GIOVEDI’, 15 MARZO 2012
ESERCIZI SPIRITUALI AL POPOLO
L’EREDITÀ DI FRANCESCO
In questo cammino di lode e ringraziamento al Signore per i 50 anni di vita della
nostra parrocchia, vogliamo cogliere alcuni elementi che caratterizzano l’eredità
che Francesco ci lascia.
Nel caso del nostro santo abbiamo uno strumento molto prezioso: il suo
testamento! Lui stesso ha scritto, per così dire, l’indice della sua esistenza,
come cammino di CONVERSIONE A GESÙ CRISTO.
Il titolo di questa nostra riflessione lo traggo da un’opera recente (del maggio
2009) di un nostro studioso cappuccino, padre PIETRO MARANESI. Vi
ripropongono i risultati di questo studio, aggiungendo altri elementi che mi
sembrano rendere interessante, appunto, l’eredità che ci lascia san Francesco.
Questo autore sintetizza la sua opera intorno a questa domanda:
Dov’è che Francesco ha visto la mano di Dio nella sua vita? E risponde:
•
Nell’incontro con i lebbrosi
•
Nella fede nelle chiese
•
Nel dono dei fratelli
•
Nel mistero dell’eucaristia
•
Nell’assidua meditazione della Parola di Dio
Perché il testamento è importante? PERCHÈ? CI CONSEGNA LA RILETTURA
FATTA DA FRANCESCO SULLA SUA ESPERIENZA E SUI MOMENTI CRUCIALI
DELLA SUA SCOPERTA DELL’INCONTRO CON IL SIGNORE!
Pensate a uno che se sente ormai al termine della propria vita (il
Testamento sembra scritto cinque – sei mesi prima della morte del santo).
Che cosa pensa uno così?
•
MA IO CHE COSA LASCIO DI SIGNIFICATIVO DIETRO DI ME?
•
CHE COSA MI HA ALLARGATO IL CUORE
•
E MI HA FATTO INCONTRARE DIO ?
•
Per che cosa è valsa la pena vivere, soffrire e spendersi?
Leggendo il testamento Francesco individua queste tre elementi: Riascoltiamolo
dalle sue stesse parole:
«Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare a fare penitenza così:
quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e
il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E
allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in
dolcezza d'animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo.
E il Signore mi dette tale fede nelle chiese, che io così semplicemente pregavo
e dicevo: Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono nel
mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Poi il Signore mi dette e mi dà una così grande fede nei sacerdoti che vivono
secondo la forma della santa Chiesa Romana, a motivo del loro ordine, che anche
se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere proprio a loro. E se io avessi tanta
sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di
questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro
volontà.
E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come miei signori. E non
voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io riconosco il Figlio di Dio e sono
miei signori. E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient'altro
vedo corporalmente in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo
sangue suo che essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri.
E dopo che il Signore mi dette dei frati, nessuno mi mostrava che cosa
dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la
forma del santo Vangelo. Ed io lo feci scrivere con poche parole e con semplicità,
e il signor Papa me lo confermò.
E quelli che venivano per abbracciare questa vita, distribuivano ai poveri tutto
quello che potevano avere, ed erano contenti di una sola tonaca, rappezzata dentro
e fuori, del cingolo e delle brache. E non volevamo avere di più.
Ed io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; e voglio fermamente che tutti gli
altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all'onestà. Coloro che non sanno,
imparino, non per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma per dare
l'esempio e tener lontano l'ozio.
Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: Il Signore ti dia la pace!
E il ministro generale e tutti gli altri ministri e custodi siano tenuti, per obbedienza,
a non aggiungere e a non togliere niente da queste parole.
E sempre tengano con sé questo scritto assieme alla Regola. E a tutti i miei frati,
chierici e laici, comando fermamente, per obbedienza, che non inseriscano
spiegazioni nella Regola e in queste parole. Come il Signore mi dato di dire e di
scrivere con semplicità e purezza la Regola e queste parole, così cercate di
comprenderle con semplicità e senza commento e di osservarle con sante opere sino
alla fine.
E chiunque osserverà queste cose, sia ricolmo in cielo della benedizione
dell'altissimo Padre, e in terra sia ricolmo della benedizione del suo Figlio diletto col
santissimo Spirito Paraclito e con tutte le potenze dei cieli e con tutti i santi. Ed io
frate Francesco piccolino, vostro servo, per quel poco che io posso, confermo a voi
dentro e fuori questa santissima benedizione.»
Scritto poche settimane prima di morire, il Testamento è considerato lo
specchio più fedele della sua anima, il documento più libero da condizionamenti
esterni e formali e che meglio rispecchia la sua personalità e il suo messaggio.
Il santo dice di esso che è “un ricordo, un’ammonizione, una esortazione e il
mio testamento che io frate Francesco poverello faccio a voi, fratelli miei
benedetti perché osserviamo più cattolicamente la Regola che abbiamo
promesso al Signore”.
Il Testamento ha avuto sempre un posto privilegiato nella tradizione cappuccina
che lo ha considerato come la migliore espressione dello spirito con cui anch’essa
intendeva porsi di fronte alla regola di Francesco.
Vorrei cercare di mettere in luce i grandi amori di Francesco, come appaiono
dalla lettura del Testamento.
1. Amare i lebbrosi
Il Testamento di Francesco comincia con questa nota autobiografica: “Il Signore
concesse a me, frate Francesco, d’incominciare così a far penitenza, poiché,
essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il
Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi
da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo.
E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo”.
È il racconto della propria conversione. In queste poche righe c’è racchiuso tutto
il lungo processo e il lento lavorio della grazia che lo strappò dalla vita
spensierata (non dissoluta, come a volte si ripete per il gusto di calcare le tinte)
che conduceva nel mondo. Francesco era in questo stato, lanciato verso un
futuro di gloria e di festa, quando cominciò a sentire uno strano vuoto, un
senso di insoddisfazione. I sogni che prima avevano il potere di catalizzare tutti i
suoi pensieri, cominciavano a sbiadire.
In questa situazione cominciano le visite del Signore.
Ecco allora il sogno di Foligno in cui vede delle splendide armi e ode la domanda
del Signore: “Francesco, chi è meglio servire: il padrone o il servo?” (Il “servo” era
Gualtieri di Brienne al cui seguito egli si era arruolato).
Ecco la prigionia in Perugia con il tempo per riflettere sulla sua vita. Si sta
determinando una specie di accostamento progressivo tra la grazia di Dio e la
libertà umana che porterà al momento cruciale in cui una creatura decide il suo
destino per l’eternità. Per Francesco questo momento è stato l’incontro con il
lebbroso. Se c’era qualcosa di cui egli aveva orrore mortale (lo dice lui stesso) era
vedere, anche solo da lontano, i lebbrosi. Stava per scappare, quando è entrata in
azione dentro di lui una forza contraria a quella della natura che lo ha indotto a
fermarsi, tornare indietro, scendere da cavallo, dargli una elemosina e baciarlo.
Le fonti francescane ci svelano cosa c’è dietro le scarne parole “feci misericordia
con loro”. Non si trattò solo di dare un bacio al lebbroso e poi dimenticare il
tutto. L’episodio ebbe un seguito. Tra lui e i lebbrosi nacque un rapporto che
non si interruppe più per tutta la vita. Egli chiamava i lebbrosi “i fratelli
cristiani”. Scrive il Celano: “Il Santo si reca tra i lebbrosi e vive con essi, per servirli
in ogni necessità per amor di Dio. Lava i loro corpi in decomposizione e ne cura le
piaghe virulente… La vista dei lebbrosi infatti, come egli attesta, gli era prima così
insopportabile, che non appena scorgeva a due miglia di distanza i loro ricoveri, si
turava il naso con le mani. Ma ecco quanto avvenne: nel tempo in cui aveva già
cominciato, per grazia e virtù dell’Altissimo, ad avere pensieri santi e salutari,
mentre viveva ancora nel mondo, un giorno gli si parò innanzi un lebbroso: fece
violenza a se stesso, gli si avvicinò e lo baciò. Da quel momento decise di
disprezzarsi sempre più, finché per la misericordia del Redentore ottenne piena
vittoria” .
È facile ingannarsi nell’interpretare questo gesto di Francesco riducendolo a
un’espressione della sua sensibilità verso i poveri e i sofferenti. Si è affermato a
volte che fu la conversione ai poveri che determinò la conversione di Francesco a
Dio. Ma l’importanza di quel momento risiede altrove. Francesco, in quel
momento, ha vinto se stesso; ha fatto la sua scelta tra sé e Dio, tra salvare la
propria vita e perderla. “Fece violenza a se stesso”, nota il Celano, cioè pose
il fondamento di ogni sequela di Cristo che è “rinnegare se stessi” (cf. Mc
8,34).
Le grandi avventure di santità cominciano tutte con una vittoria su se
stessi, ed è in ciò che consiste la prima vera conversione.
Questo non vuol dire che il prossimo (in questo caso, il lebbroso) non ha
importanza per se stesso. Al contrario. Dire “no” a se stessi e dire “si” al prossimo
sono due facce della stessa medaglia, due risvolti della stessa decisione. La prima
è il mezzo, la seconda il fine. Il rinnegamento non è nel cristianesimo fine a se
stesso, è sempre la via per aprirsi agli altri e all’Altro per eccellenza.
Per andare verso l’altro, bisogna prima uscire da se stesso.
Vediamo ora come questo primo amore di Francesco può essere incarnato nella
vita del francescano e cappuccino di oggi.
Il lebbroso è stato sempre, dalla Bibbia in poi, il simbolo dell’emarginazione, della
sofferenza e della povertà estrema. Non è difficile perciò trasferire l’episodio di
Francesco che bacia il lebbroso nel contesto odierno segnato da altre forme
di emarginazione, sofferenza e povertà. Francesco ci ricorda che tra gli “amori”
del francescano ci deve essere quello per i poveri, i lebbrosi di oggi. Un amore,
però, che sia frutto di conversione evangelica, non una scelta polemica o
puramente sociologica. Francesco vede nell’andata verso il lebbroso il momento in
cui “uscì dal mondo”; la sua non fu una scelta suggerita da motivi mondani, sia
pure di compassione e di pietà. L’amore per i poveri e i sofferenti è dunque parte
integrante della vocazione francescana e cappuccina, anche se i modi di tradurlo
in pratica sono cambiati. Non tutto potremo fare direttamente, in prima persona,
ma c’è almeno una cosa che possiamo fare tutti ed è che i poveri e gli ultimi si
sentano a loro agio nella nostra compagnia, che non siano discriminati
anche in chiesa. Risuona sempre attuale l’ammonimento di S. Giacomo:
“Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d’oro al
dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi
guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: Tu siediti qui
comodamente, e al povero dite: Tu mettiti in piedi lì, oppure: Siediti qui ai piedi del
mio sgabello, non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi
perversi?” (Gc 2, 1-4).
Poi, interventi e testimonianze di
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LUCIA BONACINA
GIORGIO CORTI
PEPPINO CIRESA
( Scheda per la riflessione e la preghiera personale )
ESERCIZI SPIRITUALI AL POPOLO
L’EREDITÀ DI FRANCESCO: IL TESTAMENTO
TESTAMENTO DI SAN FRANCESCO (1226)
Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare a fare penitenza cosi:
quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il
Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E
allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza
d'animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo.
E il Signore mi dette tale fede nelle chiese, che io così semplicemente pregavo
e dicevo: Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono
nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il
mondo.
Poi il Signore mi dette e mi da una cosi grande fede nei sacerdoti che vivono
secondo la forma della santa Chiesa Romana, a motivo del loro ordine, che anche
se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere proprio a loro. E se io avessi tanta
sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di
questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la
loro volontà.
E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come i miei signori. E non
voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io riconosco il Figlio di Dio e
sono miei signori. E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio
nient'altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il
santissimo sangue che essi ricevono ad essi soli amministrano agli altri.
E voglio che questi santissimi misteri sopra tutte le altre cose siano onorati,
venerati e collocati in luoghi preziosi.
E dovunque troverò manoscritti con i nomi santissimi e le parole di lui in
luoghi indecenti, voglio raccoglierli, e prego che siano raccolti e collocati in
luogo decoroso.
E dobbiamo onorare e venerare tutti i teologi e coloro che amministrano le
santissime parole divine, cosi come coloro che ci amministrano lo spirito e la vita.
E dopo che il Signore mi diede dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi
fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelo che dovevo vivere secondo la forma del santo
Vangelo. Ed io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor Papa
me la confermò.
E quelli che venivano per abbracciare questa vita, distribuivano ai poveri tutto
quello che potevano avere, ed erano contenti di una sola tonaca, rappezzata
dentro e fuori, del cingolo e delle brache. E non volevano avere di più.
Noi chierici dicevano l'ufficio, conforme agli altri chierici; i laici dicevano i Pater
noster; e assai volentieri ci fermavamo nelle chiese. Ed eravamo illetterati e
sottomessi a tutti.
Ed io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; e voglio fermamente che tutti
gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all'onesta. Coloro che non
sanno, imparino, non per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma per
dare l'esempio e tener lontano l'ozio.
Quando poi non ci fosse data la ricompensa del lavoro, ricorriamo alla mensa del
Signore, chiedendo l'elemosina di porta in porta.
Il Signore mi rivelo che dicessimo questo saluto:"Il Signore ti dia la pace! ".
Si guardino bene i frati di non accettare assolutamente chiese, povere abitazioni e
quanto altro viene costruito per loro, se non fossero come si addice alla santa
povertà, che abbiamo promesso nella Regola, sempre ospitandovi come forestieri e
pellegrini.
Comando fermamente per obbedienza a tutti i frati che, dovunque si trovino, non
osino chiedere lettera alcuna (di privilegio) nella curia romana, ne personalmente
ne per interposta persona, ne per una chiesa ne per altro luogo, ne per motivo
della predicazione, ne per la persecuzione dei loro corpi; ma, dovunque non
saranno accolti, fuggano in altra terra a fare penitenza con la benedizione di Dio.
E fermamente voglio obbedire al ministro generale di questa fraternità e a quel
guardiano che gli piacerà di assegnarmi. E cosi voglio essere prigioniero nelle sue
mani, che io non possa andare o fare oltre l'obbedienza e la sua volontà, perché
egli e mio signore.
E sebbene sia semplice e infermo, tuttavia voglio sempre avere un chierico, che
mi reciti l'ufficio, così come e prescritto nella Regola.
E non dicano i frati: Questa e un'altra Regola, perché questa e un ricordo,
un'ammonizione, un'esortazione e il mio testamento, che io, frate Francesco
piccolino, faccio a voi, miei fratelli benedetti, perché osserviamo più
cattolicamente la Regola che abbiamo promesso al Signore.
E il ministro generale e tutti gli altri ministri custodi siano tenuti, per obbedienza,
a non aggiungere e a non togliere niente da queste parole.
E sempre tengano con se questo scritto assieme alla Regola. E in tutti i capitoli
che fanno, quando leggono la Regola, leggano anche queste parole.
E a tutti i miei frati, chierici e laici, comando fermamente, per obbedienza, che
non inseriscano spiegazioni nella Regola e in queste parole dicendo: "Cosi si
devono intendere" ma, come il Signore mi ha dato di dire e di scrivere con
semplicità e purezza la Regola e queste parole, così cercate di comprenderle con
semplicità e senza commento e di osservarle con sante opere sino alla fine.
E chiunque osserverà queste cose, sia ricolmo in cielo della benedizione
dell'altissimo Padre, e in terra sia ricolmato della benedizione del suo Figlio diletto
col santissimo Spirito Paraclito e con tutte le potenze dei cieli e con tutti i Santi.
Ed io frate Francesco piccolino, vostro servo, per quel poco che io posso,
confermo a voi dentro e fuori questa santissima benedizione. (Amen).
Perché il testamento è importante?
PERCHE CI CONSEGNA LA “RILETTURA” FATTA DA FRANCESCO SULLA SUA
ESPERIENZA E SUI MOMENTI CRUCIALI DELLA SUA SCOPERTA
DELL’INCONTRO CON IL SIGNORE!
Pensate a uno che se sente ormai al termine della propria vita (il
Testamento sembra scritto cinque – sei mesi prima della morte del santo).
Che cosa pensa uno così?
•
•
MA IO CHE COSA LASCIO DI SIGNIFICATIVO DIETRO DI ME?
•
CHE COSA MI HA ALLARGATO IL CUORE E MI HA FATTO INCONTRARE
DIO?
•
Per che cosa è valsa la pena vivere, soffrire e spendersi?
Al termine degli esercizi spirituali, mi piace lasciarvi due preghiera: la prima
attribuita a san Francesco d’Assisi, la seconda quella di sant’Ignazio di Loyola al
termine del libretto degli Esercizi spirituali
SIGNORE, fa’ di me uno strumento della tua pace.
Dove c’è odio, io porti amore. Dove c’è discordia, io porti l’unione. Dove c’è errore,
io porti la verità. Dove c’è dubbio, io porti la fede. Dove c’è disperazione, io porti la
speranza. O Divino Maestro, che io non cerchi tanto di essere consolato quanto di
consolare. Non di essere compreso quanto di comprendere. Non di essere amato,
quanto di amare. Infatti: donando si riceve. Dimenticandosi si trova
comprensione. Perdonando si è perdonati. Morendo si risuscita alla vera Vita.
(San Francesco d’Assisi)
«Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria, la mia
intelligenza e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo; tu me lo hai
dato, a te, Signore, lo ridono; tutto è tuo, di tutto disponi secondo la tua
volontà: dammi solo il tuo amore e la tua grazia; e questo mi basta».
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