Uno
Il compleanno di Luna era destinato a rimanere memorabile, innanzitutto per la bellezza
della ragazza. Poi per lo sfarzo dei festeggiamenti. Poi ancora per la presenza di
personaggi chiacchierati e temuti.
Infine per caso, anzi per più di un caso.
Luna apparteneva alla famiglia Cardinale e compiva diciotto anni. Quel giorno lo aveva
sognato e atteso con l'impazienza tipica della gioventù per cui il tempo non è ancora una
minaccia, ma una promessa.
Era raggiante e nello stesso tempo frastornata dalla presenza di tante persone vestite a
festa che continuavano a scambiarsi baci e abbracci. E si esibivano in inchini di
circostanza pieni di ipocrisia.
Erano riuniti all'ombra del patio, inondato di fiori e circondato da un ampio parco pieno
di alberi e di sole. La maggior parte degli invitati risiedeva a Oliva, ridente paesino
affacciato sul ramo di Lecco.
Lì si erano trasferiti i suoi genitori, attratti dalla bellezza del paesaggio, e lì era nata lei.
Tra i presenti c'era anche un giovane che, sin dall'arrivo, non aveva cessato un istante di
puntarle gli occhi addosso. Luna, alla fine, si sentì infastidita dall'insistenza di quello
sguardo non privo di volgarità.
Ne ebbe la conferma quando si avvicinò per offrirle il dono che - disse testualmente non avrebbe più dimenticato.
Secondo un' inveterata tradizione, parenti e amici si erano già messi in fila per
consegnare alla festeggiata il proprio dono. Luna fece il gesto di poggiare sul tavolo,
appositamente predisposto, quello di Lauro.
- Come - chiese meravigliato -, non lo apri? Non sei curiosa di vedere di che si tratta?
- Dopo, non posso fare attendere tutte queste persone.
- Forse hai dimenticato chi sono io.
- Sei Lauro, ti conosco.
- Io, qui, per tutti sono il conte. Dovresti saperlo.
- Per me sei solo Lauro. Quindi, se non ti dispiace, il regalo per ora lo metto qui,
insieme agli altri.
- Luna, tu così mi offendi: il mio regalo non può stare in mezzo agli altri.
- Ti ho detto di no. Se ci tieni così tanto, aprilo tu.
- E va bene, lo apro io! - declamò girandosi platealmente verso i presenti, sicuro che
nessuno avrebbe osato fiatare.
Luna però, per fargli un dispetto, lo piantò in asso per andare a salutare Francesca, la sua
migliore amica giunta in ritardo. Era bellissima nel suo vestito bianco di chiffon. Le due
si strinsero in un lungo abbraccio, sotto lo sguardo attonito dei presenti.
Lauro non si aspettava un affronto del genere e si sentì montare il sangue alla testa,
come se fosse stato colpito da uno schiaffo in pieno volto.
Ma, tenendo conto della circostanza e soprattutto della presenza degli invitati, riuscì a
mantenere il controllo dei suoi nervi.
2
Facendo finta di niente, e meditando in cuor suo di mettere in atto la vendetta in un
secondo momento, si girò come gli altri verso Luna che sembrava non volersi più
sciogliere dalle braccia dell'amica.
E questo fu il primo caso.
Il secondo fu l'arrivo di don Ugo Colli, coadiutore di don Martino giunto ormai alla
soglia degli ottanta. Nonostante l'età avanzata, il parroco era costretto a farsi in due, due
essendo le frazioni in cui era divisa la parrocchia, distanti fra loro una decina di
chilometri.
Don Martino, nel paese, era diventato una figura leggendaria. Quando, mezzo secolo
prima, aveva preso possesso della parrocchia, tutti ebbero l'impressione che sarebbe
durato poco.
Piccolo di statura, magro e precocemente calvo, sembrava dovesse essere portato via dal
primo soffio di vento. Invece, dietro quell'apparenza così fragile, si celava un uomo dalla
tempra forte, pieno di fede e di entusiasmo.
Ultimamente, però, faceva fatica a reggere il peso del doppio incarico e l'arrivo
insperato di un coadiutore gli apparve come un dono del cielo, un regalo alla curva dei
suoi anni.
Anche don Ugo, arrivando in paese, non passò inosservato, ma per ragioni diverse. Sulla
quarantina, elegante e di bell'aspetto, non sarebbe sembrato neppure un prete, se non
avesse portato un piccolo crocifisso d'oro sul bavero della giacca.
La pettinatura impeccabile, gli abiti di buona sartoria, le scarpe di marca stridevano
fortemente con l'immagine tradizionale del prete. Specie in un paese abituato a vedere il
proprio parroco con indosso la talare e l'immancabile basco per proteggere la pelata nei
lunghi mesi invernali.
Per farla breve, alla curiosità dei primi tempi seguì ben presto la divisione, tipicamente
italiana, tra favorevoli e contrari. Soprattutto fra le donne anziane che, ogni volta che lo
incontravano, storcevano il naso.
Don Ugo, infatti, a malapena rispondeva al loro saluto e subito dopo si allontanava,
come avesse i creditori alle calcagna.
Se invece si imbatteva nelle ragazze giovani e carine, allora, d'un tratto, sembrava che i
piedi gli fossero diventati di piombo. E non si limitava a conversare sul sagrato, in piazza
o per strada, le andava persino a trovare nelle loro abitazioni. All'inizio, la gente non andò
oltre i pettegolezzi e le allusioni. Poi, quando si sparse la notizia che don Ugo aveva
preso a intrattenere rapporti con Lauro, cominciò a sospettare.
Il conte, dopo l'affronto subito, nel frattempo era diventato più violento e irascibile.
Luna infatti non si era limitata a posporlo all'amica, ma aveva avuto l'ardire di rifiutare il
prezioso anello che le aveva portato in dono come proposta di fidanzamento.
Il suo gesto audace e inatteso, subito passato di bocca in bocca, divenne una di quelle
notizie destinate a entrare nell'immaginario collettivo. E a trasformarsi, in futuro, in un
fatto memorabile da tramandare ai posteri.
Nel presente, invece, le bocche rimanevano rigorosamente cucite, anzi tappate, perché
ognuno temeva di subire le ire di Lauro.
3
Luna, intanto, fu costretta a vedersela con suo padre Gaetano che, dal giorno
indimenticabile del compleanno, aveva deciso di non rivolgerle più la parola.
- Come hai osato rifiutare il regalo di Lauro, appartenente alla potente famiglia dei
Trotta? Ti ha dato di volta il cervello? Sei davvero una ragazza irresponsabile, cocciuta e
ribelle! Lauro poteva essere la fortuna della nostra famiglia e invece, adesso, che altro
possiamo aspettarci se non la vendetta?
Disse proprio così, la vendetta, quasi si trattasse di un evento ineluttabile come l'arrivo
di una tempesta, o di una malattia.
- A meno che tu, nel frattempo, non decida di cambiare idea, di accettare l'anello e di
mostrarlo al dito, pubblicamente.
- Mai e poi mai!- fu la risposta secca di Luna.
Da allora i due non si parlarono più. Inutilmente la moglie Carmela indossò i panni
della mediatrice, passando dalle suppliche alle minacce, dal pianto all'irritazione, dalla
condiscendenza al risentimento. Né ottenne migliori risultati ricorrendo al dialogo sotto le
lenzuola, la più antica e collaudata delle arti femminili.
Alla fine però Gaetano, stanco di dover combattere su due fronti, preferì ricorrere alla
strategia della ritirata.
Tra i non invitati alla festa di compleanno, al primo posto figurava il giovane Silvio
Candela. Nomen omen, dicevano i latini.
Infatti, un simile cognome conteneva in sé un potenziale esplosivo, la scintilla quasi di
un incendio. In senso figurato, naturalmente, ma non per questo meno reale e devastante.
I Trotta e i Candela erano le famiglie più riverite, odiate e temute di tutto il paese.
All'inizio, quando si era trattato di spartirsi il territorio, i rapporti si erano mantenuti
abbastanza tranquilli, sospesi in una sorta di equilibrio instabile e provvisorio.
Instabile, per l'alternarsi del predominio ora dell'una ora dell'altra famiglia. Provvisorio,
perché i progetti egemonici non risultavano ancora chiari e ben definiti. Invece, molto
concrete si erano rivelate le intimidazioni, dall'una e dall'altra parte. Vittime predestinate i
commercianti, i proprietari di negozi, i gestori di bar e ristoranti, costretti a pagare un
pizzo sempre più esoso.
Sembrava destinata a protrarsi nel tempo l'iniziale tregua, durante la quale i membri
delle due famiglie si erano annusati reciprocamente. Ossequiandosi in pubblico e
odiandosi in privato. Il tempo almeno di consolidare prima, e imporre poi, il proprio
predominio.
Gli affari, e soprattutto i malaffari, hanno ritmi, tempi di incubazione e strategie diverse
che variano secondo le circostanze. Che, di volta in volta, possono interferire con le
previsioni. Costringendo a mutare i piani in base a criteri di opportunità o di necessità.
L'imprevisto più comune, ma non per questo meno spiazzante e dirompente, in questo
senso è l'amore. Che, come tutti sanno, non ha regole se non quelle di non perdonare a
nullo amato.
Silvio fu il primo a sperimentare sulla propria pelle l'inevitabilità dell'omen insito nel
proprio nome.
Bastò che i suoi occhi incrociassero quelli di Luna, perché la fiamma della candela,
improvvisamente, divampasse in un incendio.
4
Due
Luna e Silvio, probabilmente, conoscevano il detto evangelico nessuno accende la
lampada per nasconderla sotto il moggio. Entrambi provenivano infatti da famiglie che
regolarmente battezzavano i loro figli. Li mandavano anche a dottrina e appendevano in
casa le immagini sacre.
Avevano però il torto di appartenere a famiglie che si guardavano, poco
evangelicamente, in cagnesco. Anzi, si odiavano cordialmente.
Quindi, pur essendosi innamorati a prima vista l'uno dell'altra, i due giovani si vedevano
costretti a tenere nascosta la fiamma del loro amore.
Alla notizia che Luna aveva rifiutato l'anello di Lauro, Silvio si esibì in una clownesca
serie di urrà e di salti in segno di vittoria. Poi, incurante delle conseguenze, decise di
uscire allo scoperto.
Assecondato in questo dall'atteggiamento di Luna ormai maggiorenne e insofferente
delle restrizioni di famiglia che giudicava superate e soffocanti.
La maggior parte delle ragazze del paese erano libere di scegliersi il proprio ragazzo, di
lasciarlo e di passare a nuovi amori. Senza per questo incorrere nelle ire paterne.
Loro due, invece, dovevano inventarsi ogni volta una nuova strategia per darsi
appuntamenti furtivi, con il cuore in gola per il timore di essere scoperti.
L'impossibilità di vivere con naturalezza la propria storia sentimentale contribuiva ad
alimentarla, conferendole un sapore di frutto proibito.
A sua volta la passione, non trovando libero sfogo, popolava la fantasia di fantasmi
erotici e incendiava i sensi. Ogni incontro li lasciava inappagati dopo la furia dei baci,
degli abbracci e delle carezze.
La resistenza di Luna a concederci totalmente, come avrebbe voluto Silvio, era dettata
dalla paura di essere scoperta ma anche, e soprattutto, di rimanere incinta. Le
precauzioni, ogni volta ripetute e giurate dal suo ragazzo, non bastavano a rassicurarla.
Aveva sempre in mente l'episodio accaduto a sua cugina Donata - nomen omen? - , più
grande di lei di una decina di anni. Bollata con l'appellativo di cagna e costretta ad
abortire, più nessuno aveva voluto sposarla.
Ora sembrava l'ombra di se stessa, prematuramente avvizzita nel suo isolamento e nel
suo livore.
La festa di compleanno è nulla più che uno sfavillio che si consuma nell'arco di un
giorno. Secondo tradizioni e liturgie che cambiano in ragione del censo, delle
consuetudini familiari e dell'ambiente in cui si vive.
Al termine, le luci si spengono e della festa non rimane che il ricordo dei baci di
circostanza e degli abbracci più o meno affettuosi. Ma il compimento dei diciotto anni
spesso ha, o dovrebbe avere, un significato ulteriore, che va aldilà del semplice
anniversario.
5
Perché sanziona il passaggio dall'adolescenza alla maggiore età, con il relativo corredo di
diritti e di doveri. Nel caso di Luna, la ricorrenza probabilmente non avrebbe prodotto
nessuna particolare consapevolezza.
Né, tanto meno, il coraggio di proclamare pubblicamente la sua nuova condizione se
alla festa non si fosse presentato Lauro con la sua stolida esibizione di arroganza.
Nel momento in cui il fatto accadde, in realtà, non si stavano fronteggiando solo due
giovani animati da sentimenti contrastanti. Si affrontavano due mondi - diversi e
contrapposti - che travalicavano le loro stesse persone.
La richiesta di fidanzamento, implicita nell'offerta dell'anello, era stata prima accolta e
poi caldeggiata dal padre di Luna. Ma ripetutamente e ostinatamente rifiutata da lei.
Lauro, abituato a non trovare ostacoli sulla sua strada, si era illuso di imporle la propria
volontà.
Luna, fino al giorno prima ancora minorenne, ora invece stava entrando a tutti gli effetti
nel mondo degli adulti.
Quello che il conte considerava il proprio mondo, così ben collaudato e vincente: una
realtà dominata dal concetto della supremazia imposta, del rispetto dovuto, della
ricchezza ostentata.
Si era presentato alla festa a bordo della sua Ferrari testa nera, gelosamente custodita
nel garage assieme ad altre macchine di lusso.
Ritenendosi irresistibile agli occhi di qualunque ragazza, aveva immaginato che anche
Luna sarebbe caduta ai suoi piedi.
Soprattutto dopo aver visto il regalo speciale, specialissimo, che aveva comprato per lei.
E che voleva essere non solo un omaggio ai suoi diciotto anni e alla sua bellezza, ma un
pegno di amore.
Il cuore di Luna, però, era già occupato. E lei non era certo il tipo che si faceva
incantare da un don Rodrigo da strapazzo come lui. Con tutte le sue macchine, i suoi abiti
e le sue spavalderie. E non era neppure una che si lasciava facilmente intimidire. Anche
per l'incoscienza di un'età in cui la morte viene vista come un evento riservato ai vecchi e
ai malati gravi.
Dunque, forte del suo amore segreto e della sua giovanile baldanza, seppe dire di no allo
spocchioso spasimante. Che, probabilmente, aveva intenzione solo di aggiungerla alla sua
collezione di ragazze usa e getta. Buone tuttalpiù per farne occasione di vanto e di risate
sguaiate con gli amici.
La fama di Luna, legata fino allora al fatto di essere molto bella, crebbe enormemente
agli occhi di tutti. Specialmente di quelle ragazze che, per mancanza di coraggio o per
calcolo, avevano accettato di farsi corteggiare da Lauro e dai suoi degni compari.
Ora, invece, la ragazza si sentiva circondata da un'aura diversa. Notava, passando per le
strade, di non essere più, o non solo, l'oggetto di desiderio dello sguardo cupido dei
maschi.
Percepiva, però, anche, un senso di commiserazione da parte dei più anziani che
pronosticavano per la sua storia un finale tragico.
Luna, da parte sua, avvertiva quell'atmosfera densa di premonizioni che si era creata e
che avrebbe scoraggiato qualunque altra ragazza.
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Tutte le sere, prima di addormentarsi, risentiva nelle orecchie le parole di suo padre: che
altro possiamo aspettarci se non la vendetta?
Rientrando a casa, quelle stesse parole sembrava che riecheggiassero nella stanza in cui
erano state pronunciate la prima volta. Le apparivano persino stampate sul muro, in una
sorta di allucinazione visionaria.
Erano i momenti in sui era assalita dallo sconforto e dalla previsione di una resa dei
conti tanto imminente, quanto inevitabile. Poi, però, bastava un nuovo incontro
clandestino con Silvio per farle recuperare la forza e l'energia necessarie per affrontare la
realtà. Consapevole che una scelta coraggiosa come la sua era destinata a provocare un
grande subbuglio. Non solo nella sua famiglia, ma nell'intera comunità.
La certezza l'ebbe la notte in cui, dimentica dei tremori e delle inutili precauzioni delle
volte precedenti, si lasciò sverginare con naturalezza.
Con l'appassionata partecipazione e commozione di tutte le donne alla loro prima,
sofferta, dolce esperienza.
7
Tre
Cosimo, il padre di Silvio, non aveva resistito alle lusinghe del facile guadagno ed era
entrato a far parte della grande famiglia.
Era rimasto però quello che si dice un personaggio di secondo piano, destinato a
ricevere, più che a dare ordini.
Ordini che eseguiva sempre, puntualmente, nella più rigorosa osservanza delle regole e
dei ruoli assegnati. Mai aveva pensato di compiere il sia pur piccolo sgarro che potesse
creargli problemi, e soprattutto nemici, nei rapporti con i membri delle altre famiglie.
La sua condotta, all'interno del mondo al quale aveva deciso di appartenere, era perciò
considerata irreprensibile, da vero uomo d'onore.
Il comportamento del figlio, invaghitosi di una ragazza appartenente al clan avverso dei
Franzò, gli fece subito venire le paturnie.
Poi, memore che anche lui, a suo tempo, aveva agito allo stesso modo e si era reso
protagonista della classica fuitina per evitare le ire dei futuri suoceri, finì per darsi una
calmata e farsene una ragione.
Almeno fino a quando, all'orizzonte, non comparve Lauro.
Il padre di Luna, per quanto di carattere eccentrico e scontroso, tutto sommato non
costituiva una vera e propria minaccia.
Quindi, Cosimo pensava che con lui si potesse ancora ricorrere allo stratagemma della
fuga d'amore. Quanto a Lauro, invece, meglio non inimicarselo, essendo fin troppo nota
la sua brutalità di modi e di mezzi. Di conseguenza, appena venne a sapere che Luna era
rimasta incinta, in preda alla rabbia si avventò sul figlio.
Ci volle tutta la prontezza e il coraggio della madre per farlo tornare alla ragione.
L'argomento decisivo fu il non trascurabile dettaglio che Silvio era stato concepito prima
della fuitina e delle nozze riparatrici.
Lauro era un temerario, uno scriteriato. Quindi pericoloso. E dunque andava fatto ciò
che era stato fatto. O andava fatto con le precauzioni del caso.
- E tu, allora? - gli rinfacciò la moglie.
- Erano altri tempi! - urlò, alzando i pugni al cielo.
- Le precauzioni c'erano anche allora ma tu...
- Tu cosa?
- Tu eri, come Silvio, giovane e focoso. Molto focoso!
- Lo sono ancora.
- Ricordi la paura che avevi di mio padre? E che cosa è successo? Niente, siamo
diventati regolarmente marito e moglie. Come si dice? Il demonio non è poi così brutto
come lo si dipinge. E forse anche Lauro, alla fin fine, potrebbe rivelarsi un buon diavolo.
- Questo è da escludere, tuo padre era fatto di un'altra pasta e poi c'eri di mezzo tu, sua
figlia. In questo caso invece chi c'è di mezzo? Lauro. E chi è Lauro? Un Trotta! Un uomo
senza scrupoli, appartenente alla famiglia più scriteriata e vendicativa, quella che ha
commesso crimini orrendi. Contro di lui io non sono in grado di fare niente. Neppure di
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ucciderlo. Le mie mani sono sporche, ma non di sangue. E non intendo macchiarmele
neppure in questo caso.
- Non hai nessun bisogno di sporcarti le mani di sangue. Sai piuttosto che ti dico? - fece
la moglie, con un tono che non ammetteva repliche - Cerca di non metterti di mezzo, di
non combinare qualche grosso guaio e vedrai che le cose prima o poi si sistemano.
Silvio era presente e fu più volte tentato di chiarire che quanto era accaduto non era
frutto di focosità giovanile. Avevano deciso di comune accordo, Luna e lui, che avere un
figlio prima che altri potessero impedirglielo era un gesto giusto. Capace di rompere un
tabù.
Poi, pensando che sarebbe stato come versare olio sul fuoco, rinunciò a intervenire. Il
vero problema, il nemico da affrontare era in realtà un altro, e cioè Lauro che, nel
frattempo, non era rimasto con le mani in mano.
Innanzitutto, aveva pensato di dare una bella lezione a un paio di nerboruti buttafuori
assoldati per il giorno dei festeggiamenti. I due, con la loro imponenza, lo avevano
convinto a desistere dal maldestro tentativo di costringere Luna a salire sulla Ferrari.
Lavoravano entrambi al soldo dei Muscarà, proprietari del night club Sunrice. Costruito
senza risparmio di mezzi, nel giro di una decina di anni era diventato il polo di attrazione
dei giovani.
Si diceva in giro che circolassero fiumi di denaro e, anche, parecchia cocaina e altri tipi
di droga.
Il locale chiudeva alle due di notte, l'ora in cui Nello e Saro, i due buttafuori, risalivano
sulle loro potenti moto e sparivano nella notte.
Diversi mesi dopo la festa di compleanno - la vendetta va servita su un piatto freddo furono rinvenuti sfracellati, insieme alle loro moto di grossa cilindrata. Un incidente, si
scrisse sui giornali, dovuto al fondo viscido della strada e all'eccessiva velocità.
Un incidente, si sospettò, e si disse sottovoce, causato dalla manomissione dei freni di
due potenti moto: Harley GT Sprint e Ducati 500 Sport Desmo.
Don Ugo, compunto come un pesce lesso, concelebrò i funerali al fianco del parroco,
sorreggendogli il piviale durante l'incensazione delle salme.
Fu allora che incrociò lo sguardo di Lauro, intento ad allontanare la nuvola che
fuoriusciva dall'incensiere, roteato da don Martino con l'agilità di un giocoliere. Ne ebbe
in risposta un cenno impercettibile del capo e un leggero colpo di tosse che si disperse tra
le volute d'incenso.
La chiesa era gremita all'inverosimile, come nelle grandi festività. Quelli che non erano
riusciti a trovare un posto a sedere, né sulle panche né sulle sedie, furono costretti a
starsene in piedi.
Molti sostavano sul sagrato, insieme ai necrofori, parlottando fra di loro o fumando una
sigaretta. Al termine della funzione si formò un lungo corteo che si avviò lentamente
verso il cimitero, dietro il carro funebre.
Conclusa anche la formalità della tumulazione, iniziò il rito delle condoglianze. Con
scambio di baci, di abbracci e strette di mano.
Appena la calca accennò a defluire, prima lungo i viali e poi all'esterno, si sollevò il
brusio delle persone. Facevano commenti, chiedevano maggiori informazioni, o
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semplicemente si limitavano ad alzare le spalle per segnalare di non sapere, o di non
volere dire nulla.
Don Martino, visibilmente stanco, ebbe un mancamento e don Ugo suggerì di
trasportarlo subito in canonica.
Lauro si offrì prontamente di accompagnarlo con la propria macchina. Ne approfittò per
scambiare due chiacchiere con don Ugo, lontano da occhi curiosi e da orecchie indiscrete.
Luna, ormai, non poteva più nascondere la sua gravidanza. Dopo estenuanti trattative e
interminabili discussioni con i genitori, fu deciso di anticipare la data delle nozze.
Le pubblicazioni, come richiesto dalle disposizioni civili ed ecclesiastiche, furono
affisse rispettivamente all'albo pretorio, in comune, e all'ingresso della chiesa. Così tutti,
compresi quelli con una dichiarata allergia per l'incenso, poterono informarsi sul giorno e
sull'ora del matrimonio: undici maggio, ore dieci.
La data era ormai prossima. Bisognava quindi che un evento tanto insolito, imprevisto e
clamoroso, fosse celebrato in un modo altrettanto straordinario, inatteso e possibilmente
plateale.
- I due fidanzatini vogliono fare il botto? - disse Lauro, allungando una pacca sulla
spalla di don Ugo - E noi gli prepareremo i fuochi di artificio!
Don Ugo gli strinse la mano e si allontanò, non senza prima risalire in canonica per
controllare le condizioni del parroco.
Lo trovò sprofondato nella sua poltrona, assistito da Anna, la sua perpetua fresca dei
festeggiamenti per l'ottantacinquesimo compleanno. Dopo avergli somministrato le
medicine, gli servì la bevanda prediletta, il tè verde che spandeva il suo delicato profumo
nel piccolo salotto. Un vecchio e macilento san Girolamo, raffigurato in un quadro
appeso a una delle pareti, evocava un'atmosfera cupa, fatta di studi severi e di austerità.
Su un'altra campeggiava un crocifisso di grandi dimensioni, davanti al quale, raccontava
a ogni nuovo ospite, si era inginocchiato san Carlo Borromeo durante l'ultima visita
pastorale alla diocesi, l'anno prima di morire. Don Ugo rifiutò la tazza di tè - gli creava
acidità, disse - e uscendo si raccomandò molto di essere informato, nel caso la situazione
dovesse peggiorare.
L'abitazione del coadiutore, per logistica e comodità dei fedeli, si trovava nei locali
dell'altra parrocchia. Volendo, don Ugo avrebbe potuto fermarsi nella stanza degli ospiti,
ma preferì soprassedere visto che né don Martino, né la perpetua vi avevano fatto cenno.
- Il medico ha detto di stare tranquilli, al momento - lo rassicurò Anna. Il quadro clinico,
che conosce molto bene, non è allarmante e per questo si è riservato di venirlo a visitare
domani. Ora, deve solo riposare e prendere le pastiglie che gli ha prescritto.
- Comunque, in caso di bisogno, mi chiami pure, a qualunque ora - disse uscendo.
Anna trasse un sospiro di sollievo.
- Questo don Ugo non mi piace, non mi è piaciuto sin dal primo giorno. Lei che ne dice,
signor parroco?
- Dico che non devi dare retta alle maldicenze e frenare la tua lingua. Pensare male è
peccato, dovresti saperlo. E ora, se non ti dispiace, lasciami riposare tranquillo.
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Quattro
Durante la notte, il parroco ebbe un attacco di angina pectoris e si rese necessario il
ricovero in ospedale. Il medico, sentendosi in colpa per non essere accorso subito, si
scusò dicendo che la sera prima era rimasto impegnato in un giro di visite a domicilio.
Alcune delle quali riguardavano personaggi che era meglio non farsi nemici.
- Non che don Martino sia meno importante - ci tenne a precisare - ma insomma, non ho
potuto fare altrimenti.
Sottoposto alle cure opportune, dopo un paio di settimane il parroco fu dimesso con
l'ordine tassativo di non officiare più riti lunghi e defatiganti.
- Non ha un coadiutore?- chiese il primario.
- Sì, don Ugo.
- E non è giovane?
- È giovane, ma finora i battesimi, i matrimoni e i funerali li ho sempre celebrati io.
- E ora, data l'età e quello che le è successo, non sarebbe il caso di starsene più
tranquillo, almeno per un po'?
Don Martino, sia pure a malincuore, si rassegnò a passare la mano, rinunciando agli
impegni più gravosi come, appunto, i funerali e i matrimoni. Don Ugo, durante la
degenza del parroco, aveva già preso a sostituirlo del tutto, ma non si aspettava di
rivestire così presto il ruolo di celebrante ufficiale.
- Maiora premunt - sospirò don Martino, rivolto più a se stesso che al coadiutore. Poi,
ricordandosi che già in altre occasioni le sue citazioni latine di solito rimanevano sospese
in aria, si limitò a parafrasare:
- Necessità di forza maggiore. Cosa rispondeva Perpetua ai parrocchiani che chiedevano
notizie su don Abbondio? Che aveva un febbrone! Ecco, anche lei può ricorrere allo
stesso espediente, dicendo che sono trattenuto a letto da una febbre altissima.
- Ma sarebbe una bugia!
- No, semmai un'attenuazione di verità. Magari avessi solo la febbre. Il mio male,
invece, è inguaribile e si chiama vecchiaia. Ipsa senectus morbus...
-?
- Ah già, noi preti anziani abbiamo il vezzo di ricorrere alle locuzioni latine. Voi
giovani, più moderni, preferite quelle in lingua straniera. Mah, forse è meglio così.
Don Ugo rispose con un sorriso di circostanza: la sua testa, in quel momento, era rivolta
altrove. Uscendo, infatti, cercò di farsi venire in fretta delle idee accettabili. A mano a
mano che si affacciavano alla mente le ponderava rapidamente e altrettanto velocemente
le scartava. Come troppo semplici, o troppo complicate, o troppo rischiose.
Alla fine, si ritrovò più confuso di prima. Così, non trovando la giusta ispirazione,
decise di recarsi a casa di una vedova.
Da tempo aveva notato che l'abitazione della donna restava con le persiane chiuse e
quindi ritenne giunto il momento di farle una visitina. Quella dello svaligiatore di
appartamenti era la seconda delle sue attività predilette.
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La prima consisteva nel cambiare di volta in volta la propria professione, dotato com'era
di notevoli capacità mimetiche che gli consentivano di passare agilmente da un ruolo
all'altro.
In particolare, amava spacciarsi per detective, campo nel quale aveva modo di esibire
tutte le sue doti istrioniche.
All'epoca del fatto, del furto cioè dei gioielli in casa della vedova, ignorava che la
derubata fosse una donna giovane e attraente.
Se l'era immaginata anziana, benestante e magari amante dei viaggi. Così, aveva
pensato di farle un regalo, portandole via le sue gioie di gioventù.
Poi, quando si accorse che le gioie di gioventù potevano essere altre, e più ricche di
soddisfazioni, tornò a farle visita. Si presentò nei panni del detective, vestito
elegantemente e munito di uno dei suoi numerosi biglietti da visita. Che non dimenticava
mai di portare con sé.
- In qualsiasi momento, per qualunque necessità - disse al termine del colloquio,
stringendole la mano - non ha che da contattarmi. Qual è il suo nome?
- Maura. Maura Tallini.
Il momento giunse a distanza ravvicinata. Due giorni dopo don Ugo, alias detective
Giorgio Andreani, era a colloquio con l'affascinante Maura. Altra stretta di mano, lunga e
calorosa.
- Tempo un paio di settimane - assicurò - e lei rientrerà in possesso della refurtiva.
- Tutta? - ansimò Maura.
- Questo, purtroppo, non posso garantirlo. Dipende dall'intelligenza, o dalla stupidità
del ladro - rispose, pensando naturalmente alla prima ipotesi.
La terza volta fu quando, allo scadere delle due settimane, la donna se lo vide arrivare
con in mano una capace borsa di pelle scura.
Per maggiore sicurezza Maura chiuse la porta, lo fece accomodare in salotto e si
apprestò ad assaporare il piacere di rivedere le sue gioie. Specie l'anello di fidanzamento,
a cui era particolarmente affezionata.
- Non per il prezzo - disse vezzosa -, ma per il suo valore affettivo.
Questo, Giorgio, lo sapeva così bene che, tra tutti gli oggetti rubati che aveva disposto
sul tavolo ovale, fece mancare proprio l'anello.
- Peccato! Ci tenevo così tanto, era il regalo di mio marito per il nostro fidanzamento.
- Può descrivermelo? - domandò Giorgio.
La donna lo fece con ricchezza di particolari, chiudendo di tanto in tanto gli occhi e
sospirando.
- Intendevo suo marito, non l'anello.
- Ah, mi scusi, ho frainteso.
- Niente di male, anzi così ho potuto conoscere meglio i gusti di suo marito. Le
prometto che farò il possibile per recuperare anche l'anello.
Maura si alzò, andò in camera da letto e tornò con il libretto degli assegni per sdebitarsi.
- Non ora, quando l'opera sarà compiuta - si affrettò a dire Giorgio.
- L'ha già fatto.
- Non del tutto. Stia tranquilla, mi faccio sempre pagare dai miei clienti.
Maura lo guardò negli occhi e le sembrò che stesse incrociando il suo sorriso.
12
Cinque
Giorgio, camaleontico, tornò una quarta volta senza borsa. Erano trascorse esattamente
due settimane, come la prima volta. Un tempo più che sufficiente per riflettere e decidere
sulle iniziative da prendere.
Maura, da parte sua, si era intanto convinta di avere fatto colpo su Giorgio. Che, a sua
volta, si era preparato a mettere a segno il suo, di colpo.
- Non sono riuscito a ritrovare l'anello - le disse subito, cercando di assumere un aspetto
compunto, adatto alla circostanza -. In compenso, le ho portato questo.
Nel dire così, estrasse dalla tasca un cofanetto blu che, con una semplice pressione delle
dita, si aprì. Apparve un anello che prese a scintillare sotto la luce di tutte le lampade del
salotto premurosamente accese da Maura.
- Non è come il suo, ma credo si avvicini molto. Che ne dice?
- Dico che è molto più bello. Perché ha fatto una cosa del genere?
- Per completare l'opera, non glielo avevo promesso?
- Sì, ma si parlava del mio anello. Non posso accettarlo, anche perché a questo punto
non saprei proprio come sdebitarmi.
- Non deve sdebitarsi. Lo consideri un regalo, il mio regalo di...
Maura rimase interdetta. Non fece in tempo ad articolare una risposta che Giorgio le
prese la mano: la misura dell'anello era perfetta.
Subito dopo, senza possibilità di reagire, si sentì prendere tra le braccia e baciare. Le
labbra di Giorgio passavano con furia dalla bocca al collo, dalle guance agli occhi, alle
orecchie. E poi di nuovo alla bocca per rimanervi incollate, intanto che le mani
esploravano ogni parte del corpo. Alla fine, si vide sollevare di peso e trasportare nella
camera da letto.
Maura non oppose resistenza. Si lasciò spogliare e quando si ritrovò Giorgio sopra, e
poi dentro, fu come se tutte le orchestre del mondo, contemporaneamente, suonassero le
quattro stagioni di Vivaldi.
In pochi minuti fu portata alle soglie della vertigine. Passò dalla partecipazione gioiosa e
giocosa dei primi momenti, in cui anche il solo sfiorarsi della pelle le creava tensione in
tutto il corpo, al bisogno di abbandonarsi con crescente voluttà all'esplosione finale
dell'orgasmo.
Tutto, in quegli istanti, prese a vorticare nella sua mente, come se le emozioni raggelate
dallo strappo della morte, di colpo, avessero ripreso il loro vigore e la loro forza.
Si ritrovò sfinita e con le lacrime agli occhi.
Da allora la vedova, accanto ai propri gioielli, recuperò anche la gioia di vivere. La sua
casa divenne il punto di riferimento dei rinnovati appuntamenti e assalti di Giorgio.
Inesauribile nei suoi trasformismi, l'ultimo dei quali nelle vesti appunto di don Ugo in
cerca di ispirazione.
Che, in effetti, gli venne dopo la consueta duplice cena, a tavola e a letto.
13
Un episodio, lontano nel tempo, riemerse all'improvviso dalla nebbia del passato.
Proprio mentre veniva assalito da un sibilante, prolungato e fastidioso fischio all'orecchio
destro. Per farlo cessare, ricorse al vecchio e sempre efficace metodo appreso da ragazzo.
Pensò un numero e gli associò la lettera corrispondente dell'alfabeto. La scelta cadde sul
cinque e, di conseguenza, sulla lettera E. Questa, a sua volta, per associazione, gli fece
venire in mente Evaristo. Nello stesso istante il fischio prese a diventare prima
evanescente, poi a sparire del tutto.
Alla scomparsa del suono, fece seguito l'apparizione di un'immagine che, sulle prime,
gli procurò un istintivo senso di fastidio. Non riuscendo ad allontanarla, alla fine dovette
rassegnarsi e lasciarsi invadere dal ricordo.
Stava tornando da una delle sue periodiche incursioni, quando venne bloccato da un
individuo sbucato all'improvviso, dal nulla della notte.
Istintivamente gli si lanciò contro, impegnandosi in un furioso corpo a corpo, pur di
non farsi portare via la refurtiva.
Stava per avere la meglio quando, all'improvviso, si vide puntare contro la canna di una
pistola. Sollevò subito le braccia in segno di resa e poi, uno dopo l'altro, si lasciò portare
via tutti gli oggetti che aveva trafugato.
L'uomo, tale Evaristo Paoloni, pretese pure che gli consegnasse il portafogli e l'orologio.
Giorgio era un ladro, dotato di una forte dose di coraggio e di sangue freddo. Eppure, o
forse proprio per questo, la paura di mettere a repentaglio la propria pelle, lo convinse in
quel momento a eseguire gli ordini. Come un automa.
Il caso, cieco come il buio della notte in cui aveva subito l'aggressione, lo portò alcuni
mesi dopo a condividere la cella proprio con lui.
Non avendolo visto in volto, non avrebbe potuto riconoscerlo. Invece, quel fesso
portava al polso il proprio orologio.
Sentì montare la rabbia e lo aggredì con violenza, facendogli passare gli stessi momenti
di terrore provati sotto la minaccia della pistola. Ora, invece, erano entrambi a mani nude
in quel piccolo e fetido monolocale.
Grazie alla propria superiorità fisica, Giorgio ebbe facilmente ragione della resistenza
fiacca e persino rassegnata dello sgradito coinquilino.
Al termine della colluttazione, Evaristo si alzò tutto dolorante, si stese sulla branda e
cercò di fermare il sangue che gli colava abbondante dalla bocca.
Poi, all'improvviso, si mise a sedere, sfilò l'orologio dal polso e glielo scagliò contro.
Giorgio riuscì a malapena a scansare il colpo, prima che potesse essere raggiunto in pieno
viso.
Passarono i mesi e la forzata coabitazione con quel compagno, scomodo e indesiderato,
piano piano lo indusse ad abbandonare l'ostilità dei primi giorni. Per passare a un
atteggiamento più morbido e conciliante.
Così i due, uniti dalla comune condizione di reclusi - e dal desiderio di tornare alle loro
abituali attività -, finirono per stringere un rapporto se non di amicizia, almeno di
complice intesa.
Evaristo si considerava un borseggiatore per necessità, a causa della sua invincibile
passione per il gioco che gli aveva progressivamente rovinato la vita. A cominciare dai
14
rapporti con la moglie Albina. Prima, quando la donna aveva scoperto gli ammanchi dal
conto corrente. Poi, per la non meno incontrollabile passione per l'alcol.
Un giorno, infatti, la moglie se lo vide tornare a casa che somigliava a un cinese,
completamente giallo in viso. Anche il resto del corpo era coperto dalla stessa
pigmentazione. Ricoverato in ospedale per ittero, fu sottoposto a una drastica cura
disintossicante e poi dimesso.
Uscito pallido, divenne pallidissimo quando, fuori della porta di casa, vide alcune
valigie ammucchiate una sopra l'altra. Segno inequivocabile che era stato estromesso
assieme alle sue cose.
Da allora, la sua vita era diventata un inferno. E, su quella strada, che cosa gli era
capitato un bel giorno. Anzi, una notte?
Si era imbattuto in un altro povero diavolo finito in gattabuia come lui. E, più di lui,
truffatore e ladro di appartamenti.
Giorgio, grazie ai numerosi travestimenti, ai conti bancari, ai codici fiscali, agli indirizzi
e alle false identità, aveva messo insieme un variopinto mondo di oggetti di valore. Ai
danni soprattutto di donne anziane e sole.
Per non farsi mancare nulla, o per averle ormai sperimentate tutte, per ultimo si era
spinto a spacciarsi anche per prete con il nome fittizio di don Ugo. Ignaro, forse, di finire
impigliato in una rete da cui non gli sarebbe stato altrettanto facile uscire, come nelle
precedenti situazioni.
15
Sei
Dopo avere valutato, e scartato, tutte le varie ipotesi di soluzione, alla fine il falso prete
accarezzò l’idea di darsi alla fuga.
Tuttavia, in in un frangente del genere, l'idea stessa della sparizione, per quanto
sperimentata già in passato, gli appariva particolarmente rischiosa.
Questa volta, infatti, doveva vedersela con un mafioso del calibro di Lauro che, prima o
poi, lo avrebbe fatto rintracciare e uccidere. Messo di fronte a questa poco rassicurante
prospettiva, don Ugo si era rifugiato tra le braccia di Maura. E lì, tra un conforto e l'altro,
gli era improvvisamente apparsa la via di salvezza: Evaristo.
Come aveva fatto a non pensarci prima?
C'erano forse delle ragioni, pensando alle quali ora cercava di giustificare a se stesso la
mancata prontezza di riflessi. Lo scontro con quell'uomo risaliva ormai a una decina
d'anni prima. Di conseguenza, parecchia polvere si era depositata sul soppalco della
memoria.
La tresca con Maura, sempre più eccitante e coinvolgente, gli teneva occupata buona
parte della mente. Distraendolo dalle strategie che, di volta in volta, doveva mettere in
atto se voleva garantire un futuro alla sua vita di inafferrabile camuffatore.
L'ultimo, e più probabile motivo, era da ricercare nella paura. Quella specie di cappa
che, sotto forma di oscura e incombente minaccia, spesso fa perdere lucidità e freddezza
anche al più incallito dei malfattori.
La malattia di don Martino, nel gioco rischioso del monopoli in cui si era impegolato,
per don Ugo costituiva un imprevisto. Una vera incognita che non solo poteva
scombinare i piani concordati con Lauro, ma rappresentare un ostacolo pressoché
insormontabile.
Evaristo, nel frattempo, era passato attraverso tutti gli stadi del degrado. Ora si trovava
in una condizione di totale solitudine, accresciuta dalla difficoltà a procacciarsi il denaro
per soddisfare la sua sete di gioco.
Fu rintracciato da don Ugo in questo stato di fragilità che lo rendeva particolarmente
vulnerabile al ricatto.
Ciò nonostante, la proposta che gli venne avanzata gli procurò sulle prime un moto di
indignazione. Appariva mostruosa anche a uno come lui.
Poi, di fronte alla prospettiva di dividere in parti uguali una cifra che gli poteva garantire
il benessere per il resto della vita, lasciò cadere ogni forma di resistenza e finì per
accettare. Con una riserva mentale, però, covata sin dai tempi del pestaggio in cella.
Una volta uscito dal carcere, i rapporti fra i due si erano progressivamente attenuati.
Fino alla definitiva scomparsa di Giorgio dal proprio orizzonte e dal proprio raggio di
azione.
Era a conoscenza delle sue straordinarie arti trasformistiche. E tuttavia, il ritrovarselo
davanti così, in completo grigio scuro su cui spiccava un piccolo crocifisso d'oro, lo
sorprese parecchio. E un po', anche, lo divertì.
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- Un avanzo di galera come te, vestito da prete, non me lo sarei mai aspettato!
- Le vie del Signore sono infinite, come dice il parroco.
- E bravo don Ugo! Dunque, sarai tu a celebrare il matrimonio! E, dimmi un po', sei in
grado di recitare la parte?
- Hai dei dubbi? Sono o non sono un professionista? Tu, piuttosto, cerca di non
trascurare nulla. Anche il più piccolo errore potrebbe essere fatale. Sei d'accordo?
Non rispose, si limitò a fissarlo negli occhi.
Poi, gli strinse la mano.
17
Sette
Luna, ormai, mostrava evidenti i segni della gravidanza. Silvio, scherzando, le diceva
che, andando avanti così, presto sarebbe diventata una luna piena.
Lei allora si disponeva con le braccia aperte, come le avevano insegnato da bambina, e
si orientava rivolgendo la testa verso il nord.
Con una piccola rotazione, si spostava di mezzo giro a sinistra e, osservando compiaciuta
la sua luna al primo quarto, esclamava:
- Gobba a ponente, luna crescente!
Silvio le poggiava la mano sulla pancia e gliela accarezzava dolcemente. Poi, sempre
più innamorati, si abbracciavano e baciavano con passione.
- Come lo chiameremo?- domandava lei. E lui:
- Dipende, se sarà maschio o femmina.
- Rassegnati all'idea, è una bambina. La vedi anche tu la forma della pancia, no? La
nonna, la mamma, le zie e persino le vicine continuano a ripetere che si tratta di una
femminuccia.
- Sarà, ma io non credo a questo tipo di previsioni fantasiose. Secondo te, è possibile
conoscere il sesso del nascituro in base agli spostamenti a destra o a sinistra del feto? Mi
spiace deluderti, ma per me è un maschietto, me lo sento.
- E il tuo sarebbe un metodo scientifico, o non è piuttosto una fantasia maschilista? In
ogni caso, che nome vorresti mettergli: quello di tuo padre?
- No, non mi piace. E poi, basta con la tradizione di affibbiare ai nipoti i nomi dei nonni.
Anche quando sono brutti. Non sei d'accordo?
- Sì, allora dimmi come lo chiamerai.
- Aldo.
- E se fosse una femmina?
- Alda. Alda la Bella, come la fidanzata di Rolando.
- Come mai ti è venuto in mente un nome del genere?
- Non il nome, ma l'appellativo la Bella. La nostra, se sarà una figlia, non potrà che
essere bella. Bella come te!
Le schermaglie amorose, alla fine, cedevano il posto a pensieri più concreti: la ricerca
della casa, l'acquisto del mobilio, la data delle nozze, l'abito nuziale, i testimoni. E poi
l'elenco degli invitati, le bomboniere, i fiori, il fotografo, la sala pranzo, i musicisti e tutto
il lungo e insopportabile elenco delle cose da fare o da non fare. Tra le quali ce n'era una,
la scelta dei paggetti, che ogni volta rischiava di farli litigare. Prolungando all'infinito la
discussione.
- Per me - diceva alla fine Silvio, esausto - i paggetti sono un inutile orpello. A che
servono?
- A reggere lo strascico.
- Ah sì? E allora perché non scegli un abito senza strascico?
- A parte che mi piace moltissimo, ma tu neanche immagini quale strascico di polemiche
ne deriverebbe se lo abolissimo.
18
- Figurati, tanto ci sarà sempre qualcuno che farà la parte dell'offeso.
- Facciamo così - tagliava corto Luna -. Tu hai già scelto i nomi, ai paggetti ci penso io.
La primavera si avvicinava gonfiando di verde le montagne e arabescando il cielo di
luce, di voli di uccelli, di nuvole bianche. Il lago, dismesso il suo lungo abito di nebbia,
aveva assunto colori e trasparenze opaline. Gli alberi esponevano i loro fiori ancora lucidi
di pioggia e profumavano l'aria.
La data prescelta, l'undici di maggio, non poteva quindi cadere sotto migliori auspici.
Tutto era pronto, ormai, e non si attendeva che il suono festoso delle campane. La
facciata della chiesa era stata riccamente addobbata, come nelle ricorrenze religiose più
solenni.
L'altare era completamente sommerso di fiori, la folla degli invitati e dei curiosi
gremiva l'intera navata. Nelle prime file, i parenti più stretti ostentavano i loro abiti
migliori, i gioielli delle grandi occasioni, le pettinature all'ultima moda. E si scambiavano
baci e abbracci. Intorno, a ondate, si spandeva il profumo delle signore elegantemente
vestite.
Su tutto dominava il suono dell'organo, intorno al quale si era schierato il coro
parrocchiale al gran completo.
Fuori, il cielo aveva messo l'abito azzurro con sbuffi di nuvole leggere, simili a bianchi
ricami.
Accolta da un lunghissimo applauso, con lieve ritardo, arrivò Luna a bordo di una
Mercedes grigio chiaro, tutta infiocchettata. L'autista, stretto nella sua livrea, si affrettò ad
aprirle la portiera.
Una signorina premurosa provvide a sollevare il lunghissimo velo bianco, prima di
affidarlo alle mani di due compite bambine. Vestite da paggetti, l'accompagnarono fino
all'altare.
Cosimo si portò al fianco della figlia visibilmente emozionato. Tenendosi per braccio,
sfilarono tra due file di presenti che sembravano avere occhi solo per la bellezza della
sposa. E per l'abito che, a ogni passo che metteva, sollevava intorno nuvole di bianco.
L'organo, dall'alto, dispiegava la potenza delle sue canne diffondendo con solennità le
note della marcia nuziale di Mendelssohn.
Don Ugo, irrigidito sotto la pianeta bianca scintillante di ricami d'oro, dette inizio alla
celebrazione. Tra sorrisi, pianti di commozione e ampie volute di incenso. La cerimonia
toccò il suo culmine nel momento in cui la cantante, dotata di una bella voce da soprano,
intonò l'Ave Maria di Schubert.
Le note flautate dell'organo, e gli arpeggi del violino, fecero scorrere fiumi di lacrime.
Alla fine, evacuata rumorosamente la chiesa, la gente si riversò all'esterno sulla spianata
del sagrato e attese l'uscita di Luna e Silvio.
Poco dopo, gli sposi furono accolti da una pioggia di riso e da uno scroscio
interminabile di applausi. Poi venne il momento delle fotografie e i presenti arretrarono
allegramente, facendo il vuoto intorno.
Mentre scattavano i primi flash, si udirono dei colpi sparati in rapida successione. La
scena, istantaneamente, si bloccò come in un lungo, imprevisto, tragico fermo immagine.
La folla, spaventata, si mise a urlare. Tutti si lanciarono dalle scale, chi cercando rifugio
tra le macchine, chi dietro il tronco degli alberi.
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Don Ugo stava terminando di togliersi i paramenti sacri e, con la cotta ancora indosso, si
precipitò per vedere cosa stesse accadendo.
Non fece però in tempo a comparire nel vano del portale che anche lui fu raggiunto in
pieno petto da una pallottola. Che lo fece stramazzare al suolo, accanto agli sposi.
Nel cielo, in lontananza, si udì il rombo di un aeroplano. E, subito dopo, il suono delle
campane che annunciavano il mezzogiorno.
Sembrava la scena di un film di quarta categoria, girato da un oscuro epigone di
Zinnemann.
20
Otto
Gli esordi sono spesso premonitori. Alle origini del cinema, tra i primi brevissimi filmati
dei fratelli Lumière, ce n'è uno indimenticabile.
La macchina da presa, posizionata all'esterno di una chiesa, inquadra prima l'uscita degli
sposi e poi l'ingresso di un funerale. Le due scene, l'una lieta e l'altra triste, non erano
state programmate. L'intento era solo quello di documentare la realtà con il nuovo mezzo.
All'epoca dei fatti, a Oliva non esistevano ancora le cineprese portatili, ma i fotografi sì.
Il titolare dello studio più noto del paese era stato convocato ed era riuscito a immortalare
la scena, prima di darsela a gambe come il resto della folla. Quella stessa che, il giorno
dopo, si precipitò all'edicola per trovare conferma a ciò che aveva visto. O per conoscere
nuovi particolari e qualche indizio sull'assassino. Sul movente, invece, nessuno nutriva
dubbi.
Le bocche, tuttavia, in pubblico restavano rigorosamente cucite. Al massimo, si
scambiavano sottovoce commenti sulle foto e sulle cronache accennate in prima pagina, e
poi riprese e approfondite in quelle interne.
Tutte portavano la firma l.m. Si sapeva che, dietro quella sigla, si celava Lorenzo
Melori, il titolare della pagina di cronaca nera.
Il giornalista aveva scritto un pezzo che, ne era certo, si sarebbe fatto apprezzare per la
fondatezza e la completezza delle notizie.
La direzione, pagandole profumatamente, si era inoltre assicurata in esclusiva le foto.
Impietosamente, mostravano i corpi degli sposi e di don Ugo, accomunati nel medesimo
destino.
Molti, nel paese, piansero su quelle immagini, soprattutto sui corpi dei due giovani. Gli
unici a rifiutarsi di guardare le fotografie - e di leggere le cronache - furono i genitori di
Luna e Silvio.
Chiusi nel loro dolore, si barricarono nelle rispettive abitazioni, rimpallandosi le accuse
e meditando vendetta. Soprattutto Cosimo.
L’uomo girava per le stanze della casa come un pazzo, dava testate contro il muro,
sbavava e minacciava di compiere una strage.
Inutilmente la moglie cercava di calmarlo, pregandolo almeno di abbassare la voce per
non farsi sentire.
- Tu - gli ripeteva - non farai proprio nessuna strage, non ne sei capace. E, anche
ammesso che ti voglia vendicare, vuoi farlo sapere a tutti ? Così ti scoprono subito e ti
portano in galera. Anzi, ti ammazzano come un cane, in mezzo alla strada. Lo capisci?
- No, non lo capisco e non lo voglio capire. L'unica cosa che capisco è che hanno
ucciso nostra figlia e io la devo vendicare. Sono un mafioso, non dimenticarlo. Un
mafioso non perdona mai, neanche uno come me!
Il comandante della locale stazione dei carabinieri era il maresciallo Passarello,
conosciuto per la sua bonomia e stimato da tutti.
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Aveva iniziato la sua carriera spostandosi in varie località e infine aveva guadagnato i
galloni a Bolzano.
Là era stato costretto a imparare un po' di tedesco, così ostico per un meridionale come
lui. Che faceva fatica persino a capire il dialetto di quella lontana regione di confine.
Dopo una lunga permanenza in quella città, con i capelli già ingrigiti e un' incipiente
pinguedine, era stato trasferito a Oliva.
Lì sperava di mettere definitivamente radici.
Con questa prospettiva, aveva acquistato una villetta indipendente con vista lago,
circondata da un ampio giardino. E vi aveva portato moglie e figlie.
Più, naturalmente, l'inseparabile cane lupo Epson. Sognava di concludere la sua carriera,
e di invecchiare serenamente, in mezzo a tanta bellezza.
Contemplando le barche a vela gonfie di vento, le Grigne scagliate contro il cielo, gli
alberi di ulivo colmi di anni. Uno scenario destinato a risvegliare nell'uomo in divisa la
mai sopita nostalgia per la vita agreste dei nonni contadini. Intravista e sognata da
bambino.
Il quadro idilliaco, però, non era destinato a durare a lungo perché, di lì a poco, fu
sconvolto dall'arrivo di personaggi come Lauro. E di quelli della sua stessa risma.
Passarello conosceva bene la regione di provenienza - e la mentalità - dei nuovi arrivati.
C'era nato e vi aveva trascorso l'intera infanzia e l'adolescenza. Inoltre, con la scelta
dell'arma prima, e con i numerosi spostamenti in varie città d'Italia poi, aveva accumulato
una vasta esperienza sul fenomeno dell'infiltrazione mafiosa.
Di fronte a un problema così grave, aveva scelto di mantenere un profilo cauto e un
atteggiamento vigile come una sentinella. Cercando di non esporsi troppo a pericoli che
avrebbero potuto compromettere l'incolumità sua, della sua famiglia e dei tre giovani
carabinieri alle proprie dipendenze.
Appresa la notizia della strage compiuta sul sagrato della chiesa, il maresciallo era
accorso per i primi rilievi. E aveva avviato subito le procedure previste dalle legge. Aveva
poi condotto le indagini in modo scrupoloso, come sempre. Ciò nonostante, le ricerche
non fecero un passo avanti. Intanto, più il tempo passava e più cresceva l'irritazione dei
parenti e il malcontento della popolazione sana. Sempre più insofferente dei modi e dei
mezzi per assicurare i malviventi alla giustizia. Sempre più stanca dei tempi biblici e, in
generale, del lassismo delle sentenze.
Passarello, a sua volta, si sentiva preso tra due fuochi. Indeciso se mettere la
mordacchia all'inchiesta, sperando che nel frattempo intervenisse un'autorità superiore a
risolvere il caso. Oppure, accantonata ogni paura, portarla fino in fondo, con il rischio
concreto di essere eliminato pure lui.
Trascorse molte notti insonni, sentendosi improvvisamente stanco, vecchio e inadeguato
al compito. La sua condotta, giudicata sempre esemplare, lo aveva portato a raggiungere
il grado di maresciallo. Di più non avrebbe potuto ottenere, avendo interrotto gli studi a
metà. Dunque, poteva ritenersi soddisfatto. Almeno fino a quel momento.
Ora provava il rammarico di non essere andato in pensione prima, quando aveva avuto
la possibilità di farlo. Invece, conti alla mano, aveva deciso di prolungare il servizio fino
a raggiungere il massimo della buonuscita e del trattamento di quiescenza.
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Era in questa condizione di spirito, quando un amico, ispettore dell'Inps, lo mise al
corrente che erano stati riaperti i termini per inoltrare la domanda di pensionamento.
Provò un grande sollievo, come se gli avessero estratto un dente cariato. Compilò
immediatamente il modulo e, per giunta, decise di farsi ricoverare in ospedale.
L'idea di togliersi i calcoli al rene, in passato, se l'era fatta passare ogni volta che gli era
venuta in mente. Nella speranza che, riducendo il consumo di formaggio e bevendo molte
spremute di agrumi, sarebbero scomparsi da soli. Invece erano ancora, pervicacemente, al
loro posto.
E lì li avrebbe lasciati per chissà quanto tempo ancora, se non fosse sopravvenuta quella
maledetta inchiesta che rischiava di farglieli aumentare.
O, peggio, di farli scomparire del tutto.
Senza neanche passare sotto i ferri del chirurgo.
23
Nove
I giornali, dopo l'interesse dei primi giorni, attenuarono la propria soglia di attenzione.
Le notizie, confinate nelle ultime pagine, persero rilievo.
Una sera, nell'ora in cui i giornalisti tendono a chiudere il loro pezzo, arrivò all'ultimo
minuto una telefonata. Lorenzo fu costretto a interrompere la revisione dell'articolo che
aveva appena finito di scrivere. All'altro capo del telefono c'era Evaristo, una sua vecchia
conoscenza. Parlava con voce soffocata, dicendo di essere in possesso di notizie
clamorose.
Consegnò in fretta l'articolo e uscì diretto alla vecchia fornace, da tempo dismessa e ora
luogo di incontri furtivi. Lì, alcuni giorni prima, c'era stato un tentativo di stupro.
Sventato all'ultimo momento da uno dei tre carabinieri.
Era fuori servizio e, trovandosi a passare da quelle parti, era intervenuto in soccorso
della ragazza che urlava e invocava aiuto.
Recandosi all'appuntamento, Lorenzo mentalmente si preparava a fare la tara alle
rivelazioni di Evaristo. Lo conosceva fin troppo bene e sapeva di cosa fosse capace, pur
di riscuotere le somme pattuite, quando si trovava con l'acqua alla gola. Per non parlare di
quando i suoi racconti avevano sentore di alcol e tendevano a volatilizzarsi nell'aria.
Avvicinandosi, al giornalista sembrava già di avvertire odore di cantina e si preparava
mentalmente a gettargli una caraffa di acqua in faccia.
Sapeva che il dialogo, al massimo, avrebbe assunto toni concitati. E tuttavia, l'immagine
della caraffa, chissà perché, lo metteva di buon umore ogni volta che gli tornava in
mente. E lo faceva sorridere.
Quando giunse, per prima cosa annusò l'aria.
Evaristo, sentendolo inspirare più volte, si affrettò a precisare che il vino era ormai un
lontano ricordo. E che ora somigliava a un neonato appena uscito dal fonte battesimale.
Per dare maggiore credibilità alle sue parole, gli alitò in faccia e subito dopo gli chiese:
- Allora, ti fidi di me?
Lorenzo gli rispose con un sorriso. Poi, come a scusarsi di essere stato prima poco
discreto, gli mise una mano sull'avambraccio e lo invitò a parlare.
- Prima, però - disse Evaristo - devi garantirmi che non farai il mio nome. La mia vita è
in pericolo. Qualunque cosa accada, quello che sto per dirti dovrà risultare proveniente da
fonte anonima.
Lorenzo promise e un'ora dopo era già di ritorno a casa. Consumò la cena controvoglia e
non riuscì a prendere sonno. Più le scene di sangue pubblicate sul giornale gli tornavano
alla memoria, più tendevano ad arricchirsi di dettagli. Il racconto di Evaristo poco per
volta innescò nella sua mente un processo simile a quello del progressivo ingrandimento
di una foto.
Dilatando e abbracciando uno spazio sempre più ampio, il procedimento gli consentì di
cogliere una porzione di realtà che nessuno aveva visto. E che era la più importante. A
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quel punto, si trattava di decidere se svelarla a tutti con lo strumento che possedeva: la
parola.
Più ci pensava, più gli tornava in mente l'incipit del vangelo di Giovanni:
“In principio erat Verbum.”
All'inizio, appunto.
- E se - continuava a tormentarsi, distorcendo il significato del testo - la parola, anziché
essere l'inizio, per me rappresentasse la fine?
Tormento dell'uomo, più che del giornalista. Lorenzo era giovane, sposato e padre di
una bella bambina. Da quando era nata, la figlia gli riempiva il cuore e i pensieri. La sola
idea di non poterla più prendere in braccio e baciare. di non vederla gattonare e crescere
insieme ai primi capelli grigi che gli spuntavano in testa, gli procurava un grande
sgomento.
Fino allora, al massimo, aveva immaginato cosa avrebbe fatto se si fosse trovato in una
condizione del genere. Quella era la prima volta in cui, realmente, provava sulla propria
pelle un senso di angoscia e di paura.
Passò la notte riascoltando le parole di Evaristo. Ricostruì mentalmente le scene,
prefigurandosi la morte. Almeno un paio di volte sobbalzò sul letto, sentendo gli spari
provenienti dal palazzo di fronte. Quello stesso dove qualcuno si era appostato per fare
fuoco sugli sposi e su don Ugo.
La curia vescovile, appresa la notizia dell'uccisione del falso prete, si affrettò a emanare
un comunicato. Per fare chiarezza e allontanare da sé ogni possibile sospetto.
Un giornalista accorse per intervistare il cancelliere, il quale non poté fare altro che
allargare le braccia e scusarsi.
- Guardi come siamo ridotti. Io ho già compiuto ottant'anni - disse - e aspetto solo che il
vescovo accetti le mie dimissioni. Vede i miei collaboratori? Hanno tutti l'età di suo
nonno. Sì, certo, la colpa è anche nostra se non riusciamo tempestivamente a impedire
che si verifichino episodi gravi come questo. I senzadio, purtroppo, si infiltrano
dappertutto e non hanno rispetto neppure per l'altare. Il matrimonio, in ogni caso, è nullo.
- A che serve questa precisazione, visto che gli sposi ormai sono morti?
- Non è esatto parlare di sposi, semmai di promessi sposi. Intendevo dire che non sarà
necessario fare richiesta di annullamento. L'atto, in sé, è privo di valore per la chiesa e
non è neppure in grado di produrre gli effetti civili.
La notizia, apparsa a caratteri cubitali sul giornale del giorno dopo, produsse l'effetto di
una bomba.
Subito si sparse in paese, lasciando tutti a bocca aperta. Soprattutto coloro che, anche di
fronte ai comportamenti poco ortodossi del sedicente prete, si erano rifiutati di credere a
un'impostura così sacrilega.
Solo pochi presero a vantarsi di non avere mai prestato fede a un tipo come don Ugo.
Ed erano soprattutto le donne più anziane che non avevano mai sopportato gli sgarbi del
falso coadiutore nei loro confronti.
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A servire la messa, il giorno del matrimonio, c'erano due chierichetti: Stefano e Luigi.
Quest'ultimo, dotato di antenne molto sensibili, era in grado di captare qualunque cosa
potesse suscitare la sua frenetica curiosità.
A un tipo come lui non poteva certo essere sfuggito un dettaglio molto importante. Don
Ugo, il celebrante ufficiale della solenne funzione religiosa, rivolgendosi agli sposi non
aveva detto Finché morte non vi separi, ma non vi spari.
Nessuno, però, ci aveva fatto caso.
26
Dieci
Il ragazzo non aveva resistito al bisogno di riferire subito il particolare alla mamma che,
lì per lì, non gli aveva dato peso. Anzi, se n'era uscita con un frettoloso:
- Ma cosa ti stai inventando, avrai capito male. Figurati se può aver detto una cosa del
genere!
Quando poi lesse la notizia sul giornale, la donna rimase fortemente scossa.
Assalita dal dubbio, decise di parlarne con Lorenzo, compagno di escursioni in
montagna di suo marito. Il giornalista chiese di sentire direttamente Luigi che, così, poté
prendersi la sua bella rivincita.
Tutto contento, il ragazzo raccontò di nuovo, per filo e per segno, quello che aveva
udito.
- Hai notato altri particolari?- gli chiese Lorenzo.
- Sì, subito dopo si è schiarito la gola con dei brevi colpi di tosse.
- Nient'altro?
- Si è soffermato a guardare verso i fedeli.
- E tu, ti sei girato?
- Beh, sì, volevo vedere chi stava guardando.
- E ti è sembrato che fissasse qualcuno in particolare?
- Questo no, però ho visto un signore molto elegante.
- Al matrimonio tutti vestono bene.
- Sì, ma quell'uomo lo era in maniera appariscente.
- In che senso?
- Diverso dagli altri.
- Oltre alla mamma, lo hai detto a qualcun altro?
- No.
Lorenzo lo ringraziò e aggiunse:
- Mi raccomando, non parlarne con nessuno.
Luigi accavallò gli indici e li baciò due volte. Il materiale che Lorenzo aveva in mano
cominciava a diventare scottante. Ne parlò con il direttore Sergio Sirtori che, di fronte
alla possibilità di realizzare uno scoop, preferì prendere tempo. E gli consigliò prudenza e
discrezione.
Lorenzo scrisse di getto il suo articolo, avanzando il dubbio generico che dietro le
uccisioni ci potesse essere la mano della mafia.
Il sassolino, lanciato nello stagno, in altra circostanza non avrebbe prodotto nessun
effetto. In quel caso, invece, quell'allusione che molti condivisero e pochi, i diretti
interessati, lessero come una accusa esplicita, produsse un'immediata reazione. Che si
concretizzò nella forma di una telefonata anonima. Con minacce di morte nei confronti
sia del direttore che del ben noto l.m. L'effetto fu simile a quello dell'interruzione
improvvisa della corrente elettrica che impedisce di vedere quello che c'è intorno.
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Seguirono infatti alcuni giorni, durante i quali le notizie relative agli avvenimenti di
Oliva sparirono del tutto dal giornale.
La decisione, imposta dal direttore, da una parte era dettata dalla paura che le minacce
diventassero reali. Dall'altra, rispondeva a una precisa tattica: lasciare le cose come
stavano, per far credere che le minacce avevano sortito il loro effetto.
- Nel frattempo, spente le luci - concluse il direttore -, manterremo accese le candele.
Lauro era presente alla cerimonia del matrimonio. E, con quel suo abito sgargiante, non
poteva certo passare inosservato. Ma, ne erano certi sia Lorenzo che il direttore, se non
l'esecutore materiale, egli era da considerare il mandante della strage.
Questa era anche la ferma convinzione di Cosimo che, tuttavia, non riusciva a mettere in
atto la vendetta contro di lui. Come gli aveva giustamente ricordato la moglie, l'uomo non
era capace di spargere sangue.
Silvio, di qualche anno più grande di Luna, era stato portato a Oliva da bambino. Era
quindi cresciuto nel paese e ne aveva assorbito in certo senso la mentalità. I genitori, da
parte loro, avevano fatto di tutto per farlo crescere alla loro maniera. Tutti gli anni,
all'arrivo dell'estate, lo avevano condotto al paese di origine per farlo stare con i nonni.
Per fargli respirare l'atmosfera idonea a diventare un picciotto in gamba.
Invece Silvio, crescendo, aveva manifestato un carattere forte e indipendente. Restio a
essere inquadrato e a ricevere ordini supinamente.
Contro la volontà dei genitori - e i consigli degli amici -, egli aveva preso a corteggiare
Luna. Ben sapendo di scontrarsi con la mentalità diffusa e, soprattutto, di entrare in
conflitto con Lauro.
Fra i due non c'era molta differenza di età. Se non fosse stato per il suo atteggiamento,
giudicato eccentrico, Silvio avrebbe potuto diventare la figura emergente. Da
contrapporre a quella del conte, rispetto al quale poteva vantare maggiore cultura e
bellezza fisica.
Luna se ne era subito invaghita.
Lauro aveva accumulato un'ingente ricchezza, frutto prevalentemente dei
taglieggiamenti e del traffico di droga. Aveva frequentato le scuole professionali fino
all'ultimo anno. Senza però conseguire il diploma.
Stanco di ammuffire sui libri - così si giustificava -, aveva deciso di diventare in breve
un signorotto. Con al seguito i suoi bravi scagnozzi.
Una specie di don Rodrigo, insomma. Il personaggio con il quale gli sarebbe piaciuto
identificarsi era però un altro: il Conte del Sagrato.
A scuola gli era stata assegnata una ricerca proprio su di lui. Ne era rimasto colpito per
la determinazione con cui, impugnato lo schioppo, aveva fatto fuoco sul sagrato della
chiesa. Che poi, nelle edizioni successive del romanzo manzoniano, fosse diventato
l'Innominato, non poteva interessarlo di meno. Anzi, giudicava la sua conversione del
tutto improponibile per uno come lui. Mai e poi mai, quindi, l'avrebbe imitato.
Così, poco per volta, era riuscito a crearsi la fama di capo indiscusso del clan di
appartenenza. La sua ambizione, naturalmente, era di estendere il suo predominio anche
sugli altri. Il progetto, però, non gli era ancora riuscito del tutto. Lo si era visto
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innanzitutto quando si era ammansito davanti ai due marcantoni. Poi quando Luna,
facendosi beffe di lui, lo aveva piantato in asso e gli aveva preferito Silvio.
Ora, però, dopo la scomparsa dei due, poteva dire di non avere più ostacoli sulla sua
strada. E che per farsi temere bastasse una semplice telefonata, stava lì a dimostrarlo.
Aveva messo subito a tacere quel linguacciuto di l.m. e il suo direttore degli stivali.
Silvio aveva un paio di cugini, Pino e Filippo Candela, a cui era legato da amicizia
fraterna. Prima erano stati compagni di giochi e marachelle. Poi, una volta diventati
adolescenti, di avventure amorose. Si poteva dire che erano praticamente cresciuti
insieme. Almeno fino a quando le loro strade si erano divise per diversità di vedute.
E di schieramento delle rispettive famiglie.
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Undici
I due cugini in pubblico avevano preso le distanze da Silvio, ma in segreto invidiavano
la sua capacità di rendersi autonomo. Soprattutto nel campo sentimentale. Abituati
entrambi a correre la cavallina, quando però si era trattato di scegliersi la fidanzata non
avevano osato fare il salto, come lui.
Per questo lo ammiravano. E per questo il giorno in cui lo avevano visto piombare per
terra accanto a Luna, avevano giurato di vendicarlo.
Si erano girati di scatto e avevano individuato chiaramente il punto da cui erano parti i
colpi. Però, pur lanciandosi nella direzione giusta, non avevano visto nessuno darsi alla
fuga.
Tutti, in paese, sapevano che l'unica persona che poteva avere ordinato l'uccisione di
Silvio e Luna era Lauro. Nessuno però riusciva ancora a spiegarsi come mai, quello
stesso giorno, fosse stato ammazzato anche don Ugo. Pur essendo a conoscenza che i
rapporti fra i due non erano proprio limpidi, come ci si sarebbe aspettato da un prete.
La rivelazione della sua falsa identità, apparsa sul quotidiano, aveva infine sgombrato il
campo da ogni dubbio.
Cosimo, per sua stessa ammissione, non avrebbe mai osato sparare contro qualcuno.
Pino e Filippo invece sì. Aspettavano solo il momento giusto per il loro battesimo di
sangue. Da tempo avevano scoperto un debole di Lauro.
Ogni fine settimana si recava al poligono di tiro, per scaricare la tensione accumulata
negli altri giorni e perfezionare la propria mira.
Quella del sabato pomeriggio era perciò diventata una consuetudine irrinunciabile. Con
l'unica variante degli orari e dei percorsi ai quali, di volta in volta, apportava piccoli
cambiamenti.
Il titolare del poligono, un amico di rispetto, gli garantiva il massimo livello di
protezione. Sia all'ingresso che all'uscita. Era praticamente impossibile, nelle ore di
presenza di Lauro, che persone non affidabili, o sconosciute, potessero accedere
all'interno dell'edificio. Lo sbarramento era garantito all'esterno da tre buttafuori
dall'aspetto inquietante. E, all'interno, da altrettante guardie del corpo non meno
minacciose.
Queste misure, e la macchina antiproiettile usata per spostarsi, avrebbero scoraggiato
chiunque dal tendergli un agguato. Ma non Pino e Filippo.
Scartata l'idea di ricorrere alla potenza di fuoco, che li avrebbe sicuramente visti
soccombenti, essi decisero di apportare una variante dal fascino irresistibile. Quella del
denaro.
Per verificarne gli effetti, venne scelta una data speciale: il trigesimo della morte di
Luna e Silvio. Quella mattina, rispettando la tradizione, venne celebrata una messa
solenne di suffragio.
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La chiesa era affollata, come il giorno del matrimonio. Parenti e amici avevano preso
posto nelle prime file. Le donne, rigorosamente in gramaglie, non riuscivano a frenare le
lacrime.
Soprattutto durante la predica di don Martino che, ristabilitosi dalla malattia, aveva
ripreso a svolgere le sue funzioni. Nella triste occasione, non mancò di toccare le corde
dei presenti. Accennò al dolore che provava per non aver potuto celebrare le nozze.
- L'unica volta, in cinquant'anni di cura delle anime - sottolineò con fermezza -, in cui la
mia assenza è stata segnata da una tragedia immane. Che solo Dio può perdonare.
Dopo avere pronunciato queste parole, appoggiò le mani sul leggio e rivolse lo sguardo
verso i fedeli. Si soffermò prima sulle file di destra e poi su quelle di sinistra. I pochi
attimi di sospensione dell'omelia che seguirono bastarono a creare un'atmosfera cupa.
Come se gli occhi indagatori dell'anziano parroco andassero in cerca non della pecorella
smarrita, ma dell'assassino. Nessuno osò girarsi, ma tutti furono attraversati dal
medesimo pensiero: don Martino aveva in mente un nome.
Da un momento all'altro avrebbe potuto pronunciarlo, puntando il dito contro il
responsabile morale del triplice assassinio. Che era lì, in mezzo a loro. Trincerato dietro
un paravento di ostentata, sacrilega presenza. Allo scopo di crearsi un alibi che aveva il
marchio dell'infamia.
Don Martino, invece, lasciò cadere il suo macigno di silenzio e riprese la predica con
parole sempre più fiondate nell'anima di ognuno.
Lauro, quel pomeriggio, ebbe una ragione in più per raggiungere il poligono di tiro.
Cercava di immaginare, al posto dei cerchi concentrici, l'odiosa faccia del parroco. Per
scaricargli addosso l'intero caricatore.
Non fece però in tempo a sparare il primo colpo che, con un gran salto, cadde
all'indietro. Colpito in pieno volto da un'esplosione provocata dalla sua stessa pistola.
Potenza di fuoco, sopraffatta dalla potenza del denaro.
31
Dodici
Lauro fu ricoverato urgentemente nella clinica privata Santa Lucia. Entrò in sala
operatoria con la mandibola spappolata, e un occhio che sembrava una caverna, e ne uscì
cadavere.
Il primario, dopo ore di intervento, non ebbe il coraggio di comunicare ai parenti che
ogni tentativo di salvarlo era risultato inutile. Affidò il compito al suo assistente che, per
poco, non venne linciato sul posto.
Poi tutti insieme, urlando che volevano la pelle del primario, tentarono di penetrare nella
sala operatoria, bloccata dall'interno. Si allontanarono solo quando uno di loro li avvertì
che, a bordo della sua macchina, stava fuggendo dall'ospedale.
Il chirurgo non attese un nuovo avvertimento per raggiungere la famiglia, fatta
precipitosamente fuggire all'estero, in Canada. Da un affiliato al clan dei Candela gli era
giunta la minaccia di morte, nel caso avesse anche solo tentato di salvare la vita al ferito.
I giornali, avventurandosi in ipotesi che andavano dall'incidente al sabotaggio dell'arma,
riempirono pagine di cronaca per dare l'annuncio della sua morte. E per commentarla con
tutta una serie di servizi all'interno. La fuga del primario era un boccone troppo ghiotto
per lasciarselo sfuggire.
Ne parlavano tutti.
Chi affermava che era stato costretto ad allontanarsi per evitare la vendetta dei Trotta,
subito veniva smentito da chi invece dichiarava il contrario. E cioè che fossero stati i
Candela a fargli terra bruciata intorno. Fatto sta che, di lui e della sua famiglia, per un bel
pezzo non si ebbero più notizie.
Si tornò a parlare, invece, di don Ugo e della sua vocazione per le false identità. Che,
alla fine, gli era costata la vita.
Perché lo avevano ucciso? C'entrava qualcosa con Luna e Silvio? Erano le domande
che, sempre più insistentemente, circolavano in paese.
Dalle risposte, potevano nascere nuovi assetti nelle organizzazioni che
spadroneggiavano nel territorio di Oliva e nel circondario.
La popolazione assisteva sgomenta al succedersi di fatti che mai prima avevano
sconvolto la loro vita tranquilla. Al massimo, le cronache locali avevano dovuto
occuparsi di liti di confine, di eredità contestate, di furti. E, talvolta, di storie di corna.
Mai, però, di fatti di sangue.
Lorenzo, nei suoi articoli, non aveva fatto cenno alle rivelazioni di Evaristo. La frase,
pronunciata con occhi sgomenti, che la sua vita era in pericolo, gli risuonava
continuamente nella memoria. Ora però che Lauro era stato eliminato, ritenne giunto il
momento di scriverne apertamente.
C'era un evidente filo rosso che legava la morte dei due buttafuori del Sunrice, degli
sposi, di don Ugo. E, infine, di Lauro.
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Una serie di morti che, probabilmente, avrebbe dato la stura a un ulteriore bagno di
sangue. Anche la sparizione del primario costituiva un tassello nel mosaico che si andava
componendo. E perfezionando nella sua mente.
Cercò di mettersi nuovamente in contatto con Evaristo. L'uomo, da una parte gli aveva
reso i sonni poco tranquilli, dall'altra aveva risvegliato in lui la vocazione alla cronaca
coraggiosa. Non riusciva, però, a mettersi sulle sue tracce. Allora, per snidarlo, in una
delle sue cronache parlò dell'intervista fatta al direttore del carcere. Lo stesso in cui, a suo
tempo, era stato rinchiuso don Ugo. Così tutti vennero a sapere che il falso prete aveva
condiviso la cella con Evaristo. E scoprirono la passione di quest’ultimo per il gioco, le
liti in stato di ubriachezza, i piccoli furti.
Tanto bastò perché Lorenzo si sentisse dire al telefono che era un figlio di puttana. E che
non meritava di vivere.
Lorenzo lo lasciò sfogare ben bene, ascoltando impassibile le offese volgari e le
minacce che gli vomitava addosso. Alla fine, con calma serafica, gli rispose che il vero
figlio di puttana, e tutto il resto, era lui. E che le minacce di morte gli si sarebbero
rivoltate contro.
- Sappi che ho fatto il servizio militare e so manovrare bene le armi. Anzi - mentì
spudoratamente -, sono un tiratore scelto.
Si aspettava di essere nuovamente raggiunto dalle minacce nei giorni successivi.
Evaristo, invece, non si fece più sentire né vedere.
Gli arrivò qualche giorno dopo una lettera minatoria, composta con le lettere del suo
giornale. Forse ricavate dai suoi stessi articoli.
- Scappa all'estero - c'era scritto - come quel cagasotto del primario. O te ne pentirai!
Per tutta risposta, il quotidiano uscì con una serie di titoli cubitali:
SULLE TRACCE DEGLI ASSASSINI - LA MAGISTRATURA INDAGA - PARLA
GOLA PROFONDA - PRIME CATTURE - TREMANO I VERTICI
DELL'ORGANIZZAZIONE.
Quasi tutti gli articoli di giro, strillati in prima pagina, erano siglati l.m.
Lorenzo, per precauzione, aveva provveduto a mandare moglie e figlia in Trentino,
presso i suoceri. Abitavano a Tavon di Coredo, vicino a Cles, in Val di Non.
- L'aria di montagna farà bene alla bambina - disse alla moglie, senza rivelarle la vera
ragione che lo costringeva a farle anticipare le vacanze estive -. Lo ha suggerito il
medico, ricordi?
La moglie lo salutò con le lacrime agli occhi, mentre egli prendeva in braccio la
figlioletta e la baciava teneramente.
Il quadretto gli fece venire in mente la scena di Ettore e Andromaca. E immaginò di fare
la stessa fine. Non proprio legato a un carro e trascinato per le vie di Oliva, ma
incaprettato sì. Rinchiuso nel baule di una macchina pure. E abbandonato chissà dove.
Avvertì una stretta al cuore, mentre stringeva più forte la bambina che, sentendosi
soffocare, si mise a piangere. Allora la depose a terra e la riaffidò alla madre. Rimase poi
a lungo a guardarle, mentre si allontanavano su un taxi, dirette alla stazione.
Carmela, come tutti i giorni, era salita fino al cimitero adagiato ai piedi della montagna.
Il piccolo recinto era raggiunto solo dal frusciare del vento e dal soffio del cuore.
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Passando tra i viali era possibile cogliere fugacemente tante storie che sembravano
attendere solo un po' di attenzione e un ricordo.
Erano volti di donne, di anziani e di bambini stretti in rettangoli e ovali immemori del
tempo. Fermo alla data di nascita e di morte, punzonata nel marmo. Lì, china sulla tomba
provvisoria della figlia, stava inserendo fiori freschi nel vaso di rame. All'improvviso, si
sentì toccare un braccio.
Non aspettava nessuno, e le tremò la mano. Si voltò e le apparve una figura di donna
che non conosceva. Vista dal basso, e illuminata dal sole che la colpiva in fronte, le
sembrò bella e imponente.
Si alzò con un piccolo sforzo e la fissò negli occhi, in silenzio. La donna le offrì la
mano, scusandosi di essersi presentata all'incontro senza preavviso. Come una
clandestina.
Sono venuta qui - disse semplicemente - per condividere il dolore in un luogo dove
nessuno possa sentirci.
Si parlarono con parole sommesse, seguite da brevi sospiri e silenzi. Alla fine, si
avvicinarono l'una all'altra e si strinsero in un lungo abbraccio.
34
Tredici
Maura quasi svenne quando apprese la notizia della morte di don Ugo che, per lei, era
semplicemente Giorgio. L'uomo che l'aveva fatta passare dalla vertigine del sesso al
bisogno, mai spento, dell'amore.
Se ne era invaghita. Le piaceva quel suo mostrarsi dolce nei modi e focoso negli assalti.
La capacità di farla divertire con il racconto delle sue avventure. E, persino, la naturale
tendenza all'istrionismo che, nel tempo, era diventata quasi un'arte. Espressa nei rapidi
travestimenti e nei cambiamenti di personalità. Con lui, si era sentita nuovamente donna
desiderata. Ogni incontro riusciva a risvegliare quel suo bisogno naturale e
insopprimibile.
Giorgio se ne era accorto. Non sapendo resistere al fascino di quella donna sensuale e
sensibile al tempo stesso, era passato dai primi fugaci approcci, a un rapporto stabile e
duraturo. Come tra due veri innamorati.
Un giorno, Maura gli aveva chiesto se non fosse giunto il momento di mettere un punto
fermo alla loro vita.
Giorgio le aveva risposto che ci stava pensando. Che lo desiderava come e, forse, più di
lei. Ma aveva bisogno ancora di un po' di tempo.
- Ho tra le mani un'occasione d'oro - le confidò - che non posso lasciarmi sfuggire. Se
andrà a buon fine, ci consentirà di trasferirci ovunque. Anche all'estero. Dove nessuno
potrà rintracciarci.
La cifra promessa, però, si era di colpo dimezzata, avendo dovuto rivolgersi a Evaristo
per mettere in atto il piano ideato da Lauro. Poi, si era dissolta del tutto sul sagrato della
chiesa. Annullando il suo sogno e, contemporaneamente, quello degli sposi e di Maura.
Chi aveva premuto il grilletto, divorato a sua volta dalla sete di denaro, l'aveva fatto
nella speranza di entrare in possesso dell'intera somma.
Accadde invece che, quando si presentò per incassare la ricompensa, Lauro gli puntò
sulla fronte la canna di una pistola. E lo minacciò di morte se non si fosse tolto subito
dalle palle.
- Anzi - gli disse, abbassando il cane -, te le spappolo se le porti ancora in giro da queste
parti!
Evaristo sbiancò di colpo. Avvertì in basso una fitta che lo spinse ad accostare
istintivamente le gambe, premendole l'una contro l'altra. Come se Lauro avesse già messo
in atto la sua minaccia. Si allontanò girando ogni tanto la testa, per paura di essere colpito
alle spalle.
Lorenzo si sentiva tutti i giorni con la moglie. Si informava sulla salute della piccola, sul
tempo, sulle passeggiate in quell'angolo di paradiso incastonato tra i monti che è Tavon.
Poi, confortato dalle buone notizie, si rituffava nel lavoro.
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Evaristo, da quando era tornato a casa con le pive nel sacco, aveva ripreso a tempestarlo
di telefonate. E a coprirlo di minacce e insulti.
- Sei un traditore! - lo accusava con voce alterata - Io finirò in carcere per il resto della
mia vita, ma tu marcirai presto sotto terra. Come si conviene a un verme schifoso come
te!
Quando era a corto di soldi, e in quel periodo lo era veramente, Evaristo perdeva
facilmente il controllo dei nervi. Riusciva però ugualmente a prendere le sue precauzioni,
prima di entrare in cabina.
Controllava di non essere visto da nessuno e cambiava, di volta in volta, l'ora delle
telefonate. Conosceva a memoria i turni di Lorenzo. Sapeva che sul lavoro non poteva
staccare la cornetta, come quando era a casa.
Quindi, lo chiamava negli orari giusti. Ricorrendo sempre al trucco di camuffare la voce,
per impedirgli di riattaccare subito.
Una sera, dopo avere perlustrato i dintorni, entrò in una cabina e compose il numero. La
telefonata si protrasse a lungo e assunse ben presto toni concitati, tanto da non accorgersi
di non essere rimasto solo.
Fuori, c'era infatti una donna che sembrava in attesa e che non riuscì a riconoscere.
Aveva la testa avvolta in un foulard e gli occhi protetti da pesanti occhiali da sole.
Temendo che avesse potuto ascoltare la conversazione, tentò di aggredirla. Lei fu più
veloce e gli sparò tre pallottole nell'addome che lo fulminarono all'istante.
La donna poi si guardò intorno, rimise la pistola con il silenziatore nella borsetta e
sgusciò nel buio. Come una faina.
L'omicidio, questa volta, non avvenne nel territorio di Oliva, ma fece ugualmente
scalpore. Del caso si occupò il comando di polizia che conosceva bene il nome della
vittima.
La moglie inoltre aveva recentemente denunciato il marito, da cui ormai viveva
separata, perché continuava a perseguitarla con la richiesta pressante di soldi. E, poiché
lei non disponeva delle somme di denaro di cui aveva bisogno, voleva costringerla a
prostituirsi.
Lorenzo dedicò a Evaristo non più di un articolo di cronaca, ritenendo più opportuno
muoversi fuori dai canali ufficiali.
Intanto, si prese una breve vacanza per raggiungere moglie e figlia e riportarle a casa.
Sicuro che nessuno avrebbe più fatto telefonate in grado di creargli allarme e
preoccupazioni. L'estate era ormai prossima e quindi tornò volentieri in Val di Non per
godersi un periodo di relax fisico e mentale.
Dedicandosi alle passeggiate quotidiane e alle uscite a cavallo, con Vittoria davanti, a
cavalcioni sulla sella, e l'istruttore a piedi con in mano la cavezza.
Se la polizia avesse messo sotto controllo il suo telefono, probabilmente Lorenzo
sarebbe risultato tra gli indagati. Non fosse altro per avere risposto alle minacce di
Evaristo con una controminaccia, qualificandosi come tiratore scelto.
In realtà, fino a quel momento, le forze dell'ordine si erano segnalate per un
comportamento che ricordava quello dei caschi blu della Nato. I quali, talvolta, nei
conflitti fra schieramenti contrapposti di una stessa regione, fanno finta di non vedere e si
astengono dall'intervenire.
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Ora però la misura sembrava colma. Quindi, anche su pressione dell'opinione pubblica e
della stampa, in giro si vide un numero maggiore di divise con il compito di sorvegliare il
territorio.
Furono anche compiuti alcuni arresti. Nella rete finirono però solo i pesci piccoli e non i
nomi eccellenti.
Toccava a Lorenzo, a quel punto, dimostrare di essere il tiratore scelto che aveva detto
di essere. Munito non di fucile o di pistola, ma delle uniche armi a sua disposizione:
l'adorata Olivetti 22 e un piccolo registratore tascabile.
Come fosse tornato ai tempi in cui doveva prepararsi all'esame di giornalista, cominciò
a porsi mentalmente la prima domanda: chi?
Dopo avere compilato scrupolosamente un elenco di tutte le persone da contattare
telefonicamente, o da intervistare, decise di iniziare dal parroco.
Il sedicente don Ugo sarebbe stata una buona fonte di informazione, ma ormai gli
avevano tappato la bocca per sempre.
- Ha nulla da raccontarmi su di lui? Anche solo qualche particolare che possa essermi
utile?- chiese, accingendosi a prendere appunti.
- Mi dispiace, temo di non poter essere molto utile alla sua indagine. Con me è stato
sempre corretto e ha collaborato come un vero prete. Sono caduto dalle nuvole, quando
ho letto la dichiarazione della curia. I suoi documenti sembravano perfetti e non avevano
destato in me nessun sospetto. Chi l'avrebbe immaginato? Sì, è vero, su di lui circolavano
delle dicerie, se vogliamo chiamarle così. Ma sa, sui preti se ne dicono tante di
maldicenze. La gente, poi, ci gongola quando ha la possibilità di infangare la nostra
tonaca.
- Lei, quindi, non sapeva nulla dei suoi rapporti con Lauro?
- Le pare che le mentirei se sapessi qualcosa? Alla mia età, poi, molte cose sfuggono. E
altre è meglio non vederle e non sentirle. Quello che conosco l'ho appreso dai suoi
articoli e dalle informazioni che mi riportano la mia perpetua o le sue amiche. Lei ha dei
nonni? Allora, può rendersi conto del valore che possono avere le ciance dei vecchi.
- Eppure, lei in chiesa ha pronunciato parole molto dure. Ai presenti è parso che volesse
indicare il colpevole.
- Gliele ho appena indicate le fonti delle mie informazioni. Tenga poi presente che sono
stato ricoverato in ospedale e rimasto assente dalla parrocchia per un mese. Lo sa, vero?
- Sì, lo so e ora come sta?
- Benino, grazie a Dio.
- Un'ultima cosa: ha per caso trovato qualche agenda o qualche appunto?
- Ha fatto bene a chiedermelo. In effetti, sì, ho trovato qualcosa. Se mi dà qualche
minuto di tempo, la vado a cercare.
Si sollevò dalla poltrona e poco dopo tornò reggendo in mano un breviario.
All'interno c'erano dei foglietti contenenti una serie di lettere maiuscole puntate e,
accanto, dei numeri telefonici.
- Ecco, guardi, tra le cose che ha lasciato è ciò che forse potrebbe stuzzicare la sua
curiosità. Li tenga pure.
- Grazie! - disse Lorenzo, alzandosi e salutandolo con un leggero inchino.
37
Quattordici
Lorenzo lesse e rilesse un'infinità di volte le lettere puntate contenute sui foglietti. Ma,
più cercava di interpretarle, più gli sembravano enigmatiche.
Non ebbe migliore fortuna quando provò a comporre i numeri telefonici corrispondenti.
A rispondere, e a chiudere immediatamente la conversazione, erano prevalentemente voci
femminili. Segno che il falso don Ugo doveva essere stato un vero dongiovanni!
Per il tipo particolare di lavoro che svolgeva, Lorenzo era abituato ad affrontare ogni
rompicapo. Perciò non si arrese e concentrò tutta la sua attenzione sull'ultimo rigo della
lista che era stato cancellato in modo da renderlo praticamente illeggibile.
Stava osservando controluce i numeri depennati, come quando si esamina la filigrana di
una banconota, quando squillò il telefono.
Era l'avvocato penalista Riccardo Rovi, suo compagno di liceo. Gli comunicò di essersi
liberato dall'udienza in tribunale in seguito a un incidente automobilistico, in cui era
rimasto coinvolto il presidente. Poteva raggiungerlo in studio quella mattina stessa.
La giornata era bella, piena di sole, con il lago calmo che invitava a uscire in barca.
Controllò l'orologio. Aveva ancora a disposizione una manciata di minuti, per prendere il
battello delle dieci e dieci.
Correndo a più non posso, riuscì a salire poco prima che il battelliere ritirasse la
passerella. Andò a sedersi sull'unica sedia rimasta libera, sulla parte sinistra della prua.
Gli piaceva sentire in faccia il vento che, facendogli chiudere gli occhi, lo liberava dai
pensieri.
Non aveva bisogno di osservare il paesaggio che ormai conosceva a memoria. Preferì
quindi abbandonarsi alle percezioni uditive: il rumore dell'acqua, lo stridio dei gabbiani,
le voci e le risate dei passeggeri.
Gli tornò in mente il giorno in cui, su quello stesso battello, aveva visto per la prima
volta quella che poi sarebbe diventata sua moglie.
Era seduta un po' più avanti e aveva il vento nei capelli. Ogni tanto li ricomponeva,
mostrando un profilo di ragazza volitiva.
A colpirlo, innanzitutto, fu il collo dalla carnagione ambrata. Per la sua lunghezza,
ricordava le donne di Modigliani. Poi gli occhi: due lapislazzuli posati sotto la fronte
spaziosa. Rimase tutto il tempo a spiarla, senza lasciarsi distrarre da ciò che poteva
accadere intorno.
Di tanto in tanto provava a inspirare l'aria per sentire, se possibile, anche il profumo
della pelle. E socchiudeva gli occhi.
Era una specie di gioco condotto sul filo dei secondi. Dopo di che poteva succedere di
tutto. Al terzo tentativo, difatti, sembrandogli di riuscire finalmente a distinguerlo - e a
potersene impossessare -, rimase più a lungo con gli occhi chiusi. Quando li riaprì, però,
la ragazza non c'era già più.
38
Si guardò intorno e vide che stava per scendere alla fermata prima della sua. Senza
perdere tempo, si lanciò verso la passerella ritirata a metà e convinse il battelliere a farlo
passare.
Era un sessantenne ancora pieno di vigore, slanciato, dai capelli brizzolati e mossi,
divisi in due dalla scriminatura.
Appena si girò, riconobbe Lorenzo e lo accolse con un largo sorriso.
- Vai, vai! - gli gridò, mostrando la chiostra intatta dei denti.
Era Armando Polti, un ex dipendente della Guzzi che aveva colto al volo
l’interesse manifestato da Lorenzo per la ragazza appena scesa.
Lorenzo la seguì con il batticuore, cercando di non dare troppo nell'occhio.
E provando, contemporaneamente, a immaginare un pretesto per poterla avvicinare. Lei
prima attraversò la piccola piazza, poi svoltò a destra, passò sotto una bassa fila di archi e
infine si diresse verso un ampio parco alberato.
Camminava decisa, con una falcata lunga e veloce sopra l'asfalto che risuonava sotto i
colpi dei suoi tacchi alti e sottili.
A un tratto, la vide vacillare e inclinarsi pericolosamente verso il lato destro. Lorenzo
non si lasciò sfuggire l'occasione e, accelerando il passo, riuscì ad afferrarla prima che
cadesse.
La punta del tacco si era infilata in una crepa dell'asfalto. Resisteva a ogni tentativo di
liberarla, senza che ne restasse danneggiata la scarpa.
Fu necessario estrarre il piede per consentire a Lorenzo, subito piegatosi su un
ginocchio, di tirarla fuori con delicatezza e pazienza.
Alla fine, prendendo con la sinistra la caviglia della ragazza, la rimise al suo posto. Non
senza avere prima ammirato la morbida curvatura dei diti dalle unghie laccate di rosso.
Si presentarono.
La ragazza lo guardò, lasciando che l'imbarazzo di lui durasse il tempo di farsi precedere
nell'invito ad andare a bere qualcosa.
- Ho notato come mi ha guardata per tutto il tempo che sono rimasta sul battello e vuole
saperlo? Sono scesa di proposito, prima di arrivare a destinazione. Per vedere come si
sarebbe comportato.
- Allora, l'incidente della scarpa faceva parte della strategia!
- No, questo proprio no. Storcersi una caviglia, o sbucciarsi un braccio, non mi
sembrano cose molto piacevoli. Le pare?
- Sono d'accordo. Adesso però mi dica: ha ancora voglia di correre come un bersagliere,
o possiamo camminare con calma?
- È la mia andatura, però se vuole posso adeguarmi. All'interno del parco c'è un chiosco
dove, per sdebitarmi, le posso offrire un aperitivo.
- E se invece, per sdebitarmi io di averla pedinata, le proponessi di andare a pranzare
insieme? Le piace il pesce di mare?
- Moltissimo.
- Conosco in paese un ristorante dove servono una decina di portate, tutte a base di
pesce di ottima qualità. L'unico inconveniente è che è sempre pieno e bisogna prenotarsi.
Che ne dice, proviamo? Mezz'ora dopo erano già davanti alla porta del ristorante Da
Piero.
39
Claudia, così disse di chiamarsi, aveva l'acquolina in bocca.
- Oggi si vede che è il mio giorno fortunato! - esclamò Lorenzo, arretrando per darle la
precedenza.
Si sedettero a un tavolo a due, che si era appena liberato. Poco dopo, furono serviti da
una cameriera giovane e bella. Indossava una gonna nera sopra il ginocchio e una
camicetta bianca. Una mise che sembrava fatta apposta per mettere in evidenza le gambe
perfette e due seni che, dal solco pronunciato, lasciavano presagire dolcezze per gli occhi
e per le mani.
Ogni volta che si chinava per portare via i piatti usati e rimpiazzarli con una nuova
portata, Lorenzo era costretto a distogliere lo sguardo.
Premurandosi di porgere a Claudia ora questo, ora quel contorno. Quando finalmente la
serie interminabile delle sostituzioni dei piatti ebbe termine, si sentì liberato da quella
tentazione.
Intanto, si erano fatte le sedici e, a completamento di quel pasto degno di un pranzo di
nozze, per durata e numero di portate, bevvero un limoncello.
Poi, attingendo a volontà da un grande vassoio, mangiarono gelato alla frutta.
Infine,consumarono una piccola brioche alla crema pasticciera per accompagnare il caffè
espresso.
La bella giornata aveva superato le promesse del mattino e li spinse a passeggiare lungo
la riva, per digerire e conversare amichevolmente.
Giunti nel punto in cui terminava la spiaggia e iniziavano le costruzioni, prima si
presero per mano, poi si abbracciarono e baciarono.
Il battello, intanto che la mente si riempiva di quei ricordi, doppiò la punta
dell'insenatura dove si erano lasciati con una promessa d'amore.
Riccardo lo stava aspettando seduto dietro una scrivania, in una stanza luminosa che
odorava ancora di cuoio e legno pregiato.
Per anni aveva fatto parte di uno studio associato, in una zona centrale del capoluogo,
condividendo spazi e mobilio comuni.
Recentemente si era messo in proprio e aveva affidato a un architetto di interni il
compito di arredargli lo studio.
Ad aprirgli la porta venne un giovane avvocato, fresco di laurea, che si premurò di farlo
accomodare. Subito dopo si rituffò nel suo lavoro.
Per tutto il tempo che rimase a colloquio con Riccardo, a Lorenzo giunse l'eco del
ticchettio veloce della macchina da scrivere. Un'abilità che invidiava a quanti,
diversamente da lui, avevano frequentato un corso da dattilografo. Lasciò al praticante la
sua musica da sottofondo e si predispose ad ascoltare Riccardo, senza altre distrazioni.
E che avesse bisogno della massima concentrazione, lo comprese non appena l'amico
cominciò a snocciolargli le norme del codice penale. Gli sugggerì di prendere nota e di
studiarsele con molta attenzione.
- I mafiosi - gli ricordò alla fine - con il denaro di cui dispongono possono avvalersi dei
migliori avvocati. Lasciatelo dire da uno che se ne intende: trovano sempre il cavillo
giusto per ritardare i processi. Per insabbiarli, o per fare uscire dal carcere i loro assistiti
quando vengono condannati.
40
Mentre, filando da una sponda all'altra, il battello lo riconduceva in paese, Lorenzo si
mise a scrutare i volti dei passeggeri. Come se, dai tratti fisiognomici, potessero
derivargli indicazioni utili per scoprire se, fra loro, ci fosse qualche brutto ceffo di
manzoniana memoria.
Nella sua mente continuavano a sovrapporsi - e a confondersi - le immagini dei delitti,
le minacce ricevute, le parole di Riccardo.
Si lasciò talmente assorbire da queste riflessioni, da non girarsi neppure a osservare il
luogo della sua prima felicità.
41
Quindici
Il primo pensiero, una volta tornato a casa, fu di riprendere in mano i foglietti e tentare
nuovamente di decifrarli. Il motivo delle telefonate rimaste senza risposta poteva essere
uno solo: le donne, a cui erano prevalentemente riconducibili i numeri appuntati da don
Ugo, non volevano avere problemi con la giustizia. Quindi, dopo la sua uccisione,
cercavano in tutti i modi di non farsi scoprire.
Scartata l'idea di riprovare a telefonare, ritenne più utile passare in rassegna gli elenchi
telefonici di Oliva e dei paesi limitrofi.
Prima si soffermò a contemplare il righello, lo strumento con cui spesso entrava in
conflitto. Specie quando i tentativi di risolvere i problemi parevano destinati a non
approdare a nulla.
Prese il rettangolo di alluminio e, pazientemente, passò in rassegna tutti i numeri di
telefono, fino a rintracciare quelli giusti. Il righello, questa volta, non subì la sorte di
essere scagliato contro il muro. Servì tranquillamente a sottolineare in rosso, oltre i
numeri, i nomi e le vie corrispondenti.
Portata a termine questa operazione, si trattava ora di passare alla seconda fase:
incontrare le donne di don Ugo, amiche o amanti che fossero. Con sua grande sorpresa
scoprì che si trattava perlopiù di persone anziane, o sole. Le loro abitazioni erano state
prese di mira almeno in una circostanza.
Una era stata visitata per ben tre volte e, da allora, la proprietaria aveva deciso di
rispondere solo alle persone conosciute. In caso contrario, abbassava subito la cornetta.
Lorenzo, dopo aver subito quel trattamento, andò a trovarla direttamente a casa sua.
Prima di essere ricevuto, fu costretto ad affidare la carta di identità - e la tessera di
giornalista - al garzone che le stava recapitando la spesa.
Si chiamava Livia Balestra, era vedova e viveva da sola. Da anni gestiva un negozio di
casalinghi. Dopo il primo furto, aveva subito provveduto a farsi installare un impianto di
allarme. Però, non era servito a dissuadere il ladro dal tornare altre due volte.
Spogliandola di tutti gli oggetti di valore.
- E lei non ha sporto denuncia? - domandò Lorenzo.
- Certo che l'ho fatto e crede che abbia ottenuto qualcosa? Niente, salvo perdere del
gran tempo in caserma. Tu parli, parli, mentre un carabiniere scrive alla macchina quello
che dici. Poi firmi il verbale che, insieme agli altri, va ad accatastarsi e a riempirsi di
polvere. Tutto qui.
Lorenzo aveva portato con sé alcune vecchie copie di giornale. Ne prese uno, lo porse a
Livia e le chiese se conoscesse l'uomo con la cotta che giaceva per terra, accanto agli
sposi. La donna volle vedere altre foto, prima di rispondere:
- No, mi dispiace, non so proprio nulla di lui.
Dichiarò invece di conoscere altre donne che, come lei, avevano subito lo stesso
trattamento. Lorenzo la pregò di fargli da tramite per mettersi in contatto con loro. Grazie
alla sua disponibilità, poté parlare con ognuna di esse e ascoltarne le storie.
42
Si somigliavano tutte, persino nella sequenza con cui le ricordavano. E che andavano
dalla scoperta del furto alla rabbia, dalla denuncia a una nuova esplosione di ira. E,
infine, alla rassegnazione muta e rancorosa.
In tutti i loro racconti c'era un tratto comune: nessuna aveva visto né udito niente. Tutto
si svolgeva con rapidità fulminea, senza che neppure i vicini se ne potessero accorgere. Il
ladro appariva e spariva nel nulla, come dal nulla sembrava provenire.
Eppure, secondo Lorenzo che era un lettore appassionato di Montale, esisteva un varco.
Doveva esserci una maglia che non teneva in quella vicenda dai contorni intricati e
pericolosi.
Mentre rifletteva sulle varie possibilità di uscita, gli balenò la certezza che l'enigma
fosse nascosto proprio sotto il numero cancellato.
Il commissariato di polizia, intanto, aveva portato a termine l'inchiesta sulla morte di
Evaristo. Il giudice, a sua volta, aveva emesso un mandato di arresto nei confronti della
moglie Albina, l'unica sospettata di essere l'autrice dell'assassinio del marito.
C'erano fondati motivi che lei, esasperata dalla continue minacce - e dalle pressanti
richieste di denaro -, avesse deciso di farsi giustizia da sola. Senza attendere i tempi
biblici di quella italiana. Il suo alibi, in ogni modo, suonava poco credibile. Sosteneva,
infatti, che la sera del delitto si era barricata in casa, per paura di essere raggiunta e
aggredita dal marito.
Nessuno dei vicini, però, fu in grado di confermare le sue affermazioni. E così il suo
alibi venne ritenuto insufficiente. In conclusione, la maggiore indiziata risultò lei.
Nonostante continuasse a protestare di essere innocente, fu arrestata e condotta in carcere,
in attesa di giudizio.
I tentativi da parte di Lorenzo di scoprire l'enigma dei numeri nascosti non davano
ancora i risultati sperati. Inutile quindi continuare a esporre il foglio controluce, o davanti
a una lampada potente. Don Ugo aveva preso le sue precauzioni. Quel rigo doveva
risultare non semplicemente cancellato da due tratti di penna, ma annullato per sempre. E
c'era riuscito.
Eppure, anzi proprio per questo, Lorenzo era arrivato alla conclusione che la chiave di
tutto il mistero fosse nascosta lì. Sotto quella cancellatura.
Immaginò l'emozione di Angelo Mai quando, dopo infiniti tentativi, aveva potuto
assistere alla magia delle parole antiche abrase che, rigo dopo rigo, tornavano alla luce,
restituite al mondo.
Sarebbe riuscito anche lui a fare riemergere dal nulla un volto e la sua voce? Provò a
chiudere gli occhi.
- Che fai, stai sognando? - gli chiese la moglie - Nel salotto c'è la signora Carmela che ti
attende.
Lorenzo si era quasi dimenticato di avere un appuntamento con la madre di Luna. La
donna si era tolto il foulard e gli occhiali da sole, indossati per non farsi riconoscere. Ora
si trovavano sopra il tavolo, accanto alla tazzina di caffè che spandeva il suo profumo nel
salotto.
Lorenzo le strinse la mano e attese che finisse di bere. Poi, accavallò le gambe e vi
poggiò le mani.
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Mentre la donna parlava, abbassò involontariamente le palpebre. Voleva gustare, parola
dopo parola, il momento sul quale aveva appuntato le sue speranze. Riaprì gli occhi solo
quando la donna si interruppe per chiedergli:
- Mi sta ascoltando?
- Non solo la sto ascoltando, ma posso ripetere anche le virgole di quello che mi ha detto
finora. Cosa vede su questo foglietto?
- Delle lettere e dei numeri.
- Nient'altro?
- Perché lei cosa ci vede?
- Glielo dirò un'altra volta. Per ora le basti sapere che lei non mi ha chiuso gli occhi, ma
me li ha aperti parlandomi dell'incontro al cimitero con la donna che ha sentito il bisogno
di confortarla, e di sentirsi confortare, nel dolore.
Carmela salutò contenta e uscì. Lorenzo, dalla finestra, la vide allontanarsi in fretta, con
la testa nuovamente protetta dal foulard e dagli occhiali.
Richiuse la tenda e ripensò alla storia del rigo, fino a poco prima avvolto nel mistero.
44
Sedici
Quel numero sepolto ora, finalmente, usciva dal buio. E svelava anche un nome che
iniziava per M. Una lettera rimasta ostinatamente sigillata sotto uno strato di inchiostro,
difficile da rimuovere come un lastrone di pietra.
Provò a telefonare una prima, una seconda e una terza volta. Poi, si rese conto che quel
volersi riposizionare sulla casella di partenza, come nel gioco dell'oca, gli stava facendo
solo perdere tempo. Decise di lanciare altri dadi e
attese che la misteriosa M. facesse rientro a casa e si presentò.
- Ah sì, la conosco di fama. Ho letto gli articoli che ha scritto sul giornale. Complimenti,
è molto bravo! - fece lei
- Grazie, signora, questo agevola ciò che sto per chiederle. Non sono venuto per
intervistarla, sia ben chiaro, ma solo per chiarire alcuni dettagli. Le prometto che non
scriverò nulla di quello che mi dirà.
La donna lo fissò per qualche istante, annuì e lo fece accomodare. Lorenzo, poco prima,
nell'ingresso, aveva avuto l'impressione di essere stato preceduto chissà quante volte da
don Ugo.
E anche ora nel salotto, dove si trovava a tu per tu con Maura, provò un'analoga
sensazione. Mentre la bella donna parlava, avvertiva sempre più dentro di sé un certo
imbarazzo. Come se, da un momento all'altro lei, per sedurlo, decidesse di mettersi in
piedi e cominciasse a denudarsi.
Immaginò le reazioni del falso prete di fronte a tanta bellezza, se riusciva a distrarlo
persino mentre raccontava le cose per cui si trovava lì.
Maura, notando i ripetuti abbassamenti di sguardo di Lorenzo, pensò a uno stato di
eccitamento causato dal suo racconto. Si interruppe.
- Vuole che continui, o preferisce che ci incontriamo una seconda volta?
Le parole di Maura, più che una domanda, gli parve contenessero un invito e si affrettò a
rispondere:
- No, no, ci mancherebbe altro. Venire a disturbarla di nuovo! Proceda pure. E mi scusi
se le ho dato l'impressione di distrarmi.
Maura, facendo segno di no col capo, riprese a parlare e completò il suo racconto.
Ritornato sulla strada, Lorenzo non riusciva a liberarsi dal fascino che emanava da quella
donna. E si chiedeva come avesse potuto mettere in atto la sua vendetta. Tutto, nei suoi
lineamenti, lasciava pensare che la natura l'avesse creata per sedurre un uomo. Non per
ucciderlo.
Non c'era nel suo sguardo altra luce che quella del piacere che provava nel desiderare e
nell'essere desiderata. Le stesse mani sembravano fatte apposta per afferrare e stringere a
sé un corpo. Non per impugnare un'arma e attraversargli la carne. Che cosa aveva fatto di
tanto grave don Ugo per trasformare quella donna, le cui labbra sensuali potevano
pronunciare solo parole di amore, in una assassina? Se lo continuava a chiedere, senza
riuscire a darsi una risposta plausibile.
45
Maura gli aveva parlato della sua relazione appassionata con l’uomo. Ma questo non era
un delitto. C'era stata forse nelle sue parole qualcosa che potesse far pensare a un
sentimento di odio e di vendetta?
Si dette una manata sulla fronte.
- Ecco! - esclamò - Questo potrebbe essere il vero motivo che l'ha spinta a premere il
grilletto! Don Ugo, rimandando troppo il giorno della fuga, ha finito per restare vittima
del suo stesso progetto. E lei, a quel punto, ha deciso di eliminare chi le aveva infranto il
sogno.
Il cerchio sembrava trovare il suo punto di congiunzione.
Lorenzo, mantenendo la promessa fatta a Maura di non rivelare le sue confidenze, tornò
da Riccardo per chiedere consiglio. Dopo averlo ascoltato attentamente, l'amico gli
suggerì di tenere in serbo la notizia come un asso nella manica. Da lanciare sul tavolo del
processo, nel caso le cose si mettessero male per Albina.
Le fasi preliminari del dibattimento si avviavano intanto verso la conclusione. La
prossima udienza era stata fissata dal giudice al ventiquattro di giugno, festa di san
Giovanni.
Come era facile prevedere, la situazione non lasciava molte speranze. Alla donna era
stato assegnato un giovane avvocato di studio, Giovanni Cantoni.
La festa culminava ogni anno nello spettacolo pirotecnico di Isola Comacina. La
pittoresca partecipazione di numerose Lucie e di imbarcazioni provenienti da tutti i paesi
del lago, rischiava di trasformarsi in un triste appuntamento. La data non poteva cadere
in un momento, e in una condizione di spirito, peggiori.
Albina si considerava innocente come il santo. E, pur escludendo di finire decapitata
come lui, sentiva già abbattersi sul collo il colpo di mannaia della condanna all'ergastolo.
Lorenzo, da parte sua, avrebbe voluto impedire che venisse commessa un'ingiustizia tanto
grave.
Il difensore della donna era giovane e, ovviamente, desideroso di fare carriera. Chiudere
il processo con una sentenza di assoluzione poteva rappresentare per lui un trampolino di
lancio verso il successo.
Tutti i giornali avrebbero dato risalto alla notizia. La sua fotografia sarebbe apparsa
sulle prime pagine. Avrebbe oscurato la fama dell'avvocato dell'accusa, Michele Fasulo,
molto più conosciuto di lui.
Nel preparare le carte del processo, venne a sapere che don Ugo aveva un'amante.
Ritenendo che la donna, con le sue rivelazioni, avrebbe potuto dare una svolta al
processo, chiese un supplemento di indagine.
Ottenne anche che fosse chiamata in tribunale a testimoniare. Maura, a quel punto, per
la prima volta in vita sua, desiderò impugnare una pistola.
Per chiudere definitivamente la bocca a Lorenzo che riteneva responsabile della fuga di
notizie. Poi però, per non peggiorare la propria situazione, abbandonò quello sproposito.
E attese di fare regolarmente la sua deposizione, forte della propria innocenza.
Le novità che potevano derivare dalle dichiarazioni della donna, e l'atmosfera di morbosa
curiosità creatasi intorno alla sua figura, fecero accorrere un folto pubblico. Gli uomini
soprattutto, desiderosi di vedere la vedova bella e disponibile.
46
L'aula si riempì all'inverosimile, tanto che parecchi dovettero seguire l'udienza in piedi.
Qualcuno si lamentò di non sentire bene e di non riuscsire a vedere in faccia Maura.
La bellezza dell'imputata era stata descritta in modo da farla somigliare, passando di
bocca in bocca, ora a questa, ora a quell'attrice. In ogni caso, tutti immaginavano una
donna dalle forme procaci, capace di suscitare tra gli amici commenti salaci. E desideri
repressi.
Videro invece una donna stretta in un elegante abito che le scendeva fino alle caviglie. E
mostrava scoperti solo il viso e le mani. Inutili, quindi, i tentativi di sollevarsi sulla punta
dei piedi e di darsi delle gomitate.
Qualcuno, deluso, si allontanò dall'aula, senza attendere l'esito. Maura, prima dovette
rispondere alle domande dell'accusa, peraltro poco stringenti.
Poi a quelle della difesa che puntò tutto sulle ragioni dell'imputata: Evaristo aveva
aggredito e derubato don Ugo; aveva spartito con lui la cella; era stato visto più volte in
compagnia di Lauro; negli ultimi tempi era tornato alla carica per estorcere denaro al
falso prete.
Quattro buoni motivi per vendicarsi della sua morte.
- Questi sono solo sospetti, insufficienti per mettere sotto accusa l'imputata - tuonò
Cantoni -. Dove sono le prove?
- Non parli di prove, avvocato Fasulo. Lei dispone solo di moventi e su queste basi
fonda tutto il suo castello di accuse che adesso cercherò di smontare.
Nell'aula si creò il silenzio. Tutti gli occhi ora erano puntati su di lui.
Aggiustandosi la toga, si rivolse direttamente a Maura e la invitò a precisare dove si
trovava il giorno in cui era stato commesso il delitto. E se aveva un alibi che potesse
garantire la sua estraneità al reato.
Maura si aspettava quella domanda, ne aveva discusso con il proprio avvocato. Non
disponendo né di un alibi né di testimoni in grado di confermare le sue dichiarazioni, si
limitò a protestare la propria innocenza.
Affermò con le lacrime agli occhi che mai, in tutta la sua vita, si era macchiata di delitti.
Mai aveva visto, né tanto meno preso in mano una pistola. Mai aveva commesso azioni
disdicevoli.
- E la sua relazione con don Ugo, lei come la chiama?
- Come l'ha definita lei, semplicemente una relazione. Comunque, io sono vedova e don
Ugo non era affatto un don.
- Nessuno l'accusa di avere avuto rapporti con il prete. Vero o falso che fosse. Il
problema è che l'uomo, con cui aveva programmato di trascorrere il resto della sua vita, è
stato ucciso. E lei ha deciso di vendicarlo. Signor presidente, se la teste non ha altro da
aggiungere a sua discolpa, ne chiedo l'immediato arresto e la conseguente liberazione
della mia assistita.
Il presidente aggiornò l'udienza al pomeriggio, per dare tempo alla corte di riunirsi e
prendere una decisione. Il pubblico, uscendo, come al solito si divise in due: gli
innocentisti da una parte e i colpevolisti dall'altra.
Il lago calmo, e il cielo sereno, invitavano a uscire in barca. Oppure a passeggiare lungo
la riva. Invece, quasi tutti affollarono di nuovo l'aula del processo, in attesa che entrasse il
presidente.
47
Al suo ingresso, tutti si alzarono in piedi per ascoltare la sentenza. Con voce
monocorde, lesse i riferimenti agli articoli del codice penale in base ai quali la corte
riteneva colpevoli di omicidio entrambe le imputate. Maura, al termine della lettura,
dovette essere soccorsa, prima di essere presa in consegna e accompagnata in cella da due
guardie carcerarie.
Gli avvocati Fasulo e Cantoni lasciarono l'aula evitando di salutarsi. E ripromettendosi
di affilare le armi per il processo di appello. Il primo, desideroso di prendersi la rivincita
dopo una partita conclusasi con un pareggio. Il secondo, pronto a dare battaglia per far
valere le ragioni della sua assistita. Che riteneva innocente.
Il meno convinto di tutti che, con quella sentenza, la giustizia avesse fatto un passo
avanti era Lorenzo. Ora le imputate erano diventate due. Ognuna sospettata di avere
avuto ragioni valide per uccidere Evaristo. Entrambe innocenti, secondo le tesi sostenute
dai rispettivi avvocati.
E se i giudici avessero visto giusto? Se davvero una avesse preceduto l'altra nel
commettere il delitto, spinta dallo stesso bisogno di vendetta?
Restava da chiarire quale delle due fosse la donna misteriosa con il foulard in testa.
Quella che aveva fatto fuoco su Evaristo, all'uscita dalla cabina telefonica. Albina o
Maura?
La stessa domanda accendeva le discussioni degli abitanti di Oliva, fuori e dentro i bar
del paese. Ognuno vedeva nella propria mente la pistola ancora fumante, chiusa in una
mano femminile vendicatrice.
48
Diciassette
Ferruccio Mauri, il custode del piccolo camposanto, era conosciuto da tutti.
Specie dalle donne che ogni giorno si recavano a cambiare l'acqua ai fiori, a strappare le
erbacce. E a parlare fitto fitto, in un dialogo fatto di preghiere e di parole sommesse.
Il giorno dei morti tutti, ognuno a suo modo, gli dichiaravano la propria riconoscenza.
Stringendogli la mano, o lasciandogli un'offerta.
Lorenzo, appena varcato il cancello d'ingresso, si sentì chiamare in disparte. Reggeva in
una mano un mazzo di crisantemi, ancora avvolto nella plastica lucida e trasparente.
Nell'altra un lumino a forma di cilindro, alto e rosso. Non riuscendo a porgere la mano,
sorrise a Ferruccio. Che ricambiò, mostrandosi desideroso di confidargli un segreto.
Gli parlò sottovoce, per paura che potessero sentirlo. Raccontò che un giorno, poco
prima della chiusura serale, aveva visto la donna di cui si vociferava tanto in paese.
- Era da sola? - chiese Lorenzo.
- No.
- E con chi era?
Ferruccio fece il nome. Lorenzo lo ringraziò e si diresse verso il fondo del viale. Sostò
presso la tomba dei nonni materni, l'ultima a sinistra, scavata nella terra. Sistemò i fiori,
sostituì il lumino esaurito e sfregò un fiammifero.
La fiammella tremolò leggermente nella bruma. Quel piccolo bagliore, a un tratto, parve
illuminargli la strada cieca in cui si era perso. Uscendo, rivide il custode, gli pose in
mano una banconta spiegazzata e si perse tra la folla.
Albina e Maura, intanto, avevano visto più lune apparire e scomparire nel rettangolo di
cielo delle loro celle separate. Dove trascorrevano notti insonni e tormentate.
Tutte e due avevano più di un motivo per svegliarsi di soprassalto. Ogni volta che
sentivano risuonare le parole del giudice che le condannava a vivere in mezzo a ladre e
prostitute. Discriminate come volgari assassine.
Ricevevano poche visite di parenti e amici, simili alle ultime tracce di neve resistenti al
sole. Il più assiduo si rivelò l'avvocato Cantoni.
A settimane alterne, si recava dalla sua assistita per metterla al corrente degli sviluppi
del processo di appello.
Maura era diventata pallida e magra. Ma non rinunciava a truccarsi, per non dare di sé
un'immagine deprimente durante quei colloqui.
L'avvocato le andava incontro con un sorriso aperto e altrettanto faceva al momento del
commiato. Stringendole calorosamente la mano e cercando di infonderle coraggio.
Albina, invece, non aveva nessuno a cui raccontare la sua pena. Con le poche persone
che andavano a visitarla, si limitava a parlare del suo stato di salute. Del cibo, della
sporcizia del carcere. E delle altre detenute.
Avrebbe voluto invece confidare a qualcuno lo stato di atonia in cui si trovava. La sua
voglia di farla finita con un'esistenza che le aveva riservato solo dolori, guai, un marito
balordo e, infine, il carcere.
49
Sapeva che l'avvocato Fasulo aveva inoltrato ricorso. Solo la speranza di vedere
riconosciuta la propria innocenza la tratteneva dal proposito di appendersi in cella a un
paio di lenzuola legate insieme.
Non trovava nessun conforto nei libri, che non amava. Né nel cappellano che si rifiutava
di ricevere. Ogni tanto, sottovoce, si metteva a cantare con la sua bella voce da soprano.
Come un tempo, quando faceva parte del coro parrocchiale. Era la beniamina del giovane
prete che dirigeva la schola cantorum e che non mancava occasione per elogiarla davanti
a tutti.
Ben presto, però, dalle lodi per la voce l'uomo passò agli apprezzamenti per la bellezza
della ragazza. E a tentativi di seduzione sempre più pressanti.
Lei riuscì a sottrarsi a fatica, minacciata persino di essere svergognata per avere osato
indurre in tentazione una persona consacrata. Da allora, non aveva frequentato più né il
coro né la chiesa.
Il cappellano del carcere, un uomo pingue e bonario, non seppe mai perché non gradisse
le sue visite. Quando usciva dalla cella, scuoteva la testa pensando che fosse un'atea
irredimibile.
Il ricorso in appello non fu accolto, per mancanza di nuovi elementi che suffragassero la
richiesta. Fu invece accettato quello dell'avvocato Cantoni che esibì una prova in grado di
smontare l'intero impianto accusatorio. La riapertura del processo venne fissata alla metà
del mese.
L'estate di san Martino sembrava intenzionata a estendere i suoi ultimi raggi di sole oltre
quella data. L'ulteriore scampolo di bel tempo parve di buon auspicio. Maura, in caso di
assoluzione, si ripromise di trascorrere due settimane bianche in Val d'Aosta. Per lasciarsi
alle spalle i brutti ricordi e il pallore del carcere.
Finito di contare i giorni, passò a calcolare le ore e persino i minuti che la separavano
dall'udienza. Poi, finalmente, spuntò l'alba del quindici.
Si fece la doccia, indossò lo stesso abito elegante della volta precedente e si passò un
filo di rossetto sulle labbra. Poi si consegnò a due solerti guardie che l'accompagnarono
fino al banco degli imputati.
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Diciotto
Il direttore aveva chiesto espressamente a Lorenzo di seguire tutte le fasi del processo
che si annunciava clamoroso. Quindi, questa volta, fu costretto a essere presente in aula.
L'avvocato Fasulo, dopo la laurea in giurisprudenza, dopo vari tentativi era riuscito a
superare l'esame di stato. Poi, sgomitando e dichiarandosi sempre disponibile ad
assumere la difesa degli imputati in odore di mafia, si era fatto anche un certo nome.
Albina non disponeva di grandi somme di denaro. Non aveva testimoni, neppure
compiacenti. Non era particolarmente bella. Per giunta, aveva anche un difetto
imperdonabile per le narici sensibili dell’avvocato: di profumare, al massimo, di lavanda.
Fasulo quindi aveva accettato di difenderla senza entusiasmo, l'aveva seguita con scarso
impegno e infine l'aveva abbandonata al suo destino.
Quando alla donna venne comunicato che il ricorso in appello era stato respinto, non
trovò più la forza di resistere e tentò il suicidio.
Venne salvata all'ultimo momento grazie alla prontezza dell'agente di turno, che dette
subito l'allarme. E al medico del carcere che le praticò tutte le cure del caso, per farle
superare gli effetti dei primi sintomi di soffocamento.
Una volta dimessa dall'infermeria, fu riportata in cella e sorvegliata a vista,
per impedire che ripetesse l'insano gesto.
Intanto, annunciato dalle notizie in prima pagina - e da un cielo azzurro appena velato di
nuvole -, ebbe inizio il processo di appello.
Era la mattina di martedì, quindici novembre. I banchi erano già quasi tutti occupati e si
attendeva solo l'ingresso del giudice Sica. Conosciuto come la sfinge per
l'imperscrutabilità con cui presiedeva le udienze. Trincerato dietro una fitta ragnatela di
rughe e una cascata di capelli bianchi arricciati che gli coprivano il capo come una
parrucca.Visto da lontano, dava l'impressione di essere appena uscito da sotto il casco di
una parrucchiera per signore.
Quando entrò, tutti si alzarono in piedi. Subito dopo, si girarono per guardare l'ultima
arrivata. Che prima fece cigolare bruscamente la porta e poi la richiuse. Con un colpo
secco.
L'abbigliamento della donna era in contrasto con l'estate di san Martino che stava
regalando giornate piene di sole. Indossava un pesante impermeabile grigio, un foulard
che le copriva la testa e gli occhiali che le nascondevano il viso. Evidentemente, voleva
farsi notare ma non riconoscere.
Andò a sedersi nell'ultima fila. E lì rimase, intenzionata a imitare la fissità del giudice
per tutto il tempo dell'udienza. Quando fu il suo turno, l'avvocato Cantoni chiese che
venisse esaminata la nuova documentazione.
La faccia del giudice Sica ebbe un impercettibile soprassalto, mentre sollevava lo
sguardo e lo indirizzava verso la persona misteriosa dell'ultima fila. La confrontò con la
fotografia che reggeva fra le mani e subito dopo la invitò ad avvicinarsi. La donna
raggiunse lo spazio compreso tra il banco degli imputati e quello della presidenza,
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rischiarato da un breve rettangolo di luce. Le chiese di togliersi il foulard e gli occhiali, in
modo da svelare la propria identità.
Lei, senza tradire emozioni, eseguì e così tutti poterono riconoscerla. Negli occhi dei
presenti passarono lampi di sorpresa e di incredulità.
Come poteva, la madre di Luna, presentarsi in tribunale con quel colpo di teatro che
rasentava la follia?
Lorenzo, che fino a quel momento aveva preso appunti, si interruppe. Rivide
rapidamente la scena di Ferruccio che, al cimitero, lo aveva avvicinato, gli aveva
sussurrato qualcosa all'orecchio. E fatto un nome. Provò anche lui un sussulto.
Di fronte a un riscontro così clamoroso, il giudice non poté fare altro che aggiornare il
processo.
- Fra tre giorni! - annunciò, con un colpo secco di martello.
L'appuntamento era dunque fissato per venerdì. Il giorno in cui Luna avrebbe compiuto
diciannove anni. Se un'ignota mano non glielo avesse impedito. Gli olivesi, in quei
giorni, si precipitarono all'edicola ansiosi di leggere gli articoli firmati l.m. E di
commentare il fatto che in paese stava suscitando più clamore dell'aereo precipitato
qualche anno prima sulla conca di Crezzo. Gaetano, che dal giorno dell'uccisione della
figlia si era chiuso in un dolore rancoroso, si barricò definitivamente in casa. Impedendo
a chiunque di fargli visita. Compresi i parenti, gli amici e lo stesso don Martino. Anche
Lorenzo si vide chiudere la porta in faccia, come tutti gli altri. L'uomo aveva deciso di
non assistere al processo. E di non recarsi al cimitero a deporre fiori sulla tomba della
figlia. Neppure il giorno del suo anniversario. Avrebbe preferito trovarsi in prigione, e da
parecchi mesi.
Non per la morte di Evaristo, che giudicava un povero diavolo, ma di quel fetente di
Lauro. Il vero nemico, contro il quale sarebbe stato giusto scaricare un intero caricatore.
Mal si adattava, quindi, a starsene rinchiuso a casa sua, privato degli affetti familiari.
Soprattutto della figlia.
Gli sembrava di impazzire. Si spostava nervosamente dalla cucina al salotto, dal salotto
alla camera da letto. E poi daccapo, decine di volte.
Maledicendo il destino che si era accanito contro la sua famiglia.
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Diciannove
Si era messo a piovere a dirotto, tanto che i portaombrelli non riuscivano a contenere lo
sgocciolamento che, ben presto, dall'ingresso dilagò nell'atrio. E poi nell'aula del palazzo
di giustizia, vestito d'autunno.
Il chiacchiericcio dei presenti quella mattina non era attutito, come tre giorni prima,
dalle finestre aperte al sole. Molti erano stati costretti a tirare fuori l'impermeabile.
Qualcuno, più freddoloso degli altri, aveva addirittura indossato il cappotto. Tutti, in ogni
modo, aspettavano di vedere Carmela nella gabbia degli imputati, seduta accanto a
Maura.
Il giudice Sica, seguito dalla Corte, fece il suo ingresso come un severo professore di
liceo di altri tempi. Avvolto nella toga e con la testa incorniciata dalla consueta zazzera
riccioluta.
Si sedette, invitò Cantoni a prendere la parola e si chiuse nel suo schermo di
impenetrabilità. L'avvocato si alzò, si schiarì appena la voce. Dopo aver citato alcuni
articoli del codice di procedura penale, estrasse dalla sua borsa di cuoio due foto.
Gli sguardi di tutti erano rivolti verso di lui. Specie quello del giudice che, per seguire
meglio la scena, inforcò gli occhiali.
- Signor Presidente - disse, agitandole più volte - chiedo che vengano messe a confronto
con la fotografia depositata agli atti.
Fece una breve pausa, per dare il tempo al presidente di prenderne visione e, subito
dopo, riprese l'arringa.
Nella prima foto, come può vedere, compare la persona che ha commesso il delitto.
Nell'altra la signora Carmela che, accettando di farsi fotografare con indosso abiti
identici, si è esposta al ludibrio di quanti l'hanno giudicata frettolosamente un'assassina.
A questo punto, si girò verso l'uditorio e poco mancò che puntasse l'indice accusatore
contro qualcuno di loro.
- Lei invece è innocente. Come innocente era la figlia, uccisa il giorno stesso delle
nozze. Si è presentata spontaneamente in aula, signor Presidente, mossa unicamente dal
desiderio di salvare un'altra innocente. Una sola - disse girandosi verso la gabbia - può
essere la colpevole. Per scoprire chi, basterà fotografare le due donne davanti alla cabina
telefonica, dove è stato commesso l'omicidio. Naturalmente, vestite allo stesso modo.
Detto questo, si sedette e attese la decisione del giudice che si rivolse all'accusa per
chiedere se avesse domande da fare.
- Sì, signor Presidente. Vorrei chiedere all'avvocato Cantoni chi sia il misterioso
fotografo che ha scattato la prima foto. Mi sembra molto improbabile che si trovasse per
caso nello stesso luogo e nello stesso momento in cui è stato commesso il delitto.
Seguì un rumoroso commento da parte del pubblico, tanto che il presidente fu costretto
a imporre il silenzio.
- È presente in questa aula. Chiedo che venga subito invitato a deporre. Potrà così
rispondere direttamente alle domande del collega.
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- La richiesta, come lei sa, è irrituale. In questo caso, tuttavia, ritengo opportuno fare
un’eccezione.
Tutti puntarono gli occhi su Roberto Curioni che si alzò in piedi e, dopo la lettura della
formula di giuramento, andò a sedersi al banco dei testimoni.
Sulla trentina, con una folta capigliatura e un corpo da atleta, era diventato presto
abilissimo nel maneggiare la macchina fotografica.
Da anni faceva coppia fissa con Lorenzo. Tutte le volte che si verificava un delitto,
riusciva sempre a precedere gli altri fotoreporter. In diverse occasioni aveva assicurato al
giornale veri e propri scoop, accrescendo la propria fama e consolidando quella
dell'amico cronista.
Lorenzo, infastidito dalle continue telefonate di Evaristo, lo aveva pregato di appostarsi
nei pressi delle varie cabine telefoniche. Aveva bisogno di prove concrete per poterlo
denunciare e liberarsi finalmente da quella ossessione. Prima o poi, l'abitudine a
chiamarlo in determinate ore del giorno doveva risultargli fatale.
Incrociò lo sguardo di Roberto, che si apprestava a parlare. Gli fece un cenno di
incoraggiamento e chiuse il taccuino che aveva portato con sé. Non aveva più bisogno di
prendere appunti.
La testimonianza di Roberto durò pochi minuti. Subito dopo l'avvocato Cantoni chiese
di poter interrogare anche Lorenzo.
Il giornalista si alzò e si diresse verso il banco del presidente. Prima di pronunciare la
formula di giuramento, si rischiarò la gola e poi, con voce ferma, confermò punto per
punto tutte le dichiarazioni del fotografo.
Seguì un rapido controinterrogatorio, durante il quale gli fu domandato se disponesse di
qualche cassetta con la registrazione delle minacce.
Alla risposta affermativa, gli fu subito contestato come mai non avesse provveduto a
depositarle a tempo debito.
- Perché - rispose - Evaristo ricorreva sempre all'espediente di alterare la propria voce,
quando telefonava.
- Agli esperti della scientifica non sarebbe stato difficile smascherarlo. Ne ha portata
una con sé?
- Sì, eccola.
- Signor Presidente, chiedo che venga acquisita agli atti - disse l'avvocato.
Ricevuta la cassetta, senza altre formalità il giudice Sica sospese l'udienza e l'aggiornò.
Concesse tre giorni di tempo, per consentire che i riscontri fotografici richiesti dalla
difesa avvenissero in condizioni di illuminazione il più possibile simili a quelle in cui era
stata eseguita la foto di Roberto.
Nel tardo pomeriggio del secondo giorno un furgone blindato provvide a trasferire le tre
detenute davanti alla cabina telefonica. Sul posto si era intanto radunata una folla di
curiosi che fu subito allontanata. Roberto, come fosse il fotografo di scena di un film,
impartì le ultime istruzioni.
A turno, prima di ogni scatto, a ciascuna donna venne messa in mano una pistola
caricata a salve. Con l'arma finta, doveva fare fuoco nel momento in cui a un poliziotto in
borghese veniva dato l'ordine di uscire dalla cabina.
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Furono fatte diverse prove - e scattate altrettante fotografie -, prima che Roberto si
dichiarasse soddisfatto.
Due mattine dopo, all'ora stabilita, copie delle foto erano già depositate sul banco del
presidente, dell'accusa e della difesa.
Non essendoci nessun margine di dubbio sull'esito del processo, tanto valeva
velocizzare quell'ultima tornata. Che prevedeva, in successione, la presa d'atto della
nuova documentazione. La richiesta e l'accettazione di eventuali domande. Le arringhe
finali. La sospensione dell'udienza, per consentire alla corte di riunirsi in camera di
consiglio.
Come previsto, alcune ore dopo erano già tutti in piedi per ascoltare la sentenza. E per
osservare il lento dispiegarsi delle rughe del sarcofago vivente, accentuate intorno alle
occhiaie dalle spesse lenti bifocali.
Durante la lettura il presidente non mutò il tono di voce, non sollevò lo sguardo dal
foglio, non cambiò postura.
Dopo avere sottoposto agli esperti le fotografie per tutte le verifiche del caso, la corte
era giunta alla conclusione che nessuna delle tre donne potesse essere accusata
dell'uccisione di Evaristo.
L'altezza di Carmela, di Marzia e di Albina, infatti, non corrispondeva in alcun modo a
quella della donna misteriosa fotografata da Roberto.
Il presidente, pertanto, ne ordinò l'immediata scarcerazione. Subito dopo, sollevando
finalmente gli occhi e guardando direttamente verso il pubblico, ordinò invece di
procedere al fermo di Gaetano. Tutti rimasero di stucco di fronte a quell'imprevisto
cambio di scena. Cos'era successo?
Durante la perquisizione, fatta eseguire subito dopo l'arresto della moglie Carmela,
nell’abitazione dell’uomo era stata trovata una pistola uguale a quella della fotografia.
L'esame con il guanto di paraffina aveva poi confermato i sospetti. Dunque, ad uccidere
Evaristo non poteva essere stato che lui, travestito da donna.
Albina, fino a quel momento, era rimasta in cella. Chiudendo gli occhi si era
immaginata già vecchia, brutta, piena di rughe e di acciacchi.
Quando le venne comunicata la bella notizia, balzò immediatamente dal letto. Gioendo
all'idea che, in una volta sola, erano state vendicate ben tre persone: Luna, Silvio e don
Ugo. Un colpo per ognuno di loro.
Poi, sedendosi sulla sponda, sul suo volto passò rapidamente una smorfia.
-Un quarto colpo - pensò - potrebbe vendicare anche me.
Provvide subito, spedendoglielo postumo. In contumacia.
Fuori un asino ragliò nella pioggia, annunciando il mezzogiorno.
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