2 ATTUALITA’ Al Festival di Venezia ci sono i Vips La tradizionale sagra della bella gente quest’anno si svolge nell’“area riservata” il fondo del barile di Teo Guadalupi BISOGNA CHE TUTTO CAMBI... Una delle cose che adoro del mese di settembre è la rassicurante certezza che nulla stia per cambiare. Sono sincero: spesso sono tornato a casa con l’inquietante timore che qualcuno dei milioni di propositi fatti sotto gli ombrelloni potessero realizzarsi: che l’amico fidato, la cui attività atletica più trasgressiva era l’accensione della playstation, potesse veramente iscriversi in palestra, o che la cugina taglia 48 potesse seriamente mettersi a dieta o che io stesso potessi cambiare quella macchina che ormai chiamo nuova da dodici anni, raro modello di euro meno 1. Ma poi ti guardi intorno e tiri un bel sospiro di sollievo. Ci sarà la stangata e anche stavolta la colpa è dei governi precedenti. È ricominciato il campionato di calcio e gli arbitri sono sempre cornuti. Ci sono tette e culi a Studio Aperto, ma del resto il diritto di cronaca è diritto di cronaca!!! C’è la raccolta di trattori in edicola (e con il primo numero in regalo la rondella per costruirti un trattore tutto tuo, che a Milano può sempre servirti: visto che non si trova mai parcheggio, te ne costruisci uno sul momento). Insomma c’è tutto quello di cui hai bisogno a settembre, incluso l’istinto innato di non rispettare i buoni propositi estivi. E allora ti metti lì alla finestra, pensi che ieri eri in spiaggia, ma che domani devi già fare il presepe. E che ormai per quest’anno è andata così, ma dall’anno prossimo… e che bisogna che tutto cambi, affinché tutto rimanga com’è. Curioso fatto di cronaca. Tredici detenuti in regime di semilibertà, invece di andare a fare i lavori socialmente utili cui erano stati destinati dal giudice, commettevano rapine e organizzavano traffici di cocaina. La cosa strana non è tanto il fatto in sé. E’ che il loro avvocato ha impostato la difesa sostenendo che col traffico di cocaina, di fatto, erano impegnati in un lavoro socialmente utile. La redazione [email protected] Antonio Galuzzi Antonio Voceri Corrado Andreani Enrico Alberini Ilaria Jahier HANNO COLLABORATO Alberto Grandi - Alberto Patrucco - Alessandro Marelli - Alfredo Minutoli - Bolivar - Corrado Giamboni - Flavio Oreglio - I Papu (Andrea Appi e Ramiro Besa) Lorenza Daverio - Lorenzo Mari - Paola Buble - Sebastiano Onano - Teo Guadalupi Stampato in 5.000 copie da Fda Eurostampa di Borgosatollo (Brescia). Distribuito in omaggio Finalmente in Laguna è il Festival, quasi irrinunciabile, se non fosse per la concomitanza scomoda con il Festival di Mantova che costringe gli irriducilbili stakanovisti della cultura ad un pendolarismo ossessivo tra registi e scrittori, con turni di dodici, sedici ore.. come neanche ai tempi del più efferato fordismo. Il Festival di Venezia, arrivato alla sua 64ª edizione, sfoggia (ben più visibile del resto) un enorme 75 sulla facciata del Palazzo del Cinema.. Errore?! Qualcuno ha riciclato il programma di nove anni fa? Entriamo nel futuro? No, è solo che al contrario di quanto succede per le donne, per i festival, aumentarsi gli anni, fa molto chic, e si scopre che, alla fine, le 64 edizioni si spalmano su un arco di 75 anni, causa interruzioni varie ed eventuali.. Anche se, diciamocela tutta, per stilettare un po’ nei fianchi la temutissima e giovanissima “Festa del Cinema di Roma”, bastavano anche i 64. Comunque un po’ di confusione rimane. Si arriva al lido stipati in vaporetto, ora accaldati e sudati ora surgelati: il festival settembrino non conosce vie di mezzo climatiche, e tutte le “mise” da sera lasciano posto ad abbigliamenti tecnici da escursionisti consumati. Quelle con i tacchi vengono osannate come eroine, altro che darla al produttore, per farcela, al festival, bastano i tacchi alti. Ed è così che si entra ovunque, il tacco fa la differenza, l’abito non farà il monaco, ma fa l’ingresso: all’Excelsior, al De Bain, al Nikki Beach e alle feste Vip. Coi jeans sei un pericolo per la “bella gente”, probabilmente una fan assatanata di autografi e foto ricordo che strapperebbe a brandelli la giacca di George o di Brad. Coi tacchi sei probabilmente una puttana ma, come professionista, puoi entrare. Questo almeno quel che sembrano pensare le guardie all’ingresso. E allora, come modelle ai casting, si portano i tacchi in borsa, si cambia look prima di entrare, ci si finge serissime e professionalissime puttane e si entra. Vip, Vip, Vip sempiternamente Vip, la caccia ha inizio, ma quest’anno la delusione è ovunque. Salvata, se vogliamo proprio, la facciata del Palazzo del Cinema con l’enorme 75 proiettato su una palla Bivacco di fans dei vips al termine della giornata. L’euforia regna (Foto di Lorenza Daverio) demolitrice di dimensioni americane, ed il tappeto rosso (più lungo dell’anno scorso), il resto della kermesse si svolge nel casino più totale. Non c’è un vero e proprio ingresso, a un certo punto sei dentro, ma i realtà sei fuori perché stand da fiera del trattore a parte, guardie e/o metal detector ti vietano l’accesso al palazzo del Casinò, e ti tengono ben lontano da un’infinità di aree riservate. Il punto di maggior affluenza è, come ormai da anni, lo stand di Gianni Ippoliti che, pur consumato dal vizio del Ballo da Sala, attanagliato senza scampo dopo aver partecipato a “Ballando con le Stelle”, resiste stoicamente nel dirigere simpatiche vallettine armate di carte e penne, e consente al malcapitato pubblico di esprimere critiche e solenni proteste sull’ormai arcinoto muro de “ridateci i soldi”. La terrazza davanti al Casinò da cui anni fa, anche se usata come “ristobar” o “discopub”, si vedeva il mare, è totalmente ed inesorabilmente occupata da un fantomatico “cocktaillounge” per fighetti sponsorizzati da orologiai di lusso, che facendo il verso a locali trendy milanesi, ha buttafuori all’ingresso che rimbalzano quelli non in lista. Nell’aria un profumo, profumo di cinema..? mah! Chanel n° 5? No, è qualcosa di più intenso, più deciso... qualcosa come... salciccia, cipolle e peperoni. L’aria non frizza, frigge… L’atmosfera da sagra paesana, regna sovrana, tendoni e gazebo la fanno da padrone. Il sottotono è ovunque, lo sporco pure. Qualcuno pulirà, ma mai abbastanza. Se si escludono i tre minuti di Vippata da tappeto rosso, per i quali ci si deve accalcare ore ed ore prima, e qualche avvistamento di ombre di Marzullo o di illegittimi figli d’arte; di mondanità e “allure” nemmeno l’ombra. Il festival sembra svolgersi dietro cortine di ferro, muri e fili spinati, niente a che vedere con precedenti edizioni e direzioni, in cui era benvenuto chi voleva “vivere” da vicino il cinema. Ricordo di essermi imbucata senza troppa fatica, in feste incredibili, come quella del film di Mira Nair, che vinse il Leone d’Oro, e di aver ballato con lei una danza indiana coinvolgente e festosa… Ricordo di aver chiacchierato con Oreste Lionello e sua moglie, in sala al film di Woody e dopo all’unico baracchino degli hamburger... Ricordo tanti Vip nazionali e internazionali, a spasso per il lido, e mille situazioni ed incontri pieni di fascino... anche solo in vaporetto. Ora più che una selezione di film il festival sembra una selezione all’ingresso. E tutto il resto è sagra... Ma, a questo punto, se proprio devo trovarmi in mezzo a una sagra, preferisco andare a Villimpenta per quella del risotto, almeno i volontari sono dei professionisti! Mangio bene, spendo poco e fanno entrare anche in cravatta nera, abito lungo e tacchi alti! Ilaria Jahier “Semelodiceviprima”: la manipolazione secondo i Papu La delirante cronaca di un appuntamento letterario è solo il pretesto per pubblicizzare il nuovo spettacolo iovedì 30 agosto 2007 a Mantova in via G Frattini presso Casa Andreasi si è tenuta l’anteprima della presentazione dell’ultimo libro di Andrea Appi e Ramiro Besa, in arte “I Papu”, dal titolo “Semelodiceviprima. Come manipolare gli altri e farsi anche dire grazie”, Galonio Editore 35 pag distribuzione gratuita anno 2007. L’evento (chiamarlo lieto risulterebbe oltremodo offensivo nei confronti dei pochi testimoni rimasti incolumi) era molto atteso dall’entourage del festival mantovano, dove la presentazione si sarebbe dovuta riproporre in maniera ufficiale. Usiamo il condizionale perché la furibonda rissa che ha interrotto la performance dei due attori poco dopo il suo inizio ha suggerito alle forze dell’ordine di rinviare l’incontro a data da destinarsi, stantìo arzigogolo retorico che cela a fatica la volontà praticamente unanime da parte degli organizzatori di allontanare per sempre “I Papu” dal Festival, da Mantova stessa, provincia compresa e, se possibile, dall’intera Lombardia. In assenza di documentazioni fotografiche e video, questo testo esclusivo è l’unica testimonianza esistente della drammatica serata. La redazione del Notturno ritiene indispensabile pubblicarla anche senza il consenso dei diretti interessati, tuttora ricoverati in uno stato ancor più confusionale rispetto a quello in cui si trovavano la sera del misfatto. La decisione è stata presa dalla nostra redazione non tanto per rispettare il diritto di recensione cui ogni opera letteraria ha diritto, anche se di modestissimo valore come in questo caso, quanto perché funga da monito alle generazioni future sull’effetto deleterio che possono avere un pubblico e un riflettore acceso su personalità bacate da delirio d’onnipotenza, prive di anche solo un barlume di etica professionale e (ma questo è forse il male minore essendo molto diffuso tra gli artisti) totalmente prive di qualsivoglia forma di talento. A = Professor Andrea Appi R = Professor Ramiro Besa A Buonasera Mantovaaaaa! Benvenuti a questa splendida serataaa! Che meraviglioso pubblico che sieteee! R Professor Appi me li spaventa se urla così; si ricordi che è microfonato. A E’ l’entusiasmo che vuole esprimersi, la Ramiro Besa e Andrea Appi, i Papu gioia che chiede di esplodere… R Esplode anche la permanente della signora se urla così un’altra volta… A E’ un giorno straordinario quello in cui finalmente viene alla luce la nostra ultima fatica; “Semelodiceviprima. Come manipolare gli altri e farsi anche dire grazie”, un’opera dalle sconvolgenti potenzialità, un lavoro monumentale nel campo della formazione e delle strategie motivazionali. R Bè, un lavoro monumentale... saranno sì e no 30 paginette scritte in corpo 18. A Non è nella quantità Prof. Besa che deve eccellere la mente umana ma nell’innovazione e nella genialità della proposta… R Qui le devo dar ragione; lo statuto dei Circoli della Libertà della Brambilla son 18 paginette scritte in corpo 30. A Gentile pubblico qui presente in questa bella serata di fine agosto… R Le sembra bella perché è ormai buio, ma sta venendo su l’ira di Dio! A Vedo già i vostri corpi fremere dall’emozione e i vostri volti eccitati dal desiderio di conoscere cosa nasconde questo libro… R Professore; fremono perché fa freddo: sta arrivando un temporale coi contromaroni, come glielo devo dire? A E’ un’alba nuova per l’umanità, è un giorno straordinario per l’Uomo, gioiosa macchina da guerra dalle stupefacenti potenzialità che troppo spesso si lascia affondare nelle paludi di una vita grigia e monotona… R Lasci stare questi qui davanti Professore, sono appena rientrati dalle ferie, già c’hanno il magone del rientro… A Uomo: barchetta in mezzo al mare in tempesta, chiglia senza timone nell’Oceano della vita, piccolo, inerme, sconfortante esempio di melliflua opacità esistenziale, squallido fallimento di se medesimo, capace solo di esistere in quanto mero secretore di umori, fluidi ed essudati… R Professor Appi, almeno non sputi! A Ebbene da oggi, grazie a questo libro, tutti voi potrete dire addio ad ogni indecisione, abbandonare tutte le incertezze che vi hanno assillato, dimenticare ogni insoddisfazione esistenziale. Nuovi Flavibriatore sorgeranno dentro di voi, novelle Simoneventure sgorgheranno dalle vostre stesse viscere, i vostri figli potranno Fabriziocoronarsi e diventare finalmente, incredibilmente, esponenzialmente, miliardescamente, stupefacentementeee degli Uomininuoviiiiiii! R Professor Appi scenda dal tavolo per l’amor del cielo; col brutto tempo che c’è mi fa da parafulmine e mi catalizza tutta l’energia statica del mantovano… A Perché tutti voi possiate dimenticare i sensi di colpa di una cultura bigotta e seguire Faust nel suo destino demoniaco… R Professor Appi. No! Non si appenda al lampadario! Lasci quel lampadario! A Per una vita vera, ove il più forte possa finalmente regnare, al di là delle stupide pseudo-educazioni borghesi di una società troppo debole per poter aspirare a un mondo ove il migliore possa finalmente prendere il sopravvento e il perdente possa essere abbandonato al suo squallido destino; ove non si debba più dirsi schiavi di educazione, gentilezza e onestà; ove i nostri istinti più biechi non siano più subdolamente camuffati… Cos’è tutto ’sto casino? R Si chiama tuono Professore; prima c’è stato il lampo, forse lei non l’ha visto ma tutti noi sì, e poi c’è il tuono, forse dovremmo interrompere la presentazione… A Perché cambiare si può, Signori! Cambiare e vivere veramente senza più farsi influenzare, senza più timori e senza preoccupazioni, avendo come unico scopo la realizzazione di noi stessi. Anche tu! E tu, con quella faccia, ammasso di carne disteso come un’ameba su quella sedia, impotente esempio di disprezzo della vita… R Lasci stare Prof, è il presidente del Festival, non peggiori la situazione… A Tu! Non permetterai più che qualcuno ti mandi affanculo come è accaduto sino ad oggi… Come? Come si permette? Li faccia stare in silenzio professor Besa! Pretendo silenziooooo! R Eh ma Prof, ha cominciato lei… A Sto parlandooo, per Dio! Non tollero disattenzioni! R Lasci perdere Professore! E scenda da lassù! A Ascoltatemi massa di ignoranti! Omuncoli che non avete mai letto Goethe… volete stare zitti? Cos’è questo mormorìo Professor Besa? Pretendo di saperlo! R Li ha fatti incazzare, cosa vuole che le dica; e poi sta venendo giù il diluvio universale... Concluda! A Oh miei figli prediletti, fortunati presenti a questa magnifica serata… Ahi! Cos’è? R Stanno tirando della roba, Prof. Io, le ripeto, chiuderei qui! A Voi osate ribellarvi? A meeee? Ma come vi permettete? Io che posso darvi la vitaaa! Una nuova dignità, un nuovo orgoglio! Essere più di quel che siete, avere più di ciò che avete! Mi state ascoltando? Vili pusillanimi, avete l’ardire di ribellarvi? Gramigna infestante, subdoli millantatori di felicità sottovuotooo. Non vi rendete conto che io posso darvi la vitaaaaaaaaaaa??? N.d.r. A questo punto la reazione da parte del pubblico si fa feroce e violenta, al pari di quella degli elementi atmosferici. La zuffa che è seguita a queste ultime parole ha avuto precedenti solo in una disfida a cavallo che il Ducato di Mantova ha ingaggiato nel lontano 1454 contro le pretese degli Estensi. Nel momento in cui questo articolo viene editato Appi e Besa hanno appena ripreso conoscenza ed hanno giurato di mettere in scena uno spettacolo teatrale che riprenda la filosofia del loro sciagurato testo. La promessa è di rivederli in teatro già da questo autunno. Il titolo, lo ripetiamo affinchè i superstiti non incappino due volte nello stesso errore, è sempre lo stesso: “Semelodiceviprima. Come manipolare gli altri e farsi anche dire grazie”. 3 Il candidato ideale del Partito Democratico La candidata ideale del Partito della Libertà Il candidato ideale di sesso maschile ha un’altezza variabile non inferiore ai 169 cm e non superiore ai 181. L’età è compresa fra i quarantasei e i cinquantaquattro anni. Occhi scuri, leggermente soprappeso, veste preferibilmente casual, ma nelle foto ufficiali è sempre ritratto in giacca (mai con in completo scuro, bensì in spezzato preferibilmente con giacca pie de poule o prince of wales). Non sempre porta la cravatta. Non si tinge i capelli, che sono ancora folti e leggermente brizzolati. Di vista buona, ultimamente ha dovuto far ricorso agli occhiali che ha sostituito con le lenti a contatto che ritiene più pratiche. La candidata ideale di sesso femminile ha un’altezza variabile non inferiore ai 159 centimetri e non superiore ai 171. L’età è compresa fra i trentotto e i quarantasei anni. Occhi nocciola, longillinea, terza di seno, veste preferibilmente abiti attillati che non la segnino troppo, nelle foto è sempre ritratta con abiti neri o blu interi, senza maniche, gonna al ginocchio, scarpa scollata, tacco 7, spessore medio. I capelli sono lisci, di lunghezza media, non superiore al collo, castano chiari, con colpi di sole leggeri a nascondere i primi capelli bianchi. Non porta gli occhiali, bensì orecchini a perla e braccialetto d’oro bianco (no orologi, tatuaggi e piercing o meglio un paparazzo l’ha fotografata al mare con un minuscolo tatuaggio nero a forma di delfino sulla seno destro). Ha un nome breve, da quattro a sei lettere, preferibilmente Silvia o Laura, in modo da poter ricondurre la scelta del nome alle passioni poetiche della madre, di origine ebraica, ex-professoressa di italiano in una scuola superiore e da giovane appassionata lettrice di Leopardi o Petrarca. Di formazione classica, si è laureato brillantemente (sconsigliabile il massimo dei voti, peggio ancora la lode) in una facoltà scientifica. Impiegatosi quindi come tecnico in una grande azienda nazionale, si è dimesso non appena iniziata la sua campagna elettorale. Sposatosi non prima dei trent’anni con una collega di lavoro, adesso libera professionista nel campo fiscale, ha due figli di sesso diverso, di età compresa fra i dieci e i vent’anni, meglio se la femmina è più anziana del maschio e non è più vecchia del fratello di oltre tre anni). Il matrimonio è stato celebrato prima in comune e due anni dopo, di comune accordo, in chiesa. La moglie, di formazione cattolica, è ancora oggi animatrice parrocchiale, mentre il nostro candidato, seppure battezzato, si professa agnostico e nutre un rispetto “per tutte le religioni”. Il padre di origine ebraica, titolare di una piccola azienda di carpenteria metallica, sfuggì alla persecuzione nazista, rifugiandosi durante il secondo conflitto mondiale in Svizzera (titolo preferenziale per il nostro, se è stato concepito in quel periodo e in quel luogo) La madre italiana, professoressa universitaria, morì purtroppo quando non aveva ancora tre anni. Il padre si risposò con l’attuale madre putativa del candidato ideale, un’interprete tedesca conosciuta dal padre nel periodo postbellico. Il candidato ideale non ha mai svolto prima d’ora una specifica attività politica, pur avendo gravitato sempre in un ambiente di centrosinistra (meglio se con una accezione lib-lab). E’ stato avvicinato per candidarsi, da un amico ex-assessore DC della corrente di Donat Cattin, oggi attivista della Margherita. Conosce bene il tedesco (vedi madre putativa) e se la cava con l’inglese. Ama la letteratura slava e tedesca, particolarmente i grandi filosofi come Kant ed Hegel. Non è tifoso di alcuna squadra di calcio, bensì è appassionato di pallavolo poiché in gioventù ha giocato a livello dilettantistico e il figlio, molto alto per la sua età, è una promessa del volley. Ama andare in bici per campagne e sentieri di montagna, è un collezionista di modellini di auto d’epoca e fra i generi musicali predilige il jazz (organizza in collaborazione con l’amministrazione locale una rassegna di gruppi emergenti). La moglie invece, appassionata di lirica, canta come mezzosoprano in coro semiprofessionistico ed è stata una buona pattinatrice a rotelle. PRIMO PIANO Si è diplomata al liceo scientifico con il massimo dei voti, quindi laureata in Economia e Commercio con il massimo dei voti senza lode, con una tesi riguardante le intermediazioni finanziarie. Secondogenita, ha tre fratelli maschi ed è responsabile del settore estero nell’azienda paterna di filati per tende. Il padre appunto è il titolare di un’azienda leader nazionale nel settore tessile da ben quattro generazioni. E’ sposata con un medico pediatra di età variabile dai trentasei e i cinquant’anni (meglio se il marito è di un anno più giovane). La famiglia ha due gemelli eterozigoti, maschio e femmina di età variabile fra i sei e i quattordici anni ed ha adottato, dopo quattro anni dalla nascita dei gemelli, un bambino di origine pakistana e di carnagione scura. II matrimonio è stato celebrato in chiesa, poichè entrambi hanno frequentato fino a quando si sono laureati, ambienti cattolici. Lei in seguito ha avuto una crisi di fede e non ha più praticato, ma recentemente grazie anche alla pazienza del marito si è riavvicinata alla chiesa. La candidata ideale non è mai stata prima d’ora un’attivista poltica, pur avendo gravitato sempre in un ambiente di centrodestra (per inciso il padre si candidò ad una tornata elettorale come consigliere comunale in una lista del partito liberale, senza riuscire ad essere eletto, per altro in una città a predominanza social-comunista). E’ stata convinta a scendere in campo da un parlamentare di Forza Italia, ex-socialista, compagno di scuola del padre. Conosce bene l’inglese e il francese essendo stata spesso all’estero e negli anni del liceo ha frequantato un anno di scuola in Virginia (USA). Ama leggere romanzi d’avventura e gialli, scrivere poesie, suonare il violino, giocare a tennis. Da giovane è stata una discreta pattinatrice a rotelle (danza ritmica a coppie e il partner, suo primo fidanzato è attualmente il direttore commerciale di un’azienda concorrente a quella del padre). Il marito è un appassionato collezionista di quadri di paesaggi, non ama la musica se non quella leggera (Giorgia, Mina e qualche canzone di Irene Grandi) ed è uno sfegatato tifoso della squadra locale di calcio. e fu subito sfiga A lle ore 17 di venerdì 17, dopo aver negato l’elemosina a una zingara grassa scivolai malamente su una buccia di banana e mi ruppi il collo, o così mi sembrò. Dopo 17 giorni di ospedale fui dimesso con un collare che mi impediva di girare la testa e per questo motivo non mi accorsi dell’arrivo di un grosso TIR rosso in manovra che mi investiva fracassandomi bacino gambe e braccia. Dopo 17 mesi uscii dall’ospedale, chiamai un taxi e mi feci portare a casa, deciso a chiudermi dentro per almeno 17 anni. A casa però i ladri mi avevano rubato tutto. Erano entrati dalla finestra sfondandola e siccome avevano trovato poco, secondo loro, mi avevano imbrattato muri divano e letto con escrementi. Ne avevano fatti moltissimi. Feci per telefonare, ma mi avevano staccato il telefono per morosità. Al sopraggiungere del tramonto mi accorsi di essere al buio, perché mi avevano staccato la luce per morosità. Ecco da dove veniva quel brutto odore, mi dissi, dal freezer pieno di carne che avevo vinto alla lotteria e che era rimasto spento durante la mia assenza. Infatti, verificai. Andai verso l’acquario, un tempo pieno di pesci, tartarughine, iguane. Evitai di guardarci dentro, anche perché era ormai buio. Di notte un gran freddo, perché mi avevano tolto il gas, o forse era per via di una fuga e stavo per saltare in aria, mi dissi. Invece. E comunque, quando feci per entrare in bagno al lume di candela, le infiltrazioni dovute al lavandino che sgocciolava da mesi e che io avevo lasciato con il tappo chiuso come sempre per paura degli scarafaggi (io ho una paura tremenda degli scarafaggi), le infiltrazioni dovute al lavandino avevano formato un laghetto per terra e sollevato le piastrelle del pavimento. I vicini del piano di sotto non se ne erano accorti perché erano morti. Scivolai malamente sul bagnato e caddi rompendomi il femore. Riuscii a raggiungere le scale non so come, chiamai l’ascensore, ma era saltata la luce nel condominio, o meglio, in tutto il quartiere, in quello che si rivelò poi essere il più lungo black out degli ultimi quarant’anni, dieci ore di black out. Feci perciò le scale a piedi. Sette piani. Con il femore rotto. Quando arrivai a terra svenni dal dolore. Un ladro mi portò via il portafoglio, ma non me ne accorsi. Nel portafoglio avevo anche la tessera sanitaria, così quando venne l’ambulanza chiamata da un vicino, avendo gli infermieri constatato che non ero in possesso dell’assicurazione sanitaria, mi lasciarono lì. Mi curò un vicino, forse lo stesso che aveva chiamato l’ambulanza, non gliel’ho mai chiesto. Ma mi fasciò malissimo e per questo guarii zoppo, un po’ come Ignazio di Loyola. Ma che sfiga, però. CREDO ALLA SFORTUNA RITENENDOMI FORTUNATO. MEGLIO DELLA FORTUNA, IL DESTINO. LA FORZA DEL DESTINO. LE ONDE DEL DESTINO. PERO’ I MAGHI NO, NON PARLARMI DEI MAGHI. LO SAI CHE IN ITALIA SONO PIU’ DEI PRETI? SARA’ UN BENE? ITALIA DERIVA DA VITUALIA: LA TERRA DEI VITELLI. UNA VOLTA UNA ZINGARA MI HA INSEGUITO PER MEZZA BOLOGNA PERCHE’, OLTRE A NON AVERLE DATO NIENTE, HO PROVATO ANCHE A CONVINCERLA CHE DOVEVA ANDARE A LAVORARE. Corrado Giamboni di Antonio Galuzzi • Aspettò di avere molto sonno per apparecchiare la tavola e mettersi a cucinare per i clienti. Il suo era un sonno ristoratore. • Il postino era un cleptomane integerrimo: prendeva tutto alla lettera. • Il cacao risolveva sempre i suoi problemi. Era un cacao solubile. • Avvicinai la cambiale alla fiamma del caminetto. Un attimo dopo bruciava accartocciandosi: avevo acceso il mutuo. • I miei amici sono convinti che io m’inventi le cose. • L’abete malato immaginava di stare bene. Invece se l’era inventato di sana pianta. • La perturbazione passava, incurante dei meteorologi. Era imperturbabile. • L’insegnante in difficoltà fece un appello agli studenti. Chi c’era disse: presente! • Oggi non sono tanto in forma, disse lo sformato. • Il barbiere continuava a parlare… Alla fine ci diede un taglio. • Il sindaco era felice a metà. Mal comune mezzo gaudio. • La mia stampante non è un granché: è una mezza cartuccia… • Il seminarista fu accusato di fare le cose alla carlona… • La verdura è senza personalità: non è né carne né pesce. • Il baco era innamorato: faceva il filo all’aracnide, ma non cavava un ragno dal buco. • Il muratore erà lì, fermo, nel cantiere ad aspettare. Gli avevano detto di fare anticamera. • La situazione dalla pettinatrice stava per prendere una brutta piega: tutti i nodi sarebbero venuti al pettine. • L’oscurità scendeva impaziente ma inesperta: la notte era ancora giovane. • Alcuni posti sono più religiosi di altri. Sono i punti cardinali. • Mi ero fatto in quattro per un amico, ma purtroppo a lui non piacevano i puzzle. • Ad ogni suo buffo movimento, corrispondeva un sussulto della fiamma: stava scherzando col fuoco. • Ho ingoiato le stringhe di liquerizia senza slacciarle e adesso ho un nodo alla gola. 4 APPUNTAMENTI Patrucco incontra Brassens Il comico in tour con “Sotto Spirito” ci parla del suo nuovo progetto discografico. «La comicità sta attraversando un momento difficile. È tempo di guardare al passato». Presto un disco dal titolo “Chi non la pensa come noi” con prestigiose collaborazioni di Flavio Oreglio e Antonio Galuzzi Gli uomini ricchi, più invecchiano, più diventano maiali. Dev’essere per questo che alcune donne, del vecchio uomo ricco, non buttano nulla. Amici, non è vero che da quando c’è l’euro tutto è raddoppiato. I miei tredici centimetri non si son mossi. Il sorriso di una donna può nascondere molte cose. Se te l’ha fatta, se sta per fartela, o… se si è fatta un altro! E dopo aver fatto l’amore, una bella sigaretta! E’ così che son riuscito a smettere di fumare… Molte donne, a letto, hanno il terrore di fare brutte figure. Ma che io sappia, non è necessario che parlino! Io con le donne sono molto delicato, forse perché ho paura di strapazzarle. Anche se è patinata, è pur sempre carta di giornale! Ho un bel ricordo della mia prima ragazza: mi ha fatto lo sconto. Il matrimonio è questione di chimica. Nel senso che a “reagire” si rischia un’esplosione… Amore, ogni cosa di questo mondo non è più la stessa da quando tu sei entrata nella mia vita. Per forza: rompi il cazzo su tutto! Le donne nei locali fanno come i bambini con la neve. Se la tirano. Le donne che si preparano per uscire sono come i lavori sull’autostrada: giustificano il ritardo con la scusa che l’han fatto per noi. L’ultima volta che ho giocato al dottore e l’infermiera ho scoperto che è aumentato il ticket! Le donne ripetono continuamente che non ci sono più gli uomini di una volta. Cazzo, se solo facessero due conti scoprirebbero che sono morti da un pezzo! Il punto debole di un uomo è là dove una donna rigirerà il coltello Ricordo che qualche tempo fa ho avuto dodici ragazze in un anno: era il calendario delle casalinghe… Il mondo della moda si chiede: come si vestirà l’uomo di domani? Ma la vera domanda è: cos’altro può togliersi la donna di oggi? Fratelli, non si possono servire due padroni: per questo è stata inventata la monogamia… Ogni uomo sulla terra ha a disposizione sette donne, ma non ne approfitta perché ha solo due balle… Gli uomini portano spesso mazzi di fiori alle donne. Le donne ricambieranno la gentilezza, una volta vedove. Problema calcio. Si sente tanto parlare di adottare il modello inglese… Per conto mio sarei più per adottare un paio di modelle inglesi! Alberto Patrucco è da molti anni uno dei più apprezzati monologhisti satirici nel panorama della comicità italiana. Un ruolo, questo, guadagnato per meriti sul campo: dalla lunga gavetta nei locali di tutta la penisola, alle prime apparizioni televisive; dagli iniziali approcci con il teatro-canzone, fino alla definitiva consacrazione popolare, sancita da trasmissioni molto seguite. Una vasta esperienza che ha trovato sbocco, recentemente, anche in libreria, con due lavori dai lusinghieri riscontri quali “Tempi Bastardi” (2003) e “Vedo Buio” (2006), entrambi per Mondadori. Un lungo tragitto, fatto di successi e di esperienze differenti sotto il profilo formale. Dalla comicità immediata dei monologhi televisivi, a quella più articolata e riflessiva del libro, passando per le atmosfere più dilatate del teatro. Tutte forme espressive legate a un comune denominatore: quello della risata liberatoria. E oggi, con lo spettacolo “Sotto Spirito”, un fondamentale elemento in più, la musica. Dunque, Patrucco, da dove cominciamo? “In questo caso è proprio necessario cominciare dal principio. Dai miei esordi. Da quando a Milano per cabaret si intendeva, quasi esclusivamente, comico con chitarra. Anch’io ho cominciato a esibirmi accompagnandomi con la chitarra e suonando il pianoforte. Poi ho notato che rischiava di diventare un clichè, quindi ho cambiato percorso”. Seguendo quale direzione? “Una mia direzione che non fosse, in linea di massima, quella della moda contingente. Visto che tutti, più o meno, cantavano, ho abbandonato gli strumenti per abbracciare il testo puro, il monologo”. E ora? “Mi è sembrato che fosse giunto il momento di guardare a esperienze passate, riviste e corrette in chiave attuale. Ho voluto fare un passo in dietro, ma soltanto per farne un paio in avanti”. Nasce così lo spettacolo “Sotto Spirito” col quale sei in tour? “Nasce da tanti fattori legati. Primo fra tutti, dalla crisi determinata, nel nostro settore, dall’overdose di comicità fatta a tormentoni. Quindi dalla necessità di allontanarmi da questa dimensione, anche fisicamente. Volevo proporre qualcosa di diverso e di più completo. Con i musicisti in scena, un disegno delle luci, un testo curato nei dettagli”. Eppure, la grande popolarità nasce proprio dalla televisione con formule più usa e getta. “Sia chiaro, non rinnego nulla e non voglio criticare nessuno. Semplicemente, cambiare percorso dovrebbe essere la tensione di ogni artigiano che non intenda riproporre il proprio stereotipo all’infinito. Dopo di che, non escludo nemmeno di tornare in televisione, magari in contesti simili a quelli che, fin qui, sembrano funzionare. Non sarebbe certo in contraddizione con il percorso che ho intrapreso. Mi auguro soltanto che anche chi confeziona queste scatole televisive avverta la necessità di cambiare, almeno un poco”. “Sotto Spirito” si spiega soltanto come presa di distanza da una certa comicità troppo superficiale? “No. Come ho detto, gli elementi sono molti. A ispirare il progetto sono stati anche incontri casuali. Un paio di anni fa al Club Tenco ho incontrato vecchi amici, tra i quali Sergio Sacchi, che mi hanno suggerito di riproporre il teatro-canzone. Da quell’iniziale invito, all’idea di tradurre alcuni pezzi storici di Brassens, la mia passione letteral-musicale di sempre, il passo è stato breve. Il che non significa facile. Rivisitare dodici brani tanto complessi, mai tradotti in italiano, tentando di salvaguardarne sostanza, poesia e incisività satirica, non è stato per nulla semplice. In ogni caso, ora posso dirlo: alla fine di questo titanico lavoro, sono molto soddisfatto”. Come si legano le canzoni di Georges Brassens ai monologhi di Alberto Patrucco? “Questo è l’altro elemento che ha originato il progetto: l’incredibile armonia di contenuti presenti nei brani che ho scelto e i temi che affronto nei monologhi. È un’alchimia perfetta, quasi una magia. Penso, ad esempio, alla canzone Strofe per un svaligiatore (« Stances à un cambrioleur »), che chiude un momento dello spettacolo nel quale affronto i temi delle banche e degli scandali finanziari; oppure Quegli imbecilli fieri d’esser nati in un posto (« La ballade des gens qui sont nés quelque part »), al termine di un passaggio su faziosi e campanilisti; o anche ai Rampanti (« Les croquants ») in un frangente in cui piazzo qualche stoccata a presunti vip e starlette. Ma potrei proseguire per tutti e sette i brani dello spettacolo”. I dodici brani tradotti e riarrangiati diventeranno anche un CD. “Stiamo terminando le registrazioni con estrema soddisfazione. Al progetto, oltre a Daniele Caldarini e ai musicisti Testi di Bolivar - Disegni di Alessandro Marelli che mi accompagnano durante lo spettacolo, partecipano tanti amici: da Mauro Pagani a Ellade Bandini, da Giorgio Conte a Mimmo Locasciulli, da Gianni Coscia a Lino Patruno, da Fabio Testoni degli Skiantos a Beppe Voltarelli, da Juan Carlos Flaco Biondini a Anne Marie Turcotte. L’idea era quella di realizzare un disco che fissasse il lavoro fatto sulle traduzioni e sugli arrangiamenti. Ma col tempo si è trasformato in qualcosa che credo abbia anche grandi potenzialità commerciali. Per ora posso dire che le esecuzioni dal vivo sono estremamente convincenti così come le tracce registrate. Non starebbe a me dirlo, ma credo che valorizzino anche l’incredibile musica di Georges Brassens. Merito di Sergio Sacchi, di Daniele Caldarini e di tutti i grandi musicisti che mi seguono in questa avventura. Dimenticavo… La copertina del cd è di Sergio Staino”. Non c’è il timore del confronto con altri colleghi che si sono cimentati con Brassens? “No, e non lo dico con arroganza. So benissimo che Brassens è stato un autore molto frequentato. Del resto è patrimonio di tutti, sarebbe sciocco che qualcuno rivendicasse un diritto di prelazione. Dal mio punto di vista è stato quasi un passo obbligato. Ascolto Brassens da sempre, i temi che affronto nei monologhi e i suoi testi sono talmente conseguenti da fare di questo spettacolo una cosa molto organica. Tengo poi a precisare un aspetto: ho lavorato traducendo in italiano dodici brani mai tradotti. E questo, almeno da noi, rappresenta un qualcosa di originale”. Quindi, in “Sotto Spirito”, la componente musicale ha una sua precisa collocazione… “Non canto tanto per farlo. La parte musicale è una colonna portante dello spettacolo, così come lo sono i monologhi. La cura è la medesima e sono convinto che il pubblico lo apprezzerà. Per il momento i riscontri avuti in teatro sono più che incoraggianti”. Per chiudere, in libreria ti rivedremo ancora. “Con Antonio Voceri, sto chiudendo il terzo libro. Dopo Tempi Bastardi e Vedo Buio arriverà il terzo della saga sul pessimismo comico. Ma è ancora un po’ presto per parlare di date”. Pechino 2008 Dopo il clamoroso e inaspettato successo dei giochi olimpici di “Atene 2004”, che hanno portato sul lastrico milioni di contribuenti ellenici, miliardi di cinesi si stanno preparando ad eccellere in tutte le specialità, per dimostrare al mondo intero la loro superiorità oltre che numerica, anche in campo sportivo. L’obiettivo dichiarato della dirigenza cinese è quello di vincere tutte le medaglie d’oro, l’80% di quelle d’argento e il 62,67% di quelle di bronzo, lasciando le rimanenti a qualche paese sconosciuto dell’Oceania e dell’Africa, possibilmente con nomi impronunciabili. Sono già in produzione 2 miliardi di CD, contenenti l’inno cinese in versione originale per erhu, jinghu, yueqin, sheng e dagu, oltre la versione per coro muto di voci di deportati tibetani e quelle remix in lingua spagnola di Rita Pavone e in lingua inglese di Michael Bublè, in modo che gli spettatori delle competizioni olimpiche, possano quanto prima orecchiarne il motivo, quando sarà eseguito inevitabilmente centinaia di volte. E l’Italia sportiva che farà? Resterà inerme a guardare gli schermidori della regione dello Xinjiang, alti 2,30 metri, infilzare i nostri moschettieri? Canoisti del distretto di Guangdong, che già da due anni stanno provando il percorso olimpico, inseguiti da feroci coccodrilli? Ciclisti del Sichuan, scelti dal Ministero Popolare del Ciclismo Socialista, percorrere il bordo della Muraglia Cinese, pedalando su speciali biciclette costruite in uranio appesantito? Le componenti della squadra di pallanuoto cinese, costruita nello speciale laboratorio eugenetico di Jingdezhen della regione dello Jiangxi, dotate di pinna caudale e mani palmate? I ginnasti di Shaolin della regione dello Henan, altri non più di 34 centimetri e del peso forma di 8,7 km, in grado di eseguire il quintuplo salto mortale, con avvitamento del torace? Il CONI lungimirante, ha già inviato alcuni tecnici a Losanna, affinché ambasciatori questuanti presso il CIO, inducano i guru del Comitato Olimpico ad introdurre qualche nuova specialità, ancorché a scopo dimostrativo, per salvaguardare la vittoria o almeno il piazzamento di un italiano in qualche gara. Si vocifera che i nostri esperti abbiano formulato le seguenti proposte: • Taglio torta nuziale sincronizzato: nella specialità a coppie miste. • Biathlon medievale: giostra del saracino in costume, ingaggio alla durlindana. • Tiro con la fiocina subacqueo: nelle specialità maschile, femminile, trans, a coppie sposati, a coppie conviventi, a coppie ex-sposati o conviventi ma separati. • Tiro a segno con obice d’epoca: nelle specialità “donna” e “uomo-cannone”. • Beach bridge: nelle specialità “su sdraio sotto ombrellone”, “su asciugamano a bordo piscina”, “su materassino galleggiante in vasca da 50 metri”. • Unisci i puntini: nella specialità biro, pennarello, matita copiativa. • Priaplon moderno: nelle specialità, in singolo e a squadre, estensione, durata e sollevamento pesi (maschile) e dildo elettromeccanico (femminile). 5 Avviso di garanzia: la garanzia che sei figo Se sei buono ti tirano le pietre. Se sei cattivo, invece, é probabile che ti indultino. Se sei cattivo e figo ti indultano sicuro, oppure come penitenza ti mandano all’isola dei famosi (a sopportare Simona Ventura, Alfonso Signorini e compagnia cantante... il che, comunque, non è quello che si conosce propriamente per l’ “avere culo”...). Alla fine dei giochi, è probabile che sei ancora più figo di quando la giostra aveva iniziato a girare. Dico questo, anche a costo di passare per moralista, ma del resto a voler soprassedere non ci vuole neanche molto a passare per fessi. Avrete notato anche voi cos’è successo dopo quest’ondata ormai biennale di Calciopoli, Vallettopoli, Bancopoli, Fiscopoli... decennale se si vuole ricordare anche Tangentopoli... e ancor più vecchia, se vogliamo ricordare Forlimpopoli e il Monopoli... A seguire queste vicende, viene il dubbio che gli assai dubbi protagonisti non solo non abbiano pagato per quello che hanno fatto, ma che ci abbiano, in dirittura d’arrivo, persino guadagnato. La legge ormai è una e, questa sì, uguale per tutti: “Che di me si parli bene o male non conta, l’importante è che se ne parli”... e che la condanna non arrivi mai... Si prenda per esempio Luciano Moggi. Dopo lo scandalo che ha portato la Juventus in serie B ed estromesso lo stesso Moggi per 10 anni dai campi da gioco, le quotazioni dell’ex dg juventino, anzichè diminuire, sono vertiginosamente aumentate. Oggi è il commentatore di calcio più richiesto – anche perchè lui, a differenza della totalità dei suoi colleghi, sa ancora, con un certo margine, come vanno a finire le partite. È anche sul punto di sfondare nel mondo del cinema grazie a quell’altro stinco, di tutto meno che di santo di Lele Mora, che l’ha fortemente voluto per il remake di un grande film degli anni Settanta, “L’allenatore nel pallone 2”, con Lino Banfi. I pazienti, assai pazienti... telespettatori potranno vedere se Nonno Libero, dopo la commedia sexy degli anni Settanta e la convivenza lesbica, sarà capace di sdoganare, redimere e forse anche far diventare più simpatico il Lucianone... Impresa (qui non c’è Quentin Tarantino o Vladimir Luxuria che tenga) non da poco. Per il momento, Moggi – altra notizia messa in rilievo su quotidiani e telegiornali – questa estate è stato a Lourdes. Pur professandosi credente e fermamente interessato al pellegrinaggio in sé, Moggi è stato intercettato più volte mentre cercava di convocare a sé i malati in processione, promettendo che sarebbe stato lui, non il solito pretino della domenica, a parlare, di persona, con l’Altissimo. E se non proprio di persona, almeno al cellulare. Ma dai tabulati pare che l’Altissimo non abbia ceduto. Molti malati terminali, in ogni caso, si sono visti regalare, allo scadere dei novanta minuti, un calcio di rigore (come al solito assolutamente inspiegabile, ma anche assolutamente inutile, viste le condizioni fisiche dei beneficiari...). E a un certo Fabrizio Corona va forse ancora meglio. Il fotografo più conosciuto d’Italia, dopo qualche tempo passato dietro le sbarre, è uscito e ne ha combinate di tutti i colori. Ha filmato e venduto il (lasciatemi dire, disgustoso) super8 del suo divorzio – manco quello del matrimonio, come tutti i cristiani... – dalla moglie Nina Moric. Ha successivamente dichiarato che con Nina vorrebbe ricominciare daccapo, provare a ricostruire una famiglia. “Ricostruirla, sì... con un fotomontaggio!”, la risposta piccata di Nina, poi però subito sdilinquitasi, per la gioia dei gossippari, davanti all’iperattivismo del suo exmarito. Corona ha recitato in un film – anche lui... – ha rappato, ha strippato, dicendo di voler scendere in politica con un progetto politico non ben definito, ma benedetto da Silvio Berlusconi, Lele Mora e Benny Hill, ma certamente con un nuovo partito (già non ce n’erano abbastanza...): “Rifondazione Socialista”. Scherno politico da parte di tutti gli ex e neo-socialisti, che negli ultimi anni hanno d’altra parte visto la parola “socialista” accompagnata un po’ a tutto: sinistra, destra, spesso, come al solito, centro. Scherno più ampio nell’opinione pubblica, che ha visto ben reincarnata la figura del nuovo socialista in Fabrizio Corona, con la reincorporazione del famoso motto Psi: “Prendi i soldi e scappa” ora ritradotto agilmente in “Prendi i soldi e scatta”. Corona si è buttato allora a capofitto sulla tragedia di Garlasco, confermando il suo gusto per il grottesco e ancor di più per il cannibalico. Ha bruciato sul tempo Bruno Vespa e i suoi plastici, l’avvocato Taormina e i suoi Ris mistici, Mentana e le sue novità di seconda mano, ma non è riuscito a tutt’oggi che a scoprire qualche aneddoto piccante sulla vita privata di Rosalino Cellamare, in arte Ron, di Garlasco altro illustre cittadino. Di lusso risulta pure essere la carriera post-finanziaria di Giampiero Fiorani, confinato in Sardegna dal destino cinico e baro. Pierino si culla ora nella speranza di coronare il sogno di una vita: “Vorrei fare il cantante” ha più volte candidamente confessato, in televisione e sui giornali. “Pensarci prima, no?” la risposta pronta e unita del popolo italiano, che vorrebbe il ritorno alle doti canore anche di un altro famoso compatriota, a costo di veder vincere i prossimi dieci Sanremo dal duo “Silvio e Giampiero” piuttosto che da un qualunque Simone Cristicchi o Aleandro Baldi. “Vorrei anche condurre un programma televisivo in cui intervistare i clienti truffati dal sistema bancario” ha dichiarato ancora Pierino la peste, Pierino l’incontentabile... Vedremo se sarà accontentato nei palinsesti autunnali, certo che un programma splatter, con il massacro fisico in diretta del presentatore da parte dei suoi ospiti, è un passo in avanti, o forse un salto nel buio, che non molti direttori di rete, nonostante i reality show, sono oggi già disposti a compiere. Se la passa da re, anzi da principe (di Monaco) anche Valentino Rossi, inseguito dal Fisco italiano, rianimatosi con la cura dell’eponimo Visco e di nuovo assetato di sangue. Alla notizia della megamulta pendente sulla sua testa, Rossi ha reagito dimostrando di essere domiciliato in Botswana, di avere il proprio giro d’affari nella Terra del Fuoco, di pagare regolarmente le tasse alle Isole Figi e di tornare a Tavullia solo di tanto in tanto, e unicamente per giocare a briscola con gli amici del Bar Sport. Un’arrampicata sugli specchi degna del più spumeggiante Cosimo Mele, culminata nel video recapitato in maniera binladesca a emittenti pubbliche o private. “Sono stato strumentalizzato!” ha sostenuto il Valentino nazionale. Il pubblico, dopo cinque anni di berlusconerie, ha mediamente reagito con l’ironica “ah, nuova questa”, usata quest’anno da Santoro ad Annozero replicando a chi gli dava (in modo effettivamente originale...) del fazioso. L’unico che se la passa malaccio è Stefano Ricucci. Uscito dal carcere, il pirata di Zagarolo è stato mollato dalla moglie Anna Falchi, che lo ha ritenuto incapace di tenere in piedi una famiglia (una giustificazione frequente, vedi anche Nina Moric in questi tempi postruiniani... oppure soltanto una balla?!) e si è confessata assai delusa dopo aver visto Stefano tenere sulle ginocchia tal Sara Varone. Lo ha però rincuorato la pronta telefonata di un amico: “Tranquillo Stefano” gli ha detto una voce nota “l’ultima volta che io ho tenuto sulle ginocchia qualcuno, mia moglie ha scritto una lettera in prima pagina su un giornale e io ho dovuto anche mettere per iscritto le mie scuse”. Lorenzo Mari PRIMO: DIFFIDARE DEI VOLI LOW COST Come sono andate le ferie? State già triturando gli zebedei al collega di turno, raccontando le vostre peripezie agostane, il magnifico mare, le conquiste amorose e inondando la sua casella di posta con fotografie? Non parlatemi di vacanze, le mie sono state un disastro! I soldi erano pochi, le probabilità di trascorrere le vacanze sull’Adda molte, poi tutto è accaduto quasi per caso, al bar stavo leggendo l’inserto dell’Eco di Bergamo “Non solo calcina” e tac!!! Vedo la pubblicità: Toccatimaroni Airlines, 15 Euro Milano-Barcellona, andata e buona parte del ritorno. Non c’ho pensato due volte, lunedì 6 agosto mi sono presentato armi e bagagli in aeroporto, all’ufficio informazioni nessuno sapeva niente, poi finalmente davanti al bagno degli uomini vedo il solito tavolino con le mance e dietro, seduto, uno in grembiule con scritto Toccatimaroni Airlines. Non ho fatto tempo a posare le valige… Sparite come solo a Malpensa sanno fare! Ho pensato, saranno anche low cost ma con i bagagli sono rapidi, gli consegno i 15 Euro e mi ritrovo con un foglio bianco… Lì ho avuto un momento di ripensamento ma l’istinto mi ha suggerito di seguire il bagaglio e così facendo mi sono ritrovato davanti all’aereo. C’era una fila… dopo un’ora e mezza ho perso le staffe, ho iniziato a urlare come un matto chiedendo il motivo di tale ritardo. Mi sono sentito rispondere che eravamo in attesa della scaletta. Infatti, poco dopo, è arrivato uno con la scala… A libretto… Un bel 5 pioli! Visto l’andazzo ho proposto di metterne un’altra anche sul portellone posteriore: mi è stato risposto che non era possibile in quanto saldato per evitare infiltrazioni d’acqua! La foto di uno dei motori scattata dal finestrino dell’aereo della Taccatimaroni Airlines Saliti a bordo ho scoperto che sui low cost non ci sono hostess, viene praticamente estratto a sorte un passeggero per mimare le informazioni di sicurezza… Piccoli sacrifici… Ma davanti al risparmio economico uno chiude un occhio, purtroppo il comandante li aveva chiusi tutti e due, lo abbiamo capito quando si è messo a contare i passeggeri con un bastone bianco, sorretto da un ragazzino, pensavamo fosse il figlio… Era il secondo pilota! Dopo tre minuti, pronti al decollo, freni tirati, motori a palla ma non succedeva niente! Sentivamo solo che in cabina discutevano animatamente, dopo un quarto d’ora di motori al massimo e freni tirati, un bambino seduto dietro di me si mette a urlare: «Nel simulatore di volo della mia playstation a questo punto si schiaccia il bottone blu in alto a destra!» Oh, dopo un secondo eravamo a 5.000 piedi! Non per sfiducia, ma visto l’andazzo ho chiesto subito al bambino se con la playstation aveva imparato anche l’atterraggio! Dopo 2 ore di volo, atterriamo sani e salvi in un aeroporto secondario di Barcellona… Saragozza, a soli 300 km, e già lì… Volevo solo uscire dall’aeroporto, non avevo fatto i conti con i controlli sanitari: all’uscita erano presenti i medici per i test contro il contagio dell’influenza aviaria. All’arrivo dei passeggeri, con dei termometri agli infrarossi rilevano la temperatura corporea con un semplice raggio? Bene, per le compagnie a basso costo la misurazione della temperatura corporea avviene in modo un po’ più spartano… All’antica… Tra l’altro, ero l’ultimo della fila e il termometro era sempre quello… E’ vero, ho speso solo 15 Euro, ma se devo prenderlo in quel posto! Eh no! Ho iniziato a urlare come un matto! E’ arrivata la Guardia National e nella perquisizione hanno trovato La Padania che titolava “Vogliamo l’indipendenza”. Mi hanno arrestato come presunto terrorista dell’ETA! Ho passato 20 giorni in cella di isolamento, altroché vacanza a Barcellona! Quando poi finalmente i servizi segreti spagnoli hanno tradotto il giornale, hanno compreso l’enorme incidente diplomatico che stavano per creare e mi hanno fatto mille scuse; a quel punto volevo anch’io ringraziare i servizi segreti e loro mi hanno detto “No, siamo noi che la ringraziamo, perché traducendo La Padania eravamo piegati in due dalle risate!” Luigi Galbiati (Il “Luigi Galbiati” è il personaggio leghista portato a Zelig da Alfredo Minutoli) TRENDY Quando sento parlare di Organismo Geneticamente Modificato il mio pensiero corre subito a Sandro Bondi. Perché non è possibile che Bondi sia nato già così! Bondi è senz’altro un prodotto di laboratorio: è chiaro che qualcuno ci ha messo le mani e ha ravanato un bel po’ per far saltar fuori l’Organismo che abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni, due volte al dì, durante i pasti principali in concomitanza con i telegiornali italiani. Poi, però, a un più attento esame, capisco che non può, l’Organismo Bondi, essere il risultato di una qualsivoglia manipolazione genetica. Di solito, infatti, si interviene sul patrimonio genetico con il fine di migliorare la specie! Se il risultato da esibire è il Mago Otelma struccato di Forza Italia, è chiaro che a brevissimo termine non si riusciranno a trovare più fondi da destinare alla ricerca! E poi è sotto gli occhi di tutti quanto gli Ogm in agricoltura siano davvero pericolosi: il risultato di un esperimento effettuato anni orsono su un gambo di sedano ha avuto ripercussioni devastanti nella società italiana. Non voglio pensare che la scienza abbia bisogno di Valeria Marini quando il mercato può contare su gambi di sedano di ottima qualità che non si prendono la briga di deambulare ostentando drammatici inestetismi o ancor più tragiche incapacità artistiche. Anche perché poi il passo verso la clonazione è breve. A forza di manipolare il patrimonio genetico per creare cloni di esseri viventi ci ritroviamo oggi con ben 3 sorelle Carlucci e altrettante sorelle Lecciso. Ma vogliamo gridare il nostro “basta” una volta per tutte? Cosa aspettiamo, che un Berlusconi sia a capo del Governo, un altro a capo dell’opposizione e un terzo sul soglio pontificio? E peggio: che tutti e tre abbiano bisogno di un personale Schifani da sguinzagliare ai giornalisti… O ancora, che una miriade di Mastella occupi tutti i posti disponibili e magari, quando vai alla riunione di condominio, ti trovi un Mastella che minaccia di dare le dimissioni da amministratore se i soliti maleducati lasceranno le biciclette nell’androne… Gli Ogm non sono una soluzione ai problemi dell’agroalimentare. Cosa ce ne facciamo di una Pera Williams in grado di ragionare e porre interrogaivi etici quando abbiamo già Marzullo che non sarà proprio Dop, ma sicuramente ha molte affinità con il frutto ora evocato, non ultimo l’alone di moscerini della frutta che circonda la sua raccapricciante chioma. Dobbiamo valorizzare l’agroalimentare italiano! Altrimenti fra qualche anno si presentarà ai nostri figli uno scenario apocalittico: ai reality show parteciperanno solo colture di muffe provenienti da laboratori stranieri. All’invito di Mario Capanna di «creare una globalizzazione multipolare con la valorizzazione delle risorse autoctone», Silvio Berlusconi ha fatto sapere che nel programma della Casa delle Libertà largo spazio è dedicato alla formazione di un parco letterine rigorosamente autoctone: non vi sarà infatti posto per la J, la K, la W, la X e la Y. Antonio Galuzzi 40 anni dopo, ritornano a San Francisco. Gli hippie sono diventati nonni... Manifestazione straordinaria e piena di nostalgia, tra simboli della pace e vestiti colorati. Quasi tutto come una volta, solo che al posto di fumare i Narghilè aspirano dall’aerosol... 6 VITA VISSUTA Il dott. Alberto Grandi i lettori del Notturno LIKE lo conoscono, purtroppo, da tempo. Dopo essere andato a Minneapolis nel 2005 a parlare di “mucche etiopi” di fronte a una platea sconcertata e l’anno seguente a Helsinki a pontificare sulla “pesca nei laghi di Mantova” (e non stiamo scherzando, nel senso che qualcuno lo ha pure invitato e soprattutto pagato!) ha pensato bene di ripetere l’avventura oltreoceano visitando Milwaukee e Charleston, dove si è distinto per la sua particolare pronuncia dell’inglese, affrontando l’ostico tema “Produzione e commercio di ghiaccio nel mondo dal 1850 al 1915” (!). Non solo l’hanno fatto tornare, ma l’esimio docente si è sentito in dovere di farci pervenire, intasandoci la casella di posta elettronica, le sue puntuali impressioni sulla società e il costume dei luoghi attraversati nel suo mistico peregrinare. Ci scusiamo con i lettori per il terzo anno consecutivo, proponendo loro di cercare un tema per la prossima trasferta del nostro inarrivabile dott. Grandi che sia in antitesi con le normali concezioni di buongusto e buonsenso. L’odissea e il ghiaccio Sono arrivato, è stata una delle avventure più incredibili della mia vita. I giornali e i telegiornali qui non parlano d`altro: del più grande ingorgo aereo della storia degli Stati Uniti. Fino a Filadelfia tutto bene, scendo dal mio aereo e salgo, senza indugi, sul volo 673 della Delta Airlines che mi avrebbe dovuto portare fino a Chicago, dove mi aspettava un altro aereo per Milwaukee. Con la tipica efficienza americana l’aereo inizia a rollare in perfetto orario, steward e hostess fanno il loro spettacolino, quando, improvvisamente l’aereo si ferma. Il comandante ci comunica che c’è un piccolo guasto, pochi minuti e saremmo subito ripartiti. L’unico a mostrare scetticismo e nervosismo, ovviamente, sono io. Dovete capire, avevo un cambio stretto a Chicago e il timore di perdere la coincidenza era grande. Dopo un’oretta (coincidenza persa, quindi) si riparte, ma subito dopo il comandante comunica che è necessario un rabbocco di carburante; si torna al gate. Il mio nervosismo lievita, mentre gli altri passeggeri ridacchiano, sbevazzano cocacola ghiacciata e trangugiano porcate a non finire. Eccoci di nuovo in pista, ancora un piccolo ripasso su come allacciare le cinture e via… anzi no, siamo fermi, il comandante ci comunica che ci sono quaranta aerei prima di noi in lista per il decollo, tempo d’attesa almeno due ore. Sembra di essere alla barriera di Campogalliano, una cosa snervante, almeno per me. Gli altri passeggeri continuano nel loro festino a base di bibite ghiacciate e dolcetti confezionati. In verità un altro passeggero che sta male c’è, il problema è che sta talmente male che l’aereo deve tornare al terminal per far salire il medico e l’infermiere che hanno provveduto all’immediato ricovero (ben gli sta, con tutto quello che si era bevuto e mangiato…). Nel frattempo perdiamo la priorità acquisita, come direbbe la voce registrata e come più o meno ha detto a noi il comandante. Eccoci quindi di nuovo in fila, ma poco dopo siamo costretti a tornare indietro perché nel frattempo abbiamo finito ancora il carburante. Maccheccazzo! Cosa avevano fatto la prima volta, un deca? Io sono in fibrillazione e la calma serafica di tutti gli altri non fa che farmi aumentare la pressione arteriosa. Alla fine del pitstop (un’ora) ci si riprova. Le uscite di sicurezza sono lì, lo so, che ti venga un canchero, lo so! E’ fatta, è fatta, siamo sulla pista. Fermi. Thunderstorm, la più grande e merdosa tempesta su Filadelfia degli ultimi vent’anni. Non solo, ma il comandante ci informa che subito dopo ne è prevista un’altra, quindi o si decolla alla fine di questa o addio. A quel punto esplodo. Vado dallo steward e sfodero tutto il mio inglese incazzoso: DA FONZIE AL KU KLUX KLAN: VIAGGIO NEGLI USA E GETTA Il dott. Grandi, ancora una volta in viaggio a spese dei contribuenti, insiste nel raccontarci le sue impressioni sul soggiorno a Milwaukee e Charleston. L’originalità brilla per la sua assenza “I hate America” Il mio esordio non è dei più diplomatici, lo ammetto, se non fossi stato un cittadino italiano, ma, putacaso, algerino o pakistano, sarei stato senz’altro arrestato. “Aubedo [Alberto pronunciato dallo steward], don’t worry, tuttobbene!” “Tutto bene un cazzo! I want to sleep in Philadelphia, in an Hotel, not in this aircraft of sheet” “It’s too expansive” “I know it. It’s too expansive for you not for me, because the company got to pay my hotel” “Aubedo, I want to help you. Want you call in Italy, your wife or your family?” Quello psicologo da strapazzo dello steward aveva saputo toccare una corda sensibile, non solo, ma è riuscito ad ingaggiare una gara di solidarietà tra i passeggeri della businnes class per prestarmi il cellulare per chiamare in Italia. In pochi secondi mi trovo in mano quattro telefonini supertecnologici. Chiamo a casa, mi rilasso, vado al cesso, mi rilasso ancor di più, torno al mio posto e mi addormento. Dopo un po’ mi sveglio, siamo ancora lì, da dieci ore. In quel momento lo steward fa una comunicazione che non capisco. Ma dentro l’aereo scoppia la rivolta, una signora al mio fianco, visibilmente alterata, mi spiega che è finito il ghiaccio a bordo e questo è davvero inaccettabile: “Unbelievable” è il termine che usa, con un tono di indignazione, come se qualcuno le avesse sputato in faccia. Si torna indietro, si fa il pieno di ghiaccio e bibite gassate e si riparte, questa volta davvero. Gli americani sono davvero incomprensibili, hanno accettato un ritardo pazzesco e un trattamento che sfiorava il sequestro di persona senza battere ciglio, ma quando è mancato il ghiaccio sono insorti come i marinai del Bounty. Vaffanculo città dell’amore fraterno. La statua di John Plankinton, una sorta di banchiere-fondatore di Milwaukee, all’interno della locale università, con negozi come un normalissimo centro commerciale. Le aule sono ai piani superiori del mondo e io già mi vedevo come Tom Hanks nel film “Terminal”. Nella mia mente obnubilata dalla rabbia e dalla stanchezza, mi immaginavo la caduta del governo Prodi che avrebbe portato alla scomparsa dell’Italia come stato politico. Con le poche forze che mi erano rimaste, mi trascinai fino allo stand della Delta Airlines a spiegare la mia incresciosa situazione. Credo che il mio aspetto parlasse molto più chiaramente del mio inglese raffazzonato. Le impiegate si impietosirono e venni inserito nel primo volo della mattina per Milwaukee. Risolto questo problema, restava da far passare le cinque ore che mi separavano dall’imbarco. Poiché volevo dormire e poiché il treno per me ha più effetto del valium, decisi di prendere la monorotaia che unisce i diversi terminal di quell’infinito aeroporto. Come avevo previsto dopo circa dieci secondi dormivo città a misura d’uomo: mezzo milione d`abitanti, tanto bel verde, un lago (Michigan) enorme come un oceano e tanti giovani in giro per le strade perchè c`è il summer festival (the world’s largest music festival). Come tutte le altre cose che ho visto qui, anche il mio congresso è smodatamente grande e ricco, il buffet è degno di un matrimonio napoletano e quindi mi sono posto come obiettivo quello di ingrassare solo 5 Kg. L’hotel è davvero incredibile. Tanto per dirvene una, questa mattina mi dovevo fare la barba e ho chiesto un rasoio usa e getta e una bomboletta di schiuma. Mi sono arrivati in camera 5 rasoi (di diversi tipi), due bombolette, spazzolino da denti e dentifricio, deodorante, dopobarba, collutorio e altre boccettine delle quali non ho ancora capito la funzione e che, del resto, non avevo chiesto. Un altro aspetto sorprendente è che il personale dell’hotel sembra conoscermi da una vita; tutti a salutarmi con dei gran “hi mister Grandi”, “good morning mister Grandi”, “How are you, mister Grandi?”. Sembra quasi che ce l’abbia scritto in fronte il mio nome, ma non mi pare. In ogni caso io rimango sempre sorpreso e faccio la figura dell’idiota balbettando risposte sconnesse. Gli americani di bocca buona La sede del Milwaukee Sentinel, che ogni giorno pubblica le gesta dei politici locali al Congresso: cos’hanno votato, come hanno votato, erano o meno presenti in aula al momento del voto. Qualcosa da importare... La monorotaia Era destino che la mia odissea non dovesse finire tanto presto. Dopo le dieci ore in aereo a Filadelfia e le due ore e mezza di volo, sono arrivato a Chicago alle tre di notte. La mia situazione era la seguente: a) ero distrutto (nelle ultime trentacinque ore avevo dormito si e no mezz’ora) b) ero senza biglietto (avevo fatto tutte le prenotazioni su internet) c) ero senza valigia (spedita per Milwaukee chissà quando e chissà come) Dovete sapere che l’aeroporto Chicago O-Hare è soltanto l’aeroporto più grande profondamente. Non so quanti giri feci. Alle sei mi svegliai, scesi dal treno andai a bermi un caffè e a mangiarmi un favoloso cinnabon (un dolce scandalosamente zuccherato a base di cannella). Adesso ero pronto per l’ultima tappa del mio viaggio, che si svolse senza ulteriori problemi. Milwaukee Ho già imparato una cosa del milwaukesi: non amano che si facca “hey!”, come il loro più illustre concittadino (Fonzie). Ma a parte questo, come tutti gli americani, sono sempre cordiali e disponibili. Milwaukee, inoltre, è davvero una bella Dopo il successo clamoroso della mia relazione (la presidentessa dell’associazione l’ha definita la più interessante del convegno) posso finalmente rilassarmi. In realtà sono rimasto vittima del mio successo, perchè il pubblico mi ha tempestato di domande che ho capito solo in minima parte. Per fortuna il coordinatore della mia sezione (che insegna storia a West Point) sapeva il francese e lo spagnolo e così ci siamo arrangiati. Comunque oggi sono andato al porto e al museo d’arte entrambi molto belli. Milwaukee ombelico del mondo Allora, ieri sono andato in giro per la città, come fanno i matti. Ho incontrato un sacco di persone cordiali che avevano voglia di parlare con me dell`America e dell’Italia; non vi sembra già questa una bella differenza con quanto avviene in Italia? Voglio dire, noi italiani passiamo per simpaticoni, ma quante volte ci capita di fermarci con degli sconosciuti a parlare del più e del meno? Chiacchierando ho scoperto che Milwaukee è l`ombelico del mondo per almeno sei motivi: 1) Qui si svolgono le avventure di Fonzie e della famiglia Cunningam 2) Qui si producono la birra Miller e la birra Pabst (due delle 3 più vendute al mondo, la terza è la Budwaiser) 3) Qui ha sede la Harley-Davidson 4) Qui ha sede la Zippo, quella degli accendini 5) Qui si svolge il Summerfestival (The world’s largest music festival) 6) La locale squadra di Baseball, the Brewers (I birrai!), sta dominando il campionato americano, che però qui si chiama World championship. Ci sarebbe un settimo motivo, legato alla presenza nel locale carcere del serial killer più cattivo del mondo, ma, comprensibilmente, gli indigeni non parlano volentieri di questo loro primato. Nel mio inutile girovagare, sono capitato sulla spiaggia del lago Michigan. Siccome era una giornata abbastanza ventosa, c’ero solo io, i gabbiani e una biondona che faceva jogging con l’i-pod. Sarà il cibo americano, sarà il clima, sarà la lunga passeggiata, fatto sta che dovevo fare un peto e già avevo capito che sarebbe stato un peto di quelli “importanti”. La biondona era distante da me almeno venti-venticinque metri e poi aveva l’i-pod, quindi non correvo rischi. Mi sono lasciato andare: è uscita una cosa decisamente rumorosa, in termini tecnici la potremmo definire una racchetta. Beh, quella podista millantatrice si è girata di scatto verso di me, con un’espressione che stava fra il disgusto e il divertito. Io, come è prassi tra noi petomani, ho fatto finta di nulla, ma dentro di me ho pensato che l’i-pod è davvero una gran fregatura. Hostess e piloti Adesso sono a Charleston (SC) che è la città meno americana d’America. Vigliacco se c’è un grattacielo, sono tutte casette basse in legno, molto vittoriane, con il loro bel giardinetto davanti. Sono nel sud e si vede. I neri che ci sono nella downtown fanno gli spazzini, i poliziotti o suonano nel localini jazz, mentre in periferia ci sono solo neri che non danno l’impressione di navigare nell’oro. Il viaggio da Milwaukee a qui è stato ottimo, tutto in orario e senza problemi. O meglio, un problema, di carattere psicologico mi si è presentato: un italiano in cerca di avventura e tendenzialmente fifone come me cosa si aspetta da un equipaggio aereo? Evidentemente che le hostess siano giovani e il pilota sia esperto; bene era l’esatto contrario, avevo delle hostess di circa 65-70 anni (già in età da pensione ma forse vittime dello scalone di Maroni), mentre il pilota aveva sì e no 20 anni (non sto scherzando). Le attempate signore che mi hanno assistito erano davvero gentili, ma una sembrava mia nonna nella foto che mia mamma tiene sul comodino. Avrete notato che dopo Charleston ho messo SC fra parentesi: è che di Charleston, negli Stati Uniti ce ne sono a bizzeffe. Se non si specifica (in questo caso) South Carolina, è un vero casino! A Charleston SC ci sono troppi neri Il mio hotel è definito il più bello della città e uno dei più antichi di tutti gli Stati Uniti. Alla reception sono tutti gentili e neri. A questo proposito devo raccontarvi il surreale benvenuto che mi hanno dato. Mostro la mia prenotazione, i miei documenti e la mia carta di credito (giusto per far capire che sono vivo) all’impiegato della concierge; un ragazzo nerissimo, giovanissimo, educatissimo e serissimo. Espletate queste formalità, l’impiegato, senza dire una parola, estrae una cartina di Charleston (SC) e con la matita fa una crocetta nel punto esatto in cui si trova l’hotel. Poi disegna un ampio rettangolo che, in pratica, comprende la downtown e poco altro. “Ecco – mi dice – lei non deve mai uscire da questa area”. “Why?” Chiedo io, un po’ inquieto. “Too many black people” è la telegrafica risposta di quel ragazzo che, lo ricordo, sarebbe senz’altro passato inosservato a Nairobi. Adesso è tutto chiaro. Da queste parti ci sono troppi neri. Ora, a parte il fatto che i loro bis o tris nonni non sono certo giunti lì di propria spontanea volontà, fa davvero impressione che a dire una frase così razzista sia il cioccolatino fondente che mi sta di fronte, probabilmente il primo affiliato al Ku Klux Klan di colore al mondo. Quello che sorprende è l’equazione tra malavita e colore della pelle. Capisco anche l’esigenza (molto americana) di semplificare i problemi, ma come si fa a non notare che in realtà il conflitto non è tra bianchi e neri, ma tra ricchi e poveri? La downtown di Charleston è una grande penisola, tutto intorno c’è un’enorme periferia piena di case fatiscenti e di neri disperati. Evidentemente in questa periferia il valore di una vita è molto basso, ma il colore della pelle cosa c’entra? Comunque mi sembra di aver capito che il razzismo qui al sud si è evoluto in termini genetico-economici. Infatti i più razzisti di tutti sono proprio i neri integrati e la razza più vituperata sono i bianchi poveri, che qui vengono chiamati “trash-men”. La cartina di Charleston con il rettangolo dal quale non sconfinare aspetto della vita quotidiana. I poliziotti Qui a Charleston, ho visto poliziotti in automobile, in moto, in bici, a cavallo, a piedi, sui pattini in motoscafo e in elicottero. Direi che a parte lo skateboard, la mongolfiera e il sommergibile, le ho viste tutte. Ecco, mi chiedevo il perchè. Passi per l’auto, la moto e a piedi, ma i pattini, la bici e il cavallo a cosa servono? Anche ammesso che si abbia a che fare con banditi tipo Butch Cassidy (ma tenderei ad escluderlo), credo che una buona moto o una buona auto siano adatte a un eventuale inseguimento, che verrebbe comunque fatto su strade asfaltate, dato che qui di praterie non ne vedo proprio. L’unica è che si debba partire sempre ad armi pari con il malvivente, così, se una rapina, poniamo, viene commessa in bici, anche il poliziotto deve inseguire con lo stesso mezzo, per non avere un ingiusto vantaggio. E se, putacaso, dovessi decidere di commettere un reato cavalcando uno struzzo o saltando su uno di quei palloni con il manico che si usavano negli anni ’70? È chiaro che il sistema di di questo) e di idioti che ridevano di nulla, mi sono ricordato di una torta che qui va per la maggiore che si chiama brownie e che potremmo tradurre con “marronea”. È una normale torta al cioccolato (da cui il nome), ma che viene servita in mille ricette differenti. Col caffè, con la panna, col gelato, insomma una specie di base per tanti altri dolci. L’ho detto, non è niente di speciale, ma qui ne vanno matti e discutono per ore sulla qualità di quella specifica brownie. (Durante la mia lunga avventura in aereo a Filadelfia sono stato intrattenuto da una coppia di pensionati di Chicago per almeno un paio d’ore su questo argomento fondamentale). La consistenza e l’altezza è quella della patona (tipico dolce mantovano a base di farina di castagne, ndr) ma, essendo americana, è dolcissima, ipercalorica e sfacciatamente ricca di ingredienti inutili. Dopo due bocconi io, che quanto a golosità non temo confronti, ne ho già abbastanza. Ora, vi dicevo che qui discutono sulla qualità, ma a ben pensarci si discute solo sulla forma e sul modo di presentarla. Da quello che ho capito ce ne sono di tre tipi: quella tonda classica, che viene divisa a fette; quella quadrata, preparata in una teglia e che viene divisa in cubetti; e infine quella già presentata in porzioni, piccoli pasticcini tondi di 10 cm circa di diametro. Ecco, le marronee sono queste qui: secondo voi vale la pena discutere su quale sia meglio? La religione in TV Visto che oggi è domenica, vorrei parlarvi prima di tutto della religione in tv. Voglio essere sincero, quando sono Italia le messe alla domenica mi inquietano: sarà il mio non riuscire a rimanere sullo stesso canale per venti secondi, sarà che tolgono spazio allo sport, sarà che non Vomitato il 4 luglio Allora, ieri era il 4 luglio e dal giorno prima non si parla d`altro qui. A Charleston, poi, sono in programma i fuochi artificiali dalla Yorktown, la famosa portaerei. Entri nei bar o nei ristoranti e tutti ne parlano: “Fireworks di qui e fireworks di là, fireworks su e fireworks giù”, insomma un’attesa spasmodica. Visto che qui tutto è pazzesco, un provinciale come me si aspetta una cosa incredibile. E invece no, sono normalissimi fuochi artificiali, o meglio, di incredibile c’era una cosa, la durata: un’ora. Tenendo conto che a me i fuochi artificiali rompono le balle dopo trenta secondi, immaginatevi che divertimento nei successivi cinquantanove minuti e mezzo. Ah dimenticavo, prima c’era stato il campionato mondiale di mangiatori di hot dog. Beh qui ci vorrebbe la penna di Edgar Allan Poe per descrivere il ribrezzo. Immaginatevi quindici idioti che trangugiano pane e wurstel per dodici minuti, inzuppandoli nell’acqua per farli andare giù meglio. Erano cinque anni che vinceva sempre lo stesso giapponese, quest’anno ha vinto un californiano che ha mangiato 66 hot dog (record mondiale). Il momento decisivo è stato quando il giapponese, al sessantatreesimo hot dog, ha vomitato, scatenando l’entusiasmo del numerosissimo pubblico e provocando in me un serio turbamento. Comunque l’evento è di portata nazionale, lo trasmetteva in diretta l`Espn, principale network sportivo e “USA today” ha messo la notizia in prima pagina. Nel frattempo Hillary Clinton prosegue la sua campagna elettorale sotto lo slogan “ready to change”, ecco speriamo che cambi almeno le manifestazioni del 4 luglio, visto che di Iraq e di politica ambientale non vuole parlare. Le rotonde In questi giorni di nullafacenza e di inutile girovagare ho incominciato a riflettere sulle principali differenze tra USA e Italia. È un esercizio futile e già fatto da mille altri viaggiatori, ma io vorrei provare a trovare differenze inedite. Allora la prima è che qui non ci sono rotonde; vialoni a quattro corsie si incrociano con altri vialoni a quattro corsie come se niente fosse, qualche volta c’è un semaforo, ma a volte nemmeno quello. È davvero strano, bisognerà rifletterci su. Evidentemente è mancato un Burchiellaro (ex sindaco di Mantova, ndr) a mettere ordine in questo importante King Street a Charleston SC. Una fotografia furbescamente presa da Internet perché le mie erano pessime e non ne andava bene una sicurezza della Carolina del Sud presenta delle falle non indifferenti. Fra l’altro, ora che ci penso, ci sono molti tipi diversi di poliziotti, più che in Italia, e noi non scherziamo quanto a varietà delle forze dell’ordine. Qui ci sono poliziotti vestiti di beige (che hanno la macchina beige, così non stona), poi ci sono quelli blu (idem), che sono i più comuni perchè vanno anche in bici, in moto e a piedi. Poi ci sono quelli bianchi, che di solito stanno nel porto e sul motoscafo, ma che a volte si spingono anche nell’entroterra. Ci sono quelli con le bermuda e quelli con la giacchettina senza maniche. Tutti, comunque, sono armati fino ai denti (pistola, manganello, spray, manette) e quasi tutti sono neri, con gli occhiali scuri anche di sera e un po’ inquietanti. Però se chiedi loro un’indicazione te la danno, e anche con gentilezza Cibi e bevande Riprendo carta e penna per parlare di un argomento che non abbiamo ancora affrontato e che pure è così importante da questa parte dell’Oceano, vale a dire il cibo e le bevande. Mi sono imbattutto ieri sera in un burritos che non mi ha fatto dormire bene e mi sono quindi attaccato alla TV per far passare il tempo, in attesa che il mio inseparabile Biochetasi facesse il suo sporco lavoro. Mentre guardavo scorrere immagini inutili di stupidi che giocavano a baseball o a poker (dovrò parlare anche sono mai spettacolari o imprevedibili, sarà quello che volete, ma a me la messa in TV rende nervoso. Bene, qui negli USA, la patria della libertà religiosa, questo sentimento di amarezza raggiunge vette inarrivabili. Alla domenica, dei 65 canali che ho nel mio televisore, circa 30 trasmettono una qualche specie di funzione religiosa: cattolici, luterani e protestanti vari, mormoni, avventisti, animisti, spiritisti, battisti, anabattisti, ananabattisti, luciobattisti e chi più ne ha più ne battisti. A parte i vudù, credo di averli visti tutti. E poi ci sono i telepredicatori, che sono un casino e fanno incazzare quasi subito, si vede lontano un miglio che sono falsi come le tette della Parietti. Ce n’è uno che è il peggiore di tutti e c’è sempre anche nei giorni feriali, si chiama Joel Osteen; sembra colto da emiparesi facciale perchè sorride sempre, c’ha una faccia di culo che più di culo non si può. Predica in una chiesa che è grande come lo stadio Martelli (campo da gioco di Mantova, ndr), sempre piena di gente in estasi ad ascoltare le cazzate che dice Joel. Capisco poco di quello che dice, però insiste così tanto che sembra quasi Wanna Marchi alle prese con il sale grosso per i rituali... Il poker in TV Da bambino mi piaceva andare a pescare, lo trovavo un passatempo rilassante e direi filosofico. Se si era in compagnia si poteva parlare per ore del più e del meno, anzi, vi dirò che quando il pesce abboccava (poche volte in verità) per me era quasi una seccatura, perchè interrompeva quell’inutile e appagante chiacchiericcio. C’era però una cosa che non sopportavo ed erano quelli che guardavano i pescatori. Ma dico io, ci può essere qualcosa di più assurdo che guardare uno che non fa nulla. Ecco, la stessa sensazione l’ho provata guardando il poker in TV. Ci sono tre o quattro tipi che si giocano una partitina e milioni di idioti che li guardano. Fra l`altro non ho capito se i giocatori rischiano soldi propri o no, perchè nel qual caso l’assurdità sarebbe doppia. Comunque anche così lo spettacolo è demenziale, per nulla emozionante, eppure a qualcuno deve piacere, visto che va in onda a tutte le ore. Fort Sumter Where civil war began Una visita davvero istruttiva è quella che ho fatto oggi. Sono andato a vedere il museo della guerra civile e Fort Sumter, dove è iniziata la guerra, perché, dovete sapere, che la Carolina del Sud fu il primo stato a dichiarare la secessione, dopo l’elezione di Lincoln a presidente degli Stati Uniti. Appena salito sul traghetto che mi avrebbe portato al forte, mi è stato dato un libretto di istruzioni dal titolo “History can hurt”, tenendo conto che io insegno storia, ho trovato la cosa di cattivo gusto. Ma in realtà nel libretto si spiega che il forte è pericoloso e quindi si deve seguire la guida e stare nei camminamenti previsti per i visitatori. Nel museo si spiegano i motivi della guerra civile, tenendo una linea interpretativa non proprio equidistante. Per prima cosa si dice che in fondo gli schiavi neri del sud erano trattati meglio degli operai neri delle fabbriche del nord, ma, soprattutto, si ricorda che secondo la prima convenzione (in vigore fino al 1861) lo schiavismo era una materia di esclusiva competenza degli stati e non dell’amministrazione federale; per cui, quando Lincoln prese posizione contro lo schiavismo fece una sorta di colpo di stato. Sì, vabbè essere pretestuosi, ma questi esagerano. Poi ci sono le immagini e la spiegazione del lungo assedio al forte e a quel punto i motivi della guerra scompaiono per lasciare spazio a una vicenda sanguinosa e raccapricciante. Dentro al forte le guide non parlano di schiavismo e non ci si pone il problema di che avesse torto o chi avesse ragione; molto semplicemente si racconta una guerra che si concluse, qui a Charleston, con la completa distruzione del forte e la morte di quattrocento ragazzi di Charleston sotto gli occhi della cittadinanza (composta anche dai famigliari di quei ragazzi) che assisteva impotente al terribile bombardamento navale. L’atteggiamento dei visitatori americani è molto diverso da quello degli europei. Noi non riuscivamo a non pensare che in fondo quei ragazzi erano morti per una causa sbagliata, per gli americani si trattava comunque di eroi, morti mentre facevano qualcosa in cui credevano. Sul traghetto che ci riportava in città ne ho discusso con una coppia di neri e anche loro sostenevano questa tesi, per loro lo schiavismo era un problema del tutto superato, che non c’entrava assolutamente nulla con le attuali condizioni dei neri in America. Si tratta probabilmente di una lettura ingenua, ma è necessaria per costruire una memoria condivisa di una vicenda lacerante. Chissà, forse un giorno anche noi italiani potremo parlare della nostra guerra civile con questa sgangherata serenità di giudizio. Finalino La “Palmetto-company” è il battaglione di fanteria che ha sede a Charleston (SC). Dal 1861 in poi ha combattuto in tutte le guerre possibili e immaginabili. Davanti alla sede del circolo ufficiali c’è una targa che ricorda queste campagne. La targa elenca le guerre ponendole su due file da cinque e nell’ordine le guerre sono: - Civil War - Honduras - I World War - Iraq I - II World War - Afghanistan - Korea - Iraq II - Vietnam - ...................... Come vedete è già previsto lo spazio per la prossima guerra! 7 VITA VISSUTA La Città dei Festival Carissimi habitué del Festivaletteratura, se avete trovato parcheggio, bentornati a Mantova! Prima che diate inizio alla “caccia all’autore”, ritengo opportuno informarvi che di recente la nostra città, ha acquisito il marchio di “Città dei Festival”. Se pensavate quindi di immergervi in un’atmosfera esclusiva, limitata a questo breve periodo settembrino, sappiate invece che qui da noi si respira quotidianamente come in una favolosa “Città dei Balocchi” in cui ogni giorno è festa, gli abitanti scoppiano di salute (non fatevi ingannare se le statistiche dicono che un morto su tre muore di tumore), a fine mese si accantonano notevoli risparmi dai redditi dalle pensioni (non fatevi incantare dai soliti anziani che si lamentano di essere sempre in bolletta), le banche sono al servizio dei cittadini (non date retta a chi pensa che la maggioranza dei residenti è contesa per mutui e prestiti), le case costano pochissimo... Nel salutarvi, mi auguro che in prossimo futuro possiate partecipare attivamente e gratuitamente tra le vie e piazze della città, ai festeggiamenti dei seguenti festival spontanei: Festival del mutuo estinto; Festival del fine prestito; Festival del calo delle tasse; Festival del petrolchimico smantellato. A presto Corrado Andreani L’AVEVAMO DETTO! Nel numero scorso di LIKE ipotizzavamo una possibile destinazione per il famoso Tesoretto. Complice l’interessamento di Silvio Sircana per la tariffazione di alcune prestazioni occasionali e la posizione del governo un po’ troppo precaria, avevamo azzardato l’andamento “a puttane” dei deputati della Repubblica. Il centrista dell’Udc Cosimo Mele, già alfiere della difesa dei valori della famiglia, ha colto al balzo la ghiotta occasione e ha giocato d’anticipo sui tempi di attuazione dell’iniziativa. La velocità con la quale i politici si producono in esilaranti avventure conforta la lungimirante Redazione di LIKE: siamo certi che gli eventi prossimi genereranno nuovi, sconvolgenti scoop! Ogni governo ha il suo metodo per tenere la gente tranquilla. Gli ultimi due stanno usando la strategia della pensione.