OPERA LIRICA
Per Voci Recitanti, Voci Solistiche
Coro, Ensemble Strumentale
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Thiene - Teatro Comunale
Sabato 17 ottobre 2015
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Libretto e musica Lorenzo Signorini
Produzione a cura del Coro Città di Thiene
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In collaborazione con l’Amministrazione Comunale,
l’Istituto Musicale Veneto “Città di Thiene” e il Circolo La Zonta
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Esecutori e interpreti:
Coro “Città di Thiene”
Maestro del coro Mauro Alberti
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“Istituto Musicale Veneto Città di Thiene”
Partecipano al coro gli allievi della classe di canto lirico
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Ensemble strumentale
Violino I
Violino II
Viola
Violoncello
Contrabbasso
Clarinetto
Tastiera
Piano
Barbara Zaltron
Alice Dalla Pozza
Margherita Orlandi
Sara Strozzo
Flavio Grego
Diego Benetti
Alberto Piazza
Stefano Marchioro
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Voci recitanti del “Circolo La Zonta”
Anna Pierotti
Vittoria Bianchini
Chiara Dalle Carbonare
Giampiero Pozza
Antonio Mosele
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Con la partecipazione dei solisti:
Ornella Silvestri
mezzosoprano
Alberto Spadarotto baritono
Enrico Imbalzano
tenore
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Direttore
MAURO ALBERTI
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Service luci e audio
Alberto Orlandini
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Ringraziamenti:
All’Amministrazione Comunale Thienese
Agli Sponsor
Al prof. Aldo Padoan per la revisione dei testi recitati
e a quanti hanno collaborato alla riuscita della
rappresentazione.
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• LIBRETTO •
1. Coro: L’Apocalisse
Sette Angeli, Sette Trombe, Sette Flagelli!
Fuoco e grandine caddero sulla terra, l’acqua divenne amaro assenzio.
Si spalancò il pozzo dell’abisso e fu versato il sangue degli uomini.
Il Drago la Bestia e il Falso Profeta, vomitarono tre spiriti impuri che
unirono i re nell’Armaghedòn, il Settimo Angelo versò la sua coppa
e crollarono città e nazioni! Babilonia di porpora e d’oro bevve il vino
dell’Ira di Dio, Gog e Magog devastarono il mondo! (Liberamente tratto dall’Apocalisse di Giovanni)
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2. Coro: Sono una croce
Sono una croce, di mille croci, nate sui prati, sulle montagne. Legni
slavati, occhi di ferro, rosi dal vento, arsi di sole.
Terre perdute, riconquistate.
Nomi scomparsi dimenticati, sotto le nevi militi ignoti.
Truppe all’assalto con baionetta, piombo rovente, madri nel pianto.
Terre perdute, riconquistate.
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3. Voce narrante
La grande guerra fra l’impero austro-ungarico e il regno di Serbia
iniziò nel 1914. Ben presto il conflitto fra i due paesi dilagò in tutta
l’Europa a causa delle numerose alleanze nazionali.
Il 24 maggio del 1915, anche l’Italia entrò in guerra contro l’Austria
e l’Ungheria.Poco prima dell’alba di quel giorno, fu sparato il primo
colpo di cannone dal Forte Verena sull’altipiano di Asiago.
La guerra, che in quei tempi era chiamata europea, divenne mondiale,
poiché coinvolse anche gli Stati Uniti e il Giappone.
Furono mobilitati 70 milioni di uomini da tutto il mondo; di questi
persero la vita in combattimento quasi 10 milioni.
Solo in Italia furono impiegati sui campi di battaglia quasi sei milioni
di uomini.
Ma gli eserciti di allora non erano molto numerosi, la maggior parte
dei 70 milioni di cosiddetti soldati era costituita da uomini arruolati
per necessità: contadini, lavoratori e povera gente che si trovarono
con un fucile in mano per la prima volta, spesso senza sapere il perché. Spediti nei fronti di battaglia, ma a combattere chi? Il nemico!
Ma chi era?
Quello che parlava un’altra lingua, ma che magari allevava il bestiame
e coltivava la terra a pochi chilometri di distanza.
I coscritti più giovani avevano vent’anni, uomini nel pieno delle
energie, che potevano sopportare anche disagi aspri; ma nel 1917
l’Italia chiamò alle armi anche i diciottenni, i famosi Ragazzi del ’99.
Alcuni dei giovani arruolati lasciarono la casa e il paese natio per la
prima volta e, forse, per qualcuno di loro, poté sembrare un’avventura;
ben presto però, la realtà si mostrò in tutto l’orrore possibile.
70 milioni di uomini lasciarono in lacrime almeno 70 milioni di donne,
fra le quali mamme, spose, fidanzate e sorelle; queste però, combatterono
la loro guerra fatta di sopravvivenza, ma anche, e soprattutto, di
altruismo e di generosità.
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4. Strumentale: In Montagna
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5. Due voci recitanti femminili
Figlia:
Mamma, ho letto sul giornale che questa guerra non sarà né breve né facile.
Io vorrei dare il mio aiuto, ho saputo che c’è un centro dove si istruiscono le future crocerossine e ci vorrei andare.
Madre:Mia cara, tuo padre non sarebbe d’accordo, sai come la pensa, tu dovresti sposare un bravo giovane che possa seguire gli interessi delle nostre proprietà.
Figlia:
Ma, mamma… mio fratello è ufficiale e ha solo cinque anni
più di me. Perché lui dovrebbe servire la patria mentre io dovrei restare a casa?
Vorrei anch’io dare il mio contributo; sai quanti poveri soldati sono feriti e hanno bisogno di cure?
Pensa a mio fratello, se fosse ferito.
Madre:Lo so, mia cara, ammiro il tuo slancio di generosità e ti capisco.
Quand’ero giovane anch’io pensavo come te, con l’anima e con il cuore, ora invece devo pensare con… il cervello di tuo padre.
Ci saranno molte altre donne che lo faranno, l’Italia è piena di donne rimaste sole.
Figlia:
Ma non capisci? Cercano donne istruite, che abbiano studiato,
si tratta di affiancare dei medici ed è un lavoro importante; non prendono donne qualsiasi.
L’ispettrice generale della Croce Rossa Italiana è la duchessa Elena d’Aosta ed io voglio diventare crocerossina!
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Ti prego mamma, prova a parlarne con mio padre, è intelligente, mi vuole bene e capirà il mio sentire.
Madre:Sì, è intelligente, anche troppo per lasciarti andare, sei la sua unica figlia.
Comunque ora è fuori di casa per affari, tornerà la prossima settimana.
Figlia: Io me ne andrò comunque; gli dirai che sono andata a trovare
mia cugina a Venezia.
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6. Solista: L’Amore per la vita
Occhi spalancati e il sorriso dei vent’anni,
lo stupore per la vita, un fiore che non appassisce.
Poi la sofferenza per chi perde la speranza,
voglia d’aiutare il mondo, giurare di donare aiuto.
Vivere, dare amore, dare conforto a quanti soffrono pene così grandi.
Una vita vera, esser parte dell’umanità,
non fuggire dal dolore, le avversità, le sofferenze.
Vivere, dare amore, dare conforto a quanti soffrono pene così grandi.
Dare conforto a quanti soffron nel corpo e dentro il cuore.
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7. Voce recitante femminile e maschile
Crocerossina: Buongiorno signor colonnello, sono la nuova
crocerossina assegnata al vostro reparto.
Ufficiale:
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Ah bene, sa quante di voi servirebbero qui? E ci mandano solo lei. Comunque entri in quella baracca e si dia da fare; siamo nelle retrovie dell’Isonzo e i •
feriti non si contano. Questa sera mi consegnerà i suoi documenti e mi farà un rapporto.
Crocerossina: Mi avvicino alla porta della baracca e odo voci provenire
dall’interno.
Si fanno più vicine e tremo un po’ prima di aprire. Apro la porta… cos’è mai questo posto? Mio Dio che
orrore… centinaia di feriti che si lamentano. Barelle sul pavimento, topi che corrono ovunque, scarafaggi…
Un odore tremendo di sangue ed escrementi, e poi… odore di morte!
Com’è possibile che questo esista? È inumano!
Questo è l’inferno!
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8. Coro: Dies Irae
Dies irae dies illa. Solvet saeclum in favilla.
Teste David cum Sybilla. Tuba mirum spargens sonum.
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9. Voce recitante maschile e femminile
Ufficiale:
Infermiera, chiami un inserviente, bisogna portare
alla fossa quei secchi pieni di amputazioni.
Crocerossina: Non si preoccupi signor colonnello, ci penso io.
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10. Voce narrante maschile
La Grande Guerra causò, per la prima volta, notevoli danni anche
all’ambiente naturale.
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Fino ad allora, le guerre avevano causato soprattutto perdite umane,
mentre in questa prima guerra, cosiddetta moderna, fecero la loro
comparsa armi e nuovi sistemi d’arma: carro armato e mitragliatrice
leggera, bombe a mano, lanciafiamme, gas asfissianti e l’impiego dei
primi aerei.
Ma un’arma terribile vecchia di secoli fu reimpiegata in modo massiccio:
la mina.
Si scavarono gallerie nelle montagne, sotto le linee nemiche, queste
furono imbottite di esplosivo in quantità tale da provocare, dopo lo
scoppio, dei veri e propri cambiamenti del paesaggio.
Il profilo delle cime mutò improvvisamente sotto la forza di molte
migliaia di chili di esplosivo: monte Pasubio e monte Cimone furono
ridisegnati dalla follia umana.
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11. Coro: Le Montagne posson vivere o morire
Le montagne posson vivere o morire, come fossero parte delle genti,
chi le uccide è la follia dell’uomo, nell’illusione di piegare il mondo.
Le trincee come vene ammalate si ricolmano di sangue innocente e
le caverne come fori infettati, che si riempiono di bombe e di fuoco.
L’odore del ferro bagnato cancella il profumo dei fiori. L’odore del
legno corroso si mischia con quello di morte.
Le montagne possono vivere se gli uomini rispettan la natura, oppur
morire se il potente vince nell’illusione di piegare il mondo.
La montagna come una grande madre, nel suo grembo protegge
i suoi figli, li custodisce per la memoria, cresce dei fiori per non
dimenticare.
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12. Voce narrante maschile
La guerra porta sempre e ovunque disperazione e danni irreparabili.
Ma ogni volta il genere umano è riuscito a ricominciare e, in qualche
circostanza, i soldati ritrovavano un po’ di serenità.
Le licenze sono sempre state le occasioni per tornare a vivere qualche
giorno lontano dalla guerra, e proprio in quei frangenti gli uomini
potevano ritrovare anche il buonumore.
Bastava poco: lavarsi, rivestirsi e ripartire, l’allegria contagiava tutti
i fortunati.
La goliardia, assopita dalle paure e dalle privazioni, ricompariva,
e i giovani uomini diventavano amiconi ridendo e scherzando su
tutto.
Seguiamo idealmente una loro licenza con finale a sorpresa.
Intermezzo giocoso con citazioni da Mozart e Rossini
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13. Solisti e Coro: La Casa delle fate
È arrivata la licenza dopo tante settimane, tutti a casa finalmente,
presto andiamo via di qua. Siamo pronti per partire, la corriera non
aspetta, la città è qui vicino, poi col treno si partirà.
I compagni mi hanno detto che in città c’è una casa, una casa tutta
bianca, è la casa delle fate. Ma chi sono queste fate di cui tanto ne
parlate?
Sono fate proprio vere, le vedrai sono sincere. Ora andiamo tutti
insieme alla casa delle fate, eleganti e ben puliti la licenza festeggiar.
Ma buon giorno mio bell’alpino, benvenuto in questa casa, qui potrai
dimenticare, riposare e fare l’amor. Tante fate potrai trovare, bionde o
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brune tu sceglierai, sono belle come le stelle, entra guarda e capirai.
Dai ragazzi entriamo tutti nella casa delle fate, bionda o bruna non
c’interessa anche rossa ci piacerà.
Piano piano miei cari alpini, sono solo cinque lire, cinque lire e il
paradiso sarà vostro, date qua.
Ma signora non ho quei soldi, cinque lire non le ho, una lira ho per
mangiare e poi il treno prenderò.
Mi dispiace mio bell’alpino ma qui dentro non puoi entrar, senza
soldi si torna a casa, qui si paga per fare l’amor. Ma che vedo? Ma che
vedo? Sembra un gruppo d’ufficiali, sembra un gruppo d’ufficiali.
Ufficiali? Ufficiali? Ma perché vengono qua? Ohibò! Ohibò!
Forse arriva un generale, Forse arriva un generale, Forse arriva un
generale, Presto, presto andate via di qua! Presto, presto andate via
di qua!
Andate via miei cari alpini, il generale viene di qua.
Forza ragazzi via tutti a casa, il generale viene di qua.
Viene di qua.
Viene di qua.
Mia signora, passar vorrei una notte in questa casa.
Non l’avrei giammai sperato ma farò quel che potrò. Che le fate
siano pronte, che gli alpini vadan via.
Caporal, caporal, sarà meglio andar via tutti.
Via gli alpini!
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Ferma un po’! Quanti soldi pagar io dovrei per restare una notte
qui dentro. Non vorrei buttare i miei soldi ma soltanto giacer con
le fate.
Cento lire potranno bastare.
Cento lire è la paga di un mese.
Cento lire non sono gran cosa.
Cento lire son troppe lo sa!
Paghi dunque più tempo non ho!
Mi ascolti, generale son di sanità!
No!
Si!
Questa casa è abusiva, voi dovete sgomberare, chiuderemo tutto
quanto e in galera vi porterò!
Sia buono generale, non potrebbe rivedere il giudizio su di noi, andar
via e dimenticar.
Generale noi alpini passavamo qui per caso, in licenza stiamo andando
e vogliamo andare a casa, non sappiamo cosa sia questa casa tutta
bianca.
Speriam bene che ci creda o in galera ci finiremo.
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La preghiamo generale, ci capisca siam soldati stanchi morti di far
la guerra, ci perdoni per pietà.
In galera finirete.
In galera no, no, no, no!
In galera vi manderò.
In galera no, no, no, no!
Sì, sì, sì, sì.
No, no, no, no!
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14. Voce narrante maschile
È stato solo un gioco.
La realtà fu molto più triste, i comandi degli eserciti in guerra
capirono subito che bisognava disciplinare anche la prostituzione,
si dovevano limitare il più possibile i contagi da malattie.
Così furono istituite le case di tolleranza per i soldati, i cosiddetti
casini di guerra.
Questi luoghi furono organizzati nelle retrovie delle zone di guerra,
frequentati da centinaia di soldati ogni giorno, le prostitute erano
schedate, controllate da medici e pagate dalla tenutaria.
Purtroppo però si sviluppò anche la prostituzione clandestina, senza
controlli medici e con gravi rischi per la salute.
Chi la praticava erano donne che non potevano trasferirsi nelle
case regolamentate.
Sia perché dovevano reggere una famiglia, sia per mantenere
l’infelice segreto.
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15. Due voci recitanti femminili
Rosa: Ciao Maria, sono venuta a trovarti, non ti vedo da tanto tempo, come va?
Maria: Va male Rosa, mio marito è mancato l’anno scorso e ho dovuto arrangiarmi. Sai, noi abitiamo in questa cantina e non abbiamo terra da coltivare.
Rosa: Non sapevo di tuo marito, non pensavo…
Maria: Lui faceva il carbonaio da tanti anni ormai, dicono che la polvere del carbone entri nei polmoni. Tossiva sempre di più, era sempre nero di polvere e io lavavo le lenzuola sempre più spesso. Poi morì in ospedale. E tu come stai?
Rosa:
Beh, cerco di arrangiarmi… ma è dura, mio marito è stato richiamato e ora credo che sia nella zona del Pasubio.
Spero che torni presto perché a casa ho i figli e mio suocero,
lui fa quello che può, ma è vecchio, non riesce a zappare per via della schiena.
Mi devo arrangiare con l’orto e la legna.
Ma dimmi di te, ti vedo pallida, stai male?
Maria: Sì Rosa, sono malata, ho la sifilide.
Rosa: Ma che malattia è?
Maria: È una malattia che si prende andando con gli uomini.
Rosa: Ma tu sei andata con degli uomini? A letto vuoi dire?
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Maria: Rosa… non sapevo come tirare avanti, non avevo più soldi per dar da mangiare ai miei figli.
Ho dovuto farlo.
Rosa: Ma allora, hai fatto la putana…
Maria: Sì! Ho fatto la putana… e allora? cosa dovevo fare?
Rosa: E pensare che ti chiami Maria… come la Madonna.
Maria: Perché? Dovrei chiamarmi Maddalena per fare la putana?
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16. Coro femminile: Pietà per Maria
Pietà per Maria che muore nel dolor. Non ha i figli in croce, sono nel
suo cuor.
Il soffio della vita si fa più sottile. Maria prega per i figli suoi che
lascerà.
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17. Coro: Un Cassetto pieno di calze
Ho un cassetto pieno di calze che mi ricordano la gioventù. Lana
usata non so quante volte, l’ultimo giro la calza si fa.
Nonna racconta perché tante calze di vecchia lana conservi così. Tu
non le porti, buttale via, son tanto vecchie non servono più.
Le vecchie cose hanno una storia, buttarle via è farle morir. Anch’io
son vecchia ma non mi buttate perché anch’io ne morirei.
Nonna raccontaci di quelle calze, se le conservi ci sarà storia. Son
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più di cento, le hai fatte tu? Su via racconta, vogliamo saper.
Avevo diciott’ anni, giovane bella con tanti sogni.
Il Monte Croce Carnico mille più metri più alto di noi.
C’era la guerra e i nostri soldati combattevano lassù in montagna.
Non c’eran strade per rifornirli, solo sentieri per i nostri piedi. Era un
paese pieno di donne, vecchi e bambini.
Ogni mattina partiva un gruppo a salire sul monte.
La gerla piena in spalla, quaranta chili acqua e cibo.
Legna da ardere, armi e vin per i nostri soldati.
Lunghe salite e lunghe discese facendo la calza.
Una salendo e una scendendo per fare la dote.
Questo è il ricordo della gioventù.
Cento e più calze son due per giorno, cinquanta volte son stata lassù,
cinquanta volte io sono tornata.
Cinquanta volte sono tornata ma per alcune non ci fu ritorno.
Cinquanta volte sono tornata ma molte donne son morte lassù.
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18. Voci recitanti
Rosa:
È arrivata una lettera, credo che sia di mio marito, ma io non so leggere; non sono mai andata a scuola.
Suocero: Dammela, se vuoi, te la leggo io.
Mia cara moglie,
Spero che stai bene come pure i nostri bambini.
Sono all’ospedale militare e questa lettera me la scrive un compagno
perché dopo la battaglia mi hanno amputato il braccio destro.
Ho rischiato la cancrena però i dotori mi hanno detto che me la caverò,
forse verrò a casa fra due mesi con il congedo.
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È andata così.
Eravamo in trincea da due settimane nella zona del monte Pasubio,
pioveva quasi sempre e qualche volta nevicava.
Eravamo sempre bagnati e molti facevano la polmonite.
Una sera ci fu una distribuzione di grappa tanto abondante, tutti
abbiamo bevuto volentieri e molto.
Intanto arrivava dalle retrovie una compagnia di carabinieri che si
metteva in fila didietro la nostra trincea.
Proprio didietro di me ho visto una faccia conosciuta e dopo mi
sono ricordato chi era, ti ricordi di Bepi Dalla Valle, dei Dalla Valle
di Molvena? Era lui.
Da giovane, andavo spesso a lavorare da loro, per la vendemia, per
tagliare la legna e per fare il fieno.
Lo ho salutato ma lui non si ricordava di me, però mi ha detto:
“Domatina, quando sentirai il segnale dell’assalto, vai fuori subito
dalla trincea e cori più in pressa che puoi, non restare dentro, ghetu
capìo?”
“Ma tu come fai a sapere che c’è un assalto?”
“Quando c’è un assalto ci chiamano sempre”
“Ah, ma allora ci darete aiuto?”
“Sì, ma per uscire”
Noi eravamo tutti ubriachi e io mi sono adormentato.
Mi sono svegliato dai rumori, era ancora scuro e un sergente passava
ancora a darci la grappa.
E dopo passava la consegna del silenzio asoluto, ci pareva che sucedesse
qualcosa, ma eravamo confusi perché la grappa ci aveva imbriagato.
Poi abiamo sentito un fischio, era il segnale dell’assalto. Che paura!
“Fuori tuti!” E poi ancora “Fuori tuti!” “ All’assalto!”
Mi sono girato didietro e ho visto il carabiniere Bepi che puntava il
fucile contro di me e gridava: “Salta fuori subito Cesco, o bisogna
che ti sparo!”.
Allora ho capito perché c’erano i carabinieri dietro di noaltri: avevano
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l’ordine di sparare a chi non aveva il coraggio di uscire. Sparare ai
codardi!
Sono saltato fuori dalla trincea e nello stesso momento quello vicino
a me che non è saltato fuori è stato fucilato dai carabinieri.
Le mitragliatrici nemiche sparavano a rafica e io sono stato colpito
quasi subito.
Ero per terra con tanto sangue nella mano e nelle gambe. Poi mi
sono svegliato all’ospedale da campo.
Pensando dopo mi sono ricordato che il carabiniere Dalla Valle
mi aveva riconosciuto subito la sera prima, perché nel momento
dell’assalto mi aveva chiamato Cesco.
Ecco moglie mia, ora sai cosa mi è successo; per fortuna ho perso
solo una mano e non le gambe, sono stato fortunato.
Non vedo l’ora di tornare e abraciarvi tutti, prego sempre il Signore
che vi protega, voi pregate per me.
Tuo afezionato marito,
Caporale Toresan Francesco
◆
Voce recitante femminile
Come farò… come potremo tirare avanti?
Lui sarà felice di tornare a casa, ma sarà una bocca in più da sfamare.
Senza un braccio non potrà fare nulla, non potrà lavorare i campi,
allevare le vacche, spaccare la legna.
Starà seduto senza poter far niente, ed io dovrò sbrigare tutto,
come faccio adesso.
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19 Solista e Coro: La Guerra delle donne
Esile fiamma che illumini il desco dammi la speranza che lui ritorni a noi.
La terra è dura senza le sue braccia, Dio ti preghiamo: finisca questa
guerra.
Mani che prima impugnavano la zappa in montagna impugnano i
fucili.
Donne rimaste coi figli e coi vecchi son donne che aspettano il
ritorno.
Madri e spose dolenti e silenziose, nei loro cuori speranze e timori.
Figli che giocano e che cresceranno, pronti a combattere fra altri
vent’anni.
Dio Signore che vedi questi orrori fa che ritorni la pace nei cuori.
Fa che gli uomini smettano le armi e che ritornino alla vita con noi.
Questa non è solo guerra di uomini, è anche guerra delle donne.
Donne sui campi piegate di fatica ma forti di preghiera dentro il
cuore.
Questa è la guerra di tutte le donne, non solo mitraglia e trincea.
Questa è la guerra di tutte le donne, non solo mitraglia ma gelo nel
cuore.
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20. Voce recitante maschile
Un tempo nelle fabbriche gli uomini, forgiavano il ferro per gli aratri.
Le braccia forti e dure di fatica, scavavano il carbone giù in miniera.
La terra dissodata col sudore, ripagava con i frutti le fatiche.
Ora le fabbriche sono piene, di agili mani femminili.
Non aratri ma bombe distruttive, cannoni e tremende munizioni.
In miniera ora scavano le donne, ma non vedono più nemmeno il sole.
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Divise elmetti armi e scarponi, e quando non c’è il cuoio si usano i
cartoni.
Mani un tempo delicate, ora salde impugnano il badile, e in fabbrica
lavorano il metallo.
Guidano corriere camion e tram, spaccano legna e insegnano a
scuola.
Ogni lavoro è fatto dalle donne, mentre gli uomini combattono il
nemico.
Ma nessuno ha vinto, tutti hanno perso. È stata un’illusione senza
la ragione.
◆
Ora voce narrante
Nessuno vinse la guerra.
Nessuno vincerà mai una guerra perché le perdite umane sono
sempre una sconfitta.
L’Italia fu considerata fra i vincitori della grande guerra ma il tributo
di sangue fu enorme: più di 650 mila soldati caduti.
E ci fu più di un milione di morti civili per denutrizione, malattie e
avversità determinate dalla guerra.
Oltre alle perdite umane, ci furono le spese.
L’Italia si armò, come tutte le altre nazioni, spendendo cifre immani
in armi, rifornimenti e in tutto quello che serviva.
Alla fine, per far cessare il conflitto, arrivò l’intervento del governo
americano:
Navi, mezzi e uomini per combattere.
Finita la guerra all’Italia fu presentato il conto: 2042 milioni di dollari
pagabili in 62 anni.
Il debito fu saldato dal 1925 al 1987.
Ora aspettiamo di finire il pagamento del debito per la seconda
guerra mondiale…
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21. Coro: Le Nazioni vanno alla guerra - Corale finale
Inni nazionali:
Germania
Serbia
Gran Bretagna
Russia degli zar
Stati uniti d’America
Francia
Italia
La guerra
La pace - Inno alla gioia
Freude, schöner Götterfunken, Tochter aus Elysium,
wir betreten feuertrunken, Himmlische, dein Heiligthum! Deine
Zauber binden wieder was die Mode streng getheilt; alle Menschen
werden Brüder wo dein sanfter Flügel weilt.
Corale finale
Alla fine della grande guerra le mille croci divennero milioni, mille
prati punteggiati di stelle, luoghi di pace, monito nel mondo.
Vent’anni dopo un’altra guerra, è tornato il buio nell’umanità.
Drago Bestia e Falso Profeta ci riportarono l’Armaghedòn.
Dio che lassù tutto giudichi e decidi, fa che ritorni la pace dentro i
cuori.
Da qualche parte nel mondo si combatte, guida le menti all’amore
alla pace.
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si ringraziano
Via Astico, 5 - 36010 Carrè (VI)
Tel. 0445 315505
Via Monte Cengio, 59 - 36016 Thiene (VI)
Tel. 0445 380610 - www.clinicadelsorrisothiene.it
Via Val Posina, 2 - 36016 Thiene (VI) - Tel. 0445 362534
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opera lirica - Comune di Zanè