NEL CUORE
DELL’APOSTOLO
Una comunità che si edifica
Cammino spirituale di Avvento
Ogni anno sentiamo l’esigenza di proporre un percorso
spirituale che ci aiuti a gustare la fede, ad approfondire la
Parola di Dio e a crescere come comunità cristiana.
Ci lasciamo guidare dall’apostolo Paolo: secondo la tradizione
ricorre il bimillenario della sua nascita e la Chiesa si mette
alla scuola della sua vita e dei suoi scritti.
«Paolo vuole parlare con noi – oggi. Per questo ho voluto
indire questo speciale “Anno Paolino": per ascoltarlo e per
apprendere ora da lui, quale nostro maestro, “la fede e la
verità”, in cui sono radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli
di Cristo» (Benedetto XVI, 28 giugno 2008).
Paolo e le sue comunità
L’annuncio del Vangelo diventa per Paolo una sola cosa con
l’edificazione della comunità cristiana. Nel corso del suo
apostolato è stato padre che ha generato alla fede edificando
numerose comunità cristiane (Efeso, Corinto, Filippi,
T essalonica…). Ascolteremo in particolare l’esperienza della
Chiesa di Corinto, dei suoi problemi, delle sue ricchezze, della
bellezza delle relazioni fraterne che nascono dal Vangelo di
Gesù.
Dopo aver iniziato il cammino su San Paolo negli esercizi
spirituali di inizio anno a settembre, continuiamo con la
seconda tappa nel corso dei mercoledì di Avvento in ascolto
della prima lettera ai Corinti.
2
PRIMO INCONTRO - MERCOLEDÌ 19 NOVEMBRE
In principio la gratitudine
Canto di inizio
T u, quando verrai, Signore Gesù,
quel giorno sarai un sole per noi.
Un libero canto da noi nascerà,
e come una danza il cielo sarà.
T u, quando verrai, Signore Gesù,
insieme vorrai far festa con noi.
E senza tramonto la festa sarà,
perché, finalmente, saremo con te.
T u, quando verrai, Signore Gesù,
per sempre dirai: «Gioite con me».
Noi, ora, sappiamo che anche quaggiù,
nel breve passaggio, viviamo di te.
Saluto
Introduzione
Spesso la nostra parola suona anzitutto come una richiesta e una
domanda; si esprime con la necessità di un chiarimento o con la forza di
un rimprovero. Ci accorgiamo subito come cambiano le cose quando
invece tutto inizia con una parola di ringraziamento. La gratitudine sta al
principio di ogni buona relazione, con Dio e con gli uomini. Paolo ringrazia
con un cuore che trabocca, e per questo il suo non è un grazie formale,
detto quasi per sbaglio, ma è un atteggiamento che ha radici profonde e
per questo viaggia molto lontano. Ringraziamo per tante ragioni, per le
cose buone e gli eventi grati della vita, ma alla fine scopriamo che la
ragione vera e ultima del nostro grazie è per il Signore, per la sua presenza
che ci santifica e rende bella la vita nostra e delle persone che amiamo.
Ogni giorno chiediamo allo Spirito di entrare nell’atteggiamento fecondo e
creativo che ci permette di dire grazie, di vivere riconoscenti.
3
Per la preghiera
Salmo 138
1 coro
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
A te voglio cantare davanti agli angeli,
mi prostro verso il tuo tempio santo.
2 coro
Rendo grazie al tuo nome
per la tua fedeltà e la tua misericordia:
hai reso la tua promessa più grande di ogni fama.
1 coro
Nel giorno in cui t'ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.
Ti loderanno, Signore, tutti i re della terra
quando udranno le parole della tua bocca.
2 coro
Canteranno le vie del Signore,
perché grande è la gloria del Signore;
eccelso è il Signore e guarda verso l'umile
ma al superbo volge lo sguardo da lontano.
1 coro
Se cammino in mezzo alla sventura
tu mi ridoni vita;
contro l'ira dei miei nemici stendi la mano
e la tua destra mi salva.
2 coro
Il Signore completerà per me l'opera sua.
Signore, la tua bontà dura per sempre:
non abbandonare l'opera delle tue mani.
4
Ascolto della Parola
(1Cor 1,1-9)
Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il
fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è in Corinto, a coloro che sono
stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti
quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo,
Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal
Signore Gesù Cristo.
Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio
che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti
i doni, quelli della parola e quelli della scienza. La testimonianza di Cristo si
è infatti stabilita tra voi così saldamente, che nessun dono di grazia più vi
manca, mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù
Cristo. Egli vi confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore
nostro Gesù Cristo: fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla
comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!
Riflessione
Testo di meditazione
Nella nostra conversione, quale atteggiamento dobbiamo assumere davanti
a Dio? Dopo l’adesione di fede e di amore alla persona di Cristo, qual è la
cosa più importante nella vita spirituale? La fede ci fa figli di Dio in Cristo e
con Cristo. Qual è la prima caratteristica della vita filiale? Forse sarà la
docilità filiale, la generosità nel servizio di Dio, l’offerta di noi stessi per
glorificare Dio? No, l’atteggiamento filiale fondamentale è quello
dell’amore riconoscente: gustare la bontà di Dio e ringraziare Dio per la sua
bontà. Dio ci dà il suo amore gratuito, la sua grazia. La prima cosa da farsi
è riconoscere con gratitudine questo amore gratuito. Dio dà la grazia e
noi rendiamo grazie. In greco, la parola charis può significare «favore
gratuito» o «gratitudine», a seconda del contesto. In italiano, abbiamo
quasi la stessa situazione: «grazia» significa «favore gratuito»; «grazie», al
plurale, esprime la gratitudine per il favore ricevuto. Si è osservato che
Paolo invita molto alla fede in Dio e alla carità fraterna, ma non invita mai i
cristiani ad amare Dio. Questo può sembrare strano, però si deve notare
che Paolo invita spesso a ringraziare Dio: è il suo modo di insegnare il
primo comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio », cioè la forma del
5
nostro amore verso Dio deve essere anzitutto la gratitudine, l’amore
riconoscente.
Nella sua prima lettera, la più antica conservata, la 1 T essalonicesi, scritta
poco dopo l’inizio del suo apostolato in Europa, Paolo dà come
orientamento cristiano il rendere grazie in ogni circostanza: «In ogni
circostanza rendete grazie: questa è, infatti, la volontà di Dio in Cristo
Gesù verso di voi» (1Ts 5,18). È forte dire ai nuovi cristiani: «In ogni
circostanza, rendete grazie». Però è l’orientamento fondamentale. Un
cristiano sa che tutto viene dal Signore, che tutti i doni sono espressioni
del suo amore per noi. Il cristiano sa, grazie alla luce che viene dalla croce,
che anche le prove sono accompagnate da grazie preziose. Perciò, in ogni
circostanza è possibile rendere grazie, perché in ogni circostanza la grazia
ci è offerta. E possibile ed è doveroso, per ricevere pienamente la grazia,
riceverla con gratitudine. Nella Lettera agli Efesini, Paolo insiste di più (Ef
5,18-20): «Siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi,
inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro
cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel
nome del Signore nostro Gesù Cristo». Occorre rendere continuamente
grazie, per tutto. Ecco l’atteggiamento fondamentale, il tipo di conversione
da fare. Se non l’abbiamo già fatto, è urgente assumere questo
atteggiamento. Nella Lettera ai Colossesi san Paolo ci invita ad «abbondare
nel rendimento di grazie» (2,7). In Col 3,15-17, in tre versetti, Paolo
insiste tre volte sulla riconoscenza. Col 3,15 riguarda l’atmosfera spirituale
della vita cristiana: pace, unione, gratitudine («La pace di Cristo regni nei
vostri cuori, perché a essa siete stati chiamati in un solo corpo, e siate
riconoscenti»). Col 3,16 si riferisce poi all’accoglienza della Parola ispirata
(«La Parola di Cristo dimori fra voi abbondantemente, ammaestratevi e
ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine
salmi, inni e cantici spirituali»). La nostra liturgia deve essere veramente
eucaristica, piena di gratitudine, espressione di riconoscenza. Col 3,17,
infine, riguarda tutta l’attività esterna: il parlare e l’agire («E tutto quello
che fate in parole e opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù,
rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre»). Quindi, non soltanto la
nostra liturgia, ma tutta la nostra vita, tutto quello che diciamo e facciamo,
tutto deve essere espressione di amore riconoscente («T utto nel nome
del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre»):
orientamento fondamentale cristiano.
Inversamente, per san Paolo il peccato più grave, radice di tutti gli altri, è
la mancanza di gratitudine. Si capisce che, se l’amore riconoscente è
6
fondamentale, mancare su questo punto basilare mette nell’orientamento
più cattivo. Paolo fa questa osservazione in Rm 1 e così introduce la sua
descrizione nerissima della situazione dell’uomo peccatore. Con un vigore
tremendo, Paolo dimostra che, a causa della mancanza di gratitudine, gli
uomini si sono pervertiti in maniera spaventosa. In Rm 1,21 ss. Paolo dice:
«Essi sono dunque imperdonabili, perché pur conoscendo Dio non gli
hanno dato gloria, né gli hanno reso grazie come a Dio ». Per Paolo, dare
gloria a Dio e rendere grazie a Dio sono due espressioni equivalenti.
Effettivamente, non possiamo dare gloria a Dio se non rendendogli grazie;
se pretendiamo di glorificare Dio in un’altra maniera siamo degli illusi: il
solo modo di glorificare Dio consiste nel riconoscere che egli dà tutto con
un amore generosissimo, e che noi riceviamo continuamente i suoi doni.
Quindi si glorifica Dio per mezzo dell’amore riconoscente. Secondo Paolo,
gli uomini sono imperdonabili perché, conoscendo Dio, non gli hanno reso
grazie come a Dio. Di conseguenza, tutta la vita umana si è pervertita.
Ci dobbiamo quindi chiedere seriamente se viviamo veramente nel
rendimento di grazie, se tutto ci è occasione di riconoscere Dio e il suo
amore e di ringraziarlo. È tanto importante, dobbiamo insistere molto su
questo punto. Nelle confessioni mi pare sia rarissimo che una persona si
accusi di aver mancato di riconoscenza verso Dio; eppure è la cosa più
importante, il primo dovere nostro.
In ogni celebrazione eucaristica diciamo nel Prefazio che è giusto rendere
grazie sempre e ovunque, che è doveroso. Allo stesso tempo è molto
proficuo, non è soltanto giusto ma è anche salutare, fonte di salvezza: ci
mette nella gioia, nella pace, nell’amore. T utto ci dovrebbe essere
occasione di riconoscere l’amore di Dio. È vero che in molte circostanze è
necessario fare uno sforzo per poter discernere la grazia che Dio ci offre;
però questo sforzo è molto importante ed ha la garanzia del successo. Se
siamo rinchiusi in noi stessi, sempre alla ricerca del nostro interesse
personale e del nostro successo, della soddisfazione dei nostri bisogni
affettivi e dei bisogni di attività, di dominare, eccetera, allora ci
lamentiamo, non rendiamo grazie. Anche se siamo in cerca di una nostra
perfezione in maniera egocentrica, pensando di prendere la via della
santità, in realtà soccombiamo a un’altra forma di egoismo, meno vistoso
ma non meno nocivo; anche in questo caso, siamo sempre insoddisfatti,
non viviamo nell’amore riconoscente. Dio aspetta l’amore riconoscente
proprio per poter mettere il colmo alla sua bontà, perché è la
riconoscenza che condiziona gli ulteriori doni di Dio. Se un’anima non è
riconoscente, Dio non può dare tutto ciò che vorrebbe dare, perché la
7
relazione di amore non si è stabilita in modo corretto: anche quando la
persona è molto generosa, se non vive nella riconoscenza, il Signore non
può comunicarle ciò che vorrebbe.
(Albert Vanhoye, Pietro e Paolo, pg. 67 ss)
Al termine del silenzio, tutta l’assemblea sale sul presbiterio intorno all’altare.
Sac.
T utti
Sac.
T utti
Sac.
T utti
Il Signore sia con voi.
E con il tuo spirito.
In alto i nostri cuori.
Sono rivolti al Signore
Rendiamo grazie al Signore nostro Dio.
È cosa buona e giusta.
È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre, qui e in ogni luogo,
a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno
che in Gesù Cristo elargisci al mondo ogni bene.
È giusto glorificarti per gli aiuti del passato
e supplicarti per le grazie future;
è bello manifestare riconoscenza dei benefici ricevuti
per attendere con animo meno indegno
i doni che da te ancora speriamo.
Con questa fiducia,
uniti ai cori degli angeli e dei santi,
tutti insieme eleviamo a te, Padre, unico immenso Dio
col Figlio e con lo Spirito santo,
l’inno della tua lode:
Santo…
Padre Nostro
Antifona Mariana
8
SECONDO INCONTRO - MERCOLEDÌ 26 NOVEMBRE
Divisioni nella comunità
Canto di inizio
Innalzate nei cieli lo sguardo:
la salvezza di Dio è vicina.
Risvegliate nei cuori l’attesa
per accogliere il re della gloria.
Vieni Gesù, vieni Gesù,
discendi dal cielo,
discendi dal cielo.
Sorgerà dalla casa di David
il Messia da tutti invocato:
prenderà da una vergine il corpo
per potenza di Spirito Santo.
Benedetta sei tu, o Maria,
che rispondi all’attesa del mondo:
come aurora splendente di grazia
porti al mondo il sole divino.
Vieni, o re, discendi dal cielo,
porta al mondo il sorriso di Dio:
nessun uomo ha visto il suo volto,
solo tu puoi svelarci il mistero.
Saluto
Introduzione
Avvertiamo sempre un po’ di fastidio quando nel canto corale qualcuno
alza troppo la voce, magari stonando; oppure quando ci si ritrova a
cantare da soli in mezzo ad una assemblea muta che non partecipa alla
nostra lode e al nostro ringraziamento. Al contrario, la voce di ciascuno,
anche quando è debole e incerta, si sente sorretta e portata dalla forza del
9
canto comune, quando può contare su strumenti bene accordati, su voci
capaci di ascoltarsi per andare all’unisono; strumenti e persone in grado di
accordarsi per suonare e cantare la medesima melodia. Una comunità
divisa dove manca l’accordo è una comunità stonata. Come in
un’orchestra, prima di una sinfonia ci si prende tempo per accordare gli
strumenti, anche nelle nostre comunità qualunque azione e qualunque
opera deve partire da un accordo profondo, capace di superare ogni
divisione e ogni litigio. Possa lo Spirito essere il nostro maestro interiore,
capace di dirigere l’orchestra dei nostri cuori e delle nostre voci.
Confessione dei peccati
Sac.:
Fratelli, confessate i vostri peccati e pregate gli uni per gli altri,
per ottenere il perdono e la salvezza.
T utti:
Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli,
che ho molto peccato
in pensieri, parole, opere e omissioni,
per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.
E supplico la beata sempre vergine Maria,
gli angeli, i santi e voi, fratelli,
di pregare per me il Signore Dio nostro.
Sac.:
Riuniti in assemblea penitenziale, invochiamo con fiducia Dio
fonte di ogni misericordia, perché purifichi i nostri cuori, guarisca
le nostre ferite e ci liberi da ogni colpa.
T utti:
Ascoltaci, o Signore.
Lett.:
Perché il Signore ci dia la grazia di una vera penitenza,
preghiamo.
Perché ci manifesti la sua clemenza e ci regali il perdono di tutti i
nostri peccati, preghiamo.
Perché nei nostri cuori feriti dal peccato si ravvivi la grazia del
Battesimo, preghiamo.
Perché illuminati dalla speranza della gloria eterna, possiamo
accostarci nuovamente al santo altare, preghiamo.
Perché, sostenuti dalla forza dei sacramenti, siamo sempre fedeli
a Cristo Signore, preghiamo.
Lett.:
Lett.:
Lett.:
Lett.:
10
Lett.:
Lett.:
Sac.:
T utti:
Perché, salvati dalla divina misericordia, rendiamo testimonianza
al nostro Salvatore, preghiamo.
Perché camminiamo con perseveranza nella via del Vangelo e
possiamo godere un giorno la gioia della vita eterna, preghiamo.
Guarda con bontà, o Signore, i tuoi figli, che si riconoscono
peccatori e fa’ che liberati da ogni colpa per il ministero della tua
Chiesa, rendano grazie al tuo amore misericordioso. Per Cristo
nostro Signore.
Amen.
Ascolto della Parola
(1Cor 1,10-17)
Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad
essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma
siate in perfetta unione di pensiero e d'intenti. Mi è stato segnalato infatti a
vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi.
Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece
sono di Apollo», «E io di Cefa», «E io di Cristo!».
Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel
nome di Paolo che siete stati battezzati? Ringrazio Dio di non aver
battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio, perché nessuno possa
dire che siete stati battezzati nel mio nome. Ho battezzato, è vero, anche
la famiglia di Stefana, ma degli altri non so se abbia battezzato alcuno.
Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo;
non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di
Cristo.
Riflessione
Testo di meditazione
Cristo è stato forse diviso?
La comunità di Corinto (1Cor 1,11-13) è lacerata da discordie: «Mi è stato
segnalato a vostro riguardo, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie fra
voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: Io sono di Paolo; io
invece sono di Apollo; e io di Cefa; e io di Cristo! Cristo è stato forse
diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che
siete stati battezzati? ».
11
Il vocabolo greco (eris) che Paolo usa, non significa soltanto divisione e
separazione, ma litigiosità e contrapposizione. I gruppi presenti nella
comunità litigano fra loro. Paolo elenca quattro fazioni, probabilmente a
titolo esemplificativo: il partito di Paolo, di Pietro, di Apollo, di Cristo.
Non si tratta di scuole teologiche nel senso moderno del termine, ma di
«comunità personali», troppo legate al loro fondatore e alla sua guida
spirituale. «In questo fenomeno Paolo vede una minaccia all’unicità della
signoria di Cristo sulla comunità e quindi anche un attentato contro l’unità
di quest’ultima» (H.D. Wendland). E, in effetti, in pericolo è proprio la
signoria di Cristo, prima ancora che l’unità della Chiesa. Il rischio della
sopravvalutazione dell’apostolo fondatore è di mettere in ombra l’unica
signoria di Gesù.
«Cristo è forse stato diviso?», si legge con sorpresa (1Cor 1,13). Ci si
aspetterebbe una riflessione sulla comunità, non direttamente su Cristo. E
invece, come è sua abitudine, Paolo va subito alla radice. « Cristo è forse
stato diviso? », ecco una domanda che colpisce per la sua lucidità teologica
e per la sua forza di provocazione. La direzione della riflessione paolina è
qui anzitutto cristologica, come sempre: anche ecclesiologica, ma in
seconda battuta.
Se il Cristo fosse davvero il loro unico Signore, i gruppi di Corinto
dovrebbero trovarsi uniti, non separati; concordi, non rivali. Se sono
separati e rivali è perché il loro riferimento non è soltanto Gesù Cristo,
ma anche altro. La divisione è il segno che si considera qualcosa, che non è
il Signore, importante come il Signore o più del Signore. Una comunità
divisa nega di fatto, a dispetto delle parole e delle intenzioni, che Gesù sia
l’unico Signore. Questo il ragionamento (racchiuso in una sola domanda!),
che non si può non condividere.
Merizo («dividere, spartire, distribuire») significa la divisione in parti di una
realtà prima compatta, non tanto per spezzarla o distruggerla, quanto per
dare a ciascuno la sua porzione. Ma Cristo non è divisibile in questo
modo! La sua persona, come la sua salvezza, è interamente per tutti, la
stessa per ciascuno. Non è pensabile che ogni gruppo abbia il suo Cristo!
Non è tollerabile che un gruppo si appropri di lui ritenendolo suo e non di
altri. Cristo è di tutti, e nessuno può trasformarlo in proprietà privata.
Nessun gruppo può dire «Cristo è nostro».
Che cosa può essere tanto importante da porre in ombra l’unicità della
signoria di Gesù? Molte cose. Nel caso di Corinto possiamo pensare alla
tendenza, tipica dei greci, di ridurre il vangelo a teologia e a sapienza. In
forza di tale tendenza, gli elementi umani rischiano di prevalere sull’unico
12
evento salvatore: «Forse Paolo è stato crocifisso per voi? O è nel nome di
Paolo che siete stati battezzati?» (1Cor 1,13). I Corinzi davano più peso
alla genialità dell’uno o dell’altro dei predicatori che all’unica parola di
salvezza di cui tutti erano portatori. O forse - più che alla genialità dell’uno
o dell’altro predicatore - i corinzi davano troppa importanza all’apostolo
che li aveva portati alla fede, dimenticando che è Cristo che salva, non chi
lo annunzia. O forse ancora, i corinzi sopravvalutavano la loro personale
storia di fede, l’evento del loro personale incontro con Cristo, a scapito
dell’evento unico di Cristo, evento storico uguale per tutti, accaduto una
volta per sempre.
(Bruno Maggioni, Il Dio di Paolo, pg. 115-117)
Per la preghiera
Salmo 133
Ecco quanto è buono e quanto è soave
che i fratelli vivano insieme!
È come olio profumato sul capo,
che scende sulla barba,
sulla barba di Aronne,
che scende sull'orlo della sua veste.
È come rugiada dell'Ermon,
che scende sui monti di Sion.
Là il Signore dona la benedizione
e la vita per sempre.
Padre Nostro
Antifona Mariana
13
TERZO INCONTRO - MERCOLEDÌ 3 DICEMBRE
La sapienza della croce
Introduzione
Forse abbiamo coltivato a lungo il sogno di sapere tante cose, di aver letto
molti libri, di raggiungere competenze diverse su tutto così da pensarci
esperti su ogni argomento. E anche per questo a volte ci sentiamo
inadeguati quando vengono a galla le nostre lacune, quando sentiamo di
sapere troppo poco e di capire meno ancora. Ma la sapienza di cui Paolo si
vanta non è quella dei dotti e degli eruditi. È una sapienza che nasce dalle
prove della vita e dall’affetto per Gesù. Sarebbe bello alla fine di tutta la
nostra ricerca “sapere solo Gesù”: parlare con le sue parole, agire come
lui agisce, cercare ciò che lui desidera. Scoprire che la sapienza del Signore
è quella della croce, cioè quella di chi impara a dare la vita; è una sapienza
piena di amore, che non ci distanzia gli uni dagli altri, ma ci fa più capaci di
misericordia e di compassione. Lo Spirito illumini le nostre menti e
conformi i nostri cuori alla sapienza della croce.
Ci si raduna tutti intorno al fonte battesimale.
Benedizione dell’acqua e memoria del Battesimo
Pres.
Fratelli carissimi, preghiamo umilmente Dio, nostro Padre,
perché benedica quest'acqua con la quale faremo memoria del
nostro battesimo. Il Signore rinnovi la nostra vita e ci renda
sempre fedeli al dono dello Spirito santo.
Dopo una breve pausa di silenzio, il sacerdote, a mani giunte cosi prosegue:
Dio di bontà e di misericordia, ascolta la preghiera di questo
popolo che ricorda l'opera mirabile della creazione e la grazia
ancora più mirabile della salvezza. Degnati di benedire +
quest'acqua creata a portare fertilità alla terra, freschezza e
sollievo ai nostri corpi. In questo tuo dono riveli molti segni della
tua benevolenza.
Passando per le acque del Mar Rosso, Israele ha raggiunto la
libertà promessa; una sorgente, che hai fatto scaturire nel
14
T utti
deserto, ha sollevato il tuo popolo dal tormento della sete; con
l'immagine dell'acqua viva i profeti hanno offerto agli uomini
l'annunzio della nuova alleanza. Infine, nell'acqua del fiume
Giordano, santificato da Cristo, tuo Figlio, hai dato inizio al
popolo nuovo, liberato dalla colpa d'origine nel sacramento della
rinascita. Nel segno di quest'acqua benedetta, ravviva, o Padre, il
ricordo del nostro battesimo e raduna l'assemblea gioiosa di tutti
i fratelli, battezzati nel mistero pasquale di Cristo Signore, che
vive e regna nei secoli dei secoli.
Amen
Quindi, dopo il sacerdote, ciascuno si accosta al fonte, e si segna con l’acqua benedetta.
Quindi si reca al posto. Intanto si esegue il
Canto di inizio
Quanta sete nel mio cuore:
solo in Dio si spegnerà.
Quanta attesa di salvezza:
solo in Dio si sazierà.
L'acqua viva ch'egli dà
sempre fresca sgorgherà.
Il Signore è la mia vita,
il Signore è la mia gioia!
Se la strada si fa oscura,
spero in lui: mi guiderà.
Se l'angoscia mi tormenta,
spero in lui: mi salverà.
Non si scorda mai di me,
presto a me riapparirà.
Nel mattino io t'invoco:
tu, mio Dio, risponderai.
Nella sera rendo grazie:
tu, mio Dio, ascolterai.
Al tuo monte salirò,
e vicino ti vedrò.
15
Per la preghiera
Salmo 21
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
T u sei lontano dalla mia salvezza»:
sono le parole del mio lamento.
Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,
grido di notte e non trovo riposo.
Eppure tu abiti la santa dimora,
tu, lode di Israele.
In te hanno sperato i nostri padri,
hanno sperato e tu li hai liberati;
a te gridarono e furono salvati,
sperando in te non rimasero delusi.
Ma io sono verme, non uomo,
infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.
Mi scherniscono quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si è affidato al Signore, lui lo scampi;
lo liberi, se è suo amico».
Sei tu che mi hai tratto dal grembo,
mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.
Al mio nascere tu mi hai raccolto,
dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.
Da me non stare lontano,
poiché l'angoscia è vicina
e nessuno mi aiuta.
16
Ascolto della Parola
(1Cor 2,1-16)
Anch'io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad
annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io
ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e
questi crocifisso. Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore
e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su
discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della
sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana,
ma sulla potenza di Dio.
T ra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di
questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al
nulla; parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e
che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei
dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l'avessero
conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Sta scritto
infatti:
Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì,
né mai entrarono in cuore di uomo,
queste ha preparato Dio per coloro che lo amano .
Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta
ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell'uomo se
non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li
ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo
ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò
che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio
suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo
cose spirituali in termini spirituali. L'uomo naturale però non comprende
le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di
intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito.
L'uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da
nessuno.
Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore
in modo da poterlo dirigere ?
Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo.
Riflessione
17
Testo di meditazione
La croce come contenuto e come stile dell'annuncio
Ecco cosa è accaduto a Corinto: Paolo, anche per il fatto di essere andato
in crisi, ha compreso fino in fondo la centralità della croce e le sue
conseguenze riguardo al contenuto e allo stile del suo annuncio.
La croce di Gesù dimostra la misericordia divina. Fa conoscere «l'intima
tenerezza paterna e materna di Dio che ci viene incontro malgrado le
nostre resistenze (...) è l'onnipotenza di Dio che si manifesta nel
perdonare e nel salvare ciò che era perduto» (Martini).
Paolo sperimenta la «forza e la sapienza» della croce vedendo come essa
viene accolta dalla gente più semplice e constatando quanto sia capace di
rinnovare la loro esistenza.
Ma sperimenta questa «sapienza e forza» prima di tutto in se stesso,
poiché la sua predicazione porta tutto questo frutto in un momento di
grande smarrimento e debolezza, un momento che non aveva
sperimentato neppure quando il Signore gli si era fatto incontro sulla via di
Damasco.
Così Martini riassume l'itinerario di Paolo apostolo - facendolo parlare in
prima persona - in alcune dense pagine. Si tratta dell'approdo definitivo
dell'Apostolo alla verità della sua conversione.
«Anch'io all'inizio predicavo come Pietro a Pentecoste (cf Atti 2) o dopo la
guarigione dello storpio (cf Atti 3), partendo cioè dalla risurrezione, dalla
gloria di Dio rivelata in Cristo risorto oppure da un prodigio divino, segno
della risurrezione di Gesù. Ricordavo la morte di Gesù, e tuttavia non era
quello il centro delle mie argomentazioni; costituiva semplicemente un
anello, pur se necessario, ma al centro stava la risurrezione dove si mostra
la fedeltà di Dio alle sue promesse, fedeltà che riparava in qualche modo lo
scandalo della croce ignominiosa di Gesù; faceva giustizia rispetto
all'ingiustizia perpetratagli. Quando però ho dovuto predicare non più agli
ebrei (...) ma ai soli pagani, a seguito della crisi di Antiochia di Pisidia (cf
Atti 13,46-47), mi sono trovato di fronte a un interrogativo non facile (...):
da dove cominciare?
Nei primi tempi, per esempio a Listra (cf Atti 14,15-16), a motivo
dell'equivoco dei pagani che mi ritenevano un dio sceso sulla terra, ho
improvvisato un discorso di saggezza (...). Soprattutto ho sviluppato
questo discorso ad Atene nel desiderio di cercare un approccio tipico
della saggezza filosofica, appellandomi al dio ignoto e menzionando appena
18
la risurrezione, senza neanche citare il nome di Gesù (cf Atti 17,22-31).
L'insuccesso di quella mia predicazione mi ha molto amareggiato (...).
Che cosa è dunque successo a Corinto? Mentre tentavo di avvicinare la
gente, segnata dalla corruzione e dallo scetticismo di una grande
metropoli, ho (...) compreso che l'argomento capitale e coinvolgente della
conversione cristiana è quello della croce; non quello fondato sul timore
del giudizio divino imminente (...) e neppure 1,'argomento che parte dalla
gloria di Cristo (...). Ho capito, insomma, che la crocifissione del Messia e
l'amore misericordioso del Padre che essa manifesta, è determinante per
la conversione del cuore. (...) E io - ci dice ancora Paolo - ho sperimentato
a Corinto che la conversione, l'attenzione della gente, la loro sorpresa, la
loro gioia quando comprendevano il mio annuncio, mi confermava che la
croce, lungi dall'essere fiacchezza, debolezza di Dio, è forza ricreatrice per
i credenti, principio formativo di personalità solide e mature; lungi
dall'essere stoltezza, è saggezza di Dio, principio di una nuova intelligenza
del senso delle cose e capace di costituire un ordine nuovo e un'umanità
nuova. Ho sperimentato come anche i più diseredati culturalmente e i più
sprovveduti capivano il linguaggio della croce e si convertivano» (Carlo
Maria Martini, Il vangelo di Paolo, pp 104-107).
(Uff. diocesano per la pastorale missionaria, Paolo apostolo, pg. 61-63)
Preghiera
Anima di Cristo, santificami
Corpo di Cristo, salvami
Sangue di Cristo, inebriami
Acqua del costato di Cristo, lavami
Passione di Cristo, confortami
O buon Gesù, esaudiscimi
Nelle tue ferite nascondimi
Non permettere che io mi separi da te
Dal nemico maligno difendimi
Nell’ora della mia morte chiamami
e comandami di venire a te
perché con i tuoi santi io ti lodi
nei secoli dei secoli.
(Ignazio di Loiola)
Padre Nostro
Antifona Mariana
19
QUARTO INCONTRO - MERCOLEDÌ 10 DICEMBRE
Architetti di una Chiesa
Canto di inizio
Vieni, o Signor ,
la terra in pianto geme.
Signore volgi lo sguardo
e vieni in nostro aiuto:
discendi dalle stelle
o re del cielo.
Ti vider lontani profeti
mansueto come agnello,
spuntare da Betlemme
come stella.
O cieli stillate rugiada,
discenda il salvatore:
germoglia, o terra,
e dona il redentore.
Deh, spezza con braccio potente
le forze dell’errore:
verranno le genti al trono
dell’amore.
Introduzione
Di molte delle più grandi meraviglie del mondo noi non conosciamo
neppure gli autori. Una folla di persone, rimaste anonime, ha costruito le
cattedrali, ha dato forma nei secoli a edifici che ci parlano dell’assoluto,
che rinnovano in noi il senso di Dio e il desiderio di cercarlo. Non
abbiamo bisogno di mettere sempre la nostra firma per fare grandi cose,
perché siamo solo strumenti della grande opera di Dio. Paolo raccomanda
alla sua chiesa di non porre un fondamento diverso da Cristo. L’opera
della fede, se non poggia saldamente su di lui, prima o poi è destinata a
20
cadere. Chiediamo allo Spirito l’umiltà di saper lavorare in modo nascosto,
per nulla preoccupati dei riconoscimenti e delle apparenze, convinti
dell’efficacia di un lavoro che poggia solo sul Signore e sul suo Vangelo.
Saluto
Per la preghiera
Salmo 126
Se il Signore non costruisce la casa,
invano vi faticano i costruttori.
Se il Signore non custodisce la città,
invano veglia il custode.
Invano vi alzate di buon mattino,
tardi andate a riposare
e mangiate pane di sudore:
il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno.
Ecco, dono del Signore sono i figli,
è sua grazia il frutto del grembo.
Come frecce in mano a un eroe
sono i figli della giovinezza.
Beato l'uomo che ne ha piena la faretra:
non resterà confuso quando verrà alla porta
a trattare con i propri nemici.
Ascolto della Parola
(1Cor 3, 4-17)
Quando uno dice: «Io sono di Paolo», e un altro: «Io sono di Apollo», non
vi dimostrate semplicemente uomini?
Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali siete
venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. Io ho
piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi
pianta, né chi irrìga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere. Non c'è
differenza tra chi pianta e chi irrìga, ma ciascuno riceverà la sua mercede
secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il
campo di Dio, l'edificio di Dio.
21
Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto
io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno
stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento
diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo
fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno,
paglia, l'opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno
che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell'opera di
ciascuno. Se l'opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne
riceverà una ricompensa; ma se l'opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia
egli si salverà, però come attraverso il fuoco. Non sapete che siete tempio
di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di
Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.
Riflessione
Testo di meditazione
Una mentalità deformata
Il tema delle divisioni preoccupa molto Paolo, tanto che lo riprende
ampiamente nel terzo e quarto capitolo della lettera. Non è l'unico tema
di questi capitoli, però è certamente quello a cui Paolo maggiormente
pensa, come è mostrato dal fatto che affiora a più riprese e in diverse
maniere.
Riprendendolo, Paolo non parla più soltanto di discordia, come in 1Cor
1,11, ma di discordia e gelosia (3,3). È una precisazione che ha la sua
importanza. Zelos non è semplicemente la gelosia invidiosa, ma quella
gelosia che si nasconde dietro l'apparenza dello zelo, dell'amore
intransigente per Cristo o per la verità. Zelos significa anche «emulazione,
gara, volontà di primeggiare». Secondo Paolo, i gruppi di Corinto
gareggiano per superarsi e primeggiare, non per «santa emulazione»; e
discutono accanitamente per gelosia, non per passione della verità. Paolo li
rimprovera aspramente, non senza qualche ironia (3,1-14), accusandoli di
essere ancora immaturi come neonati, carnali, e semplicemente uomini.
Nonostante la loro vantata sapienza e il loro entusiasmo carismatico, i
corinzi hanno una fede del tutto immatura. Paolo non parla qui di
immaturità psicologica, ma teologica, in tal modo colpendo i corinzi
proprio nel punto che costituiva il loro orgoglio. «Carnale» (sarkikos) è
l'uomo che non ragiona secondo lo Spirito, ma semplicemente da uomo,
come suggerisce il rimprovero parallelo (in verità, un po' sorprendente) di
22
essere «semplicemente uomini». Il modo di pensare dei corinzi non
discende dalla novità di Gesù, ma dal modo comune, mondano, di
ragionare.
Dicendo: «Io sono di Paolo, io sono di Apollo», i corinzi mostrano che il
loro modo di pensare è doppiamente deformato. Deformato, anzitutto,
perché vengono sopravvalutati gli uomini (Apollo, Paolo, Pietro),
dimenticando che costoro sono semplicemente «servi», cioè strumenti:
«Io ho piantato, Paolo ha irrigato, ma è Cristo che ha fatto crescere»
(1Cor 3,6). La cosa ridicola, poi, è che i gruppi di Corinto non soltanto
dimenticano che tutti i predicatori sono semplicemente strumenti, ma
addirittura stabiliscono differenze fra loro (il più bravo, il meno bravo; il
più importante, il meno importante). Se ragionassero da adulti, da uomini
veramente spirituali, capirebbero subito che «non c'è differenza tra chi
pianta e chi irriga» (3,7) perché ad agire è sempre e soltanto il Signore.
Certo, c'è chi ha posto il fondamento, come ha fatto Paolo, e c'è chi vi ha
costruito sopra, come ha fatto Apollo (1Cor 3,10). Ma l'essenziale è
ricordare che il fondamento è uno solo: Gesù Cristo (3,11). Non si può
scolorire questo fondamento né vi si può costruire sopra qualcosa che
obbedisca a una logica diversa. Gesù è il fondamento che sorregge la
costruzione ed è il progetto che indica come portarla a compimento.
Queste ultime parole sembrano indirizzate da Paolo non tanto ai gruppi,
quanto agli apostoli stessi.
Scrivendo di aver «piantato» (3,6) e di aver posto il «fondamento» (3,10),
Paolo non intende vantarsi di essere il «fondatore» della comunità, bensì di
aver predicato il fondamento, cioè l'evento del Cristo morto e risorto e il
vangelo della grazia.
Dicendo: «Io sono di Paolo, io sono di Apollo», i corinzi tradiscono una
seconda deformazione, cioè un modo sbagliato di comprendere la loro
appartenenza al Signore. Vantandosi di esseredi Paolo o di Apollo, i corinzi
mostrano di appartenere all'uno o all'altro (il genitivo dice, appunto,
appartenenza), dimenticando che, invece, il cristiano deve essere libero da
tutto per appartenere interamente e soltanto al Signore. È in pericolo,
ancora una volta, la signoria di Gesù, vista come unica e totale
appartenenza. Le cose devono stare al loro posto (1Cor 4,6), e non ha
senso «gonfiarsi di orgoglio per l'uno o per l'altro». Lo strumento deve
restare tale: un semplice servizio. Una scultura appartiene all'artista che
l'ha fatta, non agli strumenti di cui si è servito per farla. I corinzi devono
appartenere al Signore, non all'uno o all'altro dei predicatori. Se mai, tocca
23
a Paolo o ad Apollo appartenere alla comunità; loro sono, appunto, i
servitori, non viceversa.
Preghiera
(Bruno Maggioni, Il Dio di Paolo, pg. 117-119)
Chi presiede infonde l’incenso nel braciere, dicendo:
Sac.:
Salga a te, Signore, l’incenso della nostra preghiera; come il
profumo riempie questo tempio, così la tua Chiesa diffonda nel
mondo la soave fragranza di Cristo.
Poi, dalla sede introduce le acclamazioni, durante le quali dodici persone accendono le
lampade, ricordo della consacrazione della Chiesa, dall’unica lampada presso la Parola.
Sac.:
La luce di Cristo rifulga in questa Chiesa, e siano luce del mondo
coloro che si nutrono della sua Parola.
Sac.:
Signore Gesù, apostolo e sommo sacerdote della fede che
professiamo, Kyrie eleison.
Figlio di Dio, maestro unico degli apostoli, Kyrie eleison.
Vincitore della morte, che hai effuso lo Spirito santo sugli
apostoli, Kyrie eleison.
T u che dagli apostoli sei stato proclamato Messia e Signore,
Kyrie eleison.
T u che hai affidato ai tuoi apostoli la parola della salvezza, Kyrie
eleison.
T u che sopra il fondamento degli apostoli hai edificato la tua
chiesa, Kyrie eleison.
Signore Gesù, nel quale tutte le cose sono state create, Kyrie
eleison.
Sorgente di vita per gli uomini di tutto il mondo, Kyrie eleison.
Figlio di Dio che abiti tra noi, Kyrie eleison.
Porta che accogli nella comunione ecclesiale quanti si affidano a
te, Kyrie eleison.
Fondamento perenne della Chiesa, Kyrie eleison.
Mediatore eterno, che ascolti e avvalori la preghiera della tua
comunità, Kyrie eleison.
Sac.:
Sac.:
Sac.:
Sac.:
Sac.:
Sac.:
Sac.:
Sac.:
Sac.:
Sac.:
Sac.:
Padre Nostro
Antifona Mariana
24
QUINTO INCONTRO - MERCOLEDÌ 17 DICEMBRE
Non dare scandalo
Canto di inizio
Dio si è fatto come noi,
per farci come Lui.
Vieni Gesù, resta con noi,
resta con noi.
Viene dal grembo di una donna
la V ergine Maria.
T utta la storia Lo aspettava:
il nostro Salvatore.
Egli era un uomo come noi,
e ci ha chiamato amici.
Vieni Signore in mezzo a noi,
resta con noi per sempre.
Introduzione
T utti si vantano di essere liberi. Ci piacerebbe non avere limiti, non dover
rendere conto di quello che sentiamo e che vogliamo. Ci piacerebbe non
pensare al fatto che ogni nostra azione pesa sugli altri, chiede
responsabilità e attenzione. La libertà invece è un duro lavoro, chiede
finezza e consapevolezza, chiede il rigore di essere esigenti anzitutto con
se stessi. Come scrive Paolo: “fate tutto per la gloria di Dio, così come io
mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l'utile mio ma quello di
molti, perché giungano alla salvezza”. Chiediamo il dono dello Spirito per
vivere in una libertà autentica, non quella che ci scioglie da ogni legame di
responsabilità e di cura per gli altri, ma quella che ci rende attenti e docili,
capaci di scioltezza e di interesse. Chiediamo di vivere sempre nella
ricerca della maggiore gloria di Dio.
25
Saluto
Per la preghiera
Salmo 35
Nel cuore dell'empio parla il peccato,
davanti ai suoi occhi non c'è timor di Dio.
Poiché egli si illude con se stesso
nel ricercare la sua colpa e detestarla.
Inique e fallaci sono le sue parole,
rifiuta di capire, di compiere il bene.
Iniquità trama sul suo giaciglio,
si ostina su vie non buone,
via da sé non respinge il male.
Signore, la tua grazia è nel cielo,
la tua fedeltà fino alle nubi;
la tua giustizia è come i monti più alti,
il tuo giudizio come il grande abisso:
uomini e bestie tu salvi, Signore.
Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio!
Si rifugiano gli uomini all'ombra delle tue ali,
si saziano dell'abbondanza della tua casa
e li disseti al torrente delle tue delizie.
È in te la sorgente della vita,
alla tua luce vediamo la luce.
Concedi la tua grazia a chi ti conosce,
la tua giustizia ai retti di cuore.
Non mi raggiunga il piede dei superbi,
non mi disperda la mano degli empi.
Ecco, sono caduti i malfattori,
abbattuti, non possono rialzarsi.
26
Ascolto della Parola
(1Cor 10,23 - 11,1)
«T utto è lecito!». Ma non tutto è utile! «T utto è lecito!». Ma non tutto
edifica. Nessuno cerchi l'utile proprio, ma quello altrui. T utto ciò che è in
vendita sul mercato, mangiatelo pure senza indagare per motivo di
coscienza, perché del Signore è la terra e tutto ciò che essa contiene.
Se qualcuno non credente vi invita e volete andare, mangiate tutto quello
che vi viene posto davanti, senza fare questioni per motivo di coscienza.
Ma se qualcuno vi dicesse: «È carne immolata in sacrificio», astenetevi dal
mangiarne, per riguardo a colui che vi ha avvertito e per motivo di
coscienza; della coscienza, dico, non tua, ma dell'altro. Per qual motivo,
infatti, questa mia libertà dovrebbe esser sottoposta al giudizio della
coscienza altrui? Se io con rendimento di grazie partecipo alla mensa,
perché dovrei essere biasimato per quello di cui rendo grazie?
Sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa,
fate tutto per la gloria di Dio. Non date motivo di scandalo né ai Giudei,
né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti
in tutto, senza cercare l'utile mio ma quello di molti, perché giungano alla
salvezza.
Riflessione
Testo di meditazione
«Beato colui che non si scandalizza di me»
Il vocabolo «scandalo» e il verbo «scandalizzare» assumono nel vangelo il
significato di staccarsi dalla fede. Lo scandalo è qualcosa di più di una
caduta morale. Nella profezia di Gesù nell’imminenza della Passione, il
verbo «scandalizzarsi» esprime il cadere dei discepoli, che per tutti è fuga
e abbandono, e per Pietro è anche rinnegamento: «T utti voi sarete
scandalizzati per causa mia in questa notte» (Mt 26,31). «Scandalizzarsi»,
però, non dice solo il fatto di cadere, ma ne suggerisce anche la ragione: il
disorientamento nella fede. Si patisce scandalo, infatti, non tanto per
debolezza e paura, quanto perché si è posti di fronte a qualcosa che
disorienta la propria fede, facendola vacillare. Ma c’è scandalo e scandalo.
Gesù ha pronunciato parole severissime contro coloro che danno
scandalo, disorientando la fede dei piccoli (Mt 18,6). I piccoli non sono i
bambini, ma i semplici, incapaci di sopportare le novità e le arditezze dei
maturi. La loro fede è ancora fragile e scandalizzabile, e la comunità deve
27
creare un ambiente che aiuti la loro fede a crescere, non a confondersi.
C’è poi lo scandalo che viene da se stessi, dalle proprie resistenze e dai
propri egoismi, che impediscono di percorrere per intero la via della
sequela. Di fronte a questo scandalo nessun compromesso: «Se il tuo
occhio destro ti è di scandalo, cavalo e gettalo via da te» (Mt 5,29).
C’è anche lo scandalo che proviene dalla persecuzione (Mt 13,21). Chi non
comprende la Croce si scandalizza sempre di fronte alla persecuzione. Il
martirio è per alcuni meraviglia e per altri scandalo (Mt 24,10), come la
Croce. Gesù ha evitato di scandalizzare, come mostra il curioso episodio
che si legge in Matteo 17,24-27. Il centro di questo breve racconto, in cui
si narra che Gesù compie un miracolo per pagare la tassa al tempio per sé
e per Pietro, non è il miracolo in se stesso, ma il motivo per cui è
compiuto: «Perché non si scandalizzino, va’ al mare...». Ma questo
medesimo Gesù, che ha compiuto un miracolo per evitare lo scandalo,
non ha esitato, a sua volta, a scandalizzare i farisei (Mt 15,12), gli abitanti di
Nazareth (Mc 6,1-6) e i suoi stessi discepoli (Mt 26,31).
Sono soprattutto tre gli scandali che Gesù ha suscitato, ponendo in gioco
interamente la propria credibilità. Il primo è lo scandalo della Croce, che li
riassume tutti. Scandalo teologico, perché la Croce mette in questione il
modo di concepire Dio. Lo ha compreso molto bene san Paolo, che
definisce la Croce «scandalo per i giudei, insipienza per i gentili» (1Cor
1,23). Per i giudei la Croce contraddice la natura di Dio, che
coerentemente non può che manifestarsi nei segni della potenza, cioè
mediante gesti visibili, risolutori e definitivi. È questo lo schema normale
dell’attesa giudaica dell’irruzione escatologica di Dio: tutto l’opposto della
debolezza della Croce. Ma la Croce cozzava anche contro la visione
religiosa e culturale dell’antichità nel suo insieme. Se per il giudeo la Croce
è un ostacolo insormontabile perché opposta all’agire di Dio di cui parlano
le Scritture, per il greco la Croce è totale irragionevolezza. Per i giudei il
criterio è la tradizione rivelata, per i greci la ragione. Che un Dio diventi
un uomo assumendone il divenire, i bisogni e i limiti, è per il greco totale
insipienza. Ma insipienza è ancor più ritenere che un Dio finisca sconfitto
sulla Croce.
Gesù ha poi scandalizzato gli abitanti di Nazareth per un secondo motivo.
Come racconta Marco (6,1-6), gli ascoltatori di Gesù passano dallo
stupore iniziale allo scandalo. Lo stupore è un atteggiamento di partenza,
l’atteggiamento di chi resta colpito e quindi è costretto a interrogarsi, ma
è un atteggiamento ancora neutrale: può sfociare sia nella fede che
nell’incredulità. La sapienza delle parole di Gesù e la potenza delle sue
28
mani suscitano importanti interrogativi (che Marco intende porre a ogni
lettore): qual è l’origine di questa sapienza e di questa potenza? Chi è
questo uomo? La risposta sembra ovvia (viene da Dio), ma questa risposta
ovvia è impedita da una constatazione che va in senso contrario («Non è
costui il falegname?»). Di qui lo scandalo, che sorge dalla contraddizione
fra la potenza e la sapienza di Gesù da una parte, e l’umiltà delle sue origini
dall’altra. È una contraddizione, anche questa, interna al mistero di Gesù,
come la Croce. Ma qui potremmo parlare di scandalo dell’incarnazione. Si
tratta ancora una volta di uno scandalo teologico, non dissimile da quello
della Croce: come è possibile che la potenza di Dio si manifesti
nell’esistenza insignificante di un umile lavoratore? Lo scandalo di
Nazareth, come quello della Croce, è tipico di quei credenti che
presumono di conoscere in anticipo i tratti dell’epifania di Dio.
Agli inviati del Battista che volevano rendersi conto della sua messianità
(Mt 11,2-6), Gesù rispose elencando una serie di miracoli. Ma l’ultimo
segno elencato («ai poveri è predicata la lieta notizia») non è un miracolo,
e tuttavia è il segno più specifico e decisivo, quello che imprime una
direzione ben definita a tutti gli altri, ponendoli al servizio di una
concezione messianica sulla quale molti inciamperanno: «Beato colui che
non si scandalizza di me». Che Gesù sia un inviato di Dio è provato dai
miracoli, ma è la sua predilezione per i poveri - come le sue umili origini e
come la via della Croce - che rivela la novità teologica della sua rivelazione
di Dio. In questa novità sta lo scandalo.
Luca usa tre volte nel suo vangelo il verbo «mormorare», e sempre a
proposito di scribi e farisei che disapprovano il suo comportamento nei
confronti dei peccatori: la prima volta quando accetta l’invito del
pubblicano Levi e banchetta con i pubblicani (5,30); la seconda volta
introducendo le tre parabole della misericordia (15,2); la terza quando
accetta l’invito di Zaccheo (19,7). Mentre il primo e il terzo caso
raccontano due fatti precisi, la seconda menzione allude invece a un
comportamento abituale: «T utti i pubblicani e i peccatori rifacevano vicini
a lui per ascoltarlo». Non soltanto Gesù ha simpatia per i peccatori, ma
anche costoro hanno simpatia per lui: «Si facevano vicini». Si instaura
come una duplice attrazione: Gesù cerca i peccatori e i peccatori cercano
lui. Luca precisa che si trattava di un movimento vasto («tutti») e abituale,
non qualche semplice episodio: i verbi, infatti, sono all’imperfetto, il tempo
della continuità e della ripetizione.
La pastorale misericordiosa di Gesù non soltanto irrita scribi e farisei, ma
può continuare a suscitare disapprovazione anche fra i cristiani, come Luca
29
stesso ricorda negli Atti degli Apostoli (11,3): Pietro ha accettato di
recarsi nella casa del pagano Cornelio e dopo avergli annunciato il lieto
messaggio lo battezza; al ritorno a Gerusalemme, egli è rimproverato da
alcuni della comunità: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai
mangiato con loro!». Non è raro - sembra dire Luca - che giusti e
benpensanti disapprovino la magnanimità del pastore che generosamente
va in cerca della pecora smarrita: ne provano quasi irritazione e invidia. Il
pastore non dovrebbe anzitutto occuparsi dei giusti? E non dovrebbe
essere un po’ più guardingo nel concedere il suo perdono e nell’aprire le
porte della propria casa?
Domande giuste, forse. Ma domande che spesso tradiscono
l’incomprensione della novità di Dio, quella novità che la Chiesa in ogni
occasione, anche nel gesto pastorale più comune, è chiamata a
manifestare. Non importa se questo suscita scandalo. Ci sono scandali da
evitare e scandali da suscitare. Da suscitare, costi quello che costi, sono gli
scandali che manifestano il volto vero e nuovo del Dio di Gesù Cristo.
(Bruno Maggioni, La pazienza del contadino, pg. 67-70)
Preghiera della pace
Sac.:
T utti:
Sac.:
Signore Gesù Cristo,
che hai detto ai tuoi apostoli:
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace»,
non guardare ai nostri peccati
ma alla fede della tua Chiesa
e donale unità e pace
secondo la tua volontà.
T u che vivi e regni nei secoli dei secoli.
Amen.
T utti:
La pace e la comunione del Signore Gesù Cristo siano sempre
con voi.
E con il tuo spirito.
Sac.:
Scambiamoci un segno di pace.
Padre Nostro
Antifona Mariana
30
31
Comunità pastorale Santa Maria Beltrade e San Gabriele - Milano
Una comunità che si edifica
mercoledì 19 novembre
In principio la gratitudine
(1Cor 1, 1-9)
mercoledì 26 novembre
Divisioni nella comunità
(1Cor 1, 10-17)
mercoledì 3 dicembre
La sapienza della croce
(1Cor 2, 1-16)
mercoledì 10 dicembre
Architetti di una chiesa
(1Cor 3, 3-17)
mercoledì 17 dicembre
Non dare scandalo
(1Cor 10, 23 - 11, 1)
32
Scarica

Avvento 2008 libretto - BeltradeGabriele.net