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Osservatorio permanente
delle attività e delle risorse
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Caritas Diocesana di Brescia
QUARTO RAPPORTO SULLE
CONDIZIONI
DI POVERTÀ A BRESCIA
Caritas Bresciana - Quaderni n. 6
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
INTRODUZIONE
Il quarto rapporto si pone, per un verso, in linea di continuità
rispetto allo scorso anno, ospitando la prosecuzione dell’analisi
del reddito delle famiglie bresciane fatta in collaborazione con
l’Ufficio statistica del Comune di Brescia: emerge, dai dati presi
in esame, una sostanziale conferma di quanto ormai è evidente
anche a livello nazionale e cioè una situazione di progressiva difficoltà delle famiglie a mantenere i livelli di consumo del passato, in un momento di difficoltà economica e sociale molto complessa.
Per un altro verso, si sono affrontati temi nuovi o, meglio, si è
cercato di approfondire qualche elemento emerso lo scorso
anno.
In particolare, sono presentati due contributi: uno, dedicato
alla questione della tutela dei minori, l’altro, alle problematiche
degli anziani.
Non a caso abbiamo voluto intraprendere questi due percorsi
di analisi, poiché in momenti di disagio sociale forte come quelli
che stiamo vivendo, sono proprio le fasce deboli della popolazione, cioè i minori e gli anziani, a scontare spesso le conseguenze più gravi: non solo perché hanno un “potere” economico
scarso e nullo ma anche perché spesso le tensioni emotive e personali derivanti dalle difficoltà economiche possono colpire, in
un nucleo familiare, chi è più debole e indifeso.
In questa prospettiva vanno lette anche le interviste ad alcune
persone che, pur avendo un posto di lavoro fisso (o quasi) e uno
stipendio, pure sono costrette oggi ad affrontare difficoltà e privazioni di ogni tipo, allontanandosi sempre di più da un tenore di
vita dignitoso e vedendo limitate molte delle loro possibilità.
L’analisi dei dati dei vari servizi collegati alla Caritas rafforza
questa sensazione di impoverimento e di progressiva mancanza
di punti di riferimento saldi per poter vivere dignitosamente la
propria esistenza.
Si conferma, ad una prima lettura dei dati, la tendenza già
emersa lo scorso anno di una crescente difficoltà delle donne a
far fronte a problemi economici e di sostentamento, con in più
5
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Osservatorio permanente delle povertà e delle risorse - Diocesi di Brescia
l’emersione di un orizzonte complessivo di difficoltà per quanto
riguarda i nuclei familiari che possono disporre di un solo reddito medio per far fronte alle spese quotidiane: sono purtroppo
tante le storie di difficoltà delle famiglie che non riesconopiù a
far fronte alle necessità immediate e sono costrette a cercare
aiuto presso strutture di solidarietà.
Il tema dell’impoverimento di alcuni strati della popolazione
non può certo lasciare indifferente una realtà come quella della
Caritas, da sempre attenta alla lettura dei fenomeni di disagio per
meglio operare nella concretezza della società, sostenendo chi si
trova in difficoltà e collaborando con Enti e istituzioni ad individuare soluzioni e progetti.
6
Anche questo volume, come quello dello scorso anno, termina con una riflessione di carattere teologico sulla povertà e sulla
carità, a sottolineare la natura pastorale di questo lavoro, nel
segno delle parole del Santo Padre che, nella Novo millennio
ineunte (n.50), afferma che “dobbiamo fare in modo che i poveri
si sentano, in ogni comunità cristiana, come « a casa loro ». Non
sarebbe, questo stile, la più grande ed efficace presentazione
della buona novella del Regno? Senza questa forma di evangelizzazione, compiuta attraverso la carità e la testimonianza della
povertà cristiana, l'annuncio del Vangelo, che pur è la prima
carità, rischia di essere incompreso o di affogare in quel mare di
parole a cui l'odierna società della comunicazione quotidianamente ci espone. La carità delle opere assicura una forza inequivocabile alla carità delle parole”.
Offriamo pertanto questo contributo a quanti, ai livelli più
diversi, possono agire per alleviare i disagi e le sofferenze dei
bisognosi, per costruire una comunità più giusta e più solidale.
Don Pier Antonio Bodini
Direttore Caritas Diocesana
e Delegato Regionale
Caritas Lombarda
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
REDDITO DISPONIBILE
E AUTONOMIA DELLE FAMIGLIE
A BRESCIA NEL 2000
di Marco Palamenghi#, Luigi Riva## e Marco Trentini#
INTRODUZIONE
L’anno scorso1 abbiamo iniziato una proficua collaborazione con
la Caritas Diocesana, con l’obiettivo di fornire a chi opera a stretto contatto con le situazioni di maggiore disagio sociale ed economico strumenti quantitativi di analisi utili a valutare e orientare
la propria attività.
Il nostro approccio, basato sull’analisi dei redditi e dell’autonomia delle famiglie, consente di considerare lo stato di indigenza
o la povertà non tanto, e non solo, come una condizione dell’individuo ma anche, e soprattutto, come una condizione e un problema delle famiglie, che sono il soggetto sociale che, nel suo
complesso, è coinvolto dalle vicende individuali dei suoi componenti.
L’approccio consente inoltre di graduare le situazioni familiari,
individuando le fasce di popolazione a rischio e le loro caratteristiche sociali ed economiche, fornendo elementi operativi che
consentono anche di verificare l’effetto delle politiche (sociali,
fiscali, tariffarie) sulle famiglie.
L’utilizzo del concetto di autonomia delle famiglie risulta di particolare interesse perché coglie l’aspetto strutturale, vale a dire la
presenza/assenza di elementi socio-demografici ed economici
che condizionano la famiglia nel medio-lungo periodo.
L’indicatore di autonomia può essere raffinato introducendo l’elemento del reddito come criterio per “ordinare” le situazioni individuate.
Di seguito, riprendendo quanto già sviluppato nei precedenti lavori, incrociamo i risultati dell’analisi basata sugli indicatori di autonomia delle famiglie con quelli derivati dall’analisi dei redditi.
Nei precedenti lavori si sono seguiti due approcci, tra loro paralleli e riferiti alla disponibilità di dati di diversa natura.
# Unità di staff Statistica del Comune di Brescia. Marco Palamenghi ha curato la stesura della nota.
## Università degli Studi di Brescia, Facoltà di Economia e commercio, Dipartimento Metodi quantitativi.
1 Si veda: Osservatorio permanente delle povertà e delle risorse, Terzo rapporto sulle condizioni di povertà a
Brescia, Caritas Bresciana, 2003. Si vedano inoltre le pubblicazioni realizzate dall’Unità di staff Statistica in
cui vengono affrontati questi temi, secondo differenti approcci, e talora applicate le metodologie di analisi
presentate in questo documento.
7
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Osservatorio permanente delle povertà e delle risorse - Diocesi di Brescia
Il primo approccio, già sperimentato utilizzando i dati della
popolazione residente al censimento 1991, è stato condotto con
l’analisi del grado di autonomia delle famiglie.
E’ uno strumento di analisi che, in assenza di dati sui redditi
delle persone e delle famiglie, consente di valutare l’autonomia
delle famiglie in base al rapporto tra il numero di redditieri e di
consumatori di ciascuna famiglia.
Il secondo, basato invece sulla stima dei redditi familiari, ha consentito analisi più dettagliate sulla situazione economica delle
famiglie campione. Ciò ha permesso, come vedremo meglio in
seguito, di individuare alcune variabili di particolare efficacia
esplicativa nell’analisi delle condizioni economiche delle famiglie, con particolare riguardo alle situazioni di deprivazione.
Incrociare tra loro informazioni strutturali (gli indicatori di autonomia delle famiglie) con informazioni congiunturali (analisi dei
redditi) consente non solo di analizzare in maniera più approfondita questo importante tema, ma anche di affinare una metodologia di studio, nel complesso relativamente semplice da realizzare, replicabile anche in altre realtà e livelli territoriali.
8
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
IL GRADO DI AUTONOMIA DELLE FAMIGLIE
La famiglia è intesa come l’organizzazione elementare che provvede al
soddisfacimento dei bisogni dei suoi componenti: “l’autonomia delle
famiglie è definibile come l’ampiezza del ventaglio delle scelte che la
stessa può, sensatamente, prendere in esame nei suoi processi
decisionali”2.
Intuitivamente, e a parità di altre circostanze, si conviene che una famiglia
con più risorse abbia anche maggior autonomia in quanto può scegliere in
un ventaglio oggettivamente più aperto di quello di una famiglia con risorse minori.
La famiglia con più risorse (il padre o la madre hanno un lavoro ben retribuito che consente di rinunciare ad un reddito, oppure di acquistare i servizi presso privati, oppure di affidare i figli ai nonni, ecc.) ha un ventaglio
di scelte più ampio della famiglia con meno risorse, in cui magari tutti i
redditi dei componenti sono irrinunciabili, o in cui i redditi percepiti non
consentono di acquistare servizi esterni privati e l’unica alternativa è il
servizio pubblico.
SI assume, quindi, l’intensità di consumo come direttamente proporzionale al numero di componenti e la capacità di acquisizione di risorse direttamente proporzionale al numero di componenti della famiglia produttori
e/o percettori di “reddito”.
L’autonomia della famiglia è allora proporzionale alla differenza tra “unità
di reddito” o “redditieri” e “unità di consumo” o “consumatori”: il minimo
livello di autonomia (povertà) si ha nell’evenienza che nella famiglia non
vi siano redditieri; il massimo livello di autonomia (benessere) si registra
invece quando tutti i consumatori sono anche redditieri.
L’indice del grado di autonomia familiare è quindi dato dal confronto tra
il numero di consumatori, cioè il numero di componenti della famiglia, e
quello di redditieri, cioè coloro che percepiscono un reddito (occupati,
ritirati dal lavoro, benestanti).
In particolare, sono utilizzabili due indicatori: l’indice assoluto di autonomia (IAA), espresso dalla differenza tra il numero dei consumatori e il
doppio del saldo consumatori-redditieri, e l’indice relativo di autonomia
(IRA), che depura l’indice assoluto dalle distorsioni dovute alla numerosità
del nucleo familiare. È, infatti, evidente che un’unità consumatrice in più
o in meno, in una famiglia di piccole dimensioni, ha un peso ben diverso
che in una famiglia numerosa.
Sia l’indice assoluto di autonomia, sia l’indice relativo di autonomia, si
basano sulla condizione, che laddove vi sia una netta prevalenza di consumatori sui redditieri, le famiglie abbiano un basso o nullo grado di autonomia, mentre quando il numero di redditieri è almeno pari al numero di
consumatori, il grado di autonomia della famiglia sia maggiore.
2
Riva L., In tema di autonomia delle famiglie, in Notiziario economico bresciano, n. 39, maggio 1988.
9
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DATI
Le elaborazioni presentate in questa nota derivano dallo spoglio di un’indagine campionaria relativa ad un campione casuale di famiglie residenti
3
nel Comune di Brescia al 31 dicembre 2000 .
4
I dati riguardano un campione casuale di 995 famiglie (per un totale di
2209 individui) estratto dall’Anagrafe informatizzata dei residenti nel territorio del Comune di Brescia al 31 dicembre 2000, per le quali è stato
ricostruito, attraverso l’incrocio di vari archivi amministrativi pubblici, il
5
reddito . Sono state escluse dal campionamento le famiglie/persone residenti presso convivenze (case di riposo, ospedali, ecc.).
Per ciascun individuo del campione sono state estratte, dalla banca dati
SIATEL, le informazioni relative al reddito, dichiarato ai fini fiscali, disaggregato per fonte.
I dati sono stati integrati, quando possibile, con i redditi non dichiarati ai
fini fiscali. Una parte di questi, ad esempio quelli sotto la soglia dichiarabile o da trasferimenti, redditi da “lavoro nero” ed evasione fiscale, non
sono stati rilevati. In altri casi, invece, (pensioni sociali, pensioni di reversibilità, ecc.), sono stati attribuiti i dati medi provinciali messi a disposizione dall’INPS e/o le stime della Banca d’Italia risultanti dall’indagine sui
bilanci delle famiglie. Tramite gli archivi comunali, sono stati rilevati l’eventuale accesso a servizi e l’erogazione di contributi comunali di varia
natura e genere.
Sono state classificate come percettori di reddito le 1704 persone (20
minorenni) che alla data del 31 dicembre 2000 risultavano aver presentato una dichiarazione dei redditi relativa a redditi da lavoro o assimilabili
(escluse quindi le persone che dichiarano solo redditi da fabbricato) di
qualsiasi entità e le persone che ricevevano a tale data una pensione
sociale o di reversibilità.
Sono state invece classificate come non percettori di reddito le 505 persone (278 minorenni) che risultavano al 31 dicembre 2000 non aver presentato alcuna dichiarazione dei redditi o non aver percepito nell’anno di
6
riferimento compensi per attività lavorative o assimilabili .
10
3
4
5
6
Studio progettuale inserito nel Programma Statistico Nazionale 2000-2002, Area Sociale, Settore Famiglia e
aspetti sociali vari (cod. Bre-00002), dal titolo “Tasse, bollette e tariffe: La spesa delle famiglie governata dalla
mano pubblica”. L’obiettivo è la “definizione del quadro di riferimento, degli archivi disponibili presso le pubbliche amministrazioni e del piano delle elaborazioni sul tema dei consumi delle famiglie su cui può intervenire direttamente o indirettamente il comune o altri enti pubblici attraverso la manovra fiscale o tariffaria”.
Ai fini anagrafici per famiglia si intende “un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela,
affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso Comune”.
Istat, Anagrafe della popolazione, Metodi e norme, Serie B, n. 29, 1992. Originariamente il campione era di
1000 famiglie ma 5 sono state escluse successivamente perché sono risultate essere situazioni fittizie.
Si veda: Comune di Brescia, Unità di staff Statistica, L’autonomia delle famiglie a Brescia nel 2000, Fatti &
problemi, 22/03, 2003; Comune di Brescia, Unità di staff Statistica, Criteri e metodi di stima del reddito
delle famiglie bresciane, Rapporti di ricerca 17/2003, 6 luglio 2003.
La classificazione tra percettori di reddito e non percettori di reddito è differente da quella classica che distingue tra popolazione attiva e non attiva. In quest’ultimo caso infatti nella popolazione attiva vengono ricompresi
anche i disoccupati e le persone in cerca di prima occupazione che, pur non percependo reddito, sono attivi
nella ricerca di un lavoro. Nel primo caso, invece, tranne quando il reddito percepito non è rilevabile, non
conta la condizione professionale che una persona dichiara, quanto il fatto di aver percepito un reddito.
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Schema 1. Diagramma della composizione del campione d’indagine
Il campione d’indagine
995 famiglie
con 2209
persone
di cui
1704 (77,1%)
percettori di redditi
di cui 20 minorenni
505 (22,9%)
non percettori di redditi
di cui 278 minorenni
Fonte: Elaborazione su dati del Comune di Brescia - Unità di staff Statistica
I RISULTATI
I risultati presentati di seguito mostrano come il concetto di
grado di autonomia delle famiglie sia, entro certi limiti, una sufficiente approssimazione del reddito disponibile pro capite .
La tavola 1 mostra come a valori più bassi dell’Indice relativo di
autonomia (IRA) corrisponda in genere un reddito disponibile pro
capite inferiore.
7
Tav. 1.Famiglie per indice relativo di autonomia e fascia di reddito disponibile
pro capite - valori assoluti - Comune di Brescia
Fasce di reddito disponibile pro capite
Valori percentuali di riga
Valori percentuali di colanna
Valori assoluti
Totale <=5120,40 >5120,40 Totale <=5120,40 >5120,40 Totale
autonomia <=5120,40 >5120,40
100,0
Basso-Nullo
36
24
60
60,0
40,0
18,0
3,0
6,0
Medio
26
93
119
21,8
78,2
100,0
13,0
11,7
12,0
8,0
14,5
13,2
Alto
16
115
131
13,9
86,1
100,0
Elevato
122
563
685
17,8
82,2
100,0
61,0
70,8
68,8
20,1
79,9
100,0
100,0
Totale
200
795
995
100,0
100,0
Grado di
Fonte: Elaborazione su dati del Comune di Brescia - Unità di staff Statistica
Si deve però tener conto che l’IRA valuta, indipendentemente dal
reddito, la numerosità delle fonti di reddito in rapporto alla
numerosità della famiglia.
Quindi, reddito basso ma IRA elevato indicano effettivamente
una minore disponibilità reddituale, ma anche una minore “vulnerabilità” ai mutamenti e alle congiunture negative rispetto alle
famiglie con reddito elevato ma IRA basso. Per quest’ultime,
infatti, sebbene un reddito elevato consenta consumi e risparmi
maggiori, la vulnerabilità ai mutamenti (perdita del lavoro, separazione dei coniugi, morte del percettore di reddito, ecc.) è sicuramente maggiore.
7 Le famiglie del campione sono state classificate in dieci gruppi (decili) di uguale numerosità,
ordinate in base al reddito disponibile pro-capite, in modo da rendere comparabili i redditi di
famiglie di diversa composizione. A ciascuna fascia appartiene quindi il 10% del campione. I
primi due decili (reddito disponibile pro capite inferiore a 5120.40 ) sono considerati, ai fini di
questo lavoro, indice di deprivazione economica.
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Fatta questa premessa, procediamo a valutare le caratteristiche,
familiari e individuali , che, a parità di IRA, consentono di “classificare” e “ordinare” le famiglie per capacità di affrontare il disagio economico.
Ai fini di questa prima analisi, sono state prese in considerazione
cinque tipologie familiari (schema 2) e tre-cinque fasce di età
(schema 3).
8
Schema 2. Diagramma della composizione del campione d’indagine
Le tipologie familiari
Tipologia familiare
995
famiglie
n. famiglie
n. persone
%famiglie ad
autonomia
bassa nulla
% famiglie con
reddito procapite
<=5120,40p
358
212
289
81
55
995
358
424
1037
184
206
2209
0,0
0,0
16,3
8,6
9,1
6,0
20,9
17,5
18,0
22,2
32,7
20,2
composte da
Persona sola
Coppia sola
Coppia con figli
Genitore con figli
Altro
Totale
con
2209
persone
Fonte: Elaborazione su dati del Comune di Brescia - Unità di staff Statistica
Schema 3. Diagramma degli schemi di analisi delle famiglie
Età della persona di riferimento
12
995
famiglie
con
2209
persone
composte da
Fascia di età della
persona di
riferimento
n. famiglie
n. persone
%famiglie ad
autonomia
bassa nulla
% famiglie con
reddito procapite
<=5120,40p
18-40 anni
41-65 anni
>65 anni
Totale
256
425
314
995
543
1116
550
2209
10,9
7,3
0,3
6,0
14,8
13,6
29,9
20,2
Fonte: Elaborazione su dati del Comune di Brescia - Unità di staff Statistica
Gli indici di autonomia sono molto influenzati dalla numerosità
familiare diventa quindi rilevante il livello di reddito, poiché consente di “ordinare” le famiglie delle diverse tipologie a parità di
grado di autonomia. Per fare un esempio, le famiglie monopersonali possono avere solo gradi di autonomia minimi o massimi,
poiché la persona o ha un reddito o non l’ha.
Dallo schema 2 si nota che nella tipologia delle “persone sole”,
pur non registrando alcun caso di autonomia bassa o nulla (tutti
percepiscono un reddito, seppur minimo), il 20,9% di famiglie
ha reddito disponibile inferiore a 5120,40 f. Diversa la situazione delle altre tipologie: ad esempio, nella tipologia “genitori soli
8 Per semplicità si utilizzeranno le informazioni relative alla persona di riferimento della famiglia,
intesa come la persona che contribuisce maggiormente alla determinazione del reddito familiare.
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con figli”, solo il 9% ha bassa o nulla autonomia ma il 22,2% ha
reddito pro capite basso.
Se si prende in considerazione anche la fascia di età (schema 4 e
5) la situazione si diversifica ulteriormente.
Schema 4. Diagramma degli schemi di analisi delle famiglie
Persone sole per fascia di età della persona di riferimento
358
famiglie
composte da
con
358
persone
Fascia di età della
persona di
riferimento
n. famiglie
n. persone
%famiglie ad
autonomia
bassa nulla
% famiglie con
reddito procapite
<=5120,40h
18-40 anni
41-65 anni
>65 anni
Totale
115
102
141
358
115
102
141
358
0,0
0,0
0,0
0,0
11,3
11,8
35,5
20,9
Fonte: Elaborazione su dati del Comune di Brescia - Unità di staff Statistica
Mentre tra le persone sole sono quelle più anziane che mostrano
minore capacità economica e quindi maggiore vulnerabilità e
rischio di disagio, tra le coppie con figli (conviventi) sono le
famiglie più giovani che mostrano una minore autonomia associata a redditi più bassi.
Diventa evidente come il ciclo di vita familiare condizioni lo
stato economico di una famiglia. La fonte di reddito delle persone sole anziane è principalmente la pensione, che è normalmente inferiore al reddito da lavoro. Tra le coppie con figli, invece, le
famiglie più giovani hanno figli più piccoli che richiedono ad
esempio la presenza della madre a casa, mentre le famiglie nella
fase di vita centrale ricevono il contributo economico dei figli
che lavorano.
Schema 5. Diagramma degli schemi di analisi delle famiglie
Coppie con figli per fascia di età della persona di riferimento
289
famiglie
con
1037
persone
composte da
Fascia di età della
persona di
riferimento
n. famiglie
n. persone
%famiglie ad
autonomia
bassa nulla
% famiglie con
reddito procapite
<=5120,40f
18-40 anni
41-65 anni
>65 anni
Totale
79
180
30
289
290
654
93
1037
30,4
12,8
3,3
16,6
29,1
13,9
13,3
18,0
Fonte: Elaborazione su dati del Comune di Brescia - Unità di staff Statistica
Il possesso o meno dell’abitazione (schema 6) è di notevole rilevanza per “ordinare” le famiglie: a redditi più elevati, corrisponde un maggior numero di famiglie con casa in proprietà.
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Schema 6. Diagramma degli schemi di analisi
delle famiglie
Titolo di godimento dell’abitazione
995
famiglia
con 2209 persone
6,0% delle famiglie con autonomia bassa o nulla
20,2% con reddito disponibile pro-capite <=5120,40i
di cui
328 famiglie (33,0%)
con abitazione in affitto
667 famiglie (67,0%)
con abitazione in proprietà
635 persone
7,9% delle famiglie con autonomia bassa o nulla
21,1% con reddito disponibile pro-capite <=5120,40i
1574 persone
5,1% delle famiglie con autonomia bassa o nulla
16,6% con reddito disponibile pro-capite <=5120,40i
Fonte: Elaborazione su dati del Comune di Brescia - Unità di staff Statistica
14
Infatti, la quota di famiglie con basso grado di autonomia e redditi più bassi sono più numerose tra le famiglie che vivono in abitazione in affitto rispetto a quelle che vivono in abitazione in
proprietà.
Anche la fonte prevalente del reddito, da lavoro autonomo,
dipendete o pensione (schema 7), risulta rilevante e tutto sommato coerente con le aspettative, pur con alcune osservazioni.
Schema 7. Diagramma degli schemi di analisi
delle famiglie
Fonte di reddito prevalente del principale
percettore di reddito familiare
995
famiglie
con
2209
persone
di cui
121 (12,2%)
Fonte di reddito prevalente
Lavoro autonomo
10,7% con autonomia bassa o nulla
12,4% con reddito disponibile procapite<=5120,40i
505 (51,1%)
Fonte di reddito prevalente
Lavoro dipendente
8,7% con autonomia bassa o nulla
14,2% con reddito disponibile procapite <=5120,40i
336 (36,8%)
Fonte di reddito prevalente
Pensione
0,8% con autonomia bassa o nulla
30,9% con reddito disponibile procapite <=5120,40i
Fonte: Elaborazione su dati del Comune di Brescia - Unità di staff Statistica
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Mentre il dato relativo ai pensionati (maggiore concentrazione
nelle fasce di reddito più basse) risulta coerente, poco coerenti
risultano le informazioni relative ai lavoratori autonomi. Presumibilmente, utilizzando i dati censuari, che su questi aspetti hanno
una qualità sicuramente più elevata, si potranno avere risultati
più affidabili e completi.
Infine, abbiamo provato ad analizzare quelle tipologie familiari
più esposte al rischio di disagio economico: le famiglie con figli
minorenni (schema 8) e le famiglie con persona di riferimento di
cittadinanza straniera (schema 9).
L’analisi del solo grado di autonomia evidenzia come tra le famiglie con figli minorenni siano più numerose le situazioni di bassa
autonomia: ha bassa autonomia il 6,0% delle famiglie del campione, il 14,5% delle famiglie con figli e il 25,5% delle famiglie
con figli minorenni; guardando al reddito disponibile pro capite,
esso è inferiore a 5120,40 h per il 20,2% del totale delle famiglie, per 19,5% delle famiglie con figli e per il 27,5% delle famiglie con figli minorenni.
Schema 8. Diagramma degli schemi di analisi di sottogruppi di famiglie
Famiglie con figli minorenni
995
famiglie
con 2209 persone
6,0% delle famiglie con autonomia bassa o nulla
20,2% con reddito disponibile pro-capite <=5120,40i
di cui
339 famiglie (40,1%)
con figli
con 1336 persone
6,0% delle famiglie con autonomia bassa o nulla
20,2% con reddito disponibile pro-capite <=5120,40i
di cui
200 famiglie (20,1)
con figli minorenni
734 persone
25,5% delle famiglie con autonomia bassa o nulla
27,5% con reddito disponibile pro-capite <=5120,40i
Fonte: Elaborazione su dati del Comune di Brescia - Unità di staff Statistica
Discorso analogo per le famiglie con persona di riferimento di
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cittadinanza straniera, che hanno autonomia più bassa, in media,
rispetto alle famiglie (8,1% contro 5,8%), e sono anche collocate
nella fascia bassa della distribuzione del reddito (32,6% contro
18,9%).
Schema 9. Diagramma degli schemi di analisi di sottogruppi di famiglie
Famiglia con persona di riferimento di cittadinanza straniera
995
famiglie
con 2209 persone
6,0% delle famiglie con autonomia bassa o nulla
20,2% con reddito disponibile pro-capite <=5120,40i
di cui
909 famiglia (91,4%)
con persona di riferimento italiana
2071 persone
6 famiglie (8,6%)
con persone di riferimento straniera
138 persone
5,8% delle famiglie con autonomia bassa o nulla
18,9% con reddito disponibile pro-capite <=5120,40i
8,1% delle famiglie con autonomia bassa o nulla
32,6% con reddito disponibile pro-capite <=5120,40i
Fonte: Elaborazione su dati del Comune di Brescia - Unità di staff Statistica
16
Il limite maggiore di questo approccio è dato dalla dimensione
del campione, che determina la numerosità dei gruppi di famiglie. Non è quindi possibile analizzare con un maggiore dettaglio
le informazioni disponibili.
CONCLUSIONI
L’analisi dell’autonomia delle famiglie permette, introducendo
alcune variabili differenziali, di ottenere interessanti risultati nella
individuazione delle situazioni familiari a rischio di disagio.
L’integrazione con informazioni relative ai redditi delinea inoltre
con più precisione i profili delle famiglie che si trovano o possono trovarsi in difficoltà, fornendo non solo elementi qualitativi
ma anche quantitativi sul livello del disagio.
Dalla nostra analisi risulta inoltre che, in assenza di dati disaggregati sui redditi familiari, gli indici di autonomia, integrati con
informazioni sulle caratteristiche strutturali delle famiglie (tipologia familiare, età del capofamiglia, presenza di figli minorenni,
professione, ecc.), consentono di ottenere informazioni quantitative utili all’attività degli operatori sociali.
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I TERZ’ULTIMI DELLA FILA
LAVORARE ED ESSERE “A RISCHIO” UGUALMENTE
di Roberto Rossini
1. PREMESSA
Nel precedente rapporto, abbiamo narrato storie di persone
“penultime”: non di poveri assoluti, di persone che faticano a
mettere insieme il pranzo con la cena. Semmai persone la cui
traiettoria li ha esposti ad alcuni rischi: alcol o droga, malattie o
reclusione, separazione familiare o comunitaria. Abbiamo cercato di capire il perché e il come hanno superato gli ostacoli ma
anche le loro aspettative, la visione della società, i desideri. Su
tutto, la tranquillità economica, rappresentata dall’avere un lavoro sicuro, emergeva chiaramente.
Quest’anno ci siamo rivolti a chi il lavoro ce l’ha, a chi è a posto.
A chi nessun problema ha con droghe o altre dipendenze o sofferenze; qualche disavventura familiare, quella sì. Ma la sicurezza
del reddito non manca. Eppure scopriamo che una parte di queste persone “sicure” si sente anch’essa esposta al rischio di non
farcela, si sente in quella situazione in cui basta davvero poco
per oltrepassare la linea che separa la tranquillità economica
dalla povertà. Sono su quella soglia. Sono i lavoratori sulla
soglia, quelli che i sociologi americani chiamano working poors,
lavoratori poveri. Ma, riprendendo l’immagine del precedente
rapporto, preferiamo chiamarli i “terz’ultimi della fila”. Quelli
che, girandosi, vedono la fila sempre più corta. Ma che lentamente si ingrossa.
2. I LAVORATORI POVERI
1
I lavoratori poveri [LP - ndr], secondo un’indagine Ires-Cgil , guadagnano mensilmente dai 600 agli 800 euro e hanno un tenore
di vita molto simile a quello del disoccupato. Come si fa ad individuare un LP? Margaret Maruani, utilizza la misura individuata
1) la fascia reddituale per definire i LP, attualmente e localmente, ci sembra più vicina ai mille euro, che ai
700/800 che le formule considerate individuerebbero. Non si può definire comunque una misura unica per tutta
l’Italia, perché le variabili territoriali (città/fuori città – nord/sud) incidono in maniera decisiva: in città, ad esempio, la linea degli standard minimi è più elevata che in provincia. Se questo è vero, allora gli interventi di welfare
devono piegarsi sempre più ad una logica territoriale. Si devono impostare Osservatori locali e individuare criteri
di intervento che possono differenziarsi anche notevolmente da provincia a provincia o addirittura, ma solo per
certi versi, da comune a comune. Le ragioni che, in ultima istanza, producono scarsità di reddito vanno meglio
dettagliate e comprese all’interno dei meccanismi territoriali da cui muovono.
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dall’Insee , il quale fa riferimento alla soglia del 50% del reddito
medio mensile. Questa soglia distingue i lavoratori dai LP. Ma
esistono “formule” anche più complesse. Per esempio, Silvana
Greco, per presentare le caratteristiche e le dimensioni del fenomeno dei LP in Italia, si riferisce ai risultati dello studio condotto
da Claudio Lucifora per il rapporto Cnel sulla redistribuzione del
reddito. Secondo questa ricerca, la remunerazione del LP è al di
sotto dei due terzi del valore mediano della distribuzione delle
retribuzioni. Le caratteristiche di questa fascia di lavoratori si
modificano a seconda di alcune variabili: genere, età, qualifica
professionale, livello di istruzione, dimensione delle imprese e
settore di attività. In altre parole: si osserva che l’incidenza del
dato femminile è doppia rispetto a quella maschile; si concentra
su chi effettua lavori manuali, soprattutto nelle piccole imprese;
su chi possiede livelli bassi di istruzione ed è giovane.
18
Definita la misura per stabilire la “quantità”, bisognerebbe poi
approfondire la “qualità” delle condizioni di lavoro del LP. In
prima istanza è necessario distinguere tra LP con contratto a
tempo indeterminato e LP con contratto atipico (es. interinali
ecc.). Perché l’ansia dell’instabilità definisce una partecipazione
alla vita sociale assai diversa nei due sottoinsiemi. Se i risultati,
sul piano della condotta economica, sono di fatto i medesimi, le
ricadute sociali sono differenti. I comportamenti collettivi di
rivendicazione, ad esempio, cambiano sensibilmente a seconda
della sicurezza o meno del posto di lavoro.
Le diverse condotte derivano proprio dalla natura della relazione
che si stabilisce tra chi cerca lavoro e chi lo offre. Nel caso dei
lavoratori tipici la relazione è tutelata da condizioni che si estendono verso il futuro e sono garantite collettivamente. Nel caso dei
lavoratori atipici la relazione è invece individualizzata e, soprattutto, meno tutelante sul piano dell’evoluzione temporale. A conferma, un’indagine Censis-Iref (2003) rileva che le principali preoccupazioni dei lavoratori atipici sono cinque: il trovare un posto di
lavoro tutelato, il timore di veder peggiorare le condizioni retributive, la crisi del settore in cui si opera, la mancanza di tutele in caso
di disoccupazione e malattia, lo stress da precarietà.
2) l’assistenza ai parenti (ascendenti e discendenti) costituisce una ragione di significativo peso sul reddito delle
persone e delle famiglie e, in alcuni casi, incide anche a monte nella scelta del tipo di contratto di lavoro (tipico
– atipico). Si può affermare che qualche crisi reddituale deriva dall’impossibilità di gestire situazioni onerose di
ordinaria vita familiare. Se qesto è vero, allora gli interventi di welfare devono diversificarsi e rendersi più flessibili sulla base delle reali esigenze, disabili).
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Come afferma Massimiliano Gandini, riferendosi ad esempio all’
interinale, per i lavoratori atipici si spezza quel legame psicologico tra azienda e lavoratore. E questo, culturalmente, è un elemento forte. Perché questa triangolazione è percepita come il vecchio
caporalato, ovvero una relazione fortemente asimmetrica tra datore di lavoro e lavoratore che non offre alcuna certezza sul proprio
futuro. Esistono alcune variabili che caratterizzano il profilo di
questa tipologia di lavoratore? Gandini individua tre categorie: gli
3
ex-co.co.co. , gli immigrati e i cosiddetti “casi sociali”. Ma ci
sono anche le donne, per questioni di coincidenza con gli orari
familiari e, fatto che meriterebbe un approfondimento, i cinquantenni maschi espulsi dal circuito produttivo, perché le imprese
preferiscono investire sui giovani. E trovare un nuovo lavoro a 40
anni è una cosa, a 50 è un fatto completamente differente.
Un’instabilità, insomma, che investe anche chi ha scelto, se di
scelta si può parlare, di entrare nel circuito dei co.co.co. Dall’indagine promossa da Censis-Iref, emerge come questa popolazione non possa staccare il “cordone ombelicale” della famiglia di
provenienza. Perché se pochi di essi sembrano preoccupati di
potersi trovare in gravi difficoltà economiche, ciò deriva dal fatto
che possono contare concretamente sull’aiuto di amici e parenti,
di reti sociali insomma. In altre parole, il nomadismo contrattuale
di queste forme di conseguimento del reddito individuale/familiare produce una sorta di fragilità economico-sociale che induce
ad immaginare un futuro meno certo. E’ a partire da questa percezione che vanno valutate alcune scelte, tra cui il “fare famiglia” oggi. Significativamente l’indagine è infatti titolata “Ci penserò domani”: si privilegia un presente di esperienze spesso stimolanti, rimandando ad un domani incerto e indefinito, l’attenzione rivolta a procurarsi le condizioni per una vecchiaia serena
e quantomai percepita come lontana. In altre parole, si vedrà...
Questa preoccupazione investe certamente in misura inferiore
coloro che sono assunti con contratti tipici, collettivi, a tempo
indeterminato. La percezione del futuro risulta più sicura, più
certa: per quanto minimo, il reddito mensile ci sarà. Altre, però,
sono le preoccupazioni e riguardano in misura considerevole il
3) Modelli di consumo, purtroppo, non facilitano una gestione reddituale sobria ed essenziale. Su questo tema,
in questa sede, non è purtroppo possibile approfondire. Da un verso occorrerebbe meglio approfondire i meccanismi di formazione del “desiderio di acquisto” e i fenomeni che ne derivano (es. credito al consumo). Ma, per i
casi che abbiamo osservato, ci sembra prioritario il prendere atto come un’attenta politica di sostegno del reddito di alcune fasce familiari possa rivelarsi utilissima. Anche perché, altrimenti, il il sommerso diffuso rischia di
essere il principale strumento di ammortizzazione sociale.
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dato su cui quest’anno ci concentreremo, ovvero il costo della
vita. In altre parole: indipendentemente dalla natura del contratto, il reddito percepito in molti casi non basta a garantire ad una
certa fascia di lavoratori le condizioni per risparmiare e, quindi,
per progettare alcune scelte di vita o, semplicemente, la propria
vecchiaia e il futuro dei figli. E’ quella fascia di lavoratori, tipici e
atipici, caratterizzati da un dato reddituale che non consente loro
di godere di una certa tranquillità economica.
20
Ascoltando le voci di coloro che abbiamo intervistato, ci verrebbe
di offrire un’altra misura ancora per definire i LP: meno quantitativa e meno riferita alla tipologia del contratto di lavoro. Sul reddito
percepito intervengono infatti alcune condizioni essenziali da considerare: la proprietà o meno della casa, i modelli di consumo e le
spese di assistenza per figli o parenti. Paolo Bosi, commentando il
Rapporto sulle politiche contro la povertà e l’esclusione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si concentra in particolare proprio sulla proprietà della casa, affermando come le “famiglie con
affitto” siano quelle più a rischio di povertà: esse sono il 36% delle
famiglie che appartengono al 20% più povero, contro il 7% di
quelle che appartengono al 20% più ricco. E che, inoltre, il problema è naturalmente più forte per chi abita nei centri urbani.
Così i modelli di consumo e, in particolare, la spesa per gli alimentari: se nel 2000, sulla base di quanto affermato nel Rapporto, essa raggiungeva per i “poveri” una quota del 70% delle
entrate, oggi, sulla base dei dati Eurispes che più avanti considereremo, non si è affatto ridimensionata. Infine, la spesa per i figli:
Bosi afferma ancora che le famiglie giovani con figli piccoli sono
relativamente svantaggiate rispetto alle altre; il loro reddito cala
al crescere del numero di figli, quasi sempre perché in tali nuclei
peggiora il rapporto percettori di reddito/componenti. [...] vivere
in una famiglia in cui più persone lavorano è decisivo per sfuggire al disagio economico.
Riassumendo. Rispetto alla quantità di reddito percepito, indipendentemente dalla natura del contratto, va osservata l’incidenza della quota dell’affitto, degli alimentari, delle spese per figli e
parenti in assistenza. Queste sono le tre variabili sulle quali calcolare lo status reale del lavoratore, anche in presenza di redditi
“normali” (sul migliaio di euro). La scarsità di reddito è una
variabile decisiva per distinguere tra lavoratori e LP. Ma ci pare
che il quadro vada specificato con altre variabili e, soprattutto,
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sul piano evolutivo. Allorquando, cioè, si innestano condizioni
che possono verificarsi in tempi diversi, non necessariamente in
concomitanza, con andamenti ciclici. E’ questo che ci fa condividere l’idea di flessibilità del welfare, ovvero di una rete di assistenze più duttile. I percorsi individuali/familiari, infatti, non
sono meccanicamente descrivibili come situazioni di individui
salvi “una volta per sempre”, visto che le fonti dalle quali nasce
il disagio economico possono intervenire anche successivamente
e in diversi momenti del ciclo di vita.
3. IL COSTO DELLA VITA IN ITALIA E A BRESCIA
Iniziamo dunque a fare qualche osservazione prendendo come
spunto alcuni dati disponibili concernenti la spesa per consumi.
Ebbene Eurispes, nel suo Rapporto Annuale (anno di riferimento
2003), afferma che i prezzi di alcuni generi alimentari sono
aumentati oltre il 15% (acqua minerale, pasta e zucchero, solo
per fare pochi esempi) e le tariffe dei trasporti pubblici locali
hanno subito aumenti superiori al 20%. Contestualmente, l’Istat
rileva dal 2000 una crescita sempre più esigua del reddito delle
famiglie (solo lo 0,6% in più nel 2002) il cui potere di acquisto è
eroso dall’aumento dei prezzi.
A parte alcune eterogeneità emerse nei confronti tra le cifre dichiarate dagli istituti di rilevazione, è senz’altro possibile affermare che
la crescita dei redditi è minima (0,6%, dato Istat). Mentre per ciò
che concerne la quota di aumento dei prezzi di beni e servizi si
può ovviamente discutere. Rimane assolutamente evidente come
essi siano comunque cresciuti in modo (assai) superiore rispetto
alla quota osservata per i redditi, perlomeno di una quota almeno
4) è possibile aspettarsi un aumento dell’incidenza dei LP sulla forza lavoro complessiva. I fattori che giustificano
questo punto di vista possono essere, in linea di massima, individuati nelle seguenti quattro ragioni.
La struttura produttiva è sottoposta ad una forte concorrenza internazionale che richiede la riduzione del costo
del lavoro. Questa riduzione produce fenomeni quali i lavoratori con contratti atipici ma anche fenomeni quali
6
l’outsourcing , dove il lavoro è esternalizzato ad unità produttive che svolgono il lavoro senza gravare sulla struttura che commissiona. Anche questa modalità produce una riduzione del costo del lavoro nella logica della concorrenza.
In secondo luogo la logica della concorrenza internazionale richiede altresì ricerca e innovazione dei prodotti.
Questo fa sì che chi possiede capacità e competenze specializzate possa accedere a buone remunerazioni; chi
invece è generico rischia di essere spinto verso fasce di reddito sempre più basse.
In terzo luogo i modelli familiari italiani per ora garantiscono ancora delle reti informali di sicurezza ad una
buona parte delle fasce già ora a rischio. Ma le logiche che guidano i processi sociali vanno nella direzione
opposta, con famiglie più isolate, frammentate, con un aumento delle situazioni di instabilità delle coppie che
rende davvero preoccupante il quadro.
Infine ancora una ragione sociale: si scopre, ancora una volta, la scarsa fiducia in istituzioni e movimenti, ossia
verso gli attori principali di una (possibile) resistenza collettiva. Come afferma Bauman, si risponde individualmente a disagi collettivi.
Pertanto, logiche economiche e sociali attentano seriamente al mantenimento di alcune condizioni di qualità
della vita. Lo sgretolamento della classe media è un fatto sul quale a lungo dovremo riflettere.
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pari al tasso di inflazione, dunque superiore allo 0,6% .
Al di là delle cifre, ci pare del tutto condivisibile quanto affermato dai ricercatori di Eurispes secondo i quali il dato dell’inflazione è da tempo sotto controllo [...], ma la sensazione è che [esso]
non riesca più a disegnare una quotidianità fatta di innumerevoli
sfaccettature. Le difficoltà di milioni di consumatori non trovano
più chiarimento in un tasso di crescita dei prezzi da sette anni
inferiore al 3%. E che comunque, prendendo in considerazione
quattro tra le più rilevanti categorie di spesa (alimentari, abitazione, sanità e trasporti) [osserviamo come queste assorbano] [...] il
69,3% [delle spese delle famiglie] di operai e il 75,2% di quelle
dei pensionati.
22
In maniera più dettagliata Eurispes specifica che nel 2003 la totalità dei beni e servizi ha avuto una dinamica di prezzo [...] sintetizzabile sottolineando come una crescita superiore alla media
complessiva (2,7%) abbia riguardato: il 50,8% delle voci di consumo che rientrano nella categoria “alimentari, bevande e tabacchi”; il 55,6% della categoria “abbigliamento e calzature”; il
62,5% di “abitazione ed energia”; e via via sino ad una riduzione per i beni e servizi per le “comunicazioni” nei quali si sono
riscontrati stabilità o diminuzione di prezzi e tariffe. Forse qualcuno ha davvero creduto al vecchio slogan di una compagnia
telefonica, per cui telefonare allunga la vita...
Un altro istituto, l’OD&M, prendendo invece in esame la capacità di spesa di alcuni profili professionali arriva ad affermare come
la perdita del potere di acquisto abbia riguardato gli impiegati
per un –13,3%, gli operai per un –9,3%, i dirigenti per un –6,8%
e infine i quadri per un –4,9%.
In sintesi. Da qualunque parti si osservi il rapporto prezzi/redditi, non si può fare a meno di rilevare come esso sia di segno
inverso: i prezzi aumentano, i redditi reali perdono capacità
d’acquisto. Sulla
misura di questa relazione i dati appaiono
5
meno univoci . Ma il modello effettivo e, soprattutto, quello
5) infine un’osservazione (parzialmente) metodologica. Per osservare la povertà occorre certamente prendere in
considerazione il reddito. Ma non basta. Occorre disaggregare questo dato sulla base della spesa effettiva per
utenze (bollette), spese di welfare (sanità ma anche istruzione, in termini di costi-opportunità per i figli) e spese
per la casa (di mutuo, di affitto, di adeguamento agli standard europei, per non parlare dei casi relativi alla ormai
nota ‘cartolarizzazione’ degli immobili). Queste tre grandi variabili vanno comprese all’interno di un quadro
dove è necessario misurare le risorse sociali e culturali che gli individui sono in grado di mobilitare [cfr. i precedenti rapporti in tema di capitale sociale]. Ma non basta ancora: l’osservazione deve essere compiuta in modo
dinamico. Occorre cioè monitorare più fasi di vita delle persone. Perché le condizioni sono instabili, possono
risolversi ma anche manifestarsi più volte. Per questo occorre continuare ad ascoltare e, soprattutto, continuare a
pensare. Anche in questo campo non può essere assente nè la ricerca nè l’innovazione negli interventi.
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messo in atto nei modelli di consumo rispecchia inevitabilmente questa evidenza, che si rafforza mettendola in atto.
Questa percezione ha dato luogo anche ad alcune indagini territoriali. A Brescia, ad esempio, ci sembra interessante citare quanto effettuato dalle Acli, attraverso un’indagine condotta secondo i
criteri della ricerca militante, dalla quale emerge come una famiglia campione di 3 persone, alla fine dell’anno 2003, spenda
mediamente oltre 500 euro in più per il solo comparto alimentare
rispetto al 2002. Il peso delle utenze (acqua, gas, energia elettrica,
rifiuti) implica un aumento di oltre 100 euro annui; l’automobile
(tra benzina, a parità di chilometri percorsi, e RCA) richiede uno
sforzo aggiuntivo di circa 70 euro annui. In conclusione, si calcola una media di circa 58 euro in più al mese, per un totale annuo
che si avvicina ai 700 euro: lo stipendio mensile di un LP.
Alessandro Uberti, responsabile dell’indagine, afferma infatti che
attraverso la ricerca abbiamo voluto toccare con mano il costo
del pane quotidiano. Dal pane al paniere il passo è breve, il
famoso e famigerato paniere Istat. Non è mia intenzione criticare
scientificamente questo strumento istituzionale, mi limiterò a sottolineare alcune cose che non quadrano e che sono difficilmente
spiegabili. Nel paniere non figura il mutuo per la casa perché
considerato investimento e non consumo.Gli affitti sono sotto stimati perché oltre il 70% dei nuclei familiari italiani risulta proprietario della propria abitazione. Il peso della RC auto è basso
perché tiene conto anche dei rimborsi post incidente. Per questi
ed altri motivi, come la questione del prontuario dei farmaci e un
paio di grossolani errori riconosciuti dall’ente stesso, ci portano a
dubitare del metodo di rilevazione e di calcolo in uso dall’Istat.
Più che un paniere, viene in mente una slitta di Babbo Natale,
dato che contiene 960 prodotti e servizi ma per i consumatori
resta sempre una coperta corta e più che di paniere o gerla che
sia, oggi si sente sempre più spesso parlare del più semplice e
classico “bidone”. Che sia un paniere o un bidone ci importerebbe poco se non fosse che su questo paniere si calcolano gli adeguamenti salariali e pensionistici.
4. QUALCHE BIOGRAFIA BRESCIANA
Presentiamo allora qualche storia, qualche voce di chi ogni giorno dedica tempo ed energie per tirare avanti. Abbiamo scelto
quattro persone, quattro esempi, due maschi e due femmine che
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ci permettono di andare a toccare con mano come anche la presenza di redditi “sicuri” non esaurisca la necessità di guardare
più a fondo nelle situazioni effettive, individuando all’interno di
esse le condizioni che potrebbero, senza neppure gravi incidenti
di percorso, portare alla povertà economica. In altre parole, non
basta avere un qualunque lavoro per dirsi salvati.
4.1 VALENTINA
Per entrare nella casa di Valentina si è costretti ad una scala buia
con gradini molto alti. Lei è gentile e accoglie con un bellissimo
sorriso. Mi offre del tè (marca mai sentita, speciale). E’ solare
anche quando parla dei momenti difficili che ha vissuto: “sono
ottimista, anche a dispetto di quello che mi ha riservato la vita. Ho
vissuto situazioni così strane... spesso insostenibili, che questo
periodo non posso che descrivertelo come veramente sereno”.
24
Valentina ha superato di poco i trent’anni anni, è senza marito e
ha tre figli piccoli. Ha vissuto per lungo tempo in una grande
città italiana ma poi, quando la situazione col marito è divenuta
insostenibile, si è trasferita con i bimbi a Brescia. Ha un titolo di
studio post-obbligo. Le è bastato per trovare un lavoro part-time
come segretaria. Il totale delle entrate mensili va sul migliaio di
euro. Le devono bastare per far quadrare circa 300 euro per le
utenze (gas, luce, telefono), oltre 100 per l’affitto e più o meno
per la rata dell’automobile. Il resto (circa la metà delle entrate)
per spese alimentari e necessità dei figli che, ci tiene a precisare,
“hanno priorità sulle mie, ovviamente”. Di consumi culturali,
immateriali (tipo cinema, libri, musei e altro) non c’è traccia, non
si può. Queste “mancanze” Valentina le avverte, sono realmente
percepite come assenze, soprattutto perché anche a lei piacerebbe dare ai figli qualcosa di più “culturale”.
Tiene un minimo di contabilità, conservando gli scontrini, ma
non sempre, saltuariamente. E non certo nella prospettiva di un
possibile risparmio per il futuro: quanto riesce ad accantonare
spesso si dilegua in spese impreviste, tipo quelle mediche. “Sono
orgogliosa – mi dice -, non riesco ad andare a piangere qui e là
per ottenere aiuti economici. Eppure c’è uno spietato opportunismo, lo vedi in molte persone che non ne avrebbero realmente
bisogno, ma pur di ricevere qualche cosa recitano la parte delle
vittime. Senza il minimo problema”.
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Una volta anche lei ha chiesto aiuto ad una istituzione, ottenendo un contributo necessario per risolvere una questione legale. In
generale, però, preferisce non chiedere nulla. Anche perché non
nutre grande fiducia nelle politiche sociali: “nessuno sa garantire
uguaglianza sociale”, afferma con sicurezza. Non si aspetta aiuti
neppure dai genitori, sia per necessità sia per orgoglio. Ci sono
alcune persone che le danno una mano, una sorta di “rete di
aiuto” concreta, ma il quadro che lei stessa dipinge mette in luce
una situazione di isolamento: “credo alla solidarietà, anche se
non posso dire di averla sperimentata in particolar modo... Io se
vedo che c’è bisogno m’impegno per quello che posso, sono
solidale. Ma poi mi sembra che manchi la reciprocità del gesto”.
Valentina vorrebbe avere anche un po’ di tempo per se stessa.
Quello che ha lo passa tutto tra lavoro e figli: “per scelta mia,
non affido a nessuno i miei figli. Appena esco dal lavoro, vengo a
casa e tutto il tempo che mi resta lo spendo con i miei tre ragazzi. Alla domenica, durante i mesi caldi, a volte andiamo a fare
qualche passeggiata, un pic-nic all’aperto ”. Tutto qua. D’altra
parte, quando le chiedo cosa la faccia felice, non ha dubbi: “i
miei figli sono la mia forza d’animo. Il pensiero di non poter
garantire loro in un futuro la possibilità di studiare, di laurearsi
per esempio, mi fa stare male: lo studio non dovrebbe mai essere
negato a nessuno”. Di più: a nessuno dovrebbe essere negato di
poter progettare il proprio futuro. Ma Valentina vive senza poter
progettare il suo futuro, con solo un sogno nel cassetto, che mi
chiede di non scrivere. Ecco fatto.
4.2 MARCO
Marco è giovane, non arriva neppure ai 30 anni. E’ sposato, ha
un figlio di quasi tre anni e un altro in arrivo. Marco e sua moglie
lavorano entrambi per la stessa impresa, ma a turni. Ovviamente
opposti: il bimbo esce dall’asilo-nido alle tre e nessun altro va a
prenderlo, visto che non hanno altri riferimenti, parenti o amici.
Ma non è certo questo il problema.
Marco e sua moglie sono entrambi diplomati e trasferiti dal loro
paese natale, oramai da 7 anni. Col diploma in tasca qualche
concorso l’hanno tentato, ma senza esiti positivi. Lui il lavoro
l’ha comunque trovato quasi subito; lei invece ha dovuto fare un
po’ di interinale: “3 mesi qua, 3 mesi là, 6-7 mesi di attesa e poi
di nuovo 3 mesi...: è una situazione pesante sia sotto il profilo
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economico che psicologico”, mi dice. Ma poi trova. Il lavoro è
incoerente con entrambi i loro titoli di studio, ma neanche questo pare preoccuparlo più di tanto: “quello che abbiamo ce lo
teniamo stretto! Penso proprio di mantenere l’attuale lavoro. In
questo mondo di precarietà non ho intenzione di cambiare, a
meno che sia costretto ovviamente, perché la logica del lavoro
oggi è quella dell’usa e getta, se c’è lavoro, bene; se non sei in
grado di soddisfare le loro esigenze stai a casa”.
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Il suo atteggiamento verso la società è molto timido, quasi
impaurito, timoroso: “agli effetti ho paura di cambiare, perché
non sai come funzionano le cose. E’ vero che prendo poco, però
c’è un vantaggio, è duraturo nel tempo, è la mia stabilità”. Le
banche, tuttavia, non paiono condividere granché il suo punto di
vista quando discutono di mutui: “mi hanno detto che non ho le
garanzie, ti fanno un’analisi per vedere se sei in grado di pagare... Ho provato tante volte ma le banche non ti vengono incontro se non hai qualcuno che ti fa da garante”. Neanche la Banca
Etica? “veramente non so cosa sia, di cosa si tratta?”. Gli unici
che si sono fidati a far loro credito senza carte da firmare sono i
loro affittuari: “ci hanno chiesto di fare un contratto praticamente
finto, con degli importi diversi. Ora però è tutto regolare”.
L’affitto, insieme agli alimentari, sono le voci di bilancio che lo
preoccupano di più. D’altra parte la somma dei due stipendi
mensili non è certo molto alta, arriva a quasi 1.800 euro, a cui si
devono sottrarre oltre 400 euro di canone per la casa, 400 per
l’asilo-nido del bimbo; il resto è per arrivare a fine mese tra spese
alimentari, pannolini, pediatra e automobile: “siamo al limite
della soglia”, mi dice piuttosto sconsolato.
Gli alimentari sono un tema su cui mostra una precisione da
consumato commerciante: “pensa che melanzane e finocchi
costavano 1500 lire al chilo, ora non li trovi a meno di 2 euro, 2
euro e 50. Non parliamo delle spese per il bambino, 22 pannolini costano 9 euro e 40; io calcolo il prezzo-pannolino e poi faccio il confronto tra le marche. Lasciamo stare il resto, perché
nella mia situazione devi solo stare attento”. E dunque? “Per me
– sentenzia – il futuro è preoccupante. Quello che costa è il pane
quotidiano”. Non si tratta di una metafora.
Le sue riflessioni lo conducono sempre ai figli: “il futuro di mio
figlio mi spaventa tantissimo, non vedo nessuno che possa dargli
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una tutela. Penso intanto a dargli un’educazione, perché le cose
che si imparano da piccoli si mantengono per tutta la vita”, afferma. Ma anche istruzione: “c’è un mio collega che dice che il
sapere è il potere; infatti anch’io se tornassi indietro studierei di
più”. La sua storia invece è stata differente: “beh, eravamo in 4
figli e mio padre è morto giovane. Quindi ho lavorato e studiato
per portare avanti la famiglia, fino al diploma. Ma poi, basta...”.
E la politica? La società, che ne pensi? “La politica non mi interessa, dovrebbe essere un’altra cosa da quella che si vede. Ascoltare la gente è politica, ma oggi non si ascolta più”. E ancora:
“Arriverà un giorno qualcuno che prenderà in mano la situazione
e metterà a posto le cose. Bisognerebbe dare a tutti di più in
egual modo, più equità nella distribuzione delle ricchezze”. Utopie? “Non lo so. Intanto ho speranza nel centrodestra”.
4.3 EMILIA
“Emilia? Ciao, sono nella via che mi hai indicato ma non trovo il
numero civico!”. “Scusa, ma io non sono ancora a casa. Dieci
minuti! Comunque devi entrare in quel cortile all’angolo, sono
tutte case brutte, non puoi sbagliare”. Emilia scende dalla macchina della madre rincorrendo Sara, la figlia, che sta precipitandosi in casa”. Ci vediamo. Ci salutiamo tra la bimba che corre e
il gatto che arriva... Emilia parla, non smette di parlare nemmeno
quando cerco di intervenire.
Emilia ha nemmeno trent’anni, la figlia circa dieci. Vivono sole
da poco meno di un anno, prima di trasferirsi dalla casa dei genitori di lei. Emilia parla di sua figlia accennando continuamente a
insegnanti di sostegno, logopedisti, psicologi, alla perdita di un
anno di scuola. Sara “ha una malformazione cerebrale, soffre di
epilessia fin dalla nascita, ora con lo sviluppo, con gli ormoni, ha
qualche disagio in più, è autosufficiente ma non del tutto..” .
Emilia, dopo la terza media, ha lavorato come barista fino a
quando ha avuto Sara: “poi ho deciso di cambiare lavoro. Non
puoi garantire la presenza a tua figlia con quell’impiego”. Ora è
operaia. Il suo tempo si divide tra lavoro e assistenza, per “farle
fare i compiti o le visite”. Il padre non ci dà niente. Al momento
del processo nessuno ha fatto emergere “i rapporti, come stavano
le cose effettivamente e così...”. Emilia preferisce lasciar perdere,
tanto lui vive felice con la sua fidanzata e ogni tanto viene a
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prendere la bambina. “Io mi sento sola, spesso – dice -. Ho
conosciuto qualcuno, ma sto molto attenta, per me e per l’equilibrio di Sara. Lei viene prima di tutto. Sara! Come diciamo, noi?
Male o bene siamo sempre insieme!”.
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Lo stipendio di Emilia arriva ai fatidici 1000 euro al mese, ma
nella sua ditta ci sono problemi: “questo mese per esempio ho
già fatto due settimane [di Cassa integrazione], perciò non so alla
fine cosa mi danno”. Le spese: ogni tre mesi paga l’affitto (poco
più di 500 euro), ma tutti i mesi ha una rata di 500 euro per i
mobili con cui ha arredato la casa: “sono tutti a rate, carini a
guardarsi, vieni ti faccio vedere. Ma non valgono molto. Tutto
quello che vedi qui, tutto ti dico, lo sto pagando a rate”. Poi ci
sono le bollette da pagare, la macchina, le spese per alimentari e
vestiario. “Fino ad ora ce l’ho sempre fatta, quando capiterà il
mese in cui non ho soldi per pagare qualcosa... non so, e sì che
sto attentissima alla spesa, niente pranzi particolari, dolci vari: il
minimo, la carne non più di una volta alla settimana... Devi stare
attenta, tirarti il collo...”. Le esigenze della figlia primeggiano
sulle sue. Mi dice orgogliosa che l’estate scorsa è riuscita a portarla al mare per cinque giorni: in una brutta pensione, precisa,
ma l’ha portata via.
Il sostegno economico nei momenti di difficoltà: inesistente da parte
degli amici; la famiglia non può contribuire perché “il papà prende
la pensione minima”. Solo un’istituzione privata, mi dice, le ha prestato aiuto economico due anni fa. Mi chiede anche di citare il
nome dell’ex presidente delle Acli provinciali, “l’unico, forse” ad
averla aiutata concretamente. Per il resto, la valutazione che dà alle
istituzioni e ai servizi sociali è pessima (mi fa qualche esempio).
Le chiedo un’immagine della società ma Emilia mi dice che la
società non esiste, che ognuno pensa al proprio interesse: “la
solidarietà non esiste. Chi riceve è sempre la stessa gente.” La
politica? “[bip], scrivilo pure! Mi fanno schifo, ognuno pensa al
proprio. Gli immigrati hanno più diritti di me, non perché sono
razzista, ma è così. E i sindacati, cosa fanno?”.
Non vede il futuro, per sè e per sua figlia: “Vado avanti alla giornata.
Speriamo che Sara non vada avanti a studiare... Vai a lavorare, vero?”
Mi saluta, appare un po’ stanca. Le chiedo se ha piacere ad avere il
rapporto dell’intervista: “Piuttosto, se sai di qualche possibilità, per
qualche contributo... Insomma, informami, il numero l’hai!”
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4.4 LEONARDO
Leonardo ha poco più di 40 anni e lavora in una grande impresa
bresciana. E’ uno di quei lavoratori che dovremmo definire
garantiti: un contratto a tempo indeterminato e uno stipendio
mensile che non è di quelli che sembrerebbero interessare il
nostro Osservatorio. Eppure.
Leonardo è un lavoratore monoreddito che mantiene una famiglia composta da moglie, tre figli (“ma a me sembrano pochi”),
un suocero da accudire. E da un mutuo da pagare. Prima stavano
in affitto a 600 euro al mese, ora hanno il mutuo di 400. Ma
adesso c’è la reale prospettiva della casa propria: “il mio sogno è
sempre stato di avere una casa mia”. Anche perché la trafila dell’assegnazione delle case di edilizia popolare è stata fallimentare:
“nella graduatoria c’era sempre qualcuno prima di me... Ma scrivilo, che a quelli a cui è andata stavano comunque peggio di
me”. Il lato straordinario della persona è questo: ti parla con una
serenità di giudizio, una mitezza del tutto sorprendenti, se si
tiene conto di tutti i sacrifici che fa.
Sua moglie si è licenziata dopo il secondo figlio e si dedica interamente alla famiglia. O meglio, fa qualche ora “da irregolare”
portando a casa circa 4.000 euro all’anno: “ci servono, per chiudere il debito per la casa. Perché i soldi ce li ha dovuti prestare
un parente che li rivuole un po’ alla volta”. Ma di fronte ai sacrifici non fa una piega: lavora da 30 anni, perché finita la terza
media “mia madre mi ha detto ‘se vuoi, vai avanti’, ma io ho
capito che non si poteva” e la vita l’ha sempre vista dalla parte
dei più deboli. “Mi ricordo ancora le umiliazioni di mio padre
che a 58 anni è andato alla ricerca del lavoro perché alla ditta
dov’era conveniva prendere i giovani in nero... Ha fatto denunce,
ma niente... Anche perché il sindacato in quella ditta non era
forte...”.
Al sindacato ci crede, per quanto osservi molto qualunquismo,
soprattutto tra i colleghi, “anche perché c’è chi si arrangia col
doppio lavoro” e il sindacato è visto solo come fatto individuale,
da attivare quando c’è qualche grana economica. E’ un po’ lo
specchio della società che Leonardo definisce “egoista”, “che ha
perso la cognizione del sociale”, “tanto più lontana dalla realtà
quanto più ha i soldi in banca”. I soldi diventano un fatto da trattare con cura, non dal quale dipendere troppo. Sono un fatto
educativo. A partire dai figli: “devono imparare a ragionare
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innanzitutto con coerenza, capire che quello che vuoi costa
sacrificio. La mia politica con i bambini è chiara: gli dico, ‘sapete
benissimo la situazione’. Prendono una paghetta settimanale e la
gestiscono loro. Devono imparare a gestire il denaro. Così il telefonino: se prende una bella pagella magari a quello di 14 anni
glielo compro. Però la ricarica se la deve gestire lui con i suoi
soldi”. L’autonomia, non solo economica, dei figli è un fatto per
lui essenziale: “il mondo ci insegna che tutto può accadere, allora il mio impegno è di traghettare i figli finché non hanno autonomia”. Per questo ha aperto un libretto postale per i bambini
che “è un tabù, non lo tocco mai”.
Leonardo si sente che è libero, che non dipende da nulla. A certe
cose ha anche rinunciato: “il mio hobby era la fotografia, poi mio
figlio ha fatto cadere la macchina dal cavalletto e allora... non ho
più ricomprato niente”. E’ libero anche dall’automobile come
status symbol: “ho comprato l’Elba, usata. Prendo le macchine
con su 200.000 chilometri e le tiro fuori io...”.
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Di consumi extra neanche a parlarne (“io e mia moglie non
andiamo in vacanza dal viaggio di nozze, è da cinque anni che
non riusciamo ad avere un giorno libero”). I soldi vanno nelle
spese essenziali (“non sono aumentate tanto le utenze, quanto il
supermercato”). Per questo tiene ordine, controlla (“io e mia
moglie teniamo gli scontrini”), si affida alla Provvidenza (“bisogna sapersi affidare a Dio”), è realista (“non puoi sfuggire alla
realtà”). Mi consegna un prospetto dove sono annotate con precisione le spese anno per anno. In qualche anno si vedono dei
“meno”, quando serve il dentista o lo scooter per andare a lavorare... Ma non bastano certo questi elementi per metterlo a disagio: “ho sempre creduto nella Provvidenza, mi basta gestire il
presente”. E lui lo gestisce davvero. Ha lo sguardo di chi è sereno, di chi sa vedere oltre. O semplicemente in parte a se stesso:
“sto seguendo il caso di un collega, un ragazzo, che ha avuto un
tumore e rischia di dimezzare lo stipendio o di non prendere più
nulla”. D’altra parte, mi confida, “è il modo in cui spendiamo
questi anni ci fa guadagnare il paradiso. Il paradiso è qui”. Grazie Leonardo.
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5. CONCLUSIONI
Quest’inverno Dario Di Vico, sul Corriere della Sera, ha pubblicato una serie di reportage sulla vulnerabilità sociale di una consistente parte della popolazione italiana. La tesi è chiara: l’impoverimento del ceto medio è la versione italiana di quella solitudine del cittadino globale che Zygmunt Bauman ha da tempo
segnalato. Si verifica una sorta di scivolamento sociale di alcune
classi che parevano salve. Lo scivolamento riguarda anche le
“classi” (usiamo ormai con timore questa espressione) più basse,
che ora si trovano sulla soglia della povertà. Sulla base di quanto
abbiamo osservato anche a noi pare del tutto condivisibile l’ipotesi di Di Vico. Ci pare comunque necessario aggiungere qualche
considerazione finale.
6. BIBLIOGRAFIA, METODOLOGIA E ALTRO ANCORA
Per quanto concerne la ricerca svolta dalle Acli, si precisa che è stata effettuata dal nucleo OM-Iveco in collaborazione con la Lega Consumatori e la
supervisione finale del Settore di Staff Statistica del Comune di Brescia. L’indagine ha monitorato, per un anno intero, 73 voci del paniere alimentari in 50
punti vendita di città e provincia. Dei rilevatori volontari hanno tenuto sotto
controllo i prezzi dei beni individuati e, alla fine dell’anno di rilevazione,
hanno effettuato i calcoli per verificare i prezzi “di partenza” e “di arrivo”. La
ricerca è stata presentata nel corso di un convegno effettuato il 26 marzo
2004, a cui la stampa locale ha dato ampio risalto. A Fabio Stabile e a Sandro
Uberti (presidente del nucleo) un ringraziamento particolare sia per i dati gentilmente forniti, sia per l’intervista e le riflessioni conseguenti.
Le interviste sono state effettuate con tecnica semistrutturata nei mesi di marzo
e aprile 2004. Le aree monitorate sono state fondamentalmente quattro (variabili indipendenti, età, titolo di studio, ecc.; gestione economica, consumi
materiali e immateriali; reti di solidarietà; opinioni su società e politica). Non
tutte sono state sviluppate in modo omogeneo, come si evince dal prodotto
finale. Ogni intervista è durata in media circa 50 minuti. Al termine si è prodotto una serie di appunti di dichiarazioni effettuate. Lo spoglio di questo
repertorio è stato effettuato con un semplice programma di elaborazione testi.
Le dichiarazioni qui riportate sono assolutamente fedeli a quanto espresso, a
parte qualche semplificazione sintattica (a patto che non modificasse il senso
dell’enunciato). I nomi di persone e di luoghi utilizzati in questo rapporto
sono di pura fantasia e non hanno alcun riferimento con quelli reali.
Un grazie a Massimiliano Gandini, direttore di Obiettivo Lavoro, per l’intervista e le considerazioni qualitative sul fenomeno del lavoro interinale. Un grazie a tutte le persone che, a seguito del rapporto dello scorso anno, hanno
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suggerito correzioni, fornito indicazioni, spunti e riflessioni che abbiamo cercato di riportare quest’anno: la povertà non ci abbandonerà, e le modalità per
rilevarla non sono certo semplici. Anno dopo anno cerchiamo di condividere
alcuni pensieri.
Infine un grazie a Valentina Rivetti, dottoranda in filosofia, per le interviste
svolte e per la sensibilità che dimostra nel saper leggere tra le righe. Ovviamente il grazie più grande va a tutti gli intervistati, anche a quelli che per
diverse e giustificate ragioni non sono stati oggetto del rapporto finale, per la
disponibilità e l’attenzione che ci hanno dedicato.
Per quanto concerne la documentazione, si riproducono qui di seguito le fonti
consultate o citate.
ARTICOLI DI RIVISTE E GIORNALI:
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Un’Italia vulnerabile, di Dario Di Vico. In: Corriere della Sera, 13 febbraio
2004
Le devastazioni nascoste della sotto-occupazione, di Margaret Maruani. In: Le
Monde Diplomatique, giugno 2003. [Margaret Maruani è dirigente del Centre
national de la recherche scietifique (CNRS) di Parigi]
I nuovi poveri con lo stipendio, di Michele Smargiassi. In: la Repubblica, 1
aprile 2004.
L’orientamento professionale e la formazione lungo tutto l’arco della vita per i
lavoratori adulti a bassa remunerazione in Italia e il ruolo delle parti sociali, di
Silvana Greco. In: www.gla.ac.uk (Vocational Guidance for Lower-Paid Workers: an online course), 2004 [Silvana Greco è sociologa del Centro Documentazione Ricerche per la Lombardia; Claudio Lucifora è docente ordinario
di Economia Politica presso l’Università Cattolica di Milano]
Lavoratori e pensionati a rischio povertà, di Paolo Bosi. In:
www.capp.unimo.it, 2004 [il Capp è il Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche; Paolo Bosi, docente ordinario di Scienza delle Finanze presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, è il Presidente].
DATI STATISTICI E RAPPORTI
Censis – Iref. Ci penserò domani. Fare welfare: equo e portatile, municipale e
comunitario. 2003
Eurispes. XXXVII Rapporto sulla situazione sociale del Paese. 2003. Roma,
2004
Istat. La dinamica dei prezzi al consumo. Maggio 2004
OD&M. V Rapporto sulle retribuzioni in Italia. 2004
Ufficio di Staff Statistica del Comune di Brescia. Criteri e metodi di stima del
reddito delle famiglie bresciane. Rdr 17/2003.
TESTI:
Zygmunt Bauman. La società dell’incertezza. Il Mulino, Bologna, 1999
Zygmunt Bauman. La solitudine del cittadino globale. Feltrinelli, Milano, 2000
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Barbara Ehrenreich. Una paga da fame. Come (non) si arriva a fine mese nel
paese più ricco del mondo. Feltrinelli, Milano, 2002
Geoges Friedmann. Lavoro in frantumi. Edizioni di Comunità, Milano, 1960
NOTE:
1 l’indagine è citata in un articolo de “la Repubblica” del 2 gennaio 2004, a
firma di Riccardo De Gennaro.
2 “Institut national de la statistique et des études économiques” di Parigi.
3 lavoratori con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, ovvero
con contratti individuali per specifiche forme di collaborazione
4 Mentre scrivevamo, l’Istat, nel suo bollettino del 14 maggio 2004, rendeva
noto che il tasso di inflazione acquisito è pari all’1,7%.
5 Com’è noto alcuni di essi, nei mesi scorsi, sono stati oggetto di confronto tra
alcuni istituti nazionali di rilevazione dei dati. Forse – ci sia consentita una battuta - aveva ragione Stanislaw Andreski nella sua critica all’inutilità della quantificazione nelle scienze sociali. D’altra parte il dubbio ci sorge, osservando
come secondo Eurispes, in Italia, il numero di famiglie povere o quasi sia
superiore ai 14 milioni, mentre secondo l’Istat la cifra si attesti attorno ai 4...
6 l’outsourcing è la delega di attività ad un fornitore di servizi professionale e
competente, ma esterno all’impresa.
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LA TUTELA DEI MINORI
di Adele Ferrari
PREMESSA
Periodicamente, i mass media locali e nazionali pongono all’attenzione di tutti in modo eclatante episodi di violenza nei confronti dei minori da parte di familiari, a volte degli stessi genitori,
e di altri adulti.
Chi opera nel settore ogni giorno si confronta con la sofferenza
di bambini che hanno incontrato sul proprio percorso di vita persone che hanno usato violenza, maltrattamento, ecc., piuttosto
che persone che li accompagnino autorevolmente nella propria
crescita. E’ scontato ribadire come queste siano esperienze che
incidono profondamente nella vita anche in età adulta.
Di fronte a queste situazioni, nessuno può ritenersi indifferente o
estraneo oppure assumere l’atteggiamento dello struzzo: “non
vedo, non sento, non so“.
Essere nel territorio, dimorarci da cristiani, vuol dire assumersi la
responsabilità di vigilare con occhio competente, senza alcuna
“caccia alle streghe” (spesso inutile e fuorviante), ma per comprendere, approfondire e intervenire in modo sempre più preventivo perché i bambini, ma anche le loro famiglie, trovino “compagni di viaggio “ che li aiutino a far fronte e superare le proprie
difficoltà.
Può apparire scontato anche ricordare che l’attenzione al bambino non distoglie lo sguardo significativo sulla sua famiglia, sulle
persone che l’hanno generato, per proporre interventi non assistenzialistici ma di promozione delle loro capacità educative, in
relazione alle loro risorse personali e familiari.
Lavorare per i bambini e i ragazzi che vivono in condizioni di
disagio e di rischio per carenze del loro stesso ambiente familiare
richiede agli operatori e ai volontari, quali che siano la loro professionalità e i loro compiti, la ricerca di strumenti flessibili, individualizzati e tali da sollecitare responsabilità, capacità e risorse,
al fine di evitare il deterioramento della situazione con conseguenti interventi più drastici.
Sono temi in cui facilmente le emozioni, le esperienze personali
anche remote, i pregiudizi, le ideologie possono ostacolare una
lucida analisi di questo fenomeno, che richiede serenità e distac-
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co emotivo, cautela e vigilanza, progettualità e tempestività negli
interventi, riservatezza e rispetto delle persone coinvolte e contemporaneamente collaborazione fra tanti attori.
Possiamo affermare che la protezione di una crescita armoniosa
e serena dei bambini, difendendoli dalla violenza e dalle situazioni di danno fisico, sessuale e psicologico, è condizione del
benessere futuro del gruppo sociale: anzi, uno degli indicatori
più significativi del livello di sviluppo e di felicità di un popolo è
il grado di tutela che esso assicura alla salute fisica e spirituale
della sua infanzia.
La Caritas, affrontando il tema in questo numero dell’Osservatorio, non intende illustrare le tematiche complessive degli interventi a favore della famiglia in difficoltà e dei minori in situazione di disagio, ma vuole solo offrire una lettura statistica, elaborata da documenti e dati ufficiali forniti dagli Enti competenti, della
realtà del territorio bresciano.
Questa riflessione non intende essere esaustiva di tutte le problematiche del disagio del minore ma intende portare un contributo
informativo, seppur parziale, allo scopo di sensibilizzare e rendere consapevoli le comunità cristiane, i gruppi di volontariato,
tutte le agenzie formative e anche gli Enti pubblici e del privato
sociale, a costruire sinergie operative a livello preventivo e ad
attivare risorse informali e formali adeguate.
1. ENTI COINVOLTI
Attualmente, la competenza degli interventi per la tutela dei
minori è degli Enti Locali, a seguito della legge n. 328, in collaborazione con le ASL per la competenza sanitaria.
In breve, si sottolinea che gli interventi di diagnosi e di sostegno
nei confronti di nuclei familiari multiproblematici e pregiudizievoli nei confronti dei figli, richiedono èquipes competenti, integrate di diverse professionalità e costante formazione, oltre alla
“passione e alla voglia di rischiare” sul piano personale degli
operatori, perché le sofferenze con cui si entra in contatto non
lasciano indifferenti ma richiedono una costante attenzione alle
proprie motivazioni e al proprio mondo interiore.
Sono altresì esperienze in cui l’intervento ha bisogno di consenso
e collaborazione con tante realtà sociali, educative e istituzionali
del territorio: dalla scuola, ai volontari, alla parrocchia, agli educatori dell’Oratorio, agli operatori sanitari e sociali, ai rappresen-
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tanti degli Enti Locali: solo un intervento “ corale” e costruito con
il consenso di tutti giunge con più probabilità ad una maggior
efficacia.
Oggi più che in passato, è necessario sottolineare che questi
interventi richiedono costi elevati, non solo intesi come costi
degli interventi e dei servizi di accoglienza per i minori e a volte
anche per le madri, ma costi in termini di tempo, di acquisizione
di competenza, oltre ai “costi umani” e alla “ fatica personale” di
ogni operatore e persona coinvolta.
Di fronte ad una segnalazione di nucleo familiare con bambini in
situazione di pregiudizio e di grave rischio, gli operatori sociali,
sanitari e scolastici non possono, nel loro ruolo di pubblici ufficiali, ignorare la segnalazione. E’ loro compito istituzionale
approfondire, confrontarsi con altri operatori, approfondire l’osservazione della situazione per valutare la gravità del pregiudizio
e le possibili conseguenze sui bambini coinvolti. Il rapporto chiaro ed esplicito con la famiglia, rendendola, se possibile e in riferimento alla tipologia del maltrattamento, edotta dei suoi comportamenti pregiudizievoli, è altresì significativo: a volte questo
rapporto incute timore agli operatori che cercano sotterfugi o
comunicazioni manipolative, con conseguenze altrettanto negative nel rapporto successivo.
Di fronte a situazioni di grave pregiudizio e di non collaborazione al cambiamento da parte della famiglia, è doveroso effettuare
una segnalazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni. Non è una denuncia, ma una segnalazione
“dovuta” da parte di operatori che hanno un compito istituzionale di tutela dei minori. Chiunque può effettuare una segnalazione
circostanziata alla Procura ma gli operatori sociali, sanitari, scolastici che, nell’ambito delle proprie funzioni istituzionali, vengono a conoscenza di una situazione di grave pregiudizio, hanno il
dovere di trasmettere una segnalazione. Poi gli organi giudiziari (
Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni e il
Tribunale per i Minorenni ) effettuano le loro rilevazioni, raccolgono elementi, sentono gli interessati e dispongono i provvedimenti necessari, all’interno di un progetto di lavoro che ha l’obiettivo di valutare la recuperabilità della famiglia d’origine e
prescrivere gli interventi necessari, nel primario interesse di tutela del bambino.
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La tutela giudiziaria ha a disposizione due strumenti: le prescrizioni ai genitori e l’allontanamento del minore dal nucleo familiare.
Sono strumenti a volte risolutivi, ma che devono essere utilizzati
con opportuna metodologia e appropriatezza.
Le prescrizioni ai genitori, esercenti la potestà genitoriale, sono
efficaci se appaiono concrete, attuabili e verificabili nel loro esito
e se si inseriscono in un progetto sociale concordato con gli operatori; esse sono soprattutto efficaci se non sono solo imposte ma
se c’è stato a monte un impegno del giudice e degli operatori
sociali, per ottenere il consenso delle parti a “mettersi alla prova”
su di esse.
Anche l’allontanamento del minore dalla famiglia va preparato
con il minore che ne è destinatario, con la famiglia d’origine,
con le persone ( educatori e famiglia ) che accoglieranno il minore: non deve essere vissuto come punitivo e non deve costituire
un tempo vuoto, ma un periodo di recupero per la famiglia d’origine e di possibile rientro. Possiamo allora parlare di “allontanamento costruttivo” del minore, all’interno di un progetto operativo articolato e coordinato, con una valutazione prognostica del
recupero delle risorse educative famigliari e un adeguato sostegno al ragazzo.
Prescrizioni ed allontanamento presuppongono dunque che ad
ordinarli ci sia un giudice che sappia comunicare sia con i servizi, sia con le famiglie, sia con i ragazzi.
Una “comunità locale“ che vuole essere attenta alla realtà dei
bambini e garantire un ambiente educativo, attiva:
- tutti gli operatori scolastici a osservare, a prestare ascolto
ai comportamenti dei bambini per supportarli, comprenderli, dare parola al loro disagio;
- sensibilizza tutti ad essere “antenne sul territorio” per rilevare ma anche per supportare, in una rete di solidarietà
informale tra famiglie, quelle che hanno meno risorse e
capacità educative;
- una collaborazione tra tutte le realtà educative, sociali,
religiose del territorio perché si creino opportunità di
incontro, di comunicazione, di condivisione, cercando
soprattutto di far partecipare e coinvolgere le famiglie e i
bambini che hanno meno opportunità.
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Si paventa il rischio che il cambiamento istituzionale delle competenze socio-assistenziali nel settore della tutela dei minori
possa annullare tutta l’esperienza professionale e la letteratura
elaborata in questi ultimi venti anni: non si può ritornare a metodologie di lavoro del passato, ad interventi assistenzialistici protratti nel tempo e soprattutto con una ridotta progettualità.
I pochi follow up effettuati sulle situazioni seguite evidenziano
che una approfondita analisi e un intervento mirato, globale,
complessivo, oltre che tempestivo e competente, favoriscono
risultati positivi e soprattutto il raggiungimento dell’autonomia
dei ragazzi e delle loro famiglie in tempi adeguati.
2. F INANZIAMENTO
ANNUALE DEI SERVIZI SOCIO ASSISTENZIALI PER I
MINORI E LE FAMIGLIE
(CIRCOLARE N. 4)
La Regione attribuisce all’ASL di competenza un budget, precisando la modalità di raccolta dei dati relativi al funzionamento
dei servizi. L’ASL, in accordo con l’Assemblea dei Sindaci, elabora i criteri di attribuzione delle quote ai vari servizi in riferimento
ai dati rendicontati.
Nel gergo comune tra gli operatori e i politici, questo contributo
annuale viene chiamato il finanziamento “ della circolare n. 4 “,
dalla denominazione iniziale.
L’ASL di Brescia, per il funzionamento dei servizi socio- assistenziali dell’area minori, nell’anno 2003, ha avuto a disposizione
4.791.622,79 euro. Con tale importo sono stati finanziati i servizi
in “mantenimento” e i servizi in “sviluppo“ (cioè di “nuova attivazione”).
Il budget è stato ripartito tra le diverse tipologie di servizi (asili
nido; assistenza domiciliare minori; centri di aggregazione giovanile; centri ricreativi diurni; comunità alloggio e centri di pronto
intervento per minori, per madri e figli, per adulti in difficoltà e
utenza mista; affidamento di minori a famiglie, comunità alloggio, ai sensi degli artt. 80, 81 e 82 della L.r. 1/1986).
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Il budget dell’Area Minori di euro 4.791.622,79 è stato pertanto
suddiviso tra i diversi servizi nel modo seguente:
TAB. 1 BUDGET AREA MINORI ASL DI BRESCIA. ANNO 2003
servizio
Asili nido
Centri ricreativi diurni
Centri di aggregazione giovanile
Assistenza domiciliare minori
Comunità alloggio e centri di pronto Intervento
Affido artt. 80-81-81 L.R. 1/86
Totale
mantenimento
1.027.90013,00
309.000,00
1.106.000,00
155.185,00
523.741,00
1.280.000,00
4.401.839,00
sviluppo
64.116,00
7.981,00
299.146,79
18.540,00
389.783,79
totale
1.092.029,00
316.981,00
1.106.000,00
454.331,79
542.281,00
1.280.000,00
4.791.622,79
I servizi che possono far richiesta di contributo sono quelli previsti dalle legge 1/86 e in possesso di autorizzazione al funzionamento rilasciata dalla Provincia di Brescia.
In futuro sono previste modifiche con l’introduzione del processo
di accreditamento delle strutture e la definizione dei compiti di
vigilanza.
40
In questa riflessione non prendiamo in esame l’analisi economica,
ma utilizzeremo i dati relativi all’utenza seguita nei diversi servizi,
in quanto dati statistici ufficiali e omogenei, pur nella consapevolezza della parzialità intrinseca in questo tipo di analisi.
In questa riflessione si è ritenuto di limitarci al territorio dell’ASL
di Brescia, ipotizzando eventualmente un completamento successivo con i dati dell’ASL di Valle Camonica.
3. MINORI CON PROVVEDIMENTO DEL TRIBUNALE PER I MINORENNI
In questa esposizione si è ritenuto di limitare il campo di osservazione ai minori con provvedimento dell’Autorità Giudiziaria,
elaborando i dati forniti dal Servizio Famiglia Infanzia Età Evolutiva del Dipartimento ASSI dell’ASL di Brescia, relativamente
agli anni 2002 e 2003.
Gli operatori sociali dei Consultori Familiari dell’ASL e dei
Comuni seguono situazioni familiari multiproblematiche non
soggette a provvedimento dell’Autorità Giudiziaria.
Presentando i dati non riteniamo di fornire percentuali o altre
elaborazioni, in quanto non è in discussione se il territorio “è
più o meno patologico” ma piuttosto stimolare la consapevolezza che questa realtà esiste, è presente e, al di là dei numeri
grandi o piccoli, non può lasciare nessuno indifferente.
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
I dati forniti dall’ASL sono raggruppati per distretti socio-sanitari, che non coincidono con le zone pastorali della Diocesi:
d’altra parte abbiamo scelto di fornire questa analisi dettagliata
che, pur con le imprecisioni espresse, può favorire una riflessione di ogni comunità locale, compresi i gruppi di volontariato,
gli Oratori e le comunità cristiane.
Civile
Penale
Civile
Penale
Giudice Tutelare
situazioni di abuso
sessuale l.66/96, l.269/98
Brescia
424
5
10
18
20
7
28 395
2
7
25
12
2
16
Gussago
72
1
2
4
2
2
4
89
1
0
11
3
1
6
Rezzato
111
0
3
4
0
1
3
125
0
2
10
0
1
3
Gardone V.T.
166
2
6
17
0
2
5
156
2
5
20
0
3
6
Iseo
60
1
0
3
0
2
2
63
1
0
1
0
3
5
Palazzolo S/O 15
0
0
0
0
0
0
74
0
0
2
0
0
0
Chiari
57
3
1
3
3
3
6
113
3
5
17
0
8
1
Orzinuovi
68
0
1
4
2
1
2
60
0
1
4
3
1
2
Leno
149
1
0
8
0
2
5
162
2
0
16
0
4
8
Montichiari
92
1
0
8
1
0
4
73
1
0
8
0
0
3
Salò
121
1
1
5
0
1
1
147
3
0
9
0
0
1
Nozze di Ves. 92
1
0
7
0
1
1
94
3
0
6
0
1
1
1427 16
24
81
28
22
61 1551 18
20 129 18
24
52
Totale
Amministrativo
Richiesta
decreto TM
Penale
Distretto
Richiesta
T.O.
Civile
Richiesta
decreto TM
Giudice Tutelare
Amministrativo
Anno 2003
Tipo di provvedimento
Penale
Anno 2002
Tipo di provvedimento
situazioni di abuso
sessuale l.66/96, l.269/98
TAB. 2. TIPI DI PROVVEDIMENTO PER DISTRETTO. ANNI 2002-2003
Civile
osservatorio 6
Richiesta
T.O.
41
osservatorio 6
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Osservatorio permanente delle povertà e delle risorse - Diocesi di Brescia
Distretto
F
Brescia
240 190 430 168 80 226 37
33 544
Gussago
49
53 102 77
12
56
3
14 162
Rezzato
83
58 141 100 20
14
1
8
Gardone V.T.
101 85 186 110 19
38
4
18 189
Iseo
34
33
67
37
48
2
12 104
Palazzolo S/O 45
31
76
42
11
56
36
10 155
Chiari
91
54 145 70
48
40
22
4
184
Orzinuovi
27
41
20
5
4
4
65
Leno
91
88 179 149 18
21
8
14 210
Montichiari
35
47
27
0
52
0
3
82
Salò
86
73 159 68
3
88
16
6
181
Nozze di Ves. 55
49 104 39
1
85
3
5
133
Totale
42
M
Totale
ANNO 2003
Grave
trascuratezza
PREVALENTE.
Maltrattamento
Psicologico
Maltrattamento
fisico
Sospetto abuso
sessuale
Totale
Anno 2003
Tipologia prevalente
Sesso
Violenza assistita
TAB. 3.
TIPOLOGIA
TAB. 4.
MINORI
68
32
82
5
143
937 802 1739 919 237 729 136 131 2152
anno 2003
anno 2002
In affido a
In affido a
Famiglia
Comunità
Istituto
57
62
2
121 49
47
2
98 -23
Gussago
14
13
0
27
19
10
0
29
Rezzato
19
8
0
27
14
9
0
23
-4
Gardone V.T.
21
12
0
33
17
29
0
46
13
Iseo
Distretto
Totale
Istituto
Brescia
2002 E 2003
Totale
Comunità
ANNI
Famiglia
EXTRAFAMILIARE.
Differenza
2002-2003
IN COLLOCAMENTO
2
17
7
0
24
17
7
0
24
0
Palazzolo S/O 7
1
0
8
29
10
0
39
31
Chiari
14
12
0
26
28
18
0
46
20
Orzinuovi
12
9
0
21
13
7
0
20
-1
Leno
33
17
0
50
38
21
0
59
9
Montichiari
35
4
0
39
33
4
0
37
-2
Salò
17
2
3
22
23
3
3
29
7
Nozze di Ves. 20
8
0
28
21
6
0
27
-1
5
426 301 171
5
477 51
Totale
266 155
osservatorio 6
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
COMMENTO AI DATI RIPORTATI NELLE TABELLE
-
-
-
-
-
nel confronto tra il numero dei minori seguiti nel 2002 e
nel 2003, si nota un incremento delle situazioni con lieve
prevalenza dei maschi (si parla di minori e non di famiglie, in una famiglia non tutti i figli possono o devono
essere soggetti a provvedimento dell’Autorità Giudiziaria);
il numero dei ragazzi stranieri seguiti rimane inalterato nei
due anni presi in esame;
la diffusione del fenomeno evidenzia un decremento della
casistica in città e un incremento in alcune zone della
Provincia, anche se non è possibile azzardare ipotesi
interpretative che richiederebbero un’analisi approfondita
del territorio;
in riferimento al tipo di provvedimento, si conferma il
dato ormai rilevato anche in modo informale, cioè l’incremento delle richieste del Tribunale Ordinario per l’affidamento dei minori in caso di separazione conflittuale: il
Giudice chiede una conoscenza delle dinamiche familiari
e un’ipotesi di affidamento dei figli e di possibile regolamentazione degli incontri con il genitore non affidatario,
dopo aver valutato l’impossibilità di giungere ad un accordo sereno in sede di definizione della separazione in Tribunale;
con l’incremento dei minori segnalati, si evidenzia anche
un aumento dei ragazzi in collocamento extrafamiliare
con un aumento degli affidi familiari;
in riferimento alle tipologie di problema delle situazioni in
carico nel 2003, sembra assumere un rilievo significativo
la trascuratezza grave e il maltrattamento psicologico,
senza trascurare le altre tipologie pur meno rilevanti sul
piano numerico.
Va ricordato che la violenza che fa male ad un bambino è quasi
sempre una combinazione caotica in miscele diverse di sofferenze fisiche, di offese psicologiche e anche di trascuratezza.
Essa non colpisce il corpo da sola, ma è capace di ferire l’anima:
è la violenza distruttiva, che manifesta una svalutazione dell’essere, che umilia e mortifica, che non riconosce il bisogno di
valorizzazione, che trasmette un’immagine negativa.
A danneggiare il bambino non sono le botte ma il messaggio che
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osservatorio 6
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Osservatorio permanente delle povertà e delle risorse - Diocesi di Brescia
esse esprimono di rifiuto, di negazione dell’attaccamento e del
legame.
In qualche caso, la violenza dell’adulto contro il bambino può
fare a meno perfino di atti che producano sensazione di sofferenza fisica o lesioni al corpo perché si realizza con l’offesa urlata, il
disprezzo, il rifiuto declamato di amore: consiste in condotte
omissive come incuria, trascuratezza, disattenzione, assenza,
abbandono e rifiuto di soddisfare i bisogni affettivi, emozionali e
psicologici più profondi ed essenziali di un bambino.
La gravità sta nel fatto che queste condotte sono sottese ad una
relazione distorta e disturbata dell’adulto con il bambino.
Chi si occupa di queste tematiche dovrebbe lanciare un messaggio culturale che la violenza all’infanzia non si riduce a gesti
impulsivi sporadici ma si caratterizza per la cronicità e continuità
degli abusi.
4. MINORI IN COMUNITÀ ALLOGGIO
44
Le comunità alloggio sono servizi di tipo residenziale che accolgono minori allontanati temporaneamente dal nucleo familiare
d’origine, mediante decreto emesso dal Tribunale per i Minorenni.
La conduzione della comunità avviene attraverso una modalità di
tipo familiare in quanto favorisce la creazione di un clima di
benessere all’interno del quale i ragazzi possano crescere in
modo sereno.
Attraverso un progetto di “presa in carico” di ogni ragazzo, le
comunità intendono supportare una genitorialità deficitaria,
orientando il proprio intervento alla riparazione, alla tutela e alla
crescita armonica dei ragazzi accolti, assicurando loro una presenza di adulti in grado di fornire un accompagnamento al proprio processo di crescita.
L’obiettivo ultimo dell’intervento vede l’autonomia come massima espressione delle finalità perseguite.
La rielaborazione delle esperienze rende i ragazzi capaci di attivare, attraverso inserimenti di tipo scolastico e/o lavorativo,
momenti di vera e propria integrazione sociale.
Un intervento globale prevede, accanto ad una presa in carico
del ragazzo, un progetto di intervento con la famiglia d’origine
perché riveda le proprie modalità organizzative familiari ed educative genitoriali.
I ragazzi mantengono contatti con la famiglia, partecipano a tutte
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
le attività del territorio e sono aiutati a riflettere e rivedere le proprie storie, passando attraverso la comprensione ed espressione
della propria sofferenza.
Le dimissioni avvengono per:
- raggiungimento della maggiore età,
- il conseguimento degli obiettivi previsti dal progetto educativo individualizzato del ragazzo,
- affidamento familiare o adottabilità.
Interessante è l’esperienza che si sta consolidando di accompagnamento graduale verso l’autonomia personale dei ragazzi che
raggiungono la maggiore età e per i quali non esistono le condizioni di un positivo rientro nella propria famiglia d’origine, pur
mantenendo rapporti con la stessa.
Gli educatori condividono la vita quotidiana con i ragazzi accolti, cercano di stabilire una relazione significativa con ogni ragazzo, per aiutarli a ricostruire la propria personalità e avviarsi verso
un futuro di vita positivo e integrato nel contesto sociale
In alcuni casi, l’allontanamento del minore è attuato con urgenza
e quindi il collocamento avviene in un Centro di Pronto Intervento per valutare la situazione e ipotizzare un progetto di lavoro
concordato con la Magistratura.
Nel territorio bresciano preso in considerazione, sono presenti
18 comunità alloggio e 3 centri di pronto intervento per minori:
di queste 21 strutture, 19 sono a gestione privata e 2 a gestione
pubblica.
Nel 2002, le comunità alloggio hanno accolto 193 minori di cui
112 maschi, i centri di pronto intervento hanno accolto 36 minori di cui 18 maschi.
Non tutti i minori accolti provengono dal territorio bresciano,
così come i minori e gli adolescenti bresciani possono, per diversi motivi, essere collocati in strutture site in province limitrofi.
5. MADRI E BAMBINI IN CENTRO DI PRONTO INTERVENTO
Per alcune situazioni familiari problematiche si effettua un allontanamento della madre e dei figli e l’accoglienza avviene in Centri di Pronto Intervento appositamente organizzati.
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Osservatorio permanente delle povertà e delle risorse - Diocesi di Brescia
In queste strutture gli educatori cercano di conoscere la situazione
della madre e dei bambini e, in accordo con gli operatori sociali e
la Magistratura, elaborano il progetto di intervento, anche in riferimento alla recuperabilità delle funzioni genitoriali e delle capacità della madre di occuparsi in modo adeguato dei figli.
In queste strutture, sono accolte anche ragazze o donne in gravidanza, prive di un sostegno familiare, per accompagnarle alla
nascita del figlio e nei primi tempi di vita del figlio stesso.
Questa tipologia di utenza era sicuramente più rilevante negli
anni scorsi, mentre attualmente appare poco significativa rispetto
alle situazioni in cui la madre si trova a dover “ fuggire” da un
contesto problematico, spesso violento e pregiudizievole per sé e
per i propri figli.
Di fronte a queste situazioni sorgono problemi rilevanti per l’autonomia delle madri e quindi si pone il problema dell’apprendimento di un lavoro e la ricerca dello stesso, la ricerca di un’abitazione e soprattutto il recupero di una capacità genitoriale, oltre
ad una rete di sostegno che sostituisca la propria famiglia parentale, di cui spesso sono prive oppure è altrettanto problematica.
46
Si stanno attuando servizi sperimentali in cui le donne possano
sperimentare gradualmente le proprie capacità di gestione della
casa, di occuparsi adeguatamente dei figli, di mantenere un lavoro compatibile con gli impegni familiari…
Anche in questi servizi l’aspetto significativo si basa su questi elementi:
- educatori competenti e appassionati,
- attuazione di un progetto complessivo di intervento concordato con tutti gli attori e che coinvolge la madre stessa
- metodo della quotidianità, cioè sull’accompagnamento e
condivisione della vita quotidiana di una famiglia,
- rivisitazione della propria storia, elaborazione della propria sofferenza per conoscersi meglio e crescere nella
propria interiorità.
Sta emergendo in questi servizi il problema delle madri straniere
sole con figli, che devono spesso “ fare i conti “, oltre ai problemi coniugali e genitoriali, anche con le differenze culturali e l’assenza di riferimenti relazionali.
Nel 2002 sono state accolte 43 madri con 60 bambini, mentre
sono state accolte 9 gestanti.
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6. SERVIZIO DI ASSISTENZA EDUCATIVA DOMICILIARE
E’ un servizio che si colloca nella rete dei servizi socio-assistenziali, con la finalità di attivare interventi di tipo preventivo e di
sostegno nei confronti di famiglie con minori definite “a rischio”
o in situazioni di difficoltà temporanea.
Finalità dell’assistenza domiciliare ai minori è promuovere l’evoluzione del nucleo familiare affinché persegua l’obiettivo dell’autonomia nel compito educativo verso i figli, mediante l’affiancamento di personale educativo.
L’obiettivo di tale intervento, attraverso l’elaborazione di progetti
individualizzati rispetto alle specifiche situazioni di disagio familiare, mira a :
• recuperare le risorse potenziali della famiglia e rafforzare
le figure parentali,
• limitare e contenere gli effetti patogeni di alcune situazioni,
• costruire una rete di legami tra minore, nucleo familiare e
ambiente ( scuola, vicinato e comunità locale ).
Il servizio va attivato laddove esistano situazioni familiari la cui
diagnosi è favorevole ad un cambiamento e quindi è possibile
una ricuperabilità delle competenze educative familiari.
L’intervento di assistenza domiciliare è “ponte” tra il minore a
rischio di emarginazione, la sua famiglia e il territorio, come
accompagnamento preventivo, sostegno e tutela del percorso di
crescita.
I destinatari dell’intervento sono minori e famiglie a rischio di
emarginazione laddove la relazione genitori / figli risulti disturbata
o si rilevi inadeguatezza educativa da parte delle figure parentali.
In particolare, il Servizio di assistenza domiciliare minori interviene nelle seguenti situazioni:
• carenze socioculturali ed economiche da parte della famiglia con conseguente isolamento sociale del minore,
• presenza di conflitti tra i genitori che determinano una
scarsa attenzione ai bisogni affettivi ed educativi dei
minori,
• presenza di “ problematiche sociali “ quali: detenzione di
un componente della famiglia, alcoolismo, tossicodipendenza, patologie psichiatriche, ecc..
• disorganizzazione ed incapacità a gestire adeguatamente
gli aspetti anche pratici della vita quotidiana.
Con questo servizio, il bambino è seguito da un educatore che
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Osservatorio permanente delle povertà e delle risorse - Diocesi di Brescia
svolge i seguenti compiti:
- intervento educativo nei confronti del minore per sostenerlo ed aiutarlo nel rapporto con le figure genitoriali e
parentali, per permettergli di maturare ed esprimere le sue
potenzialità;
- intervento educativo nei confronti dei familiari per favorire la comprensione di atteggiamenti, comportamenti,
dinamiche relazionali del minore, attraverso il recupero
della famiglia, interventi di inserimento sociale rivolti al
minore e alla sua famiglia, realizzati attraverso contatti
con le realtà associative e ricreative ( quali l’oratorio, i
centri di aggregazione giovanile, i gruppi sportivi…) e la
costruzione di una rete di legami tra nucleo familiare e
ambiente circostante.
48
Apparentemente, può sembrare un intervento semplice ma il
compito di un educatore che agisce all’interno della famiglia,
instaurando un rapporto con il bambino, è estremamente complesso e richiede costanti mediazioni e un progetto di lavoro
condiviso con la famiglia stessa.
Nel 2002 sono stati seguiti 304 minori appartenenti a 249 nuclei
familiari e le fascie d’età più rappresentative sono quella 6-11
anni, con 102 bambini, e 11-14 anni, con 133 ragazzi.
7. AFFIDO FAMILIARE
L’ordinamento italiano si propone di mantenere, rinsaldare e rendere il più possibile adeguate le relazioni di ciascun bambino
con i propri genitori. Per questo la legge n. 184 del 4/5/83 sull’adozione e sull’affidamento afferma prima di tutto il diritto per
ogni minore ad essere educato nell’ambito del proprio nucleo di
appartenenza: in questa stessa prospettiva, con l’istituto dell’affidamento eterofamiliare, prevede il suo inserimento in un’altra
famiglia laddove si rende necessario allontanarlo dalla sua, poiché temporaneamente inadeguata ad assisterlo.
Il provvedimento dell’affido si propone pertanto l’obiettivo di evitare al minore situazioni a rischio evolutivo, riconducibili ad una
inadeguatezza temporanea da parte dei suoi genitori a farsi carico ed a prendersi cura di lui, che siano tali da procurargli uno
stato di carenza e di crisi personale e relazionale. Esso è quindi
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
la maniera per curare e proteggere il legame familiare, diventando una risorsa per il bambino, un’esperienza terapeutica che può
offrire modelli di identificazione alternativi, attraverso una continuità educativa che assicuri la possibilità di un rapporto più favorevole anche con la propria esperienza passata.
Il legislatore ha ben colto la complessità relazionale di questo
istituto quando privilegia l’affido a coniugi con figli, a persone
sole ed a comunità di tipo familiare, suggerendo così una molteplicità di configurazioni relazionali di cui il bambino può diventare protagonista. Poiché prevede la formazione di nuclei differenti, l’affido richiede un’inevitabile ridefinizione dei ruoli di tali
nuclei: il minore viene inevitabilmente a vivere una situazione di
doppia appartenenza ed è probabilmente in questo che risiede la
potenziale problematicità dell’esperienza.
All’evoluzione di questo percorso a meandri tra famiglia d’origine e famiglia affidataria, è legato il futuro sviluppo positivo del
bambino.
Alla complessità dell’affido contribuisce l’intervento di molteplici
sottosistemi interagenti tra loro: il minore, la famiglia d’origine, la
famiglia affidataria, gli operatori sociali e la Magistratura.
Questi diversi sottosistemi entrano dinamicamente in gioco tra
loro in un rapporto di interdipendenza e di reciprocità, di modo
che l’intervento di ogni attore influenza gli altri.
Gli affidatari hanno il compito di consolare il bambino e contenere la sua rabbia verso la messa in discussione della sua famiglia e contemporaneamente non possono trascurare l’impegno a
garantire una continuità di rapporto del bambino con i suoi genitori: questo permetterà inoltre la condivisione di modalità di relazioni affettive, emotive e verbali che aiuterà gli affidatari stessi
nella costruzione di una storia assieme al bambino, fondanti la
sua nuova appartenenza ed il sentimento di familiarità.
Il bambino ha bisogno di essere informato chiaramente sulla sua
situazione, sui motivi dell’affido e sulla durata, oltre alla conoscenza della famiglia affidataria.
L’affido rappresenta per il bambino la possibilità di mettere insieme, integrandole, l’esperienza fatta nella famiglia naturale ed il
nuovo spazio offerto da quella affidataria: egli deve avere la possibilità di guardare, mantenendo una certa distanza, alle proprie
vicende recenti e passate.
E’ dal rapporto tra le due famiglie che dipenderà il buon esito
dell’affido: solo attraverso una fiducia reciproca tra i due nuclei il
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Osservatorio permanente delle povertà e delle risorse - Diocesi di Brescia
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bambino potrà vivere l’affido come un passaggio e “ stare tra e
con due famiglie “ e non come un’ennesima vicenda di rottura.
In ogni affidamento, ci si trova a dover gestire esigenze contrastanti ed apparentemente inconciliabili. Da un lato, la necessità
del bambino di conservare la propria appartenenza, dall’altro il
bisogno di possesso dei genitori affidatari.
Si possono, più frequentemente di quanto si pensi, evidenziare
idee di possesso da parte degli affidatari, alcune volte dichiarate
con semplicità altre volte subdolamente nascoste tra le pieghe
del moralismo o peggio nel “ per il bene del bambino “. A volte,
l’esigenza di dare un genitore ad un bambino viene sopraffatta
dal bisogno di avere un bambino, innescando anche sentimenti
di rivalità e competizione tra genitori naturali e affidatari.
I bambini, in queste situazioni, sono poi costretti da un lato a
dover esprimere una preferenza per qualcuno, dall’altro a rinunciare a qualcun altro, quasi abiurandolo, spesso spinto dagli
eventi a frustrare il suo bisogno di appartenenza
E gli operatori cercano di mediare, di trovare un compromesso,
una soluzione accettabile per tutti, navigando tra il bisogno di
possesso dei genitori e quello di appartenenza dei bambini.
Spesso gli affidi naufragano quando non si è capaci o non si
riesce a gestire la rivalità e la competizione tra i genitori naturali
e quelli affidatari.
Incomprensioni, gelosie, invidie minano irreparabilmente l’esperienza dell’affido, lasciando tutti con grossi sentimenti di rabbia e
fallimento.
Si ricorda che l’affido può essere a tempo pieno, ma possono
esserci affidi diurni e part time, a seconda della situazione della
famiglia d’origine e del progetto di recupero della famiglia stessa.
Attualmente, si rileva una diminuzione delle famiglie che si rendono disponibili per l’affido.
Si può sottolineare che è una esperienza di gratuità e di impegno
non facile ma è educativa anche per la stessa famiglia affidataria.
Ricordiamo anche che spesso è un aiuto anche “aprire la propria
porta di casa” ai bambini del vicinato, agli amici dei propri figli,
prestando attenzione alle loro esigenze in un atteggiamento di
“I care”, superando il privatismo familiare.
A livello di opinione pubblica, a volte si ritiene più plausibile un
affido ad un parente, ma l’esperienza insegna che spesso il bambino rimane al centro di rapporti e di dinamiche familiari non
sempre serene.
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
Nel 2003, sono stati seguiti n. 301 affidi familiari di cui 55 di
nuova attivazione, mentre nel 2002 gli affidi familiari sono stati
266.
Nel 2002 rispetto ai 301 affidi,
• 36 bambini sono stranieri
• 10 sono disabili,
• 93 sono affidati a parenti entro il IV grado,
• di 111 affidi non si prevede la durata,
• 16 ragazzi avevano un’esperienza precedente di affido,
• 40 minori hanno concluso l’affido, con 22 ragazzi che
sono rientrati in famiglia e 9 con vita autonoma e 6 sono
stati collocati in Comunità Alloggio.
8. CONCLUSIONI
Questa breve esposizione non comprende altri ambiti, quali l’adozione e gli interventi penali per i minori, che potranno essere
affrontati successivamente.
Sappiamo che il maltrattamento all’infanzia è una questione
impegnativa da affrontare con cautela, accortezza e consapevolezza della complessità. Tuttavia, sottolineiamo una forte convinzione, cioè che è necessario attivarci tutti per garantire una prevenzione del disagio e della sofferenza dei bambini e per far
questo anche noi adulti, sia individualmente che come comunità, abbiamo bisogno di attivare una maggior sensibilità emotiva e
una maggior capacità di ascolto per evitare che queste sofferenze
non solo restino invisibili ma anche impensabili, cioè non
ammesse neppure nella nostra mente.
Rendere visibile e pensabile la sofferenza di ogni bambino ci
porta a coinvolgerci in sentimenti di dolore e di impotenza nell’identificazione con il bambino, a mettere in discussione l’idealizzazione teorica della famiglia e delle figure genitoriali, a volte
conosciute come persone perbene, ed infine esporsi ai conflitti
che si aprono quando ci si fa carico di rendere visibile la situazione di disagio.
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LA RETE DEI SERVIZI
AGLI ANZIANI
DEL COMUNE DI BRESCIA
di Marco Trentini
Il dibattito sui sistemi assistenziali e di sicurezza sociale è
accompagnato, quasi sempre ormai, da considerazioni sulla
sostenibilità economica della spesa sociale, che giunge fino a
considerare necessario subordinare il sistema di welfare a vincoli
economici più o meno stringenti.
L’introduzione dei vincoli di carattere economico nell’ambito
della spesa sociale obbliga a valutare la sostenibilità economica
del sistema di welfare, intesa come efficacia ed efficienza della
spesa, avendo in mente la particolare natura della spesa sociale
che è direttamente collegata al sostegno a persona in condizioni
di difficoltà, ed in particolare degli anziani.
Una indagine realizzata dall’Unità di Staff Statistica del Comune
di Brescia sulla rete comunale dei servizi agli anziani fornisce
alcuni spunti di riflessione.
L’INDAGINE SULLA RETE COMUNALE
DEI SERVIZI PER ANZIANI
La nota presenta alcuni dati dell’indagine, realizzata dall’Unità di Staff
Statistica del Comune di Brescia, su “La rete comunale dei servizi sociali
agli anziani”.
L’indagine ricostruisce, attraverso l’uso di fonti amministrative, le biografie
individuali ed assistenziali delle persone residenti in città, seguite nel
periodo dal 1990 al 2001 dai Servizi Sociali del Comune di Brescia.
Le fonti dei dati utilizzate nelle elaborazione sono due:
• il Sistema Informativo della Popolazione, SIPo, che comprende l’anagrafe della popolazione residente e permette di raccogliere i dati sui residenti, gli emigrati ed i morti, ricostruendo così la storia (biografia) individuale e familiare a partire dagli eventi cardine come la nascita, l’immigrazione, …, fino alla morte;
• il sistema informativo socio-assistenziale, SAP-Servizi Alla Persona, che
comprende gli archivi degli utenti seguiti dal Settore Servizi Sociali del
Comune. I dati assistenziali sono organizzati per utente e per pratica e
permettono di ricostruire, per ogni utente, tutti i servizi erogati dalla
struttura nel tempo, vale a dire la storia (biografia) assistenziale dell’utente, che è strettamente collegata alla sua biografia demografica.
La ricostruzione delle biografie demografiche e assistenziali consente di
analizzare l’evoluzione dei rapporti tra l’utenza ed il gestore dei servizi,
che riflette l’evoluzione delle condizioni di bisogno della popolazione.
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L’indagine si concentra su cinque grandi gruppi di servizi assistenziali,
erogati a persone di età superiore a 60 anni: assistenza domiciliare domestica - SAD, Centro diurno, ricovero in strutture protette, Telesoccorso, e
altri servizi domiciliari (pasti, lavanderia, bagni ecc.).
L’indagine riguarda le biografie demografiche e assistenziali di 6.558 utenti
residenti in città, presi in carico a partire dal 1 gennaio 1990 fino al 31
dicembre 2001 e di età, al momento della presa in carico, superiore a 60
anni.
1. CONTABILITÀ DEGLI UTENTI ANZIANI
TAB. 1. NUMERO UTENTI SERVIZI SOCIALI
CON ETÀ SUPERIORE A 60 ANNI
Anno
della presa
in carico
54
Utenti
all’inizio
dell’anno
Entrati
nell’anno
(Presi in
carico)
Già in
carico
Usciti
nell’anno
(soppravi
venti)
(morti o
emigranti)
Di cui
morti
Utenti
a fine
anno
1991
1241
470
1002
239
224
1472
1992
1472
428
1209
263
236
1637
1993
1637
448
1335
302
273
1783
1994
1783
541
1422
361
332
1963
1995
1963
502
1621
342
317
2123
1996
2123
497
1757
366
322
2254
1997
2254
492
1803
451
413
2295
1998
2295
640
1811
484
430
2451
1999
2451
554
1928
523
441
2482
2000
2482
565
2032
450
392
2597
2001
2597
491
2113
484
430
2604
La tabella evidenzia la crescita del numero complessivo di utenti
dovuta più che all’aumento del numero di nuovi entrati (che
rimane pressoché stabile, intorno a 500 persone all’anno) all’aumento della durata della permanenza in carico (cresce il numero
di sopravviventi).
A questi primi elementi se ne aggiungono altri tre:
• la elevata, e pressoché costante, maggior presenza di femmine,
che rappresentano il 70% dei nuovi entrati ed il 65% degli
usciti;
• l’aumento, passando dal 1991 al 2001, dell’età media dei
nuovi utenti, da 79 a 82 anni per le femmine, e da 77 a 79 per
i maschi, e la maggiore età media alla presa in carico delle
femmine rispetto ai maschi (la differenza è di circa 3 anni);
• l’aumento, sempre nello stesso periodo, dell’età media alla
morte di 2 anni per i maschi, da 80 a 82 anni, e di uno per le
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femmine, da 84 a 85 anni.
Gli utenti presi incarico di recente, nel 2001, sono più vecchi
rispetto a quelli presi in carico all’inizio degli anni ‘90 e, presumibilmente, anche in condizioni di salute peggiori come indicato
dall’aumento della percentuale di morti nell’anno di calendario
di presa in carico che passa dall’8,5% nel periodo 1991/94 al
12,7% nel periodo 1995/98, fino al 14% nel periodo 1999/2001.
Le caratteristiche della mortalità dell’utenza presa in carico più
di recente può dipendere sia dalle politiche assistenziali (le restrizioni di bilancio portano a selezionare la parte più debole della
domanda) sia dalla condizione sanitaria e dalla situazione familiare delle corti da cui originano i nuovi utenti rispetto a quelli
presi in carico dieci anni prima.
2. TASSI PERCENTUALI DI PRESA IN CARICO PER CLASSE DI ETÀ
TAB. 2. UTENTI PER CLASSI DI ETÀ
Classe
d’età
60-64
65-69
70-74
75-79
80-84
85-89
90-94
95 e più
Totale
Anno 1994
F
0,1
0,3
0,7
2,0
3,1
4,2
4,2
3,6
1,3
M
0,2
0,5
0,6
1,8
2,8
3,5
2,1
4,8
0,9
Anno 1998
T
0,1
0,3
0,7
1,9
3,0
4,0
3,9
3,8
1,1
F
0,2
0,4
1,0
1,7
3,0
5,0
4,7
4,7
1,4
M
0,2
0,2
0,7
1,5
3,1
5,4
2,8
3,2
0,9
Anno 2001
T
0,2
0,4
0,9
1,7
3,0
5,1
4,4
4,5
1,2
F
0,1
0,3
0,4
1,2
2,4
3,4
3,9
5,1
1,1
M
0,1
0,2
0,3
1,3
1,7
3,4
7,1
0,0
0,7
T
0,1
0,3
0,4
1,2
2,2
3,4
4,5
4,5
0,9
La tabella riporta i tassi di presa in carico, vale a dire il rapporto
tra le persone prese in carico e la popolazione di quell’età e permette alcune considerazioni. In totale i tassi di presa in carico
sono pressoché simili nel tempo (intorno all’1% in totale) ma con
marcate differenze per età: si riduce l’incidenza sulle età inferiori
agli 85 anni (2,2% sulla classe di età 80-84 anni nel 2001, contro 3% nel 1994; 3,4% per la classe di età 85-89 nel 2001 contro
il 4% nel 1994), mentre cresce l’incidenza della presa in carico
per le classi di età elevata (il 4,5% delle persone con più di 90
anni, contro il 3,9% del 1994) oltre i 90 anni superiore.
I dati sembrano confermare l’ipotesi che la presa in carico si stia
spostando su persone di età maggiore, quindi, presumibilmente,
in condizioni di salute meno buone.
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Il momento della presa in carico da parte della struttura assistenziale è importante per almeno due ragioni:
∆ la struttura effettua in quel momento una valutazione delle
condizioni della persona e della situazione familiare, e definisce
il piano delle prestazioni assistenziali di cui l’utente necessita;
∆ la persona rimane agganciata alla struttura sostanzialmente
fino alla morte.
La durata totale della presa in carico, vale a dire fino alla morte
dell’assistito, definisce la durata massima dei servizi a cui la
struttura è tenuta a fare fronte, e quindi è un elemento utile per la
programmazione delle risorse e dei servizi nel tempo.
Di seguito presentiamo alcuni risultati numerici limitando l’analisi alle persone prese in carico fino al 1994, che sono state osservate per un massimo di 142 mesi complessivamente fino al 2001.
La ragione è evidente: la durata (media e mediana ) della presa in
carico si misura nell’ordine degli anni.
TAB. 3
INDICATORI DELLA PRESA IN CARICO
PER CATEGORIE DI UTENZA PRESE IN CARICO
56
FINO AL
1994 SECONDO IL TIPO DI SERVIZIO.
UTENTI PRESI IN CARICO NEL PERIODO
DAL 1991 AL 1994 E SEGUITI FINO AL 31.12.2001
Tipologia di
servizio erogato
al momento
della presa
in carico
Ricovero
SAD
Altri servizi
Telesoccorso
Tutti gli utenti
Numero
di utenti
Numero
di morti
nel periodo
Durata
media di presa
in carico
in mesi
Durata
mediana
di presa
in carico
in mesi
408
1443
698
218
2817
325
1109
434
130
1998
45,7
53,9
72,0
74,1
58,4
31,4
38,3
61,7
60,5
44,1
La durata media della presa in carico degli utenti si avvicina ai 5
anni, raggiungendo i 58 mesi, con la metà degli utenti che rimane in carico oltre 4 anni, 44 mesi esattamente.
La durata media della presa in carico per tipologia di servizio
mostra differenze notevoli con un minimo di 45 mesi per i ricoveri (con la metà dei ricoverati che muore entro 31 mesi) ed un
massimo di 74 mesi (oltre 6 anni!), per il telesoccorso.
La scelta del servizio al momento della presa in carico costituisce
un “campanello d’allarme” circa le condizioni, sanitarie ed assistenziali, dell’utente ed anche della possibile traiettoria assisten-
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ziale. Gli utenti beneficiari di servizi ad alto contenuto assistenziale (servizi “pesanti” come il ricovero in struttura protetta o il
servizio di assistenza domiciliare domestico SAD) hanno una
mortalità nettamente superiore rispetto agli utenti presi in carico
con servizi “leggeri” (telesoccorso o servizi domiciliari leggeri:
pasti, lavanderia ecc.). La durata media di presa in carico dell’utente di servizi “leggeri” supera i 5 anni contro i 3,5 anni per i
servizi “pesanti”.
Gli utenti maschi hanno una mortalità sistematicamente superiore rispetto alle femmine, con differenze dell’ordine di 4 mesi nel
ricovero e di oltre 20 mesi per i servizi assistenziali domestici.
Tra i vari elementi evidenziamo l’aspetto dell’età, che possiamo
analizzare solo per le femmine prese in carico con un SAD: la
durata media della presa in carico delle femmine di età fino a 85
anni è 2 anni superiore rispetto a quella delle femmine di età
superiore a 85 anni.
I dati raccolti permettono di stimare la quantità di servizi, espressa in termini di durata in mesi, che la struttura ha “impegnato”
per le varie categorie di utenza.
TAB. 4
INDICATORI DELLE RISORSE EROGATE PER TIPOLOGIA DI SERVIZIO.
UTENTI PRESI IN CARICO NEL PERIODO DAL 1991 AL 1994
ENTRO IL 31.12.2001
Tipologia di
servizio erogato
al momento
della presa
in carico
SAD
Altri servizi domic.
Ricovero
Telesoccorso
C. D. 1994 al 1998
N.
1.109
434
325
130
56
Numero
Durata
medio
media
di servizi della presa
in carico
C
2,0
33,9
2,3
41,7
1,5
31,0
1,7
41,5
1,9
22,1
E MORTI
Durata
mediana
di presa
in carico
Durata
mediana
di presa
in carico
41,0
51,6
29,1
46,7
23,6
120,9
123,7
93,7
112,7
106,5
in mesi
in mesi
Nota: § rapporto tra la durata media dei servizi erogati e la durata media della presa in carico
La tavola riporta il numero medio di servizi erogati, la durata
media della presa in carico (periodo di tempo tra la presa in carico e la morte) e la durata media dei servizi erogati nello stesso
tempo (somma di tutte le prestazioni erogate nel periodo) .
L’utenza presa in carico con servizi domiciliari “leggeri” (telesoccorso e altri servizi domiciliari) assorbe, in proporzione, maggiori
risorse rispetto all’utenza presa in carico con servizi “pesanti”,
quali il ricovero o il SAD, per due ragioni:
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• rimane in carico più a lungo;
• riceve in quel lasso di tempo più servizi anche in contemporanea, il rapporto durata media della presa in carico-durata media
dei servizi erogati è sempre superiore al 100%.
La differenza ulteriore è fatta dai costi per unità di servizio che
sono incomparabilmente più alti per i servizi di ricovero rispetto
agli altri servizi domiciliari.
Il numero medio di prestazioni erogate varia coerentemente da
1,5 per l’utente che avvia l’assistenza con un ricovero, a dimostrazione che anche questo servizio entra pienamente nella
gestione a rete, ed il valore di 2,3 per gli utenti che avviano la
loro biografia assistenziale con i servizi domiciliari meno “impegnativi”.
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I DATI DEL CENTRO
DI ASCOLTO “PORTA APERTA”
di Elena Moretti, Alberto del Caldo, Anna Lombardi
CONSIDERAZIONI GENERALI1
Operando in un centro di ascolto, la realtà delle statistiche e dei
numeri assume un’altra prospettiva.
Perché ti sembrano sempre di più quelli che non ce la fanno a
pagare l’affitto, che non trovano un nuovo lavoro perché troppo
“vecchi” (50 anni) o che si dimezzano le dosi delle medicine,
perché se comprassero tutte quelle che devono non arriverebbero
a fine mese. Ti sembrano troppi quelli lasciati soli, quelli che non
hanno nessuno con cui parlare, che sentono di non contar nulla.
Numeri. I numeri ci dicono che in Italia, più del 70 % è proprietario di casa, che sono milioni quelli che hanno due macchine,
quelli che vanno in vacanza, quelli che non hanno problemi ad
affrontare spese straordinarie.
I nostri numeri nascondono storie di fatica: fatica a pagare l’affitto, fatica ad affrontare spese sanitarie, fatica a coniugare gli orari
di lavoro con quelli della corriera, fatica a saldare l’onerosa assicurazione auto per chi ce l’ha, fatica a reggere situazioni familiari dolorose.
Sembra un altro mondo. Ma è qui da noi. E non riguarda situazioni di cittadini immigrati, riguarda per lo più persone bresciane
e della nostra provincia.
Quanti sono questi poveri? In quali famiglie vivono? Dove abitano? Da che cosa dipende la loro povertà?
Numeri. I numeri aiutano la riflessione ma non devono coprire la
fatica.
I numeri si riferiscono ad una minoranza, statisticamente parlando. Ma questa minoranza assume ai nostri occhi un peso enorme. Non è cresciuta, in realtà, non sono aumentate in modo
significativo le situazioni che chiedono aiuto. Ma è indubbio che
le storie personali che ci troviamo ad ascoltare, sono sempre più
complesse, difficili, cariche di problemi.
Questo capitolo è a cura del gruppo degli operatori del Centro “Porta Aperta” della Caritas Diocesana di Brescia.
Nello specifico: le considerazioni generali e il settore famiglie sono a cura dell’a.s. Moretti; il paragrafo sul settore emarginazione grave maschile è a cura dell’e.p. Del Caldo; il paragrafo sull’emarginazione grave femminile è
a cura della dott.sa Lombardi.
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E le risorse? E i diritti? E le possibilità “a misura delle persone”? E
le reti di solidarietà? Tanti buoni progetti sociali, del pubblico, del
privato, del pubblico e del privato insieme, dei gruppi di volontariato, delle cooperative, sono attivi nella nostra città. Tante singole
persone, vicini di casa, amici, tendono una mano agli altri.
Però resta questa sensazione: che la disuguaglianza stia crescendo, che le persone facciano sempre più fatica, che il dolore a
volte sia troppo, che i problemi si concentrino in buona misura
su alcune fasce di popolazione. Quali?
Alcuni autori considerano la povertà in termini di
“desaffiliation”2 ovvero perdita progressiva di legami affettivi,
capacità e funzioni in un sistema complesso.
Ci sembra che questa definizione possa rappresentare un’efficace
sintesi anche delle persone che incontriamo al centro di ascolto.
Progressivamente (e quando chiedono aiuto, a noi o altrove, è
già passato un arco di tempo considerevole) è impoverita la loro
capacità/possibilità di avere legami affettivi stabili, di fiducia
negli altri, di intendersi, di aiutarsi reciprocamente, di cooperare
verso fini comuni.
Appaiono compromesse, in misura lieve in alcuni casi e seria
nella maggioranza, le loro possibilità di interagire in modo efficace (cioè ricavando benessere, non solo economico) con il mondo
del lavoro e dei servizi in genere.
Non siamo degli studiosi del sociale. Il come e il perché sia
accaduto è per noi in ogni caso una storia unica, dove hanno
giocato il loro ruolo numerose variabili.
Le condizioni di povertà risultano essere l’esito di un processo
dinamico, che interconnette i bisogni con le condizioni di vita e le
risorse e nel quale si forma uno squilibrio fra le risorse e i bisogni.
Le persone povere hanno poche risorse su cui fare leva e succede
che anche piccole necessità possano mandare in crisi un singolo
o un intero nucleo familiare.
I poveri non accumulano e non sono nella condizione di risparmiare.
A questo punto sono nella improrogabile necessità di fare leva su
risorse esterne a loro: e qui entrano in gioco i sistemi di redistribuzione delle risorse economiche e dei servizi, che fanno capo
alle scelte politiche di ogni singolo stato, regione e comune.
Scelte che hanno a che fare con la vita concreta di molti singoli
cittadini.
Alcune linee di politica sociale, di riforma del Welfare state, stan2 “La rete spezzata” – Caritas Italiana – Fondazione Zancan – ed. Feltrinelli
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no mettendo in crisi l’idea che i bisogni producano dei diritti. È
questo un passaggio a cui fare attenzione, perché viene di fatto
messa in crisi la nozione stessa della società come comunità di
persone con pari dignità e diritti.
Ci sono quattro elementi critici che vogliamo sottolineare:
1. E’ noto a tutti che l’erogazione delle prestazioni sociali è subordinata ai vincoli di bilancio. In parole povere, questo significa
che ti può essere riconosciuto il fatto di vivere in una condizione
di disagio, ma che il Comune dove risiedi non abbia i soldi o li
abbia già spesi tutti per situazioni più gravi, per rispondere adeguatamente al tuo stato di necessità.
Dal nostro punto di vista, è aumentato il rischio, che per alcuni
casi è già un dato di fatto, che un cittadino possa essere lasciato
solo nella sua situazione o, comunque, che non vengano disposte misure efficaci di sostegno e di tutela perché troppo onerose.
Molti operatori del settore sociale potrebbero facilmente documentare che mentre alcuni anni fa la possibilità di usufruire di
certi servizi seguiva determinati criteri, ora si è di molto elevata
la soglia di accesso.
In altre parole, a parità di situazione, oggi si fa molta più fatica a
ricevere un aiuto adeguato. Un esempio: nei servizi di accoglienza della città e della provincia di Brescia è calata, in modo considerevole, a volte fino a scomparire del tutto, la presenza di madri
italiane con figli, che fino a pochi anni fa copriva la quasi totalità
dei posti disponibili. Che cosa è successo? Non ci sono più situazioni di disagio grave che riguardano madri con bambini italiani?
Quali altre risposte si sono articolate? E in quale misura queste
rispondono alle reali necessità?
Con questo non vogliamo dire che sono assenti interventi a favore di persone che vivono condizioni di difficoltà. Ci sono molte
forme di aiuto ma esse tendono ad attivarsi in condizioni sempre
più particolari: nei casi dell’accoglienza di madri e figli, continuando sull’esempio, solo con un decreto del Tribunale per i
Minorenni.
Può avvenire che siano maggiormente aiutate situazioni di disagio estremo e meno coperte situazioni critiche ma non estreme.
È come se un ospedale si prendesse cura dei malati gravi; agli
altri non si nega lo status di “malati”: si fa quel che si può.
2. Rispetto ad altri paesi europei, in Italia non prende quota, se
non in via sperimentale e per pochi soggetti, una forma di aiuto
come quella del “reddito minimo di inserimento” che dovrebbe
permettere ad ogni singolo o nucleo familiare di poter contare su
un minimo per poter vivere dignitosamente.
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Oltre che per problemi di bilancio, questa misura stenta ad affermarsi anche per una diffusa tendenza culturale che considera
ancora oggi la povertà come strettamente connessa a forme di …
pigrizia lavorativa. Fra gli addetti ai lavori è ancora in circolazione l’idea che una tale forma di aiuto in molti casi contribuisca a
“cronicizzare” le situazioni.
3. Il problema lavoro.
In questi ultimi anni, con una accelerazione notevole, il mercato
del lavoro è mutato in alcune delle sue caratteristiche fondamentali. Tramontato il mito del “posto” fisso, è richiesta ai lavoratori
sempre più flessibilità ed elasticità. Nella quasi totalità, le persone che seguiamo sono dipendenti (soci) di cooperative, o svolgono lavori diversi durante un arco di tempo breve perché “dipendenti” dalle agenzie di collocamento interinale. Se questo può
andar bene per una fascia giovane, che ha alle spalle una famiglia, è chiaro invece che introduce ulteriori elementi di precarietà là ove sarebbe necessaria la stabilità. Cambiare sede e orari di
lavoro, mansioni e “stipendio”, richiede buone capacità organizzative e psicologiche perché comporta un continuo adattamento,
in tempi brevi, a situazioni relazionali (nuovi luoghi di lavoro –
nuovi spazi di lavoro – nuovi colleghi) spesso molto diverse fra
loro. Allo stato attuale, questa forma del mercato del lavoro è
assai poco tutelante (anche dal punto di vista economico) rispetto alle fasce più deboli di popolazione.
Un altro elemento che è emerso, soprattutto in questi ultimi anni,
è che non è sufficiente avere un’attività lavorativa per scongiurare
il rischio povertà.
4. Il problema casa.
Sul bilancio dei singoli e dei nuclei familiari che seguiamo, pesa
in modo rilevante il canone di affitto.
In media, in città gli affitti dei bilocali non sono al di sotto dei
500 g mensili. A questo punto risulta evidente che è impossibile
che con un unico reddito (tenendo conto che parliamo di ceti
medio / bassi di popolazione, con retribuzioni mensili al massimo di 900 / 1000 g) si possa far fronte a spese che vanno al di là
della sussistenza.
Anche il fondo regionale del “caro affitti” si sta sensibilmente
riducendo, nel senso che ci sono molte più richieste e che i fondi
da spartire su ogni singola situazione sono quindi inferiori.
Per quel che riguarda l’edilizia pubblica, allo stato attuale sono
in assegnazione gli alloggi relativi al bando 2001 e non è ancora
stato emesso il nuovo bando.
È sconfortante essere costretti ad accettare monolocali arredati a
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prezzi esorbitanti (ci sono agenzie immobiliari che si comportano da veri e propri rapaci) perché non ci sono altre via d’uscita e
pensare a quella mamma con i figli, che i conti li sa fare, e che
vede decurtato di più della metà il suo stipendio per pagare l’affitto. Ci sono persone la cui dignità è minata se avvertono di
dover dipendere a lungo dall’aiuto di qualcuno. A poco a poco si
fa strada l’idea di aver sbagliato qualcosa di fondamentale nella
loro vita, di non sapere gestire il denaro, di correre, faticare e
non arrivare mai a tutto. E poi … fino a quando potranno contare
sull’aiuto degli altri? “L’incubo del debole è che un giorno egli
lancerà il suo appello e il forte esigerà una ragione, un giorno l’espressione di supplica si troverà di fronte lo sguardo inespressivo
della forza”3.
Crediamo che questo problema della casa e dell’abitare necessiti
con urgenza di essere messo al centro anche delle riflessioni
pastorali della nostra Chiesa.
Nelle prossime pagine entriamo nel dettaglio di alcuni dati sulle
situazioni seguite dal “Porta Aperta” nel 2003, che speriamo di
aver accolto, ascoltato, meditato e aiutato come richiedevano. La
povertà sarà anche un mancato incontro fra bisogni e risorse, ma
è prima di tutto un mancato incontro, nella solidarietà, fra le persone.
3. “I bisogni degli altri” – M. Ignatieff - ed. Il Mulino
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1. Dati generali “Porta Aperta”
anno 2003
PREMESSA
Prima di leggere nel dettaglio i dati riportati nelle tabelle, vale la
pena di precisare quanto segue:
• Le situazioni prese in esame fanno riferimento a persone che
sono state incontrate almeno 3 volte dagli operatori di riferimento
• Le persone totali che sono transitate nell’anno 2003 dal Centro di Ascolto sono circa 600
TAB. 1. PERSONE SEGUITE DAL SERVIZIO. ANNO 2003
Sesso
64
Donne
Uomini
famiglie
Totale
Utenti
totali
di cui nuovi
87
110
129
326
66
73
80
219
Si registra, rispetto alle persone totali (somma di nuove e già in
carico) un aumento delle donne e una diminuzione degli uomini,
che noi leggiamo anche con la presenza sul territorio di Brescia
di servizi a bassa soglia prevalentemente orientati a un’utenza
maschile.
Saranno i prossimi anni a confermare o meno l’aumento del disagio che riguarda le donne, come dato a se stante.
Rispetto invece ai nuovi utenti, rileviamo che questi sono in
aumento rispetto all’anno precedente, indipendentemente dal
sesso, e che buona parte di loro erano già entrati precedentemente in contatto con altri servizi sociali che però non hanno
ritenuto soddisfacenti.
Per quanto riguarda il settore famiglie (inteso in senso ampio
come nucleo con almeno un genitore e figli minori), sono in
aumento le situazioni delle donne sole con figli
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
2. Settore emarginazione
grave maschile
E’ sempre riduttivo e difficile tracciare il bilancio di un anno di
lavoro nel quale si sono incontrate tante persone, ognuna con la
sua storia, i suoi problemi, limiti e potenzialità. Un anno nel
quale si è cercato di dare occasioni di ascolto e risposta ai tanti
disagi che quotidianamente si manifestavano nel servizio. Siamo
però chiamati, al di là dei numeri e delle tabelle, che commentiamo a parte qui sotto, a proporre alcune riflessioni di carattere
generale sulla povertà che si manifesta nel giro d’orizzonte del
nostro osservatorio.
Un primo dato che emerge, soprattutto alla luce delle richieste
pervenute e degli interventi attuati, è che i problemi economici
sono in crescita. Le persone stanno cioè diventando più povere e
sono costrette a volte a chiedere aiuto anche quelle che pure
hanno un’attività lavorativa. Tale impoverimento è soprattutto
determinato, a quanto ci dicono i nostri utenti, ma anche da
quanto rileviamo nel nostro quotidiano, dal costante aumento
dei prezzi di beni e servizi essenziali.
Molti di più i pacchi viveri fatti quest’anno e maggiori i contributi
economici rispetto all’anno scorso. Se le persone con stipendi
modesti e carico familiare importante si sono trovate in difficoltà,
dovendo comunque fare i conti con un restringimento delle loro
capacità di spesa, e spesso faticando per riuscire ad arrivare in
fondo al mese, le persone senza reddito o con redditi derivanti
da pensioni di invalidità o sociali (rispettivamente di 230 e 500
euro mensili), se prima erano in condizioni di povertà materiale
ora versano in condizioni di vera e propria indigenza e devono
affidarsi quasi per intero ai servizi per recuperare un essenziale
livello di vita, poco più della sopravvivenza.
Due parole anche sulle spese sanitarie e per farmaci. Se è vero
che le persone disoccupate hanno diritto all’esenzione ticket per
reddito, è anche vero che tanti farmaci sono stati depennati dalla
fascia A (salvavita, gratuiti) e, dopo la scomparsa della fascia B (a
parziale rimborso da parte dell’SSN), sono stati passati alla C (a
carico totale del paziente) con grossi aggravi per i risicati bilanci
dei pazienti. Per fare un esempio: una persona sieropositiva che
ha i retrovirali gratuiti ma questi comportano un tale numero di
farmaci di contorno per combattere gli effetti collaterali, nel suo
caso abbastanza pesanti, deve sborsare una cifra pari al suo asse-
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Osservatorio permanente delle povertà e delle risorse - Diocesi di Brescia
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gno di invalidità. E come farebbe a vivere? A pagare l’affitto, le
utenze, ecc?
Un altro aspetto che ci preme sottolineare rispetto alle persone
incontrate in questo 2003 è l’aumento delle persone che hanno
problemi di gioco d’azzardo, un certo numero delle quali non
compare perché non vogliono rilasciare l’autorizzazione a detenere i loro dati personali ma che pure si sono rivolte al nostro
centro e sono state ascoltate e consigliate. Sicuramente l’aver diffuso indiscriminatamente sul territorio le macchinette mangiasoldi, il proporre anche nei telegiornali nazionali con grande rilevanza le vincite del lotto, il trasmettere l’immagine della fortuna
sempre pronta a cambiare la vita delle persone sol che la si tenti
in qualche forma, sta facendo breccia in strati della popolazione
una volta immuni dal fenomeno. E i guasti si vedono. Su questa
dipendenza, il servizio pubblico sta iniziando piano piano a
immaginare qualcosa, soprattutto in alcune realtà della nostra
regione, a Varese e Orzinuovi, ma in generale la risposta e il trattamento per questa dipendenza assume carattere privato e quindi
taglia fuori una fascia di popolazione con meno risorse e strumenti. In più, questa dipendenza viene inquadrata più come un
vizio che come una vera e propria patologia.
Infine, un altro dato che ci preoccupa è l’espulsione dal mercato
del lavoro di soggetti, più o meno deboli e più o meno qualificati, che non riescono poi a trovare altra collocazione, a causa
soprattutto dell’età. Una persona che seguiamo, all’ennesima
agenzia di lavoro interinale cui si è rivolto si è sentito dire: “Ma
lei perché non va in pensione?”- e non aveva neanche 55 anni!
Mentre è facilitata l’espulsione dal mercato del lavoro di maestranze oltre i 40 anni, sapendo benissimo che difficilmente troveranno lavoro, e sopra i 50 non lo troveranno proprio, si precarizza lo status dei nuovi assunti, costringendo i giovani a forme
contrattuali che non prevedono alcuna stabilità e sicurezza,
facendone dei cittadini a metà, cittadini che non potranno affittarsi una casa, perché il proprietario giustamente vuole garanzie,
chiedere un prestito, adire a un mutuo, insomma programmarsi
un futuro, e saranno condannati a vivere col sostegno dei genitori in grande parte.
Anche per il fronte femminile valgono queste considerazioni,
aggravate forse dalla componente della violenza dentro le mura
domestiche. Tante nostre utenti vengono da noi per sfuggire a
situazioni di violenza da parte del marito/compagno oppure perché cacciate di casa da lui, salvo poi pentirsi e andarsele a
riprendere come fossero oggetti.
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
Sale la difficoltà per le nostre persone di accedere ai servizi specialistici: diventa difficile dialogare con il medico, lo psichiatra,
lo psicologo di questo o quel servizio. Necessitano di accompagnamento, di una figura che le aiuti a muoversi nell’ambito dei
servizi del territorio e allo stesso tempo sappia ascoltarle e far
guadagnare loro quella minima fiducia che sola permette di fare
ulteriori passi in un processo di maturazione e autonomia.
Alla luce di quanto detto finora e del lavoro condotto insieme a
tutte le istituzioni e i servizi preposti, sul territorio di Brescia e
Provincia, a rispondere al disagio nelle sue varie forme, risulta
evidente che il percorso che si può e deve proporre deve essere
di cambiamento degli stili di vita delle persone coinvolte nel disagio, ma anche degli operatori e della società tutta, che in alcune
sue frange sta sviluppando un discorso sociale improntato nuovamente ad una logica di controllo e punizione. Si comincia a
riparlare di custodialità rispetto al disagio e non di promozione e
autonomia.
La diversità deve trovare spazio ed integrazione e il disagio, diritto di cittadinanza e pari opportunità di trattamento e riabilitazione: questo non significa normalizzazione ma autonomia della
persona, al massimo possibile rispetto alle sue potenzialità, nel
rispetto delle sue caratteristiche autentiche e profonde.
La persona, i suoi valori e il suo sviluppo devono essere al centro
dell’agire dei servizi e non l’esigenza di pareggio dei bilanci a
tutti i costi, mentre in televisione si fa spazio un’immagine di una
società dove sono tutti ricchi e belli, una società di pochi in realtà, drammaticamente diversa dalla quotidianità di tante persone.
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3. Settore emarginazione grave femminile
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L’analisi dell’attività svolta da Porta Aperta nel settore dell’emarginazione femminile implica, anzitutto, la presentazione di alcuni dati riguardanti le concrete situazioni, cui si è venuti a contatto nell’anno 2003.
Il numero complessivo delle persone seguite è stato di ottantasette, sessantasei delle quali si sono presentate per la prima volta al
centro. Per quanto riguarda la provenienza, si nota che la Regione Lombardia è al primo posto e, ancor nello specifico, in relazione al comune di residenza si rileva che il Comune di Brescia
conta il maggior numero di situazioni.
L’età delle donne che si presentano al “Porta Aperta” va dai 18 ai
70 anni: prevalgono quelle di età compresa fra i 40 e i 50 anni.
Nel confronto con l’anno precedente, i dati evidenziano una crescita notevole del fenomeno delle donne in difficoltà.
A partire da questi dati, l’analisi dell’attività svolta viene chiarita
e approfondita dalla individuazione dei problemi vissuti dalle
donne che giungono al Centro.
I problemi, in larga parte, sono costituiti da gravi difficoltà relazionali in ambito familiare e si manifestano in legami conflittuali
con il partner (violenza fisica o psicologica), con i figli (donne
anziane abbandonate dai figli), con i parenti.
Alla luce delle richieste pervenute, si delineano anche problemi
economici dovuti all’aumento del costo della vita che determinano difficoltà ad affrontare le spese dell’affitto, delle bollette, delle
spese sanitarie e scolastiche e difficoltà relative alla ricerca di un
alloggio.
A questi problemi sono strettamente collegati problemi nell’ambito lavorativo, costituiti dalla grave difficoltà a trovare un’occupazione sia per le giovani, sia per le donne in età più avanzata,
magari senza esperienza, perché da sempre casalinghe. Inoltre,
spesso le persone da noi seguite necessitano di lavori protetti perché donne psicologicamente fragili e con molta ansia ad affrontare situazioni lavorative “normali”.
Molti di questi problemi si intrecciano a fenomeni, in significativo aumento, di alcool-dipendenza e a problemi di ordine psicologico o psichiatrico.
La complessità e la gravità dei suddetti problemi spinge le donne
ad uno stato oggettivo di emarginazione ed ad uno stato soggetti-
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vo di disagio, caratterizzato da solitudine, frustrazione, mancanza di autostima e, a volte, ribellione contro un sistema vissuto
come ancora fortemente discriminante nei confronti della donna.
Il Centro di Ascolto “Porta Aperta” ha cercato di rispondere alle
gravi situazioni di disagio attraverso un ascolto attivo e non giudicante delle richieste esplicite e dei bisogni inespressi e attraverso l’individuazione delle motivazioni e delle risorse della persona stessa, elaborando progetti che sono individuali perché ogni
donna è una storia a sé, rispettando i tempi di crescita della persona.
Il Centro ha preso contatti diretti e continuativi con servizi che
rispondono a bisogni primari e con Servizi territoriali, perché
solo attraverso un funzionale lavoro di rete è possibile raggiungere obiettivi importanti per la persona.
Tabelle settore emarginazione
grave meschile e femminile
TAB. 2. UTENTI PER REGIONE DI PROVENIENZA. ANNO 2003.
DATI ASSOLUTI
Anno
2003
Sesso
Donne
Uomini
Regione di residenza
Lombardia
Altre regioni
Utenti totali
83
4
Totale Donne
Lombardia
Altre regioni
87
83
28
Totale Uomini
Totale 2003
110
197
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TAB. 3. UTENTI PER COMUNE DI PROVENIENZA. ANNO 2003.
DATI ASSOLUTI
Anno
Sesso
Regione
di
residenza
Provincia
di
residenza
Comune di
di residenza
Utenti
totali
2003
Donne
Lombardia
Brescia
Brescia
Altri comuni
della provincia
39
Totale Brescia
Stato estero
Totale donne Lombardia
Uomini
70
Lombardia
25
64
15
79
Brescia
Altri comuni
Regionali
63
stato estero
8
Totale uomini Lombardia
76
5
Rileviamo che gli utenti provengono in gran parte dalla nostra
Regione. Meno dispersione regionale di provenienza rispetto
all’utenza maschile, legata anche al fatto, per le persone già in
carico, dell’acquisizione di nuova residenza a Brescia.
TAB. 4. TIPOLOGIA DI PROBLEMI
DATI ASSOLUTI
RILEVATI DAGLI UTENTI.
ANNO 2003.
Si rileva che il Comune di Brescia è il comune di residenza di
una consistente fetta di utenza sia maschile che femminile. Si
registrano arrivi di donne da un esteso numero di comuni della
provincia, mentre per gli uomini c’è la tendenza opposta.
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Anno
Sesso
Tipo di problema
2003
Donne
Abitazione
Alcoldipendenza
Detenzione
Difficoltà familiari
Emarginazione
Handicap fisico
/ invalidità
Handicap mentale
Malattia
Occupazione
Problemi con enti terzi
Problemi economici
Problemi psichiatrici
Problemi psicologici
Prostituzione
Solitudine
Tossicodipendenza
Anno
Sesso
2003
Uomini
Utenti
totali
39
5
2
57
6
2
6
19
46
12
52
16
23
1
19
6
Totale donne
311
Tipo di problema
Utenti
totali
Alcoldipendenza
Occupazione
Problemi economici
Emarginazione
Handicap fisico
/ invalidità
Problemi psichiatrici
Detenzione
Dipendenza dal gioco
d'azzardo
Problemi psicologici
Difficoltà familiari
Tossicodipendenza
Solitudine
Abitazione
Malattia
Problemi con enti terzi
Handicap mentale
Polidipendenza ( )
Totale uomini
18
15
15
13
12
11
8
8
8
7
7
6
5
5
3
1
1
143
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Rispetto alla tipologia delle problematiche evidenziate nel corso
dei colloqui con gli utenti registriamo quanto segue:
• Rimangono costanti i problemi relativi all’abitazione, alle difficoltà familiari, all’occupazione e ai problemi economici. Il dato
discrepante tra uomini e donne relativo all’abitazione è dovuto
alla vicinanza cronologica del momento dell’abbandono di
casa. Mentre per le utenti donne che si rivolgono al servizio tale
perdita è recente, e avviene prevalentemente in seguito a liti
familiari anche violente e situazioni di violenza interne alla
famiglia, per gli utenti maschi questo evento è oramai lontano
nel tempo e quindi vissuto da loro come dato di fatto
• In aumento si registrano i problemi di dipendenza di varia
natura e la presenza di problematiche legate da un lato all’handicap o invalidità in relazione a un difficoltoso inserimento lavorativo per gli utenti maschi, soprattutto situati in una
fascia d’età tra i 40 e i 60 anni; mentre per le donne si registrano in aumento le problematiche psichiatriche
TAB.5.
72
TIPOLOGIA DI RICHIESTE EFFETTUATE DAGLI UTENTI. ANNO
2003. DATI ASSOLUTI
Anno
Sesso
Tipo di problema
Utenti
totali
2003
Donne
Ascolto e sostegno
Orientamento
lavorativo
Alloggio
Contributo spese di
prima necessità
Buoni pasto
Segretariato sociale
Consulenza vita familiare
Accoglienza
in struttura protetta
Contributo economico
per affitto
Pacco viveri
Prestiti
Segnalazione servizi
sociali di competenza
Biglietto viaggio
Consulenza legale penale
Beni materiali
Contributo farmaci
69
Totale femmine
33
22
21
20
20
19
9
7
7
7
3
2
2
1
1
243
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Anno
Sesso
Tipo di problema
Utenti
totali
2003
Uomini
Buoni pasto
Orientamento lavorativo
Ascolto e sostegno
Contributo spese di
prima necessità
Biglietto viaggio
Pacco viveri
Alloggio
Accoglienza
in struttura protetta
Contributo farmaci
Beni materiali
Consulenza economico
amministrativa
Consulenza vita familiare
Contributo
economico per affitto
Sussidi
Contributo bollette
Prestiti
Segretariato sociale
30
30
20
Totale maschi
17
15
14
12
8
6
3
3
3
3
3
2
2
1
172
Mentre per l’utenza femminile si registra una costanza numerica
delle richieste espresse, per gli utenti maschi ci sono alcune
variazioni:
• Un aumento di richiesta espressa di ascolto e soprattutto presa
in carico, con la necessità di avere un’unica figura di riferimento che tenga insieme gli interventi;
• Un aumento delle richieste di biglietti viaggio per persone,
provenienti nella grande maggioranza da regioni del Sud Italia, che vengono a Brescia in cerca spesso della soluzione
miracolistica a tutti i loro problemi, soluzione che dovrebbe
essere il posto di lavoro. Una volta che si sono rese conto
della realtà, chiedono un biglietto per tornare dai propri familiari;
• Un aumento della richiesta di aiuto per reinserirsi nel mercato
del lavoro da parte di persone sopra i 40 anni.
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TAB. 6
TIPOLOGIA DI RISPOSTA FORNITA DAGLI OPERATORI.
ANNO 2003. DATI ASSOLUTI
Anno
Sesso
Tipo di problema
Utenti
totali
2003
Donne
Ascolto e sostegno
Orientamento lavorativo
Consulenza vita familiare
Contributo
spese di prima necessità
Lavoro in rete sul progetto
Pacco viveri
Segretariato sociale
Accoglienza
in struttura protetta
Invio a servizio
competente
Buoni pasto
Segnalazione servizi
sociali di competenza
Prestiti
Contributo
economico per affitto
Consulenza legale penale
Contributo farmaci
Beni materiali
Biglietto viaggio
Sostegno professionale
75
28
24
Totale femmine
74
Anno
Sesso
2003
Uomini
Tipo di problema
Ascolto e sostegno
Biglietto viaggio
Orientamento lavorativo
Contributo
spese di prima necessità
Lavoro in rete sul progetto
Pacco viveri
Accoglienza
in struttura protetta
Buoni pasto
Consulenza
economico amministrativa
Contributo farmaci
Riallaccio
servizi sociali
di competenza
Beni materiali
Invio a servizio competente
Prestazioni professionali
Sostegno professionale
Prestiti
Segnalazione
servizi sociali
di competenza
Alloggio
Consulenza vita familiare
Segretariato sociale
Totale maschi
22
22
21
20
16
14
12
6
5
4
2
2
1
1
1
276
Utenti
totali
59
18
15
11
9
9
6
6
6
6
4
3
3
3
3
2
2
1
1
1
168
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Si registra riguardo alle risposte un generale aumento delle
misure di sostegno primario, sia in pacchi viveri che in contributi economici, a fronte di un impoverimento legato a un
reale caro vita. Questo impoverimento riguarda anche categorie di lavoratori a salario medio.
Sull’utenza maschile possiamo aggiungere che:
• C’è stato un aumento delle prese in carico;
• Si è operato nella direzione di un lavoro di rete con la segnalazione o il riallaccio dell’utenza ai propri servizi di riferimento;
• Si registra un aumento dei contributi per l’acquisto dei farmaci,
in quanto è aumentata la domanda di salute e non tutte le prescrizioni sono esenti dal ticket.
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4. Settore famiglie
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Il fenomeno dell’aumento della povertà tra le famiglie con minori
negli ultimi anni non è un fenomeno solo italiano: è stato segnalato già da qualche anno da diversi rapporti internazionali. Esso
tuttavia presenta nel nostro paese delle caratteristiche specifiche.
La principale riguarda il fatto che, nonostante in Italia vi sia un
numero relativamente ridotto di famiglie con minori prive di
almeno un occupato, questo non protegge le famiglie dalla
povertà. In altri termini, mentre nella maggior parte degli altri
paesi europei la povertà delle famiglie con minori è legata alla
disoccupazione di entrambi i genitori e, più ancora, alla disoccupazione dell’unico genitore presente (per lo più la madre), in Italia né l’occupazione di almeno un genitore, né la maggior stabilità dei matrimoni, né il fatto che è molto ridotta la quota di bambini che nasce fuori dal matrimonio protegge efficacemente i
bambini dal rischio di povertà5.
Possiamo confermare che, anche nei nuclei familiari che hanno
chiesto aiuto al Centro nel corso del 2003, almeno uno dei genitori ha un occupazione lavorativa.
Questo è un dato che fa riflettere, perché si oppone alla diffusa
considerazione che per non essere poveri è sufficiente avere un
lavoro. Un tempo, non remoto, era così. Oggi no.
Oggi abbiamo a che fare con nuclei dove il problema economico sta ritornando in primo piano nonostante il lavoro di uno dei
due membri.
Non è che mancano loro cose superflue: queste famiglie non
hanno una casa decente, non hanno cibo sufficientemente variato (pane – pasta – olio - pomodoro sono il loro menù fisso),
hanno vestiti usati (e non per moda), riscaldano il meno possibile
la casa per risparmiare, dilazionano le cure e le visite specialistiche, non vanno dal dentista, non possono permettersi giorni di
vacanza. Molti dei bambini che seguiamo non hanno mai visto il
mare. Tutte cose che noi consideriamo normali.
Quello che poi colpisce è il fatto che i minori che crescono in
queste famiglie hanno buone probabilità di rimanere poveri a
lungo. Cosa ce lo fa dire? La constatazione che i loro genitori,
che chiedono aiuto, hanno alle spalle le stesse situazioni di miseria e non sono mai riusciti a superarle. Pur avendo un lavoro e un
livello di istruzione che corrisponde, nella maggioranza dei casi,
alla licenza media.
5 “Mutamenti della famiglia e politiche sociali in Italia” - C. Saraceno - 2003 – ed. Il Mulino
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Non sono le misure straordinarie, previste di finanziaria in finanziaria, che potranno invertire questa tendenza; è necessario che
la questione della povertà, della disuguaglianza, dell’esclusione
sociale si imponga fra le priorità dell’agenda politica: non come
emergenza su cui far convergere risorse, magari in seguito ad
eclatanti fatti di cronaca nera, ma come occasione per ridefinire
il modello di cittadinanza che si intende promuovere e sostenere.
TAB. 1 UTENTI NUOVI/GIÀ IN CARICO. ANNO 2003. DATI ASSOLUTI
Nuclei familiari
Già in carico
Nuovi
Totale
49
80
129
TAB. 2 UTENTI PER NAZIONALITÀ DEL CONIUGE. ANNO 2003.
DATI ASSOLUTI.
Situazione famiglie
nuclei italiani
coppie miste
donne sole con figli (italiane e straniere)
coppie straniere
Totale
93
13
18
5
129
TAB. 1 E 2
Fra le situazioni di cui ci siamo occupati, quelle che hanno
richiesto un grosso impegno riguardano le donne sole con figli
minori. Questi nuclei sono stati accolti nella rete di alloggi protetti di cui la Caritas dispone (12), ed è stato fatto un costante
lavoro di sostegno e monitoraggio con una cura particolare
rispetto ai bambini.
La maggior parte di queste donne non sono di nazionalità italiana. Provengono dalla Tunisia, dalla Costa d’Avorio, dal Marocco,
dalla Romania, dalla Russia, dall’Ucraina, dall’Albania.
Non sono solo persone bisognose di aiuto, di educazione sanitaria, di consulenze pediatriche, ma anche donne con proprie
competenze nella cura dei figli, tesori di esperienze che però trovano pochi canali di espressione e comunicazione.
Certo, alcuni modi di trattare i bambini sono diversi dalle nostre
idee sull’educazione. Ma questa diversità può diventare occasione di confronto e non semplicemente motivo di contrasto.
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Osservatorio permanente delle povertà e delle risorse - Diocesi di Brescia
TAB. 3 UTENTI PER PROVENIENZA GEOGRAFICA. ANNO 2003. DATI ASSOLUTI
Residenza
Brescia
provincia
non residenti
Totale
90
25
14
129
TAB. 3
Le situazioni dei non residenti riguardano persone di nazionalità
straniera, che pur abitando da tempo in città non hanno effettiva
residenza. I cittadini bresciani sono invece dislocati in vari quartieri della città. È venuta meno la prevalenza di alcune zone
caratteristiche (es. Carmine o San Polo).
TAB. 4 UTENTI PER FASCE D'ETÀ DEI GENITORI. ANNO 2003. DATI ASSOLUTI
Fasce d'età dei genitori (media)
Sotto i 30
Tra 30 e 40
Tra 40 e 50
Dato non disponibile
Totale
78
42
57
16
14
129
TAB. 5 UTENTI PER FASCE D'ETÀ DEI MINORI. ANNO 2003. DATI ASSOLUFasce d'età dei minori
minori di 3 anni
dai 3 ai 6 anni
dai 7 agli 11
dai 12 ai 14
dai 15 ai 19
oltre 19
Dato non disponibile
Totale
32
42
25
12
9
6
3
129
TAB. 6 UTENTI PER SITUAZIONE MATRIMONIALE. ANNO 2003. DATI ASSOLUTI
Situazione matrimoniale (6)
Nubile / celibe
Coniugato/a
Convivente
Separato/a
Divorziato/a
Non disponibile
Totale
6 Corrisponde alla situazione anagrafica, non a quella di fatto.
28
45
12
16
3
25
129
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
TAB. 7 UTENTI PER LIVELLO DI SCOLARITÀ. ANNO 2003. DATI ASSOLUTI
Scolarità
elementare
media
diploma
laurea
non rilevato
Totale
23
72
19
5
10
129
TAB. 7
È degna di nota una considerazione della “Commissione di indagine sulla povertà e sull’emarginazione” che nel rapporto del
1997 scriveva: “L’istruzione acquisita perde di efficacia con l’invecchiamento dei soggetti che l’hanno acquisita al punto che in
età adulta si regredisce di cinque anni rispetto ai livelli scolastici
massimi raggiunti e quindi chi ha solo la licenza elementare (55=0) è a rischio di regredire in condizioni di non scolarizzato e
quindi di analfabeta.”
È noto a tutti il rapporto che esiste fra livelli di scolarità e povertà.
TAB. 8 UTENTI PER TIPOLOGIA DI GODIMENTO DELL’ABITAZIONE.
ANNO 2003. DATI ASSOLUTI
Casa
di proprietà
in affitto
in struttura
non rilevato
Totale
15
84
19
11
129
TAB. 8
Si rimanda alle considerazioni in apertura di capitolo
TAB. 9 UTENTI PER NUMEROSITÀ DEI COLLOQUI EFFETTUATI.
ANNO 2003. DATI ASSOLUTI
n° di colloqui
3 / 4 volte
dalle 4 alle 7 volte
oltre 7 volte
non rilevato
Totale
52
48
17
12
129
79
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Osservatorio permanente delle povertà e delle risorse - Diocesi di Brescia
TAB. 10 UTENTI PER SOGGETTO INVIANTE. ANNO 2003.
DATI ASSOLUTI
Soggetto inviante
di propria iniziativa
Su segnalazione di:
servizi privati
parrocchie
non rilevato
Interventi
72
18
10
29
129
TAB. 10
Il servizio, aperto dal 1983, ha ormai consolidato la sua presenza
in città. Rimangono comunque poco rilevanti numericamente le
segnalazioni delle parrocchie.
TAB. 11 UTENTI PER TIPOLOGIA DI RICHIESTA EFFETTUATA.
ANNO 2003. DATI ASSOLUTI
80
Richieste
Economiche
Alloggio
Lavoro
sostegno e consulenza
Totale
65
22
20
13
129
TAB. 11
Il dato riporta il problema evidenziato dalla persona come principale. Non sempre c’è corrispondenza fra domanda espressa e
problemi reali. Questo però non deve far dimenticare che il
punto di partenza della relazione è comunque la domanda portata dalla persona. Soprattutto dove sono predominanti i problemi
che investono la sfera affettiva, va costruita gradualmente una
relazione di fiducia che permetta all’altro di esporsi in modo più
autentico.
TAB. 12 UTENTI PER TIPOLOGIA DI PROBLEMA RILEVATO.
ANNO 2003. DATI ASSOLUTI
Problemi
Economici
Psichiatrici
Psicologici
Multiproblematici
Sanitari
Disgregazione familiare
Totale
55
14
18
20
7
5
129
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
TAB. 12
In tutte le situazioni che affrontiamo sono presenti, in misura più o
meno grave, problematiche di tipo sociale e psicologico. Sono in
prevalenza le donne a chiedere aiuto: il loro passato è carico di
esperienze sofferte e, sovente, di abbandoni affettivi (separazione
dei genitori, separazione dai genitori). Hanno difficoltà nelle relazioni affettive (spesso i legami con il partner sono caratterizzati da
alta conflittualità), nelle relazioni sociali più allargate, e vivono
spesso situazioni di precarietà abitativa e lavorativa.
TAB. 13 UTENTI PER TIPOLOGIA DI INTERVENTO EFFETTUATO.
ANNO 2003. DATI ASSOLUTI
Interventi
Economici
Sostegno
Consulenza
Altro
Totale
39
61
19
10
129
TAB. 13
Le persone arrivano al Centro sentendo l’impellente necessità di
risolvere tutto e subito. Ma il percorso di chiarificazione e aiuto
necessita sempre di tempo e fatica, tempo per comprendere e per
agire quindi in modo sensato.
La “soluzione” si accompagna sempre ad una nuova comprensione
dei fatti: è un capire insieme, rispettando la prospettiva dell’altro.
Anche gli interventi economici (più del 70 % dei fondi del Centro sono destinati alle situazioni del settore famiglie) avvengono
sempre all’interno di una relazione di aiuto. Preferiamo farci
carico di contributi che accompagnino per qualche tempo il percorso di queste persone (ad esempio pagamento di asilo nido per
permettere alla madre di lavorare) e le portino verso una situazione di vita caratterizzata da una maggior autonomia e fiducia.
Gli aiuti vengono inoltre erogati per sostenere le spese di affitto,
per il pagamento di rette di frequenza scolastiche, per l’acquisto
di generi di prima necessità, per aiuti di tipo psicologico (psicoterapie), per il pagamento di corsi di formazione professionale,
come contributi mensili a integrazione del reddito, per spese
sanitarie, per rette di comunità.
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Osservatorio permanente delle povertà e delle risorse - Diocesi di Brescia
CONCLUSIONE
Dati, tabelle, statistiche, richieste, risposte. Alla fine cosa rimane?
Le persone si presentano a noi come bisognose di aiuto. Chiedono. Dobbiamo aver fiducia nella capacità degli uomini di conoscere se stessi.
Per quanto imperfetta possa essere questa conoscenza, per quanto i bisogni siano spesso in contraddizione tra loro, dobbiamo
ricordare che “a un ricco non mancano mai gli argomenti per
negare la sua carità al povero” 7.
Non sono gli argomenti quelli che in primo luogo dobbiamo
andare a cercare.
Il nostro comune impegno dev’essere quello di far scaturire da
ogni richiesta, da ogni appello una occasione di incontro e relazione.
Alla fine ciò che l’altro chiede è “solo” di essere considerato, di
essere accolto, di sapere che è degno di essere ascoltato.
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7 “I bisogni degli altri” – M. Ignatieff - ed. Il Mulino
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
I DATI DI ALTRI SERVIZI
di Roberto Rossini
Anche quest’anno, pubblichiamo i dati di alcuni servizi non direttamente gestiti da Porta Aperta. Conoscere i numeri, quando validi
e attendibili, è il primo passo per riflettere sulla realtà basandosi su
elementi oggettivi. Purtroppo i dati raccolti si riferiscono solo a
quelle poche variabili che il servizio è in grado di rilevare al
momento dell’erogazione. Tuttavia le evidenze ci permettono di
cogliere, perlomeno a grandi linee, alcune tendenze di fondo.
1. I DATI DEL CENTRO MIGRANTI
Il fenomeno dell’immigrazione a Brescia non è certo riassumibile
in queste poche righe. Ben altri dati andrebbero presi in considerazione. Quelli che in questa sede presentiamo costituiscono
alcuni esiti dell’attività di un osservatorio particolare, ovvero l’associazione Centro Migranti [di seguito CMD], nell’anno 2003.
Com’è noto il CMD si occupa della promozione umana del
migrante attraverso interventi mirati, che permettono di individuare vie di risoluzione a problemi/conflitti che nascono dall’esperienza della migrazione. L’attività del CMD, oltre a quanto
esporremo più avanti, si caratterizza anche per l’essenziale opera
di sensibilizzazione e di ricerca sociale. Il centro dispone infatti
di numerosi testi e ricerche riferiti ai problemi dell’immigrazione
che il CMD stesso contribuisce ad elaborare in collaborazione
con altre associazioni o riviste. Il CMD, che si occupa inoltre di
promuovere un dibattito attraverso convegni e incontri pubblici,
è ormai un punto di riferimento per la città e per i media locali,
che spesso richiedono all’associazione pareri e commenti di fatti
legati agli stranieri.
Dai dati rilevati dagli operatori emerge che in assoluto l’assistenza più richiesta concerne il lavoro, a cui segue a pochissima
distanza l’assistenza burocratica. Di minore entità, i bisogni
espressi riferiti alle altre aree, compreso l’aiuto economico.
Lo spessore dell’attività si legge anche attraverso due semplici
indicatori: il numero di persone assistite direttamente, ben oltre i
4000 casi, e un numero di interventi telefonici (es. richiesta di
informazioni) che si avvicina ai 6000 casi.
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Osservatorio permanente delle povertà e delle risorse - Diocesi di Brescia
Tuttavia ci pare significativo, per comprendere i trend che l’attività annuale suggerisce, essere più precisi in merito alle “nuove”
persone che si avvicinano al servizio. Ebbene, nell’anno 2003 si
può affermare che il numero di “nuovi” che si sono rivolti al
CMD, rispetto all’anno 2002, è quasi raddoppiato. Si è inoltre
sensibilmente modificata la composizione interna rispetto alle
nazionalità. Se negli anni precedenti prevalevano le nazionalità
di provenienza africana, nel 2003 l’immigrazione europea (esteuropea) è oggi quella più consistente; significativo il calo asiatico, interessante l’aumento americano.
84
Per quanto concerne il genere, si accentua la prevalenza femminile, variabile probabilmente associata alla provenienza est-europea, dove appare preponderante il numero di femmine. Rispetto
all’età, il dato è meno raffrontabile, visto che la modalità di rilevazione (in particolare, la composizione delle fasce d’età) è stata
ancora una volta riclassificata. Possiamo solo affermare che si
assiste ad un discreto riequilibrio interno, con una buona distribuzione in tutte le modalità, per quanto continui a prevalere una
fascia d’età giovane ma non giovanissima. Più dettagliata rispetto
agli anni precedenti è invece la raccolta di dati riferiti allo stato
civile, dove l’età si conferma attraverso il dato sui coniugati, che
continuano a rappresentare oltre 1 caso su 2.
2. I DATI DELL’ASILO NOTTURNO SAN RICCARDO PAMPURI
Per quanto concerne questo servizio, i dati disponibili permettono di rilevare solamente la variabile-nazionalità. Come per il
CMD, si conferma la prevalenza di cittadini di Stati europei e, a
seguire, africani. Per l’Europa, le cittadinanze più cospicuamente
presenti sono albanesi, rumene e italiane; per quanto concerne
l’Africa, marocchine, tunisine, algerine e senegalesi. Decisamente meno significativa la presenza di altre nazionalità. Per gli asiatici, le nazionalità più rappresentante sono Pakistan e India.
3. I DATI DELLA CASA DI ACCOGLIENZA FEDERICO OZANAM
La prevalenza europea si conferma anche alla casa di accoglienza intitolata a Federico Ozanam, che raccoglie quell’utenza
esclusivamente femminile, anche con bambini, priva di risorse
alloggiative proprie. La casa, come già spiegato nei precedenti
rapporti, offre accoglienza anche diurna e condivisione in una
situazione di familiarità. A proposito di accoglienza abitativa, si
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
segnala che ben 11 persone sono accolte in miniappartamenti: si
registra dunque un leggero aumento della recezione (+2) rispetto
all’anno 2002. Si rileva una forte presenza di italiane, di bresciane in particolare e, a seguire, di donne provenienti dall’est europeo. Il numero delle italiane è complessivamente aumentato di 2
unità, mentre il numero delle straniere è stabile.
Sul piano dell’età emerge come la fascia giovane, dai 18 ai 35
anni, registri una significativa riduzione rispetto all’anno precedente: attualmente, il gruppo numericamente preponderante va
dai 35 ai 55 anni.
Per quanto concerne i problemi espressi dalle persone ospitate,
quasi come nell’anno precedente, abitazione, occupazione e PD
sono in cima alla lista delle difficoltà. A seguire registriamo i problemi connessi alla detenzione, alla malattia e alla solitudine;
abbastanza significativa, per quanto numericamente ridotta, anche
l’incidenza dei problemi psichiatrici e della tossicodipendenza.
4. I DATI DEL DORMITORIO S.VINCENZO DE PAOLI
Nel caso del dormitorio, invece, il dato sulle nazionalità è in
controtendenza: gli ospiti sono in 1 caso su 2 di provenienza
africana. A seguire gli europei: gli italiani in particolare (ma non i
bresciani) e gli stranieri provenienti dall’est europeo. In numeri:
nel 70% dei casi europei l’ospite è italiano. Dei 132 casi italiani,
oltre 1 su 2 proviene da fuori della provincia di Brescia. Un esito,
tutto sommato, non molto differente da quanto registrato l’anno
scorso, dove si rileva semmai una leggera crescita di utenza italiana ed un lievissimo calo interno a sfavore dei bresciani.
Per quanto riguarda l’età, variabile decisiva anche per demitizzare alcuni stereotipi legati al barbonismo, possiamo affermare che
la fascia numericamente prevalente va dai 25 ai 35 anni: un dato
particolarmente allarmante e solo in parte dovuto alla forte presenza straniera. Già nel Rapporto 2002 si rilevava per gli italiani
il dato modale in corrispondenza della fascia 30-35 anni, confermato nel Rapporto 2003. Solo quest’anno la moda si sposta alla
fascia [riclassificata] superiore dei 35-45enni: un esito, comunque, affatto rassicurante. L’organizzazione sociale continua a
“sprecare” quella che, ormai comunemente, chiamiamo risorsa
umana: le difficoltà individuali rischiano di essere accentuate da
un modello sociale che rischia di bruciare fin dalla giovane età.
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Vediamo in conclusione di quali problemi stiamo parlando. Vale
la pena di distinguere, sul piano analitico, la situazione degli italiani rispetto a quella degli stranieri. Per gli italiani, possiamo
affermare che il dato accomunante di tutte – o quasi - le persone
è il problema dell’abitazione e del Pd. In seconda istanza, il
grande tema dell’emarginazione sociale, seguito dalle varie
dipendenze (da alcool e droghe) e del lavoro. Per queste ultime
tre necessità, tuttavia, l’incidenza sul totale della popolazione si
ferma ad una quota non superiore ad 1 caso su 4. Nel caso invece degli stranieri, si registrano alcune uguaglianza e alcune differenze. Le uguaglianze riguardano il problema della casa e del
Pd, genericamente sentito da tutte e due le popolazioni. Le differenze consistono invece nel tema dell’occupazione che, per gli
stranieri, riguarda tutti i casi. Le situazioni legate a qualche
dipendenza sono praticamente irrilevanti sul piano numerico.
Quindi lavoro e dipendenze distinguono i due gruppi, casa e Pd,
invece, li accomunano.
5. I DATI DELLA MENSA “MADRE EUGENIA MENNI”
86
Rispetto ai dati dell’anno 2002, si nota una leggera diminuzione
del numero di persone accolte presso questo servizio.
Gli accesi prevalenti, tuttavia, restano quelli di persone di sesso
femminile provenienti dai Paesi dell’Est Europa, soprattutto Moldavia, Romania, Ucraina e Russia.
Seguono gli italiani e poi gli africani, provenienti soprattutto da
Marocco, Algeria e Tunisia.
Scarsamente rilevante, come lo scorso anno, la componente asiatica e sudamericana.
Le persone accolte con la tessera (cioè, con accesso programmato per un periodo di tempo definito) rappresentano sempre la
maggioranza assoluta, a dimostrazione della volontà di stabilizzare il rapporto con il servizio.
6. I DATI DEL SERVIZIO “EMERGENZA FREDDO FEMMINILE”
Il servizio di “Emergenza freddo femminile” è stato promosso
dalla Caritas diocesana di Brescia, dal mese di novembre 2003 al
mese di marzo 2004, presso locali di proprietà dell’Associazione
“Casa Gabriella” e gestito in collaborazione con l’Organizzazione “Volontari del Sebino”.
Il servizio, coordinato da un responsabile operativo con il supporto di più di quaranta volontari, ha accolto donne sole senza
fissa dimora, offrendo loro accoglienza e condivisione, mante-
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nendo il contatto con altri centri operativi (Centro di ascolto
“Porta aperta”, Centro diocesano migranti, San Vincenza, Mensa
“Menni” ed altri), per consentire un pieno ed effettivo recupero
della persona.
7. PROGETTO STRADA
L’utenza del Progetto strada è composta nella quasi totalità da
persone tossicodipendenti attive, molte delle quali in trattamento
metadonico. Nella gran parte dei casi, si tratta di tossicodipendenti “da strada”, espulso dalla famiglia e che vive di espedienti
e di prostituzione, speso con diversi fallimenti di recupero attuati
in comunità terapeutiche.
Ad essi, il servizio offre: informazioni/contatto con servizi; ristoro; docce; colloquio/ascolto; scambio siringhe; luogo di tregua.
L’età media si alza lentamente ogni anno, anche se non manca la
presenza di giovani che si trovano a vivere la condizione di tossicodipendenza. Nel 2003, oltre il 30% sono stati nuovi utenti.
Oltre la metà delle persone che si sono presentate al servizio
vivono in strada, sia di giorno che di notte, non avendo una
dimora fissa.
Oltre l’80% delle persone interessate (93% donne) non ha un
lavoro
Nel corso del 2003, il SER.T. (Servizio Tossicodipendenze) dell’ASL, in collaborazione con il progetto Strada, ha aperto un
ambulatorio medico ad accesso diretto, attivato sperimentalmente un giorno a settimana, per persone tossicodipendenti con seri
problemi sanitari.
8. I DATI DEL SERVIZIO CARCERE
Durante l’anno 2003, lo sportello carcere del centro “Porta Aperta” ha aiutato 188 soggetti, dei quali 153 uomini e 55 donne.
Il 35 % degli utenti ha un’età compresa tra i 20 e i 30 anni, il
50% tra i 30 e i 40 anni e il restante 15% oltre i quaranta.
Per il 70%, si tratta di persone libere, mentre il restante 30%
sono detenuti.
Per quanto riguarda la provenienza, il 70% risiede in Regione
Lombardia.
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TAVOLE DEI DATI
TAV. 1.1 NUOVI UTENTI DEL CMD PER CONTINENTE DI PROVENIENZA.
ANNI 2001-2003. DATI ASSOLUTI.
Europa
Africa
America
Asia
n.r.
Totale
2001
173
353
62
240
0
828
2002
62
107
9
87
2
267
2003
201
172
34
78
0
485
TAV. 1.2. NUOVI UTENTI DEL CMD PER CONTINENTE DI PROVENIENZA.
ANNI 2001-2003. DATI RELATIVI.
88
Europa
Africa
America
Asia
n.r.
Totale
fr. rel. 2001
20,9
42,6
7,5
29,0
0,0
100,0
fr. rel. 2002
23,2
40,1
3,4
32,6
0,7
100,0
fr. rel. 2003
41,4
35,5
7,0
16,1
0,0
100,0
TAV. 1.3. NUOVI UTENTI DEL CMD PER GENERE. ANNI 2002-2003.
DATI RELATIVI.
femmine
maschi
Totale
fr. rel. 2002
51,3
48,7
100,0
fr. rel. 2003
59,6
40,4
100,0
TAV. 1.4. NUOVI UTENTI DEL CMD PER FASCE D’ETÀ. ANNO 2003.
DATI ASSOLUTI E RELATIVI.
da 0 a 23 anni
da 23 a 33 anni
da 33 a 43 anni
da 43 a 53 anni
oltre i 53 anni
Totale
fr. ass.
43
161
138
125
18
485
fr. rel.
8,9
33,2
28,4
25,8
3,7
100,0
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TAV. 1.5. NUOVI UTENTI DEL CMD PER STATO CIVILE. ANNI 20012003. DATI RELATIVI.
coniugati
non coniugati
altro
Totale
fr. rel. 2001
57,8
42,2
0,0
100,0
fr. rel. 2002
53,6
45,3
1,1 (*)
100,0
fr. rel. 2003
59,2
27,6
13,2 (**)
100,0
Note: (*) = casi con stato civile non rilevato. (**) = comprende vedovi, separati e divorziati.
TAV. 2.1. UTENTI DELL’ASILO NOTTURNO S.R. PAMPURI PER CONTINENTE
DI PROVENIENZA. ANNO 2003. DATI ASSOLUTI E RELATIVI.
Europa
Africa
America
Asia
Totale
fr. ass.
228
158
2
12
400
fr. rel.
57,0
39,5
0,5
3,0
100,0
TAV. 3.1. Utenti della Casa di accoglienza F. Ozanam per fasce
d’età e cittadinanza italiana/non italiana. Anno 2003.
Dati assoluti.
dai 18 ai 25 anni
dai 25 ai 35 anni
dai 35 ai 45 anni
dai 45 ai 55 anni
oltre i 55 anni
Totale
italiane
2
2
4
6
2
16
non italiane
5
6
8
4
1
24
TAV. 3.2. Utenti della Casa di accoglienza F. Ozanam per continente di provenienza. Anno 2003. Dati assoluti e relativi.
Europa
Africa
America
Asia
Totale
fr. ass.
37
13
1
0
51
fr. rel.
72,5
25,5
2,0
0,0
100,0
Nota: il totale della tavola 3.2 non corrisponde al totali rilevabili dalla tavola
3.1 (totali di riga) perché nella 3.2 sono altresì considerate le persone a cui è
stato assegnato un minialloggio, escluse invece dal calcolo della tav. 3.1.
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TAV. 4.1. UTENTI DEL DORMITORIO S, VINCENZO PER FASCE D’ETÀ
E CITTADINANZA ITALIANA/NON ITALIANA. ANNO 2003. DATI ASSOLUTI
dai 18 ai 25 anni
dai 25 ai 35 anni
dai 35 ai 45 anni
dai 45 ai 55 anni
oltre i 55 anni
Totale
italiani
3
25
37
34
33
132
non italiani
40
155
108
29
6
338
TAV. 4.2. UTENTI DEL DORMITORIO S, VINCENZO PER CONTINENTE DI
PROVENIENZA. ANNO 2003. DATI ASSOLUTI
Europa
Africa
America
Asia
Totale
90
fr. ass.
187
247
11
25
470
fr. rel.
39,8
52,6
2,3
5,3
100,0
Note: diversamente dalla tav. 3.2 dove, rispetto alla tav. 3.1, non è stato possibile disporre del dato completo, in questo caso i totali di riga della tav. 4.1
corrispondono al totale della tav. 4.2 in quanto non vi sono persone a cui sia
stato assegnato un miniappartamento.
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TAV. 4.3. UTENTI ITALIANI DEL DORMITORIO S.VINCENZO E DELLA CASA
DI ACCOGLIENZA F. OZANAM PER TIPOLOGIA DI PROBLEMA.
ANNO 2003. DATI ASSOLUTI.
Abitazione
Problemi economici
Emarginazione / solitudine
Tossicodipendenza
Alcoldipendenza
Disoccupazione
Malattia
Problemi psichiatrici
Problemi psicologici
Detenzione
Handicap familiare / mentale
Problemi economici
Difficoltà familiare
Prostituzione
Dormitorio
132
106
19
29
30
12
12
7
4
6
4
3
0
0
Casa di accoglienza
16
16
16
4
1
16
0
3
3
0
1
0
2
2
Totale
148
122
35
33
31
28
12
10
7
6
5
3
2
2
TAV. 4.4. UTENTI NON ITALIANI DEL DORMITORIO S.VINCENZO E DELLA
CASA DI ACCOGLIENZA F. OZANAM PER TIPOLOGIA DI PROBLEMA.
ANNO 2003. DATI ASSOLUTI.
Dormitorio
Abitazione
338
Problemi economici
338
Disoccupazione
338
Emarginazione / solitudine
9
Alcoldipendenza
8
Problemi psicologici
2
Malattia
0
Problemi psichiatrici
3
Detenzione
0
problemi familiari
0
Tossicodipendenza
0
Handicap familiare / mentale
1
Casa di accoglienza
24
24
24
0
0
4
4
1
4
2
1
0
Totale
362
362
362
9
8
6
4
4
4
2
1
1
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TAV. 5.2 MENSA POPOLARE “MADRE EUGENIA MENNI
Paesi di provenienza
ITALIA
Uomini
Donne
147 17
Totale
164
Percentuale Somma
paesi
11,78
11,78
Pasti
Percentuale
consumati
3.783
29,89
Tessere recuperate
Somma Uomini
Totale
paesi
Donne
29,89 17
1
18
EUROPA
Albania
14
Armenia
1
Bielorussia
1
Bulgaria
1
Jugoslavia
3
Lituania
1
Moldavia
31
Polonia
2
Romania
65
Russia
5
Ucraina
48
1
15
1,08
202
1,6
1
0,7
17
0,13
6
7
0,5
31
0,24
3
4
0,29
22
0,17
3
0,22
15
0,12
3
4
0,29
17
0,13
238
269
19,32
1735
13,71
2
0,14
10
0,8
37
102
7,33
716
5,66
29
34
2,44
203
1,6
1
1
472
520
37,36
2,823
22,3
10
10
10
297
46
45
32
16
74
7
65
8
211
5
110
1,108
24
224
4
365
16
15
2
163
0,08
2,35
0,36
0,36
0,25
0,13
0,58
0,05
0,51
0,06
1,67
0,04
0,87
8,75
0,19
1,77
0,03
2,88
0,13
0,12
0,01
1,29
69,11
1
45,75
7
6
13
8
1
9
AFRICA
Angola
Algeria
Benin
Burki
Camerun
Congo
Costa d’Avorio
Egitto
Eritrea
Etiopia
Ghana
Guinea
Liberia
Marocco
Mauritania
Nigeria
Palestina
Senegal
Sierra Leone
Somalia
Sudan
Tunisia
1
30
5
3
6
3
4
2
5
1
12
1
10
101
1
5
1
13
1
4
1
21
1
1
5
3
4
4
1
30
55
3
7
4
9
2
5
1
12
1
10
104
1
9
1
17
1
4
1
21
0,07
2,15
8,38
0,22
0,5
0,29
0,38
0,14
0,36
0,07
0,86
0,07
0,72
7,48
0,07
0,65
0,07
1,22
0,07
0,29
0,07
1051
17,46
4
4
1
1
2
1
1
2
2
0
1
1
2
15
15
1
1
22,47
4
1
5
1
1
3
3
1
1
AMERICA LATINA
Argentina
Brasile
Cuba
Perù
4
1
1
3
Bangladesh
India
Pakistan
S.R.I. Lanka
2
3
1
3
4
4
1
1
7
0,29
0,07
0,07
0,5
2
3
3
3
0,14
0,22
0,07
0,22
46
10
27
23
0,38
0,08
0,22
0,18
20
60
27
40
0,16
0,47
0,22
0,32
1,17
ASIA
0,65
1,17
OCEANIA
Nuova Zelanda
Totale paesi 44
1
569 823
1
0,7
0,7
6
0,5
0,5
1.392
100
100
12.658
100
100
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
TAV. 5.3. MENSA POPOLARE “MADRE EUGENIA MENNI”
RESOCONTE GENERALE ANNO 2003
Tessere in essere
Tessere nuove
Persone senza tessere
Tot. persone accolte
Pasti consumati con tessera
Tot. pasti consumati
571
1.392
1.927
4.343
12.657
17.156
TAV. 6.1. EMERGENZA FREDDO, NAZIONALITÀ
NOVEMBRE
DICEMBRE
GENNAIO
FEBBRAIO
MARZO
Italiane
7
Italiane
8
Italiane
8
Italiane
5
Italiane
4
Ucraine
3
Ucraine
4
Ucraine
3
Ucraine
4
Ganesi
3
Marocchine 2
Nigeriane
2
Nigeriane
1
Rumene
3
Nigeriane
2
Rumene
1
Equadoregne 1
Bosniache
1
Boliviane
3
Moldave
2
Albanesi
1
Moldave
Kossovare
1
Ganesi
2
Ucraine
1
Nigeriane
1
Polacche
1
Jugoslave
1
Peruviane
1
1
Srylanchesi 1
Costa d’Avorio 1
TAV. 6.2. EMERGENZA FREDDO, PRESENZE MENSILI
NOVEMBRE
DICEMBRE
GENNAIO
FEBBRAIO
MARZO
Italiane
7
Italiane
8
Italiane
8
Italiane
5
Italiane
4
Ucraine
3
Ucraine
4
Ucraine
3
Ucraine
4
Ganesi
3
Marocchine 2
Nigeriane
2
Nigeriane
1
Rumene
3
Nigeriane
2
Rumene
1
Equadoriane 1
Bosniache
1
Boliviane
1
Moldave
2
Albanesi
1
Moldave
Kossovare
1
1
Srylanchesi 1
Ganesi
2
Ucraine
1
Nigeriane
1
Polacche
1
Jugoslave
1
Peruviane
1
Costa d’Avorio 1
,
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Osservatorio permanente delle povertà e delle risorse - Diocesi di Brescia
TAV. 6.3. EMERGENZA FREDDO, NOTTI TOTALI
DI PRESENZA PER NAZIONALITÀ
NOVEMBRE
DICEMBRE
GENNAIO
FEBBRAIO
MARZO
Italiane
48
Italiane
82
Italiane
88
Italiane
63
Italiane
70
Ucraine
19
Ucraine
28
Ucraine
40
Ucraine
22
Ganesi
59
Marocchine 2
Nigeriane 16
Nigeriane 22
Rumene
8
Rumene
1
Equadoregne 3
Bosniache
1
Boliviane
21
Albanesi
1
Moldave
Kossovare
1
Ganesi
14
Ucraine
3
8
Polacche
13
Jugoslave
3
Peruviane
1
3
Srylanchesi 3
Nigeriane
Nigeriane 17
Moldave
5
Costa d’Avorio 24
TAB 7.1 PROGETTO STRADA. UTENTI PER SESSO. ANNO 2003
Anni 20-30
30
Anni 30-40
20
Anni 40-60
12
TAB. 7.2 PROGETTO STRADA. UTENTI PER ETÀ. ANNO 2003
94
Anni 20-30
30
Anni 30-40
20
Anni 40-60
12
TAB. 7.3 PROGETTO STRADA. UTENTI PER NAZIONALITÀ. ANNO 2003
Italia
56
Altro
4
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
IL GIUDIZIO UNIVERSALE(Mat.25,31-46)
a cura di Don Ovidio Vezzoli
* Il testo di Mt 25,31-46, concludendo l'attività pubblica di
Gesù, si colloca nella sezione dell'evangelo che comprende i
capitoli 24-25 e che va sotto il nome di «discorso escatologico».
Insieme con il discorso della montagna (Mt 5-7), il discorso in
parabole (Mt 13), quello missionario (Mt 10) e quello ecclesiale
(Mt 18) costituisce l'impianto dell'evangelo di Mt, strutturato
lungo cinque grandi discorsi (come 5 sono i rotoli della Torah),
prima dei racconti della passione (Mt 26-27) e della risurrezione
di Gesù (Mt 28).
* Non si tratta di per sé di una parabola, bensì di un discorso
apocalittico di rivelazione teso ad operare una descrizione della
venuta finale e decisiva del Figlio dell'uomo nel suo ritorno ultimo come signore e giudice della storia. La narrazione descrive,
pertanto, la parousìa o manifestazione ultima del Signore. Il tutto
trova il suo centro di unificazione nel giudizio sull'umanità che il
Signore stesso emette.
* La prospettiva che qui viene tracciata è quella dell'universalità
del giudizio che riguarda «tutte le genti», non solo Israele e non
solo la Chiesa. E questo, in verità, suscita già uno sconcerto negli
ascoltatori di Gesù, i quali ritenevano i pagani (non giudei) ormai
segnati dal giudizio definitivo di condanna ovvero di impossibilità alla salvezza. Gesù, pertanto, precisa che non è l'appartenenza ad un popolo o all'altro a determinare la salvezza o la condanna delle persone. Nel Regno vi è un posto per tutti; anche
pagani e peccatori vi possono prendere parte a partire da una
condizione fondamentale, che la narrazione del giudizio finale
intende esplicare.
* La chiave di tutto il brano pare essere costituita dal dialogo che, in
forma simmetrica, il Signore tesse con i «benedetti» e i «maledetti».
Tale dialogo è strutturato attorno a tre elementi fondamentali:
- la sentenza emessa (vv. 34-36 / vv. 41-43)
- la risposta dei dialoganti (vv. 3 7-3 9 / vv. 44)
- giustificazione della sentenza (vv. 40.45).
Nella risposta del Signore a quanti sono giudicati si indica il criterio: sono presentate in sequenza sei opere di misericordia. Pertanto, il giudizio è operato sul criterio di misura che è costituito
dal servire nello stile delle opere di misericordia verso chiunque
si trovi in situazione di bisogno.
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* Il tratto effettivamente rivoluzionario e sconcertante contenuto
nel testo è rappresentato dal fatto che lo stesso giudice-re e
Signore si identifica con quanti vivono in questa situazione di
necessità e ai quali è stata usata misericordia (Ho avuto fame e
mi avete dato da mangiare). Tutto ciò concorre a creare effettivamente un elemento di sorpresa nel confronti di tutti, sia di quelli
che hanno usato misericordia, sia in quelli che hanno agito nell'indifferenza (Quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare / non ti abbiamo [ ..]?).
Pertanto, il messaggio è esplìcito: il fratello/sorella più bisognoso
costituiscono l'eloquenza del sacramento della presenza storica
del Signore.
* Un altro aspetto caratteristico che è possibile intravedere dalla
narrazione è dato dal fatto che la vigilanza escatologica del
discepolo, che attende il ritorno del suo Signore, si esercita in un
ambito storico concreto: il comandamento dell'amore verso il
prossimo. Il terreno su cui si misura la vigilanza del discepolo
dell'evangelo è l'agire nella misericordia-compassione. Alla fine,
il giudizio su cristiani e non, sarà espresso proprio sull'amore
verso l'altro, in quanto eloquenza manifestativa della compassione di Dio verso tutti.
Tre momenti particolari ritmano la narrazione di Mt:
- vv. 31-33: preparativi del discorso finale
- vv. 34-45: scena del giudizio
- v. 46: esecuzione del giudizio ultimo.
Al centro della pagina ci sta la figura del Figlio dell'uomo. Questo titolo, che Gesù solamente attribuisce a se stesso, rimanda
costantemente verso due direzioni interpretative fondamentali;
da un lato, sottolinea la dimensione escatologica ovvero la figura
di lui come 'Veniente' (ho erchòmenos), giudice della storia e
dell'umanità; dall'altro, indica il suo andare verso la passionemorte ossia il suo procedere verso la pasqua, quale atto manifestativo dell'amore libero di Dio verso tutti.
1. 1. PREPARATIVI DEL DISCORSO FINALE (VV. 31-33)
Fin dall'inizio la figura del Figlio dell'uomo, dunque, si impone.
É lui che viene come Signore e giudice (v. 3.1); è lui che convoca
e raduna; è lui che discerne; è lui che emette la sentenza definitiva sulla storia e sull'umanità.
Egli viene come Signore della storia con la sua corte (gli angeli
servitori): ciò significa che la realtà tutta, il cosmo, è sotto la sua
signoria (cfr. Col 1, 15-20). Egli sta sul «trono della sua gloria»
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
(cfr. Ger 17,12), quale immagine apocalittica del giudizio ultimo
e del giorno del Signore decisivo che viene (cfr. Dn 7,9-10.14;
14,5-7).
Tutta l'umanità, le genti, indipendentemente dal loro credo religioso e dalla loro appartenenza o no al popolo delle promesse, è
radunata attorno a lui (cfr. GI 4,2; Is 66,18), davanti al trono della
sua gloria (vv. 32-33). Come la missione dell'annuncio dell'evangelo era destinata a tutti i popoli, così ora tutte le genti vengono
raccolte alla presenza del Signore. Quella venuta del giorno del
Signore annunciata dai profeti è ora giunta e si compie al comparire del Figlio dell'uomo.
Questo giudice ora prende le sembianze del «pastore» che separa (v. 32). Il giudizio è separazione. Come il pastore alla sera
separa le pecore madri (per essere munte) dai capri, così ora
accade. I giusti vengono separati dai malvagi.
Questo giudice è anche chiamato «re», in quanto si intende
affermare che la sua qualità messianica si estende su tutti; egli è
il re di tutte le genti (v. 34).
Pertanto, la prima scena del racconto è dominata dalla convocazione dell'umanità ed è caratterizzata dal silenzio; nessuno può
sottrarsi al giudizio o dichiarare che esso non lo riguarda. Si tratta
di una convocazione - chiamata per un giudizio, ossia vi è un'opera di discernimento dell'umanità. Colui che fa questo è il
Signore della storia, il Figlio dell'uomo che viene, il re che manifesta la sua gloria e la sua signoria su tutti, il pastore che separa
le pecore dai capri e il cui giudizio è autorevole perché è quello
del Signore unico.
1. 2. IL GIUDIZIO DEL RE (VV. 34-45)
La seconda parte della narrazione è interamente dominata dal
dialogo al quale il lettore deve porre particolare attenzione perché in esso si rivela il criterio del giudizio da parte del Figlio dell'uomo.
Il giudizio che viene espresso non è altro che la sintesi della predicazione dell'evangelo da parte di Gesù: «Beati voi [ ... ]; guai a
voi [ ... ]» (Lc 6,20.24).
Due termini richiamano particolarmente l'attenzione sul gruppo
che viene distinto dal Figlio dell'uomo: «benedetti» e «maledetti».
Da un lato, i benedetti (v. 35), posti alla sua destra; in quanto
depositari del bene di Dio essi hanno operato la misericordia.
Costoro sono quanti hanno fatto posto alla Parola e le hanno permesso di crescere portando il frutto dell'evangelo ossia la carità,
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Osservatorio permanente delle povertà e delle risorse - Diocesi di Brescia
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la condivisione, la compassione (cfr. Is 58,7; Sir 7,35; Gb 22,7).
Benedetti sono quanti hanno accolto la Parola nell'umile obbedienza dell'amore come un dono; al dono che il ha raggiunti essi
hanno risposto con il dono di sé all'altro visto nella sua più radicale miseria e povertà, incapace di rialzarsi da solo. Essi, nel dialogo con il Figlio dell'uomo, esprimono tutto il loro stupore; a
questa sorpresa il Signore risponde chiaramente identificando con
se stesso il più piccolo al quale essi hanno usato misericordia.
È necessario precisare, al riguardo, che «fratelli più piccoli» non
sta ad indicare solo i discepoli dell'evangelo o i missionari della
parola, bensì include tutti i bisognosi con i quali Gesù stesso si
identifica e che lui stesso non ha disdegnato di incontrare e di
accogliere, come del resto ci documentano gli evangeli.
Bisogna anche sottolineare quanto la sorpresa lasci intendere
l'assenza più esplicita di ogni forma di azione misericordiosa
compiuta in vista di una ricompensa ricercata a tutti i costi; di
ciò nel testo non vi è traccia alcuna. Al contrario, si è di fronte ad
una testimonianza di gratuità e di libertà che contraddistingue
l'agire nella misericordia non segnato da traccia di egoismo o di
riconoscimento alcuno. L'altro è amato per se stesso, perché
uomo/donna e perché ultimo.
Nella seconda parte del dialogo il Signore si rivolge ai maledetti
che stanno «alla sinistra» (vv. 41-45), posizione che rivela un'oscura lontananza dal giudice Signore; la loro immagine è segnata
dall'empietà ovvero dall'assenza di compassione (pietas). Rinchiusi nel loro egoismo e nella preoccupazione di una sopravvivenza a se stessi non hanno visto l'altro. E ciò ha condotto ad
una sterilità interiore il cui effetto è la solitudine e l'abitare nel
luogo della desolazione (cfr. Ger 17,5-8) che è stato preparato
per il diavolo (l'avversario e il seduttore dell'umanità) e i suoi servitori che l'hanno sostenuto.
Nel dialogo tra il re-giudice e l'umanità convocata si mette bene
in evidenza la discriminante del giudizio ovvero il metro di misura con il quale avviene la valutazione del re: la diakonìa, la prassi del servire (cfr. v. 44). Il servire nella libertà di amare diventa,
pertanto, il criterio oggettivo di verifica e di valutazione del proprio agire (cfr. Mc 10,45); ma ciò rivela anche il significato profondo della propria identità (cfr. Le 10,29-37) e anche quella di
Gesù.
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
1.3. SENTENZA FINALE (V. 46)
È la sintesi consequenziale di quanto prospettato prima (cfr. Dn
12,2). Ma qui è necessario precisare il valore dei verbi al futuro.
Pertanto, questo fatto sottolinea l'ammonimento a valutare attentamente ora, a discernere con sapienza l'oggi e a leggere non
con banalità il segno del tempo che è Gesù il Signore, il quale si
manifesta presente nei più piccoli e poveri.
2. IN ASCOLTO DELLA VITA
* Partecipare al Regno o no è una realtà che si decide solo a partire dall'atteggiamento di misericordia e di servizio assunto in
favore degli ultimi o, comunque, di chi vive nel bisogno ed è
esposto alla necessità. E questi ultimi non sono solamente i piccoli o i discepoli dell'evangelo o i missionari di esso, che subiscono persecuzione a causa della Parola; essi sono tutti coloro
che vengono incontrati nella loro condizione di bisogno per
chiunque li accosti (cfr. Lc 10,29-37).
Qui siamo di fronte ad una pagina evangelica che fonda il sacramento del fratello, condizione autentica per poter discernere il
vero sacramento dell'altare che è il corpo del Signore.
* Gesù chiede di essere incontrato nel quotidiano della storia di
ogni uomo; ed è qui che lo si incontra negli ultimi ed è pure qui
che il giudizio si opera ogni giorno.
Alcuni riferimenti biblici, in proposito, sono illuminanti:
Mc 10,17-19: l'uomo ricco domanda a Gesù: «Che cosa devo
fare per avere la vita eterna?». La risposta di Gesù lo rimanda ai
comandamenti dell'amore.
Mc 12,28-34: l'amore a Dio e al fratello costituiscono l'unico
comandamento di Dio, in quanto eloquenza dell'amore all'Unico.
Gv 13,34: l'amore al prossimo come segno inequivocabile dell'essere discepoli dell'evangelo (cfr. 1 Gv 2,3).
I comandamenti che conducono alla vita eterna sono quelli che
riguardano il prossimo. La pagina del giudizio finale è un illuminante rimando alla incarnazione di Dio nell'altro, il fratello. Pertanto, un retto agire accanto ad una fede retta diventa testimonianza di un cammino di grazia che la misericordia di Dio opera
in noi.
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* C'è un giudizio alla fine dei tempi e questo lo emetterà il
Signore della storia, il Figlio dell'uomo, volto misericordioso del
Padre. Con questo atto di giudizio viene riportato l'ordine rispetto al caos dell'ingiustizia introdotto dal peccato.
Il testo si presenta, dunque, come annuncio di giudizio oggi, ma
anche quale ammonimento all'attesa amante del Signore
mediante l'atteggiamento di accoglienza e di amore compassionevole verso il fratello, in qualunque condizione di bisogno egli
viva.
L'amore a Dio e al fratello si precisano, pertanto, come l'unico
comandamento, ma anche come l'unico amore che dall'Unico
procede e che domanda di essere riconsegnato attraverso un
amore unico, a Dio e ai fratelli.
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Dalla pagina evangelica di Mt 25,31-46 vi è una sapienza, infine, da apprendere e questa procede nella direzione dell'umano.
È stato detto che la nostra generazione è una generazione disorientata, non sa bene dove andare, ha smarrito il senso profondo del suo camminare e del suo esistere in questa storia; sarebbe,
dunque, una generazione senza rotta, sperduta, incapace di ritrovare l'oriente ovvero il luogo dove spunta la luce, la vita.
Possiamo condividere o no queste affermazioni, ritenerle esagerate nel loro esasperato pessimismo oppure semplicemente idealistiche in quanto manifestano una scontentezza alla quale difficilmente si potrà trovare una risposta adeguata. Credo, comunque, che la provocazione rimanga. Ritengo anche che non possiamo assumere l'atteggiamento banale di quanti affermano che
le cose sono sempre state così e non saremo certo noi a cambiarle. Non condivido certamente una miserevole e mediocre posizione propria di chi grida alla disfatta, alla dissoluzione di ogni
morale. Oggi è molto più facile esibirsi come profeti di sventura
e di dissoluzione della realtà e, probabilmente, vi è anche una
buona possibilità di essere ascoltati e seguiti. È altrettanto vero
che è molto più difficile essere testimoni di speranza e di fedeltà
in questo tempo e in questa storia cogliendoli, comunque, come
il tempo nel quale il Signore ci chiama ad essere una umile, ma
eloquente presenza-segno della sua misericordia.
La provocazione, però, rimane: una società disorientata, una
Chiesa chiusa che rischia di perdere di vista l'essenziale, forse
perché troppo preoccupata di una visibilità e dì una efficienza
legate al frattempo, senza una apertura più ampia al mistero, è
ancora Chiesa del Signore, testimone della sua misericordia,
segno di speranza per l'umanità? Senza abbandonarci né a sen-
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
tenze affrettate né alla preoccupazione di indicare soluzioni a
basso prezzo, lasciamoci interrogare e domandiamoci verso chi
siamo orientati e quale senso profondo porta in sé il nostro camminare e il nostro esistere.
Domandiamoci anche: quale sapienza cerchiamo? Quale eloquenza della fede desideriamo? È forse quella di una fuga dal
reale, come rimozione dei problemi e delle difficoltà? Oppure si
tratta di non stancarsi nel ricercare davanti a Dio quella vera
sapienza del cuore che ci aiuta a comprendere la fede come un
cammino di senso della vita, come autentica arte del vivere e,
soprattutto, come accoglienza pacificata dell'umano e della creaturalità con la quale il Signore ci ha fatti?
Vero dono della sapienza da domandare a Dio è quello di non
rinunciare all'umano, alla nostra condizione di creature, ma pur
sempre dentro un progetto di misericordia e di compassione, che
è quella di Dio verso tutti.
Vera sapienza da supplicare davanti al Signore è quella che ci fa
amare la nostra condizione di creature, non per autoassolverci,
ma per scorgere in questa creaturalità il dono di Dio, il quale,
non dimentichiamolo, ha assunto totalmente nel Figlio la nostra
condizione umana abbassandosi fino alla morte di croce (cfr. Fil
2,6-8).
Ireneo di Lione annota con acutezza:
«Come potrai essere Dio, se non sei ancora diventato uomo?
Devi prima custodire il rango di uomo e poi parteciperai alla gloria di Dio» (Contro le eresie IV, 39, 2).
Vera sapienza è imparare ad amare l'umano che noi siamo e che
Gesù il Cristo ha assunto totalmente; e questo, in realtà, ci rende
simili a Gesù il Signore, che è l'umanità di Dio raccontata agli
uomini nei tratti della condivisione con gli ultimi, dell'accoglienza dei lontani, del perdono dei peccatori, della croce degli
abbandonati e reietti dalla storia, della risurrezione quale sconfitta definitiva della morte e epifania del trionfo della vita.
Questa accoglienza della nostra umanità nella fede, come dono
di Dio, ci mette nella condizione di accogliere con misericordia
l'umanità dell'altro, ma anche di scorgere la passione di Gesù
nella sofferenza e nella passione dell'altro. Questa vera sapienza,
che ci rende coscienti dei nostri limiti, ci fa discepoli che si
abbandonano alla misericordia di Dio in cui risiede la vera
potenza dell'evangelo, fondamento del nostro vivere e della
nostra speranza.
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Osservatorio permanente delle povertà e delle risorse - Diocesi di Brescia
«L'uomo che io vedo nello specchio non è né angelo né una
bestia. L'uomo che io vedo nello specchio è anzitutto visto da un
Dio infinitamente buono e amabile, questo Altro che mi permette
di lasciare la ricerca senza salvezza dell'immagìne, dell'idolo, per
nascere a una ricerca nuova, quella dell'icona [ ... ].
La santità consente di mettersi in marcia: essa è un cammino, un
pellegrinaggío. Essa sola rende conto della condizione itinerante
della vita umana: l'homo viator non è forse colui che accetta di
essere ritrovato e sollevato dal buon samarítano, allorquando le
pietre del cammino l'avevano fátto cadere? [ ... 1].
Felice colpa che ci ha permesso di chiamarci a realtà più grandi di
noi, a questa assoluta trascendenza che si è resa prossima in Gesù
Cristo»
Per un approfondimento di questa pagina evangelica,
102
R. FABRIS,
Matteo. traduzione e commento, Borla,
Roma 1982, pp. 502- 509 (commenti biblici).
J. GNILKA,
Il vangelo di Matteo. Parte seconda. Testo
greco e traduzione. Commento, Paideia, Bre
scia 1991, pp. 533-554 (Commentato teologico del nuovo Testamento 1/2)
A. MELLO,
Evangelo secondo Matteo-Commento
midrashico e narrativo, ed. Qigajon, Comunità di Base, Magnano (BI) 1995, pp. 435-440
(Spiritualità biblica)
(Laurent Lemoine, «Unifie mon coeur, Seigneur, pour qu'il craigne ton Nom»,
in «La Vie spirituelle» 84 [2004], p. 72).
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
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L’equipe è composta da: Alberto Del Caldo (per la parte dei servizi di Porta Aperta), Michele Guindani (per la parte statistica),
Carla Migliarini (per la parte di
organizzazione dei servizi socio-asistenziali) e Roberto Rossini
(per la parte sociologica).
L’équipe è coordinata da Don Pier Antonio Bodini e Jonas
Maniaz (segreteria)
Un particolare ringraziamento va all’Unità di Staff Statistica del
Comune di Brescia, in particolare al suo dirigente dott. Marco
Trentini e al dott. Marco Palamenghi, che hanno elaborato il
contributo sul grado di autonomia delle famiglie bresciane.
Un eguale ringraziamento va a Luigi Gaffurini, Assessore del
Comune di Brescia delegato alla Statistica, per la sensibilità e
l’attenzione dimostrata verso questo progetto.
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Quarto Rapporto sulle condizioni di povertà a Brescia
INDICE
INTRODUZIONE…………………………………….……...Pag. 5
Don Pier Antonio Bodini
REDDITO DISPONIBILE E AUTONOMIA
DELLE FAMIGLIE A BRESCIA…………………………........ Pag. 7
MarcoTrentini, Marco Palamenghi, Luigi Riva
I TERZ’ULTIMI DELLA FILA………………………….…...... Pag. 17
Roberto Rossini
LA TUTELA DEI MINORI………………………………....... Pag. 35
Adele Ferrari
LA RETE DEI SERVIZI PER ANZIANI…………………........ Pag. 53
Marco Trentini
I DATI DI “PORTA APERTA”…………………………..........Pag. 59
Alberto Del Caldo, Elena Moretti, Anna Lombardi
I DATI DI ALTRI SERVIZI………………………………........Pag. 83
Roberto Rossini
IL GIUDIZIO UNIVERSALE (Mat.25,31-46)………….........Pag. 95
Don Ovidio Vezzoli
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