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ATTUALITA’
Al Festival di Venezia ci sono i Vips
La tradizionale sagra della bella gente quest’anno si svolge nell’“area riservata”
il fondo del barile
di Teo Guadalupi
BISOGNA
CHE TUTTO CAMBI...
Una delle cose che adoro del mese
di settembre è la rassicurante certezza che nulla stia per cambiare.
Sono sincero: spesso sono tornato
a casa con l’inquietante timore che
qualcuno dei milioni di propositi
fatti sotto gli ombrelloni potessero
realizzarsi: che l’amico fidato, la cui
attività atletica più trasgressiva era
l’accensione della playstation, potesse veramente iscriversi in palestra,
o che la cugina taglia 48 potesse
seriamente mettersi a dieta o che
io stesso potessi cambiare quella
macchina che ormai chiamo nuova
da dodici anni, raro modello di euro
meno 1.
Ma poi ti guardi intorno e tiri un
bel sospiro di sollievo. Ci sarà la
stangata e anche stavolta la colpa
è dei governi precedenti. È ricominciato il campionato di calcio e
gli arbitri sono sempre cornuti. Ci
sono tette e culi a Studio Aperto,
ma del resto il diritto di cronaca è
diritto di cronaca!!! C’è la raccolta
di trattori in edicola (e con il primo
numero in regalo la rondella per
costruirti un trattore tutto tuo, che
a Milano può sempre servirti: visto
che non si trova mai parcheggio,
te ne costruisci uno sul momento).
Insomma c’è tutto quello di cui hai
bisogno a settembre, incluso l’istinto innato di non rispettare i buoni
propositi estivi.
E allora ti metti lì alla finestra,
pensi che ieri eri in spiaggia, ma
che domani devi già fare il presepe.
E che ormai per quest’anno è andata
così, ma dall’anno prossimo… e che
bisogna che tutto cambi, affinché
tutto rimanga com’è.
Curioso fatto di
cronaca. Tredici detenuti
in regime di semilibertà,
invece di andare a fare i
lavori socialmente utili cui erano stati
destinati dal giudice, commettevano
rapine e organizzavano traffici di cocaina.
La cosa strana non è tanto il fatto in sé. E’
che il loro avvocato ha impostato la difesa
sostenendo che col traffico di cocaina,
di fatto, erano impegnati in un lavoro
socialmente utile.
La redazione
[email protected]
Antonio Galuzzi
Antonio Voceri
Corrado Andreani
Enrico Alberini
Ilaria Jahier
HANNO COLLABORATO
Alberto Grandi - Alberto Patrucco
- Alessandro Marelli - Alfredo
Minutoli - Bolivar - Corrado
Giamboni - Flavio Oreglio - I Papu
(Andrea Appi e Ramiro Besa) Lorenza Daverio - Lorenzo Mari
- Paola Buble - Sebastiano Onano
- Teo Guadalupi
Stampato in 5.000 copie da
Fda Eurostampa di Borgosatollo
(Brescia). Distribuito in omaggio
Finalmente in Laguna è il Festival, quasi irrinunciabile,
se non fosse per la concomitanza scomoda con il Festival
di Mantova che costringe gli irriducilbili stakanovisti
della cultura ad un pendolarismo ossessivo tra registi e
scrittori, con turni di dodici, sedici ore.. come neanche ai
tempi del più efferato fordismo.
Il Festival di Venezia, arrivato alla sua 64ª edizione,
sfoggia (ben più visibile del resto) un enorme 75 sulla
facciata del Palazzo del Cinema.. Errore?! Qualcuno ha
riciclato il programma di nove anni fa? Entriamo nel
futuro? No, è solo che al contrario di quanto succede per le
donne, per i festival, aumentarsi gli anni, fa molto chic, e si
scopre che, alla fine, le 64 edizioni si spalmano su un arco
di 75 anni, causa interruzioni varie ed eventuali.. Anche
se, diciamocela tutta, per stilettare un po’ nei fianchi la
temutissima e giovanissima “Festa del Cinema di Roma”,
bastavano anche i 64.
Comunque un po’ di confusione rimane.
Si arriva al lido stipati in vaporetto, ora accaldati e
sudati ora surgelati: il festival settembrino non conosce
vie di mezzo climatiche, e tutte le “mise” da sera lasciano
posto ad abbigliamenti tecnici da escursionisti consumati.
Quelle con i tacchi vengono osannate come eroine, altro
che darla al produttore, per farcela, al festival, bastano
i tacchi alti.
Ed è così che si entra ovunque, il tacco fa la differenza,
l’abito non farà il monaco, ma fa l’ingresso: all’Excelsior,
al De Bain, al Nikki Beach e alle feste Vip. Coi jeans sei
un pericolo per la “bella gente”, probabilmente una fan
assatanata di autografi e foto ricordo che strapperebbe
a brandelli la giacca di George o di Brad. Coi tacchi sei
probabilmente una puttana ma, come professionista, puoi
entrare. Questo almeno quel che sembrano pensare le
guardie all’ingresso.
E allora, come modelle ai casting, si portano i tacchi in
borsa, si cambia look prima di entrare, ci si finge serissime
e professionalissime puttane e si entra.
Vip, Vip, Vip sempiternamente Vip, la caccia ha inizio,
ma quest’anno la delusione è ovunque.
Salvata, se vogliamo proprio, la facciata del Palazzo
del Cinema con l’enorme 75 proiettato su una palla
Bivacco di fans dei vips al termine della giornata.
L’euforia regna (Foto di Lorenza Daverio)
demolitrice di dimensioni americane, ed il tappeto rosso
(più lungo dell’anno scorso), il resto della kermesse si
svolge nel casino più totale. Non c’è un vero e proprio
ingresso, a un certo punto sei dentro, ma i realtà sei fuori
perché stand da fiera del trattore a parte, guardie e/o
metal detector ti vietano l’accesso al palazzo del Casinò, e
ti tengono ben lontano da un’infinità di aree riservate.
Il punto di maggior affluenza è, come ormai da anni,
lo stand di Gianni Ippoliti che, pur consumato dal vizio
del Ballo da Sala, attanagliato senza scampo dopo aver
partecipato a “Ballando con le Stelle”, resiste stoicamente
nel dirigere simpatiche vallettine armate di carte e penne,
e consente al malcapitato pubblico di esprimere critiche

e solenni proteste sull’ormai arcinoto muro de “ridateci
i soldi”.
La terrazza davanti al Casinò da cui anni fa, anche
se usata come “ristobar” o “discopub”, si vedeva il
mare, è totalmente ed inesorabilmente occupata da un
fantomatico “cocktaillounge” per fighetti sponsorizzati
da orologiai di lusso, che facendo il verso a locali trendy
milanesi, ha buttafuori all’ingresso che rimbalzano quelli
non in lista.
Nell’aria un profumo, profumo di cinema..? mah!
Chanel n° 5? No, è qualcosa di più intenso, più
deciso... qualcosa come... salciccia, cipolle e peperoni.
L’aria non frizza, frigge… L’atmosfera da sagra paesana,
regna sovrana, tendoni e gazebo la fanno da padrone. Il
sottotono è ovunque, lo sporco pure. Qualcuno pulirà,
ma mai abbastanza.
Se si escludono i tre minuti di Vippata da tappeto
rosso, per i quali ci si deve accalcare ore ed ore prima, e
qualche avvistamento di ombre di Marzullo o di illegittimi
figli d’arte; di mondanità e “allure” nemmeno l’ombra. Il
festival sembra svolgersi dietro cortine di ferro, muri e
fili spinati, niente a che vedere con precedenti edizioni
e direzioni, in cui era benvenuto chi voleva “vivere” da
vicino il cinema. Ricordo di essermi imbucata senza
troppa fatica, in feste incredibili, come quella del film di
Mira Nair, che vinse il Leone d’Oro, e di aver ballato con
lei una danza indiana coinvolgente e festosa… Ricordo
di aver chiacchierato con Oreste Lionello e sua moglie,
in sala al film di Woody e dopo all’unico baracchino degli
hamburger...
Ricordo tanti Vip nazionali e internazionali, a spasso
per il lido, e mille situazioni ed incontri pieni di fascino...
anche solo in vaporetto. Ora più che una selezione di
film il festival sembra una selezione all’ingresso. E tutto
il resto è sagra...
Ma, a questo punto, se proprio devo trovarmi in mezzo
a una sagra, preferisco andare a Villimpenta per quella del
risotto, almeno i volontari sono dei professionisti! Mangio
bene, spendo poco e fanno entrare anche in cravatta nera,
abito lungo e tacchi alti!
Ilaria Jahier
“Semelodiceviprima”: la manipolazione secondo i Papu
La delirante cronaca di un appuntamento letterario è solo il pretesto per pubblicizzare il nuovo spettacolo
iovedì 30 agosto 2007 a Mantova in via
G
Frattini presso Casa Andreasi si è tenuta
l’anteprima della presentazione dell’ultimo
libro di Andrea Appi e Ramiro Besa, in arte
“I Papu”, dal titolo “Semelodiceviprima.
Come manipolare gli altri e farsi anche dire
grazie”, Galonio Editore 35 pag distribuzione
gratuita anno 2007.
L’evento (chiamarlo lieto risulterebbe
oltremodo offensivo nei confronti dei pochi
testimoni rimasti incolumi) era molto atteso dall’entourage del festival mantovano,
dove la presentazione si sarebbe dovuta
riproporre in maniera ufficiale. Usiamo il
condizionale perché la furibonda rissa che
ha interrotto la performance dei due attori
poco dopo il suo inizio ha suggerito alle
forze dell’ordine di rinviare l’incontro a data
da destinarsi, stantìo arzigogolo retorico
che cela a fatica la volontà praticamente
unanime da parte degli organizzatori di
allontanare per sempre “I Papu” dal Festival,
da Mantova stessa, provincia compresa e, se
possibile, dall’intera Lombardia.
In assenza di documentazioni fotografiche
e video, questo testo esclusivo è l’unica
testimonianza esistente della drammatica
serata. La redazione del Notturno ritiene
indispensabile pubblicarla anche senza il
consenso dei diretti interessati, tuttora ricoverati in uno stato ancor più confusionale
rispetto a quello in cui si trovavano la sera
del misfatto. La decisione è stata presa dalla
nostra redazione non tanto per rispettare il
diritto di recensione cui ogni opera letteraria
ha diritto, anche se di modestissimo valore
come in questo caso, quanto perché funga
da monito alle generazioni future sull’effetto
deleterio che possono avere un pubblico e
un riflettore acceso su personalità bacate
da delirio d’onnipotenza, prive di anche
solo un barlume di etica professionale e
(ma questo è forse il male minore essendo
molto diffuso tra gli artisti) totalmente prive
di qualsivoglia forma di talento.
A = Professor Andrea Appi
R = Professor Ramiro Besa
A Buonasera Mantovaaaaa! Benvenuti a
questa splendida serataaa! Che meraviglioso
pubblico che sieteee!
R Professor Appi me li spaventa se urla
così; si ricordi che è microfonato.
A E’ l’entusiasmo che vuole esprimersi, la
Ramiro Besa e Andrea Appi, i Papu
gioia che chiede di esplodere…
R Esplode anche la permanente della
signora se urla così un’altra volta…
A E’ un giorno straordinario quello in cui
finalmente viene alla luce la nostra ultima
fatica; “Semelodiceviprima. Come manipolare gli altri e farsi anche dire grazie”, un’opera
dalle sconvolgenti potenzialità, un lavoro
monumentale nel campo della formazione
e delle strategie motivazionali.
R Bè, un lavoro monumentale... saranno
sì e no 30 paginette scritte in corpo 18.
A Non è nella quantità Prof. Besa che deve
eccellere la mente umana ma nell’innovazione e nella genialità della proposta…
R Qui le devo dar ragione; lo statuto dei
Circoli della Libertà della Brambilla son 18
paginette scritte in corpo 30.
A Gentile pubblico qui presente in questa
bella serata di fine agosto…
R Le sembra bella perché è ormai buio,
ma sta venendo su l’ira di Dio!
A Vedo già i vostri corpi fremere dall’emozione e i vostri volti eccitati dal desiderio di
conoscere cosa nasconde questo libro…
R Professore; fremono perché fa freddo: sta
arrivando un temporale coi contromaroni,
come glielo devo dire?
A E’ un’alba nuova per l’umanità, è un
giorno straordinario per l’Uomo, gioiosa
macchina da guerra dalle stupefacenti
potenzialità che troppo spesso si lascia
affondare nelle paludi di una vita grigia e
monotona…
R Lasci stare questi qui davanti Professore,
sono appena rientrati dalle ferie, già c’hanno
il magone del rientro…
A Uomo: barchetta in mezzo al mare in
tempesta, chiglia senza timone nell’Oceano
della vita, piccolo, inerme, sconfortante
esempio di melliflua opacità esistenziale,
squallido fallimento di se medesimo, capace
solo di esistere in quanto mero secretore di
umori, fluidi ed essudati…
R Professor Appi, almeno non sputi!
A Ebbene da oggi, grazie a questo libro,
tutti voi potrete dire addio ad ogni indecisione, abbandonare tutte le incertezze che vi
hanno assillato, dimenticare ogni insoddisfazione esistenziale. Nuovi Flavibriatore sorgeranno dentro di voi, novelle Simoneventure
sgorgheranno dalle vostre stesse viscere,
i vostri figli potranno Fabriziocoronarsi
e diventare finalmente, incredibilmente,
esponenzialmente, miliardescamente, stupefacentementeee degli Uomininuoviiiiiii!
R Professor Appi scenda dal tavolo per
l’amor del cielo; col brutto tempo che c’è
mi fa da parafulmine e mi catalizza tutta
l’energia statica del mantovano…
A Perché tutti voi possiate dimenticare i
sensi di colpa di una cultura bigotta e seguire Faust nel suo destino demoniaco…
R Professor Appi. No! Non si appenda al
lampadario! Lasci quel lampadario!
A Per una vita vera, ove il più forte possa
finalmente regnare, al di là delle stupide
pseudo-educazioni borghesi di una società
troppo debole per poter aspirare a un mondo
ove il migliore possa finalmente prendere
il sopravvento e il perdente possa essere
abbandonato al suo squallido destino; ove
non si debba più dirsi schiavi di educazione,
gentilezza e onestà; ove i nostri istinti più
biechi non siano più subdolamente camuffati… Cos’è tutto ’sto casino?
R Si chiama tuono Professore; prima c’è
stato il lampo, forse lei non l’ha visto ma
tutti noi sì, e poi c’è il tuono, forse dovremmo
interrompere la presentazione…
A Perché cambiare si può, Signori!
Cambiare e vivere veramente senza più
farsi influenzare, senza più timori e senza
preoccupazioni, avendo come unico scopo
la realizzazione di noi stessi. Anche tu! E tu,
con quella faccia, ammasso di carne disteso
come un’ameba su quella sedia, impotente
esempio di disprezzo della vita…
R Lasci stare Prof, è il presidente del
Festival, non peggiori la situazione…
A Tu! Non permetterai più che qualcuno
ti mandi affanculo come è accaduto sino ad
oggi… Come? Come si permette? Li faccia
stare in silenzio professor Besa! Pretendo
silenziooooo!
R Eh ma Prof, ha cominciato lei…
A Sto parlandooo, per Dio! Non tollero
disattenzioni!
R Lasci perdere Professore! E scenda da
lassù!
A Ascoltatemi massa di ignoranti! Omuncoli che non avete mai letto Goethe… volete
stare zitti? Cos’è questo mormorìo Professor
Besa? Pretendo di saperlo!
R Li ha fatti incazzare, cosa vuole che
le dica; e poi sta venendo giù il diluvio
universale... Concluda!
A Oh miei figli prediletti, fortunati presenti
a questa magnifica serata… Ahi! Cos’è?
R Stanno tirando della roba, Prof. Io, le
ripeto, chiuderei qui!
A Voi osate ribellarvi? A meeee? Ma
come vi permettete? Io che posso darvi
la vitaaa! Una nuova dignità, un nuovo
orgoglio! Essere più di quel che siete, avere
più di ciò che avete! Mi state ascoltando?
Vili pusillanimi, avete l’ardire di ribellarvi?
Gramigna infestante, subdoli millantatori di
felicità sottovuotooo. Non vi rendete conto
che io posso darvi la vitaaaaaaaaaaa???
N.d.r. A questo punto la reazione da parte
del pubblico si fa feroce e violenta, al pari
di quella degli elementi atmosferici. La zuffa
che è seguita a queste ultime parole ha avuto
precedenti solo in una disfida a cavallo che il
Ducato di Mantova ha ingaggiato nel lontano 1454 contro le pretese degli Estensi.
Nel momento in cui questo articolo viene
editato Appi e Besa hanno appena ripreso
conoscenza ed hanno giurato di mettere in
scena uno spettacolo teatrale che riprenda
la filosofia del loro sciagurato testo. La promessa è di rivederli in teatro già da questo
autunno. Il titolo, lo ripetiamo affinchè i
superstiti non incappino due volte nello
stesso errore, è sempre lo stesso: “Semelodiceviprima. Come manipolare gli altri e farsi
anche dire grazie”.
3
Il candidato
ideale
del Partito
Democratico
La candidata
ideale
del Partito
della Libertà
Il candidato ideale di sesso maschile ha un’altezza variabile non inferiore ai 169 cm
e non superiore ai 181. L’età è compresa fra i quarantasei e i cinquantaquattro anni.
Occhi scuri, leggermente soprappeso, veste preferibilmente casual, ma nelle foto
ufficiali è sempre ritratto in giacca (mai con in completo scuro, bensì in spezzato
preferibilmente con giacca pie de poule o prince of wales).
Non sempre porta la cravatta. Non si tinge i capelli, che sono ancora folti e leggermente brizzolati.
Di vista buona, ultimamente ha dovuto far ricorso agli occhiali che ha sostituito
con le lenti a contatto che ritiene più pratiche.
La candidata ideale di sesso femminile ha un’altezza variabile non inferiore ai 159
centimetri e non superiore ai 171. L’età è compresa fra i trentotto e i quarantasei
anni. Occhi nocciola, longillinea, terza di seno, veste preferibilmente abiti attillati che
non la segnino troppo, nelle foto è sempre ritratta con abiti neri o blu interi, senza
maniche, gonna al ginocchio, scarpa scollata, tacco 7, spessore medio.
I capelli sono lisci, di lunghezza media, non superiore al collo, castano chiari, con
colpi di sole leggeri a nascondere i primi capelli bianchi.
Non porta gli occhiali, bensì orecchini a perla e braccialetto d’oro bianco (no orologi,
tatuaggi e piercing o meglio un paparazzo l’ha fotografata al mare con un minuscolo
tatuaggio nero a forma di delfino sulla seno destro).
Ha un nome breve, da quattro a sei lettere, preferibilmente Silvia o Laura, in modo
da poter ricondurre la scelta del nome alle passioni poetiche della madre, di origine
ebraica, ex-professoressa di italiano in una scuola superiore e da giovane appassionata
lettrice di Leopardi o Petrarca.
Di formazione classica, si è laureato brillantemente (sconsigliabile il massimo dei
voti, peggio ancora la lode) in una facoltà scientifica. Impiegatosi quindi come
tecnico in una grande azienda nazionale, si è dimesso non appena iniziata la sua
campagna elettorale.
Sposatosi non prima dei trent’anni con una collega di lavoro, adesso libera professionista nel campo fiscale, ha due figli di sesso diverso, di età compresa fra i dieci
e i vent’anni, meglio se la femmina è più anziana del maschio e non è più vecchia
del fratello di oltre tre anni). Il matrimonio è stato celebrato prima in comune e
due anni dopo, di comune accordo, in chiesa.
La moglie, di formazione cattolica, è ancora oggi animatrice parrocchiale, mentre
il nostro candidato, seppure battezzato, si professa agnostico e nutre un rispetto
“per tutte le religioni”.
Il padre di origine ebraica, titolare di una piccola azienda di carpenteria metallica,
sfuggì alla persecuzione nazista, rifugiandosi durante il secondo conflitto mondiale
in Svizzera (titolo preferenziale per il nostro, se è stato concepito in quel periodo
e in quel luogo)
La madre italiana, professoressa universitaria, morì purtroppo quando non aveva
ancora tre anni.
Il padre si risposò con l’attuale madre putativa del candidato ideale, un’interprete
tedesca conosciuta dal padre nel periodo postbellico.
Il candidato ideale non ha mai svolto prima d’ora una specifica attività politica,
pur avendo gravitato sempre in un ambiente di centrosinistra (meglio se con una
accezione lib-lab). E’ stato avvicinato per candidarsi, da un amico ex-assessore DC
della corrente di Donat Cattin, oggi attivista della Margherita.
Conosce bene il tedesco (vedi madre putativa) e se la cava con l’inglese. Ama la
letteratura slava e tedesca, particolarmente i grandi filosofi come Kant ed Hegel.
Non è tifoso di alcuna squadra di calcio, bensì è appassionato di pallavolo poiché
in gioventù ha giocato a livello dilettantistico e il figlio, molto alto per la sua età,
è una promessa del volley.
Ama andare in bici per campagne e sentieri di montagna, è un collezionista di
modellini di auto d’epoca e fra i generi musicali predilige il jazz (organizza in
collaborazione con l’amministrazione locale una rassegna di gruppi emergenti).
La moglie invece, appassionata di lirica, canta come mezzosoprano in coro semiprofessionistico ed è stata una buona pattinatrice a rotelle.
PRIMO PIANO
Si è diplomata al liceo scientifico con il massimo dei voti, quindi laureata in Economia e Commercio con il massimo dei voti senza lode, con una tesi riguardante le
intermediazioni finanziarie.
Secondogenita, ha tre fratelli maschi ed è responsabile del settore estero nell’azienda
paterna di filati per tende. Il padre appunto è il titolare di un’azienda leader nazionale
nel settore tessile da ben quattro generazioni.
E’ sposata con un medico pediatra di età variabile dai trentasei e i cinquant’anni
(meglio se il marito è di un anno più giovane).
La famiglia ha due gemelli eterozigoti, maschio e femmina di età variabile fra i sei
e i quattordici anni ed ha adottato, dopo quattro anni dalla nascita dei gemelli, un
bambino di origine pakistana e di carnagione scura.
II matrimonio è stato celebrato in chiesa, poichè entrambi hanno frequentato fino a
quando si sono laureati, ambienti cattolici.
Lei in seguito ha avuto una crisi di fede e non ha più praticato, ma recentemente
grazie anche alla pazienza del marito si è riavvicinata alla chiesa.
La candidata ideale non è mai stata prima d’ora un’attivista poltica, pur avendo gravitato sempre in un ambiente di centrodestra (per inciso il padre si candidò ad una
tornata elettorale come consigliere comunale in una lista del partito liberale, senza
riuscire ad essere eletto, per altro in una città a predominanza social-comunista). E’
stata convinta a scendere in campo da un parlamentare di Forza Italia, ex-socialista,
compagno di scuola del padre.
Conosce bene l’inglese e il francese essendo stata spesso all’estero e negli anni del
liceo ha frequantato un anno di scuola in Virginia (USA). Ama leggere romanzi
d’avventura e gialli, scrivere poesie, suonare il violino, giocare a tennis. Da giovane
è stata una discreta pattinatrice a rotelle (danza ritmica a coppie e il partner, suo
primo fidanzato è attualmente il direttore commerciale di un’azienda concorrente
a quella del padre). Il marito è un appassionato collezionista di quadri di paesaggi,
non ama la musica se non quella leggera (Giorgia, Mina e qualche canzone di Irene
Grandi) ed è uno sfegatato tifoso della squadra locale di calcio.

e fu subito sfiga
A
lle ore 17 di venerdì 17, dopo
aver negato l’elemosina a una
zingara grassa scivolai malamente
su una buccia di banana e mi ruppi il
collo, o così mi sembrò.
Dopo 17 giorni di ospedale fui dimesso
con un collare che mi impediva di
girare la testa e per questo motivo
non mi accorsi dell’arrivo di un
grosso TIR rosso in manovra che
mi investiva fracassandomi bacino
gambe e braccia.
Dopo 17 mesi uscii dall’ospedale,
chiamai un taxi e mi feci portare a
casa, deciso a chiudermi dentro per
almeno 17 anni.
A casa però i ladri mi avevano rubato
tutto. Erano entrati dalla finestra
sfondandola e siccome avevano
trovato poco, secondo loro, mi
avevano imbrattato muri divano e
letto con escrementi. Ne avevano fatti
moltissimi.
Feci per telefonare, ma mi avevano
staccato il telefono per morosità.
Al sopraggiungere del tramonto mi
accorsi di essere al buio, perché mi
avevano staccato la luce per morosità.
Ecco da dove veniva quel brutto
odore, mi dissi, dal freezer pieno di
carne che avevo vinto alla lotteria e
che era rimasto spento durante la mia
assenza. Infatti, verificai.
Andai verso l’acquario, un tempo
pieno di pesci, tartarughine, iguane.
Evitai di guardarci dentro, anche
perché era ormai buio. Di notte un
gran freddo, perché mi avevano tolto
il gas, o forse era per via di una fuga
e stavo per saltare in aria, mi dissi.
Invece.
E comunque, quando feci per entrare
in bagno al lume di candela, le
infiltrazioni dovute al lavandino che
sgocciolava da mesi e che io avevo
lasciato con il tappo chiuso come
sempre per paura degli scarafaggi
(io ho una paura tremenda degli
scarafaggi), le infiltrazioni dovute
al lavandino avevano formato un
laghetto per terra e sollevato le
piastrelle del pavimento. I vicini del
piano di sotto non se ne erano accorti
perché erano morti.
Scivolai malamente sul bagnato e
caddi rompendomi il femore. Riuscii
a raggiungere le scale non so come,
chiamai l’ascensore, ma era saltata
la luce nel condominio, o meglio,
in tutto il quartiere, in quello che si
rivelò poi essere il più lungo black
out degli ultimi quarant’anni, dieci
ore di black out.
Feci perciò le scale a piedi. Sette piani.
Con il femore rotto. Quando arrivai a
terra svenni dal dolore. Un ladro mi
portò via il portafoglio, ma non me ne
accorsi. Nel portafoglio avevo anche
la tessera sanitaria, così quando venne
l’ambulanza chiamata da un vicino,
avendo gli infermieri constatato che
non ero in possesso dell’assicurazione
sanitaria, mi lasciarono lì.
Mi curò un vicino, forse lo stesso che
aveva chiamato l’ambulanza, non
gliel’ho mai chiesto. Ma mi fasciò
malissimo e per questo guarii zoppo,
un po’ come Ignazio di Loyola.
Ma che sfiga, però.
CREDO ALLA SFORTUNA
RITENENDOMI FORTUNATO.
MEGLIO DELLA FORTUNA, IL
DESTINO. LA FORZA DEL DESTINO.
LE ONDE DEL DESTINO. PERO’ I
MAGHI NO, NON PARLARMI DEI
MAGHI. LO SAI CHE IN ITALIA
SONO PIU’ DEI PRETI? SARA’
UN BENE? ITALIA DERIVA DA
VITUALIA: LA TERRA DEI VITELLI.
UNA VOLTA UNA ZINGARA MI HA
INSEGUITO PER MEZZA BOLOGNA
PERCHE’, OLTRE A NON AVERLE
DATO NIENTE, HO PROVATO
ANCHE A CONVINCERLA CHE
DOVEVA ANDARE A LAVORARE.
Corrado Giamboni
di Antonio Galuzzi
• Aspettò di avere molto sonno
per apparecchiare la tavola e mettersi a cucinare per i clienti. Il suo
era un sonno ristoratore.
• Il postino era un cleptomane
integerrimo: prendeva tutto alla
lettera.
• Il cacao risolveva sempre i suoi
problemi. Era un cacao solubile.
• Avvicinai la cambiale alla fiamma del caminetto. Un attimo dopo
bruciava accartocciandosi: avevo
acceso il mutuo.
• I miei amici sono convinti che io
m’inventi le cose.
• L’abete malato immaginava di
stare bene. Invece se l’era inventato di sana pianta.
• La perturbazione passava, incurante dei meteorologi. Era imperturbabile.
• L’insegnante in difficoltà fece un
appello agli studenti. Chi c’era disse: presente!
• Oggi non sono tanto in forma,
disse lo sformato.
• Il barbiere continuava a parlare… Alla fine ci diede un taglio.
• Il sindaco era felice a metà. Mal
comune mezzo gaudio.
• La mia stampante non è un granché: è una mezza cartuccia…
• Il seminarista fu accusato di fare
le cose alla carlona…
• La verdura è senza personalità:
non è né carne né pesce.
• Il baco era innamorato: faceva
il filo all’aracnide, ma non cavava
un ragno dal buco.
• Il muratore erà lì, fermo, nel
cantiere ad aspettare. Gli avevano
detto di fare anticamera.
• La situazione dalla pettinatrice
stava per prendere una brutta piega: tutti i nodi sarebbero venuti al
pettine.
• L’oscurità scendeva impaziente
ma inesperta: la notte era ancora
giovane.
• Alcuni posti sono più religiosi di
altri. Sono i punti cardinali.
• Mi ero fatto in quattro per un
amico, ma purtroppo a lui non
piacevano i puzzle.
• Ad ogni suo buffo movimento,
corrispondeva un sussulto della
fiamma: stava scherzando col
fuoco.
• Ho ingoiato le stringhe di liquerizia senza slacciarle e adesso ho
un nodo alla gola.
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APPUNTAMENTI
Patrucco incontra Brassens
Il comico in tour con “Sotto Spirito” ci parla del suo nuovo progetto discografico. «La comicità sta attraversando un momento difficile.
È tempo di guardare al passato». Presto un disco dal titolo “Chi non la pensa come noi” con prestigiose collaborazioni
di Flavio Oreglio e Antonio Galuzzi
Gli uomini ricchi, più invecchiano,
più diventano maiali. Dev’essere per
questo che alcune donne, del vecchio
uomo ricco, non buttano nulla.
Amici, non è vero che da quando c’è
l’euro tutto è raddoppiato. I miei tredici centimetri non si son mossi.
Il sorriso di una donna può nascondere molte cose. Se te l’ha fatta, se sta
per fartela, o… se si è fatta un altro!
E dopo aver fatto l’amore, una bella
sigaretta! E’ così che son riuscito a
smettere di fumare…
Molte donne, a letto, hanno il terrore
di fare brutte figure. Ma che io sappia,
non è necessario che parlino!
Io con le donne sono molto delicato,
forse perché ho paura di strapazzarle.
Anche se è patinata, è pur sempre
carta di giornale!
Ho un bel ricordo della mia prima
ragazza: mi ha fatto lo sconto.
Il matrimonio è questione di chimica.
Nel senso che a “reagire” si rischia
un’esplosione…
Amore, ogni cosa di questo mondo
non è più la stessa da quando tu sei
entrata nella mia vita. Per forza: rompi
il cazzo su tutto!
Le donne nei locali fanno come i
bambini con la neve. Se la tirano.
Le donne che si preparano per uscire
sono come i lavori sull’autostrada:
giustificano il ritardo con la scusa che
l’han fatto per noi.
L’ultima volta che ho giocato al dottore e l’infermiera ho scoperto che è
aumentato il ticket!
Le donne ripetono continuamente
che non ci sono più gli uomini di una
volta. Cazzo, se solo facessero due
conti scoprirebbero che sono morti
da un pezzo!
Il punto debole di un uomo è là dove
una donna rigirerà il coltello
Ricordo che qualche tempo fa ho
avuto dodici ragazze in un anno: era
il calendario delle casalinghe…
Il mondo della moda si chiede: come
si vestirà l’uomo di domani? Ma la
vera domanda è: cos’altro può togliersi la donna di oggi?
Fratelli, non si possono servire due
padroni: per questo è stata inventata
la monogamia…
Ogni uomo sulla terra ha a disposizione sette donne, ma non ne approfitta
perché ha solo due balle…
Gli uomini portano spesso mazzi
di fiori alle donne. Le donne ricambieranno la gentilezza, una volta
vedove.
Problema calcio. Si sente tanto parlare di adottare il modello inglese…
Per conto mio sarei più per adottare
un paio di modelle inglesi!
Alberto Patrucco è da molti anni uno
dei più apprezzati monologhisti satirici
nel panorama della comicità italiana. Un
ruolo, questo, guadagnato per meriti sul
campo: dalla lunga gavetta nei locali di
tutta la penisola, alle prime apparizioni
televisive; dagli iniziali approcci con il
teatro-canzone, fino alla definitiva consacrazione popolare, sancita da trasmissioni
molto seguite. Una vasta esperienza che
ha trovato sbocco, recentemente, anche
in libreria, con due lavori dai lusinghieri
riscontri quali “Tempi Bastardi” (2003) e
“Vedo Buio” (2006), entrambi per Mondadori. Un lungo tragitto, fatto di successi
e di esperienze differenti sotto il profilo
formale. Dalla comicità immediata dei
monologhi televisivi, a quella più articolata e riflessiva del libro, passando per
le atmosfere più dilatate del teatro. Tutte
forme espressive legate a un comune
denominatore: quello della risata liberatoria. E oggi, con lo spettacolo “Sotto
Spirito”, un fondamentale elemento in
più, la musica.
Dunque, Patrucco, da dove cominciamo?
“In questo caso è proprio necessario
cominciare dal principio. Dai miei esordi.
Da quando a Milano per cabaret si intendeva, quasi esclusivamente, comico con
chitarra. Anch’io ho cominciato a esibirmi accompagnandomi con la chitarra e
suonando il pianoforte. Poi ho notato che
rischiava di diventare un clichè, quindi ho
cambiato percorso”.
Seguendo quale direzione?
“Una mia direzione che non fosse,
in linea di massima, quella della moda
contingente. Visto che tutti, più o meno,
cantavano, ho abbandonato gli strumenti
per abbracciare il testo puro, il monologo”.
E ora?
“Mi è sembrato che fosse giunto il momento di guardare a esperienze passate,
riviste e corrette in chiave attuale. Ho
voluto fare un passo in dietro, ma soltanto
per farne un paio in avanti”.
Nasce così lo spettacolo “Sotto Spirito” col quale sei in tour?
“Nasce da tanti fattori legati. Primo fra
tutti, dalla crisi determinata, nel nostro
settore, dall’overdose di comicità fatta
a tormentoni. Quindi dalla necessità di
allontanarmi da questa dimensione, anche
fisicamente. Volevo proporre qualcosa di
diverso e di più completo. Con i musicisti
in scena, un disegno delle luci, un testo
curato nei dettagli”.
Eppure, la grande popolarità nasce
proprio dalla televisione con formule
più usa e getta.
“Sia chiaro, non rinnego nulla e non
voglio criticare nessuno. Semplicemente, cambiare percorso dovrebbe essere
la tensione di ogni artigiano che non
intenda riproporre il proprio stereotipo
all’infinito. Dopo di che, non escludo
nemmeno di tornare in televisione, magari in contesti simili a quelli che, fin qui,
sembrano funzionare. Non sarebbe certo
in contraddizione con il percorso che ho
intrapreso. Mi auguro soltanto che anche
chi confeziona queste scatole televisive
avverta la necessità di cambiare, almeno
un poco”.
“Sotto Spirito” si spiega soltanto
come presa di distanza da una certa
comicità troppo superficiale?
“No. Come ho detto, gli elementi sono
molti. A ispirare il progetto sono stati
anche incontri casuali. Un paio di anni fa
al Club Tenco ho incontrato vecchi amici,
tra i quali Sergio Sacchi, che mi hanno
suggerito di riproporre il teatro-canzone.
Da quell’iniziale invito, all’idea di tradurre alcuni pezzi storici di Brassens, la
mia passione letteral-musicale di sempre,
il passo è stato breve. Il che non significa
facile. Rivisitare dodici brani tanto complessi, mai tradotti in italiano, tentando
di salvaguardarne sostanza, poesia e
incisività satirica, non è stato per nulla
semplice. In ogni caso, ora posso dirlo:
alla fine di questo titanico lavoro, sono
molto soddisfatto”.
Come si legano le canzoni di Georges Brassens ai monologhi di Alberto
Patrucco?
“Questo è l’altro elemento che ha originato il progetto: l’incredibile armonia
di contenuti presenti nei brani che ho
scelto e i temi che affronto nei monologhi. È un’alchimia perfetta, quasi una
magia. Penso, ad esempio, alla canzone
Strofe per un svaligiatore (« Stances à un
cambrioleur »), che chiude un momento
dello spettacolo nel quale affronto i temi
delle banche e degli scandali finanziari;
oppure Quegli imbecilli fieri d’esser nati
in un posto (« La ballade des gens qui
sont nés quelque part »), al termine di
un passaggio su faziosi e campanilisti; o
anche ai Rampanti (« Les croquants »)
in un frangente in cui piazzo qualche
stoccata a presunti vip e starlette. Ma
potrei proseguire per tutti e sette i brani
dello spettacolo”.
I dodici brani tradotti e riarrangiati
diventeranno anche un CD.
“Stiamo terminando le registrazioni
con estrema soddisfazione. Al progetto,
oltre a Daniele Caldarini e ai musicisti

Testi di Bolivar - Disegni di Alessandro Marelli
che mi accompagnano durante lo spettacolo, partecipano tanti amici: da Mauro
Pagani a Ellade Bandini, da Giorgio
Conte a Mimmo Locasciulli, da Gianni
Coscia a Lino Patruno, da Fabio Testoni
degli Skiantos a Beppe Voltarelli, da
Juan Carlos Flaco Biondini a Anne Marie
Turcotte. L’idea era quella di realizzare
un disco che fissasse il lavoro fatto sulle
traduzioni e sugli arrangiamenti. Ma col
tempo si è trasformato in qualcosa che
credo abbia anche grandi potenzialità
commerciali. Per ora posso dire che le
esecuzioni dal vivo sono estremamente
convincenti così come le tracce registrate.
Non starebbe a me dirlo, ma credo che
valorizzino anche l’incredibile musica
di Georges Brassens. Merito di Sergio
Sacchi, di Daniele Caldarini e di tutti i
grandi musicisti che mi seguono in questa
avventura. Dimenticavo… La copertina
del cd è di Sergio Staino”.
Non c’è il timore del confronto con
altri colleghi che si sono cimentati con
Brassens?
“No, e non lo dico con arroganza. So
benissimo che Brassens è stato un autore
molto frequentato. Del resto è patrimonio
di tutti, sarebbe sciocco che qualcuno
rivendicasse un diritto di prelazione. Dal
mio punto di vista è stato quasi un passo
obbligato. Ascolto Brassens da sempre, i
temi che affronto nei monologhi e i suoi
testi sono talmente conseguenti da fare di
questo spettacolo una cosa molto organica. Tengo poi a precisare un aspetto: ho
lavorato traducendo in italiano dodici brani mai tradotti. E questo, almeno da noi,
rappresenta un qualcosa di originale”.
Quindi, in “Sotto Spirito”, la componente musicale ha una sua precisa
collocazione…
“Non canto tanto per farlo. La parte
musicale è una colonna portante dello
spettacolo, così come lo sono i monologhi. La cura è la medesima e sono
convinto che il pubblico lo apprezzerà.
Per il momento i riscontri avuti in teatro
sono più che incoraggianti”.
Per chiudere, in libreria ti rivedremo
ancora.
“Con Antonio Voceri, sto chiudendo
il terzo libro. Dopo Tempi Bastardi e
Vedo Buio arriverà il terzo della saga sul
pessimismo comico. Ma è ancora un po’
presto per parlare di date”.
Pechino 2008
Dopo il clamoroso e inaspettato successo dei giochi olimpici di “Atene 2004”, che
hanno portato sul lastrico milioni di contribuenti ellenici, miliardi di cinesi si stanno
preparando ad eccellere in tutte le specialità, per dimostrare al mondo intero la loro
superiorità oltre che numerica, anche in campo sportivo.
L’obiettivo dichiarato della dirigenza cinese è quello di vincere tutte le medaglie
d’oro, l’80% di quelle d’argento e il 62,67% di quelle di bronzo, lasciando le rimanenti a qualche paese sconosciuto dell’Oceania e dell’Africa, possibilmente con nomi
impronunciabili.
Sono già in produzione 2 miliardi di CD, contenenti l’inno cinese in versione
originale per erhu, jinghu, yueqin, sheng e dagu, oltre la versione per coro muto di
voci di deportati tibetani e quelle remix in lingua spagnola di Rita Pavone e in lingua
inglese di Michael Bublè, in modo che gli spettatori delle competizioni olimpiche,
possano quanto prima orecchiarne il motivo, quando sarà eseguito inevitabilmente
centinaia di volte.
E l’Italia sportiva che farà? Resterà inerme a guardare gli schermidori della regione
dello Xinjiang, alti 2,30 metri, infilzare i nostri moschettieri? Canoisti del distretto
di Guangdong, che già da due anni stanno provando il percorso olimpico, inseguiti
da feroci coccodrilli? Ciclisti del Sichuan, scelti dal Ministero Popolare del Ciclismo
Socialista, percorrere il bordo della Muraglia Cinese, pedalando su speciali biciclette
costruite in uranio appesantito? Le componenti della squadra di pallanuoto cinese,
costruita nello speciale laboratorio eugenetico di Jingdezhen della regione dello
Jiangxi, dotate di pinna caudale e mani palmate? I ginnasti di Shaolin della regione
dello Henan, altri non più di 34 centimetri e del peso forma di 8,7 km, in grado di
eseguire il quintuplo salto mortale, con avvitamento del torace?
Il CONI lungimirante, ha già inviato alcuni tecnici a Losanna, affinché ambasciatori questuanti presso il CIO, inducano i guru del Comitato Olimpico ad introdurre
qualche nuova specialità, ancorché a scopo dimostrativo, per salvaguardare la vittoria
o almeno il piazzamento di un italiano in qualche gara.
Si vocifera che i nostri esperti abbiano formulato le seguenti proposte:
• Taglio torta nuziale sincronizzato: nella specialità a coppie miste.
• Biathlon medievale: giostra del saracino in costume, ingaggio alla durlindana.
• Tiro con la fiocina subacqueo: nelle specialità maschile, femminile, trans, a coppie
sposati, a coppie conviventi, a coppie ex-sposati o conviventi ma separati.
• Tiro a segno con obice d’epoca: nelle specialità “donna” e “uomo-cannone”.
• Beach bridge: nelle specialità “su sdraio sotto ombrellone”, “su asciugamano a bordo
piscina”, “su materassino galleggiante in vasca da 50 metri”.
• Unisci i puntini: nella specialità biro, pennarello, matita copiativa.
• Priaplon moderno: nelle specialità, in singolo e a squadre, estensione, durata e
sollevamento pesi (maschile) e dildo elettromeccanico (femminile).
5
Avviso di garanzia: la garanzia che sei figo
Se sei buono ti tirano le pietre.
Se sei cattivo, invece, é probabile che
ti indultino.
Se sei cattivo e figo ti indultano sicuro,
oppure come penitenza ti mandano
all’isola dei famosi (a sopportare Simona
Ventura, Alfonso Signorini e compagnia
cantante... il che, comunque, non è quello
che si conosce propriamente per l’ “avere
culo”...).
Alla fine dei giochi, è probabile che sei
ancora più figo di quando la giostra aveva
iniziato a girare.
Dico questo, anche a costo di passare
per moralista, ma del resto a voler
soprassedere non ci vuole neanche molto
a passare per fessi. Avrete notato anche
voi cos’è successo dopo quest’ondata
ormai biennale di Calciopoli, Vallettopoli,
Bancopoli, Fiscopoli... decennale se si
vuole ricordare anche Tangentopoli... e
ancor più vecchia, se vogliamo ricordare
Forlimpopoli e il Monopoli...
A seguire queste vicende, viene il
dubbio che gli assai dubbi protagonisti
non solo non abbiano pagato per quello
che hanno fatto, ma che ci abbiano, in
dirittura d’arrivo, persino guadagnato. La
legge ormai è una e, questa sì, uguale per
tutti: “Che di me si parli bene o male non
conta, l’importante è che se ne parli”... e
che la condanna non arrivi mai...
Si prenda per esempio Luciano Moggi.
Dopo lo scandalo che ha portato la
Juventus in serie B ed estromesso lo
stesso Moggi per 10 anni dai campi da
gioco, le quotazioni dell’ex dg juventino,
anzichè diminuire, sono vertiginosamente
aumentate.
Oggi è il commentatore di calcio più
richiesto – anche perchè lui, a differenza
della totalità dei suoi colleghi, sa ancora,
con un certo margine, come vanno a finire
le partite.
È anche sul punto di sfondare nel
mondo del cinema grazie a quell’altro
stinco, di tutto meno che di santo di Lele
Mora, che l’ha fortemente voluto per il
remake di un grande film degli anni
Settanta, “L’allenatore nel pallone 2”, con
Lino Banfi. I pazienti, assai pazienti...
telespettatori potranno vedere se Nonno
Libero, dopo la commedia sexy degli
anni Settanta e la convivenza lesbica,
sarà capace di sdoganare, redimere e
forse anche far diventare più simpatico il
Lucianone... Impresa (qui non c’è Quentin
Tarantino o Vladimir Luxuria che tenga)
non da poco.
Per il momento, Moggi – altra notizia
messa in rilievo su quotidiani e telegiornali
– questa estate è stato a Lourdes. Pur
professandosi credente e fermamente
interessato al pellegrinaggio in sé, Moggi è
stato intercettato più volte mentre cercava
di convocare a sé i malati in processione,
promettendo che sarebbe stato lui, non il
solito pretino della domenica, a parlare, di
persona, con l’Altissimo. E se non proprio
di persona, almeno al cellulare.
Ma dai tabulati pare che l’Altissimo
non abbia ceduto. Molti malati terminali,
in ogni caso, si sono visti regalare, allo
scadere dei novanta minuti, un calcio
di rigore (come al solito assolutamente
inspiegabile, ma anche assolutamente
inutile, viste le condizioni fisiche dei
beneficiari...).
E a un certo Fabrizio Corona va forse
ancora meglio. Il fotografo più conosciuto
d’Italia, dopo qualche tempo passato dietro
le sbarre, è uscito e ne ha combinate
di tutti i colori. Ha filmato e venduto il
(lasciatemi dire, disgustoso) super8 del suo
divorzio – manco quello del matrimonio,
come tutti i cristiani... – dalla moglie Nina
Moric. Ha successivamente dichiarato che
con Nina vorrebbe ricominciare daccapo,
provare a ricostruire una famiglia.
“Ricostruirla, sì... con un fotomontaggio!”,
la risposta piccata di Nina, poi però subito
sdilinquitasi, per la gioia dei gossippari,
davanti all’iperattivismo del suo exmarito. Corona ha recitato in un film
– anche lui... – ha rappato, ha strippato,
dicendo di voler scendere in politica con
un progetto politico non ben definito, ma
benedetto da Silvio Berlusconi, Lele Mora
e Benny Hill, ma certamente con un nuovo
partito (già non ce n’erano abbastanza...):
“Rifondazione Socialista”.
Scherno politico da parte di tutti gli ex e
neo-socialisti, che negli ultimi anni hanno
d’altra parte visto la parola “socialista”
accompagnata un po’ a tutto: sinistra,
destra, spesso, come al solito, centro.
Scherno più ampio nell’opinione pubblica,
che ha visto ben reincarnata la figura del
nuovo socialista in Fabrizio Corona, con
la reincorporazione del famoso motto Psi:
“Prendi i soldi e scappa” ora ritradotto
agilmente in “Prendi i soldi e scatta”.
Corona si è buttato allora a capofitto
sulla tragedia di Garlasco, confermando
il suo gusto per il grottesco e ancor di più
per il cannibalico. Ha bruciato sul tempo
Bruno Vespa e i suoi plastici, l’avvocato
Taormina e i suoi Ris mistici, Mentana e
le sue novità di seconda mano, ma non è
riuscito a tutt’oggi che a scoprire qualche
aneddoto piccante sulla vita privata
di Rosalino Cellamare, in arte Ron, di
Garlasco altro illustre cittadino.
Di lusso risulta pure essere la carriera
post-finanziaria di Giampiero Fiorani,
confinato in Sardegna dal destino cinico
e baro. Pierino si culla ora nella speranza
di coronare il sogno di una vita: “Vorrei
fare il cantante” ha più volte candidamente
confessato, in televisione e sui giornali.

“Pensarci prima, no?” la risposta
pronta e unita del popolo italiano, che
vorrebbe il ritorno alle doti canore anche
di un altro famoso compatriota, a costo
di veder vincere i prossimi dieci Sanremo
dal duo “Silvio e Giampiero” piuttosto
che da un qualunque Simone Cristicchi o
Aleandro Baldi. “Vorrei anche condurre un
programma televisivo in cui intervistare
i clienti truffati dal sistema bancario”
ha dichiarato ancora Pierino la peste,
Pierino l’incontentabile... Vedremo se sarà
accontentato nei palinsesti autunnali,
certo che un programma splatter, con il
massacro fisico in diretta del presentatore
da parte dei suoi ospiti, è un passo in
avanti, o forse un salto nel buio, che non
molti direttori di rete, nonostante i reality
show, sono oggi già disposti a compiere.
Se la passa da re, anzi da principe
(di Monaco) anche Valentino Rossi,
inseguito dal Fisco italiano, rianimatosi
con la cura dell’eponimo Visco e di
nuovo assetato di sangue. Alla notizia
della megamulta pendente sulla sua
testa, Rossi ha reagito dimostrando di
essere domiciliato in Botswana, di avere
il proprio giro d’affari nella Terra del
Fuoco, di pagare regolarmente le tasse
alle Isole Figi e di tornare a Tavullia solo
di tanto in tanto, e unicamente per giocare
a briscola con gli amici del Bar Sport.
Un’arrampicata sugli specchi degna del più
spumeggiante Cosimo Mele, culminata nel
video recapitato in maniera binladesca a
emittenti pubbliche o private. “Sono stato
strumentalizzato!” ha sostenuto il Valentino
nazionale. Il pubblico, dopo cinque anni di
berlusconerie, ha mediamente reagito
con l’ironica “ah, nuova questa”, usata
quest’anno da Santoro ad Annozero
replicando a chi gli dava (in modo
effettivamente originale...) del fazioso.
L’unico che se la passa malaccio è
Stefano Ricucci. Uscito dal carcere, il
pirata di Zagarolo è stato mollato dalla
moglie Anna Falchi, che lo ha ritenuto
incapace di tenere in piedi una famiglia
(una giustificazione frequente, vedi
anche Nina Moric in questi tempi postruiniani... oppure soltanto una balla?!)
e si è confessata assai delusa dopo aver
visto Stefano tenere sulle ginocchia tal
Sara Varone.
Lo ha però rincuorato la pronta telefonata
di un amico: “Tranquillo Stefano” gli ha
detto una voce nota “l’ultima volta che io
ho tenuto sulle ginocchia qualcuno, mia
moglie ha scritto una lettera in prima
pagina su un giornale e io ho dovuto anche
mettere per iscritto le mie scuse”.
Lorenzo Mari
PRIMO: DIFFIDARE DEI VOLI LOW COST
Come sono andate le ferie? State già triturando gli
zebedei al collega di turno, raccontando le vostre peripezie agostane, il magnifico mare, le conquiste amorose e inondando la sua casella di posta con fotografie?
Non parlatemi di vacanze, le mie sono state un disastro! I soldi erano pochi, le probabilità di trascorrere le
vacanze sull’Adda molte, poi tutto è accaduto quasi per
caso, al bar stavo leggendo l’inserto dell’Eco di Bergamo “Non solo calcina” e tac!!! Vedo la pubblicità:
Toccatimaroni Airlines, 15 Euro Milano-Barcellona,
andata e buona parte del ritorno.
Non c’ho pensato due volte, lunedì 6 agosto mi
sono presentato armi e bagagli in aeroporto, all’ufficio
informazioni nessuno sapeva niente, poi finalmente
davanti al bagno degli uomini vedo il solito tavolino
con le mance e dietro, seduto, uno in grembiule con
scritto Toccatimaroni Airlines.
Non ho fatto tempo a posare le valige… Sparite
come solo a Malpensa sanno fare! Ho pensato, saranno
anche low cost ma con i bagagli sono rapidi, gli consegno i 15 Euro e mi ritrovo con un foglio bianco…
Lì ho avuto un momento di ripensamento ma l’istinto mi ha suggerito di seguire il bagaglio e così facendo
mi sono ritrovato davanti all’aereo. C’era una fila…
dopo un’ora e mezza ho perso le staffe, ho iniziato
a urlare come un matto chiedendo il motivo di tale
ritardo. Mi sono sentito rispondere che eravamo in
attesa della scaletta. Infatti, poco dopo, è arrivato uno
con la scala… A libretto… Un bel 5 pioli!
Visto l’andazzo ho proposto di metterne un’altra
anche sul portellone posteriore: mi è stato risposto
che non era possibile in quanto saldato per evitare
infiltrazioni d’acqua!
La foto di uno dei motori scattata dal finestrino
dell’aereo della Taccatimaroni Airlines
Saliti a bordo ho scoperto che sui low cost non ci
sono hostess, viene praticamente estratto a sorte un
passeggero per mimare le informazioni di sicurezza…
Piccoli sacrifici… Ma davanti al risparmio economico
uno chiude un occhio, purtroppo il comandante li
aveva chiusi tutti e due, lo abbiamo capito quando si
è messo a contare i passeggeri con un bastone bianco,
sorretto da un ragazzino, pensavamo fosse il figlio…
Era il secondo pilota!
Dopo tre minuti, pronti al decollo, freni tirati, motori
a palla ma non succedeva niente!
Sentivamo solo che in cabina discutevano animatamente, dopo un quarto d’ora di motori al massimo e
freni tirati, un bambino seduto dietro di me si mette a
urlare: «Nel simulatore di volo della mia playstation
a questo punto si schiaccia il bottone blu in alto a
destra!» Oh, dopo un secondo eravamo a 5.000 piedi!
Non per sfiducia, ma visto l’andazzo ho chiesto subito
al bambino se con la playstation aveva imparato anche
l’atterraggio! Dopo 2 ore di volo, atterriamo sani e salvi
in un aeroporto secondario di Barcellona… Saragozza,
a soli 300 km, e già lì…
Volevo solo uscire dall’aeroporto, non avevo fatto i
conti con i controlli sanitari: all’uscita erano presenti
i medici per i test contro il contagio dell’influenza
aviaria. All’arrivo dei passeggeri, con dei termometri
agli infrarossi rilevano la temperatura corporea con un
semplice raggio? Bene, per le compagnie a basso costo
la misurazione della temperatura corporea avviene in
modo un po’ più spartano… All’antica… Tra l’altro,
ero l’ultimo della fila e il termometro era sempre
quello… E’ vero, ho speso solo 15 Euro, ma se devo
prenderlo in quel posto!
Eh no! Ho iniziato a urlare come un matto! E’
arrivata la Guardia National e nella perquisizione
hanno trovato La Padania che titolava “Vogliamo
l’indipendenza”. Mi hanno arrestato come presunto
terrorista dell’ETA!
Ho passato 20 giorni in cella di isolamento, altroché
vacanza a Barcellona! Quando poi finalmente i servizi
segreti spagnoli hanno tradotto il giornale, hanno
compreso l’enorme incidente diplomatico che stavano
per creare e mi hanno fatto mille scuse; a quel punto
volevo anch’io ringraziare i servizi segreti e loro mi
hanno detto “No, siamo noi che la ringraziamo, perché
traducendo La Padania eravamo piegati in due dalle
risate!”
Luigi Galbiati
(Il “Luigi Galbiati” è il personaggio leghista portato
a Zelig da Alfredo Minutoli)
TRENDY
Quando sento parlare di Organismo Geneticamente Modificato il mio
pensiero corre subito a Sandro Bondi.
Perché non è possibile che Bondi sia
nato già così! Bondi è senz’altro un
prodotto di laboratorio: è chiaro che
qualcuno ci ha messo le mani e ha
ravanato un bel po’ per far saltar fuori
l’Organismo che abbiamo davanti agli
occhi tutti i giorni, due volte al dì, durante i pasti principali in concomitanza
con i telegiornali italiani.
Poi, però, a un più attento esame,
capisco che non può, l’Organismo
Bondi, essere il risultato di una qualsivoglia manipolazione genetica. Di
solito, infatti, si interviene sul patrimonio genetico con il fine di migliorare
la specie!
Se il risultato da esibire è il Mago
Otelma struccato di Forza Italia, è
chiaro che a brevissimo termine non
si riusciranno a trovare più fondi da
destinare alla ricerca!
E poi è sotto gli occhi di tutti quanto
gli Ogm in agricoltura siano davvero
pericolosi: il risultato di un esperimento
effettuato anni orsono su un gambo di
sedano ha avuto ripercussioni devastanti nella società italiana. Non voglio
pensare che la scienza abbia bisogno
di Valeria Marini quando il mercato
può contare su gambi di sedano di
ottima qualità che non si prendono
la briga di deambulare ostentando
drammatici inestetismi o ancor più
tragiche incapacità artistiche.
Anche perché poi il passo verso la
clonazione è breve.
A forza di manipolare il patrimonio
genetico per creare cloni di esseri
viventi ci ritroviamo oggi con ben 3
sorelle Carlucci e altrettante sorelle
Lecciso. Ma vogliamo gridare il nostro
“basta” una volta per tutte?
Cosa aspettiamo, che un Berlusconi
sia a capo del Governo, un altro a
capo dell’opposizione e un terzo sul
soglio pontificio? E peggio: che tutti e
tre abbiano bisogno di un personale
Schifani da sguinzagliare ai giornalisti… O ancora, che una miriade di
Mastella occupi tutti i posti disponibili
e magari, quando vai alla riunione di
condominio, ti trovi un Mastella che
minaccia di dare le dimissioni da amministratore se i soliti maleducati lasceranno le biciclette nell’androne…
Gli Ogm non sono una soluzione ai
problemi dell’agroalimentare.
Cosa ce ne facciamo di una Pera
Williams in grado di ragionare e porre
interrogaivi etici quando abbiamo già
Marzullo che non sarà proprio Dop,
ma sicuramente ha molte affinità con
il frutto ora evocato, non ultimo l’alone
di moscerini della frutta che circonda
la sua raccapricciante chioma.
Dobbiamo valorizzare l’agroalimentare italiano! Altrimenti fra qualche
anno si presentarà ai nostri figli uno
scenario apocalittico: ai reality show
parteciperanno solo colture di muffe
provenienti da laboratori stranieri.
All’invito di Mario Capanna di «creare una globalizzazione multipolare
con la valorizzazione delle risorse
autoctone», Silvio Berlusconi ha fatto
sapere che nel programma della Casa
delle Libertà largo spazio è dedicato
alla formazione di un parco letterine
rigorosamente autoctone: non vi sarà
infatti posto per la J, la K, la W, la X
e la Y.
Antonio Galuzzi

40 anni dopo, ritornano a San Francisco.
Gli hippie sono diventati nonni...
Manifestazione straordinaria e piena di
nostalgia, tra simboli della pace e vestiti
colorati. Quasi tutto come una volta, solo
che al posto di fumare i Narghilè aspirano
dall’aerosol...
6
VITA VISSUTA
Il dott. Alberto Grandi i lettori del
Notturno LIKE lo conoscono, purtroppo, da tempo. Dopo essere andato
a Minneapolis nel 2005 a parlare di
“mucche etiopi” di fronte a una platea
sconcertata e l’anno seguente a Helsinki
a pontificare sulla “pesca nei laghi di
Mantova” (e non stiamo scherzando, nel
senso che qualcuno lo ha pure invitato e
soprattutto pagato!) ha pensato bene di
ripetere l’avventura oltreoceano visitando Milwaukee e Charleston, dove si è distinto per la sua particolare pronuncia
dell’inglese, affrontando l’ostico tema
“Produzione e commercio di ghiaccio
nel mondo dal 1850 al 1915” (!).
Non solo l’hanno fatto tornare, ma
l’esimio docente si è sentito in dovere
di farci pervenire, intasandoci la casella
di posta elettronica, le sue puntuali
impressioni sulla società e il costume
dei luoghi attraversati nel suo mistico
peregrinare.
Ci scusiamo con i lettori per il terzo
anno consecutivo, proponendo loro di
cercare un tema per la prossima trasferta del nostro inarrivabile dott. Grandi
che sia in antitesi con le normali concezioni di buongusto e buonsenso.
L’odissea e il ghiaccio
Sono arrivato, è stata una delle avventure più incredibili della mia vita.
I giornali e i telegiornali qui non parlano
d`altro: del più grande ingorgo aereo della
storia degli Stati Uniti. Fino a Filadelfia
tutto bene, scendo dal mio aereo e salgo,
senza indugi, sul volo 673 della Delta
Airlines che mi avrebbe dovuto portare
fino a Chicago, dove mi aspettava un
altro aereo per Milwaukee. Con la tipica
efficienza americana l’aereo inizia a
rollare in perfetto orario, steward e hostess fanno il loro spettacolino, quando,
improvvisamente l’aereo si ferma. Il comandante ci comunica che c’è un piccolo
guasto, pochi minuti e saremmo subito
ripartiti. L’unico a mostrare scetticismo e
nervosismo, ovviamente, sono io. Dovete
capire, avevo un cambio stretto a Chicago
e il timore di perdere la coincidenza era
grande. Dopo un’oretta (coincidenza
persa, quindi) si riparte, ma subito dopo
il comandante comunica che è necessario
un rabbocco di carburante; si torna al
gate. Il mio nervosismo lievita, mentre
gli altri passeggeri ridacchiano, sbevazzano cocacola ghiacciata e trangugiano
porcate a non finire. Eccoci di nuovo in
pista, ancora un piccolo ripasso su come
allacciare le cinture e via… anzi no,
siamo fermi, il comandante ci comunica
che ci sono quaranta aerei prima di noi in
lista per il decollo, tempo d’attesa almeno
due ore. Sembra di essere alla barriera
di Campogalliano, una cosa snervante,
almeno per me. Gli altri passeggeri continuano nel loro festino a base di bibite
ghiacciate e dolcetti confezionati. In verità
un altro passeggero che sta male c’è, il
problema è che sta talmente male che
l’aereo deve tornare al terminal per far
salire il medico e l’infermiere che hanno
provveduto all’immediato ricovero (ben
gli sta, con tutto quello che si era bevuto
e mangiato…). Nel frattempo perdiamo
la priorità acquisita, come direbbe la
voce registrata e come più o meno ha
detto a noi il comandante. Eccoci quindi
di nuovo in fila, ma poco dopo siamo
costretti a tornare indietro perché nel
frattempo abbiamo finito ancora il carburante. Maccheccazzo! Cosa avevano
fatto la prima volta, un deca? Io sono in
fibrillazione e la calma serafica di tutti
gli altri non fa che farmi aumentare la
pressione arteriosa. Alla fine del pitstop (un’ora) ci si riprova. Le uscite di
sicurezza sono lì, lo so, che ti venga un
canchero, lo so! E’ fatta, è fatta, siamo
sulla pista. Fermi. Thunderstorm, la più
grande e merdosa tempesta su Filadelfia
degli ultimi vent’anni. Non solo, ma il
comandante ci informa che subito dopo
ne è prevista un’altra, quindi o si decolla
alla fine di questa o addio. A quel punto
esplodo. Vado dallo steward e sfodero
tutto il mio inglese incazzoso:
DA FONZIE AL KU KLUX KLAN:
VIAGGIO NEGLI USA E GETTA
Il dott. Grandi, ancora una volta in viaggio a spese dei contribuenti, insiste nel raccontarci
le sue impressioni sul soggiorno a Milwaukee e Charleston. L’originalità brilla per la sua assenza
“I hate America” Il mio esordio non
è dei più diplomatici, lo ammetto, se
non fossi stato un cittadino italiano, ma,
putacaso, algerino o pakistano, sarei stato
senz’altro arrestato.
“Aubedo [Alberto pronunciato dallo
steward], don’t worry, tuttobbene!”
“Tutto bene un cazzo! I want to sleep
in Philadelphia, in an Hotel, not in this
aircraft of sheet”
“It’s too expansive”
“I know it. It’s too expansive for you
not for me, because the company got to
pay my hotel”
“Aubedo, I want to help you. Want you
call in Italy, your wife or your family?”
Quello psicologo da strapazzo dello
steward aveva saputo toccare una corda
sensibile, non solo, ma è riuscito ad ingaggiare una gara di solidarietà tra i passeggeri della businnes class per prestarmi
il cellulare per chiamare in Italia. In pochi
secondi mi trovo in mano quattro telefonini supertecnologici. Chiamo a casa, mi
rilasso, vado al cesso, mi rilasso ancor di
più, torno al mio posto e mi addormento.
Dopo un po’ mi sveglio, siamo ancora lì,
da dieci ore. In quel momento lo steward
fa una comunicazione che non capisco.
Ma dentro l’aereo scoppia la rivolta, una
signora al mio fianco, visibilmente alterata, mi spiega che è finito il ghiaccio a
bordo e questo è davvero inaccettabile:
“Unbelievable” è il termine che usa,
con un tono di indignazione, come se
qualcuno le avesse sputato in faccia. Si
torna indietro, si fa il pieno di ghiaccio
e bibite gassate e si riparte, questa volta
davvero. Gli americani sono davvero incomprensibili, hanno accettato un ritardo
pazzesco e un trattamento che sfiorava
il sequestro di persona senza battere
ciglio, ma quando è mancato il ghiaccio
sono insorti come i marinai del Bounty.
Vaffanculo città dell’amore fraterno.
La statua di John Plankinton, una sorta di banchiere-fondatore di Milwaukee, all’interno della locale università, con negozi come un normalissimo centro commerciale. Le aule sono ai piani superiori
del mondo e io già mi vedevo come
Tom Hanks nel film “Terminal”. Nella
mia mente obnubilata dalla rabbia e
dalla stanchezza, mi immaginavo la
caduta del governo Prodi che avrebbe
portato alla scomparsa dell’Italia come
stato politico. Con le poche forze che
mi erano rimaste, mi trascinai fino allo
stand della Delta Airlines a spiegare la
mia incresciosa situazione. Credo che
il mio aspetto parlasse molto più chiaramente del mio inglese raffazzonato.
Le impiegate si impietosirono e venni
inserito nel primo volo della mattina per
Milwaukee. Risolto questo problema, restava da far passare le cinque ore che mi
separavano dall’imbarco. Poiché volevo
dormire e poiché il treno per me ha più
effetto del valium, decisi di prendere la
monorotaia che unisce i diversi terminal
di quell’infinito aeroporto. Come avevo
previsto dopo circa dieci secondi dormivo
città a misura d’uomo: mezzo milione
d`abitanti, tanto bel verde, un lago (Michigan) enorme come un oceano e tanti
giovani in giro per le strade perchè c`è
il summer festival (the world’s largest
music festival). Come tutte le altre cose
che ho visto qui, anche il mio congresso
è smodatamente grande e ricco, il buffet
è degno di un matrimonio napoletano
e quindi mi sono posto come obiettivo
quello di ingrassare solo 5 Kg.
L’hotel è davvero incredibile. Tanto per
dirvene una, questa mattina mi dovevo
fare la barba e ho chiesto un rasoio usa
e getta e una bomboletta di schiuma. Mi
sono arrivati in camera 5 rasoi (di diversi
tipi), due bombolette, spazzolino da denti
e dentifricio, deodorante, dopobarba,
collutorio e altre boccettine delle quali
non ho ancora capito la funzione e che,
del resto, non avevo chiesto. Un altro
aspetto sorprendente è che il personale
dell’hotel sembra conoscermi da una
vita; tutti a salutarmi con dei gran “hi
mister Grandi”, “good morning mister
Grandi”, “How are you, mister Grandi?”.
Sembra quasi che ce l’abbia scritto in
fronte il mio nome, ma non mi pare. In
ogni caso io rimango sempre sorpreso
e faccio la figura dell’idiota balbettando
risposte sconnesse.
Gli americani
di bocca buona
La sede del Milwaukee Sentinel, che ogni giorno pubblica le gesta dei
politici locali al Congresso: cos’hanno votato, come hanno votato, erano
o meno presenti in aula al momento del voto. Qualcosa da importare...
La monorotaia
Era destino che la mia odissea non
dovesse finire tanto presto. Dopo le dieci
ore in aereo a Filadelfia e le due ore e
mezza di volo, sono arrivato a Chicago
alle tre di notte. La mia situazione era
la seguente:
a) ero distrutto (nelle ultime trentacinque ore avevo dormito si e no
mezz’ora)
b) ero senza biglietto (avevo fatto tutte
le prenotazioni su internet)
c) ero senza valigia (spedita per Milwaukee chissà quando e chissà come)
Dovete sapere che l’aeroporto Chicago
O-Hare è soltanto l’aeroporto più grande
profondamente. Non so quanti giri feci.
Alle sei mi svegliai, scesi dal treno andai
a bermi un caffè e a mangiarmi un favoloso cinnabon (un dolce scandalosamente
zuccherato a base di cannella). Adesso ero
pronto per l’ultima tappa del mio viaggio,
che si svolse senza ulteriori problemi.
Milwaukee
Ho già imparato una cosa del milwaukesi: non amano che si facca “hey!”,
come il loro più illustre concittadino
(Fonzie). Ma a parte questo, come tutti
gli americani, sono sempre cordiali e
disponibili.
Milwaukee, inoltre, è davvero una bella
Dopo il successo clamoroso della mia
relazione (la presidentessa dell’associazione l’ha definita la più interessante del
convegno) posso finalmente rilassarmi.
In realtà sono rimasto vittima del mio
successo, perchè il pubblico mi ha tempestato di domande che ho capito solo
in minima parte. Per fortuna il coordinatore della mia sezione (che insegna
storia a West Point) sapeva il francese
e lo spagnolo e così ci siamo arrangiati.
Comunque oggi sono andato al porto e al
museo d’arte entrambi molto belli.
Milwaukee
ombelico del mondo
Allora, ieri sono andato in giro per la
città, come fanno i matti. Ho incontrato un
sacco di persone cordiali che avevano
voglia di parlare con me dell`America
e dell’Italia; non vi sembra già questa una
bella differenza con quanto avviene in
Italia? Voglio dire, noi italiani passiamo
per simpaticoni, ma quante volte ci capita
di fermarci con degli sconosciuti a parlare
del più e del meno? Chiacchierando ho
scoperto che Milwaukee è l`ombelico del
mondo per almeno sei motivi:
1) Qui si svolgono le avventure di
Fonzie e della famiglia Cunningam
2) Qui si producono la birra Miller e
la birra Pabst (due delle 3 più vendute al
mondo, la terza è la Budwaiser)
3) Qui ha sede la Harley-Davidson
4) Qui ha sede la Zippo, quella degli
accendini
5) Qui si svolge il Summerfestival (The
world’s largest music festival)
6) La locale squadra di Baseball, the
Brewers (I birrai!), sta dominando il
campionato americano, che però qui si
chiama World championship.
Ci sarebbe un settimo motivo, legato
alla presenza nel locale carcere del serial
killer più cattivo del mondo, ma, comprensibilmente, gli indigeni non parlano
volentieri di questo loro primato.
Nel mio inutile girovagare, sono capitato sulla spiaggia del lago Michigan.
Siccome era una giornata abbastanza
ventosa, c’ero solo io, i gabbiani e una
biondona che faceva jogging con l’i-pod.
Sarà il cibo americano, sarà il clima,
sarà la lunga passeggiata, fatto sta che
dovevo fare un peto e già avevo capito
che sarebbe stato un peto di quelli “importanti”. La biondona era distante da
me almeno venti-venticinque metri e poi
aveva l’i-pod, quindi non correvo rischi.
Mi sono lasciato andare: è uscita una cosa
decisamente rumorosa, in termini tecnici
la potremmo definire una racchetta. Beh,
quella podista millantatrice si è girata di
scatto verso di me, con un’espressione che
stava fra il disgusto e il divertito. Io, come
è prassi tra noi petomani, ho fatto finta
di nulla, ma dentro di me ho pensato che
l’i-pod è davvero una gran fregatura.
Hostess e piloti
Adesso sono a Charleston (SC) che è la
città meno americana d’America.
Vigliacco se c’è un grattacielo, sono tutte casette basse in legno, molto vittoriane,
con il loro bel giardinetto davanti. Sono
nel sud e si vede. I neri che ci sono nella
downtown fanno gli spazzini, i poliziotti
o suonano nel localini jazz, mentre in
periferia ci sono solo neri che non danno
l’impressione di navigare nell’oro.
Il viaggio da Milwaukee a qui è stato
ottimo, tutto in orario e senza problemi. O
meglio, un problema, di carattere psicologico mi si è presentato: un italiano in cerca di avventura e tendenzialmente fifone
come me cosa si aspetta da un equipaggio
aereo? Evidentemente che le hostess
siano giovani e il pilota sia esperto; bene
era l’esatto contrario, avevo delle hostess
di circa 65-70 anni (già in età da pensione
ma forse vittime dello scalone di Maroni),
mentre il pilota aveva sì e no 20 anni (non
sto scherzando). Le attempate signore
che mi hanno assistito erano davvero
gentili, ma una sembrava mia nonna
nella foto che mia mamma tiene sul
comodino.
Avrete notato che dopo Charleston
ho messo SC fra parentesi: è che di
Charleston, negli Stati Uniti ce ne sono
a bizzeffe. Se non si specifica (in questo
caso) South Carolina, è un vero casino!
A Charleston SC
ci sono troppi neri
Il mio hotel è definito il più bello della
città e uno dei più antichi di tutti gli Stati
Uniti. Alla reception sono tutti gentili e
neri. A questo proposito devo raccontarvi
il surreale benvenuto che mi hanno dato.
Mostro la mia prenotazione, i miei documenti e la mia carta di credito (giusto per
far capire che sono vivo) all’impiegato
della concierge; un ragazzo nerissimo,
giovanissimo, educatissimo e serissimo.
Espletate queste formalità, l’impiegato,
senza dire una parola, estrae una cartina
di Charleston (SC) e con la matita fa una
crocetta nel punto esatto in cui si trova
l’hotel. Poi disegna un ampio rettangolo
che, in pratica, comprende la downtown
e poco altro. “Ecco – mi dice – lei non
deve mai uscire da questa area”.
“Why?” Chiedo io, un po’ inquieto.
“Too many black people” è la telegrafica risposta di quel ragazzo che, lo ricordo,
sarebbe senz’altro passato inosservato a
Nairobi.
Adesso è tutto chiaro. Da queste parti
ci sono troppi neri. Ora, a parte il fatto
che i loro bis o tris nonni non sono certo
giunti lì di propria spontanea volontà, fa
davvero impressione che a dire una frase
così razzista sia il cioccolatino fondente
che mi sta di fronte, probabilmente il
primo affiliato al Ku Klux Klan di colore al mondo. Quello che sorprende è
l’equazione tra malavita e colore della
pelle. Capisco anche l’esigenza (molto
americana) di semplificare i problemi,
ma come si fa a non notare che in realtà
il conflitto non è tra bianchi e neri, ma
tra ricchi e poveri? La downtown di
Charleston è una grande penisola, tutto
intorno c’è un’enorme periferia piena di
case fatiscenti e di neri disperati. Evidentemente in questa periferia il valore di
una vita è molto basso, ma il colore della
pelle cosa c’entra? Comunque mi sembra
di aver capito che il razzismo qui al sud si
è evoluto in termini genetico-economici.
Infatti i più razzisti di tutti sono proprio
i neri integrati e la razza più vituperata
sono i bianchi poveri, che qui vengono
chiamati “trash-men”.
La cartina di Charleston con il rettangolo dal quale non sconfinare
aspetto della vita quotidiana.
I poliziotti
Qui a Charleston, ho visto poliziotti in
automobile, in moto, in bici, a cavallo,
a piedi, sui pattini in motoscafo e in
elicottero. Direi che a parte lo skateboard,
la mongolfiera e il sommergibile, le ho
viste tutte. Ecco, mi chiedevo il perchè.
Passi per l’auto, la moto e a piedi, ma i
pattini, la bici e il cavallo a cosa servono?
Anche ammesso che si abbia a che fare
con banditi tipo Butch Cassidy (ma tenderei ad escluderlo), credo che una buona
moto o una buona auto siano adatte a un
eventuale inseguimento, che verrebbe
comunque fatto su strade asfaltate, dato
che qui di praterie non ne vedo proprio.
L’unica è che si debba partire sempre ad
armi pari con il malvivente, così, se una
rapina, poniamo, viene commessa in bici,
anche il poliziotto deve inseguire con lo
stesso mezzo, per non avere un ingiusto
vantaggio. E se, putacaso, dovessi decidere di commettere un reato cavalcando
uno struzzo o saltando su uno di quei
palloni con il manico che si usavano
negli anni ’70? È chiaro che il sistema di
di questo) e di idioti che ridevano di
nulla, mi sono ricordato di una torta
che qui va per la maggiore che si chiama brownie e che potremmo tradurre
con “marronea”. È una normale torta
al cioccolato (da cui il nome), ma che viene servita in mille ricette differenti. Col
caffè, con la panna, col gelato, insomma
una specie di base per tanti altri dolci.
L’ho detto, non è niente di speciale, ma
qui ne vanno matti e discutono per ore
sulla qualità di quella specifica brownie.
(Durante la mia lunga avventura in aereo
a Filadelfia sono stato intrattenuto da una
coppia di pensionati di Chicago per almeno un paio d’ore su questo argomento
fondamentale).
La consistenza e l’altezza è quella della
patona (tipico dolce mantovano a base
di farina di castagne, ndr) ma, essendo
americana, è dolcissima, ipercalorica
e sfacciatamente ricca di ingredienti
inutili. Dopo due bocconi io, che quanto
a golosità non temo confronti, ne ho già
abbastanza. Ora, vi dicevo che qui discutono sulla qualità, ma a ben pensarci si
discute solo sulla forma e sul modo di
presentarla. Da quello che ho capito ce
ne sono di tre tipi: quella tonda classica,
che viene divisa a fette; quella quadrata,
preparata in una teglia e che viene divisa
in cubetti; e infine quella già presentata
in porzioni, piccoli pasticcini tondi di 10
cm circa di diametro. Ecco, le marronee
sono queste qui: secondo voi vale la pena
discutere su quale sia meglio?
La religione in TV
Visto che oggi è domenica, vorrei parlarvi prima di tutto della religione in tv.
Voglio essere sincero, quando sono Italia le messe alla domenica mi inquietano:
sarà il mio non riuscire a rimanere sullo
stesso canale per venti secondi, sarà che
tolgono spazio allo sport, sarà che non
Vomitato il 4 luglio
Allora, ieri era il 4 luglio e dal giorno
prima non si parla d`altro qui. A Charleston, poi, sono in programma i fuochi
artificiali dalla Yorktown, la famosa portaerei. Entri nei bar o nei ristoranti e tutti
ne parlano: “Fireworks di qui e fireworks
di là, fireworks su e fireworks giù”, insomma un’attesa spasmodica. Visto che qui
tutto è pazzesco, un provinciale come me
si aspetta una cosa incredibile. E invece
no, sono normalissimi fuochi artificiali,
o meglio, di incredibile c’era una cosa, la
durata: un’ora. Tenendo conto che a me
i fuochi artificiali rompono le balle dopo
trenta secondi, immaginatevi che divertimento nei successivi cinquantanove
minuti e mezzo.
Ah dimenticavo, prima c’era stato il
campionato mondiale di mangiatori di
hot dog. Beh qui ci vorrebbe la penna
di Edgar Allan Poe per descrivere il ribrezzo. Immaginatevi quindici idioti che
trangugiano pane e wurstel per dodici
minuti, inzuppandoli nell’acqua per farli
andare giù meglio.
Erano cinque anni che vinceva sempre
lo stesso giapponese, quest’anno ha vinto
un californiano che ha mangiato 66
hot dog (record mondiale). Il momento
decisivo è stato quando il giapponese, al
sessantatreesimo hot dog, ha vomitato,
scatenando l’entusiasmo del numerosissimo pubblico e provocando in me un
serio turbamento. Comunque l’evento
è di portata nazionale, lo trasmetteva in
diretta l`Espn, principale network sportivo e “USA today” ha messo la notizia
in prima pagina.
Nel frattempo Hillary Clinton prosegue la sua campagna elettorale sotto lo
slogan “ready to change”, ecco speriamo
che cambi almeno le manifestazioni del
4 luglio, visto che di Iraq e di politica
ambientale non vuole parlare.
Le rotonde
In questi giorni di nullafacenza e di
inutile girovagare ho incominciato a riflettere sulle principali differenze tra USA
e Italia. È un esercizio futile e già fatto
da mille altri viaggiatori, ma io vorrei
provare a trovare differenze inedite.
Allora la prima è che qui non ci sono
rotonde; vialoni a quattro corsie si incrociano con altri vialoni a quattro corsie
come se niente fosse, qualche volta c’è un
semaforo, ma a volte nemmeno quello. È
davvero strano, bisognerà rifletterci su.
Evidentemente è mancato un Burchiellaro (ex sindaco di Mantova, ndr)
a mettere ordine in questo importante
King Street a Charleston SC. Una fotografia furbescamente presa da Internet perché le mie erano pessime e non ne andava bene una
sicurezza della Carolina del Sud presenta
delle falle non indifferenti.
Fra l’altro, ora che ci penso, ci sono
molti tipi diversi di poliziotti, più che
in Italia, e noi non scherziamo quanto
a varietà delle forze dell’ordine. Qui ci
sono poliziotti vestiti di beige (che hanno
la macchina beige, così non stona), poi ci
sono quelli blu (idem), che sono i più comuni perchè vanno anche in bici, in moto
e a piedi. Poi ci sono quelli bianchi, che di
solito stanno nel porto e sul motoscafo,
ma che a volte si spingono anche nell’entroterra. Ci sono quelli con le bermuda e
quelli con la giacchettina senza maniche.
Tutti, comunque, sono armati fino ai denti
(pistola, manganello, spray, manette) e
quasi tutti sono neri, con gli occhiali scuri
anche di sera e un po’ inquietanti. Però
se chiedi loro un’indicazione te la danno,
e anche con gentilezza
Cibi e bevande
Riprendo carta e penna per parlare
di un argomento che non abbiamo
ancora affrontato e che pure è così
importante da questa parte dell’Oceano,
vale a dire il cibo e le bevande. Mi sono
imbattutto ieri sera in un burritos che
non mi ha fatto dormire bene e mi
sono quindi attaccato alla TV per far
passare il tempo, in attesa che il mio
inseparabile Biochetasi facesse il suo
sporco lavoro.
Mentre guardavo scorrere immagini
inutili di stupidi che giocavano a baseball o a poker (dovrò parlare anche
sono mai spettacolari o imprevedibili,
sarà quello che volete, ma a me la messa
in TV rende nervoso. Bene, qui negli
USA, la patria della libertà religiosa,
questo sentimento di amarezza raggiunge vette inarrivabili. Alla domenica,
dei 65 canali che ho nel mio televisore,
circa 30 trasmettono una qualche specie
di funzione religiosa: cattolici, luterani
e protestanti vari, mormoni, avventisti,
animisti, spiritisti, battisti, anabattisti,
ananabattisti, luciobattisti e chi più ne
ha più ne battisti. A parte i vudù, credo
di averli visti tutti. E poi ci sono i telepredicatori, che sono un casino e fanno
incazzare quasi subito, si vede lontano un
miglio che sono falsi come le tette della
Parietti. Ce n’è uno che è il peggiore di
tutti e c’è sempre anche nei giorni feriali,
si chiama Joel Osteen; sembra colto da
emiparesi facciale perchè sorride sempre,
c’ha una faccia di culo che più di culo
non si può. Predica in una chiesa che è
grande come lo stadio Martelli (campo
da gioco di Mantova, ndr), sempre piena
di gente in estasi ad ascoltare le cazzate
che dice Joel. Capisco poco di quello che
dice, però insiste così tanto che sembra
quasi Wanna Marchi alle prese con il sale
grosso per i rituali...
Il poker in TV
Da bambino mi piaceva andare a
pescare, lo trovavo un passatempo
rilassante e direi filosofico. Se si era in
compagnia si poteva parlare per ore
del più e del meno, anzi, vi dirò che
quando il pesce abboccava (poche volte
in verità) per me era quasi una seccatura, perchè interrompeva quell’inutile e
appagante chiacchiericcio. C’era però una
cosa che non sopportavo ed erano quelli
che guardavano i pescatori. Ma dico io,
ci può essere qualcosa di più assurdo che
guardare uno che non fa nulla. Ecco, la
stessa sensazione l’ho provata guardando
il poker in TV. Ci sono tre o quattro tipi
che si giocano una partitina e milioni di
idioti che li guardano. Fra l`altro non ho
capito se i giocatori rischiano soldi propri
o no, perchè nel qual caso l’assurdità
sarebbe doppia. Comunque anche così lo
spettacolo è demenziale, per nulla emozionante, eppure a qualcuno deve piacere,
visto che va in onda a tutte le ore.
Fort Sumter
Where civil war began
Una visita davvero istruttiva è quella
che ho fatto oggi. Sono andato a vedere il
museo della guerra civile e Fort Sumter,
dove è iniziata la guerra, perché, dovete
sapere, che la Carolina del Sud fu il primo
stato a dichiarare la secessione, dopo l’elezione di Lincoln a presidente degli Stati
Uniti. Appena salito sul traghetto che mi
avrebbe portato al forte, mi è stato dato
un libretto di istruzioni dal titolo “History
can hurt”, tenendo conto che io insegno
storia, ho trovato la cosa di cattivo gusto.
Ma in realtà nel libretto si spiega che il
forte è pericoloso e quindi si deve seguire
la guida e stare nei camminamenti previsti per i visitatori.
Nel museo si spiegano i motivi della
guerra civile, tenendo una linea interpretativa non proprio equidistante. Per
prima cosa si dice che in fondo gli schiavi
neri del sud erano trattati meglio degli
operai neri delle fabbriche del nord,
ma, soprattutto, si ricorda che secondo
la prima convenzione (in vigore fino al
1861) lo schiavismo era una materia di
esclusiva competenza degli stati e non
dell’amministrazione federale; per cui,
quando Lincoln prese posizione contro
lo schiavismo fece una sorta di colpo di
stato. Sì, vabbè essere pretestuosi, ma
questi esagerano.
Poi ci sono le immagini e la spiegazione del lungo assedio al forte e a quel
punto i motivi della guerra scompaiono
per lasciare spazio a una vicenda sanguinosa e raccapricciante. Dentro al forte le
guide non parlano di schiavismo e non ci
si pone il problema di che avesse torto o
chi avesse ragione; molto semplicemente
si racconta una guerra che si concluse, qui
a Charleston, con la completa distruzione
del forte e la morte di quattrocento ragazzi di Charleston sotto gli occhi della cittadinanza (composta anche dai famigliari
di quei ragazzi) che assisteva impotente
al terribile bombardamento navale.
L’atteggiamento dei visitatori americani
è molto diverso da quello degli europei.
Noi non riuscivamo a non pensare che
in fondo quei ragazzi erano morti per
una causa sbagliata, per gli americani si
trattava comunque di eroi, morti mentre
facevano qualcosa in cui credevano. Sul
traghetto che ci riportava in città ne ho
discusso con una coppia di neri e anche
loro sostenevano questa tesi, per loro lo
schiavismo era un problema del tutto superato, che non c’entrava assolutamente
nulla con le attuali condizioni dei neri
in America.
Si tratta probabilmente di una lettura
ingenua, ma è necessaria per costruire
una memoria condivisa di una vicenda
lacerante. Chissà, forse un giorno anche
noi italiani potremo parlare della nostra
guerra civile con questa sgangherata
serenità di giudizio.
Finalino
La “Palmetto-company” è il battaglione
di fanteria che ha sede a Charleston (SC).
Dal 1861 in poi ha combattuto in tutte le
guerre possibili e immaginabili. Davanti
alla sede del circolo ufficiali c’è una targa
che ricorda queste campagne. La targa
elenca le guerre ponendole su due file da
cinque e nell’ordine le guerre sono:
- Civil War
- Honduras
- I World War
- Iraq I
- II World War
- Afghanistan
- Korea
- Iraq II
- Vietnam
- ......................
Come vedete è già previsto lo spazio
per la prossima guerra!
7
VITA VISSUTA
La Città
dei Festival
Carissimi habitué del Festivaletteratura, se avete trovato parcheggio, bentornati
a Mantova!
Prima che diate inizio alla “caccia
all’autore”, ritengo opportuno informarvi
che di recente la nostra città, ha acquisito
il marchio di “Città dei Festival”.
Se pensavate quindi di immergervi in
un’atmosfera esclusiva, limitata a questo
breve periodo settembrino, sappiate
invece che qui da noi si respira quotidianamente come in una favolosa “Città dei
Balocchi” in cui ogni giorno è festa, gli
abitanti scoppiano di salute (non fatevi
ingannare se le statistiche dicono che un
morto su tre muore di tumore), a fine
mese si accantonano notevoli risparmi
dai redditi dalle pensioni (non fatevi incantare dai soliti anziani che si lamentano di essere sempre in bolletta), le banche
sono al servizio dei cittadini (non date
retta a chi pensa che la maggioranza dei
residenti è contesa per mutui e prestiti),
le case costano pochissimo...
Nel salutarvi, mi auguro che in prossimo futuro possiate partecipare attivamente e gratuitamente tra le vie e piazze
della città, ai festeggiamenti dei seguenti
festival spontanei:
Festival del mutuo estinto;
Festival del fine prestito;
Festival del calo delle tasse;
Festival del petrolchimico smantellato.
A presto
Corrado Andreani

L’AVEVAMO
DETTO!
Nel numero scorso di LIKE ipotizzavamo una possibile destinazione per il
famoso Tesoretto. Complice l’interessamento di Silvio Sircana per la tariffazione
di alcune prestazioni occasionali e la
posizione del governo un po’ troppo precaria, avevamo azzardato l’andamento “a
puttane” dei deputati della Repubblica.
Il centrista dell’Udc Cosimo Mele,
già alfiere della difesa dei valori della
famiglia, ha colto al balzo la ghiotta occasione e ha giocato d’anticipo sui tempi
di attuazione dell’iniziativa.
La velocità con la quale i politici si producono in esilaranti avventure conforta la
lungimirante Redazione di LIKE: siamo
certi che gli eventi prossimi genereranno
nuovi, sconvolgenti scoop!

Ogni governo ha il suo metodo per
tenere la gente tranquilla. Gli ultimi due stanno usando la strategia
della pensione.
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