Storie clandestine
Prefazione
Mercedes Frias
FEGATO LIBRI EDITORE
SAVERIO TOMMASI
Storie clandestine
Questo libro
si può fotocopiare e riprodurre
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stampa giugno 2008
Prefazione
Storie clandestine
Appunti di viaggio
(per la comprensione del testo)
Inizio pesante, poi leggero, nuova-
mente pesante, ingombrante, fastidioso.
Si vorrebbe smettere di leggere, di sapere che è vero, di vedere e ascoltare
parole e suoni come fossero le onde di
un mare incazzato, ma più di tutto si
vorrebbe capire.
Nasce così, questo testo, dall’esi-
genza di vivere mischiata alla preoccu-
pazione di morire.
Potremmo definirlo un vomito documen-
tato fatto di parole urlate, sussurrate,
sputate, commosse e a tratti commoventi. Come la rabbia che ci fa stringere
i denti, piangere, svegliarsi la notte
e addormentarsi la mattina con il mal
di stomaco, comunque andare avanti. La
Prefazione
rabbia dell’amore. Buona lettura. Buona
rabbia. Buon amore.
Il testo è metaforicamente diviso in
tre parti, realmente è un atto unico
cadenzato da tre “momenti”.
Nella
prima
parte
l’attore
pren-
de confidenza con il pubblico, un po’
scherza, un po’ gioca, un po’ fa sul serio. Si capisce, se si vuol capire, che
non è “uno scherzo”, ma il tono sembra
quello.
Nella seconda parte inizia il viag-
gio. Un tormento, una spiegazione, una
serie di emozioni. E’ dura, ma il viag-
gio prosegue, inframmezzato, solo una
volta, da una parodia che l’attore re-
cita come fosse il protagonista che la
recita (al suo paese faceva questo: cabaret). Ma ora non fa ridere, nessuno ha
voglia di ridere, il viaggio prosegue.
Nella terza parte del testo, dopo
aver lasciato Mohammed con un “foglio
Storie clandestine
di via” in mano, alla fine di un viaggio
che è anche un inizio, attacca “Me ne
frego” ed entriamo nel mondo della cul-
tura fascista e xenofoba italiana. Uno
schifo, come lo sono i CPT, come lo è
lasciare senza pane chi ne chiede una
fetta, una sola, ancora.
E tutto è collegato da un filo nero
lungo quanto la storia dell’uomo.
Buona
lettura.
Buona
rabbia.
Buon
amore. Ma forse questo l’ho già detto.
Saverio Tommasi
Prefazione
Prefazione
di Mercedes Frias
Ironia graffiante. Frasi brevi; mol-
to brevi. Dense. Intensissime. Veloci.
Pizzicotti, piccoli e profondi, fatti
con rapidità, come per non fermare la
sofferenza. Per farla scappare, per sostituirla, per farla intuire “perché la
disperazione arriva talvolta a dei livelli che non si può raccontare”. E quel
sorriso che appena sboccia lo si sente svanire. Racconti, quelli di Storie
Clandestine, fatti per essere sentiti,
percepiti, capiti anche con l’animo,
per quell’immedesimarsi dove ci immerge
Saverio attraverso Mohammed, attraverso il suo raccontarsi, il suo viaggio,
il suo approdo. E poi, le “ragioni” del
disprezzo, del razzismo, dell’odio.
Testo compatto e complesso nella sua
brevità. Parte dall’individuo che rac-
Storie clandestine
conta e si racconta, nella cornice dei
rapporti internazionali, dei movimenti delle persone, delle dinamiche delle relazioni intorno al soggetto, attraversando
tutte
le
fasi
dell’emi-
grato che è anche immigrato, che entra in mare e dal mare emerge, tenendo
insieme partenza e arrivo. Le ragioni
della partenza, le sofferenze dell’arrivo,
l’incertezza
della
permanenza.
Gioca con gli stereotipi, un po’ ci cre-
de, forse. Li deride.
Quanto è difficile affrontare i fan-
tasmi!
Quelli
costruiti,
quelli
de-
gli altri. Costruiti dalla paura, anch’essa costruita, poi usata come tenaglia per identificare e punire i nemici. Ottimo strumento di distrazione
la
paura.
Distrae
dalla
mancanza
di
risposte ai bisogni sociali, porta a
tornare dentro, alla ricerca disperata
di garantire sopra ogni cosa la tute-
Prefazione
la individuale virtualmente minacciata. Paura creata, alimentata, strumento
di giustificazione di azioni repressive
per punire i fuori luogo. Il libro di
Tommasi ha il merito di portarci a ve-
derlo da vicino, dal di dentro, il nemico, a seguire il suo percorso, per condurci fuori dai luoghi di quell’iste-
ria collettiva frutto di quella paura.
Ci porta a comprendere l’impossibilità
di compiere piccoli gesti quotidiani,
vitali per chi non è a posto, per chi
non ha posto qui, ora.
Richiama
importanti
una
della
delle
contraddizioni
globalizzazione:
il
fatto di essere a senso unico. Lo fa
attraverso l’immagine dell’essere umano
ridotto a meno di un pacco. La libera
circolazione delle merci, ma non delle
persone delle sponde periferiche, non
di quegli oggetti senza bollo, senza
affrancatura.
Storie clandestine
Ci porta ad accompagnare Mohammed nel
suo viaggio. Dalle sue condizioni di
partenza, e ci sono tutti e tutte: i
suoi affetti più intimi, i compagni e le
compagne di viaggio, anche quelli che
muoiono, che vengono lanciati in mare,
quelli i cui corpi inerti arrivano a destinazione; e ci sono anche quelli che
arrivano trascinando la loro storia, i
naufraghi, e poi i poliziotti, gli scafisti, l’operatore del centro, del CPT.
Porte girevoli. Porte girevoli sono
stati definiti i CPT. Non girano per far
entrare o uscire liberamente dei clienti, soddisfatti o meno, di un centro
commerciale, ma per far entrare e uscire
i figli e le figlie dell’ingiusta distribuzione, dell’ineguaglianza, i nessuno,
quelli che spesso diventano i fantasmi
che minacciano lo sciovinismo del con-
sumo.
I CPT, i luoghi della sospensione.
Prefazione
Sospensione del diritto e della dignità. Strumento ed emblema del diritto
speciale, fatto per persone deprivate
dell’umanità. Luoghi dove si consumano
le eccezioni : “avete mai visto un processo svolgersi in carcere? O in questu-
ra?”, ci chiede ingenuamente Mohammed,
ed ancora, con l’efficacia del racconto
in prima persona: “...mai potrebbe essere processato in un luogo che non sia
un tribunale, mai potrebbe essere limitato della libertà da un giudice che non
sia un giudice penale”.
Tutto può succedere, nei luoghi del
perenne stato speciale, destinati a soggetti stigmatizzati e puniti per quel-
lo che sono o per quello che non sono;
puniti per aver osato cogliere la via
della fuga, per aver rischiato dovendo
scegliere fra due morti, diverse nei
modi e forse nei tempi.
L’autore attraversa agevolmente di-
Storie clandestine
versi scenari descrivendo sentimenti e
suscita senso di prossimità. Poi, in
questa vicinanza, ci rallegriamo per
uno che “ce l’ha fatta”, in un ambito
dove farcela significa sopravvivere. Per
tornare all’inizio del libro, alla vita
da “clandestino”.
Infine,
quell’ultima
parte,
con
le
grida di vittoria dei nuovi nazifascisti dei nostri tempi oscuri. Un elenco
di affermazioni che per la loro violenza e crudeltà sembra l’epilogo di un incubo. Realtà che cresce e si nutre anche
dei discorsi e delle azioni delle élite
intellettuali e politiche. Banalizza il
razzismo, la xenofobia, li fa diventare
“senso comune” e crea devastanti effet-
ti materiali.
Saverio Tommasi ci consegna un pre-
zioso strumento fatto di ragioni ed emozioni, per accompagnarci a comprende-
re. Una consapevolezza complessa che ci
Prefazione
porti ad agire, a renderci liberi dalla
complicità del silenzio e dal senso di
impotenza.
“Sono un uomo di speranza
però a partire da molte “desesperanze”,
e la speranza e le “desesperanze“ mi crollano e si
rialzano tante volte al giorno.
Se uno è vivo, nasce e muore tante volte al giorno.
E ad ogni modo credo che vale la pena vivere
e che il mondo può cambiare.”
Eduardo Galeano
Storie clandestine
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Saverio Tommasi
Buonasera.
Sono nato 30 anni fa (credo). Mi chiamo Alì, Mohammed, Assad. Sono nomi finti, identità. Consigliabile, se sei terrorista.
Se non vuoi farti beccare. In Italia si dice
“beccare”, vero?
Ricordare chi sono è faticoso. Tre nomi,
tre passaporti, tre carte d’identità. Se la
polizia ferma non puoi sbagliare.
“Sono Mohammed!”
“Fai vedere la carta d’identità. C’è scritto Alì!”.
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Storie clandestine
No, non puoi!
Massima attenzione, nessuno sbaglio
consentito. Ve l’ho detto, è faticoso. Devo
imparare alcuni dettagli. Nelle esercitazioni, quando mi carico di tritolo, sudo.
Troppo. Rischio capiscano prima di farmi
esplodere. Non va bene, devo controllarmi. Ho due anni, ancora. Se mi applico,
imparo. Due anni. Fra due anni neanche vi
ricorderete di avermi visto. Magari vi passo accanto:
REGISTRAZIONE
AUDIO DI BOMBA CHE ESPLODE:
BUM!
Che botto, eh?
GUARDA
IL PUBBLICO NEGLI OCCHI, SORRIDE, RIVELA
LO SCHERZO
Ci avete creduto?
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Saverio Tommasi
RIDE
Non dovete credere a tutte le storie che
sentite. Non sono terrorista.
Vi ho fregato?
FUMA
Mi diverto. Ho imparato da voi. A raccontare delle storie. La prima volta che
conosco qualcuno, lo dico: “Sono un terrorista!” E dico anche: “Non lo dire a nessuno!”
Una volta un signore si è eccitato, davvero.
RIDE
Poi gli ho detto: “Non è vero!”
E lui non voleva crederci.
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Storie clandestine
L’ATTORE AFFERRA IL BRACCIO DI
IMITA “LA PAURA” DEL SIGNORE DI
UNO SPETTATORE,
CUI STA RACCON-
TANDO
“Dimmi quando ti farai esplodere, dimmelo, voglio saperlo”.
Gli italiani sono insistenti, gli dici di no
e loro continuano, allora l’ho minacciato:
“Chiamo la polizia!”.
Uno musulmano meticcio come me
chiama la polizia perché uno altro 50 anni,
bianco, lo infastidisce.
Ma neanche in Italia, una cosa così!
Non so se avrei chiamata la polizia.
Credo di no. Sono clandestino. E mi invento delle storie, ma questo già lo sapete.
Lavoro a un semaforo. Non sempre
quello, cambio. Mi fanno cambiare. Non mi
lamento. Litigo, qualche volta.
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Saverio Tommasi
INIZIA
UN GIOCO D’INTERPRETAZIONE DI PERSONAGGI,
CON CAMBI CONTINUI DI VOCI E CAPPELLI.
L’ATTORE
AFFERRA UN CAPPELLO E LO INDOSSA COM-
PIENDO UN GIRO SU SE STESSO; IMITA UN AUTOMOBILISTA MILANESE
“Huè! Se tocchi il tergicristallo ti ammazzo”.
TOGLIE
IL CAPPELLO, TORNA IL PERSONAGGIO DI
ALÌ
MOHAMMED ASSAD
Ci sono quelli che si informano: (RIMETTE IL CAPPELLO, RIPRENDE IL DIALETTO MILANESE)
“Huè!”
TOGLIE
IL CAPPELLO, TORNA
ALÌ MOHAMMED ASSAD
Iniziano sempre con: (RIMETTE
DIALETTO MILANESE)
“Huè! Da dove vieni?”
20
IL CAPPELLO,
Storie clandestine
TOGLIE
IL CAPPELLO, TORNA
ALÌ MOHAMMED ASSAD
“Vicino, siamo vicini di geografia. Sono
nato a Elbasan, poco più giù Tirana” (LANCIA
IL CAPPELLO FRA IL PUBBLICO)
Se ne vanno tutti, quando viene il verde. Fanno bene, perché restare? Dietro
suonerebbero: Pèèèèèpèèèpèèèè!!
Quando un italiano si attacca al clacson
non smette più.
SORRIDE. MUSICA
Pure sarebbe bello se un giorno le prime macchine di ogni fila non partissero.
AFFERRA
UN FIORE.
ACCENTO
FRANCESE
“Mi ero fermato a odorare il passaggio
dall’estate all’autunno. Non sente anche
lei questo profumo?”
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Saverio Tommasi
INFILA
IL FIORE IN BOCCA, POI GRIDA CON ACCENTO
FIORENTINO
“Se non ti sposti ti schiaccio!”
SPUTA
IL FIORE IN TERRA, DIALETTO SICILIANO:
“Ha ragione, chiami la polizia!”
SI
VOLTA, DIALETTO MILANESE
“E tu cosa guardi? Perché ridi? Huè!
Cos’hai da ridere?”
PASSI
AVANTI,
TORNA
IL
PERSONAGGIO
DI
ALÌ
MOHAMMED ASSAD
“Io? Niente, osservo. Sono clandestino,
mi piacciono le storie; la vostra è una bella
storia. Gente serena, attende l’autunno”.
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Storie clandestine
STOP
MUSICA
Peccato non è vero. Una storia perfetta,
anche se pure lì ero clandestino!
Ma quello lo sono sempre. La mattina
mentre lavo il viso alla fontana del giardino pubblico. Presto, alle sei. Prima delle
nonne con i nipoti(ni), che se mi vedono,
non entrano. Non tutte, ci sono quelle che
mi pagano la colazione. Al bar.
“Cappuccino e pasta!”
Mi piacciono insieme.
“Cornetto”, voi dite “cornetto”, vero?
RIVOLTO
A UN IPOTETICO BARISTA
“Al cioccolato!”
Ma questa è un’altra storia.
Il problema è che dopo devo andare in
bagno. Come dite? Fare la cacca!
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Saverio Tommasi
SORRIDE
ALLUSIVO
Non mi guardate così.
E’ cazzata, ma per voi, non per me.
Pensate: “dopo” non è “subito dopo”.
Magari mezz’ora! Conoscete queste cose,
forse un’ora, o addirittura cinque. Chi se
ne frega, per chi ha il bagno in casa. Per
me è vita. La merda è vita. Una vita di
merda. Ah! Ah! Ah!
RIFLETTE,
TORNA SERIO
Se fosse “subito dopo” il barista non farebbe storie, c’è la signora con me.
Magari bocca storta, sguardo basso...
BARISTA,
VOCE GRAVE OGNI VOLTA CHE PARLA
“Vai, vai!”
Invece basta mezz’ora, e il bagno è rot-
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Storie clandestine
to!
“Inagibile!”
“Ma come, mezz’ora fa...”
“Se faccio entrare te dopo ho la fila”
“Ma io glielo giuro, non esco gridando:
qui si caga bene! Se vi mandano a cagare venite qui! Lo giuro, non lo grido, sto
male, mi faccia passare”.
“Ehi, ragazzo!”
“Ragazzo? Ho 30 anni!”
“Non mi interessa, esci. Fuori! Fuori!
Fuoriii!!”
MUSICA. L’ATTORE CORRE
QUASI CADE, SI RIPRENDE
SUL BORDO DEL PALCO,
Sono arrivato in barca, rischio di partire in aereo. E’ questo, terrore. Sapere che
ogni momento possono fermarti, chiedere
documenti.
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Saverio Tommasi
CERCA
NELLE TASCHE, SI GUARDA INTORNO, È IMBA-
RAZZATO
“No, non li ho, lasciati a casa, vado a
prenderli (RUMORE DI PUGNO NELLO STOMACO)
non porto mai con me, paura di perderli.
Sapete com’è, perdere i documenti...”
SUONI
DI PUGNI E CALCI, L’ATTORE CADE IN GINOC-
CHIO
Il terrore di essere preso, incarcerato,
rispedito. Come pacchi postali il cui contenuto e destinazione sono sbagliati.
RUMORE
DI SCHIAFFO, CADUTA DI LATO, DISTESO A
TERRA
Peggio, perché un pacco lo rispedisci al
mittente e il mittente del pacco lo rispedisce, non decide di torturare il suo pacco,
non è un dittatore!
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Storie clandestine
VOCE
REGISTRATA:
L’ATTORE
“Alzati!!”
SI ALZA, È SUDATO, ACCENNA A RICOMPOR-
SI
Anche lo fosse non schiaffeggerebbe il
suo pacco, schiacciandolo (PESTA A TERRA)
gettandolo (CALCIO VERSO IL PUBBLICO, ROTAZIONE
COMPLETA DEL CORPO).
Le merci viaggiano in tutto il mondo. Vini
pregiati, abiti firmati, concimi per piante.
Quelli non li ferma nessuno.
“Cos’è?”
“Merda!”
“Avanti!”
Da noi esigono patente, passaporto,
carta d’identità, visto, permesso di soggiorno, impronte digitali, libretto sanitario,
e un lavoro, un lavoro trovato prima di venire qui, per telefono o fischiando fino dal-
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Saverio Tommasi
l’altra parte del mare, le probabilità sono
le stesse.
STREMATO
CAMBIO
IL
CADE SEDUTO SU UNA SEDIA.
PERSONAGGIO, DIALETTO DEL NORD.
NUOVO PERSONAGGIO FARFUGLIA, LO SCOPO È NON
FARE COMPRENDERE SE NON IN PARTE LA SUCCESSIONE DI
PAROLE, SUONI, CONCETTI, NOMI.
“Huè! Manca timbro responsabile tassa
permanenza orsù dunque in virtù manifesta impossibilità gratificare sua richiesta
con una accettazione invitiamo lasciare
nostro paese entro giorni. Avanti altro.
Non ha capito? Prima sezione corte testo
unico materia immigrazione in virtù principio notifica, cancelleria, udienza, camera, consiglio autorità fissazione decreto espul-si-o-ne. Va bene?”
MUSICA.
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Storie clandestine
SI ALZA, TORNA IL PERSONAGGIO DI ALÌ MOHAMMED
ASSAD, CHE GIOCA CON UNA PANCHINA A LATO DEL
PALCO
Benvenuto nel mondo dei clandestini.
Com’è? Uguale, però peggio. Lavoro come
prima, mangio – poco – come prima. Dopo
lavoro non siedo più sulla panchina a parlare. O mi siedo continuando a guardare
intorno circospetto, che se vedessi uno
muoversi a questa maniera pure io mi insospettirei. Cosa cerca, guarda, ha paura,
clandestino. Che se vogliono prenderti, deportarti nel paese d’origine, possono farlo.
Questo fa paura. Che in qualsiasi momento possono controllare, decidere.
Possiamo essere prudenti, cioè non vivere del tutto. Non andare al cinema, a
teatro – neanche quando è gratis! – allo
stadio. Evitare di fumare alla finestra, e
possibilmente tenerle chiuse, le finestre.
Anche d’estate. Soprattutto d’estate, per-
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Saverio Tommasi
ché d’estate è quando gli altri le tengono
aperte. Basta un rumore, lo stereo troppo
alto, una canzone sotto la doccia cantaaataaaaa – o niente di questo, solo un vicino
insofferente – e arriva la polizia. La polizia
non viene mai. Di solito. Ci sono situazioni
- puff! - arrivano.
“Se non hai fatto niente di male non hai
niente da temere” (dicono loro).
Ho moglie, due figli, tre figlie. Sono
scappato dal mio paese. Ho fatto male?
Lavoro? C’era! Abbondante. Ne avevo tre.
Ma non bastavano. Così sono scappato.
Fuggito. Emigrato, come gli altri. Voi. Non
ho fatto niente di male, solo mi piace raccontare delle storie. La storia mia e quella
dei miei compagni. Non ho fatto niente di
male, ma tanta paura mi prendano. E basta lavoro al semaforo, neanche nei campi, nelle serre vicino Ragusa, 15-20 euro al
massimo, per i nuovi arrivati, oppure 30,
30
Storie clandestine
anche 35 euro per gli altri. Al nero. Come
me. No, sono più bianco di voi, mio padre
era curdo, ma mia madre è della Bosnia.
MUSICA.
STESO
SULLA
PANCHINA, COME DORMENDO, APRE GLI
OCCHI E SI MUOVE CON LENTEZZA
Centri di accoglienza, prima e seconda
accoglienza, permanenza temporanea, assistenza, centri di detenzione, centri di segregazione (A SEDERE SULLA PANCHINA) Gabbie!
Galere! (Etniche).
Non a Lampedusa termina il viaggio. Sia
che la motovedetta della guardia costiera
o finanza ci individua e accompagna-deporta al Centro di Lampedusa, da qui in
uno degli altri centri della Sicilia, sia che
sbarchiamo di notte nascosti dalle rocce di
Cala Pulcino, e ancora arrampichiamo questo tratto d’isola prima di arrivare alla Baia
dei Conigli. Se non rimani ospite nel fondo
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Saverio Tommasi
del grande cimitero del Mediterraneo, pensateci la prossima volta che fate un tuffo.
Che il vostro/nostro mare è un cimitero
con migliaia di morti sepolti fra le onde.
I funerali a Lampedusa vengono rinviati, spesso, perché ai morti del giorno si aggiungono quelli della sera, e devono fare le
autopsie, per stabilire età e sesso. Autopsie
veloci, perché non bastano i frigoriferi, e
finiscono le bare. I loculi vengono divisi fra
i cimiteri di Agrigento, Sciacca, Siciliana,
Lampedusa. Ogni loculo un numero, niente nomi. Oppure fosse comuni.
La parola “clandestino” diventa epitaffio, non scritto, sulla tomba. Ultimo saluto
(ciao ciao!) del telegiornale.
Il mare è pieno di Gesù in croce.
Voglio raccontarvi bene questa storia, è
divertente. Pronti?
(PORTA
32
LA SEDIA IN PROSCENIO)
Storie clandestine
Le barche, barchette, carrette, navi,
gommoni, quelle cose che trasportano i
clandestini oltre le frontiere marine, frontiere blu, le chiamano quelli che ci passano.
Ecco, queste barchette non sono nuove,
i trafficanti sanno che verranno sequestrate e distrutte (talvolta). Sono relitti, ancora galleggianti. Alcuni no, non galleggiano
neanche. Affondano. Durante la traversata. E anche i clandestini affondano con le
loro barchette.
Lo so, non è divertente.
COLPO
DI TAMBURO
Nei giorni dopo, soprattutto quando erano
tante le persone a bordo, e sono sempre
tante le persone a bordo, perché caricano
le navi piene, ecco, i pescatori della zona
raccolgono cadaveri nelle reti, insieme ai
pesci. Diventano “pescatori di uomini”,
33
Saverio Tommasi
come diceva Gesù, (COLPO DI TAMBURO) ma
non è ancora questa, la storia dei Gesù in
croce.
COLPI
DI TAMBURO, A TEMPO
L’acqua di mare toglie la carne intorno
alle ossa.
Così dopo del tempo anche i pescatori non hanno più impressione: con le reti
a strascico tirano su solo mucchi di ossa
bianche, pulite. Al massimo capita di trovarle avvolte dentro dei vestiti.
SOFFIATO
Anche se alla questura di Portopalo di
Capo Passero ci sono relazioni ufficiali con
le descrizioni delle scatole craniche: “del
tutto integre, contenenti due vongole chiuse e conchiglie”.
34
Storie clandestine
MUSICA.
L’ATTORE
SI ALZA IN PIEDI SOPRA LA SEDIA, CHIUDE
GLI OCCHI E RECLINA LA TESTA, APRE LE BRACCIA E
DONDOLA
Se vi immergete nei fondali di Lampedusa
è facile incontrare camicie e pantaloni impigliati nei relitti, con le braccia aperte,
perché la corrente gonfia di acqua, e si
muovono lentamente.
STOP
MUSICA, L’ATTORE SI FERMA, APRE GLI OCCHI
E’ questa la storia dei Gesù in croce.
Senza testa, perché il collo, dopo alcuni giorni in acqua, non ne regge
più il peso, e il mare decapita i corpi.
Gli scheletri rimangono, ognuno guardi nel
suo armadio.
SORRIDE,
SCENDE DALLA SEDIA E GUARDA IL PUBBLICO
NEGLI OCCHI
35
Saverio Tommasi
Spargete la voce. Raccontate storie.
Vere. Racconti, prima di dormire. Uno al
giorno, per non perdere la memoria.
Raccontate Lampedusa, 20 Km quadrati
di terra in mezzo al mare tra la Sicilia e la
Tunisia. Più vicina alla Tunisia: 167 Km da
Ras Kaboudja e 205 da Porto Empedocle,
Sicilia, Italia. Più o meno la stessa distanza
che passa da Lampedusa a Malta: 220 km,
Punta Delimara. Lampedusa vicina Tripoli,
Libia, Gheddafi; il Governo italiano dice di
aver contribuito alla costruzione di “campi”, e per incentivare il controllo libanese
premi economici. Non importa se i paesi
dove questi nuovi campi vengono costruiti
non rispettano i diritti civili. Specie se forniscono gas, come la Libia. Grande invenzione il gas! Come vedete torna di moda.
Lampedusa, dove al Centro di detenzione deportano dalle vie periferiche. Non è
cattiveria, Lampedusa è piccola, meta turistica, sporchi e affamati non possiamo
36
Storie clandestine
passare dalle vie principali, così affamati
che rovineremmo l’appetito di chi mangia
in Piazza Garibaldi, oppure Via Cavour o
Vittorio Emanuele.
Sono belli i nomi delle vostre strade, di
città in città si ripetono. Piazza Garibaldi.
“L’Italia è fatta, ora...” (SORRIDE)
Se volete la verità, non ci uccidono. Se
pensate che ci uccidano puntando una pistola alla tempia vi sbagliate. Non lo fanno.
Schiaffi, piccoli schiaffi, insulti, torture leggere, qualche volta – ma nessuno sparo. Almeno io, non ricordo. Il corpo ce lo
lasciano, per permettere di infierirci.
Le percentuali di autolesioni nei centri
di segregazione sono altissime. Come in
carcere. Forse si sentono meglio a “limitarsi a non fare niente perché accada”.
Come la prostituzione.
“Bravi ragazzi!” protetti dal metallo di
37
Saverio Tommasi
una macchina sono così simpatici quando
gridano:
(VOCE
FUORI SCENA)
“Troie!”
Non è tortura quella?
(VOCE
SI
FUORI SCENA)
“Ma sono puttane!”
ARRABBIA, PIANGE
Non sono “schiave del sesso”, sono
schiave di chi le costringe e di chi non le
toglie dalle strade.
Oppure se fuggendo dal loro paese hanno incontrato branchi di maiali e hanno deciso loro, di rimanere, cambia qualcosa?
Perché i maiali sono maiali, ma pagano, e
non si muore di fame.
Perché la disperazione arriva talvolta a
dei livelli che non si può raccontare, solo
provare a immaginare saresti presuntuoso, e l’unica cosa da fare è l’accoglienza.
A braccia aperte. Non basta tolleranza, in-
38
Storie clandestine
tegrazione. Bugie! Bisogna invitare gli altri
da noi.
GIRA
SU SE STESSO, APRE LE BRACCIA
Benvenuti!
Mi piacciono le provocazioni. Metterle in
pratica, raccontarle, le nostre storie. Anche
loro ce le raccontano, le storie, se si sta ad
ascoltare; ma sono storie diverse.
Ci parlano del diritto di asilo; poco,
come fosse un segreto, e non ne parlano a
tutti. Ne parlano solo per passare oltre.
Articolo 10, comma 3 Costituzione
Italiana:
“Lo straniero, al quale sia impedito nel
suo paese l’effettivo esercizio delle libertà
democratiche garantite dalla Costituzione
Italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”.
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Saverio Tommasi
Le condizioni. Il problema sono le condizioni. Le nostre sono basse!
Le Nazioni Unite hanno visitato i centri.
Il Parlamento Europeo ha visitato i centri.
Le Nazioni Unite e il Parlamento Europeo
non hanno trovato irregolarità nei centri.
Annunciare una visita permette di preparare chi deve riceverla.
Nel mio paese ero, facevo, come dite
voi, cabaret, facevo ridere, un attore, una
specie.
Ora provo a fare questa cosa, non è che
faccia ridere, non pensate che ora dovete
fare “Ah! Ah! Ah!” però mi va, non è niente
di male e la faccio, allora dove ho messo i
cappelli? Ci sono delle parolacce… perché
dovrò cambiare cappelli… le parolacce le
diciamo tutti i giorni… dove sono i cappelli,
forse lì…
40
Storie clandestine
SI
FERMA E ALZA LO SGUARDO VERSO IL PUBBLICO,
LO INTERROGA CON ARIA DIVERTITA
Non avete capito niente, vero?
Aspettate, dopo capite ancora meno.
SORRIDE
E SI PREPARA A INTERPRETARE UN DIALOGO
IN CUI LUI STESSO RECITERÀ TUTTI E TRE I PERSONAGGI PROTAGONISTI; OGNI PERSONAGGIO SARÀ CARATTERIZZATO DA UN DIVERSO CAPPELLO E DIFFERENTI
VOCI E POSTURE:
ANTONIO VOLGARE E RECITATO IN
“DIALETTO” FIORENTINO, GILBERTO VOCE PROFONDA
E CADENZATA CON DIZIONE RICERCATA, IRENE VOCE
ACUTA E STEREOTIPATA
A - Gilberto!
G - Oh, Antonio!
A - Allora, vecchio marpione caciarone!
G - Non sei cambiato!
A - Sono sempre io, te come stai? Il mio
vecchio amico faccia di culo! (RIDE)
41
Saverio Tommasi
NELLA
CONVERSAZIONE SUBENTRA
IRENE,
PARRUCCA
BIONDA E CAPPELLO ROSA CON FIORELLINO
I - Ragazzi, mi riconoscete?
G - Irene!
A - Certo che ti riconosco: bella fica!
I – Antonio, sei sempre lo stesso!
A - Anche te, te l’ho già detto, sei sempre la stessa fi…
I - Ho capito!
A - Ma fammi parlare, m’interrompi!
Domani si festeggia. Ti veniamo a trovare,
va bene Irene?
I - Volentieri. Vieni anche tu Gilberto?
G - Vengo, certo che vengo.
A - Viene sì, lui viene sempre. Tu prepara tutto, va bene Irene?
I - Sì, ora che mi avete avvertito rimetto a posto. So quando verrete: domani!
Bene, pulisco tutta la casa, ogni stanza.
G - Ora che ti abbiamo avvertita…
42
Storie clandestine
A - Non mi faccio trovare impreparata.
TORNA SERIO, DIALOGA CON IL PUBBLICO, L’ARGOMENTO È GRAVE MA CERCA DI SORRIDERE
Avete
capito?
Sistemano
tutto.
Trasferiscono quelli in soprannumero. Affinché anche Mario Borghezio...
Conoscete? Borghezio! (GRUGNISCE CON FORZA) Lui! Il 15 settembre 2005, dopo una
visita, possa dichiarare: “Lampedusa è un
hotel a cinque stelle, io ci abiterei”. E non
avevamo dubbi, visto che lui è un topo,
(sorcio, ratto), ma questo non ditelo, non
fa parte dello spettacolo.
CAMPANE
I giornalisti nei Cpt non possono entrare. Potrebbero “raccontare”.
Qualcuno ha raccontato. Si è gettato
43
Saverio Tommasi
in mare finto immigrato, l’hanno pescato
(ripescato), e ha vissuto sette giorni nella
gabbia di Lampedusa, come me, ma io ci
ho passato 50 giorni.
Cotolette fatte di pane grattato, farina,
forse uovo. Cotolette che si tagliano con
un cucchiaino di plastica: privati della libertà ma anche delle proteine. Soldi sequestrati che i giovani della misericordia
non hanno mai restituito. Carabinieri che
fanno “corridoio”. Uno di fronte all’altro,
formano il corridoio, l’immigrato passa nel
mezzo (RUMORE DI PUGNI, UNO DIETRO L’ALTRO)
Dove siamo? La caserma di Bolzaneto?
(SORRIDE
AMARO)
“Perché è arrivato in Italia?”
Non viene chiesto quasi (mai).
“Cosa rischia tornando nel suo paese?”
Altra domanda non fatta.
Il tempo medio impiegato dai giudici di
44
Storie clandestine
pace per decidere se un immigrato può rimanere in Italia o deve essere espulso è
cinque minuti.
Il tempo trascorso dall’inizio di questo
racconto è 20 minuti. Sufficienti per espellere 4 persone. Cinque per quattro uguale
venti.
Cinque minuti in cui il giudice verifica il
decreto di espulsione firmato dal prefetto,
l’ordinanza di detenzione firmata dal questore, fa tradurre gli atti in una lingua comprensibile allo straniero e verbalizza la sua
decisione. In cinque minuti. Raramente si
trova il tempo per le domande. A me non
le hanno fatte.
Quasi tutti abbiamo un avvocato, come
dite voi? Ufficio! D’ufficio! Non potendo
permetterci di pagarne uno. Incontrato
un minuto prima dell’udienza di convalida.
Non c’è tempo per raccontare la propria
storia. Per me ancora meno, lo sapete,
45
Saverio Tommasi
parlo, non sono breve, mi piace raccontare
delle storie, (RIDE COMPLICE) quando inizio mi
ci vuole tempo.
E poi ci sono dubbi costituzionali. Questo
l’ho imparato dopo. L’udienza non avviene
in un’aula di Tribunale ma in una stanza
della gabbia, spesso alla presenza di poliziotti. Avete mai visto un processo svolgersi in carcere? O in questura?
Poi i Giudici di pace. Quale pace? Persone
con esperienza quasi solo in campo civile,
amministrativo, che mai si erano trovate a
decidere sulla libertà delle persone. Prima
non sono stato preciso. Una domanda c’è
che dicono qualche volta alla persona in
gabbia: “Perché non aveva i documenti?”
In quei momenti poche cose si ha forza
di capire, ma con quella domanda è chiaro
che “la legge è uguale per tutti” è falso,
perché non tutti sono uguali davanti alla
legge: un italiano non potrebbe essere mai
46
Storie clandestine
detenuto per un… come lo chiamate voi?
Ah, illecito amministrativo.
Mai potrebbe essere processato in un
luogo che non sia un Tribunale, mai potrebbe essere limitato della libertà da un
giudice che non sia un giudice penale. Uno
straniero invece sì.
Uomini e donne privati della libertà non
per ciò che hanno commesso ma per ciò
che sono.
MUSICA
In Gran Bretagna un sistema a punti
privilegia gli immigrati più utili, permessi
di soggiorno in rapporto al settore economico di manodopera impiegata.
In Olanda un test di lingua e cultura
generale, al telefono, presso ambasciate
e consolati olandesi all’estero. Costo: 350
euro. Circa.
47
Saverio Tommasi
ACCENTO
OLANDESE
“Chi è Guglielmo d’Orange”?
“Dove si trova il Parlamento olandese”?
Poi un video con una donna in topless,
per mettere alla prova i musulmani.
In Danimarca alle coppie “miste” viene chiesto di avere un alloggio, un reddito
sufficiente e depositare almeno 8.000 euro
su un conto che rimane bloccato per sette
anni.
Grazie mondo.
MUSICA, L’ATTORE
IL
ACCENNA UN BALLO.
RUMORE DI UN TEMPORALE, DA PRIMA IN SOTTO-
FONDO, COPRE INFINE LA MUSICA; L’ATTORE, SEDUTO
E A OCCHI CHIUSI, PIANGE E RIVIVE IL SUO APPRODO
SULLE COSTE ITALIANE E LA PERMANENZA NEL
CPT
Addosso jeans, una maglia (marrone
scuro), le scarpe le ho tolte e riposte in
48
Storie clandestine
una sacca che tengo a tracolla, in acqua
sono zavorra (anche la maglia, ma la sacca non era così grande).
Ci hanno gettato in acqua a 500 metri
dalla riva, avvicinarsi di più è pericoloso
(per loro).
Da mangiare niente.
“Ve lo danno al centro, appena vi ripescano, non preoccupatevi” dicono gli scafisti.
“Non preoccupatevi” ripete un ragazzo
della Misericordia, a terra. Freddo. Tanto
freddo. Gioia. Sono arrivato. Ancora freddo. Musica ci accompagna in sottofondo.
Nell’isola festeggiano, ballano, è estate.
Io tremo. Il ragazzo della Misericordia mi
passa una tuta da ginnastica. Pulita. “Con
questa starai più caldo”. Grazie.
Siamo a terra, seduti. Uno accanto all’altro, vicino che sembra di stare ancora sulla
barca. I poliziotti ci guardano. E guardano
due uomini che con seghe e asce cercano
49
Saverio Tommasi
di estrarre un cadavere incastrato nel vano
motore del barcone. Un altro cadavere è
invece sotto il pavimento, cerchiamo di
dirglielo. Altri li abbiamo gettati in acqua,
durante il viaggio.
Ricordo la prua, a strisce rosse e bianche. E il peso dei cadaveri sollevati prima
di gettarli in mare.
L’ambulanza se ne è andata con due di
noi, l’infermiere gridava “perforazione all’intestino! Hanno bevuto acqua salata!”
Scafisti ne hanno presi uno. Ma i tentacoli dei trafficanti si riformano e propagano dopo ogni amputazione.
Le sirene, pochi minuti, una strada senza uscita accanto all’aeroporto. A destra,
un cancello. Intorno filo spinato. Siamo al
Centro.
Ci tolgono cinture e lacci delle scarpe,
loro tengono manganelli e mascherine. Le
indossano per evitare forme di contagio.
E i guanti? Sì, anche quelli, per evitare il
50
Storie clandestine
contagio.
(L’ATTORE
RIAPRE GLI OCCHI)
La prima cosa che vedo sono i bagni.
Molti bagni. La maggior parte puliti, alcuni
sporchi. Gli immigrati in quelli sporchi, gli
altri per i carabinieri.
Puzzo piscia. Mosche dovunque. Dottori
no. Navigato giorni, schiacciati come api
nel nido. Non veniamo visitati. Qui però
mangiamo. Acqua, latte caldo, paste. In
mensa. Gli altri dicono: quando i tavoli
non sono occupati da materassini e pulci e lenzuoli e persone, ma anche sotto il
sole, rovente, una bottiglia in due, senza
bicchieri, senza che i medici ci abbiano visitato, ma questo forse l’ho già detto.
Mosche dovunque. Ma anche questo,
forse, l’ho già detto.
I carabinieri ci sono vicini solo quando
devono accompagnarci in bagno. Di notte
51
Saverio Tommasi
no, tanto porte non ci sono, si vede tutto. Possiamo ripararci con l’asciugamano,
oppure con la coperta, o con il parasole, o
con il cuscino, tanto il pezzo di stoffa è lo
stesso, ha usi molteplici. Anche separé in
bagno.
La carta igienica finisce spesso. Molto
spesso. Viene il dubbio che talvolta non
venga rimessa.
E’ notte, la luce sul soffitto resta accesa.
Provo a dormire. (LUNGA PAUSA, MUSICA) Non
riesco a dormire. Altri sì, dormono, tanti
altri. E’ una distesa. Ammassati in corridoio. Come me. L’ultimo arrivato, sento dei
rumori, più in là si affaccia un nuovo ultimo. Un altro che ce l’ha fatta. Benvenuto.
Maledette mosche. Ora posso riposare.
MUSICA
Oggi grande pulizia, per tutti. Tutti insieme. Ci lavano con gli idranti. Non sem52
Storie clandestine
pre. Ci danno anche le saponette. Anche
questo, non sempre.
QUATTRO
VOCI FUORI SCENA
“Siamo tutti clandestini!”
“Allora vi arrestiamo tutti”
“Fascista!”
“Comunista di merda!”
Io zitto. Un poco non capivo, un bel
poco avevo paura delle botte.
MUSICA. L’ATTORE
VOCE
È IMMOBILE, ACCOVACCIATO.
FUORI SCENA
“Fai qualcosa, bastardo! Vi prendete i
sussidi e non fate niente!”
Io zitto, ancora. Seduto. Nel piscio. Un po’
acqua un po’ urina. Ma più la seconda. Le
53
Saverio Tommasi
persone fuori aumentano, ci fanno rientrare. I poliziotti sono nervosi. Non ridono, e
non ci picchiano. Ci picchiano quando sono
contenti, si vede lo fanno per festeggiare.
VOCE
FUORI SCENA:
“Mohammed!!”
Mi portano in una stanza. Grande. Molte
scrivanie, poliziotti in giro, anche una donna. Mi chiedono da dove vengo, dove sono
diretto, la mia storia. Io sono bravo a raccontare le storie. Mi interrompono, chiedono di ripetere, saltare alcune parti, non
è un bel racconto ma sembrano soddisfatti, si scambiano frasi che non comprendo,
sento voci di donne, urlano, fuori stanno
litigando (saranno le africane che ho visto
si toccavano i capelli scambiandosi treccine), due poliziotti escono, l’interrogatorio è
finito, vogliono le impronte digitali, questo
lo capisco. Si premono le dita e il palmo
della mano su uno scanner col vetro rosso.
54
Storie clandestine
Esco dalla stanza, silenzio. Le donne sono
ammassate in un angolo, in fondo al corridoio. Dietro il gruppo una donna con una
grossa pancia. E’ incinta. Hanno smesso
di urlare. (SI GUARDA INTORNO) Uomini sono
seduti sparsi, qualcuno è in piedi. Nessun
poliziotto. Guardo fuori dalla piccola finestra. Una distesa di panni ad asciugare,
anche i miei, da qualche parte. C’è anche
un Corano, al sole. Un uomo mi spiega che
un carabiniere ha toccato la donna incinta
e tutte hanno urlato. Lo descrive ma non
capisco chi sia.
Esco fuori. Un poliziotto è in terra, accucciato, di fronte cinque, sei ragazzini. Ha
un cellulare in mano, mostra loro qualcosa. I bambini guardano, uno no, si alza. Il
poliziotto grida: “Frocio!”, gli altri bambini
abbassano lo sguardo. Mi avvicino, ora ha
piazzato loro il cellulare davanti agli occhi. E parla, non capisco però cosa dice.
Accidenti. Mi avvicino ancora un po’, il poli-
55
Saverio Tommasi
ziotto mi vede, si alza, si avvicina. Sorride
e mostra il cellulare. Appena intravedo
qualcosa. Nude. Donne. Sono immagini
pornografiche. Ecco cosa stava mostrando. Stupido!
“Cosa hai detto?”
Niente, non ho detto niente.
Mi guarda. Rutta. Se ne va.
MUSICA
E SUONO DI CAMPANE
Nella camerata e nei bagni un cartello
indica i diritti degli ingabbiati. Lo ha fatto
appendere la prefettura di Agrigento, dicono. Voglio chiamare casa. E’ un mio diritto.
C’è scritto lì. Chiedo di comprare una scheda telefonica. O di averne una. Lo chiedono quasi tutti. Le risposte cambiano.
INDOSSA
UN CAPPELLINO DA BASEBALL AMERICANO
(CAMBIO
VOCE)
56
Storie clandestine
“Non io direttore!”
INDOSSA
UN CAPPELLO DA POLIZIOTTO
(CAMBIO
VOCE)
Domani.
INDOSSA
UN CAPPELLO MILITARE
(CAMBIO
VOCE)
Non scassare la minchia!
VOCI
FUORI SCENA
”Mohammed, corri! Ti vogliono al telefono! Ah! Ah! Ah!”
Nessuno ci cerca, nessuno sa che
siamo lì.
Aspettiamo. Che chiudano le gabbie.
VOCE
FUORI SCENA
57
Saverio Tommasi
“Ashara! Ashara!”
Vogliono che usciamo e ci sediamo in
file di dieci. Lo abbiamo già fatto ieri, due
volte, è facile. Chi viene chiamato va, dicono: “C’è un aereo in partenza!”
Per il Cpt di Bari. O per la Libia, nessuno
lo dice. Forse non lo sanno neanche loro.
Tutti si viene chiamati, prima o poi.
Qualcuno lo avvertono il giorno prima, abbiamo tempo di salutarlo. Ti danno un foglio. Vale per tre giorni. Cinque. Non mi
ricordo. Lo tieni fino a che non è scaduto,
poi lo butti. Sei libero, ma clandestino. Altri
modi per stare in Italia non ce ne sono.
Mi chiamano, è il mio turno, non ho
tempo di salutare.
Buona fortuna!
MUSICA
FASCISTA
“ME
NE FREGO”.
AL TERMINE DELLA MUSICA SEGUE UN BREVE “COLLAGE”
58
Storie clandestine
DI INTERVENTI RAZZISTI E DI ISTIGAZIONE ALL’ODIO DI
ALCUNI
NEL
PARLAMENTARI
E
SENATORI
ITALIANI.
FRATTEMPO L’ATTORE, DI SPALLE AL PUBBLICO IN
FONDO ALLA SCENA, COMUNQUE VISIBILE, SI CAMBIA
D’ABITO INDOSSANDO UNA MAGLIETTA ADERENTE CON
MOTTI FASCISTI, PANTALONI MIMETICI E ANFIBI.
LO
SPETTACOLO TERMINA CON UN FLORILEGIO DI SUB-
CULTURA ITALIANA XENOFOBA, CON L’INTENTO DI METTERE LO SPETTATORE NELLA CONDIZIONE DI COMPRENDERE
MEGLIO L’INTERA VICENDA; IL TESTO, RIADATTATO IN
VERSIONE TEATRALE, TRAE ORIGINE DALLO STUDIO CHE
L’AUTORE HA FATTO DI SITI E BLOG DI GRUPPI DI ESTREMA
DESTRA, MA ANCHE FREQUENTANDO, A SCOPO DIDATTICO, MANIFESTAZIONI E RIUNIONI DEGLI STESSI GRUPPI.
Abbiamo fiducia. Ah! Ah! Ah!
Gli immigrati hanno rotto il cazzo, ma
noi abbiamo fiducia.
Gli extracomunitari portano malattie.
Rapiscono bambini. Le loro donne puttane.
Ma siamo fiduciosi, perché “certi” iniziano
a portarci rispetto.
59
Saverio Tommasi
Ci candidano alle elezioni. Stiamo tornando.
La gente non è stupida, inizia a capire.
Bruciamo barboni? Voi lo sapete perché
diamo loro fuoco? Perché hanno freddo.
Per scaldarli! Ah! Ah! Ah!
“Tortura solo se reiterata”, ogni tanto ci
prendono sul serio!
Uno due tre viva Pinochet, quattro cinque sei morte agli ebrei, sette otto nove il
negretto non commuove.
Non siamo ipocriti: la tortura non serve a ottenere maggiori informazioni. La
tortura occorre per dare all’intero paese
il segnale che non ci sono limiti al potere. Quando i camerati fanno entrare topi
vivi nelle vagine delle donne non mirano al
corpo, ma alla loro anima.
A chi interessa il corpo di una puttana?
E’ la sensazione del potere.
Ultras! Ultras! Ultras! Pochi sguardi no-
60
Storie clandestine
bili vedran l’aurora! Stiamo arrivando.
Amo mostrare il volto. Non dobbiamo più nasconderci. L’ex presidente della
Camera Pierferdinando Casini ci ha difeso.
Il simbolo dei moderati ha rivendicato per
noi il diritto a manifestare in campagna
elettorale in piazza nel centro di Bologna.
Dal 1946 mai una così alta autorità si era
fatta portatrice dei nostri diritti. “La democrazia” ha detto, “o vale per tutti o non
vale per nessuno”. Bravo Casini! Ai nemici
in fronte un sasso, agli amici tutto il cuor.
Anche noi siamo democratici. Ce la
siamo conquistata il 2 agosto 1980 alla
Stazione di Bologna. Per questo ora abbiamo diritto a manifestare, a governare la
capitale d’Italia, a festeggiare Alemanno in
piazza con il braccio teso.
ALZA
IL BRACCIO IN UN SALUTO ROMANO
Siamo guardati con rispetto. Hu! Hu!
61
Saverio Tommasi
Hu! Scimmie negre! Negli stadi comandiamo. No?! Come cazzo pensate riescano
a passare striscioni e bandiere naziste? Il
motorino lanciato dalle gradinate dello stadio di S.Siro? La partita interrotta a Roma?
Lo sbirro morto a Catania? Nessuno passa i
controlli, se i controlli ci sono. Siamo gruppo. Eterogeneo, ma gruppo. C’è anche chi
ha studiato, chi è bravo con i computer e
chi con le mani. Secondo tradizione. Noi
amiamo le tradizioni.
Siamo pronti per fare il botto. I capi dicono di aspettare. “Stiamo organizzandoci”. Balle. Gli è presa la strizza. Fanno affari con Israele. Affari con gli ebrei?
“Ma quale Alleanza, ma quale Nazionale,
noi siam fascisti, lasciateci passare!”
Mario Borghezio che con il Lisoform disinfettava i treni Torino-Milano dalle puttane negre. Ricordate? Passava dove si erano sedute.
Contro l’immigrazione la gioventù si
62
Storie clandestine
scaglia boia chi molla è il nostro grido di
battaglia! Borghezio!
1 luglio 2001 insieme ad altre camicie
verdi, provocò volontariamente il rogo di
alcuni oggetti appartenenti a extracomunitari che sotto il Ponte Principessa Clotilde
a Torino avevano trovato rifugio con la loro
roba. Poca, dopo il rogo ancora meno. Ah!
Ah! Ah! Buona questa!
Lo hanno condannato a 8 mesi, poi ridotti a 2 mesi e 20 giorni, commutati in
3000 euro di multa. Troppo. Aspettate che
torniamo…
Il fuoco ci piace. Il nostro motto è: vivere ardendo e non bruciarsi mai.
“Noi odiamo negri, gay, zingari ed ebrei,
Terzo Reich, Terzo Reich sieg heil apartheid!”
Pulizia!
I sinistri hanno il cervello compromesso. Sono pedofili. Ammazzano i bambini.
63
Saverio Tommasi
Recenti studi effettuati all’Università di
Yale affermano che queste pulsioni pedofile violente ricorrenti sono derivanti da una
malformazione dell’ippotalamo non visibile ai raggi X. Con una semplice lobotomia
(asportazione di parte della massa cerebrale dalla zona libica), si potrebbe verificare e operare alla radice su questi soggetti
errati, provocando una retroazione negativa sull’ippotalamo stesso, inibendo l’ulteriore liberazione di testosterone; si chiama
meccanismo di feedback negativo.
Diventano dementi cronici. A rischio di
pelosi epatica con degenerazione calcinomatica. Ma a noi che cazzo ce ne frega?
Ah! Ah! Ah!
Questi vestiti li ha fatti un sarto? Secondo
te, puttanella! Che in fondo ti piace, essere trattata male.
Non c’è bisogno di farli su misura. Li
vendono nei negozi. In certi negozi. Ma
anche nei mercati. In certi mercati. Fateci
64
Storie clandestine
caso.
DISTRIBUISCE
L’EFFIGE DI
SPILLE NAZISTE E PORTACHIAVI CON
MUSSOLINI
Una a te, un’altra a te. Tenetele di conto, stanno tornando di moda.
AAAAHHHHH!!!!! FORZA NUOVA!!!!!!!!
65
Storie Clandestine racconta, attraverso le parole del
protagonista Alì Mohammed Assad, le vicissitudini e
i soprusi cui sono costretti gli extracomunitari nei loro
viaggi di migrazione verso le coste italiane.
Dalla Nigeria all’Italia, dalla Libia a Lampedusa alla
ricerca di pane e diritti.
Molti italiani sbarcano qui e subito sembrano cercare
soccorso con l’aria di chi dice:
“Eccoci qui. Che cosa avete intenzione di fare per noi?”
E addirittura insistono sull’aiuto come se gli fosse dovuto.
Century Magazine, Usa, 1913
Le mamme dei bimbi italiani pensano che bath, cioè bagno,
sia “una brutta parola”.
New York Times, Usa, 1905
Saverio Tommasi è attore, scrittore e un centinaio di altre
cose, non tutte interessanti.
Il suo pensatoio è: www.saveriotommasi.it
copyleft
Euro 9.90
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