SUBSPORT2010:- 12-07-2010 18:33 Pagina 1 Con il patrocinio e il contributo di Storie di Sport W W W A cura di Davide Franzini e Oliviero Ponte di Pino MILANO, LUGLIO 2010 . S U B W A Y E D I Z I O N I . C O M Racconti, poesie e immagini per narrare passione, sudore e genio Subway torna a occuparsi di sport. Nel maggio di due anni fa, in occasione dell’infuocato derby Milan-Inter, avevamo tentato l’esperimento di dedicare un numero monografico di Subway Tabloid alla letteratura dello sport (impresa da molti giudicata temeraria). Il successo riscosso dalle 45.000 copie, che andarono a ruba tra i tifosi accorsi allo Stadio Meazza, ci ha convinto che anche in Italia sia possibile far fiorire una letteratura dello sport. Da Irvine Welsh a Nick Hornby, Tim Parks e Morderai Richler, nei paesi anglosassoni, il romanzo sportivo è diventato un genere letterario di successo, capace di narrare aspetti profondi della società, delle trasformazioni culturali e dei conflitti generazionali. Da noi la narrazione dello sport non ha ancora registrato grandi successi. Tornando a sfidare, dopo due anni, lo snobismo di molti letterati nostrani che continuano a venerare una letteratura “alta, algida ed elitaria”, abbiamo voluto proporre una nuova, significativa, galleria di narrazioni e illustrazioni dedicate allo sport. Insieme ad Alan Rizzi, Assessore allo Sport del Comune di Milano, e a Milano Sport, società che gestisce i principali impianti sportivi della città, abbiamo messo a punto un progetto ambizioso per raccontare lo sport ad un vasto pubblico: da luglio a settembre, saranno distribuite gratuitamente 80.000 copie del Tabloid nei luoghi in cui i milanesi praticano lo sport per agonismo o nel tempo libero. Per realizzare questo mosaico di storie, poesie, riflessioni e immagini abbiamo “passato la palla” a scittori già affermati e soprattutto ad autori scoperti da Subway, agli utenti del sito subway-letteratura.org e agli illustratori di Copertine al Tratto. Ne è emerso uno spaccato degli aspetti più importanti e veri del vissuto sportivo, lontano dagli stucchevoli dibattiti televisivi: il punto di vista della letteratura. Augurandomi che questo mio giudizio di parte possa essere condiviso, invito tutti i lettori, anche quelli che non avranno apprezzato il nostro lavoro, a unirsi al dibattito che animeremo sul sito subway-letteratura.org fino al 30 settembre. Per pubblicare riflessioni, critiche, proposte, nuovi racconti o poesie è sufficiente registrarsi (gratuitamente) e inserire il proprio contributo nello spazio riservato ai commenti. Buona lettura! Davide Franz ini Gallo vs Gallo Conflitto generazionale in tre atti di Claudio Moretti PROTAGONISTI Danilo Gallinari e Vittorio Gallinari A PAGINA 3 Un fantino mancato *** di Cosimo Argentina A PAGINA 4 Fuorigioco *** di Rita Parisi A PAGINA 6 L’ultimo fuoricampo *** di Omar di Monopoli L’anticiclone delle Azzorre A PAGINA 7 di Cosimo Calamini Su indicazione dell’autore, il racconto non ha punteggiatura Quando Marcello Sansonetti detto Sansone giocava a calcio dalle tribune partiva spesso un grido “Vai Sansone, sventaglia!” Sì perché la sventagliata con il destro di Sansone era qualcosa che ti lasciava senza fiato Vedevi questo ragazzino di sedici anni tarchiato con le orecchie a sventola e la testa incassata nelle spalle larghe diventare improvvisamente armonico Lui sgraziato nei movimenti consueti dell’esistenza allungava la gamba all’indietro un compasso che pren- Testi inediti inviati dagli utenti del sito e selezionati per il Tabloid deva le misure al campo anzi al mondo intero colpiva col mezzo collo del piede e il pallone finiva esattamente dove voleva lui un metro avanti al compagno che per l’occasione scattava fascia o vie centrali un colibrì e se gli riusciva il primo dribbling il più era fatto senza dubbio gol Gli allievi regionali sono una bella categoria tosta con possibilità di fare i nazionali animosa sfida per Sansone Ma quando gli comunicarono il nome dell’allenatore che avrebbe preso la squadra in mano si sentì un bel magone improvviso nella pancia praticamente un tem- Subway intervista Mirko Paletti, Presidente di Milanosport Abbiamo vinto tutti? Alessandro Secchi pag. 10 Ivan Benassi aveva ragione Antonio Cennamo pag. 12 di una virgola Vincenzo Mascolo pag. 10 Garrincha Mario Pistacchio pag. 14 pag. 10 Il pugile Marcellino Iovino pag. 14 Emozioni e applicazioni razionali del rugby pag. 11 Il ragazzo con il pallone Danila Scarpa pag. 15 A PAGINA 12 Orlando Dandelli Alessandro Giuffrida Alan Rizzi Assessore allo Sport e Tempo Libero del Comune di Milano ilanese, trentasette anni, Alan Rizzi è assessore allo Sport del Comune di Milano dal marzo del 2009, dopo aver ricoperto da consigliere comunale, per due legislature l’incarico di Presidente della commissione Sport e Giovani. Appassionato di sport, anche più di ogni suo predecessore, punta a realizzare molti progetti in città, per rendere gli impianti milanesi più moderni e per riportare Milano al centro dell’attenzione nazionale e internazionale per numero e qualità di eventi sportivi. L’abbiamo incontrato nel suo ufficio, che si affaccia su piazza del Duomo. Per conoscerlo meglio e farci raccontare cosa ha in serbo per gli sportivi della sua città. M CONTINUA A PAG. 5 *** I Racconti di Subway-Letteratura.org Mr. Tennis Manuela Piemonte S ub wa y in te rv ista A PAGINA 4 di Davide Federici porale estivo Antonello Fierro detto il Sergente “Porca miseria il Sergente no” aveva detto a suo padre e non si dava pace Il Sergente era un uomo che quando l’arbitro entrava negli spogliatoi e faceva la chiama e chiedeva se c’erano domande sul regolamento lui alzava il braccio destro si metteva tutto serio e diceva “Io” L’arbitro di solito abituato al silenzio dopo la retorica domanda di rito (chi non conosce il regolamento tra i calciatori?) lo guardava e rispondeva “prego” CONTINUA A PAG. 2 Considerazione di Giorgio Caproni Il sesso. La partita domenicale. La vita così si è risolta. Resta (miseria d’una sorte!) da risolver la morte. LA DOPPIA DI POESIA NELLA PAGINA CENTRALE SUBSPORT2010:- 12-07-2010 18:33 Pagina 2 .2 Cosimo Calamini L’Anticiclone delle Azzorre SEGUE DALLA PRIMA Allora Antonello faceva un passo in avanti si metteva al centro dello spogliatoio e pronunciava la seguente formula “Agonismo tanto, vigliaccheria mai!” Nel dire questa battuta che di solito lasciava nel più totale imbarazzo gli arbitri indecisi se rispondere ridere o imboccare la porta d’uscita Antonello compieva un gesto preciso Tracciava nell’aria con il braccio destro un semicerchio a destra durante le parole “Agonismo tanto” e un semicerchio a sinistra mentre completava la frase I ragazzi di solito lo guardavano con rassegnazione Ma lui non si accorgeva di niente Quelle parole avevano un senso immenso ci credeva erano la sua vita Anni prima Sansone si era allenato qualche volta con la squadra del Sergente e sempre ne era uscito spossato nel fisico e nell’anima Un’ora di corsa continua e poi scatti allunghi ripetute addominali flessioni e mai una mosca che volava mai una battuta Era questo che angosciava il giovane Sansone più della fatica e delle ripetute quel senso di serietà ostentata e forse un po’ ridicola che mozzava il fiato più che cento giri di campo sotto la pioggia battente Quando arrivò il giorno d’inizio della preparazione precampionato Sansone non voleva andare al campo Fu suo padre a convincerlo insistendo con una protervia anche un po’ fastidiosa Il ragazzo si presentò con la borsa fatta dalla mamma Silvana Un’ora di corsa neppure un saluto Poi scatti allunghi e tutto il nefasto repertorio Al terzo giorno non ne poteva più e al quarto con il sorriso sulle labbra figlio di quell’ironia che si portava dentro da sempre disse “Mister ma due tiri in porta no?” Il Sergente lo guardò negli occhi con durezza I compagni si ammutolirono Bastò quello sguardo nessun’altra spiegazione Sansone lasciò il campo entrò nello spogliatoio e si mise a piangere per trenta minuti filati finché le lacrime si confusero con l’acqua della doccia “Ora lo dico a mio padre” pensò ma poi non lo fece tornò a casa e si mise a leggere un libro che parlava dell’anticiclone delle Azzorre la meteorologia era la sua passione “Un giorno andrò proprio alle Azzorre a vedere dove nasce l’Anticiclone” pensava mentre leggeva e riuscì a rilassarsi fino a russare nel letto ancora senza lenzuola Sul Sergente aleggiava un fitto mistero Nessuno sapeva che lavoro facesse se era sposato se avesse figli nessuno osava chiederglielo Era sempre arrivato puntuale agli allenamenti non faceva parola con nessuno Spesso se ne andava senza neppure farsi la doccia mai un sorriso una battuta di scherno un gesto fuori posto Solo col presidente della società lo si vedeva trattenersi in conversazione Parlavano di calcio per lo più dei ragazzi di tattiche del campionato E quel campionato iniziò nel migliore dei modi Il Sergente praticava un quattro tre tre sporco nel senso che aveva affidato la chiave del gioco proprio a Sansone che si muoveva da regista sfalsato decentrato sulla fascia con ottimi e imprevedibili risultati Finirono il girone d’andata in testa Campioni d’inverno ma nessuno osava festeggiare Nonostante la fatua gloria il ragazzo era sempre più tentato di smettere Ci s’era messa anche la scuola di mezzo e una ragazzina un piccolo bignè di nome Laura che mal digeriva i suoi impegni cadenzati da calciatore in erba Gli allenamenti sottraevano energia a tutto Con Laura si mollò nel giro di poco tempo soffrendo per tre giorni più che altro per metabolizzare il sentimento dell’ab- bandono a lui finora sconosciuto Ma la scuola era un problema più serio almeno in apparenza Lui che negli studi aveva sempre eccelso con sommo stupore dei suoi ignorantissimi genitori cominciò a prendere qualche cinque e siccome era molto orgoglioso (in questo sì somigliava a suo padre) non lo poteva tollerare Della sua passione per la meteorologia poi manco a parlarne aveva dovuto accantonarla presto lasciando sopra il comodino il bellissimo libro sull’anticiclone con il segnalibro fermo alla pagina quarantasei “Mister io smetto” disse un giorno Sansone al Sergente che lo guardò col suo solito occhio duro foriero di terrore “Perché?” La scuola, la stanchezza, il tempo libero un sacco di scuse arrecò Sansone per giustificare la sua scelta ma nessuna sembrava far breccia nel cuore del Sergente che invece replicò “Sai cos’è l’anticiclone delle Azzore?” il ragazzo sorpreso e quasi spaventato da quella domanda annuì “Allora sai che ci porta alta pressione per tutta l’estate, se va via arriva il freddo e a nessuno piace il freddo d’estate, no?” “No mister” “Tu fai salire la pressione della squadra Sansonetti e io amo l’anticiclone” detto questo se ne andò e Sansone a ripensare a quelle parole estemporanee confuse e misteriose ci perse tutta la nottata e anche il giorno successivo Non trovava requie Quell’ “io amo l’anticiclone” gli rimbombava in testa Un picciolo dentro la campana Perché il Sergente con tutte le metafore possibili che poteva usare per convincerlo a restare aveva utilizzato giusto quella dell’anticiclone? Gli vennero pensieri strani Che l’avesse pedinato che avesse chiesto qualcosa a suo padre Niente di tutto ciò Pareva non esserci soluzione ma quella faccenda quel non mettere a fuoco i contorni stava cominciando a diventare un’ossessione Il Sergente e l’anticiclone due anodi respingenti eppure per un momento vicini Perché? Che fosse anche lui appassionato di meteorologia? No impossibile I meteorologi hanno senso dell’ironia aveva letto da qualche parte Sciocchezze Doveva esserci una soluzione Tormentava tutti gli amici i genitori ma nessuno sembrava dare il peso giusto a quel suo rovello interiore No nessuno lo capiva e allora? Allora un giorno decise di seguirlo Doveva sapere almeno che mestiere facesse Quell’uomo gli era entrato nel cervello in maniera proporzionale al terrore che gli incuteva Capita In sella al motorino lo seguì appena finito l’allenamento e scoprì che abitava in centro in una vecchia palazzina dalla facciata piuttosto cadente Tornò a casa con un certo orgoglio che lo pungolava dentro Due mattine dopo si recò sotto la palazzina molto presto Voleva seguirlo nel tragitto casa lavoro Si appostò al tavolino di un bar e fu dopo un’ora d’attesa che vide Dal portone uscì fuori una donna mora sul collo una sciarpa di viscosa color cachi e arancio gli occhi neri una valigia rossa nella mano destra e un cappello che le copriva bene la fronte Teneva per mano un bambino che non avrà avuto più di sei anni lo sguardo smarrito i riccioli tenui color castagna i pantaloni senza l’orlo fatto Se ne stavano andando con passo svelto sotto gli occhi curiosi di Sansone che si sgranarono ancor di più quando dal portone vide uscire anche il Sergente in calzoni corti e ciabatte nonostante il freddo e una faccia livida due occhi gonfi da matto “Beatriz Io non sono il mondo che mi porto dietro” ed era palesemente la fine di un ragionamento iniziato due piani più su tra le mura domestiche Sansone ne rimase colpito Ma che mondo si portava dietro? La donna si voltò e disse con un marcato accento straniero “No tu sei solo un mondo che non è più mio!” Il bambino guardò l’uomo per un attimo e lo guardò in un modo che Sansone capì Erano padre e figlio Lo guardò mentre al Sergente la faccia si riempiva di lacrime grosse gocce di cera che cadevano giù per le gote fin sotto il mento a bagnare il collo Anche a Sansone venne un groppo in gola e istintivamente pensò a Laura Forse si erano mollati troppo presto Anche lui doveva almeno una volta piangere per lei fu un attimo L’allenamento di quel piovoso giorno d’inverno lo tenne il mister degli Allievi B Il Sergente non si vide più pare che avesse cambiato città o addirittura nazione le voci si perdevano nel freddo Sansone ben presto smise col calcio le sventagliate soltanto un lontano ricordo Il mare d’un azzurro cristallino tiepido rocce sparse cedri ricchi d’infiorescenze sole mattutino candido e l’aria affatto volgare anzi solitaria e morbida che gonfia i polmoni di un Sansone ormai fattosi uomo Un pizzo dei bermuda amaranto e una certezza Marcello Sansonetti primo aviere scelto aeronautica militare reparto meteorologia adesso in vacanza Finalmente le Azzorre È da solo non si è ancora sposato ma Laura può aspettare La ritrovò si amarono davvero si lasciarono di nuovo pianse per lei poi ancora insieme ma ora prima di sposarsi un viaggio premio tutto per sé Un vecchio sogno vedere dove nasce l’anticiclone Di convolare a nozze Sansone ne ha una fifa blu cobalto È questo il suo problema Un dilemma troppo banale o forse generazionale un problema che sta sospeso a mezz’aria aggrappato alle nuvole lanciato verso il nulla Ma quello è il suo problema e ci pensa come solo lui sa arrovellarsi sulle cose Chiesto in giro poche risposte e allora il viaggio la spiaggia i profumi dei cedri e quel monte in mezzo all’isola che fa paura Domani ci salirà La leggenda vuole che da lì nasca l’anticiclone Domani Adesso beve un cocktail distratto Una donna sui cinquanta bella donna a dire al vero si avvicina a lui È stanca cerca ristoro ha lavorato finora si capisce Lo sguardo intenso e porta legata al braccio nudo una sciarpa di viscosa color cachi e arancio “Cerveja” chiede poggiando i gomiti sul bancone e Sansone ha come una vertigine quando la donna si rivolge a lui “Italiano?” chiede lei Non risponde il suo volto arrossisce “Io ho vissuto tanti anni in Italia bel posto ma gl’italiani...” sorride Sansone si fa coraggio e chiede “Lei di dov’è?” “Di qua delle Azzorre” risponde la donna con naturalezza e solo a quel punto lui comincia a ridere dal nulla prima piano poi forte sempre di più incondizionatamente come un ossesso nessuno capisce “Io amo l’anticiclone” gli sovviene e ride perché solo lui sa che domani in cima a quel monte ci andrà col passo più leggero. Le querce non fanno limoni (Garzanti) Il romanzo di Cosimo Calamini Cosimo Calamini (Firenze 1975) è laureato in Lettere a Firenze e diplomato in Sceneggiatura presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Lavora a Roma come sceneggiatore cinematografico e autore di documentari per La7, History Channel e RAI3. Con Garzanti ha pubblicato il suo primo romanzo, Poco più di niente (2008), vincitore del premio internazionale Feudo di Maida per la narrativa. SUBSPORT2010:- 12-07-2010 18:33 Pagina 3 .3 Gallo vs Gallo Claudio Moretti Basket_Fabio Coruzzi_Serigrafia e tecnica mista su carta Conflitti generazionali Protagonisti: Gallo il giovane, ovvero Danilo Gallinari. Gallo il vecchio, ovvero Vittorio Gallinari 1 vs 1 (prologo) Anno 2000, un pomeriggio qualsiasi. Il canestro è leggermente sbilenco. L’asfalto in lieve declivio verso il ferro. La retina ha un paio di smagliature che avrebbero bisogno del rammendo della nonna. Queste vaghe imperfezioni fanno sì che una mattonella, una sola mattonella, sia nettamente la migliore da cui tirare. Da quella mattonella si vocifera di percentuali leggendarie. Percentuali che sfidano le stesse leggi della statistica. Si narra di mediocri giocatori capaci di tirare per intere estati con il 70% da oltre l’arco. Così, su questo campetto, i duellanti di qualsiasi partita lottano gomito a gomito per raggiungere la mattonella magica. È un pomeriggio qualsiasi all’alba del nuovo secolo. Gallo il giovane, anni 12, è in attacco. Gallo il vecchio, anni 42, è in difesa. Il campetto è come la vita di tutti i giorni: figlio in attacco e padre in difesa. Il basket, in fondo, è lo specchio di qualsiasi cosa ci si metta dentro: la mescola, la frulla e poi la restituisce indietro con allegorie tutte sue. Gallo il giovane palleggia sul posto, poi tenta una finta, esita e riparte verso destra. Il padre è ben piegato sulle gambe, e scivola con i piedi come sta scritto sul manuale. Gallo il vecchio ha smesso di giocare da cinque anni, ed è stato il guru dello scivolamento difensivo. FLASH-BACK, 17 anni prima… Anno 1983, 17 aprile. Milano. Gara 2 della finale scudetto: Milano contro Roma. Tra i giallorossi imperversa un furioso Larry Wright (già 26 punti al riposo). Coach Peterson, avendo già provato tutti i possibili stratagemmi difensivi, tenta la magata. Chiama Vittorio Gallinari e lo dirotta in marcatura sul folletto della Louisiana. I puristi del gioco si danno di gomito e storcono il naso dalle tribune: un lungo, 2 metri e 3 centimetri le misure del Gallo, contro l’un metro e ottantacinque del frugoletto nero. Un’antinomia, in termici strettamente cestistici. Invece il Gallo inizia a muovere le sue tenaglie difensive. Zittisce gli scettici e costruisce un muro davanti a Wright. Il folletto abbassa la testa e va a sbattere contro il muro. Il labbro inferiore del Gallo si apre in due. Il sangue gronda dalla bocca con un fiotto ben distinto, ma lui non ne vuol sapere di uscire dal campo. Solo dopo la partita ricorrerà ad ago e filo: dieci punti di sutura, rigorosamente senza anestesia. Roba da bambini, l’anestesia. Quella partita, come tante altre, il Gallo la termina con zero punti realizzati; eppure è lui il maggior artefice della vittoria milanese. 1 vs 1 (primo atto) Anno 2000, un pomeriggio qualsiasi. Recita un vecchio adagio lapalissiano: quando giochi 1 contro 1 al campetto non vincerai mai una partita senza segnare nemmeno un punto. Ma Gallo il vecchio non sembra preoccuparsi più di tanto: la sua fede nella difesa è degna di un fondamentalista. Gallo il giovane, invece, mostra già le stimmate del talento precoce. Un controllo del corpo e dei fondamentali fuori dal comune, un’aria ordinata mentre si muove per il campo che si vede addosso solo ai talenti veri. Prima o poi la notizia di questo giovane e della sua stoffa preziosa volerà fino all’altra parte dell’Oceano. FLASH-FORWARD, 8 anni dopo… Anno 2008, 26 giugno. New York. La Green Room all’interno del Madison Square Garden non è più verde, ma fa lo stesso. È sempre quella stanza in cui si stipano le emozioni e le tensioni degli attori prima di entrare in scena. Ora dentro la Green Room ci sono i 15 talenti più promettenti pronti a salire sul proscenio della Nba. E tra essi anche Danilo Gallinari. Intorno la folla che gremisce la platea è in fermento. Poi nella Green Room entra il commissioner della Nba, una specie di dittatore illuminato della lega. Inizia a snocciolare i nomi dei giocatori scelti. Numero 1: blabla, numero 2: blablabla. Poi al numero 6: “Con la sesta scelta nel Draft 2008 i New York Knicks selezionano Danilo Gallinari”. Quattromila fischi feroci si levano dalla platea, sibilano nelle orecchie del Gallo fino a fargli tremare le gambe. È a quel punto che il Gallo prende in mano il microfono e mostra il carattere di famiglia: “Queste persone non mi conoscono, ma io trasformerò questi fischi in applausi!”. In tutto ciò il mondo si conferma piccolissimo. Ad allenare Gallo il giovane dall’altra parte dell’Oceano sarà Mike D’Antoni: per 9 anni a Milano compagno di squadra e di stanza di Gallo il vecchio. E Mike, che ha conosciuto bene entrambi i Galli, non si lascia sfuggire la battuta: “Mah... Vittorio, visto che tu non segnavi mai, mentre Danilo è una macchina da canestro, sei sicuro che sia tuo figlio?”. 1 vs. 1 (secondo atto) Anno 2000, un pomeriggio qualsiasi. Gallo il giovane ancora non ha trovato uno spiraglio per lasciar partire il tiro. Gallo il vecchio lo spinge verso la linea di fondo campo. La mattonella magica è lontana. Da lì sarebbe troppo facile per Gallo il giovane infilare il canestro della vittoria. Così il padre ricorre a tutte quelle piccole astuzie che una volta gli permisero addirittura di fermare Oscar. FLASH-BACK, 12 anni prima… Anno 1988, 13 novembre. Bologna Gallo il vecchio si presenta ad ogni partita con la sua valigia di trucchi difensivi. La letteratura del basket vuol far credere che la magia e l’illusione siano prerogativa esclusiva degli attaccanti. Invece non è così: anche ogni difensore che si rispetti ha i suoi inganni con cui stordire le stelle avversarie. Chiamatela guerra di nervi o chiamatelo lavoro sporco, la sostanza non cambia. Ora prendete il più grande tiratore del pianeta. Chiamatelo con il suo vero nome, cioè Oscar Daniel Bezerra Schmidt, e poi provate a marcarlo. Risultato: impossibile. Impossibile per tutti, tranne che per Gallo il Vecchio. Una volta coach Bob Hill, il più elegante dei coach, lo spedì in missione speciale su Oscar. Gallo dovette rovistare per bene in tutta la sua valigia dei trucchi, ma alla fine lo fermò. 1 vs. 1 (terzo atto) Anno 2000, un pomeriggio qualsiasi. Gallo il vecchio sa che un buon difensore ha un’altra arma, insospettabile. Un’arma molto utile con i giocatori meno esperti: la lingua. In America lo chiamano trash-talking: piccole provocazioni verbali che possono inalberare gli avversari dai nervi fragili. Gallo il vecchio conosce bene le paroline in grado di scaldare l’animo adolescente di Gallo il giovane. Anche stavolta finisce secondo copione: Gallo il giovane s’innervosisce, perde le staffe e il pallone torna tra le manone di Gallo il vecchio. FLASH-FORWARD, 10 anni dopo… Anno 2010, 24 marzo. New York. Gallo il giovane ha imparato anche lui la grammatica del trash-talking e risponde parola su parola, canestro su canestro alla stella dei Denver Nuggets Carmelo Anthony. È la sua miglior partita da quando gioca nella NBA. Gli spettatori si risvegliano dal torpore di wurstel e birre e seguono il duello tra il Gallo e Melo. In particolare le tifose dei Knicks. Qualche giorno prima hanno letto sul New York Post che il Gallo è stato inserito al dodicesimo posto nella lista degli scapoli d’oro newyorchesi: “Lo stallone dei Knicks vale 2,5 milioni di dollari, cucina italiano come nessun altro ed è abbastanza giovane da poter essere forgiato in una relazione anche duratura”. Sono strani questi americani. Dopo ogni canestro di Gallo il giovane mettono una musichetta nostrana, un piccolo jingle per festeggiare il canestro. Il problema è che son fermi a Volare, così Danilo un giorno ha bussato in regia al Garden: “Avrei questo”, e gli ha allungato un CD. 1 vs. 1 (epilogo) Anno 2000, un pomeriggio qualsiasi. Gallo il giovane ha il talento offensivo, ma non per questo ha smarrito i geni del fervore difensivo. Piega anche lui le ginocchia mostrando un’etica del lavoro indiscutibile, tiene la schiena dritta e le braccia sempre in movimento. Poi Gallo il vecchio lascia partire un tiro che sembra un insulto, un sasso, un oltraggio verso il canestro. La palla ricade tra le mani di Gallo il giovane, che prontamente prende in contropiede Gallo il vecchio. Raggiunge la mattonella magica, quella da 70% garantito, e da lì spara il tiro che, se entrasse, varrebbe la vittoria. La palla rotola in aria, attraversa sfondi diversi e colorati, oltrepassa la linea visiva dell’orizzonte. Poi, nel suo punto di massima altezza, sfiora il cielo. Prima che faccia notte la palla scenderà di nuovo sul campetto, e porterà con sé la notizia che Danilo Gallinari, figlio di Vittorio Gallinari, presto diventerà un campione. SUBSPORT2010:- 12-07-2010 18:33 Pagina 4 Un Fantino Mancato .4 “Lo sai che Enrico ha avuto un ictus?”. “Come un ictus?”. “È in ospedale, al Niguarda... dicono sia grave!”. Giù il telefono. Un’occhiata fuori della finestra; un’occhiata sulla città fatta di luci ferme e instancabili e altre in movimento schizoide. Un cielo pulito e una decina di grosse stelle visibili. Il telefono, di nuovo il telefono. “Sì?”. “Tra quanto arrivi?”. “Cara... dobbiamo rimandare. Un amico ha avuto un ictus e sto correndo in ospedale!”. “Chi è?”. “Enrico Albertosi, te lo ricordi, no?”. Click. Ancora uno sguardo alla città. In lontananza San Siro. Non si è mai abituato a chiamarlo Meazza. Uno stadio non dovrebbe mai essere dedicato a un calciatore perché si fa di certo torto a qualcun altro. Un santo invece è super partes. Perfetto. Il San Nicola. San Siro. Sant’Elia. San Paolo. Perfetto. Entra in bagno per gettarsi un po’ d’acqua sugli occhi arrossati, poi indossa un giaccone di velluto a coste e cerca le chiavi dell’auto tra i giornali sparsi su un tavolo di quercia. Gazzetta dello Sport... Corriere Stadio... Corriere dello Sport... Guerino... L’ascensore è al piano sicché in un minuto scarso si ritrova al meno uno, in garage. Lì fa scattare l’apertura elettronica della porta basculante e si infila nella Bmw nera, pronto a uscire in retromarcia e raggiungere la cancellata rossa. Non avevano mai giocato insieme in Serie A. Si erano incrociati nel Cagliari. Uno arrivava dalla Spagna via Fiorentina e l’altro andava all’Inter. Ma poi in nazionale avevano vissuto tanti raduni e soprattutto il Mondiale in Messico nel 1970. La Bmw uscì dal parcheggio sotterraneo facendo sobbalzare le sospensioni su una grata di scolo. Lui aveva vinto tanto con l’Inter ma a Ricky aveva sempre invidiato quello scudetto vinto con il Cagliari. Un’isola mandata dritta dritta in paradiso. E lui, il portierone con la maglia rossa, a stabilire il record di gol subiti in un campionato a 16 squadre. Poco traffico di notte, a Milano. Due goderecci che si erano trovati in sintonia fin dall’inizio. I cavalli, le donne, le scommesse. Le scommesse avevano messo nei guai il portiere. Era scivolato fino ai Globetrotters, ma non aveva mai perso il senso delle cose, il sorriso anche nei momenti difficili e la voglia di prendere la vita come un gioco. Secondo me anche adesso se la sta ridendo, pensò superando il ponte della Ghisolfa. Ogni tanto si ritrovavano per un bicchiere di vino e due tagliatelle al tartufo. Ricky era il guascone della compagnia. Gli scherzi, le risate. Certo al rientro dai Mondiali del ’70 neanche lui era riuscito a mascherare il disappunto davanti ai tifosi inferociti. Avevano fatto l’impresa. Avevano portato una nazionale scassata fino in cima eppure la gente s’era accanita sul caso Rivera. Un posto di blocco. Una paletta. La Bmw è sempre una macchina sospetta. Un’auto da duri. Dopo le otto di sera, d’inverno, ancora di più. I carabinieri sembrano ingolfati nelle loro uniformi scure. Quello giovane gli chiede i documenti. Quello anziano sta parlando alla ricetrasmittente. Il ricordo più paradossale legato a Ricky risaliva a un Milan-Porto vinta dai portoghesi a San Siro per uno a zero con una clamorosa papera di Enrico. Lui era andato a salutarlo negli spogliatoi e lì aveva trovato il clima depresso degli esclusi rossoneri e un Ricky tranquillo e sorridente con una sigaretta tra le labbra e la voglia di andare all’ippodromo a vedere le corse dei cavalli. “Ma la prendi così?”, gli aveva domandato. “E che devo fare? Mettermi a piangere? Ormai è andata... ah, sai... ho comprato un ristorantebar... in via Stoppani. Lo voglio chiamare Tatum”. La patente e il libretto di circolazione gli vengono riconsegnati dal carabiniere anziano. È un appuntato sui sessant’anni che non può non riconoscerlo. “Dio mio, non ce ne sono più attaccanti come lei al giorno d’oggi!”. Lui sorride e recupera i documenti. “Sa cosa penso?”, fa il carabiniere, “Che quelli come lei che vanno poco in tv magari guadagnano qualcosina di meno ma mantengono una loro dignità... mitica! Per noi eravate miti e sentire Mazzola con quella vocina giustificare errori di formazione di Lippi oppure ascoltare Furino litigare con Morini e Corno mi mette tristezza... non trova?”. Non risponde. Accenna solo un sorriso. Mette in moto e si rimette in carreggiata nel momento in cui comincia a piovere. Pioggia sottile che lo accompagna fino a Maciachini e poi fino all’ingresso del Niguarda. Lì però la sorpresa. Solo parenti stretti. Per gli altri l’orario delle visite solito. Si guarda intorno. Un paio di giornalisti aspettano ma non è chiaro se sono lì per Enrico Albertosi o per un rapinatore freddato da un tabaccaio. Si accende una sigaretta e viene fuori dall’ospedale, entra in macchina e ripassa davanti alla guardiola che dà sul pronto soccorso. “Come sta?”, gli chiede l’uomo addetto alla di Cosimo Argentina In libreria il nuovo romanzo di COSIMO ARGENTINA e FIORENZO BAINI sbarra. “Chi?”, domanda. “Albertosi! So che l’hanno portato in rianimazione!”. “Dicono sia grave ma non ho potuto parlare con nessuno di quelli che lo stanno seguendo. Se ne parla domani!”. La pioggia è finita. “Gran portiere, il toscano!”. Sbuffa il fumo e ingrana la prima pensando: “e un fantino mancato...”. “... certo che però lei qualche gol glielo ha fatto, o mi sbaglio?”. Supera la sbarra sollevata e abbandona la cittadella del Niguarda. L’auto procede nella notte milanese e... sì, un gol se lo ricorda, con la maglia della Juventus, a Torino, un Juve-Milan due a uno. Un rigore. E lui, Ricky, che gli fa l’occhiolino prima di tuffarsi sulla sinistra intuendo la direzione del pallone senza arrivarci. Squilla il cellulare. È lei. “Allora, Roberto, come sta?”. “Non lo so... non si può entrare”. Lei gli chiede se ha comunque voglia di uscire, ma la risposta è no. Preferisce tornare a casa e sdraiarsi sul divano in compagnia di una sigaretta e magari un dvd di qualche partita della nazionale. Un omaggio al grande Ricky, in attesa che si possa tornare a bere una birra insieme. Lo sport è un diritto per tutti Subway intervista Mirko Paletti, Presidente di Milanosport S ub w a y: Lei è il presidente di una Società che si occupa di sport su tutto il territorio milanese. Che tipo impostazione ha Milanosport e quali risultati sono stati ottenuti? Mirko Paletti: Lo sport è ormai considerato uno stile di vita da tantissime persone e uno dei principali strumenti di prevenzione sanitaria, oltre che di valore sociale, dalle Mirko Paletti, Presidente Milanosport amministrazioni pubbliche. Proprio partendo da questa considerazione il Comune di Milano, anni fa, ha deciso di creare una società che gestisse gran parte delle strutture sportive pubbliche della città e le adeguasse alle attese dei milanesi. Attualmente gli impianti che Milanosport gestisce sono 26 e alcuni, come il Lido, la piscina Cozzi o il Palalido rappresentano luoghi storici dello sport meneghino. Da sempre abbiamo vissuto come una vera missione il nostro compito e abbiamo lavorato per diventare un modello di gestione applicato a un settore che va assumendo un crescente valore sociale e che, per questo, deve offrire servizi di qualità accessibili a tutti. Nel 2009 abbiamo registrato oltre 3.300.000 presenze sugli impianti e nei corsi invernali, terminati da poco, gli iscritti sono stati oltre 44.000. Abbiamo utenti dall’età prescolare fino ai 90 anni; pensi che circa il 33% sono bambini sotto ai 10 anni, il 20% ha tra i 20 e i 30 anni e il 13% sono adulti tra i 30 e i 40 anni. Quali sono gli obiettivi che Milanosport ha fissato per il futuro? Vista la numerosità e la diversità degli utenti, Milanosport ha pensato a tanti corsi su misura per tutte le esigenze e per tutte le età. Sono più di 80 le discipline che offriamo ai nostri utenti, con la collaborazione di più di 450 istruttori specializzati. Per il 2010, tra gli obiettivi strategici che ci siamo posti, c’è anche la realizzazione di ulteriori nuove offerte e la rivisitazione delle attività esistenti, partendo già dall’estate, per la quale abbiamo organizzato 6 differenti tipologie di campus con l’aiuto di federazioni e società sportive di grande prestigio. Lo sport dovrebbe essere per tutti; Milanosport come ha sviluppato questo principio? Milanosport vuole soddisfare anche in termini economici i bisogni di ciascun utente e, per questo motivo, continuiamo ad applicare le tariffe più basse d’Italia. Questa Società crede nello sport e nel suo valore educativo. Quello che vogliamo è proprio dare a tutti l’opportunità di praticare attività sportiva senza spendere troppo. Soffermiamoci ora sul tema del nostro tabloid: lo sport e la letteratura. Nel Suo tempo libero si dedica di più allo sport o alla lettura di un libro? Cosa legge di solito? Leggere mi piace molto, ma dello sport sono un appassionato; non potrebbe essere diversamente essendo il presidente di una società sportiva! Gioco a calcio fin da quando ero piccolo e ancora oggi se ho del tempo libero cerco di organizzarmi per giocare con gli amici. Per quanto riguarda la lettura, invece, oltre ai quotidiani, sono affascinato dai racconti gialli, perché riescono a creare quel pathos simile alla tensione che si crea negli sport agonistici che mi piace praticare, dove fino all’ultimo non sei sicuro del risultato finale. S U B WAY -S P O RT A cura di Davide Franzini, Oliviero Ponte di Pino Davide Rondoni Realizzazione SolariS Progetti Editoriali Art Direction Michele Marchesi Editing Andrea Chiurato Le illustrazioni contenute nel tabloid sono realizzate dai vincitori del concorso Copertine al Tratto Illustrazioni in copertina: Elisa Anfuso e Fabio Coruzzi Si ringraziano per la collaborazione: Nadia Baratella, Antonella Palaveri e Gabriella Polifroni (Assessorato allo Sport e Tempo Libero del Comune di Milano); Gabriella Mazzetta e Silvana Rivolta (Milanosport). Un ringraziamento speciale agli utenti del sito www.subway-letteratura.org che hanno contribuito all’iniziativa inviando i loro racconti SUBSPORT2010:- 12-07-2010 18:33 Pagina 5 .5 “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” Pier Paolo Pasolini Investimenti e passione: la ricetta per il futuro dello sport Parla Alan Rizzi, Assessore allo Sport e Tempo Libero del Comune di Milano, appassionato di calcio SEGUE DALLA PRIMA vità sportiva continuativa. Finora abbiamo aiutato 12.500 famiglie. Subway: Lei è Assessore da poco più di un anno. Ha visto trionfare la sua Inter. A settembre, Milano ospiterà la Nazionale di Volley per i mondiali e l’unica tappa italiana dell’NBA Europe Tour. Che bilancio trae da questi suoi primi mesi di attività? Alan Rizzi: Se penso che lo scorso settembre abbiamo ospitato la coppa della Champions League in piazza Duomo per l’Unicredit Trophy Tour e che, nove mesi dopo, il trofeo è tornato a Milano, vinto dall’Inter dopo 45 anni insieme alla Coppa Italia e al 18° Scudetto, mi sento di dire che è stato un anno assolutamente fantastico, forse irripetibile. Ma a Milano lo sport non è solo calcio. L’anno scorso abbiamo ospitato l’incontro tra la nazionale di rugby e gli All Blacks a San Siro, con centinaia di migliaia di appassionati venuti da tutta Italia apposta per l’evento. Quest’anno ci aspettiamo di ripetere l’esperienza con volley e basket. Dopo un’esaltante edizione della Stramilano, con la partecipazione di oltre 50.000 persone e un’ incoraggiante prima edizione della Milano City Marathon primaverile, con la presenza di oltre 6.000 temerari pronti a misurarsi sulla distanza di 42 chilometri e 190 metri, l’autunno ci riserva infatti grandi momenti internazionali. Alla fine di settembre, proprio da Milano, che ospiterà la cerimonia di inaugurazione, partiranno i Mondiali maschili di pallavolo. La nostra nazionale giocherà le partite del girone di qualificazione al Mediolanum Forum sotto gli occhi, mi auguro, di un foltissimo e calorosissimo pubblico milanese. La prima domenica di ottobre arriverà invece il grande basket Nba, con uno storico incontro. La nostra Armani Jeans, seppur sconfitta da Siena, seconda indiscussa del Campionato, si batterà sempre al Forum con la leggendaria squadra dei New York Knicks che arriverà a Milano per il suo tour europeo dopo trent’anni di assenza. La serata ha già fatto registrare il tutto esaurito, ma per chi non riuscirà a vedere la partita abbiamo organizzato due giornate di attività in città, con partite, gare di schiacciate realizzate con la sapiente collaborazione della macchina Nba. Grazie al calcio Milano è una delle capitali mondiali dello sport. Come sarà declinato questo importante ruolo nei programmi dell’Expo? Expo 2015 è una grande manifestazione che sta coinvolgendo non solo Milano ma tutta l’Italia. Il tema scelto per l’esposizione universale è Lei che sport pratica e quanto tempo riesce a dedicargli? Fin da piccolo ho praticato un po’ tutti gli sport. Sono stato velocista per l’Atletica Riccardi, ho sciato, fatto equitazione, giocato a tennis, ma la mia grande passione è sempre stata il calcio. Dopo aver militato nelle Giovanili dell’Inter ho giocato da professionista per alcune stagioni nel Saronno. Tuttora, appena posso, non manco mai a una partita di beneficenza o con gli amici. Vorrei poter giocare di più ma purtroppo il tempo non è mai abbastanza. Ma veniamo al tema del nostro tabloid. Nei paesi anglosassoni la letteratura dello sport è molto diffusa ed apprezzata dal grande pubblico, nel nostro paese è un genere ancora poco praticato. Secondo lei perché? L’Assessore Rizzi, in tempi non sospetti, con la Coppa dalle grandi orecchie “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Si parlerà di alimentazione per tutti e di stili di vita corretti: in questo ambito vogliamo che anche lo sport, prima regola del vivere bene, sia rappresentato. Insieme alle attività stiamo lavorando per dare alla città impianti ristrutturati o nuovi, all’altezza dello sviluppo che Milano affronterà da qui al 2015. I progetti più ambiziosi riguardano il Palalido e il Vigorelli. Per il primo abbiamo già definito i lavori che saranno realizzati e la sua funzione di futura casa dell’Armani Jeans. Per il secondo stiamo studiando la soluzione migliore. L’obiettivo è che diventi il nuovo palazzetto di Milano, un percorso non semplice ma con grandi potenzialità date la zona, quella del quartiere City Life, dove la struttura si inserirà. Inoltre, proprio in vista dell’Expo, abbiamo recentemente firmato con la società Expo 2015, la Provincia di Milano e il Coni un accordo per lo sviluppo degli impianti sportivi. Il Coni nazionale dopo trent’anni tornerà ad investire sul territorio milanese, finanziando un progetto all’anno fino al 2015. Per quest’anno punteremo alla riqualificazione del Centro XXV Aprile di via Cimabue, punto di riferimento per l’atletica in città. Oltre alle risorse del Comune arriveranno quattrocentomila euro *** Come tutti gli italiani che amano il calcio la mattina prima di iniziare a lavorare non disdegno un’occhiata alla Gazzetta dello Sport *** che saranno impiegati per la ristrutturazione e per la realizzazione di una pista indoor per i 60 metri. Lo sport non è solo professionismo ma anche tempo libero. Quali scenari vede per lo sviluppo degli sport di base? Il luogo più appropriato per lo sviluppo degli sport di base è sicuramente la scuola. Lì fin dai primi anni di età i bambini entrano in contatto con lo sport, acquisiscono le prime competenze motorie, sviluppando riflessi e coordinazione e, nella migliore delle ipotesi, si appassionano alla disciplina portandola avanti per tutta la vita. È dello scorso dicembre l’accordo, oserei dire storico, firmato tra il Coni e il Ministero dell’Istruzione per introdurre e potenziare la pratica delle attività motorie e sportive nelle prime classi delle scuole primarie. All’insegnante di educazione fisica è affiancato un istruttore del Coni per aumentare le ore di educazione e arricchire il percorso della cosiddetta alfabetizzazione motoria. Questo progetto, lanciato dopo l’accordo Coni – Ministero in tutta Italia ha in Milano la sua città apripista. Qui da oltre dieci anni, con la collaborazione dell’ufficio scolastico regionale, abbiamo avviato nelle scuole il progetto Gioco Sport che contribuisce a diffondere la pratica di attività motoria e sportiva continuativa, abituando i più piccoli a familiarizzare con lo sport, l’educazione fisica e un corretto stile di vita. L’altro grande punto di riferimento per lo sport di base sono le associazioni. Il Comune ha in atto convenzioni con oltre un centinaio di associazioni attive sul territorio. Sono proprio le associazioni, dopo la scuola a svolgere il prezioso compito di promuovere lo sport, seguendo ragazzi e ragazze fin dall’inizio del loro percorso di crescita e di formazione. Nei loro confronti il Comune ha deciso di seguire una politica di sostegno applicando le percentuali più basse consentite dalla legge per i canoni di affitto dei terreni su cui le associazioni hanno i loro centri. Il Comune infine, ogni anno, mette a disposizione mezzo milione di euro di contributi per l’iscrizione di ragazzi e ragazze ad atti- Forse perché noi italiani siamo sempre molto assorbiti dallo sport praticato e visto in tv e meno dai racconti su questo tema. Inoltre nel nostro Paese si legge meno rispetto ai paesi anglosassoni dove la quantità pro-capite di libri, di giornali e di riviste letti in un anno è decisamente superiore alla nostra. Lei cosa legge di solito? Solitamente leggo un po’ di tutto. Ovviamente i quotidiani e i magazine, come Panorama e L’Espresso, che ogni giorno riportano notizie e informazioni sulla attività politica e sull’amministrazione della nostra città. Mi piacciono molto anche i fumetti e faccio parte, come tantissimi appassionati, dei fedelissimi di Diabolik. Infine come tutti gli italiani che amano il calcio la mattina prima di iniziare a lavorare non disdegno un’occhiata alla Gazzetta dello Sport. Quali sono i cinque libri che ha amato di più? Purtroppo con il lavoro che faccio il tempo che mi resta per leggere è poco. Mi piacciono molto i saggi sulla politica tra i quali ricordo tre titoli: Giuseppe Saragat, da Palazzo Barberini alla Casa dei Moderati di Paolo Russo, Vincitori e Vinti. Le stagioni dell’odio dalle Leggi razziali a Prodi e Berlusconi di Bruno Vespa e La calda Primavera del ’45, scritto da mio padre, Enrico Rizzi. Quando voglio divertirmi però leggo spesso Beppe Severgnini. Tra i suoi libri, da buon interista, non posso che scegliere Interisimi. SUBSPORT2010:- 12-07-2010 18:33 Pagina 6 .6 FuoriGioco Cordata con Grizzly_Michele Marchesi Rita Parisi_Autrice Subway-Letteratura 2009_Nero Cenere Football_Fabio Coruzzi_Serigrafia, pastelli a olio, acrilici, penne, matite su carta aldo. Afa. L’autostrada, un fiume d’asfalto. 100 Km. 100 Km ancora, di macchine, polvere, esistenze che sfrecciano, sfiorandosi veloci. Sogno è attaccato al finestrino. La bocca aperta. Guarda fuori e trema dentro. Una giornata storica. La prima in classifica contro la seconda, tre punti in gioco, tre benedetti punti che valgono un campionato. “Quanto manca?”, la sua voce rauca scuote il mister Corsi, intento a controllare la formazione, col suo taccuino marrone tra le mani. “100 km, ancora un po’ di pazienza”. Sogno si abbandona sul sedile, chiude gli occhi. Sempre la stessa tachicardia. Prova a respirare forte, a pensare a qualcosa di bello, ad inventarsi un amore. Quello che non ha mai avuto. Suda, Sogno e sente le gambe molli e pesanti. Il mister Corsi si avvicina, gli porge una bottiglietta. “Tieni, bevi un po’, vedrai che ti sentirai meglio”. Sogno afferra la bottiglietta e ingoia l’acqua con avidità. “Stamattina non ho preso le medicine. Voglio essere lucido in campo”. Il mister sorride, gli mette una mano sulla spalla. “Sono sicuro che farete tutti un’ottima prestazione”. “Anch’io, mister?”. Nero aspetta trepidante il responso del suo allenatore, con le mani giunte, supplichevole. “Anche tu, Nero, giocherai alla grande”. Scheggia, Grido e Ghigno annuiscono, tornando a parlottare tra loro, di moduli e strategie. Il Rosso e Il Conte, invece, canticchiano una canzone, sbagliando le parole. Un vecchio motivetto, di quando erano bambini e a pallone ci giocavano per strada. Di quando tutto era ancora possibile. Prima del blackout. Roccia e Strano provano a fare le parole crociate, mentre Lampo e Cerino litigano su chi stia barando. L’unico C posto col tavolino lo hanno occupato loro, per la solita Scala 40, con le carte consumate tra le dita ingiallite dal tabacco. Ma stavolta nessuno dei due bara. È l’attenzione che manca. Entrambi sono altrove, già su quell’erba, a sporcarsi le maglie, a sentirla la fatica che non ti fa più pensare, che ti spinge a correre sempre più forte. Correre, fino allo stremo, fino a sentire i polmoni scoppiare. È la regola. La regola che li ha portati fin lì, stipati in un pullmino, in una giornata stonata di primavera. L’idea dei soprannomi è venuta a Sogno, un pomeriggio di qualche mese prima. Erano tutti insieme a leggere le formazioni delle altre squadre, nel solito posto. Quello di tutti i giorni. Da tanti anni. “Guardate qui, tutti nomi comuni!”. Aveva sbottato Sogno. “Sono i loro nomi, no?”, Cerino lo aveva guardato con gli occhi sgranati. “È vero, come dovrebbero chiamarsi se non coi loro nomi?”, gli aveva urlato Roccia, con aria perplessa. Gli altri erano ammutoliti e aspettavano in silenzio una spiegazione. Allora Sogno si era acceso una sigaretta, un primo tiro, così profondo che gli erano venute le lacrime. Aveva soffiato via il fumo e aveva guardato i compagni, uno per uno. I nomi li aveva scanditi bene, con voce solenne, con l’indice teso a turno verso uno di loro. Poi li aveva trascritti su un foglio. “Allora, ripetiamoli: Nero... Roccia... Lampo... Scheggia... Cerino... Grido... Ghigno... Il Rosso... Strano... E Il Conte. Ecco fatto, li ho scritti tutti”. Con espressione soddisfatta aveva contemplato quel pezzo di carta, quasi fosse un trofeo. Poi aveva iniziato a chiarire ogni nomignolo. “Nero perché hai la pelle scura, Roccia perché sei grande e grosso, Lampo e Scheggia perché siete i più veloci, Cerino perché ti infiammi subito...”. E via dicendo. I compagni si erano guardati tra loro, senza proferire parola, quando ad un tratto Cerino si era alzato in piedi. “E tu, tu come ti chiamerai?”. “Già, hai dato i nomi a tutti, ma non ci hai detto tu come ti chiamerai”, Nero aveva cercato il sostegno degli altri, che avevano annuito, con la faccia protesa verso Sogno. Sogno aveva spento la sigaretta nel posacenere e, con aria grave e trionfale, si era portato al centro della stanza. “Sogno. Io sarò Sogno. Perché è quello che rincorriamo in questo torneo. Il sogno di vincere e portare a casa la coppa”. L’applauso era riecheggiato nella stanza. Il mister Corsi era sulla soglia della porta. Guardava i suoi ragazzi come fossero tutti suoi figli, dei figli che in quel momento gli stavano dando una soddisfazione impagabile. Caldo. Afa. La paura, fin dentro le ossa, a togliere il respiro. Sogno continua a guardare fuori dal finestrino. “Manca poco!”, esclama il mister con la sua voce imponente. I capelli grigi lo rendono austero, ma è un uomo semplice, che ha dedicato tutta la vita ad abbattere certi muri. Per pochi soldi. Tampona la fronte sudata con un fazzoletto, guarda l’orologio. “Siamo in perfetto orario, ragazzi!”. Un menomale riecheggia tra i sedili sfondati del vecchio pullmino. Mancano i fondi. Da sempre. Poi il mezzo rallenta e si ferma. Un brivido. Sogno si stacca dal finestrino dove ha lasciato l’impronta del suo naso. Ci siamo, sospira tra sé e sé, trascinando il borsone con una calma irreale. Tutti lo seguono, riserve comprese. Il loro capitano li guida verso la finalissima. Lo spogliatoio è piccolo. Poche panche, qualche mensola. Sogno infila la maglia verde col numero dieci. La fascia di capitano al braccio. Si guardano tutti negli occhi prima di uscire, mentre il mister li incita ad entrare in campo. “È ora! Forza ragazzi!”. Gli undici della squadra avversaria sono già in campo. Facce comuni, come i loro nomi. Sogno li osserva, ad uno ad uno. E allora, eccola più forte la paura, adesso che l’arbitro fischia l’inizio della partita e non si può più tornare indietro. Il pressing degli avversari è duro. Fanno sul serio. Roccia salva la sua porta con decisione, due o tre volte. Cerino e Lampo provano a scardinare la difesa nemica, ma ogni assalto viene arginato e respinto. Caldo. Afa. Il campo, un rettangolo rovente. Un’arena. I tre punti. Servono i tre punti. Sogno corre, segue i compagni, cerca la palla. La trova, la perde, impreca contro la difesa avversaria che li marca stretti. In gabbia. Ancora in gabbia. Quelli come loro devono stare in gabbia. Perché quelli come loro sono pericolosi. Quelli come loro devono essere divisi, separati dagli altri. Perché la loro mente è staccata, va per i fatti suoi, come la palla che rotola sull’erba. Due gol, uno dietro l’altro. Sotto di due gol. Non ce la faremo mai, pensa Cerino, continuando a inseguire gli avversari. Nero riesce a rubare la palla, serve un assist perfetto per Sogno, che centra la porta. Il mister Corsi esulta. Ci crede ancora. Sa che i suoi ragazzi ce la possono fare. Glielo ripete allo stremo, negli spogliatoi, dopo la fine del primo tempo. Si torna in campo, in quell’arena bollente. Si torna a combattere. Il pareggio arriva grazie a Lampo, che acceca i difensori e il portiere avversari con una mazzata inaspettata da metà campo. Sogno è incredulo, si guarda intorno, mancano pochi minuti. Il pubblico è in delirio e non ci sono più quegli sguardi lì, non c’è più curiosità negli occhi degli altri, niente pietà, niente condanna, nessun giudizio, solo entusiasmo. Adesso lui e i suoi compagni sono uguali a loro, a quelli che stanno dall’altra parte, dietro la rete, ad aspettare il gol della vittoria. Vertigini. Le mani gli tremano, il solito formicolio, al diavolo le medicine. Nausea, il cuore sta per scoppiargli, sta per schizzare fuori. Il mister Corsi lo segue dalla panchina, sa che per Sogno non è facile, che controllare gli attacchi è difficile, sa che da un momento all’altro il suo bomber può arrendersi, ma urla, urla il mister e incita il suo uomo, che segue Cerino, sul filo del fuorigioco. “È fuorigioco!”, urlano gli avversari. È un attimo. Una speranza appesa ad un filo. Tutti guardano a bordo campo. E a Sogno pare proprio che il guardalinee non fischi. No, non fischia il guardalinee. Allora Sogno corre più forte. Corre, Sogno, scatta rapido, inseguendo la sfera bianca, pochi metri, solo pochi metri e il gol del tre a due regala alla sua squadra la vittoria. Caldo. Afa. La coppa, tra le mani dei suoi compagni, al cielo, quel cielo che li ha resi diversi. Matti. Ma che adesso li rende finalmente liberi. Il mister li abbraccia, li accarezza, i suoi ragazzi. È stato l’unico a crederci, mentre tutti ridevano. “Un torneo di calcio per malati psichici, una follia!”. Gli altri operatori lo avevano deriso e per un attimo il mister si era sentito come i suoi pazienti, discriminato e messo nell’angolo. La collera gli aveva arrossato il viso paffuto. “I ragazzi parteciperanno a questo torneo, che vi piaccia o no! Li allenerò io e li porterò in finale”, aveva gridato con decisione, facendo ammutolire tutti. Nessuno aveva ribattuto, il mister era uscito dal centro diurno sbattendo la porta, ma deciso ad andare avanti, per conto suo. Caldo. Afa. Fine blackout, luce. Sogno guarda fuori dal finestrino, mentre i suoi compagni continuano a passarsi di mano in mano la coppa. Ripensa a quel fuorigioco. Piange, Sogno. Adesso non trema più. E dal vetro appannato anche la malattia gli appare così, per una volta, in fuorigioco. SUBSPORT2010:- 13-07-2010 15:38 Pagina 7 .7 Senza titolo_Elisa Anfuso_Elaborazione digitale “Lo sport consiste nel delegare al corpo alcune delle più elevate virtù dell’animo” Jean Giraudoux L’Ultimo Fuoricampo ttorno al diamante si stava raggrumando un silenzio feroce. Ripassandosi mollemente la palla sul guantone, il lanciatore gli rifilò dalla sua cunetta un paio di sguardi di sfida appena accennati, ma precisi e ficcanti come sciabolate. Era un bestione dalla faccia scura e grinzosa simile a un agrume; vent’anni, forse qualcosa in più, originario del Minnesota, una stagione fallimentare nei Boston Red Sox prima di arruolarsi nell’esercito e venire spedito coi SETAF qui al Belpaese. “Ci stanno stracciando”, aveva smadonnato Peruzzi giù nel dugout solo pochi minuti prima. “Ci stanno facendo un mazzo così e se non vinciamo almeno un inning finisce che facciamo davvero la figura dei dilettanti, Cristo d’un Dio!”. “Mo’ gli faccio un fuoricampo, Peru’”, aveva ribattuto piano lui, in faccia un’espressione spavalda abbastanza inconsueta per i suoi standard. Peruzzi si era girato a scrutarlo diffidente. Sapeva che il pugliese era uno con le palle, lo aveva messo nella squadra lui personalmente quasi un decennio prima vedendolo centrare al primo colpo una lucertola con un sasso, giù al deposito dei veicoli. Gli stava simpatico, tra l’altro, e non si trattava solo di solidarietà tra meridionali. Perché Peppino ci sapeva fare: un atleta vero, fisico prestante e niente grilli per la testa. Se c’era qualcuno in grado di battere un homerun non poteva che trattarsi di lui. Però ‘sti americani del SETAF erano una gatta davvero rognosa A da pelare, e ai piani alti della Polizia nessuno si aspettava dalla squadra delle Fiamme Oro nient’altro che una sconfitta, purché dignitosa. Dopotutto, era col calcio che ci sapevano fare gli italiani, mica con ‘ste robe da yankee. “Peppi’!”, fiatò secco Peruzzi, “Se mi guadagni la casa-base io ti giuro che te lo faccio firmare domani, quel cazzo di trasferimento!”. Lui aveva allargato lo sguardo in tribuna, cercando nella marea di teste mobili la capigliatura corvina di sua moglie. Poi si era sbriciolato in un sorrisetto involontario una volta identificata la massa spettinata di capelli del piccolo affianco a lei. “Peru’”, gli aveva detto senza voltarsi, “Sai che io non me ne vorrei andare, Peru’, manco per niente: è lei che mi ci costringe...”. Il coach lo aveva interrotto levando la mano. “Devi volerle bene, Peppi’”, aveva sentenziato placido sistemandosi l’asciugamano sudato attorno al collo. “Le donne vanno volute bene!”. Allora lui si era messo ad annuire ed era uscito dal dugout tra le acclamazioni della folla per posizionarsi davanti al catcher, strofinandosi il talco sui palmi mentre gli strilli si attenuavano. Ora il bestione del Minnesota circumnavigava con sguardo assorto il diamante. Lo smicciò mentre lanciava segnali sfrontati ai suoi compagni di squadra, toccandosi la visiera del berrettino prima di scaraventargli addosso l’ennesima occhiataccia. Voleva innervosirlo. Fargli capire che, per quanto si dimenasse, lui restava solo un mangiaspaghetti che si cimentava con uno sport non suo. Ma Peppino non ci cascava. Restava concentrato, espirando calmo l’aria, la mazza sospesa a mezz’aria pronta a colpire. Siamo io e te, pensò fessurando gli occhi e facendo ruotare appena la mazza. Solo io, la palla e te, ragazzo del Minnesota. Fece in tempo a registrare solamente la mano del lanciatore che rinculava, poi la palla si librò dal guantone ad una velocità folle e in un battibaleno se la vide sfrecciare davanti al naso come una minuscola meteora rotante. “Strike!”, strillò monocorde l’arbitro dietro di lui. Peppino digrignò i denti. Immaginò Peruzzi dare fondo alla sua riserva di bestemmie, giù nel dugout, ma non osò voltarsi a controllare. C’erano solo lui, la palla e il ragazzo del Minnesota, là. Il resto era pura distrazione. Minnesota recuperò la palla e tornò a indirizzare lo sguardo altrove, disinteressato a tutto, come se non stesse per lanciare ancora una volta, come se quel suo braccio poderoso non stesse per irrigidirsi e poi flettersi di nuovo scagliando un altro micidiale colpo verso di lui. Solo io, te e la palla, figlio di puttana, si ripeté Peppino come un mantra. Suo figlio lo stava guardando. Era un portento, quel ragazzino là. Sapere che avrebbe dovuto mollare la scuola, i compagni e tutto il resto per andare ad abitare laggiù in terronia non gli piaceva affatto. Farlo nascere e crescere qui a Bologna era stata la sua partita migliore. Ma lei ormai aveva deciso. Bologna costava troppo. Le cose quaggiù al Nord sono troppo complicate, meglio tornare a casa, Peppi’, meglio riprovare a vivere là dove siamo cresciuti. Avremo meno ma spenderemo di meno. See. Come se lui non la ricordasse a memoria, la miseria di quel posto. Come se laggiù, a parte i parenti e qualche amico, la vita fosse un regalo. Un sibilo crescente lo riportò alla realtà. Avvertì lo spostamento d’aria soffiargli sul mento, poi la voce dell’arbitro tornò a ribadire definitiva: “Strike!”. Cristo, e siamo a due! E stavolta non l’aveva proprio vista. Minnesota se la rideva sotto i baffi. Lo scorse con la coda dell’occhio mentre dinoccolava le spalle in un pallido gesto canzonatorio. Peppino divaricò un po’ le gambe, piantandosi per bene sui piedi. Ora la prendo, vedrai. Solo io, la palla e te, figlio di puttana. Guardò in alto un’ultima volta, lassù verso gli spalti. Sua moglie era una figuretta altera e longilinea, bella da impazzire. Pensò che avrebbe fatto tutto per lei. E che ogni cosa sarebbe andata al posto giusto. Non poteva che andare così. Poi il lanciatore raccolse la palla da bordo campo, ciondolò piano con la testa e si affrettò a caricare il tiro. Solo io, la palla e te... Omar di Monopoli Omar Di Monopoli (1971) è grafico e scrittore. Ha scritto testi radiofonici (RadioRai3), saggi e articoli per riviste letterarie d’ogni tipo. Ha collaborato come sceneggiatore con il regista Edoardo Winspeare. Nel 2007 ha esordito con il romanzo UOMINI E CANI (Premio Kilhgren Città di Milano) cui ha fatto seguito l’anno successivo FERRO E FUOCO. Da pochi giorni è in libreria LA LEGGE DI FONZI, conclusivo episodio di una trilogia western pugliese. Tutti i titoli sono editi dalle edizioni ISBN di Milano. SUBSPORT2010:- 12-07-2010 18:33 Pagina 8 .8 LE IMMAGINI DELLA POESIA Gianni Rodari Dino Campana Filastrocca del gregario corridore proletario Dall’alta china precipite Come movente dal caos d’un turbine Come un movente grido del turbine Come il nocchiero del cuore insaziato. che ai campioni di mestiere deve far da cameriere e sul piatto, senza gloria, serve solo la vittoria. Al traguardo, quando arriva, non ha applausi, non ha evviva. Col salario che si piglia fa campare la famiglia e da vecchio poi si acquista un negozio da ciclista Roberto Mussapi Bolgia di roccia alpestre: grida di turba rideste Vita primeva di turbe in ebbrezze Un bronzeo corpo dal turbine Si dona alla terra con slancio leggero. Oscilla di vertigine il silenzio Dentro la muta catastrofe di rocce Ardente d’intorno - Tu balzi anelante fuggendo nel palpito indomo Un grido fremente che fugge e scompare con te Balza una turba in caccia s’annoda si snoda una turba Vola una turba in caccia - Dionisos Dionisos Dionisos o un baretto, anche più spesso, con la macchina per l’espresso. *** Maurizio Cucchi La tua maglietta rossa sarà la più bella, e con un simbolo chiaro proprio qui sul petto. Lo diceva il giovane dal braccio ferito, e lui capiva, e non capiva. Sarà stato il ’50, il ’51, gli parlava della corsa dei fiori la Milano Sanremo. Dopo l’ultimo scatto, e passata la fontana, sorriderai nella vittoria dei colori giusti, e avrai le braccia alzate del campione ’82. SCIREA Li ricordo avanzare inesorabili, distendersi con forza alla vittoria finale: prima, dal buio degli spogliatoi uscivano incerti, poi iniziarono a vincere, sempre di più, sempre. Ricordo Gentile, dominò sempre l’avversario, vincendo ogni torneo, respirandogli sul collo, ognuno cedette spossato, annichilito dalla sua potenza. Ricordo Tardelli, il proiettile e il grido, e l’alto pianto al cielo teso e lucente. Zoff che copriva le spalle con gli occhi ferrigni, ricordo tutti, chi per la corsa a testa alta, guardando i nemici lontani, oltre il cavallo, chi per la rapidità d’esecuzione, la mira fulminea con cui finì il portiere, chi per le folate furibonde sulla fascia, i lanci di Cabrini come bombe sul centro. Ma lui, che anticipava come non avendo avversario, che combatteva col tempo e non coll’uomo, che prima di ogni altro fulminò il secondo, rendendo fuori tempo la partita avversaria, lui animato dal suo metronomo interno, col battito del cuore sostituì l’orologio, lui cancellò e rigenerò il tempo. E non fu necessario alcuno scontro, sempre agì di previsione anticipando, sempre determinò il lancio in solitudine, nel cuore della partita ed estraneo al suo strepito, al tumulto di Gentile e Tardelli, alla rapida corsa di Bruno Conti, alle frecce di Rossi. Giocò la partita d’anticipo contro un avversario invisibile: lineare, apollineo nel correre, silenzioso. Lui più di tutti ricordo, che diresse in silenzio l’esercito e antevide ogni mossa dell’avversario e disegnò la vittoria, tracciò la scia nell’alta marea. In questa pagina, in alto da sinistra: Baseball_Fabio Coruzzi_Serigrafia e tecnica mista su carta ; Foto Archivio Cavalleria. Pagina a fianco: Foto M.M. (elaborazioni grafiche a cura di SolariS Comunicazione) SUBSPORT2010:- 12-07-2010 18:33 Pagina 9 .9 LE EMOZIONI DELLO SPORT Mario Luzi Vittorio Sereni Ai campioni del Torino Qui a questa rupe nera, qui piegava la manovra leggera delle ali, i triangoli in fuga coniugati, il guizzo breve, il fulmine leggiadro? Mai la morte fu veramente morte così, mai corse rapida all’essenza come questa che vi abolisce, squadra anche contro la morte, ancora squadra. Niente c’è più, né grazia trascorrente né scienza fine e rapida sull’erba, niente che vi protegga e vi distingua dal tutto grigio e vile in cui rientraste? Valentino Zeichen Altro compleanno A fine luglio quando da sotto le pergole di un bar di San Siro tra cancellate e fornici si intravede un qualche spicchio dello stadio assolato quando trasecola il gran catino vuoto a specchio del tempo sperperato e pare che proprio lì venga a morire un anno e non si sa che altro un altro anno prepari passiamola questa soglia una volta di più sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore e un’ardesia propaghi il colore dell’estate. A Bruno Giordano Un remoto LAZIO-JUVENTUS; tre a zero esplode l’anonimo urlo di trionfo, sì; ma chi ha recapitato al presente il nome di quel gladiatore: Bruno Giordano che si distinse durante i giochi per l’incoronazione dei titoli di Augusto; con quale punteggio sconfisse le fiere zebrate se l’ovazione riservatagli dalla folla superò i cento decibel, sopravanzando quella resa di consueto all’imperatore? *** *** Niente, né ritmo celere né piano che vi separi più dal moto oscuro, tempo rubato al tempo non c’è più che vi salvi dal tempo che v’invade? Niente c’è più, niente c’è più, o un barbaglio? niente, niente, non c’è più niente, piove qui dove noi diciamo Rigamonti, Castigliano, Maroso, Ballarin. Giorgio Caproni Antonio Porta Considerazione nel principio della notte, autunno il cuoio del pallone luccica i ragazzi lo calciano tra gli alberi con occhi di gatto lo ritrovano così continuano a giocare tracce luminose 8.11.1982 Il sesso. La partita domenicale. La vita così si è risolta. Resta (miseria d’una sorte!) da risolver la morte. Gianni Rodari “Senza titolo”, Filastrocche in cielo e in terra, Torino, Einaudi, 1972 ; Dino Campana “Senza titolo”, in Opere: canti orfici, versi e scritti pubblicati in vita, inediti , Milano, TEA, 1989 ; Maurizio Cucchi “Senza titolo”, Poesie (1965-2000), Milano, Mondadori, 2001 ; Roberto Mussapi “’82 Scirea” in La polvere e il fuoco, Milano, Mondadori, 1997 ; Giorgio Caproni “Considerazione”, Mario Luzi “Ai campioni del Torino”, Antonio Porta “Senza titolo”, Vittorio Sereni “Altro compleanno”, Valentino Zeichen “A Bruno Giordano”, in Luigi Surdich e Alberto Brambilla (a cura di) Il calcio è poesia, Genova, Il Melangolo, 2006. SUBSPORT2010:- 12-07-2010 18:33 Pagina 10 .10 ‘ di una virgola , Vincenzo Mascolo Alessandro Secchi Abbiamo vinto tutti? L’arbitro fischia. Il pallone compie un arco, tocca la traversa, io ti guardo. Volto la testa al televisore e incrocio i tuoi occhi. La città è composta d’afa, tensione e silenzio, la voce di Marco Civoli si mischia a quella di Fabio Caressa, il cortile interno su cui si affacciano decine di finestre aperte è un’arena vuota. Le tue parole sono uno scioglilingua, dici che sei confusa, non sai cosa fare, non sai cosa dire. Le mie orecchie si ovattano. Dici che ti senti strana, ingabbiata come in una marcatura a uomo asfissiante che non lascia ragionare e che, da un momento all’altro, può farti perdere la testa. Non trovi il coraggio di dire quello che vuoi dire, quello che sai, che devi dire. Fingi ancora di essere legata alla tua squadra del cuore, che poi sarei io, quando invece hai già deciso di cambiare maglia. I francesi si abbracciano, l’Italia è muta, zittita. Sembra che tutti attendano un tuo segnale. Provo a ripartire in contropiede. Ti dico che l’ho capito, che ho sentito che qualcosa non andava, ti dico che sono disposto ad aspettare, a giocare d’attesa, a schierarmi a difesa del nostro pareggio. Sono pronto ad aspettare come si aspetta la vittoria di un Mondiale. Penso a Spagna ’82, a quel sole rosso. Io e mia madre soli in un parco vuoto e un signore con la radiolina in bicicletta che dice che l’Italia sta vincendo e allora di corsa a casa. Fine del ricordo, ero troppo piccolo. Non era quello il mio Mondiale. Penso alle notti magiche del ’90, quando tutto sembrava perfetto, agli occhi spiritati di Schillaci che erano gli occhi dell’Italia intera. Penso alla delusione di Pasadena, alle lacrime di Baresi che si mischiavano alle mie, al sordo rumore della traversa di Di Biagio, all’arbitro Moreno e penso che una serata così l’aspettavo da anni. Questo era il mio Mondiale. Tu ripeti che ti senti in gabbia, che hai bisogno di prendere decisioni sulla tua vita e che non puoi farlo con me vicino. Di colpo nella tua vita sono passato da giocatore indispensabile e terzo portiere relegato in tribuna senza possibilità di fare niente. Mi stai lasciando ti dico. Non stiamo più insieme ti dico. Annuisci. Il flusso di emozioni che ho trattenuto da quando hai iniziato a parlare scoppia in un singhiozzo irrefrenabile. Pirlo batte il corner, Materazzi svetta: 1-1. Il cortile si anima, prende vita. Urla, schiamazzi e pugni che battono sui tavoli si confondono con il mio singhiozzo. I miei occhi umidi intravedono gli azzurri abbracciarsi. Era il mio Mondiale. Era il nostro Mondiale. Andiamo avanti e parliamo, parliamo, ricordiamo e ricordiamo. E gli azzurri si difendono, Buf fon compie miracoli e Cannavaro azzanna le caviglie. Nessuno dei due veramente capisce perché sta succedendo, ma sta succedendo. I francesi spingono, io cerco di farti capire quanto ti amo, ma la tua difesa è rocciosa, spigolosa, non lasci varchi. Attacco e mi ritraggo, non c’è niente da fare. Il risultato è scritto. Noi non ci giocheremo tutto ai rigori. Ti alzi in piedi sul divano e mi abbracci, il tuo morbido viso si appoggia al mio e ti lasci andare totalmente su di me. Ci abbandoniamo in un pianto disperato che ha il salato sapore dell’addio. Il mio corpo ti sorregge. Per l’ultima volta. Volto le spalle al televisore e a te. Esco senza voltarmi per non guardare un’ultima volta i tuoi occhi azzurri inondati di lacrime. Esco e mi accoglie una città a tinte azzurre e tricolori e i tuoi occhi sono lì, in quelle maglie piene di gioia. Esco, me ne vado. Caressa urla: “Abbiamo vinto tutti stasera!”. L’unico a non aver vinto sono io. Pier Paolo Pasolini diceva: “Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato” raiettoria magica. Ad effetto. Una virgola. Lui l’aveva messa lì, nel romanzo della Partita, come fosse la cosa più importante. Ma in fondo cosa vuoi che possa fare una virgola? Una virgola, nella grande sintassi di una partita. Una virgola è insignificante, direte. Il significato di una gara non può cambiare per una virgola. Se ne vedono tante per il campo. C’è tanta prosa in una partita e poca poesia: passaggi laterali, scivolate, appoggi banali in disimpegno, rinvii sbilenchi, colpi di testa e altro; fra le tante parole, belle e meno belle, di una gara, una virgola non può molto. Ebbene quella virgola per Lui significava tutto. Era uno fissato con la punteggiatura. Lui utilizzava le virgole per trasformare la prosa di una partita in pura poesia. Quando gli sembrava che il linguaggio non fosse fluido e sciolto come doveva, quando le parole languivano, quando nella trama affioravano gli strafalcioni di poetastri credutisi poeti, Lui si stancava e modificava lo stile di gioco, inventando nuove costruzioni sintattiche. Si affidava quasi sempre alle virgole per farlo. Alcune erano lunghissime: sembravano insensate T sul campo di gioco, quelle virgole di lunga gittata, ma non era un semplice tentativo avanguardista, come quello di un futurista. Quelle virgole impreziosivano frasi che avevano poco da dire. La pausa-virgola dava loro un momento di sospensione, che finiva in un’esplosione di effetti speciali. L’effetto. Era quello a dar luogo alle virgole. Ma torniamo alla virgola della Partita. Aveva aspettato il momento propizio per piazzarla: avrebbe cambiato il corso della gara e reso il tutto meno prosaico. La traiettoria di quella palla avrebbe stravolto le leggi fisiche, le avrebbe piegate al suo volere, avrebbe sedotto il vento blandendolo, circuito l’aria chiedendole sostegno: voleva farsi portare dove Lui le aveva detto di andare. Un appoggio morale e fisico estorto agli elementi, per compiere il suo destino di palla ad effetto, che l’avrebbe condotta al termine di un viaggio chiamato tiro. Sott’effetto di un tocco, come una frustata che si fa carezza. Il corpo è piegato all’indietro, la maglietta fuori dai pantaloncini, sembra quasi fregarsene di fare la cosa giusta con quella punizione spostata sulla parte sinistra dell’area, quella che presta il fianco al colpo di destro interno, ad effetto. Una virgola, come una foglia morta. E per fortuna quel giorno c’è una telecamera che inquadra alle spalle il poeta nel suo atto creativo. Il pallone si alza, va molto in alto, più di quanto non gli serva per superare la barriera: sono in molti a pensare che quella virgola non c’entri molto con quello a cui il poeta li ha abituati. La palla sale ancora e sembra destinata ad andare sopra la traversa, in direzione centrale. Ma ecco che finisce l’ascesa, la palla sembra vogliosa di consegnarsi alla legge di gravità. Si abbassa repentinamente e gira, verso sinistra per chi guarda da quella preziosa inquadratura da dietro. Sembra impossibile che questa virgola riesca bene, ma ecco che si abbassa ancora, gira, e va a concludere la sua traiettoria in porta, nemmeno tanto alta, a sinistra. La rete è gravida e stempera l’effetto della palla. Il portiere è Tancredi e rimane impietrito. Lo stadio è l’Olimpico e rimane mezzo muto. L’anno è il 1983 e la Roma vince comunque lo scudetto. Lui è Platini e forse non è mai stato tanto giusto chiamare “punizione” un tiro. Mr. TenniS Manuela Piemonte è ancora il cartello di legno dipinto a mano, sei lettere colorate, un tempo. Ora sono sbiadite e spente. Mi piacerebbe che qualcuno venisse qui e lo staccasse, quel cartello, l’unica cosa che ricorda a tutti lo scopo per il quale sono stato costruito, ormai più di quarant’anni fa: ero un centro sportivo, un grande centro, per i miei tempi, quattro campi da tennis, due sintetici, due in terra battuta, niente erba, perché qui in campagna, poco fuori Milano, di erba ce n’era già troppa e a nessuno veniva in mente di giocare sull’erba, era roba da morti di fame. Il sintetico sì, era passabile, ma solo per questioni di gara. In fondo i tennisti che lo usavano temevano di confondersi con i dilettanti, quelli dei condomini residenziali con tennis e piscina dove chiunque, dai proprietari agli inquilini, poteva mettersi a giocare, magari pure con una racchetta sgangherata, pagata venticinquemila lire in offerta al supermercato. Invece la terra battuta, beh, era tutta un’altra storia. Glielo leggevo negli occhi, dal più piccolo dei principianti fino al presidente: per tutti loro la terra battuta era il Tennis, perché dopo aver giocato lì la terra li seguiva, come li seguiva la loro passione ardente e restava con loro tutto il giorno, sulle scarpe, le mani e gli abiti, nonostante la doccia, sempre attaccata addosso da mattino a sera. Ne è rimasta un po’, di terra, qui tra i metri quadrati che formano il mio corpo stanco e anziano. La si può trovare ben nascosta sotto gli strati di arbusti che, anno dopo anno, sono riusciti a espandersi in ogni direzione, mentre aspettavo di sapere quale sarebbe stato il mio destino. All’inizio è stato con i corsi. Hanno smesso di fare i corsi di tennis. Allora ho capito che mi avviavo verso la pensione. A differenza degli esseri umani, che quando vanno in pensione diventano nonni e passano tanto tempo con i bambini, io li ho visti sparire tutti da un giorno all’altro, quei piccoli esseri umani, e non mi è rimasto che tendere l’orecchio verso il cielo per cogliere ancora qualcuna delle loro risate cristalline, qualche pianto, qualche gridolino di soddisfazione che gli scappa se riescono ad acciuf- C’ *** Dopo aver giocato lì la terra li seguiva, come li seguiva la loro passione ardente e restava con loro tutto il giorno, sulle scarpe, le mani e gli abiti, nonostante la doccia, sempre attaccata addosso *** fare la coda di una lucertola. Dopo i bambini, però, se ne sono andati anche i grandi. Hanno smesso di allenarsi sui miei campi. Eppure io ci speravo ancora. La mia bella insegna dipinta a mano lo diceva, del resto, Mr. Tennis: un nome, una garanzia. Qualche bambino ogni tanto, allora, riuscivo ancora a vederlo, ma solo perché entrava qui per andare al bar a prendere il gelato, il Liquirone o qualche altra porcheria che a loro piace tanto. Ero l’unico bar della zona. L’altro, il bar dell’oratorio, distava dieci minuti a piedi. I bambini evitavano di andarci perché temevano che se ci avessero comprato troppi gelati o caramelle, prima o poi il prete di turno li avrebbe costretti a confessare tutti i loro peccati di gola. Senza i corsi e i tennisti, però, il bar perse pian piano gran parte dei suoi clienti. Alla fine chiusero anche lui, insieme ai miei cancelli. Un lucchetto al locale delle caldaie. Un lucchetto agli spogliatoi maschili, un lucchetto agli spogliatoi femminili e poi un altro all’ingresso, un catenaccio grande così, che non si può spezzare neanche con un’ascia e ormai, quindici anni dopo, è tutto arrugginito. E sono andato in pensione. Mi hanno lasciato con i miei ricordi. Non è così che capita agli anziani? Questo mi hanno fatto, gli esseri umani. Finché gli portavo tanti soldi mi hanno tenuto vivo, mi hanno curato e parlavano a tutti, i proprietari, parlavano di me e dei miei quattro campi da tennis, due sintetici e due in terra battuta, dove avevano mosso i loro primi passi tanti campioni. E poi basta. Mi hanno dimenticato. Ogni tanto qualcuno viene a trovarmi, però, e questa è una consolazione. Viene una ragazzina, una che per il tennis era proprio negata e dopo un anno di corso è andata a giocare a pallavolo. Lei ci era cresciuta, qui dentro, perché suo padre la portava a vedere le partite. Un giorno, due anni fa, ha scoperto un buco nella recinzione e siccome è alta ma è anche magra e sottile, è riuscita a passarci. Una volta ha portato anche il suo cane. Era molto triste vedendo come mi sono ridotto. Ho provato un po’ di vergogna. Lei ha attraversato il cortile fino a dove una volta c’era il bar. Ora il locale è vuoto, niente più Liquirone, gelati, patatine, Gatorade. Si sono portati via anche l’arredamento e al suo posto qualcuno ci ha trascinato i pezzi di una vecchia cucina degli anni Sessanta, tutta azzurra che mi fa quasi sentire come se fossi all’ospedale. Magari. Lì almeno qualcuno si prenderebbe cura di me. Ma non esistono ospedali per i centri sportivi abbandonati. La ragazza quel giorno ha sospirato. Poi si è girata verso la bacheca, un rettangolo di legno dove una mano aveva inciso la frase “orari dei corsi”. Ora al posto degli orari c’è il disegno a bomboletta spray di un cazzo nero, lo stesso ripetuto sulle porte degli spogliatoi e sui muri che confinano con la piscina comunale. Prima o poi mi abbatteranno, dice la ragazza, e al mio posto tireranno su un paio di palazzi. Prima o poi succederà. Per questo ogni tanto lei torna a trovarmi. Sono l’unico posto dove riesce ancora a ricordare la sua infanzia. Le domeniche con il sole e la mamma che dal condominio qui di fronte la mandava a comprare lo zuccotto al bar del tennis, perché arrivavano i nonni a pranzo e non avevano nulla da offrirgli per dessert. E i sabati di primavera, con suo padre appena trentenne che la portava lì per giocare, mentre lui scaricava lo stress di una settimana di lavoro sfidando qualche amico fino all’ultimo match. Lei viene qui a cercare quei momenti che se ne sono andati e io vorrei tanto abbracciarla, dirle che li ricordo, li ricordo bene, dirle che non deve preoccuparsi perché andrà tutto per il meglio, dirglielo sussurrando, come fanno i nonni con i loro nipotini, anche se sanno che non è vero. SUBSPORT2010:- 12-07-2010 18:33 Pagina 11 .11 Nuoto sincronizzato_Alice Spadaro Orlando Dandelli Alessandro Giuffrida _Autore Subway-Letteratura 2010_Cronache del post-licenziamento_Premio Speciale città di Milano «Scompare “Soffione” Dandelli, l’uomo che danzava nel cielo» Un satellite lo individua nella stratosfera e ne conferma la tragica sorte difficili esordi, i duri allenamenti in strutture cadenti. Poi, l’improvvisa fama. Il sogno americano, l’Italia che ce la fa. E, ieri, la drammatica e prematura scomparsa di una delle figure più importanti dell’icaristica mondiale: Orlando Dandelli ha spiccato il volo all’inizio del secondo tempo della finale di stagione contro i Boston Sparrows, ha superato la linea zenitale e non è più tornato giù. do un’altra famosa tecnica. Lui semplicemente si staccava da terra, e a quel punto a noi bastava imitarlo”. Senza parole invece Mike Powers, il guru americano del volavolo, che per caso nota il giovane Orlando durante una vacanza sulle spiagge della riviera romagnola e lo vuole portare con sé negli States. Da quel momento, nient’altro che fama e gloria per il ragazzone lombardo dalla faccia pulita, che però rimane sempre umile e con la testa sulle spalle. Sette grandi stagioni e un’enorme rivoluzione culturale che si è diffusa a macchia d’olio in tutto il vecchio continente: migliaia di giovani vogliono seguire il suo esempio, e migliaia di genitori cercano di evitare che i figli scappino dalle finestre. I Nato ventisette anni fa a Busto Bustrasco (MI), si accorge fin dall’infanzia di non poter competere con i coetanei sul campetto di calcio dell’oratorio, visto che fatica a tenere i piedi ancorati al suolo. Già allora sogna le stelle del volavolo d’oltreoceano, i balzi da trecento metri, i decapunti e le giocate spettacolari. Il padre, un operaio, sacrifica tempo e denaro per far sbocciare quel talento innato. Affronta le avversità di uno sport che, una ventina di anni fa, era quasi del tutto sconosciuto, se non guardato con sospetto da molti (bando alle ipocrisie, noi compresi: chi credeva che le persone potessero veramente volare?). Ogni fine settimana, un viaggio di centinaia di chilometri per raggiungere altri giovani appassionati come lui, ritrovi quasi segreti in palazzetti abbandonati, con una rete di salvataggio tesa alla buona tra i quattro angoli del campo. “Era di un altro livello”, ricorda Emilio Andurzi, anche lui in mezzo a quei ragazzi e ora militante in Prima Divisione, tra i primi a esprimere le sue condoglianze. “Il decollo era sempre la parte più difficile. C’era chi provava il metodo Peter Pan, ma esagerava con i pensieri felici e si ritrovava a rotolare a mezz’aria piegato dalle risate, c’era chi provava a gettarsi al suolo e mancarlo, secon- Un grande orgoglio per l’Italia, testimoniato dalle parole pronunciate durante la cerimonia in suo onore dal Ministro delle Rimanenze, non più di due settimane fa: “Consideriamo Dandelli un vessillo dell’italianità, un brand forte che rappresenta la genuinità e la qualità dei nostri prodotti in ambito internazionale”. Orlando, che viveva negli Stati Uniti da sette anni (senza però dimenticare mai le pappardelle del giovedì della mamma), sfortunatamente non aveva potuto presenziare all’evento. E poco ci importa di certo gossip maligno spuntato fuori nell’ultimo periodo, foto che lo vedrebbero ritratto in sfrenati festini ad alta quota, e altrettanto poco delle accuse di evasione fiscale, di fronte a cui si è sempre dichiarato innocente. Orlando Dandelli oggi è una stella tra le stelle, e non possiamo che citare le sue parole più famose: “Quando volo sono, cioè, in pace”. Volano_Marina Scognamiglio_Xilografia Addio Orlando, ora sei in pace. SUBSPORT2010:- 12-07-2010 18:33 Pagina 12 Ivan Benassi aveva ragione .12 Antonio Cennamo 21 Maggio 2010. Ore 18.30. È la vigilia della partita più importante della competizione più importante nella stagione più importante dell’Inter. E di chi la segue da 25 anni, come me. Noi del volo per Madrid ci riconosciamo dallo sguardo da undicenne in finale di Champions. 21 Maggio 2010. Ore 19.05. Una hostess lascia sciaguratamente trapelare voci di cancellazione del volo. Delirio. Intimidazioni al personale EasyJet. Si parte, non si parte, il vettore è partito, no non lo è. Sì è partito ma non è in volo, il vettore è nel Triangolo delle Bermuda. Tiro fuori l’amuleto: maglia dello Zio Bergomi con lo sponsor Fitgar. Commozione generale. Celebriamo l’alto medioevo calcistico degli anni ’90 e, ricordando con affetto Hodgson, le SS (Seno e Shalimov) e altri incubi, superiamo anche questa: partiamo e atterriamo a Madrid alle 4.00 am. Mi sveglio deciso come un serial killer. In testa un obiettivo: entrare al Bernabeu. Sulle spalle una maglia: quella dello Zio. Esco e un bambino mi indica, io penso: “Sììì... IO sono interista e sono in finale! Mentre TU e Cristiano Ronaldo andate a raccogliere la cicoria!”, ma mi limito a sorridere. È chiaro come la Ferrarelle: la libe- Rugby_Nicola Ballarini ralizzazione ha eliminato tutti i monopoli tranne il bagarinaggio ai napoletani. Inizio una trattativa serratissima. Provo a impressionarli con l’ars oratoria. Loro sticazzi. Vado di psicologia: mi avvicino, chiedo il prezzo e rifiuto per demoralizzarli. Loro sticazzi. Fondo una società di ticket-hunters. Quando siamo diventati quattro, lancio un’OPA verso i bagarini. Loro sempre sticazzi. Davanti al loro sticazzismo vado in giro in attesa che i prezzi scendano. Così, mentre la maglia dello Zio fuori al Bernabeu riscuote più successo di Mario Merola a Napoli, la mia strategia speculativa dà i suoi frutti: raggiungo un accordo a 500 euro. Penso. 500 euro per 90 minuti. 5 euro e 50 centesimi al minuto. Se Materazzi si butta a terra, mi deve 20 euro. È tantissimo. Ed è immorale. Lo so. È contro i miei principi. Lo so. Lo so. Sapete che vi dico? Non cacate il cazzo! Lo prendo. E la tua teoria di non alimentare tali fenomeni? Non cacate il cazzo! E la storia del budget massimo? Ho detto non cacate il cazzo! Obiettivo raggiunto. In tasca ho un biglietto per il settore 4: tettoia Business Class. Nel portafogli ho il vuoto lasciato dai 500 euro per cui mi sembra già tanto non sedermi in panchina con Mourinho: dribblo l’addetto alla sicurezza come Roby Baggio contro Bodo Illgner e m’infilo nel settore 3. Inizia la cerimonia d’apertura: immaginate migliaia di persone con una sete atavica che hanno attraversato il deserto degli anni ’90 per arrivare fino all’acqua sorgiva, e cosa fai? Gli proponi un quarto d’ora di flamenco con geisha andaluse? Ma chi ha organizzato ‘sta partita, Carrie di Sex & The City? Le squadre entrano in campo. Ora dovete sapere che io e Javier Zanetti ci siamo conosciuti il 25 Settembre 1995 al San Paolo di Napoli. Ho un biglietto con il suo autografo come souvenir che varrebbe oro se non ci fosse anche quello di Centofanti. Per questo Javier mi riconosce ed io gli dico: “Savè (sì, siamo in confidenza) ci conosciamo da quando Sneijder correva tra i tulipani e Balotelli veniva preso a calci all’asilo... Sono qui, ho fatto quello che potevo, manca solo che gioco al posto di Chivu: vincete ’sta coppa!”. Lui mi guarda come il capitano che non tiene mai paura, e la partita inizia. Dieci minuti e mi pento di non giocare davvero al posto di Chivu. Robben lo sta umiliando. Io entro in apnea. Sto per battere il record di Maiorca quando Milito chiude un triangolo con Sneijder e io riempio i polmoni d’aria per urlare. Trepassaggintaport e stiamo vincendo la finale di Champions. Nell’inter vallo sono distribuite delle bandierine. Ignorando le nozioni base di psicologia inversa, si raccomandano vivamente di non aprirle prima del 2° tempo con il risultato di avere un bellissimo sventolio nerazzurro mentre Samuel è al cesso. Inizia la ripresa. Pochi minuti e Mueller si mangia un gol. I nostri tormenti riaffiorano. Sento la vocina interna allevata da anni di sconfitte memorabili. Lo sai che siete già riusciti a perdere partite come questa, vero? Karel, cazzo dici? Non bluffare, vincevate anche quella volta col Bayern. Ricordi? Berti correva e tu ti avvicinavi alla TV a ogni sua falcata. Sì, ma erano gli ottavi. Questa è una finale. Allora ti ricordo una finale con un’altra tedesca, lo Schalke04. Sbagliato, vincemmo. Segnò la nonna: Wim Jonk. Tu ti sbagli, quella era con il Salisburgo. Con lo Schalke apparaste le figure di merda. Wilmots. Vaffanculo. Su, non fare cosi, ci conosciamo da una vita. (Sogghigno). Vai a fare in culo. (Risata sarcastica). Lo vedi? Mi costringi: “ei fu, siccome immobile, dato il mortal sospiro...”. Il dialogo è interrotto quando la palla arriva al Principe che non canta con Pupo. Solo, davanti alla difesa, temporeggia come Fabio Massimo, manda Van Buyten a prendere il latte come Gianni Morandi ed è sempre solo, ma davanti al portiere. Allora avverte uno strano calore sul piede destro, ma non ci fa troppo caso, e ci fa urlare. Tutti, ma proprio tutti, tranne la mia vocina, che si zittisce. Triplice fischio finale. Triplice titulo (ormai la U è sdoganata). Tris, tripletta, triplete, hattrick: Internazionale, davvero. Zanetti con la coppa è roba degna di un romanzo di Dick. Magic Mouments ci passa a salutare. Il suo futuro è un dettaglio in una storia così. Io m’incateno alle gradinate finché non passa il custode: “Señor, tenemos que cerrar...”. Mentre mi allontano, vedo piccoli tifosi che non dovranno patire un quarto di secolo prima di vincere la Coppa Campioni e ricordo di quando, bambino, ho disegnato Matthaus che la alzava. Mia mamma aveva la sana abitudine di conservare i miei disegni, quello ormai avrà più di 20 anni, chissà se ce l’ha ancora... “Credo che un’Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa”. Ivan Benassi in RadioFreccia di Luciano Ligabue, Emozioni e applicazioni razionali del rugby Davide Federici a cosa più emozionante per me era prima della partita... quanto mi manca! A tal proposito segnalo un bellissimo cortometraggio francese Comme un seul homme (Come un solo uomo) vincitore al Festival Cinematografico di Torino di qualche anno fa: un prepartita in uno spogliatoio di una squadra di rugby francese che finisce al fischio d’inizio dell'arbitro. Personalmente, quando giocavamo in casa, mi cambiavo nel secondo attaccapanni di sinistra, mi massaggiavo piedi, caviglie e gambe con costume da bagno, onde evitare irritazioni in caso di pisciata, poi mettevo calze e scarpe, mi facevo massaggiare schiena e collo da “Budin”, compagno di ruolo, mi mettevo la maglia, per ultimi i pantaloncini, poi tutti in cerchio a contare fino a 10 e uscivo secondo della fila dopo il capitano. Una buona abitudine durata circa 20 anni. Poi il fischio dell’arbitro e via a correre dietro ad un sogno di vento, con serietà, applicazione, metodo, tecnica, capacità, forza, tenacia, mobilità, fantasia, emozione. Gruppo di amici per la pelle democratico e schietto, così diversi l'uno dall'altro e così “uniti come un sol uomo”. Finalmente il rugby è uscito dagli angusti confini prettamente amatoriali e, oltre ad aver conquistato un posto di meritato prim’ordine nei palinsesti delle televisioni sportive nazionali, è diventato materia di più ampio respiro. Molte tematiche legate all’agire in team vengono filtrate attraverso il punto di vista rugbistico a partire dal lavoro in azienda. Parlando di lavoro di squadra, diventato oggi uno dei temi principali della cultura d’impresa, il pensiero va, per analogia, immediatamente al rugby, in quanto la palla ovale è, a mio parere, la metafora più appropriata e calzante per esprimere l’appartenenza ad un gruppo, l’emozione di collaborare con i compagni di squadra e il fascino di sentirsi “fratelli per forza”. C’è chi definisce il rugby una partita a scacchi giocata sull’erba, c’è chi afferma che è il modo migliore per tenere trenta “energumeni” lontano dal centro della città il sabato pomeriggio, per Alessandro Baricco “qualsiasi partita di rugby è una partita di calcio che va fuori di testa. Con ordinata e feroce follia”, per noi rappresenta la passione di uno sport in cui novelli gladiatori rin- L corrono il sogno rappresentato da un “sacco pieno di vento” e da una linea oltre la quale posarlo, uniti, insieme, all’unanimità, d’accordo... come quando le diverse professionalità e funzioni si impegnano congiuntamente per lo sviluppo di un progetto imprenditoriale e lavorativo. La palla ovale è, infatti, lo sport di squadra per antonomasia anche per una componente che va oltre le tattiche di gioco: l’integrità fisica del singolo dipende dal gruppo. Se sei abbandonato dai compagni nell’affrontare una maul o non supporti un giocatore della tua squadra in una ruck non otterrai l’avanzamento e il possesso dell’ovale ma anche rischierai. Il docente e sociologo Domenico De Masi afferma che: “Ormai si crea quasi tutto sempre in gruppo. Non più un’idea ma le idee creano i progetti, le aziende...”. Si tratta della giusta evoluzione di uno sport che detiene ancora una serie di valori morali e regole comportamentali che, soprattutto in questa società, possono essere assai utili come antidoti all’egoismo e al forzato soggettivismo. Il ricordo personale, però, è quello più semplice e minimalista fatto di tecnica, agonismo, rapporti umani e odore di canfora. Tralasciando gli aspetti più legati al gioco, vorrei descrivere invece la palestra di vita costituita dai rapporti fra gli atleti che si potevano creare nell’ambito di un così multiforme ensemble umano. All’interno della squadra militavano insieme “il più ricco” cittadino veneziano, che aveva il privilegio di abitare nell’unica casa che si affaccia sulla Piazza San Marco, e “il più povero”, che viveva con la famiglia in una casa piccolissima nella quale la pavimentazione era stata da poco realizzata secondo i canoni minimi di igiene. Si confrontavano in animate discussioni persone socievolissime con altre timidissime. E molti altri erano gli apparenti contrasti in quell’ambiente che amo ricordare e definire come “molto democratico”. Ancora oggi è rassicurante e appassionante frequentare il campo da rugby, uno spazio così formativo e importante nella mia vita, per giochicchiare, ritrovarsi, confrontarsi. SUBSPORT2010_web:- 13-07-2010 17:01 Pagina 13 www.subway-letteratura.org GRATIS in tutti i migliori computer W W OPEN BLOG W I . S RECENSIONI U I B POESIE I W A RACCONTI Y I E EVENTI I D I Z AUDIOFILE I I O N APPUNTAMENTI I I . C O M CONCORSI LETTERARI SUBSPORT2010:- 12-07-2010 18:35 Pagina 14 Garrincha .14 Pugile_Daniele Barillari_”Acquerello” su carta di Mario Pistacchio on è uno sport per vecchi. Tutto questo correre, correre, correre, sopra e sotto su una striscia di verde lunga cento lunghissimi metri. Finché il cuore scoppia, i polmoni le bruciano, gambe induriscono, i capelli fradici si attaccano alla fronte. Correre, perché c’è quel pallone che arriva, spazzato dalla difesa, nella terra di nessuno della tua tre quarti. Non ci stai nemmeno a pensare. I novanta minuti stanno sgocciolando gli ultimi secondi, e ti butti su quel pallone. Dentro ti è scattato qualcosa, perché sei un’ala destra dai piedi buoni e dolci, hai il numero sette sulla schiena, e vivi di istinto e follia. Nessuno se l’aspetta, a parte il pallone, che viene come se sapesse quello che deve succedere. Lo stoppi a seguire, controlli di punta e corri. La gente sugli spalti resta seduta, ma dopo che hai saltato il primo centrocampista si alza. Davanti a te ci sono settanta metri, fatti di gambe, piedi, una lunga linea bianca. E in fondo a tutto, il capolinea. Ti allarghi, perché l’ala gioca sempre a un passo dall’orlo. Il pallone è attaccato agli scarpini e lo accarezzo come si fa con una donna che vuoi tenerti vicina, una che deve fare ancora un altro metro insieme a te. Correre e dribblare, mentre lo fai senti che in quel momento ogni cosa si illumina. È il vento che ti spinge laggiù, al limite dell’area, e tutto ti ha portato qui. Tutto quello che è stato: ogni giorno vissuto, la fame, la poliomelite che ti ha lasciato magro, storto, con una gamba più corta dell’altra e pochi denti in bocca, tirandoti fuori gli zigomi dalla faccia, infossandoti per sempre gli occhi in un’espressione acquosa da codardo, quel tuo sembrare un morto che cammina, un morto stanco di ogni passo, tutte le volte che ti hanno preso in giro, senza baciarti nemmeno su una guancia, tutte le volte che ti sei sentito ultimo, tutti i giorni passati fino a quando non ha cominciato a correre sulla fascia destra senza che nessuno potesse fermarti, tutto ti ha portato qui. Finta da gamba corta e matta, tunnel, scatto, terzino impietrito che resta dietro. I ragazzi più grandi dicevano che ero troppo basso, troppo magro, troppo piccolo per stare in mezzo. Il mister che avevo il migliore piede che avesse mai visto. Io non parlavo molto e quello che dicevo era soltanto un altro modo per stare zitto. Adesso il pallone mi balla tra i piedi. Nessuno lo sa, ma lui resta fermo mentre gli ballo intorno. Se per un attimo lo guardassero, invece di seguire le mie gambe, capirebbero. Ma il tempo l’ho sempre rubato e non l’ho mai dato a nessuno. Punto l’avversario che indietreggia, lo punto fino a quando non si sbilancia e passo alle sue spalle nel momento preciso in cui si chiede cosa stia succedendo. Sei così bravo e veloce che pensi di poter dribblare il mondo intero. Un giorno alla volta, una persona alla volta, un problema alla volta. N Puntarli, farli sedere, saltarli. Lo pensi, ne sei convinto, ed è così fino a quando il ginocchio regge. Gli stai chiedendo troppo e non lo sai. Non ti importa. È una vita che fai quello che tutti dicevano non avresti mai potuto fare. Consumi cartilagini, tendini, sprechi fiato, e c’è sempre un altro difensore da saltare. La fascia non finisce mai, ti si srotola sotto i piedi, e allora vai avanti. Accentrati, spingi il pallone di esterno a piccoli tocchi, nascondilo, fatti mordere le caviglie, ma non cadere. Continua a tenere la testa alta. Mi infilo tra due difensori, nello spiraglio, nel varco, in una strettoia di infinito. Il pubblico ruggisce, il portiere è già battuto anche se non lo sa ancora. Esce a valanga, tocco sotto. A volte il tempo si ferma. Un pezzo di tempo che non ha più padrone, non appartiene a nessuno, è solo tempo, fermo, sospeso. Quanto dura, quanto ci vuole perché il pallone descriva la sua traiettoria morbida, passi a un soffio dalle dita tese del portiere, lo superi, e rotoli lento, dolce, perfetto verso la porta alle sue spalle? È come chiedersi quanto durano i sogni, per quelli che sognano. Bevo un goccio ancora, sulla linea di bordo campo, un bel sorso di passato. L’erba è morbida, pettinata bene, verde, grassa. Fruscia sotto le scarpe. Dove sono andati tutti? Spalti vuoti, panchine vuote, l’inserviente negli spogliatoi, lo speaker muto. Riflettori spenti, vento leggero, silenzio. Quanti anni sono passati? Se chiudo gli occhi il tempo ritorna. Se chiudo gli occhi sorrido. Il ragazzino che mi sta guardando è figlio del sogno, o forse è uno dei miei troppi figli che non vedo mai. “Tu sei...”, dice. “No, non sono io”. Si avvicina. Un goccio ancora. Fammi vedere come si fa, continua, e rotola il pallone come la macina del tempo. Corri, dico, corri ragazzo. Caricati il mondo sulle spalle e corri. Lui scatta e si allontana. Corre come si corre soltanto da ragazzi, bruciando tutto subito. Corre per arrivare da qualche parte, e lì girarsi, cercarmi, alzare il mento. Gli tiro il pallone, e in quel cross c’è tutto, ogni finale, ogni partita, ogni giorno, ogni passo verso l’inferno. Solitudine e ricordi. Tirare per tirare a campare. Perché anche se il tuo soprannome somiglia a un uccello piccolo che vive poco e canta molto, anche se a correre non ce la fai più, la magia è sempre quella, il tocco intatto. Mi giro. Esco dal campo. A me che non mi hanno mai sostituito ci ha pensato la vita a chiamarmi fuori. O forse ho fatto tutto da solo. Mi giro e cammino storto, passi da gamba più corta, da liquore da due soldi. Non guardo il ragazzino che colpisce il pallone di collo pieno, al volo, da trenta metri. Non lo guardo chiudere gli occhi e sperare che il pallone conosca la strada e vada dove deve. No. Passando si passa, vivendo si muore, e vecchiaia è straniera agli occhi dei piccoli. il Pugile Marcellino Iovino Autore Subway-Letteratura 2009_Il testamento di Borges_Premio IULM Under 19 tasera una grande ansia mi assale. Tuttavia non sono solo: tutto il paese muore dall’attesa. Stasera Alberto, il nostro Alberto, sfiderà Patrizio Casiraghi per portargli via il titolo italiano dei pesi medi dilettanti. Il sindaco ha fatto installare uno schermo gigante nella piazza del paese affinché tutti possano seguire l’incontro. La piazza è affollatissima e io riesco a trovare una sedia per pura fortuna. Gli altri, quelli che le sedie non le hanno trovate, vanno a casa a prenderne. Il farmacista da casa ha portato un intero divano. “Che volete? Amo la comodità”, ha commentato. Verso le nove, tra battute e opinioni tecniche alquanto azzardate, l’incontro comincia. S Conobbi Alberto pressappoco dodici anni fa. Avevo dieci anni allora, e i miei genitori decisero che dovevo iniziare a praticare qualche sport. Scelsi lo sport dei guantoni, prima nella forma del kick-boxing, poi nella forma del pugilato vero e proprio. Non so perché scelsi proprio questo sport, forse perché dalle nostre parti è molto praticato, forse semplicemente perché ho sempre odiato il calcio. Ricordo ancora la disposizione dei turni degli allenamenti: dalle cinque alle sei i ragazzi fino a dieci anni, dalle sei alle sette i ragazzi fino a tredici anni, dalle sette alle otto i ragazzi fino a sedici anni e via dicendo fino ad arrivare agli adulti. Una cosa curiosa: maschi e femmine si allenavano insieme. Ecco il motivo per cui sono nati molti amori in quella palestra. Un giorno avevamo finito l’allenamento e stavamo scherzando negli spogliatoi, quando dal piano superiore udimmo il forte rumore del battere di colpi violenti. Corremmo di sopra e lo vedemmo per la prima volta: era lui, era Alberto. Colpiva il sacco con una forza tale da sembrare che la sua energia, una volta colpito il sacco, si disperdesse nell’aria e potesse essere percepita. Aveva solo dodici anni allora, ma sembrava un pugile molto più esperto. Ogni volta da quel giorno, finito l’allenamento, salivamo al piano di sopra per vederlo allenarsi e combattere. Presto lo si dovette spostare nel turno con i ragazzi più grandi di lui. Aveva un modo di boxare molto strano: schiena curva, sguardo impassibile e fisso, batteva le mani prima di ogni incontro, un po’ per provocare l’avversario, un po’ per darsi un ritmo, ad ogni colpo emetteva un sibilo. Sembrava la concentrazione fatta persona. “Ragazzi, non saremo mai come lui. Lui ha la concentrazione”. “La concentrazione?”. “Certo. Vedi, è cosi concentrato che non parla mai”, dissi. “Stupido, non parla mai perché è sordomuto”. Era vero. Alberto, il più forte pugile che abbia visto combattere dal vivo, è affetto da sordomutismo dalla nascita. Ancora oggi l’allenatore lo guida con i gesti. Eppure non so se questo suo handicap lo abbia reso più forte o più magnanimo. Ricordo una volta durante un incontro a Salerno: con un diretto potentissimo fece volare via il casco protettivo dalla testa del suo avversario, procurandogli una lesione all’orecchio. Si ritirò dall’incontro. Non voleva combattere con un avversario che aveva un evidente svantaggio. Due mesi dopo l’incontro si ripeté e Alberto lo vinse. In gergo tecnico Alberto è un fighter, cioè un pugile che aggredisce, attacca veloce. Ma la parola fighter in inglese vuol dire anche combattente. Ecco Alberto è un combattente, perché durante la sua vita ha dovuto sempre combattere e vincere contro qualcosa. Dapprima ha vinto il suo handicap, poi ha dovuto combattere contro il fatto di essere nato in un piccolo paesino del Sud, dove non c’è speranza di fare carriera nello sport. A vent’anni ha lasciato la nostra terra e si è trasferito a Perugia. Sono seguiti due anni di battaglie legali, durante le quali Alberto non poteva più combattere perché la federazione, data la sua disabilità, gli aveva negato la possibilità d’iscrizione alla prima serie (la massima per un dilettante). Il pugilato è qualcosa di innaturale perché si fa sempre tutto al contrario. Quando vuoi spostarti a sinistra, non fai un passo a sinistra: spingi sull’alluce destro. Per spostarti a destra usi l’alluce sinistro. Invece di allontanarti dal dolore come farebbe qualunque persona sana, gli vai incontro. Il match è terminato. Alberto ha vinto. Nella sua vita non è sfuggito a nulla. È andato sempre incontro ad ogni difficoltà, ad ogni dolore e ha vinto. Ora il piccolo paese è in festa, tutti sembrano impazziti e già pensano alle Olimpiadi. Dallo schermo gigante si vede Alberto piegato in due dalla fatica: ora è il campione italiano di categoria. I suoi pugni possono sentirsi appagati; il suo spirito, come il nostro, no. SUBSPORT2010:- 12-07-2010 18:35 Pagina 15 .15 Calcio_Marina Scognamiglio_Acrilico su carta IL RAGAZZO con IL PALLONE Danila Scarpa n giallo intenso, i disegni svariati delle ombre, un mostro, un vaso di fiori, un viso o qualunque altra forma si decidesse di dare a una nuvola e neanche più accorgersi di quello zucchero filato che incombe dall’alto di quella tavola azzurra. Un giallo intenso a delimitare le pieghe della maglia di cotone, a scorrere lungo il braccio tenuto in tensione, ad abbagliare con la regolarità del movimento del corpo sul quale si riflette, seguendo la caviglia e il solco del calzino che, in una scarpetta bianca, sembra accompagnare il pallone con la rabbia e la ragionevolezza con cui un padre schiaffeggia suo figlio. Un giallo intenso e un puntino in movimento. U Continuava a pensarci, anche molti giorni dopo aver visto il ragazzo palleggiare vicino al campo di grano, seguiva la grazia del movimento nella sua testa, mentre con le amiche pettinava i capelli alle bambole, aveva una strana attenzione nello sguardo, teneva fissi gli occhi sulle cose quasi come su di una superficie magica su cui si sarebbe rivelato il ragazzo col pallone. Ciò che si prova nel dare una traiettoria definita a una sfera è simile allo stato in cui ci si sente quando si è posato il telefono dopo aver comunicato all’interlocutore qualcosa che si è deciso: una sorta di calma precisa o, se vogliamo, una precisione calma, dove non si capisce quale sia il fattore scatenante, se la calma nasca dalla decisione presa dentro o dall’averla comunicata e resa azione; dal dare una traiettoria o un calcio. La mattina alle sette era già sveglia. Suo padre era in bagno da qualche minuto e lei ascoltava lo scrosciare dell’acqua, accompagnato dal suono sordo del rasoio sbattuto sulla ceramica. Quando toccava finalmente a lei entrarci era come svegliarsi per la seconda volta. La luce al neon le sembrava più acce- cante di un faro puntato in faccia e per qualche minuto restava a fissare in basso l’angolo sinistro della stanza, come per dormire ancora un po’. Il tempo di bere dalla tazza rossa il latte caldo e, in breve, erano entrambi fuori dal nido, nel mondo. Era stato lui inconsapevolmente, qualche anno prima, a “regalarle” il calcio. Era successo durante una festa. Lei aveva il broncio perché tutte le sue richieste, dallo zucchero filato alla borsetta a brillantini, non erano state saziate. Camminava attaccata al cotone blu che vestiva la gamba del padre, nonostante fosse lui la causa della sua collera. Aveva un forte desiderio di odiarlo ma il timore della folla, che riempiva la strada sotto le luci dei festeggiamenti, la spingeva ad averne bisogno più di quanto lo rinnegasse nell’intimo dei suoi pensieri, là dove la paura non aveva spazio. Ormai vinta, parte dal sonno parte dalla vacuità di cui sono carichi i desideri infantili, aveva quasi dimenticato l’accaduto e pensava già ai fuochi d’artificio riflessi e addolciti dai vetri di casa. In quell’istante un pallone leggero e arancione le toccò le punte delle basse scarpe rosa rotolando lentamente. Con un gesto che le sembrò di una naturalezza incantevole, suo padre diede un colpetto alla palla facendola andare in un istante dal suolo all’altezza della sua testa. Palleggiò per qualche secondo e calciò il pallone verso il gruppo di ragazzi che lo avevano perduto. La velocità con cui lei aveva assaporato quell’atto era almeno dieci volte minore rispetto a quella con cui l’azione si era realmente svolta. All’odio per le sue volontà negate si sostituiva il fascino per l’attenzione che suo padre aveva posto in quel gesto, il sorriso che per un attimo quella palla gli aveva regalato. Non era il ragazzo ad attrarla ma ciò che il ragazzo faceva con tanta naturalezza e libertà. *** Ciò che si prova nel dare una traiettoria definita a una sfera è simile allo stato in cui ci si sente quando si è posato il telefono dopo aver comunicato qualcosa che si è deciso: una sorta di calma precisa, o, se vogliamo, una precisione calma *** Seduta al suo banco immaginava che lui non ne avesse uno ma che fosse a tirare calci tra due zaini che facevano da pali. Mentre studiava lo vedeva correre coi calzoncini bianchi che faticavano a stargli dietro. Era sul parquet a mettere i piedi dritti per cercare la posizione che la sua maestra di danza richiedeva e pensava alla gioia, alla spontaneità con cui quel ragazzo seguiva il pallone perché ne era innamorato e ne aveva tutti i diritti. Scorreva in parallelo nei suoi pensieri l’amore per il calcio da parte di lui e il disinteresse per la danza da parte di lei. A modo suo cercava un contatto con il ragazzo con il pallone. Lo idealizzava come si fa per una vita intera con il principe azzurro. In un autunno caldo ma piovoso uscì di casa con la sua bicicletta e, appena fuori dal centro, la posò per terra lungo la linea che separa l’asfalto dalla campagna. Lo vide schizzare acqua dal proprio corpo mentre compiva il gesto che gli aveva visto fare mesi prima e che l’aveva spinta lì adesso. Era come allora, solo i suoi capelli erano piegati dal peso della pioggia, per il resto lui non pareva sentirla. Aveva lo stesso sguardo attento, lo stesso distacco creato da quel divenire finito che provava facendo ciò che faceva. Sembrava l’unica cosa a muoversi in una pioggia ferma, come un blocco di creta in cui un dito si muove lento a disegnare figure. Era la sua presenza a delimitare i bordi dell’immagine, non gli alberi, non gli steccati... Era la sua voglia di calcio quello vero, quello della gamba e del pallone che si conoscono come amici fraterni. Quello di giorni e giorni a compiere lo stesso gesto, ogni volta con lo stesso amore. Era quello che lei leggeva in lui a creare un’intensità antica, come i palloni di cuoio marrone cuciti a mano, come il terreno su cui posavano i piedi di entrambi. Scambiarono solo le parole necessarie, poi fu tutto piedi, gambe, lanci, rabbia fatta gesti. Fu così anche nella vita. La loro vita insieme. Lui però conosceva soltanto quel linguaggio, avrebbe potuto scambiarlo con chiunque e non provava a cercarne un altro più intimo o più profondo. Lei amava il suo linguaggio ma le premeva altro. La sua vita le pareva una continua ricerca e le appariva chiaro il bisogno di quel linguaggio verbale di cui si necessita per capirsi, di tutta la conoscenza che non può esprimersi soltanto in atto. Riagganciò il cellulare dopo aver parlato al suo avvocato e dopo avergli comunicato la sua decisione. Mentre ripercorreva il passato provò quella calma precisa, quella precisione calma dove non si capisce quale sia il fattore scatenante: la decisione presa dentro o il fatto di comunicarla e renderla azione. La traiettoria o il calcio. Una palla rossa arrivò lenta sul suo cammino, sbattendo sui tacchi delle scarpe nere. Si girò e vide un bambino biondo attento a guardare cosa lei avesse intenzione di fare. Fece un gesto rapido almeno quanto quello di suo padre e, quando la palla fu all’altezza giusta, diede un calcio al pallone. Poi sorrise al bambino e continuò per la sua strada. SUBSPORT2010:- 12-07-2010 18:36 Pagina 16 TRATTO PEN. Agile, veloce, dinamico. Corre verso la meta, salta ogni ostacolo, cerca il punto e non sbaglia di una virgola. TRATTO PEN. Il compagno ideale per ogni tipo di racconto. www.fila.it