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“Il primo passo per aprirci al dono della vita è
aprire l’orecchio del nostro cuore alla parola di
Dio, è affidarci ad essa, lasciando che la nostra
assiduità con Gesù Cristo e con il suo Vangelo
illumini e sostenga ogni istante delle nostre
esistenze”
(Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia n. 27)
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INTRODUZIONE
«Teniamoci in esercizio mediante la lettura quotidiana della parola
di Dio, per essere in grado d’imitare ciò che leggiamo. Alleniamoci
in questa palestra delle virtù, di modo che quando sopraggiungeranno le prove, il tempo della tentazione non ci colga fuori esercizio,
denutriti di cibo spirituale e indeboliti dal digiuno della parola di
Dio» (Sant’Ambrogio).
La Parola di Dio è il fondamento di ogni azione evangelizzatrice. Ciò significa che gli sposi cristiani, per essere in grado
di offrire una testimonianza autentica della loro fiducia in
Dio, sono invitati costantemente a verificare il proprio
rapporto personale e di coppia con la Bibbia.
La prima cosa da fare, per quanto banale possa sembrare il
ricordarlo, è leggere la Bibbia. E’ la prima ed indispensabile
forma di ascolto della Bibbia.
Quanto tempo dedichiamo alla lettura personale della Bibbia?
Spesso ci accontentiamo del breve commento del sacerdote
che sentiamo durante l’omelia domenicale, ma il testo biblico,
forse, non lo prendiamo mai tra le mani.
Trovare il tempo per leggere materialmente la Scrittura è la
prima forma di testimonianza che innanzitutto diamo a... noi
stessi!
E soltanto un dovere, un esercizio, leggere la Bibbia? Assolutamente no.
Il nostro affetto per la Parola di Dio scaturisce dalla convinzione che essa è innanzitutto «una lettera di Dio onnipotente alla
sua creatura» (San Gregorio Magno).
Leggendo questa lettera scopriremo che ciò di cui si parla
nella Scrittura si riferisce a noi, alla nostra famiglia, alla
situazione di vita che stiamo vivendo proprio in quel momento.
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La lettura di questo Libro ci impegnerà ad essere a nostra
volta dei libri viventi aperti, così da permettere agli uomini e
alle donne del nostro tempo di leggere le meraviglie che il
Dio della Bibbia ha compiuto nella nostra vita.
«La nostra lettera siete voi, lettera scritta non con inchiostro,
ma con lo Spirito del Dio vivente sulle tavole di carne dei
vostri cuori» (2Cor 3,2).
La famiglia, amore incarnato, cellula vitale della Chiesa e
della società, è spesso assorbita da molteplici esigenze e
varietà di impegni che si frappongono ai buoni propositi
(...ma a volte, siamo pur sempre deboli e peccatori, diventano
anche una scusa).
Ma non dobbiamo disperare: perché la Parola di Dio ha una
Sua forza vitale e rigenerante che può riempire il nostro cuore
alla fine di una «normale» giornata di famiglia.
Questo piccolo libretto è stato pensato per poter aiutare gli
sposi, i genitori e tutti i componenti della famiglia, a leggere
la Parola di Dio, dedicando ad essa un breve momento).
I piccoli brani (talora semplici versetti) si riferiscono a eventi,
situazioni o aspetti della vita familiare.
Ci auguriamo che i «chicchi» di Parola di Dio proposti
vengano adagiati nel cuore di tutti.
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La gratitudine guarisce le «malattie» della famiglia
«Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i
quali fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: «Gesù maestro,
abbi pietà di noi!”. Appena li vide, Gesù disse: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di loro,
vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò
ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano» (Lc 17,12-16).
La lebbra è una bruttissima malattia: corrode tutto il corpo
fino al punto di togliere la vita. Fortunatamente nelle nostre
famiglie «occidentali» la lebbra è stata di fatto debellata.
Ispirati da questo episodio evangelico, potremmo riflettere su
un particolare stato d’animo che non di rado affligge le nostre
case, una vera e propria «lebbra familiare» in quanto divora
la vitalità e la gioia di essere sposi, genitori e figli: la scontentezza continua per noi stessi, per i nostri familiari, per il
nostro lavoro...
La cosa strana in questo brano è che anziché gridare «Impuro!
Impuro!», come la Legge ordinava loro di fare nel caso si
fossero accorti che qualcuno li stava avvicinando (cfr. Lv
13,45-46), questo gruppetto di dieci lebbrosi dimostra di avere
un’inaspettata speranza nei confronti di Gesù. Non lo
conoscono, eppure si comportano come se sapessero che egli
è buono.
Altrettanto sorprendente è la richiesta di Gesù, che li invita
ad andare a presentarsi ai sacerdoti; ma ancora di più lo è la
pronta obbedienza dei dieci lebbrosi. Il sacerdote, infatti,
aveva l’incarico di «certificare» la guarigione avvenuta in
vista di una riammissione nella comunità. Noi ci saremmo
attesi la seguente risposta da parte dei lebbrosi: «Gesù, forse
ti sta sfuggendo qualcosa: noi non possiamo andare dal
sacerdote: siamo ancora malati!». E’ evidente che Gesù chiede
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un atto di fiducia che è in grado di frantumare ogni schema
mentale. E’ come se Gesù dicesse ai lebbrosi: «Non aspettate
di essere completamente guariti per andare dal sacerdote:
andate così come siete!». Anziché dare immediatamente la
guarigione, Gesù chiede ai dieci lebbrosi di iniziare a camminare. E’ camminando che si guarirà, ci dice il Vangelo (v. 14).
Anche nel modo di affrontare i vari problemi familiari,
dovremmo tener presente che alla volontà di Dio di prendersi
cura di noi dobbiamo affiancare sempre la nostra collaborazione umana.
Ma eccoci giunti all’antidoto che il Vangelo propone per
sconfiggere la «lebbra familiare» di cui sopra: la gratitudine
(«si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo.. . »). Scopertosi
guarito un lebbroso, contrariamente agli altri nove, sente il
desiderio impellente di tornare da Gesù per dirgli grazie. Per
Luca saper dire grazie è talmente importante che lo considera
uno stile di vita da collegare addirittura alla salvezza eterna:
«La tua fede ti ha salvato!» (v.19). Tutti i lebbrosi, infatti, sono
stati guariti, ma uno solo si salva: quello con l’animo riconoscente. Per il nostro evangelista ciò che salva l’uomo è la
gratitudine.
Da ultimo sottolineiamo il fatto che il lebbroso guarito e
salvato non è un Giudeo, ma un Samaritano. Spesso per chi è
«fuori dalla cerchia» risulta più facile dire grazie. Per ciascun
membro della famiglia ciò che sono gli altri componenti e ciò
che da loro si riceve sembra una cosa normale, quasi un
diritto acquisito che apre alla noia dell’abitudine. La gratitudine, invece, permette lo stupore per la bellezza dei piccoli
gesti quotidiani, la riscoperta delle piccole cose che usiamo
ogni giorno e, soprattutto, ci fa guardare in modo nuovo il
volto dei nostri familiari.
“E siate riconoscenti” (S.Paolo, Lettera ai Colossesi 3,15)
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Salire sul sicomoro della Parola di Dio
«Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco,
cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della
folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo
vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là» (Lc 19,2-4).
Il termine capo dei pubblicani (greco: architelònés) non esiste
altrove nella letteratura greca dell’epoca. Sembra che Luca
abbia coniato apposta un tale termine per dare al nostro
episodio un valore paradigmatico; quasi a dire che ciò che
avverrà in questo testo è fondamentale per la vita del discepolo di Gesù.
Zaccheo è assai più «distante» di molti altri che circondano
Gesù: è capo dei pubblicani, un uomo compromesso, un
collaborazionista odioso dell’occupante straniero. Quante
volte anche noi, costatando i nostri limiti come sposi e come
genitori, ci siamo sentiti «distanti»: distanti da Dio, distanti
dal nostro coniuge, dai nostri figli, dai nostri stessi propositi.
Ma passiamo al versetto successivo: «Cercava di vedere quale
fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era
piccolo di statura». Il testo greco è ancora più preciso:
«Cercava di vedere chi è (greco: tìs èstin) Gesù». Secondo
Luca, la grande domanda che noi sposi ci dobbiamo porre
ogni giorno è: chi è per noi Gesù? Chi è per noi coniugi Gesù?
E’ il Gesù autentico rivelatosi nella Parola di Dio? Oppure è
un’«idea» di Gesù che ci siamo fatti, a nostro uso e consumo?
Noi vogliamo veramente sapere chi è Gesù? Ancora: consideriamo le varie situazioni quotidiane nelle quali viviamo il
nostro essere famiglia (dal cambio del pannolino dell’ultimo
bimbo arrivato, al fare i conti delle spese mensili)
un’occasione per capire in profondità chi è Gesù, oppure le
riteniamo essere degli ostacoli al nostro discepolato cristiano?
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Fermiamoci un momento sul fatto che Zaccheo fosse piccolo:
il tema dei piccoli è molto caro a Luca. Nel nostro caso, tale
piccolezza consiste nel riconoscerci sposi bisognosi della
capacità di amare dello Sposo divino; nel riconoscerci genitori
che avvertono la necessità di essere sostenuti nel loro ministero da un Dio che la Bibbia presenta come padre e come
madre. Se come famiglia non ci riconosciamo bisognosi di
rincontrare Dio ogni giorno, forse il rischio che corriamo è
quello di starcene dietro la folla della nostra autosufficienza e
della nostra frenesia quotidiana, e così non riuscire ad
incrociare lo sguardo di Gesù.
Zaccheo, infine, salì su un albero. Cos’è per noi, famiglia di
oggi, questo albero che permette di elevarci sopra la folla di
quelle situazioni o stati d’animo che ci impediscono di vedere
Gesù nella nostra vita familiare? E’ la Parola di Dio! La lettura
amorosa, pregata e vissuta della Parola di Dio è quel sicomoro che la Chiesa ha messo nelle nostre mani e nelle nostre case
sul quale, soprattutto noi sposi e genitori continuamente
immersi in giornate che spesso remano contro il nostro
desiderio di radicalità cristiana, possiamo arrampicarci per
poter vedere «chi è Gesù», per poterLo incontrare.
Questo è il desiderio di Zaccheo: «Cercava di vedere Gesù!».
Quello che poi succederà a Zaccheo è a dir poco sorprendente. Pertanto aiutiamoci l’un l’altro, nella coppia, e tra famiglie,
a portare sul sicomoro della Parola di Dio tutta la nostra
realtà familiare.
“I laici, proprio perché ogni giorno maggiormente esposti a
subire ferite nell’anima a causa dei loro impegni mondani, in
un certo senso sono da ritenersi ancora più bisognosi del
quotidiano farmaco delle Scritture. Anche per essi, infatti, è
dall’ignoranza delle Scritture che nasce ogni genere di
mali” (S. Giovanni Crisostomo).
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I frutti dell’incontro con Gesù
«In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti
mormoravano: “E’ andato ad alloggiare da un peccatore!”. Ma
Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà dei
miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro
volte tanto”» (Lc 19,7-8).
Il primo frutto dell’incontro tra Gesù e Zaccheo è l’ospitalità
gioiosa di quest’ultimo. Potremmo dire che per Luca una
coppia di sposi è incontrata da Cristo se innanzitutto cerca di
elaborare, pur tra le numerose difficoltà di ogni giorno, uno
stile di vita familiare impostato sull’accoglienza e sulla gioia.
Per il Vangelo essere famiglia accogliente, famiglia gioiosa
significa testimoniare ai propri contemporanei la riconoscenza di aver incrociato lo sguardo di Gesù ed esserci sentiti
chiamare per nome da Lui.
L’incapacità di gioire per le cose belle che accadono nella vita
degli altri è il contrario esatto della gioia evangelica. Tale
incapacità ha un nome: invidia. Essere persone invidiose vuol
dire passare il tempo a «mormorare». Come stiamo, quanto a
mormorazione, nelle nostre famiglie? La mormorazione
familiare è una malattia gravissima per il Vangelo. Essa rende
i membri della famiglia ciechi. Infatti gli «sposi mormoranti»
sono i primi a non riuscire a vedere le meraviglie che Dio fa
in loro stessi, nei loro figli, nelle altre coppie, nelle altre
famiglie, nei figli degli altri, magari proprio in quelle famiglie
che non corrispondono ai nostri parametri di vita cristiana.
Chi si preoccupa solo di mormorare, senza perdere mai
l’occasione di criticare sempre qualcuno o qualcosa, secondo
Luca si preclude la possibilità di comprendere la qualità della
riconciliazione che Gesù vuole donarci.
E infine per Zaccheo si apre una nuova vita, caratterizzata da
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un’unità interiore attenta a verificare concretamente la qualità
del proprio incontro con Cristo. Tale incontro infatti, per
essere autentico, non può essere solo un ri-orientamento
esistenziale, ma ha bisogno di manifestarsi nella solidarietà
effettiva coi poveri e con le vittime dell’ingiustizia. La
famiglia che viene incontrata da Cristo è spinta ad incamminarsi su una strada di condivisione gioiosa dei propri beni,
che non ha nulla a che vedere con le morbide pieghe
del sentimento o con un generico impegno filantropico.
La vicenda di Zaccheo può entrare nella nostra vita di sposi
nella misura in cui ci aiutiamo ad essere consapevoli che
l’essere dei testimoni di Cristo ospitali, lieti e generosi è
prima di tutto frutto di un incontro personale con Gesù,
mediante il quale si è sperimentato un Amore più grande dei
nostri errori; un Amore che sa recuperare ciò che agli occhi di
tutti, forse anche ai nostri, sembrava perduto; un Amore che
permette di ricominciare da capo. Sempre.
“Il Signore è paziente e ha grande misericordia. Nella sua
economia lui sa sfruttare anche i nostri sbagli” (E. Stein).
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Il pranzo in famiglia: luogo dove vive Gesù
«Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare» (Lc
14,1).
Quando iniziano le vacanze scolastiche, se per i figli inizia un
momento di svago e relax, per i genitori non inizia esattamente
un periodo di riposo (come invece vorrebbero farci credere le
varie pubblicità cartonate che troviamo nelle vetrine delle
agenzie viaggi). In questi periodi dell’anno infatti gli asili e le
scuole chiudono. Quasi improvvisamente iniziamo a trovarci
nella condizione di incrociare con maggior frequenza quotidiana i volti, le gioie, le ansie, i capricci, le conquiste e le attese dei
nostri figli, di coloro cioè che per tanti mesi incontravamo solo
la mattina e la sera. Certo, si tratta di una cosa molto bella e, in
un certo senso, attesa da tanti mesi. Tuttavia, è innegabile che
le vacanze scolastiche per i genitori diventano anche un
periodo dell’anno nel quale si è chiamati a gestire in modo
diverso la famiglia.
Il versetto di Vangelo che abbiamo scelto, suggerisce
l’esistenza di uno strumento che può veramente aiutarci a
«sfruttare» bene questa occasione che i periodi di vacanza ci
offrono di incontrare le persone che compongono la nostra
famiglia: il mangiare insieme. Gesù amava incontrare le
persone durante i pasti. Durante le vacanze la tavola delle
nostre cucine può diventare lo strumento principale per
rigenerare rapporti intrafamiliari che magari durante le
numerose attività svolte durante l’anno si sono affievoliti o
intiepiditi.
Si potrebbe parlare di una vera e propria teologia familiare da
tavola. Hai una bella notizia da dare a tuo figlio? Digliela
durante un pasto. Vuoi fare un regalo a tua moglie? Donaglielo durante un pasto davanti ai tuoi figli. C’è una ricorrenza
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particolare? Celebriamola con un bel risotto coi funghi. Tuo
marito è stato via per lavoro alcuni giorni? Festeggia il suo
ritorno con una bella tavola imbandita a festa. In questo modo
il nostro mangiare insieme acquista un significato profondamente cristiano: diventa comunione di cuori, scambio di
emozioni, è dirsi a vicenda che le nostre persone sono importanti. In una prospettiva evangelica incontrare i nostri figli e il
nostro coniuge intorno alla nostra tavola possiede sempre una
dimensione comunionale.
Vivere così la tavola — soprattutto durante le vacanze — ci
obbligherà a contrastare l’eventuale «inflazione familiare» che
possiamo aver accumulato. Quand’è che si verifica l’inflazione
familiare? Quando al numero delle attività e delle strutture
della famiglia non corrisponde una reale ricchezza di comunione presente nei cuori dei suoi membri.
La comunione che la tavola può creare ci dice che l’autenticità
di una famiglia non si misura dall’uniformità delle abitudini o
dal numero di ore passate insieme, ma dall’impegno che
mettiamo per entrare realmente in relazione con chi ci è seduto
accanto o di fronte.
“Il piacere dei banchetti non si deve misurare dalle ghiottonerie della mensa, ma dalla compagnia degli amici e dai loro
discorsi” (Cicerone, Cato maior)
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Natale, il tempo dei regali
«Aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e
mirra» (Mt 2,11).
Avevamo appena caricato la spesa nel bagagliaio della
macchina parcheggiata nei pressi di un centro commerciale,
quando, nel riporre il carrello al suo posto, ci accorgiamo di
una grande scritta pubblicitaria che troneggia sopra l’entrata
dell’ipermercato: «E’ Natale, è tempo di regali».
Anche l’evangelista Matteo, registrando all’interno dei suoi
racconti sull’infanzia di Gesù l’episodio dei Magi, può farci
ricordare che il Natale è un’ottima occasione per fermarsi un
istante a riflettere su che tipo di regali è bene non far mancare
sotto l’albero.
La tradizione cristiana ha sempre considerato i tre regali
portati dai Magi come simboli in grado di esprimere il mistero
profondo della persona di Gesù: l’oro indicherebbe la sua
dignità regale, la mirra la sua morte e l’incenso la sua natura
divina.
Tuttavia, se ampliamo un poco il nostro ragionamento,
dobbiamo ammettere che un regalo è «indovinato» quando
riesce a cogliere qualcosa di ciò che vive nell’intimo dell’altro.
Il regalo, infatti, per essere significativo dovrebbe riuscire in
qualche modo a far vibrare le corde esistenziali sia del donatore che del ricevente. Se ciò non accade, il regalo rischia di
essere la triste indicazione di un’abitudine consumistica che
non ha per niente a cuore la cura delle relazioni personali.
Sarebbe bello, invece, che i nostri regali fossero, per chi li
riceve, un segno di ciò che noi desideriamo essere per loro.
Per gli antichi egiziani fare regali significava augurare all’altro
tre cose: la possibilità di vivere, di fiorire ed essere felice. Forse
Matteo vuole suggerirci di verificare se nei nostri regali
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abbiamo messo anche un po’ di mirra (augurio di vita),
incenso (augurio di fiorire) e oro (augurio di felicità).
Con la mirra, medicamento contro la malattia e la sofferenza,
vogliamo dire all’altro il nostro sincero desiderio che possa
vivere in serenità, vale a dire che possa condurre una vita il
più possibile preservata dal dolore. Anzi, con questo nostro
regalo vorremmo essere noi stessi, per quanto possibile, una
presenza fattiva in grado di alleviare le eventuali situazioni di
malattia e di sofferenza.
L’incenso, che bruciando si eleva verso l’alto, vorrebbe fare dei
nostri regali dei promemoria capaci di ricordare a chi li
doniamo la profonda nostalgia del cielo, l’inestinguibile sete di
eternità che c’è nell’uomo creato da Dio. L’atto di amore che
scatena in noi il desiderio di fare un regalo a chi vogliamo
bene, dovrebbe avere la leggerezza dell’incenso che provoca la
nostra consapevolezza di essere fatti per l’eternità, che con Dio
è l’eternità, che il nostro amore di sposi è per l’eternità, che i
nostri figli sono per l’eternità..., e la nostra vita fiorisce, si apre
cioè verso l’alto.
Infine, ogni regalo, se adeguato e pensato con cura, dovrebbe
contenere anche un po’ di oro, vale a dire la capacità di far
cogliere all’altro l’inestimabile preziosità della sua persona e
l’unicità della sua bellezza. Più una persona è aiutata a
prendere coscienza del proprio valore, più quella persona sarà
capace di felicità.
E’ proprio vero: «E’ Natale, è tempo di regali».
“C’è chi regala a piene mani, e nessuno gli è grato; il modo di
donare vale più del donato” (Pierre Corneille)
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Le famiglie sono i nuovi discepoli della Pasqua
«Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e
in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni”» (Mt 28,1819).
Il testo che abbiamo scelto ci conduce in prossimità della
conclusione dell’ultimo capitolo del Vangelo secondo Matteo
in cui l’evangelista registra la resurrezione di Gesù e il mandato universale ai suoi discepoli. Ci si trova all’inizio del tempo
della Chiesa e, quindi, si conclude il tempo della presenza
visibile di Gesù in mezzo ai suoi. Tempo della Chiesa, cioè
tempo degli Apostoli, degli Evangelisti, dei testimoni di
questo Dio che ha risuscitato dai morti Gesù di Nazaret. E’
perciò anche il nostro tempo, il tempo di noi, sposi, genitori e
figli, nel quale cerchiamo di realizzare la nostra chiamata alla
santità nelle pieghe più o meno nascoste della nostra quotidianità familiare.
Come coppie di sposi ci sentiamo invitate ad aderire ad un
programma di vita cristiana che si basa su un preciso comando
del Risorto: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni».
L’obbedienza a questa missione costituirà, per la Chiesa (nel
nostro caso: per le coppie e le famiglie cristiane) di tutti i
tempi, una verifica della propria fedeltà al volere del suo
Signore.
Come famiglie cristiane, infatti, siamo esortati da Gesù stesso
ad andare in tutto il mondo (soprattutto in quello nel quale
viviamo ogni giorno) e «ammaestrare» o, meglio ancora, come
dice il verbo greco utilizzato da Matteo (mathetéuein), «far
diventare discepoli» le genti. Per stare dentro i confini della
nostra riflessione, fine e compito della missione della famiglia
cristiana è introdurre «tutte le nazioni» (lett.: le genti) in una
determinata esperienza, che è quella dell’essere seguaci di
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Gesù morto e risorto.
Ma che cosa significa essere discepolo? Per Matteo si tratta di
fare entrare, di introdurre in una esperienza, in una relazione
con Gesù simile a quella che è stata vissuta dal gruppo di
persone che nei Vangeli è indicato con il nome di discepoli. Per
usare un termine inesistente in italiano, ma capace di rendere
molto bene l’idea, si tratta di «discepolizzare», persuadere,
cioè, gli uomini del nostro tempo della bellezza e della responsabilità di essere cristiani. E fare in modo che questa esperienza, finora limitata nel tempo, diventi universale.
Bisogna, pertanto, saper essere «famiglie pasquali», vale a dire
«discepolizzanti» in tempi, forme e luoghi diversi. Il Vangelo
ci fa intuire che ci sono «terre di missione» (che si trovano dal
nostro appartamento al Madagascar) nelle quali la famiglia
può svolgere un servizio di primo piano nell’evangelizzazione
dei popoli.
Per noi, famiglie che viviamo la Pasqua, «fare discepoli»
significherà innanzitutto educarci ed educare ad essere capaci
di non rimanere in uno stato di eterna «adolescenza spirituale», riscoprendo la sorprendente freschezza di una vita
plasmata integralmente sulla Buona Novella.
“Il primo passo per aprirci al dono della vita è aprire l’orecchio
del nostro cuore alla parola di Dio, è affidarci ad essa, lasciando che la nostra assiduità con Gesù Cristo e con il suo Vangelo
illumini e sostenga ogni istante delle nostre esistenze” (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n°27)
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«Il cristiano sia gioioso come quando si sposa»
Allora gli dissero: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno
orazioni; così pure i discepoli dei farisei; invece i tuoi mangiano e
bevono!». Gesù rispose: «Potete far digiunare gli invitati a nozze,
mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni in cui lo sposo
sarà strappato da loro; allora, in quei giorni, digiuneranno». Diceva
loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito
nuovo per attaccarlo a un vestito vecchio; altrimenti egli strappa il
nuovo, e la toppa presa dal nuovo non si adatta al vecchio. E nessuno
mette vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spacca gli
otri, si versa fuori e gli otri vanno perduti. Il vino nuovo bisogna
metterlo in otri nuovi. Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera
il nuovo, perché dice: Il vecchio è buono!». (Lc 5, 33-39)
“Quando c’è lo sposo non si può digiunare, non si può essere
tristi”. Papa Francesco ha sottolineato che il Signore torna
spesso su questa immagine dello sposo. “Gesù”, ha detto, “ci
fa vedere il rapporto fra Lui e la Chiesa come nozze”. “Penso –
ha osservato il Papa – che questo proprio sia il motivo più
profondo perché la Chiesa custodisce tanto il Sacramento del
matrimonio e lo chiama Sacramento grande, perché è proprio
l’immagine dell’unione di Cristo con la Chiesa”.
Due sono gli atteggiamenti che il cristiano dovrebbe vivere in
queste nozze: innanzitutto “la gioia, perché c’è una grande
festa”: “Il cristiano è fondamentalmente gioioso. E per questo
alla fine del Vangelo, quando portano il vino, quando parla del
vino, mi fa pensare alle nozze di Cana: e per questo Gesù ha
fatto quel miracolo; per questo la Madonna, quando si è
accorta che non c’era più vino, ma se non c’è vino non c’è
festa… Immaginiamo finire quelle nozze, bevendo il tè o il
succo: non va… è festa e la Madonna chiede il miracolo. E così
è la vita cristiana. La vita cristiana ha questo atteggiamento
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gioioso, gioioso di cuore”.
Certo, ha aggiunto il Papa “ci sono davvero momenti di croce,
momenti di dolore, ma sempre c’è quella pace profonda della
gioia, perché la vita cristiana si vive come festa, come le nozze
di Gesù con la Chiesa”. Ed ha ricordato come alcuni dei primi
martiri andassero al martirio come se si andasse a nozze;
anche in quel momento avevano “un cuore gioioso”. La
Chiesa, ha poi ribadito, si unisce col Signore “come una sposa
col suo sposo e alla fine del mondo sarà la festa definitiva”.
Il secondo atteggiamento che deve tenere il cristiano, ha
proseguito, lo troviamo nella parabola delle nozze del figlio
del re. Tutti vengono invitati alla festa, buoni e cattivi. Ma
quando inizia la festa, il re guarda chi non ha la veste nuziale:
“A noi viene l’idea: ‘Ma, padre, com’è? Sono stati trovati negli
incroci delle strade e si chiede loro la veste nuziale? Questo
non va… Cosa significa questo?’. E’ semplicissimo! Dio ci
chiede una cosa soltanto per entrare in questa festa: la totalità.
Lo Sposo è il più importante; lo Sposo riempie tutto! E questo
ci porta alla Lettera di S. Paolo ai Colossesi, che ci parla tanto
fortemente della totalità di Gesù, primogenito di tutta la
creazione. “In Lui furono create tutte le cose, per mezzo di Lui
sono state create e in vista di Lui”. Tutto! Lui è il centro,
proprio tutto!”. Gesù, ha soggiunto, “è anche il capo del Corpo
della Chiesa; Egli è principio. E Dio ha dato a Lui la pienezza,
la totalità, perché in Lui siano riconciliate tutte le cose”. Se
dunque il primo atteggiamento è la festa, ha detto Papa
Francesco, “il secondo atteggiamento è riconoscere Lui come
l’Unico!”. Il Signore, ha detto ancora, “ci chiede questo
soltanto: riconoscere Lui come l’Unico Sposo”. Lui “è sempre
fedele e chiede a noi la fedeltà”.
Ecco perché quando vogliamo “avere una piccola festicciola
nostra, che non sia questa grande festa, non va”. Il Signore, ha
ribadito, ci dice che non si possono servire due padroni: o si
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serve Dio o si serve il mondo:
“Questo è il secondo atteggiamento cristiano: riconoscere Gesù
come il tutto, il centro, la totalità. Ma sempre avremo la
tentazione di buttare questa novità del Vangelo, questo vino
nuovo in atteggiamenti vecchi… E’ il peccato, tutti siamo
peccatori. Ma occorre riconoscerlo: ‘Questo è un peccato’. Non
dire questo va con questo. No! Gli otri vecchi non possono
portare il vino nuovo. E’ la novità del Vangelo. Gesù è lo
sposo, lo sposo che sposa la Chiesa, lo sposo che ama la
Chiesa, che dà la sua vita per la Chiesa. E Gesù fa questa festa
di nozze! Gesù ci chiede a noi la gioia della festa, la gioia di
essere cristiani. E ci chiede pure la totalità: è tutto Lui. E se noi
abbiamo qualcosa che non è di Lui, pentirsi, chiedere perdono
e andare avanti. Che il Signore ci dia, a tutti noi, la grazia di
avere sempre questa gioia, come se andassimo a nozze. E
anche avere questa fedeltà che è l’unico sposo è il Signore”.
(Dall’omelia di Papa Francesco a Santa Marta, 6 settembre 2013)
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In famiglia, la fede accompagna tutte le età della vita, a
cominciare dall’infanzia: i bambini imparano a fidarsi
dell’amore dei loro genitori. Per questo è importante che i
genitori coltivino pratiche comuni di fede nella famiglia,
che accompagnino la maturazione della fede dei figli.
Soprattutto i giovani, che attraversano un’età della vita
così complessa, ricca e importante per la fede, devono
sentire la vicinanza e l’attenzione della famiglia e della
comunità ecclesiale nel loro cammino di crescita nella fede.
I giovani hanno il desiderio di una vita grande. L’incontro
con Cristo, il lasciarsi afferrare e guidare dal suo amore
allarga l’orizzonte dell’esistenza, le dona una speranza
solida che non delude. La fede non è un rifugio per gente
senza coraggio, ma la dilatazione della vita. Essa fa scoprire una grande chiamata, la vocazione all’amore, e assicura
che quest’amore è affidabile, che vale la pena di consegnarsi
ad esso, perché il suo fondamento si trova nella fedeltà di
Dio, più forte di ogni nostra fragilità.
(Lumen Fidei 53)
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BIBLIOGRAFIA
Vivaldelli G., La Bibbia nella vita della famiglia, Edizioni San
Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), 2009
AA.VV. Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, Roma
2001
Papa Francesco, Lumen Fidei, Roma 2013
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Libretto Festa Famiglia 2013.pub - San Jacopo Patrono di Altopascio