NEL CUORE DELL’APOSTOLO Una comunità che si edifica Cammino spirituale di Avvento Ogni anno sentiamo l’esigenza di proporre un percorso spirituale che ci aiuti a gustare la fede, ad approfondire la Parola di Dio e a crescere come comunità cristiana. Ci lasciamo guidare dall’apostolo Paolo: secondo la tradizione ricorre il bimillenario della sua nascita e la Chiesa si mette alla scuola della sua vita e dei suoi scritti. «Paolo vuole parlare con noi – oggi. Per questo ho voluto indire questo speciale “Anno Paolino": per ascoltarlo e per apprendere ora da lui, quale nostro maestro, “la fede e la verità”, in cui sono radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli di Cristo» (Benedetto XVI, 28 giugno 2008). Paolo e le sue comunità L’annuncio del Vangelo diventa per Paolo una sola cosa con l’edificazione della comunità cristiana. Nel corso del suo apostolato è stato padre che ha generato alla fede edificando numerose comunità cristiane (Efeso, Corinto, Filippi, T essalonica…). Ascolteremo in particolare l’esperienza della Chiesa di Corinto, dei suoi problemi, delle sue ricchezze, della bellezza delle relazioni fraterne che nascono dal Vangelo di Gesù. Dopo aver iniziato il cammino su San Paolo negli esercizi spirituali di inizio anno a settembre, continuiamo con la seconda tappa nel corso dei mercoledì di Avvento in ascolto della prima lettera ai Corinti. 2 PRIMO INCONTRO - MERCOLEDÌ 19 NOVEMBRE In principio la gratitudine Canto di inizio T u, quando verrai, Signore Gesù, quel giorno sarai un sole per noi. Un libero canto da noi nascerà, e come una danza il cielo sarà. T u, quando verrai, Signore Gesù, insieme vorrai far festa con noi. E senza tramonto la festa sarà, perché, finalmente, saremo con te. T u, quando verrai, Signore Gesù, per sempre dirai: «Gioite con me». Noi, ora, sappiamo che anche quaggiù, nel breve passaggio, viviamo di te. Saluto Introduzione Spesso la nostra parola suona anzitutto come una richiesta e una domanda; si esprime con la necessità di un chiarimento o con la forza di un rimprovero. Ci accorgiamo subito come cambiano le cose quando invece tutto inizia con una parola di ringraziamento. La gratitudine sta al principio di ogni buona relazione, con Dio e con gli uomini. Paolo ringrazia con un cuore che trabocca, e per questo il suo non è un grazie formale, detto quasi per sbaglio, ma è un atteggiamento che ha radici profonde e per questo viaggia molto lontano. Ringraziamo per tante ragioni, per le cose buone e gli eventi grati della vita, ma alla fine scopriamo che la ragione vera e ultima del nostro grazie è per il Signore, per la sua presenza che ci santifica e rende bella la vita nostra e delle persone che amiamo. Ogni giorno chiediamo allo Spirito di entrare nell’atteggiamento fecondo e creativo che ci permette di dire grazie, di vivere riconoscenti. 3 Per la preghiera Salmo 138 1 coro Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della mia bocca. A te voglio cantare davanti agli angeli, mi prostro verso il tuo tempio santo. 2 coro Rendo grazie al tuo nome per la tua fedeltà e la tua misericordia: hai reso la tua promessa più grande di ogni fama. 1 coro Nel giorno in cui t'ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza. Ti loderanno, Signore, tutti i re della terra quando udranno le parole della tua bocca. 2 coro Canteranno le vie del Signore, perché grande è la gloria del Signore; eccelso è il Signore e guarda verso l'umile ma al superbo volge lo sguardo da lontano. 1 coro Se cammino in mezzo alla sventura tu mi ridoni vita; contro l'ira dei miei nemici stendi la mano e la tua destra mi salva. 2 coro Il Signore completerà per me l'opera sua. Signore, la tua bontà dura per sempre: non abbandonare l'opera delle tue mani. 4 Ascolto della Parola (1Cor 1,1-9) Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è in Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo. Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza. La testimonianza di Cristo si è infatti stabilita tra voi così saldamente, che nessun dono di grazia più vi manca, mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo: fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro! Riflessione Testo di meditazione Nella nostra conversione, quale atteggiamento dobbiamo assumere davanti a Dio? Dopo l’adesione di fede e di amore alla persona di Cristo, qual è la cosa più importante nella vita spirituale? La fede ci fa figli di Dio in Cristo e con Cristo. Qual è la prima caratteristica della vita filiale? Forse sarà la docilità filiale, la generosità nel servizio di Dio, l’offerta di noi stessi per glorificare Dio? No, l’atteggiamento filiale fondamentale è quello dell’amore riconoscente: gustare la bontà di Dio e ringraziare Dio per la sua bontà. Dio ci dà il suo amore gratuito, la sua grazia. La prima cosa da farsi è riconoscere con gratitudine questo amore gratuito. Dio dà la grazia e noi rendiamo grazie. In greco, la parola charis può significare «favore gratuito» o «gratitudine», a seconda del contesto. In italiano, abbiamo quasi la stessa situazione: «grazia» significa «favore gratuito»; «grazie», al plurale, esprime la gratitudine per il favore ricevuto. Si è osservato che Paolo invita molto alla fede in Dio e alla carità fraterna, ma non invita mai i cristiani ad amare Dio. Questo può sembrare strano, però si deve notare che Paolo invita spesso a ringraziare Dio: è il suo modo di insegnare il primo comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio », cioè la forma del 5 nostro amore verso Dio deve essere anzitutto la gratitudine, l’amore riconoscente. Nella sua prima lettera, la più antica conservata, la 1 T essalonicesi, scritta poco dopo l’inizio del suo apostolato in Europa, Paolo dà come orientamento cristiano il rendere grazie in ogni circostanza: «In ogni circostanza rendete grazie: questa è, infatti, la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi» (1Ts 5,18). È forte dire ai nuovi cristiani: «In ogni circostanza, rendete grazie». Però è l’orientamento fondamentale. Un cristiano sa che tutto viene dal Signore, che tutti i doni sono espressioni del suo amore per noi. Il cristiano sa, grazie alla luce che viene dalla croce, che anche le prove sono accompagnate da grazie preziose. Perciò, in ogni circostanza è possibile rendere grazie, perché in ogni circostanza la grazia ci è offerta. E possibile ed è doveroso, per ricevere pienamente la grazia, riceverla con gratitudine. Nella Lettera agli Efesini, Paolo insiste di più (Ef 5,18-20): «Siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo». Occorre rendere continuamente grazie, per tutto. Ecco l’atteggiamento fondamentale, il tipo di conversione da fare. Se non l’abbiamo già fatto, è urgente assumere questo atteggiamento. Nella Lettera ai Colossesi san Paolo ci invita ad «abbondare nel rendimento di grazie» (2,7). In Col 3,15-17, in tre versetti, Paolo insiste tre volte sulla riconoscenza. Col 3,15 riguarda l’atmosfera spirituale della vita cristiana: pace, unione, gratitudine («La pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché a essa siete stati chiamati in un solo corpo, e siate riconoscenti»). Col 3,16 si riferisce poi all’accoglienza della Parola ispirata («La Parola di Cristo dimori fra voi abbondantemente, ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali»). La nostra liturgia deve essere veramente eucaristica, piena di gratitudine, espressione di riconoscenza. Col 3,17, infine, riguarda tutta l’attività esterna: il parlare e l’agire («E tutto quello che fate in parole e opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre»). Quindi, non soltanto la nostra liturgia, ma tutta la nostra vita, tutto quello che diciamo e facciamo, tutto deve essere espressione di amore riconoscente («T utto nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre»): orientamento fondamentale cristiano. Inversamente, per san Paolo il peccato più grave, radice di tutti gli altri, è la mancanza di gratitudine. Si capisce che, se l’amore riconoscente è 6 fondamentale, mancare su questo punto basilare mette nell’orientamento più cattivo. Paolo fa questa osservazione in Rm 1 e così introduce la sua descrizione nerissima della situazione dell’uomo peccatore. Con un vigore tremendo, Paolo dimostra che, a causa della mancanza di gratitudine, gli uomini si sono pervertiti in maniera spaventosa. In Rm 1,21 ss. Paolo dice: «Essi sono dunque imperdonabili, perché pur conoscendo Dio non gli hanno dato gloria, né gli hanno reso grazie come a Dio ». Per Paolo, dare gloria a Dio e rendere grazie a Dio sono due espressioni equivalenti. Effettivamente, non possiamo dare gloria a Dio se non rendendogli grazie; se pretendiamo di glorificare Dio in un’altra maniera siamo degli illusi: il solo modo di glorificare Dio consiste nel riconoscere che egli dà tutto con un amore generosissimo, e che noi riceviamo continuamente i suoi doni. Quindi si glorifica Dio per mezzo dell’amore riconoscente. Secondo Paolo, gli uomini sono imperdonabili perché, conoscendo Dio, non gli hanno reso grazie come a Dio. Di conseguenza, tutta la vita umana si è pervertita. Ci dobbiamo quindi chiedere seriamente se viviamo veramente nel rendimento di grazie, se tutto ci è occasione di riconoscere Dio e il suo amore e di ringraziarlo. È tanto importante, dobbiamo insistere molto su questo punto. Nelle confessioni mi pare sia rarissimo che una persona si accusi di aver mancato di riconoscenza verso Dio; eppure è la cosa più importante, il primo dovere nostro. In ogni celebrazione eucaristica diciamo nel Prefazio che è giusto rendere grazie sempre e ovunque, che è doveroso. Allo stesso tempo è molto proficuo, non è soltanto giusto ma è anche salutare, fonte di salvezza: ci mette nella gioia, nella pace, nell’amore. T utto ci dovrebbe essere occasione di riconoscere l’amore di Dio. È vero che in molte circostanze è necessario fare uno sforzo per poter discernere la grazia che Dio ci offre; però questo sforzo è molto importante ed ha la garanzia del successo. Se siamo rinchiusi in noi stessi, sempre alla ricerca del nostro interesse personale e del nostro successo, della soddisfazione dei nostri bisogni affettivi e dei bisogni di attività, di dominare, eccetera, allora ci lamentiamo, non rendiamo grazie. Anche se siamo in cerca di una nostra perfezione in maniera egocentrica, pensando di prendere la via della santità, in realtà soccombiamo a un’altra forma di egoismo, meno vistoso ma non meno nocivo; anche in questo caso, siamo sempre insoddisfatti, non viviamo nell’amore riconoscente. Dio aspetta l’amore riconoscente proprio per poter mettere il colmo alla sua bontà, perché è la riconoscenza che condiziona gli ulteriori doni di Dio. Se un’anima non è riconoscente, Dio non può dare tutto ciò che vorrebbe dare, perché la 7 relazione di amore non si è stabilita in modo corretto: anche quando la persona è molto generosa, se non vive nella riconoscenza, il Signore non può comunicarle ciò che vorrebbe. (Albert Vanhoye, Pietro e Paolo, pg. 67 ss) Al termine del silenzio, tutta l’assemblea sale sul presbiterio intorno all’altare. Sac. T utti Sac. T utti Sac. T utti Il Signore sia con voi. E con il tuo spirito. In alto i nostri cuori. Sono rivolti al Signore Rendiamo grazie al Signore nostro Dio. È cosa buona e giusta. È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre, qui e in ogni luogo, a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno che in Gesù Cristo elargisci al mondo ogni bene. È giusto glorificarti per gli aiuti del passato e supplicarti per le grazie future; è bello manifestare riconoscenza dei benefici ricevuti per attendere con animo meno indegno i doni che da te ancora speriamo. Con questa fiducia, uniti ai cori degli angeli e dei santi, tutti insieme eleviamo a te, Padre, unico immenso Dio col Figlio e con lo Spirito santo, l’inno della tua lode: Santo… Padre Nostro Antifona Mariana 8 SECONDO INCONTRO - MERCOLEDÌ 26 NOVEMBRE Divisioni nella comunità Canto di inizio Innalzate nei cieli lo sguardo: la salvezza di Dio è vicina. Risvegliate nei cuori l’attesa per accogliere il re della gloria. Vieni Gesù, vieni Gesù, discendi dal cielo, discendi dal cielo. Sorgerà dalla casa di David il Messia da tutti invocato: prenderà da una vergine il corpo per potenza di Spirito Santo. Benedetta sei tu, o Maria, che rispondi all’attesa del mondo: come aurora splendente di grazia porti al mondo il sole divino. Vieni, o re, discendi dal cielo, porta al mondo il sorriso di Dio: nessun uomo ha visto il suo volto, solo tu puoi svelarci il mistero. Saluto Introduzione Avvertiamo sempre un po’ di fastidio quando nel canto corale qualcuno alza troppo la voce, magari stonando; oppure quando ci si ritrova a cantare da soli in mezzo ad una assemblea muta che non partecipa alla nostra lode e al nostro ringraziamento. Al contrario, la voce di ciascuno, anche quando è debole e incerta, si sente sorretta e portata dalla forza del 9 canto comune, quando può contare su strumenti bene accordati, su voci capaci di ascoltarsi per andare all’unisono; strumenti e persone in grado di accordarsi per suonare e cantare la medesima melodia. Una comunità divisa dove manca l’accordo è una comunità stonata. Come in un’orchestra, prima di una sinfonia ci si prende tempo per accordare gli strumenti, anche nelle nostre comunità qualunque azione e qualunque opera deve partire da un accordo profondo, capace di superare ogni divisione e ogni litigio. Possa lo Spirito essere il nostro maestro interiore, capace di dirigere l’orchestra dei nostri cuori e delle nostre voci. Confessione dei peccati Sac.: Fratelli, confessate i vostri peccati e pregate gli uni per gli altri, per ottenere il perdono e la salvezza. T utti: Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli, che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa. E supplico la beata sempre vergine Maria, gli angeli, i santi e voi, fratelli, di pregare per me il Signore Dio nostro. Sac.: Riuniti in assemblea penitenziale, invochiamo con fiducia Dio fonte di ogni misericordia, perché purifichi i nostri cuori, guarisca le nostre ferite e ci liberi da ogni colpa. T utti: Ascoltaci, o Signore. Lett.: Perché il Signore ci dia la grazia di una vera penitenza, preghiamo. Perché ci manifesti la sua clemenza e ci regali il perdono di tutti i nostri peccati, preghiamo. Perché nei nostri cuori feriti dal peccato si ravvivi la grazia del Battesimo, preghiamo. Perché illuminati dalla speranza della gloria eterna, possiamo accostarci nuovamente al santo altare, preghiamo. Perché, sostenuti dalla forza dei sacramenti, siamo sempre fedeli a Cristo Signore, preghiamo. Lett.: Lett.: Lett.: Lett.: 10 Lett.: Lett.: Sac.: T utti: Perché, salvati dalla divina misericordia, rendiamo testimonianza al nostro Salvatore, preghiamo. Perché camminiamo con perseveranza nella via del Vangelo e possiamo godere un giorno la gioia della vita eterna, preghiamo. Guarda con bontà, o Signore, i tuoi figli, che si riconoscono peccatori e fa’ che liberati da ogni colpa per il ministero della tua Chiesa, rendano grazie al tuo amore misericordioso. Per Cristo nostro Signore. Amen. Ascolto della Parola (1Cor 1,10-17) Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d'intenti. Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «E io di Cefa», «E io di Cristo!». Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio, perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefana, ma degli altri non so se abbia battezzato alcuno. Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo. Riflessione Testo di meditazione Cristo è stato forse diviso? La comunità di Corinto (1Cor 1,11-13) è lacerata da discordie: «Mi è stato segnalato a vostro riguardo, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie fra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: Io sono di Paolo; io invece sono di Apollo; e io di Cefa; e io di Cristo! Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? ». 11 Il vocabolo greco (eris) che Paolo usa, non significa soltanto divisione e separazione, ma litigiosità e contrapposizione. I gruppi presenti nella comunità litigano fra loro. Paolo elenca quattro fazioni, probabilmente a titolo esemplificativo: il partito di Paolo, di Pietro, di Apollo, di Cristo. Non si tratta di scuole teologiche nel senso moderno del termine, ma di «comunità personali», troppo legate al loro fondatore e alla sua guida spirituale. «In questo fenomeno Paolo vede una minaccia all’unicità della signoria di Cristo sulla comunità e quindi anche un attentato contro l’unità di quest’ultima» (H.D. Wendland). E, in effetti, in pericolo è proprio la signoria di Cristo, prima ancora che l’unità della Chiesa. Il rischio della sopravvalutazione dell’apostolo fondatore è di mettere in ombra l’unica signoria di Gesù. «Cristo è forse stato diviso?», si legge con sorpresa (1Cor 1,13). Ci si aspetterebbe una riflessione sulla comunità, non direttamente su Cristo. E invece, come è sua abitudine, Paolo va subito alla radice. « Cristo è forse stato diviso? », ecco una domanda che colpisce per la sua lucidità teologica e per la sua forza di provocazione. La direzione della riflessione paolina è qui anzitutto cristologica, come sempre: anche ecclesiologica, ma in seconda battuta. Se il Cristo fosse davvero il loro unico Signore, i gruppi di Corinto dovrebbero trovarsi uniti, non separati; concordi, non rivali. Se sono separati e rivali è perché il loro riferimento non è soltanto Gesù Cristo, ma anche altro. La divisione è il segno che si considera qualcosa, che non è il Signore, importante come il Signore o più del Signore. Una comunità divisa nega di fatto, a dispetto delle parole e delle intenzioni, che Gesù sia l’unico Signore. Questo il ragionamento (racchiuso in una sola domanda!), che non si può non condividere. Merizo («dividere, spartire, distribuire») significa la divisione in parti di una realtà prima compatta, non tanto per spezzarla o distruggerla, quanto per dare a ciascuno la sua porzione. Ma Cristo non è divisibile in questo modo! La sua persona, come la sua salvezza, è interamente per tutti, la stessa per ciascuno. Non è pensabile che ogni gruppo abbia il suo Cristo! Non è tollerabile che un gruppo si appropri di lui ritenendolo suo e non di altri. Cristo è di tutti, e nessuno può trasformarlo in proprietà privata. Nessun gruppo può dire «Cristo è nostro». Che cosa può essere tanto importante da porre in ombra l’unicità della signoria di Gesù? Molte cose. Nel caso di Corinto possiamo pensare alla tendenza, tipica dei greci, di ridurre il vangelo a teologia e a sapienza. In forza di tale tendenza, gli elementi umani rischiano di prevalere sull’unico 12 evento salvatore: «Forse Paolo è stato crocifisso per voi? O è nel nome di Paolo che siete stati battezzati?» (1Cor 1,13). I Corinzi davano più peso alla genialità dell’uno o dell’altro dei predicatori che all’unica parola di salvezza di cui tutti erano portatori. O forse - più che alla genialità dell’uno o dell’altro predicatore - i corinzi davano troppa importanza all’apostolo che li aveva portati alla fede, dimenticando che è Cristo che salva, non chi lo annunzia. O forse ancora, i corinzi sopravvalutavano la loro personale storia di fede, l’evento del loro personale incontro con Cristo, a scapito dell’evento unico di Cristo, evento storico uguale per tutti, accaduto una volta per sempre. (Bruno Maggioni, Il Dio di Paolo, pg. 115-117) Per la preghiera Salmo 133 Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme! È come olio profumato sul capo, che scende sulla barba, sulla barba di Aronne, che scende sull'orlo della sua veste. È come rugiada dell'Ermon, che scende sui monti di Sion. Là il Signore dona la benedizione e la vita per sempre. Padre Nostro Antifona Mariana 13 TERZO INCONTRO - MERCOLEDÌ 3 DICEMBRE La sapienza della croce Introduzione Forse abbiamo coltivato a lungo il sogno di sapere tante cose, di aver letto molti libri, di raggiungere competenze diverse su tutto così da pensarci esperti su ogni argomento. E anche per questo a volte ci sentiamo inadeguati quando vengono a galla le nostre lacune, quando sentiamo di sapere troppo poco e di capire meno ancora. Ma la sapienza di cui Paolo si vanta non è quella dei dotti e degli eruditi. È una sapienza che nasce dalle prove della vita e dall’affetto per Gesù. Sarebbe bello alla fine di tutta la nostra ricerca “sapere solo Gesù”: parlare con le sue parole, agire come lui agisce, cercare ciò che lui desidera. Scoprire che la sapienza del Signore è quella della croce, cioè quella di chi impara a dare la vita; è una sapienza piena di amore, che non ci distanzia gli uni dagli altri, ma ci fa più capaci di misericordia e di compassione. Lo Spirito illumini le nostre menti e conformi i nostri cuori alla sapienza della croce. Ci si raduna tutti intorno al fonte battesimale. Benedizione dell’acqua e memoria del Battesimo Pres. Fratelli carissimi, preghiamo umilmente Dio, nostro Padre, perché benedica quest'acqua con la quale faremo memoria del nostro battesimo. Il Signore rinnovi la nostra vita e ci renda sempre fedeli al dono dello Spirito santo. Dopo una breve pausa di silenzio, il sacerdote, a mani giunte cosi prosegue: Dio di bontà e di misericordia, ascolta la preghiera di questo popolo che ricorda l'opera mirabile della creazione e la grazia ancora più mirabile della salvezza. Degnati di benedire + quest'acqua creata a portare fertilità alla terra, freschezza e sollievo ai nostri corpi. In questo tuo dono riveli molti segni della tua benevolenza. Passando per le acque del Mar Rosso, Israele ha raggiunto la libertà promessa; una sorgente, che hai fatto scaturire nel 14 T utti deserto, ha sollevato il tuo popolo dal tormento della sete; con l'immagine dell'acqua viva i profeti hanno offerto agli uomini l'annunzio della nuova alleanza. Infine, nell'acqua del fiume Giordano, santificato da Cristo, tuo Figlio, hai dato inizio al popolo nuovo, liberato dalla colpa d'origine nel sacramento della rinascita. Nel segno di quest'acqua benedetta, ravviva, o Padre, il ricordo del nostro battesimo e raduna l'assemblea gioiosa di tutti i fratelli, battezzati nel mistero pasquale di Cristo Signore, che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen Quindi, dopo il sacerdote, ciascuno si accosta al fonte, e si segna con l’acqua benedetta. Quindi si reca al posto. Intanto si esegue il Canto di inizio Quanta sete nel mio cuore: solo in Dio si spegnerà. Quanta attesa di salvezza: solo in Dio si sazierà. L'acqua viva ch'egli dà sempre fresca sgorgherà. Il Signore è la mia vita, il Signore è la mia gioia! Se la strada si fa oscura, spero in lui: mi guiderà. Se l'angoscia mi tormenta, spero in lui: mi salverà. Non si scorda mai di me, presto a me riapparirà. Nel mattino io t'invoco: tu, mio Dio, risponderai. Nella sera rendo grazie: tu, mio Dio, ascolterai. Al tuo monte salirò, e vicino ti vedrò. 15 Per la preghiera Salmo 21 «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? T u sei lontano dalla mia salvezza»: sono le parole del mio lamento. Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo. Eppure tu abiti la santa dimora, tu, lode di Israele. In te hanno sperato i nostri padri, hanno sperato e tu li hai liberati; a te gridarono e furono salvati, sperando in te non rimasero delusi. Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo. Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: «Si è affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi, se è suo amico». Sei tu che mi hai tratto dal grembo, mi hai fatto riposare sul petto di mia madre. Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio. Da me non stare lontano, poiché l'angoscia è vicina e nessuno mi aiuta. 16 Ascolto della Parola (1Cor 2,1-16) Anch'io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. T ra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano . Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. L'uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L'uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere ? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo. Riflessione 17 Testo di meditazione La croce come contenuto e come stile dell'annuncio Ecco cosa è accaduto a Corinto: Paolo, anche per il fatto di essere andato in crisi, ha compreso fino in fondo la centralità della croce e le sue conseguenze riguardo al contenuto e allo stile del suo annuncio. La croce di Gesù dimostra la misericordia divina. Fa conoscere «l'intima tenerezza paterna e materna di Dio che ci viene incontro malgrado le nostre resistenze (...) è l'onnipotenza di Dio che si manifesta nel perdonare e nel salvare ciò che era perduto» (Martini). Paolo sperimenta la «forza e la sapienza» della croce vedendo come essa viene accolta dalla gente più semplice e constatando quanto sia capace di rinnovare la loro esistenza. Ma sperimenta questa «sapienza e forza» prima di tutto in se stesso, poiché la sua predicazione porta tutto questo frutto in un momento di grande smarrimento e debolezza, un momento che non aveva sperimentato neppure quando il Signore gli si era fatto incontro sulla via di Damasco. Così Martini riassume l'itinerario di Paolo apostolo - facendolo parlare in prima persona - in alcune dense pagine. Si tratta dell'approdo definitivo dell'Apostolo alla verità della sua conversione. «Anch'io all'inizio predicavo come Pietro a Pentecoste (cf Atti 2) o dopo la guarigione dello storpio (cf Atti 3), partendo cioè dalla risurrezione, dalla gloria di Dio rivelata in Cristo risorto oppure da un prodigio divino, segno della risurrezione di Gesù. Ricordavo la morte di Gesù, e tuttavia non era quello il centro delle mie argomentazioni; costituiva semplicemente un anello, pur se necessario, ma al centro stava la risurrezione dove si mostra la fedeltà di Dio alle sue promesse, fedeltà che riparava in qualche modo lo scandalo della croce ignominiosa di Gesù; faceva giustizia rispetto all'ingiustizia perpetratagli. Quando però ho dovuto predicare non più agli ebrei (...) ma ai soli pagani, a seguito della crisi di Antiochia di Pisidia (cf Atti 13,46-47), mi sono trovato di fronte a un interrogativo non facile (...): da dove cominciare? Nei primi tempi, per esempio a Listra (cf Atti 14,15-16), a motivo dell'equivoco dei pagani che mi ritenevano un dio sceso sulla terra, ho improvvisato un discorso di saggezza (...). Soprattutto ho sviluppato questo discorso ad Atene nel desiderio di cercare un approccio tipico della saggezza filosofica, appellandomi al dio ignoto e menzionando appena 18 la risurrezione, senza neanche citare il nome di Gesù (cf Atti 17,22-31). L'insuccesso di quella mia predicazione mi ha molto amareggiato (...). Che cosa è dunque successo a Corinto? Mentre tentavo di avvicinare la gente, segnata dalla corruzione e dallo scetticismo di una grande metropoli, ho (...) compreso che l'argomento capitale e coinvolgente della conversione cristiana è quello della croce; non quello fondato sul timore del giudizio divino imminente (...) e neppure 1,'argomento che parte dalla gloria di Cristo (...). Ho capito, insomma, che la crocifissione del Messia e l'amore misericordioso del Padre che essa manifesta, è determinante per la conversione del cuore. (...) E io - ci dice ancora Paolo - ho sperimentato a Corinto che la conversione, l'attenzione della gente, la loro sorpresa, la loro gioia quando comprendevano il mio annuncio, mi confermava che la croce, lungi dall'essere fiacchezza, debolezza di Dio, è forza ricreatrice per i credenti, principio formativo di personalità solide e mature; lungi dall'essere stoltezza, è saggezza di Dio, principio di una nuova intelligenza del senso delle cose e capace di costituire un ordine nuovo e un'umanità nuova. Ho sperimentato come anche i più diseredati culturalmente e i più sprovveduti capivano il linguaggio della croce e si convertivano» (Carlo Maria Martini, Il vangelo di Paolo, pp 104-107). (Uff. diocesano per la pastorale missionaria, Paolo apostolo, pg. 61-63) Preghiera Anima di Cristo, santificami Corpo di Cristo, salvami Sangue di Cristo, inebriami Acqua del costato di Cristo, lavami Passione di Cristo, confortami O buon Gesù, esaudiscimi Nelle tue ferite nascondimi Non permettere che io mi separi da te Dal nemico maligno difendimi Nell’ora della mia morte chiamami e comandami di venire a te perché con i tuoi santi io ti lodi nei secoli dei secoli. (Ignazio di Loiola) Padre Nostro Antifona Mariana 19 QUARTO INCONTRO - MERCOLEDÌ 10 DICEMBRE Architetti di una Chiesa Canto di inizio Vieni, o Signor , la terra in pianto geme. Signore volgi lo sguardo e vieni in nostro aiuto: discendi dalle stelle o re del cielo. Ti vider lontani profeti mansueto come agnello, spuntare da Betlemme come stella. O cieli stillate rugiada, discenda il salvatore: germoglia, o terra, e dona il redentore. Deh, spezza con braccio potente le forze dell’errore: verranno le genti al trono dell’amore. Introduzione Di molte delle più grandi meraviglie del mondo noi non conosciamo neppure gli autori. Una folla di persone, rimaste anonime, ha costruito le cattedrali, ha dato forma nei secoli a edifici che ci parlano dell’assoluto, che rinnovano in noi il senso di Dio e il desiderio di cercarlo. Non abbiamo bisogno di mettere sempre la nostra firma per fare grandi cose, perché siamo solo strumenti della grande opera di Dio. Paolo raccomanda alla sua chiesa di non porre un fondamento diverso da Cristo. L’opera della fede, se non poggia saldamente su di lui, prima o poi è destinata a 20 cadere. Chiediamo allo Spirito l’umiltà di saper lavorare in modo nascosto, per nulla preoccupati dei riconoscimenti e delle apparenze, convinti dell’efficacia di un lavoro che poggia solo sul Signore e sul suo Vangelo. Saluto Per la preghiera Salmo 126 Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode. Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno. Ecco, dono del Signore sono i figli, è sua grazia il frutto del grembo. Come frecce in mano a un eroe sono i figli della giovinezza. Beato l'uomo che ne ha piena la faretra: non resterà confuso quando verrà alla porta a trattare con i propri nemici. Ascolto della Parola (1Cor 3, 4-17) Quando uno dice: «Io sono di Paolo», e un altro: «Io sono di Apollo», non vi dimostrate semplicemente uomini? Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irrìga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere. Non c'è differenza tra chi pianta e chi irrìga, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l'edificio di Dio. 21 Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l'opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell'opera di ciascuno. Se l'opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l'opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. Riflessione Testo di meditazione Una mentalità deformata Il tema delle divisioni preoccupa molto Paolo, tanto che lo riprende ampiamente nel terzo e quarto capitolo della lettera. Non è l'unico tema di questi capitoli, però è certamente quello a cui Paolo maggiormente pensa, come è mostrato dal fatto che affiora a più riprese e in diverse maniere. Riprendendolo, Paolo non parla più soltanto di discordia, come in 1Cor 1,11, ma di discordia e gelosia (3,3). È una precisazione che ha la sua importanza. Zelos non è semplicemente la gelosia invidiosa, ma quella gelosia che si nasconde dietro l'apparenza dello zelo, dell'amore intransigente per Cristo o per la verità. Zelos significa anche «emulazione, gara, volontà di primeggiare». Secondo Paolo, i gruppi di Corinto gareggiano per superarsi e primeggiare, non per «santa emulazione»; e discutono accanitamente per gelosia, non per passione della verità. Paolo li rimprovera aspramente, non senza qualche ironia (3,1-14), accusandoli di essere ancora immaturi come neonati, carnali, e semplicemente uomini. Nonostante la loro vantata sapienza e il loro entusiasmo carismatico, i corinzi hanno una fede del tutto immatura. Paolo non parla qui di immaturità psicologica, ma teologica, in tal modo colpendo i corinzi proprio nel punto che costituiva il loro orgoglio. «Carnale» (sarkikos) è l'uomo che non ragiona secondo lo Spirito, ma semplicemente da uomo, come suggerisce il rimprovero parallelo (in verità, un po' sorprendente) di 22 essere «semplicemente uomini». Il modo di pensare dei corinzi non discende dalla novità di Gesù, ma dal modo comune, mondano, di ragionare. Dicendo: «Io sono di Paolo, io sono di Apollo», i corinzi mostrano che il loro modo di pensare è doppiamente deformato. Deformato, anzitutto, perché vengono sopravvalutati gli uomini (Apollo, Paolo, Pietro), dimenticando che costoro sono semplicemente «servi», cioè strumenti: «Io ho piantato, Paolo ha irrigato, ma è Cristo che ha fatto crescere» (1Cor 3,6). La cosa ridicola, poi, è che i gruppi di Corinto non soltanto dimenticano che tutti i predicatori sono semplicemente strumenti, ma addirittura stabiliscono differenze fra loro (il più bravo, il meno bravo; il più importante, il meno importante). Se ragionassero da adulti, da uomini veramente spirituali, capirebbero subito che «non c'è differenza tra chi pianta e chi irriga» (3,7) perché ad agire è sempre e soltanto il Signore. Certo, c'è chi ha posto il fondamento, come ha fatto Paolo, e c'è chi vi ha costruito sopra, come ha fatto Apollo (1Cor 3,10). Ma l'essenziale è ricordare che il fondamento è uno solo: Gesù Cristo (3,11). Non si può scolorire questo fondamento né vi si può costruire sopra qualcosa che obbedisca a una logica diversa. Gesù è il fondamento che sorregge la costruzione ed è il progetto che indica come portarla a compimento. Queste ultime parole sembrano indirizzate da Paolo non tanto ai gruppi, quanto agli apostoli stessi. Scrivendo di aver «piantato» (3,6) e di aver posto il «fondamento» (3,10), Paolo non intende vantarsi di essere il «fondatore» della comunità, bensì di aver predicato il fondamento, cioè l'evento del Cristo morto e risorto e il vangelo della grazia. Dicendo: «Io sono di Paolo, io sono di Apollo», i corinzi tradiscono una seconda deformazione, cioè un modo sbagliato di comprendere la loro appartenenza al Signore. Vantandosi di esseredi Paolo o di Apollo, i corinzi mostrano di appartenere all'uno o all'altro (il genitivo dice, appunto, appartenenza), dimenticando che, invece, il cristiano deve essere libero da tutto per appartenere interamente e soltanto al Signore. È in pericolo, ancora una volta, la signoria di Gesù, vista come unica e totale appartenenza. Le cose devono stare al loro posto (1Cor 4,6), e non ha senso «gonfiarsi di orgoglio per l'uno o per l'altro». Lo strumento deve restare tale: un semplice servizio. Una scultura appartiene all'artista che l'ha fatta, non agli strumenti di cui si è servito per farla. I corinzi devono appartenere al Signore, non all'uno o all'altro dei predicatori. Se mai, tocca 23 a Paolo o ad Apollo appartenere alla comunità; loro sono, appunto, i servitori, non viceversa. Preghiera (Bruno Maggioni, Il Dio di Paolo, pg. 117-119) Chi presiede infonde l’incenso nel braciere, dicendo: Sac.: Salga a te, Signore, l’incenso della nostra preghiera; come il profumo riempie questo tempio, così la tua Chiesa diffonda nel mondo la soave fragranza di Cristo. Poi, dalla sede introduce le acclamazioni, durante le quali dodici persone accendono le lampade, ricordo della consacrazione della Chiesa, dall’unica lampada presso la Parola. Sac.: La luce di Cristo rifulga in questa Chiesa, e siano luce del mondo coloro che si nutrono della sua Parola. Sac.: Signore Gesù, apostolo e sommo sacerdote della fede che professiamo, Kyrie eleison. Figlio di Dio, maestro unico degli apostoli, Kyrie eleison. Vincitore della morte, che hai effuso lo Spirito santo sugli apostoli, Kyrie eleison. T u che dagli apostoli sei stato proclamato Messia e Signore, Kyrie eleison. T u che hai affidato ai tuoi apostoli la parola della salvezza, Kyrie eleison. T u che sopra il fondamento degli apostoli hai edificato la tua chiesa, Kyrie eleison. Signore Gesù, nel quale tutte le cose sono state create, Kyrie eleison. Sorgente di vita per gli uomini di tutto il mondo, Kyrie eleison. Figlio di Dio che abiti tra noi, Kyrie eleison. Porta che accogli nella comunione ecclesiale quanti si affidano a te, Kyrie eleison. Fondamento perenne della Chiesa, Kyrie eleison. Mediatore eterno, che ascolti e avvalori la preghiera della tua comunità, Kyrie eleison. Sac.: Sac.: Sac.: Sac.: Sac.: Sac.: Sac.: Sac.: Sac.: Sac.: Sac.: Padre Nostro Antifona Mariana 24 QUINTO INCONTRO - MERCOLEDÌ 17 DICEMBRE Non dare scandalo Canto di inizio Dio si è fatto come noi, per farci come Lui. Vieni Gesù, resta con noi, resta con noi. Viene dal grembo di una donna la V ergine Maria. T utta la storia Lo aspettava: il nostro Salvatore. Egli era un uomo come noi, e ci ha chiamato amici. Vieni Signore in mezzo a noi, resta con noi per sempre. Introduzione T utti si vantano di essere liberi. Ci piacerebbe non avere limiti, non dover rendere conto di quello che sentiamo e che vogliamo. Ci piacerebbe non pensare al fatto che ogni nostra azione pesa sugli altri, chiede responsabilità e attenzione. La libertà invece è un duro lavoro, chiede finezza e consapevolezza, chiede il rigore di essere esigenti anzitutto con se stessi. Come scrive Paolo: “fate tutto per la gloria di Dio, così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l'utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza”. Chiediamo il dono dello Spirito per vivere in una libertà autentica, non quella che ci scioglie da ogni legame di responsabilità e di cura per gli altri, ma quella che ci rende attenti e docili, capaci di scioltezza e di interesse. Chiediamo di vivere sempre nella ricerca della maggiore gloria di Dio. 25 Saluto Per la preghiera Salmo 35 Nel cuore dell'empio parla il peccato, davanti ai suoi occhi non c'è timor di Dio. Poiché egli si illude con se stesso nel ricercare la sua colpa e detestarla. Inique e fallaci sono le sue parole, rifiuta di capire, di compiere il bene. Iniquità trama sul suo giaciglio, si ostina su vie non buone, via da sé non respinge il male. Signore, la tua grazia è nel cielo, la tua fedeltà fino alle nubi; la tua giustizia è come i monti più alti, il tuo giudizio come il grande abisso: uomini e bestie tu salvi, Signore. Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio! Si rifugiano gli uomini all'ombra delle tue ali, si saziano dell'abbondanza della tua casa e li disseti al torrente delle tue delizie. È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce. Concedi la tua grazia a chi ti conosce, la tua giustizia ai retti di cuore. Non mi raggiunga il piede dei superbi, non mi disperda la mano degli empi. Ecco, sono caduti i malfattori, abbattuti, non possono rialzarsi. 26 Ascolto della Parola (1Cor 10,23 - 11,1) «T utto è lecito!». Ma non tutto è utile! «T utto è lecito!». Ma non tutto edifica. Nessuno cerchi l'utile proprio, ma quello altrui. T utto ciò che è in vendita sul mercato, mangiatelo pure senza indagare per motivo di coscienza, perché del Signore è la terra e tutto ciò che essa contiene. Se qualcuno non credente vi invita e volete andare, mangiate tutto quello che vi viene posto davanti, senza fare questioni per motivo di coscienza. Ma se qualcuno vi dicesse: «È carne immolata in sacrificio», astenetevi dal mangiarne, per riguardo a colui che vi ha avvertito e per motivo di coscienza; della coscienza, dico, non tua, ma dell'altro. Per qual motivo, infatti, questa mia libertà dovrebbe esser sottoposta al giudizio della coscienza altrui? Se io con rendimento di grazie partecipo alla mensa, perché dovrei essere biasimato per quello di cui rendo grazie? Sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l'utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza. Riflessione Testo di meditazione «Beato colui che non si scandalizza di me» Il vocabolo «scandalo» e il verbo «scandalizzare» assumono nel vangelo il significato di staccarsi dalla fede. Lo scandalo è qualcosa di più di una caduta morale. Nella profezia di Gesù nell’imminenza della Passione, il verbo «scandalizzarsi» esprime il cadere dei discepoli, che per tutti è fuga e abbandono, e per Pietro è anche rinnegamento: «T utti voi sarete scandalizzati per causa mia in questa notte» (Mt 26,31). «Scandalizzarsi», però, non dice solo il fatto di cadere, ma ne suggerisce anche la ragione: il disorientamento nella fede. Si patisce scandalo, infatti, non tanto per debolezza e paura, quanto perché si è posti di fronte a qualcosa che disorienta la propria fede, facendola vacillare. Ma c’è scandalo e scandalo. Gesù ha pronunciato parole severissime contro coloro che danno scandalo, disorientando la fede dei piccoli (Mt 18,6). I piccoli non sono i bambini, ma i semplici, incapaci di sopportare le novità e le arditezze dei maturi. La loro fede è ancora fragile e scandalizzabile, e la comunità deve 27 creare un ambiente che aiuti la loro fede a crescere, non a confondersi. C’è poi lo scandalo che viene da se stessi, dalle proprie resistenze e dai propri egoismi, che impediscono di percorrere per intero la via della sequela. Di fronte a questo scandalo nessun compromesso: «Se il tuo occhio destro ti è di scandalo, cavalo e gettalo via da te» (Mt 5,29). C’è anche lo scandalo che proviene dalla persecuzione (Mt 13,21). Chi non comprende la Croce si scandalizza sempre di fronte alla persecuzione. Il martirio è per alcuni meraviglia e per altri scandalo (Mt 24,10), come la Croce. Gesù ha evitato di scandalizzare, come mostra il curioso episodio che si legge in Matteo 17,24-27. Il centro di questo breve racconto, in cui si narra che Gesù compie un miracolo per pagare la tassa al tempio per sé e per Pietro, non è il miracolo in se stesso, ma il motivo per cui è compiuto: «Perché non si scandalizzino, va’ al mare...». Ma questo medesimo Gesù, che ha compiuto un miracolo per evitare lo scandalo, non ha esitato, a sua volta, a scandalizzare i farisei (Mt 15,12), gli abitanti di Nazareth (Mc 6,1-6) e i suoi stessi discepoli (Mt 26,31). Sono soprattutto tre gli scandali che Gesù ha suscitato, ponendo in gioco interamente la propria credibilità. Il primo è lo scandalo della Croce, che li riassume tutti. Scandalo teologico, perché la Croce mette in questione il modo di concepire Dio. Lo ha compreso molto bene san Paolo, che definisce la Croce «scandalo per i giudei, insipienza per i gentili» (1Cor 1,23). Per i giudei la Croce contraddice la natura di Dio, che coerentemente non può che manifestarsi nei segni della potenza, cioè mediante gesti visibili, risolutori e definitivi. È questo lo schema normale dell’attesa giudaica dell’irruzione escatologica di Dio: tutto l’opposto della debolezza della Croce. Ma la Croce cozzava anche contro la visione religiosa e culturale dell’antichità nel suo insieme. Se per il giudeo la Croce è un ostacolo insormontabile perché opposta all’agire di Dio di cui parlano le Scritture, per il greco la Croce è totale irragionevolezza. Per i giudei il criterio è la tradizione rivelata, per i greci la ragione. Che un Dio diventi un uomo assumendone il divenire, i bisogni e i limiti, è per il greco totale insipienza. Ma insipienza è ancor più ritenere che un Dio finisca sconfitto sulla Croce. Gesù ha poi scandalizzato gli abitanti di Nazareth per un secondo motivo. Come racconta Marco (6,1-6), gli ascoltatori di Gesù passano dallo stupore iniziale allo scandalo. Lo stupore è un atteggiamento di partenza, l’atteggiamento di chi resta colpito e quindi è costretto a interrogarsi, ma è un atteggiamento ancora neutrale: può sfociare sia nella fede che nell’incredulità. La sapienza delle parole di Gesù e la potenza delle sue 28 mani suscitano importanti interrogativi (che Marco intende porre a ogni lettore): qual è l’origine di questa sapienza e di questa potenza? Chi è questo uomo? La risposta sembra ovvia (viene da Dio), ma questa risposta ovvia è impedita da una constatazione che va in senso contrario («Non è costui il falegname?»). Di qui lo scandalo, che sorge dalla contraddizione fra la potenza e la sapienza di Gesù da una parte, e l’umiltà delle sue origini dall’altra. È una contraddizione, anche questa, interna al mistero di Gesù, come la Croce. Ma qui potremmo parlare di scandalo dell’incarnazione. Si tratta ancora una volta di uno scandalo teologico, non dissimile da quello della Croce: come è possibile che la potenza di Dio si manifesti nell’esistenza insignificante di un umile lavoratore? Lo scandalo di Nazareth, come quello della Croce, è tipico di quei credenti che presumono di conoscere in anticipo i tratti dell’epifania di Dio. Agli inviati del Battista che volevano rendersi conto della sua messianità (Mt 11,2-6), Gesù rispose elencando una serie di miracoli. Ma l’ultimo segno elencato («ai poveri è predicata la lieta notizia») non è un miracolo, e tuttavia è il segno più specifico e decisivo, quello che imprime una direzione ben definita a tutti gli altri, ponendoli al servizio di una concezione messianica sulla quale molti inciamperanno: «Beato colui che non si scandalizza di me». Che Gesù sia un inviato di Dio è provato dai miracoli, ma è la sua predilezione per i poveri - come le sue umili origini e come la via della Croce - che rivela la novità teologica della sua rivelazione di Dio. In questa novità sta lo scandalo. Luca usa tre volte nel suo vangelo il verbo «mormorare», e sempre a proposito di scribi e farisei che disapprovano il suo comportamento nei confronti dei peccatori: la prima volta quando accetta l’invito del pubblicano Levi e banchetta con i pubblicani (5,30); la seconda volta introducendo le tre parabole della misericordia (15,2); la terza quando accetta l’invito di Zaccheo (19,7). Mentre il primo e il terzo caso raccontano due fatti precisi, la seconda menzione allude invece a un comportamento abituale: «T utti i pubblicani e i peccatori rifacevano vicini a lui per ascoltarlo». Non soltanto Gesù ha simpatia per i peccatori, ma anche costoro hanno simpatia per lui: «Si facevano vicini». Si instaura come una duplice attrazione: Gesù cerca i peccatori e i peccatori cercano lui. Luca precisa che si trattava di un movimento vasto («tutti») e abituale, non qualche semplice episodio: i verbi, infatti, sono all’imperfetto, il tempo della continuità e della ripetizione. La pastorale misericordiosa di Gesù non soltanto irrita scribi e farisei, ma può continuare a suscitare disapprovazione anche fra i cristiani, come Luca 29 stesso ricorda negli Atti degli Apostoli (11,3): Pietro ha accettato di recarsi nella casa del pagano Cornelio e dopo avergli annunciato il lieto messaggio lo battezza; al ritorno a Gerusalemme, egli è rimproverato da alcuni della comunità: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato con loro!». Non è raro - sembra dire Luca - che giusti e benpensanti disapprovino la magnanimità del pastore che generosamente va in cerca della pecora smarrita: ne provano quasi irritazione e invidia. Il pastore non dovrebbe anzitutto occuparsi dei giusti? E non dovrebbe essere un po’ più guardingo nel concedere il suo perdono e nell’aprire le porte della propria casa? Domande giuste, forse. Ma domande che spesso tradiscono l’incomprensione della novità di Dio, quella novità che la Chiesa in ogni occasione, anche nel gesto pastorale più comune, è chiamata a manifestare. Non importa se questo suscita scandalo. Ci sono scandali da evitare e scandali da suscitare. Da suscitare, costi quello che costi, sono gli scandali che manifestano il volto vero e nuovo del Dio di Gesù Cristo. (Bruno Maggioni, La pazienza del contadino, pg. 67-70) Preghiera della pace Sac.: T utti: Sac.: Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace», non guardare ai nostri peccati ma alla fede della tua Chiesa e donale unità e pace secondo la tua volontà. T u che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen. T utti: La pace e la comunione del Signore Gesù Cristo siano sempre con voi. E con il tuo spirito. Sac.: Scambiamoci un segno di pace. Padre Nostro Antifona Mariana 30 31 Comunità pastorale Santa Maria Beltrade e San Gabriele - Milano Una comunità che si edifica mercoledì 19 novembre In principio la gratitudine (1Cor 1, 1-9) mercoledì 26 novembre Divisioni nella comunità (1Cor 1, 10-17) mercoledì 3 dicembre La sapienza della croce (1Cor 2, 1-16) mercoledì 10 dicembre Architetti di una chiesa (1Cor 3, 3-17) mercoledì 17 dicembre Non dare scandalo (1Cor 10, 23 - 11, 1) 32