Anno IV - Numero 24 Settimanale della Scuola Superiore di Giornalismo della Luiss Guido Carli Reporter 8 Aprile 2011 nuovo Europa Handicappata? Colpa dei leader Un simil-Iri? Sircana: forse, se Tremonti... Telefoni Addio cabine a gettoni Casa del Cinema Al via da Roma le pellicole-novità L’ALTRA META’ DEL CIELO DONNE PILOTA: IN FRANCIA VIRGINIE, LA PRIMA LEADER DI FRECCE TRICOLORI Politica A colloquio con il professor Corneli che conferma la crisi europea delineata dall’Economist Ue handicappata? Colpa dei leader Sono troppo legati ai problemi interni, non fanno più politica estera SARKOZY MERKEL Le due facce di Nicolas Le paure di Angela Centravanti in trasferta, stopper in casa. La metafora calcistica esprime una linea politica che si sdoppia a seconda se la partita si gioca tra le mura amiche oppure no. Le elezioni cantonali hanno confermato l’ascesa a destra del Front National di Marine Le Pen e il consenso di Sarkozy non è mai stato così basso. Sono lontani i tempi della rupture sbandierata dopo l’insediamento all’Eliseo nel 2007. La crisi economica non ha risparmiato l’Esagono e l’unica riforma significativa, quella delle pensioni, ha spaccato il paese provocando violente manifestazioni di protesta. Così la politica estera è diventata l’occasione per cercare di riacquistare credibilità tra i francesi. L’aggressivo interventismo mostrato durante la campagna di Libia, dopo i tentennamenti durante le crisi in Tunisia e in Egitto, ha provocato forti tensioni all’interno dell’Unione europea. L’asse con Cameron ha fatto da contraltare all’immobilismo tedesco e la transizione verso il comando Nato è stata difficile. Le rivolte nordafricane hanno poi acuito l’emergenza immigrazione nel Mediterraneo e la tolleranza zero francese, concretizzatasi con la politica dei respingimenti, ha provocato turbamenti diplomatici con l’Italia e la disapprovazione dell’Ue. Un leader senza coraggio. E’ questa la critica principale che viene rivolta all’attuale Cancelliera tedesca, in carica dal 2005. Nonostante la Germania sia uscita quasi indenne dalla crisi economica globale, con tassi di crescita da record, il consenso della Merkel è sceso progressivamente nel corso degli anni. La disfatta nelle ultime elezioni regionali testimonia, infatti, come la sua leadership politica sia stata intaccata dallo scarso decisionismo. Le ultime due emergenze mondiali hanno confermato questa tendenza. Il mancato intervento in Libia e il repentino dietrofront sul nucleare dopo la tragedia di Fukushima alimenta l’impressione di un leader fragile che poco si addice al comando del più influente stato europeo. Risuona ancora l’eco dei tentennamenti nelle operazioni di salvataggio degli stati più colpiti dalla crisi economica, con la minaccia di uscire dalla zona Euro. Tutto questo ha alimentato le perplessità dell’Europa nella leadership teutonica e degli stessa elettori tedeschi nei confronti della Cancelliera. Un paradosso, se si pensa che le scelte di Angela sono il frutto del timore di una reazione negativa dei suoi concittadini. ZAPATERO Rivoluzione incompiuta Due mandati possono bastare. In carica dal 2004, Zapatero dice stop e annuncia che alla prossima tornata elettorale lui non ci sarà. L’uomo che ha cambiato la Spagna con le sue riforme in campo sociale è inciampato sulla crisi economica, che ha messo in ginocchio il paese iberico. Tra il 2008 e il 2010 la disoccupazione è più che raddoppiata e il governo socialista è stato costretto a manovre correttive “lacrime e sangue” che hanno creato malcontento nella popolazione. Lo scintillante modello spagnolo decantato nei primi anni del suo mandato è così un pallido ricordo, nonostante leggi innovative come quella sulla tv, sulla famiglia e sulla ricerca scientifica. Osannato a sinistra ma denigrato dai cattolici, il leader socialista è stato per anni un’icona rossa anche a livello europeo. Viva Zapatero è il titolo di un famoso film della Guzzanti ma anche un ideale apprezzamento per una politica lontana dal conservatorismo imperante. Una risposta socialista alla sinistra “liberal” di Blair. Ma alla lunga, una parte del vecchio continente e della comunità internazionale ha mal tollerato il non interventismo spagnolo in politica estera sovrapposto al peso comune da sopportare per il salvataggio economico di Madrid. IMPIETOSA La sferza del vignettista dell’Economist sui quattro leader europei U na vignetta dissacrante per descrivere l’immobilismo dell’Europa. Visti dall’Economist, i leader più influenti del vecchio continente non stanno molto bene: Zapatero e la Merkel ingessati, Sarkozy novello Napoleone, Berlusconi nudo e intento a coprirsi le parti intime. Il titolo dell’articolo, “L’Unione handicappata”, tratteggia i contorni dei problemi dei boss europei in patria che inevitabilmente si riflettono sull’efficienza dell’Ue. Su tutto questo abbiamo chiesto un parere ad Alessandro Corneli, esperto di relazioni internazionali e geopolitica. Professor Corneli, l’Economist di questa settimana scrive che la debolezza dei leader nazionali sta paralizzando le decisioni dell’Unione Europea. E’ d’accordo con questa visione? «Sì, certamente. Oggi tutti quanti i leader dei paesi europei pensano soltanto ai problemi interni. Zapatero ha detto che non si ricandiderà perchè la situazione spagnola è abbastanza difficile, con un’alta disoccupazione. La Germania ha una situazione anomala, con uno scarso consenso per la Merkel nonostante una situazione economica florida». E Sarkozy? «Anche lui ha gli stessi problemi di consenso degli altri. Ma valutato in una prospettiva europea il suo interventismo in Libia va visto come un tentativo di riaffermare il suo ruolo in politica estera, dove la Germania non l’avrebbe seguito, sapendo che sul piano economico la lea- dership tedesca è inattaccabile. La Merkel si è defilata dai problemi del Mediterraneo perchè ha raggiunto degli accordi strategici con la Russia per quanto riguarda le forniture di gas e di petrolio». La difficoltà di trovare una linea comune nella crisi libica è un po’ lo specchio di questa Ue frammentata? «Non è lo specchio ma la conclusione. Dopo l’undici settembre 2001 l’Ue ha avuto come punto di riferimento gli Stati Uniti ed è sempre stata incapace di prendere una decisione unanime. Basti pensare alla guerra in Iraq o a quella in Afghanistan. Alla linea Bush hanno aderito solo alcuni paesi europei. E Ne sono una prova le difficoltà per la crisi libica Obama si è contraddistinto per contraddizioni che avrebbero disorientato chiunque». Quanto incide la campagna elettorale permanente, con i leader che devono dare conto ai propri elettori in vista di una ricandidatura? «Incide moltissimo, perchè i leader seguono i sondaggi e l’opinione pubblica. Ormai la politica estera sta scomparendo, perchè sono i problemi interni quelli predominanti, in quanto i leader devono avere un consenso interno. La Merkel, Berlusconi, Sarkozy non sono eletti dai tunisini o dai libici ma sono eletti dai loro concittadini e quindi devono soddisfare le loro esigenze». Un dato costante però emerge. L’Italia ha sempre un’immagine negativa nella stampa internazionale. Perchè secondo lei? «A mio avviso questo deriva dalle strategie di politica estera che hanno caratterizzato il nostro paese in tutta la sua storia, da Cavour a Berlusconi, passando per Giolitti, Mussolini e De Gasperi. Ovvero quello di cercare di essere presenti, con il minimo sforzo, cercare di fare i mediatori. E’ il modo in cui spendiamo le nostre scarse forze a disposizione». Nonostante l’Economist sia un settimanale inglese, nell’articolo non si parla di Cameron. Qual è il ruolo della Gran Bretagna nello scacchiere europeo in questo momento storico? «Il peso della Gran Bretagna è sempre stato difficile da definire. Tradizionalmente l’interesse britannico è sempre stato quello di impedire che in Europa si formi un’unica potenza dominante. Ma secondo me non si parla di Cameron in questo contesto per due motivi: da un lato si vuole appiattire il Regno Unito alla posizione americana, in virtù dei rapporti privilegiati che intercorrono tra i due stati. Dall’altro perchè il leader inglese si era troppo esposto con i francesi e quindi c’era il rischio di apparire in posizione subordinata alla Francia. Una cosa che gli inglesi non possono accettare». BERLUSCONI Vent’anni di acrobazie Silvio forever. Il titolo dell’ultimo film su Berlusconi è il manifesto ideale per spiegare l’egemonia politico – economica che ha contraddistinto l’ultimo ventennio italiano. L’alternanza tra governi di centrodestra e centrosinistra non intacca l’assoluto protagonismo del Cavaliere sulla scena nazionale. Demonizzato dall’opposizione e santificato dai sostenitori, Berlusconi è riuscito a sopravvivere sulle montagne russe della politica attraverso un monopolio mediatico e un solido consenso dei ceti medio bassi. Leader di una maggioranza perennemente in bilico, caratterizzata da un cronico immobilismo parlamentare, ha resistito ai processi e agli scandali che hanno contrassegnato gli ultimi anni del suo esecutivo. Ma se in patria queste vicende hanno di poco scalfito la sua immagine, all’estero la sua credibilità è ai minimi storici. La stampa internazionale non perde occasione per denigrare il suo operato nella vita pubblica e privata e il ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale è caratterizzato da debolezza e ambiguità. La gestione della crisi libica, dove pesano i controversi rapporti d’interesse con Gheddafi, è solo l’ultimo caso che testimonia questa tendenza. Pagina a cura di Marco Cicala 2 8 Aprile 2011 Reporter nuovo Economia Resuscitare l’Iri? Ne parliamo con l’economista Franco Sircana, già dirigente dell’istituto «Ma Tremonti ha le mani legate» L’iniziativa, se aggiornata, potrebbe funzionare. Il nodo è nel vertice del Pdl Lorenzo d’Albergo Proteggere da scalate straniere le nostre “imprese strategiche”. È questo l’obiettivo del ministro dell’Economia e della Finanza Giulio Tremonti, da realizzare attraverso la creazione di un istituto molto simile all’Iri, quell’Istituto per la ricostruzione industriale che fino ai primi anni Settanta assicurò la ripresa economica dell’Italia post-bellica. Ma in una versione rinnovata. Lontana da quella degli ultimi venti anni di vita della prima incarnazione dell’istituto, che per Franco Sircana, economista ed ex dirigente dell’Iri, «meritava di chiudere molto prima. Negli anni Settanta iniziò a dimostrare la sua scarsa aderenza all’evoluzione del mercato. Era stata infettata dalla malattia del clientelismo». Una deriva che Sircana, insieme ad altri funzionari, cercò di denunciare in un documento ripreso da tutte le testate italiane più importanti. Ma senza troppa fortuna: «Arrivammo tardi. Rovesciare la situazione era impossibile. L’Iri si era statalizzato e le sue decisioni non dipendevano più dal mercato. L’istituto abban- OSTAGGIO Il ministro dell’economia Giulio Tremonti tra quelli che vengono definiti i suoi “burattinai” donò la sua funzione di supplenza della classe imprenditoriale». Proprio la missione che il ministro dell’Economia progetta di affidare al nuovo Iri, una società controllata dal suo dicastero e da 66 fondazioni bancarie, che si baserebbe sui capitali della Cassa depositi e prestiti. Per Sircana, «Tremonti è uno che pensa. Ma è costretto a farlo in via riservata. È l’unico ad avere il senso del sistema. Purtroppo è prigioniero del suo schiera- mento politico». Secondo l’ex funzionario dell’Iri, il nodo da sciogliere è nel vertice del Paese: «Berlusconi è l’esaltazione del capitalismo monopolista, mentre Giulio Tremonti è un pragmatico con le mani legate». Così, il ministro non può permettersi di proporre riforme alla Bersani. Aizzerebbe contro il presidente del Consiglio buona parte del suo elettorato. «Penso agli ordini professionali - spiega Sircana -, che un liberista come Tremonti vorrebbe eliminare: parliamo di un milione e mezzo di persone pronte a modificare il proprio voto se venissero tolti loro i privilegi di categoria». Ma, nonostante la sfida interna e le critiche degli opinionisti, Tremonti ha ricordato con nostalgia i tempi d’oro dell’Iri. «Manchiamo di grandi soggetti economici e va accettato il fatto che a volte serve un surrogato di quello che manca. Bisogna organizzare una difesa a livello na- zionale». Secondo l’economista, infatti, il rischio è quello di continuare a far cadere nelle mani di imprenditori esteri le nostre imprese: «La spartizione del capitale italiano dopo la crisi politicoistituzionale del 1992 è stata unidirezionale. Qualcosa di consistente arrivò dalla Germania con gli affari TerniThyssenKrupp e Italtel-Siemens. Ma il grosso delle acquisizioni fu francese». La Banca nazionale del lavoro è a guida transalpina e i francesi siedono nel comitato esecutivo di Mediobanca. «Mettono le mani sui dossier delle nostre aziende in crisi e influenzano le decisioni delle nostre banche», dice preoccupato Sircana. Il decreto sarà esaminato dalla Commissione europea, dove sarà valutato molto attentamente. «Non è un caso che Tremonti abbia preso spunto dall’esperienza del Fonds stratégique d’investissement - spiega Sircana -. Il commissario per il mercato interno a livello comunitario è un francese, Michel Barnier. È un modo per tutelarsi». E tutelare le aziende italiane, facendosi amico il “nemico” francese che è diventato un ospite fisso del nostro mercato. Presentato alla Luiss il volume del prof. Mario Morroni sulla competitività delle aziende Quando l’incertezza fa bene all’impresa Ida Artiaco Incertezza e innovazione vanno a braccetto nel mondo dell’economia. E soprattutto delle imprese, che, in presenza di asimmetrie formative e limiti cognitivi, possono aumentare la propria competitività, determinata dall’interazione positiva di tre elementi: i costi di transizione, lo sviluppo di economie di scala e, soprattutto, delle competenze. Questo il tema al centro del volume “L’impresa competitiva. Conoscenza e sviluppo in condizioni di incertezza”, a cura di Mario Morroni, docente di Economia politica presso l’Università di Pisa, edito da Luiss University Press e presentato nell’ateneo romano in ricordo di Alberto Cerrone, ex leader dei Giovani industriali e grande Reporter nuovo studioso della cultura d’im- minaccia nucleare, così come nologico e migliorare rispetpresa, a dieci anni dalla sua l’insolvenza possibile per al- to ai competitori», ha dichiascomparsa. All’evento han- cuni stati dell’Unione europea rato Fumagalli. Parola d’orno partecipato Luigi Abete, a causa dell’aumento del de- dine: conoscenza. Oltre agli presidente Bnl-Bnp Paribas, bito pubblico hanno messo in incentivi, alla base delle imInnocenzo Cipoletta di Ubs luce i limiti di una teoria per prese ci devono essere, per il Italia, e Aldo Fumagalli, nu- cui gli eventi e i loro esiti sono loro successo, le motivazioni. mero uno della commissione prevedibili, e che ha portato Anche perché è cambiato l’ogsviluppo sostegetto di nibile di ConfinproduzioOltre agli incentivi, alla base delle imprese dustria, che hanne delle no analizzato i aziende ci devono essere, punti fondastesse: il mentali del lacliente per il loro successo, le motivazioni voro di Morroni. non chieIl discorso sulla de più agli capacità delle imprese di su- alla crisi economica. «L’in- imprenditori di essere forniperare la crisi- dice l’autore- è certezza deve però essere per tori di commodities, beni per quanto mai attuale, in un gli imprenditori, che si con- cui c’è domanda ma che sono momento in cui numerosi frontano con dimensioni spa- offerti senza differenze qualisono gli elementi di incertez- ziali e temporali diverse ri- tative sul mercato, ma di serza, cioè tutti quegli eventi im- spetto al passato per effetto vizi e soluzioni dei propri previsti, di grandissimo im- della globalizzazione, un’oc- problemi, che necessitano a patto, che Nassim Taleb ave- casione in chiave competitiva, loro volta di forte conoscenva definito “il cigno nero”. Il per trovare nuovi stimoli per za e competenza. Nell’ecoterremoto in Giappone e la un salto dimensionale e tec- nomia di oggi, il prezzo non è elemento unico di giudizio e scelta a favore di una impresa: sempre più, contano il rapporto fiduciario tra cliente e businessman e la capacità di quest’ultimo di rispondere in maniera adeguata alle esigenze del primo. Fondamentale è il ruolo dei vertici delle aziende, soprattutto nelle piccole imprese, come evidenzia Cipolletta, in cui è necessario mettere a punto procedure per tradurre la conoscenza dell’imprenditore in comunicazione ed elemento di trasmissione. La loro debolezza sta nella eccessiva verticalizzazione della propria struttura e nella mancata razionalizzazione. Per la loro crescita, importanti diventano, secondo Abete, l’associazionismo imprenditoriale e le relazioni industriali. LA “FORMULA” Dai successi Alla deriva Partitocratica Banche, industrie siderurgiche, meccaniche e alimentari. E ancora, Rai, trasporti e telecomunicazioni. Sebbene nato proprio nel mezzo del ventennio fascista, l’Iri di Beneduce, operando in un regime di autonomia, trainò lo sviluppo economico italiano. Chiuso il secondo conflitto mondiale, con 57 miliardi di euro investiti in 17 anni, l’Iri collezionò una serie di successi fondamentali per il rilancio del Paese: quattro milioni di posti di lavoro in più, la crescita del reddito medio e del prodotto interno lordo di circa cinque punti percentuali all’anno. Una “formula” presa a modello dall’Europa e, in particolare, dai laburisti inglesi. Poi, il passaggio all’Iri “finanziario”, quello guidato dagli uomini che più di tutti hanno rappresentato il malcostume della spartizione partitica. Con la fine della spinta propulsiva democristiana, sostituirono i manager legati al credo della produzione. L’istituto entrò in crisi, fino alle estreme conseguenze, come si legge in 19631982 - I venti anni che sconvolsero l’Iri, l’analisi storica ed economica della deriva clientelare a firma dell’ex dirigente Carlo Troilo. La ricerca tronca la sua narrazione a dieci anni dal convegno economico sul panfilo da crociera “Britannia”, ospiti il Direttore del Tesoro, Draghi, e l’ultimo presidente dell’Iri, Prodi. Un incontro che si concluse con le privatizzazioni in saldo di alcune tra le più importanti industrie e banche italiane. L. d’A. 8 Aprile 2011 3 Primo Piano L’altra metà del cielo. Già nella seconda guerra mondiale molte le donne a bordo di aerei, dalla sovietica Litviak alla nazista Uhse. Ma la più celebre è una giovane mamma che sfreccia a 600 Km all’ora IN AZIONE Virginie Guyot ai comandi del suo jet. A fianco, appena tornata da una missione. Sotto, al centro, unica donna di un equipaggio di otto piloti Virginie e le altre top gun È leader delle frecce tricolori francesi, unica al mondo U n’esistenza a 600 chilometri all’ora, sospesa tra i fumi patriottici della Patrouille de France e i cieli di mezzo mondo. Virginie Guyot è la prima donna pilota leader di un corpo acrobatico militare, una sorta di frecce tricolori d’Oltralpe, creato nel 1931 e tra i più prestigiosi del pianeta. Minuta, occhi azzurri e caschetto biondo, la top gun in gonnella non ama definirsi un simbolo. “Ho avuto fortuna – ha raccontato in un’intervista – e ho lavorato per realizzare questo mio sogno. In questa squadra sto bene, prima di essere una donna sono un pilota”. Guyot, 34 anni e una bimba piccola da accudire, fino a qualche tempo fa “viaggiava” su Mirage F 1, gli aerei utilizzati in missioni di guerra come l’Afghanistan. “Pilota di caccia e pilota acrobatico sono due mestieri diversi – ha spiegato - ma in entrambi bisogna essere professionisti. Quando si è a velocità così elevate si ha solo un istante Gli autobus fermi al capolinea di piazza Thorvaldsen a Roma sembrano guardare con la giusta riverenza i “cugini in tenuta mimetica” che campeggiano di fronte a loro. Veicoli militari, gommoni della guardia di finanza e perfino un jet originale delle frecce tricolori. Tutti in bella mostra per festeggiare i 150 anni dell’Unità, ricordando il contributo significativo delle nostre forze armate: aeronautica, carabinieri, esercito, guardia di finanza e marina. L’esposizione, realizzata nell’ambito della kermesse “Regioni e testimonianze d’Italia”, proseguirà fino al 3 luglio. Nonostante sia mercoledì mattina, sullo slargo c’è un andirivieni di amatori muniti di 4 8 Aprile 2011 per prendere le decisioni”. Quella della cloche in rosa non è soltanto una tendenza transalpina. Con l’inizio del nuovo millennio il gentil sesso nostrano è sbarcato all’Arma Azzurra con oltre 500 tra ufficiali, marescialli e volontari. E il diploma delle prime quattro donne pilota. L’hangar in gonnella è stato sdoganato anche all’estero, tanto che lo scorso settembre l’universo femminile dell’aeronautica si è dato appuntamento a Venezia per il quarto raduno internazionale Fly donna. La tradizione delle top gun viene da lontano. Tra gli esempi di coraggio che hanno caratterizzato la seconda guerra mondiale c’è Lidiia Litviak, l’asso dell’aviazione sovietica, conosciuta come la Rosa bianca di Stalingrado. Superata l’iniziale ostilità dei colleghi maschi, Litviak portò a termine a bordo del suo Yak-1 168 missioni, conqui- stando dodici vittorie individuali e tre condivise. Con i trionfi militari, giunsero anche i primi riconoscimenti. Nel febbraio del 1943 Lidiia fu insignita dell’Ordine della Bandiera Rossa. Poi arrivarono la promozione a sottotenente e a tenente. Quell’estate la sua fama era all’apice. Il primo agosto, mentre scortava una squadriglia di bombardieri di ritorno dalla battaglia di Kursk, il caccia con il fiore bianco fu intercettato da una squadriglia tedesca. Liidia riuscì ad abbattere due aerei prima di venire colpita a morte dal fuoco nemico. Il 5 maggio 1990 Mikhail Gorbacev le conferisce l’onorificenza di eroe dell’Unione Sovietica e Liidia diventa il simbolo ideale di quei 25 milioni di russi che persero la vita nella seconda guerra mondiale. A onor del vero anche l’aviazione tedesca era costellata da donne pilota. Tra le più famose, Beate Uhse, ex top gun nazista, poi atterrata nel nebuloso mercato del porno gadget. In mostra a Valle Giulia una rappresentanza delle dotazioni militari italiane Ecco l’esercito (con pochi mezzi) macchina fotografica e telecamera, pronti a immortalare i mezzi blindati di oggi e di ieri. Sì, perché il museo a cielo aperto è un caleidoscopio di emozioni, dalle battaglie risorgimentali agli interventi militari più recenti. Ad accogliere i visitatori all’ingresso della mostra troneggia un lince di ultima generazione, il mezzo salito alla ribalta delle cronache dopo una serie di attentati – in alcuni casi mortali - ai convogli italiani in missione in Afghanistan. Dalle colonne dei giornali, esperti ed esponenti dell’esercito di- squisirono sui punti deboli del gigante blindato. Tra i quali la cosiddetta “torretta”, che avrebbe esposto il militare a rischi eccessivi. A fianco al lince si affaccia il fratello “più anziano”, un esemplare del 1941, utilizzato durante la seconda guerra mondiale. Anche i veicoli dei carabinieri fanno la loro parte. Un’Alfa Romeo Giulia degli anni ’70 scintilla sotto il sole romano, facendo rivivere ai nostalgici le atmosfere roventi del periodo delle con- testazioni. Pochi metri più in là, lo stesso modello di automobile dei nostri giorni. Tra il cemento della piazza e gli alberi di villa Borghese, svettano le imbarcazioni e i gommoni della marina militare. Mezzi di cui si parla tanto in questi giorni di sbarchi a Lampedusa. Non mancano neppure le motociclette, su cui carabinieri di ieri e di oggi hanno compiuto le loro missioni. Ma ad attrarre maggiormente l’attenzione dei visitatori ci pensano i due ae- Pagina a cura di Emiliana Costa roplani parcheggiati nella piazza. Per l’occasione allestita ad hangar. Il primo è un jet delle amatissime frecce tricolori, i velivoli che durante le cerimonie ufficiali illuminano i cieli italiani con le tonalità della nostra bandiera. L’altro bimotore è un caccia militare degli anni ’40. Sui pannelli che incorniciano l’esposizione sono raccontate storie e aneddoti delle forze armate. Mentre all’interno dello stand informativo, per i più appassionati, è possibile sfogliare testi di approfondimento. L’ESPERTO Ma su Marte ci andrà un uomo Il gentil sesso conquista l’aeronautica militare e compie passi da gigante anche in quella spaziale, affiancando sempre più spesso i colleghi uomini in missioni “impossibili”. Ne parliamo con Federico Franzè, direttore tecnico fitness del Due Ponti Sporting Club. Franzè, in che misura è attrezzato il corpo delle donne per incarichi apparentemente maschili? «Non esistono incarichi only for men, ma differenze fisiche e ormonali che distinguono l’uomo dalla donna. L’universo maschile è dotato di una resistenza fisica superiore a quella delle omologhe in rosa. Differenza che è comprovata scientificamente». Esiste un limite fisico oltre il quale, a differenza degli uomini, non possono spingersi? «Il limite esiste, perché l’uomo geneticamente ha una forza e una massa muscolare superiore a quella delle donne. Se c’è un parametro da raggiungere, come nel caso del pilotaggio, non è detto che le signore non possano riuscirci. Ma hanno bisogno di maggior allenamento». Possiamo dire che le donne, attraverso la pratica, potranno un giorno surclassare i colleghi uomini e magari arrivare su Marte? «Casomai quelli che non sono allenati. Il gentil sesso può superare i maschietti, ma non quelli addestrati a dovere. Le differenze ormonali sono alla base di tutto, anche nelle diversità fisiche che distinguono gli uomini bianchi da quelli di colore». Reporter nuovo Mondo In una tavola rotonda il vero significato delle rivolte a domino dell’Africa mediterranea Via l’ Occidente dal mondo arabo In agguato le potenze del Bric, a cominciare dalla Russia e dalla Cina Ida Artiaco Gli sms al posto delle molotov, twitter al posto delle pietre. L’incedio democratico divampato nel mondo arabo ha assunto le caratteristiche peculiari del mondo del web 2.0 e si è presto trasformato nella più grande sollevazione popolare del ventunesimo secolo. Alcuni l’hanno ribattezzata “La rivoluzione dei gelsomini”, altri “La primavera araba”. La verità è che in tutti i paesi africani del Mediterraneo, dalla Tunisia all’Egitto, dalla Libia al Bahrein, passando per la Siria e lo Yemen, il popolo è sceso in piazza per rivendicare il diritto alla libertà, dopo anni di aspettative frustrate e di umiliazione soprattutto tra i più giovani, specchio della politica dei loro leader autoritari e filo-occidentali. Un vero e proprio effetto domino. Un’onda d’urto, all’origine dello tsunami di proteste dalle conseguenze ancora imprevedibili. Di questo e della responsabilità dell’Europa nella gestione della crisi araba si è discusso alla tavola rotonda “Mediterraneo 2.0”, promossa dall’associazione “Civita”, in cui sono intervenuti Stefania Craxi, sottosegretario agli Esteri, Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica “Limes”, il generale Car- PROTESTA Piazza Tahrir al Cairo è diventata incipit e simbolo dell’onda d’urto democratica nei paesi dell’Africa del Nord lo Jean e il deputato democratico Alessandro Maran. Tutti concordi sul ruolo imprescindibile dei social network Twitter e Facebook, e della televisione, in particolare Al Jazeera e Al Arabiya, come canali di mobilitazione, in grado di aggiornare in diretta sull’evoluzione della rivolta e di mostrare senza filtri le immagini della protesta. Sullo sfondo, la fragilità di paesi come l’Iraq e l’Afghanistan. All’origine del fenomeno ci sarebbero forze incancrenitesi nel corso degli anni, un mix letale di crisi dei regimi al potere e di aspettative deluse di popolazioni, in cui il cinquanta percento ha meno di venticinque anni, sui cui si è abbattuta la crisi economica internazionale. Saltato il tappo della repressione poliziesca, la libertà si è rivelata universale aspirazione. Ma attenzione a non generalizzare: « Non esiste uno standard unico per tutti questi paesi, diversi tra loro, come diversa è la posta in gioco, anche se si tende al corto circuito a livello mediatico», ammonisce Caracciolo, per il quale l’unico elemento comune alle rivoluzioni è la fine della “fase occidentale”, cominciata cinquant’anni fa con il trattato di Suez tra Egitto, da un lato, e Francia e Inghilterra, dall’altro. Mai si era visto un leader arabo cacciato dal proprio popolo, come nel caso di Mubarak al Cairo e Ben Alì a Tunisi, entrambi amici delle potenze dell’Ovest, tra cui l’Italia, che molti hanno definito “democrature”, per la loro politica dittatoriale più debole. Diverso è il discorso per la Libia. Dopo Fukushima, si ravviva anche nel nostro Paese il confronto sull’atomo Nucleare, il nocciolo del problema Raffaele d’Ettorre La catastrofe nucleare che si sta consumando in questi giorni nella centrale di Fukushima ha smosso il braciere internazionale di un dibattito mai sopito. In un mondo il cui futuro sembra ormai scandito dal battere incessante delle ultime gocce di petrolio che vanno prosciugandosi, c’è chi si appiglia all’atomo come una più che necessaria panacea. E chi, invece, analizzandone costi e rischi, ne deduce che il prezzo del biglietto è troppo alto, la destinazione ancora incerta. I fatti relativi all’implementazione del nucleare risultano di difficile lettura, il rischio faziosità è sempre molto alto. Prendiamo la questione del rapporto costo-efficienza: l’analisi dei dati e la stima finale dipenderanno inevitabilmente dai pregiudizi di chi li ha in mano. I favorevoli affermeranno che, stando ai kilowattora prodotti, l’energia nucleare è la più economica fra le fonti disponibili. I de- Reporter nuovo trattori contesteranno il costo esasperato della costruzione degli impianti. Di sicuro c’è che l’adozione del nucleare comporta una serie di benefici direttamente correlati, quelle che gli economisti chiamano “esternalità positive”. In una nazione che investe sulla produzione di primo impianto in Lazio ma il futuro dell’energia, per il nostro Governo, è ancora nell’atomo. L’obiettivo è raggiungere con il nucleare il 25 per cento del fabbisogno nazionale di energia elettrica entro il 2030, ma le scaramucce tra favorevoli e contrari frenano una burocrazia di per sé già lenta, sol- «La soluzione più razionale potrebbe essere quella di ricorrere a differenti modalità di produzione energetica» centrali nucleari, l’industria metallurgica riceve una spinta notevole, e il numero di posti di lavoro nel settore aumenta drasticamente. D’altro canto, il plutonio che si può ricavare dagli “scarti” del reattore può essere agevolmente riciclato per la produzione di armi atomiche, come dimostra un esperimento condotto in India nel 1974. Sono passati molti anni dall’attivazione nel 1963 del levando dubbi importanti. In un sarcastico comunicato stampa del Comitato Italiano per il Rilancio del Nucleare (Cirn), si legge che “da sempre le dighe che crollano seminano morte e distruzione. Per il bene dell’Italia ed in nome della sicurezza, chiudiamole immediatamente!”. Il popolo di internet è diviso: i commenti fioccano, l’argomento scotta. «Il nucleare è una forma d’energia re- lativamente giovane e dal potenziale infinito: sarebbe stupido bandirla subito», si afferma da più parti. Pronta la risposta della fazione opposta: «Gli incidenti catastrofici legati al nucleare minacciano le vite e le proprietà dei cittadini, senza confini, per migliaia di chilometri. Adottare questa fonte energetica sarebbe un errore gravissimo». La soluzione più razionale, a conti fatti, sembra essere quella di una joint venture fra differenti modalità di produzione energetica. «È importante avere a disposizione un’ampia scelta in questo senso», ha affermato Najmedin Meshkati, esperto in sicurezza nucleare dell’Università della California del Sud. «Così come sarebbe ingenuo investire tutto in un solo pacchetto azionario, così sarebbe saggio, per una nazione, avere un compendio ben diversificato di fonti energetiche alle quali attingere, per ridurre i costi e minimizzare i rischi ambientali». Qui, dove le forze disgregatici interne sono forti, sia dal punto di vista della religione che della divisione in 140 tribù, la repressione del regime di Gheddafi è stata più violenta. In un quadro così complesso, l’Europa ha una grande responsabilità, quella di non aver letto che il suo futuro è nel Mediterraneo, zona di grande criticità ma dalle potenzialità economiche inestimabili. Cosa che hanno invece colto i paesi emergenti, Russia e Cina in primis, che diventeranno presto gli attori principali in questa incandescente area del mondo. A queste si è unita la Germania, non più legata a Usa e Francia, colpevoli di un superato avventurismo politico e spinte a intervenire da ragioni di strategia interna, in vista delle rispettive elezioni presidenziali. Quello che si sta delineando è un ambiente post-occidentale, in cui la vera partita strategica si gioca sul Golfo. E l’Italia? Dopo la caduta di due regimi amici, il governo aspetta le mosse dei partner, all’interno di alleanze che non esistono più, come la Nato, tecno-struttura che persino gli Stati Uniti non sostengono da tempo, e agisce per evitare i danni, non avendo la capacità di incidere sugli eventi. L’INDISCREZIONE Luoghi per i siti in Italia, ecco la lista “segreta” ■ Piemonte (3): vicino Vercelli; intorno alla Dora Baltea, a sud di Ivrea. ■ Lombardia (3): a nord di Voghera; a sud di Mantova; a sud di Cremona. ■ Veneto (4): a sud di Legnago, fra Adige e Po; sul delta del Po; presso la foce del Piave; nella costa al confine con il Friuli. ■ Friuli Venezia Giulia (2): sulla costa al confine con il Veneto; tra Spilimbergo e Latisana. ■ Emilia Romagna (3): la costa a nord, tra Ferrara e Ravenna, e quella meridionale fino a Rimini; a nord di Fidenza. ■ Toscana (6): isola di Pianosa; la costa a nord di Piombino, fino a Cecina, e quella a sud, fino a Follonica; costa di Grosseto; a nord e a sud del Monte Argentario. ■ Lazio (3): Montalto di Castro; nell’area di confluenza tra Nera e Tevere; Borgo Sabotino. ■ Campania (2): foce del Garigliano; foce del Sele. ■ Basilicata (?): tutta la costa ionica. ■ Molise (1): presso la foce del Biferno. ■ Calabria (4): area costiera di Sibari; tra il fiume Nicà e Cosenza; vicino alla foce del Neto; tra il fiume Simeri e il fiume Alli. ■ Puglia (8): al confine con la Basilicata; a nord del promontorio del Gargano; vicino al Golfo di Manfredonia; a nord di Porto Cesareo; a sud di Gallipoli; a nord di Otranto; a sud di Brindisi; costa di Ostuni. ■ Sicilia (4): vicino al comune di Licata; tra Marina di Ragusa e Torre di Mezzo; la costa intorno a Gela; a sud di Mazara del Vallo. ■ Sardegna (6): presso la foce del Flumendosa; costa orientale a nord e a sud del Golfo di Orosei; tra Pula e Santa Margherita di Pula; a nord e sud del Golfo di Oristano. R. d’E. 8 Aprile 2011 5 Cronaca Dall’Agcom arriva il via libera a Telecom per la demolizione. Solo a Roma quasi 4mila postazioni Addio alle chiacchiere in cabina Sono archeologia tecnologica, ma (su richiesta) se ne salverà qualcuna Lorenzo d’Albergo Fuori un cartello rosso che ne preannuncia la demolizione, dentro sporcizia e i resti di un pranzo lasciato a metà, bottiglia di birra compresa. Relegate allo stato di reperto archeologico dal boom della telefonia mobile, che in media ha portato nelle tasche degli italiani più di un cellulare a testa, le cabine telefoniche, con buona pace di Superman, saranno smantellate al ritmo di 30mila l’anno. L’Agcom, il garante per le telecomunicazioni, ha già dato il via alla Telecom per le operazioni di rimozione. Ma è ancora possibile salvarne qualche esemplare. Prima di demolirle, l’operatore deve apporre un cartello come quello sulla cabina all’incrocio tra via Nomentana e via Torlonia, in cui è indicata la data di rimozione. Nell’avviso si legge un numero di telefono gratuito e un indirizzo e-mail ([email protected]). Dal momento dell’affissione, si hanno trenta giorni per chiamare o scrivere all’Authority e salvare l’apparecchio sotto casa. Soltanto nel Comune di Roma le cabine a rischio smantellamento sono 3.807. Gli unici sicuramente IN & OUT Una coda all’inglese davanti a una classica phone booth britannica A destra, in via Torlonia una delle cabine da smantellare con il cartello che ne dà l’annuncio salvi dal genocidio tecnologico sono quelli collocati all’interno di ospedali, scuole, caserme, stazioni della metropolitana. Per gli altri, salvo l’intervento di qualche nostalgico, il futuro sembra essere segnato. I dati Telecom che prendono in considerazione gli ultimi dieci anni di vita delle cabine telefoniche sono impietosi: se nel 2000 le postazioni erano 300mila, oggi sono 130mila, una ogni 450 abitanti contro una media europea di una ogni mille; le con- versazioni dalle cabine hanno subito una riduzione pari all’88 percento e l’80 percento degli apparecchi registra meno di tre chiamate al giorno. Un crollo quasi verticale. Negli ultimi venti anni, le cabine telefoniche, infatti, hanno perso la fiducia degli italiani. Neanche la possibilità di inviare sms ha rinvigorito la popolarità delle postazioni pubbliche. Sono state man mano ignorate dai pendolari che, con le tasche gonfie di gettoni telefonici do- rati, alzavano la cornetta per avvertire in ufficio o a casa del ritardo del treno; dai manager, che vicino alla carta di credito nel portafogli avevano sempre una tessera telefonica per fissare pranzi d’affari e appuntamenti di lavoro; poi, dalle coppie di fidanzatini, che creavano code interminabili fuori dalle cabine con chiamate “zuccherose”; addirittura da chi le usava per rivendicare attentati e assassinii durante gli Anni di Piombo e ora agisce nascosto nel- l’anonimato garantito da internet. Sono le stesse categorie di telefonatori che oggi intasano l’etere di sms e scattano foto con i cellulari, ormai personalissimi computer portatili. Le cabine telefoniche sono state consegnate al nuovo sottoproletariato urbano, quello multiculturale degli immigrati. Che, però, preferiscono far viaggiare verso casa le proprie parole sulle linee dei tanti call center internazionali, che negli ultimi anni hanno invaso le piccole e grandi città italiane. Ma i primi a mandarle, di fatto, in pensione sono stati gli adolescenti, attratti dal gusto perverso dei primi vandalismi. Così capitava di telefonare osservati dal sorriso di una figurina scrostata del campione locale, rischiando di rimanere incollati all’involucro di gomma americana con cui la cornetta era stata abilmente confezionata. Poi, la situazione è degenerata: rifiuti, annunci erotici e cornette distrutte. Di giorno improvvisati cassonetti della spazzatura e di notte vespasiani maleodoranti, i telefoni pubblici di Roma sono spesso fuori servizio. Così, il telefonatore da cabina è diventato un animale tanto raro da lasciare pochi dubbi al garante: via libera alla demolizione. OSSESSIONE Le volute della tangenziale sopraelevata che si insinuano tra le abitazioni a ridosso delle finestre Andrea Andrei Nessuno la vuole. O meglio, nessuno vuole che le automobili la attraversino. Un “mostro” che crea disagi, inquinamento, rumore. Doveva essere chiusa al traffico, smantellata, riconvertita in una zona pedonale, poi in un’area verde. Eppure è ancora lì. Da quasi quarant’anni la sopraelevata della tangenziale est di Roma, nella zona di San Lorenzo, si insinua indisturbata fra i palazzi del quartiere, mentre, tutt’intorno, nel corso degli anni, le proteste e le polemiche non si sono mai arrestate. Certo, a essere brutta, è brutta. Specie se la si guarda dal basso, dalle strade del Pigneto e di San Lorenzo. Per non parlare della sporcizia che le polveri sottili sprigionate dalle automobili diffondono tutt’intorno, posandosi sulle case circostanti e annerendo indelebilmente qualsiasi cosa tocchino. Ma, percorrendola in macchina, forse complice la luce del sole di una mattina pri- 6 8 Aprile 2011 Vita impossibile lungo la tangenziale, ma c’è un’alternativa all’abbattimento Il sogno: un “mostro” per amico maverile, questo mostro fa meno paura. Anzi, diventa persino godibile. Se non si ha particolare fretta, procedendo piano, da una parte si apre un ampio panorama che, se si apprezza il genere, è un bell’esempio di paesaggio “metropolitano”. A guardare meglio, però, ci si rende subito conto dei disagi che l’imponente struttura crea ai cittadini che abitano le case che la fiancheggiano. Basta voltarsi un attimo dall’altra parte, volgendo lo sguardo oltre la strada, al di là dei grigi pannelli anti-ru- more, verso i palazzi. Lì, nonostante l’aria frizzantina e il sole, le finestre sono tutte chiuse. Non ci sono panni stesi. Tra i guard rail e le case ci sono due metri di distanza. Praticamente, si ha la sensazione di entrare con la macchina in casa di qualcuno. Che quel tratto di strada debba essere chiuso al traffico, è ormai opinione diffusa e condivisa. Se ne parla seriamente dai primi anni Novanta e, in alcune occasioni, sono stati anche fatti esperimenti in tal senso. Tutto comincia nel 1994 quando la strada viene chiusa per la prima volta nelle ore notturne, in via sperimentale (più tardi il divieto di accesso dalle 23 alle 6 diventerà definitivo); tre anni dopo, continuando le proteste, il comune stanzia dieci milioni di euro per smantellarla; nel 2003 inizia la sperimentazione per trovare una soluzione: viene annunciato il progetto di demolizione, che avrebbe dovuto essere attuato entro il 2006. Progetto che, naturalmente, non è mai andato in porto. Ora, con la conclusione dei lavori di ri- strutturazione della Stazione Tiburtina, dovrebbe essere liberato dal traffico un primo tratto, in zona Batteria Nomentana. Ma, se si riuscisse davvero a eliminare l’interminabile via vai di autovetture, che fine farebbe poi la sopraelevata? Un suo smantellamento sarebbe molto costoso, e i disagi che ne potrebbero nascere sono immensi. E poi, c’è a chi il mostro piace. Addirittura, nel 2003, è nata un’associazione, composta da una cinquantina di architetti, di accademici e di personaggi del cinema e dello spettacolo (tra gli aderenti c’era anche Mario Monicelli). Sono “Gli amici del mostro”, e si dicono favorevoli alla chiusura del traffico sulla sopraelevata ma non al suo abbattimento, auspicando una riqualificazione di quello che considerano un manufatto architettonico di rilievo. Certo che, in presenza di una soluzione vera che risolva il problema (gravissimo) del traffico, immaginare di poter passeggiare su quel “mostro”, magari abbellito da piante e verde, non suona affatto male. Anzi, potrebbe addirittura diventare un valore aggiunto per la città. Senza considerare il salto di qualità della vita degli abitanti della zona, che potrebbero addirittura aprire le finestre per godersi l’aria primaverile. E perfino stendere i panni. Reporter nuovo Cronaca In un’economia dominata dalle carte di credito, la vita dei truffatori è oggi più facile Frodi reali per denaro virtuale Skimming, trashing e trattenuta della carta le tecniche più usate Raffaele d’Ettorre Con l’adozione, nel 1971, dei cambi flessibili, la moneta ha generato un mondo a sé, dove il denaro non ha più un peso misurabile in oro ma una valore puramente nominale. Una cifra sul conto corrente, un numero sul libretto di risparmio. Il futuro dell’economia è ormai scolpito in modo indelebile nelle bande magnetiche delle carte di credito. Secondo i dati forniti dalla Banca d’Italia, i pagamenti effettuati tramite carta sono passati, dal 2002 a oggi, da 358 milioni ad oltre 500 milioni, con un giro d’affari che è passato dai 33,799 milioni di euro a circa 50 milioni di euro. Il piatto è ricco, e il mondo del crimine non ha tardato ad adeguarsi al nuovo standard: le frodi con carta di credito rappresentano oggi uno dei modi più diffusi per procurarsi del denaro “facile”. La tecnica più comune per contraffare la moneta “di plastica” è la clonazione della carta di credito (62 per cento dei casi), seguita dal furto vero e proprio (circa il 20 per cento), ed infine la clonazione della carta Bancomat (10 per cento). La clonazione consiste nella duplicazione della carta (di credito o bancomat) ad opera di chi intende farne un uso illecito, dopo averne letto i dati. Una truffa diffusa prevede l’applicazione allo sportello automatico di un dispositivo che, una volta inserita la car- PREVENZIONE IN AZIONE Simulazione di prelievo di contanti con bancomat clonato. A fianco, una vignetta sul furto d’identità Dal blocco al recupero del credito La clonazione delle carte è un fenomeno particolarmente insidioso, in quanto il titolare solitamente si accorge dell’avvenuto uso illecito con un ritardo spesso notevole. Il Centro per i Diritti del Cittadino (www.codici.org) ha pubblicato perciò una serie di consigli per tutelarsi da eventuali episodi truffaldini. La prima mossa per limitare i danni è, ovviamente, contattare la banca o la finanziaria che ha emesso la carta o il bancomat, e ordinarne il blocco. La chiamata è gratuita, e procurarsi una lista dei principali numeri verdi delle filiali più importanti è semplice: basta una breve ricerca su internet o una chiamata al relativo call center. Il secondo passo è la denuncia, che andrà sporta presso i Carabinieri o alla Polizia: chiamando il 113 ed esponendo l’accaduto, le forze dell’ordine sapranno indicare presso quale ufficio rivolgersi. Una copia dovrà poi esse- re inoltrata alla propria banca, allegata a una raccomandata con richiesta scritta di blocco. Ora viene la fase più complicata: chiedere il rimborso. In molti casi le società emittenti delle carte di credito consentono di contestare gli addebiti fraudolenti, al fine di ricevere un rimborso: basta scaricare dal sito della società emittente un modulo da compilare per ricevere il rimborso. La banca emittente, in quanto depositaria a titolo oneroso, è infatti da ritenersi sempre obbligata al risarcimento. La maggior parte delle carte di credito attualmente in circolazione, poi, sono assicurate contro questo tipo di eventi e, se si dispone di una copertura assicurativa, ottenere il risarcimento diventa molto più semplice. In caso contrario (o se la banca si rifiuta di risarcire il danno), si può decidere di far ricorso all’azione legale. Quanto è possibile recuperare del denaro speso a nostra insaputa? Dipende. Le carte coperte da assicurazione permettono un rimborso totale, fino al tetto prefissato all’apertura del relativo conto corrente. Molte carte, poi, hanno un limite di spesa giornaliero, che tutela il cliente proprio da evenienze di questo tipo. Ma il metodo più efficace per tutelarsi dalla clonazione rimane, ovviamente, la prevenzione. È importante dunque guardarsi sempre attorno quando si fanno operazioni di prelievo presso gli sportelli; prestare attenzione a qualsiasi anomalia che si dovesse riscontrare negli spazi dello sportello e nei sistemi elettronici utilizzati. Importantissimo, infine, controllare frequentemente la lista movimenti del proprio conto corrente, per verificare prelievi anomali o addebiti inusuali. R. d’E. ta, la trattiene, in modo che il distributore non riesca più a restituirla. Il cliente è confuso, non può completare la transazione né riavere la carta: a questo punto interviene il truffatore che, fingendo di prestare soccorso al cliente, lo invita a digitare nuovamente il pin, consentendogli così di memorizzarlo. Subito dopo, il furfante può recuperare la carta e utilizzarla con il pin appena memorizzato. Un’altra tecnica largamente impiegata è quella dello skimming. La parola deriva dal verbo inglese to skim, che significa sfiorare, strisciare. Allo sportello del bancomat viene applicato un apparecchio (lo skimmer, appunto) che, una volta infilata la carta (una volta, cioè, effettuata la cosiddetta “strisciata”), memorizza i dati contenuti nella banda magnetica. In alcuni casi, al posto della microtelecamera viene utilizzata anche una seconda tastiera, posizionata sopra quella dello sportello e dotata di sistema di decriptazione del codice digitato. C’è poi il cosiddetto trashing: i malviventi vanno a caccia degli scontrini delle carte di credito che a volte i possessori gettano via dopo un acquisto. I dati così raccolti vengono successivamente utilizzati per fare operazioni attraverso canali remoti, dove non è necessario presentare fisicamente la carta per concludere l’acquisto (internet, ordini telefonici o postali, e così via). I segreti del “canale di pubblica utilità” affidato alla direzione di Aldo Papa In Rai c’è del filo da ascoltare Chiara Aranci UTILITA’ Il direttore dei canali radio della Rai Aldo Papa Reporter nuovo “State ascoltando un canale di pubblica utilità, direttore Aldo Papa”. E’ l’annuncio cadenzato che irrompe durante le trasmissioni sul canale 100.3 fm. Ma la radio in sé non è un mezzo di pubblica utilità? Una risposta la si può individuare. Il canale 100.3 fm trasmette solo la filodiffusione, di quelli che sono definiti canali di pubblica utilità che stando a quanto spiegato nel sito Rai “sintetizzano per eccellenza la missione di servizio pubblico che la Rai deve svolgere” . La radiotelevisione italiana li inserisce, infatti, nella divisione Radiofonia e sono il canale radiofonico Rai-Isoradio che diffonde informazioni 24 ore su 24 sulla mobilità e più in generale sulla pubblica utilità, il CCISS-Rai che diffonde notiziari televisivi e radiofonici sul traffico nazionale e locale e i canali della Filodiffusione. Ma se per i primi due è ben chiaro il servizio di pubblica utilità che offrono, per la filodiffusione la risposta sfugge. Ma che cos’è oggi la filo- diffusione? Nata nel 1958 per volontà del Parlamento italiano, questo tipo di emissione è stata tra le prime radio in Europa ad utilizzare il telefono per l’invio delle trasmissioni e a costituire attorno al nucleo dei suoi canali un universo culturale di vasta portata, comprensivo di tutte le esigenze della società, per presentare la nuova realtà industriale e culturale nazionale con una serie di iniziative di dedicate alla crescita del paese. L‘intento era quello di integrare le trasmissioni radiofoniche con un nuovo sistema di diffusione e ricezione esente da disturbi e interferenze, di altissima qualità e di facile uso. Infatti, l’ascolto via cavo della Filodiffusione RAI presuppone l’impianto sulla rete telefonica fissa di una centralina da parte di Telecom (ai tempi Sip), l’acquisto di un ricevitore e la sottoscrizione di un abbonamento con Telecom. Si riceve così via cavo e senza ulteriori esborsi i sei canali della Filodiffusione, dei quali i primi tre attualmente irradiano le reti radiofoniche RAI (RadioUno, RadioDue e Ra- dioTre) mentre il Canale 4 Filomusic trasmette 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno di musica leggera e il Canale 5 Auditorium 24 ore 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno di musica classica. Il sesto è un canale di servizio attualmente utilizzato per rendere stereo il Canale 5 (la Filodiffusione è infatti monofonica, trattandosi di un canale ad alta fedeltà). La Filodiffusione RAI è ormai una struttura collaudata, che propone musica leggera e classica per 24 ore al giorno 365 giorni l’anno e sempre senza nessuna interruzione pubblicitaria. Sarà proprio questa la sua pubblica utilità? 8 Aprile 2011 7 Costume & Società All’opposto del trito luogo comune, gli zingari anni Trenta nella mostra di Jan Yoors a Roma Belli, puliti (e buoni) i miei Rom Fin da bimbino, il fotografo belga ha viaggiato con loro per sei anni Chiara Aranci Immagini di un mondo poco ritratto eppure molto conosciuto, immagini che per questo non sembrano appartenere a quella società così come a noi pare di conoscerla. “Zingari il presente eroico” è il tema della mostra fotografica di Jan Yoors allestita alla Sala Santa Rita a piazza Campitelli. Gruppi di bambini che si mettono in mostra davanti alla camera e sullo sfondo una vecchia carrozza di legno intarsiata, immagini di festa, di cantastorie accompagnati dalle note di una fisarmonica, la mano di una madre che accarezza la propria figlia nel giorno del suo matrimonio, una bimba che gioca con del filo spinato e guarda indispettita chi probabilmente le dice di non farlo. Una quotidianità inesplorata quella di Jan Yoors che va ben oltre i luoghi comuni che da sempre accompagnano la parola “zingari”. Il suo lavoro è frutto di un’esperienza unica che in maniera indissolubile lo legò al mondo degli zingari per tutto il re- sto della sua vita. A soli dodici anni, nel 1934, Yoors andò a vivere con il consenso dei genitori, vetrai belgi, con un gruppo di rom lovara, provenienti dai Balcani, e vi rimase sei anni viaggiando attraverso tutta l’Europa orientale. All’arrivo di un accampamento nei pressi della sua casa ad Anversa, in Belgio, iniziò a giocare con i ragazzini del gruppo, inconsapevole che quell’esperienza gli avrebbe cambiato la vita. Scoprì un mondo che sentiva molto vicino e grazie alla straordinaria apertura mentale dei propri genitori (come scrisse nel libro “Zingari, sulla strada con i rom lovara” del 1966, che raccoglie la prima parte di quella esperienza tanto unica quanto incredibile) ebbe l’opportunità di immegervisi diventandone testimone dal di dentro. Le immagini esposte a Roma sono in gran parte legate a quei sei anni vissuti con la sua famiglia adottiva, lontane mille miglia da quelle che appaiono oggi sui giornali o in televisione, dove domina la miseria e la sporcizia sullo sfondo di vecchie e sgangherate rou- ROM Alcuni momenti di vita fotografati da Jan Yoors lotte. Gli uomini e le donne, sono vestiti con gli abiti tradizionali del tempo, indossano i loro gioielli dell’antica tradizione, vi è dignità e semplicità senza alcuna trasandatezza. I bambini sono in braccio ai rispettivi padri con i capelli al vento. Le carovane, mezzo di spostamento dei rom dell’epoca, sono di legno, tutte intarsiate con i colori dell’oro che ricordano quelle del Mangiafuoco di Pinocchio. I bambini, ieri come oggi, esprimono tutta la loro gioia di vivere davanti all’obiettivo della piccola Kodak di Yoors. Tutti sembrano esprimere la loro fierezza nell’essere nomadi. La compostezza di queste immagini riesce a emozionare anche il visitatore più prevenuto. La storia dei rom, come quella degli ebrei, visse poi momenti bui negli anni della Seconda guerra mondiale: anche loro finirono vittime delle persecuzioni naziste, e la mostra vuol restituire a chi ha vissuto sempre ai margini della società, un “presente eroico” fatto di piccoli ma eterni istanti di vita. Il direttore della Casa del Cinema guarda al futuro ma anche alle casse Al via da qui le pellicole di domani Registi emergenti e per ogni giorno un documentario Andrea Andrei L’Italia secondo il cinema. Anzi, secondo la Casa del Cinema, che quest’anno, fra le altre iniziative, propone una rassegna dal titolo: “Nascita di una nazione: il risorgimento nel cinema italiano”, interamente dedicata al centocinquantesimo anniversario dell’Unità. Pellicole di tutte le epoche, dalle più recenti (come “Una scuola italiana” di Angelo Loy e Giulio Cederna) alle più antiche, come “Nozze d’oro” di Luigi Maggi, datato 1911. La rassegna sul Risorgimento fa parte di un programma più complesso, frutto della nuova gestione “Zètema Progetto Cultura”, succeduta a quella dell’Azienda Speciale Palaexpo. Ne abbiamo parlato con Caterina d’Amico, nuovo direttore della Casa del Cinema. Direttore, quali sono le novità introdotte dalla sua direzione? «Non posso dire se si tratti di effettive novità. Io prima non c’ero, e non voglio fare confronti con chi mi ha preceduto. Posso solo dire il mio punto di vista. Io ho più interesse 8 8 Aprile 2011 per il cinema emergente, quello che sarà il cinema di domani. Se la Cineteca Nazionale offre una programmazione che ripercorre le nostre radici, noi guardiamo al futuro. Ho voluto dare particolare risalto al cinema documentario: oltre al cinema di finzione, sfruttando le David Griffith e abbiamo scelto il nome “Nascita di una nazione”. È il nostro modo di celebrare l’anniversario dell’Unità d’Italia: raccontiamo la nascita della nazione italiana, ogni film che proiettiamo è come se fosse il capitolo di un libro di storia». «La Casa del Cinema purtroppo non può più contare sull’aiuto economico del Comune di Roma, ma deve finanziarsi da sola» nostre tre sale, facciamo in modo che la programmazione offra un documentario tutti i giorni». Uno sguardo al futuro, sì, ma in occasione della rassegna sul Risorgimento, la Casa del Cinema strizza l’occhio anche al passato… «Sì, è una rassegna storica che organizziamo in collaborazione con la Cineteca Nazionale e con il Museo del Cinema di Torino. Si tratta di film finora conosciuti soprattutto da specialisti e meno dal pubblico più vasto. Abbiamo parafrasato un celeberrimo film di Parliamo d’altro. Il cambio di direzione della Casa del Cinema ha suscitato parecchie polemiche che riguardavano soprattutto il Comitato di Indirizzo, composto per la maggior parte da imprenditori e non da specialisti. «Gli imprenditori che fanno parte del comitato sono tutti esperti di cinema, a cominciare da Riccardo Tozzi, dell’Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali, ndr), e da Fabiano Fabiani, presidente dell’Associazione Produttori Televisivi. Poi c’è Giampaolo Letta, come rappresentante di Unindustria, che produce cinema da trent’anni. Un Comitato di Indirizzo non deve dare direttive di tipo artistico, come decidere ciò che deve essere messo in programma. Se all’interno del comitato ci sono dei rappresentanti della Rai e i produttori dell’Anica, che magari scelgono di tenere conferenze stampa e altri eventi all’interno dei nostri spazi, e che in questo modo ci permettono di sostentarci, perché no? Non ci vedo assolutamente nulla di sbagliato. Anche perché la Casa del Cinema, oggi, purtroppo non può più contare sull’apporto economico del Comune di Roma, e deve trovare il modo di finanziarsi da sola. E poi facciamo tutti lo stesso mestiere. Tutti noi lavoriamo nel mondo del cinema. Trovo che polemiche del genere molto spesso siano strumentali. Bisognerebbe sempre vedere i fatti, prima di fare processi alle intenzioni. Si è parlato di snaturamento di questa struttura. Ma io amo profondamente il cinema, e sono qui solo per cercare di fare del bene a questa industria». FUTURO La sede della Casa del Cinema a Villa Borghese Reporter nuovo Settimanale della Scuola Superiore di giornalismo “Massimo Baldini” della LUISS Guido Carli Direttore responsabile Roberto Cotroneo Comitato di direzione Sandro Acciari, Alberto Giuliani, Sandro Marucci Direzione e redazione Viale Pola, 12 - 00198 Roma tel. 0685225558 - 0685225544 fax 0685225515 Stampa Centro riproduzione dell’Università Amministrazione Università LUISS Guido Carli viale Pola, 12 - 00198 Roma Reg. Tribunale di Roma n. 15/08 del 21 gennaio 2008 [email protected] ! www.luiss.it/giornalismo Reporter nuovo