Anno IV - Numero 24
Settimanale della Scuola Superiore di Giornalismo della Luiss Guido Carli
Reporter
8 Aprile 2011
nuovo
Europa
Handicappata?
Colpa dei leader
Un simil-Iri?
Sircana: forse,
se Tremonti...
Telefoni
Addio cabine
a gettoni
Casa del Cinema
Al via da Roma
le pellicole-novità
L’ALTRA META’
DEL CIELO
DONNE PILOTA: IN FRANCIA VIRGINIE, LA PRIMA LEADER DI FRECCE TRICOLORI
Politica
A colloquio con il professor Corneli che conferma la crisi europea delineata dall’Economist
Ue handicappata? Colpa dei leader
Sono troppo legati ai problemi interni, non fanno più politica estera
SARKOZY
MERKEL
Le due facce di Nicolas
Le paure di Angela
Centravanti in trasferta, stopper in casa.
La metafora calcistica esprime una linea politica che si sdoppia a seconda se la partita
si gioca tra le mura amiche oppure no. Le elezioni cantonali hanno confermato l’ascesa a
destra del Front National di Marine Le Pen e
il consenso di Sarkozy non è mai stato così
basso. Sono lontani i tempi della rupture sbandierata dopo l’insediamento all’Eliseo nel
2007. La crisi economica non ha risparmiato l’Esagono e l’unica riforma significativa,
quella delle pensioni, ha spaccato il paese
provocando violente manifestazioni di protesta.
Così la politica estera è diventata l’occasione per cercare di riacquistare credibilità tra i francesi. L’aggressivo interventismo
mostrato durante la campagna di Libia, dopo
i tentennamenti durante le crisi in Tunisia e
in Egitto, ha provocato forti tensioni all’interno dell’Unione europea. L’asse con Cameron
ha fatto da contraltare all’immobilismo tedesco e la transizione verso il comando Nato è
stata difficile. Le rivolte nordafricane hanno poi
acuito l’emergenza immigrazione nel Mediterraneo e la tolleranza zero francese, concretizzatasi con la politica dei respingimenti, ha provocato turbamenti diplomatici con
l’Italia e la disapprovazione dell’Ue.
Un leader senza coraggio. E’ questa la
critica principale che viene rivolta all’attuale
Cancelliera tedesca, in carica dal 2005. Nonostante la Germania sia uscita quasi indenne dalla crisi economica globale, con
tassi di crescita da record, il consenso della Merkel è sceso progressivamente nel
corso degli anni. La disfatta nelle ultime elezioni regionali testimonia, infatti, come la
sua leadership politica sia stata intaccata
dallo scarso decisionismo. Le ultime due
emergenze mondiali hanno confermato
questa tendenza.
Il mancato intervento in Libia e il repentino dietrofront sul nucleare dopo la tragedia di Fukushima alimenta l’impressione di un leader fragile che poco si addice
al comando del più influente stato europeo.
Risuona ancora l’eco dei tentennamenti nelle operazioni di salvataggio degli
stati più colpiti dalla crisi economica, con
la minaccia di uscire dalla zona Euro.
Tutto questo ha alimentato le perplessità dell’Europa nella leadership teutonica
e degli stessa elettori tedeschi nei confronti
della Cancelliera. Un paradosso, se si pensa che le scelte di Angela sono il frutto del
timore di una reazione negativa dei suoi
concittadini.
ZAPATERO
Rivoluzione incompiuta
Due mandati possono bastare. In carica dal
2004, Zapatero dice stop e annuncia che alla
prossima tornata elettorale lui non ci sarà. L’uomo che ha cambiato la Spagna con le sue riforme in campo sociale è inciampato sulla crisi economica, che ha messo in ginocchio il
paese iberico.
Tra il 2008 e il 2010 la disoccupazione è
più che raddoppiata e il governo socialista è
stato costretto a manovre correttive “lacrime
e sangue” che hanno creato malcontento nella popolazione. Lo scintillante modello spagnolo decantato nei primi anni del suo mandato è così un pallido ricordo, nonostante leggi innovative come quella sulla tv, sulla famiglia e sulla ricerca scientifica.
Osannato a sinistra ma denigrato dai cattolici, il leader socialista è stato per anni un’icona rossa anche a livello europeo. Viva Zapatero è il titolo di un famoso film della Guzzanti ma anche un ideale apprezzamento per
una politica lontana dal conservatorismo imperante. Una risposta socialista alla sinistra “liberal” di Blair.
Ma alla lunga, una parte del vecchio continente e della comunità internazionale ha mal
tollerato il non interventismo spagnolo in politica estera sovrapposto al peso comune da
sopportare per il salvataggio economico di Madrid.
IMPIETOSA La sferza del vignettista dell’Economist sui quattro leader europei
U
na vignetta dissacrante per descrivere l’immobilismo dell’Europa. Visti dall’Economist, i leader
più influenti del vecchio continente non stanno molto bene:
Zapatero e la Merkel ingessati,
Sarkozy novello Napoleone,
Berlusconi nudo e intento a coprirsi le parti intime. Il titolo dell’articolo, “L’Unione handicappata”, tratteggia i contorni dei
problemi dei boss europei in
patria che inevitabilmente si
riflettono sull’efficienza dell’Ue.
Su tutto questo abbiamo chiesto
un parere ad Alessandro Corneli,
esperto di relazioni internazionali e geopolitica.
Professor Corneli, l’Economist di questa settimana scrive che la debolezza dei leader
nazionali sta paralizzando le
decisioni dell’Unione Europea.
E’ d’accordo con questa visione?
«Sì, certamente. Oggi tutti
quanti i leader dei paesi europei
pensano soltanto ai problemi interni. Zapatero ha detto che
non si ricandiderà perchè la situazione spagnola è abbastanza difficile, con un’alta disoccupazione. La Germania ha
una situazione anomala, con
uno scarso consenso per la Merkel nonostante una situazione
economica florida».
E Sarkozy?
«Anche lui ha gli stessi problemi di consenso degli altri. Ma
valutato in una prospettiva europea il suo interventismo in Libia va visto come un tentativo di
riaffermare il suo ruolo in politica estera, dove la Germania
non l’avrebbe seguito, sapendo
che sul piano economico la lea-
dership tedesca è inattaccabile.
La Merkel si è defilata dai problemi del Mediterraneo perchè
ha raggiunto degli accordi strategici con la Russia per quanto
riguarda le forniture di gas e di
petrolio».
La difficoltà di trovare una
linea comune nella crisi libica
è un po’ lo specchio di questa
Ue frammentata?
«Non è lo specchio ma la
conclusione. Dopo l’undici settembre 2001 l’Ue ha avuto come
punto di riferimento gli Stati
Uniti ed è sempre stata incapace
di prendere una decisione unanime. Basti pensare alla guerra
in Iraq o a quella in Afghanistan.
Alla linea Bush hanno aderito
solo alcuni paesi europei. E
Ne sono una prova
le difficoltà
per la crisi libica
Obama si è contraddistinto per
contraddizioni che avrebbero
disorientato chiunque».
Quanto incide la campagna
elettorale permanente, con i
leader che devono dare conto
ai propri elettori in vista di una
ricandidatura?
«Incide moltissimo, perchè i
leader seguono i sondaggi e
l’opinione pubblica. Ormai la politica estera sta scomparendo,
perchè sono i problemi interni
quelli predominanti, in quanto i
leader devono avere un consenso interno. La Merkel, Berlusconi, Sarkozy non sono eletti
dai tunisini o dai libici ma sono
eletti dai loro concittadini e
quindi devono soddisfare le loro
esigenze».
Un dato costante però emerge. L’Italia ha sempre un’immagine negativa nella stampa
internazionale. Perchè secondo lei?
«A mio avviso questo deriva
dalle strategie di politica estera
che hanno caratterizzato il nostro paese in tutta la sua storia,
da Cavour a Berlusconi, passando per Giolitti, Mussolini e
De Gasperi. Ovvero quello di cercare di essere presenti, con il minimo sforzo, cercare di fare i mediatori. E’ il modo in cui spendiamo le nostre scarse forze a disposizione».
Nonostante l’Economist sia
un settimanale inglese, nell’articolo non si parla di Cameron. Qual è il ruolo della
Gran Bretagna nello scacchiere europeo in questo momento storico?
«Il peso della Gran Bretagna
è sempre stato difficile da definire. Tradizionalmente l’interesse britannico è sempre stato
quello di impedire che in Europa si formi un’unica potenza dominante. Ma secondo me non si
parla di Cameron in questo
contesto per due motivi: da un
lato si vuole appiattire il Regno
Unito alla posizione americana,
in virtù dei rapporti privilegiati che intercorrono tra i due stati. Dall’altro perchè il leader inglese si era troppo esposto con i
francesi e quindi c’era il rischio
di apparire in posizione subordinata alla Francia. Una cosa
che gli inglesi non possono accettare».
BERLUSCONI
Vent’anni di acrobazie
Silvio forever. Il titolo dell’ultimo film su
Berlusconi è il manifesto ideale per spiegare
l’egemonia politico – economica che ha contraddistinto l’ultimo ventennio italiano.
L’alternanza tra governi di centrodestra
e centrosinistra non intacca l’assoluto protagonismo del Cavaliere sulla scena nazionale. Demonizzato dall’opposizione e
santificato dai sostenitori, Berlusconi è riuscito a sopravvivere sulle montagne russe
della politica attraverso un monopolio mediatico e un solido consenso dei ceti medio
bassi.
Leader di una maggioranza perennemente in bilico, caratterizzata da un cronico
immobilismo parlamentare, ha resistito ai
processi e agli scandali che hanno contrassegnato gli ultimi anni del suo esecutivo. Ma se in patria queste vicende hanno
di poco scalfito la sua immagine, all’estero la sua credibilità è ai minimi storici. La
stampa internazionale non perde occasione per denigrare il suo operato nella vita
pubblica e privata e il ruolo dell’Italia nello
scacchiere internazionale è caratterizzato
da debolezza e ambiguità.
La gestione della crisi libica, dove pesano i controversi rapporti d’interesse con
Gheddafi, è solo l’ultimo caso che testimonia questa tendenza.
Pagina a cura di Marco Cicala
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8 Aprile 2011
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Economia
Resuscitare l’Iri? Ne parliamo con l’economista Franco Sircana, già dirigente dell’istituto
«Ma Tremonti ha le mani legate»
L’iniziativa, se aggiornata, potrebbe funzionare. Il nodo è nel vertice del Pdl
Lorenzo d’Albergo
Proteggere da scalate straniere le nostre “imprese strategiche”. È questo l’obiettivo
del ministro dell’Economia e
della Finanza Giulio Tremonti, da realizzare attraverso la creazione di un istituto
molto simile all’Iri, quell’Istituto per la ricostruzione industriale che fino ai primi
anni Settanta assicurò la ripresa economica dell’Italia
post-bellica.
Ma in una versione rinnovata. Lontana da quella degli
ultimi venti anni di vita della prima incarnazione dell’istituto, che per Franco Sircana, economista ed ex dirigente dell’Iri, «meritava di
chiudere molto prima. Negli
anni Settanta iniziò a dimostrare la sua scarsa aderenza
all’evoluzione del mercato.
Era stata infettata dalla malattia del clientelismo». Una
deriva che Sircana, insieme
ad altri funzionari, cercò di
denunciare in un documento ripreso da tutte le testate italiane più importanti. Ma senza troppa fortuna:
«Arrivammo tardi. Rovesciare la situazione era impossibile. L’Iri si era statalizzato e le sue decisioni
non dipendevano più dal
mercato. L’istituto abban-
OSTAGGIO Il ministro dell’economia Giulio Tremonti tra quelli che vengono definiti i suoi “burattinai”
donò la sua funzione di
supplenza della classe imprenditoriale».
Proprio la missione che il
ministro dell’Economia progetta di affidare al nuovo Iri,
una società controllata dal
suo dicastero e da 66 fondazioni bancarie, che si baserebbe sui capitali della Cassa
depositi e prestiti. Per Sircana,
«Tremonti è uno che pensa.
Ma è costretto a farlo in via riservata. È l’unico ad avere il
senso del sistema. Purtroppo
è prigioniero del suo schiera-
mento politico». Secondo l’ex
funzionario dell’Iri, il nodo da
sciogliere è nel vertice del
Paese: «Berlusconi è l’esaltazione del capitalismo monopolista, mentre Giulio Tremonti è un pragmatico con le
mani legate».
Così, il ministro non può
permettersi di proporre riforme alla Bersani. Aizzerebbe contro il presidente del
Consiglio buona parte del
suo elettorato. «Penso agli
ordini professionali - spiega
Sircana -, che un liberista
come Tremonti vorrebbe eliminare: parliamo di un milione e mezzo di persone
pronte a modificare il proprio
voto se venissero tolti loro i
privilegi di categoria».
Ma, nonostante la sfida
interna e le critiche degli opinionisti, Tremonti ha ricordato con nostalgia i tempi
d’oro dell’Iri. «Manchiamo di
grandi soggetti economici e va
accettato il fatto che a volte
serve un surrogato di quello
che manca. Bisogna organizzare una difesa a livello na-
zionale». Secondo l’economista, infatti, il rischio è quello di continuare a far cadere
nelle mani di imprenditori
esteri le nostre imprese: «La
spartizione del capitale italiano dopo la crisi politicoistituzionale del 1992 è stata
unidirezionale. Qualcosa di
consistente arrivò dalla Germania con gli affari TerniThyssenKrupp e Italtel-Siemens. Ma il grosso delle acquisizioni fu francese». La
Banca nazionale del lavoro è
a guida transalpina e i francesi
siedono nel comitato esecutivo di Mediobanca. «Mettono le mani sui dossier delle
nostre aziende in crisi e influenzano le decisioni delle
nostre banche», dice preoccupato Sircana.
Il decreto sarà esaminato
dalla Commissione europea,
dove sarà valutato molto attentamente. «Non è un caso
che Tremonti abbia preso
spunto dall’esperienza del
Fonds stratégique d’investissement - spiega Sircana -. Il
commissario per il mercato interno a livello comunitario è
un francese, Michel Barnier. È
un modo per tutelarsi». E
tutelare le aziende italiane, facendosi amico il “nemico”
francese che è diventato un
ospite fisso del nostro mercato.
Presentato alla Luiss il volume del prof. Mario Morroni sulla competitività delle aziende
Quando l’incertezza fa bene all’impresa
Ida Artiaco
Incertezza e innovazione
vanno a braccetto nel mondo
dell’economia. E soprattutto
delle imprese, che, in presenza
di asimmetrie formative e limiti cognitivi, possono aumentare la propria competitività, determinata dall’interazione positiva di tre elementi: i costi di transizione, lo
sviluppo di economie di scala e, soprattutto, delle competenze. Questo il tema al
centro del volume “L’impresa
competitiva. Conoscenza e
sviluppo in condizioni di incertezza”, a cura di Mario
Morroni, docente di Economia politica presso l’Università di Pisa, edito da Luiss University Press e presentato nell’ateneo romano in ricordo di
Alberto Cerrone, ex leader dei
Giovani industriali e grande
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studioso della cultura d’im- minaccia nucleare, così come nologico e migliorare rispetpresa, a dieci anni dalla sua l’insolvenza possibile per al- to ai competitori», ha dichiascomparsa. All’evento han- cuni stati dell’Unione europea rato Fumagalli. Parola d’orno partecipato Luigi Abete, a causa dell’aumento del de- dine: conoscenza. Oltre agli
presidente Bnl-Bnp Paribas, bito pubblico hanno messo in incentivi, alla base delle imInnocenzo Cipoletta di Ubs luce i limiti di una teoria per prese ci devono essere, per il
Italia, e Aldo Fumagalli, nu- cui gli eventi e i loro esiti sono loro successo, le motivazioni.
mero uno della commissione prevedibili, e che ha portato Anche perché è cambiato l’ogsviluppo sostegetto di
nibile di ConfinproduzioOltre agli incentivi, alla base delle imprese
dustria, che hanne delle
no analizzato i
aziende
ci devono essere,
punti fondastesse: il
mentali del lacliente
per il loro successo, le motivazioni
voro di Morroni.
non chieIl discorso sulla
de più agli
capacità delle imprese di su- alla crisi economica. «L’in- imprenditori di essere forniperare la crisi- dice l’autore- è certezza deve però essere per tori di commodities, beni per
quanto mai attuale, in un gli imprenditori, che si con- cui c’è domanda ma che sono
momento in cui numerosi frontano con dimensioni spa- offerti senza differenze qualisono gli elementi di incertez- ziali e temporali diverse ri- tative sul mercato, ma di serza, cioè tutti quegli eventi im- spetto al passato per effetto vizi e soluzioni dei propri
previsti, di grandissimo im- della globalizzazione, un’oc- problemi, che necessitano a
patto, che Nassim Taleb ave- casione in chiave competitiva, loro volta di forte conoscenva definito “il cigno nero”. Il per trovare nuovi stimoli per za e competenza. Nell’ecoterremoto in Giappone e la un salto dimensionale e tec- nomia di oggi, il prezzo non
è elemento unico di giudizio
e scelta a favore di una impresa: sempre più, contano il
rapporto fiduciario tra cliente e businessman e la capacità di quest’ultimo di rispondere in maniera adeguata alle
esigenze del primo. Fondamentale è il ruolo dei vertici
delle aziende, soprattutto nelle piccole imprese, come evidenzia Cipolletta, in cui è
necessario mettere a punto
procedure per tradurre la conoscenza dell’imprenditore
in comunicazione ed elemento di trasmissione. La
loro debolezza sta nella eccessiva verticalizzazione della propria struttura e nella
mancata razionalizzazione.
Per la loro crescita, importanti
diventano, secondo Abete,
l’associazionismo imprenditoriale e le relazioni industriali.
LA “FORMULA”
Dai successi
Alla deriva
Partitocratica
Banche, industrie siderurgiche, meccaniche
e alimentari. E ancora,
Rai, trasporti e telecomunicazioni. Sebbene
nato proprio nel mezzo
del ventennio fascista,
l’Iri di Beneduce, operando in un regime di
autonomia, trainò lo sviluppo economico italiano.
Chiuso il secondo
conflitto mondiale, con
57 miliardi di euro investiti in 17 anni, l’Iri collezionò una serie di successi fondamentali per
il rilancio del Paese:
quattro milioni di posti
di lavoro in più, la crescita del reddito medio e
del prodotto interno lordo di circa cinque punti
percentuali all’anno. Una
“formula” presa a modello dall’Europa e, in
particolare, dai laburisti
inglesi.
Poi, il passaggio all’Iri
“finanziario”, quello guidato dagli uomini che
più di tutti hanno rappresentato il malcostume
della spartizione partitica. Con la fine della spinta propulsiva democristiana, sostituirono i manager legati al credo della produzione. L’istituto
entrò in crisi, fino alle
estreme conseguenze,
come si legge in 19631982 - I venti anni che
sconvolsero l’Iri, l’analisi storica ed economica
della deriva clientelare a
firma dell’ex dirigente
Carlo Troilo. La ricerca
tronca la sua narrazione
a dieci anni dal convegno
economico sul panfilo
da crociera “Britannia”,
ospiti il Direttore del Tesoro, Draghi, e l’ultimo
presidente dell’Iri, Prodi.
Un incontro che si concluse con le privatizzazioni in saldo di alcune
tra le più importanti industrie e banche italiane.
L. d’A.
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Primo Piano
L’altra metà
del cielo. Già nella
seconda guerra
mondiale molte
le donne a bordo
di aerei, dalla
sovietica Litviak
alla nazista Uhse.
Ma la più celebre
è una giovane
mamma che sfreccia
a 600 Km all’ora
IN AZIONE Virginie Guyot ai comandi del suo jet. A fianco, appena tornata da una missione. Sotto, al centro, unica donna di un equipaggio di otto piloti
Virginie e le altre top gun
È leader delle frecce tricolori francesi, unica al mondo
U
n’esistenza a 600 chilometri all’ora, sospesa tra i fumi patriottici della Patrouille de
France e i cieli di mezzo
mondo. Virginie Guyot è la
prima donna pilota leader di
un corpo acrobatico militare,
una sorta di frecce tricolori
d’Oltralpe, creato nel 1931 e
tra i più prestigiosi del pianeta. Minuta, occhi azzurri e
caschetto biondo, la top gun
in gonnella non ama definirsi un simbolo. “Ho avuto
fortuna – ha raccontato in
un’intervista – e ho lavorato
per realizzare questo mio sogno. In questa squadra sto
bene, prima di essere una
donna sono un pilota”.
Guyot, 34 anni e una bimba piccola da accudire, fino a
qualche tempo fa “viaggiava”
su Mirage F 1, gli aerei utilizzati in missioni di guerra
come l’Afghanistan. “Pilota di
caccia e pilota acrobatico
sono due mestieri diversi – ha
spiegato - ma in entrambi bisogna essere professionisti.
Quando si è a velocità così
elevate si ha solo un istante
Gli autobus fermi al capolinea di piazza Thorvaldsen a Roma sembrano guardare con la giusta riverenza
i “cugini in tenuta mimetica”
che campeggiano di fronte a
loro. Veicoli militari, gommoni della guardia di finanza e perfino un jet originale
delle frecce tricolori. Tutti in
bella mostra per festeggiare
i 150 anni dell’Unità, ricordando il contributo significativo delle nostre forze armate: aeronautica, carabinieri, esercito, guardia di finanza e marina. L’esposizione, realizzata nell’ambito
della kermesse “Regioni e testimonianze d’Italia”, proseguirà fino al 3 luglio.
Nonostante sia mercoledì
mattina, sullo slargo c’è un andirivieni di amatori muniti di
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per prendere le decisioni”.
Quella della cloche in
rosa non è soltanto una tendenza transalpina. Con l’inizio del nuovo millennio il
gentil sesso nostrano è sbarcato all’Arma Azzurra con oltre 500 tra ufficiali, marescialli e volontari. E il diploma delle prime quattro
donne pilota. L’hangar in
gonnella è stato sdoganato
anche all’estero, tanto che lo
scorso settembre l’universo
femminile dell’aeronautica si
è dato appuntamento a Venezia per il quarto raduno internazionale Fly donna.
La tradizione delle top
gun viene da lontano. Tra gli
esempi di coraggio che hanno caratterizzato la seconda
guerra mondiale c’è Lidiia
Litviak, l’asso dell’aviazione
sovietica, conosciuta come
la Rosa bianca di Stalingrado.
Superata l’iniziale ostilità dei
colleghi maschi, Litviak portò a termine a bordo del suo
Yak-1 168 missioni, conqui-
stando dodici vittorie individuali e tre condivise. Con i
trionfi militari, giunsero anche i primi riconoscimenti.
Nel febbraio del 1943 Lidiia
fu insignita dell’Ordine della
Bandiera Rossa. Poi arrivarono la promozione a sottotenente e a tenente. Quell’estate
la sua fama era all’apice. Il primo agosto, mentre scortava
una squadriglia di bombardieri di ritorno dalla battaglia
di Kursk, il caccia con il fiore bianco fu intercettato da
una squadriglia tedesca. Liidia riuscì ad abbattere due aerei prima di venire colpita a
morte dal fuoco nemico. Il 5
maggio 1990 Mikhail Gorbacev le conferisce l’onorificenza di eroe dell’Unione Sovietica e Liidia diventa il simbolo ideale di quei 25 milioni di russi che persero la vita
nella seconda guerra mondiale. A onor del vero anche
l’aviazione tedesca era costellata da donne pilota. Tra
le più famose, Beate Uhse, ex
top gun nazista, poi atterrata nel nebuloso mercato del
porno gadget.
In mostra a Valle Giulia una rappresentanza delle dotazioni militari italiane
Ecco l’esercito (con pochi mezzi)
macchina fotografica e telecamera, pronti a immortalare
i mezzi blindati di oggi e di
ieri. Sì, perché il museo a
cielo aperto è un caleidoscopio di emozioni, dalle battaglie risorgimentali agli interventi militari più recenti. Ad
accogliere i visitatori all’ingresso della mostra troneggia
un lince di ultima generazione, il mezzo salito alla ribalta delle cronache dopo una serie di attentati – in alcuni casi
mortali - ai convogli italiani in
missione in Afghanistan. Dalle colonne dei giornali, esperti ed esponenti dell’esercito di-
squisirono sui punti deboli del
gigante blindato. Tra i quali la
cosiddetta “torretta”, che
avrebbe esposto il militare a rischi eccessivi. A fianco al lince si affaccia il fratello “più anziano”, un esemplare del
1941, utilizzato durante la
seconda guerra mondiale.
Anche i veicoli dei carabinieri fanno la loro parte.
Un’Alfa Romeo Giulia degli
anni ’70 scintilla sotto il sole
romano, facendo rivivere ai
nostalgici le atmosfere roventi del periodo delle con-
testazioni. Pochi metri più in
là, lo stesso modello di automobile dei nostri giorni. Tra
il cemento della piazza e gli alberi di villa Borghese, svettano le imbarcazioni e i gommoni della marina militare.
Mezzi di cui si parla tanto in
questi giorni di sbarchi a
Lampedusa. Non mancano
neppure le motociclette, su
cui carabinieri di ieri e di
oggi hanno compiuto le loro
missioni. Ma ad attrarre maggiormente l’attenzione dei visitatori ci pensano i due ae-
Pagina a cura di Emiliana Costa
roplani parcheggiati nella
piazza. Per l’occasione allestita
ad hangar. Il primo è un jet
delle amatissime frecce tricolori, i velivoli che durante le
cerimonie ufficiali illuminano
i cieli italiani con le tonalità
della nostra bandiera. L’altro
bimotore è un caccia militare degli anni ’40.
Sui pannelli che incorniciano l’esposizione sono raccontate storie e aneddoti delle forze armate. Mentre all’interno dello stand informativo, per i più appassionati, è possibile sfogliare testi di
approfondimento.
L’ESPERTO
Ma su Marte
ci andrà
un uomo
Il gentil sesso conquista
l’aeronautica militare e
compie passi da gigante
anche in quella spaziale,
affiancando sempre più
spesso i colleghi uomini in
missioni “impossibili”. Ne
parliamo con Federico
Franzè, direttore tecnico
fitness del Due Ponti Sporting Club.
Franzè, in che misura
è attrezzato il corpo delle donne per incarichi
apparentemente maschili?
«Non esistono incarichi
only for men, ma differenze fisiche e ormonali che
distinguono l’uomo dalla
donna. L’universo maschile
è dotato di una resistenza
fisica superiore a quella
delle omologhe in rosa.
Differenza che è comprovata scientificamente».
Esiste un limite fisico
oltre il quale, a differenza degli uomini, non possono spingersi?
«Il limite esiste, perché
l’uomo geneticamente ha
una forza e una massa
muscolare superiore a
quella delle donne. Se c’è
un parametro da raggiungere, come nel caso del pilotaggio, non è detto che le
signore non possano riuscirci. Ma hanno bisogno
di maggior allenamento».
Possiamo dire che le
donne, attraverso la pratica, potranno un giorno
surclassare i colleghi uomini e magari arrivare su
Marte?
«Casomai quelli che
non sono allenati. Il gentil sesso può superare i maschietti, ma non quelli addestrati a dovere. Le differenze ormonali sono alla
base di tutto, anche nelle
diversità fisiche che distinguono gli uomini bianchi da quelli di colore».
Reporter
nuovo
Mondo
In una tavola rotonda il vero significato delle rivolte a domino dell’Africa mediterranea
Via l’ Occidente dal mondo arabo
In agguato le potenze del Bric, a cominciare dalla Russia e dalla Cina
Ida Artiaco
Gli sms al posto delle molotov,
twitter al posto delle pietre. L’incedio
democratico divampato nel mondo
arabo ha assunto le caratteristiche peculiari del mondo del web 2.0 e si è
presto trasformato nella più grande
sollevazione popolare del ventunesimo secolo. Alcuni l’hanno ribattezzata “La rivoluzione dei gelsomini”, altri “La primavera araba”. La verità è che in tutti i paesi africani del
Mediterraneo, dalla Tunisia all’Egitto, dalla Libia al Bahrein, passando per
la Siria e lo Yemen, il popolo è sceso
in piazza per rivendicare il diritto alla
libertà, dopo anni di aspettative frustrate e di umiliazione soprattutto tra
i più giovani, specchio della politica
dei loro leader autoritari e filo-occidentali. Un vero e proprio effetto domino. Un’onda d’urto, all’origine
dello tsunami di proteste dalle conseguenze ancora imprevedibili.
Di questo e della responsabilità
dell’Europa nella gestione della crisi araba si è discusso alla tavola rotonda “Mediterraneo 2.0”, promossa dall’associazione “Civita”, in cui
sono intervenuti Stefania Craxi, sottosegretario agli Esteri, Lucio Caracciolo, direttore della rivista di
geopolitica “Limes”, il generale Car-
PROTESTA
Piazza Tahrir al
Cairo è diventata
incipit e simbolo
dell’onda d’urto
democratica nei
paesi dell’Africa
del Nord
lo Jean e il deputato democratico
Alessandro Maran. Tutti concordi
sul ruolo imprescindibile dei social
network Twitter e Facebook, e della televisione, in particolare Al Jazeera
e Al Arabiya, come canali di mobilitazione, in grado di aggiornare in diretta sull’evoluzione della rivolta e di
mostrare senza filtri le immagini
della protesta.
Sullo sfondo, la fragilità di paesi
come l’Iraq e l’Afghanistan. All’origine
del fenomeno ci sarebbero forze incancrenitesi nel corso degli anni,
un mix letale di crisi dei regimi al potere e di aspettative deluse di popolazioni, in cui il cinquanta percento
ha meno di venticinque anni, sui cui
si è abbattuta la crisi economica internazionale.
Saltato il tappo della repressione
poliziesca, la libertà si è rivelata universale aspirazione. Ma attenzione a
non generalizzare: « Non esiste uno
standard unico per tutti questi paesi, diversi tra loro, come diversa è la
posta in gioco, anche se si tende al
corto circuito a livello mediatico»,
ammonisce Caracciolo, per il quale
l’unico elemento comune alle rivoluzioni è la fine della “fase occidentale”, cominciata cinquant’anni fa con
il trattato di Suez tra Egitto, da un lato,
e Francia e Inghilterra, dall’altro.
Mai si era visto un leader arabo cacciato dal proprio popolo, come nel
caso di Mubarak al Cairo e Ben Alì a
Tunisi, entrambi amici delle potenze
dell’Ovest, tra cui l’Italia, che molti
hanno definito “democrature”, per la
loro politica dittatoriale più debole.
Diverso è il discorso per la Libia.
Dopo Fukushima, si ravviva anche nel nostro Paese il confronto sull’atomo
Nucleare, il nocciolo del problema
Raffaele d’Ettorre
La catastrofe nucleare che si
sta consumando in questi giorni nella centrale di Fukushima
ha smosso il braciere internazionale di un dibattito mai sopito. In un mondo il cui futuro sembra ormai scandito dal
battere incessante delle ultime
gocce di petrolio che vanno
prosciugandosi, c’è chi si appiglia all’atomo come una più
che necessaria panacea. E chi,
invece, analizzandone costi e
rischi, ne deduce che il prezzo del biglietto è troppo alto,
la destinazione ancora incerta.
I fatti relativi all’implementazione del nucleare risultano di difficile lettura, il rischio faziosità è sempre molto alto. Prendiamo la questione del rapporto costo-efficienza: l’analisi dei dati e la stima finale dipenderanno inevitabilmente dai pregiudizi di
chi li ha in mano. I favorevoli affermeranno che, stando ai
kilowattora prodotti, l’energia nucleare è la più economica
fra le fonti disponibili. I de-
Reporter
nuovo
trattori contesteranno il costo
esasperato della costruzione
degli impianti.
Di sicuro c’è che l’adozione
del nucleare comporta una
serie di benefici direttamente
correlati, quelle che gli economisti chiamano “esternalità positive”. In una nazione
che investe sulla produzione di
primo impianto in Lazio ma il
futuro dell’energia, per il nostro
Governo, è ancora nell’atomo.
L’obiettivo è raggiungere con il
nucleare il 25 per cento del fabbisogno nazionale di energia
elettrica entro il 2030, ma le
scaramucce tra favorevoli e
contrari frenano una burocrazia di per sé già lenta, sol-
«La soluzione più razionale potrebbe essere
quella di ricorrere
a differenti modalità di produzione energetica»
centrali nucleari, l’industria
metallurgica riceve una spinta notevole, e il numero di posti di lavoro nel settore aumenta drasticamente. D’altro
canto, il plutonio che si può ricavare dagli “scarti” del reattore
può essere agevolmente riciclato per la produzione di
armi atomiche, come dimostra
un esperimento condotto in
India nel 1974.
Sono passati molti anni
dall’attivazione nel 1963 del
levando dubbi importanti.
In un sarcastico comunicato
stampa del Comitato Italiano
per il Rilancio del Nucleare
(Cirn), si legge che “da sempre le dighe che crollano seminano morte e distruzione.
Per il bene dell’Italia ed in
nome della sicurezza, chiudiamole immediatamente!”.
Il popolo di internet è diviso: i commenti fioccano,
l’argomento scotta. «Il nucleare è una forma d’energia re-
lativamente giovane e dal potenziale infinito: sarebbe stupido bandirla subito», si afferma da più parti. Pronta la risposta della fazione opposta:
«Gli incidenti catastrofici legati
al nucleare minacciano le vite
e le proprietà dei cittadini,
senza confini, per migliaia di
chilometri. Adottare questa
fonte energetica sarebbe un errore gravissimo».
La soluzione più razionale, a conti fatti, sembra essere quella di una joint venture fra differenti modalità di
produzione energetica. «È
importante avere a disposizione un’ampia scelta in questo senso», ha affermato Najmedin Meshkati, esperto in
sicurezza nucleare dell’Università della California del
Sud. «Così come sarebbe ingenuo investire tutto in un
solo pacchetto azionario, così
sarebbe saggio, per una nazione, avere un compendio
ben diversificato di fonti energetiche alle quali attingere,
per ridurre i costi e minimizzare i rischi ambientali».
Qui, dove le forze disgregatici interne sono forti, sia dal punto di vista
della religione che della divisione in
140 tribù, la repressione del regime
di Gheddafi è stata più violenta. In un
quadro così complesso, l’Europa ha
una grande responsabilità, quella di
non aver letto che il suo futuro è nel
Mediterraneo, zona di grande criticità
ma dalle potenzialità economiche inestimabili.
Cosa che hanno invece colto i paesi emergenti, Russia e Cina in primis,
che diventeranno presto gli attori
principali in questa incandescente
area del mondo. A queste si è unita
la Germania, non più legata a Usa e
Francia, colpevoli di un superato avventurismo politico e spinte a intervenire da ragioni di strategia interna,
in vista delle rispettive elezioni presidenziali.
Quello che si sta delineando è un
ambiente post-occidentale, in cui la
vera partita strategica si gioca sul Golfo. E l’Italia? Dopo la caduta di due
regimi amici, il governo aspetta le
mosse dei partner, all’interno di alleanze che non esistono più, come la
Nato, tecno-struttura che persino
gli Stati Uniti non sostengono da tempo, e agisce per evitare i danni, non
avendo la capacità di incidere sugli
eventi.
L’INDISCREZIONE
Luoghi per i siti in Italia,
ecco la lista “segreta”
■ Piemonte (3): vicino Vercelli; intorno alla Dora Baltea, a sud
di Ivrea.
■ Lombardia (3): a nord di Voghera; a sud di Mantova; a sud
di Cremona.
■ Veneto (4): a sud di Legnago, fra Adige e Po; sul delta del Po;
presso la foce del Piave; nella costa al confine con il Friuli.
■ Friuli Venezia Giulia (2): sulla costa al confine con il Veneto;
tra Spilimbergo e Latisana.
■ Emilia Romagna (3): la costa a nord, tra Ferrara e Ravenna,
e quella meridionale fino a Rimini; a nord di Fidenza.
■ Toscana (6): isola di Pianosa; la costa a nord di Piombino, fino
a Cecina, e quella a sud, fino a Follonica; costa di Grosseto;
a nord e a sud del Monte Argentario.
■ Lazio (3): Montalto di Castro; nell’area di confluenza tra
Nera e Tevere; Borgo Sabotino.
■ Campania (2): foce del Garigliano; foce del Sele.
■ Basilicata (?): tutta la costa ionica.
■ Molise (1): presso la foce del Biferno.
■ Calabria (4): area costiera di Sibari; tra il fiume Nicà e Cosenza;
vicino alla foce del Neto; tra il fiume Simeri e il fiume Alli.
■ Puglia (8): al confine con la Basilicata; a nord del promontorio del Gargano; vicino al Golfo di Manfredonia; a nord di Porto Cesareo; a sud di Gallipoli; a nord di Otranto; a sud di Brindisi; costa di Ostuni.
■ Sicilia (4): vicino al comune di Licata; tra Marina di Ragusa e
Torre di Mezzo; la costa intorno a Gela; a sud di Mazara del
Vallo.
■ Sardegna (6): presso la foce del Flumendosa; costa orientale
a nord e a sud del Golfo di Orosei; tra Pula e Santa Margherita
di Pula; a nord e sud del Golfo di Oristano.
R. d’E.
8 Aprile 2011
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Cronaca
Dall’Agcom arriva il via libera a Telecom per la demolizione. Solo a Roma quasi 4mila postazioni
Addio alle chiacchiere in cabina
Sono archeologia tecnologica, ma (su richiesta) se ne salverà qualcuna
Lorenzo d’Albergo
Fuori un cartello rosso che ne
preannuncia la demolizione, dentro
sporcizia e i resti di un pranzo lasciato a metà, bottiglia di birra compresa. Relegate allo stato di reperto
archeologico dal boom della telefonia mobile, che in media ha portato nelle tasche degli italiani più di un
cellulare a testa, le cabine telefoniche, con buona pace di Superman,
saranno smantellate al ritmo di
30mila l’anno. L’Agcom, il garante
per le telecomunicazioni, ha già
dato il via alla Telecom per le operazioni di rimozione. Ma è ancora
possibile salvarne qualche esemplare.
Prima di demolirle, l’operatore
deve apporre un cartello come quello sulla cabina all’incrocio tra via Nomentana e via Torlonia, in cui è indicata la data di rimozione. Nell’avviso si legge un numero di telefono
gratuito e un indirizzo e-mail ([email protected]). Dal momento dell’affissione, si hanno trenta giorni per chiamare o scrivere all’Authority e salvare l’apparecchio
sotto casa.
Soltanto nel Comune di Roma le
cabine a rischio smantellamento
sono 3.807. Gli unici sicuramente
IN & OUT
Una coda
all’inglese
davanti a una
classica phone
booth
britannica
A destra,
in via Torlonia
una delle cabine
da smantellare
con il cartello
che ne dà
l’annuncio
salvi dal genocidio tecnologico sono
quelli collocati all’interno di ospedali,
scuole, caserme, stazioni della metropolitana. Per gli altri, salvo l’intervento di qualche nostalgico, il futuro sembra essere segnato. I dati Telecom che prendono in considerazione gli ultimi dieci anni di vita delle cabine telefoniche sono impietosi: se nel 2000 le postazioni erano
300mila, oggi sono 130mila, una
ogni 450 abitanti contro una media
europea di una ogni mille; le con-
versazioni dalle cabine hanno subito una riduzione pari all’88 percento e l’80 percento degli apparecchi registra meno di tre chiamate al giorno. Un crollo quasi verticale.
Negli ultimi venti anni, le cabine
telefoniche, infatti, hanno perso la
fiducia degli italiani. Neanche la possibilità di inviare sms ha rinvigorito la popolarità delle postazioni
pubbliche. Sono state man mano
ignorate dai pendolari che, con le tasche gonfie di gettoni telefonici do-
rati, alzavano la cornetta per avvertire in ufficio o a casa del ritardo del
treno; dai manager, che vicino alla
carta di credito nel portafogli avevano sempre una tessera telefonica
per fissare pranzi d’affari e appuntamenti di lavoro; poi, dalle coppie
di fidanzatini, che creavano code interminabili fuori dalle cabine con
chiamate “zuccherose”; addirittura
da chi le usava per rivendicare attentati e assassinii durante gli Anni
di Piombo e ora agisce nascosto nel-
l’anonimato garantito da internet.
Sono le stesse categorie di telefonatori che oggi intasano l’etere di sms
e scattano foto con i cellulari, ormai
personalissimi computer portatili. Le
cabine telefoniche sono state consegnate al nuovo sottoproletariato urbano, quello multiculturale degli immigrati. Che, però, preferiscono far
viaggiare verso casa le proprie parole
sulle linee dei tanti call center internazionali, che negli ultimi anni
hanno invaso le piccole e grandi città italiane.
Ma i primi a mandarle, di fatto,
in pensione sono stati gli adolescenti,
attratti dal gusto perverso dei primi
vandalismi. Così capitava di telefonare osservati dal sorriso di una figurina scrostata del campione locale, rischiando di rimanere incollati
all’involucro di gomma americana
con cui la cornetta era stata abilmente confezionata. Poi, la situazione è degenerata: rifiuti, annunci
erotici e cornette distrutte. Di giorno improvvisati cassonetti della
spazzatura e di notte vespasiani
maleodoranti, i telefoni pubblici di
Roma sono spesso fuori servizio.
Così, il telefonatore da cabina è diventato un animale tanto raro da lasciare pochi dubbi al garante: via libera alla demolizione.
OSSESSIONE
Le volute della tangenziale
sopraelevata
che si insinuano
tra le abitazioni
a ridosso delle finestre
Andrea Andrei
Nessuno la vuole. O meglio,
nessuno vuole che le automobili la attraversino. Un “mostro” che crea disagi, inquinamento, rumore. Doveva essere chiusa al traffico, smantellata,
riconvertita in una zona pedonale, poi in un’area verde.
Eppure è ancora lì. Da quasi
quarant’anni la sopraelevata
della tangenziale est di Roma,
nella zona di San Lorenzo, si insinua indisturbata fra i palazzi del quartiere, mentre, tutt’intorno, nel corso degli anni,
le proteste e le polemiche non
si sono mai arrestate.
Certo, a essere brutta, è
brutta. Specie se la si guarda dal
basso, dalle strade del Pigneto
e di San Lorenzo. Per non
parlare della sporcizia che le
polveri sottili sprigionate dalle automobili diffondono tutt’intorno, posandosi sulle case
circostanti e annerendo indelebilmente qualsiasi cosa tocchino. Ma, percorrendola in
macchina, forse complice la
luce del sole di una mattina pri-
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Vita impossibile lungo la tangenziale, ma c’è un’alternativa all’abbattimento
Il sogno: un “mostro” per amico
maverile, questo mostro fa
meno paura. Anzi, diventa
persino godibile. Se non si ha
particolare fretta, procedendo
piano, da una parte si apre un
ampio panorama che, se si
apprezza il genere, è un bell’esempio di paesaggio “metropolitano”. A guardare meglio, però, ci si rende subito
conto dei disagi che l’imponente struttura crea ai cittadini che abitano le case che la
fiancheggiano. Basta voltarsi un
attimo dall’altra parte, volgendo lo sguardo oltre la strada, al
di là dei grigi pannelli anti-ru-
more, verso i palazzi. Lì, nonostante l’aria frizzantina e il
sole, le finestre sono tutte chiuse. Non ci sono panni stesi. Tra
i guard rail e le case ci sono due
metri di distanza. Praticamente, si ha la sensazione di entrare
con la macchina in casa di
qualcuno.
Che quel tratto di strada
debba essere chiuso al traffico,
è ormai opinione diffusa e
condivisa. Se ne parla seriamente dai primi anni Novanta e, in alcune occasioni, sono
stati anche fatti esperimenti in
tal senso. Tutto comincia nel
1994 quando la strada viene
chiusa per la prima volta nelle ore notturne, in via sperimentale (più tardi il divieto di
accesso dalle 23 alle 6 diventerà
definitivo); tre anni dopo, continuando le proteste, il comune stanzia dieci milioni di euro
per smantellarla; nel 2003 inizia la sperimentazione per trovare una soluzione: viene annunciato il progetto di demolizione, che avrebbe dovuto essere attuato entro il 2006. Progetto che, naturalmente, non è
mai andato in porto. Ora, con
la conclusione dei lavori di ri-
strutturazione della Stazione Tiburtina, dovrebbe essere liberato dal traffico un primo tratto, in zona Batteria Nomentana. Ma, se si riuscisse davvero
a eliminare l’interminabile via
vai di autovetture, che fine farebbe poi la sopraelevata?
Un suo smantellamento sarebbe molto costoso, e i disagi che ne potrebbero nascere
sono immensi. E poi, c’è a chi
il mostro piace. Addirittura, nel
2003, è nata un’associazione,
composta da una cinquantina
di architetti, di accademici e di
personaggi del cinema e dello
spettacolo (tra gli aderenti c’era
anche Mario Monicelli). Sono
“Gli amici del mostro”, e si dicono favorevoli alla chiusura
del traffico sulla sopraelevata
ma non al suo abbattimento,
auspicando una riqualificazione di quello che considerano un manufatto architettonico di rilievo.
Certo che, in presenza di
una soluzione vera che risolva
il problema (gravissimo) del
traffico, immaginare di poter
passeggiare su quel “mostro”,
magari abbellito da piante e verde, non suona affatto male.
Anzi, potrebbe addirittura diventare un valore aggiunto
per la città. Senza considerare
il salto di qualità della vita degli abitanti della zona, che potrebbero addirittura aprire le finestre per godersi l’aria primaverile. E perfino stendere i
panni.
Reporter
nuovo
Cronaca
In un’economia dominata dalle carte di credito, la vita dei truffatori è oggi più facile
Frodi reali per denaro virtuale
Skimming, trashing e trattenuta della carta le tecniche più usate
Raffaele d’Ettorre
Con l’adozione, nel 1971,
dei cambi flessibili, la moneta
ha generato un mondo a sé,
dove il denaro non ha più un
peso misurabile in oro ma
una valore puramente nominale. Una cifra sul conto corrente, un numero sul libretto
di risparmio. Il futuro dell’economia è ormai scolpito in
modo indelebile nelle bande
magnetiche delle carte di credito.
Secondo i dati forniti dalla
Banca d’Italia, i pagamenti effettuati tramite carta sono passati, dal 2002 a oggi, da 358
milioni ad oltre 500 milioni,
con un giro d’affari che è passato dai 33,799 milioni di
euro a circa 50 milioni di
euro.
Il piatto è ricco, e il mondo
del crimine non ha tardato ad
adeguarsi al nuovo standard: le
frodi con carta di credito rappresentano oggi uno dei modi
più diffusi per procurarsi del
denaro “facile”. La tecnica più
comune per contraffare la moneta “di plastica” è la clonazione della carta di credito
(62 per cento dei casi), seguita dal furto vero e proprio (circa il 20 per cento), ed infine la
clonazione della carta Bancomat (10 per cento).
La clonazione consiste nella duplicazione della carta (di
credito o bancomat) ad opera
di chi intende farne un uso illecito, dopo averne letto i dati.
Una truffa diffusa prevede
l’applicazione allo sportello
automatico di un dispositivo
che, una volta inserita la car-
PREVENZIONE
IN AZIONE
Simulazione
di prelievo
di contanti con
bancomat
clonato.
A fianco,
una vignetta
sul furto
d’identità
Dal blocco al recupero del credito
La clonazione delle carte è un fenomeno particolarmente insidioso,
in quanto il titolare solitamente si accorge dell’avvenuto uso illecito con un
ritardo spesso notevole. Il Centro per
i Diritti del Cittadino (www.codici.org)
ha pubblicato perciò una serie di
consigli per tutelarsi da eventuali
episodi truffaldini.
La prima mossa per limitare i danni è, ovviamente, contattare la banca
o la finanziaria che ha emesso la carta o il bancomat, e ordinarne il blocco. La chiamata è gratuita, e procurarsi
una lista dei principali numeri verdi
delle filiali più importanti è semplice:
basta una breve ricerca su internet o
una chiamata al relativo call center.
Il secondo passo è la denuncia, che
andrà sporta presso i Carabinieri o alla
Polizia: chiamando il 113 ed esponendo l’accaduto, le forze dell’ordine
sapranno indicare presso quale ufficio
rivolgersi. Una copia dovrà poi esse-
re inoltrata alla propria banca, allegata
a una raccomandata con richiesta
scritta di blocco.
Ora viene la fase più complicata:
chiedere il rimborso. In molti casi le
società emittenti delle carte di credito consentono di contestare gli addebiti fraudolenti, al fine di ricevere un
rimborso: basta scaricare dal sito della società emittente un modulo da
compilare per ricevere il rimborso. La
banca emittente, in quanto depositaria a titolo oneroso, è infatti da ritenersi sempre obbligata al risarcimento.
La maggior parte delle carte di credito attualmente in circolazione, poi,
sono assicurate contro questo tipo di
eventi e, se si dispone di una copertura assicurativa, ottenere il risarcimento diventa molto più semplice. In
caso contrario (o se la banca si rifiuta di risarcire il danno), si può decidere di far ricorso all’azione legale.
Quanto è possibile recuperare del
denaro speso a nostra insaputa? Dipende. Le carte coperte da assicurazione permettono un rimborso totale, fino al tetto prefissato all’apertura
del relativo conto corrente. Molte
carte, poi, hanno un limite di spesa
giornaliero, che tutela il cliente proprio da evenienze di questo tipo.
Ma il metodo più efficace per tutelarsi dalla clonazione rimane, ovviamente, la prevenzione. È importante dunque guardarsi sempre attorno
quando si fanno operazioni di prelievo presso gli sportelli; prestare attenzione a qualsiasi anomalia che si dovesse riscontrare negli spazi dello
sportello e nei sistemi elettronici utilizzati. Importantissimo, infine, controllare frequentemente la lista movimenti del proprio conto corrente,
per verificare prelievi anomali o addebiti inusuali.
R. d’E.
ta, la trattiene, in modo che il
distributore non riesca più a restituirla. Il cliente è confuso,
non può completare la transazione né riavere la carta: a
questo punto interviene il
truffatore che, fingendo di
prestare soccorso al cliente, lo
invita a digitare nuovamente il
pin, consentendogli così di
memorizzarlo. Subito dopo, il
furfante può recuperare la carta e utilizzarla con il pin appena memorizzato.
Un’altra tecnica largamente impiegata è quella dello
skimming. La parola deriva dal
verbo inglese to skim, che significa sfiorare, strisciare. Allo
sportello del bancomat viene
applicato un apparecchio (lo
skimmer, appunto) che, una
volta infilata la carta (una volta, cioè, effettuata la cosiddetta “strisciata”), memorizza i
dati contenuti nella banda
magnetica.
In alcuni casi, al posto della microtelecamera viene utilizzata anche una seconda tastiera, posizionata sopra quella dello sportello e dotata di sistema di decriptazione del codice digitato.
C’è poi il cosiddetto trashing: i malviventi vanno a
caccia degli scontrini delle
carte di credito che a volte i
possessori gettano via dopo un
acquisto. I dati così raccolti
vengono successivamente utilizzati per fare operazioni attraverso canali remoti, dove
non è necessario presentare fisicamente la carta per concludere l’acquisto (internet, ordini telefonici o postali, e così
via).
I segreti del “canale di pubblica utilità” affidato alla direzione di Aldo Papa
In Rai c’è del filo da ascoltare
Chiara Aranci
UTILITA’ Il direttore dei canali radio della Rai Aldo Papa
Reporter
nuovo
“State ascoltando un canale di pubblica utilità, direttore Aldo Papa”. E’ l’annuncio
cadenzato che irrompe durante le trasmissioni sul canale
100.3 fm. Ma la radio in sé
non è un mezzo di pubblica
utilità? Una risposta la si può
individuare. Il canale 100.3 fm
trasmette solo la filodiffusione, di quelli che sono definiti canali di pubblica utilità che
stando a quanto spiegato nel
sito Rai “sintetizzano per eccellenza la missione di servizio pubblico che la Rai deve
svolgere” .
La radiotelevisione italiana
li inserisce, infatti, nella divisione Radiofonia e sono il
canale radiofonico Rai-Isoradio che diffonde informazioni 24 ore su 24 sulla mobilità e più in generale sulla
pubblica utilità, il CCISS-Rai
che diffonde notiziari televisivi e radiofonici sul traffico
nazionale e locale e i canali
della Filodiffusione.
Ma se per i primi due è ben
chiaro il servizio di pubblica
utilità che offrono, per la filodiffusione la risposta sfugge. Ma che cos’è oggi la filo-
diffusione?
Nata nel 1958 per volontà
del Parlamento italiano, questo tipo di emissione è stata tra
le prime radio in Europa ad
utilizzare il telefono per l’invio delle trasmissioni e a costituire attorno al nucleo dei
suoi canali un universo culturale di vasta portata, comprensivo di tutte le esigenze
della società, per presentare la
nuova realtà industriale e culturale nazionale con una serie di iniziative di dedicate alla
crescita del paese. L‘intento
era quello di integrare le trasmissioni radiofoniche con
un nuovo sistema di diffusione e ricezione esente da disturbi e interferenze, di altissima qualità e di facile uso. Infatti, l’ascolto via cavo della Filodiffusione RAI presuppone
l’impianto sulla rete telefonica fissa di una centralina da
parte di Telecom (ai tempi
Sip), l’acquisto di un ricevitore
e la sottoscrizione di un abbonamento con Telecom. Si
riceve così via cavo e senza ulteriori esborsi i sei canali della Filodiffusione, dei quali i
primi tre attualmente irradiano le reti radiofoniche RAI
(RadioUno, RadioDue e Ra-
dioTre) mentre il Canale 4 Filomusic trasmette 24 ore al
giorno per 365 giorni l’anno
di musica leggera e il Canale
5 Auditorium 24 ore 24 ore al
giorno per 365 giorni l’anno
di musica classica. Il sesto è
un canale di servizio attualmente utilizzato per rendere
stereo il Canale 5 (la Filodiffusione è infatti monofonica,
trattandosi di un canale ad alta
fedeltà).
La Filodiffusione RAI è
ormai una struttura collaudata, che propone musica
leggera e classica per 24 ore al
giorno 365 giorni l’anno e
sempre senza nessuna interruzione pubblicitaria. Sarà
proprio questa la sua pubblica utilità?
8 Aprile 2011
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Costume & Società
All’opposto del trito luogo comune, gli zingari anni Trenta nella mostra di Jan Yoors a Roma
Belli, puliti (e buoni) i miei Rom
Fin da bimbino, il fotografo belga ha viaggiato con loro per sei anni
Chiara Aranci
Immagini di un mondo poco ritratto eppure molto conosciuto, immagini che per questo non sembrano appartenere a quella società così
come a noi pare di conoscerla. “Zingari il presente eroico” è il tema della mostra fotografica di Jan Yoors allestita alla Sala Santa Rita a piazza
Campitelli. Gruppi di bambini che si
mettono in mostra davanti alla camera e sullo sfondo una vecchia
carrozza di legno intarsiata, immagini
di festa, di cantastorie accompagnati dalle note di una fisarmonica, la
mano di una madre che accarezza la
propria figlia nel giorno del suo matrimonio, una bimba che gioca con
del filo spinato e guarda indispettita
chi probabilmente le dice di non farlo. Una quotidianità inesplorata quella di Jan Yoors che va ben oltre i luoghi comuni che da sempre accompagnano la parola “zingari”. Il suo lavoro è frutto di un’esperienza unica
che in maniera indissolubile lo legò
al mondo degli zingari per tutto il re-
sto della sua vita. A soli dodici anni,
nel 1934, Yoors andò a vivere con il
consenso dei genitori, vetrai belgi, con
un gruppo di rom lovara, provenienti
dai Balcani, e vi rimase sei anni
viaggiando attraverso tutta l’Europa
orientale. All’arrivo di un accampamento nei pressi della sua casa ad Anversa, in Belgio, iniziò a giocare con
i ragazzini del gruppo, inconsapevole
che quell’esperienza gli avrebbe cambiato la vita. Scoprì un mondo che
sentiva molto vicino e grazie alla straordinaria apertura mentale dei propri genitori (come scrisse nel libro
“Zingari, sulla strada con i rom lovara” del 1966, che raccoglie la prima parte di quella esperienza tanto
unica quanto incredibile) ebbe l’opportunità di immegervisi diventandone testimone dal di dentro. Le immagini esposte a Roma sono in gran
parte legate a quei sei anni vissuti con
la sua famiglia adottiva, lontane mille miglia da quelle che appaiono oggi
sui giornali o in televisione, dove domina la miseria e la sporcizia sullo
sfondo di vecchie e sgangherate rou-
ROM Alcuni momenti di vita fotografati da Jan Yoors
lotte. Gli uomini e le donne, sono vestiti con gli abiti tradizionali del
tempo, indossano i loro gioielli dell’antica tradizione, vi è dignità e
semplicità senza alcuna trasandatezza. I bambini sono in braccio ai rispettivi padri con i capelli al vento.
Le carovane, mezzo di spostamento
dei rom dell’epoca, sono di legno, tutte intarsiate con i colori dell’oro che
ricordano quelle del Mangiafuoco di
Pinocchio.
I bambini, ieri come oggi, esprimono tutta la loro gioia di vivere davanti all’obiettivo della piccola Kodak
di Yoors. Tutti sembrano esprimere la
loro fierezza nell’essere nomadi. La
compostezza di queste immagini
riesce a emozionare anche il visitatore
più prevenuto. La storia dei rom,
come quella degli ebrei, visse poi momenti bui negli anni della Seconda
guerra mondiale: anche loro finirono vittime delle persecuzioni naziste,
e la mostra vuol restituire a chi ha vissuto sempre ai margini della società,
un “presente eroico” fatto di piccoli
ma eterni istanti di vita.
Il direttore della Casa del Cinema guarda al futuro ma anche alle casse
Al via da qui le pellicole di domani
Registi emergenti e per ogni giorno un documentario
Andrea Andrei
L’Italia secondo il cinema.
Anzi, secondo la Casa del Cinema, che quest’anno, fra le altre iniziative, propone una rassegna dal titolo: “Nascita di una
nazione: il risorgimento nel
cinema italiano”, interamente
dedicata al centocinquantesimo
anniversario dell’Unità. Pellicole
di tutte le epoche, dalle più recenti (come “Una scuola italiana” di Angelo Loy e Giulio
Cederna) alle più antiche, come
“Nozze d’oro” di Luigi Maggi,
datato 1911. La rassegna sul Risorgimento fa parte di un programma più complesso, frutto
della nuova gestione “Zètema
Progetto Cultura”, succeduta a
quella dell’Azienda Speciale
Palaexpo.
Ne abbiamo parlato con
Caterina d’Amico, nuovo direttore della Casa del Cinema.
Direttore, quali sono le novità introdotte dalla sua direzione?
«Non posso dire se si tratti
di effettive novità. Io prima non
c’ero, e non voglio fare confronti con chi mi ha preceduto. Posso solo dire il mio punto di vista. Io ho più interesse
8
8 Aprile 2011
per il cinema emergente, quello che sarà il cinema di domani. Se la Cineteca Nazionale offre una programmazione che ripercorre le nostre radici, noi
guardiamo al futuro. Ho voluto dare particolare risalto al cinema documentario: oltre al cinema di finzione, sfruttando le
David Griffith e abbiamo scelto il nome “Nascita di una nazione”. È il nostro modo di celebrare l’anniversario dell’Unità d’Italia: raccontiamo la nascita della nazione italiana,
ogni film che proiettiamo è
come se fosse il capitolo di un
libro di storia».
«La Casa del Cinema purtroppo non può più
contare sull’aiuto economico del
Comune di Roma, ma deve finanziarsi da sola»
nostre tre sale, facciamo in
modo che la programmazione
offra un documentario tutti i
giorni».
Uno sguardo al futuro, sì,
ma in occasione della rassegna
sul Risorgimento, la Casa del
Cinema strizza l’occhio anche
al passato…
«Sì, è una rassegna storica
che organizziamo in collaborazione con la Cineteca Nazionale e con il Museo del Cinema di Torino. Si tratta di film
finora conosciuti soprattutto da
specialisti e meno dal pubblico più vasto. Abbiamo parafrasato un celeberrimo film di
Parliamo d’altro. Il cambio
di direzione della Casa del Cinema ha suscitato parecchie
polemiche che riguardavano
soprattutto il Comitato di Indirizzo, composto per la maggior parte da imprenditori e
non da specialisti.
«Gli imprenditori che fanno parte del comitato sono
tutti esperti di cinema, a cominciare da Riccardo Tozzi,
dell’Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali, ndr), e da Fabiano Fabiani, presidente dell’Associazione Produttori Televisivi. Poi
c’è Giampaolo Letta, come rappresentante di Unindustria,
che produce cinema da trent’anni. Un Comitato di Indirizzo
non deve dare direttive di tipo
artistico, come decidere ciò
che deve essere messo in programma. Se all’interno del comitato ci sono dei rappresentanti della Rai e i produttori dell’Anica, che magari scelgono di
tenere conferenze stampa e altri eventi all’interno dei nostri
spazi, e che in questo modo ci
permettono di sostentarci, perché no? Non ci vedo assolutamente nulla di sbagliato. Anche
perché la Casa del Cinema,
oggi, purtroppo non può più
contare sull’apporto economico del Comune di Roma, e deve
trovare il modo di finanziarsi da
sola. E poi facciamo tutti lo stesso mestiere. Tutti noi lavoriamo
nel mondo del cinema. Trovo
che polemiche del genere molto spesso siano strumentali.
Bisognerebbe sempre vedere i
fatti, prima di fare processi alle
intenzioni. Si è parlato di snaturamento di questa struttura.
Ma io amo profondamente il cinema, e sono qui solo per cercare di fare del bene a questa industria».
FUTURO La sede della Casa del Cinema a Villa Borghese
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Settimanale della Scuola Superiore di giornalismo “Massimo Baldini”
della LUISS Guido Carli
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