Destino (Leonora) e poi al Verdi di Trieste con Norma. Contemporacellona, in Carmen con lo Staatsoper di Leipzig, così come in Carmen, Ma- neamente ha tenuto concerti in Italia e all’estero e ha vinto sei Connon Lescaut, La Juive, Pique Dame, Tosca a Zurigo, Vienna, Berlino. corsi Internazionali di Canto, fra cui il “Placido Domingo” nel 1997. Massimiliano Pisapia, torinese, ha iniziato gli studi musicali nel Nello stesso anno, con il debutto in Madama Butterfly al Verdi di 1992, perfezionandosi con Franco Corelli. Dopo aver vinto i concorsi Trieste, è iniziato un periodo di grandi successi nel ruolo di Cio“Giulietta Simionato” e “Tito Gobbi”, ha debuttato come Pinkerton Cio-San. Tra gli altri ruoli interpretati si ricordano le eroine di Il Tro(Madama Butterfly) nei Teatri di Pavia, Brescia, Como e Mantova. La vatore,Traviata, Suor Angelica, Turandot. sua prima importante affermazione a livello internazionale l’ha otte- Nata a Torino, raffaella angeletti ha studiato canto sotto la guida nuta interpretando Riccardo in Un ballo in maschera all’Opernhaus di del soprano Elvina Ramella. Nel 1995 risulta vincitrice del “ConLipsia diretto da Chailly. In breve ha intrapreso una rapida ed inten- corso internazionale Pavarotti” e del “Concorso Puccini”. Ha mossa carriera che l’ha condotto in alcuni dei maggiori teatri del mondo. so i primi passi nel repertorio mozartiano interpretando Donna ElHa inaugurato la stagione 2009/10 del Massimo di Palermo con Ma- vira, La Contessa e Fiordiligi. Ha cantato in Madama Butterfly al Redama Butterfly e poi ha cantato in Un ballo in maschera alla Wiener gio di Torino, al Real di Madrid, al San Carlo di Napoli, al Teatro Staatsoper, all’Hamburgische Staatsoper e a Duesseldorf e La bohème della Maestranza a Siviglia ed al Regio di Parma. Nel 2005 ha deal Lirico di Cagliari. Quest’anno ha cantato in Madama Butterfly alla buttato Macbeth al Comunale di Bologna con la direzione del M° Hamburgische Staatsoper (gennaio), Simon Boccanegra alla Wiener Daniele Gatti. Nel 2006 ha interpretato come protagonista La Wally Staatsoper (marzo), Stabat Mater di Dvořák al Maggio Musicale Fio- a Stoccarda, Il Console al Regio di Torino, I Due Foscari a Piacenza rentino (marzo), Luisa Miller al Teatro Regio di Torino (aprile). con Renato Bruson e Aida all‘Arena Sferisterio di Macerata. Nel 2007 ha cantato Macbeth al Filarmonico di Verona, al fianco di Leo Nucci. Sempre nel 2007 ha cantato Madama Butterfly alla Staatsoper Franco Vassallo, Alberto Mastromarino di Vienna, dove è tornata nel 2008 e nel 2009 per il medesimo ruolo e Giorgio Caoduro Quest’anno di rilievo Macbeth con la Bayerischer Rundfunk di Monaco, e l’ Andrea Chénier a Stoccolma. Sharpless, console ed amico I n questo che è uno dei ruoli più importanti per baritono, si alterneranno Franco Vassallo (20, 22, 25 / 5), Alberto Mastromarino (19, 21, 23, 26, 28 / 5) e Giorgio Caoduro (27/5). franco Vassallo è nato a Milano nel 1969 ed ha studiato canto con il baritono Carlo Meliciani, che è ancora oggi il suo insegnante. Nel gennaio 1994 è stato vincitore dell’As.Li.Co. International Competition di Milano che lo ha portato ai suoi debutti nei maggiori teatri del nord Italia, come David in L’Amico Fritz e Belcore ne L’elisir d’amore. Nella stagione 2007-2008 è stato al Metropolitan di New York come Figaro ne Il barbiere di Siviglia ed al Carlo Felice Genova per I Vespri Siciliani. Nel luglio 2008 ha debuttato al Covent Garden come Marcello in La Boheme. Nella stagione 2009/2010 ha cantato Don Alfonso in Lucrezia Borgia, il ruolo del titolo in Macbeth per il suo ritorno alla Bavarian State Opera. E’ tornato al Metropolitan come Figaro nel Il barbiere di Siviglia e nel ruolo di Ezio in una nuova produzione di Atilla. alberto Mastromarino ha debuttato nel ruolo di Amonasro in Aida presso il Teatro Eliseo di Roma nel 1987. Torna al Teatro dell’Opera di Roma in Madama Butterfly, dopo aver interpretato con successo Tosca, Pagliacci, Francesca da Rimini ed il ruolo del titolo in Falstaff lo scorso gennaio, La sua voce è apprezzata a livello internazionale.. Nel 2008 debutta al Liceu di Barcellona con Aida ed all’Opera di Roma nell’Amica di Mascagni. Del 2009 è il debutto al Metropolitan di New York come Tonio in Pagliacci. Nel Settembre - Novembre 2009 ha cantato come Falstaff per il Teatro di Toulon, ed è stato impegnato in Pagliacci a Tenerife. Nell’aprile scorso lo abbiamo ascoltato al Costanzi come Scarpia in Tosca. Giorgio Caoduro è nato a Monfalcone nel 1980 e dal 1998 ha studiato col soprano Cecilia Fusco. Nel 2000 è stato vincitore della 50°edizione del concorso lirico internazionale As.Li.Co. Nel 2000 (anno di inizio della carriera operistica) ha affrontato i ruoli Schaunard (Boheme), Raimbaud (Le Comte Ory) e Papageno (Il Flauto Magico). Nel 2009 ha cantato Ping (Turandot) alla Royal Opera House Covent Garden di Londra; Riccardo (I Puritani) alla Greek National Opera di Atene; Enrico (Lucia di Lammermoor) al Teatro Verdi di Salerno; Dulcamara (L’Elisir d’amore) alla Los Angeles Opera; Marcello (La Boheme) alla Staatsoper unter den Linden di Berlino. Pagina a cura di Francesco Piccolo – Foto di Corrado M. Falsini Madama Butterfly 6 Il Giornale dei Grandi eventi La Genesi dell’Opera Un amore a prima vista e un viaggio virtuale in Giappone R icco, famoso, applaudito, accolto sempre con tutti gli onori, all’inizio del Novecento Puccini era all’apice del successo professionale. Poco implicato negli eventi politici, molto coinvolto dalle donne e dai passatempi come la caccia, dopo il successo di Tosca (14 gennaio 1900) il Maestro era di nuovo alla ricerca di spunti per nuovi lavori. Pensava, tra l’altro, di ispirarsi al Tartarin de Tarascon di Alphonse Daudet, alle Baruffe chiozotte o alla Locandiera di Goldoni, all’Adolphe di Benjamin Constant, all’Abbé Mouret di Zola e alla figura di Maria Antonietta. l’ispirazione per butterfly Ma un caso fortunato lo distolse da questi intenti. Durante il soggiorno londinese del 1900 per l’allestimento di Tosca al Covent Garden, Puccini ebbe occasione di assistere alla rappresentazione teatrale della Madama Butterfly di David Belasco, in programma al Duke of York’s Theatre, con Evelyn Millard protagonista. Pur non comprendendo l’inglese, lingua in cui la pièce era messa in scena, il Maestro fu attratto dalla figura forte e coraggiosa dell’eroina protagonista. Fu amore a prima vista. Da quella serata sarebbe nata la sua prossima opera. Immediatamente Puccini si recò nei camerini per incontrare il commediografo e assicurarsi i diritti sul materiale. Rientrato a Torre del Lago, il suo rifugio sulle rive del Lago di Massaciuccoli, si mise a lavoro per trasformare le sensazioni provate al Duke of York’s Theatre in una nuova partitura. Nel frattempo, l’editore Ricordi conduceva le trattative ufficiali con Belasco. L’anno seguente, nel 1901, Puccini inviò una traduzione italiana del lavoro di Belasco ai suoi librettisti di fiducia Luigi Illica e Giuseppe Giacosa - con i quali aveva già collaborato per Tosca -, ma suggerì loro di ispirarsi anche alla precedente Madame Butterfly di John Luther Long, in cui però la protagonista era salvata dal suicidio dall’arrivo del figlioletto e di Suzuki. terminata alle ore 23,10 del 27 dicembre 1903 Per due anni Puccini lavorò alacremente, due anni però interrotti nel 1903 da una lunga sosta, dovuta alle conseguenze di un incidente automobilistico del 25 febbraio del 1903. A questo si aggiungeva il nervosismo procurato dalla relazione del Maestro con una misteriosa torinese, Corinna, contrastata dai famigliari e, soprattutto, dalla compagna Elvira. Così la partitura, che era stata avviata nel novembre 1902, fu portata a termine solo nel settembre dell’anno seguente. Il 27 dicembre 1903, alle 23.10, Puccini posò la penna e come sua abitudine registrò data e ora della conclusione del la- voro. Dopo sette giorni nella Villa Puccini si celebravano le nozze con Elvira. Nel corso della composizione, come suo solito, Puccini aveva scavato a fondo nell’animo di ogni personaggio per tracciarne il profilo psicologico. Via via che il lavoro progrediva, però, si lasciò attrarre sempre più dall’ambientazione esotica, compiendo indagini precise e puntigliose sulla musica e sui costumi nipponici. Nella Casa Museo di Celle dei Puccini (la casa d’infanzia di Puccini a 10 Km da Lucca), si conservano ancora alcuni dischi di musica giapponese, attraverso i quali il compositore riuscì a cogliere gli spunti profondi e toccanti che poi trasferì nell’opera. Entrò anche in contatto con la moglie dell’ambasciatore del Giappone in Italia e con Sada Jacco, la celebre attrice giapponese allora in tournée a Milano, con cui s’intrattenne a lungo discutendo della società e delle tradizioni di quel Paese esotico e ancora tanto lontano. Erano gli anni dell’Art Nouveau, i costumi nipponici incuriosivano e per la prima volta due mondi lontani venivano sincretizzati dagli occidentali. La nuova opera era stata prenotata dal Teatro alla Scala di Milano. Tutto faceva presagire che la trama caratteristica, i toni folcloristici e le scene esotiche di Puccini, Illica e Giacosa avrebbero mandato il pubblico in deli- Leopoldo Metlicovitz – “Dammi ch’io baci le tue mani care” (Part.) – Acquarello utilizzato per la realizzazione da parte di Casa Ricordi di una serie di cartoline per l’opera Madama Butterfly – 1904. Giacomo Puccini con Giuseppe Giacosa e Luigi Illica. rio. Le audizioni facevano presumere un gran successo e parecchi si commossero assistendo alle prove. Invece, come è noto, quella prima del 17 febbraio del 1904 si rivelò un fiasco e le reazioni del pubblico furono senza pietà. Secondo alcuni studiosi, il giudizio negativo fu alimentato anche da Sonzogno, il principale rivale di Ricordi. Dalle fonti si intuisce che Madama Butterfly fu l’opera favorita di Puccini, il quale non si stancò mai di ascoltarla. In- cassato il fiasco scaligero, il Maestro si mise subito a lavoro per correggere la sua &Farfalla&&, di cui andava fiero e sulla cui fortuna non voleva dubitare. A Brescia tre mesi dopo, il 28 maggio, l’opera trovò il meritato successo Nel frattempo, ancora alla ricerca di nuovi “esotismi”, Puccini iniziò a pensare a qualcosa di nuovo, che poi sarebbe stata La Fanciulla del West (!910). E, per distrarsi, acquistò una macchina nuova. elena Cagiano Varie versioni del libretto G ià al tempo di Puccini lo spartito di Madama Butterfly si presentava in molteplici versioni, che riflettono le diverse revisioni fatte all’opera al principio della sua storia, a seguito dell’insuccesso della “prima” milanese del 17 febbraio 1904. In particolare, quattro libretti furono curati da Carlo Carignani e pubblicati da Ricordi in diverse edizioni. La prima versione corrisponde alla sfortunata serata scaligera del 1904. E’ rarissima, poiché dopo il fiasco del debutto fu ritirata dalla circolazione. Segue poi una versione che trova riscontro con la revisione dell’opera e il suo ampliamento in tre atti per la riproposizione al Teatro Grande di Brescia del 28 maggio del 1904. C’è, quindi, una versione americana pubblicata nel 1906 in occasione della tournée dell’inverno 1906-1907 a Washington e New York. In questa edizione, con il testo italiano, compare per la prima volta la traduzione inglese. Un’ultima versione è quella parigina del 1907, sempre in italiano con la traduzione in inglese, che è in genere la più usata negli allestimenti moderni. Questi libretti vengono collegati sommariamente alle varie rappresentazioni, giacché non ci sono prove certe che le variazioni riportate in ciascun libretto siano effettivamente state presentate nell’occasione proposta. Non c’è infatti modo di stabilire con certezza cosa sia stato suonato e cantato in ogni rappresentazione e le prime incisioni a disposizione evidenziano una continua evoluzione, solo in parte catturata dalle documentazioni. Il Madama Butterfly Giornale dei Grandi eventi 7 Cronaca della prima rappresentazione Duro il pubblico, dura la critica I l Corriere della Sera del 18 Febbraio 1904 riporta in un lungo articolo della rubrica Corriere teatrale il resoconto della prima disastrosa rappresentazione di Madama Butterfly, andata in scena la sera precedente al Teatro alla Scala di Milano. Sappiamo che «la sala era magnificamente addobbata» e che alla prima erano intervenute numerose personalità, tra cui naturalmente lo stesso Puccini. Dopo la cronaca del primo atto e dei pochi, sparuti applausi riscossi in platea, il giornalista così commenta: «L’opera non ha dunque superato la prova. A’ suoi difetti capitali ho già accennato parlando del primo atto. Puccini non seppe trovare la vera forma, né la giusta dimensione; e vi abusò di quegli effetti che, appunto perché già troppo noti, non doveva ritentare». Ma proseguendo, profetico: «Ciò nonostante, io persisto nel credere che l’opera si riavrà. Troppo belle pagine vi sono sparse, di troppa eleganza è leggiadra la sua fattura.» Il pubblico fu molto feroce quella sera, tanto che uno spettatore, sdegnato per la maleducazione dimostrata dalla maggioranza degli spettatori, scrisse una lettera al direttore, che fu pubblicata alla fine dell’articolo, come testimonianza diretta: «…Iersera sul palcoscenico si avrà avuta un’opera più o meno degna di applausi; in platea però so benissimo che non si è avuta nessuna cortesia…». E ancora: «Ah! Quel piccolo atrio sordo e ardente in fondo al teatro, che sentina di rancori! Là non si ascolta l’opera, si dice male a priori, si rugge continuamente e poi si salta addosso con i denti all’applauso». Il giorno 19, ancora si scriveva del fiasco: «L’insuccesso dell’altra sera si registra ora con un senso di pena. Il pubblico, che non è più unito, ha perso la sua ferocia. Verso Puccini va un interessamento affettuoso. Del resto tutti quelli che non erano in teatro hanno appreso con sbalordimento la notizia. Quello che si prevedeva era tanto roseo!» Nello stesso articolo veniva pubblicata un’intervista al compositore, Giacomo Puccini: «Prima della Tosca, prima della Bohème. E quelle opere furono dei successi. Questa sera mi sentivo così tranquillo! L’opera mi commoveva sempre». Sempre Puccini, rispondendo a una domanda sul perché delle critiche: «Butterfly è un’opera di suggestione. Rotta questa suggestione, l’incanto cade. E tumulti, gli strepiti, le grida hanno infranto quell’atmosfera di piccolo sogno doloroso che poteva mostrar vive le figure e le passioni. Il pubblico non poté sentire e quindi non poté giudicare. Io voglio ancora bene a Butterfly, ci credo ancora. L’ho scritta con tanta emozione! Io non ascolto mai con piacere le mie opere, tranne forse l’ultimo atto di Bohéme. Ma questa sì, tutta e divertendomi e interessandomene. Ho la coscienza di aver scritto la più moderna delle mie opere. Ci saranno forse dei difetti, delle lungaggini, ma esagerazioni no, no, assolutamente no. È tutta sincera, tutta sentita». la rivincita di brescia Nel Corriere del 29 Maggio, venne dato uno spazio importante alla rivincita del- Le fonti dell’Opera Una storia vera ma senza drammi D opo il grandioso successo di Tosca nel 1900, Giacomo Puccini iniziò ad occuparsi dei progetti proposti dal librettista Luigi Illica. Nel frattempo, una nuova e decisiva ispirazione si rivelò quando, in un teatro di Londra nel 1900, il musicista seguiva una rappresentazione intitolata Madame Butterfly. Si trattava di un’opera scritta da John Luther Long (Hanover, Pennsylvania 1861Clifton Springs, New York 1927) nel 1898 e ridotta ad atto unico da un grande uomo di teatro americano, David Belasco a cui Puccini ricorrerà anche per La Fanciulla del West, rappresentata al Metropolitan di New York nel 1910. Il tema dell’opera trae spunto da una vicenda realmente accaduta: la sorella di John Luther Long aveva vissuto a Nagasaki con il marito, un pastore protestante di Philadelphia, vicino all’abitazione di un noto personaggio scozzese, quel Thomas Glover artefice di profondi cambiamenti nella storia del Giappone. Thomas Glover fu anche protagonista di una lunga e felice storia d’amore con Tsuru, una donna giapponese che lui chiamava Cio-Cio-San, unione consacrata poi dalla nascita di due figli. Un idillio poco adatto ad un pubblico di teatro e dunque modificato da David Belasco nella drammatica storia della giapponesina sedotta, abbandonata e suicida, in grado di esercitare quel gioco dei sentimenti a cui la fantasia musicale di Puccini avrebbe poi aggiunto una forte capacità di commuovere. L’ambientazione esotica, nell’Estremo Oriente del 1900, interpretava le influenze della cultura orientale nella società europea. Come l’Art Nouveau, così anche la letteratura occidentale subiva in quegli anni la suggestione di questa terra lontana e misteriosa. Basti pensare al romanzo Madame Chrysanthème pubblicato nel 1887 dal grande viaggiatore Pierre Loti (Rochefort 1850 - Hendaye 1923), che fornì numerosi elementi a tutto il primo atto di Madame Butterfly. Pierre Loti era stato ufficiale di marina e proprio a Nagasaki, dove aveva soggiornato nel 1884, aveva goduto di un “matrimonio a tempo determinato”, che però non sembra aver causato alcuna esperienza tragica. Prima della Madama Butterfly di Belasco, già erano stati rappresentati a teatro The Mikado (1885), musicato da Arthur Sullivan, e The Geisha (1896) di Sidney Jones, anche se su Puccini sembra aver esercitato maggiore influenza l’Iris di Mascagni del 1898, anch’essa inserita in un’esotica ambientazione orientale. luca Pesante l’opera, riproposta al Teatro Grande di Brescia la sera prima: «L’opera cominciò alle 9.15 e il successo era imminente e sicuro…Durante il primo atto il pubblico frena a stento la voglia di battere le mani…Fu un trionfo. Copertina del libretto per la ripresa di Brescia del maggio 1904 Vinse ogni resistenza. Commosse e persua- spiega così il mancato apse. Forse, anche in questo caso, prezzamento del pubblico lo sfogo dell’ammirazione della milanese alla prima del 17 folla, passò la misura…Mai febbraio: «La Butterfly non è come in quest’opera Puccini opera che possa essere leggerseppe dare alla musica tanta mente ascoltata e giudicata, e leggiadrìa di forme, tanti in- per la sua essenza psicologica, trecci armonici, tanta ricchez- e per le delicate, recondite belza di coloriti». lezze formali». a. C. L’articolo, entusiastico, Piccole curiosità di analisi musicale C on Madama Butterfly Puccini, per la prima volta nella sua costante ricerca di spunti folcloristici e caratteristici per l’ambientazione, si cimentava con un mondo esotico e lontano: il Giappone. Per dare colore alla storia il compositore si dedicò allo studio degli usi e dei riti, dei costumi e delle arti e, ovviamente, della musica di quella terra che proprio allora si apriva un varco nella curiosità degli Occidentali. Il risultato di queste ricerche si evince dalla partitura di Madama Butterfly, dalla quale emergono almeno sette melodie giapponesi autentiche - o frammenti di melodie -, tra cui l’Inno imperiale. Oltre a queste, altri motivi esotici sono stati rilevati, ma non identificati con musiche tradizionali. La grande aria di Cio-Cio-San e il duetto primaverile dei “Fiori di ciliegio” con Suzuki nel secondo atto rivelano influssi orientali nell’andamento melodico. Forse sono motivi di sintesi inventati dallo stesso Puccini dopo aver ascoltato la musica giapponese. Era infatti nel suo stile comporre musiche di genere popolare che sembrassero autentiche, come anche attingere a suoi motivi giovanili o incompiuti. Di chiara origine italiana è invece il tema d’amore che accompagna Cio-Cio-San dal momento in cui entra in scena e che risuona, come un inno, nel lungo duetto d’amore con Pinkerton alla fine del primo atto. Compare anche l’Inno nazionale degli Stati Uniti, per identificare l’ufficiale americano di cui la bella geisha è perdutamente innamorata. e.C.a. 8 I l Giappone viveva isolato dal resto del mondo da oltre due secoli e mezzo quando, nel 1853, fu costretto ad affrontare il problema di una riapertura ai contatti economici e politici con gli altri stati. L’arrivo della flotta al comando del Commodoro americano Matthew C. Perry, che chiedeva perentoriamente l’apertura dei porti al commercio ed all’assistenza tecnica per le navi, costrinse i giapponesi, ancora organizzati in un sistema che si può definire “feudale”, a rendersi conto che un confronto con le altre nazioni non era più procrastinabile. Ebbe così inizio una nuova fase della storia giapponese che portò il Paese, in pochi decenni, ad essere considerato una delle grandi potenze dello scacchiere politico mondiale. In Occidente, l’interesse per l’esotico e pressoché sconosciuto arcipelago dell’estremo-oriente divenne sempre più vasto e dagli anni Sessanta del XIX secolo agli anni della Prima Guerra Mondiale sembrò che nessun’espressione artistica del mondo occidentale, dalla pittura alla musica, dall’architettura, alla letteratura, alle arti applicate, riuscisse a sottrarsi al fascino del lontano e misterioso Paese del Sol Levante. Basti pensare al romanzo di Pierre Loti, Madame Chrysanthème (1887) dal quale fu poi tratto il racconto Madame Butterfly di John Luther Long, pubblicato nel 1898 sulla rivista americana Century Magazine, che - a sua volta ripreso e trasformato in dramma da David Belasco – appassionò Puccini e lo spinse a creare la sua Madame Butterfly. la moda del Japonisme Il fenomeno delle influenze giapponesi sulle arti occidentali è noto come Japonisme. Sembra che il termine sia stato creato in Francia nel 1872 da Philippe Burty, come titolo per una serie d’articoli che pubblicò sulla rivista La Renaissance Littéraire et Artistique, ma il fenomeno precede di qualche anno la definizione. L’apertura del Giappone all’Occidente permise l’arrivo in Europa e in America di oggetti d’arte, libri, stampe, mercanti e artisti giapponesi e dette un impulso immediato allo studio di questa cultura così lontana e così affascinante. Fin dal 1862 era stato aperto Madama Butterfly Il Giornale dei Grandi eventi Il Giapp Così il Giappone af Claude Monet – La Japonaise (1876) Kyonaga – La famosa geisha Wakakusa della casa da thè Kojiya a Parigi il negozio La Porte Chinoise, specializzato nella vendita di oggetti provenienti dall’Estremo Oriente. Esso divenne immediatamente un punto di riferimento e un luogo d’incontro per artisti e scrittori. Nel 1888 Samuel Bing curò il primo quaderno de Le Japon Artistique. La rivista presentava, con testi in francese, inglese e tedesco, oggetti d’arte giapponese e divenne una fonte iconografica cui attinsero ampiamente artisti e raffinati artigiani. Un altro fattore che giocò un ruolo determinante nella diffusione del Japonisme nel mondo occidentale fu costituito dalla frequente organizzazione di Esposizioni Universali cui il Giappone, a partire da quella di Londra del 1862, non mancò di partecipare. Si trattò di una vera passione che in Francia accomunò talenti profondamente diversi, quali Monet e van Gogh, Pissarro e Toulouse Lautrec, Felix Vallotonn e Pierre Bonnard, Manet e Degas. Nell’opera di questi e tanti altri pittori è possibile ravvisare, talora anche all’interno opere i valori cromatici e compositivi delle xilografie giapponesi: se i primi furono attratti dalle linee rapide e dal taglio asimmetrico del quadro, Gaugin e i Nabis furono maggiormente interessati all’uso giapponese del colore, steso in campiture piatte, senza chiaroscuro, che esaltavano – come nelle stampe di Utamaro, Hokusai, Hiroshige – il valore decorativo e simbolico dei colori. del corpus delle opere di un unico autore, atteggiamenti diversi nei confronti del Giappone. Così, vicino ad alcuni dipinti in cui l’elemento iconografico giapponese compare ancora in chiave palesemente esotizzante, come ne La Japonaise di Monet, del 1876 - in cui la moglie del pittore è ritratta con indosso un prezioso kimono da teatro troviamo altre opere, in cui l’allusione al Giappone va letta non tanto come nota esotica quanto come citazione o come rappresentazione di oggetti sentiti ormai come parte della quotidianità dell’artista: è il caso del Ritratto di Émile Zola (1867-’68) di Manet o del ritratto de Le Père Tanguy (1887) di van Gogh. In altre opere – ed è questo il caso di diversi dipinti di Degas, fra cui il famosissimo L’absinthe, del 1876 – non ritroviamo immagini che si ricolleghino direttamente al Giappone, ma vi riconosciamo piuttosto un’impostazione spaziale che si ispira a quella propria della tradizione pittorica giapponese. Impressionisti e post-impressionisti ripresero nelle loro Varie forme d’arte guardano al Giappone Al di là dell’influenza esercitata sulla pittura, il Japonisme si manifestò in ogni aspetto dell’arte impregnando di sé ogni tipo di oggetto scaturito dalla fantasia degli artisti: gioielli, mobili tessuti, opere grafiche, oggetti in vetro, porcellana o metallo. Saggi voluminosi e numerose mostre hanno messo in rilievo quanti motivi iconografici e quanti suggerimenti stilistici mutuati dal Giappone siano riconoscibili, ad esempio, nei vetri di Emile Gallé, dei fratelli Daum e dell’americano Tiffany, nei gioielli di Lalique e del belga Wolfers o nei mobili dello stesso Gallé e dell’austriaco Josef Hoffmann. la passione in america Il fenomeno si manifestò quindi in tutta Europa, arrivando anche in America, dove il Giappone partecipò, ad esempio, alle Esposizioni Universali di Philadelphia del 1876 e di Chicago del 1893. Fu proprio in occasione di quest’ultima esposizione che il grande architetto americano Frank Lloyd Wright, allora ventiquattrenne, ebbe il suo primo contatto diretto con un’architettura giapponese, osservando i lavori per la costruzione, in stile tradizionale, del padiglione giapponese, situato vicino a quello che stava seguendo per lo studio di Adler e Sullivan, per i quali lavorava. Negli Stati Uniti il Japonisme arrivò con circa un decennio di ritardo rispetto all’Europa, ma grazie a personaggi come Ernest Fenollosa e Edward Sylvester Morse lasciò una traccia profonda. Entrambi avevano soggiornato alcuni anni in Giappone, Il Giornale dei Grandi eventi Madama Butterfly ponismo fascinò l’Occidente Edouard Manet - Ritratto di Emile Zola (1868) Kyonaga – Festa con sakè per ammirare la neve a Matchiyama La manifattura giapponese Banko Le bizzarre ceramiche che ammaliarono l’America N zare industrie e infrastruttuell’ottobre-dicembre re. Mancando ancora i pro2009, il Museo della dotti industriali ed essendo Caricatura di Tolentiinvece già conosciuti ed apno (MC) ha ospitato la mostra prezzati nel mondo i prodotti “Esotico e bizzarro: il mondo artistici e artigianali, il goverfantastico delle ceramiche no incoraggiò la produzione Banko”. La mostra, prima del e l’esportazione di manufatti suo genere in Europa presendi ogni genere. In quei primi tava una settantina d’oggetti, tempi puntò molto sull’artutti da collezioni private, tigianato presentando il datati dalla fine degli meglio della produzioanni Settanta del XIX ne nazionale nelle vasecolo agli anni Trenta rie Esposizioni Unidel XX. versali al fine di aprire La ceramica mercati nuovi. Nella Banko ebbe i suoi produzione Banko, inizi in Giappone molti pezzi fra quelli verso la metà del appositamente proXVIII secolo, ma il vedotti per l’esportazioro boom nella produne negli Usa ed in Gran zione si ebbe durante Teiera con pesci; Bretagna, (si tratta soil periodo Meiji Collezione privata, Roma prattutto di teiere, fi(1868-1912). Con l’agurine, vasi e vasi da appenpertura del Giappone, dopo il dere al muro) sono caratterizlungo isolamento e la moderzati da uno stile fantasioso e nizzazione che ne conseguì, il bizzarro, talora grazioso talogoverno cercò di promuovere ra grottesco, che è stato defiin tutti i modi le esportazioni, nito capriccioso e fantastico. dal momento che il Paese neGli artigiani della città di cessitava di fondi per realiz- Yokkaichi, tuttora sede dei gono i personaggi del folklonumerosi forni che producore e del popolo ed i temi tratno ceramiche Banko, nel creati dalla natura, di cui spesso re manufatti destinati agli apvengono riprese non soltanto passionati le immagid’oltreoceani, ma anno (che poche le fortevano acme. Molti quistare anpezzi sono che per pocaratterizsta dalla Zuccheriera e due mug a forma di foglia di loto; zati da uno Collezione privata, Roma ditta ameristile orgacana che li importava) scelsenico che scaturisce contemro, più di un secolo fa, quella poraneamente dalla squisita vena umoristica che il design sensibilità giapponese nei contemporaneo ci ha abituati confronti della natura e dal ad apprezzare nei piccoli oggusto art nouveau il quale, cogetti di uso comune che quostituendo il trend internaziotidianamente ci circondano. nale dell’epoca, in una sorta Attenti fin dall’inizio della lodi “ping pong fra culture”, ro attività a suggestioni che era giunto – o, si potrebbe diprovenivano dalla Cina, gli re, era tornato - in Giappone. artigiani, nel realizzare le loro Il mondo della ceramica creazioni per il mercato esteBanko rappresenta quindi un ro, guardavano con attenziointeressantissimo esempio di ne anche all’Europa e nella prodotto artistico in cui si loro produzione sono ravvirealizza un efficace dialogo sabili elementi riconducibili fra culture diverse e lontane. alle maioliche inglesi allora in fr. Picc. voga. Come soggetti, preval- 9 insegnando all’Università di Tokyo, chiamativi dal governo giapponese che desiderava accelerare la modernizzazione del Paese avvalendosi di esperti occidentali. Tornati in Patria, si dedicarono alla divulgazione della cultura giapponese (e cinese), scrivendo opere di successo che è possibile trovare in libreria ancora oggi. A Fenollosa si deve il settore estremo-orientale del Museum of Fine Arts di Boston, che rappresenta tuttora uno dei punti di forza di quella istituzione. Morse curò per lungo tempo le collezioni orientali del Peabody Essex Museum di Salem. L’influenza dell’estetica giapponese in America fu rilevante soprattutto nell’architettura più che nella pittura, come era stato in Francia; ebbe inoltre un carattere più “democratico”. Negli Stati Uniti, infatti, grazie anche a una più vasta opera di divulgazione culturale rispetto all’Europa, non furono soltanto i grandi collezionisti a ricercare le opere di artisti giapponesi: vi fu un fiorente commercio di oggetti artigianali di uso quotidiano (vasi da fiori, servizi da tè, soprammobili, ombrelli, ventagli, kimono) che entrarono nelle case degli americani grazie ai costi contenuti ed ad un sofisticato sistema di distribuzione che, nei primi anni del Novecento, si avvaleva anche della vendita per posta. Influssi sul Liberty L’Art Nouveau in Francia, lo Jugendstil ed il movimento della Secessione in Austria ed in Germania, l’Aesthetic Movement in Inghilterra ed in America, il Liberty italiano, hanno tutti in qualche misura subito il fascino del Giappone e hanno tratto ispirazione dalle sue arti. Ci si può chiedere il perché di questa moda, di questa passione: una delle risposte è che l’incontro dell’arte europea con l’arte giapponese fu tanto fecondo poiché esso avvenne proprio in un momento in cui il gusto del Vecchio Continente viveva un momento culturale di ricerca e di rinnovamento che lo condusse a rifiutare la linea proposta dalle accademie ed a ravvisare, nelle soluzioni formali caratteristiche dell’architettura, della pittura e delle arti applicate del Giappone, lo stimolo per imporre un nuovo modo di guardare ed interpretare la realtà. daniela Sadun Docente Facoltà di Studi Orientali, Sapienza – Università di Roma 10 Madama Butterfly Il Giornale dei Grandi eventi Le donne pucciniane Cio-Cio-San, un coraggio tutto orientale È stato spesso sostenuto che Puccini fu un misogino. Ebbe una vita sentimentale alquanto travagliata, un rapporto spesso conflittuale con la moglie (oppressiva e soggiogante, secondo diversi biografi). Del suo presunto astio nei confronti delle donne, nel suo teatro non ci pare, però, ci sia traccia. Al contrario, Puccini ci ha lasciato una affascinante galleria d’eroine femminili. Non sono le nobildonne o le regine di Donizetti: Lucrezia, Lucia, Maria, Anna, schiacciate da intrighi politici e forti passioni. Sono donne semplici, travolte da un destino crudele, condannate ad una morte che, in taluni casi, ha la valenza della catarsi, della redenzione. Non c’è “ansia” di vendetta nel musicista, che al contrario tratta le sue creature con commovente affetto, elevando anche le più viziose al o di figurine pure e innocenti. Se si confrontano i romanzi originali con i libretti delle opere pucciniane si possono notare differenze sostanziali. La Manon dell’abate Prevost era un diavoletto sceso in terra. Puccini ne ha fatto una “vittima” delle circostanze, costretta a compiere azioni sbagliate. Della Mimì di Murger, una ragazzina per nulla ingenua, non c’è traccia in Puccini che ne fa un fiorellino delicato. da crisantemo a farfalla La Cio-Cio-San della Madama Butterfly deriva dalla geisha del romanzo di Pierre Loti Madame Chrysantheme, in cui, seguendo una prassi ormai collaudata, il protagonista, un giovane ufficiale, si unisce in matrimonio con una ragazza orientale, ma entrambi sanno perfettamente che l’unione è a termine. E, infatti, quando l’ufficiale torna sulla nave per imbarcarsi, la geisha non ha altro pensiero che contare le la metamorfosi monete lasciatele in dono. della farfalla La protagonista dell’opeSeguiamo dunque Butterra ha tutt’altro spirito. E, fly nell’evolversi del addirittura, un comportadramma. Arriva al cospetmento che ci sembra la to del promesso sposo stacchi nettamente da tutPinkerton svolazzando fete le altre donne puccinialice e ingenua con le sue ne. amiche, “un primaveril Si sono già ricordate Masoffio giocondo”. Ha 15 non e Mimì. Al di là della anni, è felice, allegra, acbenevolenza con cui Puccetta la propria condiziocini le tratta, sono figure ne di geisha costretta dalle commoventi, forti, deboli, circostanze (la sua famisensibili, ma “compiute” glia era un tempo ricca), sin dalla prima scena. ma lo fa con sentimento. La Mimì che entra nella Poi, dopo la scenata dello soffitta nel primo atto zio Bonzo che la maledice, non è diversa da quella che si spegne nella stessa stanzetta nella scena conclusiva. Lo stesso vale per Manon, ma anche per Tosca: il suo carattere volitivo, coraggioso, pur con qualche momento di debolezza e di tentennamento, la sostiene in tutta l’opera, tanto nel rapporto amoroso con Cavaradossi, quanto nella durezza degli scontri con Scarpia. Cio-Cio-San è diversa, perché si trasforma, cresce, diventa altro. Sotto questo aspetto è probabilmente un personaggio “unico” nell’universo pucciniano, non contando naturalmente Turandot che cambia eccome, persiCartolina Manon Lescaut no troppo. rimasta sola con il consorte, che sdolcinato le canta “Bimba dagli occhi pieni di malia, ora sei tutta mia”, gli rivolge una preghiera toccante: “Vogliatemi bene, un bene piccolino, un bene da bambino, quale a me si conviene”. Cio-Cio-San è insomma una bambina che gioca a fare la moglie e accetta il suo nuovo ruolo con una dolcezza e una ingenuità disarmanti. Nel secondo atto, Butterfly è sola, ma attende, con coraggio e fede incrollabile il ritorno di Pinkerton. Non è più la bimbetta della prima parte, il dolore l’ha già segnata. Si notano i primi mutamenti. È cresciuta non solo anagraficamente (sono trascorsi tre anni) ma come carattere. Consola Suzuki e canta la più celebre pagina dell’opera: “Un bel dì vedremo, levarsi un fil di fumo sull’estremo confin del mare”. È una pagina straordinaria sul piano musicale e per quel che esprime. Dentro c’è tutta Butterfly, la bambina di prima e la donna di adesso; immagina il ritorno dell’amato, lo attende fiduciosa, gioca a nascondersi per non farsi trovare subito, ricorda i nomignoli che lui le attribuiva, finisce con la sofferta certezza di chi deve cre- dere in quel che dice: “Tutto questo avverrà, te lo prometto. Tienti la tua paura, io con sicura fede l’aspetto”. Toccante è poco dopo l’incontro con Sharpless e la parziale lettura della lettera di Pinkerton. I suoi commenti alle parole del consorte sono di commovente semplicità. Puccini, Illica e Giacosa inventano una grande scena di teatro. Quando Sharpless cerca di far capire alla ragazza che Pinkerton potrebbe non tornare più e insiste perché accetti la proposta matrimoniale del ricco Yamadori, in Cio-Cio-San si fa strada, per la prima volta, l’idea della morte: “Due cose potrei far: tornar a divertir la gente col cantar, oppur, meglio morire”. È la svolta. Butterfly continuerà ancora a credere nel ritorno di Pinkerton, ma è già segnata dal destino. È ulteriormente cresciuta e la bambina diventata donna lascia il posto alla madre quando a Sharpless mostra il figlio: “Ah m’ha scordata. E questo? E questo? E questo egli potrà pure scordare?”. Siamo ormai in piena tragedia. Entra la nave nel porto, Butterfly si veste elegante per accogliere lo sposo. Il finale è noto. L’arrivo di Pinkerton e della moglie americana, la grande dignità di Cio-Cio-San che travolta dal dolore e dalla disperazione sceglie la salvezza del figlio. Non c’è più niente della “bimba dagli occhi pieni di malia”. C’è una donna cresciuta troppo in fretta, provata dalla sofferenza, ma ancora capace d’onore e d’amore: “Con onor muore chi non può serbar vita con onore”. La morte della geisha è fra i suicidi più nobili, più alti del teatro musicale, una grande lezione di dignità e di coraggio. Non era misogino Puccini quando creò Cio-Cio-San e le mise accanto quel piccolo uomo di Pinkerton. roberto Iovino Il Giornale dei Grandi eventi Madama Butterfly 11 Una parte dell’Opera eliminata dall’autore Il perduto atto del Consolato americano D el così detto “atto del Consolato” Madama della Butterfly si sapeva finora solamente grazie alla controversia tra gli autori, causata dalla sua eliminazione dalla versione finale del libretto. Quest’atto, scartato nel novembre del 1902 e quindi relativamente tardi nella genesi dell’opera, fu al centro di un lungo lavoro tra Puccini, Illica e Giacosa. La decisione di Puccini di eliminare l’atto influenzò sensibilmente le fasi seguenti del processo compositivo. Ora, invece, la discussione si basa su materiali recentemente rinvenuti nell’Archivio Storico Ricordi a Milano e si sofferma sulla genesi dell’atto e sulle ragioni della sua eliminazione. In particolare l’analisi è su due momenti salienti di quell’atto: un’aria per Pinkerton e un incontro tra Butterfly e la moglie di Pinkerton. Illica iniziò a lavorare al libretto di Butterfly nel marzo 1901 fornendogli una traduzione del racconto di John Luther Long e Belasco. Sebbene Puccini e Ricordi cercassero di fermarlo, Illica si gettò a capofitto nella stesura del testo. Il compositore dovette insistere sull’inclusione dell’incontro tra Butterfly e Kate Pinkerton presso il Consolato americano. Illica elaborò una seconda parte dell’opera, articolata prima nella casa di Butterfly, poi nella villa consolare di Sharpless, dove le due donne si sarebbero dovute incontrare ed infine di nuovo nella casa giapponese della geisha. Questo per creare una varietà d’ambientazioni e mettere in risalto il drammatico contrasto OrienteOccidente. A questo punto lo scambio epistolare tra Puccini e Illica dimostra che il compositore cambiò idea. Scrive infatti a Ricordi: “Il Consolato era un grave sbaglio. Il dramma deve correre alla fine senza interruzioni, Schizzo di Luigi Illica per l'atto ambientato nel Consolato americano serrato, efficace, terribile! Facendo l’opera in tre atti si andava incontro al fiasco sicuro”. fusione di due fonti In effetti l’eliminazione rispose a una serie di problemi connessi sia alla genesi del libretto che alla struttura del dramma. Innanzitutto, lo scenario e la prima stesura di Illica derivano dalla fusione di due fonti diverse, una narrativa e l’altra drammatica (il racconto di Long e la pièce di Belasco). Illica iniziò a lavorare solo con il racconto, ma in seguito dovette cedere alle insistenze di Puccini sulla maggiore importanza della pièce. Nell’atto del consolato, basato sul racconto di Long, Cio-cio San, dopo aver invano atteso Pinkerton, si reca al consolato dove Sharpless le offre del denaro e inventa la scusa che la nave di Pinkerton è stata subito comandata in Cina. Cio cio-San sviene e Sharpless la fa accomodare su una sedia: in questo momento, Adelaide, la moglie americana di Pinkerton, entra di fretta e vuole mandare un telegramma a suo marito. Il Console non riesce a impedirle di dire il suo nome ed a questo punto ha luogo “l’in- contro delle donne”. L’americana osserva Butterfly servendosi della lorgnette (simbolo della sua cecità) e nel giro di pochi versi infila una serie di epiteti accondiscendenti come “gingillo”, “carino”,”donnina”, “bambola”. Come avviene nel racconto di Long, la breve conversazione con Butterfly si riduce semplicemente alla richiesta di un bacio al “bel ninnolo” e all’insinuazione della sua promiscuità sessuale con uomini, quando Butterfly rifiuta. Non appena Kate riconosce la terribile situazione dell’eroina, passa ad una “grande dolcezza” e comunica il desiderio di suo marito di avere il bambino. Chiede perdono ed un bacio di riconciliazione prima di uscire, in lacrime. Da parte sua Butterfly oppone una serie di dure resistenze: rifiuta l’invito di Sharpless ad uscire, la richiesta di un bacio da parte di Kate, ogni volta con un “no” secco. Sei mesi per la nuova versione Dopo la decisione di Puccini di eliminare l’atto del consolato, la squadra impiegò sei mesi a produrre la versione definitiva del libretto. Nel processo di compressione del libretto del 1902 nella versione scaligera, l’atto del Con- solato non disparve interamente. Lunghi stralci furono trasferiti nella scena finale. L’incontro tra Pinkerton, Sharpless e Suzuki dovette essere inventato e l’improvviso rimorso di Pinkerton fu creato riducendo la scena corrispondente nell’atto del consolato, usando i versi di Giacosa. I librettisti riciclarono anche parzialmente la scena dell’incontro delle due donne. La Kate che si vide alla Scala era molto più comprensiva, in linea con lo spostamento d’accento dal conflitto Oriente-Occidente, alla tragedia personale di Butterfly; la sua presentazione era una richiesta di perdono. La vita postuma dell’atto del consolato non finì qui. Per il secondo allestimento di Brescia, la squadra ritornò al problema del rimorso di Pinkerton, aggiungendo la romanza del tenore, “Addio, fiorito asil” nella quale l’intervento di Sharpless, con il dettagliato rimprovero che cita il suo avvertimento del primo atto (Vel dissi…vi ricorda? Quando la man vi diede, “Badate, ella ci crede”), varia l’idea di un riferimento all’aria del primo atto introdotta nell’atto del consolato di Giacosa. La romanza stessa deriva da particolari importanti della scena del Consolato di Illica: le parole conclusive “son vil!” vengono dalla parte centrale della recriminazione di Pinkerton. arthur Groos Professore Cornell University - USA 12 Madama Butterfly Il Giornale dei Grandi eventi Abbozzi di IIlica e Giacosa della scena dei fiori e «Un bel dì» Un esempio della lunga elaborazione del libretto L e consuetudini di lavoro instaurate da Puccini, Iliaca, Giacosa e Giulio Ricordi si riscontrano nei numerosi materiali genetici della loro ‘trinità’ di opere: Bohème, Tosca e Butterfly. Le diverse localizzazioni dei membri del gruppo Puccini a Torre del Lago, quindi a Castellarquato, Giacosa a Colleretto od a Milano e Giulio Ricordi a Milano, per non dire dei frequenti viaggi per prime rappresentazioni ed incontri, nonché delle sistemazioni di lavoro temporanee nei periodi estivi - richiesero un coordinamento costante del lavoro. Con l’eccezione dei periodi durante i quali tutti si trovavano a Milano, tra loro intercorreva un fitto viavai di lettere e telegrammi per lo scambio di idee, la circolazione di abbozzi e l’organizzazione degli incontri, in particolare le famose ‘sedute plenarie’ nell’ufficio di Ricordi, rievocate in modo indimenticabile nelle memorie di Illica, pubblicate nel 1906, subito dopo la morte di Giacosa. Le memorie di Illica richiamano anche l’attenzione sul concorso di idee che produsse una grande quantità di versioni e di materiali di scarto nella prima collaborazione per La bohème. La situazione si ripete con Madama Butterfly, sia per la differente concezione della “tragedia giapponese” da parte dei librettisti, sia per le revisioni richieste da Puccini, inclusa l’eliminazione nel novembre 1902 l’intero atto del Consolato. Di conseguenza, il numero consistente di materiali sopravvissuti di Madama Butterfly documentala genesi prolungata dell’opera e ci mette in condizione di presentarne lo sviluppo di alcune scene rilevanti. La revisione di Illica della scena dei fiori, gli adattamenti di Giacosa della me- desima parte ed una serie di abbozzi di «Un bel dì» vengono dall’Archivio Giacosa a Colleretto Giacosa (Ivrea). «La scenetta dei diversi fiori» di Illica La prima stesura del libretto non contemplava una scena dei fiori estesa, forse perché essa sarebbe stata assimilabile ai tratti tipici dei finali interni, secondo la prassi in uso da Le nozze di Figaro a Otello, ritenuta esaurita dai compositori della ‘giovane scuola’. Nella versione iniziale di Illica, l’eroina prefigura la scena dei fiori come parte delle sue fantasticherie sul ritorno di Pinkerton. La raccolta frettolosa dei fiori dopo il colpo di cannone dalla nave di Pinkerton, preclude però qualsiasi effettiva elaborazione musicale. Butterfly e Suzuki si precipitano in giardino e da lì giungono le loro voci, mentre esse sono intente a cogliere rami di pesco e di wistaria in fiore. Al loro rientro, nel libretto un solo verso più avanti, l’attività floreale dell’eroina termina con l’ispirazione improvvisa di riciclare il mazzo di fiori lasciato da Yamadori. Tuttavia, un articolo del «Corriere della Sera», nel quale si descrive l’uso giapponese di coltivare gli alberi da frutto allo scopo di coglierne i fiori, aveva orientato l’interesse di Puccini verso qualcosa di più ampio; di conseguenza, egli chiese a Illica di estendere la scena in un duetto. Una lettera successiva, con cui Puccini chiede ad Illica di inviare a Giulio Ricordi, oppure a lui stesso, «ciò che farai della scenetta dei diversi fiori cantodanzante», induce a pensare che nel gennaio 1902 la revisione fosse prossima alla conclusione. la revisione di Giacosa della scena dei fiori L’Archivio contiene anche alcuni schizzi e abbozzi dell’adattamento di Giacosa della scena dei fiori di Illica. Due abbozzi sono importanti: il primo, di pugno di Giacosa, è su due pagine di carta da lettere numerate che cominciano con una frase cerchiata a matita, «E non pensare già che possa tosto Salire»; il secondo, scritto da un copista su due facciate di foglio protocollo numerate, inizia con materiali assai somiglianti al libretto stampato. Revisioni successive di questa scena abbracciano l’intero processo compositivo. Una lettera di Puccini a Giulio Ricordi, datata 5 dicembre 1903, conclude con la frase «Le accludo 4 versi a 2 per fine fiori», a quanto pare riferita alla quartina che inizia «Gettiamo a mani piene», che compare per la prima volta nel libretto stampato per la Scala. Questi versi non si trovano nella penultima versione del libretto conservata nell’Archivio Ricordi e vi sono buone probabilità che essi siano di Puccini - cosa assodata per il recensore della prima scaligera in «La Tribuna». « Un bel dì» di Giacosa Gli abbozzi sopravvissuti per questo brano ci introducono nelle varie fasi della sua lavorazione, presentandoci difficoltà editoriali analoghe a quelle precedentemente descritte. Tre diversi fogli testimoniano il tentativo di Giacosa di fissare l’ambiente dell’arrivo di Pinkerton, che - come risulta evidente nelle varie versioni - ruota intorno all’espressione fondamentale «bel dì», in un primo tempo addirittura scartata e poi alla fine reintegrata; C’è poi una versione iniziale dell’aria ed una riveduta. l. d. d. L’estremo rituale espiatorio per diventare eroi Harakiri per gli uomini Ojigai per le donne I l termine harakiri è composto dalle due parole ventre (hara) e taglio (kiri) - ed era il nome del modo più coraggioso con il quale un Samurai, durante il periodo feudale giapponese, poteva togliersi la vita. Da tener presente che il termine usato dai giapponesi per indicare l’estremo gesto non è in realtà Harakiri, parola considerata troppo cruenta e poco elegante, ma Seppuku. Questo termine è composto dagli stessi ideogrammi, ma posti in ordine inverso, letti secondo la pronuncia sino-giapponese Non si conoscono le origini di tale pratica, ma per comprenderne il senso bisogna tornare allo studio dello zen praticato dai samurai, il Bushido, che ne regolava la vita in modo sistematico. Si trattava di un codice morale da osservare scrupolosamente in ogni momento della giornata fino all’ora di andare a dormire. Per manifestare il proprio dissenso, per espiare il disonore o per fare ammenda di una colpa commessa verso un superiore, il Samurai praticava harakiri, anche detto seppuku, secondo una precisa ritualità: si inginocchiava su un cuscino o su di un tatami, di fronte al quale vi era un piccolo tavolo che ospitava l’arma, solitamente una spada corta detta wakizashi o un pugnale chiamato ko-ga-tana. Al coltello rituale veniva levato il manico e sostituito con carta di riso. Spesso il suicida era assistito nei suoi movimenti da un mitodoke, un ruolo d’onore che spettava a colui che godeva del suo massimo rispetto, si fosse trattato anche di un nemico nella funzione di testimone. La parte più cruenta del rito consisteva nel trafiggersi la parte sinistra dell’addome, trascinando la lama orizzontalmente dall’altro lato, si proseguiva con un taglio verso l’alto e un altro ancora parallelo al primo. Il ventre era considerato il centro vitale dell’uomo, sede delle emozioni e della volontà, per cui compiere tale atto significava uccidere completamente l’individuo. Anche solo il dubbio sul disonore, sulla disonestà o sulla condotta del Samurai era sufficiente a richiedere il suo sangue. Se l’agonia si protraeva troppo a lungo, dopo il secondo taglio e su richiesta del morente subentrava un esecutore, il kaishaku, che con un fendente netto decapitava il morente, ponendo fine alle sue sofferenze. La testa veniva poi disposta correttamente ed inviata all’ordinante del suicidio. A seconda della moda e del periodo storico, il taglio risparmiava un lembo di pelle che permetteva di giustapporre nuovamente la testa sul collo, secondo l’arte del kubikenzan. Bisogna ricordare che, nonostante l’atrocità del gesto, il tutto avveniva in un contesto che si potrebbe definire sereno. Prima del rito non era raro, infatti, preparare un banchetto da offrire agli amici e un bagno purificatore, a dimostrazione della piena calma e consapevolezza del Samurai. Spesso il suicida salutava la vita recitando una poesia, haiku, di solito composta da lui. I Samurai che avevano fatto harakiri erano venerati come eroi e spesso la loro tomba si trova accanto a Pugnali giapponesi quella del signore che aveva ordinato il sacrificio. Lo jigai era l’harakiri praticato dalle donne, che si compiva con un pugnale chiamato kaiken, con il quale una donna nobile che fosse stata disonorata si tagliava la gola. Il solo sospetto di aver perso l’onore o un lieve scandalo obbligavano la donna a praticare il rituale. Anche in questo caso, l’aiuto di un secondo poteva risparmiare lunghi tempi di dolore, ma il suicidio rituale avveniva senza testimoni, nella sala Butsuma, dove era conservato l’altare di famiglia. Indossata una veste bianca, simbolo della contestata purezza, e assicurati i lacci e i lembi, al fine di non scomporsi e testimoniare contegno anche nella morte, la donna si trafiggeva. Tra gli ultimi, più noti casi di harakiri, si annovera quello del famoso scrittore tradizionalista Yukio Mishima, avvenuto nel 1970. Deluso dal comportamento del suo Paese che riteneva precipitato in una politica consumistica e conformistica, Mishima decise di attuare tale estremo segno di protesta. Da allora egli è diventato il più importante e popolare scrittore del giapponese del XX secolo. livio Magnarapa Il Giornale dei Grandi eventi Madama Butterfly 13 Una nascosta lettura dell’opera Madama Butterfly fra commedia e tragedia orrei proporre di leggere il soggetto orientaleggiante di Madama Butterfly alla luce del suo potenziale di commedia, un registro di genere che ebbe un ruolo fondamentale nel corso di tutta la genesi dell’opera, a partire dalla prima ideazione fino al disastroso debutto scaligero. Il 21 giugno del 1900, al Duke of York’s Theatre di Londra, Puccini assistette a Madame Butterfly, un dramma in un atto di David Belasco. Ciò che è davvero sorprendente, è che l’entusiasmo per il dramma di Belasco, manifestato dal compositore nel corso della sua iniziale corrispondenza con Illica, non fosse basato tanto sul potenziale tragico del dramma – nonostante il sottotitolo «a Japanese tragedy» – quanto piuttosto sul suo impatto come “commedia”. Il contesto di queste lettere rivela l’importanza di un tema comico sin dalle prime fasi della genesi dell’opera: l’incontro di Occidente e Oriente assume talvolta veste comica nel contesto di fine secolo riguardo anche alla diffusa preoccupazione sulla mescolanza di culture e razze diverse, e, più precisamente, riguardo la premessa che culture e razze considerate inferiori fossero incapaci di assimilare usi e costumi occidentali e dunque non potessero che imitarli - di solito in V maniera eccessiva - scivolando quindi nel comico. Il primo personaggio, in ordine di apparizione, fortemente marcato da questo elemento sopra le righe, è Goro, il cui ruolo di mezzano del turismo sessuale occidentale è reso visivamente dal costume, con la strana combinazione di cilindro e abito giapponese. Il secondo, molto più complesso prosegue da pag 3 ormai lontano è stata una celebre ballerina, cadere così in basso, mancare di quel “dignitas servare” di cui dicevano i latini. Sicuramente per un grande personaggio è triste rendersi conto di appartenere ormai alla storia e non al futuro. La signora Fracci a 74 anni non si rassegna al passare del tempo, ad una dignitosa uscita di scena che, per chi fa il suo mestiere, normalmente è molto, molto prima. Per anni ha voluto continuare a presentarsi in palcoscenico, talvolta mettendo anche a disagio lo spettatore che vedeva quella che fu una grande étoile, venire ”trasportata” a braccia da una parte all’altra della scena. La si è voluta mantenere in teatro, si sono quasi pressoché solo messi in scena (quest’anno sono 5) spettacoli firmati dal marito Beppe Menegatti. Forse ora, in uno spirito di rinnovamento e miglioramento artistico di questa istituzione che altrimenti rischia la chiusura, è tempo di cambiare, di dare spazio se non demagogicamente ai giovani, ad un naturale ricambio generazionale. Certo, per la Fracci non è stata una bella uscita di scena. andrea Marini Così, invece che puntare alla fusionella sua patologia, è ne dei due registri, l’opera li articola stessa Cio-Cio-San, la in un irresolubile conflitto. la cui tragedia verrà Vista l’iniziale disapprovazione definita anche in terdell’ambiguità di genere di Madamini comici, a partire ma Butterfly, non c’è da stupirsi se dall’incrollabile illunel rivedere l’opera per la seconda sione di essere sposarappresentazione a Brescia del ta a Pinkerton, fino ai maggio 1904, Puccini apportò tagli goffi tentativi di sostanziali proprio a quei passi del comportarsi come primo atto che potevano essere deuna moglie occidenfiniti “comici” (all’incirca un centitale. naio delle 130 battute complessive), Ma l’esempio più come lo scambio di inchini fra lampante è costituito Pinkerton e i funzionari Giapponesi dalla caratterizzazio(I 65-68 [spartito della versione per ne del principe Yala Scala]) e la canzone di Yakusidé madori: egli è un de(I 103/6-109). Questi tagli eliminapravato, non solo in rono gli elementi più clamorosaquanto bigamo recimente orientaleggianti della comdivo, ma soprattutto media, mancando però di risolvere a causa della sua deil problema di genere, se commedia generata imitazione o tragedia. Nonostante gli infausti del comportamento riferimenti profetici, alla fine tragieuropeo. Nel primo ca, la comica interazione di culture schizzo del libretto, del primo atto stabilisce potenzialscritto da Illica nel mente precise aspettative per il 1901, Yamadori entra pubblico, aspettative soprattutto di in scena vestito in abiti occidentali, genere, che il finale slittamento nelin contrasto con il «vestito nazionala tragedia sembra violare, origile» della sua servitù, e si comporta in maniera ridicola ed esagerata, con l’ammiccante esibizione all’occidentale di sintomi patetici amorosi. Il tema della musica giapponese “Miya-sama” mette in relazione Butterfly e Yamadori, entrambi parzialmente occidentalizzati, i quali imitano goffamente costumi occidentali. In questo senso i due sono una bizzarra coppia ideale e la penosa comicità di questa scena deriva in parte dal fatto che Butterfly rifiuta un pretendente che è l’immagine speculare della sua distorta imitazione della fe- Giacomo Puccini al suo pianoforte nando un certo sconforto negli deltà coniugale occidentale. spettatori testimoni dell’autodistruAncora, nella prima versione di Ilzione di un’eroina inizialmente prelica, Sharpless e Pinkerton sono risentata come comicamente naïve. tratti in maniera assai più gioviale Nel caso di Madama Butterfly forse e comica che nella revisione finale pochi saranno d’accordo nel dire di Giacosa. Le numerose scene mutuando le parole di Schaunard giapponesi che seguono tendono a in Bohéme - «la commedia è stupentrasformarsi in commedia di mada», ma spero di aver fatto rifletteniera. La versione di Illica limitava re sul dialogo instaurato da Puccidrasticamente il personaggio di ni, Illica e Giacosa fra tragedia e Cio-Cio-San in quanto giapponese, commedia, il quale conferisce alcreando l’opportunità per un tratl’opera una ricchezza e complestamento comico della parte, mentre sità che stiamo appena iniziando la revisione di Giacosa ha conferito ad immaginare ad oltre un secolo alla protagonista l’intensità e comdalla nascita di questo capolavoro plessità emotiva tipica di un’eroina musicale. dell’opera occidentale. In questo arthur Groos senso, dunque, la compresenza nelProfessore Cornell University - USA l’opera di commedia e tragedia riflette la concezione dei due librettiSi ringrazia per la collaborazione sti come i due lati di una medaglia. il Centro Studi Puccini 14 Madama Butterfly Il Giornale dei Grandi eventi Primo Sharpless in Madama Butterfly Mio nonno il baritono Giuseppe De Luca I l baritono Giuseppe De Luca, romano di Trastevere (1876 – 1950), era mio nonno. Un nonno tutto mio, come con orgoglio ho sempre pensato e detto. Sono stata, infatti, l’unica figlia della sua unica figlia Wally. Quando ero bambina, sentivo spesso ricordare da mia mamma taluni episodi che lei, a sua volta aveva conosciuto dai racconti della sua mamma, Olimpia De Luca. Per me bambina era come una bella favola il sentire dei rapporti amichevoli e di stima con personaggi del mondo dell’opera e con i musicisti del tempo. La figura del grande Giacomo Puccini, era fra i tanti ricordati, quella che più si avvicinava alla sensibilità di mia madre. Puccini propose a De Luca, dopo una scelta fra numerosi e bravi baritoni del tempo, il ruolo di Scharpless per la prima assoluta di Madame Butterfly alla Scala di Milano del 17 febbraio1904. Puccini ricorse ancora all’arte del celebre baritono per il debutto del Trittico nel 1918 che si tenne al Metropolitan di New York. Giuseppe De Luca, protagonista del Gianni Schicchi, fu ancora vero artefice della storica serata. Ma nel corso della sua carriera, durata oltre 50 anni interpretando ben 110 ruoli di- versi, fu anche interprete di tante altre prime assolute affidategli dai più famosi compositori di quell’epoca così prolifica di capolavori per il melodramma italiano. Puccini, al di là del rapporto artistico, era legato a De Luca da sincera amicizia. E proprio in occasione della preparazione di Butterfly, il compositore gli dedicò una foto con lusinghiere Giuseppe De Luca parole. Io stessa, andando a visitare la casa del Maestro a Torre del Lago, notai una foto di mio nonno sul celebre pianoforte del Maestro. Spesso nei miei ricordi di bambina di circa quattro anni, si staglia nitida la figura di questo nonno sempre in viaggio, che dal 1915 Giuseppe De Luca con la nipotina Nicoletta Panni alla sua morte - il 26 agosto 1950 - viveva praticamente a New York dove al Metropolitan cantò 857 recite in 102 ruoli. Ogni tanto tornava a Roma e spesso in quei periodi la domenica andavamo con i miei genitori a colazione da lui, nella sua bella villa di Via Antonio Bosio 5. Il pomeriggio nonno Pino si appisolava su una poltrona con i suoi due cagnolini Toy ed Happy accoccolati sulle sue gambe. Mezza ora era sufficiente per vederlo nuovamente in forma e dopo una fumatina con bocchino e filtro mi chiedeva: «Fammi vedere oggi cosa sai fare». Insieme andavamo nel suo studio con le poltrone ed il pianoforte e lì aveva inizio lo spettacolo: “Il mio spettacolo”. Il palcoscenico era formato dallo spazio tra una grande finestra e la tenda che fungeva da sipario. Lo spettacolo cominciava e Nicoletta cantava. Tra le romanze più amate c’era “Una furtiva lagrima” dall’Elisir d’amore e “Son andati, fingevo di dormire” dalla Bohéme. Nonno Pino si divertiva tanto. Il suo applauso e l’espressione dei suoi occhi azzurri cielo pieni di tenerezza. Erano per me il più bel regalo che potesse farmi. Il canto ci ha legati idealmente in tempi diversi. Entrambi abbiamo sentito il forte richiamo di quest’arte da quando eravamo bambini ed anch’io poi ho seguito la sua carriera. Lui da piccolo frequentava come solista la scola cantorum di San Salvatore in Lauro. Per passione, sfidando le ire paterne, andava a fare la comparsa negli spettacoli lirici imparando le arie. La sua voce maturò intorno ai 14 anni ed una sera era con gli amici a cantare a Piazza del Popolo a cavallo del leone della fontana quando passò una insegnante del vicino conservatorio di Santa Cecilia. Sentendo la bella voce del ragazzo lo invitò a farsi ascoltare dall’allora presidente dell’Accademia, il conte di Sammartino, il quale, da quel raro mecenate che era, riuscì a convincere papà Nicola a lasciarlo studiare in conservatorio con una borsa di studio. Debuttò poi in Nicoletta Panni teatro a 21 anni. Nei miei ricordi, emerda anni di palcoscenico. Io ge il periodo che con mia ero molto giovane e senza mamma passai con lui a grandi esperienze. Le leNew York. Tre mesi indizioni finivano con pianti menticabili. Cambiamento da parte mia ed arrabbiatudi vita: mondo, gente, luore da parte sua. Con gli anghi diversi, affascinanti. Rini acquisendo cognizioni cevimenti nella miglior sotecniche, ho ritrovato molti cietà newyorchese, serate dei suoi suggerimenti a al mitico Metropolitan, insuo tempo da me incomcontri con personaggi del presi. mondo della lirica. EmoNonno Pino aveva una zioni che provo ancora. Era fortissima personalità che un personaggio noto e nella sua carriera trasmise a tutti i suoi personaggi. Il colore della sua voce era bello, la sua tecnica perfetta proveniente dalla scuola di un grandissimo maestro Venceslao Persichini. I suoi legati, la dolcezza di certi passaggi (“veglia o donna”) o la veemenza nelle invettive (“cortigiani vil razza dannata”) erano delle vere illuminazioni interpretative e musicali. La sua enorme intelletCaricatura di De Luca come Sharpless tualità e versatilità, fece sì che Cilea, Puccini, molto amato. La gente lo Massenet, Granados, Franriconosceva per strada o chetti, Giordano si rivolnel subway. Al Metropoligessero a lui perché creastan poi, anche quando non se il giusto personaggio cantava aveva sempre più per le loro nuove opere. successo lui del baritono La carriera di De Luca fu protagonista della serata. fulgida e lunga. Egli portò Mi affiorano alla mente anil nome del bel canto itache i difficili momenti duliano per il mondo conrante i quali nonno tentava quistandosi il plauso del di darmi lezioni di canto, pubblico, dei musicisti e senza però quei risultati della critica, lasciando che lui si aspettava da me. delle preziose ed inimitaIo ero immatura e lui non bili incisioni. aveva pazienza, dando per Nicoletta Panni scontato ciò gli proveniva Il Giornale dei Grandi eventi Madama Butterfly 15 Il grave incidente durante la composizione di Madame Butterfly La “catastrofe automobilistica” del maestro Puccini «A ddio tutto, addio Butterfly, addio vita mia!» Con queste accorate parole Puccini esprimeva in una lettera del 13 maggio 1903 al librettista Luigi Illica tutta la sua disperazione per il referto medico che lo condannava all’immobilità ancora per molto tempo: la tibia della sua gamba destra fratturata circa tre mesi prima non ne voleva sapere di saldarsi. Per uno sportsman quale egli era, ma so- Lancia Lambda del 1924 con carrozzeria portante. Contemporaneamente solcava le acque con i motoscafi come il Ricochet, con cui dal Lago di Massacciuccoli si spingeva attraverso i canali fino a Viareggio ed il Cio Cio San, lo yacht di cui si dovette poi disfare per via dei troppi barili d’olio che consumava. Aveva assunto un giovane meccanico o chauffeur, come allora si chiamava, che sempre lo accompagnava e cui in genere Puccini in barella dopo l’incidente, durante l’attraversamento in battello del lago di Massacciuccoli prattutto per l’urgenza che aveva di lavorare alla Madama Butterfly, sua sesta opera ancora in cantiere, non potersi muovere e per di più essendo afflitto da continui dolori, rappresentava la fine di tutto. Ma cosa era successo? Il 21 febbraio era partito in auto da Milano per Torre del Lago passando per Lucca, insieme alla moglie e al figlio Tonio. «Dio ce la mandi buona!» aveva scritto a Illica annunciando la partenza. Non erano certo il coraggio o l’esperienza a mancargli. Era un pioniere dell’automobile, entusiasta dei motori in genere, che fossero di terra o d’acqua. Nella sua vita possedette un’infinità d’auto a cominciare da un’ancora rudimentale Buire del 1900 fino all’ultima, un’avveniristica preferiva affidare la guida. Non sappiamo come andò il viaggio da Milano a Lucca, ma il giorno 25 Puccini era con la famiglia a Lucca dove si trattenne con l’amico Alfredo Caselli, proprietario del celebre Caffè di Via Fillungo. Doveva però proseguire il viaggio. Si fece buio ed il freddo era pungente. Incamminarsi con un’auto scoperta dovendo affrontare un percorso tortuoso e scosceso verso Torre del Lago era una pazzia. Caselli insistè perché la partenza fosse rinviata all’indomani mattina, ma inutilmente. Il Maestro aveva fretta di raggiungere il suo amato rifugio in riva al lago. Ma, percorsi cinque chilometri, nell’abitato di S. Macario, presso Vignola, alla scarsa luce dei fana- li, l’autista mancò una curva e l’auto finì con le ruote all’aria in un campo sottostante, precipitando da una scarpata di cinque metri. «Fu una scena terrificante!», commentò Puccini alcuni giorni dopo. I passeggeri erano tutti ruzzolati tra l’erba: la moglie Elvira e il figlio Tonio sotto choc ma illesi, l’autista invece urlava più in la per il dolore, si era rotto un femore. Puccini non si trovava. I soccorsi arrivarono subito da alcuni abitanti del vicinato chiamati dal medico condotto, il dottor Sbragia, il quale, udendo il rumore allora raro di un motore, si era affacciato alla finestra per vedere passare l’automobile ed aveva assistito alla scena. Nel buio della notte tutti per un bel po’ chiamarono il Maestro a gran voce senza ottenere risposta. Alla fine lo trovarono apparentemente illeso in una cavità creatasi tra l’auto capovolta, il terreno ed un tronco d’albero, intontito dai vapori della benzina sprigionati dal serbatoio rotto. Portato nella vicina casa del medico, Puccini quando riprese coscienza cominciò ad avvertire i dolori alla gamba destra e il dottor Sbragia constatò la frattura della tibia con spostamento e travaso. L’indomani mattina un carro-lettiga della “Misericordia” di Lucca trasportò il compositore alla Piaggetta Ginori sulla riva del Lago di Massaciuccoli e da lì, con una zattera messa a disposizione dal marchese Ginori, la barella fu traghettata sull’altra sponda, davanti alla casa del Maestro. Le immagini del luogo dell’incidente e del trasporto di Puccini, furono fissate e tramandate fino a noi dalle foto scattate dallo stesso Alfredo Caselli, appassionato di fotografia, Il luogo dell’incidente di Puccini corso sul posto appena appresa la notizia. Quando l’imbarcazione attraccò alla banchina due uomini sollevarono la barella e la trasportarono in casa, tra uno sventolìo di fazzoletti e grida di saluto. La notizia si era, infatti, diffusa rapidamente ed era accorsa una folla di persone, autorità e gente comune. A questi si aggiunsero i telegrammi d’auguri, tra i primi quello del Re e persino Mascagni da San Francisco. Per far fronte all’immensa quantità di missive indirizzate a Puccini, all’ufficio postale di Torre del Lago si rese necessario assegnare un apposito impiegato. Cominciò così un periodo nero nella vita di Puccini che passò per le mani di diversi specialisti, dovette cambiare tre apparecchi ortopedici e camminare per molto tempo con due bastoni. «È tremendamente orribile - disse all’amico Vandini - ma devo aver pazienza … I moccoli non mi sono però proibiti ! ». In realtà la causa della lenta saldatura dell’osso era il diabete, di cui ancora non sapeva di soffrire. Dopo un po’ di tempo «si fece mandare da Milano una carrozzella ortopedica e con quella “automobile senza benzina” potè finalmente uscire. Ma (inenarrabile gioia!) manovra e contro manovra, riuscì ad accostarsi al pianoforte e, voltandosi su di un fianco, a metterci le mani sopra. Al primo accordo gli parve di aver toccato il paradiso. Butterfly riviveva!». (Guido Marotti, Giacomo Puccini intimo, Vallecchi, 1926). E dopo otto mesi di sofferenze e imprecazioni diceva ancora: «…Non importa, adoro l’automobile!». domenico Carboni Direttore biblioteca Conservatorio Santa Cecilia Roma Il marchese Ginori al timone del barcone che porta Puccini ACEA PER ROMA A partire dal 1 gennaio 2010 sono stati ampliati alcuni servizi telefonici dedicati ai clienti. Per semplificare e rendere più agevole il contatto tra i cittadini e le società del Gruppo, Acea ha istituito una serie di nuovi numeri verdi per l’elettricità e l’acqua. 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