Zero a zero
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“Arriverà che fumo
o che do l’acqua ai fiori,
o che ti ho appena detto
‘Scendo, porto il cane fuori’,
che avrò una mezza fetta
di torta in bocca,
o la saliva di un bacio
appena dato,
arriverà, lo farà così in fretta
che non sarò neanche emozionato...
Arriverà che dormo o sogno, o piscio
o mentre sto guidando,
la sentirò benissimo
suonare mentre sbando,
e non potrò confonderla con niente,
perché ha un suono maledettamente eterno:
e poi si sente quella volta sola
la viola d’inverno.[...]”
La viola d’inverno, Roberto Vecchioni
STEFANO FONTANA
TITOLO RACCONTO: il profumo della vita
DATA DI NASCITA: 14 settembre 1984
INDIRIZZO: via della Viola n. 31 - 40131 Bologna
TELEFONO: 3298861714
EMAIL: [email protected]
Mi chiamo Stefano e sono originario della provincia di Brescia, ma vivo a Bologna
da quattro anni. Qui mi sto laureando in scienze antropologiche.
Anche se credo che non diventerò mai uno scrittore professionista scrivo.
Scrivo perché è un buon modo per riempire una serata.
Scrivo perché, a volte, è proprio difficile parlare guardandosi negli occhi.
Scrivo perché spero che qualcuno mi legga, anche se saranno solo gli amici, è già
qualcuno.
Scrivo per dare un po’ di concretezza alla fantasia.
Scrivo perché, in fondo, anche se tutto crolla, ci sarà sempre qualcosa da scrivere.
Un saluto a tutti voi e buona lettura.
SF
7
Scrivo perché è un buon modo
per riempire una serata
8
Notte fonda
20.09.08
Notte fonda,
pagine spalancate sulla testa, e una luce al neon che infastidisce la mente e gli
occhi. Gusto dolceamaro di sconfitte famigliari sedimenta nella gola, lacrime
straziate di pianto rimangono ferme e immobili, lobotomia o catatonia poca,
nessuna differenza.
Affondarsi in serate di birra gelida fino a sentire sedie accatastarsi, si spengono
le luci nei pub, strade illuminate, desolazione, finalmente una casa, un materasso
dove potersi abbandonare ad incubi accomodanti.
Ricerca della realizzazione di un’utopia collettiva trovata in torrenti d’alcol e
sperma con rabbia rovesciati sulla fredda superficie d’una coperta di solitudine.
Un fiato zuccheroso accompagna disperate cadute nel sonno, un cuscino tenuto
stretto come fosse una donna in una notte di pianti soffocati.
Infine un grigio che squarcia i sogni, ore e noia ed una luce al neon, che non
accenna a morire.
9
QUARANT’ANNI DOPO
(Sessantotto)
23. 10.08
Bonheur fané, cheveux au vent,
baisers volés, rêves mouvants
que reste’t-il de tout cela?
Dites-le-moi*
(Que reste-t-il de nos amours, C. Trenet)
Le stelle, le avevo già viste tante volte, ma restai a guardarle senza
abbassare le veneziane dell’aula. Parevano giorni fondamentali quelli,
c’era la crisi, ma cos’era la crisi se non una delle prove oggettive dell’agonia
d’un sistema dai piedi d’argilla. C’era la guerra, ma cos’era la guerra se
non l’estremo e ultimo sforzo che il sistema stava tentando per tenersi
in vita. Erano giorni importanti quelli, che scolorivano veloci, e come in
una gigantesca giostra giravamo tutti in preda all’ebrezza, mentre il reale,
la realtà, perdeva i suoi lineamenti e noi correvamo oltre la linea fredda
d’orizzonte. Erano giorni d’assemblee, musica, cortei e giornali dai titoli
rossi, le scuole e gli atenei in rivolta. Anche gli operai erano con noi nella
lotta, persino i sindacati erano al nostro fianco. Non potevano continuare
ad ignorarci, e poi anche se i potenti, il governo, avessero continuato a
non considerarci, a chi importava, “L’IMMAGINAZIONE AL POTERE”
era scritto sulla lavagna dell’aulamagna. Si provavano esperienze di vita
comunitarie e a casa ci si tornava sempre meno, si parlava di prendere
autocoscienza sia in quanto individui, ma soprattutto in quanto classe,
perché un proletariato senza coscienza era vuoto, come un banchetto
senza invitati. Si discuteva di luoghi esotici lontani, dove gli yankee erano
umiliati da giovani partigiani asiatici, che loro definivano terroristi. Birre
economiche, fumo di sigarette e spinelli condivano i nostri sogni, e gli astri
erano là, come sempre, ma il campo di stelle di quella sera non l’ho ancora
dimenticato.
C’erano ancora i tuoi sedici anni e un maglione blu che tanto tempo ho
impiegato a sollevare, c’era il tuo sorriso di primo mattino, che aveva
* Felicità sbiadita, capelli al vento, baci rubati, sogni volatili, che cosa resta di tutto questo, dillo a me.
(nda)
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contribuito a farmi innamorare. C’erano i “baci rubati” nell’oscuro di
una sala cinematografica e il nostro giocare a sfiorarci. C’era da aspettare
mattino insieme, senza il rimorso per tutte le cose che non saremmo
riusciti a fare. C’erano le riflessioni sul socialismo, sugli amori necessari
e contingenti e le parole strette in gola che non siamo mai riusciti a dirci.
C’eravamo noi, che, ancora, non tenevamo conto di ciò che accadeva al
di fuori, nel mondo reale. C’era la libertà, la rivoluzione, il Vietnam, la
Cambogia... la realtà.
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LOLLI
La voce di Lolli negli auricolari può essere un modo per riempire il
mercoledì notte, probabilmente non riuscirà a lavare via quest’ansia
appiccicosa che non ne vuole sapere di scivolare via nonostante l’ora tarda.
Approfitto di quest’insonnia per vedermi e rivedermi diversi film, stanotte
ho rivisto “Manhattan” ho ancora in testa la battuta d’addio: “bisogna
avere un po’ di fiducia sai nella gente..”, sarà il glen grant che scorre nelle
vene ma ora mi sento anche quasi d’accordo, almeno fino a domani.
Buonanotte
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YEAH
Alle sette di stasera mi sono ricordato della finale di Champions, o coppa
campioni, come la chiamavo da bambino. Ho guardato la partita con lo
stesso entusiasmo di quando ti fai una sega prima d’addormentarti, non
per voglia, ma per consuetudine. Comunque anche grazie alle immancabili
birrette e alla buona compagnia sono discretamente soddisfatto della
serata.
Il ventinove maggio 1968 un Manchester United, che schierava con il
numero 7 un nordirlandese di nome giorgi best, conquistava in patria la
sua prima coppa campioni. Quasi quarant’anni dopo, i reds si riportano
nel north west il trofeo. Molto, troppo tempo è passato e la confusione
sotto il cielo ha lasciato il posto a grandi file nei centri commerciali e ore
spese davanti a un reality. Rimane comunque il pensiero di ragazzi come
noi che in un anno, destinato a divenire mitico, hanno visto gli inglesi
alzare al cielo per la prima volta l’ambito trofeo. In cinque minuti storici
Best, Kidd e Charlton portarono il risultato sul quattro a uno e permisero
alla coppa di rimanere sull’isola. Oggi la sospirata vittoria è arrivata dopo
sette calci di rigore, forse, anche questo, è un segno dei tempi.
Buona notte
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SERIALI
Una latta di birra gelata
sotto un cielo cianotico
la nota più musicale
d’una giornata
di gennaio inoltrato
Vivere per morire o
vivere tanto per vivere
elucubrazioni paranoiche
che non conquisterebbero nemmeno
una ragazzina d’inizio liceo
e intanto il quarto di secolo s’avvicina
va beh buona notte va..
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RADIONOTTEFONDA II
Qui ci è notte fonda è la temperatura è intorno agli 0 gradi, a santa cruz, in
california, c’è il sole ed è una bella giornata per farsi un giro sulla spiaggia.
Vorrei svegliarmi domani mattina andare in università in ciabatte e
discorrere di post pensiero con james clifford e quando mi ha scassato i
coglioni andare a farmi cullare tra le onde dell’oceano che non conosce
inverni. Va beh buona notte.
RADIOnoTTeFONDA VI
Si dice che nel 1916, a Verdun ogni soldato avesse diritto a tre litri di vino
al giorno, mi sento un po’ in colpa, io con le mie bottigliette di birretta
a buon mercato non ho più la pretesa di difendere la mia città o tanto
meno di vincere una guerra. Il dramma è che non ci sono più barricate
da difendere e nessuno ha voglia di costruirne nuove. Credo mi stapperò
un’altra birra.
RADIONOTTEFONDA VII
Ciao e buona notte a tutti,
ore 3:52 è notte fonda, ed è questo il momento della giornata che
preferisco. Non so se sia per le strade, finalmente deserte, per le tenui luci
che rischiarano la città, per le nuvole di fumo blu, che riempiono il buio
della mia stanza, per tutti quei pensieri, che solo nelle ore molto tarde si
manifestano, per poi svanire ai primi bagliori, o per la quiete che si respira
in queste ore, ore in cui non ci sono cose da fare, ed è piacevole rubare
tempo al sonno con un libro, un film, un disco, una sincera buona notte a
tutti coloro che sanno vivere la notte.
15
15.02.2008
Viaggiando nel profondo di questa notte, mi trovo così a creare dei ricordi di un
passato, che forse non è poi così remoto ma a me appare lontanissimo. Così qualche
volta passi fuori, a pochi metri dal cancello di quelle che furono le tue scuole medie,
e non te ne frega un po’ un cazzo e hai giustamente altro a cui pensare. Ma altre
volte, sarà capitato anche a voi, di star lì a guardare quell’edificio frequentato per
anni e di cui rimango ora solo sbiaditi ricordi, la mia scuola ora è stata ridipinta di
un color giallo merda, va beh quando andavo io era grigia con degli orribili disegni
però era la mia cazzo. Abbiamo passato solo tre anni lì dentro, ma tre anni che ti
segnano, prima d’entrare là dentro si prestava poca attenzione a una minigonna
o a una pinta di birra, una volta usciti eran già diventati i principali argomenti
di pensiero e discussione. Credo di essermi innamorato circa una decina di volte
in quegl’anni: vicine di banco, ragazze dell’aula accanto, ragazze incrociate nel
parchetto appena qua fuori. Bei tempi, in cui uno sguardo e qualche bacio rubato
bastavano per far volare la fantasia, avevamo tutti le teste imbottite di sogni ancora
interi, ora sembrano proprio dei tempi felici quei giorni in cui avevamo ancora gli
anni in tasca.
Quindi beccatevi questo pezzo, qualitativamente scandaloso, lo ammetto,
presentato a san remo tredici anni fa, che però tanto mi ricorda quegli anni.
Salùc
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Scrivo perché, a volte, è proprio difficile parlare guardandosi negli occhi
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RISVEGLIO DAL SOTTOSUOLO
12.10.2009
Troppo freddo per riuscire a vivere o dormire, i vetri ancora oscuri suggerivano
un orario da sonno profondo come le quattro del mattino, ma una lucida insonnia
indugiava a costruire immagini di finali esistenziali catastrofici.
Premere un pulsante bianco per far piombare la propria urina in condotti, in segrete
puzzolenti, celate agli occhi e agli olfatti del vivere civile.
L’unica speranza rimane legata a questa magica legge gravitazionale in grado di trascinare
ogni atto mancato, ogni bacio perduto, ogni lacrima, ogni sentimento sepolto, ogni
angoscia insopprimibile, verso l’abisso, così che nessun ricordo possa tornare in superficie
per ferire nuovamente, una volta che lo sciacquone sia stato tirato.
Immaginare un reggipetto gonfiarsi d’illusioni per cercare d’afferrare in mano la
situazione e seguire vie note per vincere la noia e ritrovare il sonno. Pochi minuti e
nuovi schizzi notturni compariranno sui miei abiti come ferite a testimonianza delle
mie fatiche.
Rumore di auto e un treno, non dev’essere più troppo presto, qualcuno pare sia in
viaggio, chi per un’officina, chi per un capannoncino, chi per un capannoncione,
mentre io, steso su un lenzuolo troppo blu, agonizzo, e non mi sento troppo
sfortunato, sarà quando sarò con loro là fuori che allora le cose andranno
veramente male.
Il campanello trilla, e i miei, rimasti rinchiusi fuori dalla porta al ritorno dal turno
notturno, mi regalano una precisa cognizione temporale.
Sono le sei e qualche minuto del mattino, cerco di ributtare giù la nausea, lo schifo,
l’alito cattivo e i sensi di colpa mentre mi ributto addosso le lenzuola umidicce.
Resto con un senso d’inettitudine che spero si lavi via con un po’ d’acqua quando
riuscirò ad alzarmi.
Una goccia, due gocce, tre gocce... riempio un piccolo bicchiere marchiato
“Jameson”, frutto di un innocente furto adolescenziale in un pub, brindo al cielo
che piano si sta arrossendo pensando che domani sarà un altro giorno, peccato sia
già domani.
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SGUAZZO NELLA MAGGIORANZA
26.12.07
Sguazzo nella maggioranza
sono eterosessuale
destro
triste
solo
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dialogo fra me e un non so
28.05.07
-Vedi, ormai non è più possibile cambiare, una volta che ci sei dentro… Non è che un
giorno ti puoi svegliare dicendo: “No, voglio cambiare gioco, torno indietro e cambio
tutte le scelte che ho fatto…”-.
Io avevo in mano una pinta di birra chiara, avevo in mano una pinta di birra chiara
e bevevo, bevevo e non ascoltavo…
Erano giorni un po’ strani, quelli. Ricordo che pioveva, pioveva molto e le mie
scarpe erano sempre bagnate, ma forse, questo non è importante.
Ricordo che dormivo molto, anche dodici, tredici ore al giorno, e pure se non stavo
dormendo, non è che fossi proprio sveglio, vivevo in uno stato di perenne apatia,
mi interessavo poco di ciò che accadeva intorno, e, qualsiasi cosa potesse accadere,
per me era più o meno indifferente…
Forse è così che si sentono le persone prima di suicidarsi, oppure molta gente
vive quotidianamente questa situazione, e non si capisce perché non si suicidi…
Boh, non capivo molte cose a quell’età, e non ero ancora riuscito a rispondere a
domande come questa…
- Capisci, la vita è preziosa e devi cercare di vivertela al meglio, cazzo, passi tutte le
tue giornate a letto ?! Non devi lasciare che la vita ti scorra addosso, perché non ti
trovi una ragazza? Io avevo in mano un pacchetto di sigarette, avevo in mano un pacchetto di sigarette
e ne tirai fuori una, l’accesi e tirai la prima boccata, fumavo e non ascoltavo…
Non avevo molti stimoli di vita, credevo ancora che il denaro, il matrimonio, il
successo individuale, fossero dei miti piccolo borghesi da distruggere.
La mia vita era un alternarsi di entusiasmanti voli d’utopia, e di vertiginose cadute
nel nichilismo più plumbeo.
Ricordo che, al tempo, ero spesso stanco, ero spesso stanco nonostante non facessi
assolutamente nulla, se non spararmi qualche porno di tanto in tanto, non è facile
essere infelici, pensavo…
Non sopportavo molte cose, specialmente il sole d’agosto, la televisione, il governo
e i politici in generale…
Amavo invece perdermi nelle mie visioni oniriche, forse è per quello che
dormivo sempre così tanto… Nei miei sogni accadevano sempre un sacco di cose
interessanti, le identità non erano fisse, come nel mondo reale, e, in alcuni di questi,
io riuscivo quasi ad essere contento… Una volta sognai d’innamorarmi di una
ragazza, incontrata per caso, una notte, nel piazzale ovest della stazione centrale di
bologna, mi sembrava quasi di vivere, peccato che poco dopo mi svegliai…
21
- Ora spero che tu abbia capito, perché non puoi andare avanti così, bisogna agire,
essere protagonisti delle proprie esistenze…Io continuai a bere, senz’ascoltare.
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COLOR ANICE
Fumare una sigaretta
riempirsi di nuovo il bicchiere
accendere la luce
affacciarsi alla finestra
interrogarsi
aprire il frigorifero
scavare dentro di se
uscire per strada
scorrere la rubrica del telefono
rileggere vecchi messaggi
chiedersi perché
starsene a fissare delle fotografie
pensare e ripensare ai tuoi occhi
cercare dei giorni felici
parlare di tutto questo
battere dei tasti su una tastiera
tutto è inutile
e piangere non serve a niente
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I GHIACCIOLI
I ghiaccioli azzurri rappresentano quelle cose, che possono rimanerti fisse in testa,
tra gli scarsi ricordi, che permangono dall’infanzia. In realtà, non è che i ghiaccioli
mi siano mai piaciuti un granché, ma li mangiavano tutti, e chi, dal mucchio,
riusciva ad estrarre il pezzo di ghiaccio dello stesso colore del cielo pomeridiano,
veniva tacitamente eletto la star del momento, almeno fino a quando avrebbe
tenuto stretto in mano lo scettro celeste. Io, naturalmente,giungevo sempre tra gli
ultimi al frigo dei gelati, e spesso, dovevo accontentarmi di un arancione, o di un
rosso, mentre il fortunato assaporava tutto il gusto del momento. Più o meno in
questo modo, in quelle prime calde estati degli anni novanta, si consumavano le
mie prime sconfitte. Ma una volta, almeno una volta è accaduto lo ricordo, riuscii
anch’io a pescare l’ambito azzurro in mezzo agli altri colori.. Ma quando fu ora di
addentarlo percepii, un gusto strano, che definirei quasi sgradevole. All’incirca in
questo modo conobbi il gusto amaro della vittoria.
24
I LECCALECCA
Passati un po’ di anni i ghiaccioli lasciarono il posto ai leccalecca, ma questa
volta era tutto più semplice, niente più corse selvagge nei bar, niente più stress da
competizione, bisognava semplicemente stare seduti sulle panchine, impiantate nel
parchetto fuori dalle scuole medie, e osservare le compagne di classe che gustavano
i loro leccalecca, in un preadolescenziale gesto d’estremo erotismo, i commenti
erano pesanti e gli sguardi intensi, e loro facevano a gara per chi riuscisse ad avere
più occhi puntati addosso. A differenza dei ghiaccioli, quest’attività l’apprezzavo
tantissimo. Noi fumavamo sigarette, un po’ comprate, un po’ rubate ai nostri
genitori, e guardavamo, guardavamo, e loro si lasciavano guardare, tutto sembrava
perfetto, e nessuno pensava alla campanella, che sarebbe suonata solo pochi
minuti dopo, interrompendo la magia. Difficile a spiegarsi ma, la mia preferita,
aveva sempre tra le labbra un leccalecca azzurro, e a me piaceva pensare che
una porzione di cielo fosse scesa per farsi toccare dalla sua lingua, e io stavo lì
a guardare, cercando di non farmi sfuggire nemmeno un secondo delle sublime
visione, mentre la fantasia volava perdendosi nell’ azzurro di quei pomeriggi.
Una volta mi capitò di riuscire a realizzare le mie fantasie con una ragazza, non
era lei, però teneva tra le labbra lo stesso colore. Il gusto, non fu però quello che
m’aspettavo, somigliava quasi al ghiacciolo ambito della mia infanzia,fu così che
conobbi il gusto amaro dell’amore.
25
12-12-00
Parole usate come fucili
su un freddo foglio bianco
apparentemente
innocue
possono essere più devastanti
di un raid nato
aprono ferite
che solo il tempo
potrà forse
un giorno
guarire
26
6-7-2000
O NOTTE
Io or ti canto
Perché mi sono innamorato
Del tuo oscuro manto
Così buio ma
Tu sei la compagna
Più bella
Che uno (si) possa desiderare
Così bella (che) nessuno
Può averti
Ma tutti possono
SOGNARTI
Ma che belle le NOTTI
Le notti d’estate
Sotto il ciel sereno
Ritrovarsi SOLI
Con le sole stelle
Per compagnia
È bello cercare
Di ritrovarsi
Nel chiarore di queste
COMPAGNE NOTTURNE
Loro ci osservano
E (ci) guidano
VI PREGO
NON ABBANDONATEMI
ANCHE VOI
27
10-7-2000
O ALBA
Così ancora oscura e misteriosa
Fai solo intravedere
I primi chiarori
Sei forse ignara
Delle angosce
Che RISVEGLI?
28
30-1-01
Vedo un albatro volare
prima di perdermi per sempre
in un sonno senza sogni
invidio la libertà
attraverso le mie sbarre
NON C’È NIENTE DI
PEGGIO CHE
VEDERE GLI ALTRI
VOLARE
mentre
si sta
29
AFFOGANDO
20.10.2000
VAGO
scalzo di ambizioni
per strade di DOLORE
e città D’INDIFFERENZA
con la solitudine
per compagna
cercando
una stella
che forse
NON ESISTE
30
Inutile Pianto
16.2.2000
Ormai la sera
è calata e
s’è tutto rasserenato
il cielo
ha smesso
di piangere
io NO
31
endegu du matin
26.10.2009
Mi ero svegliato controvoglia, di malumore, i vetri della finestra già rischiarati
dal giorno facevano intendere che non sarebbe trascorso molto tempo da quel
momento al rumore gracchiante che trasmetteva la mia radiosveglia d’allora, il
motivo era dovuto al fatto che non avevo mai avuto l’iniziativa di sintonizzarla
su alcuna stazione. Pensai: “Perché no?” di svegliarla, l’avevo conosciuta circa una
settimana prima, in un’edicola fuori paese, nascosta tra pile di quotidiani e riviste
scandalistiche. Portava i capelli di un colore rosso non suo, che le scendevano
lievemente ondulati lungo la schiena. Gli occhi erano però verdi e autentici, il seno
generoso e pure quello autentico. Cercavo il suo sguardo e quando lo trovai, provai
un brivido che scacciò i residui del sonno. Portava una veste da notte color indaco,
che le scendeva fino all’inizio delle cosce lasciandole le gambe quasi completamente
scoperte, le fissai per un po’, aveva delle splendide ginocchia, non glielo dissi mai.
In quell’istante mi sentii fortunato ad averla nella mia camera. Sarà stato l’orario
strambo o il poco tempo disponibile, ma non durai molto, non era la prima volta,
non fu l’ultima ne fu la più bella.
Uno schizzo mattutino inusuale si versò su di me, mi pulii sommariamente la
mano con un calzino usato, abbandonato provvidenzialmente accanto al letto.
Restai per un po’ immobile, con gli occhi socchiusi senza la speranza di potermi
riabbandonare al sonno che tanto avrei desiderato, quindi riposi in un angolo del
comodino uno dei tanti giornaletti che mi facevano compagnia a quel tempo,
avevo tredici anni e fu un periodo di grande scoperta di sé e del mondo.
32
la filosofia del mattino
(ossia a proposito di quei 15 minuti
che dividono i sogni dalla realtà)
12.08.07
L’aurora è orami alta nel cielo.
Mentre la luce cala di nuovo su la mia stanza e su ciò che le sta intorno, il sapore
del martini rosso, mischiato a qualche succo gastrico, mi risale per la gola,
provocandomi una dolce sensazione di disgusto, l’aroma della festa finita.
Sarebbe sufficiente anche solo quel po’ di forza necessaria per sollevare le lenzuola
e sollevarsi in piedi, ma pensieri, paranoie e angosce mattutine mi tengono
inchiodato.
Mi rigiro e nella testa mi rimbalza il pensiero di lei, di me, di quanto ora lei possa
star bene, di come quest’estate sia uguale a tutte le altre, di cosa accadrà quando
giungerà l’autunno e ho quasi voglia che arrivi natale.
Mi piace illudermi, nel pensare così a lungo termine, perché riesco ad
autoconvincermi che nel giro di qualche mese dovrà pur accadere qualcosa,
nonostante la mia tendenziale inerzia, il vento dovrà pur cambiare, almeno sono
sicuro che cambierà il clima e questo, un po’, mi rincuora.
Cerco di concentrarmi sulle occasioni che ipoteticamente potrei aver perso, giorni,
mesi, anni, fa.
Se ieri sera fossi riuscito a dirle qualcosa mentre era lì da sola con lo sguardo perso
sulla folla, se ogni tanto mi fosse venuta la voglia di spendere 20 cent per inviare un
fottuto essemmesse, se mi fossi fatto coraggio e avessi avuto la voglia di inventarmi
una cazzata qualunque quel sabato, se quella volta mi fossi fermato qualche minuto
di più fuori dall’università, se avessi preso quel treno, se fossi stato capace di dirle
“ti amo” almeno una volta. Forse, tutto questo, rapprsenta solo un’attività sterile condita con un pizzico di
masochismo, forse sto solo cercando di temporeggiare per evitare d’iniziare questa
giornata, ma penso che questo non sia del tutto temo perso, al risveglio la mente
è più lucida, meno appesantita dagli eventi, dalle persone che ci tocca incontrare.
Al mattino, o pomeriggio a seconda dei punti di vista, appena sveglio credo di
essere più sincero, intelligente, lucido, geniale, chiaro, peccato che nessuno possa
ascoltarmi.
Ora mi sa che mi alzo, ho bisogno di lavarmi i denti per togliermi di dosso questo
schifo di sapore.
33
les sourires
29.09.07
Mieux vaut n’penser à rien
que de penser à vous
ça n’me vaut rien
ça n’me vaut rien de tout
mais comme si de rien
n’était je pense à tous
ces petits riens
qui me venaient de vous
serge gainsbourg “ces petits rien”
(Ces petits riens, Serge Gainsbourg)
Alle due di notte, i camerieri iniziano ad ammucchiare le sedie sui tavoli nei locali.
Solitamente, a questo segnale inequivoco, mi alzo, e me ne torno a casa.
Mi metto a letto, ed è lì che l’esistenza inizia a prendermi a morsi.
Alla fine, sei sempre tu quella che ho in testa.
Il tuo ricordo, lucidato dai troppi rifiuti, rende la tua immagine ancora più unica,
pura, triste.
Io ti penso e tu sorridi, come in quella fotografia.
Io ti penso e tu mi sorridi.
Io ti penso e tu starai pensando a tutt’altro.
Io, chiuso in un angolo della tua mente, posso solo regalarti qualche dolce brivido
di malinconia ogni tanto, e tu sei contenta così.
Io, che forse vorrei reincontrarti, ma ho paura.
Io che ho paura di non esser più capace di riuscire a farti sorridere.
* Meglio pensare a niente, che pensare a te, questo non mi serve a niente, non mi serve affatto, ma come se niente
fosse, penso a tutti, quei piccoli niente, che tu mi davi. (nda)
34
scusa se non ti parlo d’amore
30.08.07
-Magari poi quando torno ti chiamo che mi racconti.- Mi ha detto lei.
-Sì certo, mi farebbe piacere.- Ho risposto io, non so se più per cortesia, o perché
desideri d’incontrarla veramente.
Cosa potrei raccontarti dei miei ultimi dieci, undici, dodici mesi.
Le bottiglie vuote sparse per la stanza aumentano, e di tanto in tanto, mi tocca
piegarmi per andare a recuperarle in ogni angolo, danno una visione più
personalizzata dell’ambiente, ma dopo un po’ cominciano a puzzare, e è un casino.
I pacchetti di sigarette che prosciugano il mio portafoglio, ogni tanto penso che
potrei risparmiare quei soldi per comprarmi qualche vino di qualità, ma poi il
richiamo, che definirei estetico, della sigaretta, finisce per sedurmi di nuovo,
d’altronde, anche ora che sono qui a scrivere al computer, mi sembra di essere
più serio con la paglia tra le dita, e poi il fumo che scorre davanti allo schermo è
proprio bello.
I libri sparsi un po’ ovunque, molti portano delle macchie di diverso colore: vino,
birra, caffè, a me piace pensare che siano delle ferite di battaglia, e anche questo
mi aiuta a sentirli un po’ più miei, odio i libri tenuti in maniera asettica, come
se fossero ancora abbandonati, invenduti, sui banconi di qualche libreria, qualche
giorno fa, Raymond Carver mi ha fatto quasi desiderare d’innamorarmi, ma poi
tutto è passato, i suoi personaggi sono limitati alle sue pagine, credo.
Do un paio di sorsate alla mia birretta doppio malto, per cercare di farmi venire in
mente qualcosa di veramente importante che potrei raccontarti, non ci vediamo
ormai da un anno, qualcosa d’interessante ce l’avrò pur da raccontarti, ma per
quanto possa scavare nella mente, non riesco a trovare niente.
Una tua fotografia ormai vecchia di quattro anni che custodisco ancora in un
cassetto, l’immagine di un paio di orecchini che ti avevo regalato, un viaggio che
non abbiamo mai fatto, un paio di poesie che ti avevo dedicato, qualche tuo sorriso
ancora stampato nella mia mente e quei momenti in cui credevo di stare bene.
Vorrei tanto che tu diventassi solo un bel ricordo, una parte di me, al pari di tutte
quelle cose che sono riuscito a lasciarmi alle spalle.
35
UN BAISER S’IL VOUS PLAIT
04.02.09
“Certo così. Tutto è finito e tutto finisce...
E io la bacerò sulla fronte,
e tutto, per lei andrà per il meglio...
(Michail Bulgakov)
Forse anche lui, in quel pomeriggio del quattordicesimo giorno del mese
primaverile di Nisan, avrebbe avuto bisogno di un bacio, di certo se lo sarebbe
meritato, prima di vedere sprofondare il mondo sulla cima del monte Calvo.
Forse avremmo bisogno tutti di un bacio prima di scaricare nello ieri tutto quanto
c’è accaduto durante la giornata, scene di minuti poco memorabili scorrono
nella testa nel mezzo di quest’altra nottata votata all’inquietudine. Immagini,
ricostruzioni, relitti del passato, rubano al sonno questa notte.
Il primo bacio, l’avrei tanto voluto immortalato nell’azzurro di un pomeriggio
trascorso alle scuole medie, quando si andava alle prime feste e alla fine nessuno
era sfigato, perché in fin dei conti nessuno aveva ancora combinato un cazzo, tempi
in cui se quella che ti piaceva ti scambiava uno sguardo era già un successo da
raccontare, e se poi non fosse comunque successo nulla, la vita era ancora così
lunga che non c’era proprio di che preoccuparsi. Forse a quell’età il bacio l’ho
perduto e lei s’era stancata proprio quando io avevo iniziato a pensarci. Stetti male
credo due o tre giorni per quell’occasione mancata, e poi c’erano ancora i pomeriggi
sul campo da calcio, le sere in sala giochi, e l’immaginazione su quei vent’anni, che
apparivano lontani e splendidi.
Ricordo di uno squallido parcheggio di fronte a uno di quei locali dove
l’adolescenza sboccia in risse e litrate di birra per lenire le prime frustrazioni. I
tempi erano più difficili, e se non avevi ancora combinato un cazzo allora iniziavi
ad essere considerato se non uno sfigato per lo meno un diverso, venendo additato
come “quello che ancora non aveva..”, lì non so se più per arsura o per disperazione
avvenne. Io, che sul banco di scuola avevo fantasticato sulla vicenda di Paolo e
Francesca, conquistai il mio primo bacio sulle scalinate di un disco-pub davanti a
degli ubriachi fradici, che attendevano il loro turno. Nonostante tutto, ritornato a
casa, ero felice, se non altro era stata una serata da poter ricordare.
36
Poi quel bacio finalmente reale alla persona che quando la pensi speri che anche lei
ti stia dedicando almeno un pensiero, quella che in una notte come questa potrebbe
anche solo con un bacio sulla fronte, spegnere per un po’ pianti, angosce, paranoie,
e accompagnarti nel sonno profondo. Ricordi sbiaditi affiorano alla mente, ma se
le immagini riescono ancora ad essere evocate, più difficile è ricostruire i suoni,
gli odori, il tatto e il gusto di quei momenti, di quella mattina d’inverno che
svegliandosi ti sorrise . Ma poi tutto è finito perché tutto finisce, e il solo ricordo di
quei baci non può sortire lo stesso effetto.
Rimangono così i volti ora vividi, ora sfocati, di tutti quei “avrei potuto..” ma poi
non era di certo la situazione adatta; alla fine la conoscevo appena; avrà di sicuro
altro per la testa; e poi chi sono io per osare un bacio.
Penso ai volti, agli sguardi, alle labbra, ai baci che mi sono stati concessi,
ma soprattutto a quelli che non ho osato dare, così rimorsi e inquietudine
s’impossessano di questa lunga nottata, alla fine non mi pare di chiedere la
Rivoluzione, ma soltanto un bacio per favore.
37
Una notte
02.04.07
Una notte, un mercoledì notte, un po’ di alcol per distendere i nervi, mi siedo sul
mio divano e cerco di raggiungere l’atarassia, non pensare a niente, ne a me, ne ai
libri, ne agli esami, ne a lei, ne lei.
Lei oggi forse felice, lei che ha avuto l’audacia, o il coraggio, o la fortuna di aver
saputo guardare oltre…
I suoi messaggi di questa notte mi sono sembrati, colorati, vivi al contrario delle
mie risposte che sono state grigie, ferme, immobili.
Sarà perché è mercoledì notte, sarà perché sono di carattere freddo, sarà perché,
dove sono nato io, non c’è il mare.
Per fortuna so di avere un’altra birra fresca nel frigorifero, basta poco per sentirmi
meglio.
Forse, anziché starmene qui mezzo ubriaco, già a vent’anni a rimpiangere i miei
ricordi dovrei reagire. Sì ma come?
Andrò a dormire, sarà perché sono le sei del mattino, sarà perché ormai si è fatto
giorno, sarà perché la bottiglia è vuota.
38
39
Scrivo perché spero che qualcuno mi legga,
anche se saranno solo gli amici,
è già qualcuno
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l’eterno ritorno
22.06.07
Finalmente mattina,
mattina d’esami, mattina in cui, forse, anch’io credevo di fare qualcosa d’importante,
mattina in cui, probabilmente credevo di vivere un momento simbolico, di essere
nel presente cosciente di un mio giro di boa, forse non il più importante ma il
primo, almeno.
Mattina in cui, sicuramente, mi sentivo capace anch’io di sognare un mio domani, magari
lontano, almeno abbastanza per dimenticare questi quattro squallidi muri, su cui ogni
tanto ho pisciato, forse per un’adolescenziale gesto di derisione contro l’autorità, forse
perché ero un po’ sbronzo, forse perché, alla fine a questo posto, mi ci sono affezionato, lo
sento un po’ mio, gli voglio bene.
E anche adesso, che tutto è finito da tempo, sono ancora qui, a pisciare su questo
fottuto muro, a camminare un po’ qui, magari immaginandomi uno zaino in
spalla…
Un po’ vi invidio maturandi di oggi, coi vostri pacchi di sogni ancora intatti, magari
ci ritroveremo, tra qualche anno, a pisciare su questo muro e a bere del buon vino
rosso sul : “non volere crescere…”.
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LA SCHIUMA DEI GIORNI
Sopra un cielo verde petrolio giocavano a rincorrersi due arcobaleni, il gioco creava
decine di nuovi colori, che si stagliavano nel cuore del cielo tardo pomeridiano.
La sera ancora non si decideva ad arrivare, quel giorno, allungando così l’ora degli
aperitivi. Sotto la volta multicolore le strade s’incontravano, più spensieratamente
di qualche ora prima, il lavoro era finito, ed ora i tavoli dei caffè sul corso erano
popolati di gente e sorrisi, i pub vendevano birra e i clienti erano contenti di gustarla
in un clima ancora così luminoso, nonostante l’ora sempre più tarda. Finestre, che
riflettevano tutti i colori del cielo, osservavano, come dei benevolenti, lo spettacolo
quotidiano della coda del giorno. Nonostante il trambusto l’osservare la scena dava
quella sensazione di calma e serenità, che può dare il mare calmo nei pomeriggi
più azzurri. Ognuno sapeva che, solo dopo poche ore, il cielo sarebbe tornato di
nuovo grigio, e gli autobus sarebbero stati di nuovo affollati di gente assonnata. Ma
al momento tutti riuscivano a non pensarci, e i bicchieri continuavano ad alzarsi in
fragorosi brindisi al tempo presente. Poco importa se l’esistenza appariva come una
folle corsa in circolo senza significato, se ogni amore pareva destinato a morire e
se la casa sarebbe divenuta sempre più piccola, fino a sparire. In fondo, alla fine di
ogni giorno, nessuno poteva togliere quella felicità, che si genera, come la schiuma
dall’onda, quando sta per riuscire, finalmente, a spegnersi sulla dorata superficie di
qualche spiaggia. Arriva la notte, ma la schiuma dei giorni ha lasciato dei segni sulla
sabbia, impossibili da dimenticare.
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PRIGIONI
Hasta siempre fratelli!
Stavo leggendo il nuovo titolo del nostro organo di resistenza “prigioni”, titolo
sicuramente duro ma che rispecchia in pieno la realtà. La realtà di una vita che
è formata da tante prigioni, che limitano sempre di più la nostra libertà. Queste
prigioni sono le leggi assurde e/o ingiuste, il realismo, il comportamento di massa,
le mode, lo schiavismo, il colonialismo, e potrei procedere per parecchie pagine.
La domanda che mi e voglio porre nella stesura di questo quaderno è la seguente:
E’ possibile scappare da queste carceri quotidiane?.
In base alla mia breve esperienza posso dire che finora mi è sembrato impossibile.
Un albero che combatte da solo contro una tempesta, per quanto possa resistere,
prima o poi verrà abbattuto. Mi sento costretto a guardare il mondo attraverso 4
sbarre, non mi sento veramente libero, vedo questa liberazione come un’utopia
irragiungibile.
La vita da carcerato non è facile, alzarsi al mattino sapendo di trovarsi davanti
ad un altro giorno stronzo, è difficile trovare la forza per abbandonare i sogni e
trovarsi sommersi nella merda della realtà. E’ difficile tirare avanti, ma bisogna
riuscirci, non voglio arrendermi alla classe A, se dovrò morire lo farò con le armi
in pugno, difendendo i miei pensieri, le mi UTOPIE
W L’UTOPIA
ABBASSO LA REALTà
carcerato n°0000 (Stefano)
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IMPRIGIONATI DA CARCERIERI SENZA CUORE
Scrive il carcerato n°0000, scrive per urlare la sua rabbia verso lo stato di prigionia
in cui è ridotto. Scrive per non piangere. Scrive per esprimere la sua incazzatura
verso i carcerieri di questa sua prigione. Sì perchè la società è composta da un
gran numero di carcerieri con le loro leggi e i loro comportamenti. Ci sono un
gran numero di persone stronze e false. Una persona può dirsi tua amica e fingere
di preoccuparsi per te, per poi abbandonarti quando pare. E’ una condizione
disatrosa, come può una persona fingere di volere bene? Questi carcerieri, oltre ad
essere molto stronzi, sono pure furbi, per farti soffrire di più si fingono tuoi amici
per poi fregarti. Questa è la società moderna. Noi imprigionati in mille prigioni, da
persone senza cuore, che compognogno gran parte della massa.
BASTA voglio evadere, ma la mia prigione è un fosso senza fondo, ed io mi sto
corrompendo finchè non mi distruggerò del tutto!
(“prima di morire” Carcerato n°0000)
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THE TIMES THEY’RE A CHANGING
Hasta Siempre!
Fratelli, purtroppo lo stress quotidiano scolastico ha ricominciato a torturarci, tra
poco si riprenderà con interrogazioni, compiti in classe, ma NON PENSIAMOCI.
Pensiamo a divertirci che è molto più meglio, per esempio sabato sera abbiamo
assistito, a mio modo di vedere, a uno strabellissimo concerto, dove un gruppo,
come la Gang, riesce a coniugare musica e parole, impegno militante e sentimento
con grande stile. Devo assolutamente ringraziare Marino per aver dedicato il
concerto agli ultimi comunisti, che però ha specificato saranno i primi di una
lunga serie, speriamo! Dopo alcuni anni di ristagnazione politica, le cose stanno
cambiando, c’è un nuovo forte movimento di contestazione che come nel ‘68,
parte dai comunisti e dagli anarchici per arrivare ai cattolici e agli ecologisti, un
movimento che inizia a far paura ai poteri forti, che sono costretti a fronteggiarlo
con la repressione di piazza e diffamandolo attraverso i loro strumenti di
disinformazione. Purtroppo con la spinta rivoluzionaria di cambiamento è
arrivato anche il terrorismo, prima la bomba a Venezia, poi in una sede della Lega
ed infine l’attentato spaventoso contro gli USA, come va tutta la mia solidarietà
ai parenti delle vittime, va tutta la mia rabbia contro il potere occidentale che ha
fatto di tutto per provocare quest’attentato, comportandosi da signore e padrone di
tutto il mondo. Bush vuole cercare i responsabili dell’accaduto? Basta che si guardi
allo specchio e poi volti lo sguardo verso i suoi predecessori, e verso gli alti piani
delle sue forze armate (terroristi almeno quanto i fondamentalisti arabi) e dei suoi
servizi segreti. Lui chiama l’occidente alla guerra, noi gli rispondiamo con un urlo
di pace. Sono stanco di questi intuli silenzi, uno perchè neanche un minimo di
questo atteggiamento è stato riservato a tutte le vittime delle sante guerre NATO,
o per i palestinesi ed i civili israeliani, o per qualsiasi altra tragedia umanitaria,
due perchè non voglio starmene in silenzio mentre i potenti per un’assurda quanto
disastrosa, se si dovesse verificare, come sembra, vendetta. Non voglio vedere
morire altri innocenti, non voglio vedere altri attentati terroristici che in caso di
intervento USA si moltiplicheranno, io voglio la pace, voglio la pacifica esistenza
tra i popoli, non voglio starmene in silenzio, voglio urlare:
LA MIA LOTTA PER LA PACE
Stefano
45
GENOVA LIBERA
Venerdì 20 luglio 2001 torno da lavoro, mi addormento, appena mi sveglio la tv è
sintonizzata sul tg3, si parla di Genova, sneto che si parla di un morto, mi precipito,
il compagno Carlo Giuliani muore ucciso durante la grande manifestazione di
Genova contro il G8, organo illegittimo che si permette di decidere le sorti della
terra in base al volere delle multinazionali e di pochi altri potenti. Carlo si trovava
in piazza a manifestare con i compagni in quella giornata e fu colpevole di cercare
di difendere se stesso e le altre persone in piaza da una pistola puntata contro
di loro. Ora non voglio colpevolizzare il carabiniere (militare di leva!) venutosi
a trovare in una simile situazione, colpevolizzo chi ha organizzato la repressione
genovese con il preciso ordine di intimidire ogni forma di dissenso.
SABATO 21 Luglio 2001
ore 00.00 - Parto da Brescia con un gruppo di compagni, in treno, alla volta di
Genova, nonostante i fatti della giornata appena trascorsa il morale è alto in treno,
si ride, si scherza, si beve, si fuma e si spera che la giornata che ci aspetta non sia
tanto tesa come quella trascorsa.
ore 6.05 - Arrivo alla stazione di Quarto. Tempo di svegliarsi (chi cazzo ha dormito?)
e partenza a piedi alla volta di Genova città dove si terrà la manifestazione.
Ore 6.40 - Mentre siamo fermi su un marciapiede per la colazione sfrecciano 4-5
cellulari di sbirri, una di loro ci segna con il dito di andare affa... un’altro estrae addirittura un manganello sventolandocelo sotto gli occhi. Dalla nostra parte si leva
un grido ASSASSINI, un urlo che ci accompagnerà per tutta la giornata.
Ore 8.00 - Arriviamo in corso Italia e ci concediamo una mattina da turisti, senza
troppe preoccupazioni
Ore 12.00 - Inizia la manifestazione, gli socntri visti in tv del giorno prima
sembrano distanti anni luce.
Ore 14.00 - Fumi bianchi di lacrimogeni all’altezza del piazzale Kennedy bloccano
il corteo che fino a quel momento era stato una festa, la tensione cresce, noi
riusciamo a passare tra i lacrimogeni e raggiungere corso Torino, lì veniamo
caricati diverse volte ma da lontano, molti lacrimogeni, ma viste le immagini c’è
andata molto bene.
46
Ore 15.00 - Il corteo continua a sfilare per le vie di Genova, nonostante la tensione,
si ha sempre voglia di cantare e di urlare i nostri slogan, fra tutti: GENOVA LIBERA
Ringrazio tutti i genovesi che ci gettavano cibo e acqua per bere o per rinfrescare
la giornata torrida e tutti coloro che hanno sventolato le loro mutande dai balconi
davanti a Silvio e ai suoi Lord.
Ore 16.30 - La manifestazione si conclude ma la città è piena di barricate e scontri,
quindi radio gap invita tutti i manifestanti a ritrovarsi al Marassi giudicato un
posto “tranquillo”.
Ore 17.00 - Arrivo al Marassi, c’è molta gente che si sta riposando dopo la dura
giornata, gente che mangia, che dorme, che chiacchiera, nessuna tensione, ma due
elicotteri degli sbirri ci osservano dall’altro.
Ore 17.05 - Arriva la celere, comincia la carica...una carica imprevista contro gente
assolutamente pacifica che non stava nemmeno manifestando, molti scappano,
altri si incazzano e organizzano una carica contro i polotti. Questa non è gente
violenta, ma sono persone esasperate da una giornata sotto cariche e lacrimogeni,
la stessa rabbia che aveva provocato gli scontri anche in piazza alimonda il giorno
prima. La pula indietreggia leggermente, ma poi risponde e ci ritiriamo ancora,
fortunatamente lo scontro finisce qui, si vede che eravamo in troppi e hanno avuto
paura a massacrarci.
Ore 18.00 - Decidiamo di arrivare nella riaperta stazione di Brignole, aspettiamo
oerò un gruppo abbastanza folto perchè sono arrivate notizie di gruppetti che si
stavano recando in stazione fermati e pestati dalla polizia.
Ore 18.40 - Finalmente in stazione , dove dopo aver mangiato un po’ mi
addormento.
Ore 20.00 - Non si capisce quando cazzo dobbiamo partire, comunque alcuni
treni sono già partiti e altri stanno partendo. Salutiamo i compagni in partenza
tra sventolii di bandiere rosse e pugni chiusi, hasta siempre e appuntamento alla
prossima.
Ore 22.30 - Siamo in treno ma non partiamo, dobbiamo aspettare dei compagni di
Milano. Nell’attesa arriva la notizia della presa fascista della scuola Diaz. Qualcuno
vuole andare a sostenere i compagni, ma purtroppo mancano le forze.
47
Ore 00.00 - Partiamo da Genova
Ore 4.10 - Arrivo a Brescia dove un coglione del parcheggio ci chiede se siamo
andati a Genova e ci informa che abbiamo fatto una cosa inutile. Se non fossero le
4 e non fossi a pezzi lo prenderei a calci.
Ore 5.10 - Arrivo a casa
PS Mi scuso per l’approssimità degli orari, che vanno in base alla mia memoria.
Questa è la Genova che ho vissuto io. Non voglio soffermarmi sui vari soprusi della
polizia, già ampiamente dimostrati dai deputati di AN che giravano le caserme
ad incitare gli sbirri ad essere il più spietati possibili. Voglio solo esprimere
preoccupazioni per la democrazia ed il diritto a manifestare nel nostro paese, che
questo governo sempre più di destra sta mettendo a repentaglio.
LA LOTTA, LE BANDIERE ROSSE, I PUGNI CHIUSI DEI COMPAGNI, LE
URLA DI RIVOLTA
LA REPRESSIONE, LE CAMIONETTE BLU, LE LORO SIRENE, I MANGANELLI
DI QUEGLI ANIMALI
POI UNO SPARO
BUM
TU CADI A TERRA MA LA LOTTA CONTINUA E CON NOI ANCHE LA TUA
VITA!
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AVVENIMENTI
Ciao Fratelli!
Pare che la nostra classe B stia attraversando un momento difficile. Ma ricordatevi,
è indispensabile toccare il fondo per tornare a galla, però non dobbiamo annegare,
la resistenza è uno dei tanti pilastri che regge la classe B! Coraggio! Stiamo vivendo
un grande buio dentro giorni tristi, ma non dobbiamo scoraggiarci, cerchiamo di
portare i nostri ricordi nei momenti giusti dove stavamo bene, dove non abbiamo
mai pianto, non dobbiamo illuderci che possano tornare, però potrebbero essere
le fondamenta per la costruzione di una felicità che abbiamo perso in chissà quale
idiozia televisiva, inutile voto, o lezione scolastica, in persone stronza alle quali
non gli frega proprio un cazzo di noi!
Capisco che possiamo sentirci stanchi, depressi, demotivati, abbattuti, ma non
dobbiamo arrenderci, non renderemo mai le nostre armi (giustizia, eguaglianza,
libertà) che pur non sparando sono più efficaci di un carro armato. Noi siamo la
classe B e se dovremo morire, moriremo con le nostre armi in pugno, combattendo,
finchè anche la più fioca speranza riuscirà ad illuminare i nostri abbattuti, ma vivi
cuori.
Fratelli, dobbiamo ricominciare da zero, affrontare situazioni che stancamente si
ripeteranno senza tempo, a questo punto non dobbiamo mollare, qui la lotta si fa
dura ma noi, se le prenderemo di santa ragione, dovremo insistere di più. Quando
ci alziamo e ci sentiamo distrutti facciamoci forza e andiamo incontro al nostro
giorno, coraggio fratelli, coraggio! Non spariamo cazzate citando don Abbondio
(tutti noi conosciamo le capacità mentali del classe A, Manzoni, cfr “i promessi
sposi”), tutti noi in quanto esseri viventi possediamo una certa dose di coraggio,
ora possiamo decidere se questo coraggio vogliamo sopprimerlo, oppure urlarlo,
sbatterlo in faccia a questa società di merda, vomitarlo sopra il capitale trionfante
che vuole alienare le nostre menti. Fratelli, dobbiamo mantenere il coraggio di
sognare. Almeno questo accanto a questo realismo del cazzo. Opponiamo i nostri
sogni, ricordatevi: se un sogno è sognato da una persona sola rimane un sogno, se
siamo in molti a sognarlo, è l’inizio di una nuova realtà. Difendiamo i nostri sogni,
le nostre utopie, perchè: può essere chiamata vita, un’esistenza senza il sognare?
Fratelli, dopo tutto questo buio, quando finalmente rivedremo la luce ci apparirà
più bella, non c’è niente che sia per sempre, perciò se è da un po’ che stiamo così
male ed il nostro diploma è il fallimento, dovremo conseguire una laurea per
reagire. Resistere, resistere, questa parola dev’essere stampata nel nostro cuore.
Fratelli, o resisteremo o moriremo, a voi la scelta!
Per me ora la classe B non è più un gruppo di compagni di classe che ha voglia di
sparare cazzate e prendere per il culo Kaos ecc. La classe B per me è un gruppo
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di resistenza culturale, che ancora non si vuole piegare al comportamento della
classe A, che equivale a quello della massa (non sto scherzando, davvero!). Ora
non credete che io sia l’ottimista di turno che cerca di tirare su il morale con
ragionamenti idioti. Io sto male, probabilmente sono anche più depresso di voi,
ma nella mia depressione ho capito che la tristezza è un’arte, è il segreto dei poeti:
essere tristi significa essere persone che pensano, che si interessano della realtà
circostante, e che rendendosi conto dello schifo circostante non rimangono
indifferenti, ma divengo tristi: solo le persone più sensibili si rattristano per la
realtà. E noi siamo fortunati ad essere tristi, forse saremo in via d’estinzione, ma ci
siamo ancora! Esistono ancora persone che pensano e si rattristano liberamente,
questo dobbiamo urlarlo con tutta la nostra voce, su ogni ingiustizia commessa da
chiunque in qualsiasi parte del mondo. Nello stesso tempo, nella mia depressione,
ho anche capito che però non si può stare fermi a constatare la propria rovina,
bisogna cercare di reagire, in certi momenti è veramente difficile, sembra quasi
impossibile. In questi casi è indispensabile un aiuto esterno, fratelli non chiudiamo
in noi stessi la nostra solitudine, diamole sfogo. La nostra tristezza deve servirci per
reagire, non per rovinarci.
CORAGGIO INSIEME RESISTEREMO
50
10-1-2009
Domani saranno passati dieci anni dalla morte di Fabrizio de Andrè.
Dieci anni fa io ero in prima superiore, era il 1999 e quello fu un anno in qualche
modo importante. In quell’anno in quella scuola ho conosciuto delle facce che
m’hanno accompagnato per un po’ di tempo, e alcune, per fortuna o purtroppo,
me le trovo spesso davanti anche in questo 2009 ed è stato in quel lontano anno
in quella scuola che cominciai ad ascoltare i dischi di fabrizio, ricordo la cassetta
duplicata da un compagno di classe che fece da colonna sonora a quelle vacanze
natalizie di fine millennio, fu una scoperta importante, esistenziale, prima di quel
periodo le mie conoscenze erano limitate a quelle quattro, cinque canzoni, che
si susseguivano ininterrottamente negli interminabili viaggi verso quei quindici
giorni sul Mar Adriatico, che per diversi anni anni sono state le mie vacanze. Credo
di dovere molto di ciò che ho vissuto in questi dieci anni alle sue canzoni, la lotta
collettiva sulle note della “canzone del maggio”, poi inevitabilmente ridotta a quella
personale e soggettiva del bombarolo, il pacifismo per niente retorico di Piero,
vittima di una guerra non sua, la simpatia per quel ebreo palestinese che “con un
gesto soltanto fraterno una nuova indulgenza insegnò al Padre Eterno”. L’amore per
la città di Genova, passeggiare oggi in via del Campo senza che lui fosse mai esistito
non avrebbe lo stesso significato, sulla melodia della “canzone dell’amore perduto”
ho capito come le passioni possano piano spegnersi e svanire e come s’invecchi
anche a vent’anni. I rimorsi per “quelle cosce color madreperla, che rimasero forse
un fiore non colto”. La voglia d’esistere del suonatore Jones “che con la vita avrebbe
ancora giocato...”
Sono certo che senza questi pezzi la mia vita fino ad ora sarebbe stata sicuramente
più vuota, è questa la bella eredità che Fabrizio ci ha lasciato.
Nell’assoluta indecisione sul pezzo da inserire vi propongo una canzone che mi
ricorda quelle buie mattinate di dieci anni fa in cui il mio stereo mandava le
canzoni di Fabrizio come sveglia.
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Apriamo i cancelli
degli asili, delle
scuole, delle
università e di tutte le
altre prigioni …
Un numero intorno al 6000, è la cosa che più mi ha colpito quando mi è stata
consegnata la pagella di quinta superiore.
quelle cifre indicavano il numero di ore che io avevo trascorso internato
nel mio liceo. Per un attimo ho pensato a tutte le cose che avrei potuto fare in
quell’incredibile massa di tempo, leggere tutti libri di Kafka, innamorarmi,
imparare il tailandese, contare le stelle, bere fino a vomitare, dormire. Invece mi
sono tornate alla mente le grigie mattinate, seduto a fissare il vuoto e la lancetta dei
minuti. Le ore trascorrevano lente tra suoni di campanelle e segni sulle lavagne, tra
assopimenti di prima mattina e lezioni soporifere, tra interrogazioni più o meno
inaspettate e compiti in classe diversamente bestemmievoli, all’incirca in questo
modo si è consumata la mia adolescenza.
Gli insegnati non sono mai riuscito a classificarli, una posizione sempre altalenante
tra il complice e la vittima. Adesso, dopo qualche anno che mi sono diplomato,
penso d’aver compreso che anche loro erano vittime, forse in una condizione
addirittura peggiore della mia. Ingabbiati in un luogo dove cultura si traduce in
un sapere prettamente nozionistico da impartire agli studenti e formazione del
cittadino significa educazione all’obbedienza dove ogni segnale di vivacità mentale
viene soffocato in difesa della sacralità del piano didattico. Ripensando ai miei
anni da liceale mi vengono in mente lezioni tediose, inutili numerini scritti su un
libretto, minacce di bocciature e debiti formativi, non ricordo viaggi appassionanti
nella scienza o nella letteratura, tra i banchi di scuola non sono mai riuscito a
entusiasmarmi per uno scienziato, un filosofo, o un chimico, non perché non lo
volessi ma perché l’ambiente era stato creato per sopprimere sul nascere ogni tipo
di entusiasmo o di amore per il sapere.
Voglio concludere questa breve riflessione esprimendo un po’ di disprezzo per chi
siede sulle poltrone delle presidenze, per chi , in piena conformità con i dettami
della scuola moderna, amministra la scuola in maniera fascistica e autoritaria, per
chi mostra scarso interesse per i diritti degli studenti attraverso inutili ingerenze
sulle assemblee d’istituto o negando senza motivo l’intervallo il primo giorno di
scuola. buon anno scolastico a tutt*
Quintiliano
(scrittore latino)
52
breve riflessione in una notte di mezz’estate
30.12.06
La signorina estate filtra dalle finestre della mia stanza, dopo mesi è tornata ad
accompagnare le mie giornate, la vedo in televisione, la sento nelle strade, la gente
ha voglia di divertirsi, di sfogare un anno represso in fabbrica, a scuola o in ufficio.
È estate cazzo!
L’estate è arrivata e io avrei tanta voglia di scaricarle il mio vomito in faccia.
Provo a cercare di ignorarli, di ignorarvi, di ignorarmi, con le loro stupide ferie
programmate quando fuori dalla finestra ancora nevicava, con le loro stupide
menti piene di illusioni da realizzarsi entro settembre, con la loro voglia di essere
che ancora li tiene in vita.
Qualche volta ho pensato di iniziare a drogarmi ma ci vuole troppo coraggio e
determinazione, e poi forse non servirebbe a nulla, finirei per costruirmi un
benessere artificiale non molto diverso da quello ricercato da chi pensa di sentirsi
realizzato costruendo una famiglia, ottenendo un pezzo di carta con scritto “laurea”,
scopandosi il maggior numero di tipe possibili e altre stronzate di questo genere.
A volte ho pensato addirittura al suicidio ma poi capisco che è un gesto troppo
stupido o intelligente per uno come me, questa fine è riservata solo ai cretini e
agli eroi, e la mia mediocrità non mi consente di appartenere a nessuna delle due
categorie.
A volte mi ritrovo alle tre del mattino, in una nottata estiva, a bere vino e scrivere
ciò che credo di essere.
Forse per voi leggere queste righe sarà stato l’equivalente di un gran calcio nei
coglioni ma a me è servito.
Vi ringrazio per l’attenzione ora possiamo continuare a pensare all’Italia campione
del mondo, alla settimana che passeremo al mare, alle tette di quella tipa che
abbiamo visto l’altro giorno al lago e a quanto siamo fortunati ad avere vent’anni
agli albori del millennio.
Si è fatto tardi ora si va vivere o dormire, io spengo la luce e rimango a fissare il
soffitto. 53
Le beatitudini...
26.05.07
Felicità, la felicità non esiste.
O se esistesse io non l’ho mai conosciuta, non ne ho mai fatto esperienza.
Provateci voi a spiegare cosa si prova ad andare a 200 Km\h in auto a un !kung
del botswana…
Quindi beati voi:
Che avete una bella auto, e che magari riesce pure a farvi rimorchiare;
Che avete una bella donna, che magari si sveglia pure prima di voi per prepararvi
il caffè ogni mattina,
Che avete un bel lavoro, un salario, una bella casa, degli amici simpatici e
divertenti, un colore preferito, un numero fortunato, paura dei ladri, fiducia in voi
stessi, una squadra del cuore, un dio, le immagini di padre Pio appese al muro, un
politico preferito, molte certezze e pochi dubbi, le ferie prenotate, un albero di
natale, tanti progetti da realizzare, fiducia per il futuro, un po’ di autostima, un
diploma o una laurea, un bel paio di scarpe, un figlio, il frigo pieno, il letto caldo,
tanti elettrodomestici, un’amante, tre televisori, molti vestiti, un armadio pieno di
farmaci, i fiori sul balcone…
Beati voi che siete stati così fortunati,
non sapete quanto vi invidio…
54
QUANDO I NERI TORNANO AD UCCIDERE
08.05.08
Alla luce di questa primavera, finalmente sbocciata, i neri, incuranti della colorata
stagione, tornano a farsi notare nelle strade. Che c’è di strano? Penserete voi. I neri
oggi siedono tranquillamente tra i banchi di maggioranza in parlamento, alcuni
di loro sono ministri, e il loro discusso duce ricopre la terza carica dello Stato. I
neri tornano ad uccidere, quasi in sordina, un atto che alcuni definiscono “solo”
di semplice bullismo. Credo anch’io che nelle teste di quei ragazzi non ci fosse la
stessa volontà criminale di chi ha fatto esplodere stazioni e piazze, ma rimane il
fatto che una persona ammazzata di botte per strada non può essere definita una
“ragazzata”. Vuoti e addormentati paiono essere i pomeriggi veronesi, e forse qui va
ricercata l’origine di una follia che molti definiscono, comodamente, inspiegabile.
La totale assenza di prospettive, le scarse opportunità da cogliere, una noia difficile
da scrollarsi di dosso gettano decine, centinaia di giovani tra le fauci della destra
radicale. Non è, probabilmente, un caso che la tragedia sia avvenuta proprio all’ombra
del balcone di Giulietta, da anni gli osservatori delle nuove destre stanno definendo
la “situazione Verona” come un pericoloso laboratorio di neofascismo e intolleranza,
ne è una sconcertante prova il comportamento dei suoi ultras,ma, almeno fino ad
ora, sono rimasti inascoltati sia dalla società civile nazionale tanto più dai cittadini
veronesi immersi totalmente in uno stagno colmo di razzismo e xenofobia, che si
manifesta nelle facili battute contro chi ha un viso di un colorito un po’ diverso o in
un voto per il sindaco Flavio Tosi, che oggi si sta riducendo ad estenuanti esercizi
di plastica facciale per mostrare una città civile e tollerante che, purtroppo, non
esiste. Non s’intenda che questo sia un problema solo del centro veneto, la soluzione
sarebbe fin troppo semplice, sempre più gente, di ogni città, cade in questo stagno,
ne è la prova il raddoppio dei consensi che la Lega ha ottenuto in Emilia Romagna.
Troppo facile, oggi, prendersela, esclusivamente, con i cinque omicidi. “Ingabbiateli,
e buttate via le chiavi.” Esclamano ora i loro ex-camerati augurandosi che dietro
quelle sbarre rimanga intrappolato anche il loro senso di responsabilità. L’aumento di
consensi, che fa lievitare la bolla dell’estremismo di destra è un problema di tutti da
cui nessun democratico può considerarsi assolto. Bisognerebbe iniziare a indignarsi
pubblicamente in ogni luogo e in ogni momento assistiamo ad un atteggiamento
di più o meno celato razzismo. Si dovrebbe fare dell’antifascismo una pratica
quotidiana e non ridurlo, come forse oggi, a uno slogan da scrivere sugli striscioni
in manifestazione. La posta in gioco è altissima, perché è chiaro che più la destra
amplierà i consensi più diminuiranno quegli spazi di democrazia e confronto, che
hanno formato la “meglio gioventù” di questo paese. 55
sulla strada per la rivoluzione (o almeno
così credevo...)
03.06.07
Forse in ritorno, da un viaggio già intrapreso, prima di oggi, di questo momento,
di adesso..
Tra una strada che si inerpica tra i monti, e dio che si fa liquido per poi divenire
sperma , che si liquefà nel mio lavandino, oggi, in questa tersa mattinata di giugno,
voglio sentirmi libero di sognare, di sognare che dopo la notte di pioggia sorgerà
sempre un’alba mielosa e splendida, di sognare che, dopo il lungo inverno, arriverà
finalmente la rossa primavera, di sognare una festa della repubblica in cui ogni
monarca verrà ghigliottinato in place de ...
Immagino scende di giubilo alla caduta della testa della regina Elisabetta, mentre
io sventolando la bandiera verde e brindando con vecchi repubblicani di Belfast
potrei gridare “cornamuse e mitra son per sands”.
Immagino folle festanti alla caduta della testa di Benedetto XVI, in piazza san
pietro tra i bianchi e piangenti colonnati.
Mentre io, sventolando il tricolore, insignito del berretto giacobino, potrei
finalmente brindare alla libertà, all’ eguaglianza, alla fratellanza.
In preda a uno spirito dionisiaco di rivoluzione, sogno di baccanti giungere, al
ritmo della festa, nei nostri villaggi per re-insegnarci il senso della vita.
Sogno di druidi e donne evocare vecchi dei, che forse un giorno vissero come
floride sorgenti, sogno di un tempo che in fondo mi piace vivere ora, adesso…
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Scrivo per dare un po’ di concretezza alla fantasia
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LETTERA A MAXImIlIEN
29.01.09
Caro Maximilien,
da quali pensieri eri tormentato durante quell’inverno di oltre due secoli fa.
T’immagino che esci dal tuo circolo proprio mentre una sera gelida sta calando su
tutta Parigi. A cosa pensavi per strada, immerso in una folla anonima e disperata,
alla ricerca della via di casa, forse che poco lontano da quelle vie, quella stessa sera,
in un gradevole tepore si sarebbe ballato per l’intera nottata sull’armonia di dolci
sinfonie austriache. Cos’hai risposto al fornaio che, mentre ti porgeva il pane per la
cena, t’ha domandato: - Cosa ne facciamo di questa Francia?-. Sapevi già forse, che
mentre cenavi nella solitudine del tuo salotto, appena fuori dalla tua porta, in certi
cafè, altre persone davano voce a concetti simili ai tuoi pensieri. Ti è mai sfiorata
l’idea di tornartene ad Arras a fare l’avvocato al posto che dedicarti anima e corpo
a quel sogno bello quanto assurdo, ricordi quel giorno che rinunciasti alla carriera
di giudice per non affidare al boia nessun cittadino. Che libro leggesti quella notte
Maximilien prima d’abbandonarti al sonno?
Una notte nuvolosa e gelida strinse in una morsa l’intera capitale, su una rupe poco
lontana dalla riva sinistra della Senna, due giovani studenti s’ubriacavano di vino
rosso e fissavano il fiume, che continuava a scorrere esattamente nello stesso modo
in cui erano abituati a vederlo, almeno nei diciotto anni che avevano vissuto fino
a quel momento.
Dici che riusciremo mai a vivere in modo diverso? Voglio dire meglio di ora, e non
solo noi, ma pure quelli che stanotte stanno battendo i denti per il freddo e per la
fame.Non lo so amico mio, la vita dei parigini pare scorrere esattamente uguale ogni
giorno proprio come l’acqua di questo fiume, forse c’è troppa miseria e disperazione
perché qualcosa cambi..Se penso che oltre questo fiume proprio stasera un pugno di uomini ben vestiti
stanno ballando, bevendo e ingozzandosi fino alla nausea.. Maledetto sia il re e
pure quella crucca che si porta a letto.Bisognerebbe tagliare la testa a quei due, te lo dico io, amico mio, ma chissà che
anche noi alla fine non ci adegueremo al placido scorrere di questo fiume.Magari no, e un giorno sulla costa di questa acque potranno passeggiare dei
cittadini e non più dei sudditi, in fondo il ricordo della Comune è ancora vivoVive la commune!La commune n’est pas morte!-
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Una luce di color indaco illuminò di nuovo la capitale, le prime voci cominciarono
a riempire i vicoli e le strade mentre venivano aperte le porte delle botteghe e delle
officine. Poco lontano da lì, nel giardino della reggia, alcuni invitati al gala della
sera precedente stavano assistendo un gentiluomo che stava vomitando, una dopo
l’altra, tutte le portate dello sfarzoso banchetto, mentre in un cespuglio vicino, i
bagliori dell’alba sorpresero una coppia di giovani innamorati, che stavano facendo
l’amore. Il re e la regina s’erano rinchiusi nelle loro stanze ormai da qualche ora, e la
servitù aveva un bel da fare per ripulire il salone, servitori uscivano da palazzo con
sacchi colmi di avanzi e si avviavano verso le regali stalle. Nel frattempo l’invitato
aveva finito di vomitare e disse:
Ora sto bene ma avrei fame..E ti credo, e come se non avessi cenato, brioches fresche?Vada per le brioches..A cosa pensavi quel mattino Maximilien mentre eri seduto al tavolo per la colazione
e guardavi un altro giorno nascere fuori dalla finestra, cos’hai pensato quando hai
incrociato quei due giovani studenti, evidentemente ebbri, che non sazi bevevano
ancora a mattino fatto e parlavano a voce alta della comune.
Ti consolava il fatto che nel giro di qualche mese il caldo avrebbe scacciato via quel
lungo inverno, ma quali progetti avevi per quell’estate che doveva venire, Maximilien?
(1789-2009) aux armes, citoyens...
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lo strano viaggio di pastore tedesco e pera
cotta
19.04.07
Era una notte buia e senza luna, il mare in tempesta agitava la povera barca
“Occidente” dove, loro malgrado, si trovavano Pastore Tedesco e Pera Cotta.
L’oscurità del cielo e il mare agitato sembravano aver fatto smarrire ai poveri
navigatori il senso dell’orientamento, nessuno dei due voleva azzardarsi a
prevedere dove sarebbe finita la loro povera “Occidente”, dispersa in mare aperto,
presa a schiaffi dalle onde, lontana da quei porti che, fino a poco tempo prima,
l’avevano fatta apparire come un mezzo sicuro per navigare verso il progresso in
mari sempre più aperti.
La tempesta infuriò per tutta la notte e soltanto al sorgere dell’alba, l’imbarcazione
andò alla deriva lungo una spiaggia lontana diverse miglia dai sicuri porti dove
“Occidente” era solita attraccare, inutile sottolineare il senso di sconcerto e
disorientamento che prese immediatamente Pastore Tedesco e Pera Cotta appena
riuscirono, finalmente, a provare di nuovo quella piacevole sensazione che provoca
il sentire della terra sotto i propri piedi.
-Sapevo che Dio non ci avrebbe abbandonato...Disse Pastore Tedesco, convinto di essere ancora in vita grazie alle preghiere
recitate durante la notte.
-L’esperienza insegna che non bisogna mai perdere la fede, nemmeno nei momenti
in cui la grazia divina sembra averci abbandonato. Ieri sembravamo destinati a non
rivedere mai più la luce del sole, ed invece eccoci qui a poter ammirare nuovamente
lo splendore del sole appena sorto...- Aggiunse.
Intanto Pera Cotta continuava a rivoltarsi, in maniera sempre più nervosa, le tasche
dei suoi pantaloni completamente fradici.
-Perchè ti affacendi in maniera tanto nervosa?- Chiese Pastore Tedesco.
-Temo di aver smarrito in mare tutti i miei denari...- Rispose Pera Cotta con un
tono combattuto tra l’adirato e lo sconsolato.
-Non ti affliggere..- Lo rassicurò Pastore Tedesco,
-Molto probabilmente i tuoi denari sarebbero stati comunque inutili nel luogo in
cui ci troviamo...-Cosa intendi dire?!?Domandò Pera Cotta in un modo non più adirato ma che svelava forte inquietudine
e preoccupazione.
-Credo semplicemente che i tuoi denari, in questo luogo, siano semplicemente dei
pezzetti di carta senza alcun valore...- Rispose pazientemente Pastore Tedesco.
-E come si acquistano le cose qui??? Che cosa bisognerà dare alle casse dei centri
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commerciali??- incalzò Pera Cotta sempre più spaesato.
-Ma come ti vengono queste domande? Non sappiamo ancora se questa terra
sia abitata e tu pensi ai centri commerciali, che forse, qui, devono ancora essere
costruiti...- spiegò Pastore Tedesco,
-Dove diavolo siamo finiti!?- Disse tra il disperato e il piangente Pera Cotta quando
cominciò a capire di essere naufragato su un territorio molto lontano dalla propria
casa.
-Probabilmente, saremo molte miglia lontani da casa, non mi pare proprio che
questo luogo sia già stato raggiunto dalla civiltà..- Constatò Pastore Tedesco.
Appena udite queste parole Pera Cotta impallidì e svenì.
Dopo alcuni istanti e qualche schiaffo Pera Cotta rinvenì, ma ora la preoccupazione
aveva lasciato spazio a un vago senso di terrore.
-Riusciremo mai a tornare a casa? Chissà quale popolo abiterà queste zone,
probabilmente dei selvaggi senza un minimo di senso civile, magari saranno anche
cannibali...- Pera Cotta continuava a fare queste tragiche previsioni mentre il suo
volto si trasformava sempre di più in una smorfia di terrore.
-Non dobbiamo preoccuparci.- Cercò di rassicurarlo Pastore Tedesco.
-Ieri notte ho pregato Dio perchè non ci accadesse nulla di male, e Lui mi ha
assicurato che non solo saremmo tornati vivi a casa ma ha anche detto che ha
grandi progetti per noi due...- Aggiunse con tono rassicurante.
-Significa che riuscirò a fare carriera in politica?- Domandò con un barlume di
ritornata speranza, Pera Cotta.
-Chissà, non mi ha detto quali saranno i nostri compiti, comunque ricorda:
l’importante è credere e avere fede nell’Unico e Vero Dio, solo in questo modo
una vita è degna di essere vissuta indipendentemente dal fatto che tu sia Pontefice,
Presidente del Senato, operaio o contadino.- Pastore Tedesco sorrise, soddisfatto
della sua predica.
In quel momento apparve sulla spiaggia uno stravagante personaggio, piuttosto
scuro di pelle era praticamente nudo, infatti, portava esclusivamente una specie
di cintura di pelle allacciata in vita, tra l’incuriosito e l’allertato si avvicinò ai due.
-E ora che facciamo?- Disse spaventatissimo Pera Cotta.
-Se solo avessimo con noi delle pistole.- Aggiunse.
-Quanto sei stolto figliolo...- Lo ammonì Pastore Tedesco.
-Non lo sai che è peccato sparare, senza una ragione, ad una creatura del Signore
per quanto bizzarra possa essere.Ormai l’indigeno si trovava a pochi metri da loro, ma tra l’insospettito e il diffidente
non osava avvicinarsi troppo, un po’ come quei cani selvatici, che non abituati a
vivere con l’uomo, diffidano a prima vista degli esseri umani.
Data la situazione, fu Pastore Tedesco ad avvicinarsi di un passo verso l’indigeno
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tentando di parlargli: -Riesci a capirmi.- disse.
Dalla reazione completamente spaesata e quasi spaventata dell’interlocutore,
Pastore Tedesco dedusse che la lingua propria delle popolazioni civili era ancora
sconosciuta in quella terra.
Ridottosi così al linguaggio primitivo dei gesti Pastore Tedesco cercò di far capire
che erano affamati e assetati.
L’indigeno osservò attentamente i gesti di Pastore Tedesco, e fece segno ai due di
seguirlo.
-Facciamo bene a fidarci di lui?- Domandò Pera Cotta.
-Non sappiamo nemmeno dove abbia lasciato i suoi vestiti.- Aggiunse.
-Suppongo che questo sia il modo di abbigliarsi di queste genti che, povere loro,
non sono ancora state illuminate dalla luce di Dio.- Sentenziò Pastore Tedesco.
Ascoltate queste parole, Pera Cotta, assalito dallo sconforto, cominciò a strillare
fortissimo e scoppiò in un pianto quasi infantile, e, al tentativo d’abbraccio di
Pastore Tedesco, si divincolò cominciando a correre, trotterellando in maniera
scomposta per la spiaggia, alla fine cadde inciampando su un granchio che, per sua
sfortuna, stava passeggiando sulla banchigia proprio in quel momento.
l ragazzo indigeno faceva molta fatica a comprendere il comportamento dello
stravagante personaggio che era sbarcato nei pressi del suo villaggio. Intanto Pera
Cotta si era rialzato e con gesti goffi e ridicoli tentava di scrollarsi di dosso la sabbia
che si era introffulata sotto i vestiti.
-Gente che ha un gusto così rozzo nel vestirsi, non sarà di certo più evoluta dal
punto di vista alimentare, saranno sicuramente cannibali, dobbiamo scappare!!Disse, tra i sospiri, Pera Cotta a Pastore Tedesco che, dopo la caduta l’aveva
raggiunto.
-Ora basta! Non posso credere che Nostro Signore abbia riservato una fine tanto
orrenda a due buone pecorelle come noi. Seguiamo quel selvaggio e, con l’aiuto del
Buon Dio, magari riusciremo a rimediare qualcosa per i nostri stomaci.Dopo aver, in questo modo, persuaso Pera Cotta, Pastore Tedesco si avvicinò al
ragazzo indigeno facendogli capire che erano intenzionati a seguirlo.
I tre si avviarono verso la boscaglia, una serpe color verde-blu sbucò dai cespugli
e fece una linguaccia a Pera Cotta che sobbalzò spaventatissimo e si ribagnò i
pantaloni che nel frattempo erano quasi asciugati.
Più passava il tempo e più si addentravano nella boscaglia, più il ragazzo indigeno
si chiedeva chi fossero i suoi due ospiti: terrorizzati da ogni animale della foresta,
vestiti in quella maniera così ridicola che copriva quasi completamente il corpo,
erano così diversi da tutti gli esseri umani che gli era capitato di vedere fino ad
allora.
Dopo alcuni minuti di cammino raggiunsero un piccolo corso d’acqua, dove Pastore
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Tedesco e Pera Cotta poterono dissetarsi. Un piccolo pesce, che soleva passare le
proprie giornate in quel punto esatto del fiume, si sentì infastidito dall’arrivo dei
due e infilzò i propri denti nella carne di Pera Cotta che emise un urlo talmente
forte da spaventare lo stesso animale che con un balzo riscomparve tra le acque.
-Sapevo che qui sarei stato considerato una specie di pietanza, cosa importa se da
uomini o da animali, in fondo quest’uomo cresciuto senza Dio sembra più simile
alle bestie che a noi. – Esclamò al colpo dell’esasperazione Pera Cotta.
L’indigeno, abituato ai dispetti dei pesci di fiume, porse al ferito un po’ d’erba
raccolta poco lontana, indicandogli di passarsela sulla ferita. Il dolore passò quasi
immediatamente e Pera Cotta fu presto in grado di riprendere il cammino.
Dopo pochi minuti raggiunsero il villaggio indigeno.
L’insediamento era composto da poche capanne, tutte uguali, disposte a cerchio
intorno a uno spiazzo completamente vuoto.
-Almeno si sono sforzati di costruire delle capanne.- Constatò Pera Cotta.
-Dove pensavi che vivessero? Sotto gli alberi?- Chiese Pastore Tedesco.
-Dato il loro abbigliamento non mi sarei stupito se avessimo visto questa gente
dormire a fianco di lupi e altre bestie nel cuore della foresta.- Spiegò, un po’ stizzito
Pera Cotta.
Quando furono vicinissimi alle abitazioni il ragazzo fece segno ai due di sedersi per
terra, intanto egli si addentrò in una delle capanne.
-Probabilmente il selvaggio sarà andato ad avvisare il capo villaggio della nostra
presenza, probabilmente non saremo i primi uomini occidentali ad aver naufragato
su queste coste.- Disse Pastore Tedesco.
-Speriamo di fargli una buona impressione, d’altronde saremo pure sporchi e
affamati ma rimaniamo comunque persone di un certo rispetto, non potrà non
notarlo.- Disse Pera Cotta.
Il sole, ora, era alto e cominciava a fare sempre più caldo, la luce intensa del giorno
faceva brillare il verde della foresta, i due si addormentarono. Furono svegliati al
ritorno dell’indigeno che gli porse due recipienti contenenti una sostanza giallastra.
Pera Cotta sorrise al ragazzo, ma pareva più un sorriso di cortesia.
-Non è proprio simile a un piatto di spaghetti, erò sono troppo affamato per
rifiutare.- Affermò Pera Cotta senza celare un po’ di allegria per il trattamento
amichevole che i selvaggi stavano tenendo verso di loro.
-Non si direbbe proprio uguale ad un piatto di wusterl e crauti, ma lo mangerò lo
stesso.- Disse ridendo Pastore Tedesco, anche l’indigeno sorrise e rimase con loro
mentre questi si sfamavano.
-Sarà stata la fame, ma non è stato poi così difficile ingoiarlo tutto.- Sentenziò Pera
Cotta a fine pranzo.
-Ora non ci resta che riparare la barca e ripartire.- Disse Pera Cotta.
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Pastore Tedesco non rispose, sembrava che un pensiero di enorme importanza
gli si fosse introffulato nella mente passando di prepotenza dall’orecchio durante
il pasto.
-Non so..- Disse con aria pensante, con lo sguardo ancora un po’ perso.
-Non sai cosa? Domandò Pera Cotta che cominciava già a spazientirsi...-Credo che non sia stato un caso il nostro naufragare in questa terra, selvaggia,
lontana dalla luce divina. Probabilmente Dio ha scatenato la tempesta di ieri notte
per permetterci di arrivare in questo e luogo e portare così, anche tra questa gente,
la sua Parola.- Esclamò tra l’eccitato e il commosso Pastore Tedesco.
-Certo, se così fosse tutto tornerebbe ad essere logico e razionale. Certo sarà un
problema evangelizzare questa gente che non conosce il linguaggio dei popoli civili.
Ma noi potremmo cominciare a dargli una prima infarinatura, poi chiameremo
qualche squadra di missionari, che sono bravissimi con i selvaggi, per iniziarli
definitivamente entro il cammino della Fede. Benissimo, Pera Cotta tu occupati di
rendere più civili i costumi mentre io tenterò di occuparmi della parte spirituale.Inutili dire che Pera Cotta si sentiva fortemente disorientato, proprio non sapeva
come iniziare a rendere più civili quei selvaggi nudi e senza dio. Ritenne che la
questione dell’abbigliamento potesse essere un buon inizio per iniziare quella
mandria di persone alla Civiltà. Come fare però a produrre dei vestiti? Egli non
aveva mai lavorato un giorno in vita sua, non aveva quindi la minima idea di come
si potesse fabbricare un indumento. Pensò che, per iniziare, potevano bastare
delle foglie che andassero almeno a coprire le parti più intime. Quindi, felice
della soluzione trovata si diresse verso il bosco per raccogliere le foglie. Il primo
albero comprese immediatamente le intenzioni di Pera Cotta e appena questi
si avvicinò sollevò immediatamente tutti i rami alzando ogni foglia a un’altezza
irraggiungibile. Avvisati dal gesto del primo, tutti gli altri alberi ne seguirono
l’esempio, impedendo così a Pera Cotta d’iniziare la sua opera di civilizzazione.
Dopo aver vagato in mezzo a centinaia di alberi tutti con i rami protesi verso il
cielo, egli trovò una vecchia piantaccia, malaticcia, forse già morta, ma che aveva
ancora i rami rilassati. Entusiasta per l’ormai insperata scoperta Pera Cotta corse
verso il vegetale che al suo arrivò tentò disperatamente d’innalzare i suoi rami, ma
ogni sforzo fu vano, alla fine si piegò su se stessa e permise all’uomo di violentarla
strappandole ogni singola foglia.
Le foglie raccolte da Pera Cotta erano tutte un po’ gialle, rinsecchite e facevano
un po’ schifo, ma lui ritenne che potevano comunque andar bene come primo
indumento per dei selvaggi come quelli
Soddisfatto del bottino raccolto si riavviò verso il villaggio, il viaggio di ritorno fu
sicuramente più complicato in quanto gli alberi avevano abbassato i loro rami più
del naturale, come se volessero ostacolare il passaggio di Pera Cotta.
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Il ritorno al villaggio non era certo l’impresa più ardua che l’attendeva, infatti
ora che era in prossimità delle capanne doveva inventarsi un modo per riuscire
a convincere quella gente a coprirsi con quelle foglie gialle e rinsecchite che egli
aveva raccolto per loro.
La situazione di Pastore Tedesco non era certo migliore, perso in molteplici
speculazioni teologiche sul come far conoscere Dio a quella massa di “quasiuomini”, non riusciva concepire alcun idea concreta per riuscire nel suo intento.
Passeggiava assorto intorno alle capanne tra gli sguardi incuriositi degli indigeni.
Il ritorno dei cacciatori gli permise d’avere l’illuminazione geniale o divina, che dir
si voglia. Quei selvaggi avevano infatti dei lunghi bastoni di legno, simile a delle
lance, che Pastore Tedesco ritenne utili al suo scopo. Seguì i cacciatori e appena
scoprì dove andavano a riporre le armi, si impadronì di un paio di quelle lunghe
aste.
Nel frattempo, il progetto d’apprendimento di buon costume iniziato da Pera Cotta
non stava dando alcun risultato utile, se non quello di far divertire un mondo gli
abitanti del villaggio. Infatti egli si era spogliato di tutti i suoi vestiti e s’era vestito
soltanto di una delle foglie che aveva raccolto, questo per cercar di fare d’esempio
per tutti i selvaggi. Ma gli indigeni, non riuscendo ad afferrare l’intento civilizzatore
continuavano solo a deriderlo, persino le nuvole del cielo ai aprivano in grandi risa
per lo spettacolo che si stava svolgendo sotto di loro.
Pastore Tedesco vide la scena e scosse la testa, poi sentenziò:
-È impossibile civilizzare i costumi di un popolo, quando questo brancola ancora
nel buio dato dall’assenza di Dio, è necessario portare prima il Vero Messaggio, poi
tutto il resto sarà necessariamente più semplice.Quindi egli prese le due lance, e legandone una con l’altra cercò di ottenerne una
croce. Poi andò a piantar l’oggetto appena fabbricato nello spazio vuoto, intorno al
quale si disponevano le capanne.
Subito dopo aver posto la nuova croce Pastore Tedesco s’inginocchio e cominciò
a pregare.
Un indigeno vide la sua lancia piantata in mezzo al prato, e tra lo scocciato e
l’adirato, andò a riprendersela.
Pastore Tedesco abbandonò il suo momento mistico e cominciò a inveire contro
il selvaggio blasfemo e senza Dio. A quel punto anche gli indigeni che stavano
osservando il divertente spettacolo di Pera Cotta, sentirono le urla di Pastore
Tedesco e andarono a vedere cosa stava succedendo. Arrivati sul luogo, videro
Pastore Tedesco che, come un indemoniato, gridava contro l’uomo che era venuto
a riprendersi la propria lancia.
E, appena accortosi dell’arrivo di altri selvaggi cominciò a inveire anche contro di
loro:
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-Razza bastarda, perché non volete accettare l’Amore di Dio, grave sarà la pena per
chi rifiuta la Vera Fede…Data la situazione, gli indigeni abbandonarono il loro atteggiamento amichevole e,
pur non essendo a conoscenza di nessun linguaggio civile, riuscirono a far capire
ai due “missionari” che la loro presenza non era più gradita.
Pera Cotta si tolse la foglia e si rivestì in tutta fretta, mentre Pastore Tedesco
continuava a inveire e a lanciare strane maledizioni contro tutto il villaggio. Alla
fine, spaventato dalle urla che qualche giovane indigeno stava rivolgendo nei suoi
confronti, si avviò anche lui quasi di corsa verso il bosco.
Dopo ore di cammino, aiutati un po’ dalla fortuna, un po’ dal buon Dio i
due riuscirono a ritrovare la costa e videro, non molto distante da loro, la loro
imbarcazione abbandonata.
Appena riportata la cara vecchia “Occidente in mare” era ormai sera e il sole si stava
per tuffarsi tra le acque rosse del mare, così Pastore Tedesco virò l’imbarcazione
verso il tramonto, e si diresse, come sempre conviene, verso ovest.
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AUTUNNO
Chiusa la porta numero 36 di via Trieste poteva dirsi, quasi soddisfatto, se non
contento almeno in pace con se stesso. Era venerdì, il cielo si stava rabbuiando,
al lavoro era stata una settimana di quelle che verranno ricordate come dure, o
da scordare bel giro di qualche tempo, e quindi si era convinto di meritarsi quel
relax un po’ fuori dagli schemi che s’era appena concesso. Le foglie bagnate dalla
pioggia scrosciante, che cadeva incessantemente avevano creato una politiglia
giallo marrognola morbida da calpestare, anche se la sensazione che se ne aveva
non era proprio piacevole, pareva di camminare su qualcosa di sporco, sudicio.
Ancor meno piacevole fu levare quella poltiglia dal parabrezza dell’auto, cercò
un fazzoletto, non lo trovò, si pulì sommariamente con l’interno della maglietta
bianca, che teneva sotto la camicia e si sedette sul sedile del guidatore, non fece
un buon lavoro le sue mani ancora sporche e appiccicose si posarono sul volante,
cercò di non pensarci, mise in moto, inserì la retro, e si avviò verso casa dei genitori,
giocando con la fantasia sulle possibili pietanze che sua madre gli avrebbe cucinato,
in quel momento fu assalito da un intenso appetito per gli gnocchi di pane.
Lei lavava i piatti, lasciati ad accumularsi da qualche giorno, non amava quell’attività,
non l’aveva mai gradita, ed ora che s’era trovata a vivere da sola, quell’atto era uno
dei compiti che più le pesava più dello stirare, del passare l’aspirapolvere, del tenere
una casa da donna, per quei pochi uomini, che si portava a casa, più o meno
interessati all’arredo e all’igiene domestico. Era stata una giornata piatta, si consolò
che sarebbe stata presto dimenticata, fuori pioveva e l’autunno inoltrato aveva
perso quella vivacità nei colori, che lo avevano caratterizzato soltanto fino a pochi
giorni prima. Fu nel momento in cui stava cercando di scrostare una caparbia
macchia di grasso che squillò il telefono, così gettò la spugna, si levò i guanti e
compì quei pochi passi che la separavano dall’apparecchio. Nulla d’interessante,
era il fratello, che chiedeva curiosamente di chiamare la madre per chiederle se
avesse già deciso cosa cucinare per la cena programmata per la sera stessa, e in
caso non avesse ancora scelto, la pregava di domandarle di preparare degli gnocchi
di pane, di cui gli era venuta una voglia improvvisa. Ma non poteva chiamare lui?
Protestò lei prontamente ma lui si scusò dicendo che il suo era il primo numero
tra le chiamate, e guidando nel traffico non voleva distrarsi oltremodo scorrendo
la rubrica. Lei poggiò il ricevitore, per poi riprenderlo e comporre quel numero
che fino a qualche tempo fa era stato anche di casa sua. Perché aveva poi deciso di
andarsene, la novità della completa indipendenza sfiorì in poco tempo, e pensava
che tenere una casa e lavorare al contempo non fosse appagante nemmeno per una
donna, che voleva mostrarsi emancipata come lei, inoltre se fosse rimasta a casa
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non avrebbe avuto tutte quelle stoviglie da lavare, che rimanevano impilate accanto
al lavello dimenticato acceso.
Il telefono squillò svegliandola da un sonno leggero preso davanti al televisore, il
padre nell’occasione fu salvato dalla sua sordità che pareva farsi sempre più grave,
ma alla quale lui pareva non dare troppa importanza, basta alzare un po’ la voce e
sento anch’io, lamentava nel mezzo di un discorso, quando i suoni venivano da lui
percepiti troppo lievi, non troppo dissimili a dei confusi bisbiglii. In realtà la madre
pensava a qualcosa di più elaborato per la cena programmata con i figli, e si sentì
come sollevata dalla curiosa richiesta degli gnocchi di pane. Ripose il cellulare e
tornò in salotto, afferrato il telecomando abbassò di qualche decibel il volume del
televisore, tanto che l’unico rumore chiaramente percepibile nell’ambiente era il
russare regolare del padre, sdraiato supino sul divano da ormai più di un’ora. Un
attimo di malinconia, data forse dalla presa di coscienza del “nido vuoto”, la prese,
soffriva sempre di questi momenti ogni volta, che riuniva entrambi i figli a casa,
andò in bagno ad asciugarsi le lacrime, che le stavano calando lungo il viso, e poi
si diresse verso la cucina.
La radio stava gracchiando mentre lui si dirigeva direttamente verso la casa dei
genitori, ma lui pareva non accorgersene: il gracchiare dell’autoradio, le mani
unte, sembravano problemi secondari rispetto a ciò che stava pensando in quel
momento. Innamorarsi di una prostituta? Lui che da anni frequentava il numero
38 di via Trieste e ne aveva visti parecchi rovinarsi per una scemenza simile, più
volte si era ripromesso di non commettere una sciocchezza simile, ma era un dato
di fatto che le sue visite alla casa erano diventate notevolmente più frequenti in
quegli ultimi mesi, e che quel viso non occupava i suoi pensieri solo nei momenti
passati tra le lenzuola. E’ colpa della solitudine passerà, sarà questo lungo periodo
trascorso senza aver avuto delle “storie serie”, che mi sta mettendo in testa queste
sciocchezze, ma passato il Natale il lavoro sarà più leggero, ed allora potrò aver
ancora una vita sociale migliore e chissà magari incontrare quella giusta senza
fissarmi su queste puttanate, pensava mentre il pomeriggio diventava sera e un’auto
proveniente dal lato opposto gli segnalava d’accendere gli anabbaglianti.
Superata la questione piatti, lei si mise un attimo stesa sul divano, dalla scomodità
era facilmente deducibile l’economicità pensò, aveva posizionato sulle poche
mensole che circondavano il televisore delle fotografie, tutte di famiglia, una
foto scattata probabilmente dal padre mentre lei ed il fratello erano intenti nella
costruzione di un complesso castello che, ricordò, un’onda improvvisa si portò
via ad opera non ancora ultimata, poi immagini più recenti qualcuna scattata
all’aperto e qualcuna in quella fu la loro casa, una in particolare attirava la sua
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attenzione, un’immagine che li ritraeva tutti e quattro mentre erano intenti a
scoprire le funzionalità dell’autoscatto, era una brutta fotografia, mal messa a fuoco
e il padre occupava giusto un’estremità della superficie come se fosse entrato solo
per fortuna, mentre un vasto spazio vuoto era visibile dall’altro lato. Nonostante
tutto era affezionata a quell’immagine, la fissò qualche minuto con un cuscino
stretto intorno al ventre prima di correre in bagno a scatenare una crisi di pianto.
Il suono familiare ma allo stesso tempo forte ed intenso del campanello di casa
svegliò il padre,che s’alzò dal divano e si diresse verso la porta d’entrata, era la figlia:
truccata pettinata con una torta gelato confezionata in mano, alla vista dell’uomo gli
schioccò immediatamente un bacio sulla guancia in forma di saluto, lui ricambiò
e scherzò sulla sua perfetta puntualità che faceva da contrappeso alla patologica
tendenza al ritardo del fratello, di cui infatti nessuno si stava preoccupando, anche
la madre uscì dalla cucina e sorrise d’un sorriso sincero alla figlia scherzando sulla
strana scelta della pietanza ordinata, si spiegarono che era una delle tante bizzarre
richieste del fratello e il discorso fu smorzato da una serena risata. Nessuno
prestava attenzione al televisore che a volume bassissimo mostrava le immagini
di alcune auto in fiamme proprio su una delle tangenziali cittadine che il figlio
avrebbe dovuto percorrere per raggiungerli, nel tanto che queste scorrevano, i tre
si recarono in cucina per un aperitivo a base di prosecco alla salute del cronico
ritardatario.
Le quattro frecce accese da un auto immobile lo costrinsero ad una frenata
improvvisa che lasciò diversi centimetri di pneumatico sull’asfalto, assorto
nell’assurdità di quel pensiero non s’era accorto di come il traffico s’era d’un
tratto immobilizzato, tanto che finì a rischiare di tamponare l’auto lussuosa che
lo precedeva, qualche centesimo di secondo lo salvò dall’impatto, e se la cavò con
qualche palpitazione ed un po’ di spavento, i minuti passavano e niente cambiava, le
auto con tutte le frecce in azione lo irritavano, pensò di chiamare casa per avvisare
del suo ritardo, ma la breve telefonata alla sorella aveva prosciugato l’energia
residua della sua batteria, e non fece in tempo a visualizzare nemmeno il numero
che il telefono si spense, trasformandosi di colpo in un apparecchio di plastica
inutile, lo scaraventò con rabbia sul sedile posteriore, prima di sporgersi al di fuori
dal finestrino, nel freddo della serata tardo autunnale per cercare di capire cosa
fosse successo. Dalle luci blu dei lampeggianti poteva intuire che fosse qualcosa
di grave, ma dagli altri automobilisti giungevano le notizie più disparate, che
variavano tranquillamente dal “niente di grave” alla “decina di morti”, sconsolato
rientrò nell’abitacolo cercò uno dei suoi cd preferiti, lo inserì nell’autoradio, ed
infine appoggiò la testa al finestrino chiuso e freddo quasi assopendosi.
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Venti minuti, in fondo era passato solamente poco più di un quarto d’ora dal
ritardo, che la famiglia aveva preventivato, e il citofono suonò. Il primogenito
fu salutato dai soliti calorosi saluti di routine poi riuscirono a mettersi a tavola.
Una cena di media intensità, sia riguardo alle pietanze che ai discorsi, mentre gli
gnocchi di pane perdevano lentamente forma, triturati in piccoli bocconi e fatti
scendere nei rispettivi quattro stomaci, le quattro bocche emanavano suoni, che
divenivano parole, che cercavano di dare forma a un qualcosa di simile ad un
dialogo, una mole imponente di parole, impossibili da ricordare tutte, i discorsi,
stretti nell’incomunicabilità, svanivano così com’erano nati, mentre i minuti
passavano e la serata di ritrovo familiare s’avviava verso il termine scontato, una
serata tranquilla, che sarebbe stata dimenticata nel giro di qualche settimana.
Questi erano più o meno i pensieri del primogenito quando il padre cominciò a
sentire un lieve dolore al braccio destro, lieve, ma non abbastanza dall’esonerarlo dai
lamenti e dal costringerlo ad abbandonare la tavola. D’un tratto le parole ripresero
consistenza e i discorsi restarono nella stanza. Non c’era nulla di cui preoccuparsi
cercavano di convincersi, ma la prolungata esposizione a serial-tv d’argomento
medico con soggetti più o meno scientifici aveva lasciato delle tracce nelle menti
dei quattro. Quattro linee di pensiero, quattro binari che s’incontravano in un
nodo che l’inquietava, anche se nessuno aveva il coraggio di parlarne apertamente.
Nel frattempo una pioggia di foglie multicolore a cui nessuno stava badando si
stava abbattendo su tutto ciò che stava intorno. La figlia lasciò la stanza e si recò
automaticamente, quasi senza accorgersene in quella che fu la sua stanza. C’era
ancora quai tutto, salvo i manifesti appiccicati alle pareti, levati per permettere al
padre di ritinteggiare la stanza, ricordi, gioie e malinconie lottavano per riaffiorare
alla memoria, ma non era, di certo quello, il momento più indicato, li scacciò con un
gesto nervoso e si mise a cercare nervosamente sulla rubrica del cellulare il numero
di un amico medico, lo trovò, attese qualche istante, una gentile voce registrata
l’avvisò che il cliente da lei chiamato non era al momento raggiungibile, “riprovi più
tardi”, le suggerì ancora la voce registrata, stizzita chiuse la comunicazione, e tornò
dai tre. Il padre stava bene, ma il dolore non era passato allora fu il turno della madre
che lasciò la stanza per recarsi in camera da letto, dove i due tenevano una vecchia
enciclopedia medica acquistata poco dopo il matrimonio e quasi mai consultata.
Le dita nervose sembravano cercare con sicurezza, ed infatti, soltanto pochi istanti
dopo, una delle stesse dita era intenta a scorrere le seguenti parole: “... un 20 per
cento circa di pazienti riferisce il dolore solamente a livello del braccio destro o
della metà destra del torace oppure con caratteristiche diverse da quelle classiche
sopradescritte...”, chiuse il libro lo ripose con cura, e tornò con aria visibilmente
più preoccupata. Un suono di sirene giunse dall’esterno, evidentemente la pioggia
intensa stava creando dei disagi là di fuori, i quattro non sembravano però prestare
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la minima attenzione a tutto ciò. Quando fu il turno del primogenito, egli si diresse
con una frettolosa sicurezza verso il bagno. Una volta entrato fece girare la chiave
nella porta, gesto che risultò fastidioso alla sorella. Si diresse verso la tazza del
cesso, chiuse la tavoletta e si fermò, finalmente solo alcuni secondi a riflettere.
Sempre seduto si mise a frugare con la maggior calma possibile nelle tasche dei
pantaloni e ne tirò fuori una busta di polvere bianca. Si mise in ginocchio e disegnò
una striscia di valore medio alto nella sua scala di misurazione personale, poi tirò
tutto do in colpo. La sua prima preoccupazione fu quella di pulire senza lasciare
nemmeno la minima traccia, era un compito a cui era abituato, dato che il gesto
appena compiuto gli ricordava diversi inizi di serate, quando ancora abitava con
i suoi. Quando poi gli inizi di serate iniziarono a divenire partenze di pomeriggi,
o integrazioni di colazioni mattutine iniziò realmente a meditare sulla possibilità
d’andarsene. Si diresse poi quasi automaticamente allo specchio, si pulì con del
cotone che trovò sempre al solito posto ed infine si concesse qualche secondo
per farsi coraggio. Aprì la porta ed irruppe nella stanza, nella quale navigava un
inquieto silenzio. -Prendiamo l’auto e andiamo in ospedale, in caso lì ci diranno
che non c’è nulla di cui preoccuparsi e che abbiamo sopravvalutato la situazione,
sicuramente sarà più utili che restarcene rinchiusi in quest’agonia
L’auto partì sfrenata in direzione dell’ospedale che si trovava circa ad un 1 km dal
luogo dove l’auto andò a schiantarsi. 1 morto e 3 feriti lievi titolò il giornale del
giorno dopo, la lamiera del paracarro aveva tagliato l’autista della vettura come
pane fresco, morì così senza alcuna tenerezza. Quando furono in ospedale furono
tutti sottoposti alle analisi di routine, seppero così che nessun infarto era in corso
mentre sommessamente s’avviavano verso la camera mortuaria dell’ospedale.
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UNA NUOVA VITA
La terra non era mai stata così lontana dalla sua stella, erano i primi mesi dell’anno,
il vento era fastidiosamente freddo, e la miglior cosa che si poteva pensare di fare era
starsene a letto tutto il tempo e dormire il più possibile. Mi alzai dal letto circa alle
due del pomeriggio, il grigio si spargeva sulle pareti, era lì ormai da giorni ed era
difficile farci caso, sembrava che fosse sempre stato così, perciò non c’era motivo per
intristirsene. Lessi la frase: “Bisogna cominciare con il cancellare tutti i ricordi per
poter cambiare davvero”, l’avevo scritta circa un anno fa con un pennarello rosso sulle
mattonelle azzurre del bagno, non so se ne ero ancora convinto, ero però sicuro che,
cercando di non ricordare, si potesse,almeno, smettere di soffrire, ciò mi consolava.
Cercai il telefono e provai a chiamare Anna, il suono regolare, che segnala il libero,
accompagnava quei giorni. Il telefono era sempre acceso ma lei era altrove, o forse
non aveva voglia di parlare, o forse non aveva voglia di sentirmi. A una certa ora mi
pareva più valida una di queste tre ipotesi, a un’altra ora un’altra, e poi quell’altra, il
dubbio mi privava della possibilità di pensare ad altro e il tempo scorreva, incurante
di me. L’ultima volta che la incontrai splendeva una luce arancione e avevamo
passeggiato e chiacchierato in un tardo pomeriggio. I pochi ricordi, che avevo di lei,
si mischiavano alla fantasia, un incontro in un comune bar del centro si trasformava
in un tramonto purpureo sulle alpi marittime. Giorni celesti prendevano forma nella
mia mente, momenti da vivere s’appropriavano di un immagine e dolci sensazioni
riaffioravano dalle onde dei ricordi. Annoiato dal grigio dell’inverno creavo una
nuova vita, fatta di abbracci e momenti, pensieri ed emozioni, che per tante persone,
incrociate per strada, pareva essere banale quotidianità. Questo desiderio di
rinascita s’infrangeva però contro le finestre chiuse della stanza, rifugio e prigione
di una solitudine respirata quotidianamente. Notai, sul pavimento, un libro con un
etichetta della biblioteca, era da riconsegnare entro la settimana precedente. Dalla
finestra vedevo soltanto muri gelati e pioggia incolore, ma un po’ d’aria fresca nei
polmoni non poteva farmi male, quindi raccolsi il libro, la giacca, aprii la porta e
scesi in strada. Era da più di settantadue ore che non uscivo. Giunto in università
mi trovai circondato da tante facce giovani e sconosciute: chi studiava, chi fumava,
chi sorrideva e parlava, io dovevo consegnare il mio libro, poi me ne sarei tornato a
casa. Mentre camminavo mi pareva di sentire un rumore provenire dalle mie tasche,
c’infilai la mano e tentai di capire cosa potesse essere, non il fazzoletto sporco, non le
carte che pubblicizzavano non so quale festa, non gli scontrini, erano delle monete,
probabilmente frutto di qualche resto, le estrassi per contarle, sono sufficienti per
passare in vineria pensai. Entrai nel locale con l’intenzione di comprarmi una
bottiglia per bermela a casa, come sempre, ma sentii una voce che mi salutava da
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un tavolo vicino alla parete, era Paolo, un coglione, ma non troppo, un ragazzo che
conoscevo perché c’eravamo scambiati qualche appunto per un esame e poco di più,
ogni volta che lo incontravo parlavamo quasi esclusivamente di università, libri ed
esami. Mi invitò a sedere con lui e mi ordinò un bicchiere.
- Scusami ma non ho molto tempo, dovrei essere a casa a studiare ora..- Ah sì? Cosa stai preparando adesso?- Filosofia contemporanea, sono sceso a comprare il vino perché così forse riesco a
concentrarmi meglio..Paolo sorrise in modo strano, sembrava turbato, ma non avevo ne la confidenza ne
la voglia per approfondire l’argomento. Mi ricordai che anche lui conosceva Anna,
quindi gli chiesi se avesse avuto sue notizie, lui sospirò e mi guardò un po’ storto,
capii che dovevo aver toccato qualche tasto particolare.
- Perché? L’hai sentita recentemente?- mi chiese.
- No, volevo invitarla al cinema, ma è una settimana che non mi risponde al telefono,
mi sto pure un po’ preoccupando.-È da molto che non la vedi?- Sarà da qualche settimana prima di Natale..- Quindi non può avverti raccontato niente di noi..- Di che?- Di noi, io e Anna siamo andati insieme ai mercatini di Natale, mi pare l’antivigilia,
giusto il giorno prima che lei partisse..Paolo mi raccontò che quel giorno erano stati insieme per i vicoli del centro, poi tra
una bancarella e qualche bicchiere di vin brulè si trovarono, all’oscuro, nello stesso
letto. Lui era poi sceso da lei per passare il capo d’anno nella sua casa al mare, e
avevano trascorso dei bei giorni insieme. Poi lui era ripartito e, una volta tornato in
città per studiare, aveva provato a chiamarla, ma il telefono suonava sempre libero
e lei non rispondeva. Anche lui aveva cominciato a preoccuparsi, un po’ come me.
- Alla fine ho deciso di presentarmi a casa sua, non per essere invadente, solo per
capire perché non volesse vedermi.- E sei riuscito a trovarla?- Sì era qui già da diversi giorni..- E cosa ti ha detto come sta?Fu così che Paolo scoprì che Chiara era rimasta incinta.
Turbato dal discorso mi affrettai a finire il mio bicchiere e mi congedai, sapevo di non
essermi comportato da amico, ma, in fondo, amici non eravamo mai stati. Arrivato a
casa aprii la bottiglia e provai ad aprire i libri, inutilmente. Con il bicchiere in mano
mi affacciai alla finestra, salutai il vicino, seduto solo davanti a un bicchiere, mi
rispose con un lieve accenno del capo. Guardai il cielo e cercai di sprofondare nel
buio della sera che stava calando.
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IL PROFUMO DELLA VITA
La palazzina era gialla e posta nei pressi del centro della città, un grazioso luogo
vicino ad un piccolo parco con un laghetto e alcuni viali da passeggiare. Dalla loro
finestra si potevano intravedere i colli, che permettevano allo sguardo di fuggire
oltre case, vite metropolitane consumate, ed enormi palazzoni alti come grattacieli.
L’appartamento sembrava essersi rivelato un affare, se non fosse stato per quello
strano odore che, da qualche tempo, pareva trasudasse dalle pareti. All’inizio
avevano pensato fosse stata colpa del capretto, lasciato a decomporsi sulla grande
tavolata buia e vuota, il giorno dopo pasqua, insieme alla torta al cioccolato e allo
spumante che minuto dopo minuto lasciava andare il suo gusto frizzantino, ma
anche dopo averlo portato via, l’odore si era sì affievolito, ma non svanito del tutto.
-Sarà l’anima del capretto che si sta vendicando..- Diceva lui, un po’per scherzo, un
po’ per smorzare l’angoscia, che cresceva ad ogni giorno che trascorreva, senza che
l’odore smettesse di aleggiargli nelle narici. -O della torta al cioccolato, con tutto il
tempo che ho impiegato per prepararla, e tu non hai voluto nemmeno assaggiarla.
- Gli replicava lei, non senza un tocco d’affetto e acidità. Avevano provato anche
a far le cose più assurde, pur di riuscire a far cessare quel particolare odore,
sgradevole ma lieve, quasi da sottofondo, che non li abbandonava nemmeno per
un attimo, nemmeno quando, nell’oscurità, si godevano i loro minuti d’intimità
quasi quotidiana. Si curavano di andare a fumare vicino alle grandi finestre, che,
comunque, venivano lasciate aperte per gran parte della giornata. Ormai, qualsiasi
cosa si trovava in casa, veniva considerata come potenziale responsabile dello
sgradevole odore. Lui portava via la spazzatura ogni mattino, prima di andare al
lavoro, non lasciarono più avanzi di cibo sul tavolo, lei ribaltò tutti i cassetti e gli
armadi, nella ricerca della fonte del problema. Fu tutto inutile, l’odore continuava
a torturare i loro olfatti ormai stanchi, e dava l’impressione quasi d’aumentare. Lui,
esasperato, cominciò a parlare di traslocare. Lei si incupiva ogni giorno di più, e
persino i suoi grandi occhi blu, quegli stessi occhi che l’avevano fatto innamorare,
sembravano non aver più lo stesso colore. -Questa cazzo di puzza ci sta togliendo
la primavera..- Disse lei, in una mattina un po’disperata. Lui ingoiò il caffè in un
colpo, senza rispondere. Gli amici cominciarono ad evitare i loro inviti, e sparirono
le cene e quell’allegria che avevano da sempre caratterizzato l’appartamento, lui si
faceva ogni giorno più triste e a lei capitava di scoppiare in lacrime a qualsiasi ora del
giorno, sempre più spesso. Intanto l’odore rimaneva lì, e cominciava a impregnare
i piatti, le lenzuola, i cuscini, le fotografie e i ricordi. -Amore, questa è puzza di
morte..- Disse lei nel mezzo dell’azzurro di un pomeriggio. La mattina seguente
era domenica, lui stava andando a raccogliere dal cestino il sacco semivuoto di
spazzatura, e vide dalla finestra, che era rimasta spalancata per tutta la notte, diverse
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auto tra polizia e carabinieri. -Strano –. Pensò, -Qui non accade mai nulla-. Scese le
scale con il suo sacco nero e leggero, e s’avvicinò ad un agente, che stava fumando,
vicino al portone della palazzina, per chiedere il motivo di un tale dispiegamento
di mezzi. -Pare ci sia un tizio morto da prima di pasqua nell’appartamento del
secondo piano, non so come abbiate fatto a vivere qui fino a questo momento,
quando siamo arrivati, abbiamo sentito la puzza dalle scale.- -Permesso, mi scusi
signore..- Sentì dire lui alle sue spalle, e vide un ragazzo in tuta arancione. Dalla
porta uscì il giovane, un collega vestito nell’identico modo, e una barella, dove
giacevano un sacco, simile al suo ma più colmo e pesante, e un lenzuolo bianco
messo su un po’ alla buona. Un’ambulanza, che si allontanava a sirene spente, portò
via l’odore di quei giorni. Quando lui tornò a casa, lei stava cucinando. -Aveva
sessantuno anni-. Gli disse. -Ho sentito..-. Rispose lui distrattamente, mentre il
telegiornale cominciava a sciorinare i titoli delle proprie notizie, la loro vicenda era
al terzultimo posto, appena prima della sezione sportiva, dedicata al campionato
di calcio.
-Era pieno di telecamere qui stamattina. - Gli disse.
-Le ho viste, probabilmente avranno inquadrato la nostra finestra. - Rispose lui.
Nel frattempo, l’odore del cibo, dei vestiti già indossati e di quelli ancora puliti,
delle lattine di birra lasciate a metà, del posacenere semipieno di mozziconi, dei
fondi di whiskey nei bicchieri, dei giornali accatastati vicino al divano, si stava
riprendendo possesso della casa. Lei lo abbracciò e disse: -Ho paura di morire, di
morire da sola. Anch’io-. Rispose lui, tenendola stretta.
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FINO ALLO SCOLORIRE DEL GIORNO
M’ero svegliato pochi minuti prima dell’alba, forse per veder giungere i colori del
giorno con dolcezza, senza il pugno celeste delle ore più calde. L’estate metteva
irrequietezza la vita la fuori faceva un tale trambusto da togliere la voglia di
continuare a sonnecchiare. Un grigio vaporoso veniva trattenuto e sapevo che tra
poco si sarebbe dissolto svelando lo sguardo fino al lago. Uscire fino a raggiungere
la riva, non ci sarebbe voluto molto, un quarto d’ora, venti minuti al massimo, e
gettarsi nel grigio azzurro di quelle prime ore. Ma la brezza pungente o il rimorso
per un sogno interrotto frutto di compensazioni che solo l’immagine poteva
rievocare mi tenne inchiodato alla finestra, la giornata era ancora lunga quindi
niente impediva di continuare a tormentarsi ancora un po’ tra ricordi e rimorsi.
Le ore del mattino sembrano migliori per chi non è abituato a viverle, a quel tempo
mi trascinavo di nottata in nottata e spesso arrivavo all’alba esausto di fumo e di
alcol tanto da non riuscire a finire il bicchiere mentre il posacenere traboccante mi
rigettava sul volto vecchi filtri già baciati. Così non ero abituato al piacere che può
dare una colazione gustata a quell’ora, scendere in uno di quei bar con i tavolini
all’aperto, magari dare un’occhiata al giornale e fissare con la coda dello sguardo
donne, ragazze e ragazzine nei loro abiti estivi, fumare una sigaretta e riuscire a
godersi qualche minuto di noia, senza sentirsi in colpa. L’accenno di un debole
mal di testa mi trattenne, in fondo una colazione avrei potuto consumarla anche in
casa, presi una tazza e mi rimisi alla finestra ad osservare il giorno che avanzava,
sapevo che rimanevano ancora molte ore per provare a viversi quella giornata e il
pensiero mi riempì per un momento la mente di progetti. Prendere la macchina e
guidare a casaccio senza la preoccupazione d’arrivare da qualche parte, farsi un giro
a piedi,correre, telefonare a qualcuno, rimettersi a dormire. Rimasi ancora per un
po’ a fissare l’orizzonte che si faceva più abbagliante, rimettersi a letto dopo essersi
alzati così di buon ora sarebbe stato un peccato e poi l’angoscia della scelta mi
avrebbe tenuto sveglio. Quand’ero costretto ad andare a scuola, a quel tempo sì che
il mattino aveva un suo senso, la sveglia, che non poteva essere ignorata, l’incontro
con le solite facce note, la campanella. In quel momento persino interrogazioni e
compiti in classe mi sembrarono acquisire un certo fascino, la vita poteva scorrere
tranquillamente su binari solidi e rassicuranti. Così mi trovai a pensare su quanto
gradi di libertà e felicità siano completamente indipendenti tra loro. Ne conclusi
che il pensiero democratico maturato e applicato nel mondo occidentale non fosse
un concetto da gettare nella spazzatura ma forse s’era concentrato troppo sulla
dimensione della libertà dell’individuo.
Decisi di rimandare la mia uscita per mezzogiorno a quell’ora, al prezzo di
sopportare la calura, i colori sono più sgargianti e sarebbe stato un peccato restare
rinchiusi mentre fuori la vita ruggiva.
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Presi un libro di poesie francesi, un regalo mai consegnato, sfogliandolo mi ricordai
che non doveva essere un pensiero tra tanti, doveva avere l’aspetto di un oggetto
volutamente pensato, erano infatti numerose le sottolineature, molte farcite da
parole e romanticherie che mi regalarono qualche sorriso. Perché poi, dopo tutto
quel lavoro, non le avevo più dato quel libro? Ricordo che aspettavo l’occasione
adatta, anche mentre ci stavamo allontanando, e infine l’occasione non arrivò mai
e il libro sottolineato con dedica rimase nella mia libreria, se qualcuno, per caso,
l’avesse preso avrebbe potuto pensare che mi dedicassi i libri da solo. Ma perché non
sfruttare quella giornata per portare a termine quel progetto telefonarle, rivedersi,
dopo tanto tempo, e consegnarle ciò che da tempo era stato pensato per lei. Poi
rileggendo quelle frasi mi parve di capire che quel regalo consegnatole in quel giorno
non avrebbe più avuto senso, le parole pensate per essere emozionante evocavano
oggi solo un intenso sentimento nostalgico, e non era in questo modo che avrei
voluto ripresentarmi a lei. I sentimenti sono certamente instabili perennemente
esposti alle dinamiche temporali, ma sono solo i sentimenti a variare o anche le
persone, non ero sicuro che lei fosse ancora in grado di comprendere quelle frasi,
non per stupido risentimento nei suoi confronti, ma perché mi rendevo conto che
anche per me, che pure le avevo scritte, suonavano come estranee, riposi il libro
nella libreria e capii che il momento era passato per sempre e forse solamente per
il fatto che io non l’avevo fatto succedere.
Assorto nella lettura non notai l’aria fresca, che filtrava dalla finestra invadendo
l’intera stanza, il cielo metà azzurro e metà grigio faceva sempre più spazio alle
nubi e tuoni intermittenti rombavano nell’atmosfera, pochi minuti dopo l’asfalto
della strada cambiò colore colpito da una fitta pioggia.
Il temporale mi dissuase dall’uscire ma non mi preoccupai, normalmente a quell’ora
stavo ancora dormendo, mi sedetti alla finestra fissando le gocce precipitare in
attesa che spiovesse. Mentre osservavo pozzanghere formarsi, riempirsi e straripare
pensai a come il pomeriggio fosse un momento spesso sottovalutato nella giornata,
spesso inteso come un inevitabile preambolo della serata, ne conclusi che le ore
dopo il mezzogiorno fossero quelle ideali per innamorarsi. E’ forse nel chiarore
pomeridiano, quando i malumori mattutini si dissolvono, che viene messa in luce
la bellezza, probabilmente l’oscurità serale aiuta l’attrazione, ma ho sempre amato
di più fissare gli occhi altrui nell’azzurro di un pomeriggio che nelle luci diffuse di
un posto rumorosamente affollato. Sarà forse perché il pomeriggio mi ricorda i
primi assaggi di quei sentimenti amorosi gustati quando ancora alle scuole medie
si stava seduti sulle panchine impiantate fuori dalle scuole medie ad osservare le
compagne di classe che gustavano i loro leccalecca, in un preadolescenziale gesto
d’estremo erotismo, ricordo i commenti pesanti e gli sguardi intensi, e il loro fare a
gara per chi riuscisse ad avere più occhi puntati addosso. Tempi in cui se quella che
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ti piaceva ti scambiava uno sguardo era già un successo da raccontare, e se poi non
fosse comunque successo nulla, la vita era ancora così lunga che non c’era proprio
di che preoccuparsi. La pioggia terminò liberando un cielo ancora azzurro, era
ancora presto. Rimasi alla finestra ad osservare ancora per un po’ di tempo, fino a
vedere lo scolorire del giorno.
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SETTEMBRE
06.10.08
Che si fa?- chiese lei.
- Non so, magari anche niente.- rispose lui
- E oggi cosa c'è?- Questo grigio non accenna a scolorire.- E tu facci l'abitudine.- Sarà che è settembre e il mondo sembra morire più in fretta..- Settembre è finito da giorni..- È il tempo che non si ferma un attimo per non smettere di fregarci, nemmeno
t'accorgi e sei subito lì a strappare pagine di calendario, fogli di carta uguali, che si
confondono ai giorni che hai vissuto..- Adesso smettila, calmati, usciamo un po' ci farà bene, ti va di andare al cinema..- Oggi è domenica ci sarà fila, non mi va d'asfissiare tra una folla che cerca
d'ammazzare in qualche modo il suo unico giorno di riposo..- Sempre meglio che trascorrerlo in casa come stiamo facendo noi..- Almeno qui ci si può fermare un po' e pensare..- Perché là fuori non si può pensare?- Si potrebbe, ma è più difficile, quelle strade non ci appartengono più..- E quando sarebbero state nostre?- In maggio.- In primavera non stavi meglio di adesso..- No, è vero, ma c'era la possibilità che la strada potesse entrare nella stanza, ora
invece..- Usciamo, e vediamo cosa succede, male che vada ce ne torniamo qui..- A me non va di fare niente.- E se ce ne andassimo sul corso a non fare nulla?- Va bene.Varcata la soglia di casa dovettero schivare alcuni oggetti d'arredamento, che
ostruivano parzialmente il marciapiede: un divano, dei materassi, qualche armadio
e, nella flebile nebbia, si riusciva persino a scorgere una cucina quasi completa,
appartenuta, con ogni probabilità, a un altro mutuario inadempiente. Attraverso
quel mobilio, abbandonato lì a caso, si riuscivano ancora ad immaginare quelle
case arredate e i sogni ancora intatti di quella gente costretta ad andarsene.
Sarà stato per il freddo o per la crisi, ma, nonostante la giornata festiva, poca gente
passeggiava per il corso lungo i viali lastricati di foglie dai colori lugubri. Qualcosa
stava morendo intorno a loro, ma non riuscivano ad identificare cosa, il sistema
stava collassando, ma i ricchi non erano mai stati così ricchi, il governo continuava
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a lanciare messaggi ottimisti, la televisione aveva sempre qualcosa da trasmettere,
le vetrine venivano sempre e comunque riempite e i supermercati straripavano,
in maniera a volte nauseante, d'ogni genere alimentare, tutto sembrava come
anestetizzato dai sorrisi dei cartelli pubblicitari e poco interesse suscitavano i
volti pallidi dei senzacasa costretti ora a vivere nelle palestre o in dormitori, che
fiorivano come viole.
- Forse non è stata una buona idea.- Disse lei, davanti a un rosso fast food affollato
di ragazzini esuberanti d'adolescenza e stupidità nei loro abiti in voga.- D'accordo, l'aria aperta comincia a stancarmi, e poi questo cielo grigio è
opprimente, preferisco il soffitto di casa nostra.Invertirono il passo e tornarono verso casa.
- Credi d'amarmi?- Gli chiese lei.
- Perché questa domanda?- Rispondi e basta!- Beh.. sì credo di sì..- E allora perché non me lo dici mai?- Beh.. non sono cose per cui occorrono le parole, si capiscono e basta..- I pensieri non sono scindibili dal linguaggio, i sentimenti non esisterebbero senza
le parole che li possono descrivere..- E quindi io non ti amerei?- Te ne stai sempre zitto, e noi non parliamo mai.- Abbracciami per favore..- Le disse.
- Dai non piangere, volevo solo chiarire la nostra relazione, non era di certo mia
intenzione ferirti..- Gli disse lei, stringendolo a se.
- Scusami..- Diceva lui cercando d'asciugarsi le lacrime nel maglione di lei.
- Dai, ti cucino una buona cenetta e tutto andrà meglio.. Che ne dici?- Va bene, mi dispiace..Lei si mise ai fornelli mentre lui seguiva, con scarsa attenzione, un programma
sportivo sulla giornata di campionato di calcio appena disputata.
- Ti va d'aprire il vino amore?- Certo, quale vuoi?.- Ho voglia di Bordeaux..- Intendi quello da 20 euro?- Sì proprio quello..- Va beh, vada per il Bordeaux..Mangiarono sul divano, come piaceva a lui, tra poche parole e qualche sorriso, poi
lei lo prese di sorpresa chinandosi su di lui. A lui piaceva intravedere il movimento
delle labbra socchiuse semicoperte dai capelli che le cascavano sul volto. A lei
piaceva succhiarglielo, ma la conversazione del pomeriggio l'aveva scossa, finì
sputando tutto nel piatto sporco della cena appena consumata.
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DAL DIARIO DI UN MILITE IGNOTO
Un altro sole straniero mi da il buongiorno, sono ormai passati due mesi da quando
mi sono fatto sbattere quaggiù.. Da allora quante notti mi sono interrogato sulle
mie azioni e sulla mia funzione in questo paese. Da alcuni giorni siamo immersi in
una tranquillità quasi surreale ma nessuno ha il coraggio di abbandonare le nostre
posizioni. Gli abitanti della città ci sono chiaramente ostili, i soldati della resistenza
locale trovano asilo nelle loro case e il pericolo di un attacco nei nostri confronti è
sempre alto, dietro qualsiasi civile può nascondersi un combattente nemico e noi
siamo letteralmente terrorizzati. Mentre mangio qualcosa per colazione ripenso al
mio bar dove ogni mattina mi recavo a far colazione, all’odore dei cornetti appena
sfornati, ma due esplosioni, udite in lontananza mi riportano alla realtà della
guerra, parola che ho spesso letto sui giornali, o sentito in televisione, senza mai
comprenderne realmente il significato. Arriva un amico che mi saluta sorridente,
è incredibile come, anche in guerra, i gesti quotidiani rimangano sempre identici.
Ormai si sono fatte le otto, termino la mia scarsa colazione e corro a prendere
il fucile per recarmi alla postazione. Osservo la città che piano si sveglia, alcune
donne camminano per la strada principale. Cerco di immaginare come sarebbe
stato il panorama se questa stupida guerra non avesse mai avuto inizio, le macerie
si ricompongono sotto i miei occhi e tornano ad essere case, scuole, ospedali..
Sento un’altra esplosione, tutto fa presagire che la nostra tranquillità stia per finire,
d’altronde non posso lamentarmi più di tanto, rimango pur sempre un soldato
volontario. Alcuni aerei sorvolano le nostre postazioni, un altro giorno di guerra
sta per avere inizio. L’orologio segna le dieci, sono scontento per le ore che ancora
mi separano dal pranzo, pensieri banali mi aiutano a staccare la mente dalla
situazione che sto vivendo… Cullato dai miei pensierini sto quasi per assopire,
quando un assordante boato fa tremare la terra. Cado dalla mia postazione,
rialzatomi cerco di capire cosa sia successo, un missile è esploso a pochi metri
da noi, questione di metri e qualcuno di noi sarebbe tornato a casa avvolto nella
bandiera. Comincio a provare di nuovo quell’orribile sensazione, che ti prende
quando capisci che la tua vita è veramente a rischio, e sai che forse non potrai più
tornare a guardare il cielo. Accendo una sigaretta e mi preparo al peggio. Dall’altra
parte dei ponti, vicino alla città, compaiono alcuni uomini armati che si avvicinano
a noi, neanche il tempo di rendersi contadi cosa stia accadendo che una raffica di
colpi si infrange contro le nostre postazioni, cazzo ci risiamo, penso, nello stesso
istante mi assicuro che la mia arma sia carica. Cominciano a fischiare i primi
colpi dalle nostre file, sento urlare: - L’ ho colpito quel bastardo-. Riesco a vedere
il corpo di un uomo a terra, muove la testa, è ancora vivo… Alcuni ragazzi alla
mia destra gridano:-Annichiliamolo quello stronzo-, qualcuno di loro comincia a
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sparare, e subito viene seguito dagli altri, credo l’abbiano ucciso. Sento il capitano
urlare: -Ragazzi non facciamo cazzate, basta sprecare munizioni!- Ora dall’altra
parte del fiume compaiono alcuni piccoli gruppi di uomini che si avvicinano con
cautela.. Pochi secondi e si scatena l’inferno, il frastuono dei nostri colpi si mischia
a quello del nemico, anch’io sparo cercando di mirare il gruppetto riparatosi dietro
una baracca… Dopo un tempo in quantificabile sia noi che loro cessiamo il fuoco.
Osservo alcuni dei miei compagni, sono eccitatissimi e sembrano quasi felici, si
congratulano tra loro alla vista dei corpi umani rimasti a terra di fronte a noi, Speriamo siano tutti morti..-Commenta un ragazzo appostato di fianco a me. Sono
stordito, sento le mie gambe che tremano, continuo a ripetermi nella mente: “sono
pagato per fare la guerra” e così cerco una legittimazione al mio comportamento.
L’attacco sembra terminato, com’era prevedibile siamo ancora tutti vivi, mi chiedo
cosa spinga quegli uomini a tentare queste azioni disperate che, fortunatamente
per noi, raramente ci infliggono qualche perdita. Calmatasi la situazione riesco
a seguire un telegiornale italiano, un giovane seduto davanti a me commenta
eccitato:- Ai miei verrà un colpo quando sapranno di questa battaglia-. So che
nelle nostre città parlano di noi come se fossimo in questo paese per portare la
pace, per esportare la democrazia, per difendere la popolazione locale.. Quando
disgraziatamente qualcuno di noi viene ucciso, in patria viene considerato un eroe,
e magari gli vengono intitolate vie e piazze. Un sorriso amaro mi compare sul viso,
penso a quando tornerò a casa, come potrò essere lo stesso con la mia famiglia, con
i miei amici, ora che sono diventato un assassino.
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IL GRANDE SALTO
15.02.08
A poco a poco il cielo si fece di un indaco intenso, le strisce d’aria, fino a pochi minuti
prima deserte, cominciavano ad essere battute da qualche volatile, uno di loro si posò
su una finestra e cominciò ad intonare “la marsigliese”, all’interno della camera una
donna, infastidita dal suono tanto dal destarsi esclamò:
-Ma perché non te ne vai in Francia a fare questi versi?L’uccello se ne andò un po’ scocciato borbottando tra se tipiche bestemmie da
pennuti.
- Che fai già sveglia? Dai sarà ancora prestissimo..Chiese lui tra una parola e qualche sbadiglio.
- E’colpa di quel pennuto, che mi fa da sveglia, da qualche giorno dev’essergli saltata
qualche rotella, si presenta sempre agli orari sbagliati e canta musiche che non ho mai
richiesto, se non si da una regolata può scordarsi la razione di mangime.- Su dai viviamo in una metropoli, chissà quanta gente dovrà svegliare, è normale fare
un po’ di confusione, qui tutti i palazzi sono uguali.-Sono discorsi di questo genere che mandano a rotoli la nostra società e poi.. poi il
problema, forse, non è nemmeno quel maledetto uccello, è che oggi sono nervosa,
spero tu mi comprenda..All’incirca in questo modo arrivò il 23 del mese e lei, che per comodità chiameremo
Giulia, aveva cerchiato con un lapis rosso il numero nero sul calendario, come per
assicurarsi di ricordare una data di cui non si sarebbe sicuramente scordata, infatti
per quel giorno erano stati fissati i provini per un piccolo ruolo in un film, che
sarebbe stato girato in città e lei vedeva la possibilità, o forse la fugace illusione, di
poter credere, almeno per un po’, di veder realizzato il suo grande sogno. Lui, che per
comodità chiameremo Luca, era il suo compagno, non era sicuro d’amarla, però era
certo di volerle bene, fatto sta che, probabilmente per la gran quantità di bevanda
rubina ingurgitata soltanto fino a poche ore prima, quel mattino proprio non ne
aveva voglia di svegliarsi, si sentiva come quella volta che i carri cannonati avevano
fatto irruzione nell’università, e lui, disteso sopra una pila di vecchi quotidiani,
proprio non ne voleva sapere di svegliarsi, vinto tra il dovere di destarsi e il fascino
irresistibile del sonno. Gli elettrodomestici della casa furono messi in funzione e, tra
tutti quanti, facevano un vero baccano infernale, solamente il tostapane se ne stava lì
mogio e calmo, irradiando la superficie, su cui era posto, di una flebile luce bordeaux,
Luca gli si sentì riconoscente mentre cominciava ad odiare intensamente gli altri
rumorosi aggeggi domestici.
- Potevamo stare a letto ancora un po’ no? Mancano ancora più di due ore..- Son sicura che non sarei più riuscita ad addormentarmi, e poi la lavatrice aveva
bisogno d’essere ricaricata..-
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- A volte mi chiedo se tutte queste invenzioni spaccatimpani siano più utili per
renderci liberi o schiavi..- Sei libero o schiavo di bere la colazione che il frullatore ha appena finito di preparare
se vuoi..- Sicuramente m’aiuterà a svegliarmi..Giulia voleva ripassare la parte, che aveva preparato, e gli chiese di starla a sentire, lui
annuì, ma dopo pochi attimi s’assopì sul divano, lei si arrabbiò e gridò molto, a lui
passò ogni traccia di sonno. Ora erano in auto, strumenti che alternavano luci colorate
comandavano a tutta quella folla di uomini e motori quando e come procedere. Il
traffico fluiva lentamente, e Luca poté notare il viso di una ragazza apparso su un
enorme manifesto, affisso alle impalcature di un palazzo in costruzione. Quel volto
aveva veramente un sorriso perfetto, e anche il colore degli occhi era splendido, perse
qualche minuto a fissare quei lineamenti piegati in quel gesto, soltanto lievemente
erotico, del portarsi una bibita marrognola alle labbra dolcemente socchiuse
intorno all’imboccatura della bottiglietta. Un carosello di clacson e grida lo riportò
a prestare attenzione ai comandi delle luci colorate, mentre Giulia, come estraniata,
continuava a ripetere ossessivamente quelle cinque frasi, che apparivano ormai solo
come vuote parole senza significato, rappresentavano soltanto il mezzo per poter
effettuare quel grande salto, che era il suo sogno fin da bambina, poter fare del
cinema. Parcheggiarono poco distanti dagli studi, dove si sarebbero tenuti i provini.
Nella grande stanza, adibita ad una sorta d’enorme sala d’attesa, l’aria era pesante
fruscii di parole si ripetevano insistentemente, e, anche per chi l’avrebbe desiderato,
star tranquilli era impossibile. Nel tempo che la separò dal suo turno Giulia ebbe:
una crisi isterica, due vuoti di memoria, un attacco di fame, una crisi di sconforto
e uno sfogo di rabbia contro una donna casualmente seduta vicina a lei. Appena
chiamarono il suo nome, Luca uscì dalla stanza in cerca di un po’ di quiete. Gli studi
cinematografici si trovavano in un’altra zona della città rispetto a dove vivevano loro,
ma, in fin dei conti, lui notò che tutto era molto simile. Stormi di uccelli cantavano
sui davanzali per svegliare gli ultimi ritardatari, pareva che ognuno cinguettasse un
motivo diverso, e il risultato era quel trambusto di musica e armonia, tipico della
tarda mattinata. A Luca sfuggì un timido sorriso, il primo della giornata, si accese
una sigaretta e cominciò a passeggiare lungo il marciapiede semi deserto, creò dei
pensieri, ma nessuno di questi sfiorava il provino che Giulia stava sostenendo. Aveva
da poco girato un angolo quando udì un suono, simile a un botto attutito, si voltò e
vide una macchia rossa scorrere lungo l’asfalto e un corpo disteso, inerme. Alcune
grida e i primi soccorritori celarono alla sua vista la visione, che, comunque, rimaneva
fissa nella sua mente. Luca si inginocchiò preso da un irrefrenabile senso di nausea,
cercò di trattenersi e rientrò nella sala d’attesa in cerca dei bagni. Vomitò colazione e
qualcosa che dava l’impressione d’essere parte della cena. Quando tornò nella grande
stanza riuscì a vedere, dalle grandi vetrate, un’ambulanza che s’allontanava a sirene
spente, si sedette e aspettò che lei uscisse dalla stanza dei provini.
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L’ODIO
01.11.07
La luce bianca s’infiltrava dagli spiragli della persiana, e andò a infilarsi direttamente
nei suoi occhi, così si svegliò. Un’altra volta mattina pensò, guardandosi attorno, la
stanza: quella di sempre, i soliti quadri appesi ai muri, le solite fotografie disposte
in fila sul comodino, e persino i muri avevano ancora lo stesso colore di sempre.
Guardò l’orologio, quasi le nove e mezza, tra pochi minuti sarebbe entrata sua
madre con la colazione, e poi avrebbe dovuto cercare nuovi pensieri per occupare
una nuova giornata. Uscire, andare al cinema, un giro al parco, leggersi un libro,
trovare qualcuno con cui parlare, partire per andare lontano, sicuramente sarebbe
rimasto a letto. La porta s’aprì e, puntuale, entrò la madre con la colazione, posò
il vassoio sul comodino e poi aprì le persiane, il cielo era grigio e l’inverno stava
scalzando l’autunno con energia. “Questi vetri sono da pulire..” pensò tra se, senza
dire nulla. Poi spostò la vecchia sedia vicino al letto e cominciò ad imboccare la
brioche fresca al figlio. Erano passati nove mesi e quattordici giorni dalla notte
che le aveva sconvolto la vita. “Solita strage del sabato sera.” Titolava in grande la
pagina del giornale locale, erano in quattro quella sera, suo figlio era l’unico ad
essere sopravissuto, ma era rimasto quasi totalmente paralizzato e le speranze di
recupero erano solo pallidi lumi, che ogni giorno divenivano sempre più flebili.
Fino ad allora la vita le aveva riservato un matrimonio stanco che era riuscita a
lasciarsi alle spalle, un buon lavoro e qualche motivo per cercare di essere felice.
Finì d’imboccarlo e notò che l’unghia dell’indice destro era molto più corta rispetto
alle altre, “me la sarò mangiata nel sonno”, pensò e si promise di appuntarlo sul
blocnotes bianco, che teneva nella giacca, era un modo per ricordarsi tutti i fatti
da raccontare allo psicanalista, vi erano annotate un sacco di cose inutili, ma lui
diceva che tutto era fondamentale per comprendere e superare la situazione, e lei
aveva finito per credergli, più per disperazione che per fiducia. Si alzò, -Torno
tra dieci minuti con il giornale.- Disse, sforzando un sorriso senza convinzione,
-Ti voglio bene..- Aggiunse. Chiuse la porta e lo sentì piangere. Indugiò qualche
attimo davanti allo specchio, quattro capelli bianchi avevano fatto capolino appena
sopra l’orecchio destro, cercò di nasconderli alla meglio, e uscì. Era appena scesa
in strada, dove le foglie giocano a rincorrersi, quando capì che stava iniziando ad
odiarlo.
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LOVE AFFAIRS
27.07.08
Eravamo nel mezzo di un’estate afosa di quelle che ti fanno appiccicare i vestiti in
auto e puoi sentire in ogni momento il gusto salato del sudore che scivola da ogni
parte del corpo. La rinuncia a qualche giro di whisky in serata valeva forse bene
un giro nel motel vicino alla tangenziale. Era da qualche tempo che mi vedevo con
Carla, una tizia conosciuta quasi per caso tra tavoli e bicchieri ancora semipieni.
La storia era da un po’ che girava male, c’era troppa disperazione e pochi soldi
perché potesse andar meglio. Ricordo che quel giorno non avevo ancora mangiato,
il denaro risparmiato con le prostitute non riusciva, in ogni caso, a garantirmi
un pasto al giorno. Quindi affamato e accaldato passai a prendere la mia donna
d’allora per fare quattro salti sul primo squallido letto lasciato libero. Non c’era
traffico a quell’ora, e la mia vecchia Ford scivolò facilmente lungo nuove e vecchie
periferie , che svanivano piano più ci si spingeva verso ovest. Quando svoltai e
parcheggiai tra qualche camion, era ormai il tramonto. La portinaia ci salutò con
un sorriso guasto, ma sincero, poi c’indirizzò verso una camera, posta al secondo
piano. Pareva una serata tranquilla lungo le scale si sentiva soltanto russare e
qualche insetto, che svolazzava. Appena dentro la stanza chiusi le persiane, senza
troppa attenzione sull’ordine e la pulizia dell’ambiente. Carla era proprio una bella
tipa con i seni sodi e una bocca generosa, che mise subito al lavoro, così io non
pensai più a tutti i dissapori che, tuttavia, restavano tra noi. Aveva una belle testa
bionda, un viso cosparso di lentiggini e gli occhi di un azzurro spento, che ora non
riuscivo a vedere. Dopo qualche minuto, m’era venuta voglia di infilarglielo dietro,
così, dopo averle fatto prendere la posizione, la penetrai con un colpo secco. Lei
emise un urlo tanto intenso da provocare delle lamentele dal primo piano. Non era
di certo la prima volta, che lo prendeva in questo modo, ma quella sera sembrava
stranamente insofferente. Ad ogni modo io, incurante delle sue lacrime e dei
suoi lamenti, ed anzi incoraggiato dalla situazione non diedi accenno a smettere
mentre lei , così piegata,sembrava darsi per vinta. Alla fine venni sul suo viso e sui
suoi occhi serrati. Mentre mi rivestivo, l’osservai mentre si ripuliva, e, nonostante
tutto , pensai che era bellissima e che era stata una fortuna averla incontrata.
Ci separammo, come di consueto, a notte inoltrata. Malgrado frequentassimo i
peggiori luoghi della città lei non ne voleva sapere di venire a dormire nella mia
stanza, che, a suo dire, aveva il frigo sempre vuoto e puzzava troppo di piscio. Fu la
volta seguente che ci recammo in quello stesso motel, che lei tentò di tagliarmi la
gola con una lametta per la depilazione.
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NINA TI TE RICORDI
10.09.08
Amarse no xe no un pecato,
ma ancuo el xe un lusso de pochi
(Gualtiero Bertelli)
Saranno state le cinque e mezza quando finii il lavoro giù in segheria, m’ero sbrigato
abbastanza presto, rispetto al solito, ero contento perché fuori c’era un bel sole e la
giornata di lavoro era passata via bene. Era primavera inoltrata o forse già estate,
son sicuro che era giugno, ma non ricordo di preciso il giorno, mi ricordo solo
d’aver preso la bicicletta e d’essere corso a casa per lavarmi un po’ e togliermi di
dosso tutta quella polvere e quella segatura che ti s’infila dappertutto sotto i vestiti,
tra i capelli, dal naso fino giù nei polmoni. Ho tirato fuori il vestito buono, mi
son fatto un po’ , non diciamo bello, direi presentabile e sono andato a casa della
Ninetta. Ero sicuro che le avrei fatto una bella sorpresa, non avrebbe mai pensato
che sarei arrivato da lei così presto, e così in tiro per di più. Quando arrivai sulla
porta però sua madre m’avvisò che lei era uscita a fare delle compere con un’amica
nel paese vicino.
-Dai su ti preparo un caffè e puoi aspettarla qui, è uscita ormai da due ore, rientrerà
a momenti e poi sa che vieni sempre finito il lavoro, figurati se non arriva, è
innamorata la bambina..Mi disse la donna. Erano ormai diversi mesi che io e la Ninetta ci vedevamo. Era
nato tutto, quasi per gioco, in febbraio alla festa del paese. Io con lei c’ero cresciuto,
me la ricordo bambina, che faceva delle strisce giù in terra per giocare a quel gioco
che di solito giocavano sempre le femmine. Capitava che giocassi anch’io con
loro, alla fine era divertente, però poi tutti i miei amici mi prendevano in giro,
perciò spesso finivo col rifiutare i suoi inviti. Questo per dire che sì, la Ninetta
m’era sempre piaciuta, con lei stavo bene, ma non avevo mai pensato a niente di
più. Invece il giorno della festa, l’ho vista davanti a un banchetto, che vendeva
collanine, braccialetti, orecchini e altre cianfrusaglie così, tutta roba da poche lire.
Sarà che quel giorno s’era truccata proprio bene, di solito non lo faceva mai, sarà
stato il momento o non lo so, ma prima d’andare a salutarla sono stato lì un bel
momento a guardarla, le fissavo il viso, i capelli. Mentre guardavo le labbra, esaltate
da un pizzico di rossetto, m’era venuta voglia di baciarla, e lì ho capito che, da
quel momento, qualcosa sarebbe cambiato, in bene o in male s’intende, non sono
mai stato uno di quelli che si fa i conti in tasca prima del giorno di paga. Poi mi
sono avvicinato per salutarla, e lei in tutta risposta s’avvicinò alla mia guancia per
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darmi un bacino, non era la prima volta che lo faceva, anzi era una cosa,che faceva
spesso, però era la prima volta che averla così vicino mi faceva venire un calore
che scendeva giù per la schiena. A sera quando si accesero le luci e l’orchestrina
cominciò a suonare ci siamo tenuti stretti, stavo proprio quasi bene, ricordo che
fissavo l’orologio per cercare di fermare la lancetta dei secondi, prolungare per
sempre quel momento e tenere lontano il lunedì, la polvere sul vestito da lavoro.
Il suo odore, la sua voce, i capelli e le mani, riempivano tutto e sembrava non
esserci più spazio nemmeno per gli amici e i tavoli al bar. Quando le musiche e i
cori finirono e ormai non era rimasto più nessuno, l’accompagnai a casa e ricordo
ancora i suoi occhi mentre la baciavo sotto le scale di casa, quelle stesse scale che
avrei fatto ogni giorno come se fosse quasi casa mia. Proprio da quei gradini la
sentii salire anche quel pomeriggio, canticchiava qualcosa e mi salutò con il sorriso
di sempre:
-Ciao amore, scusa se ti ho fatto aspettare, al negozio mi sono persa un po’, però
ho comprato questa gonna.. ti piace? Dovrai aspettare un giorno di festa per
vedermela addosso però, se no la mamma inizia a brontolare-Mica vorrai venire in chiesa con quella roba spero..- La apostrofò la madre,
-E dai mamma se ne vedono pure di più corte oggi per strada..Le rispose la Ninetta.
-Spero che appena vi sposerete la finirai finalmente con questi discorsi da ragazzina,
e penserai finalmente alle cose importanti-.
Concluse la madre tirando ancora una volta in ballo la faccenda del matrimonio. In
paese cominciavano a riconoscerci tutti come morosi, e sembrava ormai scontato
che prima o poi dovessimo sposarci per forza.
Tramontarono ancora molti giorni prima che accadesse, trascorsero ancora cinque
anni da quel tardo pomeriggio in casa sua, prima che io e la Nina ci sposassimo.
Avevo cercato di risparmiare molto in tutto quel tempo di fidanzamento, cercando
di riempire con qualche libro le serate che gli amici passavano all’osteria. Quei soldi
risparmiati, alla fine, bastarono a malapena per comprare la cucina e quei quattro
mobili essenziali per vivere. I primi tempi da sposati non andarono neanche
troppo male, lavoravo tanto, ma di lavoro ce n’era e con gli straordinari si poteva
pensare di riuscire a comprare una cameretta e un qualche futuro ad un possibile
figlio, ma bastarono pochi istanti per tranciare la mia mano e quel futuro. Quando
rimasi incastrato nella sega e mi vidi schizzare il sangue in faccia pensai che stavo
per morire, o qualcosa del genere, svenni dopo pochi secondi. Quando mi svegliai,
ero steso in un letto d’ospedale con la faccia pulita e una mano sola. Ricordo anche
che la prima cosa che vidi, appena aperti gli occhi, fu la faccia della Ninetta, che
piangeva e cercava di sorridere e, non so perchè, provai un brivido di felicità.
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ROBE DA MATTI
03.07.08
Si risvegliò un po’ più presto quella mattina, dalla finestra vedeva l’indaco del
mattino e qualche sporadica auto sullo stradone, in direzione della città. Fosse
stato nel suo buco d’appartamento, probabilmente, si sarebbe scolato un paio di
bicchieri di vino dolce, tecnica utile per riconciliare il sonno. Ma, purtroppo, nella
sua attuale condizione, tutto ciò non era possibile. Cercò consolazione nelle fosche
immagini del sogno, che aveva accompagnato i suoi ultimi minuti: un prato in
primavera e qualche bacio rubato. Pur senza aver mai letto quasi nulla in materia
d’interpretazione onirica, attribuiva a quelle visioni un deciso desiderio di libertà.
Sarebbe passata ancora qualche ora, prima che qualcuno irrompesse nella stanza
per turbare la sua quiete. Cercò quindi di distendere i nervi, magari inventando
qualche ricordo. Rifletté per un attimo su come il passato fosse sempre costruito in
funzione del presente, una tragica ovvietà. Si ricordò di quegli occhi scuri e di quei
dolci abbracci di quella donna per la quale, forse, lui aveva significato qualcosa. Si
stupì di trovarsi a pensarla in quel momento con un’intensità e un sentimento, che
forse non aveva mai provato. In quella notte, spalancandole la portiera dell’auto, le
aveva consigliato di non cercarlo mai più, e così fu. Non era troppo dispiaciuto per
questo, era piuttosto sicuro che la sua proiezione di lei d’un tempo, fosse comunque
migliore di tutto ciò che poteva essere diventata. La campana d’una chiesetta lì
vicino suonò le sette del mattino, quei sette colpi gli ricordarono i tempi in cui a
quell’ora si svegliava per andare a scuola, l’odore del caffè e il suo posto in ultima
fila, vicino alla porta, i minuti passati alla fermata di un autobus, i primi commenti
sulle ragazze dai seni prosperosi, i brividi da interrogazione e tutti quei discorsi
incantati e stupidi, che faceva allora. Il sonno era, ormai, completamente svanito,
scostò le lenzuola per andare ad affacciarsi alla finestra. Oltre il vetro, scorse della
gente, che si recava, così di buon ora, verso la chiesetta per la prima funzione della
giornata. “Robe da matti...” pensò tra se. Camminò verso il bagno, dove s’accese la
prima sigaretta della giornata, dall’oblò posizionato sopra il cesso, intravedeva tutto
lo squallore del luogo, che lo circondava. Si rimise a letto, si stava per riassopire
quando qualcuno entrò nella stanza. Si trattava di un volto nuovo, una giovane
donna, con dei seni degni d’essere accostati con quelli evocati solo poco prima. Lo
salutò con un entusiasmo tanto piacevole e sincero a sentirsi, che lì per lì a lui parve
fuori luogo, poi gli domandò:
Sono arrivata con la colazione: gradisce caffè, latte, the o cioccolata?Bah.. caffè, ma giusto un goccio, le giuro che ci provo ad abituarmi a quel saporaccio,
ma ancora non ci sono riuscito..-
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Lei sorrise, dedicandogli così, il primo sorriso della sua giornata.
E' da molto che si trova qui?- Gli chiese poi.
Bah.. ad essere sinceri nemmeno ricordo..Beh, saprà più o meno da quanti giorni..Diversi giorni, molti giorni..Si trova qui da qualche settimana?Mesi credo..Alla risposta, la donna si morse un labbro, in un espressione, che sembrava essere
dispiaciuta, poi disse: -Vedrà che prima o poi uscirà, solamente la morte è per
sempre...Lui cercò d'abbozzare un sorriso, il primo che faceva ad una persona da non
riusciva a ricordare quanto tempo, poi le disse: - Sa, lei somiglia ad una ragazza, che
vidi una volta sola, a Parigi. Era scesa da casa per portarmi qualcosa di colazione,
dopo una notte trascorsa per strada, sotto il suo portone, ricordo che mi portò una
briosche e una tazza di caffè-.
Alors, voilà le votre cafè , monsieur..- Disse lei, porgendogli una tazza bollente e
accenando ad un timido sorriso.
Merci beaucoup. - Rispose lui in tono quai divertito.
Bei giorni andati, guardi, invece, come sono finito adesso...- Aggiunse poi.
Su, non si disperi, uscirà, qusto è certo. Poi è ancora giovane, ha ancora tutta la
vita davanti.. Nel frattempo s'immagini che questa sia la camera di un albergo nella
città che più ama-.
Lui finì con evidenti espressioni di sforzo il caffè, poi s'alzò dal letto.
Venga.. s'avvicini- Le disse indicandogli il punto vicino alla finestra, dove si era
spostato.
Voglio farle vedere uno dei migliori panorami di Parigi.- Aggiunse.
Oltre il vetro, si vedeva la vecchia superstrada, una chiesa, le poche case, che
componevano il paese e le alte montagne, dalle quali il sole doveva ancora
emergere. Mentre tentava un timido abbraccio lui le disse: - Spero non mi prenderà
matto ora...I due scoppiarono in una lunga e sentita risata.
Ci sono giorni, parole e sorrisi anche dentro un ospedale psichiatrico.
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ROMANITC RAPE (LAST KISS)
26.02.09
Frammenti di vetro si trovavano sparsi a terra, i rimanenti erano rimasti sulla
superficie lignea sistemata poco lontana dallo spazioso letto a due piazze. Tutto era
in disordine: il copri materasso sollevato lasciava vedere le greche ricamate sulla
superficie dello stesso, e una vistosa chiazza giallognola, comparsa di un momento
indefinito in quei giorni. Un calzino era andato a posarsi proprio sopra la lampada,
regalando così all’ambiente un’innaturale luce soffusa. Steso sul letto lui stava
piangendo. La fotografia era comunque rimasta al suo posto nel portaritratti in
cui era stata sistemata, incurante dell’esplosione che aveva frammentato il vetro
che la proteggeva, una fotografia scattata in estate, un momento rubato al fluire
temporale, quel volto, quello sguardo, quegli occhi, quelle labbra gli sarebbero
rimaste, nonostante tutto. Proprio questo l’aveva fatto esplodere di rabbia pochi
istanti prima di frantumare quel vetro in una raffica di dolore. Che sera sarebbe
stata quella che stava calando, come l’avrebbe fatta passare, quanta birra gli era
rimasta a freddare in frigorifero, e cosa davano in televisione.. Uscì di casa nel
mezzo del telegiornale delle venti, al rosso del semaforo si fermò a fissare le
automobili che gli scorrevano davanti, fugaci immagini di coppie, chiacchericci e
programmi per quella stessa serata, che lui non sapeva proprio come riempire. Si
guardò a destra, poi a sinistra, infine si voltò, era solo.
La strada non era poi così cambiata, le luci del corso accendevano i colori, l’aria
era respirabile. Era solo il suo mondo ad essere finito in frantumi. Si fermò ad un
distributore di sigarette, acquistò un pacchetto e meccanicamente se ne accese una
poi, come tante altre volte, s’incamminò lungo la via per poi svoltare a destra fino
alla piazzetta con la chiesa e poi il vicolo sotto il portico, la casa era dove passava la
vecchia ferrovia, così gli aveva spiegato la strada la prima volta che andò da lei, quella
stessa strada battuta e ribattuta tra i mucchi di neve e nei torridi gradi d’agosto. Fece i
primi passi nella consueta direzione, poi si ricordò che tutto era finito.
Da quel pomeriggio la sua vita s’era come frantumata, com’era successo al
portaritratti in camera sua, una morte nel pomeriggio per la quale ancora non era
riuscito a farsi una ragione.
Ricordava però ancora vivido il loro ultimo bacio frettoloso, dato e ricevuto senza
avere potuto assaporare il gusto dell’addio, rivedeva le sue labbra e i suoi occhi
serrati nella luce cianotica d’un parcheggio notturno.
Ciao.Ciao, buonanotte.- Dovevano essersi detti lasciandosi.
Ma s'era veramente consumato in quel modo il loro ultimo bacio?
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Ciò che è conveniente nel ricordare è la possibilità d'inventare i propri ricordi come
meglio ci fanno sentire in relazione al momento vissuto. Quindi lei c'era ancora,
presente nella sua auto quella sera, e davanti a lui in un'estate sorridente, come
nella fotografia ormai priva della protezione vitrea, che ancora gli restava. Lei era
morta.
In quello stesso momento lei forse stava terminando di cenare, poi si sarebbe messa
a lavare i piatti, come sempre, alla fine del telegiornale, e poi lui.. E poi a lui non era
più permesso stare vicino a lei, e poi chissà a cosa o a chi stesse pensando in quel
momento e magari non era nemmeno sola.
Non fu per razionalità e forse nemmeno per amore, che si presentò a casa sua, lei
sorpresa e turbata non avrebbe potuto serrargli la porta in faccia come avrebbe
voluto, quindi lo fece entrare. Qualcosa da bere doveva esserle rimasto, ma aveva
poi senso dargliene? Poi lui si mise a piangere, appoggiandosi ad una spalla,
prevedibile, come un copione riletto fino alla nausea. Ma, quella sera, un colpo di
scena, lui divenne violento, come lei non si sarebbe mai immaginata, la spogliò e
la prese di forza lì dove si trovavano, lei poteva osservarsi mentre piangeva nello
specchio. Poi, alla fine, quel bacio rapinato, che aveva il sapore dell'addio, anche se
forse non era l'ultimo bacio, che entrambi avrebbero voluto.
Poi il ritorno a casa, come tante altre volte, la piazzetta con la chiesa, il corso
illuminato e la via di casa, il tempo d'una sigaretta e una quarantina di passi.
Nulla sembrava cambiato, i colori del corso, l'odore dell'aria, la sua stessa camera in
disordine,il calzino sempre posto sulla lampada,l'immagine sorridente di lei nella
fotografia, ma lui continuava a sentire in bocca il sapore di quell'ultimo bacio.
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TELEVISIONE
12.05.08
Erano i giorni in cui si vedevano ancora i fiori bianchi, poco prima d’essere feriti
a sangue dai venti roventi provenienti da sud. Ricordava d’averla incontrata nei
pressi del porto di La Rochelle, al tramonto, quando, finalmente, la calma era
scesa in terra e in mare lasciando i surfisti a sbevacchiare nei diversi bar sparsi
per la spiaggia. Ricordava d’aver notato prima i suoi capelli biondi, mossi da una
fresca brezza atlantica, poi gli occhi blu, che non potevano passare inosservati ed
infine quelle due o tre espressioni del viso di cui era estremamente difficile non
innamorarsi. Ora se ne stava seduta, di fronte a lui, i capelli, gli occhi e anche le
espressioni erano le stesse della prima volta. Poi, d’un tratto, si lasciò andare a quei
minuti che trascorrevano identici ogni giorno, lei si chinò sul suo ventre e lui si
concentrò alla ricerca di quella soddisfazione mista di sfogo e piacere. Era sicuro
di non amarla, in fondo sapeva di non conoscerla, ma, in cuor suo, nemmeno lui
sapeva se sarebbe riuscito a rinunciare a quegli incontri. Azioni,posizioni e suoni
si ripetevano nella stessa tediosa sicurezza, che lui era quasi certo di conoscere
ormai a memoria. Diverse volte aveva pensato di dedicarle delle poesie o qualche
riga anche se di dubbia qualità, ma aveva sempre finito col pensare che si trattasse
d’una cosa profondamente stupida e lasciò perdere l’idea, d’altronde ogni giorno
che l’andasse a cercare lei pareva disponibile. Nessuno dei suoi amici era al corrente
di quella sua relazione, che lui viveva nella più assoluta solitudine e intimità. In
quel momento venne sorpreso dai morsi della fame e s’allontanò dalla stanza alla
ricerca di un pacchetto di cracker o qualcosa del genere. Quando, dopo qualche
minuto, tornò nella stanza la trovò nella stessa posizione in cui l’aveva lasciata,
con gli stessi capelli, gli stessi occhi e la stessa espressione. Sedata la fame, trovò il
ritmo giusto e venne con lo sguardo rivolto altrove. Giunto al termine della notte
si pulì con un fazzoletto e spense il teleschermo. Il bel viso dai capelli biondi e
dagli occhi blu svanì in un istante. Spense la luce si mise sotto le coperte e cercò
di rilassare perfettamente ossa, muscoli e giunture del corpo alla ricerca del sonno
che confidava sarebbe arrivato.
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Scrivo perché, in fondo, anche se tutto crolla...
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DESERTIFICAZIONE
19.01.09
Un’enorme duna di sabbia, che a tratti brillava come fosse dorata, s’ergeva nel centro
della piazza cittadina. Il tempio doveva ancora trovarsi sommerso lì sotto, navate,
cripte e persino la piccola sacrestia erano colme di microscopici granelli. K fissava
quel luogo e nella sua mente vedeva ancora il tempio. ergersi nel centro abitato, fu
proprio in quel luogo che conobbe dio in un lontano anno della sua infanzia. Se
pur da molto tempo non frequentasse più quel posto un po’ gli dispiacque quando
l’ultimo frammento si posò sulla punta estrema della costruzione celandola così
completamente. Intanto c’era gente ben più disperata di lui, il vecchio sacerdote, da
quando non aveva più un altare da dove predicare, s’era rinchiuso nella canonica,
da quel giorno nessuno l’aveva più visto, i primi giorni qualcuno se ne preoccupò,
poi fu dimenticato. I fedeli si dividevano in diverse fazioni: alcuni leggevano in
quella pioggia un chiaro segno dell’ira divina che si stava scatenando, quindi
presero a pregare, lodare, adorare dio più di quanto avessero fatto prima, e non
avendo più un luogo predisposto per le suddette azioni, si ritrovavano a diverse ore
della giornata, a volte pure della notte, davanti alla montagna di sabbia, le scene
potevano essere strazianti chi urlava, chi piangeva qualcuno arrivava a lacerarsi
le carni implorando perdono. Altri pensavano che questi comportamenti fossero
il frutto di stupide superstizioni, retaggio di epoche passate. Secondo loro la
causa di tutto sarebbe stata da imputare a delle industrie d’oriente che, scaricando
nell’atmosfera i loro gas inquinanti, avevano provocato diversi sconvolgimenti
climatici tra i quali le piogge di sabbia erano solo un esempio. Questi si sforzarono
di continuare, nonostante tutto, la loro vita di sempre confidando che presto quella
pioggia maledetta avrebbe cessato di cadere. Altri ancora presero l’evento come
un segno dell’abbandono divino, in quanto solo chi non tiene alla propria dimora
permetterebbe che questa possa riempirsi di sabbia, quindi divennero atei. La
religione aveva smesso d’interessare K da tempo e quell’evento gli lasciò un po’ di
malinconia per ciò che era stato perduto ma niente di più. Ciò che angosciava più
K era però quella flebile pioggerellina giallognola, che non accennava a smettere e
chissà cos’altro avrebbe potuto ancora cancellare. Alzò lo sguardo verso lo scolorire
del giorno e vide dei fili di sabbia, che andarono a depositarsi sulle sue scarpe,
affrettò il passo e tornò verso casa. K soffriva spesso d’insonnia, mentre si rigirava
sentiva che fuori stava soffiando un forte vento, ciò gli ricordò quella notte in cui
il tempio fu sepolto. Si svegliò e capì che era ormai passato mezzogiorno si vestì e
iniziò a pensare a come occupare il pomeriggio, restare chiuso in casa avrebbe solo
aumentato il suo malumore, uscì, aprì l’ombrello, per ripararsi dalla sabbia, e andò
a vedere cosa proiettavano al cinema. La strada passava vicino all’università, K non
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poté non notare che la costruzione, un imponente edificio d’oltre cinque piani, era
per metà ricoperta di sabbia. K si fermo per un po’ ad osservare gli studenti che si
servivano delle finestre per scivolare fuori dall’edificio. L’università rappresentava
uno dei pochi centri d’opposizione al governo e quella maledetta pioggia lo stava
cancellando. Alla pari dei fedeli religiosi, anche gli studenti si dividevano nelle
considerazioni sull’evento. I catastrofisti vedevano nella pioggia di sabbia la morte
dei movimenti e l’impossibilità della costruzione di una qualsiasi alternativa, altri,
al contrario, sostenevano che l’inagibilità dell’università poteva essere un’occasione
per acquistare visibilità all’esterno, altri ancora temevano che l’evento avrebbe
causato la chiusura dell’università costringendoli così a trovarsi un lavoro, erano
però in molti a divertirsi quel pomeriggio giocando a scivolare sull’enorme cumulo
di sabbia che s’era accumulato nella notte. Ad ogni modo K aveva spento la sua
passione politica, gli era rimasta soltanto una profonda e sincera antipatia per
qualunque figura ricoprisse un qualsiasi ruolo d’autorità dal poliziotto al presidente
dello Stato. Quindi il fatto che anche l’università potesse rimanere sepolta, non lo
preoccupava più di tanto. Quando i discorsi degli studenti iniziarono ad annoiarlo,
riprese il passo in direzione del cinema. Prese posto nelle prime file, sullo schermo
apparirono immagini di un vecchio film ambientato in una capitale straniera, K
già le conosceva, ma le stava rivedendo volentieri. Quand’era circa a meta film
una cascata di capelli castano chiaro gli cascarono su una spalla fino a solleticargli
una guancia, appartenevano a una ragazza seduta accanto. L’aveva notata arrivare
a film iniziato e fu piacevolmente stupito quando venne a sedersi accanto a lui,
nonostante i numerosi posti vuoti della sala semi deserta, ma questo forse non
aveva importanza. K non prestava più attenzione al film ma i suoi pensieri erano
tutti per la testa di quella sconosciuta appoggiata sulla sua spalla. Quando le luci
si accesero lei si svegliò alzò il capo e gli sorrise quasi per scusarsi, lui la invitò a
fumare una sigaretta. I suoi occhi, ora aperti, brillavano d’azzurro e K era come
felice, lei doveva andare nell’ufficio della casa editrice per la quale lavorava, K disse
che poteva accompagnarla dato che doveva fare la stessa strada, mentì, lei sorrise.
K aprì l’ombrello e la invitò a ripararsi con lui. Mentre camminavano alcune
raffiche di vento cominciarono a prenderli a bersaglio, le folate diventarono poi un
unico soffio che si trasformò in tempesta, la sabbia cominciò a scendere copiosa
sui due e l’ombrello era ormai inutile, K lo abbandonò e questo volò via come fosse
una piuma. Con le braccia, ora entrambe libere, abbracciò la ragazza cercando di
tenerla stretta, non ci riuscì e la ragazza volò via allo stesso modo dell’ombrello. K
arrancava cercando di coprirsi il viso come poteva mentre la sabbia si mischiava
alle lacrime infangandogli il viso, difficile calcolare quanto durò il tutto, ma
quando egli poté riaprire gli occhi vide sopra di se l’azzurro. La pioggia di sabbia
era terminata e K non era che un piccolo punto nero tra il cielo e il deserto.
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SPERIAMO NEVICHI
27.05.08
y: -Allora com’è andata la serata?x: -Mah.. niente, le ho offerto da bere e.. niente..y: -Va beh dai, ti sarai almeno fatto dare il numero.x: -Sì, ma non so se me ne farò qualcosa, fossero sufficienti i numeri di cellulare,
ne ho la rubrica piena..-.
y: -Dai non t’abbattere.. c’è l’ho io la soluzione adatta, che dici, andiamo a farci un
paio di colpi?x: -Non saprei.. è ancora prestissimo..y: -Su, guarda che sta roba ti carica meglio della brioche e caffé del baretto..x: -Va beh dai, una striscettina, facciamo in fretta però.y: -Senti: sta roba l’ho pagata un botto, ma è buona, la chiamano: “la roba
d’Agnelli”..x: -Fossi un Agnelli me ne starei a letto a quest’ora, non di certo qui..y: -Fossi io un Agnelli boh, forse non sarei più su questo mondo, ma di certo me la
sarei divertita, alla grande poi..x: -Dai abbassa la tavoletta del cesso e sbrigati a farla giù, che è tardi..y: -Oh un attimo, queste cose vanno fatte con calma e precisione d’artista, poi mica
morirai dalla voglia di tornare di là, spero..x: -Non vorrei altri casini, tutto qui. Hai visto anche tu che per loro ogni stronzata
è un appiglio per romperti i coglioni..y: -Che botta.. sta roba..x: -Sì..y: -Ma non ci sei più passato dal sindacato poi?x: -Bah, quelli sono degli stronzi, pare che per loro conti poco più d’una tessera.
Non hanno veramente idea di cosa cazzo significhi stare qui dentro.y: -Sei tu che ancora voti sinistra..x: - Non serve che mi ricordi d’essere un coglione, comunque dai, andiamo.In quel momento suonò la sirena che dava inizio al primo turno. S’udì subito un
rumore forte e intenso, ogni macchinario era rientrato in funzione. I tappi nelle
orecchie davano una sensazione ovattata, un po’ come il risveglio in quelle mattine,
quando ha nevicato per tutta la notte. Un altro giorno era stato timbrato. c: -Ehi, voi due..- Era l’inconfondibile vociare del capo.
c: -Ci sarebbe tutta questa merda da far sparire entro le otto..-Disse indicando un
mucchio di materiale di scarto, che giaceva in un angolo del capannone.
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c: -So che fuori sta piovigginando, ma due gocce d’acqua non spaventeranno dei
giovani gagliardi come voi.. Su al lavoro, meglio gioventù..Appena fuori li immerse una pioggia continua e intensa, nel giro di pochi minuti,
le tute blu dei giovani operai erano già del tutto fradice.
x: -Che bel lavoro di merda! Proprio quello che ci voleva per iniziare la giornata..y: -Beh se non stesse piovendo non sarebbe così male, almeno da qui si può vedere
il cielo..x: -Piove sempre sulla classe operaia.y: -Beh, allora speriamo nevichi.-
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IL CASTELLO
13.05.07
Era una bella giornata di primavera inoltrata, il sole brillava alto in cielo scaldando
le piante, le rocce e gli animali, che si godevano, finalmente, la stagione degli amori.
Quella mattina B. si svegliò di buon’ora, era una giornata molto importante per lui,
infatti di lì a poco si sarebbe recato al Castello per essere nominato Presidente della
Camera di Comando.
Era proprio una bella giornata di primavera inoltrata.
Dopo aver effettuato con una calma da tartaruga i cerimoniali del primo mattino,
B. avvertì il suo autista di passarlo a prendere.
Immediatamente un’auto Rossa giunse sotto casa per accompagnarlo al Castello.
B. scese le scale in maniera eccessivamente frettolosa, infatti, saltando due o tre
scalini per volta, inciampò contro un dalmata che aveva scambiato l’atrio del
palazzo con la propria toilette personale. B. diede una carezza distratta al dalmata,
come per scusarsi, e si precipitò nell’auto, che l’attendeva.
Pur non essendo assolutamente in ritardo B. era stranamente nervoso, l’autista
comprese la situazione e pigiò sull’acceleratore per giungere a destinazione prima
dell’impossibile.
L’auto Rossa sfrecciò a tutta velocità verso quella nuvola grigia all’orizzonte che
segnalava l’inizio della Città.
Dopo alcuni minuti di viaggio, l’aria cominciava già a farsi più grigia e poco gradevole
all’olfatto tanto che B., con suo sommo dispiacere, dovette rinunciare a tenere i finestrini
abbassati e rassegnarsi all’aria condizionata.
Trascorse ancora un po’ di tempo e il grigiore tipico della Città inghiottì l’auto Rossa,
dai finestrini era possibile scorgere qualche operaio e molte fabbriche.
Era l’inizio di via del Popolo, arteria principale del quartiere popolare della città.
All’osservazione di B. emergeva un’atmosfera tranquilla, monotona. I pochi operai
si stavano avviando insonnoliti, annoiati e tristi verso il proprio lavoro.
Non c’era nessuno a volantinare, nessun picchetto davanti ai cancelli, B. si
compiacque della pace sociale conquistata, lontano era il ricordo di quell’Autunno,
quand’egli stesso, davanti ai cancelli della sua fabbrica, sobillava e aizzava i colleghi
contro il padronato e il Sistema. Ora l’auto cercava di farsi prepotentemente strada nel mezzo del traffico mattutino,
B, nell’attesa, cercava distrazione spiando fuori dal suo finestrino dai vetri oscurati.
Intravide della gente in un mercato all’aperto, alcuni ragazzini davanti a una scuola,
un gatto che cercava disperatamente un topo a cui dare la caccia e la sua vecchia
casa, dov’era nato e cresciuto.
Una scossa e un rumore, come da incidente, lo riportarono alla realtà della mattina,
il suo autista, aveva urtato violentemente uno scooter scaraventando a terra il
ragazzo alla guida. B. si voltò un attimo per osservare l’accaduto, vide un ragazzo,
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accasciato immobile a terra, con indosso una tuta blu da operaio. Nel frattempo,
sotto al corpo del malcapitato, cominciava ad espandersi una chiazza rossa che,
con il grigio dell’asfalto, creava un contrasto piuttosto particolare.
-Mi devo fermare?- Domandò l’autista.
-Non ora, sono il primo ad essere preoccupato per la salute di quel ragazzo , ma
adesso dobbiamo correre al Castello, poi quando sarò Presidente della Camera di
Comando, cercherò di risolvere i problemi del traffico di modo che questi incidenti
non si verifichino più..- Rispose agitatamente B.
-Come preferisce.- Assentì l’autista, che incurante dell’incidente provocato pigiò
con ancor più decisione l’acceleratore.
A poco, a poco, guardando verso l’alto, si riusciva a intravedere, nel grigio prodotto
dall’aria viziata, l’ombra del Promontorio: la parte alta della Città, dove aveva sede
il Castello.
Nonostante questa visione dovesse risultare ormai familiare a B., quella mattina
non riuscì a trattenere un brivido che gli percorse tutta la schiena.
Finalmente, l’auto riuscì a svoltare verso i quartieri alti della città lasciandosi alle
spalle il quartiere operaio,la sua confusione e le sue nebbie.
Appena imboccato Corso Borghese, pareva di entrare in un altro mondo.
Ora, dai finestrini dell’auto, si potevano osservare gentili signori e signore ben
vestiti che passeggiavano lungo i marciapiedi. La confusione, il disordine di via del
Popolo avevano lasciato lo spazio alla tranquilla operosità dei quartieri borghesi.
-Qui l’aria sembra più pulita..- disse B. quasi come per rompere la tensione.
L’autista assentì distrattamente e svoltò per via della Repubblica, una lunga strada
alberata in salita, che portava direttamente al Castello.
Dopo aver percorso qualche decina di metri comparve un posto di blocco
composto da diverse camionette e decine di Guardie armate.
La zona intorno al castello era presidiata da centinaia di Guardie pronte a reprimere
un’eventuale manifestazione dei Movimenti.
Alla vista dell’auto Rossa lo schieramento si aprì immediatamente per permettere
il passaggio.
L’auto proseguì e accostò proprio davanti all’entrata principale del Castello, lì il
cielo era terso e l’aria era piacevole da respirare, bisognava sforzarsi di abbassare
lo sguardo per scorgere la nube nero-grigiastra che avvolgeva i quartieri operai.
B. entrò nel Castello.
Percorse quasi di fretta gli ampi lussuosi saloni, un tempo dimora di re, principi
e principesse, poi riadattati per divenire dei comodi salotti per i Signori della
Repubblica, tutti lo salutavano cortesemente, qualcuno gli faceva gli auguri e
qualcun altro gli augurava buon lavoro facendo le corna dietro alla schiena.
Finalmente B. entrò nella camera e si sedette nel suo solito vecchio posto, intanto
continuava a ripassare mentalmente il suo discorso.
L’aula continuava a riempirsi, arrivò F., sempre più magro, accompagnato da R.,
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che esponeva, tutto fiero, una bella margherita nel proprio taschino di sinistra,
la loro convivenza ancora non si decideva a iniziare, scatenando così i pettegolezzi
di tutto il Castello.
Entrò poi P., che non salutò nessuno, perché era assorto nella recita del rosario, che
portava sempre con se insieme al panino alla mortadella ben visibile dalla forma
della tasca. Comparve anche D’A., bello come sempre, metteva in mostra i suoi
nuovi baffi neri comprati per l’occasione, sicuro e impettito com’era si notava che
era sicuro di ottenere almeno un Ministero. Nella folla, che ormai occupava l’intera
aula si riuscivano a intravedere Rosy B. e M., che si tenevano la mano come due
fidanzatini, nonostante la loro età e il loro aspetto non proprio incantevole, facevano
comunque molta tenerezza. L’odore di vino a buon mercato anticipò l’arrivo ci C.,
visibilmente ubriaco, a stento riuscì a scendere le scale della sala, appesi ai suoi
pantaloni pendevano alcuni scalpi strappati ad alcuni immigrati clandestini, o
scambiati per tali, e un formaggio, ormai ammuffito, proveniente dalle vallate del
Nord. Erano orami tutti accomodati e la seduta stava per avere inizio quando entrò
lui, Silvio, accompagnato da quattro danzatrici, che si esibivano a seno scoperto.
Sotto gli occhi incantati dell’intera sala andò a prendere posto senza dimenticare di
mostrare a tutti il suo nuovo sorriso, di ultima generazione, che aveva fatto arrivare
direttamente dall’America.
La sala era gremita, i ritardatari, dato che le sedie erano state tutte occupate
dovettero sedersi sulle scale o in ogni buco libero dell’aula.
Dopo i soliti convenevoli ebbe inizio l’elezione che sancì la nomina di B. alla
presidenza della Camera di Comando.
Tra applausi, fischi, e qualche pernacchia, B. si diresse verso il Trono riservato al
Presidente, durante il cammino gli capitò di schiacciare qualche collega che si era
accomodato sulle scale, e si udirono già le prime lamentele contro il suo operare,
giunto in prossimità dello scranno, iniziò il suo discorso.
Senza nascondere un tocco d’emozione B. cominciò a parlare:
-Care colleghe, cari colleghi, in questo giorno così importante per me e per la
nostra Repubblica vorrei ricordare tutti coloro, che forse non hanno nemmeno mai
visto questo Castello, se non dalle nebbie dei quartieri bassi. Tutti quegli uomini e
quelle donne, che quotidianamente lavorano faticosamente per almeno otto ore al
giorno, mentre noi in questi salotti, tra qualche bicchiere di vino e un buon sigaro
discutiamo a proposito del bene della Repubblica. Voglio quindi dedicare questa
mia elezione a loro, a tutti i proletari della nostra Nazione, perché anch’io, anche se
ormai molto tempo fa, sono stato uno di loro.B. allontanò la bocca dal microfono si commosse.
Intanto nell’aula scoppiò un gran casino, chi applaudiva, chi fischiava, chi rivolgeva
le proprie natiche al nuovo Presidente, qualcuno ne approfittò per scambiarsi 103
qualche gesto affettuoso con il proprio vicino di banco, R. prese la mano di F.
stringendola con affetto, e Rosy B. e M. iniziarono a limonare come due liceali al
parco.
La situazione si calmò quando le quattro danzatrici in topless si esibirono in uno
spettacolino mozzafiato al centro dell’aula, per una volta si sentì un applauso
generale provenire dall’intera assemblea. Solo alcune vetero-femministe, reduci del
secolo scorso, non accettarono lo spettacolo e abbandonarono stizzite il proprio
posto.
Così, in quella bella giornata di primavera inoltrata si diede avvio alla nuova
Legislatura guidata da una maggioranza diversa alla precedente, che aveva
governato per ben cinque anni. Ma, nei quartieri bassi, pare che nessuno notò la
differenza.
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Il formicaio
12.10.2009
Allo schiarire, una mattina, una bella mattinata di quelle vissute, lucide nonostante
la nottata trascorsa ad ingerire alcol ad intermittenza. L’ultimo brindisi al cielo,
prima di gettare la bottiglia vuota, che come per risposta arrossisce facendo mostra
delle nubi che porta con se. Camminare, osservare gli alberi e la prima luce rossa
e tiepida filtrare, ci si sente come baciati da un bacio trattenuto sulle labbra. Una
ricerca che non può essere soddisfatta, un passo ne richiama un altro e lo sguardo
quasi folgorato cerca di rasserenare il cuore. Un inciampo, uno sbaglio, e un masso
che si sposta scivolando sull’erba bagnata. Sotto gli occhi, molto al di sotto, pare
scatenarsi un putiferio, una metropoli, composta da una moltitudine d’esserini
terrorizzati, sembra come subire un bombardamento aereo, corrono alla arinfusa,
probabilmente non sospettavano che le loro abitazioni avrebbero potuto in un
istante perdere tetto e fondamenta. Lo spettacolo è raccapricciante diviene tutto un
correre lungo il masso spostato verso le foglie bagnate o un dirupo che precipita
a poca distanza, lo smarrimento è tale che ogni direzione pare essere indifferente.
Alcune cercano d’arrampicarsi lungo le mie scarpe e oltre fino ad arrivare a
contatto con la pelle, le sento grattare con le zampe mentre tentanto di risalire,
cerco di divincolarmi, le scanso con la mano, ma sono troppe, talmente tante che
scrollarle sarebbe inutile. Basterebbe un mio passo forse due o tre per ammazzare
l’intera combriccola e ritrovare serenità, ma rimango paralizzato, mentre ciò che
pareva essere la regina degli esserini emerge dal sottosuolo gonfia da vomitare,
ne provo sincero disgusto, non sarei mai in grado di spappolare le budella ad una
cosa così grossa, goffa, brutta. Diventano sempre di più sembrano moltiplicarsi
ad ogni istante, inquantificabili punti neri che ormai occupano ogni spazio dalla
cima del masso al ciglio del dirupo, rimango fermo, inetto, immobile terrorizzato,
ma qualcosa mi fa capire che sarebbe il momento d’agire. Ricordavo d’aver letto o
studiato su qualche manuale di storia che l’orario preferito per le esecuzioni fosse
proprio il primo albeggiare.
Una lama di ghigliottina gelida e pesante, già destinata a più nobili usi, questione
di secondi e tutto cade in un cestello di vimini inzuppati di sangue greve della
propria testa.
Un colpo di fucile, magari ricevuto da un plotone di un esercito regolare con la
divisa pulita, al “fuoco” del comandante non riesco a quantificare quanti organi
vitali possano contemporaneamente distruggersi prima che il corpo possa cadere a
peso morto nella grande fosse già predestinata.
Farsi mettere una corda al collo di fronte a sguardi incuriositi ed eccitati, che
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indugiano sui movimenti e sulla meticolosità del boia. Il minuto concesso di
un’ultima sigaretta, e il mondo cade a pezzi,in maniera definitiva, serve fin sperare
che qualcosa si rompa per risparmiarsi l’onore d’esalare un coscienzioso ultimo
respiro.
Una lunga processione primaverile affronta la salita d’un colle poco fuori le mura
della città, per assistere a coloro che saranno inchiodati su una croce, esposti nella
loro nudità e fragilità umana fino a quando la compassione d’una punta di lancia
nemica possa far ripiombare il cosmo nell’oscurità.
Sterminare ogni punto nero, renderlo immobile nel suo ultimo gesto, che si trovi
su una roccia, su una foglia o su un fiore fa poca importanza. Ma il formicaio
sa il fatto suo ed ha a disposizione migliaia d’unità e mezzi di trasporto: auto,
autobus, filobus, metrobus, treni, e aereoplani in grado di volare, oltre che ogni
tipi d’armamento: coltelli, rivoltelle, fucili, bazooka, mitragliatrici, bombe,
cacciabombardieri in grado di volare, inutile tentare, non possono che vincere loro,
la mia sconfitta, il mio fallimento è segnato, scontato, ovvio.
Li vedo muoversi con solerzia, la metropoli è già stata ricostruita, ristoranti, bar,
centri commerciali, strade e autostrade brulicano ancora come un tempo, e il mio
passaggio è già stato dimenticato, come se non fossi mai passato da quel sentiero.
Umiliato cerco d’adeguarmi ai gusti dei vincitori, che vivono sotto il sasso, che
lavorano, guadagnano, producono e consumano e non gli pare di subire violenza
nello svegliarsi quando un tempo imposto lo decide. Che agiscono e si muovono
con i loro scopi, che s’incontarno alle luci psichedeliche di una pista da ballo e si
ritrovano, rinchiusi in un auto, mezzi nudi, lungo una strada sterrata e deserta, a
scambiarsi gridolini verosimilmente orgasmici nel silenzio della campagna.
Nuvole di fumo, gioco a spezzarle con le dita, prima che si disperdano nell’aria,
esalo speranze. Il disco solare è ormai ridotto ad una minuscola sfera che ad ovest
tramonta. La sera mi dà sollievo pare che per un po’ la vita s’interrompa, così che
io possa rimanere ad ascoltare l’oscurità e il silenzio ritmicamente rotto da un
transitare d’auto.
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PIOGGIA SU TAIWAN
20.05.08
“dovevamo fare un fim duro sui precari, non su questi trentenni
soli e confusi..” (Dal film “riprendimi” di Anna Negri)
Giovedì pomeriggio, il centro commerciale splendeva, illuminato dagli ultimi
raggi d’un sole primaverile. Il più era fatto, ancora pochi secondi e la sua carta
di credito sarebbe strisciata su quel coso, che dissolveva i soldi senza colpo ferire.
Uno dei sogni della sua vita, almeno uno, sarebbe stato semplicemente realtà. Si
stava per portare a casa un mega televisore con teleschermo ultra piatto d’ultima
generazione, doubly surround e tutte quelle altre cose che vanno di moda al giorno
d’oggi. Inoltre, per l’acquisto, aveva potuto usufruire di un ultra sconto della durata
di un anno per poter vedere in chiaro centinaia di canali da ogni angolo del globo.
Superfluo dire che era euforica come, da tempo, non riusciva a ricordare, un
apparecchio simile l’avrebbe sognato nella sua camera di bambina e che invidia
avrebbe suscitato in Maria e Silvia, le sue più strette amiche d’infanzia. Silvia di certo
non avrebbe mai potuto godere di quella visione, era morta poco tempo prima,
dopo un pugno d’anni molto randagi, passati tra le periferie di qualche grande città
del nord. Non fu mai chiarito se ad ucciderla fosse stata la cattiva sorte d’una dose
tagliata male o il cinismo dell’ex fidanzato, spacciatore, a cui pareva dovesse ancora
diverso denaro. Ora di lei rimaneva soltanto una foto sul lago Maggiore scattata in
una calda primavera, durante una gita scolastica, quando ancora frequentavano
la terza media. La vedeva sorridere sotto il cielo azzurro di quel pomeriggio, e di
certo preferiva ricordarla così, e non in quella cassa grigia come la pioggia, che
aveva accompagnato i funerali. Di Maria conservava qualche mail e il ricordo di
un estate di due anni precedenti, quando l’amica era riuscita a liberarsi dal lavoro
per una settimana, e si erano riviste dopo molto tempo. Quello stesso lavoro,
che le aveva impedito d’essere presente ai funerali di Silvia e aveva mandato quel
telegramma idiota, che lei stessa aveva dovuto consegnare alla madre. Durante la
processione ogni cestino le faceva venire la tentazione di liberarsi di quel pezzo
di carta, che le pesava nella tasca, ma poi l’aveva consegnato direttamente nelle
mani della donna, che l’aveva baciata e ringraziata con le lacrime che rigavano
un viso non più giovane e non pronto alla morte d’una figlia. Nuvole plumbee
preannunciavano un temporale scontato, lei s’infilò in macchina ansiosa d’arrivare
a casa. Dopo la laurea s’era trasferita da sola in un piccolo bilocale in centro, non
aveva ancora avuto tempo di sistemarla in maniera accogliente, su un muro bianco
sporco campeggiava una vecchia stampa d’un quadro di Van Gogh, ricordo d’un
regalo dei tempi del liceo. A terra giacevano dei libri e alcune bottiglie vuote, prove
107
d’un vizio che non riusciva più a nascondere e che col tempo le interessava sempre
meno. Terminati i piatti puliti si cibava direttamente dalle pentole e se di notte
rimaneva senza sigarette sfruttava gli ultimi due tre tiri dei mozziconi schiacciati
nel posacenere, le bollette appese al frigorifero scandivano il trascorrere del tempo.
Atmosfere d’una solitudine intervallata solo da una breve storia con un sindacalista
abortita sul punto di nascere. Sentimenti e affetti le sembravano precari come il suo
lavoro. Arrivò a casa allo scolorire del giorno, impaziente, s’adoperò per mettere in
funzione il suo nuovo acquisto. Solo qualche ora più tardi se ne stava seduta sul
divano con un fresco bloody mary al suo fianco. L’enorme schermo illuminava la
stanza d’ una luce flebile e azzurra, il televisore era sintonizzato su un’emittente,
dove una donna, dal volto asiatico, annunciava le previsioni del meteo, era prevista
pioggia su tutta le regione di Taiwan.
108
RAGGI DI SOLE
09.10.07
-Pronto.-Ehi, ciao,ma come mai questa voce?.-No.. no.. dai.. non scherzare.-No.. ma come? Quando? E tu come lo sai?-Cazzo.. no.. non avrei mai immaginato.. no..-E ora? Tu chi hai sentito? Devo chiamare qualcuno?
-Sì, e tu come stai?-Va bene dai più tardi ci vediamo.-Promesso, passerò io, ciao.Quattro o cinque raggi di sole picchiettavano insistentemente contro i vetri della
finestra, creavano così degli strani riflessi che si spandevano lungo le superfici
trasparenti. I raggi erano luminosissimi e avevano il colore dei giorni felici.
Lei si sedette, lasciò che qualche lacrima le posasse un po’ di rimmel sull’orlo delle
labbra, poi riafferrò il telefono e pigiò qualche tasto numerato, non curandosi
minimamente dei raggi colorati, che continuavano ad agitarsi a soli pochi metri
da lei.
-Pronto.-Sì ciao, sono Anita.-Sì, io bene, cioè non proprio..-Insomma, ti ho chiamato per dirti che Michele è morto.-L’hanno trovato stamattina tardi, la sua auto era poco fuori paese con il tubo di
scarico collegato all’interno della macchina, e..-Ancora non ci credo, non vorrei crederci, cazzo no..-Ma perché proprio ora, che credevo di potermi godere un po’ di felicità, deve
succedere tutto questo? Lo sto chiedendo a te: perché? non doveva, non avrebbe
dovuto farmi questo, non me lo merito, questo no.-Sì, forse, spero che tu abbia ragione, in fondo torturarsi con i pensieri non ha
senso.-Va bene dai, sentiamo gli altri che magari potremmo compragli dei fiori, da parte
di tutti noi, no?-Sì poi credo di uscire, con questo sole, a stasera allora, no neanch’io ho voglia di
restare sola. Ciao, e grazie.Ora i raggi di sole sembravano essersi moltiplicati,oppure, più semplicemente,si
muovevano solo con un po’ più d’animosità, dando così l’impressione d’essere
molti di più. Giocavano a puntare i loro fasci di calore colorato dritti contro il suo
volto, sperando forse d’ottenere anche solo un po’ delle sue attenzioni.
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Ma Anita pareva altrove e non prestava alcun attenzione alla finestra, anche se
era a soli pochi metri da lei. Prese un libro, lesse qualche riga, ma poi lo richiuse e
sembrò che si stesse per addormentare.
Gli aloni luminosi sui vetri si fecero sempre più splendidi e brillanti, i raggi stavano
dando sfogo a tutta la loro energia pomeridiana per ottenere quest’effetto, ma Anita
aveva gli occhi chiusi e vedeva solo nero.
Il libro cadde e Anita aprì gli occhi per osservare u po’ il cielo terso, se non
tutto almeno quella porzione visibile dalla sua finestra, i raggi se n’erano andati,
lasciando la stanza in un bianco cupore.
La luce colorata si era spostata in un parco lì vicino, dove alcuni bambini stavano
giocando a “girotondo”, tutto come se niente fosse successo, e i raggi si divertirono
a danzare con loro fino al crepuscolo.
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RACCONTO DI NATALE
21.02.2010
Venerdì 25 dicembre 2009 ore 2:21
Nella penombra di un soggiorno, immerso nel silenzio di una notte d’inverno, delle
minuscole luci colorate si ravvivano e morivano ad intermittenza, illuminando
lievemente un modesto angolo della stanza. Le piccole lampadine erano come
attorcigliate ad un modesto albero plastificato, che occupava la remota zona del
soggiorno. Ai suoi piedi, nella penombra, una busta di carta lucida rossa luccicava
nella penombra. Poco distante, un foglio di calendario inchiodato al muro
riportava stampato il numero 24.
In posizione quasi fetale, raggomitolato tra coperte e lenzuola X dormiva immerso
in un sonno inquieto, soltanto lievemente illuminato dalla luce vagamene azzurra
emanata del piccolo televisore 16 pollici, rimasto acceso a vegliare in modalità
muta trasmettendo un vecchio capolavoro del cinema sovietico. Angoscia e
paura tinteggiavano i suoi sogni, costringendolo a continui risvegli dettati
dall’inquietudine e dalla tachicardia. Saranno state le quattro del mattino quando
X riuscì ad addormentarsi profondamente, solo le campane a festa della piccola
chiesa, che s’ergeva poco distante dalla sua finestra, riuscirono a svegliarlo. X era
ancora assonnato, la notte appena passata gli aveva lasciato il gusto d’un pizzico
di malumore, si buttò completamente sotto le coperte alla ricerca del sogno
interrotto. Passarono cinque minuti, poi altri cinque e poi cinque ancora, il quarto
d’ora si trasformò presto in una mezz’ora e questa in un’ora, fu allora che X, ormai
completamente sveglio, realizzò che era il giorno di Natale, così recuperato qualche
pensiero, calzini e pantofole s’alzò dal letto.
Lunedì 21 dicembre 2009 ore 13:00
Era certamente l’orario peggiore per recarsi alla mensa. Ogni tavolo era almeno
parzialmente occupato. Nemmeno spostandosi verso i lati estremi della sala,
quelli più lontani dalle casse e dalle corsie dei self-service, posti prediletti da X
per consumare i propri pasti, era possibile trovare un posto tutto per sé. Fu quindi
costretto a condividere, minuti, sguardi, rumori di forchette e mastichii con
dei perfetti sconosciuti, le cui facce sarebbero facilmente scivolate via dalla sua
memoria in compagnia del caffè.
Mancavano pochi giorni al Natale e i gestori della mensa avevano pensato bene di
consegnare ai clienti, come pensiero, un piatto di discreto antipasto, una fetta di
panettone e un bicchiere di spumante. X si servì d’un piatto di tagliatelle ed una
porzione d’antipasto, giunto infine di fronte alla giovane dipendente, che gli offriva
col fare gentile, che sembra colpire, come un’influenza, gran parte delle persone
111
negli ultimi giorni dell’anno solare il dolce e lo spumante, X stava per allungare le
mani, quando pensò alla tristezza d’un unico bicchiere, inutile anche per un solo
brindisi, rifiutò quindi cortesemente e s’avviò col vassoio traballante tra le mani al
suo posto.
Gli altoparlanti, sparsi in diversi punti della sala, sciorinavano nel frattempo un
vergognosa scaletta di pezzi dedicati al periodo. X inghiottì la prima oliva, che
componeva l’antipasto, sulle note di jingle bells, seguirono, a random, senza un
istante d’interruzione: Venite Adoremus, Tu scendi dalle stelle, We Wish You a
Merry Christmas, Astro del ciel...
Terminato di pranzare, come un qualsiasi altro giorno, X utilizzò il piccolo
tovagliolo di carta per pulirsi le labbra, s’alzò, andò a posare il vassoio su un
nastro rotante, che immaginava portasse alle cucine, prese un caffè al distributore
automatico e uscì sul viale gelido.
Lunedì 21 dicembre 2009 ore 19:00
Il buio serale era già calato da un pezzo, X semi avvolto in un cappotto mal
allacciato e in una sciarpa stretta di fretta, s’avviava verso casa. Erano i momenti
in cui il traffico sulla strada e sui marciapiedi aumentava a dismisura, le auto
immobili suonavano claxon ad intermittenza, creando dei fastidiosi caroselli,
la gente sui marciapiedi s’affettava quasi correndo, i vetri di un supermercato
lasciavano intravedere file di gente in coda alle casse in attesa di poter pagare ed
andarsene a casa ad inghiottire frigoriferi e dispense varie. Nell’anfratto di un
portone aveva trovato riparo un cane raggrinzito, in sua compagnia un signore di
mezz’età, infagottato in un piumino troppo corto, elemosinava qualche spicciolo e
regalava auguri ai passanti.
X non diede troppa attenzione a questi scampoli di quotidianità, la serale routine
della città che spegnava le luci dei luoghi di lavoro per illuminare cucine, cucinini,
corridoi, soggiorni, bagni, cessi e camere da letto.
D’un tratto però qualcosa attirò il suo sguardo spento, sospeso fino a quel momento
tra il vuoto e il suolo, un sorriso, scorto oltre la vetrina trasparente d’un negozio
d’abbigliamento, quel sorriso era sulla bocca di una giovane commessa. Per qualche
secondo X rimase immobile, stava per andarsene e riprendere il cammino, quando
entrò nel negozio. S’aggirava smarrito tra scaffali zeppi di tessuti ed etichette che
sbucavano da ogni parte.
X udì una voce femminile provenire dalle sue spalle
“Signore, posso aiutarla?”
La voce era gradevole, il viso grazioso, la posizione del corpo ricalcava quell’idiota
idea d’accoglienza, che viene impartita ad ogni nuova, ma non era lei.
112
“No, no, stavo solo dando così.. un’occhiata..” Tagliò corto X, imbarazzato dal
luogo, dai presenti, e dalla situazione non programmata in cui s’era maldestramente
infilato.
“Come preferisce, se sta cercando degli abiti da uomo sono laggiù in fondo
sulla destra, dovrà cercare di affrettarsi, perché, sfortunatamente, tra mezz’ora
chiudiamo,oppure sarò felice di poterla aiutare un altro giorno, quando lo desidera”.
Disse lei col medesimo tono cortese della prima battuta e sorridendogli lievemente
s’allontanò, in caccia d’altri potenziali clienti più propensi agli acquisti.
X si trovava curiosamente in quel negozio, fino ad allora notato solo distrattamente,
per cercare lei c la trovava, la vedeva, la riperdeva, persa tra le labirintiche corsie
volteggiava tra i diversi reparti, parlando e servendo sorrisi ad altri clienti.
Fu solo grazie ad un attento studio dei suoi movimenti, aiutato da un po’ di fortuna,
che i due s’incontrarono faccia a faccia in una corsia delimitata da due scaffali sui
quali erano impilati decine di maglioni da uomo.
Lei stava per parlargli: “Posso aiutalra?” disse lei sorridendo, con il medesimo tono
impostato della commessa precedente.
X non s’era ingannato avrebbe voluto che quel movimento facciale standard e
programmaticamente appreso durante le giornate di prova fosse caldo e sincero,
esattamente come quello che s’era immaginato pochi minuta, dopo averlo intravisto
dalla vetrina, ed ora quella dentatura bianca e curata in mostra era per lui.
Emozionato, imbarazzato, X rispose: “Beh.. stavo vedendo questi maglioni..”
Lei appoggiò lievemente la mano sui capi accatastati quasi accarezzandoli, ora non
era più affannata tra i diversi punti del negozio, ma ferma e con aria serena lo stava
guardando, poi chiese: “Bene, sta cercando un’idea per un regalo, o è per lei?”
X fu scosso dai suoi pensieri, non era pronto a rispondere in quel momento, quindi
farfugliò qualcosa confusamente: “Regalo? No, no, è per me, sa questo freddo m’ha
preso un po’ alla sprovvista e mi sono trovato senza nulla d’adatto da indossare..
uno si vive l’estate e non ci pensa.. che dovrà arrivare un’altra volta l’inverno..”
Lei gli sorrise poi aggiunse: “Oh.. anch’io adoro l’estate, ma facendo questo
lavoro vede.. I vestiti non riescono a uscirmi dalla testa, così ho degli armadi, che
strabordano di roba, utile per tutte e quattro le stagioni, e pure per qualcuna in più,
se dovesse essere inventata..”
Lei rise, forse sinceramente, nello stesso modo con cui probabilmente aveva riso
già mille volte in compagnia degli amici o in intimità con un uomo, a lui parve,
come per un momento, di sentirsi felice in quella situazione inattesa, in una sera
che presentava tutte le premesse per qualificarsi come insignificante.. Svanita la
breve risata lei tornò nel suo ruolo di venditrice e disse: “Bene, con il freddo di
questi giorni.. quello che ci vorrebbe sarebbe proprio un bel maglione di lana...”
Lui non sapeva bene cosa rispondere, era uscito da lavoro con l’intenzione d’andare
113
verso casa e non certo con quella di mettersi a fare acquisti, rispose cercando un
tono convincente che non trovò: “Sì, la lana pare anche a me l’idea migliore”
“E quali colori preferisce?”
X stentava ora a nascondere l’emozione e per lo più doveva partecipare a quel
discorso che per lui non aveva, più o meno, alcuna importanza, disorientato, tra le
pile di maglioni e lo sguardo di lei, il taglio dei suoi occhi, riuscì ad affermare: “Non
saprei, non sono abituato ad uscire per fare compere da solo..”
Poi egli azzardò un minuscolo passo verso di lei chiedendole: “Cosa mi consiglia,
secondo lei cosa mi starebbe meglio?”
Lei sorrise di nuovo, e lui risentì quei brividi alla schiena, che da tempo non
provava.
“Allora si fida di me?”
Un nuovo sorriso comparve sul suo viso, lui godeva di quel dolce smarrimento
mentale che quel momento gli stava regalando. Lei continuò:
“Io adoro questi due modelli.. e come colore.. vediamo... che potrebbero andarle ho
questo nero ed un blu scuro, sono ottimi capi come vede, li tasti pure, pura lana, io
le consiglierei di provarli entrambi..”
X li prese entrambi le mani gli tremavano un po’ ma cercò comunque di sfiorarle
leggermente le dita, nel contatto, che doveva apparire come accidentale, riuscì a
carpirne un po’ del calore sui suoi polpastrelli.
I loro sguardi s’incrociarono di nuovo, qualche attimo di silenzio che lei interruppe
dicendo: “Vada pure a provarli nei camerini, sono là in fondo, li vede?”
Lui annuì e si chiuse nel camerino. Una volta tirata la tenda, solo davanti allo
specchio, si fissò negli occhi per qualche secondo, soltanto in seguito ebbe il
coraggio di sbirciare i prezzi, erano entrambi molto costosi, decisamente al di
sopra della cifra che solitamente spendeva per vestirsi. Attese qualche minuto e
ritirò la tenda senza nemmeno averli indossarti, era sua intenzione uscire da quel
negozio senza acquistare nulla e senza un saluto, sarebbe di certo stato meglio così,
ne era certo. Uscì dal camerino, attraversò due lunghe corsie e nell’istante in cui
stava riponendo gli abiti sullo scaffale, lei riapparve.
Lo guardò con aria interrogativa, ma cortese: “Non le piacciono? Ne abbiamo altri
se vuole.. diverse qualità, diversi colori...”
X si trovò così con le spalle al muro, fallito il suo piano di fuga rispose:
“Al contrario, sono entrambi molto belli, ma non riesco a scegliere da solo,
prometto di tornare nei prossimi giorni, magari con un’amica, sa io credo che in
questo campo le donne sappiano decidere con più gusto..”
Lei s’aprì d’un sorriso divertito e disse: “Ma sono una donna anch’io! non se n’è forse
accorto? Potrà sfruttare i miei consigli se vorrà, su torni e se li riprovi entrambi, e
mi raccomando si faccia vedere..”
114
X testa bassa e capi in mano tornò nei camerini, tirò la tenda e si ritrovò nuovamente
solo davanti allo specchio, lo sguardo era lo stesso di prima forse condito da un
pizzico in più di disperazione mista all’emozione di rivederla.Li provò osservando
distrattamente la sua immagine riflessa.
Dopo le due prove lei, che era rimasta ad attenderlo a pochi metri dalla tenda del
camerino per tutto il tempo sentenziò: “Direi quello blu, le sta meglio, il nero la
incupisce un po’ troppo a mio parere..”
X imbarazzato, emozionato, cercava di guardarla negli occhi, cosa che gli riuscì
per qualche secondo, infine con lo sguardo perso a misurare le piastrelle, che
componevano il pavimento disse: “Mi fido di lei lo prendo!”
Lei gli sorrise e avvicinandosi un poco gli confidò d’aver appena concluso un
ottimo acquisto, dopo avergli chiesto se avesse desiderato dell’altro, l’invitò a
seguirlo alla cassa.
Lei portava una gonna abbastanza corta da poterle intravedere le ginocchia. Mentre
camminavano insieme verso l’uscita, di tanto in tanto, lui abbassava lo sguardo per
osservare quella parte di gamba coperta solamente dalle calze.
Ora si trovavano ai lati opposti del bancone, lui gli passò la carta di credito con le
dita tremati e lei fece scattare lo scontrino, poi disse: “Sia pure certo d’aver scelto
un capo che vale ogni centesimo del prezzo”.
X pensò qualche secondo ai sacrifici, alle interminabili ore di straordinari, agli
occhi che cominciano a cedere alla stanchezza mentre indugiano tra cifre ormai
incomprensibili e le lancette inesorabili di un brutto orologio posto al centro
dell’ufficio. Questo era stato il prezzo di quei risparmi, che aveva visto da poco
svanire, lei ripose l’acquisto in una busta di un colore rosso luccicante e infine
esclamò: “Allora buona serata, le auguro di cuore un felice Natale!”
X, non senza qualche titubanza, prese la busta, si voltò con incerta decisione e si
diresse verso l’uscita, poi un sussulto, cambiò direzione e tornò verso il bancone,
con voce spezzata si rivolse, nuovamente verso di lei: “Auguri anche a lei, e
arrivederci..”
Lei lo guardò un po’ sorpresa, ma poi sorrise e ricambiò il saluto: “Arrivederci”
Lui, che si credeva ormai compromesso dal brusco cambiamento di direzione le
disse: “Magari ci si potrà reincontrare, lei lavora sempre qui?”
Lei sempre più sorpresa dal prolungarsi di un discorso, che aveva pensato chiuso
rispose: “Ma no, vuole scherzare? Io sono ancora una studentessa, sono stata
assunta giusto per il periodo delle feste... Ad ogni modo se ripassa in questi giorni
dovrebbe trovarmi, magari le viene in mente qualche regalo per qualcuno o ancora
per lei, probabilmente se lo merita..”
X arrossì un poco, e prima di uscire colse il suo ultimo sorriso.
115
THANK YOU AMERICA (I)
12.11.07
Novembre era un mese grigio, ma la fabbrica lo era sicuramente di più, alla fine
delle otto ore le lancette avevano appena terminato di compiere il loro estenuante,
quotidiano, viaggio, e Frank poteva, finalmente, tornarsene a casa. Accese la radio
e lasciò scivolare l’auto sulla scia grigia, che si stendeva davanti a lui fino a casa, una
piccola villetta che sarebbe stata, finalmente, sua tra una decina d’anni più o meno.
Dentro c’era Kate, la sua compagna, davanti al televisore, lo salutò e gli ricordò che
sarebbero dovuti andare al supermercato, perché il giorno dopo sarebbe stato il
giorno del ringraziamento. Lui sbuffò e andò a cambiarsi.
-Allora, andiamo?- disse lui, tornandosene in salotto.
-Dieci minuti che finisce il telefilm.- Rispose lei, senza distogliere lo sguardo dal
televisore.
Decine di auto rombavano rumorosamente, nella disperata lotta per posteggiarsi,
ma il mezzo di Frank era un vecchio modello Ford, senza pretese, motore di
scarse prestazioni, e pochi cavalli da mettere in mostra, quindi andò, mestamente,
a parcheggiarsi lontano, dove il centro commerciale pareva solo un grande
scatolone grigio, e le persone tante formiche al lavoro. Le grandi porte automatiche
dell’ipermercato inghiottivano e vomitavano gente senza sosta, carrelli stracolmi
si urtavano nel delirio generale, uno spettacolo nauseante, Frank avrebbe almeno
voluto opporre una strenua resistenza ma, alla fine, le grandi porte lo aspirarono,
e si trovò gettato tra una moltitudine di corpi, che si aggiravano istericamente tra
scaffali colmi di cibo. A Frank girava la testa, la musica, il rumore, i sorrisi stampati
sui manifesti, le grida felici, tutto era mal costruito e la situazione gli parve tanto
grottesca, quanto insopportabile, avrebbe voluto correre, uscire e fiondarsi in
tangenziale, ma l’indomani sarebbero arrivati i genitori, il fratello con la nuova
fidanzata e la sorella con la nipote che non vedeva da mesi, al pensiero Frank
progettò, celermente, una partenza notturna per il Messico, ma poi, la voce di Kate,
riportò la sua attenzione sugli scaffali.
-Ehi tesoro, ma aiutami, questo dici che può mangiarlo tuo padre, certo che è
proprio una disgrazia il diabete, proprio a lui poi, che a tavola si è sempre divertito
così tanto. -Tanto tra mica tanto muore. - Rispose lui, mascherando una finta indifferenza.
-Cretino! Mi inquieti quando dici queste cose, sono pur sempre i tuoi genitori!
Dovresti comunque essergli riconoscente. -Io non gli ho mai chiesto nulla. - Le disse dirigendosi verso il reparto dei vini,
sperava che lei non lo seguisse, ma in pochi secondi, se la trovò di nuovo al fianco.
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Sembrava un naufrago nel mezzo di una tempesta di luci e colori, disperatamente
aggrappato al proprio carrello, come se fosse l’unica cosa che lo teneva a galla, si
lasciava trascinare con la vana speranza di una spiaggia, che sapeva non esserci.
Il carrello, che, ormai, trascinava, forse, da ore, si faceva a ogni passo più pesante,
sembrava che tutto potesse cadere da un momento all’altro, ma lei riusciva a trovare
sempre uno spazio libero per nuovi acquisti e tutto rimaneva, miracolosamente,
in equilibrio, lui era annoiato e fissava delle facce stampate sulle confezioni. Ora
erano in fila davanti alle casse, i secondi scorrevano lentissimi ma tutto stava per
terminare.
-La wild rice, l’ho finita per cucinare ieri sera, tesoro hai voglia di andare tu?Lui si voltò e tornò a conquistare spazi tra corpi, carrelli, scaffali, alla ricerca del
banco delle spezie, non senza fatica riuscì a trovarlo, poi tornò alle casse. Salito
in auto non gli parve vero, si sentiva rilassato, quasi bene, aveva anche voglia
di parlare, di sorridere un po’, ma lei si addormentò, solo pochi minuti dopo
essere riusciti ad uscire dall’ingorgo di mezzi metallici, che occupavano l’intero
parcheggio. Lui accese la radio e cercò di pensare a qualcosa, un qualcosa di non
troppo impegnativo però, la giornata era stata pesante, e il domani sarebbe stato
forse anche peggio, si sentiva estremamente stanco, vedeva la scia grigia toccare
il cielo, che si stava piano incupendo, mentre le luci della notte s’illuminavano.
Cenarono leggero, quella sera, per fare spazio al pranzo di domani disse lei, lui
aveva davvero fame, ma non disse nulla, acconsentì in silenzio, e si preparò un
sandwich, non appena lei andò in camera da letto.
-Non mi raggiungi a letto tesoro?- Gli aveva chiesto lei, non senza un tocco di
malizia.
-Più tardi, ho ancora delle cose da sbrigare. - Rispose lui, pensando che aveva una
fame più urgente da sfamare, prima, e poi non è che avesse nemmeno tanta voglia
di stare con lei, il giorno del ringraziamento l’aveva sempre messo di malumore.
Aprì il frigorifero, era completamente otturato dal tacchino, rinunciò presto a
cercare ciò di cui aveva voglia, e si accontentò delle prime cose che gli capitarono
sotto mano, sedato lo stomaco, accese il televisore, lo schermo nero lascio spaziò a
uno speciale su come le varie città, nelle diverse zone dell’America, si preparavano
al grande giorno. Sì era un po’ masochista, ma lo era stato fin da bambino, sempre
a concentrarsi sulle cose che lo rendevano infelice, quando aveva avuto la fortuna
di nascere negli States, prima terra al mondo che sancì, per costituzione, il diritto
alla felicità per i propri cittadini. Il documentario era noioso e l’ora tarda, Frank
pensò che fosse arrivato il momento di concludere nel sonno un’altra giornata da
dimenticare, forse un po’ più delle altre. In bagno si soffermò qualche istante senza
fare nulla, solo guardando il suo volto nello specchio, qualche lineamento, il naso
e il taglio degli occhi, evocavano ancora, vagamente, le sue origini di pellerossa.
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Si fissò dritto negli occhi, cercando d’immaginare praterie sconfinate, una terra
dove il verde si sposava con l’azzurro, dove uomini e bisonti convivevano senza
alternarne la bellezza. Vedeva villaggi, persone raccolte, allegramente, intorno a
un fuoco, e i suoi avi che ballavano e cantavano nel cuore della notte, vedeva i
suoi bis o tris nonni giocare a rincorrersi sotto un cielo scuro e stellato, che le luci
della metropoli avevano cancellato per sempre. Una lacrima gli rigò il viso, era una
goccia del Sand Creek. La luce a intermittenza del neon lo riportò in se, si lavò,
spense la luce e andò a letto, domani sarebbe stato il suo quarantesimo giorno del
ringraziamento.
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THANK YOU AMERICA (Ii)
18.11.07
- Io continuo a dire che preferisco viaggiare in taxi.-Ma sei sempre il solito brontolone, cosa ti cambia, dobbiamo prendere solo il 32,
che ferma qui vicino, senza nemmeno cambiare, e poi lungo la strada c’è anche una
pasticceria, magari mi fermo a prendere qualcosa, una torta o che ne so..-E a me cosa me ne importa? Tanto non posso mangiarla.. Il diabete mi ha tolto
ogni piacere che non mi era già stato portato via dall’età..-Senti, adesso mi hai proprio stufato, però vedi di sfogare tutto adesso, perché guai
a te se t’azzardi a tediarci domani con questi discorsi, che ci sarà anche Katrine, lei
ha ancora molto da vivere senz’ascoltare le tue fesserie sull’esistenza.Katrine era la loro nipote, la loro unica nipote, a loro piaceva chiamarla “nipotina”,
ma ormai aveva già quindici anni e sempre meno tempo da passare con i loro
nonni, però questo rendeva ancora più speciali le poche occasioni, che avevano
per vedersi.
La fermata dell’autobus 32 era appena dietro l’isolato, non era un posto tranquillo,
ma in pieno giorno, i rischi erano certamente inferiori, che nelle ore notturne. La gente sull’autobus 32 era più o meno la stessa che si vedeva su ogni altro
autobus della città,stessi giornali, stessi odori, stessi silenzi. Ma a John, ormai da
diversi anni, da quando, all’incirca, aveva scoperto di essere vecchio, non piaceva
più prendere l’autobus. Tutto a un tratto cominciò a sentirsi osservato, la gente
cominciava a chiedergli se avesse desiderato sedersi, e poi i vecchi sugli autobus
puzzano, l’aveva sempre pensato, da giovane aveva persino ipotizzato dei mezzi
riservati alle persone, diciamo anziane, altro che neri, il problema erano i vecchi:
con le loro facce consumate, i loro acciacchi, le loro dentiere, i loro capelli e il
loro odore insopportabile. Di certo non gli andava di parlare di questo con Jane,
la moglie, sicuramente avrebbero litigato e, soprattutto a una certa età, litigare è
dannoso, il fisico non regge più, non è più possibile, come una volta, dopo una
bella litigata, cominciare a fare l’amore per dimenticare tutto, semplicemente, si
teneva il broncio per un po’ e lo sfogo poteva essere una passeggiata in solitudine
per l’isolato. E poi, in fondo, era una vecchia anche lei, lo scoprì quel giorno stesso
in cui sull’autobus, per la prima volta, una ragazzina un po’ svampita gli chiese se
avesse desiderato il suo posto. “Ragazzina ho ancora forza per montarti tutta la
notte, fino a quando non sarai tu a dirmi di smettere.” Avrebbe voluto rispondere, si
limitò, invece, a rifiutare azzardando, inoltre, un tiepido sorriso. Sceso dall’autobus
la rabbia gli montava nella testa, “ma come si sarà permessa quella ragazzina, non
poteva starsene ad ascoltare il suo aipod”, pensava, mentre camminava sul viale di
casa, poi aprì la porta di casa e vide la moglie, intenta nel tagliare la verdura, era
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diventata vecchia, fu la prima volta che la vide in quel modo. Jane aveva altro per la
testa, lei la sua età era riuscita più o meno ad accettarla, anche perché, dopo il terzo
figlio, si era resa conto che avrebbe potuto fermarsi, e sognava una vecchiaia, ricca
di nipoti e di tavole apparecchiate per tante persone. Il futuro era stato decisamente
più avaro, i tre figlioli li vedeva raramente, e di nipoti ne era arrivata solo una,
però infondo era felice, almeno una persona la chiamava nonna e ciò le bastava.
Domani l’avrebbe vista, ed era contenta, ovviamente, le faceva, anche, un piacere
immenso vedere tutti riuniti i suoi tre ragazzi, aveva sognato una scena del genere
per ogni domenica, ma ci si poteva accontentare. E poi aveva proprio bisogno
d’uscire di casa, e passare un po’ di tempo in compagnia. John stava diventando
insopportabile, borbottava spesso tra se, e ripeteva di essere diventato vecchio,
inoltre gli era venuta la mania della pulizia, arrivava a farsi anche due docce al
giorno, “l’uomo con cui ho trascorso la mia vita sta impazzendo”, pensava, ogni
tanto intristita, e lei non capiva il perché e non sapeva cosa fare. Questa storia del
non prendere l’autobus poi, la stava esasperando, non perché le rincrescessero i
soldi per il taxi, ma perché non le andava di dargliela vinta così, senza un motivo,
sarebbe significato trattarlo come un pazzo, e lei non voleva, non avrebbe voluto.
Vecchie fotografie li guardavano dai muri, i loro figli all’asilo, le prime comunioni,
il matrimonio della figlia accanto al loro, i giorni felici, tutto ben visibile, tutto per
sincerarsi del fatto d’avere vissuto.
120
THANK YOU AMERICA (Iii)
03.12.07
La luce bianca che si rifletteva sul muro, la stessa canzone risuonava nella stanza
ormai da mezz’ora, steso sul letto Nick schiacciava la sua faccia contro il cuscino.
Le auto, che transitavano fuori, sempre più rade, annunciavano l’arrivo della
sera. Quanti cadaveri di tacchini, bottiglie di vino e discorsi sul domani stavano
riempiendo quei veicoli, Nick non poteva sentirli, ma il solo pensiero lo nauseava.
Nonostante la situazione, le lancette dell’orologio a muro continuavano, incuranti,
a girare, il rumore era angosciante segno del tempo che passa e del non poterci fare
niente. Tra poco il televisore avrebbe trasmesso il notiziario e lui se ne stava ancora
disteso sul letto, con il respiro soffocato dal cuscino e gli occhi chiusi. Il telefono
squillò, si alzò per rispondere, con poca speranza, appena rispose sentì riattaccare.
Da mesi non vedeva aprirsi nuove prospettive, e chissà forse uno squillo del
telefono. Poteva essere un editore che, dopo più spedizioni, s’era deciso a dare una
possibilità a ciò che aveva scritto, poteva essere un’amica, che non vedeva da tempo
e aveva voglia di stare con lui, poteva essere una ragazza, che conosceva, e che si
era decisa a lasciare il marito per correre alla sua porta. Nessuno lo cercava mai per
questi motivi, il meglio che poteva sperare era un qualche sondaggio di mercato,
così per poter parlare un po’ di se. Ormai, visto che si era alzato, andò in cucina, la
fame gli rimembrava d’essere vivo. Il frigorifero pareva un’opera minimalista, erano
rimaste due birre e del burro. Si accontentò pensando che domani avrebbe, almeno,
mangiato come si deve. A pranzo dal fratello giusto, il fratello che aveva saputo
trovare un lavoro, una donna, e per il quale la vita sembrava più semplice. Nick
non sapeva se provava più disprezzo o odio per lui, che aveva trovato la felicità nei
più banali traguardi piccolo borghesi. Lui che aveva rinunciato al college per aver
da subito i soldi per costruirsi una casa, lui che era rimasto insieme alla ragazza
conosciuta a scuola, lui che ogni giorno si alzava per andare in fabbrica, lui che,
comunque sia, aveva qualcuno che gli stava accanto a tavola e nel letto prima di
addormentarsi. Mentre lui si era iscritto alla facoltà di antropologia sociale, per
continuare a studiare e ricercare le sue origini pellerossa, lui che nelle riserve aveva
trovato solo povertà, alcolismo e le stesse disillusioni, che poteva osservare dalla
sua finestra di periferia. Lui che per non sfigurare tra il fratello e la sorella, all’ultimo
pranzo con i genitori aveva inventato d’avere una nuova fidanzata: bella, bianca e
bionda, giusto per avere un po’ d’attenzione, e per vedere sorridere la mamma,
era contento d’averla fatta un po’ felice, ma doveva pensare a come giustificare il
posto apparecchiato in eccesso alla tavolata sell’indomani. Ora non aveva voglia
di pensarci, stappò la birra e spalmò il burro su qualche crackers, fissò per un
attimo la libreria stracolma, ne dovrei comprare una più grande, pensò, poi si mise
a piangere, in silenzio, quasi da sottofondo alla sera, che stava calando sulla città.
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ANNI 00
Immagini di tragedie colorate evocatrici di luoghi esotici e lontani, volti disperati
investiti, come un ciclone, da un senso di paura collettiva. Un televisore che,
dall’altra parte di una vetrina, trasmette colori nel grigiore distratto del pomeriggio.
Frammenti di vita riflessa che scivolano via di notizia in notizia, appare una donna,
in abiti tipicamente casalinghi, che regala un sorriso e parla a proposito di come
i nuovi gnocchetti surgelati combinino in modo, fino a quest’epoca impensabile,
rapidità, facilità e comodità, le immagini vanno poi ad indugiare sul bacio con
spontaneità concesso ad un uomo, che aveva fatto ingresso nella scena, l’ultimo
fotogramma di felicità si spegne per lasciar spazio alla reclame di un’auto nerissima
e costosissima impensabile da permettersi. Riorientare lo sguardo sulla realtà, i
colori piena di vita di un fast food, corpi rifugiati nei propri cappotti si disperdono
in ogni direzione, il tonfo d’un uccello caduto al suolo, dopo essersi schiantato
contro i fili dell’alta tensione, vedere una nuvola di polvere alzarsi sopra il suo
corpo smaterializzato, ciò che ne rimane sarà, probabilmente, stato raccolto da
un netturbino dall’accento creolo, di certo frequentatore di una di quelle bettole,
che stanno fiornedo nella periferia ovest, dove puoi ancora permetterti sollevare
bicchieri fino ad ubriacarsi con i pochi soldi rimasti in tasca. Sullo sfondo ciminiere
spente, che da tempo non avevano più di che fumare,
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IL MURO
02.12.08
Il panorama immobile, fotografico, del primo mattino, fisso in una tristezza artica,
data da un cielo azzurro, gelido e terso, e da palazzoni semi-addormentati nelle
loro tapparelle ancora mezze sollevate. Odore di colazioni, caffè, biscotti, pani
tostati, coperte fatte ricadere su letti sfatti, sogni interrotti e sonno. Non aveva
nevicato quella notte e probabilmente non avrebbe nevicato nemmeno per l’intera
settimana, magari la neve si sarebbe fatta attendere, senza arrivare, per l’intero
inverno.
G. sentì la sveglia al primo trillo, restò a letto ancora quei soliti venti minuti, avvolto
in quell’inquieto tepore mattutino e assillato dal timore di riassopirsi, il pensiero
di ciò che l’attendeva durante la giornata lo angosciava, progettò di chiamare in
cantiere per comunicare che non si sentiva molto bene e che, per quel giorno, non si
sarebbe presentato al lavoro, ma gli scrupoli di coscienza cominciarono a prenderlo
a morsi, allora pensò di tentare a provarsi la febbre, nella vana speranza di veder
salire la colonnina di mercurio blu, poi levò le coperte facendole ricadere nella
parte vuota del suo letto a due piazze, in cui dormiva da solo. Immediatamente un’
aria fredda cominciò a pungerlo in ogni centimetro di pelle. Con gli occhi ancora
chiusi, cercò di vestirsi, trovò quasi immediatamente i jeans da lavoro, che portava
ormai da quattro giorni, ma giorno più giorno meno, non aveva voglia di cercarne
un paio puliti, poi colse un calzino, ma l’altro, dove poteva essersi cacciato, G. fu
costretto ad alzare la palpebre, una luce violentemente indaca si faceva beffe della
spossatezza che, spesso, lo prendeva nei primi minuti di veglia. Recuperò, non
senza fatica, il calzino mancante tra la polvere, che da settimane usava depositarsi
nella zona sottostante al letto. Con il senso visivo ormai riacquistato, finì di vestirsi
e andò in bagno, una sciacquata alla faccia e una spazzolata sommaria potevano
essere sufficienti, non voleva fare tardi al lavoro, già sapeva che la giornata sarebbe
stata dura e pesante, senza il bisogno d’aggiungere l’inutile e irritante lamentare del
capo per pochi minuti di ritardo, come se fossero quei cinque minuti a determinare
il ritardo di consegna del lavoro rispetto al progetto. Fatta girare la chiave nella
serratura, l’alito pesante in bocca gli ricordò d’essersi scordato di lavarsi i denti,
una smorfia e rimandò il tutto alla sera, che, comunque, sarebbe arrivata. Giunto
al cantiere incrociò gli sguardi tristi dei compagni e il solito caffè condito da due
chiacchere, poi indossare i guanti e lavorare. G. era impegnato nella costruzione di
una piccola struttura vicino all’edificio principale, che, secondo i progetti, sarebbe
stata utilizzata come “garage e taverna esterna”. Il progetto era di certo modesto sia
per utilità che per dimensioni, rispetto all’abitazione, che stava sorgendo proprio al
123
suo fianco, ma stava venendo piuttosto bene e G. era soddisfatto, ci stava lavorando
da diverso tempo e, piano piano, iniziava a somigliare, anche se solo vagamente,
all’immagine che s’era creato, dopo che il capo cantiere gli aveva spiegato il progetto.
Proprio il capo passò in quel momento, salutò G. senza aggiungere nulla, significava
quindi che stava andando tutto bene. Certo l’immagine iniziale che aveva avuto
del suo lavoro finito aveva dovuto sempre più adattarsi ai parametri della realtà,
ma era innegabile che qualcosa era sorto, che qualcosa aveva costruito, e questo
qualcosa era davanti ai suoi occhi, fosse pure una semplice “taverna più garage”,
era pur sempre una prova della propria capacità e d’utilità del proprio agire. Era
ormai mezzogiorno, G. già pensava al sapore del panino che s’era preparato la sera
precedente, e alle parole che avrebbe finalmente potuto scambiare coi compagni
di lavoro, a passar tutti i giorni in solitudine finiva con il parlare da solo, o con gli
attrezzi da lavoro, con il secchio, con il martello..
Mentre si trovava seduto, al caldo della baracca-cucina, a discorrere di donne e
sbornie da amarcord, si sentì un gran frastuono provenire dall’esterno, G. uscì con
i compagni per capire cosa stesse succedendo, e non poté non guardare, non notare
la nube che s’alzava proprio nel luogo dove lui stava lavorando.
Può essere stato un cedimento del terreno, non potevi saperlo, non è colpa tua,
non te la prendere, hai fatto quello che dovevi fare, alla fine certe cose succedono e
basta, ma figurati se ti licenziano..Cercavano di consolarlo i compagni. La piccola struttura “garage più taverna” era
diventata polvere nel tempo di due morsi di panino, la struttura s’era disgregata
come un castello di carte, e giaceva ai piedi di G., che condì con le proprie lacrime
quella massa di sassi disposti ormai a caso, che si spargevano sotto i suoi piedi.
S’inginocchiò e cerco di rimettere insieme quei mattoni, quei frammenti di sé
che con tanta fatica aveva cercato d’unire coerentemente nell’obiettivo di dare
una forma coerente alla propria esistenza, un senso logico alle proprie azioni, ai
suoi pensieri, ai ricordi e alle aspirazioni, e cercava di capacitarsi di come tutto
era crollato proprio nel momento in cui gli appariva assumere una certa solidità.
Ritrovava, tra le macerie, pezzi frantumati della sua vita.
L’adesivo appicicato sul suo armadietto rosso dell’asilo, i profumi di una cantina,
l’odore inconfondibile di un’aula di scuola, la chiesa il giorno della sua prima
comunione, la luce dei pomeriggi trascorsi nel parco antistante alle scuole medie,
le gare di corsa nel mezzo dei campi di granoturco, volti e sorrisi di bambine,
ragazze e donne su cui per ore la mente aveva indugiato, le prime sigarette aspirate
di nascosto, il sapore dei ghiaccioli all’anice, la prima sbronza, il primo bacio, canne
buttate e fumate, i discorsi con il suo cane, bandiere rosse e pomeriggi collettivi.
124
Lei con cui aveva condiviso appuntamenti, sere d’aprile, baci rubati, pensieri,
esperienze, sogni, paure e aspirazioni. Sguardi azzurri e marroni, le sbornie di vino
al mattino, pomeriggi di dura crisi, la fuga agognata da quella valle, le disillusioni
e l’angoscia, una partita a pallone in piazza grande, la prima coscienza del tempo
perduto. Il suo mondo in polvere si disperdeva tra le sue dita, un’altra volta. Forse sarebbe riuscito ancora a ricominciare a costruire, a superare il disgusto del
ricominciare che provava in quel momento.
125
Riprendetevi i vostri
Pezzetti di carta
A me non servono!
Quali ideali
Quali sentimenti
Posso ottenere
Con le vostre sudice cartacce
Vorrei
Incendiare tutto il denaro
Del mondo
E i suoi seguaci
126
PADRONE
18.8.2000
Questa vuota parola
Sinonimo di ingiustizia
Mi immobilizza le membra
Mi assorda le orecchie
Mi offusca gli occhi
Mi trapana la mente
MI SPEZZA IL CUORE
127
forse potrei...
26.05.07
Cazzo,
mi gira un po’ la testa, ma non credo sia la birra, probabilmente è il mondo che ha
iniziato a girare troppo velocemente, o sono io che me ne accorgo soltanto adesso...
Le ore passano e io me ne sto disteso sul letto senza riuscire a fare un beato cazzo,
le paranoie mi assalgono, e io un po’ tento di respingerle, ma poi lascio che mi
penetrino nella testa, e mi abbandono al mio dolce star male…
Ma, mi chiedo, è veramente così difficile essere felici, o almeno cercare di esserlo?
Forse mi piacerebbe svegliarmi contento, forse riuscirei a fare un sacco di cose,
forse potrei sentirmi un minimo realizzato, forse potrei essere felice.
Boh.. Non è questo il momento per cercare di cambiare l’esistenza, vado a dormire…
E domani, e domani, domani… che schifo….
128
la teoria delle 5 della tarda
19.12.06
Come ogni altro giorno, anche oggi, la luce fastidiosa delle due di pomeriggio
mi costringe ad abbandonare coperte e cuscino per rientrare nel mondo. Un
gusto schifo-amarognolo in bocca mi da il buongiorno mentre stancamente
muovo i primi passi verso il bagno. Una sciacquata alla faccia non è sufficiente
per togliere il sonno e l’intontimento dovuto forse al troppo vino. Barcollando
e sbadigliando faccio ingresso in cucina, mi concentro per resistere all’odore
della spazzatura che, vomitata dal bidone, giace sul pavimento, e mi siedo sul
divano. Il risveglio è decisamente il momento più tragico della giornata. Con
il pensiero cerco di recuperare il sogno interrotto, ma la vista del lavello invaso
dai piatti sporchi mi riporta alla realtà. Ho fame ma sono ancora troppo stanco
per mangiare, accendo la televisione. Penso che passare il tempo a fissare
carte di snack e lattine schiacciate riversate sotto i miei piedi sia un’attività più
interessante che fissare il teleschermo. Mi viene in mente di accendermi una paglia
e ne convengo che sia una buona idea, aiuterà a schiarirmi le idee sulla giornata.
Guardo l’orologio, ormai si sono fatte le tre e sento il mio stomaco prendermi
a morsi, comincio a valutare seriamente l’ipotesi di dover mangiare. Dopo una
lunga e sofferta battaglia riesco a scrostare una padella, un piatto e una forchetta.
Sono le quattro quando mi siedo davanti al mio piatto di spaghetti conditi con il
fondo di un vasetto di pesto, forse andato a male, e a un ottimo bicchiere di acqua
lattiginosa sputata dal mio rubinetto. Sedato l’istinto del nutrimento, mi accendo
soddisfatto una paglia, i torpori del sonno si stanno levando, l’intontimento sta
passando e il mondo reale sta divenendo più nitido. Squilla il cellulare, guardo
l’orologio, sono ormai le cinque, ed è in questo preciso momento che mi chiedo:
cosa mi ha spinto ad alzarmi dal letto anche oggi???
129
PANINO AL PROSCIUTTO
27.09.2009
La luce flebile del mezzogiorno giocava un incontro di pugilato con l’intenso
biancore d’un neon lasciato a brillare incollato al soffitto. Davanti ad un finestrone
due donne malvolentieri infilate in una divisa d’un azzurro fastidioso se ne stavano
goffamente appoggiate a ciò che potrebbe essere definito come un inutile davanzale
interno, parevano intente ad ammazzare quella che poteva sembrare una pausa
pranzo da concludersi con la solita bevanda giallo-marrognola generosamente
dispensata da quelle macchinette, che da almeno vent’anni se ne stavano
inchiodate all’identico muro. Silenziose indugiavano con lo sguardo all’esterno, gli
occhi spenti osservavano particolari apparentemente scontati e privi d’interesse:
un cielo fissamente grigiazzurro, un complesso di palazzi popolari bianchi e nudi,
che parevano suggerire il fatto che non fosse più il tempo d’appendere bandiere
al vento. Le due donne se ne stavano per lo più silenziose, come gran parte della
gente presente, solo una voce femminile alta e fastidiosa squarciò ad un tratto
l’angosciosa tesa quiete del posto.
- Capisci, la sto vivendo male, forse non sarà una questione di colpa, magari non
l’avrà fatto apposta, ma sento che anche questo giorno sarà un disastro, sento che
in questo periodo sta andando tutto storto... no sarà una cosa da niente, sarò io che
sto uscendo pazza ma a me pare così.. La donna dalla voce acuta e irritante se ne stava in piedi praticamente al centro
della sala con il telefonino ben ancorato sull’orecchio, camminava nervosamente
avanti e indietro a destra e a sinistra sotto gli occhi annoiati delle altre persone
sedute. Nonostante la conversazione fosse evidentemente personale e fin troppo
banale pareva attirare distrattamente l’attenzione dei presenti, sorpresi da un fare
così rumoroso nei silenzi di quel nascente pomeriggio vagamente autunnale.
La donna non accennava comunque a calmarsi e la sua faccia si era lievemente
arrossata, discuteva,s’agitava, tanto da slacciarsi il bottone estremo della camicia.
- Non è questa la questione, è che io vivo tutte queste mancanze come un
impoverimento dell’affetto, del bene che ci legava capisci? Comprendo che
possano sembrare sottigliezze ma sommando, sommando... Io ho cercato sempre
d’accontentarlo in tutto, anche a letto, credo d’aver assecondato le sue perversioni
più fantasiose, e ora, ora sembra che non gli interessi più, e questi comportamenti
sono sintomatici, sono sicura..-
130
A un certo punto riagganciò nervosamente e si fiondò verso le scale come se avesse
avvertito un impellente bisogno di fumare o qualcosa del genere. La sala ripiombò
d’un tratto nel consueto silenzio angoscioso, rotto da qualche mormorio, dallo
sfregare dei fogli di giornale, dai passi leggeri dei passanti e, di tanto in tanto, da
qualche singhiozzo o pianto soffocato.
All’improvviso l’avvicinarsi di un’ambulanza a sirene spente squarciò i minuti,
velocemente, ma come senza fretta, venne scaricata una barella, su cui giaceva un
corpo inerme completamente ricoperto da un telo blu, che sparì presto dietro una
porta contrassegnata da un enorme divieto d’ingresso, dietro al mezzo di soccorso
giunsero poi due macchine della polizia che mettevano un po’ d’inquietudine
anche se in fondo di individui in divisa in un ospedale se ne vede fin troppo
spesso. Poi iniziarono a susseguirsi gli strazianti arrivi di coloro che dovevano
essere i famigliari e gli amici del corpo da poco arrivato, qualcuno piangeva,
altri s’abbracciavano, ma i più se ne stavano fermi, quasi calmi, in uno stato di
catatonica incredulità. Il corpo era stato ritrovato dalla sorella nella cantina appeso
ad un chiodo, non era lì da molto, era ancora molto caldo, doveva essere successo
nella mattina. Probabilmente ognuno s’interrogava su cosa avesse fatto quella
mattinata, in quale modo stupido avesse occupato il proprio tempo, che se magari
gli fosse venuto in mente di chiamarlo tutto questo non sarebbe successo, ed ora lui
ci sarebbe ancora, magari triste e crucciato, ma vivo.
Ma in fondo sarebbe dovuto succedere proprio quella mattina e quel giorno,
forse aveva già deciso di andarsene in un’alba di flebile sole autunnale, forse aveva
pensato che proprio quello era il momento migliore per salutare.
Era trascorso un lasso di tempo difficilmente quantificabile quando la donna dalla
voce alta riapparve in sala, era ancora impegnata in una fitta conversazione al
telefono.
-Non è che voglia farne una tragedia, ma è giusto ammettere che siamo in crisi,
questo dev’essere il peggior periodo della mia vita, va beh aspettando tempi
migliori andrò al bar a farmi un panino al prosciutto...-.
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Requiem for a dream
Se l’ URSS è andata a fuoco perché non bruciamo anche noi?
(Evtusenko, poeta sovietico)
La stanza è illuminata solo dalla fioca luce della lampada, mi siedo e comincio a
scrivere queste righe dal baratro in cui sono precipitato con la speranza di servirvi
da monito.
Nella mia mente si confondono i ricordi di una famiglia a cui volevo bene, gli amici
con cui mi divertivo, di una ragazza che amavo, di una vita catalogabile più o meno
come normale.
Solo in questo momento, solo con me stesso, al limite del baratro, riesco a
rendermi conto dei lunghi discorsi di mia madre o di Don Fausto quando ancora
frequentavo l’oratorio: “state molto attenti quando attraverserete gli anni turbolenti
dell’adolescenza..” Mi rendo conto come solamente ora queste parole acquistino
significato.
Noi, giovani, in paese non avevamo niente da fare, passavamo il nostro tempo a
rincorrere i gatti e a collezionare due di picche dalle sorelle dei nostri amici, intanto
la sede del partito comunista se ne stava lì, situata nel centro della della piazza
centrale del paese,sempre sotto u nostri occhi come un vero e proprio demonio
tentatore. Ricordo ancora perfettamente, come se fossero trascorsi appena pochi
minuti, l’esatto, maledetto, instante in cui varcai laa soglia del partito. La prima
volta fu bellissima e indimenticabile, dentro quelle mura mi senti inondato da
un’energia vitale e credetti, realmente, che la rivoluzione potesse essere possibile
se on l’indomani almeno entro la fine del mese. All’uscita del circolo, però, mi
aspettava puntuale il “ritorno alla realtà”, in maniera lenta ma inesorabile mi prese
un senso di inquietudine e depressione, fu un momento talmente orribile da essere
ancora stampato nitidamente nella mia memoria.
Ricordo he appena riuscii ad arrivare a casa dovetti spararmi due puntate di “blob”
registrate e leggermi qualche pagina del “manifesto”per riprendermi dal down e
riuscire un po’ a tranquillizzarmi e addormentarmi.
Come molti, o forse tutti (?), ero convinto di riuscire ad autocontrollarmi: “mi
basta una riunione a settimana e qualche volantinaggio di tanto in tanto” pensavo,
e pensando tentavo di convincermi.
Cominciai a farmi qualche lettura leggera, promettendo, però, a me stesso che
non sarei andato oltre, le mi giornate le trascorrevo in casa a leggere “il manifesto
del partito comunista”, alcune biografie di Che Guevara, i diari di mia nonna,
ex-staffetta partigiana, e così cominciai a dimenticare la scuola, la compagnia, la
famiglia.
132
Nel giro di pochissimo tempo, quasi senza rendermene conto, aumentai da una
a tre le sere al circolo e anche i miei libri che avevo non mi bastavano più, con i
soldi delle paghette e delle mance che riuscivo a raccattare mi comprai: “Salario,
prezzo e profitto” di Marx, “L’imperialismo fase suprema del capitalismo” di Lenin,
gli “scritti scelti” del Che, e “L’uomo a una dimensione” di Marcuse, non riuscivo
a smettere di leggere, una pagina tirava l’altra, anche perché conoscevo l’immenso
vuoto che mi avrebbe preso subito dopo aver chiuso i libri.
Comincia a dormire con il “Libretto Rosso” di Mao Tse Tung sotto il cuscino in
caso di crisi durante la notte, ancora adesso non riesco a farne a meno.
Mia mamma, forse comprensibilmente, tendeva a minimizzare e ad autoconvincersi
che suo figlio era solo un giovane un po’ ribelle, ma che col tempo tutto si sarebbe
sistemato.
Un avvenimento la costrinse ad aprire gli occhi: un pomeriggio ero in crisi nera,
mi ero fatto tutti i libri che avevo in casa e i compagni non si sarebbero riuniti
fino alla sera seguente, sconvolto dallo sconforto mi addentrai nella camera di mia
madre, nella disperata ricerca di denaro, trovai i soldi destinati all’affitto, senza
pensarci troppo, li presi e li infilai nella tasca de mio eskimo e, finalmente felice,
mi precipitai in libreria. Acquistai l’edizione più costosa del”capitale” di Marx, tutte
le opere di Lenin, con i soldi avanzati comprai inoltre: l’archivio completo dei
“quaderni piacentini” e un poster raffigurante lo storico incontro tra il Che e Mao.
Tutto questo mi avrebbe regalato qualche momento di tranquillità e di una quasi
speranzosa felicità.
Quando camminavo per la strada sentivo su di me gli sguardi della gente, un po’
mi infastidivano ma in fondo li capivo io ero così diverso da loro, così più brutto
di loro e non potevo certo sperare si passare inosservato. Anch’io mi accorgevo
di essere cambiato, mi ero ridotto a frequentare esclusivamente i compagni del
circolo, i miei amici di una volta non esistevano più, quando non ero in riunione,
a volantinare, o attaccare manifesti, passavo il mio tempo rinchiuso in camera
a leggere, ascoltare dischi di musica popolare e a guardarmi vecchie edizioni
registrate del tg3.
Da ta la situazione mia madre fu costretta ad intervenire, e cercò di aiutarmi a
disintossicarmi convincendomi a partecipare alle riunioni con i ragazzi della
Sinistra Giovanile.
Il programma di disintossicazione fu un disastro, nel circolo dell’Sg respiravo un
grande vuoto, l’eliminata passione comunista era stata sostituita con slogan banali,
stupidi nel migliore dei casi tendevano, infatti, a copiare gli schemi, le idee, e il
modo di porsi della borghesia.
Ne uscii quasi in uno stato d’ansia, non tornai più in quel luogo e sono convinto che
nessun vero comunista sia riuscito a redimersi in questo modo.
133
Intanto continuavo a trascinare la mia esistenza tra volantinaggi all’alba, cortei
e riunioni: ogni tanto riuscivo ancora a chiedermi: per quanto riuscirò a vivere
ancora in questo modo?
Capivo che il mondo comunista che mi ero costruito era totalmente in antitesi
con la realtà in cui stavo vivendo, ed ero totalmente incapace di confrontarsi con
questa realtà, cercavo sempre rifugio nelle mie letture nei miei film, ogni volta che
ero assalito da questi pensieri.
Per cercare di accettare la realtà in cui vivevo continuavo a costruire utopiche
speranze, speravo in una presa di coscienza di tutti gli sfruttati da questo sistema:
dai lavoratori sempre più precari agli studenti, speravo che, finalmente,le persone
si sentissero abbastanza felicita non aver più bisogno di costruirsi un dio, speravo
di vivere in un mondo dove la guerra fosse solo una cosa noiosa da studiare sui
libri di storia.
Fosse permesso di sperare , pensai, fosse possibile sperare, ma la speranza era un
difetto nel mondo ormai così perfetto.
134
tanto fuori piove
Lunedì notte di un agosto 2007
Schiaccio qualche tasto tanto per non dormire tanto per non pensare.
Poter leggere qualcosa di pseudo-intellettualoide tanto per cercare di ammaliare
qualche ragazzina tanto per costruire un’identità sicuramente più interessante di
quella fottuta che mi ritrovo continuamente in preda a crisi di panico assurde
rischiare di cadere nel vuoto e poi un appiglio spesso senza significato che presto
svanisce e tutto ricomincia risveglio sole nuvole e noia voglia che tutto finisca
giramenti di testa puzza di vomito e voglia di piangere forse paura timore e proprio
per questo non riuscire a interrompere ogni cosa bloccare l’aria che scende nei
polmoni e far dissolvere finalmente una mente stanca.
tanto fuori piove (II)
21.08.07
Luce e rumore mi riconsegnano alla quotidianità.
Voler far qualcosa ma non potere urlare piangere vomitare tutto appare inutile
accendere un computer e scrivere quattro stronzate giusto per sentirsi almeno un
po’ vivi convincersi di star facendo qualcosa e sperare di auto compiacersi perché
magari almeno qualcuno leggerà leggere parole buttate giù a caso in una mattina
di un giorno cominciato aspettando che finisca con l’ultimo sogno lasciato sotto il
cuscino sperando che non evapori ma probabilmente fa troppo freddo
Svegliarsi mangiare cagare respirare grigia quotidianità che si ripete ciclicamente
e disperati tentativi di rendere almeno qualche cosa unica interessante nostra che
si possa dire che valga la pena di essere vissuta costruire illusioni per cercare di
essere un po’ felici ma credere di essere amati significa essere molto presuntuosi e
anche un po’ imbecilli.
Comunque buon giorno
135
la naissance d’un amour
14.09.2009
“Dio di misericordia il tuo bel paradiso l’hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso...”
(Fabrizio De Andrè)
Un giorno piovoso d’inizio autunno, quando l’aria fresca invita i gestori dei
bar a smantellate i tavoli esterni e alle persone torna il gusto di ricominciare ad
apprezzare il tiepido tepore domestico, un giorno che regala il sentimento di un
nuovo inizio, come un primo giorno di scuola, un giorno quasi onirico che da la
sensazione del già visto, un giorno ideale per un addio.
Ero stato pettinato, un lusso che non mi ero permesso molte volte prima di quel
giorno, una camicia grigia dello stesso colore di quel cielo tardo settembrino, una
sciarpa ben avvolta intorno al collo, che nascondeva tutto, tanto che chi ancora non
sapeva non avrebbe potuto capire come fosse successo.
La folla di visitatori iniziò a giungere fin dalle prime ore del mattino, per un po’ mia
madre s’era data da fare per accogliere tutti sulla porta offrendo caffè e biscotti a chi
ne avesse avuta la voglia, alcuni accettavano altri no, qualcuno che aveva rifiutato
s’era subito pentito ma ormai era troppo tardi. Dopo alcune ore però lei si stancò
dei “Benvenuti” e dei “Grazie d’essere venuti”, scomparve senza farsi più rivedere
fino a tarda serata.
Alcuni volti erano conosciuti, altri vaghi, alcuni conosciutissimi altri ancora del
tutto ignoti, tanto da domandarsi cosa stessero lì a fare in quel momento. Ho
visto occhi gonfi, traditori di sguardi che avrebbero voluto essere più indifferenti,
che avrebbero voluto dimostrarsi più all’altezza della situazione, ho visto volti
sereni divenire sconvolti per poi tornare tranquilli e ricadere nuovamente nella
disperazione.
Molte persone arrivavano altre se ne andavano garantendo un ricambio tranquillo
che perdurò per l’intera giornata, erano veramente pochi quelli che restavano,
chi pareva più afflitto o indifferente non riusciva a passare più di pochi minuti
consecutivi nella stanza. Sembrava inoltre che all’interno non fosse permesso
fumare e ciò andava ad aumentare la silenziosa confusione che s’era venuta a creare.
Ricordo passi volutamente troppo leggeri, voci, sussurrii interminabili, timide
risate e impulsi di vita, che svanivano nella penombra della stanza. Ricordo risate e
pianti repressi, silenzi imbarazzanti tanto che avrei voluto dire qualcosa se le parole
non mi si fossero strozzate in gola.
Un amico, in ricordo di qualche nostra vecchia idea, appoggiò un drappo rosso
accanto al mio braccio sinistro, lo ringraziai silenziosamente, un’amica s’avvicinò
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tenendo stretto un pezzo di carta che andò a finire sopra il drappo colorato,
sembrava una lettera, sperai d’amore, ma, ad ogni modo, non avrei avuto il tempo
di leggerla.
Ricordo d’aver avvertito il suo odore quando s’avvicinò, i capelli, il trucco leggero, i
denti che tormentavano il labbro inferiore, qualche smorfia del viso, le lacrime che
le rigavano il volto, le ginocchia scoperte, che avrei voluto sfiorare, solo lievemente
illuminate nella penombra, la mano che pareva destinata a trasformarsi in carezza
ed, invece, si fermò a pochi centimetri da me, un bacio ancora una volta mancato.
Domani tutto sarà finito mi solleveranno da qui e mi verseranno addosso qualche
chilogrammo di terra consacrata, la corda che ho utilizzato giace in qualche ufficio
giudiziario, gettata in una scatola come una qualsiasi cosa di nessuna importanza,
arriverà il giorno che non si penserà più a ciò che è accaduto e verrà gettata via
anche lei. Anche questa stanza vivrà giorni più luminosi, la primavera seguirà
l’inverno e i caldi raggi solari prenderanno il posto della penombra regnante, mi
spiace solo di non poter rivedere quelle ginocchia quando saranno illuminate dal
primo sole di primavera.
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...ci sarà sempre qualcosa da scrivere...
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STEFANO FONTANA È MORTO IL 9 AGOSTO 2011
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Indice
Stefano Fontana................................................................................................................ 5
Scrivo perché è un buon modo per riempire una serata
Notte fonda........................................................................................................................ 8
Quarant’anni dopo (Sessantotto).................................................................................... 9
Lolli.................................................................................................................................. 11
Yeah.................................................................................................................................. 12
Seriali............................................................................................................................... 13
RADIONOTTEFONDA II........................................................................................... 14
RADIOnoTTeFONDA VI............................................................................................. 14
RADIONOTTEFONDA VII........................................................................................ 14
15.02.2008........................................................................................................................ 15
Scrivo perché, a volte, è proprio difficile parlare guardandosi negli occhi
Risveglio dal sottosuolo................................................................................................. 18
Sguazzo nella maggioranza .......................................................................................... 19
26.12.07............................................................................................................................ 19
Dialogo fra me e un non so........................................................................................... 20
Color anice...................................................................................................................... 22
I ghiaccioli....................................................................................................................... 23
I leccalecca....................................................................................................................... 24
12-12-00........................................................................................................................... 25
6-7-2000........................................................................................................................... 26
10-7-2000......................................................................................................................... 27
30-1-01............................................................................................................................. 28
Affogando........................................................................................................................ 29
Inutile Pianto .................................................................................................................. 30
Endegu du matin ........................................................................................................... 31
La filosofia del mattino
(ossia a proposito di quei 15 minuti che dividono i sogni dalla realtà).................. 32
Les sourires...................................................................................................................... 33
Scusa se non ti parlo d’amore........................................................................................ 34
Un baiser s’il vous plait.................................................................................................. 35
Una notte......................................................................................................................... 37
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Scrivo perché spero che qualcuno mi legga,
anche se saranno solo gli amici, è già qualcuno
L’ eterno ritorno.............................................................................................................. 40
La schiuma dei giorni.................................................................................................... 41
Prigioni............................................................................................................................ 42
Imprigionati da carcerieri senza cuore........................................................................ 43
The times they’re a changing......................................................................................... 44
Genova libera.................................................................................................................. 45
Avvenimenti.................................................................................................................... 48
10.1.2009.......................................................................................................................... 50
(Senza titolo)................................................................................................................... 51
Breve riflessione in una notte di mezz’estate............................................................... 52
Le beatitudini.................................................................................................................. 53
Quando i neri tornano ad uccidere.............................................................................. 54
Sulla strada per la rivoluzione (o almeno così credevo...)......................................... 55
Scrivo per dare un po’ di concretezza alla fantasia
Lettera a Maximilien...................................................................................................... 59
Lo strano viaggio di Pastore Tedesco e Pera Cotta.................................................... 61
Autunno........................................................................................................................... 68
Una nuova vita................................................................................................................ 73
Il profumo della vita....................................................................................................... 75
Fino allo scolorire del giorno........................................................................................ 77
Settembre......................................................................................................................... 80
Dal diario di un milite ignoto....................................................................................... 82
Il grande salto.................................................................................................................. 84
L’odio................................................................................................................................ 86
Love affairs...................................................................................................................... 87
Nina ti te ricordi............................................................................................................. 88
Robe da matti.................................................................................................................. 90
Romanitc rape (last kiss)............................................................................................... 92
Televisione....................................................................................................................... 94
Scrivo perché, in fondo, anche se tutto crolla...
Desertificazione.............................................................................................................. 96
Speriamo nevichi............................................................................................................ 98
Il castello .......................................................................................................................100
Il formicaio....................................................................................................................104
Pioggia su Taiwan.........................................................................................................106
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Raggi di sole.................................................................................................................. 108
Racconto di Natale....................................................................................................... 110
Thank you America (I)................................................................................................ 115
Thank you America (Ii)............................................................................................... 118
Thank you America (Iii).............................................................................................. 120
(Senza titolo)................................................................................................................. 125
Padrone.......................................................................................................................... 126
Forse potrei... ................................................................................................................ 127
La teoria delle 5 della tarda......................................................................................... 128
Panino al prosciutto..................................................................................................... 129
Requiem for a dream................................................................................................... 131
Tanto fuori piove.......................................................................................................... 134
Tanto fuori piove (II)................................................................................................... 134
La naissance d’un amour ............................................................................................ 135
...ci sarà sempre qualcosa da scrivere...
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