SUBSPORT2010:-
12-07-2010
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Con il patrocinio e il contributo di
Storie di Sport
W W W
A cura di Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino
MILANO, LUGLIO 2010
.
S U B W A Y E D I Z I O N I
.
C O M
Racconti, poesie e immagini per narrare passione, sudore e genio
Subway torna a occuparsi di sport. Nel maggio di due anni fa, in occasione dell’infuocato derby Milan-Inter, avevamo tentato l’esperimento di dedicare un numero monografico
di Subway Tabloid alla letteratura dello
sport (impresa da molti giudicata temeraria). Il successo riscosso dalle 45.000 copie,
che andarono a ruba tra i tifosi accorsi allo
Stadio Meazza, ci ha convinto che anche in
Italia sia possibile far fiorire una letteratura
dello sport.
Da Irvine Welsh a Nick Hornby, Tim Parks
e Morderai Richler, nei paesi anglosassoni,
il romanzo sportivo è diventato un genere
letterario di successo, capace di narrare
aspetti profondi della società, delle trasformazioni culturali e dei conflitti generazionali. Da noi la narrazione dello sport non
ha ancora registrato grandi successi.
Tornando a sfidare, dopo due anni, lo snobismo di molti letterati nostrani che continuano a venerare una letteratura “alta,
algida ed elitaria”, abbiamo voluto proporre
una nuova, significativa, galleria di narrazioni e illustrazioni dedicate allo sport.
Insieme ad Alan Rizzi, Assessore allo Sport
del Comune di Milano, e a Milano Sport,
società che gestisce i principali impianti
sportivi della città, abbiamo messo a punto
un progetto ambizioso per raccontare lo
sport ad un vasto pubblico: da luglio a settembre, saranno distribuite gratuitamente
80.000 copie del Tabloid nei luoghi in cui i
milanesi praticano lo sport per agonismo o
nel tempo libero.
Per realizzare questo mosaico di storie, poesie, riflessioni e immagini abbiamo “passato
la palla” a scittori già affermati e soprattutto ad autori scoperti da Subway, agli utenti
del sito subway-letteratura.org e agli illustratori di Copertine al Tratto. Ne è emerso
uno spaccato degli aspetti più importanti e
veri del vissuto sportivo, lontano dagli stucchevoli dibattiti televisivi: il punto di vista
della letteratura.
Augurandomi che questo mio giudizio di
parte possa essere condiviso, invito tutti i lettori, anche quelli che non avranno apprezzato il nostro lavoro, a unirsi al dibattito che
animeremo sul sito subway-letteratura.org
fino al 30 settembre. Per pubblicare riflessioni, critiche, proposte, nuovi racconti o poesie
è sufficiente registrarsi (gratuitamente) e
inserire il proprio contributo nello spazio
riservato ai commenti. Buona lettura!
Davide Franz ini
Gallo vs Gallo
Conflitto generazionale in tre atti
di Claudio Moretti
PROTAGONISTI
Danilo Gallinari e Vittorio Gallinari
A PAGINA 3
Un fantino mancato
***
di Cosimo Argentina
A PAGINA 4
Fuorigioco
***
di Rita Parisi
A PAGINA 6
L’ultimo fuoricampo
***
di Omar di Monopoli
L’anticiclone delle Azzorre
A PAGINA 7
di Cosimo Calamini
Su indicazione dell’autore,
il racconto non ha punteggiatura
Quando Marcello Sansonetti detto
Sansone giocava a calcio dalle tribune partiva spesso un grido “Vai
Sansone, sventaglia!” Sì perché la
sventagliata con il destro di
Sansone era qualcosa che ti lasciava senza fiato Vedevi questo ragazzino di sedici anni tarchiato con le
orecchie a sventola e la testa incassata nelle spalle larghe diventare
improvvisamente armonico Lui
sgraziato nei movimenti consueti
dell’esistenza allungava la gamba
all’indietro un compasso che pren-
Testi inediti inviati dagli utenti del sito e selezionati per il Tabloid
deva le misure al campo anzi al
mondo intero colpiva col mezzo
collo del piede e il pallone finiva
esattamente dove voleva lui un
metro avanti al compagno che per
l’occasione scattava fascia o vie
centrali un colibrì e se gli riusciva
il primo dribbling il più era fatto
senza dubbio gol
Gli allievi regionali sono una bella
categoria tosta con possibilità di
fare i nazionali animosa sfida per
Sansone Ma quando gli comunicarono il nome dell’allenatore che
avrebbe preso la squadra in mano
si sentì un bel magone improvviso
nella pancia praticamente un tem-
Subway intervista
Mirko Paletti,
Presidente di Milanosport
Abbiamo vinto tutti?
Alessandro Secchi
pag. 10
Ivan Benassi aveva ragione
Antonio Cennamo
pag. 12
di una virgola
Vincenzo Mascolo
pag. 10
Garrincha
Mario Pistacchio
pag. 14
pag. 10
Il pugile
Marcellino Iovino
pag. 14
Emozioni e applicazioni
razionali del rugby
pag. 11
Il ragazzo con il pallone
Danila Scarpa
pag. 15
A PAGINA 12
Orlando Dandelli
Alessandro Giuffrida
Alan Rizzi
Assessore allo Sport e Tempo
Libero del Comune di Milano
ilanese, trentasette anni,
Alan Rizzi è assessore
allo Sport del Comune
di Milano dal marzo del 2009,
dopo aver ricoperto da consigliere comunale, per due legislature l’incarico di Presidente
della commissione Sport e
Giovani. Appassionato di sport,
anche più di ogni suo predecessore, punta a realizzare molti
progetti in città, per rendere gli
impianti milanesi più moderni e
per riportare Milano al centro
dell’attenzione nazionale e internazionale per numero e qualità
di eventi sportivi. L’abbiamo
incontrato nel suo ufficio, che si
affaccia su piazza del Duomo.
Per conoscerlo meglio e farci
raccontare cosa ha in serbo per
gli sportivi della sua città.
M
CONTINUA A PAG. 5
***
I Racconti di Subway-Letteratura.org
Mr. Tennis
Manuela Piemonte
S ub wa y in te rv ista
A PAGINA 4
di Davide Federici
porale estivo Antonello Fierro
detto il Sergente
“Porca miseria il Sergente no”
aveva detto a suo padre e non si
dava pace Il Sergente era un uomo
che quando l’arbitro entrava negli
spogliatoi e faceva la chiama e
chiedeva se c’erano domande sul
regolamento lui alzava il braccio
destro si metteva tutto serio e diceva “Io” L’arbitro di solito abituato al
silenzio dopo la retorica domanda
di rito (chi non conosce il regolamento tra i calciatori?) lo guardava
e rispondeva “prego”
CONTINUA A PAG. 2
Considerazione
di
Giorgio Caproni
Il sesso. La partita
domenicale.
La vita
così si è risolta.
Resta
(miseria d’una sorte!)
da risolver la morte.
LA DOPPIA DI POESIA
NELLA PAGINA CENTRALE
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Cosimo Calamini
L’Anticiclone
delle Azzorre
SEGUE DALLA PRIMA
Allora Antonello faceva un passo in avanti si
metteva al centro dello spogliatoio e pronunciava la seguente formula “Agonismo tanto,
vigliaccheria mai!” Nel dire questa battuta
che di solito lasciava nel più totale imbarazzo
gli arbitri indecisi se rispondere ridere o
imboccare la porta d’uscita Antonello compieva un gesto preciso Tracciava nell’aria con
il braccio destro un semicerchio a destra
durante le parole “Agonismo tanto” e un
semicerchio a sinistra mentre completava la
frase I ragazzi di solito lo guardavano con rassegnazione Ma lui non si accorgeva di niente
Quelle parole avevano un senso immenso ci
credeva erano la sua vita
Anni prima Sansone si era allenato qualche
volta con la squadra del Sergente e sempre
ne era uscito spossato nel fisico e nell’anima
Un’ora di corsa continua e poi scatti allunghi
ripetute addominali flessioni e mai una
mosca che volava mai una battuta Era questo
che angosciava il giovane Sansone più della
fatica e delle ripetute quel senso di serietà
ostentata e forse un po’ ridicola che mozzava
il fiato più che cento giri di campo sotto la
pioggia battente
Quando arrivò il giorno d’inizio della preparazione precampionato Sansone non voleva
andare al campo Fu suo padre a convincerlo
insistendo con una protervia anche un po’
fastidiosa Il ragazzo si presentò con la borsa
fatta dalla mamma Silvana Un’ora di corsa
neppure un saluto Poi scatti allunghi e tutto il
nefasto repertorio Al terzo giorno non ne
poteva più e al quarto con il sorriso sulle labbra figlio di quell’ironia che si portava dentro
da sempre disse “Mister ma due tiri in porta
no?” Il Sergente lo guardò negli occhi con
durezza I compagni si ammutolirono Bastò
quello sguardo nessun’altra spiegazione
Sansone lasciò il campo entrò nello spogliatoio e si mise a piangere per trenta minuti filati finché le lacrime si confusero con l’acqua
della doccia “Ora lo dico a mio padre” pensò
ma poi non lo fece tornò a casa e si mise a leggere un libro che parlava dell’anticiclone
delle Azzorre la meteorologia era la sua passione “Un giorno andrò proprio alle Azzorre
a vedere dove nasce l’Anticiclone” pensava
mentre leggeva e riuscì a rilassarsi fino a russare nel letto ancora senza lenzuola
Sul Sergente aleggiava un fitto mistero
Nessuno sapeva che lavoro facesse se era
sposato se avesse figli nessuno osava chiederglielo Era sempre arrivato puntuale agli
allenamenti non faceva parola con nessuno
Spesso se ne andava senza neppure farsi la
doccia mai un sorriso una battuta di scherno
un gesto fuori posto Solo col presidente della
società lo si vedeva trattenersi in conversazione Parlavano di calcio per lo più dei ragazzi di tattiche del campionato E quel campionato iniziò nel migliore dei modi Il Sergente
praticava un quattro tre tre sporco nel senso
che aveva affidato la chiave del gioco proprio
a Sansone che si muoveva da regista sfalsato
decentrato sulla fascia con ottimi e imprevedibili risultati Finirono il girone d’andata in
testa Campioni d’inverno ma nessuno osava
festeggiare Nonostante la fatua gloria il
ragazzo era sempre più tentato di smettere Ci
s’era messa anche la scuola di mezzo e una
ragazzina un piccolo bignè di nome Laura
che mal digeriva i suoi impegni cadenzati da
calciatore in erba Gli allenamenti sottraevano
energia a tutto Con Laura si mollò nel giro di
poco tempo soffrendo per tre giorni più che
altro per metabolizzare il sentimento dell’ab-
bandono a lui finora sconosciuto Ma la scuola era
un problema più serio almeno in apparenza Lui che
negli studi aveva sempre eccelso con sommo stupore dei suoi ignorantissimi genitori cominciò a
prendere qualche cinque e siccome era molto orgoglioso (in questo sì somigliava a suo padre) non lo
poteva tollerare Della sua passione per la meteorologia poi manco a parlarne aveva dovuto accantonarla presto lasciando sopra il comodino il bellissimo libro sull’anticiclone con il segnalibro fermo alla
pagina quarantasei
“Mister io smetto” disse un giorno Sansone al
Sergente che lo guardò col suo solito occhio duro
foriero di terrore “Perché?” La scuola, la stanchezza, il tempo libero un sacco di scuse arrecò
Sansone per giustificare la sua scelta ma nessuna
sembrava far breccia nel cuore del Sergente che
invece replicò “Sai cos’è l’anticiclone delle Azzore?”
il ragazzo sorpreso e quasi spaventato da quella
domanda annuì “Allora sai che ci porta alta pressione per tutta l’estate, se va via arriva il freddo e a
nessuno piace il freddo d’estate, no?” “No mister”
“Tu fai salire la pressione della squadra Sansonetti
e io amo l’anticiclone” detto questo se ne andò e
Sansone a ripensare a quelle parole estemporanee
confuse e misteriose ci perse tutta la nottata e
anche il giorno successivo Non trovava requie
Quell’ “io amo l’anticiclone” gli rimbombava in testa
Un picciolo dentro la campana
Perché il Sergente con tutte le metafore possibili
che poteva usare per convincerlo a restare aveva
utilizzato giusto quella dell’anticiclone? Gli vennero
pensieri strani Che l’avesse pedinato che avesse
chiesto qualcosa a suo padre Niente di tutto ciò
Pareva non esserci soluzione ma quella faccenda
quel non mettere a fuoco i contorni stava cominciando a diventare un’ossessione Il Sergente e l’anticiclone due anodi respingenti eppure per un
momento vicini Perché? Che fosse anche lui appassionato di meteorologia? No impossibile I meteorologi hanno senso dell’ironia aveva letto da qualche
parte Sciocchezze Doveva esserci una soluzione
Tormentava tutti gli amici i genitori ma nessuno
sembrava dare il peso giusto a quel suo rovello interiore No nessuno lo capiva e allora?
Allora un giorno decise di seguirlo Doveva sapere
almeno che mestiere facesse Quell’uomo gli era
entrato nel cervello in maniera proporzionale al terrore che gli incuteva Capita In sella al motorino lo
seguì appena finito l’allenamento e scoprì che abitava in centro in una vecchia palazzina dalla facciata piuttosto cadente Tornò a casa con un certo
orgoglio che lo pungolava dentro Due mattine dopo
si recò sotto la palazzina molto presto Voleva
seguirlo nel tragitto casa lavoro Si appostò al tavolino di un bar e fu dopo un’ora d’attesa che vide
Dal portone uscì fuori una donna mora sul collo
una sciarpa di viscosa color cachi e arancio gli
occhi neri una valigia rossa nella mano destra e un
cappello che le copriva bene la fronte Teneva per
mano un bambino che non avrà avuto più di sei
anni lo sguardo smarrito i riccioli tenui color castagna i pantaloni senza l’orlo fatto Se ne stavano
andando con passo svelto sotto gli occhi curiosi di
Sansone che si sgranarono ancor di più quando dal
portone vide uscire anche il Sergente in calzoni
corti e ciabatte nonostante il freddo e una faccia livida due occhi gonfi da matto “Beatriz Io non sono il
mondo che mi porto dietro” ed era palesemente la
fine di un ragionamento iniziato due piani più su tra
le mura domestiche Sansone ne rimase colpito Ma
che mondo si portava dietro? La donna si voltò e
disse con un marcato accento straniero “No tu sei
solo un mondo che non è più mio!” Il bambino
guardò l’uomo per un attimo e lo guardò in un
modo che Sansone capì Erano padre e figlio Lo
guardò mentre al Sergente la faccia si riempiva di
lacrime grosse gocce di cera che cadevano giù per
le gote fin sotto il mento a bagnare il collo Anche a
Sansone venne un groppo in gola e istintivamente
pensò a Laura Forse si erano mollati troppo presto
Anche lui doveva almeno una volta piangere per lei
fu un attimo
L’allenamento di quel piovoso giorno d’inverno lo
tenne il mister degli Allievi B Il Sergente non si vide
più pare che avesse cambiato città o addirittura
nazione le voci si perdevano nel freddo Sansone
ben presto smise col calcio le sventagliate soltanto
un lontano ricordo
Il mare d’un azzurro cristallino tiepido rocce sparse
cedri ricchi d’infiorescenze sole mattutino candido
e l’aria affatto volgare anzi solitaria e morbida che
gonfia i polmoni di un Sansone ormai fattosi uomo
Un pizzo dei bermuda amaranto e una certezza
Marcello Sansonetti primo aviere scelto aeronautica militare reparto meteorologia adesso in vacanza
Finalmente le Azzorre È da solo non si è ancora
sposato ma Laura può aspettare La ritrovò si amarono davvero si lasciarono di nuovo pianse per lei
poi ancora insieme ma ora prima di sposarsi un
viaggio premio tutto per sé Un vecchio sogno vedere dove nasce l’anticiclone
Di convolare a nozze Sansone ne ha una fifa blu
cobalto È questo il suo problema Un dilemma troppo banale o forse generazionale un problema che
sta sospeso a mezz’aria aggrappato alle nuvole lanciato verso il nulla Ma quello è il suo problema e ci
pensa come solo lui sa arrovellarsi sulle cose
Chiesto in giro poche risposte e allora il viaggio la
spiaggia i profumi dei cedri e quel monte in mezzo
all’isola che fa paura Domani ci salirà La leggenda
vuole che da lì nasca l’anticiclone Domani Adesso
beve un cocktail distratto Una donna sui cinquanta
bella donna a dire al vero si avvicina a lui È stanca
cerca ristoro ha lavorato finora si capisce Lo sguardo intenso e porta legata al braccio nudo una sciarpa di viscosa color cachi e arancio
“Cerveja” chiede poggiando i gomiti sul bancone e
Sansone ha come una vertigine quando la donna si
rivolge a lui “Italiano?” chiede lei Non risponde il
suo volto arrossisce “Io ho vissuto tanti anni in
Italia bel posto ma gl’italiani...” sorride Sansone si
fa coraggio e chiede “Lei di dov’è?” “Di qua delle
Azzorre” risponde la donna con naturalezza e solo
a quel punto lui comincia a ridere dal nulla prima
piano poi forte sempre di più incondizionatamente
come un ossesso nessuno capisce “Io amo l’anticiclone” gli sovviene e ride perché solo lui sa che
domani in cima a quel monte ci andrà col passo più
leggero.
Le querce non fanno limoni
(Garzanti)
Il romanzo di Cosimo Calamini
Cosimo Calamini (Firenze 1975)
è laureato in Lettere a Firenze e
diplomato in Sceneggiatura presso il Centro Sperimentale di
Cinematografia. Lavora a Roma come sceneggiatore cinematografico e autore di documentari per La7,
History Channel e RAI3. Con Garzanti ha pubblicato il suo primo romanzo, Poco più di niente (2008),
vincitore del premio internazionale Feudo di Maida
per la narrativa.
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Gallo vs Gallo
Claudio Moretti
Basket_Fabio Coruzzi_Serigrafia e tecnica mista su carta
Conflitti generazionali
Protagonisti: Gallo il giovane, ovvero Danilo Gallinari. Gallo il vecchio, ovvero Vittorio Gallinari
1 vs 1 (prologo)
Anno 2000, un pomeriggio qualsiasi.
Il canestro è leggermente sbilenco. L’asfalto
in lieve declivio verso il ferro. La retina ha
un paio di smagliature che avrebbero bisogno del rammendo della nonna.
Queste vaghe imperfezioni fanno sì che una
mattonella, una sola mattonella, sia nettamente la migliore da cui tirare. Da quella mattonella si vocifera di percentuali leggendarie.
Percentuali che sfidano le stesse leggi della
statistica. Si narra di mediocri giocatori capaci di tirare per intere estati con il 70% da oltre
l’arco. Così, su questo campetto, i duellanti di
qualsiasi partita lottano gomito a gomito per
raggiungere la mattonella magica.
È un pomeriggio qualsiasi all’alba del nuovo
secolo. Gallo il giovane, anni 12, è in attacco.
Gallo il vecchio, anni 42, è in difesa.
Il campetto è come la vita di tutti i giorni:
figlio in attacco e padre in difesa. Il basket,
in fondo, è lo specchio di qualsiasi cosa ci si
metta dentro: la mescola, la frulla e poi la
restituisce indietro con allegorie tutte sue.
Gallo il giovane palleggia sul posto, poi tenta
una finta, esita e riparte verso destra. Il
padre è ben piegato sulle gambe, e scivola
con i piedi come sta scritto sul manuale.
Gallo il vecchio ha smesso di giocare da cinque anni, ed è stato il guru dello scivolamento difensivo.
FLASH-BACK, 17 anni prima…
Anno 1983, 17 aprile. Milano.
Gara 2 della finale scudetto: Milano contro
Roma. Tra i giallorossi imperversa un furioso Larry Wright (già 26 punti al riposo).
Coach Peterson, avendo già provato tutti i
possibili stratagemmi difensivi, tenta la
magata. Chiama Vittorio Gallinari e lo dirotta in marcatura sul folletto della Louisiana.
I puristi del gioco si danno di gomito e storcono il naso dalle tribune: un lungo, 2 metri
e 3 centimetri le misure del Gallo, contro
l’un metro e ottantacinque del frugoletto
nero. Un’antinomia, in termici strettamente
cestistici.
Invece il Gallo inizia a muovere le sue tenaglie difensive. Zittisce gli scettici e costruisce un muro davanti a Wright. Il folletto
abbassa la testa e va a sbattere contro il
muro. Il labbro inferiore del Gallo si apre in
due. Il sangue gronda dalla bocca con un
fiotto ben distinto, ma lui non ne vuol sapere
di uscire dal campo. Solo dopo la partita
ricorrerà ad ago e filo: dieci punti di sutura,
rigorosamente senza anestesia. Roba da
bambini, l’anestesia.
Quella partita, come tante altre, il Gallo la
termina con zero punti realizzati; eppure è
lui il maggior artefice della vittoria milanese.
1 vs 1 (primo atto)
Anno 2000, un pomeriggio qualsiasi.
Recita un vecchio adagio lapalissiano: quando giochi 1 contro 1 al campetto non vincerai mai una partita senza segnare nemmeno
un punto. Ma Gallo il vecchio non sembra
preoccuparsi più di tanto: la sua fede nella
difesa è degna di un fondamentalista.
Gallo il giovane, invece, mostra già le stimmate del talento precoce. Un controllo del
corpo e dei fondamentali fuori dal comune,
un’aria ordinata mentre si muove per il
campo che si vede addosso solo ai talenti
veri. Prima o poi la notizia di questo giovane
e della sua stoffa preziosa volerà fino all’altra
parte dell’Oceano.
FLASH-FORWARD, 8 anni dopo…
Anno 2008, 26 giugno. New York.
La Green Room all’interno del Madison
Square Garden non è più verde, ma fa lo
stesso. È sempre quella stanza in cui si stipano le emozioni e le tensioni degli attori
prima di entrare in scena. Ora dentro la
Green Room ci sono i 15 talenti più promettenti pronti a salire sul proscenio della Nba.
E tra essi anche Danilo Gallinari.
Intorno la folla che gremisce la platea è in
fermento. Poi nella Green Room entra il
commissioner della Nba, una specie di dittatore illuminato della lega. Inizia a snocciolare i nomi dei giocatori scelti. Numero 1: blabla, numero 2: blablabla. Poi al numero 6:
“Con la sesta scelta nel Draft 2008 i New
York Knicks selezionano Danilo Gallinari”.
Quattromila fischi feroci si levano dalla platea, sibilano nelle orecchie del Gallo fino a
fargli tremare le gambe. È a quel punto che
il Gallo prende in mano il microfono e
mostra il carattere di famiglia: “Queste persone non mi conoscono, ma io trasformerò
questi fischi in applausi!”.
In tutto ciò il mondo si conferma piccolissimo.
Ad allenare Gallo il giovane dall’altra parte
dell’Oceano sarà Mike D’Antoni: per 9 anni a
Milano compagno di squadra e di stanza di
Gallo il vecchio. E Mike, che ha conosciuto
bene entrambi i Galli, non si lascia sfuggire la
battuta: “Mah... Vittorio, visto che tu non
segnavi mai, mentre Danilo è una macchina
da canestro, sei sicuro che sia tuo figlio?”.
1 vs. 1 (secondo atto)
Anno 2000, un pomeriggio qualsiasi.
Gallo il giovane ancora non ha trovato uno
spiraglio per lasciar partire il tiro. Gallo il vecchio lo spinge verso la linea di fondo campo.
La mattonella magica è lontana. Da lì sarebbe
troppo facile per Gallo il giovane infilare il
canestro della vittoria. Così il padre ricorre a
tutte quelle piccole astuzie che una volta gli
permisero addirittura di fermare Oscar.
FLASH-BACK, 12 anni prima…
Anno 1988, 13 novembre. Bologna
Gallo il vecchio si presenta ad ogni partita
con la sua valigia di trucchi difensivi. La letteratura del basket vuol far credere che la
magia e l’illusione siano prerogativa esclusiva degli attaccanti. Invece non è così: anche
ogni difensore che si rispetti ha i suoi inganni con cui stordire le stelle avversarie.
Chiamatela guerra di nervi o chiamatelo
lavoro sporco, la sostanza non cambia.
Ora prendete il più grande tiratore del pianeta. Chiamatelo con il suo vero nome, cioè
Oscar Daniel Bezerra Schmidt, e poi provate a marcarlo. Risultato: impossibile.
Impossibile per tutti, tranne che per Gallo il
Vecchio. Una volta coach Bob Hill, il più elegante dei coach, lo spedì in missione speciale su Oscar. Gallo dovette rovistare per bene
in tutta la sua valigia dei trucchi, ma alla fine
lo fermò.
1 vs. 1 (terzo atto)
Anno 2000, un pomeriggio qualsiasi.
Gallo il vecchio sa che un buon difensore ha
un’altra arma, insospettabile. Un’arma molto
utile con i giocatori meno esperti: la lingua.
In America lo chiamano trash-talking: piccole provocazioni verbali che possono inalberare gli avversari dai nervi fragili.
Gallo il vecchio conosce bene le paroline in
grado di scaldare l’animo adolescente di
Gallo il giovane. Anche stavolta finisce
secondo copione: Gallo il giovane s’innervosisce, perde le staffe e il pallone torna tra le
manone di Gallo il vecchio.
FLASH-FORWARD, 10 anni dopo…
Anno 2010, 24 marzo. New York.
Gallo il giovane ha imparato anche lui la
grammatica del trash-talking e risponde
parola su parola, canestro su canestro alla
stella dei Denver Nuggets Carmelo
Anthony. È la sua miglior partita da quando
gioca nella NBA. Gli spettatori si risvegliano
dal torpore di wurstel e birre e seguono il
duello tra il Gallo e Melo.
In particolare le tifose dei Knicks. Qualche
giorno prima hanno letto sul New York Post
che il Gallo è stato inserito al dodicesimo
posto nella lista degli scapoli d’oro newyorchesi: “Lo stallone dei Knicks vale 2,5 milioni di dollari, cucina italiano come nessun
altro ed è abbastanza giovane da poter essere forgiato in una relazione anche duratura”.
Sono strani questi americani.
Dopo ogni canestro di Gallo il giovane mettono una musichetta nostrana, un piccolo jingle per festeggiare il canestro. Il problema è
che son fermi a Volare, così Danilo un giorno ha bussato in regia al Garden: “Avrei questo”, e gli ha allungato un CD.
1 vs. 1 (epilogo)
Anno 2000, un pomeriggio qualsiasi.
Gallo il giovane ha il talento offensivo, ma
non per questo ha smarrito i geni del fervore difensivo. Piega anche lui le ginocchia
mostrando un’etica del lavoro indiscutibile,
tiene la schiena dritta e le braccia sempre in
movimento.
Poi Gallo il vecchio lascia partire un tiro che
sembra un insulto, un sasso, un oltraggio
verso il canestro. La palla ricade tra le mani
di Gallo il giovane, che prontamente prende
in contropiede Gallo il vecchio. Raggiunge la
mattonella magica, quella da 70% garantito, e
da lì spara il tiro che, se entrasse, varrebbe
la vittoria. La palla rotola in aria, attraversa
sfondi diversi e colorati, oltrepassa la linea
visiva dell’orizzonte. Poi, nel suo punto di
massima altezza, sfiora il cielo.
Prima che faccia notte la palla scenderà di
nuovo sul campetto, e porterà con sé la notizia che Danilo Gallinari, figlio di Vittorio
Gallinari, presto diventerà un campione.
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Un Fantino Mancato
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“Lo sai che Enrico ha avuto un ictus?”.
“Come un ictus?”.
“È in ospedale, al Niguarda... dicono sia grave!”.
Giù il telefono. Un’occhiata fuori della finestra;
un’occhiata sulla città fatta di luci ferme e instancabili e altre in movimento schizoide. Un cielo
pulito e una decina di grosse stelle visibili.
Il telefono, di nuovo il telefono.
“Sì?”.
“Tra quanto arrivi?”.
“Cara... dobbiamo rimandare. Un amico ha
avuto un ictus e sto correndo in ospedale!”.
“Chi è?”.
“Enrico Albertosi, te lo ricordi, no?”.
Click. Ancora uno sguardo alla città. In lontananza San Siro. Non si è mai abituato a chiamarlo Meazza. Uno stadio non dovrebbe mai
essere dedicato a un calciatore perché si fa di
certo torto a qualcun altro. Un santo invece è
super partes. Perfetto. Il San Nicola. San Siro.
Sant’Elia. San Paolo. Perfetto.
Entra in bagno per gettarsi un po’ d’acqua sugli
occhi arrossati, poi indossa un giaccone di velluto a coste e cerca le chiavi dell’auto tra i giornali sparsi su un tavolo di quercia.
Gazzetta dello Sport... Corriere Stadio... Corriere
dello Sport... Guerino...
L’ascensore è al piano sicché in un
minuto scarso si ritrova al meno
uno, in garage. Lì fa scattare
l’apertura elettronica della
porta basculante e si
infila
nella Bmw nera, pronto a uscire in retromarcia
e raggiungere la cancellata rossa.
Non avevano mai giocato insieme in Serie A. Si
erano incrociati nel Cagliari. Uno arrivava dalla
Spagna via Fiorentina e l’altro andava all’Inter.
Ma poi in nazionale avevano vissuto tanti raduni
e soprattutto il Mondiale in Messico nel 1970.
La Bmw uscì dal parcheggio sotterraneo facendo sobbalzare le sospensioni su una grata di
scolo.
Lui aveva vinto tanto con l’Inter ma a Ricky
aveva sempre invidiato quello scudetto vinto
con il Cagliari. Un’isola mandata dritta dritta in
paradiso. E lui, il portierone con la maglia rossa,
a stabilire il record di gol subiti in un campionato a 16 squadre.
Poco traffico di notte, a Milano.
Due goderecci che si erano trovati in sintonia
fin dall’inizio. I cavalli, le donne, le scommesse.
Le scommesse avevano messo nei guai il portiere. Era scivolato fino ai Globetrotters, ma non
aveva mai perso il senso delle cose, il sorriso
anche nei momenti difficili e la voglia di prendere la vita come un gioco.
Secondo me anche adesso se la sta ridendo,
pensò superando il ponte della Ghisolfa.
Ogni tanto si ritrovavano per un bicchiere di
vino e due tagliatelle al tartufo. Ricky era il guascone della compagnia. Gli scherzi, le risate.
Certo al rientro dai Mondiali del ’70 neanche lui
era riuscito a mascherare il disappunto davanti
ai tifosi
inferociti.
Avevano fatto l’impresa. Avevano portato una
nazionale scassata fino in cima eppure la gente
s’era accanita sul caso Rivera.
Un posto di blocco. Una paletta.
La Bmw è sempre una macchina sospetta.
Un’auto da duri. Dopo le otto di sera, d’inverno,
ancora di più.
I carabinieri sembrano ingolfati nelle loro
uniformi scure. Quello giovane gli chiede i
documenti. Quello anziano sta parlando alla
ricetrasmittente.
Il ricordo più paradossale legato a Ricky risaliva
a un Milan-Porto vinta dai portoghesi a San Siro
per uno a zero con una clamorosa papera di
Enrico. Lui era andato a salutarlo negli spogliatoi e lì aveva trovato il clima depresso degli
esclusi rossoneri e un Ricky tranquillo e sorridente con una sigaretta tra le labbra e la voglia
di andare all’ippodromo a vedere le corse dei
cavalli.
“Ma la prendi così?”, gli aveva domandato.
“E che devo fare? Mettermi a piangere? Ormai
è andata... ah, sai... ho comprato un ristorantebar... in via Stoppani. Lo voglio chiamare
Tatum”.
La patente e il libretto di circolazione gli vengono riconsegnati dal carabiniere anziano. È un
appuntato sui sessant’anni che non può non
riconoscerlo.
“Dio mio, non ce ne sono più attaccanti come lei
al giorno d’oggi!”. Lui sorride e recupera i documenti.
“Sa cosa penso?”, fa il carabiniere, “Che quelli
come lei che vanno poco in tv magari guadagnano qualcosina di meno ma mantengono una
loro dignità... mitica! Per noi eravate miti e sentire Mazzola con quella vocina giustificare errori di formazione di Lippi oppure ascoltare
Furino litigare con Morini e Corno mi mette tristezza... non trova?”.
Non risponde. Accenna solo un sorriso. Mette
in moto e si rimette in carreggiata nel momento
in cui comincia a piovere. Pioggia sottile che lo
accompagna fino a Maciachini e poi fino all’ingresso del Niguarda.
Lì però la sorpresa. Solo parenti stretti. Per gli
altri l’orario delle visite solito. Si guarda intorno.
Un paio di giornalisti aspettano ma non è chiaro
se sono lì per Enrico Albertosi o per un rapinatore freddato da un tabaccaio.
Si accende una sigaretta e viene fuori dall’ospedale, entra in macchina e ripassa davanti alla
guardiola che dà sul pronto soccorso.
“Come sta?”, gli chiede l’uomo addetto alla
di Cosimo Argentina
In libreria il nuovo romanzo
di COSIMO ARGENTINA
e FIORENZO BAINI
sbarra.
“Chi?”, domanda.
“Albertosi! So che l’hanno portato in rianimazione!”.
“Dicono sia grave ma non ho potuto parlare con
nessuno di quelli che lo stanno seguendo. Se ne
parla domani!”.
La pioggia è finita.
“Gran portiere, il toscano!”.
Sbuffa il fumo e ingrana la prima pensando: “e
un fantino mancato...”.
“... certo che però lei qualche gol glielo ha fatto,
o mi sbaglio?”.
Supera la sbarra sollevata e abbandona la cittadella del Niguarda. L’auto procede nella notte
milanese e... sì, un gol se lo ricorda, con la
maglia della Juventus, a Torino, un Juve-Milan
due a uno. Un rigore. E lui, Ricky, che gli fa l’occhiolino prima di tuffarsi sulla sinistra intuendo
la direzione del pallone senza arrivarci.
Squilla il cellulare. È lei.
“Allora, Roberto, come sta?”.
“Non lo so... non si può entrare”.
Lei gli chiede se ha comunque voglia di uscire,
ma la risposta è no. Preferisce tornare a casa e
sdraiarsi sul divano in compagnia di una sigaretta e magari un dvd di qualche partita della
nazionale. Un omaggio al grande Ricky, in attesa che si possa tornare a bere una birra insieme.
Lo sport è un diritto per tutti
Subway intervista Mirko Paletti, Presidente di Milanosport
S ub w a y: Lei è il presidente di una
Società che si occupa di sport su
tutto il territorio milanese. Che tipo
impostazione ha Milanosport e
quali risultati sono stati ottenuti?
Mirko Paletti: Lo sport è ormai
considerato uno stile di vita da tantissime persone e uno dei principali strumenti di prevenzione sanitaria, oltre che di valore sociale, dalle
Mirko Paletti, Presidente Milanosport
amministrazioni pubbliche. Proprio
partendo da questa considerazione
il Comune di Milano, anni fa, ha
deciso di creare una società che
gestisse gran parte delle strutture
sportive pubbliche della città e le
adeguasse alle attese dei milanesi.
Attualmente gli impianti che
Milanosport gestisce sono 26 e
alcuni, come il Lido, la piscina
Cozzi o il Palalido rappresentano
luoghi storici dello sport meneghino. Da sempre abbiamo vissuto
come una vera missione il nostro
compito e abbiamo lavorato per
diventare un modello di gestione
applicato a un settore che va assumendo un crescente valore sociale
e che, per questo, deve offrire servizi di qualità accessibili a tutti. Nel
2009 abbiamo registrato oltre
3.300.000 presenze sugli impianti e
nei corsi invernali, terminati da
poco, gli iscritti sono stati oltre
44.000. Abbiamo utenti dall’età prescolare fino ai 90 anni; pensi che
circa il 33% sono bambini sotto ai 10
anni, il 20% ha tra i 20 e i 30 anni e
il 13% sono adulti tra i 30 e i 40 anni.
Quali sono gli obiettivi che
Milanosport ha fissato per il futuro?
Vista la numerosità e la diversità
degli utenti, Milanosport ha pensato a tanti corsi su misura per tutte
le esigenze e per tutte le età. Sono
più di 80 le discipline che offriamo
ai nostri utenti, con la collaborazione di più di 450 istruttori specializzati. Per il 2010, tra gli obiettivi
strategici che ci siamo posti, c’è
anche la realizzazione di ulteriori
nuove offerte e la rivisitazione
delle attività esistenti, partendo
già dall’estate, per la quale abbiamo organizzato 6 differenti tipologie di campus con l’aiuto di federazioni e società sportive di grande
prestigio.
Lo sport dovrebbe essere per tutti;
Milanosport come ha sviluppato
questo principio?
Milanosport vuole soddisfare
anche in termini economici i bisogni di ciascun utente e, per questo
motivo, continuiamo ad applicare
le tariffe più basse d’Italia. Questa
Società crede nello sport e nel suo
valore educativo. Quello che
vogliamo è proprio dare a tutti l’opportunità di praticare attività sportiva senza spendere troppo.
Soffermiamoci ora sul tema del
nostro tabloid: lo sport e la letteratura. Nel Suo tempo libero si dedica
di più allo sport o alla lettura di un
libro? Cosa legge di solito?
Leggere mi piace molto, ma dello
sport sono un appassionato; non
potrebbe essere diversamente
essendo il presidente di una
società sportiva! Gioco a calcio fin
da quando ero piccolo e ancora
oggi se ho del tempo libero cerco
di organizzarmi per giocare con gli
amici. Per quanto riguarda la lettura, invece, oltre ai quotidiani, sono
affascinato dai racconti gialli, perché riescono a creare quel pathos
simile alla tensione che si crea
negli sport agonistici che mi piace
praticare, dove fino all’ultimo non
sei sicuro del risultato finale.
S
U B WAY
-S
P O RT
A cura di
Davide Franzini, Oliviero Ponte di Pino
Davide Rondoni
Realizzazione
SolariS Progetti Editoriali
Art Direction
Michele Marchesi
Editing
Andrea Chiurato
Le illustrazioni contenute nel tabloid
sono realizzate dai vincitori
del concorso Copertine al Tratto
Illustrazioni in copertina:
Elisa Anfuso e Fabio Coruzzi
Si ringraziano per la collaborazione:
Nadia Baratella, Antonella Palaveri e
Gabriella Polifroni (Assessorato allo Sport e
Tempo Libero del Comune di Milano);
Gabriella Mazzetta e Silvana Rivolta
(Milanosport).
Un ringraziamento speciale agli utenti del
sito www.subway-letteratura.org
che hanno contribuito all’iniziativa
inviando i loro racconti
SUBSPORT2010:-
12-07-2010
18:33
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.5
“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”
Pier Paolo Pasolini
Investimenti e passione:
la ricetta per il futuro dello sport
Parla Alan Rizzi, Assessore allo Sport e Tempo Libero del Comune di Milano, appassionato di calcio
SEGUE DALLA PRIMA
vità sportiva continuativa. Finora
abbiamo aiutato 12.500 famiglie.
Subway: Lei è Assessore da poco più
di un anno. Ha visto trionfare la sua
Inter. A settembre, Milano ospiterà la
Nazionale di Volley per i mondiali e
l’unica tappa italiana dell’NBA
Europe Tour. Che bilancio trae da
questi suoi primi mesi di attività?
Alan Rizzi: Se penso che lo scorso
settembre abbiamo ospitato la
coppa della Champions League in
piazza Duomo per l’Unicredit
Trophy Tour e che, nove mesi
dopo, il trofeo è tornato a Milano,
vinto dall’Inter dopo 45 anni insieme alla Coppa Italia e al 18°
Scudetto, mi sento di dire che è
stato un anno assolutamente fantastico, forse irripetibile.
Ma a Milano lo sport non è solo calcio. L’anno scorso abbiamo ospitato
l’incontro tra la nazionale di rugby e
gli All Blacks a San Siro, con centinaia di migliaia di appassionati venuti da tutta Italia apposta per l’evento.
Quest’anno ci aspettiamo di ripetere
l’esperienza con volley e basket.
Dopo un’esaltante edizione della
Stramilano, con la partecipazione di
oltre 50.000 persone e un’ incoraggiante prima edizione della Milano
City Marathon primaverile, con la
presenza di oltre 6.000 temerari
pronti a misurarsi sulla distanza di
42 chilometri e 190 metri, l’autunno
ci riserva infatti grandi momenti
internazionali. Alla fine di settembre, proprio da Milano, che ospiterà
la cerimonia di inaugurazione, partiranno i Mondiali maschili di pallavolo. La nostra nazionale giocherà le
partite del girone di qualificazione al
Mediolanum Forum sotto gli occhi,
mi auguro, di un foltissimo e calorosissimo pubblico milanese. La
prima domenica di ottobre arriverà
invece il grande basket Nba, con
uno storico incontro. La nostra
Armani Jeans, seppur sconfitta da
Siena, seconda indiscussa del
Campionato, si batterà sempre al
Forum con la leggendaria squadra
dei New York Knicks che arriverà a
Milano per il suo tour europeo dopo
trent’anni di assenza. La serata ha
già fatto registrare il tutto esaurito,
ma per chi non riuscirà a vedere la
partita abbiamo organizzato due
giornate di attività in città, con partite, gare di schiacciate realizzate con
la sapiente collaborazione della
macchina Nba.
Grazie al calcio Milano è una delle
capitali mondiali dello sport. Come
sarà declinato questo importante
ruolo nei programmi dell’Expo?
Expo 2015 è una grande manifestazione che sta coinvolgendo non solo
Milano ma tutta l’Italia. Il tema scelto per l’esposizione universale è
Lei che sport pratica e quanto
tempo riesce a dedicargli?
Fin da piccolo ho praticato un po’
tutti gli sport. Sono stato velocista
per l’Atletica Riccardi, ho sciato,
fatto equitazione, giocato a tennis,
ma la mia grande passione è sempre stata il calcio. Dopo aver militato nelle Giovanili dell’Inter ho giocato da professionista per alcune
stagioni nel Saronno. Tuttora,
appena posso, non manco mai a
una partita di beneficenza o con gli
amici. Vorrei poter giocare di più
ma purtroppo il tempo non è mai
abbastanza.
Ma veniamo al tema del nostro
tabloid. Nei paesi anglosassoni la letteratura dello sport è molto diffusa
ed apprezzata dal grande pubblico,
nel nostro paese è un genere ancora
poco praticato. Secondo lei perché?
L’Assessore Rizzi, in tempi non sospetti, con la Coppa dalle grandi orecchie
“Nutrire il pianeta, energia per la
vita”. Si parlerà di alimentazione per
tutti e di stili di vita corretti: in questo ambito vogliamo che anche lo
sport, prima regola del vivere bene,
sia rappresentato. Insieme alle attività stiamo lavorando per dare alla
città impianti ristrutturati o nuovi,
all’altezza dello sviluppo che Milano
affronterà da qui al 2015. I progetti
più ambiziosi riguardano il Palalido
e il Vigorelli. Per il primo abbiamo
già definito i lavori che saranno realizzati e la sua funzione di futura
casa dell’Armani Jeans. Per il secondo stiamo studiando la soluzione
migliore. L’obiettivo è che diventi il
nuovo palazzetto di Milano, un percorso non semplice ma con grandi
potenzialità date la zona, quella del
quartiere City Life, dove la struttura
si inserirà.
Inoltre, proprio in vista dell’Expo,
abbiamo recentemente firmato con
la società Expo 2015, la Provincia di
Milano e il Coni un accordo per lo
sviluppo degli impianti sportivi. Il
Coni nazionale dopo trent’anni tornerà ad investire sul territorio milanese, finanziando un progetto all’anno fino al 2015. Per quest’anno punteremo alla riqualificazione del
Centro XXV Aprile di via Cimabue,
punto di riferimento per l’atletica in
città. Oltre alle risorse del Comune
arriveranno quattrocentomila euro
***
Come tutti gli italiani
che amano il calcio
la mattina prima di iniziare
a lavorare non disdegno
un’occhiata alla
Gazzetta dello Sport
***
che saranno impiegati per la ristrutturazione e per la realizzazione di
una pista indoor per i 60 metri.
Lo sport non è solo professionismo
ma anche tempo libero. Quali scenari vede per lo sviluppo degli sport
di base?
Il luogo più appropriato per lo sviluppo degli sport di base è sicuramente la scuola. Lì fin dai primi anni
di età i bambini entrano in contatto
con lo sport, acquisiscono le prime
competenze motorie, sviluppando
riflessi e coordinazione e, nella
migliore delle ipotesi, si appassionano alla disciplina portandola avanti
per tutta la vita. È dello scorso
dicembre l’accordo, oserei dire storico, firmato tra il Coni e il Ministero
dell’Istruzione per introdurre e
potenziare la pratica delle attività
motorie e sportive nelle prime classi
delle
scuole
primarie.
All’insegnante di educazione fisica è
affiancato un istruttore del Coni per
aumentare le ore di educazione e
arricchire il percorso della cosiddetta alfabetizzazione motoria. Questo
progetto, lanciato dopo l’accordo
Coni – Ministero in tutta Italia ha in
Milano la sua città apripista. Qui da
oltre dieci anni, con la collaborazione dell’ufficio scolastico regionale,
abbiamo avviato nelle scuole il progetto Gioco Sport che contribuisce
a diffondere la pratica di attività
motoria e sportiva continuativa, abituando i più piccoli a familiarizzare
con lo sport, l’educazione fisica e un
corretto stile di vita.
L’altro grande punto di riferimento
per lo sport di base sono le associazioni. Il Comune ha in atto convenzioni con oltre un centinaio di associazioni attive sul territorio. Sono
proprio le associazioni, dopo la
scuola a svolgere il prezioso compito di promuovere lo sport, seguendo ragazzi e ragazze fin dall’inizio
del loro percorso di crescita e di formazione. Nei loro confronti il
Comune ha deciso di seguire una
politica di sostegno applicando le
percentuali più basse consentite
dalla legge per i canoni di affitto dei
terreni su cui le associazioni hanno
i loro centri. Il Comune infine, ogni
anno, mette a disposizione mezzo
milione di euro di contributi per l’iscrizione di ragazzi e ragazze ad atti-
Forse perché noi italiani siamo
sempre molto assorbiti dallo sport
praticato e visto in tv e meno dai
racconti su questo tema. Inoltre nel
nostro Paese si legge meno rispetto
ai paesi anglosassoni dove la quantità pro-capite di libri, di giornali e
di riviste letti in un anno è decisamente superiore alla nostra.
Lei cosa legge di solito?
Solitamente leggo un po’ di tutto.
Ovviamente i quotidiani e i magazine, come Panorama e L’Espresso,
che ogni giorno riportano notizie e
informazioni sulla attività politica e
sull’amministrazione della nostra
città. Mi piacciono molto anche i
fumetti e faccio parte, come tantissimi appassionati, dei fedelissimi
di Diabolik. Infine come tutti gli italiani che amano il calcio la mattina
prima di iniziare a lavorare non
disdegno un’occhiata alla Gazzetta
dello Sport.
Quali sono i cinque libri che ha
amato di più?
Purtroppo con il lavoro che faccio
il tempo che mi resta per leggere è
poco. Mi piacciono molto i saggi
sulla politica tra i quali ricordo tre
titoli: Giuseppe Saragat, da Palazzo
Barberini alla Casa dei Moderati di
Paolo Russo, Vincitori e Vinti. Le
stagioni dell’odio dalle Leggi razziali a Prodi e Berlusconi di Bruno
Vespa e La calda Primavera del
’45, scritto da mio padre, Enrico
Rizzi.
Quando voglio divertirmi però
leggo spesso Beppe Severgnini. Tra
i suoi libri, da buon interista, non
posso che scegliere Interisimi.
SUBSPORT2010:-
12-07-2010
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FuoriGioco
Cordata con Grizzly_Michele Marchesi
Rita Parisi_Autrice Subway-Letteratura 2009_Nero Cenere
Football_Fabio Coruzzi_Serigrafia, pastelli a olio, acrilici, penne, matite su carta
aldo. Afa. L’autostrada, un
fiume d’asfalto. 100 Km. 100
Km ancora, di macchine, polvere, esistenze che sfrecciano, sfiorandosi veloci. Sogno è attaccato al finestrino. La bocca aperta. Guarda fuori e
trema dentro. Una giornata storica. La
prima in classifica contro la seconda,
tre punti in gioco, tre benedetti punti
che valgono un campionato.
“Quanto manca?”, la sua voce rauca
scuote il mister Corsi, intento a controllare la formazione, col suo taccuino marrone tra le mani.
“100 km, ancora un po’ di pazienza”.
Sogno si abbandona sul sedile, chiude
gli occhi. Sempre la stessa tachicardia.
Prova a respirare forte, a pensare a
qualcosa di bello, ad inventarsi un
amore. Quello che non ha mai avuto.
Suda, Sogno e sente le gambe molli e
pesanti.
Il mister Corsi si avvicina, gli porge
una bottiglietta.
“Tieni, bevi un po’, vedrai che ti sentirai meglio”.
Sogno afferra la bottiglietta e ingoia
l’acqua con avidità.
“Stamattina non ho preso le medicine.
Voglio essere lucido in campo”.
Il mister sorride, gli mette una mano
sulla spalla.
“Sono sicuro che farete tutti un’ottima
prestazione”.
“Anch’io, mister?”.
Nero aspetta trepidante il responso
del suo allenatore, con le mani giunte,
supplichevole.
“Anche tu, Nero, giocherai alla grande”.
Scheggia, Grido e Ghigno annuiscono,
tornando a parlottare tra loro, di
moduli e strategie. Il Rosso e Il Conte,
invece, canticchiano una canzone, sbagliando le parole. Un vecchio motivetto, di quando erano bambini e a pallone ci giocavano per strada. Di quando
tutto era ancora possibile. Prima del
blackout.
Roccia e Strano provano a fare le parole crociate, mentre Lampo e Cerino
litigano su chi stia barando. L’unico
C
posto col tavolino lo hanno occupato
loro, per la solita Scala 40, con le carte
consumate tra le dita ingiallite dal
tabacco. Ma stavolta nessuno dei due
bara. È l’attenzione che manca.
Entrambi sono altrove, già su quell’erba, a sporcarsi le maglie, a sentirla la
fatica che non ti fa più pensare, che ti
spinge a correre sempre più forte.
Correre, fino allo stremo, fino a sentire i polmoni scoppiare. È la regola. La
regola che li ha portati fin lì, stipati in
un pullmino, in una giornata stonata di
primavera.
L’idea dei soprannomi è venuta a
Sogno, un pomeriggio di qualche
mese prima. Erano tutti insieme a leggere le formazioni delle altre squadre,
nel solito posto. Quello di tutti i giorni.
Da tanti anni.
“Guardate qui, tutti nomi comuni!”.
Aveva sbottato Sogno.
“Sono i loro nomi, no?”, Cerino lo
aveva guardato con gli occhi sgranati.
“È vero, come dovrebbero chiamarsi
se non coi loro nomi?”, gli aveva urlato
Roccia, con aria perplessa.
Gli altri erano ammutoliti e aspettavano in silenzio una spiegazione.
Allora Sogno si era acceso una sigaretta, un primo tiro, così profondo che
gli erano venute le lacrime. Aveva soffiato via il fumo e aveva guardato i
compagni, uno per uno. I nomi li aveva
scanditi bene, con voce solenne, con
l’indice teso a turno verso uno di loro.
Poi li aveva trascritti su un foglio.
“Allora, ripetiamoli: Nero... Roccia...
Lampo... Scheggia... Cerino... Grido...
Ghigno... Il Rosso... Strano... E Il
Conte. Ecco fatto, li ho scritti tutti”.
Con espressione soddisfatta aveva
contemplato quel pezzo di carta, quasi
fosse un trofeo. Poi aveva iniziato a
chiarire ogni nomignolo.
“Nero perché hai la pelle scura, Roccia
perché sei grande e grosso, Lampo e
Scheggia perché siete i più veloci,
Cerino perché ti infiammi subito...”. E
via dicendo.
I compagni si erano guardati tra loro,
senza proferire parola, quando ad un
tratto Cerino si era alzato in piedi.
“E tu, tu come ti chiamerai?”.
“Già, hai dato i nomi a tutti, ma non ci
hai detto tu come ti chiamerai”, Nero
aveva cercato il sostegno degli altri,
che avevano annuito, con la faccia protesa verso Sogno.
Sogno aveva spento la sigaretta nel
posacenere e, con aria grave e trionfale, si era portato al centro della stanza.
“Sogno. Io sarò Sogno. Perché è quello che rincorriamo in questo torneo. Il
sogno di vincere e portare a casa la
coppa”.
L’applauso era riecheggiato nella
stanza.
Il mister Corsi era sulla soglia della
porta. Guardava i suoi ragazzi come
fossero tutti suoi figli, dei figli che in
quel momento gli stavano dando una
soddisfazione impagabile.
Caldo. Afa. La paura, fin dentro le
ossa, a togliere il respiro.
Sogno continua a guardare fuori dal
finestrino.
“Manca poco!”, esclama il mister con
la sua voce imponente. I capelli grigi lo
rendono austero, ma è un uomo semplice, che ha dedicato tutta la vita ad
abbattere certi muri. Per pochi soldi.
Tampona la fronte sudata con un fazzoletto, guarda l’orologio.
“Siamo in perfetto orario, ragazzi!”.
Un menomale riecheggia tra i sedili
sfondati del vecchio pullmino.
Mancano i fondi. Da sempre.
Poi il mezzo rallenta e si ferma.
Un brivido. Sogno si stacca dal finestrino dove ha lasciato l’impronta del
suo naso. Ci siamo, sospira tra sé e sé,
trascinando il borsone con una calma
irreale.
Tutti lo seguono, riserve comprese.
Il loro capitano li guida verso la finalissima.
Lo spogliatoio è piccolo. Poche panche, qualche mensola.
Sogno infila la maglia verde col numero dieci. La fascia di capitano al braccio. Si guardano tutti negli occhi prima
di uscire, mentre il mister li incita ad
entrare in campo.
“È ora! Forza ragazzi!”.
Gli undici della squadra avversaria
sono già in campo. Facce comuni,
come i loro nomi. Sogno li osserva, ad
uno ad uno. E allora, eccola più forte la
paura, adesso che l’arbitro fischia l’inizio della partita e non si può più tornare indietro.
Il pressing degli avversari è duro.
Fanno sul serio. Roccia salva la sua
porta con decisione, due o tre volte.
Cerino e Lampo provano a scardinare
la difesa nemica, ma ogni assalto viene
arginato e respinto.
Caldo. Afa. Il campo, un rettangolo
rovente. Un’arena. I tre punti. Servono
i tre punti.
Sogno corre, segue i compagni, cerca
la palla. La trova, la perde, impreca
contro la difesa avversaria che li marca
stretti. In gabbia. Ancora in gabbia.
Quelli come loro devono stare in gabbia. Perché quelli come loro sono pericolosi. Quelli come loro devono essere
divisi, separati dagli altri. Perché la
loro mente è staccata, va per i fatti
suoi, come la palla che rotola sull’erba.
Due gol, uno dietro l’altro. Sotto di due
gol. Non ce la faremo mai, pensa
Cerino, continuando a inseguire gli
avversari. Nero riesce a rubare la
palla, serve un assist perfetto per
Sogno, che centra la porta. Il mister
Corsi esulta. Ci crede ancora. Sa che i
suoi ragazzi ce la possono fare. Glielo
ripete allo stremo, negli spogliatoi,
dopo la fine del primo tempo.
Si torna in campo, in quell’arena bollente. Si torna a combattere.
Il pareggio arriva grazie a Lampo, che
acceca i difensori e il portiere avversari con una mazzata inaspettata da metà
campo. Sogno è incredulo, si guarda
intorno, mancano pochi minuti. Il pubblico è in delirio e non ci sono più quegli sguardi lì, non c’è più curiosità
negli occhi degli altri, niente pietà,
niente condanna, nessun giudizio, solo
entusiasmo. Adesso lui e i suoi compagni sono uguali a loro, a quelli che
stanno dall’altra parte, dietro la rete,
ad aspettare il gol della vittoria.
Vertigini. Le mani gli tremano, il
solito formicolio, al diavolo le medicine. Nausea, il cuore sta per scoppiargli, sta per schizzare fuori. Il
mister Corsi lo segue dalla panchina,
sa che per Sogno non è facile, che
controllare gli attacchi è difficile, sa
che da un momento all’altro il suo
bomber può arrendersi, ma urla,
urla il mister e incita il suo uomo,
che segue Cerino, sul filo del fuorigioco. “È fuorigioco!”, urlano gli
avversari. È un attimo. Una speranza
appesa ad un filo. Tutti guardano a
bordo campo. E a Sogno pare proprio che il guardalinee non fischi.
No, non fischia il guardalinee. Allora
Sogno corre più forte. Corre, Sogno,
scatta rapido, inseguendo la sfera
bianca, pochi metri, solo pochi metri
e il gol del tre a due regala alla sua
squadra la vittoria.
Caldo. Afa. La coppa, tra le mani dei
suoi compagni, al cielo, quel cielo che
li ha resi diversi. Matti. Ma che adesso
li rende finalmente liberi.
Il mister li abbraccia, li accarezza, i
suoi ragazzi. È stato l’unico a crederci,
mentre tutti ridevano.
“Un torneo di calcio per malati psichici, una follia!”. Gli altri operatori lo avevano deriso e per un attimo il mister si
era sentito come i suoi pazienti, discriminato e messo nell’angolo. La collera
gli aveva arrossato il viso paffuto. “I
ragazzi parteciperanno a questo torneo, che vi piaccia o no! Li allenerò io
e li porterò in finale”, aveva gridato
con decisione, facendo ammutolire
tutti. Nessuno aveva ribattuto, il
mister era uscito dal centro diurno
sbattendo la porta, ma deciso ad andare avanti, per conto suo.
Caldo. Afa. Fine blackout, luce.
Sogno guarda fuori dal finestrino,
mentre i suoi compagni continuano a
passarsi di mano in mano la coppa.
Ripensa a quel fuorigioco. Piange,
Sogno. Adesso non trema più. E dal
vetro appannato anche la malattia gli
appare così, per una volta, in fuorigioco.
SUBSPORT2010:-
13-07-2010
15:38
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.7
Senza titolo_Elisa Anfuso_Elaborazione digitale
“Lo sport consiste nel delegare al corpo
alcune delle più elevate virtù dell’animo”
Jean Giraudoux
L’Ultimo Fuoricampo
ttorno al diamante si stava
raggrumando un silenzio
feroce. Ripassandosi mollemente la palla sul guantone, il lanciatore gli rifilò dalla sua cunetta
un paio di sguardi di sfida appena
accennati, ma precisi e ficcanti
come sciabolate. Era un bestione
dalla faccia scura e grinzosa simile a un agrume; vent’anni, forse
qualcosa in più, originario del
Minnesota, una stagione fallimentare nei Boston Red Sox prima di
arruolarsi nell’esercito e venire
spedito coi SETAF qui al
Belpaese.
“Ci stanno stracciando”, aveva
smadonnato Peruzzi giù nel
dugout solo pochi minuti prima.
“Ci stanno facendo un mazzo così
e se non vinciamo almeno un
inning finisce che facciamo davvero la figura dei dilettanti, Cristo
d’un Dio!”.
“Mo’ gli faccio un fuoricampo,
Peru’”, aveva ribattuto piano lui, in
faccia un’espressione spavalda
abbastanza inconsueta per i suoi
standard.
Peruzzi si era girato a scrutarlo
diffidente. Sapeva che il pugliese
era uno con le palle, lo aveva
messo nella squadra lui personalmente quasi un decennio prima
vedendolo centrare al primo colpo
una lucertola con un sasso, giù al
deposito dei veicoli. Gli stava simpatico, tra l’altro, e non si trattava
solo di solidarietà tra meridionali.
Perché Peppino ci sapeva fare: un
atleta vero, fisico prestante e niente grilli per la testa. Se c’era qualcuno in grado di battere un homerun non poteva che trattarsi di lui.
Però ‘sti americani del SETAF
erano una gatta davvero rognosa
A
da pelare, e ai piani alti della
Polizia nessuno si aspettava dalla
squadra delle Fiamme Oro
nient’altro che una sconfitta, purché dignitosa. Dopotutto, era col
calcio che ci sapevano fare gli italiani, mica con ‘ste robe da
yankee.
“Peppi’!”, fiatò secco Peruzzi, “Se
mi guadagni la casa-base io ti giuro
che te lo faccio firmare domani,
quel cazzo di trasferimento!”.
Lui aveva allargato lo sguardo in
tribuna, cercando nella marea di
teste mobili la capigliatura corvina
di sua moglie. Poi si era sbriciolato in un sorrisetto involontario
una volta identificata la massa
spettinata di capelli del piccolo
affianco a lei.
“Peru’”, gli aveva detto senza voltarsi, “Sai che io non me ne vorrei
andare, Peru’, manco per niente: è
lei che mi ci costringe...”.
Il coach lo aveva interrotto levando la mano. “Devi volerle bene,
Peppi’”, aveva sentenziato placido
sistemandosi l’asciugamano sudato attorno al collo. “Le donne
vanno volute bene!”.
Allora lui si era messo ad annuire
ed era uscito dal dugout tra le
acclamazioni della folla per posizionarsi davanti al catcher, strofinandosi il talco sui palmi mentre
gli strilli si attenuavano.
Ora il bestione del Minnesota circumnavigava con sguardo assorto
il diamante. Lo smicciò mentre
lanciava segnali sfrontati ai suoi
compagni di squadra, toccandosi
la visiera del berrettino prima di
scaraventargli addosso l’ennesima
occhiataccia.
Voleva innervosirlo.
Fargli capire che, per quanto si
dimenasse, lui restava solo un
mangiaspaghetti che si cimentava
con uno sport non suo.
Ma Peppino non ci cascava.
Restava concentrato, espirando
calmo l’aria, la mazza sospesa a
mezz’aria pronta a colpire. Siamo
io e te, pensò fessurando gli occhi
e facendo ruotare appena la
mazza. Solo io, la palla e te, ragazzo del Minnesota.
Fece in tempo a registrare solamente la mano del lanciatore che
rinculava, poi la palla si librò dal
guantone ad una velocità folle e in
un battibaleno se la vide sfrecciare davanti al naso come una minuscola meteora rotante.
“Strike!”, strillò monocorde l’arbitro dietro di lui.
Peppino digrignò i denti.
Immaginò Peruzzi dare fondo alla
sua riserva di bestemmie, giù nel
dugout, ma non osò voltarsi a controllare. C’erano solo lui, la palla e
il ragazzo del Minnesota, là. Il
resto era pura distrazione.
Minnesota recuperò la palla e
tornò a indirizzare lo sguardo
altrove, disinteressato a tutto,
come se non stesse per lanciare
ancora una volta, come se quel
suo braccio poderoso non stesse
per irrigidirsi e poi flettersi di
nuovo scagliando un altro micidiale colpo verso di lui.
Solo io, te e la palla, figlio di puttana, si ripeté Peppino come un
mantra.
Suo figlio lo stava guardando.
Era un portento, quel ragazzino
là.
Sapere che avrebbe dovuto mollare la scuola, i compagni e tutto il
resto per andare ad abitare laggiù
in terronia non gli piaceva affatto.
Farlo nascere e crescere qui a
Bologna era stata la sua partita
migliore. Ma lei ormai aveva deciso. Bologna costava troppo. Le
cose quaggiù al Nord sono troppo
complicate, meglio tornare a casa,
Peppi’, meglio riprovare a vivere
là dove siamo cresciuti. Avremo
meno ma spenderemo di meno.
See.
Come se lui non la ricordasse a
memoria, la miseria di quel posto.
Come se laggiù, a parte i parenti e
qualche amico, la vita fosse un
regalo.
Un sibilo crescente lo riportò alla
realtà. Avvertì lo spostamento d’aria soffiargli sul mento, poi la voce
dell’arbitro tornò a ribadire definitiva: “Strike!”.
Cristo, e siamo a due!
E stavolta non l’aveva proprio
vista.
Minnesota se la rideva sotto i
baffi.
Lo scorse con la coda dell’occhio
mentre dinoccolava le spalle in un
pallido gesto canzonatorio.
Peppino divaricò un po’ le gambe,
piantandosi per bene sui piedi.
Ora la prendo, vedrai.
Solo io, la palla e te, figlio di
puttana.
Guardò in alto un’ultima volta,
lassù verso gli spalti. Sua moglie
era una figuretta altera e longilinea, bella da impazzire. Pensò che
avrebbe fatto tutto per lei. E che
ogni cosa sarebbe andata al posto
giusto. Non poteva che andare
così.
Poi il lanciatore raccolse la palla
da bordo campo, ciondolò piano
con la testa e si affrettò a caricare
il tiro.
Solo io, la palla e te...
Omar di Monopoli
Omar Di Monopoli (1971)
è grafico e scrittore.
Ha scritto testi radiofonici
(RadioRai3), saggi e articoli
per riviste letterarie d’ogni tipo.
Ha collaborato come
sceneggiatore con il regista
Edoardo Winspeare.
Nel 2007 ha esordito con il
romanzo UOMINI E CANI
(Premio Kilhgren Città di
Milano) cui ha fatto seguito
l’anno successivo
FERRO E FUOCO.
Da pochi giorni è in libreria
LA LEGGE DI FONZI,
conclusivo episodio di una
trilogia western pugliese.
Tutti i titoli sono editi
dalle edizioni ISBN di Milano.
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LE IMMAGINI DELLA POESIA
Gianni Rodari
Dino Campana
Filastrocca del gregario
corridore proletario
Dall’alta china precipite
Come movente dal caos d’un turbine
Come un movente grido del turbine
Come il nocchiero del cuore insaziato.
che ai campioni di mestiere
deve far da cameriere
e sul piatto, senza gloria,
serve solo la vittoria.
Al traguardo, quando arriva,
non ha applausi, non ha evviva.
Col salario che si piglia
fa campare la famiglia
e da vecchio poi si acquista
un negozio da ciclista
Roberto Mussapi
Bolgia di roccia alpestre: grida di turba rideste
Vita primeva di turbe in ebbrezze
Un bronzeo corpo dal turbine
Si dona alla terra con slancio leggero.
Oscilla di vertigine il silenzio
Dentro la muta catastrofe di rocce
Ardente d’intorno
- Tu balzi anelante fuggendo nel palpito indomo
Un grido fremente che fugge e scompare con te
Balza una turba in caccia s’annoda si snoda una turba
Vola una turba in caccia - Dionisos Dionisos Dionisos
o un baretto, anche più spesso,
con la macchina per l’espresso.
***
Maurizio Cucchi
La tua maglietta rossa sarà la più bella,
e con un simbolo chiaro proprio qui sul petto.
Lo diceva il giovane dal braccio ferito,
e lui capiva, e non capiva.
Sarà stato il ’50, il ’51,
gli parlava della corsa dei fiori
la Milano Sanremo.
Dopo l’ultimo scatto, e passata la fontana,
sorriderai nella vittoria dei colori giusti,
e avrai le braccia alzate del campione
’82. SCIREA
Li ricordo avanzare inesorabili,
distendersi con forza alla vittoria finale:
prima, dal buio degli spogliatoi uscivano
incerti, poi iniziarono a vincere,
sempre di più, sempre.
Ricordo Gentile, dominò sempre l’avversario,
vincendo ogni torneo, respirandogli sul collo,
ognuno cedette spossato,
annichilito dalla sua potenza.
Ricordo Tardelli, il proiettile e il grido,
e l’alto pianto al cielo teso e lucente.
Zoff che copriva le spalle con gli occhi ferrigni,
ricordo tutti, chi per la corsa a testa alta,
guardando i nemici lontani, oltre il cavallo,
chi per la rapidità d’esecuzione,
la mira fulminea con cui finì il portiere,
chi per le folate furibonde sulla fascia,
i lanci di Cabrini come bombe sul centro.
Ma lui, che anticipava come non avendo avversario,
che combatteva col tempo e non coll’uomo,
che prima di ogni altro fulminò il secondo,
rendendo fuori tempo la partita avversaria,
lui animato dal suo metronomo interno,
col battito del cuore sostituì l’orologio,
lui cancellò e rigenerò il tempo.
E non fu necessario alcuno scontro,
sempre agì di previsione anticipando,
sempre determinò il lancio in solitudine,
nel cuore della partita ed estraneo al suo strepito,
al tumulto di Gentile e Tardelli, alla rapida
corsa di Bruno Conti, alle frecce di Rossi.
Giocò la partita d’anticipo contro un avversario
invisibile: lineare, apollineo nel correre,
silenzioso. Lui più di tutti ricordo,
che diresse in silenzio l’esercito e antevide
ogni mossa dell’avversario e disegnò la vittoria,
tracciò la scia nell’alta marea.
In questa pagina, in alto da sinistra: Baseball_Fabio Coruzzi_Serigrafia e tecnica mista su carta ; Foto Archivio Cavalleria. Pagina a fianco: Foto M.M. (elaborazioni grafiche a cura di SolariS Comunicazione)
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LE EMOZIONI DELLO SPORT
Mario Luzi
Vittorio Sereni
Ai campioni del Torino
Qui a questa rupe nera, qui piegava
la manovra leggera delle ali,
i triangoli in fuga coniugati,
il guizzo breve, il fulmine leggiadro?
Mai la morte fu veramente morte
così, mai corse rapida all’essenza
come questa che vi abolisce, squadra
anche contro la morte, ancora squadra.
Niente c’è più, né grazia trascorrente
né scienza fine e rapida sull’erba,
niente che vi protegga e vi distingua
dal tutto grigio e vile in cui rientraste?
Valentino Zeichen
Altro compleanno
A fine luglio quando
da sotto le pergole di un bar di San Siro
tra cancellate e fornici si intravede
un qualche spicchio dello stadio assolato
quando trasecola il gran catino vuoto
a specchio del tempo sperperato e pare
che proprio lì venga a morire un anno
e non si sa che altro un altro anno prepari
passiamola questa soglia una volta di più
sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore
e un’ardesia propaghi il colore dell’estate.
A Bruno Giordano
Un remoto LAZIO-JUVENTUS; tre a zero
esplode l’anonimo urlo di trionfo,
sì; ma chi ha recapitato al presente
il nome di quel gladiatore: Bruno Giordano
che si distinse durante i giochi
per l’incoronazione dei titoli di Augusto;
con quale punteggio sconfisse le fiere zebrate
se l’ovazione riservatagli dalla folla
superò i cento decibel, sopravanzando
quella resa di consueto all’imperatore?
***
***
Niente, né ritmo celere né piano
che vi separi più dal moto oscuro,
tempo rubato al tempo non c’è più
che vi salvi dal tempo che v’invade?
Niente c’è più, niente c’è più, o un barbaglio?
niente, niente, non c’è più niente, piove
qui dove noi diciamo Rigamonti,
Castigliano, Maroso, Ballarin.
Giorgio Caproni
Antonio Porta
Considerazione
nel principio della notte, autunno
il cuoio del pallone luccica
i ragazzi lo calciano tra gli alberi
con occhi di gatto lo ritrovano
così continuano a giocare
tracce luminose
8.11.1982
Il sesso. La partita
domenicale.
La vita
così si è risolta.
Resta
(miseria d’una sorte!)
da risolver la morte.
Gianni Rodari “Senza titolo”, Filastrocche in cielo e in terra, Torino, Einaudi, 1972 ; Dino Campana “Senza titolo”, in Opere: canti orfici, versi e scritti pubblicati in vita, inediti , Milano, TEA, 1989 ; Maurizio Cucchi
“Senza titolo”, Poesie (1965-2000), Milano, Mondadori, 2001 ; Roberto Mussapi “’82 Scirea” in La polvere e il fuoco, Milano, Mondadori, 1997 ; Giorgio Caproni “Considerazione”, Mario Luzi “Ai campioni
del Torino”, Antonio Porta “Senza titolo”, Vittorio Sereni “Altro compleanno”, Valentino Zeichen “A Bruno Giordano”, in Luigi Surdich e Alberto Brambilla (a cura di) Il calcio è poesia, Genova, Il Melangolo, 2006.
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‘ di una virgola ,
Vincenzo Mascolo
Alessandro Secchi
Abbiamo
vinto tutti?
L’arbitro fischia.
Il pallone compie un arco, tocca la traversa,
io ti guardo.
Volto la testa al televisore e incrocio i tuoi
occhi. La città è composta d’afa, tensione e
silenzio, la voce di Marco Civoli si mischia a
quella di Fabio Caressa, il cortile interno su
cui si affacciano decine di finestre aperte è
un’arena vuota.
Le tue parole sono uno scioglilingua, dici che
sei confusa, non sai cosa fare, non sai cosa
dire. Le mie orecchie si ovattano. Dici che ti
senti strana, ingabbiata come in una marcatura a uomo asfissiante che non lascia
ragionare e che, da un momento all’altro,
può farti perdere la testa.
Non trovi il coraggio di dire quello che vuoi
dire, quello che sai, che devi dire. Fingi
ancora di essere legata alla tua squadra del
cuore, che poi sarei io, quando invece hai
già deciso di cambiare maglia.
I francesi si abbracciano, l’Italia è muta, zittita. Sembra che tutti attendano un tuo segnale.
Provo a ripartire in contropiede. Ti dico che
l’ho capito, che ho sentito che qualcosa non
andava, ti dico che sono disposto ad aspettare, a giocare d’attesa, a schierarmi a difesa
del nostro pareggio. Sono pronto ad aspettare come si aspetta la vittoria di un Mondiale.
Penso a Spagna ’82, a quel sole rosso. Io e
mia madre soli in un parco vuoto e un signore con la radiolina in bicicletta che dice che
l’Italia sta vincendo e allora di corsa a casa.
Fine del ricordo, ero troppo piccolo. Non era
quello il mio Mondiale.
Penso alle notti magiche del ’90, quando
tutto sembrava perfetto, agli occhi spiritati
di Schillaci che erano gli occhi dell’Italia
intera. Penso alla delusione di Pasadena,
alle lacrime di Baresi che si mischiavano
alle mie, al sordo rumore della traversa di
Di Biagio, all’arbitro Moreno e penso che
una serata così l’aspettavo da anni.
Questo era il mio Mondiale. Tu ripeti che ti
senti in gabbia, che hai bisogno di prendere
decisioni sulla tua vita e che non puoi farlo
con me vicino. Di colpo nella tua vita sono
passato da giocatore indispensabile e terzo
portiere relegato in tribuna senza possibilità
di fare niente.
Mi stai lasciando ti dico.
Non stiamo più insieme ti dico.
Annuisci.
Il flusso di emozioni che ho trattenuto da
quando hai iniziato a parlare scoppia in un
singhiozzo irrefrenabile.
Pirlo batte il corner, Materazzi svetta: 1-1.
Il cortile si anima, prende vita. Urla, schiamazzi e pugni che battono sui tavoli si confondono con il mio singhiozzo. I miei occhi
umidi intravedono gli azzurri abbracciarsi.
Era il mio Mondiale. Era il nostro
Mondiale.
Andiamo avanti e parliamo, parliamo,
ricordiamo e ricordiamo. E gli azzurri si
difendono, Buf fon compie miracoli e
Cannavaro azzanna le caviglie.
Nessuno dei due veramente capisce perché
sta succedendo, ma sta succedendo.
I francesi spingono, io cerco di farti capire
quanto ti amo, ma la tua difesa è rocciosa,
spigolosa, non lasci varchi. Attacco e mi
ritraggo, non c’è niente da fare.
Il risultato è scritto. Noi non ci giocheremo
tutto ai rigori.
Ti alzi in piedi sul divano e mi abbracci, il
tuo morbido viso si appoggia al mio e ti lasci
andare totalmente su di me. Ci abbandoniamo in un pianto disperato che ha il salato
sapore dell’addio.
Il mio corpo ti sorregge. Per l’ultima volta.
Volto le spalle al televisore e a te.
Esco senza voltarmi per non guardare
un’ultima volta i tuoi occhi azzurri inondati di lacrime.
Esco e mi accoglie una città a tinte azzurre
e tricolori e i tuoi occhi sono lì, in quelle
maglie piene di gioia.
Esco, me ne vado.
Caressa urla: “Abbiamo vinto tutti stasera!”.
L’unico a non aver vinto sono io.
Pier Paolo Pasolini diceva:
“Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio
per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato”
raiettoria magica. Ad effetto. Una virgola. Lui l’aveva messa lì, nel romanzo
della Partita, come fosse la cosa più
importante. Ma in fondo cosa vuoi che possa
fare una virgola? Una virgola, nella grande
sintassi di una partita. Una virgola è insignificante, direte. Il significato di una gara non
può cambiare per una virgola. Se ne vedono
tante per il campo. C’è tanta prosa in una
partita e poca poesia: passaggi laterali, scivolate, appoggi banali in disimpegno, rinvii
sbilenchi, colpi di testa e altro; fra le tante
parole, belle e meno belle, di una gara, una
virgola non può molto. Ebbene quella virgola per Lui significava tutto. Era uno fissato
con la punteggiatura. Lui utilizzava le virgole per trasformare la prosa di una partita in
pura poesia. Quando gli sembrava che il linguaggio non fosse fluido e sciolto come
doveva, quando le parole languivano, quando nella trama affioravano gli strafalcioni di
poetastri credutisi poeti, Lui si stancava e
modificava lo stile di gioco, inventando
nuove costruzioni sintattiche. Si affidava
quasi sempre alle virgole per farlo. Alcune
erano lunghissime: sembravano insensate
T
sul campo di gioco, quelle virgole di lunga
gittata, ma non era un semplice tentativo
avanguardista, come quello di un futurista.
Quelle virgole impreziosivano frasi che avevano poco da dire. La pausa-virgola dava
loro un momento di sospensione, che finiva
in un’esplosione di effetti speciali. L’effetto.
Era quello a dar luogo alle virgole.
Ma torniamo alla virgola della Partita. Aveva
aspettato il momento propizio per piazzarla:
avrebbe cambiato il corso della gara e reso il
tutto meno prosaico. La traiettoria di quella
palla avrebbe stravolto le leggi fisiche, le
avrebbe piegate al suo volere, avrebbe
sedotto il vento blandendolo, circuito l’aria
chiedendole sostegno: voleva farsi portare
dove Lui le aveva detto di andare. Un appoggio morale e fisico estorto agli elementi, per
compiere il suo destino di palla ad effetto,
che l’avrebbe condotta al termine di un viaggio chiamato tiro. Sott’effetto di un tocco,
come una frustata che si fa carezza. Il corpo
è piegato all’indietro, la maglietta fuori dai
pantaloncini, sembra quasi fregarsene di
fare la cosa giusta con quella punizione spostata sulla parte sinistra dell’area, quella che
presta il fianco al colpo di destro interno, ad
effetto. Una virgola, come una foglia morta.
E per fortuna quel giorno c’è una telecamera che inquadra alle spalle il poeta nel suo
atto creativo. Il pallone si alza, va molto in
alto, più di quanto non gli serva per superare la barriera: sono in molti a pensare che
quella virgola non c’entri molto con quello a
cui il poeta li ha abituati. La palla sale ancora
e sembra destinata ad andare sopra la traversa, in direzione centrale. Ma ecco che
finisce l’ascesa, la palla sembra vogliosa di
consegnarsi alla legge di gravità. Si abbassa
repentinamente e gira, verso sinistra per chi
guarda da quella preziosa inquadratura da
dietro. Sembra impossibile che questa virgola riesca bene, ma ecco che si abbassa
ancora, gira, e va a concludere la sua traiettoria in porta, nemmeno tanto alta, a sinistra.
La rete è gravida e stempera l’effetto della
palla. Il portiere è Tancredi e rimane impietrito. Lo stadio è l’Olimpico e rimane mezzo
muto. L’anno è il 1983 e la Roma vince
comunque lo scudetto. Lui è Platini e forse
non è mai stato tanto giusto chiamare “punizione” un tiro.
Mr. TenniS
Manuela Piemonte
è ancora il cartello di legno dipinto a
mano, sei lettere colorate, un tempo.
Ora sono sbiadite e spente. Mi piacerebbe che qualcuno venisse qui e
lo staccasse, quel cartello, l’unica cosa che
ricorda a tutti lo scopo per il quale sono stato
costruito, ormai più di quarant’anni fa: ero
un centro sportivo, un grande centro, per i
miei tempi, quattro campi da tennis, due sintetici, due in terra battuta, niente erba, perché qui in campagna, poco fuori Milano, di
erba ce n’era già troppa e a nessuno veniva
in mente di giocare sull’erba, era roba da
morti di fame. Il sintetico sì, era passabile,
ma solo per questioni di gara. In fondo i tennisti che lo usavano temevano di confondersi con i dilettanti, quelli dei condomini residenziali con tennis e piscina dove chiunque,
dai proprietari agli inquilini, poteva mettersi
a giocare, magari pure con una racchetta
sgangherata, pagata venticinquemila lire in
offerta al supermercato.
Invece la terra battuta, beh, era tutta un’altra
storia. Glielo leggevo negli occhi, dal più piccolo dei principianti fino al presidente: per
tutti loro la terra battuta era il Tennis, perché
dopo aver giocato lì la terra li seguiva, come
li seguiva la loro passione ardente e restava
con loro tutto il giorno, sulle scarpe, le mani
e gli abiti, nonostante la doccia, sempre
attaccata addosso da mattino a sera.
Ne è rimasta un po’, di terra, qui tra i metri
quadrati che formano il mio corpo stanco e
anziano. La si può trovare ben nascosta sotto
gli strati di arbusti che, anno dopo anno,
sono riusciti a espandersi in ogni direzione,
mentre aspettavo di sapere quale sarebbe
stato il mio destino. All’inizio è stato con i
corsi. Hanno smesso di fare i corsi di tennis.
Allora ho capito che mi avviavo verso la pensione. A differenza degli esseri umani, che
quando vanno in pensione diventano nonni e
passano tanto tempo con i bambini, io li ho
visti sparire tutti da un giorno all’altro, quei
piccoli esseri umani, e non mi è rimasto che
tendere l’orecchio verso il cielo per cogliere
ancora qualcuna delle loro risate cristalline,
qualche pianto, qualche gridolino di soddisfazione che gli scappa se riescono ad acciuf-
C’
***
Dopo aver giocato lì la terra
li seguiva, come li seguiva
la loro passione ardente
e restava con loro tutto il giorno,
sulle scarpe, le mani e gli abiti,
nonostante la doccia,
sempre attaccata addosso
***
fare la coda di una lucertola.
Dopo i bambini, però, se ne sono andati
anche i grandi. Hanno smesso di allenarsi
sui miei campi. Eppure io ci speravo ancora.
La mia bella insegna dipinta a mano lo diceva, del resto, Mr. Tennis: un nome, una
garanzia. Qualche bambino ogni tanto, allora, riuscivo ancora a vederlo, ma solo perché
entrava qui per andare al bar a prendere il
gelato, il Liquirone o qualche altra porcheria
che a loro piace tanto. Ero l’unico bar della
zona. L’altro, il bar dell’oratorio, distava dieci
minuti a piedi. I bambini evitavano di andarci perché temevano che se ci avessero comprato troppi gelati o caramelle, prima o poi il
prete di turno li avrebbe costretti a confessare tutti i loro peccati di gola. Senza i corsi
e i tennisti, però, il bar perse pian piano gran
parte dei suoi clienti. Alla fine chiusero
anche lui, insieme ai miei cancelli. Un lucchetto al locale delle caldaie. Un lucchetto
agli spogliatoi maschili, un lucchetto agli
spogliatoi femminili e poi un altro all’ingresso, un catenaccio grande così, che non si può
spezzare neanche con un’ascia e ormai,
quindici anni dopo, è tutto arrugginito. E
sono andato in pensione. Mi hanno lasciato
con i miei ricordi. Non è così che capita agli
anziani? Questo mi hanno fatto, gli esseri
umani. Finché gli portavo tanti soldi mi
hanno tenuto vivo, mi hanno curato e parlavano a tutti, i proprietari, parlavano di me e
dei miei quattro campi da tennis, due sintetici e due in terra battuta, dove avevano mosso
i loro primi passi tanti campioni. E poi basta.
Mi hanno dimenticato.
Ogni tanto qualcuno viene a trovarmi, però,
e questa è una consolazione. Viene una
ragazzina, una che per il tennis era proprio
negata e dopo un anno di corso è andata a
giocare a pallavolo. Lei ci era cresciuta, qui
dentro, perché suo padre la portava a vedere le partite. Un giorno, due anni fa, ha scoperto un buco nella recinzione e siccome è
alta ma è anche magra e sottile, è riuscita a
passarci. Una volta ha portato anche il suo
cane. Era molto triste vedendo come mi
sono ridotto. Ho provato un po’ di vergogna.
Lei ha attraversato il cortile fino a dove una
volta c’era il bar. Ora il locale è vuoto, niente
più Liquirone, gelati, patatine, Gatorade. Si
sono portati via anche l’arredamento e al suo
posto qualcuno ci ha trascinato i pezzi di una
vecchia cucina degli anni Sessanta, tutta
azzurra che mi fa quasi sentire come se fossi
all’ospedale. Magari. Lì almeno qualcuno si
prenderebbe cura di me. Ma non esistono
ospedali per i centri sportivi abbandonati. La
ragazza quel giorno ha sospirato. Poi si è
girata verso la bacheca, un rettangolo di
legno dove una mano aveva inciso la frase
“orari dei corsi”. Ora al posto degli orari c’è
il disegno a bomboletta spray di un cazzo
nero, lo stesso ripetuto sulle porte degli spogliatoi e sui muri che confinano con la piscina comunale. Prima o poi mi abbatteranno,
dice la ragazza, e al mio posto tireranno su
un paio di palazzi. Prima o poi succederà.
Per questo ogni tanto lei torna a trovarmi.
Sono l’unico posto dove riesce ancora a
ricordare la sua infanzia. Le domeniche con
il sole e la mamma che dal condominio qui di
fronte la mandava a comprare lo zuccotto al
bar del tennis, perché arrivavano i nonni a
pranzo e non avevano nulla da offrirgli per
dessert. E i sabati di primavera, con suo
padre appena trentenne che la portava lì per
giocare, mentre lui scaricava lo stress di una
settimana di lavoro sfidando qualche amico
fino all’ultimo match. Lei viene qui a cercare
quei momenti che se ne sono andati e io vorrei tanto abbracciarla, dirle che li ricordo, li
ricordo bene, dirle che non deve preoccuparsi perché andrà tutto per il meglio, dirglielo sussurrando, come fanno i nonni con i
loro nipotini, anche se sanno che non è vero.
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Nuoto sincronizzato_Alice Spadaro
Orlando Dandelli
Alessandro Giuffrida _Autore Subway-Letteratura 2010_Cronache del post-licenziamento_Premio Speciale città di Milano
«Scompare “Soffione” Dandelli, l’uomo che danzava nel cielo»
Un satellite lo individua nella stratosfera e ne conferma la tragica sorte
difficili esordi, i duri allenamenti
in strutture cadenti. Poi, l’improvvisa fama. Il sogno americano, l’Italia che ce la fa. E, ieri, la
drammatica e prematura scomparsa
di una delle figure più importanti
dell’icaristica mondiale: Orlando
Dandelli ha spiccato il volo all’inizio
del secondo tempo della finale di stagione contro i Boston Sparrows, ha
superato la linea zenitale e non è più
tornato giù.
do un’altra famosa tecnica. Lui semplicemente si staccava da terra, e a
quel punto a noi bastava imitarlo”.
Senza parole invece Mike Powers, il
guru americano del volavolo, che
per caso nota il giovane Orlando
durante una vacanza sulle spiagge
della riviera romagnola e lo vuole
portare con sé negli States. Da quel
momento, nient’altro che fama e gloria per il ragazzone lombardo dalla
faccia pulita, che però rimane sempre umile e con la testa sulle spalle.
Sette grandi stagioni e un’enorme
rivoluzione culturale che si è diffusa
a macchia d’olio in tutto il vecchio
continente: migliaia di giovani
vogliono seguire il suo esempio, e
migliaia di genitori cercano di evitare che i figli scappino dalle finestre.
I
Nato ventisette anni fa a Busto
Bustrasco (MI), si accorge fin dall’infanzia di non poter competere
con i coetanei sul campetto di calcio
dell’oratorio, visto che fatica a tenere
i piedi ancorati al suolo. Già allora
sogna le stelle del volavolo d’oltreoceano, i balzi da trecento metri, i
decapunti e le giocate spettacolari. Il
padre, un operaio, sacrifica tempo e
denaro per far sbocciare quel talento
innato. Affronta le avversità di uno
sport che, una ventina di anni fa, era
quasi del tutto sconosciuto, se non
guardato con sospetto da molti
(bando alle ipocrisie, noi compresi:
chi credeva che le persone potessero veramente volare?). Ogni fine settimana, un viaggio di centinaia di
chilometri per raggiungere altri giovani appassionati come lui, ritrovi
quasi segreti in palazzetti abbandonati, con una rete di salvataggio tesa
alla buona tra i quattro angoli del
campo.
“Era di un altro livello”, ricorda
Emilio Andurzi, anche lui in mezzo a
quei ragazzi e ora militante in Prima
Divisione, tra i primi a esprimere le
sue condoglianze. “Il decollo era
sempre la parte più difficile. C’era
chi provava il metodo Peter Pan, ma
esagerava con i pensieri felici e si
ritrovava a rotolare a mezz’aria piegato dalle risate, c’era chi provava a
gettarsi al suolo e mancarlo, secon-
Un grande orgoglio per l’Italia, testimoniato dalle parole pronunciate
durante la cerimonia in suo onore
dal Ministro delle Rimanenze, non
più
di
due
settimane
fa:
“Consideriamo Dandelli un vessillo
dell’italianità, un brand forte che rappresenta la genuinità e la qualità dei
nostri prodotti in ambito internazionale”. Orlando, che viveva negli Stati
Uniti da sette anni (senza però
dimenticare mai le pappardelle del
giovedì della mamma), sfortunatamente non aveva potuto presenziare
all’evento.
E poco ci importa di certo gossip
maligno spuntato fuori nell’ultimo
periodo, foto che lo vedrebbero
ritratto in sfrenati festini ad alta
quota, e altrettanto poco delle accuse di evasione fiscale, di fronte a cui
si è sempre dichiarato innocente.
Orlando Dandelli oggi è una stella
tra le stelle, e non possiamo che citare le sue parole più famose: “Quando
volo sono, cioè, in pace”.
Volano_Marina Scognamiglio_Xilografia
Addio Orlando, ora sei in pace.
SUBSPORT2010:-
12-07-2010
18:33
Pagina 12
Ivan Benassi aveva ragione
.12
Antonio Cennamo
21 Maggio 2010. Ore 18.30. È la
vigilia della partita più importante
della competizione più importante
nella stagione più importante
dell’Inter. E di chi la segue da 25
anni, come me. Noi del volo per
Madrid ci riconosciamo dallo
sguardo da undicenne in finale di
Champions.
21 Maggio 2010. Ore 19.05. Una
hostess lascia sciaguratamente trapelare voci di cancellazione del
volo. Delirio. Intimidazioni al personale EasyJet. Si parte, non si
parte, il vettore è partito, no non lo
è. Sì è partito ma non è in volo, il
vettore è nel Triangolo delle
Bermuda.
Tiro fuori l’amuleto: maglia dello
Zio Bergomi con lo sponsor Fitgar.
Commozione
generale.
Celebriamo l’alto medioevo calcistico degli anni ’90 e, ricordando
con affetto Hodgson, le SS (Seno e
Shalimov) e altri incubi, superiamo
anche questa: partiamo e atterriamo a Madrid alle 4.00 am.
Mi sveglio deciso come un serial
killer. In testa un obiettivo: entrare
al Bernabeu. Sulle spalle una
maglia: quella dello Zio. Esco e un
bambino mi indica, io penso:
“Sììì... IO sono interista e sono in
finale! Mentre TU e Cristiano
Ronaldo andate a raccogliere la
cicoria!”, ma mi limito a sorridere.
È chiaro come la Ferrarelle: la libe-
Rugby_Nicola Ballarini
ralizzazione ha eliminato tutti i
monopoli tranne il bagarinaggio ai
napoletani. Inizio una trattativa serratissima. Provo a impressionarli
con l’ars oratoria. Loro sticazzi.
Vado di psicologia: mi avvicino,
chiedo il prezzo e rifiuto per demoralizzarli. Loro sticazzi. Fondo una
società di ticket-hunters. Quando
siamo diventati quattro, lancio
un’OPA verso i bagarini. Loro sempre sticazzi. Davanti al loro sticazzismo vado in giro in attesa che i
prezzi scendano. Così, mentre la
maglia dello Zio fuori al Bernabeu
riscuote più successo di Mario
Merola a Napoli, la mia strategia
speculativa dà i suoi frutti: raggiungo un accordo a 500 euro.
Penso. 500 euro per 90 minuti. 5
euro e 50 centesimi al minuto. Se
Materazzi si butta a terra, mi deve
20 euro. È tantissimo. Ed è immorale. Lo so. È contro i miei principi.
Lo so. Lo so. Sapete che vi dico?
Non cacate il cazzo! Lo prendo. E
la tua teoria di non alimentare tali
fenomeni? Non cacate il cazzo! E la
storia del budget massimo? Ho
detto non cacate il cazzo! Obiettivo
raggiunto.
In tasca ho un biglietto per il settore
4: tettoia Business Class. Nel portafogli ho il vuoto lasciato dai 500
euro per cui mi sembra già tanto
non sedermi in panchina con
Mourinho: dribblo l’addetto alla
sicurezza come Roby Baggio contro
Bodo Illgner e m’infilo nel settore 3.
Inizia la cerimonia d’apertura:
immaginate migliaia di persone
con una sete atavica che hanno
attraversato il deserto degli anni
’90 per arrivare fino all’acqua sorgiva, e cosa fai? Gli proponi un
quarto d’ora di flamenco con geisha andaluse? Ma chi ha organizzato ‘sta partita, Carrie di Sex &
The City?
Le squadre entrano in campo. Ora
dovete sapere che io e Javier
Zanetti ci siamo conosciuti il 25
Settembre 1995 al San Paolo di
Napoli. Ho un biglietto con il suo
autografo come souvenir che varrebbe oro se non ci fosse anche
quello di Centofanti. Per questo
Javier mi riconosce ed io gli dico:
“Savè (sì, siamo in confidenza) ci
conosciamo da quando Sneijder correva tra i tulipani e Balotelli veniva
preso a calci all’asilo... Sono qui, ho
fatto quello che potevo, manca solo
che gioco al posto di Chivu: vincete
’sta coppa!”. Lui mi guarda come il
capitano che non tiene mai paura,
e la partita inizia. Dieci minuti e mi
pento di non giocare davvero al
posto di Chivu. Robben lo sta umiliando. Io entro in apnea. Sto per
battere il record di Maiorca quando Milito chiude un triangolo con
Sneijder e io riempio i polmoni d’aria per urlare. Trepassaggintaport
e stiamo vincendo la finale di
Champions.
Nell’inter vallo sono distribuite
delle bandierine. Ignorando le
nozioni base di psicologia inversa,
si raccomandano vivamente di non
aprirle prima del 2° tempo con il
risultato di avere un bellissimo
sventolio nerazzurro mentre
Samuel è al cesso.
Inizia la ripresa. Pochi minuti e
Mueller si mangia un gol. I nostri
tormenti riaffiorano. Sento la vocina interna allevata da anni di sconfitte memorabili. Lo sai che siete già
riusciti a perdere partite come questa, vero? Karel, cazzo dici? Non
bluffare, vincevate anche quella
volta col Bayern. Ricordi? Berti correva e tu ti avvicinavi alla TV a ogni
sua falcata. Sì, ma erano gli ottavi.
Questa è una finale. Allora ti ricordo
una finale con un’altra tedesca, lo
Schalke04. Sbagliato, vincemmo.
Segnò la nonna: Wim Jonk. Tu ti
sbagli, quella era con il Salisburgo.
Con lo Schalke apparaste le figure di
merda. Wilmots. Vaffanculo. Su,
non fare cosi, ci conosciamo da una
vita. (Sogghigno). Vai a fare in culo.
(Risata sarcastica). Lo vedi? Mi
costringi: “ei fu, siccome immobile,
dato il mortal sospiro...”.
Il dialogo è interrotto quando la
palla arriva al Principe che non
canta con Pupo. Solo, davanti alla
difesa, temporeggia come Fabio
Massimo, manda Van Buyten a
prendere il latte come Gianni
Morandi ed è sempre solo, ma
davanti al portiere. Allora avverte
uno strano calore sul piede destro,
ma non ci fa troppo caso, e ci fa
urlare. Tutti, ma proprio tutti, tranne la mia vocina, che si zittisce.
Triplice fischio finale. Triplice titulo (ormai la U è sdoganata). Tris,
tripletta,
triplete,
hattrick:
Internazionale, davvero. Zanetti
con la coppa è roba degna di un
romanzo di Dick. Magic Mouments ci passa a salutare. Il suo
futuro è un dettaglio in una storia
così. Io m’incateno alle gradinate
finché non passa il custode: “Señor,
tenemos que cerrar...”.
Mentre mi allontano, vedo piccoli
tifosi che non dovranno patire un
quarto di secolo prima di vincere
la Coppa Campioni e ricordo di
quando, bambino, ho disegnato
Matthaus che la alzava. Mia
mamma aveva la sana abitudine di
conservare i miei disegni, quello
ormai avrà più di 20 anni, chissà se
ce l’ha ancora...
“Credo che un’Inter come quella di
Corso, Mazzola e Suarez non ci
sarà mai più, ma non è detto che
non ce ne saranno altre belle in
maniera diversa”.
Ivan Benassi in RadioFreccia di
Luciano Ligabue,
Emozioni
e applicazioni
razionali del rugby
Davide Federici
a cosa più emozionante per me era prima della partita... quanto mi manca! A tal proposito
segnalo un bellissimo cortometraggio francese Comme un seul homme (Come un solo uomo)
vincitore al Festival Cinematografico di Torino di qualche anno fa: un prepartita in uno spogliatoio di una squadra di rugby francese che finisce al fischio d’inizio dell'arbitro.
Personalmente, quando giocavamo in casa, mi cambiavo nel secondo attaccapanni di sinistra, mi
massaggiavo piedi, caviglie e gambe con costume da bagno, onde evitare irritazioni in caso di
pisciata, poi mettevo calze e scarpe, mi facevo massaggiare schiena e collo da “Budin”, compagno di ruolo, mi mettevo la maglia, per ultimi i pantaloncini, poi tutti in cerchio a contare fino a
10 e uscivo secondo della fila dopo il capitano. Una buona abitudine durata circa 20 anni.
Poi il fischio dell’arbitro e via a correre dietro ad un sogno di vento, con serietà, applicazione,
metodo, tecnica, capacità, forza, tenacia, mobilità, fantasia, emozione. Gruppo di amici per la
pelle democratico e schietto, così diversi l'uno dall'altro e così “uniti come un sol uomo”.
Finalmente il rugby è uscito dagli angusti confini prettamente amatoriali e, oltre ad aver conquistato un posto di meritato prim’ordine nei palinsesti delle televisioni sportive nazionali, è diventato materia di più ampio respiro. Molte tematiche legate all’agire in team vengono filtrate attraverso
il punto di vista rugbistico a partire dal lavoro in azienda.
Parlando di lavoro di squadra, diventato oggi uno dei temi principali della cultura d’impresa, il
pensiero va, per analogia, immediatamente al rugby, in quanto la palla ovale è, a mio parere, la
metafora più appropriata e calzante per esprimere l’appartenenza ad un gruppo, l’emozione di
collaborare con i compagni di squadra e il fascino di sentirsi “fratelli per forza”.
C’è chi definisce il rugby una partita a scacchi giocata sull’erba, c’è chi afferma che è il modo
migliore per tenere trenta “energumeni” lontano dal centro della città il sabato pomeriggio, per
Alessandro Baricco “qualsiasi partita di rugby è una partita di calcio che va fuori di testa. Con
ordinata e feroce follia”, per noi rappresenta la passione di uno sport in cui novelli gladiatori rin-
L
corrono il sogno rappresentato da un “sacco pieno di vento” e da una linea oltre la quale posarlo, uniti, insieme, all’unanimità, d’accordo... come quando le diverse professionalità e funzioni si
impegnano congiuntamente per lo sviluppo di un progetto imprenditoriale e lavorativo.
La palla ovale è, infatti, lo sport di squadra per antonomasia anche per una componente che va
oltre le tattiche di gioco: l’integrità fisica del singolo dipende dal gruppo. Se sei abbandonato dai
compagni nell’affrontare una maul o non supporti un giocatore della tua squadra in una ruck non
otterrai l’avanzamento e il possesso dell’ovale ma anche rischierai. Il docente e sociologo
Domenico De Masi afferma che: “Ormai si crea quasi tutto sempre in gruppo. Non più un’idea
ma le idee creano i progetti, le aziende...”.
Si tratta della giusta evoluzione di uno sport che detiene ancora una serie di valori morali e regole comportamentali che, soprattutto in questa società, possono essere assai utili come antidoti all’egoismo e al forzato soggettivismo.
Il ricordo personale, però, è quello più semplice e minimalista fatto di tecnica, agonismo, rapporti umani e odore di canfora.
Tralasciando gli aspetti più legati al gioco, vorrei descrivere invece la palestra di vita costituita dai
rapporti fra gli atleti che si potevano creare nell’ambito di un così multiforme ensemble umano.
All’interno della squadra militavano insieme “il più ricco” cittadino veneziano, che aveva il privilegio di abitare nell’unica casa che si affaccia sulla Piazza San Marco, e “il più povero”, che viveva con la famiglia in una casa piccolissima nella quale la pavimentazione era stata da poco realizzata secondo i canoni minimi di igiene. Si confrontavano in animate discussioni persone socievolissime con altre timidissime. E molti altri erano gli apparenti contrasti in quell’ambiente che amo
ricordare e definire come “molto democratico”.
Ancora oggi è rassicurante e appassionante frequentare il campo da rugby, uno spazio così formativo e importante nella mia vita, per giochicchiare, ritrovarsi, confrontarsi.
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13-07-2010
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CONCORSI LETTERARI
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Garrincha
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Pugile_Daniele Barillari_”Acquerello” su carta
di Mario Pistacchio
on è uno
sport
per
vecchi.
Tutto questo correre, correre, correre, sopra e sotto su
una striscia di
verde lunga cento
lunghissimi metri.
Finché il cuore
scoppia, i polmoni
le
bruciano,
gambe induriscono, i capelli fradici
si attaccano alla
fronte. Correre,
perché c’è quel pallone che arriva,
spazzato dalla difesa, nella terra di
nessuno della tua
tre quarti.
Non ci stai nemmeno a pensare.
I novanta minuti stanno sgocciolando
gli ultimi secondi, e ti butti su quel pallone. Dentro ti è scattato qualcosa, perché sei un’ala destra dai piedi buoni e
dolci, hai il numero sette sulla schiena,
e vivi di istinto e follia. Nessuno se l’aspetta, a parte il pallone, che viene
come se sapesse quello che deve succedere. Lo stoppi a seguire, controlli di
punta e corri. La gente sugli spalti
resta seduta, ma dopo che hai saltato il
primo centrocampista si alza. Davanti
a te ci sono settanta metri, fatti di
gambe, piedi, una lunga linea bianca.
E in fondo a tutto, il capolinea. Ti
allarghi, perché l’ala gioca sempre a
un passo dall’orlo.
Il pallone è attaccato agli scarpini e lo
accarezzo come si fa con una donna che
vuoi tenerti vicina, una che deve fare
ancora un altro metro insieme a te.
Correre e dribblare, mentre lo fai senti
che in quel momento ogni cosa si illumina. È il vento che ti spinge laggiù, al
limite dell’area, e tutto ti ha portato
qui. Tutto quello che è stato: ogni giorno vissuto, la fame, la poliomelite che ti
ha lasciato magro, storto, con una
gamba più corta dell’altra e pochi denti
in bocca, tirandoti fuori gli zigomi
dalla faccia, infossandoti per sempre gli
occhi in un’espressione acquosa da
codardo, quel tuo sembrare un morto
che cammina, un morto stanco di ogni
passo, tutte le volte che ti hanno preso
in giro, senza baciarti nemmeno su
una guancia, tutte le volte che ti sei sentito ultimo, tutti i giorni passati fino a
quando non ha cominciato a correre
sulla fascia destra senza che nessuno
potesse fermarti, tutto ti ha portato qui.
Finta da gamba corta e matta, tunnel,
scatto, terzino impietrito che resta dietro. I ragazzi più grandi dicevano che
ero troppo basso, troppo magro, troppo
piccolo per stare in mezzo. Il mister che
avevo il migliore piede che avesse mai
visto. Io non parlavo molto e quello che
dicevo era soltanto un altro modo per
stare zitto.
Adesso il pallone mi balla tra i piedi.
Nessuno lo sa, ma lui resta fermo mentre gli ballo intorno. Se per un attimo
lo guardassero, invece di seguire le mie
gambe, capirebbero. Ma il tempo l’ho
sempre rubato e non l’ho mai dato a
nessuno. Punto l’avversario che indietreggia, lo punto fino a quando non si
sbilancia e passo alle sue spalle nel
momento preciso in cui si chiede cosa
stia succedendo.
Sei così bravo e veloce che pensi di
poter dribblare il mondo intero. Un
giorno alla volta, una persona alla
volta, un problema alla volta.
N
Puntarli, farli sedere, saltarli. Lo
pensi, ne sei convinto, ed è così fino
a quando il ginocchio regge. Gli stai
chiedendo troppo e
non lo sai. Non ti
importa. È una
vita che fai quello
che tutti dicevano
non avresti mai
potuto
fare.
Consumi cartilagini, tendini, sprechi
fiato, e c’è sempre
un altro difensore
da saltare. La
fascia non finisce
mai, ti si srotola
sotto i piedi, e allora vai avanti.
Accentrati, spingi il pallone di esterno
a piccoli tocchi, nascondilo, fatti mordere le caviglie, ma non cadere.
Continua a tenere la testa alta.
Mi infilo tra due difensori, nello spiraglio, nel varco, in una strettoia di infinito. Il pubblico ruggisce, il portiere è
già battuto anche se non lo sa ancora.
Esce a valanga, tocco sotto.
A volte il tempo si ferma. Un pezzo di
tempo che non ha più padrone, non
appartiene a nessuno, è solo tempo,
fermo, sospeso. Quanto dura, quanto ci
vuole perché il pallone descriva la sua
traiettoria morbida, passi a un soffio
dalle dita tese del portiere, lo superi, e
rotoli lento, dolce, perfetto verso la
porta alle sue spalle? È come chiedersi
quanto durano i sogni, per quelli che
sognano.
Bevo un goccio ancora, sulla linea di
bordo campo, un bel sorso di passato.
L’erba è morbida, pettinata bene,
verde, grassa. Fruscia sotto le scarpe.
Dove sono andati tutti? Spalti vuoti,
panchine vuote, l’inserviente negli spogliatoi, lo speaker muto. Riflettori spenti, vento leggero, silenzio. Quanti anni
sono passati? Se chiudo gli occhi il
tempo ritorna. Se chiudo gli occhi sorrido. Il ragazzino che mi sta guardando è figlio del sogno, o forse è uno dei
miei troppi figli che non vedo mai.
“Tu sei...”, dice.
“No, non sono io”.
Si avvicina. Un goccio ancora. Fammi
vedere come si fa, continua, e rotola il
pallone come la macina del tempo.
Corri, dico, corri ragazzo. Caricati il
mondo sulle spalle e corri. Lui scatta e
si allontana. Corre come si corre soltanto da ragazzi, bruciando tutto subito. Corre per arrivare da qualche
parte, e lì girarsi, cercarmi, alzare il
mento. Gli tiro il pallone, e in quel
cross c’è tutto, ogni finale, ogni partita,
ogni giorno, ogni passo verso l’inferno.
Solitudine e ricordi. Tirare per tirare a
campare. Perché anche se il tuo
soprannome somiglia a un uccello piccolo che vive poco e canta molto, anche
se a correre non ce la fai più, la magia
è sempre quella, il tocco intatto.
Mi giro. Esco dal campo. A me che non
mi hanno mai sostituito ci ha pensato
la vita a chiamarmi fuori. O forse ho
fatto tutto da solo. Mi giro e cammino
storto, passi da gamba più corta, da
liquore da due soldi. Non guardo il
ragazzino che colpisce il pallone di
collo pieno, al volo, da trenta metri.
Non lo guardo chiudere gli occhi e sperare che il pallone conosca la strada e
vada dove deve. No. Passando si passa,
vivendo si muore, e vecchiaia è straniera agli occhi dei piccoli.
il Pugile
Marcellino Iovino
Autore Subway-Letteratura 2009_Il testamento di Borges_Premio IULM Under 19
tasera una grande ansia
mi assale. Tuttavia non
sono solo: tutto il paese
muore dall’attesa. Stasera
Alberto, il nostro Alberto, sfiderà Patrizio Casiraghi per portargli via il titolo italiano dei
pesi medi dilettanti. Il sindaco
ha fatto installare uno schermo
gigante nella piazza del paese
affinché tutti possano seguire
l’incontro. La piazza è affollatissima e io riesco a trovare una
sedia per pura fortuna. Gli altri,
quelli che le sedie non le hanno
trovate, vanno a casa a prenderne. Il farmacista da casa ha
portato un intero divano. “Che
volete? Amo la comodità”, ha
commentato. Verso le nove, tra
battute e opinioni tecniche
alquanto azzardate, l’incontro
comincia.
S
Conobbi Alberto pressappoco
dodici anni fa. Avevo dieci anni
allora, e i miei genitori decisero
che dovevo iniziare a praticare
qualche sport. Scelsi lo sport
dei guantoni, prima nella forma
del kick-boxing, poi nella forma
del pugilato vero e proprio.
Non so perché scelsi proprio
questo sport, forse perché dalle
nostre parti è molto praticato,
forse semplicemente perché ho
sempre odiato il calcio. Ricordo
ancora la disposizione dei turni
degli allenamenti: dalle cinque
alle sei i ragazzi fino a dieci
anni, dalle sei alle sette i ragazzi fino a tredici anni, dalle sette
alle otto i ragazzi fino a sedici
anni e via dicendo fino ad arrivare agli adulti. Una cosa curiosa: maschi e femmine si allenavano insieme. Ecco il motivo
per cui sono nati molti amori in
quella palestra.
Un giorno avevamo finito l’allenamento e stavamo scherzando
negli spogliatoi, quando dal
piano superiore udimmo il forte
rumore del battere di colpi violenti. Corremmo di sopra e lo
vedemmo per la prima volta: era
lui, era Alberto. Colpiva il sacco
con una forza tale da sembrare
che la sua energia, una volta
colpito il sacco, si disperdesse
nell’aria e potesse essere percepita. Aveva solo dodici anni allora, ma sembrava un pugile
molto più esperto. Ogni volta da
quel giorno, finito l’allenamento, salivamo al piano di sopra
per vederlo allenarsi e combattere. Presto lo si dovette spostare nel turno con i ragazzi più
grandi di lui.
Aveva un modo di boxare molto
strano: schiena curva, sguardo
impassibile e fisso, batteva le
mani prima di ogni incontro, un
po’ per provocare l’avversario,
un po’ per darsi un ritmo, ad
ogni colpo emetteva un sibilo.
Sembrava la concentrazione
fatta persona.
“Ragazzi, non saremo mai come
lui. Lui ha la concentrazione”.
“La concentrazione?”.
“Certo. Vedi, è cosi concentrato
che non parla mai”, dissi.
“Stupido, non parla mai perché è
sordomuto”.
Era vero. Alberto, il più forte
pugile che abbia visto combattere dal vivo, è affetto da sordomutismo dalla nascita. Ancora
oggi l’allenatore lo guida con i
gesti. Eppure non so se questo
suo handicap lo abbia reso più
forte o più magnanimo. Ricordo
una volta durante un incontro a
Salerno: con un diretto potentissimo fece volare via il casco protettivo dalla testa del suo avversario, procurandogli una lesione
all’orecchio. Si ritirò dall’incontro. Non voleva combattere con
un avversario che aveva un evidente svantaggio. Due mesi
dopo l’incontro si ripeté e
Alberto lo vinse.
In gergo tecnico Alberto è un
fighter, cioè un pugile che aggredisce, attacca veloce. Ma la parola fighter in inglese vuol dire
anche
combattente.
Ecco
Alberto è un combattente, perché durante la sua vita ha dovuto sempre combattere e vincere
contro qualcosa. Dapprima ha
vinto il suo handicap, poi ha
dovuto combattere contro il
fatto di essere nato in un piccolo
paesino del Sud, dove non c’è
speranza di fare carriera nello
sport. A vent’anni ha lasciato la
nostra terra e si è trasferito a
Perugia.
Sono seguiti due anni di battaglie legali, durante le quali
Alberto non poteva più combattere perché la federazione, data
la sua disabilità, gli aveva negato
la possibilità d’iscrizione alla
prima serie (la massima per un
dilettante).
Il pugilato è qualcosa di innaturale perché si fa sempre tutto al
contrario. Quando vuoi spostarti a sinistra, non fai un passo a
sinistra: spingi sull’alluce
destro. Per spostarti a destra
usi l’alluce sinistro. Invece di
allontanarti dal dolore come
farebbe qualunque persona
sana, gli vai incontro.
Il match è terminato. Alberto
ha vinto. Nella sua vita non è
sfuggito a nulla. È andato sempre incontro ad ogni difficoltà,
ad ogni dolore e ha vinto. Ora il
piccolo paese è in festa, tutti
sembrano impazziti e già pensano alle Olimpiadi. Dallo
schermo gigante si vede
Alberto piegato in due dalla
fatica: ora è il campione italiano
di categoria.
I suoi pugni possono sentirsi
appagati; il suo spirito, come il
nostro, no.
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Calcio_Marina Scognamiglio_Acrilico su carta
IL
RAGAZZO
con
IL
PALLONE
Danila Scarpa
n giallo intenso, i disegni svariati delle
ombre, un mostro, un vaso di fiori, un
viso o qualunque altra forma si decidesse di dare a una nuvola e neanche più
accorgersi di quello zucchero filato che
incombe dall’alto di quella tavola azzurra. Un
giallo intenso a delimitare le pieghe della
maglia di cotone, a scorrere lungo il braccio
tenuto in tensione, ad abbagliare con la regolarità del movimento del corpo sul quale si
riflette, seguendo la caviglia e il solco del calzino che, in una scarpetta bianca, sembra
accompagnare il pallone con la rabbia e la
ragionevolezza con cui un padre schiaffeggia
suo figlio. Un giallo intenso e un puntino in
movimento.
U
Continuava a pensarci, anche molti giorni
dopo aver visto il ragazzo palleggiare vicino al
campo di grano, seguiva la grazia del movimento nella sua testa, mentre con le amiche
pettinava i capelli alle bambole, aveva una
strana attenzione nello sguardo, teneva fissi
gli occhi sulle cose quasi come su di una
superficie magica su cui si sarebbe rivelato il
ragazzo col pallone. Ciò che si prova nel dare
una traiettoria definita a una sfera è simile
allo stato in cui ci si sente quando si è posato
il telefono dopo aver comunicato all’interlocutore qualcosa che si è deciso: una sorta di
calma precisa o, se vogliamo, una precisione
calma, dove non si capisce quale sia il fattore
scatenante, se la calma nasca dalla decisione
presa dentro o dall’averla comunicata e resa
azione; dal dare una traiettoria o un calcio.
La mattina alle sette era già sveglia. Suo
padre era in bagno da qualche minuto e lei
ascoltava lo scrosciare dell’acqua, accompagnato dal suono sordo del rasoio sbattuto
sulla ceramica. Quando toccava finalmente a
lei entrarci era come svegliarsi per la seconda
volta. La luce al neon le sembrava più acce-
cante di un faro puntato in faccia e per qualche minuto restava a fissare in basso l’angolo
sinistro della stanza, come per dormire ancora un po’. Il tempo di bere dalla tazza rossa il
latte caldo e, in breve, erano entrambi fuori
dal nido, nel mondo.
Era stato lui inconsapevolmente, qualche
anno prima, a “regalarle” il calcio. Era successo durante una festa. Lei aveva il broncio
perché tutte le sue richieste, dallo zucchero
filato alla borsetta a brillantini, non erano
state saziate. Camminava attaccata al cotone
blu che vestiva la gamba del padre, nonostante fosse lui la causa della sua collera. Aveva
un forte desiderio di odiarlo ma il timore
della folla, che riempiva la strada sotto le luci
dei festeggiamenti, la spingeva ad averne
bisogno più di quanto lo rinnegasse nell’intimo dei suoi pensieri, là dove la paura non
aveva spazio. Ormai vinta, parte dal sonno
parte dalla vacuità di cui sono carichi i desideri infantili, aveva quasi dimenticato l’accaduto e pensava già ai fuochi d’artificio riflessi
e addolciti dai vetri di casa. In quell’istante un
pallone leggero e arancione le toccò le punte
delle basse scarpe rosa rotolando lentamente. Con un gesto che le sembrò di una naturalezza incantevole, suo padre diede un colpetto alla palla facendola andare in un istante
dal suolo all’altezza della sua testa. Palleggiò
per qualche secondo e calciò il pallone verso
il gruppo di ragazzi che lo avevano perduto.
La velocità con cui lei aveva assaporato quell’atto era almeno dieci volte minore rispetto a
quella con cui l’azione si era realmente svolta.
All’odio per le sue volontà negate si sostituiva
il fascino per l’attenzione che suo padre aveva
posto in quel gesto, il sorriso che per un attimo quella palla gli aveva regalato.
Non era il ragazzo ad attrarla ma ciò che il
ragazzo faceva con tanta naturalezza e libertà.
***
Ciò che si prova nel dare
una traiettoria definita a una sfera
è simile allo stato in cui ci si sente
quando si è posato il telefono
dopo aver comunicato
qualcosa che si è deciso:
una sorta di calma precisa,
o, se vogliamo,
una precisione calma
***
Seduta al suo banco immaginava che lui non
ne avesse uno ma che fosse a tirare calci tra
due zaini che facevano da pali. Mentre studiava lo vedeva correre coi calzoncini bianchi
che faticavano a stargli dietro. Era sul parquet a mettere i piedi dritti per cercare la
posizione che la sua maestra di danza richiedeva e pensava alla gioia, alla spontaneità con
cui quel ragazzo seguiva il pallone perché ne
era innamorato e ne aveva tutti i diritti.
Scorreva in parallelo nei suoi pensieri l’amore per il calcio da parte di lui e il disinteresse
per la danza da parte di lei. A modo suo cercava un contatto con il ragazzo con il pallone.
Lo idealizzava come si fa per una vita intera
con il principe azzurro.
In un autunno caldo ma piovoso uscì di casa
con la sua bicicletta e, appena fuori dal centro, la posò per terra lungo la linea che separa l’asfalto dalla campagna. Lo vide schizzare
acqua dal proprio corpo mentre compiva il
gesto che gli aveva visto fare mesi prima e
che l’aveva spinta lì adesso. Era come allora,
solo i suoi capelli erano piegati dal peso della
pioggia, per il resto lui non pareva sentirla.
Aveva lo stesso sguardo attento, lo stesso
distacco creato da quel divenire finito che
provava facendo ciò che faceva. Sembrava l’unica cosa a muoversi in una pioggia ferma,
come un blocco di creta in cui un dito si
muove lento a disegnare figure. Era la sua
presenza a delimitare i bordi dell’immagine,
non gli alberi, non gli steccati... Era la sua
voglia di calcio quello vero, quello della
gamba e del pallone che si conoscono come
amici fraterni. Quello di giorni e giorni a compiere lo stesso gesto, ogni volta con lo stesso
amore. Era quello che lei leggeva in lui a
creare un’intensità antica, come i palloni di
cuoio marrone cuciti a mano, come il terreno
su cui posavano i piedi di entrambi.
Scambiarono solo le parole necessarie, poi fu
tutto piedi, gambe, lanci, rabbia fatta gesti. Fu
così anche nella vita. La loro vita insieme. Lui
però conosceva soltanto quel linguaggio,
avrebbe potuto scambiarlo con chiunque e
non provava a cercarne un altro più intimo o
più profondo. Lei amava il suo linguaggio ma
le premeva altro. La sua vita le pareva una
continua ricerca e le appariva chiaro il bisogno di quel linguaggio verbale di cui si necessita per capirsi, di tutta la conoscenza che non
può esprimersi soltanto in atto.
Riagganciò il cellulare dopo aver parlato al
suo avvocato e dopo avergli comunicato la
sua decisione. Mentre ripercorreva il passato
provò quella calma precisa, quella precisione
calma dove non si capisce quale sia il fattore
scatenante: la decisione presa dentro o il fatto
di comunicarla e renderla azione. La traiettoria o il calcio.
Una palla rossa arrivò lenta sul suo cammino,
sbattendo sui tacchi delle scarpe nere. Si girò
e vide un bambino biondo attento a guardare
cosa lei avesse intenzione di fare. Fece un
gesto rapido almeno quanto quello di suo
padre e, quando la palla fu all’altezza giusta,
diede un calcio al pallone. Poi sorrise al bambino e continuò per la sua strada.
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12-07-2010
18:36
Pagina 16
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