Focus On
Una nuova Biennale Danza
per Ismael Ivo
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Mi vengono in mente Picasso e le sue figure storte, o quelle lunghe e sottili di Giacometti, probabilmente guardate all’epoca come qualcosa di assolutamente bizzarro, qualcosa
che oggi viene invece accolto come concetto fondamentale di bellezza.
La Biennale di Venezia
VI Festival Internazionale
di Danza Contemporanea
Beauty. Art Is beautiful!
14-29 giugno
Ha r pe
e la Bausch è cambiato (anche) il nostro modo di guardare
la bellezza, che è più di un’estetica, di un’immagine, di un marketing: è un concetto spirituale, un
momento di emozioni. E a questo
proposito vorrei chiamare in causa
Platone, che legava il concetto di
simpatia a quello di bellezza
intesa come tipo di emozione che trasforma il
corpo, la materia: un
concetto aperto, da
scoprire e analizzare. E quella
che ho chiama-
r
Per quel che riguarda la danza, si può ad esempio pensare alla distanza che separa le immagini di Isadora Duncan
– espressione di un’idea di bellezza come armoniosa unione con la natura – da quelle proposte oggi da Pina Bausch,
che sul palco presenta figure che corrono, urlano, cadono e
corrono ancora, si spaventano, saltano... E tutto appare bellissimo ed emozionante. Tra la Duncan
France
sca
N
el corso di un programma triennale, Ismael
Ivo ha condotto un’articolata rifl essione sul corpo che
si è così snodata: Body Attack
per la Biennale del 2005, Under Skin per l’edizione del 2006,
Body & Eros per il recente 2007.
Dal 14 al 29 giugno 2008, Ivo porterà a termine un quadriennio che chiuderà
la saga con il titolo Beauty. Art Is beautiful! Ce ne illustra i dettagli.
Il tema di quest’anno riguarda la
bellezza. Nelle edizioni precedenti ho cercato di concepire e realizzare un festival che si avvicinasse il più
possibile allo spirito che anima la ricerca, che stimola la curiosità, che
svela le nuove tendenze dell’arte.
Dopo l’analisi sul corpo sociale, sul corpo inteso come
documento, come specchio del nostro tempo, la
possibilità di arrivare al tema della bellezza è arrivata più o meno intuitivamente. Il titolo di questo mio quarto festival va a indagare le
possibilità di creare emozioni, possibilità che credo
infinite, che nascono dal corpo
in movimento,
dai gesti che ci plasmano
e
modifi
cano lo spaSlo
zio al fine di narrare stow
Da
rie, costruire universi,
nc
i ng
trasmettere sensazioni.
La bellezza non è un caso: è un concetto chiave,
semplice e fondamentale, che appartiene a tutti noi, che in
quanto umani, come
società, guardiamo la
vita. Se, come si dice, la
bellezza risiede nell’occhio di chi guarda, cos’è bello oggi? E
ancora: la bellezza è forse l’amante segreta dell’arte?
Nel mondo in cui viviamo, un mondo multiculturale, tutto cambia molto velocemente. Seguendo Susan Sontag, credo si debba mettere in essere un certo tipo di ridefinizione
dei concetti che dicono la spiritualità e la bellezza. Nell’arte
il concetto di bellezza è cambiato nel corso del tempo in maniera significativa: da Michelangelo a Bacon, a Warhol, ecc.
la società ha ampliato e continua ad ampliare il suo sguardo.
Focus On
to «La Biennale del XXI secolo» è il luogo adatto per
sentimento. In questo senso, la danza è un avinterrogarsi.
venimento che se in un primo momento offre
L’arte è quindi sempre alla ricerca della bellezza
un’impressione visiva, nel momento immee porta con sé un’infinità di domande: l’arte scediatamente successivo penetra l’interiorità a
nica, l’arte visiva, sono luoghi privilegiati per
creare un’emozione. Si entra dunque queavviare tutta una serie di riflessioni che porst’anno in un’indagine emozionale.
tino il pubblico a nuovi stimoli e ad ampliaHo voluto invitare coreografi che già
menti d’orizzonti. Ma come fanno questo tistanno lavorando su questo tipo di quepo di espressioni artistiche a essere compestioni. Il corpo esibito porta l’immagine
titive con il fascino che le nuove tecnologie
di una bellezza sempre diversa. Mi affaesercitano, soprattutto sui giovani? Lo posscina molto Umberto Eco, che ha reasono fare in quanto portatrici sane di emolizzato una Storia della bellezza e una Stozioni nuove, curiosità sempre diverse, faria della bruttezza
bruttezza: dov’è la barriera tra
cendo capire che non tutto è massificato
il bello e il brutto? Quale il momento
e non tutto può essere velocemente train cui il brutto diventa bello e il bello
smesso con una semplice e-mail. Oggi
diventa brutto? Credo si tratti di una
le persone non hanno più il tempo di
trasformazione interiore. Per queavvicinarsi, di entrare in contatto disto ho cercato coreografi e comparetto, di andarsi a cercare, di sentire
gnie che stessero interrogandosi
un’emozione che le spinga a guardain questo senso, che stessero cerre fuori da sé, fuori dal proprio circocando di vedere il corpo non solo di vita. A questo proposito penlo come strumento d’espressione
so che l’arte visiva e l’arte del paldella bellezza, ma anche come strucoscenico possano invece anmento che va a cercare cosa sia
cora portare in seno la possie dove nasca il bello che il
bilità della fantasia, di darsi
corpo rappresenta. E non
all’immaginazione, di far
solo come immagine che
volare.
viene dall’esteriorità, ma
C’è un’attenzione alanche come vera e propria
la bellezza davvero novolontà interiore: la bellezIsmael Ivo
tevole nella vita di ciaza dunque come traiettoscuno di noi. L’occhio è
ria emozionale. Ho deciso
un punto di comunicazione
di investire molto nella danza
fondamentale: attraverso lo sguardo, il guardare, le informacontemporanea italiana e realizzare una sorta di piccolo pazioni che colpiscono la nostra retina ci penetrano la mente
diglione che offrisse l’opportunità di presentare il lavoro di
e il cuore, facendoci avvicinare o meno alle perquesti coreografi su un podio internazionale cosone e alle cose. Oggi la bellezza è qualcom’è quello della Biennale. La danza italiana,
sa di plastificato: si pensi al marketing,
costellata di figure straordinarie, ha bialla moda, che la presentano come
sogno di spazio e di esposizione.
qualcosa di prettamente fisico.
Prosegue inoltre il progetto
Il tema di questo festival
iniziato l’anno scorso, Chovuole dunque spingersi ad
reographic Collision,
Collision un laboaprire una nuova finestra,
ratorio per giovani copresentando un proreografi. Cinque di logramma che vada oltre
ro, in questa mia quarla barriera della mera
ta edizione, sono stafisicità e del semplice
ti nuovamente invivalore estetico: per
tati a creare un picme la bellezza è una
colo pezzo per baltraiettoria emoziolerini professioninale, un percorso
sti. Anche sotto la
interno, è espressiomia guida e grazie
ne visiva di un vaai contributi del delore interiore. L’arsigner e video-artista
te della danza stabiLutz Gregor e di Paki
lisce un movimenZennaro, musicista e
to che mette in rilievo
compositore che lavovalori che traducono e
ra con Carolyn Carlson,
trasformano l’apparenza.
la volontà è quella di dare a
È l’emozione che porta vequesti giovani artisti un conramente la metamorfosi deltributo e un aiuto a sviluppare
B all
i gl i a
et N at i
la bellezza, ne amplia il senso per
le loro idee. ((i.p.)
o na l d i M a r s
dare il via libera alla sensibilità e al
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Focus On
L’eterno ritorno della bellezza
I coreografi Angelin Preljocaj e Alonzo King di nuovo a Venezia
B
ellezza: è il tema tentatore, e tutt’altro che facile ed evidente, della quarta edizione del Festival Internazionale di Danza Contemporanea (14-29 giugno) diretto da Ismael Ivo, che subito mette in questione questo stesso
concetto sfuggente e si chiede come definirla e come esprimerla. «L’arte è per caso l’amante segreta della bellezza? L’arte della danza» si risponde «libera i nostri recettori della sensibilità e dell’emotività, contro la mercificazione del corpo
che domina il nostro tempo». Certo si tratta di un tema che
induce a interrogarsi su quella che appare una svolta rispetto alle rotture del secolo scorso, quando disarmonia, asimmetria, rottura degli equilibri, decostruzione, segnarono le
poetiche delle Avanguardie storiche e ancora segnano le loro ricadute fino all’attuale millennio. Bellezza significa forse tornare a quelle auree proporzioni, a quella
sintonia etica ed estetica dell’uomo con il cosmo,
in quanto creatura privilegiata al centro dell’universo? In realtà, il brutto
artistico novecentesco brutto non è, in quanto artefatto, «fatto ad arte», come arma contro una certa concezione classica della bellezza:
quella ormai sfruttata fino
all’esaurimento dell’imitazione della realtà.
L’ondata di «bellezza brutta», di
«normale bruttezza» quotidiana che
si è abbattuta sulla scena della danza di fine Novecento, dalle «donne anti-estetiche» di Pina Bausch
fino agli emarginati di Alain
Platel ai «tipi qualunque» di
Jerôme Bel, non può certo
nascondere che i protagonisti sono comunque danzatori o,
quand’anche rivendichino il loro essere persone prima che personaggi, agiscono in situazione
teatrale, quella situazione performativa «sacra» che li rende
«più belli» rispetto alla vita.
Ma in quali scelte di cartellone si è concretizzata l’indagine nella bellezza che
Ismael Ivo ha selezionato per questo 2008 cruciale? Ci sono, nel carnet, tante proposte che
ruotano intorno alla vexata quaestio della relazione arte-bellezza, a cominciare
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di Elisa Guzzo Vaccarino
da Slow Dancing dell’americano David Michalek, un’installazione video in ralenti estremo, da cui prende risalto quindi ogni dettaglio di perfezione del movimento, una collezione di ritratti di una trentina di superballerini in azione, dalle punte all’hip hop, alla capoeira, agli stili classici indiani.
Ma poi quel che salta agli occhi sono i tanti ritorni eccellenti con nuove creazioni: l’architettura mobile delle Métamorphoses ovidiane di Frédéric Flamand nel décor di materiali di
recupero riciclati e resi baroccamente belli di Humberto &
Fernando Campana; l’erotismo di gender di Stephen Petronio in Beauty and the Brut, l’impeto latino del catalano Rafael
Bonachela in Square Map of Q4, la fascinazione dell’afroamericana Francesca Harper, faro di bellezza a mezzadria tra
Broadway e il team intellettualissimo di Billy Forsythe, per
The Fragile Stone Theory: Interactive Bliss
Bliss, le furie tecnologiche
dei corpi super-performanti di Wayne McGregor in Entity, i
soli carichi di pathos, Schritte Verfolgen II, di
Susanne Linke, maestra del Tanztheater.
Tutte presenze che, accanto alle abituali commissioni italiane per novità assolute – quest’anno riservate a Michela Lucenti con il suo Balletto Civile, a Marina Giovannini, ben nota nei lavori
di Virgilio Sieni, insieme con Letizia
Renzini, a Mauro Astolfi e Mauro
De Candia – sembrano una dichiarazione precisa sullo stato
dell’arte. E cioè che, in questo
secondo lustro del terzo millennio, i nomi forti sono ancora e sempre quelli di chi sa fare della
«bella danza», con tutti i requisiti fondamentali, di tecnica, di maestria nella confezione, di ispirazione d’autore, di
qualità performativa. Bellezza, insomma, a piene mani. E un’ulteriore conferma viene da due nomi al centro del
programma fortissimi in questa accezione, e molto diversi tra loro per origine, percorso e stile: il franco-albanese Angelin Preljocaj e l’afroamericano Alonzo King, entrambi nella cinquantina, entrambi richiamati una
seconda volta a Venezia – Preljocaj
fu invitato da Flamand nel 2003
con Near Life
Life, King da Karole Armitage l’anno dopo – come artisti
di segno personalissimo, a cui va
un riconoscimento indiscusso.
Il primo è capofila della danza
contemporanea d’oltralpe, il
secondo del balletto postclassico multietnico Usa: Preljocaj con Larmes blanches su
musica di Johann Sebastian Bach, Claude Balba-
Focus On
stre, Henry Purcell, e con Eldorado su Sonntags-Abschied, parLines di San Francisco, ancora una volta sono gli Stati Uniti
titura mistica di Karlheinz Stockhausen (20-21 giugno, Teaa dare segnali forti di svolte artistiche che sono anche polititro Malibran); il secondo con Irregular Pearl su musica barocche, in senso planetario: una danza che è bellissima, chiara e
ca, da Händel a Scarlatti, e Rasa, vale a dire quintessenza, coleggibile, bianca e nera, complessa e densa di elementi tecniscienza di sé, esperienza spirituale (ma anche mercurio) su
ci diversi padroneggiati virtuosisticamente. La base è classimusica indiana (26-28 giugno, Teatro alle Tese).
ca – un classico che ha tutta la grinta dell’oggi – ma il plus è la
«Una forma sonora di woodoo»: è l’impressione stupefafluidità dei corpi, con i tocchi multistilistici che ogni singolo
cente che Angelin Preljocaj dice di aver provato all’ascolcorpo – alto o snodato o compatto o vibrante – restituisce da
to di Sonntags-Abschied, composizione elettronica, traspopatrimoni plurimi, modern, jazz, afro, inseriti in un trattasta su computer da una precedente versione per 5 cori, di
mento coreografico raffinato eppure in presa assolutamenStockhausen, che chiude un ciclo di brani dedicati a ciascun
te diretta sulla comprensione e sul gradimento del pubblico.
giorno della settimana. E questo saluto domenicale, in ElDopo Alvin Ailey e il suo orgoglio per le qualità artistiche
dorado, si è trasformato in danza, come evocazione di un luogo di
perfezione e di gioia, di
un paradiso perduto dove non c’è peccato. L’aura di questa musica sofisticata, che incorpora
campane, sirene, risonanze cosmiche, induce a un trattamento coreografico-scenico ispirato, a iniziare da un attacco con i dodici ballerini in penombra contro altrettanti pannelli alle spalle, ricamati di
stelle o di fiori, aureolati di luce come in chiesa.
In costumi color crema
sottili come una seconda pelle, un nudo più nudo del nudo, opera dell’artista visiva vietnamiAngelin Preljocaj Ballet, Eldorado
ta Nicole Tran Ba Vang,
pure decorati di applicazioni floreali, i ballerini
«vestiti di nudo» si danno a una danza intima, fatta di piccodei neri, siamo ora all’orgoglio della condivisione della belli squilibri e recuperi, costruita per duetti ripetuti, gruppi di
lezza, in tutta la sua gamma di migliori varianti multicolor. A
sei moltiplicati per due, momenti di «tutti insieme» come in
Venezia Lines si ripresenta dopo quattro anni dal primo apun concertato. La logica e il rigore musicale sono specchiaprodo fortunatissimo, anzitutto con Irregular Pearl, cioè perla
ti, quasi ritualmente, in quelli coreografici. È bellezza quebarocca, iridescente, unica, in un ideale collier dove ognuna
sta? Preljocaj, notoriamente autore di una danza dalla scritè diversa dall’altra per formato e per aspetto. E appunto batura precisa, virtuosistica, da poco insediato nel magnifirocca è la musica di questo pezzo, scelta per la libertà che sa
co Pavillon Noir di Aix-en Provence, dichiara di essersi laoffrire nel confrontarsi coreograficamente con le sue strutsciato suggestionare da una scrittura musicale che «apre uno
ture, dinamicamente ricche e aperte all’improvvisazione despazio fisico e mentale, senza imporre niente, chiedendo sogli esecutori, «come sarà poi il jazz», afferma Alonzo King.
lo di innalzarsi con umiltà alla sua altezza, per non esserne
Rasa, regolato invece su musica indiana per tablas – un altro
schiacciati, e facendo scivolare la danza nelle vibrazioni onsegno di curiosità intellettuale e artistica senza frontiere – si
dulatorie della musica». E a contraltare, su un’altra lunghezappoggia all’eccellenza ritmica e melodica di Zakir Hussain,
za d’onda, ecco il suo sensuale, inquieto, Larmes blanches anni
figlio d’arte, nato nella regione del Punjab, che guarda però
ottanta, il brano più brillante e più duratuanche alla tradizione carnatica, la più antiro tra i suoi primi lavori, che ha resistito alla
ca, del Sud dell’India e all’Ovest. Rasa inprova del tempo in forza dei suoi contrasti,
tende essere, per King, un ponte tra l’antica
Venezia – Teatro Malibran
con il piglio neobarocco innestato su linee
cultura persiana-aramaica-araba-indiana e
Angelin Preljocaj
aguzze cunninghamiane, con i jabot candil’arte del corpo multietnico e multistilistico
20 giugno, ore 20.00
di su pantaloni in pelle nera, guizzante di
contemporaneo globalizzato assommando
21 giugno, ore 18.00
abili contrappunti con la musica, obbedentecnicismo, complessità, gioiosità, per quedo a regole del gioco moltiplicatorie di incisto progetto aperto, come è aperta quella
Venezia – Teatro alle Tese
siva efficacia.
straordinaria porta tra Oriente e Occidente
Alonzo King
Quanto ad Alonzo King e al suo gruppo
che è sempre stata la città di Venezia.
26, 27 e 28 giugno, ore 20.00
13
Focus On
Le ombre della bellezza
I corpi virtuosistici di McGregor,
i duelli di Bonachela, le zone buie di Petronio
È
di questi mesi l’uscita di un piccolo librino delle edizioni Nottetempo Che cos’è il contemporaneo? a
firma del filosofo Giorgio Agamben, pieno di sollecitazioni anche per l’artista e per il pubblico della danza
di oggi. Un punto di vista che non è male adottare nell’osservazione di un appuntamento come quello che si prepara per giugno a Venezia con il Festival di Danza della
Biennale di Ismael Ivo.
di Francesca Pedroni
«contemporaneo», parole appiccicate spesso alla superficie delle cose, un colpo di patinatura splendente come un
ritocco con photoshop. Se però pensiamo al «contemporaneo» sulla scorta di Agamben come a «colui che riceve
in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo» allora è sicuro che anche nei confronti della bellezza e
della bellezza nell’arte avvertiamo un salutare scarto verso un’idea più nascosta, meno luminosa. Una bellezza che
rifugge da apollinee armonie a
favore di qualcosa di più mobile, adombrato, interrogativo.
Una bellezza che
ci colpisce non
per la sua superficie smagliante
ma per quel mugolio nascosto
nelle pieghe del
corpo che dall’interno scuote
con dinamiche
inaspettate.
At t raversa ndo il calendario
del festival 2008
con questa prospettiva in mente ci viene da soffermarci su Wayne McGregor,
di cui vedremo
il nuovo lavoro
Bonachela, Square
Entity. Non è la
prima volta che
McGregor preL’associazione ci pungola anche in rapporto al titolo
senta i suoi lavori in Biennale. L’ultima volta è stato nel
scelto quest’anno da Ivo: Beauty. Art Is Beatiful!, festival
2006 con Amu/Del Cuore, spettacolo pulsante nato a par«contemporaneo» sulla «bellezza» e
tire dallo studio di alcune disfunziosulla «bellezza» dell’arte. «Può dirsi
ni del cuore. McGregor, classe 1970,
contemporaneo – scrive Agamben
unico artista della sua generazione a
Venezia – Teatro Piccolo Arsenale
– soltanto chi non si lascia accecare
essere stato nominato coreografo reRafael Bonachela
dalle luci del secolo e riesce a scorsidente dello storico Royal Ballet di
14 giugno, ore 22.00
gere in esse la parte dell’ombra, la loLondra, dirige da quando aveva 22
15 giugno, ore 20.00
ro intima oscurità». Un punto di vista
anni la Random Dance. La sua danVenezia – Teatro Malibran
nel quale si sente quel brivido, quella
za ha una bellezza androgina, è un
Stephen Petronio
sfasatura, quell’essere trascinati denmagma energetico che ribolle spin15 giugno, ore 18.00
tro cose non pienamente afferrabigendo i margini della forma, è pie17 giugno, ore 20.00
li, che percepiamo a volte nelle opere
na di rotazioni angolari, di scardinate nel nostro tempo.
namenti che fanno svettare in sceVenezia – Teatro alle Tese
Ombre, oscurità, a confronto a Vena un corpo virtuosistico, eccitante,
Wayne McGregor
nezia con «la bellezza». Termine anche tiene all’erta. Studi nelle neuro20 giugno, ore 22.00
21 e 22 giugno, ore 20.00
ch’esso abusato come accade per
scienze, attratto dalla relazione tra
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Focus On
arte dal vivo e programmi informatici e dalla cultura cyber, Wayne McGregor con Entity esplora la connessione tra cervello e movimento, un lavoro in due parti nel quale spinge il suo vocabolario verso
l’estremo e il continuo spostamento di focus nel corpo. Diviso in due
parti, si apre su un quartetto per archi
del viscerale compositore inglese Joby Talbot, musicista
che ha già collaborato
con McGregor per il
vertiginoso Chroma
creato per il Royal
Ballet e per Genus. La seconda
parte è su musica
di Jon Hopkins.
Lo spettacolo ha
debuttato in aprile al Sadler’s Wells di
Londra e a detta del
Guardian c’è da attendersi una coreografia ricca
di invenzione, combattiva, fuori
dall’ordinario.
Da Londra, che è una delle città più vive e propositive della danza di questi ultimi anni, arriva
a Venezia per l’apertura del festival anche un altro artista considerato tra i più intriganti della
scena inglese, Rafael Bonachela, origini spagnole, cresciuto nella molto britannica Rambert Dance Company. Il suo spettacolo, altra
prima italiana, si intitola Square Map of Q4, un
duello tra l’umano e il digitale, danzatori bombardati dalla
luce e dalla musica, titolo definito in patria un’«esperienza
sensoriale». Le musiche questa volta sono di Marius de
Vries (Moulin Rouge, Bjork, Madonna), ma cosa rende interessante sulla carta questo pezzo è anche la collaborazione con il designer Alan Macdonald (film come The Queen).
Il punto di partenza è quanto i primi ricordi influenzano
e modellano la personalità in un
gioco di
con-
Nick Mead, Random Dance
Petronio, Sarah Silver in Beauty and the Brut
trasti tra umanità e immaginario high tech.
Tra i coreografi di questa edizione 2008 la cui ospitalità
è più accattivante sul fronte di una riflessione sulla contemporaneità senza dubbio un posto di primo piano tocca a Stephen Petronio. Questa volta la matrice è statunitense e i pezzi in programma sono tre: This Is the Story
of a Girl in a World, Beauty and the Brut, prima mondiale in
aprile al Joyce Theatre di New York, BLOOM. Anche qui
i temi sono intriganti rispetto all’argomento della Biennale: l’attrazione degli opposti, la natura nascosta della
bellezza, la trasformazione e il risveglio. BLOOM è sulla musica del cantautore canadese Rufus Wainwright che
canta poesie di Emily Dickinson e Walt Whitman, Beauty and the Brut nasce sulla musica originale del duo rock
Fisherspooner, meditazioni di gender in This Is the Story of
a Girl in a World accompagnate da musiche di Antony, Lou
Reed, Nico Muhly. Anche in Petronio, ex danzatore storico di Trisha Brown, il linguaggio del corpo è fortemente attraversato da zone di buio, umori che tirano le linee
in direzioni inattese. Corpi, coreografie, con cui farsi trascinare nel nostro tempo accompagnati da una bellezza
piena di ombre.
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Focus On
Susanne Linke sulle tracce
della danza e della memoria
di Susanne Franco
A
l VI Festival internazionale di
lei altre tre figure, interpretate da Madanza contemporanea della
reike Franz, Armelle van Eecloo ed EliVenezia – Teatro Piccolo Arsenale
24 e 25 giugno, ore 22.00
Biennale di Venezia è in arrivo
sabetta Rosso. La narrazione delle viuna delle maggiori esponenti della dancende che hanno segnato l’infanzia di
za tedesca, Susanne Linke. La sua preSusanne Linke, come la malattia che le
senza è di per sé degna di nota, ma il pezzo
ha fatto scoprire l’udito e la parola soltanto alcon cui il 24 e 25 giugno al Teatro Piccol’età di sei anni e la sua predilezione per il
lo Arsenale si presenta al pubblico velinguaggio del corpo e della gestualità,
neziano rende l’evento ancora più noè seguita dal racconto del processo di
tevole. Si tratta di Schritte Verfolgen
invecchiamento ma anche degli efII,, ovvero la ricostruzione/rivifetti liberatori apportati dalla masitazione di un suo celebre pezturità e amplificati dalla sua paszo creato con l’artista visivo Va
sione per la vita.
Wölfl nel 1985.
In questa nuova versione di
Susanne Linke (classe 1944)
Schritte Verfolgen a ciascuna
si è formata con due protagodelle tre danzatrici è affidanisti dell’Ausdruckstanz (danto il compito di interpretare
za di espressione) degli anuna fase della vita di Susanni venti e trenta e poi infatine Linke, che qui appare cocabili didatti nel dopoguerra,
me una figura che attraversa
Mary Wigman e Kurt Jooss.
la scena in apertura del pezzo
Si è diplomata infatti presso
per poi riconoscere nelle altre
la Folkwang Schule di Essen,
tre presenze i suoi diversi altevero vivaio di talenti da cui nerego. Nell’inseguire (Verfolgen)
gli anni settanta è uscita un’ini loro passi (Schritte) cogliamo il
tera generazione di artisti desitrascorrere degli anni e i passagderosi di trasformare profondagi da un’età all’altra, che costituimente il linguaggio della danza e
scono il punto di partenza e la soche hanno saputo imporre sulle scestanza stessa della creazione coreone internazionali il Tanztheater (teagrafica. Vagando sulla scena col suo
elegante abito grigio, la coreografa tedesca sembra rafforzata e non intimidita dall’incontro con le altre immagini di sé, pur cercando di rinegoziare continuamente l’equilibrio tra
tro di danza).
la possibilità di approfondire un discorso anche doloroso su
La centralità
di sé e la tentazione di abbandonarlo e iniziarlo di nuovo. Sul
conferita alla sogpalcoscenico la sua immagine richiama alla mente quella di
gettività dell’artista e al
un albero scosso dal vento ma ben saldo sulle sue radici. Susuo vissuto interiore preso a
sanne Linke riattraversa la sua vita per tornare infine al suo
pretesto per imbastire storie
corpo, al suo essere donna e artista oggi.
dal sapore universale è un tratQuesto lavoro rappresenta anche un’occasione importanto tipico del «genere» Tanztheate per confrontarsi con uno dei temi più attuali nella pratica e
ter. Nato come un solo autobioter
nella teoria della danza oltre che nella ricerca storica, la ricografico in quattro atti, Schritte
struzione. Schritte Verfolgen II non vuole recuperare tout court
Verfolgen prima maniera è stato
un titolo del repertorio della Linke, ma si pone a metà strada
trasformato dalla Linke nel
tra il desiderio di riportare in vita una partitura coreografica
2007, e dunque a distane quello di ripercorrere, a distanza di anni, un tracciato autoza di ben ventidue anni,
biografico. La ricostruzione filologica cede dunque il passo a
fin dalla sua struttuun procedimento memoriale più complesso proprio perché
ra, come si evince
nutrito della consapevolezza degli inevitabili oblii del corpo
dal sottotitolo Soe della mente, ma anche delle sorprendenti potenzialità che
lotanz mit vier Tänla riconquista delle molte dimensioni in cui il passato torna a
zerinnen (Solo con
rivelarsi offrono alla pienezza del presente.
quattro danzatrici). Sulla scena infatti ora convivono con
Susanne Linke
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Focus On
Una «Creatura» bella e fragile
Alla Biennale la nuova creazione di Michela Lucenti
M
ichela Lucenti debutta alla Biennale danza con la sua nuovissie finisce sempre con il canto dal vivo, e stiamo scrivendo la muma coreografia, Creatura. Ascoltiamo dalla sua voce di che tisica e le parole di questo racconto. I danzatori saranno un po’ copo di lavoro si tratta.
me i personaggi di un’«operetta» che ha come tema l’accettarsi e
Quando Ismael Ivo mi ha accennato al tema della bellezza, ciril capire da dove si viene: prendere coscienza di sé è una cosa belca tre mesi fa, per pura fortuna erano già sette mesi che stavo lalissima. In tutti gli studi preparatori abbiamo utilizzato quintali
vorando su un tema affine, la bellezza unita alla fragilità. Sono
di torba, alberi interi: c’è stato un grande lavoro intorno e con la
stata dunque felicissima di questa vicinanza fortuita, e ho connatura. Poi invece ho capito che avrei dovuto andare in una diretinuato a esplorare questo tema, che per me è in realtà spirituazione diversa: di tutti i materiali utilizzati finora, alle Vergini delle. Io sono molto legata a mio padre, che è un indiano d’Amerile Tese non ci sarà più niente. Staremo in uno spazio bianco, «fica, e avevo voglia di parlare della sua storia, e anche del dolore
losofico» e privo di tutto il resto. E cercheremo di far affiorare
che questa porta con sé: si tratta di una storia tosta che però posqualcosa. Stiamo lavorando perché i danzatori non facciano rusiede molte bellezze. Non intendo assolutamente raccontare la
more, quindi avremo tutti dell’ovatta sotto i piedi, in modo che
vicenda della mia famiglia, piuttosto per la prima volta voglio
le figure si muovano in una specie di silenzio dove invece è assoprovare a danzare quello che a me è stato trasmesso
lutamente nitido il suono della voce e della musica.
dai genitori di mio padre, che in
fondo è un discorso sull’America, ma filtrato da me, dai miei ricordi, dai racconti dei miei nonni. In questa produzione porto in scena anche mio papà, che è una persona che
non ha mai fatto niente dal
punto di vista della danza, ma ha due doti secondo me molto importanti: il senso scenico e un fisico che lo fa assomigliare a un danzatore. Con
grande calma e pazienza
lavoriamo sulla sua fragilità di uomo vecchio che però
presenta un’enorme bellezza.
Anche gli altri interpreti hanno
la peculiarità di essere bellissimi
a partire da una fragilità, che non
per forza deve essere un handicap. Può per esempio essere una
fragilità spirituale, un piccolo
problema relazionale dove la
danza diventa un modo anche un po’ autistico di parlare
Cloudy di Mirko Baricchi, autore delle scene di Creatura
meglio. Quindi il corpo diventa meraviglioso perché riesce a
far parlare chi non può farlo in altro modo. È un tema complesso e articolato, ma cerQuali sono gli altri elementi forti di Creatura, oltre alla tua coreografia e
tamente affascinante. A me piace lavorare sulla danza come reregia?
lazione, mi interessa molto anche come azione tra persone. E
I testi sono di Alessandro Berti, e sono contentissima perché
allo stesso tempo da anni mi esercito sul canto. Uno dei miracon Alessandro avevamo già lavorato in passato, ai tempi delcoli più grandi lo produce un corpo nel momento in cui canta
l’Impasto. Poi lui ha avuto bisogno di concentrarsi più analiticae danza, accedendo a un linguaggio assolutamente universale
mente sui testi, io di fare quattro-cinque anni di studio sul moviche va cercato attraverso la semplicità, la gestualità più semplimento e sul canto. Ora ci siamo ritrovati e lui sta scrivendo quelce, passando anche per forti difficoltà. Eseguire un canto etnico
lo che grosso modo sarà il libretto della nostra opera. Insieme innon significa canticchiare qualcosa di elementare, ma arrivare a
vece componiamo la musica. Nello spettacolo sono ovviamencapire che questo canto è come l’essenza
te coinvolti i danzatori del Balletto Cividi formulazioni vocali più elaborate. Sele, due musicisti e un danzatore-cantante
guendo questi pensieri stiamo provando
molto particolare di Marsiglia. (l.m.)
Venezia – Tese delle Vergini
a costruire una specie di opera, che inizia
15, 16, 17 giugno, ore 20.00
18
Focus On
Un «Don Giovanni»
per Mauro Astolfi
H
o scelto di prendere in conqueste donne vengono conservate ed
siderazione l’ossessione che
esposte, come fossero in una veVenezia – Teatro Piccolo Arsenale
gli uomini hanno avuto, e
trina; a loro volta le scatole si
28 giugno, ore 18.00
hanno, per la bellezza femminile, os29 giugno, ore 20.00
trasformano, prendono forsessione che ha trasformato la ricerca di
me sempre diverse, diventaquesta bellezza in desiderio di collezionare prede. Il Don
no letti, passaggi, ecc. E poi
Giovanni si prestava dunque alla perfezione, narrando di
ancora sono presenti degli
un uomo totalmente in balia di tale smania frenetica intespecchi, alcuni veri e altri a disa come elemento di estremo narcisismo, che faceva nasceventare una sorta di labirinto, di porre e germogliare in lui il desiderio di intrecciare più relaziote infinite, una struttura che si snoda
ni possibili, in realtà in quansul palcoscenico come fosse un dado
to innamorato di se stesdi Rubik che si può girare in tutte le diso e della propria capacità
rezioni e offrire così una serie di canadi sedurre. Questa chiave
li, di passaggi, di comunicazioni. L’indi lettura a proposito deltento è quello di separare degli ambienla bellezza mi ha molto inti, in quanto sul palcoscenico ci sono azioteressato, anche perché porta a
ni che si svolgono contemporaneamente e pagalla le profonde insicurezze e derallelamente. Molto importante dunque il
bolezze dell’uomo.
lavoro operato dal punto di vista sceSpel
Si tratta di un lavoro per dieci danzatori,
nografico da Giuseppina Mauril bo u
nd D
molto forte e dinamico dal punto di vista coreozi e quello compiuto da Riccara nc e
grafico. A sovrastare il palcoscenico, un grande albero stido Reim, il drammaturgo che
Co m
pan
lizzato dal quale le donne nascono e cadono, e da dove avha estrapolato temi molto iny
vengono tutta una serie di trasformazioni. Sul palco anche
teressanti da Byron e da Veladei contenitori, delle scatole in plexiglas trasparente dove
squez». (i.p.)
«
Mauro de Candia si mette a nudo
in «Chain of Feathers»
S
i tratta di un lavoro astratto. Pardi far scorrere le emozioni in qualcosa che
lare di bellezza non è facile: è cofosse il più personale possibile. Per me è
Venezia – Tese delle Vergini
me parlare di amore, di sentimenquasi un volersi riposare, dal punto di
28 e 29 giugno, ore 22.00
ti molto personali. Inoltre quello che per
vista coreografico, tra le varie creame può risultare essere bello, non necessariamente dev’esserzioni che ho fatto fino a ora e quelle future. Si tratta di un
lo anche per altri. Chain of Feathers è un assolo che vuole parlare
momento in cui meditare, un lavoro molto personadella bellezza intesa come stato interiore: quello che si vede in
le. La mia ideazione, d’altro canto, vuole essere uno
scena altro non è se non il risultato di un’emozione, di uno staschizzo: quello proposto dalla Biennale di quest’anto d’animo. In questo caso, dunque, l’estetica è il risultato finale
no è un tema talmente ampio che non mi permette
in quanto non si parte da immagini già confezionate o dal voler
di fossilizzarmi in una sola realizfare qualcosa che sia bello per gli altri. Si tratta piuttosto della
zazione. Sicuramente, col tempo,
bellezza secondo un mio punto di vista e, considerata la vastità
vorrò andare a riprendere quedel tema, solo di un piccolo spaccato: microstorie, visioni, imsto spettacolo per momagini oniriche a volte fragili e a volte irruenti, perché il «beldificarlo, mutarlo,
lo» non è circoscrivibile solo alla dimensione di calma ma anperché la bellezza
che agli stati impulsivi, alla frenesia, all’esuberanza, spesso stiimplica un sacmolo che muove a una creazione. Credo infatti che la bellezza
co di cose che
non implichi necessariamente uno stato di pace. La proposta
ci affascinadella Biennale è arrivata inaspettata e del tutto gradita in un mio
no e che momomento un po’ minimalista: insieme alla compagnia con la
dificano la
quale lavoro, la Pneuma Dance Theater, mi piace confrontarmi
nostra visioanche con lavori un po’ prosciugati, nei quali si opera sulle senne e la nostra
sazioni e sulle emozioni. Avevo dunque voglia di fare qualcoopinione nel
sa dove ci fossi solo io, non tanto come sfida con me stesso, ma
corso degli
piuttosto come desiderio di raccontarmi, di mettermi a nudo,
anni». (i.p.)
«
Mauro De Candia
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Focus On
«Radici/Futuro»
la Biennale Musica di Luca Francesconi
L
uca Francesconi è il direttore artistico del LII festival di musica
della Biennale, che si intitolerà «Radici/Futuro» e si svolgerà tra
il 2 e il 18 ottobre. In attesa di conoscere il programma nel dettaglio,
gli chiediamo di delineare i presupposti teorico-pratici della sua edizione.
La più grande differenza tra il momento che stiamo vivendo
oggi e le avanguardie degli anni cinquanta e sessanta, quando
i concetti di giusto e sbagliato erano molti più evidenti, è che
adesso non esiste un’unica parte giusta, tutto è molto più fluido. Ci troviamo di fronte
a una messa fra parentesi dell’egemonia culturale dell’Occidente e di un
pensiero unico che affermava che la cultura con la
C maiuscola era una sola.
Questo rimette in discussione una serie di cose, tra
le quali il concetto di altobasso nel senso bachtiniano del termine, per cui il
valore stesso della tradizione è messo in discussione. La parola d’ordine
dovrebbe essere dunque
ricerca di nuove ipotesi di
interpretazione del mondo, però avendo chiaro
quel proverbio di una tribù africana che recita: «Se
Luca Francesconi
non sei sicuro di dove stai
andando sappi almeno da
dove vieni». Perciò le radici devono coesistere con il discorso sul futuro: nel corso di
questi anni mi piacerebbe individuare dei filoni che hanno lasciato dei segni. Vedere chi, dei padri o dei nonni, ha lasciato
dei semi che sono stati raccolti e sviluppati. Credo che – in un
momento in cui si assiste alla relativizzazione del primato della cultura occidentale – per non buttare il bambino insieme all’acqua sporca sia necessario da una parte non cercare di imporre in modo arrogante la propria superiorità, e dall’altra non
gettare tutto a mare pensando di essere africani, cinesi, iraniani, perché non lo siamo. Esiste una specificità della cultura occidentale che bisognerebbe utilizzare come grande strumento per affrontare in maniera più bilanciata la sfida con altre culture e forme di pensiero. Se no si passa da un complesso di superiorità a uno di inferiorità. Invece di produrre le cosiddette «contaminazioni», che sono già passate di moda e non arrivano alla gente, bisognerebbe riuscire a comunicare in modo
più solido attraverso le specificità del proprio linguaggio. Noi
possediamo un’attitudine attiva nei confronti della realtà, che
poggia su basi razionali e analitiche ed è una grandissima risorsa, della quale non c’è assolutamente da vergognarsi. Anzi è un utensile potentissimo per creare una specie di dizionario semantico, tascabile e itinerante che ci permetta di trovare
le parole per comunicare con altre culture, accettando il fatto
che queste ultime hanno mantenuto vivi molti valori che noi
abbiamo perso, tra cui un contatto con il mondo caratterizza-
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to da maggior immedesimazione e compartecipazione, dove
il dato per così dire irrazionale, profondo, spirituale è accettato
e integrato. A maggior ragione dunque un eccesso di razionalismo non può dare conto del mondo nella sua interezza, ma
d’altra parte non ci si può lasciar prendere da forme di irrazionalismo falsamente primitivo.
Ho una grande fiducia nel pubblico, che è sempre più intelligente delle proposte che gli vengono offerte. Spesso lo spetta-
tore si sente offeso quando si trova di fronte a cose troppo banali, risapute o prevedibili. È molto importante dare fiducia
a questa capacità di ascolto, perché ce n’è molto bisogno. Però non bisogna per questo abbassare il livello della proposta,
ma al contrario creare le condizioni per riacquisire una certa
qualità. C’è una grande difficoltà a discernere la qualità oggi,
perché siamo evidentemente investiti da un diluvio di informazione il novantanove per cento della quale è ridondante, se
non inquinamento puro e semplice.
Che funzione credi abbia oggi un’istituzione come la Biennale Musica?
Ci sono due linee di condotta molto importanti che cercherò di sottolineare. Una è quella della ricerca, l’altra quella dell’apertura alla città e a un pubblico di cui come dicevo poc’anzi non si deve sottovalutare la capacità di ascolto. Bisogna fare di tutto per contestualizzare la musica, in modo da riportarla all’interno di un dibattito culturale più ampio. La musica
moderna viene spesso considerata una specie di oggetto non
identificato, per cui non viene capita, mentre per esempio il segno grafico e quello visivo rientrano più facilmente nell’orizzonte cognitivo delle persone. L’elemento musicale è sempre e
soltanto collegato all’evasione, come fatto consolatorio. Invece la musica, in tutti i tempi e in tutte le culture, ha sempre avuto dei poteri magici. Noi abbiamo perso completamente la capacità di ascoltarla chiedendole qualcosa di più. (l.m.)
Focus On
La Biennale Teatro
incontra il Mediterraneo
Maurizio Scaparro presenta il tema-guida per il 2008-2009
M
aurizio Scaparro, confermato direttore artistico del Festival
Internazionale del Teatro della Biennale, illustra le novità del
biennio 2008-2009.
Quando mi hanno chiesto di restare alla Biennale, ho subito
pensato a un periodo di due anni. Per uno solo non avrei mai
accettato, e quattro mi sembravano troppi. Inoltre pensavo –
e tuttora penso – che
non si dovesse inflazionare il nostro paese con un eccesso di
festival, che peraltro
già esiste. Allora mi
sono chiesto se non
sarebbe stato giusto
dare cadenza biennale alle arti dello spettacolo, danza, musica e teatro. Conseguentemente ho cominciato a ideare una
Biennale Teatro divisa in due: il primo
anno un laboratorio
e il secondo un festival. E in quest’impostazione mi sono trovato in piena sintoMaurizio Scaparro
nia con il presidente
Baratta.
A quel punto si trattava di dare a questo grande laboratorio un tema unificatore. La scelta è caduta su un argomento che a me sta da
sempre particolarmente a cuore: il Mediterraneo.
Io sono un uomo del Mediterraneo, per le mie
origini e per quello che ho fatto. Ma non
è che intenda il Mediterraneo come mare nostrum, piuttosto lo vedo come una
possibilità di verificare nella memoria
passata e nel futuro la straordinaria e
necessaria, incredibile vitalità che questa bagnarola ha, intesa come luogo di
passaggio da tutte le parti del mondo.
Da sempre sognavo di poter mettere insieme una serie di riflessioni articolate su
questa tematica, e devo dire con molto piacere che la Biennale me ne ha data la possibilità. Al di là delle suggestioni, questa ricerca mi sembra interdisciplinare per sua
stessa natura. Se si parla di Mediterraneo
la parola è legata al gesto, il gesto al sole,
il sole alla piazza, la piazza alla musica e
via dicendo. Sono infiniti i collegamenti
che si potrebbero trovare tra espressioni artistiche differenti.
Come si passa dal laboratorio al festival?
Nel modo più naturale. Già durante la fase laboratoriale vi
saranno momenti in cui programmaticamente verranno presentati quelli che saranno gli esiti spettacolari dell’anno venturo. E poi i due periodi sono molto ravvicinati: la fase uno
avrà luogo a novembre, e a febbraio, in concomitanza con il
Carnevale, sarà pronto il festival. Dopo vari tentativi per cercare un titolo efficace mi sono ricordato
che le cose più belle
nascono dalla semplicità. E ho deciso che
i due appuntamenti
si chiameranno soltanto «Mediterraneo
– Biennale del Teatro 2008» e «Mediterraneo – Biennale del
Teatro 2009».
In che modo si strutturerà il momento di studio
preliminare?
Vorrei scegliere sei,
sette macrolaboratori all’interno dei quali singoli artisti e studiosi collaborino e
concorrano – con mise en espace, segnalazioni o nei mille altri
modi possibili – a dare forma a un progetto. Elenco due o tre titoli per cercare di
spiegare meglio cosa intendo. Il primo, semplicissimo, è: il
mare di Shakespeare. In effetti non ci si ricorda mai che il
mare delle commedie del Bardo è sempre il Mediterraneo. Da qui si può partire con una serie di proposte che
vanno dalla riproposizione di spettacoli shakespeariani alla ricerca di novità che abbiano a che fare con
questo tema. Un altro esempio, pur essendo noi ancora in fase di elaborazione, potrebbe essere: Sans
papiers, pieds-noirs, banlieue, passaporto. È facile immaginare quali potenzialità offrono questi
spunti, parlando del Mediterraneo. Poi vorrei
ricordare Pasolini: pochi sanno che moltissimi dei suoi film sono stati ambientati nel sud
estremo d’Italia o in Africa. Mi piacerebbe
allora presentare una mostra dei costumi di
Danilo Donati, affiancandola a una rassegna di tutti i lungometraggi di Pasolini.
Quali spazi userete?
Saranno diversificati: uno sarà sicuramente l’isola di San Servolo, poi utilizzeremo anche quelli più teatralmente compiuti, all’Arsenale, a Santa Margherita e Santa Marta. Con Ca’
Foscari abbiamo già stretto un patto di collaborazione. (l.m.)
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Focus - Euterpe Venezia