presi
per
mano
con il Vangelo secondo Marco
Arcabas, La Parola entra nel cuore
Cammino di Quaresima 2014
prima parte
da mercoledì 5 a domenica 16 marzo
a lettura continua del Vangelo è un modo molto semplice per entrare
pian piano della vita di Gesù, abituandoci alla sua presenza e alla sua
compagnia, imparando a conoscerlo – come parla, come agisce, cosa
pensa – lasciando che sia Lui stesso a prenderci per mano e a condurci dove
vuole; così potremo scoprire quali tesori di bontà ha preparato per noi in questo
tempo santo di Quaresima.
L
Buon cammino!
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Istruzioni sul cammino
In questo cammino di Quaresima i tuoi “compagni di viaggio” saranno:
•
questo libretto
•
il Vangelo secondo Marco
•
la Messa
•
la Confessione
•
la preghiera
•
l’esame di coscienza serale con lo schema di verifica del cammino che
trovi alla fine del libretto
Dato che il cammino si basa sulla lettura continua del Vangelo secondo Marco,
tutto il testo è stato suddiviso nei giorni della Quaresima, lasciando liberi:
• i primi giorni, che servono per introdurci al testo e al cammino;
• il Triduo di Pasqua, nei quali è bene concentrare le energie per vivere
con attenzione le bellissime liturgie che la Chiesa ci offre.
Note sul Vangelo
Sarebbe bene utilizzare un vangelo che abbia le note di spiegazione, per comprendere meglio ciò che leggi: l’ideale sarebbe quindi usare la Bibbia di Gerusalemme.
Anche se leggerai tutto il Vangelo secondo Marco, per la tua meditazione e preghiera abbiamo scelto solo alcuni brani.
Per la meditazione dei brani, riportiamo alcuni passi di questo libro: Alselm
Grün, Il Vangelo di Marco, ed. Queriniana.
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Mercoledì 5 marzo
Il modo migliore per iniziare la Quaresima è
di partecipare alla Messa e ricevere le ceneri sul capo.
Oggi e domani dovrai fare due cose:
•
leggi l’introduzione al Vangelo secondo Marco: sono informazioni utili per comprendere meglio
il testo;
•
leggi e rifletti sul testo che riguarda il digiuno e il “fioretto”: gesti preziosi che la Chiesa
suggerisce durante questo periodo e che spesso sono fraintesi o poco compresi.
Scegli due momenti differenti della giornata, così da non intasarti di troppe parole .
Ricorda infine, al termine della giornata, di completare lo schema di pag. 39.
Il Vangelo secondo Marco
Introduzione
Marco è stato il primo a scrivere un vangelo. Così facendo ha realizzato anche un’enorme
impresa teologica. All’epoca in cui sorse questo Vangelo, le parole di Gesù erano state
completamente raccolte, come quelle di altri santi uomini che avevano influenza sulle
persone grazie alle proprie azioni miracolose. Queste parole, però, venivano tramandate
solo oralmente.
Per Marco, tuttavia, sono in gioco non solo le parole di Gesù, ma gli eventi. Gesù è più
di un maestro i cui insegnamenti possono essere appresi e seguiti. Egli è importante
proprio come persona, con una sua storia di vita completamente determinata. Con Gesù
l’amore di Dio ha fatto irruzione in questo mondo. Gli avvenimenti che lo hanno riguardato sono già un annuncio: Gesù non ha tramandato solo delle parole: ha incontrato
uomini, ha guarito malati e si è ribellato alle strettezze della dottrina farisaica. Alla fine
è morto in croce e alla sua morte il sole si oscurò. Accadde allora qualcosa che fu visibile
a tutti e che ha scosso tutti i presenti.
Con il suo Vangelo e la descrizione della passione, morte e risurrezione di Gesù, Marco
vuole scuotere i suoi lettori. Essi devono riconoscere che in questo Gesù ha agito Dio e
che egli continua ad agire attraverso di lui, per noi, ancora oggi.
Il Vangelo di Marco è quello più originario. Esso è anche il più vicino, temporalmente,
agli avvenimenti che hanno riguardato Gesù. Vi incontriamo perciò, nel modo più manifesto, il Gesù storico. […] Eduard Schweizer ritiene che Marco, con il suo Vangelo, abbia
risposto al pericolo in cui erano insorse le comunità cristiane attorno al 65 d.C. La morte
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e la risurrezione di Gesù ebbero, nelle comunità paoline, un tale rilievo, che la sua vita
terrena perse d’importanza. Negli ambienti entusiasti della multietnica Corinto, il Gesù
terreno era sparito dietro quello celeste. Esisteva il rischio che si potesse mettere in relazione l’irruzione del potere e della vita celeste anche con un dio greco o romano. Non
era più chiaro il motivo per cui l’amore di Dio avesse fatto irruzione in questo mondo
proprio in Gesù Cristo. […] Marco, invece, fissa la salvezza al Gesù terreno. Questo Gesù
che da vivo ha mostrato agli uomini nei suoi miracoli la potenza di Dio, ha spezzato anche
le catene della morte. Comprendiamo, allora, la salvezza venuta mediante Gesù, solo se
guardiamo alla sua intera vita e al suo operato. Gesù non si è limitato a portarci un insegnamento nuovo o a farci vedere la potenza di Dio. Egli è piuttosto il Figlio di Dio in cui
il potere di guarigione di Dio ci tocca e ci risolleva ancor oggi, esattamente come allora,
quando Gesù era ancora sulla terra e andava per le strade della Galilea.
Marco voleva inoltre opporsi – secondo Schweizer – a un secondo pericolo: nelle comunità ellenistiche proliferavano a quel tempo i cosiddetti “uomini divini”, “taumaturghi
che giravano per le città greche, siriane e dell’Asia Minore suscitando l’entusiasmo delle
folle con miracoli operati in ogni modo, in parte attraverso dei trucchetti magici, parte
tramite l’influsso della propria personalità e reputazione; in loro si vedeva una sorta di
incarnazione dei poteri divini e sul loro conto si raccontavano delle cose straordinarie”.
Alcuni cristiani degli ambienti greci potevano aver compreso Gesù in modo simile. A ciò
Marco oppone la vita terrena di Gesù che procede attraverso gli aspetti più negativi della
vita quotidiana per finire con la sconfitta della Passione. Raccontando la storia concreta
di Gesù, Marco rivela quel che Giovanni aveva espresso nella frase ricca di mistero: “Il
Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”.
Tra tutti gli Evangelisti Marco è quello che racconta più storie di guarigione. In questo
modo ha dato, presumibilmente, una risposta alle numerose storie di miracoli che venivano raccontate sul conto degli “uomini divini”. Egli racconta, però, queste guarigioni
inserendole nell’operato di Gesù in Galilea che si è esteso dall’annuncio fino all’insegnamento dato ai discepoli, passando per le molte discussioni con i farisei e gli scribi. Tra
tutti gli evangelisti Marco è quello che racconta le storie di guarigione nel modo più dettagliato. Dal modo in cui Gesù si occupa dei malati si può intuire il suo metodo terapeutico. Marco, però, non ci racconta queste storie di guarigione per mostrarci che Gesù ha
superato gli “uomini divini” del suo tempo, ma per annunciarci che “questo Gesù che ha
guarito i malati allora, può guarire anche te oggi. Ora, infatti, egli è il Signore innalzato
presso Dio, che per sua procura vuole guarire oggi le tue ferite”.
Marco presenta Gesù come il Figlio di Dio che, avendone avuto delega, annuncia una
nuova dottrina e opera dei miracoli portentosi. Nella Passione, però, Gesù è l’uomo impotente che viene lasciato in balìa dei peccatori. La forza con cui Gesù lotta contro i suoi
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avversari e guarisce i malati, e l’impotenza con la quale muore in croce: questi due elementi, per Marco, si appartengono reciprocamente. La potenza di Dio che supera la
morte si manifesta proprio nell’impotenza di Gesù sulla croce. Gesù viene lasciato in
balìa del potere dei demoni. Nell’impotenza dell’amore, però, egli vince. […].
Nel Vangelo di Marco trovo un Gesù che combatte per gli uomini, si arrischia nel conflitto
con i demoni e oppone la fiducia all’angoscia, la speranza alla disperazione.
Eppure questo Gesù che lotta, avendone avuto delega, contro la potenza dei demoni è
consegnato loro, impotente, nella Passione. Marco concilia i pieni poteri e l’impotenza
di Gesù con il cosiddetto mistero del Messia. Gesù prega i discepoli e i malati che ha
guarito di tacere sulle sue azioni portentose. A nessuno è lecito sapere chi è veramente
questo Gesù. Solo nella morte e nella resurrezione risulterà chiaro che Gesù era il messia
con cui già ai tempi della sua vita molti lo avevano identificato. Ciò riflette un’immagine
del Messia diversa da quella del liberatore politico. Solo nell’assunzione in cielo di Gesù,
grazie alla risurrezione, il Messia è riconosciuto nella sua vera natura.
L’autore
Già a partire dalla Chiesa primitiva si ritiene che l’autore del Vangelo di marco sia un
certo Giovanni Marco. Marco è un soprannome romano di Giovanni. Ciò indica che
Marco appartiene a una famiglia discendente dai liberti o che egli stesso è uno di loro.
La tradizione della Chiesa antica mette in relazione Marco con l’apostolo Pietro. Intorno
all’anno 130 Papia definisce Marco l’interprete di Pietro. Egli “annotava con precisione,
benché non in ordine, tutte le cose di cui si ricordava, sia le parole sia le opere del Signore”. Il termine greco equivalente di “interprete” può essere tradotto anche in modo
diverso. Marco traduce le prediche di Pietro in modo da renderle comprensibili anche ai
greci. Scrive per i pagani convertiti al cristianesimo assumendo in questo modo un’importante funzione di mediatore. Egli spiega il senso delle parole e delle opere di Gesù ai
“pagani”, cioè a coloro che non appartenevano all’ambiente culturale ebraico in cui Gesù
aveva operato. Marco si rivolge alle comunità ellenistiche. Queste portavano allora l’impronta di religioni e correnti spirituali diverse, dei culti misterici persiani, della gnosi e
delle concezioni greche e romane della divinità. Poiché, all’interno delle comunità ellenistiche, le usanze ebraiche erano sconosciute, e spesso incomprensibili, Marco chiarisce il loro senso ai suoi lettori. Il greco, in cui Marco scrive, presenta chiaramente dei
tratti semiti. Quindi, presumibilmente, Marco era un ebreo cristiano ellenista. Colpisce,
inoltre, che egli utilizza spesso anche delle espressioni latina. Ciò fa pensare che egli
abbia scritto il Vangelo a Roma o perlomeno in ambiente romano. Per giunta Marco conosce poco la geografia della Palestina, come si può vedere da alcune sue osservazioni
qua e là.
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Quanto all’epoca della stesura del Vangelo, viene menzionato solitamente l’anno 65 d.C.
[…].
Il digiuno
Il digiuno è una forma di penitenza interiore, è cioè un gesto che segue l’invito di Gesù a
convertire il cuore a Dio.
Mi spiego meglio.
Il desiderio di essere vero amico di Gesù – essere santo – si scontra quotidianamente
con il nostro limite, il peccato, le situazioni avverse, pensieri e sentimenti cattivi o egoisti,
ecc…
Insomma, capiamo al volo che Gesù ha proprio ragione: occorre lavorare dentro di noi,
cercando di cambiare il nostro cuore, così che sia più vicino al Suo.
Questo santo desiderio di essere sempre più amici di Gesù e suoi discepoli fedeli ha
bisogno di gesti concreti, che vanno appunto “riempiti” di questo significato e scopo.
Ecco: il digiuno è uno di questi gesti.
Rinunciando volontariamente al cibo, di cui abbiamo bisogno per vivere, noi offriamo al
buon Dio questo nostro desiderio di essere santi, purificandolo da tutto ciò che ostacola
il nostro cammino di fede.
Il digiuno infatti è uno dei modi che la Chiesa indica per ottenere il perdono dei peccati
più lievi!
Ascolta cosa dice il Catechismo:
“La remissione dei peccati avviene fondamentalmente in occasione del sacramento del battesimo. Dopo di esso per la remissione dei peccati più gravi è necessario il sacramento della
riconciliazione (la confessione); la confessione è raccomandata anche per i peccati più lievi.
Ma anche la lettura della Sacra Scrittura, la preghiera, il digiuno e le buone azioni operano la
remissione dei peccati”
Youcat, 151
Oggi, Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo, sono i giorni in cui la Chiesa chiede di
vivere il digiuno.
Rifletti bene su quanto hai letto e prova a compiere questo gesto: sii generoso ma sii
anche concreto! Faccio un esempio: se hai un turno di lavoro o molte ore di scuola non
è bene fare digiuno altrimenti rischi di far male il tuo lavoro o peggio! Decidi se saltare
il pranzo o la cena in base alla giornata che ti aspetta.
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Giovedì 6 marzo
Il Vangelo secondo Marco
La composizione del Vangelo come messaggio
Iersel sviluppa la teologia di Marco, meditando e descrivendo la costruzione artistica del
suo Vangelo. Qui egli riconosce una costruzione concentrica che definisce costruzione a
sandwich. Questa la si trova non solo nel Vangelo, ma anche all’interno dei singoli capitoli. Di queste costruzioni, “in cui due racconti sono a tal punto racchiusi l’uno nell’altro
che il primo abbraccia il secondo”, Iersel ne individua sette. I propositi teologici di Marco
sono riconoscibili proprio da questo modo di racchiudere i testi l’uno nell’altro.
Per fare un esempio, tra i racconto dei due momenti in cui i parenti di Gesù si recano in
visita da lui, Marco inserisce la discussione di Gesù con gli scribi in cui questi gli rimproverano di essere posseduto dai demoni e di guarire i malati con il potere dei demoni
(3,20-35). Gesù replica: “Se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi”
(3,26). Appare chiaro quindi che Marco tratta l’argomento della famiglia su diversi livelli:
da un lato parla della famiglia concreta di Gesù che gli si volge contro, dall’altro della
famiglia della comunità che corre il rischio di dividersi se si lascia determinare dal potere
dei demoni. In questa cosiddetta “costruzione a sandwich” la frase determinante si trova
sempre nella parte centrale. Marco vuole quindi mettere in guardia la comunità dal dare
spazio al suo interno ai demoni, agli spiriti cupi e corrotti.
Iersel distingua nel Vangelo di Marco cinque sezioni principali, dove la prima corrisponde
all’ultima e la seconda alla quarta. Il Vangelo comincia con un racconto il cui luogo
dell’evento è il deserto (1,2s.) e termina con il racconto della tomba (15,44-16,9). Il deserto e la tomba sono entrambi luoghi di oscurità, abitati da demoni. Marco ce lo indica
sulla base della guarigione dell’indemoniato di Gerasa che vive miseramente nella cavità
della tomba. Deserto e tomba quindi sono determinati dalle potenze dell’oscurità. Gesù
entra in questi ambiti e, attraverso il suo messaggio, i suoi atti portentosi, la sua morte
e risurrezione, sconfigge la potenza dei demoni. Nel deserto compare Giovanni il Battista
ad annunciare il Regno di Dio. Nella tomba un angelo in vesti sfavillanti dà voce al messaggio centrale del Vangelo: “È risorto” (16,6). Là dove regna la morte, nel deserto come
nella tomba, grazie al messaggio di Gesù, alla sua passione e risurrezione, nasce la vita.
L’operato di Gesù in Galilea (1,16-8,21) e il suo destino a Gerusalemme (11,1-15,39) costituiscono le due sezioni principali del Vangelo. La Galilea è la terra in cui Gesù annuncia
la sua dottrina e guarisce i malati. Qui egli è riconosciuto ed è qui che raccoglie i suoi
discepoli attorno a sé: Gerusalemme invece è la città che appartiene agli scribi e ai
sommi sacerdoti. In essa Gesù non opera nessun miracolo. Qui egli viene respinto e, alla
fine, ucciso. Mentre in Galilea Gesù fa del bene agli uomini, a Gerusalemme subisce
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molte malvagità da parte loro. Per Gesù la Galilea è la terra del successo, dell’ascesa e
della vita da lui ovunque risvegliata. Gerusalemme, invece, è la città del fallimento, del
tramonto e della morte.
Tra la Galilea e Gerusalemme la parte centrale del Vangelo, descrive Gesù come un viandante in cammino (8,27-10,45). Con i suoi discepoli egli si mette in cammino alla volta
di Gerusalemme. Qui, agli uomini e alle donne che lo seguono, preannuncia tre volte la
sua morte violenta che avrebbe patito a Gerusalemme. E ognuna di queste tre volte egli
racconta anche della sua risurrezione il terzo giorno. Strada facendo Gesù evita il contatto con gli uomini; parla solo ai discepoli, e lo fa in modo aperto e chiaro.
Mentre nella sezione che descrive l’operato di Gesù in Galilea il termine “subito” ricorre
quaranta volte, nella terza e quarta sezione, vale a dire quelle in cui Gesù è in cammino,
questo termina viene utilizzato solo dieci volte. L’operato di Gesù, dapprima, avviene in
modo subitaneo: un evento succede subito all’altro. Più tardi, in cammino, c’è bisogno
di tempo perché Gesù possa ammaestrare i discepoli. Anche i discepoli, da parte loro,
hanno bisogno di tempo per capire chi sia questo Gesù.
Tra l’operato di Gesù in Galilea e il suo destino a Gerusalemme, troviamo due guarigioni
dalla cecità (8,22-26 e 10,46-52). Esse costituiscono, rispettivamente, il passaggio alla
sezione successiva. La prima guarigione del cieco si riferisce alla cecità dei discepoli: immediatamente prima di questa guarigione Marco, infatti, ci racconta il viaggio in barca
dei discepoli insieme a Gesù e la loro incomprensione di quel che egli hs loro da dire.
Gesù li rimprovera: “Avete occhi e non vedete?” (8,18). I discepoli sono ciechi al pari dei
farisei. Gesù guarisce il cieco in due fasi: Le due tappe seguenti, il cammino verso Gerusalemme e il destino di Gesù in questa città, corrispondono a queste due fasi di guarigione dalla cecità. Eppure i discepoli non riacquistano la vista né in cammino né a Gerusalemme. L’unico discepolo a seguire il Gesù vedente, è il mendicante cieco Bartimeo.
Non appena Gesù lo guarisce si dice questo di lui: “E subito riacquistò la vista e prese a
seguirlo per strada” (10,52). Bartimeo diventa quindi per il lettore un invito a seguire
Gesù con occhi aperti sulla via per Gerusalemme e a considerare il mistero della morte
e risurrezione. Il Vangelo si conclude con l’invito al lettore a vedere Gesù in Galilea (16,7).
Solo se i discepoli sono pronti, come Bartimeo, a seguire Gesù sul suo cammino, possono
vederlo.
Iersel vede nella composizione concentrica del Vangelo di Marco una teologia consapevole. Al centro del Vangelo con le sue cinque sezioni vi è il cammino di Gesù. Una volta
che il lettore ha finito di leggere il Vangelo fino in fondo, viene invitato a seguire il cammino di Gesù. Egli comprenderà Gesù solo se, come Bartimeo, percorrerà a occhi aperti
il suo cammino e non indietreggerà, spaventato, di fronte ai pericoli e alle resistenze,
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alla persecuzione e all’incomprensione da parte di chi lo circonda. Se la vera fede richiede “che si percorra ancora una volta il cammino di Gesù, se è questa l’intenzione
autentica del libro, si può dire allora che il corpo centrale è la sezione più importante e
contiene il messaggio principale”.
Marco scrive dunque il suo Vangelo non per i teologi che si lambiccano il cervello per
comprendere il senso del messaggio di Gesù, ma per quegli uomini pronti a mettersi in
cammino e a seguirlo. E lo scrive per quei discepoli –uomini e donne- che non scansano
la croce, poiché credono che nella sua morte in croce Gesù ha vinto la potenza dei demoni, rendendo così possibile all’uomo una via verso la libertà. Non si può quindi studiare il Vangelo di marco a tavolino. Bisogna essere pronti a mettersi in cammino. Solo
se resto in moto, intuisco il mistero del cammino di Gesù che lo porta dalla Galilea, terra
del suo operato ricco di successo, a Gerusalemme, città in cui viene messo in croce dai
suoi avversari.
Questa è un’immagine della nostra vita. Noi preferiamo restare in Galilea, là dove tutto
ci riesce. Ma anche la nostra strada ci porta a Gerusalemme, luogo della nostra morte.
E su questa strada sperimentiamo l’insuccesso, il rifiuto, e il fallimento. Il lieto annuncio
del Vangelo, però, risiede nel fatto che non resteremo nella morte. Un angelo vestito di
bianco annuncia anche nella nostra tomba che siamo risorti.
Teologia della fiducia
J. Scheiber ha chiamato il suo studio sul Vangelo di Marco una “teologia della fiducia”.
[…] Marco descrive Gesù di Nazaret nel suo fidarsi dei propri impulsi interiori, sulla base
della sua fiducia nel Dio vicino; lo descrive inoltre nell’atto di rivelare con semplicità cosa
c’è in lui e di realizzare ciò a cui lo spinge la voce di Dio e nell’atto di mantenere, proprio
nel conflitto con i suoi avversari, la fiducia in Dio. Solo contro i molti scribi e farisei, Gesù
si attiene fermamente a ciò che ha saputo da Dio. E non viene meno a questa fede,
nemmeno quando viene catturato, condannato, flagellato, deriso e ucciso dai suoi nemici. Anzi, la sua fiducia giunge a compimento proprio nella sua morte in croce.
Schreiber vede il fondamento della sua teologia della fiducia soprattutto nel modo in cui
Marco comprende la morte in croce di Gesù... Per lui la teologia della croce è, al tempo
stesso, una teologia della fiducia. Marco ha orientato tutto il suo Vangelo sulla croce. […]
La croce ricorre all’interno di molti racconti. Già quando Gesù guarisce l’uomo dalla
mano inaridita, i farisei e gli erodiani ne decretano la morte (3,6). Durante il suo operato
in Galilea Gesù guarisce ebrei e pagani. La sua morte è il miracolo più grande sul quale
è costruito l’intero Vangelo di Marco. Questo miracolo accade per i pagani abbandonati
da Dio. Il primo a comprendere il miracolo della morte di Gesù è un centurione pagano.
Di lui si racconta non che udì, ma che vide l’urlo di morte di Gesù. Vedere, vedere in
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profondità appartiene alla fede. Se nella morte ignominiosa di Gesù sulla croce e nel suo
urlo di morte riesco a vedere la sua fiducia incondizionata in Dio, ho capito allora, almeno credo, il messaggio del Vangelo di Marco.
Nella morte in croce si palesa l’incondizionata fiducia di Gesù nell’amore di Dio. In essa,
allo stesso tempo, trova compimento l’amore di Gesù con il quale egli si è impegnato
per gli uomini, ha guarito le loro malattie e ha combattuto per la loro liberazione dal
potere dei demoni. […] Proprio perché l’amore di Dio appare in Gesù sotto il velo dell’impotenza e della sconfitta, è così difficile credervi per i discepoli. Ed essi fino all’ultimo
non ci credono. Il lettore viene invitato a vedere nella morte di Gesù la sua vittoria sul
potere delle tenebre, la vittoria dell’amore sull’odio, della fiducia su ogni paura. Per
Marco è Gesù stesso il credente autentico: egli resiste nella fede a ogni tentazione e si
affida incondizionatamente al Padre. […] Nel momento in cui il lettore vede Gesù rivolgersi, in punto di morte, ancora a Dio, viene invitato ad aver fiducia con Gesù nel fatto
che Dio supera ogni paura e indigenza, e non c’è più nulla che possa separarci da lui.
Con questa teologia della fiducia Marco si rivolge proprio all’uomo di oggi, tormentato
da molte paure. La paura è un argomento fondamentale della nostra epoca. Marco non
tranquillizza la nostra paura fornendoci una consolazione a buon mercato, ma descrive
la reale dimensione della paura e dell’abbandono, del rifiuto e del fallimento, facendo
risplendere proprio nella croce, luogo dell’impotenza e dell’abbandono più grandi, la
vittoria dell’amore. Con la sua teologia della croce Marco dà una risposta a quello che è
il bisogno più grande dell’uomo moderno, alla sua paura di fallimento, della malattia,
della solitudine, della mancanza d’aiuto, in fin dei conti, alla sua paura della morte.
Marco c’invita non solo a vedere nella croce la vittoria della fiducia sulla paura, ma anche
a percorrere con lui la via di Gesù nella solitudine e nell’impotenza. Nel momento in cui
saremo pronti a seguire Gesù nel suo cammino verso la croce, capiremo che l’amore non
può venir vinto nemmeno dalla morte, ma che dimostra il suo potere proprio nell’impotenza. […].
Il fioretto
Leggendo la vita di molti santi si incontra questa parola “fioretto”, vissuto come gesto
prezioso nel cammino di fede. Il fioretto è una rinuncia o un impegno offerto al Signore
come dono affettuoso (il dono di un fiore appunto). È un gesto per sua natura molto
semplice, da bambino ma non infantile: dentro il fioretto viene messo tutto l’amore per
il Signore.
Più questo amore è intenso e profondo, più sarà forte il desiderio di offrire al buon Dio
un dono prezioso. Puoi “sbizzarrirti” come meglio credi:
•
scegliere un fioretto e cercare di viverlo ogni giorno della Quaresima;
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sceglierne uno diverso per ogni giorno della settimana e poi ripeterli nelle settimane successive (il lunedì una rinuncia, il martedì un gesto di carità… ecc..)
Prendi il tempo necessario per guardarti dentro e scegli come procedere; se hai un prete
di riferimento puoi confrontarti con lui e decidere insieme quali fioretti fare.
Qualsiasi cosa scegli ricorda sempre a cosa serve!
•
Venerdì 7 marzo
Inizia oggi la lettura del Vangelo.
Comincia con Mc 1,1-20.
Oggi e domani dovrai fare queste tre cose:
• leggere la parte di Vangelo indicata;
• meditare e pregare solo il brano proposto utilizzando il testo e i suggerimenti del libretto;
• alla sera, leggere l’introduzione all’esame di coscienza che comincerai a vivere dalla prossima settimana.
Ricorda infine, al termine della giornata, di completare lo schema di pag. 39.
Per la meditazione
L’inizio del Vangelo (1,1-15)
Marco inizia il suo Vangelo con il termine, arché, cioè, “principio”, un termine carico di
significato. Così facendo egli richiama alla memoria l’inizio della creazione. Dio pone in
Gesù un nuovo inizio. In lui ricrea daccapo l’uomo e opera di nuovo la sua salvezza. Arché
significa però anche “fondamento”. Il fondamento del Vangelo è la storia di Gesù a partire dal battesimo di Giovanni fino alla sua morte. “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio
di Dio”. Marco vuole portare un lieto annuncio, un annuncio di gioia per l’uomo, ed è il
primo ad aver chiamato un intero libro “Vangelo”. “Vangelo”, altrimenti, significa semplicemente lito annuncio. Nell’Antico Testamento sono perlopiù gli angeli, i messaggeri
di Dio, ad annunciare agli uomini qualcosa che li renda lieti. Essi compaiono come messaggeri di pace che annunciano la vittoria di Dio sui nemici. “Vangelo” venivano chiamati
nel regno romano i decreti dell’imperatore. Quando l’imperatore prendeva delle disposizioni queste venivano annunciate al regno come un lieto annuncio. Esse promettevano
agli uomini felicità e salvezza. Il lieto annuncio dato da Marco è che Dio porta in Gesù un
nuovo regno, un regno in cui è Dio il sovrano e in cui gli uomini sperimentano la vicinanza
di Dio come salvezza e felicità.
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Il Vangelo di Marco tratta di Gesù Cristo. Marco menziona qui consapevolmente il doppio nome solenne. Esso, già nella Chiesa primitiva, era considerato un nome santo. Già
all’inizio Gesù Cristo riceve il titolo di Figlio di Dio. Il centurione romano ripeterà alla fine
del Vangelo questa caratterizzazione di Gesù riassumendo così l’intero Vangelo.
L’espressione “Figlio di Dio” per Marco non ha ancora il significato del figlio preesistente
del Dio trino che si fa uomo in Gesù. Nell’ebraismo veniva chiamato “figlio di Dio” il re,
il Messia e il popolo di Israele. Gli ebrei consideravano figlio di Dio anche il maestro di
saggezza. L’espressione “figlio di Dio”, nell’ebraismo, non indica alcuna eguaglianza sostanziale con Dio, ma un’appartenenza a lui. Gesù appartiene a Dio in un modo particolare, essendogli particolarmente vicino e pervaso dal suo Spirito. […]
L’inizio del Vangelo è dominato dalla figura di Giovanni Battista. Egli è la voce che risuona
nel deserto invitando gli uomini a preparare la via al Signore. Qui Marco cita Isaia. Nel
riferirsi al “Signore” il profeta aveva certamente in mente Dio. Per Marco il Signore è
Gesù. Giovanni prepara, dunque, la via a Gesù inteso come vero Signore di questo
mondo e invita gli uomini a spianare le strade dei cuori affinché Gesù Cristo possa entrare nel loro cuore e riempirlo del suo spirito. Poi Marco descrive Giovanni come un
asceta rigoroso che porta una veste di peli di cammello, come i beduini di allora, e si ciba
di locuste e miele selvatico. Marco tralascia la sua predica di conversione e lascia che
Giovanni si limiti ad accennare a Gesù come a colui che viene dopo di lui ma che in realtà
è più forte di lui. Egli battezzerà gli uomini con lo Spirito Santo. Il battesimo di Giovanni
era un battesimo di conversione: un rituale in cui gli uomini manifestano la loro volontà
di deporre e lavare via il passato per attenersi, in modo nuovo, ai comandamenti di Dio.
Il battesimo senza conversione era inefficace. Il battesimo di Gesù ha una dimensione
diversa. In esso l’uomo viene riempito dello Spirito Santo che lo rende capace di mettere
in atto un comportamento nuovo.
Il battesimo da parte di Giovanni segna l’inizio delle apparizioni pubbliche di Gesù. Di
Gesù Marco si limita a dire che viene da Nazaret di Galilea per farsi battezzare da Giovanni. […] Per Marco il battesimo diventa la dimostrazione, a opera di Dio, della vera
natura di Gesù. È in occasione del battesimo che Gesù ebbe la sua personale esperienza
di vocazione. “E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui
come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi
sono compiaciuto” (1,10s). Qui si fa vedere e sentire la personale vocazione di Gesù. Il
cielo si apre affinché lo Spirito Santo possa discendere. Il fatto che, alla fine, Dio squarci
il cielo per mandare il suo Spirito e salvare gli uomini è un desiderio originario d’Israele.
Lo Spirito scende dolcemente come una colomba. Ciò non significa che aveva la forma
di una colomba, come più tardi molto artisti daranno ad intendere con le loro rappre-
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sentazioni. Marco, piuttosto, si riferisce al fluttuare dello Spirito sopra le acque al momento della creazione del mondo: In Gesù Dio ricrea il mondo da capo. Qui prende il via
un nuovo inizio. L’uomo assume la forma che Dio ha originariamente pensato per lui.
Egli era stato creato a immagine di Dio. Nel battesimo di Gesù quest’immagine diviene
visibile a noi tutti. Gesù è l’uomo quale Dio l’ha originariamente creato, il prediletto da
Dio. Contrariamente ad Adamo, che nel peccato si è allontanato da Dio, egli non si è
giocato la sua benevolenza. Ai tempi di Noè la colomba è una colomba di pace che annuncia la riconciliazione tra Dio e l’uomo. Presso i greci è santa la colomba della dea
Afrodite. Essa simboleggia l’amore di Dio che scende verso l’uomo.
Gesù è il figlio prediletto da Dio. Con Dio, suo padre, egli ha un rapporto di affetto e Dio
si compiace in lui. Ed è un compiacersi reciproco. Con la descrizione del battesimo di
Gesù Marco ci indica come dobbiamo vedere questo rabbrì di Nazaret: egli è dotato di
Spirito Santo e colmo di un potere divino. Gesù porta avanti la sua opera nella potenza
di questo Spirito e con la benevolenza di Dio. Egli libererà gli uomini da tutte le forze che
ne ostacolano o ne deformano l’umanità e riporterà l’uomo alla forma originaria che Dio
gli ha riservato all’inizio della creazione. Con Gesù Dio si appresta a rinnovare l’opera
della sua creazione e a riplasmare l’uomo nella sua vera natura rendendolo capace di
quell’amore che il suo cuore ardentemente brama.
Ciò che vale per Gesù viene anche trasmesso ai cristiani nel battesimo. Qui il cielo si apre
sopra di noi e possiamo sentire la voce di Dio che ci dice: “Tu sei il figlio, la figlia mia
prediletta. In te mi sono compiaciuto. Tu mi piaci. È un bene che tu esista”.
Gesù esce dal Giordano che appariva colmo dei peccati dei molti uomini che erano stati
battezzati da Giovanni. Questa è un’immagine del nostro battesimo. Non siamo perfetti,
siamo pieni di colpe, ma Dio non guarda ad esse. Nel momento in cui usciamo dall’acqua
delle nostre colpe, sperimentiamo di essere amati da Dio incondizionatamente. Il battesimo è l’esperienza di essere amati da Dio prima di qualsiasi prestazione, prima di qualsiasi comportamento buono, senza alcuna condizione.
Gesù non riceve il battesimo per sé, ma per assolvere, forte dello Spirito Santo, un compito a nostro favore. Subito dopo il battesimo, nel Vangelo di Marco, si dice che: “Lo
spirito sospinse Gesù nel deserto” (1,12). Marco usa il termine forte ekbàllein: lo spirito
getta Gesù fuori nel deserto. È come una costrinzione interna. Si potrebbe pensare che
Gesù, almeno una volta, si sarebbe goduto, nel battesimo, l’esperienza di Dio; si sarebbe
crogiolato nell’esperienza dell’amore incondizionato di Dio. Egli, però, deve andare nel
deserto, lo spazio dominato dai demoni, lo spazio della morte. La vita che Dio ha donato
al suo Figlio deve dar prova di sé nell’ambito della morte. Lo Spirito spinge Gesù a sperimentare tutte le altezze e gli abissi dell’essere umano. Il battesimo deve penetrare in
tutti gli abissi della sua anima […].
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Gesù resta nel deserto quaranta giorni, un’immagine dei quarant’anni in cui Israele è
stato condotto attraverso il deserto. Israele è costantemente esposto alle tentazioni di
Satana. Gesù supera la tentazione. Marco però non ci dice in cosa viene tentato Gesù.
In compenso, per indicare la presenza di Gesù nel deserto utilizza due immagini: Gesù
vive tra le fiere selvagge e gli angeli lo servono. Ciò mostra lo stato di tensione in cui si
trova Gesù e in cui tutti noi viviamo: la tensione tra le fiere selvagge e gli angeli, tra gli
istinti e lo spirito […]. In due brevi versetti marco esprime la profondità dell’esperienza
attraversata da Gesù nel deserto. Egli ha raggiunto la maturità di un uomo integrato. La
sua relazione con Dio ha pervaso tutti gli spazi del suo corpo e della sua anima […]. Egli
è pervaso dallo Spirito di Dio nella sua interezza di uomo. Così può annunciare il messaggio di Dio senza falsificarlo, senza offuscarlo con umani secondi fini. […]
A questo punto Marco descrive il messaggio annunciato da Gesù. Si tratta di frasi brevi:
“Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo” (1,15).
[…] Il tempo è compiuto. È giunto alla sua pienezza. Il regno di Dio è vicino. La vicinanza
di Dio fa vivere l’uomo in modo autentico. L’uomo si avvicina alla sua vera natura solo
avvicinandosi a Dio. E il tempo raggiunge la sua pienezza solo perché Dio è vicino. […]
Dio, che è sopra ogni tempo, entra nel tempo e lo porta a compimento. Gesù non annuncia il giudizio, ma la vicinanza di Dio che guarisce. L’uomo, però, non deve reagire a
questa vicinanza con la penitenza, ma con la conversione. Il termine greco metenoeite
significa propriamente: “Pensate in modo diverso, cambiate il vostro pensiero. Guardate
al di là delle cose e riconoscerete la vicinanza di Dio!”. Gesù vuole aprire gli occhi degli
uomini […]. Dio è già qui. Non dobbiamo pregarlo di venire. Dobbiamo soltanto aprire
gli occhi per poterlo vedere dappertutto. Nel termine greco metenoeite risuona anche il
significato della parola ebraica che esso traduce: convertirsi, voltarsi, fare una svolta,
percorrere altre vie. Gli ebrei partono dalla convinzione che l’uomo percorra abbastanza
spesso delle vie sbagliate, delle vie che non portano alla salvezza, ma a vicoli ciechi e
senza uscita. L’uomo deve evitare queste strade e percorrere la via giusta. Oppure, sulla
via che porta alla rovina, egli deve convertirsi e ritornare all’origine. La fede deve arrivare
alla conversione. Si tratta di una svolta peculiare: credete al Vangelo, abbiate fiducia in
esso. Forse si potrebbe interpretare quest’affermazione nel modo seguente: in colui che
abita la lieta novella, in colui che ascolta le parole facendo in modo che le parole abitino
in lui, la fiducia cresce. Questi acquisisce una nuova capacità di stare in piedi, una condizione stabile nella insicurezza di questo mondo. Per Marco il Vangelo è il Vangelo di
Gesù Cristo. Così anche la fiducia nella persona di Gesù appartiene alla conversione. Egli
apre gli occhi degli uomini, mostra loro la via che porta alla vita autentica e dona loro
una condizione sicura, una fiducia incondizionata in Dio che non può venire scissa da
alcuna resistenza degli avversari, né da alcuna sconfitta interiore.
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Per la preghiera
La prima parola e l’ultima frase di questo brano ci guidano all’inizio di questo cammino
perché ne indicano il motivo, il perché metterci in cammino e il metodo, cioè il modo di
camminare.
“Inizio del vangelo di Gesù”.
Gesù è il fondamento della nostra vita, è quella famosa roccia sulla quale vorremmo che
poggiasse tutto: le nostre giornate, le speranze, le fatiche, i progetti, gli affetti...
È il desiderio che questo si realizzi in noi che ci spinge a iniziare il viaggio della Quaresima.
Chiedi al Signore Gesù di accompagnarti ogni giorno, di farti sentire la Sua presenza accanto a te, di non farti mai dimenticare che Lui solo è il fondamento di una vita piena e
felice.
“Convertitevi e credete nel Vangelo”.
Gesù ci accompagna lungo tutto il cammino della Quaresima (della vita in realtà ) attraverso le parole del Vangelo di Marco. Sarà in questi testi che Lui ci offrirà in dono la
grazia di cui abbiamo bisogno per cambiare il nostro cuore, per provare a vivere la vita
nuova che Lui ha vissuto e indicato.
Chiedi al Signore Gesù che nessuna Sua parola possa andare perduta tra distrazioni e
fatiche, affinché porti molto frutto nel tuo cuore e in ogni tua giornata; chiedigli ogni
giorno coraggio, costanza, perseveranza, fede.
L’esame di coscienza
Oggi ci soffermiamo a capire cosa sia l’esame di coscienza e perché è importante. Domani invece ti verranno offerte delle indicazioni concrete per poterlo vivere.
La prima cosa che devi fissare bene in testa è che l’esame di coscienza è una preghiera!
Non è solo un esercizio della memoria per andare a “scovare” i peccati commessi, ma è
stare in compagnia del Signore perché sia Lui a illuminare la nostra giornata, il nostro
cuore, i pensieri, i sentimenti, le intenzioni…
Ascolta questa catechesi di Giovanni Paolo II:
“L’esame di coscienza è una delle pratiche della vita interiore. Esso non può essere una
specie di resoconto delle azioni cattive e dei peccati […].
L’esame di coscienza è soprattutto preghiera, quindi incontro personale con Dio in un’atmosfera di attenzione amorosa reciproca, è il constatare la sua attenzione amorosa su
di me. In un esame di coscienza così inteso, notiamo prima di tutto che Dio è presente
nella nostra vita quotidiana. La profondità della sua misericordia si apre per noi e ci
chiama a unirci a Lui.
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L’uomo, vedendosi al centro dell’attenzione amorosa di Dio, cessa di concentrare tutta
la sua attenzione sul peccato e la concentra soprattutto sulla presenza affettuosa di Dio
e sui raggi della sua misericordia nei quali soltanto conosce sé stesso, i propri peccati e
le proprie imperfezioni.
Quindi l’esame di coscienza dovrebbe contribuire a farci conoscere noi stessi sotto i raggi
di questa presenza.
Invece di analizzare le azioni cattive della giornata, bisogna giudicare prima quello che è
più importante per noi, cioè la presenza di Dio nella nostra vita e la sua chiamata al
dialogo, vedere come Dio nel suo amore per noi desidera la nostra risposta a tale amore
negli avvenimenti quotidiani.
Si tratta di vedere se abbiamo dato o no la nostra risposta alla presenza amorosa di Dio
nella nostra vita.
L’esame di coscienza dovrebbe essere quindi un momento di preghiera per imparare a
rispondere al suo amore e nello stesso tempo imparare le esigenze del suo amore, a
capire che cosa Dio vuole da noi, quali sono i suoi desideri.
Perciò bisogna aprirsi alla voce dello Spirito Santo.
Ebbene, chi desidera il proprio sviluppo interiore, deve essere consapevole dell’enorme
importanza dell’esame di coscienza. Deve quindi rendersi conto dell’importanza di un
continuo discernimento del cuore e della necessità di adattare l’esame di coscienza al
grado di sviluppo in cui egli si trova attualmente e alla situazione nella quale vive”.
Giovanni Paolo II, 20 marzo 1998.
Sabato 8 marzo
Leggi Mc 1,21-45
Per la meditazione
La guarigione di un indemoniato (1,21-28)
La prima storia di guarigione per Marco è una storia programmatica. Si tratta della guarigione di un indemoniato. In questo modo Marco mostra che per lui la malattia rappresenta sempre anche uno stato di possessione. I demoni che dominano l’uomo rappresentano le costrizioni interne, le idee fisse, i complessi nevrotici. Marco parla anche di
spiriti torbidi. Questi offuscano l’immagine che l’uomo ha di se stesso e di Dio: sono
potenze estranee che dominano l’uomo. Marco caratterizza l’indemoniato come un
uomo “all’interno di uno spirito impuro”. Egli soggiace alla potenza di questo spirito. In
contrapposizione ai discepoli che “credono nel Vangelo” viene qui descritto un uomo
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che abita nello spirito impuro, nella confusione, nell’annebbiamento. Un tale spirito impuro può essere l’amarezza che intorbidisce il pensiero. Può trattarsi, però, anche di un
ideale di purezza esagerato che chiude gli occhi di fronte a tutto ciò che è impuro […].
Per Marco “guarigione” significa sempre che Gesù libera l’uomo a se stesso, sottraendolo alla potenza degli spiriti torbidi e impuri e conducendolo a se stesso, alla sua vera
natura.
Già la prima storia di guarigione evidenzia la “costruzione a sandwich” con cui Marco
descrive le scene per lui importanti. L’evangelista comincia a raffigurare la scena con la
constatazione che Gesù insegnava nella sinagoga di Cafarnao. Coloro che lo ascoltavano
hanno timore dei suoi insegnamenti. Essi vengono spaventati o meravigliati, così come
si dice nel testo: “Poiché egli insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli
scribi” (1,22). A questo punto Marco descrive la guarigione dell’indemoniato e fa terminare la scena ancora una volta con la reazione della gente: “Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli immondi e gli obbediscono!”
(1,27). Con questa modalità descrittiva concentrica Marco intende dire che la dottrina
di Gesù non è priva d’effetti, ma che Gesù guarisce proprio con il suo insegnamento. Con
il raccontare di Dio in modo appropriato, Gesù libera l’uomo a se stesso. L’immagine di
sé e Dio sono strettamente legate. Annunciando il Dio che guarisce e libera, il Dio che
approva e rinfranca, Gesù libera gli uomini dalle loro immagini di Dio malsane e li edifica
in modo che essi divengano interamente se stessi.
Quando Gesù parla di Dio, gli uomini hanno l’impressione che Dio lì sia veramente presente. Egli non dice ciò che ha udito da altri, ma parla, piuttosto, per esperienza personale e lo fa in modo tale da muovere qualcosa nell’uomo. Chi lo ascolta non può rilassarsi
comodamente e riflettere sulle parole di Gesù. Le sue parole su Dio penetrano nel suo
cuore e lo rendono inquieto. Gli uomini avvertono che Gesù parla di Dio come uno che
ha autorità. Nelle sue parole si avverte la potenza di Dio, là Dio stesso diviene presente.
Essi sanno che è proprio come lui dice, che questa è la verità e questo è veramente Dio.
Il termine greco per indicare l’autorità, exusìa, indica anche la libertà di agire e di disporre come si vuole. Gesù parla di Dio con una certa libertà interiore. Non entra in
gioco, qui, alcuna paura. Il termine designa il potere esercitato da un sovrano. Gesù appare a chi lo ascolta come uno che ha potere e che prende parte alla sovranità di Dio. Le
parole di Gesù producono qualcosa nell’uomo. Esse lo liberano dalle potenze che lo rendono schiavo e malato. Exusìa significa letteralmente: “a partire dall’essere”. Egli riposa
nell’essere, nel suo essere e nell’essere di Dio. Le sue parole coincidono con il suo essere.
Marco descrive la reazione degli uomini alle parole di Gesù su Dio, prendendo per esempio un uomo posseduto da uno spirito impuro. Questo comincia subito a urlare: “Che
c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci!”. Lo spirito impuro rappresenta
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qui le immagini impure, morbose, e demoniache che abbiamo di Dio nonché quelle immagini di noi stessi che sono d’ostacolo alla nostra vita. Abbastanza spesso abbiamo al
nostro interno un immagine di Dio che distorce il suo vero essere, più o meno l’immagine
di un Dio contabile che annota tutto sul piano del dare e dell’avere, un Dio dispotico che
manda continuamente all’aria i nostri piani, un Dio giudice che ci giudica e ci controlla
ovunque. Tali immagini demoniache di Dio offuscano anche l’immagine che abbiamo di
noi stessi. Vediamo, così, noi stessi in modo sbagliato. Utilizziamo Dio come protezione
di fronte a tutte le eventualità della vita. Con Dio gonfiamo il nostro proprio ego e ci
poniamo al di sopra degli altri. Vorremmo disporre di Dio, metterlo al nostro servizio. Gli
uomini che hanno queste immagini di Dio, all’avvicinarsi di Gesù, non possono trattenersi. Essi cominciano a urlare. […] Quando parla di Dio Gesù sveglia gli uomini scrollandoli. Il modo in cui parla di Dio è emozionante. A chi ascolta, allora, vengono aperti gli
occhi, si riconosce improvvisamente la propria vera identità e ci si rende conto di aver
nascosto se stessi dietro le proprie immagini di Dio fabbricate autonomamente e di aver
escogitato una concezione di sé che contraddice la propria immagine vera.
Gesù rimprovera duramente lo spirito impuro: “Taci ed esci da lui!”. Egli distingue tra la
persona dell’uomo e il demone che lo determina. A quest’ultimo non può andare incontro con un atteggiamento comprensivo, ma deve respingerlo con forza. Così, alle voci
interiori che lacerano quest’uomo egli ordina di tacere. A queste voci non si può andare
incontro facendo leva sugli argomenti. […] Nessun argomento le può disarmare. Per liberare l’uomo dalle sue voci che lo rendono schiavo ci vuole qui la chiarezza e la forza di
Gesù. Lo spirito impuro avverte il potere di Gesù, ma non cede senza combattere. […] Al
tempo stesso la reazione del demone palesa l’autorità di Gesù. Esso non può scansare
la sua parola. L’uomo è preso ora nel mezzo tra il potere del demone e l’autorità di Gesù.
È trascinato di qua e di là tra il presentimento che Gesù parli correttamente di Dio e la
tendenza ad aggrapparsi alle vecchie immagini di Dio, al suo castello che si è costruito di
sé. Gesù parla di Dio in un modo tale che l’uomo viene posto davanti a una decisione.
Egli non può evitare Dio. Così, con un forte urlo, l’uomo si scioglie dal suo demone. […]
Quelli che assistono alla scena sperimentano la dottrina di Gesù come un fatto nuovo.
Egli parla di Dio in un modo nuovo, un modo che rinfranca e libera, stimola e guarisce. E
parla con autorità. Gesù non interpreta la legge al modo dei farisei, ma fa avvertire nelle
sue parole la potenza di Dio. Non parla di Dio, ma, nella sua potenza, lascia ce sia Dio
stesso ad apparire nelle sue parole. Queste producono qualcosa nell’uomo: lo liberano
a se stesso. Poiché Gesù parla dell’uomo e di Dio, in modo giusto, quelle malsane immagini di Dio e di se stessi non hanno alcuna chance: esse devono allontanarsi. […]
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Per la preghiera
È confortante parlare a Dio dandogli del “Tu” e avere chiaro nel cuore chi Egli sia davvero! È allarmante, altre volte, quando davanti a situazioni che non comprendiamo, che
ci scandalizzano e ci confondono, domandarsi: “Ma Tu Dio, chi sei? Dove eri?”; ci sentiamo persi, forse abbandonati.
Gesù ci prende per mano, e con le sue parole chiare e precise e con i suoi gesti forti ci
racconta chi è Dio, ci mostra come stare davanti a Lui, ci insegna quali parole usare.
Solo stando dietro al Signore possiamo avere un cuore puro e una mente pronta per
accogliere in noi il Mistero grande dell’amore di Dio.
Chiedi al Signore il dono dello Spirito Santo, che illumina la mente, riempie il
cuore, purifica dagli idoli e dalle falsità, affinché quando dai del “Tu” al buon Dio,
tra te e lui ci sia solo confidenza, affidamento, intimità, sintonia.
L’esame di coscienza
Ieri abbiamo scoperto (o riscoperto) che l’esame di coscienza è preghiera, è lasciarsi illuminare dalla misericordia di Dio e guardare alla propria vita come ci guarda Lui.
Oggi cerchiamo di capire come procedere nel vivere questa preghiera.
Premessa
L’esame di coscienza è una pratica della vita interiore (come la chiama Giovanni Paolo
II) che va vissuta quotidianamente, con calma; come nello sport, solo facendo molto
esercizio si affina la pratica, si diventa “esperti” della nostra vita interiore.
Pensaci bene: quanto sappiamo del nostro corpo? Direi molte cose. Spesso siamo
esperti e ci auto-medichiamo. Ma quanto sappiamo dell’anima? Quanto conosciamo la
nostra anima? Quanta attenzione diamo all’ascolto e al giudizio dei nostri pensieri, sentimenti, intenzioni?
Questa premessa ci fa capire che ce n’è di strada da fare!
Primo passo
Trova il tempo giusto, al termine della giornata (tenendo da parte un po’ di forze ) e
mettiti in atteggiamento di preghiera.
Chiedi al Signore il dono del Suo Spirito con una preghiera che conosci oppure con una
spontanea, affinché Lui possa guidarti nel “guardare” con i Suoi occhi la tua giornata, il
tuo cuore, i tuoi pensieri, le tue azioni, le tue intenzioni.
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Secondo passo
Domanda al Signore: “Signore dove sei stato oggi? Come ti sei fatto vedere?”. Cerca di
scoprire in quale volto, in quali parole, in quale situazione si è mostrato portandoti un
dono. E di questo ringrazialo (ps: leggendo di Gesù nel Vangelo pian piano riuscirai a
comprendere più a fondo il modo in cui lui “si muove”, cioè agisce, parla, si manifesta
nella vita delle persone e, quindi, nella tua).
Terzo passo
Attraverso un schema lasciati guidare alla scoperta dei tuoi peccati, in pensieri, parole,
opere e omissioni.
Di schemi ce ne sono molti:
• puoi concentrarti sul Vangelo che hai meditato e usi quello per farti aiutare;
oggi ad esempio si parlava di false idee su Gesù, di poca fede, di lontananza da
Dio, di gesti violenti, ecc…;
• puoi utilizzare i dieci Comandamenti o il Comandamento dell’amore;
• c’è lo schema classico dei tre punti: rapporto con se stessi, rapporto con gli
altri, rapporto con Dio.
In questo cammino, facendo un passo per volta, partendo da lunedì, farai pratica con
questo terzo schema.
Quarto passo
Una volta confessati i tuoi peccati chiedi perdono a Dio. Puoi usare parole tue oppure
usare una di queste preghiere:
Padre buono, ho bisogno di te,
conto su di te per esistere e per vivere.
Nel tuo Figlio Gesù mi hai guardato e amato.
Non ho avuto il coraggio di abbandonarmi
alla tua volontà e il mio cuore si è riempito
di tristezza, ma tu sei più forte del mio peccato.
Credo nella tua potenza sulla mia vita,
credo nella tua capacità di salvarmi
così come sono adesso.
Ricordati di me. Perdonami!
Pietà di me, Signore,
secondo la tua misericordia:
non guardare ai miei peccati
e cancella tutte le mie colpe;
crea in me un cuore puro
e rinnova in me
uno spirito di fortezza
e di santità.
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Nota
Utilizza il tuo quaderno spirituale: scrivici il tuo dialogo con il Signore, annota i pensieri,
i ringraziamenti e le richieste di perdono. Resteranno segnati così i passi che il Signore ti
ha voluto far compiere.
Domenica 9 marzo
La domenica, giorno del Signore, è dedicata alla Santa Messa, al riposo e al recupero del cammino.
Lunedì 10 marzo
Leggi Mc 2,1-15
Da oggi dovrai sempre fare queste tre cose:
• leggere la parte di Vangelo indicata;
• meditare e pregare con il brano proposto;
• alla sera, fare l’esame di coscienza proposto e completare lo schema di pag. 39.
Per la meditazione
La guarigione del paralitico (2,1-12)
Davanti al brano del paralitico, che conosciamo tutti benissimo, facciamo un’operazione un po’ azzardata. Invece di vedere un uomo che non può fisicamente camminare, l’autore (Grün) ci invita a guardare a questa persona come qualcuno con
“l’anima paralizzata”. È un uomo incapace di fare passi verso il prossimo e verso Dio,
impossibilitato ad avvicinarsi agli altri o a fare qualsiasi azione naturale del cuore. La
sua anima è come se non funzionasse più ed essere se stesso è troppo difficile. Si è
fatto un giudizio sbagliato su se stesso e sul prossimo ed è schiacciato dal giudizio
altrui. Un uomo con un’anima che non riesce più ad amare.
Non è una situazione impossibile da immaginare: possiamo avere le gambe che funzionano bene ma ci sentiamo tutti incapaci di generosità totale, di amore incondizionato, di gesti che vanno oltre la necessità di ricevere in cambio. Tutto questo inevitabilmente ci blocca.
Ecco, questa volta, leggendo il brano, non guardiamo alle gambe immobili del paralitico, ma facciamo finta che immobile sia la sua anima di fronte alla vita e al prossimo. Un’anima da guarire. E i passi che il Signore invita a compiere, vediamoli come
passi spirituali, come passi dell’anima.
Dopo questa premessa, riprendiamo il commento di Grün:
Gesù è a Cafarnao. Sono così tanti gli uomini che si radunano e vogliono sentire la sua
parola che non può entrare più nessuno. Allora quattro uomini gli portano un paralitico.
Essi salgono sul tetto e fanno un buco nel soffitto per far scendere il paralitico su una
lettiga proprio davanti ai piedi di Gesù. Questa scena mi ha affascinato sempre fin da
bambino. Per la guarigione del paralitico questi uomini si accollano la distruzione della
casa; essi non si fanno distogliere dalla grande folla: vogliono portare il malato da Gesù
a tutti i costi. Si tratta di un paralitico. Se interroghiamo il nostro linguaggio sul significato
che ha il termine “paralisi” per la nostra anima, c’imbattiamo allora nella paura come
causa originaria. La paura mi paralizza, mi blocca e mi ostacola. Mi sento paralizzato in
quanto ho paura di dire qualcosa davanti agli altri: è la paura del giudizio degli altri. Ci
sono tuttavia altre paure che mi paralizzano: la paura di una situazione difficile, di una
persona, di un pericolo, di una propria colpa e del fatto che potrebbe essere scoperta.
Gesù vede la fede dei quattro uomini che gli portano davanti il paralitico. Non è la fede
del malato, ma di chi lo accompagna. A questo punto Gesù si rivolge al paralitico dicendo: “Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati” (2,5). Il paralitico vorrebbe guarire. Cosa
vuol significare qui la remissione dei peccati?
Grün, a partire dal brano di Vangelo, propone poi una riflessione sulla paralisi spirituale, la paralisi dell’anima, e, riassumendo, dice tre cose in particolare:
• peccare significa perdersi, mancare la propria vita. Chi è paralizzato manca la
sua umanità in quanto ritiene di dover essere perfetto e di non poter mostrare
alcuna debolezza. Poiché non vuole essere debole, non ha l’ardire di alzarsi
nella sua debolezza. Chi si alza sa che può cadere. Chi evita ogni caduta resta
sempre nella tomba della sua paura;
• la colpa autentica consiste nel non vivere la vita di cui Dio ci rende capaci. Gesù
interpella il malato che ha davanti a proposito di questa vita non vissuta;
• Gesù dona la remissione dei peccati, l’accettazione incondizionata da parte di
Dio, rendendo così possibile un nuovo inizio: “Lascia da parte i tuoi sensi di
colpa! Smettila di tormentarti con loro e di astenerti dal vivere! Abbi il coraggio
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di essere te stesso, di alzarti con i tuoi errori e le tue debolezze. Abbandona il
tuo rifiuto di vivere! Abbi il coraggio di vivere!”.
Dopo questa riflessione che abbiamo schematizzato qui sopra per motivi di spazio,
Grün, riprende il commento vero e proprio del Vangelo:
Alcuni scribi si scandalizzano per la remissione dei peccati assicurata da Gesù. Rimettere
i peccati, infatti, spetta solo a Dio. Gesù riconosce i loro pensieri: “Perché pensate così
nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire:
Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina?” (2,8s). Gesù dimostra allora agli scribi di avere
il potere di rimettere i peccati. Egli annuncia la parola di Dio con autorità. Prova ne è che
dice al paralitico: “Prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua” (2,11). Una volta guarita
l’anima, può guarire anche il corpo. Nel momento in cui il paralitico si alza, diventa evidente che la remissione dei peccati ha avuto efficacia in lui. […] Non ha nessuna garanzia
di poter stare sicuramente in piedi dopo la lunga paralisi: Ma, adesso, la fiducia vince la
paura. Le parole di Gesù, pronunciate con autorità, gli danno evidentemente il coraggio
di alzarsi. […]
Per la preghiera
Non è stato difficile immaginare la paralisi dell’anima. Però un sussulto al cuore o qualche pensiero in testa è sicuramente capitato davanti alla domanda: è più importante
aver ricevuto il perdono o aver ricevuto il dono della guarigione?
Tutti – forse anche tu – davanti ad un paralitico ci si aspetta che Gesù compia il miracolo
della guarigione e poi la conclusione, con la frase famosa: “Va’, la tua fede ti ha salvato”.
Invece Gesù spiazza tutti – forse anche te – con un altro miracolo! Quale?! Ha mostrato
il volto di Dio! Dio è misericordioso, sempre!
E le nostre paralisi? Quante volte abbiamo chiesto al buon Dio favori, miracoli, ecc…?
Quante volte invece gli abbiamo chiesto di perdonarci?
Quale stupore o gratitudine viviamo quando il Signore ci perdona?
Chiedi al Signore un dono speciale: di imparare a prenderti cura della tua anima; di sentire nel tuo cuore il desiderio di far crescere la tua anima; chiedigli il coraggio di compiere
tutte le azioni necessarie a nutrire l’anima di cose buone.
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L’esame di coscienza
Riprendi le pagine 20-21 per vivere bene l’esame di coscienza.
Per lo schema, come già anticipato, impareremo ad usare quello classico, diviso in tre
punti. Questa settimana e la prossima ci concentreremo solo sul primo punto: il rapporto con se stessi.
Ecco qualche riflessione e domanda per aiutarti.
Il tempo. Di “tempi” in una giornata ce ne sono molti in realtà: quello programmato per
le attività e il lavoro, quello “rubato” dagli imprevisti; c’è il tempo in cui fai le cose che
devi fare, il tanto agognato tempo libero!, quello che dedichi agli altri e quello sempre
“rosicchiato” che dedichi a te stesso; quello che ti sembra sprecato, quello che ti sembra
speso bene o per il bene, ecc…
Fermiamoci qui, come primo passo appare già molto ricco.
Rifletti bene sul tempo di oggi e su di te, immerso in questi vari tempi diversi.
Anche Gesù ha avuto i suoi tempi diversi: quello libero, molto breve, dedicato al riposo
e alla preghiera; quello che passa con i discepoli, quello dedicato all’ascolto e agli incontri, quello per la predicazione e per i gesti di bontà, quello che vive con i suoi amici più
cari.
Come hai vissuto questa giornata?
Senti di aver sprecato del tempo? Di averlo sfruttato al meglio per il bene?
Hai cercato di dare il massimo in ogni momento? In quali hai ceduto alla tentazione della
superficialità, della fretta, dell’egoismo, della svogliatezza?
Hai difeso il tempo della preghiera?
Martedì 11 marzo
Leggi Mc 2,18-28
Per la meditazione
La discussione con i farisei (2,18-28)
Marco parla continuamente delle discussioni tra Gesù e i farisei. […] Su molte questioni
Gesù aveva una posizione vicina ai farisei: eppure prendeva continuamente le distanza
da loro. Per lui il loro tipo di devozione era troppo esteriore e troppo caratterizzato dal
pensiero della prestazione.
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Un esempio di discussione con i farisei è la questione del digiuno. I discepoli di Giovanni
e i farisei digiunano regolarmente e lo fanno di solito tutti i lunedì, i giovedì e in altri
determinati giorni dell’anno. I discepoli di Gesù non digiunano. In questo si discostano
dagli altri. A chi interroga Gesù, però, egli così risponde: “Possono forse digiunare gli
invitati a nozze quando lo sposo è con loro?” (2,19). In questa frase si rivela il modo in
cui Gesù comprende se stesso e la sua immagine di Dio. Gesù non è l’asceta che rinuncia
a ogni gioia. Marco racconta del confronto tra Gesù e i farisei facendo seguito al pranzo
con il pubblicano Levi e con i peccatori. Qui Gesù rinuncia a chiamare i peccatori alla
conversione. Egli pranza con loro, dona loro l’amore di Dio. L’Amore di Dio, una volta
sperimentato, li trasforma. Gesù comprende se stesso come lo sposo che annuncia agli
uomini la vicinanza di Dio e li invita e li invita a celebrare insieme a lui l’amore di Dio.
Egli invita gli uomini alle nozze con Dio che vuole farsi una cosa sola con gli uomini. E
quando Dio diventa una cosa sola con l’uomo, l’uomo diventa allora una cosa sola con
se stesso. […]
L’immagine dell’uomo e di Dio, propria di Gesù, è caratterizzata da gioia e fiducia, pronti
a esprimere nella festa le cure amorose di Dio per l’uomo. E una festa tale non è compatibile con alcun digiuno. I discepoli non digiunano perché sperimentano la vicinanza
dello sposo divino. Gesù, però, rende noto ai farisei che i suoi discepoli digiuneranno
quando egli sarà loro strappato dalla morte. Sarà, allora, un digiuno triste. Nella Chiesa
primitiva la pratica ebraica del digiuno è stata ripresa già nei primi tempi, per quanto si
digiunasse di mercoledì e venerdì anziché di lunedì e giovedì. Nel digiuno i primi cristiani
si sono uniti a quel Gesù che nella sua impotenza supera il potere dei demoni e la cui via
arrivava alla risurrezione passando per la croce. Al nostro cammino spirituale appartengono sia la celebrazione della festa eterna nel diventare una cosa sola con Dio, sia anche
l’accettazione, nel digiuno, che Dio si sottrae a noi abbastanza spesso e che allora il nostro cammino diviene una via crucis lungo la quale anche noi siamo chiamati a contrastare le potenze dei demoni che sbarrano la strada alla nostra realizzazione.
Gesù fonda il comportamento dei discepoli con la novità della sua dottrina. Egli porta,
infatti, agli uomini qualcosa di veramente nuovo; non è solo un maestro tra i tanti e il
suo messaggio di novità non si concilia con le vecchie usanze. Ciò diventa chiaro nell’immagine del vino – vecchio e nuovo – da lui utilizzata nella sua parabola. Il vino nuovo si
mette in otri nuovi (2,22). Il nuovo messaggio di Gesù ha bisogno anche di nuove forme.
In queste parole di Gesù si mostra una spiritualità diversa da quella che troviamo nelle
parole dei farisei. Questi tentavano di tradurre nella quotidianità i comandamenti di Dio
[…] e volevano attualizzare i comandamenti dati nel passato. Gesù invece ha il coraggio
della novità. […] Gesù resta all’interno della tradizione ebraica senza però guardare con
timore a ogni lettera della legge. Egli si fida della sua intuizione e della novità venuta alla
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luce nel mondo attraverso di lui e confida nel Dio sempre nuovo che rende nuova ogni
cosa.
La discussione con i farisei prosegue con la questione del comandamento del sabato.
Dio ha donato il sabato agli uomini perché in questo giorno riposino dal loro lavoro e
partecipino al riposo di Dio. Il sabato è un atto benevolo di Dio a favore degli uomini.
Con i loro comandamenti, i farisei hanno cercato di proteggere il sabato. Essi erano animati da un desiderio del tutto filantropico: volevano che l’uomo potesse davvero riposare. Eppure nei loro sforzi oltrepassavano il segno. Quel che era pensato originariamente come ausilio al godimento del riposo, diveniva un ostacolo alla libertà umana. La
lettera veniva allora a essere più importante dello spirito. […] Gesù non si pone in radicale contrapposizione alla tradizione ebraica e ai farisei, ma rivendica il diritto di fornire
una sua interpretazione: […] si fida del suo fiuto personale per Dio e per l’uomo. Strappare dal terreno le spighe, per il rigoroso orientamento dei farisei, era già considerato
un lavoro di raccolta. Durante i giorni lavorativi, se si aveva fame, era assolutamente
permesso strappare le spighe persino nei campi di grano non propri. Di sabato, però,
questo non doveva accadere. L’argomentazione di Gesù prende per esempio Davide che
andò nella casa di Dio a mangiare il pane santo. Egli racconta qui liberamente e con
parole proprie della Bibbia; in Sam 21,1-10, infatti, Davide si reca dal sacerdote Achimelech e gli chiede cinque pani. Poiché il sacerdote non ne aveva con sé del pane ordinario,
gli diede il pane santo della visione. Come Davide anche Gesù si prende la libertà – e la
concede anche ai suoi discepoli – di violare il comandamento del sabato, quando hanno
fame. Egli motiva questa libertà rinviando alla volontà originaria di Dio: “Il sabato è stato
fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!” (2,27). Gesù rivendica a sé la conoscenza
della volontà di Dio. […]
Per la preghiera
Per i farisei è stato duro accettare il comportamento di Gesù nei confronti della legge e
dei peccatori; era talmente incomprensibile ai loro occhi che sono rimasti sempre lontani da lui, fino a diventare suoi nemici.
Forse per noi è semplice accogliere il desiderio di Gesù di fare festa, di starci sempre
accanto certo che sarà l’amore a cambiarci.
Però forse anche noi, su una delle novità che Gesù porta, abbiamo qualche dubbio, facciamo fatica a comprenderlo o ad accettarlo.
La conversione, a cui Gesù ci chiama fin dal primo giorno, fin dal primo capitolo del Vangelo, ha bisogno di un cuore “elastico”, malleabile, che si fidi del Signore sempre, qualsiasi sia la novità che vuole donarci.
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Ecco: solo una fiducia “da bambino” ci permetterà di accogliere con gioia e con facilità
ogni parola e ogni dono che il buon Dio vorrà offrirci.
Chiedi al Signore un cuore tenero, capace di fiducia vera, un cuore da bambino, che senza
timore o dubbio si getta tra le braccia di chi lo ama.
L’esame di coscienza
Riprendi le pagine 20-21 per vivere bene l’esame di coscienza.
Anche questa sera ti soffermerai sull’uso del tempo. Se ti serve, riprendi quanto hai letto
ieri sera.
Buona preghiera!
Mercoledì 12 marzo
Leggi Mc 3,1-19
Per la meditazione
Guarigione dell’uomo con la mano inaridita (3,1-6)
Durante le funzioni religiose, in sinagoga, Gesù vede un uomo con la mano inaridita.
Posso immaginarmi quale fosse il problema di quest’uomo. Con la mano do forma alla
mia vita, afferro qualcosa, prendo la mia vita in mano e mi prendo ciò di cui ho bisogno.
Con la mano do quanto debbo dare e tocco altri uomini: do a loro la mano, instauro una
relazione. Con la mano esprimo tenerezza e amore. […]
(Quell’uomo ha dovuto rinunciare a tutto questo, ndr)
Era sabato. Di sabato non era lecito compiere guarigioni. I farisei permettevano di guarire un uomo solo se era in pericolo di vita. Per loro la santificazione del sabato era più
importante della guarigione dell’uomo. Con questa concezione essi hanno alterato il
senso originario del sabato. Gesù non si fa limitare, nel suo agire, dai farisei. All’uomo
con la mano inaridita comanda: “Mettiti nel mezzo!” (3,3). […] Deve mettersi lì davanti
agli altri. In questo comando di Gesù si percepisce questo messaggio: “Tu sei importante.
Il centro è il posto giusto per te”. […] Ora deve mettersi lì. Ed egli sta nel mezzo e viene
fissato da tutte le parti. Gli accade proprio ciò che voleva evitare. Viene a trovarsi al
centro dell’attenzione e non può più nascondersi. Deve mettersi lì.
A questo punto Gesù si rivolge agli altri presenti. Dalla considerazione finale di 3,6 risulta
chiaro che si trattava di farisei. […] Gesù sembra trovarsi completamente solo contro un
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muro di silenzio e ostilità. Ma egli è tranquillo […]. Gesù chiede ai presenti: “È lecito in
giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?” (3,4). Questa sembra
essere una domanda dura, in quanto ai farisei interessava poi solo prendere sul serio i
comandamenti di Dio. Essi avevano cercato di interpretarli calandoli nella quotidianità
concreta. Gesù però, nella sua domanda, li mette a confronto col fatto che la loro interpretazione fa del male agli uomini e toglie loro la vita. Colui per il quale la legge è più
importante dell’uomo e per cui la norma sta più in alto delle necessità di un malato, fa
del male. In un tale contesto dominato dai princìpi nonché dalla necessità di adempiere
alle norme in modo rigoroso, l’uomo non riesce più a respirare. Egli va a fondo, la sua
vita viene annientata. Limitarsi a seguire die comandamenti, in ultima analisi, uccide
l’anima. Nel testo greco vi è qui il termine psyché. Esso significa letteralmente “anima”
ma anche “vita” e si riferisce alla persona, alla vita personale. La persona va a fondo, se
la si costringe in norme rigide. E l’anima non può più respirare se viene messa sotto
pressione in un contesto dominato dai princìpi. Essa ha bisogno d’ali e non di un corsetto
rigido in cui si blocchi.
Quando i farisei tacciono Gesù li guarda a uno a uno “con indignazione, rattristato per
la durezza dei loro cuori” (3,5). Indignazione e tristezza sono un’interessante combinazione di sentimenti. Indignazione non vuole dire che Gesù è esploso davanti ai farisei o
ha inveito contro di loro. L’indignazione è piuttosto la forza di prendere le distanze. Attraverso di essa Gesù crea una distanza tra sé e i farisei, proteggendosi così da loro. Con
l’indignazione Gesù dice loro: “Potete essere così, non vi faccio rimproveri. Potete avere
anche un cuore così indurito e inaridito. Ma sono affari vostri che rimetto a voi. Per
quanto mi riguarda farò cosa è giusto per me”. Nell’indignazione Gesù si libera dal potere
dei nemici evitando di farsi determinare da loro. […] All’indignazione si affianca la tristezza. Il termine greco syllypùmenos esprime la compartecipazione nel sentire. Gesù
prende dapprima le distanze dai farisei, ma non recide il legame che ha con loro. Egli
porge loro la mano e condivide i loro sentimenti. È rattristato per la loro durezza di cuore,
ma si immedesima in loro: come devono essersi davvero ridotti questi cuori che si sono
così induriti? Quanta paura deve esserci in essi, se sono così meschini? Quanta disperazione e disprezzo per gli uomini devono esserci per chiudersi così davanti al dolore di un
uomo? Posso prendere veramente contatto con un altro solo se sono indipendente. Chi
non ha confini, viene determinato dai sentimenti altrui e non è libero di agire. Gesù,
invece, è libero. Egli desidera avere una relazione con i farisei. Nella sua tristezza egli
porge loro la mano, ma essi non accettano la mano tesa, anzi escono e decidono di farlo
morire. Nel bel mezzo dell’agire salvifico di Gesù Marco accenna al suo destino violento.
Nel guarire il malato Gesù lotta contro il potere dei demoni. Questi, nella sua passione,
avranno apparentemente il sopravvento su di lui, ma nella sua morte Gesù li sconfiggerà
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definitivamente. I farisei, che deliberano qui la morte di Gesù, non sanno di suggellare
in questo modo la sconfitta di tutte quelle potenze che minacciano la vita. Nella morte,
infatti, riceveremo tutti la vita ottenuta dall’uomo con la mano inaridita.
Per la preghiera
Due sono le vie che puoi prendere per la tua preghiera. Ne indichiamo solo la direzione,
poi prova tu a percorrere una delle due, lasciando che dal cuore nasca la preghiera da
rivolgere al buon Dio in questa giornata.
La prima via: la situazione dell’uomo con la mano inaridita. La sua fatica nel creare e
vivere relazioni buone con gli altri; la fatica nell’accettare un proprio limite, che vive
come ostacolo ad una vita piena, realizzata; la tentazione di nascondersi, di sopravvivere
invece che di vivere, di lasciarsi vincere dallo sconforto e dalla fatica; il peso che gli viene
dall’essere convinto di valere poco.
La seconda via: il cuore duro dei farisei. La loro incapacità a riconoscere un bisogno; la
presunzione che li mette sempre dalla parte del giusto; la facilità nel giudizio; la tentazione di fare a meno di Dio nelle proprie faccende, di essere “signori” della propria vita
(e un po’ anche in quella degli altri”.
Qualunque sia la via che deciderai di intraprendere per la tua preghiera, soffermati sullo
sguardo di Gesù su di loro e su di te. Sul suo cuore capace di compassione, sul suo amore
che desidera solo il bene della nostra vita.
L’esame di coscienza
Ricorda sempre lo schema delle pagine 20-21 per l’esame di coscienza.
Questa sera, sempre riferendoci al rapporto con te stesso, ti soffermerai sulla tua affettività, sui “moti” del tuo cuore, lasciandoti guidare proprio dal Vangelo che oggi hai meditato.
Saper leggere i pensieri e i sentimenti del cuore è importante per comprendere l’autenticità dei tuoi affetti e dei tuoi gesti.
Come ben sai infatti, dietro ad uno sguardo, a un modo di porsi o a un gesto si possono
nascondere pensieri, sentimenti e intenzioni contrastanti: possono essere sinceri, puliti
e rispettosi – insomma di amore – oppure egoisti, sporchi, malvagi (?!).
Ricorda che, qualunque cosa troverai “analizzando” i gesti, le parole e gli sguardi di questa giornata, il buon Dio ti guarda sempre con misericordia, perché desidera soltanto il
tuo bene.
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Lasciati quindi illuminare dalla Sua luce che sana, riconosci il tuo peccati e accoglie con
gioia il suo perdono.
Giovedì 13 marzo
Leggi Mc 3,20-35
Per la meditazione
La divisione degli spiriti in Gesù (3,20-35)
La costruzione a sandwich, così tipica del Vangelo di Marco, unisce la duplice visita dei
parenti di Gesù ai rimproveri fattigli dagli scribi di essere posseduto da Beelzebul. Attraverso questa composizione Marco fa un’affermazione teologica: perfino i parenti più
stretti corrono il rischio di demonizzare Gesù. La forma più sottile di difesa è quella di
patologizzare l’avversario: se lo faccio passare per un malato psichico, posseduto dal
demone, non ho, di conseguenza, più bisogno di discutere con lui. La famiglia di Gesù è
caduta in questo pericolo: essa voleva avere un Gesù conforme al copione familiare: “Da
noi si pensa in questo modo; questo da noi non si dice”. […] Essa non poteva accettare
che egli percorresse un cammino suo personale e che non si sentisse obbligato di fronte
agli interessi familiari, ma di fronte al Padre celeste. […] (Forse) per i parenti di Gesù
erano più importanti gli insegnamenti della famiglia che un confronto con l’insegnamento e il cammino di Gesù. Ed è già molto dura l’affermazione di Marco sulla reazione
dei suoi: “Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano:
è fuori di sé” (3,21). I parenti di Gesù lo ritengono pazzo. Per loro egli non è più normale.
Essi ritengono che il mezzo adatto per avere a che fare con lui sia la forza e intendono
riportarlo in seno alla famiglia con la forza.
L’espressione “è fuori di sé” viene resa ancor più acuta dall’intermezzo sugli scribi. Questi rimproverano a Gesù di essere posseduto da Beelzebul e di scacciare i demoni solo
con l’aiuto del principe dei demoni. […] Come i familiari di Gesù anche gli scribi si rifiutano di prendere in considerazione il suo messaggio. In compenso lo denigrano e gli rimproverano di abitare sotto lo stesso tetto dei demoni. Questo è ancora oggi uno dei metodi preferiti per tenere alla larga le opinioni altrui: si mette addosso agli altri l’etichetta
della malattia mentale, così non ci si deve occupare di quello che dicono e di quello che
fanno. […]
Gesù, però, non si fa confinare nel ruolo del malato posseduto dal demone e confuta i
suoi avversari raccontando una parabola: “Come può satana scacciare satana? Se un
regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi” (3,23s). Con queste parole egli
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riduce all’assurdo i rimproveri degli scribi. Quanto loro dicono è impossibile in sé. In
questo caso, infatti, i demoni non avrebbero più alcun potere. Ciò che vale per la casa
dei demoni vale, però, anche per la famiglia: anche una famiglia, se è divisa in se stessa,
non potrà reggersi (3,25). Questo è un ammonimento alla comunità cristiana. Nel collegare la duplice visita parentale al rimprovero fatto a Gesù di essere alleato dei demoni,
per Marco non si tratta solo della discussione storica che Gesù ha avuto con la sua famiglia d’origine. Piuttosto egli desidera richiamare l’attenzione sul rischio cui la comunità
cristiana si vede esposta: la scissione. Il fungo più pericoloso della divisione cresce nel
rimprovero, rivolto agli altri membri della comunità, di operare insieme ai demoni, e nel
biasimo che la loro predica e il loro comportamento siano determinati da essi.
Gesù designa il comportamento degli scribi come peccato contro lo Spirito Santo. Chi
afferma, nei confronti di un’altra persona che lo destabilizza, che questa è posseduta da
uno spirito impuro, pecca contro lo Spirito Santo che parla in questa persona. Egli agisce
contro la sua coscienza. Nel suo intimo più profondo sa che l’altro ha un messaggio importante che egli dovrebbe affrontare, ma si rifiuta di vivere la sfida che l’altro gli lancia,
etichettandolo come malato. […] I nostri peccati quotidiani non sono peccati contro lo
Spirito Santo, ma peccati di debolezza, di viltà. Il peccato contro lo Spirito Santo è una
distorsione consapevole di ciò che è santo in ciò che è maligno.
Dopo il rifiuto degli scribi Marco racconta di una seconda visita della madre di Gesù e
dei suoi fratelli. Essi si fermano davanti alla casa e lo mandano a chiamare: vogliono
disporre di lui. Ma Gesù non esce nemmeno fuori. Egli coglie l’occasione di questo desiderio dei parenti per rinviare alla sua nuova famiglia: “Ecco mia madre e i miei fratelli!
Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (3,34s). Il rapporto
con Dio, la disponibilità a entrare in relazione con la sua volontà, crea una comunione
nuova, più profonda dei legami familiari. Ciò che tiene insieme, nel profondo, una comunità, non sono né il sentirsi bene, né i medesimi interessi, ma l’adempimento della
volontà di Dio. È un’esperienza che i cristiani hanno fatto continuamente: là dove gli
uomini si sono raccolti nel nome di Gesù, là dove hanno cercato insieme Dio, è sorto un
profondo legame di comunione. Ma la comunione è sempre anche in pericolo. Essa
viene distrutta quando alcuni si ergono a giudici sugli altri e soprattutto quando uno
demonizza l’altro e lo dichiara psichicamente malato. Anche i membri della comunità
cristiana corrono il rischio di farsi una determinata immagine di Gesù e di demonizzarlo
anziché affrontare il suo messaggio di sfida. La Chiesa stessa corre il rischio di restare
attaccata alle sue immagini di Dio e di Gesù, anziché farsi destabilizzare da Dio. Marco la
esorta a vegliare affinché tutti adempiano la volontà di Dio. Solo se sono tutti pronti a
interrogarsi e a compiere la volontà di Dio in modo sempre nuovo, può sorgere una comunità capace di reggersi.
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Per la preghiera
Ricordi quanto hai compreso con l’inizio del Vangelo: Gesù come fondamento e inizio di
una vita nuova?
Oggi il buon Dio ci accompagna nel fare un passo avanti dicendoci: Gesù è il fondamento
anche della comunità cristiana, di ogni relazione buona che desideri coltivare, della famiglia che hai o che vorresti costituire.
Hai presente quando senti dire: mettere Dio al primo posto? Ecco, significa questo. Il
buon Dio ci ha fatto un cuore straordinario, perché capace di amore sincero e di dedizione per molti, allo stesso tempo, senza mischiare o confondere.
Mi spiego meglio.
Dio, donandoci il Suo Spirito, ci ha resi capaci di amare Lui, la nostra famiglia, i nostri
amici senza che nessuno “rubi spazio” all’altro. Anzi! Gesù ci rassicura che, se amiamo
Lui con tutto il nostro cuore, allora il nostro amore per i familiari, gli amici e la nostra
comunità sarà forte, sincero e duraturo.
Domanda al buon Dio lo Spirito Santo, perché educhi ogni giorno, nel silenzio, il tuo cuore
ad un amore sincero verso di Lui e verso tutti.
L’esame di coscienza
Ricorda sempre lo schema delle pagine 20-21 per l’esame di coscienza.
Anche questa sera continua l’esercizio riferito alla tua affettività. Prova a guardare ogni
tua relazione importante, cercando di riconoscere cosa la rende forte, chi la alimenta;
se avverti la tentazione del possesso; se permetti a Gesù di entrare in esse, se chiedi a
Lui di renderle autentiche esperienze di amore e dedizione.
Venerdì 14 marzo
Leggi Mc 4,1-41
Questa meditazione, che riguarda in pratica tutto il capitolo 4, occuperà la tua meditazione e la tua
preghiera sia oggi sia domani.
Oggi ti concentrerai sulla prima parabola, quella del seminatore, mentre domani ti lascerai guidare
dalle due parabole più piccole, quella del seme che cresce spontaneamente e quella del granello di
senape.
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Per la meditazione
Il discorso in parabole di Gesù (4,1-34)
Nel bel mezzo dell’attività di Gesù, Marco si interrompe e gli fa tenere un lungo discorso.
[…] Gesù fornisce in tre parabole l’interpretazione del modo in cui deve essere intesa la
sua attività. […] Gesù è al servizio di Dio e semina il seme divino affinché questi spunti
nel cuore degli uomini. Gesù spiega che il Regno di Dio giunge attraverso di lui, i suoi
prodigi e la parola che egli diffonde. Ma la parola di Gesù non trova terreno fertile in
tutti gli uomini: essa cade per strada, sulla roccia e tra le spine. Lì non può portare frutto.
Ove, però, trova terreno fertile, essa porta un frutto abbondante. Gesù stesso spiega ai
suoi discepoli il motivo per cui racconta della parabole (4,10-12). Il Regno di Dio può
essere compreso solo da colui al quale è stato confidato. I discepoli diventano degli iniziati al mistero di Dio. Per gli altri, che sono al di fuori, le parabole hanno più un carattere
eufemistico. Questa cosa oggi ci appare estranea. Marco, tuttavia, con queste parole di
Gesù, spiega il motivo per cui sono così pochi gli uomini che credono al suo messaggio.
Per quanti non sono entrati in relazione con il cammino di Gesù, tutto resta enigmatico.
[…]
Gesù spiega ai discepoli la parabola del seminatore. Sono quattro tipi diversi di uomini
che ascoltano la parola di Dio. Presso i primi la parola cade per strada. Gesù dice che
presso di loro viene Satana che porta via la parola che era stata seminata (4,15). Ciò
significa certamente che, presso di loro, la parola non può assolutamente penetrare nel
modo giusto. Essi non si fermano per lasciar entrare la parola al loro interno. Nella sua
interpretazione Gesù vede Satana negli uccelli che beccano il seme. Gli uccelli sono i
pensieri che saltano di qua e di là negli uomini. Chi è continuamente occupato in mille
pensieri, non fa certamente nulla di male, ma in ultima analisi è incapace di farsi afferrare da Dio. Perciò la superficialità, la continua operosità con cui si blocca il proprio
cuore, è, in ultima analisi, espressione del demoniaco. L’uomo non vive da sé, ma è vissuto.
Presso altri la parola cade su un terreno roccioso (4,16s). Qui si parla di uomini dal facile
entusiasmo. Essi accolgono la parola pieni di gioia e ne vengono interpellati. Mancano,
però, di profondità; vivono solo in balìa delle loro emozioni, dalle quali vengono trascinati di qua e di là. Quando, nelle situazioni difficili o nelle persecuzioni, vengono colti da
altre emozioni, ne diventano schiavi. Non hanno radici né equilibrio, ma cadono a terra
non appena qualcosa li urta. Questa è un’immagine di molti cristiani che si fanno toccare
dalla parola di Gesù ma in cui, non avendo profondità, la parola non può mettere radici
ed essi si fanno rovesciare da qualunque colpo di vento.
Presso coloro che si fanno determinare dalle preoccupazioni, dalla ricchezza illusoria e
dalla brama, la parola cade in mezzo alle spine. Queste passioni soffocano la parola di
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Dio. Da un lato si desidera seguire la Parola. Però la brama è più forte. Si vuole a tutti i
costi essere il migliore, il più grande e il più ricco. La parola di Dio è buona nella misura
in cui non intralcia lo sforzo nel raggiungere i propri scopi. Essa viene solo tollerata, ma
non ha la massima priorità. Le spine, però, non sono solo un’immagine delle passioni,
ma anche delle ferite. Alcuni uomini si sentono talmente feriti che la parola di Dio non
raggiunge il loro cuore. Le ferite “si allargano” (4,19) nell’anima. Si gira così tanto intorno
ad esse che la parola di Dio non ha alcuna chance di guarirci e di liberarci. Si vede solo
se stessi e le offese ricevute.
Con questi tre esempi negativi Gesù desidera metterci in guardia da un’accoglienza superficiale della parola di Dio. Se offriamo a lui il nostro cuore, esso cadrà su un terreno
fertile e porterà frutti abbondanti (4,20). Questa parabola, quindi, è colma di ottimismo.
La parola seminata da Gesù in Galilea germoglierà non solo nei cuori dei discepoli, ma
anche in quelli di tutti coloro che si aprono al messaggio del Vangelo. Essi saranno abbondantemente ricompensati. La loro vita porterà frutto. Chi accoglie in sé Gesù e si
apre al Regno di Dio, può rallegrarsi per la fecondità della sua vita.
I frutti, che potrebbe portare in noi la parola di Gesù, sono descritti da Marco con alcune
metafore. Gli altri Evangeli riportano queste parole in altri passi. Con queste parole
Marco persegue un proprio intento personale. Il frutto che germina in noi attraverso la
parola di Dio è come una luce che chiarifica la vita degli uomini e illumina la nostra dimensione nascosta (4,21). La vita di colui che fa penetrare la luce negli abissi nascosti
della sua anima, porta frutto. Al contrario, in colui che rende inaccessibile alla luce divina
ampi spazi della sua anima, la vita non può scorrere. Egli si irrigidirà e diventerà insensibile. Un altro aspetto della vita consiste nel distribuire a piene mani (4,24s). Chi distribuisce generosamente quanto ha ricevuto, sperimenterà che le sue mani non restano
vuote, ma si riempiono di continuo. Il donare non si riferisce solo al regalo, al sostegno
materiale ai poveri, ma alla trasmissione di quanto si è udito, appreso, capito. Chi mantiene tutto per sé, ne resta soffocato. La vita scorre e porta frutto solo in chi dona.
A questo punto Marco racconta la parabola del seme che cresce spontaneamente, una
parabola che si può trovare solo nel Vangelo di Marco, ricca di speranza e di ottimismo.
Non dobbiamo affatto sforzarci affinché il seme germogli in noi. È sufficiente l’opera paziente del contadino che fa la sua semina e poi si corica per dormire e alzarsi di nuovo.
Egli tralascia di controllare ogni giorno la semina (4,27). Si tratta ancora una volta di un
mistero: come la parola di Dio porta frutto nell’anima umana o anche sul terreno del
mondo. La terra porta frutto “da sé”. Nel testo greco si dice qui automàté. Il seme cresce
automaticamente, da sé, senza il nostro intervento. È un miracolo operato da Dio nella
terra. Allo stesso modo Dio opererà un miracolo anche nella nostra anima: farà maturare
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in noi il seme della sua parola. Ciò che si esige da noi è fare quel che appunto si deve:
lavorare, dormire e ri-alzarsi per rimettersi di nuovo all’opera. Tuttavia dobbiamo attendere senza impazienza. Il seme germoglierà, che lo vogliamo o no. Il messaggio di questa
parabola ci libera dalla pressione di dover continuamente controllare e accelerare il nostro processo di maturazione interiore. Ci libera anche dalla pretesa della nostra responsabilità sulla diffusione o meno del Regno di Dio in questo mondo. È Dio stesso a preoccuparsi della semina fatta attraverso Gesù e i suoi discepoli in questo mondo. Il nostro
compito è quello di fare la semina, come fa il contadino, ma poi di fare quel che la vita
ci richiede.
La parabola del granello di senapa, raccontata anche da Matteo e Luca, contiene un
messaggio analogo. Anche qui si tratta di una creazione spontanea da parte della natura.
L’operato di Dio ci appare spesso invisibile. Tuttavia esso si farà valere. Noi stessi diverremo per gli altri l’albero cui essi possono appoggiarsi. E la Chiesa – anche se appare in
questo mondo semplicemente come un piccolo gregge – diventerà un albero alla cui
ombra si raccolgono i popoli. In tutte queste parabole viene a manifestarsi il messaggio
del Vangelo di Marco: Dio opera la salvezza dell’uomo nel nascondimento, il gran mistero
della salvezza si nasconde sotto le apparenze del piccolo e dell’insignificante. Dio rivela
il suo potere sui demoni nell’impotenza della croce. L’amore divino si rivela in mezzo
all’odio degli assassini e vince su tutte le malvagità di questo mondo.
Per la preghiera
Il Signore è davvero un seminatore unico, speciale! Getta infatti i suoi innumerevoli doni
sempre e dovunque nel nostro cuore, consapevole dello spreco ma attratto, troppo innamorato da frenare la sua mano.
Ecco perché nella nostra vita stanno accanto, senza stridere (ai suoi occhi almeno!) il
nostro peccato, le nostre incoerenze, la nostra poca fede, e i suoi doni, la sua bontà per
noi, la sua misericordia.
Non finiremo mai di ringraziarlo con tutto il cuore della sua incomprensibile fiducia e del
suo misterioso amore per noi!
Soffermati a lungo sul suo cuore magnanimo, grande e capace solo di amore e lascia che
dal tuo cuore nasca la preghiera di lode o di ringraziamento.
L’esame di coscienza
Ricorda lo schema di pagina21 per l’esame di coscienza.
Oggi e domani facciamo l’ultima tappa nel rapporto con se stessi.
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Soffermati sulla tua attenzione ai “semi” che incontri lungo la giornata e sulla tua capacità di stupore e di gratitudine.
Comprendiamo bene che avere uno sguardo “raffinato”, sensibile ai piccoli semi che
Gesù getta lungo tutta la nostra giornata (e la nostra vita!) rende tutto più bello! Permetteremmo al buon Dio di vincere sempre sul nostro peccato, sul male che vediamo,
sulle sofferenze, sull’incomprensione, ecc…
Chiedi il dono dello Spirito Santo e mettiti alla ricerca di questi semi, controllando sia sul
terreno buono, ma anche sugli altri terreni impervi che hanno caratterizzato questa giornata e, più in generale, il tuo cuore.
Sabato 15 marzo
Riprendi il Vangelo e la meditazione di ieri, soffermandoti maggiormente sulle due parabole più brevi.
Per la preghiera
Queste due parabole mettono alla prova la nostra fede, la nostra fiducia nell’opera di
Dio, nella Sua Provvidenza. Quante volte abbiamo avvertito la tentazione di dire: “se non
ci fossi io…” oppure di pensare o di essere certi che “tutto grava sulle nostre spalle”.
Gesù oggi ci chiede di fidarci di Lui, senza prove, perché i frutti, che saranno la prova del
Suo lavoro misterioso, verranno in un tempo che noi non possiamo conoscere.
Chiedi al Signore il dono della pazienza, di un fiducioso abbandono alla Sua opera; chiedi
il dono della sapienza, per tenere strettamente legati, sempre, l’impegno, la passione e
la dedizione che metti nelle tue “cose” e la certezza che il buon Dio fa sempre la sua parte
.
L’esame di coscienza
Ricorda schema delle pagine 20-21 per l’esame di coscienza.
Continua anche questa sera ad affinare il tuo sguardo alla scoperta dei semi che il buon
Dio getta nella tua giornata e dei frutti (!) che pian piano spuntano dopo il Suo duro e
misterioso lavoro.
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Domenica 16 marzo
La domenica, giorno del Signore, è dedicata alla Santa Messa, al riposo e al recupero del cammino.
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 vangelo
 Messa
 vangelo
 vangelo
 vangelo
 vangelo
 vangelo
 vangelo
 Messa
Sabato 8
Domenica 9
Lunedì 10
Martedì 11
Mercoledì 12
Giovedì 13
Venerdì 14
Sabato 15
Domenica 16
 fioretto
 meditazione e preghiera
 meditazione e preghiera
 meditazione e preghiera
 meditazione e preghiera
 meditazione e preghiera
 meditazione e preghiera
 fioretto
 meditazione e preghiera
 meditazione e preghiera
 vangelo
Venerdì 7
 introduzione al Vangelo
 introduzione al Vangelo
 Messa
Giovedì 6
Mercoledì 5
 fioretto
 digiuno
 esame di coscienza
 esame di coscienza
 esame di coscienza
 esame di coscienza
 esame di coscienza
 esame di coscienza
 fioretto
 fioretto
 fioretto
 fioretto
 fioretto
 fioretto
 lettura sull’esame di coscienza
 lettura sull’esame di coscienza
 lettura sul fioretto
 lettura sul digiuno
 fioretto
 fioretto
Schema per la verifica del cammino
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presi per mano - Oratorio San Giovanni Bosco