Focus On Una nuova Biennale Danza per Ismael Ivo 10 Mi vengono in mente Picasso e le sue figure storte, o quelle lunghe e sottili di Giacometti, probabilmente guardate all’epoca come qualcosa di assolutamente bizzarro, qualcosa che oggi viene invece accolto come concetto fondamentale di bellezza. La Biennale di Venezia VI Festival Internazionale di Danza Contemporanea Beauty. Art Is beautiful! 14-29 giugno Ha r pe e la Bausch è cambiato (anche) il nostro modo di guardare la bellezza, che è più di un’estetica, di un’immagine, di un marketing: è un concetto spirituale, un momento di emozioni. E a questo proposito vorrei chiamare in causa Platone, che legava il concetto di simpatia a quello di bellezza intesa come tipo di emozione che trasforma il corpo, la materia: un concetto aperto, da scoprire e analizzare. E quella che ho chiama- r Per quel che riguarda la danza, si può ad esempio pensare alla distanza che separa le immagini di Isadora Duncan – espressione di un’idea di bellezza come armoniosa unione con la natura – da quelle proposte oggi da Pina Bausch, che sul palco presenta figure che corrono, urlano, cadono e corrono ancora, si spaventano, saltano... E tutto appare bellissimo ed emozionante. Tra la Duncan France sca N el corso di un programma triennale, Ismael Ivo ha condotto un’articolata rifl essione sul corpo che si è così snodata: Body Attack per la Biennale del 2005, Under Skin per l’edizione del 2006, Body & Eros per il recente 2007. Dal 14 al 29 giugno 2008, Ivo porterà a termine un quadriennio che chiuderà la saga con il titolo Beauty. Art Is beautiful! Ce ne illustra i dettagli. Il tema di quest’anno riguarda la bellezza. Nelle edizioni precedenti ho cercato di concepire e realizzare un festival che si avvicinasse il più possibile allo spirito che anima la ricerca, che stimola la curiosità, che svela le nuove tendenze dell’arte. Dopo l’analisi sul corpo sociale, sul corpo inteso come documento, come specchio del nostro tempo, la possibilità di arrivare al tema della bellezza è arrivata più o meno intuitivamente. Il titolo di questo mio quarto festival va a indagare le possibilità di creare emozioni, possibilità che credo infinite, che nascono dal corpo in movimento, dai gesti che ci plasmano e modifi cano lo spaSlo zio al fine di narrare stow Da rie, costruire universi, nc i ng trasmettere sensazioni. La bellezza non è un caso: è un concetto chiave, semplice e fondamentale, che appartiene a tutti noi, che in quanto umani, come società, guardiamo la vita. Se, come si dice, la bellezza risiede nell’occhio di chi guarda, cos’è bello oggi? E ancora: la bellezza è forse l’amante segreta dell’arte? Nel mondo in cui viviamo, un mondo multiculturale, tutto cambia molto velocemente. Seguendo Susan Sontag, credo si debba mettere in essere un certo tipo di ridefinizione dei concetti che dicono la spiritualità e la bellezza. Nell’arte il concetto di bellezza è cambiato nel corso del tempo in maniera significativa: da Michelangelo a Bacon, a Warhol, ecc. la società ha ampliato e continua ad ampliare il suo sguardo. Focus On to «La Biennale del XXI secolo» è il luogo adatto per sentimento. In questo senso, la danza è un avinterrogarsi. venimento che se in un primo momento offre L’arte è quindi sempre alla ricerca della bellezza un’impressione visiva, nel momento immee porta con sé un’infinità di domande: l’arte scediatamente successivo penetra l’interiorità a nica, l’arte visiva, sono luoghi privilegiati per creare un’emozione. Si entra dunque queavviare tutta una serie di riflessioni che porst’anno in un’indagine emozionale. tino il pubblico a nuovi stimoli e ad ampliaHo voluto invitare coreografi che già menti d’orizzonti. Ma come fanno questo tistanno lavorando su questo tipo di quepo di espressioni artistiche a essere compestioni. Il corpo esibito porta l’immagine titive con il fascino che le nuove tecnologie di una bellezza sempre diversa. Mi affaesercitano, soprattutto sui giovani? Lo posscina molto Umberto Eco, che ha reasono fare in quanto portatrici sane di emolizzato una Storia della bellezza e una Stozioni nuove, curiosità sempre diverse, faria della bruttezza bruttezza: dov’è la barriera tra cendo capire che non tutto è massificato il bello e il brutto? Quale il momento e non tutto può essere velocemente train cui il brutto diventa bello e il bello smesso con una semplice e-mail. Oggi diventa brutto? Credo si tratti di una le persone non hanno più il tempo di trasformazione interiore. Per queavvicinarsi, di entrare in contatto disto ho cercato coreografi e comparetto, di andarsi a cercare, di sentire gnie che stessero interrogandosi un’emozione che le spinga a guardain questo senso, che stessero cerre fuori da sé, fuori dal proprio circocando di vedere il corpo non solo di vita. A questo proposito penlo come strumento d’espressione so che l’arte visiva e l’arte del paldella bellezza, ma anche come strucoscenico possano invece anmento che va a cercare cosa sia cora portare in seno la possie dove nasca il bello che il bilità della fantasia, di darsi corpo rappresenta. E non all’immaginazione, di far solo come immagine che volare. viene dall’esteriorità, ma C’è un’attenzione alanche come vera e propria la bellezza davvero novolontà interiore: la bellezIsmael Ivo tevole nella vita di ciaza dunque come traiettoscuno di noi. L’occhio è ria emozionale. Ho deciso un punto di comunicazione di investire molto nella danza fondamentale: attraverso lo sguardo, il guardare, le informacontemporanea italiana e realizzare una sorta di piccolo pazioni che colpiscono la nostra retina ci penetrano la mente diglione che offrisse l’opportunità di presentare il lavoro di e il cuore, facendoci avvicinare o meno alle perquesti coreografi su un podio internazionale cosone e alle cose. Oggi la bellezza è qualcom’è quello della Biennale. La danza italiana, sa di plastificato: si pensi al marketing, costellata di figure straordinarie, ha bialla moda, che la presentano come sogno di spazio e di esposizione. qualcosa di prettamente fisico. Prosegue inoltre il progetto Il tema di questo festival iniziato l’anno scorso, Chovuole dunque spingersi ad reographic Collision, Collision un laboaprire una nuova finestra, ratorio per giovani copresentando un proreografi. Cinque di logramma che vada oltre ro, in questa mia quarla barriera della mera ta edizione, sono stafisicità e del semplice ti nuovamente invivalore estetico: per tati a creare un picme la bellezza è una colo pezzo per baltraiettoria emoziolerini professioninale, un percorso sti. Anche sotto la interno, è espressiomia guida e grazie ne visiva di un vaai contributi del delore interiore. L’arsigner e video-artista te della danza stabiLutz Gregor e di Paki lisce un movimenZennaro, musicista e to che mette in rilievo compositore che lavovalori che traducono e ra con Carolyn Carlson, trasformano l’apparenza. la volontà è quella di dare a È l’emozione che porta vequesti giovani artisti un conramente la metamorfosi deltributo e un aiuto a sviluppare B all i gl i a et N at i la bellezza, ne amplia il senso per le loro idee. ((i.p.) o na l d i M a r s dare il via libera alla sensibilità e al 11 Focus On L’eterno ritorno della bellezza I coreografi Angelin Preljocaj e Alonzo King di nuovo a Venezia B ellezza: è il tema tentatore, e tutt’altro che facile ed evidente, della quarta edizione del Festival Internazionale di Danza Contemporanea (14-29 giugno) diretto da Ismael Ivo, che subito mette in questione questo stesso concetto sfuggente e si chiede come definirla e come esprimerla. «L’arte è per caso l’amante segreta della bellezza? L’arte della danza» si risponde «libera i nostri recettori della sensibilità e dell’emotività, contro la mercificazione del corpo che domina il nostro tempo». Certo si tratta di un tema che induce a interrogarsi su quella che appare una svolta rispetto alle rotture del secolo scorso, quando disarmonia, asimmetria, rottura degli equilibri, decostruzione, segnarono le poetiche delle Avanguardie storiche e ancora segnano le loro ricadute fino all’attuale millennio. Bellezza significa forse tornare a quelle auree proporzioni, a quella sintonia etica ed estetica dell’uomo con il cosmo, in quanto creatura privilegiata al centro dell’universo? In realtà, il brutto artistico novecentesco brutto non è, in quanto artefatto, «fatto ad arte», come arma contro una certa concezione classica della bellezza: quella ormai sfruttata fino all’esaurimento dell’imitazione della realtà. L’ondata di «bellezza brutta», di «normale bruttezza» quotidiana che si è abbattuta sulla scena della danza di fine Novecento, dalle «donne anti-estetiche» di Pina Bausch fino agli emarginati di Alain Platel ai «tipi qualunque» di Jerôme Bel, non può certo nascondere che i protagonisti sono comunque danzatori o, quand’anche rivendichino il loro essere persone prima che personaggi, agiscono in situazione teatrale, quella situazione performativa «sacra» che li rende «più belli» rispetto alla vita. Ma in quali scelte di cartellone si è concretizzata l’indagine nella bellezza che Ismael Ivo ha selezionato per questo 2008 cruciale? Ci sono, nel carnet, tante proposte che ruotano intorno alla vexata quaestio della relazione arte-bellezza, a cominciare 12 di Elisa Guzzo Vaccarino da Slow Dancing dell’americano David Michalek, un’installazione video in ralenti estremo, da cui prende risalto quindi ogni dettaglio di perfezione del movimento, una collezione di ritratti di una trentina di superballerini in azione, dalle punte all’hip hop, alla capoeira, agli stili classici indiani. Ma poi quel che salta agli occhi sono i tanti ritorni eccellenti con nuove creazioni: l’architettura mobile delle Métamorphoses ovidiane di Frédéric Flamand nel décor di materiali di recupero riciclati e resi baroccamente belli di Humberto & Fernando Campana; l’erotismo di gender di Stephen Petronio in Beauty and the Brut, l’impeto latino del catalano Rafael Bonachela in Square Map of Q4, la fascinazione dell’afroamericana Francesca Harper, faro di bellezza a mezzadria tra Broadway e il team intellettualissimo di Billy Forsythe, per The Fragile Stone Theory: Interactive Bliss Bliss, le furie tecnologiche dei corpi super-performanti di Wayne McGregor in Entity, i soli carichi di pathos, Schritte Verfolgen II, di Susanne Linke, maestra del Tanztheater. Tutte presenze che, accanto alle abituali commissioni italiane per novità assolute – quest’anno riservate a Michela Lucenti con il suo Balletto Civile, a Marina Giovannini, ben nota nei lavori di Virgilio Sieni, insieme con Letizia Renzini, a Mauro Astolfi e Mauro De Candia – sembrano una dichiarazione precisa sullo stato dell’arte. E cioè che, in questo secondo lustro del terzo millennio, i nomi forti sono ancora e sempre quelli di chi sa fare della «bella danza», con tutti i requisiti fondamentali, di tecnica, di maestria nella confezione, di ispirazione d’autore, di qualità performativa. Bellezza, insomma, a piene mani. E un’ulteriore conferma viene da due nomi al centro del programma fortissimi in questa accezione, e molto diversi tra loro per origine, percorso e stile: il franco-albanese Angelin Preljocaj e l’afroamericano Alonzo King, entrambi nella cinquantina, entrambi richiamati una seconda volta a Venezia – Preljocaj fu invitato da Flamand nel 2003 con Near Life Life, King da Karole Armitage l’anno dopo – come artisti di segno personalissimo, a cui va un riconoscimento indiscusso. Il primo è capofila della danza contemporanea d’oltralpe, il secondo del balletto postclassico multietnico Usa: Preljocaj con Larmes blanches su musica di Johann Sebastian Bach, Claude Balba- Focus On stre, Henry Purcell, e con Eldorado su Sonntags-Abschied, parLines di San Francisco, ancora una volta sono gli Stati Uniti titura mistica di Karlheinz Stockhausen (20-21 giugno, Teaa dare segnali forti di svolte artistiche che sono anche polititro Malibran); il secondo con Irregular Pearl su musica barocche, in senso planetario: una danza che è bellissima, chiara e ca, da Händel a Scarlatti, e Rasa, vale a dire quintessenza, coleggibile, bianca e nera, complessa e densa di elementi tecniscienza di sé, esperienza spirituale (ma anche mercurio) su ci diversi padroneggiati virtuosisticamente. La base è classimusica indiana (26-28 giugno, Teatro alle Tese). ca – un classico che ha tutta la grinta dell’oggi – ma il plus è la «Una forma sonora di woodoo»: è l’impressione stupefafluidità dei corpi, con i tocchi multistilistici che ogni singolo cente che Angelin Preljocaj dice di aver provato all’ascolcorpo – alto o snodato o compatto o vibrante – restituisce da to di Sonntags-Abschied, composizione elettronica, traspopatrimoni plurimi, modern, jazz, afro, inseriti in un trattasta su computer da una precedente versione per 5 cori, di mento coreografico raffinato eppure in presa assolutamenStockhausen, che chiude un ciclo di brani dedicati a ciascun te diretta sulla comprensione e sul gradimento del pubblico. giorno della settimana. E questo saluto domenicale, in ElDopo Alvin Ailey e il suo orgoglio per le qualità artistiche dorado, si è trasformato in danza, come evocazione di un luogo di perfezione e di gioia, di un paradiso perduto dove non c’è peccato. L’aura di questa musica sofisticata, che incorpora campane, sirene, risonanze cosmiche, induce a un trattamento coreografico-scenico ispirato, a iniziare da un attacco con i dodici ballerini in penombra contro altrettanti pannelli alle spalle, ricamati di stelle o di fiori, aureolati di luce come in chiesa. In costumi color crema sottili come una seconda pelle, un nudo più nudo del nudo, opera dell’artista visiva vietnamiAngelin Preljocaj Ballet, Eldorado ta Nicole Tran Ba Vang, pure decorati di applicazioni floreali, i ballerini «vestiti di nudo» si danno a una danza intima, fatta di piccodei neri, siamo ora all’orgoglio della condivisione della belli squilibri e recuperi, costruita per duetti ripetuti, gruppi di lezza, in tutta la sua gamma di migliori varianti multicolor. A sei moltiplicati per due, momenti di «tutti insieme» come in Venezia Lines si ripresenta dopo quattro anni dal primo apun concertato. La logica e il rigore musicale sono specchiaprodo fortunatissimo, anzitutto con Irregular Pearl, cioè perla ti, quasi ritualmente, in quelli coreografici. È bellezza quebarocca, iridescente, unica, in un ideale collier dove ognuna sta? Preljocaj, notoriamente autore di una danza dalla scritè diversa dall’altra per formato e per aspetto. E appunto batura precisa, virtuosistica, da poco insediato nel magnifirocca è la musica di questo pezzo, scelta per la libertà che sa co Pavillon Noir di Aix-en Provence, dichiara di essersi laoffrire nel confrontarsi coreograficamente con le sue strutsciato suggestionare da una scrittura musicale che «apre uno ture, dinamicamente ricche e aperte all’improvvisazione despazio fisico e mentale, senza imporre niente, chiedendo sogli esecutori, «come sarà poi il jazz», afferma Alonzo King. lo di innalzarsi con umiltà alla sua altezza, per non esserne Rasa, regolato invece su musica indiana per tablas – un altro schiacciati, e facendo scivolare la danza nelle vibrazioni onsegno di curiosità intellettuale e artistica senza frontiere – si dulatorie della musica». E a contraltare, su un’altra lunghezappoggia all’eccellenza ritmica e melodica di Zakir Hussain, za d’onda, ecco il suo sensuale, inquieto, Larmes blanches anni figlio d’arte, nato nella regione del Punjab, che guarda però ottanta, il brano più brillante e più duratuanche alla tradizione carnatica, la più antiro tra i suoi primi lavori, che ha resistito alla ca, del Sud dell’India e all’Ovest. Rasa inprova del tempo in forza dei suoi contrasti, tende essere, per King, un ponte tra l’antica Venezia – Teatro Malibran con il piglio neobarocco innestato su linee cultura persiana-aramaica-araba-indiana e Angelin Preljocaj aguzze cunninghamiane, con i jabot candil’arte del corpo multietnico e multistilistico 20 giugno, ore 20.00 di su pantaloni in pelle nera, guizzante di contemporaneo globalizzato assommando 21 giugno, ore 18.00 abili contrappunti con la musica, obbedentecnicismo, complessità, gioiosità, per quedo a regole del gioco moltiplicatorie di incisto progetto aperto, come è aperta quella Venezia – Teatro alle Tese siva efficacia. straordinaria porta tra Oriente e Occidente Alonzo King Quanto ad Alonzo King e al suo gruppo che è sempre stata la città di Venezia. 26, 27 e 28 giugno, ore 20.00 13 Focus On Le ombre della bellezza I corpi virtuosistici di McGregor, i duelli di Bonachela, le zone buie di Petronio È di questi mesi l’uscita di un piccolo librino delle edizioni Nottetempo Che cos’è il contemporaneo? a firma del filosofo Giorgio Agamben, pieno di sollecitazioni anche per l’artista e per il pubblico della danza di oggi. Un punto di vista che non è male adottare nell’osservazione di un appuntamento come quello che si prepara per giugno a Venezia con il Festival di Danza della Biennale di Ismael Ivo. di Francesca Pedroni «contemporaneo», parole appiccicate spesso alla superficie delle cose, un colpo di patinatura splendente come un ritocco con photoshop. Se però pensiamo al «contemporaneo» sulla scorta di Agamben come a «colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo» allora è sicuro che anche nei confronti della bellezza e della bellezza nell’arte avvertiamo un salutare scarto verso un’idea più nascosta, meno luminosa. Una bellezza che rifugge da apollinee armonie a favore di qualcosa di più mobile, adombrato, interrogativo. Una bellezza che ci colpisce non per la sua superficie smagliante ma per quel mugolio nascosto nelle pieghe del corpo che dall’interno scuote con dinamiche inaspettate. At t raversa ndo il calendario del festival 2008 con questa prospettiva in mente ci viene da soffermarci su Wayne McGregor, di cui vedremo il nuovo lavoro Bonachela, Square Entity. Non è la prima volta che McGregor preL’associazione ci pungola anche in rapporto al titolo senta i suoi lavori in Biennale. L’ultima volta è stato nel scelto quest’anno da Ivo: Beauty. Art Is Beatiful!, festival 2006 con Amu/Del Cuore, spettacolo pulsante nato a par«contemporaneo» sulla «bellezza» e tire dallo studio di alcune disfunziosulla «bellezza» dell’arte. «Può dirsi ni del cuore. McGregor, classe 1970, contemporaneo – scrive Agamben unico artista della sua generazione a Venezia – Teatro Piccolo Arsenale – soltanto chi non si lascia accecare essere stato nominato coreografo reRafael Bonachela dalle luci del secolo e riesce a scorsidente dello storico Royal Ballet di 14 giugno, ore 22.00 gere in esse la parte dell’ombra, la loLondra, dirige da quando aveva 22 15 giugno, ore 20.00 ro intima oscurità». Un punto di vista anni la Random Dance. La sua danVenezia – Teatro Malibran nel quale si sente quel brivido, quella za ha una bellezza androgina, è un Stephen Petronio sfasatura, quell’essere trascinati denmagma energetico che ribolle spin15 giugno, ore 18.00 tro cose non pienamente afferrabigendo i margini della forma, è pie17 giugno, ore 20.00 li, che percepiamo a volte nelle opere na di rotazioni angolari, di scardinate nel nostro tempo. namenti che fanno svettare in sceVenezia – Teatro alle Tese Ombre, oscurità, a confronto a Vena un corpo virtuosistico, eccitante, Wayne McGregor nezia con «la bellezza». Termine anche tiene all’erta. Studi nelle neuro20 giugno, ore 22.00 21 e 22 giugno, ore 20.00 ch’esso abusato come accade per scienze, attratto dalla relazione tra 14 Focus On arte dal vivo e programmi informatici e dalla cultura cyber, Wayne McGregor con Entity esplora la connessione tra cervello e movimento, un lavoro in due parti nel quale spinge il suo vocabolario verso l’estremo e il continuo spostamento di focus nel corpo. Diviso in due parti, si apre su un quartetto per archi del viscerale compositore inglese Joby Talbot, musicista che ha già collaborato con McGregor per il vertiginoso Chroma creato per il Royal Ballet e per Genus. La seconda parte è su musica di Jon Hopkins. Lo spettacolo ha debuttato in aprile al Sadler’s Wells di Londra e a detta del Guardian c’è da attendersi una coreografia ricca di invenzione, combattiva, fuori dall’ordinario. Da Londra, che è una delle città più vive e propositive della danza di questi ultimi anni, arriva a Venezia per l’apertura del festival anche un altro artista considerato tra i più intriganti della scena inglese, Rafael Bonachela, origini spagnole, cresciuto nella molto britannica Rambert Dance Company. Il suo spettacolo, altra prima italiana, si intitola Square Map of Q4, un duello tra l’umano e il digitale, danzatori bombardati dalla luce e dalla musica, titolo definito in patria un’«esperienza sensoriale». Le musiche questa volta sono di Marius de Vries (Moulin Rouge, Bjork, Madonna), ma cosa rende interessante sulla carta questo pezzo è anche la collaborazione con il designer Alan Macdonald (film come The Queen). Il punto di partenza è quanto i primi ricordi influenzano e modellano la personalità in un gioco di con- Nick Mead, Random Dance Petronio, Sarah Silver in Beauty and the Brut trasti tra umanità e immaginario high tech. Tra i coreografi di questa edizione 2008 la cui ospitalità è più accattivante sul fronte di una riflessione sulla contemporaneità senza dubbio un posto di primo piano tocca a Stephen Petronio. Questa volta la matrice è statunitense e i pezzi in programma sono tre: This Is the Story of a Girl in a World, Beauty and the Brut, prima mondiale in aprile al Joyce Theatre di New York, BLOOM. Anche qui i temi sono intriganti rispetto all’argomento della Biennale: l’attrazione degli opposti, la natura nascosta della bellezza, la trasformazione e il risveglio. BLOOM è sulla musica del cantautore canadese Rufus Wainwright che canta poesie di Emily Dickinson e Walt Whitman, Beauty and the Brut nasce sulla musica originale del duo rock Fisherspooner, meditazioni di gender in This Is the Story of a Girl in a World accompagnate da musiche di Antony, Lou Reed, Nico Muhly. Anche in Petronio, ex danzatore storico di Trisha Brown, il linguaggio del corpo è fortemente attraversato da zone di buio, umori che tirano le linee in direzioni inattese. Corpi, coreografie, con cui farsi trascinare nel nostro tempo accompagnati da una bellezza piena di ombre. 15 Focus On Susanne Linke sulle tracce della danza e della memoria di Susanne Franco A l VI Festival internazionale di lei altre tre figure, interpretate da Madanza contemporanea della reike Franz, Armelle van Eecloo ed EliVenezia – Teatro Piccolo Arsenale 24 e 25 giugno, ore 22.00 Biennale di Venezia è in arrivo sabetta Rosso. La narrazione delle viuna delle maggiori esponenti della dancende che hanno segnato l’infanzia di za tedesca, Susanne Linke. La sua preSusanne Linke, come la malattia che le senza è di per sé degna di nota, ma il pezzo ha fatto scoprire l’udito e la parola soltanto alcon cui il 24 e 25 giugno al Teatro Piccol’età di sei anni e la sua predilezione per il lo Arsenale si presenta al pubblico velinguaggio del corpo e della gestualità, neziano rende l’evento ancora più noè seguita dal racconto del processo di tevole. Si tratta di Schritte Verfolgen invecchiamento ma anche degli efII,, ovvero la ricostruzione/rivifetti liberatori apportati dalla masitazione di un suo celebre pezturità e amplificati dalla sua paszo creato con l’artista visivo Va sione per la vita. Wölfl nel 1985. In questa nuova versione di Susanne Linke (classe 1944) Schritte Verfolgen a ciascuna si è formata con due protagodelle tre danzatrici è affidanisti dell’Ausdruckstanz (danto il compito di interpretare za di espressione) degli anuna fase della vita di Susanni venti e trenta e poi infatine Linke, che qui appare cocabili didatti nel dopoguerra, me una figura che attraversa Mary Wigman e Kurt Jooss. la scena in apertura del pezzo Si è diplomata infatti presso per poi riconoscere nelle altre la Folkwang Schule di Essen, tre presenze i suoi diversi altevero vivaio di talenti da cui nerego. Nell’inseguire (Verfolgen) gli anni settanta è uscita un’ini loro passi (Schritte) cogliamo il tera generazione di artisti desitrascorrere degli anni e i passagderosi di trasformare profondagi da un’età all’altra, che costituimente il linguaggio della danza e scono il punto di partenza e la soche hanno saputo imporre sulle scestanza stessa della creazione coreone internazionali il Tanztheater (teagrafica. Vagando sulla scena col suo elegante abito grigio, la coreografa tedesca sembra rafforzata e non intimidita dall’incontro con le altre immagini di sé, pur cercando di rinegoziare continuamente l’equilibrio tra tro di danza). la possibilità di approfondire un discorso anche doloroso su La centralità di sé e la tentazione di abbandonarlo e iniziarlo di nuovo. Sul conferita alla sogpalcoscenico la sua immagine richiama alla mente quella di gettività dell’artista e al un albero scosso dal vento ma ben saldo sulle sue radici. Susuo vissuto interiore preso a sanne Linke riattraversa la sua vita per tornare infine al suo pretesto per imbastire storie corpo, al suo essere donna e artista oggi. dal sapore universale è un tratQuesto lavoro rappresenta anche un’occasione importanto tipico del «genere» Tanztheate per confrontarsi con uno dei temi più attuali nella pratica e ter. Nato come un solo autobioter nella teoria della danza oltre che nella ricerca storica, la ricografico in quattro atti, Schritte struzione. Schritte Verfolgen II non vuole recuperare tout court Verfolgen prima maniera è stato un titolo del repertorio della Linke, ma si pone a metà strada trasformato dalla Linke nel tra il desiderio di riportare in vita una partitura coreografica 2007, e dunque a distane quello di ripercorrere, a distanza di anni, un tracciato autoza di ben ventidue anni, biografico. La ricostruzione filologica cede dunque il passo a fin dalla sua struttuun procedimento memoriale più complesso proprio perché ra, come si evince nutrito della consapevolezza degli inevitabili oblii del corpo dal sottotitolo Soe della mente, ma anche delle sorprendenti potenzialità che lotanz mit vier Tänla riconquista delle molte dimensioni in cui il passato torna a zerinnen (Solo con rivelarsi offrono alla pienezza del presente. quattro danzatrici). Sulla scena infatti ora convivono con Susanne Linke 17 Focus On Una «Creatura» bella e fragile Alla Biennale la nuova creazione di Michela Lucenti M ichela Lucenti debutta alla Biennale danza con la sua nuovissie finisce sempre con il canto dal vivo, e stiamo scrivendo la muma coreografia, Creatura. Ascoltiamo dalla sua voce di che tisica e le parole di questo racconto. I danzatori saranno un po’ copo di lavoro si tratta. me i personaggi di un’«operetta» che ha come tema l’accettarsi e Quando Ismael Ivo mi ha accennato al tema della bellezza, ciril capire da dove si viene: prendere coscienza di sé è una cosa belca tre mesi fa, per pura fortuna erano già sette mesi che stavo lalissima. In tutti gli studi preparatori abbiamo utilizzato quintali vorando su un tema affine, la bellezza unita alla fragilità. Sono di torba, alberi interi: c’è stato un grande lavoro intorno e con la stata dunque felicissima di questa vicinanza fortuita, e ho connatura. Poi invece ho capito che avrei dovuto andare in una diretinuato a esplorare questo tema, che per me è in realtà spirituazione diversa: di tutti i materiali utilizzati finora, alle Vergini delle. Io sono molto legata a mio padre, che è un indiano d’Amerile Tese non ci sarà più niente. Staremo in uno spazio bianco, «fica, e avevo voglia di parlare della sua storia, e anche del dolore losofico» e privo di tutto il resto. E cercheremo di far affiorare che questa porta con sé: si tratta di una storia tosta che però posqualcosa. Stiamo lavorando perché i danzatori non facciano rusiede molte bellezze. Non intendo assolutamente raccontare la more, quindi avremo tutti dell’ovatta sotto i piedi, in modo che vicenda della mia famiglia, piuttosto per la prima volta voglio le figure si muovano in una specie di silenzio dove invece è assoprovare a danzare quello che a me è stato trasmesso lutamente nitido il suono della voce e della musica. dai genitori di mio padre, che in fondo è un discorso sull’America, ma filtrato da me, dai miei ricordi, dai racconti dei miei nonni. In questa produzione porto in scena anche mio papà, che è una persona che non ha mai fatto niente dal punto di vista della danza, ma ha due doti secondo me molto importanti: il senso scenico e un fisico che lo fa assomigliare a un danzatore. Con grande calma e pazienza lavoriamo sulla sua fragilità di uomo vecchio che però presenta un’enorme bellezza. Anche gli altri interpreti hanno la peculiarità di essere bellissimi a partire da una fragilità, che non per forza deve essere un handicap. Può per esempio essere una fragilità spirituale, un piccolo problema relazionale dove la danza diventa un modo anche un po’ autistico di parlare Cloudy di Mirko Baricchi, autore delle scene di Creatura meglio. Quindi il corpo diventa meraviglioso perché riesce a far parlare chi non può farlo in altro modo. È un tema complesso e articolato, ma cerQuali sono gli altri elementi forti di Creatura, oltre alla tua coreografia e tamente affascinante. A me piace lavorare sulla danza come reregia? lazione, mi interessa molto anche come azione tra persone. E I testi sono di Alessandro Berti, e sono contentissima perché allo stesso tempo da anni mi esercito sul canto. Uno dei miracon Alessandro avevamo già lavorato in passato, ai tempi delcoli più grandi lo produce un corpo nel momento in cui canta l’Impasto. Poi lui ha avuto bisogno di concentrarsi più analiticae danza, accedendo a un linguaggio assolutamente universale mente sui testi, io di fare quattro-cinque anni di studio sul moviche va cercato attraverso la semplicità, la gestualità più semplimento e sul canto. Ora ci siamo ritrovati e lui sta scrivendo quelce, passando anche per forti difficoltà. Eseguire un canto etnico lo che grosso modo sarà il libretto della nostra opera. Insieme innon significa canticchiare qualcosa di elementare, ma arrivare a vece componiamo la musica. Nello spettacolo sono ovviamencapire che questo canto è come l’essenza te coinvolti i danzatori del Balletto Cividi formulazioni vocali più elaborate. Sele, due musicisti e un danzatore-cantante guendo questi pensieri stiamo provando molto particolare di Marsiglia. (l.m.) Venezia – Tese delle Vergini a costruire una specie di opera, che inizia 15, 16, 17 giugno, ore 20.00 18 Focus On Un «Don Giovanni» per Mauro Astolfi H o scelto di prendere in conqueste donne vengono conservate ed siderazione l’ossessione che esposte, come fossero in una veVenezia – Teatro Piccolo Arsenale gli uomini hanno avuto, e trina; a loro volta le scatole si 28 giugno, ore 18.00 hanno, per la bellezza femminile, os29 giugno, ore 20.00 trasformano, prendono forsessione che ha trasformato la ricerca di me sempre diverse, diventaquesta bellezza in desiderio di collezionare prede. Il Don no letti, passaggi, ecc. E poi Giovanni si prestava dunque alla perfezione, narrando di ancora sono presenti degli un uomo totalmente in balia di tale smania frenetica intespecchi, alcuni veri e altri a disa come elemento di estremo narcisismo, che faceva nasceventare una sorta di labirinto, di porre e germogliare in lui il desiderio di intrecciare più relaziote infinite, una struttura che si snoda ni possibili, in realtà in quansul palcoscenico come fosse un dado to innamorato di se stesdi Rubik che si può girare in tutte le diso e della propria capacità rezioni e offrire così una serie di canadi sedurre. Questa chiave li, di passaggi, di comunicazioni. L’indi lettura a proposito deltento è quello di separare degli ambienla bellezza mi ha molto inti, in quanto sul palcoscenico ci sono azioteressato, anche perché porta a ni che si svolgono contemporaneamente e pagalla le profonde insicurezze e derallelamente. Molto importante dunque il bolezze dell’uomo. lavoro operato dal punto di vista sceSpel Si tratta di un lavoro per dieci danzatori, nografico da Giuseppina Mauril bo u nd D molto forte e dinamico dal punto di vista coreozi e quello compiuto da Riccara nc e grafico. A sovrastare il palcoscenico, un grande albero stido Reim, il drammaturgo che Co m pan lizzato dal quale le donne nascono e cadono, e da dove avha estrapolato temi molto iny vengono tutta una serie di trasformazioni. Sul palco anche teressanti da Byron e da Veladei contenitori, delle scatole in plexiglas trasparente dove squez». (i.p.) « Mauro de Candia si mette a nudo in «Chain of Feathers» S i tratta di un lavoro astratto. Pardi far scorrere le emozioni in qualcosa che lare di bellezza non è facile: è cofosse il più personale possibile. Per me è Venezia – Tese delle Vergini me parlare di amore, di sentimenquasi un volersi riposare, dal punto di 28 e 29 giugno, ore 22.00 ti molto personali. Inoltre quello che per vista coreografico, tra le varie creame può risultare essere bello, non necessariamente dev’esserzioni che ho fatto fino a ora e quelle future. Si tratta di un lo anche per altri. Chain of Feathers è un assolo che vuole parlare momento in cui meditare, un lavoro molto personadella bellezza intesa come stato interiore: quello che si vede in le. La mia ideazione, d’altro canto, vuole essere uno scena altro non è se non il risultato di un’emozione, di uno staschizzo: quello proposto dalla Biennale di quest’anto d’animo. In questo caso, dunque, l’estetica è il risultato finale no è un tema talmente ampio che non mi permette in quanto non si parte da immagini già confezionate o dal voler di fossilizzarmi in una sola realizfare qualcosa che sia bello per gli altri. Si tratta piuttosto della zazione. Sicuramente, col tempo, bellezza secondo un mio punto di vista e, considerata la vastità vorrò andare a riprendere quedel tema, solo di un piccolo spaccato: microstorie, visioni, imsto spettacolo per momagini oniriche a volte fragili e a volte irruenti, perché il «beldificarlo, mutarlo, lo» non è circoscrivibile solo alla dimensione di calma ma anperché la bellezza che agli stati impulsivi, alla frenesia, all’esuberanza, spesso stiimplica un sacmolo che muove a una creazione. Credo infatti che la bellezza co di cose che non implichi necessariamente uno stato di pace. La proposta ci affascinadella Biennale è arrivata inaspettata e del tutto gradita in un mio no e che momomento un po’ minimalista: insieme alla compagnia con la dificano la quale lavoro, la Pneuma Dance Theater, mi piace confrontarmi nostra visioanche con lavori un po’ prosciugati, nei quali si opera sulle senne e la nostra sazioni e sulle emozioni. Avevo dunque voglia di fare qualcoopinione nel sa dove ci fossi solo io, non tanto come sfida con me stesso, ma corso degli piuttosto come desiderio di raccontarmi, di mettermi a nudo, anni». (i.p.) « Mauro De Candia 19 Focus On «Radici/Futuro» la Biennale Musica di Luca Francesconi L uca Francesconi è il direttore artistico del LII festival di musica della Biennale, che si intitolerà «Radici/Futuro» e si svolgerà tra il 2 e il 18 ottobre. In attesa di conoscere il programma nel dettaglio, gli chiediamo di delineare i presupposti teorico-pratici della sua edizione. La più grande differenza tra il momento che stiamo vivendo oggi e le avanguardie degli anni cinquanta e sessanta, quando i concetti di giusto e sbagliato erano molti più evidenti, è che adesso non esiste un’unica parte giusta, tutto è molto più fluido. Ci troviamo di fronte a una messa fra parentesi dell’egemonia culturale dell’Occidente e di un pensiero unico che affermava che la cultura con la C maiuscola era una sola. Questo rimette in discussione una serie di cose, tra le quali il concetto di altobasso nel senso bachtiniano del termine, per cui il valore stesso della tradizione è messo in discussione. La parola d’ordine dovrebbe essere dunque ricerca di nuove ipotesi di interpretazione del mondo, però avendo chiaro quel proverbio di una tribù africana che recita: «Se Luca Francesconi non sei sicuro di dove stai andando sappi almeno da dove vieni». Perciò le radici devono coesistere con il discorso sul futuro: nel corso di questi anni mi piacerebbe individuare dei filoni che hanno lasciato dei segni. Vedere chi, dei padri o dei nonni, ha lasciato dei semi che sono stati raccolti e sviluppati. Credo che – in un momento in cui si assiste alla relativizzazione del primato della cultura occidentale – per non buttare il bambino insieme all’acqua sporca sia necessario da una parte non cercare di imporre in modo arrogante la propria superiorità, e dall’altra non gettare tutto a mare pensando di essere africani, cinesi, iraniani, perché non lo siamo. Esiste una specificità della cultura occidentale che bisognerebbe utilizzare come grande strumento per affrontare in maniera più bilanciata la sfida con altre culture e forme di pensiero. Se no si passa da un complesso di superiorità a uno di inferiorità. Invece di produrre le cosiddette «contaminazioni», che sono già passate di moda e non arrivano alla gente, bisognerebbe riuscire a comunicare in modo più solido attraverso le specificità del proprio linguaggio. Noi possediamo un’attitudine attiva nei confronti della realtà, che poggia su basi razionali e analitiche ed è una grandissima risorsa, della quale non c’è assolutamente da vergognarsi. Anzi è un utensile potentissimo per creare una specie di dizionario semantico, tascabile e itinerante che ci permetta di trovare le parole per comunicare con altre culture, accettando il fatto che queste ultime hanno mantenuto vivi molti valori che noi abbiamo perso, tra cui un contatto con il mondo caratterizza- 20 to da maggior immedesimazione e compartecipazione, dove il dato per così dire irrazionale, profondo, spirituale è accettato e integrato. A maggior ragione dunque un eccesso di razionalismo non può dare conto del mondo nella sua interezza, ma d’altra parte non ci si può lasciar prendere da forme di irrazionalismo falsamente primitivo. Ho una grande fiducia nel pubblico, che è sempre più intelligente delle proposte che gli vengono offerte. Spesso lo spetta- tore si sente offeso quando si trova di fronte a cose troppo banali, risapute o prevedibili. È molto importante dare fiducia a questa capacità di ascolto, perché ce n’è molto bisogno. Però non bisogna per questo abbassare il livello della proposta, ma al contrario creare le condizioni per riacquisire una certa qualità. C’è una grande difficoltà a discernere la qualità oggi, perché siamo evidentemente investiti da un diluvio di informazione il novantanove per cento della quale è ridondante, se non inquinamento puro e semplice. Che funzione credi abbia oggi un’istituzione come la Biennale Musica? Ci sono due linee di condotta molto importanti che cercherò di sottolineare. Una è quella della ricerca, l’altra quella dell’apertura alla città e a un pubblico di cui come dicevo poc’anzi non si deve sottovalutare la capacità di ascolto. Bisogna fare di tutto per contestualizzare la musica, in modo da riportarla all’interno di un dibattito culturale più ampio. La musica moderna viene spesso considerata una specie di oggetto non identificato, per cui non viene capita, mentre per esempio il segno grafico e quello visivo rientrano più facilmente nell’orizzonte cognitivo delle persone. L’elemento musicale è sempre e soltanto collegato all’evasione, come fatto consolatorio. Invece la musica, in tutti i tempi e in tutte le culture, ha sempre avuto dei poteri magici. Noi abbiamo perso completamente la capacità di ascoltarla chiedendole qualcosa di più. (l.m.) Focus On La Biennale Teatro incontra il Mediterraneo Maurizio Scaparro presenta il tema-guida per il 2008-2009 M aurizio Scaparro, confermato direttore artistico del Festival Internazionale del Teatro della Biennale, illustra le novità del biennio 2008-2009. Quando mi hanno chiesto di restare alla Biennale, ho subito pensato a un periodo di due anni. Per uno solo non avrei mai accettato, e quattro mi sembravano troppi. Inoltre pensavo – e tuttora penso – che non si dovesse inflazionare il nostro paese con un eccesso di festival, che peraltro già esiste. Allora mi sono chiesto se non sarebbe stato giusto dare cadenza biennale alle arti dello spettacolo, danza, musica e teatro. Conseguentemente ho cominciato a ideare una Biennale Teatro divisa in due: il primo anno un laboratorio e il secondo un festival. E in quest’impostazione mi sono trovato in piena sintoMaurizio Scaparro nia con il presidente Baratta. A quel punto si trattava di dare a questo grande laboratorio un tema unificatore. La scelta è caduta su un argomento che a me sta da sempre particolarmente a cuore: il Mediterraneo. Io sono un uomo del Mediterraneo, per le mie origini e per quello che ho fatto. Ma non è che intenda il Mediterraneo come mare nostrum, piuttosto lo vedo come una possibilità di verificare nella memoria passata e nel futuro la straordinaria e necessaria, incredibile vitalità che questa bagnarola ha, intesa come luogo di passaggio da tutte le parti del mondo. Da sempre sognavo di poter mettere insieme una serie di riflessioni articolate su questa tematica, e devo dire con molto piacere che la Biennale me ne ha data la possibilità. Al di là delle suggestioni, questa ricerca mi sembra interdisciplinare per sua stessa natura. Se si parla di Mediterraneo la parola è legata al gesto, il gesto al sole, il sole alla piazza, la piazza alla musica e via dicendo. Sono infiniti i collegamenti che si potrebbero trovare tra espressioni artistiche differenti. Come si passa dal laboratorio al festival? Nel modo più naturale. Già durante la fase laboratoriale vi saranno momenti in cui programmaticamente verranno presentati quelli che saranno gli esiti spettacolari dell’anno venturo. E poi i due periodi sono molto ravvicinati: la fase uno avrà luogo a novembre, e a febbraio, in concomitanza con il Carnevale, sarà pronto il festival. Dopo vari tentativi per cercare un titolo efficace mi sono ricordato che le cose più belle nascono dalla semplicità. E ho deciso che i due appuntamenti si chiameranno soltanto «Mediterraneo – Biennale del Teatro 2008» e «Mediterraneo – Biennale del Teatro 2009». In che modo si strutturerà il momento di studio preliminare? Vorrei scegliere sei, sette macrolaboratori all’interno dei quali singoli artisti e studiosi collaborino e concorrano – con mise en espace, segnalazioni o nei mille altri modi possibili – a dare forma a un progetto. Elenco due o tre titoli per cercare di spiegare meglio cosa intendo. Il primo, semplicissimo, è: il mare di Shakespeare. In effetti non ci si ricorda mai che il mare delle commedie del Bardo è sempre il Mediterraneo. Da qui si può partire con una serie di proposte che vanno dalla riproposizione di spettacoli shakespeariani alla ricerca di novità che abbiano a che fare con questo tema. Un altro esempio, pur essendo noi ancora in fase di elaborazione, potrebbe essere: Sans papiers, pieds-noirs, banlieue, passaporto. È facile immaginare quali potenzialità offrono questi spunti, parlando del Mediterraneo. Poi vorrei ricordare Pasolini: pochi sanno che moltissimi dei suoi film sono stati ambientati nel sud estremo d’Italia o in Africa. Mi piacerebbe allora presentare una mostra dei costumi di Danilo Donati, affiancandola a una rassegna di tutti i lungometraggi di Pasolini. Quali spazi userete? Saranno diversificati: uno sarà sicuramente l’isola di San Servolo, poi utilizzeremo anche quelli più teatralmente compiuti, all’Arsenale, a Santa Margherita e Santa Marta. Con Ca’ Foscari abbiamo già stretto un patto di collaborazione. (l.m.) 21