i quaderni del cineforum 7 DASVIDANIA COMPAGNI A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, uno sguardo sul cinema sovietico rimasto a lungo, al di là di quella barriera, praticamente sconosciuto. Come si è evoluto dai tempi di Lenin, a quelli di Stalin, di Kruscev fino alla sua definitiva scomparsa insieme al Muro di GIORGIO DE GIORGIO CIRCOLO FAMILIARE DI UNITÀ PROLETARIA DASVIDANIA COMPAGNI A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, uno sguardo sul cinema sovietico rimasto a lungo, al di là di quella barriera, praticamente sconosciuto. Come si è evoluto dai tempi di Lenin, a quelli di Stalin, di Kruscev, fino alla sua definitiva scomparsa insieme al Muro di Giorgio De Giorgio novembre - dicembre 2009 CIRCOLO FAMILIARE DI UNITÀ PROLETARIA Viale Monza, 140 - 20127 Milano www.cineforumdelcircolo.it [email protected] INTRODUZIONE U na rassegna cinematografica per ricordare che dalla caduta del Muro di Berlino sono passati vent’anni. E per ricordare la meraviglia che il mondo intero provò nell’ assistere a quell’evento che accadeva pacificamente, senza contrasto od opposizione da parte dei soldati che lo presidiavano. Al momento, tale avvenimento sembrò ai più foriero di conseguenze solo positive; da allora, invece, si sono inanellate tante piccole grandi disillusioni. Alla caduta del Muro seguì quella dell’Unione Sovietica, e dunque la fine della contrapposizione dei due blocchi ideologici che era stata protagonista dalla fine della seconda guerra mondiale. La guerra fredda aveva, bene o male, governato il tempo senza guerreggiare. Dopo, le guerre non si sarebbero più contate, e sono tuttora in atto in tante parti del mondo. Ma vent’anni fa le emozioni provocate dalle notizie che giungevano da Berlino furono di quelle che lasciano il segno per sempre. Era come dire addio a qualcosa scoprendo che ne valeva la pena. Anche se a molti sembrò di vivere una perdita quasi senza consolazione. La caduta del Muro e poi dell’Unione Sovietica, al di là del significato politico globale, fu per mezzo mondo anche la fine dell’Utopia. La più generosa visione che una gran parte dell’umanità coltivava per il futuro delle generazioni. Vogliamo ricordare anche solo per un momento il sogno e la speranza del film di Jean Renoir La vie est à nous (1936)? Ecco perché il titolo della rassegna, Dasvidania compagni, può essere letto non come un addio ma come un arrivederci rivolto agli orfani di quella utopia. Oppure, a scelta, come un saluto un po’ beffardo, magari accompagnato dal gesto delle mani, per significare che si tratta non già di un arrivederci, ma di una fine definitiva. Ci ricorda Antonio Tabucchi: “La fine del totalitarismo è una lezione straordinaria, ma bisogna stare attenti a non usarla per rimettere in discussione certe conquiste e certe libertà. Oggi viviamo una situazione di confusione e di crisi degli ideali. L’illusione legata al comunismo si è spenta, ma al contempo siamo costretti a prendere atto degli eccessi nefasti di un’altra illusione, quella legata al capitalismo”. Quel Muro alto tre metri e mezzo aveva materializzato la Cortina di Ferro. Ed era stato un “personaggio” protagonista, insieme al suo più famoso posto di controllo, il Check Point Charlie, di memorabili film come La spia che venne dal freddo, 1965, di Martin Ritt e Funerale a Berlino, 1966, di Guy Hamilton. Ma quel Muro aveva preso a impedire dal 1961, tra mille cose, di vedere liberamente cosa accadeva al di là, anche solo per quanto riguardava le espressioni artistiche e tra queste il cinema. La cortina di ferro ha celato il cinema sovietico per un lungo periodo agli occhi di tutto il mondo. Generazioni sono cresciute senza che trapelasse più nulla o quasi riguardo ai capolavori di autori e registi che avevano fatto la gloria del cinema sovietico. Che qualcuno chiamò, significativamente, il “cinema del silenzio”. Ecco solo alcuni dei nomi di quel tempo: Vertov, Kulesov, Ejzenstein, Pudovkin, Kozincev,Trauberg, Jutkevic, Dovzenko… E pensare invece che decenni or sono, prima della guerra, quando l’Unione Sovietica era ben lontana dall’essere demonizzata dall’occidente come lo sarebbe stata alla fine del conflitto mondiale, questi autori del cinema sovietico erano all’apice della notorietà e dell’ammirazione di tutto il mondo. I divi di Hollywood (come Mary Pickford) venivano a conoscere a Mosca i registi che crea3 vano quei capolavori. Giovani intellettuali americani (come Jay Leyda) frequentarono la scuola di regia moscovita per cercare di carpire i segreti di tanta meraviglia, e altri si dedicarono allo studio dell’immenso materiale d’archivio già accumulato. A Roma il Centro Sperimentale di Cinematografia, in cui furono chiamati a insegnare studiosi come Luigi Chiarini, Umberto Barbaro, Francesco Pasinetti, divenne un luogo di circolazione di film sovietici e di idee non propriamente ortodosse, di elaborazioni teoriche e programmatiche che non mancarono di dare i loro frutti (anche se non esattamente quelli previsti dal regime). Un ruolo centrale fu svolto anche da Bianco e Nero, la rivista del Centro, e da Cinema, pubblicazione diretta da Vittorio Mussolini, figlio del Duce. Tra i collaboratori di Cinema troveremo i più prestigiosi protagonisti dell’epoca e buona parte dei cineasti che saranno protagonisti della rinascita del cinema italiano dopo la caduta del fascismo. L’anniversario della caduta del Muro è dunque occasione per una riflessione non solo su una cinematografia illustre per i suoi grandi maestri, riconosciuti tali anche dal mondo occidentale, ma su come questa andò ad evolversi nei decenni a seconda della guida politica del momento in Urss. E’ questa la chiave principale della scelta dei film programmati per la rassegna. D’altra parte era quasi una via obbligata, vista l’impossibilità temporale di presentare tanti capolavori storici, comunque certamente noti almeno di fama ai più accesi cinefili. Si è seguita dunque la stessa metodologia di una precedente rassegna, Buongiorno Cina, che aveva suscitato attenzione proprio perché l’analisi dei film presentati permetteva di seguire l’evoluzione storica e politica nel tempo. Ecco perciò come In alto: ciò che rimane del muro oggi; In basso: Il Check Point Charlie, lo storico posto di transito che divideva Berlino Ovest da Berlino Est 4 al film che celebra la caduta del Muro seguiranno opere che risentono schematicamente, solo schematicamente, dei periodi di Lenin, Stalin, Kruscev, Breznev e seguenti. Prima di iniziare sarà bene fare un passo indietro per recuperare il bandolo dello scorrere del tempo che ha portato alla nascita dell’Unione Sovietica. Nel corso del XIX secolo la Russia fu uno dei pochi paesi europei a non vivere una trasformazione politica, oltre che economica e sociale, in senso democratico e borghese. Le tensioni tra le esigenze di cambiamento espresse da una parte della popolazione e un modello politico basato su una monarchia autocratica furono all’origine di tre rivoluzioni. La prima, senza esito, ebbe luogo nel 1905, successivamente alla sconfitta nella guerra contro il Giappone. La seconda e la terza avvennero invece nel 1917, rispettivamente a marzo (febbraio secondo il calendario giuliano), e novembre (ottobre), innescate da gravi problemi sociali, da un diffuso malcontento nei confronti della monarchia e dalla tremenda crisi sofferta dalla Russia durante la prima guerra mondiale. Nel febbraio 1917 Pietroburgo (poi chiamata Leningrado ed oggi San Pietroburgo) insorse contro il regime zarista e lo Zar Nicola II fu costretto ad abdicare. La terza rivoluzione, iniziata con la presa del Palazzo d’Inverno il 7 novembre 1917, ebbe successo e passò alla storia sotto il nome Rivoluzione d’Ottobre. Fu firmata la pace di Brest-Litovsk, che portava il paese fuori dalla prima guerra mondiale, ma tale decisione provocò tensioni all’interno del Partito operaio, che si trasformò in Partito Comunista Russo, e provocò altresì le dimissioni dei commissari dissidenti, che in tal modo consegnarono il potere ai bolscevichi. Sempre nel 1918 nacque l’Armata rossa, che sostituì il vecchio e disgregato esercito. La reazione delle forze escluse dal potere e delle potenze straniere non si fece attendere. La guerra civile e contro gli attacchi esterni che ne seguì durò dal 1918 al 1921. L’Armata rossa, che si trovò a combattere in particolare contro gli eserciti “ bianchi”, riuscì a prevalere dopo aver rischiato la sconfitta. La guerra finì con la vittoria e la fondazione dell’Unione Sovietica, primo stato socialista del mondo, sotto la guida del leader bolscevico Vladimir Lenin. Era il 30 dicembre 1922, e a questa data si può far risalire la nascita del Cinema Sovietico. Un’avvertenza prima di addentrarci nei film della rassegna: la diversa grafia di molti dei nomi citati deriva non da disattenzione, ma dalla scelta di lasciarli così come sono stati scritti a suo tempo dagli autori dei brani riportati. 5 I FILM DELLA RASSEGNA GOODBYE LENIN! LA SESTA PARTE DEL MONDO LA CASA SULLA (PIAZZA) TRUBNAJA ALEKSANDR NEVSKIJ UN' ESTATE PRODIGIOSA LA BALLATA DI UN SOLDATO LA CONGIUNZIONE DEI PIANETI GOODBYE LENIN! (Goodbye Lenin!, 2003, di Wolfgang Becker) Daniel Bruh (Alex Kerner), Katrin Sass (Christiane Kerner), Chulpan Kamatova (Lara), Maria Simon (Ariane Kerner), Florian Lukas (Denis), Burghart Klausser (Robert Kerner) Il film scena per scena F ilmini amatoriali del 1978 mostrano i protagonisti (Christiane e i figli Alex e Ariane) in momenti sereni e lontani. Film ufficiali della Germania Est mostrano il primo astronauta della DDR nell’equipaggio della Soliuz 31 dello stesso anno. Risale allo stesso anno l’indagine della polizia su Robert, marito di Christiane, fuggito all’ovest con un’altra donna. Il colpo ricevuto dalla moglie abbandonata era costato otto settimane di cure per riprendersi, tornare a casa dai figli e sposare totalmente la patria socialista. Alex dopo dieci anni,nel 1989, fa il riparatore di televisori. Nell’anniversario dei 40 anni della DDR partecipa a un corteo pacifico di dissenso durante il quale incontra fuggevolmente la sua futura fidanzata Lara. Ma l’arrivo della polizia che vuole reprimere quella libera manifestazione del pensiero coincide con la scoperta da parte di Christiane che il figlio viene arrestato dai poliziotti. Per lei è un colpo e cade a terra. Viene salvata ma resta in coma profondo in ospedale. Nel frattempo gli eventi della storia precipitano. Cade il muro di Berlino, si dimette il presidente Honecker. Tutto cambia velocemente. Chiude la cooperativa di Alex che diventa installatore di parabole. Ariane lascia l’università e vende panini al Burger King. L’intera città si occidentalizza velocemente con il capitalismo trionfante. Alex e Lara sentono di essere nel centro del mondo. Dopo otto mesi Christiane si risveglia dal coma. E’ quasi un miracolo, ma bisogna evitarle forti emozioni che le sarebbero fatali. Alex vuole portarla a casa e per fare questo ripristina il loro alloggio come Christiane l’aveva lasciato mesi prima, nonostante tutti i cambiamenti subentrati sull’onda del rinnovamento dei tempi. Alex intende preservare la madre con ogni mezzo dal colpo che subirebbe se sapesse la verità sulle sorti di Berlino e della DDR. Ad ogni difficoltà che si presenta inventa il modo di superarla per continuare a nasconderle che il muro è crollato e che è crollato l’intero socialismo. La madre, sempre confinata a letto, chiede di poter mangiare prodotti che ora non sono più in vendita, soppiantati dalle merci occidentali: Alex mette in barattoli vuoti che trova nella spazzatura prodotti analoghi a quelli che non ci sono più. La mamma chiede di poter vedere la televisione: con l’aiuto di un collega di lavoro, Alex monta delle cassette con finti telegiornali e notizie socialiste. Nello sforzo di ricordare dov’è il libretto di risparmio Christiane perde lucidità e l’argomento viene accantonato. Si prepara la festa di compleanno di Christiane. Alex istruisce tutti gli invitati su come devono far apparire il presente. Alex e Lara cercano una casa per sè, e trovano in un appartamento libero da un anno molti prodotti dell’est che faciliteranno ad Alex la finzione. La festa riesce. Solo alla fine Christiane vede dalla finestra un enorme striscione pubblicitario della Coca Cola pendere da un edificio. Alex e il compagno di lavoro rimediano fabbricando un film dove addirittura la formula della bevanda risulta essere stata ideata nella DDR. All’improvviso Christiane ricorda di aver nascosto 30.000 marchi nel fondo di un cassetto d’un mobile già portato in strada per essere eliminato. Troppo tardi per cambiarli in marchi occidentali, il termine è ormai scaduto. Mentre Alex straccia le banconote e le getta 9 dall’alto di un tetto urlando per sfogarsi, un grido collettivo si alza da tutta la città perché la nazionale unificata di calcio ha vinto il campionato mondiale. Intanto Christiane, pur dal letto, tenta di essere socialmente utile come lo era stata in passato e aiuta a scrivere lettere di protesta. Ariane, lavorando al Burger King, crede di aver visto il padre Robert. Il giorno in cui la piccola nipotina Paula, figlia di Ariane, muove i suoi primi passi per l’eccitazione di aver visto in cielo un dirigibile pubblicitario anche Christiane si alza per la prima volta, ma non fa in tempo a vedere quel segno dell’occidente. Scesa in strada, si ritrova immersa in un’inattesa atmosfera di oggetti e simboli del mondo occidentale. C’è perfino una famiglia che sta traslocando nella sua stessa casa, e un elicottero che sorvola la sua testa con appeso un busto di Lenin. Viene raggiunta dai due figli che la riportano a casa, e ancora una volta Alex monta un film per giustificare quanto d’incredibile la madre ha visto: tutti gli occidentali vogliono lasciare il loro mondo consumistico e si rifugiano nelle ambasciate dei paesi orientali per vivere in un paese giusto e socialista. Christiane si entusiasma e vorrebbe anch’essa fare la sua parte. Progetta di ospitare qualcuno nella dacia, dove si recano con la Brabant nel frattempo acquistata dal genero e giustificata agli occhi di Christiane come un’assegnazione ottenuta dopo tre anni di attesa. Ma ecco che Christiane fa una rivelazione sconcertante: ha sempre mentito ai figli, il marito non era fuggito con una donna, ma insieme avevano progettato di lasciare Berlino Est approfittando di un congresso scientifico a Berlino Ovest a cui partecipava il marito medico. Non solo. Aveva sempre nascosto le lettere del marito che per tanto tempo aveva cercato lei e i figli. Ma ha una ricaduta e fa appena in tempo ad esprimere il desiderio di rivedere per l’ultima volta l’amato marito. Ariane trova le lettere e risale all’indirizzo del padre. Alex si reca da lui con un taxi guidato dall’astronauta mito della sua adolescenza ridotto a fare il taxista, e raggiunge la sua ricca villa nel bel mezzo di una festa. Attratto da voci che gli sono note entra in una stanza dove due bambini guardano i cartoni di astronauti che lui stesso conosce così bene. Poco dopo entra il loro padre, Robert, il padre di Alex. Avviene il riconoscimento. Alex gli annuncia che la madre sta morendo e che ha chiesto di vederlo per l’ultima volta. Robert accetta, istruito sulla commedia che il figlio ha inscenato a salvaguardia della madre. Alex capisce che è venuto il momento di mettere la parola fine alla grande illusione, e lo farà a modo suo. Costruisce un ultimo filmato in cui Honecker si dimette e lascia il posto all’eroe astronauta che si presta per il film, annuncia la caduta del muro con immagini che lo documentano e l’avvio di una nuova politica di cooperazione tra Est e Ovest, come se fosse stato quest’ultimo a cedere alle lusinghe delle prospettive orientali. Dopo tre giorni Christiane muore, serena testimone di un paese che non è mai esistito, e le sue ceneri vengono sparse nello spazio da un razzo costruito da Alex. 10 Il loro parere Cinque milioni di spettatori tedeschi si sono immedesimati e divertiti alla storia della vetero comunista infartuata proprio nell’89 cui il figlio, per evitare ricadute, fa credere, tornata a casa, che mentre lei era in coma la vita è proseguita grigia, incasellata, normale come nella Berlino Est, nascondendole che è caduto il Muro portandosi via un bel mazzo di ideali. Good bye, Lenin! dell’occidentale Wolfgang Becker, è una commedia dalla geniale trovata che rielabora il lutto a sinistra ma lo prende troppo alla larga, inserendo tutta la storia dell’ex-marito che appesantisce non poco il finale. Certo, la parte centrale col figlio devoto che organizza la commedia sociale con i vicini, registra appositi tiggì, cerca vecchie marche di cibo, è divertente, ma c’è una vena di amarezza e di tristezza che resiste al gioco degli equivoci. E’ bella, quasi poetica, ma un po’ buttata via l’idea finale che il socialismo vero sia solo un’utopia, dato che la mamma, dopo aver creduto alla panzana che quelli dell’Ovest abbiano invaso l’Est, muore credendo a una specie di riunificazione, mezzo happy end. In realtà il film satirico-grottesco, ben recitato, che tocca nervi ancora scoperti della società tedesca divisa, ce ne ha per tutti, se la prende con l’autoritarismo del regime comunista e con la finta allegria del capitalismo, citando Fellini (la statua di Lenin in elicottero), due volte Kubrick, il Billy Wilder di Un, due, tre e il sogno di Underground. Volendo, si può alzare il tiro: la vita è sogno? (Maurizio Porro: Corriere della Sera, 10 maggio 2003) (…) Eccezionalmente ironica è la scena di un telegiornale ritoccato dai parenti della malata nel quale la caduta del muro viene reinterpretata al rovescio come una fuga in massa dei tedeschi occidentali dall’emisfero capitalista verso quello comunista. (…) (da Berlino) (Walter Rauhe: Il Sole-24 Ore, 16 febbraio 2003) Christine vive a Berlino Est con due figli e l’unico compagno che le è rimasto: quel socialismo che, pur sconfitto nella realtà circostante, continua a germogliare nelle sue speranze. Alla vigilia della caduta del Muro è colpita da infarto e finisce in coma. Quando si risveglia sono passati otto mesi e tanta Coca Cola (e nuovi detersivi e consumismo a ondate) sotto i ponti della storia tedesca. La sorpresa sarebbe troppo forte per il suo cuore ancora rossastro. Il figlio ventenne decide quindi di fare della camera della mamma un’isola del passato ancora riscaldata dai raggi del sol dell’avvenire: finti Tg, pietose menzogne, esilaranti equivoci. E la prova provata che il marchingegno, posto in mani amorose, avrebbe potuto funzionare. Idea che acchiappa, film da non perdere. (Alessio Guzzano: City, 9 settembre 2003) Una commedia paradossale intelligente. Nell’autunno 1989, una donna è colpita da infarto e finisce in coma. Si sveglia qualche mese dopo il crollo del Muro: temendo una ricaduta, suo figlio Alex le nasconde gli eventi; ma non è facile procurarsi prodotti targati Ddr o mascherare le affiches pubblicitarie della Coca Cola. Lo è ancor meno permettere a mamma di seguire il tg comunista; tuttavia l’amore figliale può molto: incluso realizzare falsi notiziari di partito con la telecamera o indire finte riunioni di partito. Becker cortocircuita Storia e storie mettendo in scena una parabola a retrogusto amaro. (Roberto Nepoti: Repubblica, 10 maggio 2003) 11 Film-fenomeno per almeno due ragioni. E’ da tempo il primo dell’elenco degli incassi in Germania, con un successo rarissimo per una commedia tedesca. Affronta il problema della Germania orientale che non si rassegna a scomparire nonostante siano passati anni dalla riunificazione del paese, della Repubblica Democratica Tedesca che rimane nel cuore, nelle abitudini e nelle nostalgie dei suoi ex-cittadini, dl comunismo morto che non vuol morire (…) (Lietta Tornabuoni, La Stampa, 23 maggio 2003) (…) Originale e fresca è la prospettiva dalla quale il film è raccontato: per quanto l’Alex ventunenne sia insofferente e critico nei confronti del regime della Ddr, in lui resta decisivo un sogno lontano, una suggestione legata proprio a un trionfo di quel regime. Il film inizia appunto con il ricordo del primo astronauta della Germania dell’Est, andato nello spazio a bordo di una Sojuz sovietica nel ’78. Era quella l’immagine di un futuro in cui ogni promessa sarebbe stata realizzata, e anche con la stessa leggerezza di quel suo eroe nello spazio. (…) (Roberto Escobar: Il Sole-24 Ore, 1 giugno 2003) Andate a vedere questa chicca: Goodbye Lenin! Di Wolfgang Becker. Comico, drammatico, surreale, geniale, questo piccolo film tedesco è una miscela esplosiva di invenzioni e ironia. La storia è ambientata a Berlino a cavallo della caduta del Muro. Mentre il mondo cambia, c’è un altro piccolo mondo che tenta disperatamente di rimanere uguale a se stesso: la camera da letto di una madre in fin di vita alla quale i familiari riescono a tenere nascosto per un anno intero il gigantesco sconvolgimento politico. Colpi di genio come la teoria della Coca Cola socialista o come i profughi occidentali che si rifugiano nel comunismo per avere una vita più dignitosa, sono autentiche perle. Da non perdere. (Edoardo Semmola: L’Unità, 24 maggio 2003) Il regista del film: Wolfgang Becker ll tedesco Wolfgang Becker nasce a Hemer, in Westfalia, il 22 giugno del 1954. Si diploma nel 1988 alla scuola di cinema di Berlino, dove presenta come lavoro di fine studi il cortometraggio Farfalle, premiato poi col Pardo d'oro a Locarno. Nel 1992 ha realizzato il documentario Celibidache e il lungometraggio Gioco da ragazzi, vincitore del Pardo d'argento. Il suo terzo lungometraggio, La vita è tutto ciò che hai (1997) è stato presentato in concorso a Berlino. Stesso palcoscenico per il suo film di maggior successo, Good Bye, Lenin! (2003), che gli ha dato la notorietà internazionale. Questa commedia amara sull'unificazione della Germania dopo l'abbattimento del muro di Berlino ha registrato il record di incassi in patria, vincendo numerosi premi (Efa, César, Angelo Azzurro alla Berlinale e nomination agli Oscar). 12 LA SESTA PARTE DEL MONDO (Shestaya chast mira, 1926, di Dziga Vertov) Il film R itratto dell'Urss, una terra grande come la sesta parte del mondo. Un ritratto suddiviso in diverse parti: lo sfruttamento della classe operaia prima della rivoluzione; la descrizione geografica; le varie attività economiche; i prodotti sovietici e la loro possibile esportazione; i problemi commerciali; le prospettive di trasformazione e sviluppo. Il loro parere La primitiva contrapposizione tra borghesia e proletariato, caratteristica della maggior parte dei nostri film propagandistici è stata finalmente superata. (A.Fevralskij: Pravda, ottobre 1926) Proprio su una descrizione emblematica del capitalismo si apre il film. Sono le immagini di un grottesco e tragico fox-trot eseguito dall’allucinante fauna delle metropoli occidentali. Incoscienti borghesi e ragazze penosamente imbellettate, vecchie megere cariche di anelli e di voglie insoddisfatte, e, dappertutto, oggetti mostruosi e inutili, veri e propri simboli dello spreco cui, improvvisamente, la macchina da presa, non ignara dell’analisi marxista del feticismo delle merci, fornisce vita e movimento. Ma il discorso non indugia su questi livelli di facili suggestioni: la nozione stessa di capitale viene scomposta, subito dopo, nelle sue componenti essenziali (dal potere degradante della merce, illustrato nelle primissime sequenze, allo sfruttamento, al colonialismo) con progressiva e lucida precisazione del rapporto che lega l’una all’altra le diverse immagini. (…) Dopo queste notevoli sequenze iniziali il film si apre, con salto vertiginoso, sulle steppe e sulle foreste, sulle montagne e sui deserti dell’URSS, dando inizio alla descrizione lirica dei luoghi e dei protagonisti del lavoro liberato. (…) In realtà, se con il mondo capitalistico gli schemi classici dell’analisi marxista potevano ancora funzionare e fornire, quindi, a Vertov quella sicurezza teorica che fa da sfondo alle prime sequenze del film, una volta trasposti nella realtà sovietica questi stessi schemi andavano ad urtare contro gli imprevisti e le difficoltà di una politica economica ancora largamente approssimativa e già frettolosamente compromessa con un’ipotesi di pianificazione aleatoria e discutibilissima. Al disorientamento della classe operaia, alle diffidenze dei contadini e all’ambiguità dei modelli di sviluppo che proprio in quegli anni venivano proposti, Vertov non poteva certo rispondere con un’analisi scientifica. Nella Sesta parte del mondo troviamo, piuttosto, la conferma (tanto emotiva quanto generica, in verità) di una fiducia di fondo nei confronti delle masse lavora13 trici sovietiche. Una conferma che si astiene a bella posta da ogni tentativo di verificare quale fosse, in quel momento, la condizione reale di quelle masse. (Pietro Montani: Dziga Vertov, 1975) Commissionato dall’Ente Statale per il commercio Estero, è un documentario propagandistico che illustra in tutta la sua varietà le maggiori attività produttive nelle varie regioni dell’Unione Sovietica, dalla Siberia al Caucaso, dalla Mongolia al Turkmenistan, mettendo a confronto lo stile di vita socialista con il resto del mondo. Ideato e realizzato da Vertov (Denis Arkadievitch Kaufman) con il contributo del fratello Michail Kaufman, aiutoregista e supervisore generale della fotografia, di diversi cineoperatori e cine-esploratori, è un cine-poema lirico sul lavoro e i suoi artefici che trascura il versante delle cifre, dei riferimenti statistici, della pura informazione. Nonostante le favorevoli accoglienze della stampa, Vertov fu licenziato dalla Sovkino. Il suo film ebbe un notevole influsso sul documentarismo internazionale e il tedesco Walter Ruttman ne prese ispirazione per Melodia del mondo (1928). (Laura, Luisa e Morando Morandini: Dizionario dei film, 2000) Uno dei documentari del grande regista sovietico. Lo girò per conto dell’Ente statale per il commercio. Infatti metteva in risalto la macchina produttiva russa. Ritmo molto moderno. Le immagini sono alternate a parole, frasi, motti, un metodo utilizzato in un altro ambito da Godard. (Pino Farinotti: Il Farinotti, 2007) Questo “Cine-poema lirico” è un film animista, che unisce in un “canto del mondo” diverse regioni europee e asiatiche dell’URSS, mettendo a contrasto il mondo socialista con l’universo capitalista. Un bellissimo film che esercitò una notevole influenza sul documentarismo in moltissimi paesi. Il tedesco Walter Ruttmann prese l’idea della sua Melodia del mondo (1929) da questo film chiave di DzigaVertov. (Georges Sadoul: Dizionario dei film, 1968) Il regista del film: Dziga Vertov Poiché non tutti gli appartenenti ai popoli dell’Unione erano alfabetizzati o conoscevano il russo e potevano leggere il giornale Pravda (“Verità”), nato durante la Rivoluzione, fu ideato un Kino-Pravda (cinegiornale-verità) che poteva essere compreso da tutti. Dziga Vertov divenne il grande paladino del cosiddetto “cinema-verità” il cui titolo scaturì da un’iniziativa di propaganda. I Kino-Pravda di Vertov portavano nei paesi più lontani, magari sprovvisti di sale cinematografiche, documentari su Lenin, sulla rivoluzione, sulle conquiste proletarie, proiettati in cinematografi mobili e sui treni. I Kino-Pravda raccoglievano immagini di fatti di cronaca, riprese in più luoghi, che venivano “montate”, in un unico cine-giornale. Pezzi di vario genere e provenienze come i funerali delle vittime della controrivoluzione (riprese fatte ad Astrachan nel 1918), una tumulazione (a Kronstadt, 1919), i cannoni che sparavano a salve (Pietrogrado, 1920), il canto del “Ricordo imperituro” e gli spettatori che si scoprono il capo (Mosca, 1922), divenivano una sola verità poiché il risultato creava nello spettatore l’impressione che si trattasse di un solo avvenimento, e che tutti i pezzi del funerale fossero stati girati nello stesso luogo e nello stesso 14 tempo: in tal modo tutto diventava “cinema-verità”. Il cinema acquistò pertanto una funzione di comunicazione fra il vertice e la base della nazione in entrambi i versi, sia dall’alto verso il basso (educazione al collettivismo) sia dal basso verso l’alto (mediazione del consenso). IL CINEMA AL TEMPO DI LENIN Lenin aveva imposto alla cinematografia sovietica una totale ristrutturazione e bandito i film borghesi a favore dei film d'attualità. L'esposizione del mondo secondo i valori proletari necessitava infatti di un linguaggio diverso rispetto a quello adottato dal cinema borghese. A Mosca nacque la prima scuola cinematografica del mondo, della quale fu messo a capo Vladimir Gardin, grande regista pre-rivoluzionario. Molti giovani registi furono attratti dalla nuova arte così a portata di mano, e proliferarono i cortometraggi di esaltazione del lavoro collettivo. Il filone del documentario sociale spaziò dagli agitprop girati sui treni alla ricostruzione storica, dalla vita nei villaggi del Caucaso alla colonizzazione della Siberia. Lenin morì prima di assistere alla completa realizzazione della sua politica organizzativa, tuttavia il cinema che venne realizzato dopo la sua scomparsa risentì ancora del suo influsso, nonostante i cambiamenti successivamente apportati dalla nuova direzione politica 15 LA CASA SULLA (PIAZZA) TRUBNAJA (Dom na Troubnoi, 1928, di Boris Barnet) Vera Maretskaya (Parasha), Vladimir Vogel (Golikov, parrucchiere), Yelena Tyapkina (Golikova), Sergey Komarov (Ljadov) Il film U na casa sulla piazza Trubnaja a Mosca è abitata da piccoli borghesi arricchiti. Il parrucchiere Golikov decide di assumere una domestica purché non sia iscritta al sindacato. Trova Parasha Pitunova, una giovane appena trasferitasi a Mosca dalla campagna. La ragazza viene sfruttata senza vergogna da Golikov e sua moglie, ma presto viene eletta nel Consiglio della Città (si scoprirà che invece sarebbe dovuta essere eletta un'altra donna dallo stesso nome). I Golikov cacciano Parasha dalla casa, e il sindacato cercherà di difenderla. Il loro parere (…) Più pungente fu la commedia satirica La casa sulla piazza Trubnaja, sulla complessità dei rapporti creati dalla coabitazione. Al centro dell’aggrovigliata vicenda è la serva Parasha, primo personaggio di rilievo affidato a Vera Maretskaja. Stupefacente il numero di sceneggiatori di primo piano necessari per mettere insieme questa semplice satira della vita quotidiana a Mosca: Zoric, Marienhof, Scarscenevic, Scklovoskij, Erdmann. Fu questo l’ultimo film interpretato dal versatile attore Vladimir Vogel, la cui morte l’8 giugno 1929 fu la prima perdita tra coloro che erano legati al primo affermarsi del cinema sovietico. (Jay Leyda: Storia del cinema russo e sovietico, 1964) (…) Piuttosto da ricordare è la magnifica descrizione di un caseggiato al tempo della NEP in Dom na Troubnoi (La casa sulla piazza Trubnaja), 1928, ove si rivela e conferma la qualità, più unica che rara nel contesto del cinema sovietico, che fa di Barnet un autore a sé: un’irresistibile grazia frutto d’una naturalezza totale, nel combinare l’osservazione quotidiana con il gusto tenero e divertito della scoperta del gioco della vita attraverso il gioco della “messa in scena”, fuori da retoriche e protocolli. Quasi un miracolo. Giovanni Buttafava: Il Cinema russo e sovietico, 2000) La casa sulla Trubnaja invade, con lirismo e ironia feroce, il mondo piccolo borghese degli arricchiti di un quartiere di Mosca. Un parrucchiere assume come domestica una ragazza ("purché non sindacalizzata!"), sfruttandola senza vergogna, ma la ragazza, per errore di omonimia eletta nel Consiglio della Città, scatenerà una vertenza furibonda. (Roberto Silvestri: Il Manifesto, 16 marzo 2008) 17 Il regista del film: Boris Barnet Boris Barnet (1902-1965), cognome inglese per via di un antenato che approdò a Riga, formatosi alla scuola di Lev Kulesov, esordisce nel 1926 dirigendo in collaborazione con F. Ozep un film spionistico «all’americana», Miss Mend . L’anno successivo realizza una commedia lirica e bizzarra, Devušska s Korobkoj (La ragazza con la cappelliera). A parte qualche regia convenzionale, la sua carriera è contraddistinta da una serie di film delicati, abilmente costruiti, dominati da uno humour singolare (come nella incantevole commedia Dom na Trubnoj, La casa sulla piazza Trubnaja, 1928), da un liberissimo gioco psicologico (Vicino al mare più azzurro, 1936), e da un infallibile senso del ritmo e dell’intrigo (il film di guerra Podvig radzedšcika, L’impresa della spia, 1948). Le qualità di Barnet. rifulgono nel suo miglior film, Sobborghi (1933), fra i capolavori del cinema sovietico. Un destino da espressionista discreto, da «forza della natura» gentile e riservata, da precursore del cinema epico, più situazionista che formalista, insomma, da autentico antenato di Bertolucci. In un clima dominato allora dalle preoccupazioni per lo «specifico filmico», per la «teoria del montaggio» (come patente d’artisticità per la negletta settima arte) o per la «sceneggiatura di ferro», egli si dissociò dai dogmi e si concentrò invece sul corpo dell’attore libero, sui misteri, difetti, tic, magie, infantilismi e sui generi anche più codificati (perfino quello di propaganda o quello «interrotto per la morte del regista» o da «aggiustare») per porsi una serie di problemi: esiste una satira «rossa»? come visualizzare un «fatto», come sviluppare un film d’avventure o storico o giallo che sia «differente», ma non meno attento di Tom Mix alla frenesia ritmica o alle pulsioni euforiche dell’immensa triade hollywoodiana (Ince, Griffith e Disney)? 18 ALEKSANDR NEVSKIJ (Aleksandr Nevskij, 1938, Sergej M. Ejzenstein) Nikolai Cercasov (Aleksandr Nevskij), Nikolai Okhlopkov (Vasili Guslai), Andrei Abrikosov (Gavrilo Oleksich), Vera Ivashova (Olga), Aleksandra Danilova (Vasilisa). Il film scena per scena U na lunga scritta è posta all'inizio del film. I Cavalieri Teutonici, attratti dalle sue fertili terre, da ovest invadono la Russia. Intanto la campagna presenta i segni delle sanguinose battaglie appena trascorse a causa delle scorrerie dei Mongoli che hanno invaso le terre da est. Ovunque i poveri resti dei caduti e i segni della battaglia. Sul lago Peipus gli abitanti del luogo sono intenti pacificamente ad una grande pesca con le reti. Sopraggiunge minaccioso un manipolo di guerrieri mongoli che viene a disturbare l'impegnativa pesca collettiva. Con risolutezza li contrasta Alexandr Nevskij, il principe del luogo, la cui fama è nota ai capi mongoli che lo invitano, inutilmente, a diventare uno loro condottiero. Allontanatisi i Mongoli,tra gli uomini di Nevskij c'è chi vorrebbe combattere subito quegli invasori, ma il principe vede nell'incombenza dei Teutoni la minaccia più grave. A Novogorod intanto la guerra con i Mongoli è finita, la città è libera e anche i guerrieri ormai pensano ad altro. Due di essi aspirano alla mano della bella Olga, sono Guslai e Gavrilo. Ma il rintocco delle campane richiama la popolazione all'allarme portato in città da un ferito. I Teutoni sono alle porte. Che fare? I ricchi mercanti non vogliono la guerra, anche perché esiste un patto con essi. Gli altri cittadini invocano invece Aleksandr Nevskij come condottiero e salvatore della Russia. A Poskov i Teutoni hanno messo a ferro e fuoco la città e la consegnano al loro capo, il Gran Maestro. Questi, con la benedizione del clero della chiesa di Roma, nomina i suoi due migliori cavalieri principe di Peskov conquistata e principe di Novogorod da conquistare. Ordina quindi di uccidere i cittadini superstiti, vecchi e bambini compresi, facendo gettare questi ultimi nel fuoco. Intanto Aleksandr Nevskij, che con i suoi fidi sta accudendo le grandi reti da pesca, riflette sulla difficoltà di combattere i Teutoni. Giungono messi da Novogorod supplicando il suo intervento a difesa della città, e il principe sorprende tutti con il proposito non già di difendersi ma di attaccare il nemico. Ma per far questo occorre sollevare il popolo. Così i soldati si sparpagliano nei campi a chiamare alle armi i contadini che accorrono numerosi a Novogorod attorno al principe, mal accolto dai mercanti ma acclamato dal popolo e dalle milizie che invocano la sua guida. Chi fornisce le armi, chi gli scudi, gli elmi e le corazze. Tutti si preparano alla guerra. La bella Olga si promette a chi dei due pretendenti si sarà distinto maggiormente nella battaglia. Intanto i Teutoni stanno ricevendo la benedizione nel corso di una grande cerimonia che viene interrotta dall'annuncio che Aleksandr Nevskij è in armi. Corrono all'assalto ma, senza successo, sono costretti a ripiegare. Si attende la battaglia vera e propria. Un soldato racconta della lepre inseguita dalla volpe che per salvarsi riesce a farla intrappolare fra i rami delle betulle e ad ucciderla. Il principe sceglie il campo di battaglia: sarà la superficie del lago ghiacciato Peipus al centro dello schieramento con le milizie a piedi, in attesa del nemico. La cavalleria sarà ai due fianchi. E' la mattina del 12 aprile 1252. Lo schieramento è completato. Si scruta l'orizzonte in attesa del nemico. Questi, ancora una volta con la benedizione della chiesa di Roma, avanza a cavallo sul lago minaccioso lanciandosi in una vera e propria carica a 19 cuneo. Nello scontro i Russi devono ripiegare lasciando i Teutoni padroni del lago ghiacciato. La cavalleria di Nevskij attacca sui fianchi favorendo il contrattacco della fanteria prima arretrata. Scontri corpo a corpo con atti di valentia ed eroismo si susseguono mentre i Russi avanzano. La notizia giunge al campo del Gran Maestro teutone che appresta una formidabile difesa a scudo che permette un ulteriore contrattacco. Cade il giovane servitore del principe che lo vendica immediatamente incitando i suoi ad un altro impetuoso assalto al grido di morte ai Teutoni. Si arriva allo scontro dei due capi. Il principe ha la meglio. I nemici vengono messi in fuga, il campo del Gran Maestro e le sue insegne travolte, i fuggiaschi spinti sullo strato ghiacciato del lago che alla fine cede inghiottendo tutti nelle sue acque gelide. La battaglia è finita e il principe osserva lentamente i caduti sul campo. I due guerrieri Gavrilo e Guslai sono vivi e i tre insieme si avviano verso la città. Il popolo di Peskov accoglie in ginocchio i caduti della battaglia, inveisce contro i prigionieri, acclama Aleksandr Nevskij, l'artefice della vittoria, che con bambini tra le braccia precede a cavallo fra due ali di folla esultante. Quindi arringa il popolo, dichiarando che non l'avrebbe perdonato se tutti non si fossero uniti per salvare la patria e che la lezione della guerra contro i Teutoni sarebbe stata valida per tutti i principi del futuro. D'accordo con la sua gente Nevskij libera i soldati teutoni perché appunto semplici soldati, trattenendo i cavalieri utili per scambi di prigionieri. Una perfida spia viene lasciata alla vendetta del popolo. Poi Olga chiede al principe di decidere per lei quale dei due pretendenti abbia meritato di più. Ma è Gavrilo a testimoniare a favore del suo amico e rivale, dichiarando che lui stesso intende sposare una donna guerriera che si era dimostrata molto valorosa . E' tempo di festa. Un'altra scritta chiude il film: chi verrà in Russia con la spada in pugno di spada perirà. Questo è il destino che regola la legge della sacra terra russa. Il loro parere (…) Riempire di immagini la mente dello spettatore spronandolo a divertirsi con lo spettacolo e a riflettere sulle trame, questi i propositi del rivoluzionario maestro russo che ha posto le basi del cinema, attraverso inedite tecniche di montaggio. Basta rivedere il “Nevsky” per rendersene conto e riascoltare le splendide partiture appositamente pensate per il film da Prokofiev.(…) (Giancarlo Grossini: Corriere della Sera, 11 maggio 1994) L’ultimo conflitto mondiale doveva scoppiare solo un anno più tardi, ma già nel 1938 l’atmosfera politica si stava caricando di nubi sempre più pesanti. E toccò a S.M. Eisenstein, allora ancora l’esponente più autorevole del cinema sovietico, realizzare il film Aleksandr Nevski. Con questa pellicola, che rievoca in un vasto affresco le vicende di un’antica invasione della terra russa da parte dei cavalieri teutonici, avvenuta circa nove secolo prima, il regista intese lanciare un appello e un monito: ciò che avvenne attorno al 1100 avrebbe potuto ripetersi; era quindi necessario attenersi, grosso modo, agli insegnamenti dell’antica esperienza. Dramma storico, epopea, e al tempo stesso presagio, e in quanto tale denso di riferimenti e di allusivi parallelismi, l’Aleksandr Nevski. E ciò non giova sempre all’esito artistico. Il film è certamente opera di forte suggestione nella parte iniziale, dalle inquadrature potenti nella composizione e stupendamente fotografate da Tissé. E il brano dell’assalto dei cavalieri teutonici, che sono sterminati sul lago Peipus, è un pezzo che viene giustamente citato da ogni storia del cinema. Ma di fronte al ritmo travolgente di queste sequenze ed al vigore formale di gran parte della pellicole vi sono strani 20 cedimenti. La recitazione ieratica, i personaggi eccessivamente stilizzati, soprattutto le scene del tripudio conclusivo ne fanno un’opera discontinua e complessivamente fredda. Un film interessante, comunque, sottolineato dalla nota musica di Prokofiev, appositamente composta, ma non certo il capolavoro del famoso regista. (Corriere della Sera, 18 novembre 1960) (…) In verità, le figurazioni musicali e visive non sono commensurabili con elementi strettamente “descrittivi”. Quando si parla di relazioni profonde e autentiche fra la musica e l’immagine, ciò non può essere che a proposito delle relazioni fra i movimenti fondamentali della musica e dell’immagine, vale a dire gli elementi compositivi e strutturali; poiché i rapporti fra le “immagini” vere e proprie e le “immagini” prodotte dalla musica sono di solito percepite così individualmente e con una tale mancanza di concretezza da non poterle fare rientrare in alcuna “regola” strettamente metodologico. (...) Noi possiamo parlare soltanto di ciò che è realmente “commensurabile”, e cioè del movimento che è alla base sia della legge strutturale di quel dato pezzo di musica sia della legge strutturale di quella data rappresentazione di immagini. (Sergei M. Eizenstein: Forma e contenuto, 1941) Alessandro Nevski di Eisenstein conclude quell’epoca d’oro del cinema russo che si inizia teoricamente col manifesto del ’19 e si chiude alla vigilia della guerra mondiale. Grandi registi e grandi film se ne erano avuti anche altrove, e anche prima di loro. Però quello resta sinora l’unico caso di “scuola” nel senso organico e completo, cioè di un movimento originale di creazione collettiva che sorge, vigoreggia e prolifica in un seguito di artisti e di opere diversissime, però tutte dominate da un sentimento e da uno stile comune. Tutte le caratteristiche di questa nuova maniera si ritrovano anche nel film di Eisenstein, il quale ne fu del resto il più popolare rappresentante e capostipite: lo splendore formale unito al rigore apostolico, la monumentalità prospettica accompagnata a un dinamismo allucinatorio, l’estrema condensazione realistica dell’immagine nel magico flusso cangiante di una lirica fantasia. Riveduti adesso, questi classici, se han perduto l’effetto della sorpresa, mantengono intatta la forza del loro entusiasmo visivo e del loro linguaggio genuino. Ma soprattutto ciò che appare straordinario è lo spettacolo di un’intera generazione di creatori che lavora affratellata in un’unica direzione, animata da un’unica fede. Perché il cinema russo tra il ’20 e il ’40 ha avuto questo enorme mandato, di essere la voce e la coscienza di una rivoluzione. (…) (Filippo Sacchi: Epoca, 4 dicembre 1960) Dimenticando le persecuzioni inflitte in patria al grand’uomo (furono più i mea culpa che i film…), i comunisti nostrani han presentato, la mattina di domenica scorsa, il bel film di S. M. Eisenstein Alessandro Nevskij. Di comunismo nessuna traccia. E’ un’onesta lineare cinematografia patriottica, resa potente e a certi punti memorabile dal genio visionario, ricco di grandiose intuizioni speculative, dal rimpianto maestro dell’Incrociatore Potemkin. (Pietro Bianchi: Candido, 13 novembre 1949) (…) Prodotto con chiaro spirito antinazista, il film è il ritratto di un eroe positivo capace di guidare la riscossa (militare e politica) del popolo: evidente il riferimento a Stalin e al suo ruolo-guida nella vita politica sovietica. I condizionamenti del realismo socialista portano Eisenstein ad accantonare le ricerche formali dei suoi primi film con l’eccezione della lunga scena della battaglia ( fotografata da Tissé) dove il confronto tra i due eserciti diventa scontro astratto di masse, volumi e linee (la scena fu girata d’estate con lastre di ghiaccio artificiale). Allo stesso modo, il sonoro viene utilizzato soprattutto come contrappunto musicale alle immagini (la colonna sonora scritta da Prokofiev) e non per “dare la parola” ai personaggi, i cui 21 dialoghi, condizionati dalla committenza statale, suonano falsi e propagandistici. (**½) (Paolo Mereghetti: Dizionario dei Film 2000) (…) In questo film impuro e disuguale che ha giudicato egli stesso il più superficiale e il meno personale, Eisenstein è a suo agio con gli elmi, le armature, la strategia astratta del combattimento, le masse bianche del lago e del cielo, i cavalli, la natura. Ma non sa cosa farsene degli uomini. Essi non appaiono nel prologo e nell’epilogo (che occupano comunque due terzi della durata) se non per alzare il messaggio patriottico e nazionalista. Eisenstein in Aleksandr Nevski non ha ancora imparato a integrare l’uomo nel suo formalismo ora che il formalismo nella sua opera ha soppiantato l’ideologia. Per questo gli occorreranno i due tempi, i tormenti e la maledizione d’Ivan il terribile. (Jacques Lourcelles: Dictionnaire du cinéma. Les films, 1992) (…) Dopo più di sei anni di inattività, del tutto involontaria, Sergei Eisenstein, D.W. Griffith dello schermo russo, ritrova il favore del partito e i pubblici riconoscimenti con Aleksandr Nevsky, un ruvido monumento all’eroismo nazionalista del Nuovo Mondo, scoperto l’altra sera al Cameo. Si tratta del film che ha salvato la faccia di Eisenstein, e probabilmente anche la pelle, dopo il suo Bezhun Lug che si era arrestato dopo due anni di riprese a causa probabilmente dell’avversione per come era trattata la rivoluzione comunista. E’ il film che fece esclamare a Stalin battendogli sulla spalla: Sergei, sei un vero bolscevico”. (Frank S. Nugent: The New York Times, 23 marzo 1939) Il poderoso slancio epico di Sergei Eisenstein ha una famosa colonna sonora di Prokofiev e una stupefacente battaglia sul ghiaccio. Quando è grande è veramente grande, ma ci sono anche forti rallentamenti (inusuali negli altri film di Eisenstein). La trama ha a che fare con l’invasione della Russia da parte dei cavalieri teutonici nel tredicesimo secolo; non occorre dire che i russi scacciarono gli invasori. La propaganda non è comunista ma nazionalista: la storia medievale è stata impiegata per ammonire Hitler a stare alla larga. (Pauline Kael: 5001 Nights at the Movies, 1991) (…) Lontano dall’essere un colossale grande film come ci si può aspettare dal titolo, Aleksandr Nevsky è la via dietro la quale si è mostrato negli ultimi cinque anni il buon cinema sovietico (e come questo ce ne sono altri). Per concezione, racconto, pace e significato vitale. (Franz Hoellering: Nation, 12 aprile 1939) Il regista del film: Sergej M. Ejzenstein Filmografia: Sciopero! (Stacka, 1924), La corazzata Potëmkin (Bronenosec Potëmkin, 1925), Ottobre (Oktiabr’, 1928), La linea generale (Staroe i novoe, 1926-1929), Romanzo sentimentale (Sentimental’nyj Romans, 1930), Que viva Mexico!, incompiuto, Lampi sul Messico (Thunder Over Mexico, 1933), Il prato di Bezin (Bezin lug), incompiuto, Aleksander Nevskij ( 1938), Trilogia di: Ivan il Terribile (Ivan Groznyj): Ivan il Terribile, Parte I (1944), Ivan il Terribile, Parte II (1958), postumo, Ivan il Terribile, Parte III, incompiuto, Sua Maestà Nera, incompiuto. Ejzenštejn fu il regista che portò le idee sul montaggio al massimo sviluppo. Dopo aver lavorato in 22 teatro con Mejerhol’d, formulò la teoria delle attrazioni nel 1923, che l’anno successivo adattò al cinema, secondo il cosiddetto montaggio delle attrazioni. Con questo procedimento Ejzenštejn intendeva scuotere lo spettatore con una sorta di violenza visiva, che lo sollevasse dal torpore dell’assorbimento passivo della storia, suscitando emozioni e nuove associazioni di idee. Lo stesso anno girò Sciopero, dove montò pezzi brevissimi, spesso scelti tra inquadrature strane o incongruenti, ma sempre dure e violente, in maniera da rendere il clima di caos dell’evento rivoluzionario raffigurato. Nel montaggio delle attrazioni tutto è disordinato, incompleto, scomposto e lo spettatore deve fare uno sforzo attivo per ricomporre il senso della storia e dei personaggi: è la teoria degli stimoli, dove lo spettatore è stimolato nella sua immaginazione e lavora con l’intelletto completando le figure inquadrate magari parzialmente, le azioni mostrate solo in parte, ecc. Inoltre Ejzenštejn era contrario alla linearità temporale, arrivando a invertire l’ordine di sequenze elementari (ad esempio mostrando prima una persona che cade, poi uno sparo, poi il grilletto di una pistola), generando un’ansia e una paura maggiore rispetto ad una sequenza scontata, montata secondo l’ordine canonico. Un’altra significativa teoria fu quella del cine-pugno, che mirava a shockare lo spettatore, a colpirlo con le immagini, come primi piani improvvisi e molto ravvicinati, espressioni violente, azioni serratissime. Il capolavoro in cui Ejzenštejn sperimentò queste teorie fu La corazzata Potemkin, soprattutto nella famosa scena della scalinata di Odessa, con l’arrivo improvviso dei soldati che sparano sulla folle, di straordinaria e terribile violenza. Col Manifesto dell’asincronismo (1928) Ejzenštejn e Pudovkin arrivarono a sostenere la necessità di svincolare il commento sonoro dalle immagini, magari generando conflitti espressivi che possano scuotere lo spettatore. Nel 1929 Ejzenštejn, ormai già famoso a livello internazionale, pubblicò Oltre l’inquadratura, dove teorizzava il montaggio intellettuale, che poteva filmare le idee astratte, come strumento di riflessione filosofica al pari di un libro. Aderendo alla teoria del formalismo di Šklovskij, inventa la “drammaturgia della forma”, dove il film è costruito sulla forma, arrivando a contrastare col contenuto ufficiale. Ma l’avvento di Stalin nel 1929 arrestò le nuove sperimentazioni, commissionando film a tema prestabilito e rifiutando quelli con fermenti d’avanguardia. Ejzenštejn si trasferì per un periodo negli Stati Uniti e in Messico, dove girò un film incompiuto sulla rivoluzione messicana. Tornato in patria si ritrovò isolato dal regime, ma continuò a scrivere teorie sul montaggio e sulla messa in scena, sviluppando anche le implicazioni col sonoro (film come “musica per gli occhi”, partitura musicale-visiva). IL CINEMA AL TEMPO DI STALIN, PRIMA DELLA GUERRA Dopo la morte di Lenin, nel 1924, ci fu una lotta per la conquista del potere all’interno della leadership del partito tra chi sosteneva la necessità di un allargamento della rivoluzione ad altri paesi (Germania, soprattutto) e chi teorizzava la possibilità e la necessità del “socialismo in un solo paese”. Il segretario del Partito Iosif Dzugašvili, detto Stalin, fautore del socialismo nazionale, emerse come nuovo capo contrapponendosi a Lev Trotsky, leader dell’Opposizione di sinistra. Stalin avviò un programma di rapida industrializzazione e di riforme agricole forzate, utilizzando lo stato come leva dell’accumulazione capitalistica russa, mantenendo un’impalcatura ideologica socialista. Per fare ciò ampliò drasticamente la portata della polizia segreta di stato (prima NKVD, poi GPU, e infine KGB), e fece sì che, durante il suo governo, decine di milioni di persone che non appoggiavano la sua politica venissero uccise o mandate nei Gulag. Particolarmente famoso è il periodo 1936-1939, conosciuto come periodo delle Grandi purghe. 23 Il realismo socialista era un principio estetico introdotto dal Congresso degli scrittori sovietici del 1934. Zdanov, funzionario culturale membro del Politburo, spiegò: “Il compagno Stalin ha chiamato i nostri scrittori ingegneri di anime umane. Che cosa significa? Che doveri vi sono conferiti da questo titolo? Prima di tutto, significa conoscere la vita cosi da poterla descrivere veridicamente nelle opere d’arte: non in un modo morto e scolastico, non semplicemente come ‘realtà oggettiva’, ma descrivere la realtà nel suo sviluppo rivoluzionario.” Ogni artista era obbligato ad aderire al realismo socialista. Agli scrittori e agli artisti di ogni genere si chiedeva di servire nelle opere gli obiettivi del Partito Comunista, propugnando una serie di vaghi dogmi ufficiali. Questa politica sarebbe rimasta in vigore, più o meno rigidamente, fin verso la metà degli anni Cinquanta, e il cinema vi si conformò rapidamente. I cineasti non potevano sperare di passare inosservati: Stalin era un appassionato di cinema e vedeva molti film nei suoi appartamenti privati; e Sumjatskij, suo diretto rappresentante, aveva l’industria in pugno. Prima di essere approvate, le sceneggiature dovevano passare ripetutamente attraverso un complesso apparato di censura, ma anche a riprese iniziate un film poteva essere sottoposto a revisione o interrotto in qualsiasi momento: un sistema burocratico ingombrante che rallentava la produzione, tanto che per tutti gli anni Trenta il numero di film completati rimase molto al di sotto del totale programmato. Per fare un film ci si doveva sottoporre a minuziosi controlli ideologici perdendo anni interi: il caso più spettacolare di questo tipo di ingerenza fu “Bezin lug” (Il prato di Bezhin), il primo progetto sonoro di Ejzenštein in Urss, di cui Sumjatskij fece interrompere la lavorazione nel 1937. Relativamente pochi cineasti subirono le punizioni più estreme, ma le vittime non mancarono: il critico e sceneggiatore Adrian Piotrovskij, che aveva sceneggiato “Cortovo koleso” (La ruota del diavolo) - un film d’avanguardia del 1926 di Kozincev e Trauberg - fu arrestato nel 1938 e morì in un campo di prigionia; anche l’operatore Vladimir Nilsen, un allievo di Ejzenštein, scomparve; a Konstantin Eggert, un regista tradizionale, fu invece impedito di fare qualsiasi film dopo il 1935. E molti altri subirono pene di vario genere. Nella speranza di incrementare la produzione e di dar vita a un cinema popolare, Sumjatskij decise di costruire una “Hollywood sovietica”: Così, dopo aver passato due mesi nel 1935 in visita agli studios americani, tentò di replicare la loro sofisticata tecnica ed efficienza. Il grandioso progetto prese vita nel 1937 ma non fu mai completato, né Sumjatskij riuscì mai a portare la produzione ai livelli previsti dal piano quinquennale: a fronte di una previsione media di oltre un centinaio di film all’anno, le cifre effettive della distribuzione restarono modeste, passando dai 94 film del 1930 fino al minimo storico di 33 nel 1936; negli anni successivi, la media si assestò attorno ai 45. Per ironia della sorte, il risultato finale della politica di Sumjatskij fu il suo arresto nel gennaio 1938: una delle motivazioni citate nell’atto che lo privava di ogni potere era lo spreco di denaro e di talento per la distruzione di “Bezin lug”. Qualche mese più tardi fu giustiziato, diventando la vittima più illustre delle purghe, e da quel momento il ruolo di Stalin nel decidere l’accettabilità ideologica di un film divenne ancora più diretto. 24 UN' ESTATE PRODIGIOSA (Shchedroye leto, 1950, di Boris Barnet) Nikolai Kryuchkov (Nazar Protsenko), Nina Arkhipova (Vera Groshko), Viktor Dobrovolsky (Ruban), Marina Bebutova (Oksana Podpruzenko). Il loro parere (…) maestro della commedia di cassetta sovietica, ma anche fine artista. Un’estate prodigiosa racconta delle storie d’amore che si instaurano in un collettivo operaio e delle dinamiche di fedeltà al regime, lavoro stakanovista (mai termine fu più adatto) e amicizia virile che intervengono dipingendo un quadro non tanto della Russia dell’epoca (ben più disastrata di quella del film) ma dei valori che la permeavano. Con ovvi obblighi dittatoriali il film esalta il valore del lavoro e della fedeltà al comunismo ma l’individualismo è dietro l’angolo. Le figure sono invidiose le une delle altre, cercano un successo personale convinti che ad esso corrisponderà anche un successo amoroso. Donne e uomini si danno battaglia per l’amore dei propri amati attraverso il lavoro e, benché lo facciano passando per i loro collettivi e i gruppi cui aderiscono, comunque la vivono come lotte private. Barnet guarda a tutto questo con un occhio incredibilmente americaneggiante, molte parti di pura commedia e di musica seguono i dettami del musical hollywoodiano e se il montaggio, com’è ovvio che sia, è di pura scuola russa (con sperimentazioni nelle transizioni a metà tra l’audacia e il demodé), l’impianto visivo è decisamente occidentale. La forza di Barnet sembra infatti non tanto risiedere nella scrittura (cosa che comunque gli fece guadagnare incassi e favori del pubblico) ma nella capacità di immaginare e “vedere” senza confini, sapendosi ispirare al cinema europeo come a quello americano. (Gabriele Nola: pellicole rovinate.blogosfere.it) Una storia di amore, gelosia e rivalità, ambientata in un kolkoz nell’URSS di Stalin. Il film è pieno della solarità della campagna russa e si avvale di una fotografia di stampo pittorico, oltre che della gioiosa energia dei canti popolari che fanno da colonna sonora. Un’opera dichiaratamente di regime, però mai retorica; piuttosto, una gustosa miscela di vita sana e buoni sentimenti, di virtù morali e debolezze umane che non smette mai, nel suo candore fuori del tempo, di accarezzare l’animo dello spettatore. Un vero toccasana per gli occhi e per il cuore. (OGM: film.tv.it, 27.5.2008) Girato in pieno stalinismo, Un’estate prodigiosa risente pesantemente della cappa ideologica che permeava l’Unione Sovietica in quegli anni. Petr è un ispettore/ragioniere incaricato di controllare la gestione di un kolkhoz gestito dal suo vecchio amico Nazar. Scoprirà che la cattiva gestione non dà i frutti sperati ma, in un collettivo sforzo (ammissione degli errori passati e rinnovato slancio lavorativo), il kolkhoz riacquisterà forza e competitività. L’assunto ideologico (necessità di autocritica, maggiore entusiasmo e collaborazione) è molto chiaro e soffoca le piccole storie d’amore che Barnet imbastisce tra i personaggi della vicenda. Il 25 tocco lieve del regista è sempre presente (le belle immagini paesaggistiche, le sequenza quasi documentarie del lavoro nei campi, le divertite scaramucce amorose), ma il risultato è un po’ legato ed è percepibile l’impaccio della regia. Piacevole, ma ancor più de Il lottatore e il clown, lontanissimo dal Barnet da urlo. (Dziga Cacace: carmillaonline.com) Il regista del film: Boris Barnet Il lavoro di Barnet nel dopoguerra è esemplificato da Agente segreto, film vincitore del Premio Stalin. In seguito è stato esposto alle influenze e ai trucchi alla Hitchcock, ciò che ha aiutato la sua reputazione all'estero facendolo distinguere dalla folla di colleghi sovietici. Lo stesso Un'estate prodigiosa appare libero e slegato completamente dagli standard correnti della produzione del tempo. Acessorista e aiuto macchinista in teatro, diciassettenne combattente nell'Armata Rossa, pugile professionista e poi attore e regista con Pudovkin, artista emerito nell'Urss 1939, Barnet è stato un pioniere del cinema moderno, un filmaker stravagante, amato dal regime e poi improvvisamente rimosso, molto vicino alla sensibilità di chi dà respiro alle immagini come Vigo o Renoir, capace di estremismi lirici e umoristici davvero audaci. IL CINEMA AL TEMPO DI STALIN, DOPO LA GUERRA Il popolo sovietico rimase attanagliato dalla miseria del dopoguerra fin nel pieno degli anni Cinquanta: i leader esortavano gli operai a maggiori sacrifici indicando nell’alleanza occidentale il nuovo nemico e la repressione politica ritornò in pieno vigore. I campi di prigionia furono invasi da soldati fatti prigionieri, profughi, fedeli di varie religioni e detenuti politici. Il Partito Comunista riaffermò rapidamente il suo dominio sulle arti. Nel 1946 il Ministro della Cultura Andrej Zdanov - che aveva diretto le purghe culturali dei tardi anni Trenta - lanciò una nuova campagna e il realismo socialista divenne, se possibile, ancora più restrittivo di quanto non fosse stato negli anni Trenta. La produzione di film era già un farraginoso processo burocratico, ma la campagna di Zdanov per la purezza ideologica portò gli studi praticamente alla paralisi: tutte le “fabbriche di film” sovietiche insieme produssero 17 lungometraggi nel 1948, 15 nel 1949, 13 nel 1950 e appena 9 nel 1951; ormai una sceneggiatura poteva vagare per due anni nei labirinti burocratici prima di ottenere l’approvazione. Micurin (1948) di Aleksandr Dovzenko e La giovane guardia (Molodaja guardija, 1947) di Sergej Gerasimov subirono “correzioni” durante la scrittura e le riprese; altri film - un caso eclatante fu quello della seconda parte di “Ivan il terribile” di Sergej M. Ejzenštein - furono del tutto proibiti. 26 La maggior parte dei pionieri del cinema degli anni Venti fu costretta all’inattività: Lev Kulešov ad esempio continuò a insegnare ma non fece più un film; la salute impedì a Ejzenštein di completare Ivan il terribile e il regista morì nel 1948 senza aver girato più niente; Vsevolod Pudovkin fece solo due film dopo la guerra e Dovženko addirittura uno. Solo Aleksandrov, Sergej Jutkevic, Fridrich Ermler e Grigorij Kozincev continuarono a lavorare, mentre la nuova generazione dei Gerasimov, Mark Donskoi, Michail Romm e Josif Chejfic conquistava i posti centrali nel cinema del dopoguerra. Il più zelante nell’adattarsi alla politica fu forse il georgiano Michail Ciaureli che con Il giuramento (Kljatva, 1945) e L’indimenticabile anno 1919 (Nezabjvaemji 1919 god, 1951) portò la venerazione per Stalin ad altezze vertiginose. Nel 1952, al congresso del Partito, fu ordinato un incremento della produzione: la trafila fu semplificata e si cominciarono ad ammettere anche sceneggiature incentrate su gente comune, purché il Partito Comunista giocasse sempre un ruolo positivo nella storia. 27 LA BALLATA DI UN SOLDATO (Ballada o soldate, 1959, di Grigori Ciukrai) Vladimir Ivasev (Alioscia), Sanna Procherenko (Sura), Antonina Maksimova (la madre), Nikolai Kriuskov (il generale), Eugeni Urbanskij (il mutilato) Il film I l contadino diciannovenne Alioscia, distintosi in battaglia (colpisce due carri nemici con un fucile mitragliatore), rinuncia a una medaglia preferendovi una licenza per andare a trovare la madre. Alla stazione incontra un soldato mutilato, che teme la moglie possa non volerlo più; Alioscia lo consola e perde il treno, ma è felice di aver visto l'uomo tra le braccia della moglie. Prosegue il viaggio su di una tradotta, dove conosce la giovane Shura, che l'accompagnerà a consegnare un pacco dono alla moglie di un commilitone che gli aveva chiesto il favore. Alioscia scopre che la donna sta ora con un altro uomo, e decide di consegnare il pacco al padre. Egli ha perduto molto tempo, saluta in fretta Shura e si dirige a Sosnovka in treno. Ma la linea è interrotta e quando finalmente giunge a casa ha solo il tempo di abbracciare la madre per poi ripartire per il fronte, dal quale non tornerà più. Il loro parere L’Urss ha fatto un bel film, un film romantico di guerra. Ma non è una guerra che ci dà fastidio. È la conseguenza dello stato di guerra, senza troppe lacrime retoriche. Il film è dedicato al soldato russo, e nel suo spirito di sacrificio e nella sua idea di dare tutto alla patria, noi pensiamo che fra quelli finora visti, sia il più riuscito. Lo diremo una volta tanto senza timore di dire una esagerazione. Grigory Ciukrai, 35 o 36 anni appena, ha fatto un’opera d’arte. (da Cannes) (Corriere Lombardo, maggio 1960) (…) Questo film si inserisce a pieno titolo nella tendenza detta “del disgelo” (iniziata con Il quarantunesimo, 1956, dello stesso regista) per il pacifismo e l’umanitarismo con cui Ciukrai affronta una tematica a metà strada tra il dramma sociale e la storia di guerra. Punto centrale della storia è l’educazione sentimentale di un giovane soldato, non ancora uomo ma non più ragazzo. L’opera non è esente da formalismi, come l’evidente virtuosismo nella resa delle situazioni fondamentali della storia. Al film è stata rimproverata “la genericità dell’assunto centrale, che si riverbera nel frammentarismo di tutta la struttura narrativa” (V.Spinazzola), ma si tratta comunque di uno dei documenti più sinceri e sentiti della reazione della nuova cinematografia 29 sovietica all’epicizzazione della guerra e all’esaltazione degli eroi positivi, proprie del realismo socialista. (Maurizio Negri -Bianca Maria Biscione: Dizionario Universale del Cinema, 1986) Ballata di un soldato di Ciukrai è il film russo che, a Cannes, parve a un certo punto contendere la palma al grosso calibro felliniano. Sono due film diversissimi. Tuttavia senza entrare nel merito di una graduatoria di cui non posseggo gli elementi, mi pare obiettivamente logico che La dolce vita avesse per ragioni cinematografiche la precedenza; per imponenza stessa della produzione, per l’impegno della regia , e soprattutto per la sua importanza dal punto di vista della scoperta di un mondo e di un costume. Non che Ballata di un soldato non porti anch’esso una sua scoperta. Però esso ha la gentilezza inattesa del fiore di campo, sbocciato di sorpresa nella serra dove grandeggiano le dalie superbe e le smaglianti azalee. E’ un film popolare, nel miglior senso del termine, tessuto di casi comuni ma intelligentemente raccontati, e di sentimenti accessibili ma genuinamente espressi. Forse ormai lo saprete a memoria perché narrato da tutti i giornali una ventina di giorni fa quando fu proiettato a Cannes, il suo intreccio ritorna adesso a distanza di pochi giorni nei resoconti della sua presentazione pubblica, ma bisognerà pure rammentare che il soggetto è l’avventura del soldatino Alioscia, il quale per un atto di valore compensato con una licenza premio in seguito a disguidi e complicazioni di quelle strade terribili, appena ha il tempo di riabbracciare la mamma, e subito ripartire per la trincea. (…) (Filippo Sacchi: Epoca, 5 giugno 1960) Il regista del film: Grigori Ciukrai Temperamento romanticamente vitale, fu fra i primi, nella generazione del “disgelo” cinematografico, a indicare nelle proprie opere la grande tradizione del realismo russo come sicuro punto di riferimento per ogni nuovo sviluppo che non volesse cadere nel gratuito o imitativo sperimentalismo formale. Grigori Ciukrai fu anche il primo regista a uscire dai confini dell’Urss conquistando nel 1960 a Cannes il Premio speciale con Ballata di un soldato. Allievo del cineasta Michail Romm, esordì nel 1956 con Il quarantunesimo, fra i primi film a segnare il cosiddetto “disgelo” del cinema sovietico. In campo cinematografico gioca lo stesso ruolo del romanzo di Erenburg. Nel 1963, in contrasto col Politburo, fece premiare al Festival di Mosca Otto e mezzo di Federico Fellini guadagnandosi la stima degli anticonformisti ma anche l’esclusione da tutti i ruoli artistico-istituzionali. Nel 1979 girò in coproduzione con l’Italia La vita è bella, con Ornella Muti e Giancarlo Giannini. Nel 1961 Cieli puliti. Nel 1965 diresse C’era una volta un vecchio e una vecchia. Il film di Ciukrai non introduce sostanziali innovazioni sul piano formale e contenutistico; la vera novità dell’opera risiede più in un ritorno al passato, rivissuto più con l’inquietudine del presente che non in una prospettiva realmente nuova, aperta, rivoluzionaria. Scrive Gianni Rondolino: “L’importanza dei film di Ciukrai e di altri registi del periodo fu sicuramente superiore alla loro effettiva validità artistica e culturale. Il discorso avviato dai registi sovietici degli Anni Sessanta, volto a una revisione del passato, è apparso poco audace, incerto nell’affrontare il problema in tutte le sue connessioni, nella fitta schiera dei guasti introdotti dalla sedimentazione di una ideologia autoritaria e burocratica. Più felici sembrano quelle opere che, limitandosi all’analisi delle psicologie e optando per l’indagine dei sentimenti, hanno reso possibile la manifestazione della fisionomia di un popolo ritratto nella sua semplicità e verità. 30 IL CINEMA AL TEMPO DI KRUSCEV Dopo la morte di Stalin e soprattutto dopo il XX congresso del partito, in concomitanza con i fermenti politici e sociali, la produzione cinematografica aumenta considerevolmente. Con Kruscev si assiste ad una vera e propria apertura culturale ed artistica, ad una revisione dei modi e delle forme del “realismo socialista” pur senza abbandonarne i presupposti teorici. Il disgelo si esaurì rapidamente, nella sfera politica, con il soffocamento della rivoluzione ungherese nel 1956, e in campo artistico con gli attacchi del 1958 al romanzo di Boris Pasternak Il dottor Zivago. Nel 1961 Kruscev lanciò tuttavia una nuova campagna di destalinizzazione invocando apertura e maggiore democrazia: intellettuali e artisti risposero con entusiasmo favorendo l’emersione di una cultura sovietica più giovane. Al cinema la maggior parte dei vecchi registi continuò a lavorare secondo tradizione: La signora dal cagnolino (Dama s soba?koj, di Josif Chejfic, 1959) ricorre banalmente alla profondità di fuoco di moda negli anni Cinquanta per raccontare una storia d’amore in una classe in declino. Fedele al suo stile monumentale, Michail Romm assunse una posizione più liberale in Nove giorni in un anno (Devjat’ dnej odnogo goda, 1962), un film sociale sulle radiazioni atomiche. Anche se Romm era stato uno dei principali autori stalinisti, dopo il disgelo si rivelò un progressista che avrebbe formato e incoraggiato molti dei più importanti registi del dopoguerra. Una nuova enfasi sulla gioventù affiorò evidente in parecchi film sull’infanzia; altri autori e colleghi stranieri si stavano concentrando su giovani adulti nel mondo contemporaneo; lo scrittore Vasilij Šukšin diresse Vive così un uomo (Zvët takoj paren’, 1964), nel quale un bonario camionista scopre in URSS il mondo degli adolescenti. Il più celebrato dei giovani registi fu Andrej Tarkovskij, figlio di un affermato poeta e allievo di Romm alla VGIK. Come molti suoi coetanei, Tarkovskij si interessò al cinema d’arte europeo e in particolare a Bergman, Bresson e Fellini. Il suo primo lungometraggio, L’infanzia di Ivan (Ivanovo detstvo, 1962), vinse a Venezia e divenne uno dei film sovietici più ammirati degli anni ‘60. La nuova libertà ebbe vita breve: quando Kruscev denunciò Mne dvadcat’ Let (Ho vent’anni, di Marlen Khutsiev, 1963) come un insulto alle vecchie generazioni, per il cinema nuovo cominciarono i problemi. 31 LA CONGIUNZIONE DEI PIANETI (Parad pianeta, 1984, di Vadim Abdrashitov) Oleg Borisov (Kostin), Sergei Shakurov (Sultan), Sergei Nikonenko (Afonin), Aleksandr Pashutin (Spirikin), Pyotr Zaychenko (Pukhov), Aleksei Zharkov (Slonov). Il film scena per scena Alcuni scienziati sono al lavoro in un osservatorio astronomico. Uno di essi, un fisico, tornando a casa trova nella buca delle lettere un avviso di richiamo alle armi per le periodiche manovre militari. Il suo grado è quello di tenente e comanderà un'unità di artiglieria. Insieme con il macellaio "Sultan", anch'esso richiamato, e un terzo uomo caricato su un sidecar, si presenta in divisa alle esercitazioni. Altri si aggiungono al gruppetto, tra cui un onorevole e un architetto. Passati in rivista, i richiamati formano un plotone di sei unità cui viene affidata la missione di posizionare un cannone sulla riva di un fiume allo scopo di impedire che i carri armati "nemici" guadino il fiume stesso. Superate le difficoltà per raggiungere la postazione assegnata, bivaccano la notte e osservano il cielo dove sta per realizzarsi la congiunzione dei pianeti, che tuttavia non può essere vista se non con cannocchiali adeguati. La mattina il cannone è pronto, caricato e puntato in direzione dell'altra sponda del fiume. Avvistati i carri "nemici" i nostri iniziano a sparare e colpiscono il mezzo che apre la colonna. I "nemici" tentano un passaggio alternativo, ma il plotone è pronto a sparare anche questa volta sul primo carro. Da questo scende l'equipaggio, che deride allegramente il componente del plotone che spara su di loro con il mitra. Sopraggiunge la campagnola del generale il quale, pur valutando positivamente l'azione, annuncia che il plotone è stato annientato da un missile e pertanto non esiste più: possono tornarsene tutti a casa. Intanto si bagnano nel fiume scherzando sul fatto di non esserci più. In abiti civili, i sei del plotone prendono la strada di casa. Perdono un treno, dormono in un ostello, quattro di loro salgono su un autobus all'alba alla ricerca della località che secondo le consegne originarie avrebbero dovuto raggiungere dopo la loro azione. Alla fermata scendono e trovano gli altri due compagni giunti in autostop. Tutti e sei avvertono la bella sensazione di essere liberi e sciolti da ogni responsabilità. In una località s'imbattono in donne bellissime, tessitrici in una fabbrica: c'è un ballo quella sera, e al suono di "Ciliegi rosa" i sei danzano, ciascuno con un diverso approccio verso la propria dama. Saliranno poi su una vorticosa giostra e quindi s'inoltreranno nel bosco fino a raggiungere il fiume, dove nuoteranno tutti insieme. Una giovane chiede al tenente di portarla con sé, ma l'uomo rifiuta. Sempre a nuoto i sei si allontanano da soli approdando su una riva che non sembra la stessa da cui si erano immersi. Ritrovano comunque i propri vestiti. Uno di essi si meraviglia di essere riuscito a nuotare, giacché non ne era mai stato capace. Si riscaldano al tepore di un fuoco acceso nella boscaglia e avvertono fra loro una vicinanza che li fa sentire bene. Nella notte rischiarata dalle fiamme del fuoco e dal cielo divagano sulla congiunzione dei pianeti, e al mattino s'inoltrano nel bosco cercando di riprendere il cammino. S'imbattono in un chimico in vacanza che fa campeggio. Gli chiedono di vendere loro la barca e alla fine lo convincono a mettersi ai remi e accompagnarli. Costeggiando vedono altre persone campeggiare in una bella natura selvaggia. Una volta sbarcati (il chimico d'ora in poi rimarrà con i sei), camminando nei boschi giungono in un villaggio popolato da soli anziani che dall'abbigliamento e dalle divise mostrano un'antica dignità. Tutti salutano compunti i sette viandanti. Al posto di ristoro a cui sono stati accompagnati si rivela33 no per quello che sono, deludendo i locali che si aspettavano l'arrivo di chi facesse manutenzione alle loro decadenti strutture. Ma anche fuori dal posto di ristoro sono attesi da quello strano popolo, e un'anziana signora si rivolge al tenente come fosse suo figlio. Questi, per non ferirla, accetta di andare a casa sua, mentre gli altri insieme ai vecchi camminano come in un corteo di silenziosi fantasmi. Quando il tenente, lasciata la donna, ritorna dai suoi, trova tutti radunati a guardare in cielo, compagni e anziani: aspettano di assistere all'allineamento dei pianeti, evento che si verifica una volta ogni mille anni. Dopo aver dormito sulla paglia, la mattina seguente i sette proseguono il cammino tra le betulle e raggiungono la periferia di una città con i suoi grossi condomini. Giunti in centro il gruppo si separa. Sanno che non verranno più richiamati per raggiunti limiti di età. Ciascuno rientra nel proprio ambito. Anche il tenente si allontana pensando ai compagni di quella straordinaria avventura. Il loro parere In un surreale gioco di pazienza, questa storia di una fantasia vissuta da un insieme eterogeneo di quattro uomini cattura l’immaginazione visiva con le sue immagini e lascia un grande punto interrogativo. Gli uomini si riuniscono quando sono chiamati per manovre militari in un equivalente corpo civile di riserva. La loro formazione è periodica; due anni prima erano già stati chiamati. Nel corso di questa stagione di manovre, essi finiscono per essere presto “uccisi”, così da ottenere del tempo per rimanere in giro prima di tornare a casa, e hanno inizio strani eventi. Prima gli uomini capitano in una città di belle donne, vanno a nuotare in pelle di bufalo, poi approdano in un’isola deserta, e più tardi, si trovano con un gruppo di anziani, e alla fine assistono ad un evento astronomico che capita solo ogni mille anni. (Eleanor Mannikka: Guida film ) (…) In Parad Pianeta (1984), un film esistenziale, con Oleg Borisov, Sergei Shakurov e Sergei Mikonenko e con altri, sette uomini stanno cercando di trovare la loro strada di ritorno a casa dopo un addestramento militare in cui sono “uccisi” da un missile nemico. Nella ricerca di ritorno passano attraverso esperienze mistiche nel campo di battaglia, poi in una “città delle donne”, in una casa di riposo, e, infine, assistono a una parata dei pianeti, un raro evento cosmico che accade una volta in mille anni . (Steve Shelokonov) (…) Si noti che la città delle donne rappresenta ad un “livello allegorico” un’altra ricerca per le avventure dei “supermen” mentre ad un livello terreno la città è solamente una città provinciale che lavora nel tessile, dove la maggioranza della popolazione consiste in tessitrici non sposate. (Konstantin Shcherbakov: Film Art Iskusstvo Kino, 1984) La narrazione è abbastanza semplice: un gruppo di veterani della Guardia Rossa sono inaspettatamente “uccisi”, durante un fine settimana di manovre, e trovandosi con un ampio tempo libero, partono per una lunga odissea in un panorama sempre più inquietante: una città popolata solo da donne, deserte foreste, una sinistra casa di riposo per anziani. Alcuni passaggi sono quasi imbarazzanti e ricordano allegorie della Hollywood hippy anni 34 ‘60 (in particolare il bagno nudi al suono di Beethoven); altri momenti hanno una poesia sfuggente. Come fantasmi che infestano la psiche contemporanea russa: tutto quello che sono non è esattamente chiaro. (GA: Time Out Film Guide) (…) Abdrashitov e Mindadze cominciarono il loro lavoro in un momento in cui il cinema di “angoscia morale” è sviluppato come una tendenza leader dell’Europa dell’Est. Il loro primo lavoro può essere descritto come una estensione russa di questa in direzione dell’Europa centrale.. Problemi morali sono appunto al centro della loro prima collaborazione, Zashchity dlia Slovo (1976). Elementi di fantasia e realismo magico sono stati spesso utilizzati da Mindadze e Abdrashitov, soprattutto Okhota na LIS (1980) e Parata dei Pianeti (1984). Nel primo film, alcuni dei personaggi indossano auricolari futuristici e sono impegnati in un gioco rituale elaborato; nel secondo i protagonisti sono disegnati in manovre simboliche e in fantastici viaggi nel tempo e nello spazio.. L’uso selettivo di elementi di sci-fi è un dispositivo che consente a Mindadze e a Abdrashitov di fare appello alla intelligenza, piuttosto che alle emozioni del pubblico. (Nicholas Galichenko: Glasnost: Cinema sovietico risponde, Austin, 1991) Il regista del film: Vadim Abdrashitov Vadim Abdrashitov, specializzato in drammi intellettuali, ha analizzato la debolezza politica e morale della burocrazia in seguito alla dissoluzione dell'Unione Sovietica, incentrando la sua ricerca su come il comunismo ha condizionato la vita della gente comune. Cineasta indipendente influenzato dalla liberazione della vita culturale durante il disgelo di Kruscev, è oggi una notorietà internazionale spesso presente a vari festival e premiato a Berlino e a Venezia. E' nato nel 1945, a Kharkov, Ucraina, URSS (oggi Kharkov, Ucraina). Da giovane venne talmente impressionato dal volo spaziale del primo cosmonauta russo Yuri Gagarin che lasciò i suoi genitori per trasferirsi a Mosca a studiare fisica nucleare. Tra il 1970 e il 1974 Abdrashitov studia cinema sotto la direzione di Mikhail Camera presso l'Istituto statale di Cinematografia di Mosca . Dopo la morte di Camera prosegue gli studi cinematografici sotto Lev Kulidzhanov laureandosi come regista. Il film del suo debutto è Ostanovite Potapova! (1974), una commedia satirica basata sulla sceneggiatura da Grigori Gorin. Nel 1975 Abdrashitov incontra l'allora sconosciuto scrittore Aleksandr Mindadze, incontro che segna l'inizio della loro fruttuosa collaborazione. Nei trent’anni successivi. Abdrashitov e Mindadze realizzano una dozzina di film, molti dei quali insigniti di prestigiosi riconoscimenti. Piombo - Un gioco pericoloso (Plyumbum, opasnaya Igra, 1986) è stato premiato con Medaglia d'Oro al 44° Festival di Venezia. In questo che è forse il loro film più noto, Abdrashitov e Mindadze hanno avuto il coraggio di esaminare criticamente gli effetti della politica sovietica sul popolo, attenti a presentare le loro storie con finezza e moderazione per evitare censure e persecuzioni. Abdrashitov ha vinto un Premio di Stato dell'URSS per il suo quarto film, Ostanovilsya Poyezd (1983). 35 IL CINEMA AL TEMPO DI BREZNEV E OLTRE Nel 1964 Kruscev stesso fu costretto a dimettersi e alla guida del Partito gli subentrò il conservatore Leonid Breznev: sotto la rubrica “sviluppo armonico” questi bloccò le riforme e strinse le maglie del controllo sulla cultura. I film anticonformisti furono girati di nuovo o messi al bando: Storia di Asia Kljafina che amò senza sposarsi di Andrei Koncalovskii, ultimato nel 1966, fu messo al bando con l’accusa di oltraggio alla vita contadina; Commissario del popolo (Kommissar, 1967) di Alexander Askoldov fu soppresso per aver dipinto personaggi ebrei in modo positivo; quanto a Grigorii Cuchrai, quando fu bloccato il suo Inizio di un’epoca sconosciuta (Nachalo nevedomago veka, 1967) chiuse il suo studio sperimentale. Nonostante le pressioni politiche, molti film dell’era brezneviana affrontavano temi di particolare interesse per i giovani e gli intellettuali. Sulla scena si imposero due registe importanti: Larisa Šepit’ko, che in Kryl’j (Ali, 1966) racconta di una donna pilota costretta a cambiare mestiere e a divenire supervisore scolastico, e Kira Muratova, il cui Korotkie v strechi (Brevi incontri, 1968) ci mostra un uomo dal duplice punto di vista di due donne innamorate di lui. Gli studi delle Repubbliche sovietiche, più vicini alle tradizioni popolari e meno vulnerabili alle censure ufficiali, produssero alcuni film di ambigua poesia. Il più anziano dei “nuovi” registi, Sergej Paradžanov, era cresciuto in Georgia, si era laureato alla VGIK nel 1951 e negli anni Cinquanta aveva realizzato in Ucraina diversi film. Il suo Le ombre degli avi dimenticati (Teni zabytych predkov, 1965) descrive un uomo ossessionato dalla morte della donna che amava, un soggetto popolare raccontato però con una raffica di trovate convulsamente moderniste e ripreso con una mobilissima macchina a mano che sobbalza veloce tra i paesaggi: Paradzanov ci propone inquadrature prese dai tetti delle case, composizioni di staticità cerimoniale e brusche immagini soggettive. Lo stile aggressivo di Paradzanov indusse le autorità a limitare la circolazione del film in URSS ma gli consentì anche di raccogliere oltre una dozzina di premi internazionali. Dietro la facciata del regime di Breznev, l’URSS ristagnava: la produzione agricola e industriale era diminuita, così come erano peggiorate le condizioni di salute e di vita; la corruzione, l’inefficienza e gli impegni militari stavano prosciugando le risorse dello Stato. Michail Gorbaciov, salito al potere nel 1985, rivelò che il Paese era sull’orlo del crollo finanziario e annunciò che l’URSS non avrebbe più sostenuto gli Stati dell’Europa orientale, provocando il rovesciamento dei loro regimi comunisti: un altro disgelo era cominciato. Il regime stalinista fu completamente demolito e i cittadini ebbero la possibilità di criticare gli errori della politica economica del passato. I registi acquisirono una libertà di agire senza precedenti: La fredda estate del ‘53 (Kholodnoye letopyatdesyat tretyego, 1987), una sorta di western sovietico che presenta un paese terrorizzato da una banda di ex detenuti politici, attacca la politica di Stalin; Gli occhi di carta di Prišvin (Bumazhnye glaza Prišvina, di Valerij Ogorodnikov, 1989) descrive i primi giorni della televisione sovietica non risparmiando stoccate al cinema di propaganda e realizzando una memorabile sequenza che accosta dei cinegiornali al massacro sulla scalinata di Ejzenštejn, così da indurre gli spettatori a pensare che Stalin stia scegliendo le vittime da un balcone. La maggior parte di questi film non sarebbe mai stata realizzata se la perestroika non si fosse aperta verso l’industria cinematografica. Nel 1986 il cinema veniva affidato a unità produttive libere, simili al modello dell’Europa orientale e la censura fu notevolmente allentata. La glasnost e la perestroika concessero più autonomia alle repubbliche: in Kazakistan, registi quasi 36 punk realizzarono opere come L’ago (Igla, di Rashid Nugmanov, 1988), un film sulla droga influenzato dal melodramma hollywoodiano, da Fassbinder e dai road movie di Wenders; in Georgia, Aleksander Rekhviashvili diresse Il gradino (Sapexuti, 1986), un film avventuroso e ironicamente assurdo sulle abitudini senza senso della vita sovietica di tutti i giorni; prima di morire, nel 1990, Paradžanov realizzò Asik Kerib (1989), adattamento letterario profondamente trasformato dal suo trattamento ritualizzato delle leggende della Georgia e dei costumi etnici. Mentre aumentava l’interesse della critica nei confronti del nuovo cinema sovietico, i tentativi di Gorbaciov di trasformare radicalmente il comunismo si dimostrarono inefficaci; nel 1989, il governo cominciò a esigere la redditività dagli studi cinematografici e incoraggiò i registi a formare società private e cooperative indipendenti. I produttori poterono in questo modo accedere alla distribuzione, in precedenza dominata unicamente dal Goskino. Secondo la nuova pianificazione, il Goskino era il centro di smistamento dei finanziamenti, ma nel 1990 fu smantellato e il cinema diventò un’impresa completamente privata. La riduzione dei finanziamenti statali raggiunse il livello minimo; l’economia libera era in realtà un mercato anarchico: nessuna legislazione regolava l’attività cinematografica, la pirateria era in continuo aumento, compagnie clandestine sfornavano film pornografici, spesso per riciclare denaro sporco. Il numero degli spettatori scese fino a un decimo della capacità dei cinema e i nuovi imprenditori fallirono in gran parte. A causa della svalutazione del rublo i costi di produzione aumentarono dieci volte. Il prodotto locale doveva inoltre affrontare nuovi concorrenti: il mercato era dominato da vecchi film hollywoodiani o a basso costo che catturavano il 70% degli spettatori. 37 PICCOLO GLOSSARIO ALEKSANDR NEVSKIJ Aleksandr Nevskij venne incaricato di difendere le terre del nord-ovest russo dagli svedesi e dai tedeschi. Il 15 luglio 1240 attaccò e sconfisse l’esercito svedese appena sbarcato alla confluenza dei fiumi Neva e Ižora. Come risultato della battaglia il giovane Aleksandr ricevette il soprannome, appunto, di Nevskij, relativo, cioè, alla Neva. Con la minaccia di invasione da parte dei Cavalieri dell’Ordine Teutonico le autorità di Novgorod lo richiamarono; ritornato dal suo “esilio” nella primavera del 1241, raccolse in breve tempo un esercito e ricacciò gli invasori indietro. Nella battaglia decisiva Aleksandr ed i suoi soldati resistettero alla cavalleria teutonica. Nevskij fronteggiò il nemico sul ghiaccio che copre il lago Peipus. I fanti russi accerchiarono e sconfissero un esercito di cavalieri teutonici montati a cavallo. CAVALIERI TEUTONICI L’Ordine Teutonico è un antico ordine monastico-militare e ospedaliero sorto in Terrasanta all’epoca della terza crociata ad opera di alcuni mercanti di Brema e Lubecca per assistere i pellegrini tedeschi. A differenza degli altri ordini che professavano un ecumenismo cristiano “europeo”, i Teutonici rimasero vincolati fin dalle origini ad un’idea nazionale rigidamente circoscritta alla Vaterland germanica. In altre parole, mentre Templari e Ospitalieri costituirono autentiche “multinazionali della fede, i Cavalieri Teutonici non furono che dei tedeschi associati tra loro per un’impresa straordinaria in terre lontane. Benché fossero valorosamente impegnati nelle terre d’oltremare a fianco dei Templari e degli Ospitalieri, i Teutonici allargarono il loro campo d’azione nelle regioni del nord-est, dove vi erano da cristianizzare le tribù baltiche e le inesplorate lande orientali. Qui, fin dall’inizio del secolo XIII, intrapresero una complessa opera d’insediamento e di conquista. DISGELO Morto Stalin gli succede Nikita Kruscev. Nella Seconda metà degli anni Cinquanta mutano i protagonisti della politica internazionale e si assiste a un lento “disgelo” nei rapporti tra le due superpotenze, che sembra portare alla fine della guerra fredda. Il termine “disgelo”deriva da un fortunato romanzo di Ilja Erenburg, appunto Il disgelo, uscito in URSS nel 1954 e subito diffuso in numerosi paesi stranieri. Negli anni che seguono si apre la strada allo svolgimento di incontri tra i capi delle superpotenze in cui fissare principi e forme per la coesistenza del mondo comunista e di quello occidentale. Nel 1956 Kruscev, nel corso del XX congresso del Partito comunista sovietico denuncia i crimini commessi da Stalin. Ha così inizio il processo di “destalinizzazione” (vengono abbandonati i metodi e la politica dell’ex dittatore). La marcia verso il disgelo è accelerata dall’elezione del Presidente John Kennedy negli USA nel 1961. Il dialogo tra le due superpotenze è più facile e il nuovo presidente mostra disponibilità a proseguire il cammino nel solco della distensione. Oltretutto il “disgelo” produsse i suoi effetti in maniera graduale, di anno in anno, in un progresso di liberalizzazione e sburocratizzazione voluto dalle stesse autorità (da 39 Kruscev in particolare) con chiari intenti di politica interna ed estera. Il culmine dello sviluppo di tale processo di destalinizzazione si ha nel 1962: nel campo dell’arte è proprio in quell’anno che si verificano fatti molto importanti. Il poeta Evtuscenko lancia messaggi anticonformistici, Solzenicjn scrive e riesce a pubblicare “Una giornata di Ivan Denissovíc” sui campi di concentramento staliniani. In campo cinematografico escono il film d’esordio di Tarkovskij, L’infanzia di Ivan e il film di Michail Romm, Nove giorni di un anno. GUERRA FREDDA Fu definita “guerra fredda” la contrapposizione che venne a crearsi alla fine della seconda guerra mondiale tra due blocchi internazionali, generalmente indicati come Occidente (gli Stati Uniti d’America, gli alleati della NATO e i Paesi amici) e Oriente, o più spesso blocco socialista (l’Unione Sovietica, gli alleati del Patto di Varsavia e i Paesi amici). Tale tensione, durata circa mezzo secolo, pur non concretizzandosi mai in un conflitto militare diretto (la disponibilità di armi nucleari da entrambe le parti avrebbe irreparabilmente distrutto l’intero pianeta), si sviluppò nel corso degli anni su vari campi: militare, spaziale, ideologico, psicologico, tecnologico, sportivo. Il termine fu introdotto nel 1947 dal consigliere presidenziale Bernard Baruch e dal giornalista Walter Lippmann per descrivere l’emergere delle tensioni tra due alleati della seconda guerra mondiale. La fase più critica e potenzialmente pericolosa della guerra fredda fu quella compresa fra gli anni cinquanta e settanta. Già dai primi anni ottanta i due blocchi avviarono un graduale processo di distensione e disarmo; tuttavia la fine di questo periodo storico viene convenzionalmente fatta coincidere con la caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989). MURO DI BERLINO Il Muro di Berlino eretto dal regime comunista della Germania Est era una barriera in cemento alta circa tre metri e mezzo che separava Berlino Ovest da Berlino Est e dal resto della Repubblica Democratica Tedesca. Il muro ha diviso in due la città di Berlino per 28 anni, dalla sua costruzione (iniziata il 13 agosto del 1961) fino al suo smantellamento, ed era considerato un simbolo della Cortina di ferro. Lo storico smantellamento avvenne il 9 novembre 1989, a causa della sua inutilità seguita allo smantellamento - avvenuto il 23 agosto 1989 – della Cortina di ferro da parte dell’Ungheria, e del successivo esodo di tedeschi dalla DDR a partire dall’11 settembre dello stesso anno. Durante questi anni, secondo i dati ufficiali, dalle guardie comuniste furono uccise almeno 133 persone mentre cercavano di superare il muro verso Berlino Ovest, ma in base a numerose testimonianze le vittime furono più di 200. Il 9 novembre 1989, dopo diverse settimane di disordini pubblici, il Governo della Germania Est annunciò che le visite in Germania e Berlino Ovest sarebbero state permesse; dopo questo annuncio una moltitudine di cittadini dell’Est si arrampicò sul muro e lo superò, raggiungendo gli abitanti della Germania Ovest dall’altro lato in un’atmosfera festosa. La caduta del muro di Berlino aprì la strada alla riunificazione tedesca che fu formalmente conclusa il 3 ottobre 1990. 40 TISSE’ Eduard Tissé nacque a Litan, in Lettonia (all’epoca sotto il dominio dell’Impero Russo). Nel 1918 entrò quasi casualmente nel mondo del cinema, sostituendo un collega impossibilitato a curare la fotografia del film Signal di Aleksandr Arkatov. Conobbe tuttavia fama in questo ambiente solo a partire dal 1925, anno in cui conoscerà Sergej Mikhajlovic Ejzenštejn e lo assisterà curando la fotografia di Sciopero! e La corazzata Potëmkin. Il sodalizio con il grande regista russo durerà per tutta la carriera, e Tissé verrà chiamato a dirigere la fotografia di tutte le opere di Ejzenštejn. URSS L’Unione Sovietica fu una delle nazioni più diversificate del mondo dal punto di vista etnico, con oltre 100 distinte etnie nazionali che vivevano all’interno dei suoi confini. La popolazione totale venne stimata in 293 milioni nel 1991. L’Unione Sovietica era talmente estesa che anche dopo che tutte le sue repubbliche ottennero l’indipendenza, la Russia rimase la più grande nazione per superficie, ed è ancora abbastanza differenziata dal punto di vista etnico, comprendendo ad esempio minoranze di Tatari, Udmurti, e molte altre etnie non russe. Il suo territorio si estende per circa 3.500 km da Nord a Sud e per quasi 10.000 km da Ovest ad Est. Il meridiano centrale passa all’incirca lungo il fiume Enisej, dividendo il territorio ad Ovest e ad Est in due parti quasi uguali. Per rendersi conto dell’estensione della Russia si consideri che, in estate, quando il sole tramonta nelle zone occidentali sorge in quelle orientali. Questo rende particolarmente differenziate la flora e la fauna presenti nel suo immenso territorio. La Russia ha circa 40.000 km di confini; ad Ovest confina con vari stati europei e con alcune repubbliche dell’ex Unione Sovietica, a sud con gli stati dell’Asia Centrale, a Nord e ad Est con tre oceani (Mar Glaciale Artico, Oceano Atlantico, Oceano Pacifico). Basti pensare che il treno che va da un estremo all’altro, viaggiando in continuazione, impiega 14 giorni. 41 SOMMARIO