Anno XI - Numero 42 - 9 luglio 2005 L’Intervista Parla il Direttore Donato Renzetti e il Regista Renzo Giacchieri A Pag 2 Le Terme di Caracalla Viaggio tra i segreti dei grandi ruderi A Pag 8e9 Il giapponismo Quell’influsso orientale che influenzò il Liberty A Pag 12 e 13 Harakiri In Butterfly non fu Harakiri, ma Ojigai A pag. 14 MADAMA BUTTERFLY di Giacomo Puccini Madama Butterfly 2 Il Parlano il regista Giacchieri ed il direttore Renzetti Guardando a Hokusai per un’opera che «uccide i cantanti» L a stagione lirica 2005 del Teatro dell’Opera alle Terme di Caracalla propone, per appena quattro recite, Madama Butterfly. Agli occhi dello spettatore, appare una visione panoramica delle Terme con un palcoscenico di 36 metri di larghezza, affiancato da tralicci e torri foniche alte 15 metri. L’ultima rappresentazione di Butterfly a Caracalla risale al 1976, mentre l’ultima rappresentazione al Teatro Costanzi è del dicembre 2002, diretta da Marcello Panni. La realizzazione visiva è, per questa produzione curata da Renzo Giacchieri, che recentemente ha messo in scena al Costanzi Thaïs di Massenet. D - M° Giacchieri, come mai questo grande ponte per l’allestimento scenico di Butterfly? «Nel libretto dell’opera vi è un riferimento molto importante, quando Butterfly dice a Kate Pinkerton: «Sotto il gran ponte del cielo, non v’ha donna di voi più felice». Questa è stata l’idea ispiratrice, che avevo già avuto anni fa per un allestimento sul Lago di Massaciuccoli. Questo ponte è tratto dai visionari dipinti di quel genio della pittura giapponese che fu Hokusai. Il ponte, di stile architettonico tradizionale, appare tuttavia modernissimo. Fuori dal tempo, come lo era la pittura di Hokusai e come lo è il capolavoro pucciniano». In questa produzione l’orchestra è affidata alla bacchetta di Donato Renzetti, che al Costanzi nello scorso dicembre ha diretto con grande trasporto Il Pipistrello di Strauss. «Di Butterfly ho un bellissimo ricordo», dice il Maestro Renzetti. «E’ stata la prima opera che ho visto quando ero bambino, mio padre mi portò in teatro e mi commossi fino alle lacrime. Nella mia carriera mi è capitato di dirigerla molte volte, sempre con grande entusiasmo» D- Ha già diretto a Caracalla? «No, Caracalla è una delle sedi all’aperto che mi mancava, dopo aver diretto all’Arena di Verona, nei teatri greci e a Taormina. Certamente, l’esecuzione all’aperto comporta molte diffi- coltà: basta un alito di vento per modificare la resa del suono orchestrale e delle voci, un rumore importuno per rovinare la concentrazione, senza parlare del pericolo di pioggia e degli altri, molti, possibili imprevisti. Toscanini diceva: «all’aperto si gioca soltanto a bocce», ma io non sono di un parere così drastico... Naturalmente, c’è sempre invece la possibilità di eseguire un’opera in una calda e tranquilla sera, sotto la luna, e questo senz’altro dona una particolare, magica atmosfera all’esecuzione. Effettivamente è un po’ un peccato che un’opera di grandissimo richiamo come Butterfly abbia in questa occasione una programmazione di sole quattro recite... D - Parlando della partitura... «La versione della partitura è quella per grande orchestra. ~~ Puccini, infatti, oltre a questa partitura aveva elaborato un organico più ristretto per esecuzioni in teatri minori. Egli era un grande strumentatore. In questo momento sto preparando la Gioconda di Ponchielli per l’Arena di Verona. Ponchielli era stato insegnante di Puccini e proprio in Butterfly si vede l’insegnamento del maestro. Puccini tuttavia elabora questo insegnamento con un senso del teatro molto più forte ed efficace». D - Qual’è il trattamento che Puccini riserva alle voci? «L’opera è molto impegnativa per i cantanti, soprattutto per il soprano, un ruolo lungo, difficile e dalla tessitura sempre in alto, sulle note di passaggio. Ho diretto quest’opera molto spesso con Rajina Kabaiwanska, la quale diceva che Butterfly è un’opera «che uccide». Un giovane soprano deve avere molto temperamento e padronanza tecnica. E’ un ruolo che a lungo andare, se cantato troppo spesso, può compromettere la salute della voce. Pure il tenore ha una parte importante e il baritono, seppure apparentemente in secondo piano, ha un ruolo fondamentale nello sviluppo della storia intervenendo con una bellissima cantabilità, anche se priva di picchi eroici». Andrea Cionci La Locandina ~ ~ Stagione Lirica Estiva 2005 Terme di Caracalla MADAMA BUTTERFLY Opera in tre atti Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa Musica di Giacomo Puccini Prima rappresentazione: Milano, Teatro Alla Scala, 17 febbraio 1904 Maestro concertatore e Direttore Donato Realizzazione visiva Renzetti Renzo Giacchieri Personaggi / Interpreti Cio-Cio-San (S) Maria Pia Ionata / Isabelle Kabatu (10/7) Suzuki (Ms) Barbara Di Castri / Renata Lamanda (15/7) Pinkerton (T) Roberto Aronica / Roberto Costi (10/7) Sharpless (Bar) Giovanni Meoni Goro (T) Mario Bolognesi Yamadori (T) Davide Malandra Kate Pinkerton (Ms) Bernadette Lucarini Zio Bonzo (B) Andrzej Saciuk Commissario Imperiale (B) Marcello Giordano Ufficiale del Registro (B) Luigi Vincenzo Romano La madre di Cio-Cio-San Emanuela Luchetti / Nicoletta Tasin (10/7) La Cugina Laura Bertazzi / Giuliana Lanzillotti (107) ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA Nuovo allestimento Giornale dei Grandi Eventi Stagione Lirica Estiva 2005 Terme di Caracalla 5 LUGLIO - 14 AGOSTO Sabato 23, domenica 24, mercoledì 27, giovedì 28, venerdì 29, sabato 30 luglio, martedì 2, mercoledì 3, giovedì 4 agosto ore 21.00 AIDA di Giuseppe Verdi Maestro concertatore e Direttore Placido Domingo (23, 24, 27/7) Giovanni Reggioli (28, 29, 30/7; 2, 3, 4/8) Regia e Visualizzazione Paolo Miccichè Impianto Scenico Antonio Mastromattei Costumi Alberto Spiazzi Interpreti: Sylvie Valayre (Maria Carola, Virginia Todisco, Isabelle Kabatu) Mariana Pentcheva (Laura Brioli, Ildiko Komlosi) Alessandra Canettieri (Alessandra Raponi, Caterina Ilardo) Mario Malagnini (Walter Fraccaro) Nuovo allestimento Sabato 23, domenica 24, mercoledì 27, giovedì 28, venerdì 29, sabato 30 luglio, martedì 2, mercoledì 3, giovedì 4 agosto ore 21.00 IL LAGO DEI CIGNI Balletto su musica di Pëtr Il’ic Cajkovskij Coreografia da Scene e costumi Galina Samsova Marius Petipa Aldo Buti Interpreti: Svetlana Lunkina (Lisa-Maree Cullum, Laura Comi) Andrian Fedayev (Igor Yebra, Mario Marozzi) Carla Fracci CORPO DI BALLO DEL TEATRO DELL’OPERA Allestimento del Teatro dell’Opera Al Costanzi si torna a Settembre 22 – 29 settembre LE NOZZE DI FIGARO di Wolfgang Amadeus Mozart Gianluigi Gelmetti Anna Rita Taliento, Laura Cherici, Marco Vinco, Laura Polverelli Quirino Conti NUOVO ALLESTIMENTO Direttore Regia e Scene DAS RHEINGOLD (L’Oro del Reno) di Richard Wagner Will Humburg Ralf Lukas, Kristian Frantz, Hartmunt Welker, Katia Litting, Hanna Schwarz, Eva Matos Regia, Scene e Costumi Pier’ Alli ALLESTIMENTO TEATRO ALLA SCALA In lingua originale con sovratitoli 18 – 25 ottobre Direttore 23 Novembre – 1 Dicembre Direttore Regia LA SONNAMBULA di Vincenzo Bellini Bruno Campanella Stefania Bonfadelli, Nina Makarina Dimitri Korchak, Enzo Capuano Pier Francesco Maestrini Il G iornale dei G randi Eventi Direttore responsabile Andrea Marini Direzione Redazione ed Amministrazione Via Courmayeur, 79 - 00135 Roma e-mail: [email protected] Editore A. M. Stampa Tipografica Renzo Palozzi Via Vecchia di Grottaferrata, 4 - 00047 Marino (Roma) Registrazione al Tribunale di Roma n. 277 del 31-5-1995 © Tutto il contenuto del Giornale è coperto da diritto d’autore Le fotografie sono realizzate in digitale con fotocamera Kodak DC290 Il Madama Butterfly Giornale dei Grandi Eventi L’intervento Luoghi antichi per spettacoli di qualità di Giulia Rodano Assessore Cultura, Spettacolo e Sport Regione Lazio “C aracalla” c’è ed è un buon segno. Prima del suo riuso per spettacoli di altissimo livello artistico, questo eccezionale sito archeologico era sempre apparso agli stessi abitanti della Capitale come un lontano, benché glorioso, resto della civiltà romana. Insomma, un luogo solo per i turisti. Piano piano, l’immagine delle Terme è cambiata: per i romani, questo appuntamento è diventato semplicemente “Caracalla”. Si diceva e si dice «andiamo a Caracalla», «che c’è stasera a Caracalla?». C’è stato un lungo silenzio, come sappiamo, fin quando si è potuto riaprire, risolvendo e superando i problemi che avevano costretto allo stop. E come tradizione, anche quest’anno l’offerta è di primissima qualità, merito indubbiamente del Teatro dell’Opera. La buona accoglienza riservata anche quest’anno dall’opinione pubblica a questo Evento, conferma che l’idea di far ri-vivere questi luoghi deve essere perseguita con perseveranza. Le Terme di Caracalla, come tutti sanno, erano un luogo molto popolare anche nell’antica Roma: alle terme ci si incontrava, si faceva politica, si leggeva, si trattava. Insomma era un luogo vivo. Come molti altri, con tipologia simile, nella nostra Regione. Mi vengono in mente, in particolare, almeno altri due esempi di riutilizzazione di siti come Caracalla: Villa Adriana a Tivoli e il Teatro romano di Ostia Antica. Ecco, questa parziale destinazione di beni archeologici all’offerta di spettacoli di qualità rappresenta, almeno in alcuni casi, una grande opportunità culturale: luoghi antichi e antichissimi che diventano luoghi della modernità. Ma anche continua a pag. 11 I n un palcoscenico rinnovato, con una platea di 2600 posti, si apre la Stagione Lirica Estiva 2005 del Teatro dell’Opera alle Terme di Caracalla con Madama Butterfly di Giacomo Puccini, opera che torna nella suggestiva cornice romana (da tre stagioni finalmente riprestata alla lirica estiva) dopo 29 anni. Agli occhi dello spettatore, una visione panoramica delle Terme con un palcoscenico ampliato che misura 36 metri di larghezza, affiancato da tralicci e torri foniche alte 15 metri. La tragedia giapponese in tre atti di Giacomo Puccini, su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa si ispira alla vera storia di una sposabambina, ripresa in un racconto dell’avvocato americano John Luther Long apparso sulle pagine del Century Illustrated Monthly Magazine nel 1898, quindi in dramma da David Belasco, lavoro al quale guardò poi Puccini dopo avervi assistito in teatro a Londra nel 1900. Quest’opera ed il confronto con la nuova ambientazione “orientalizzante” esercitò sul compositore forti implicazioni emotive. Nei confronti di Madama Butterfly Puccini nutrì per tutta la vita un amore particolare, attestato in numerose lettere, da particolari della vita privata, 3 fino all’attenzione con cui seguiva le rappresentazioni, annotando negli anni sullo spartito ogni piccolo ritocco. Domenica 10 luglio, ore 21.00 La prima rappresentazione fu Mercoledi 13 luglio, ore 21.00 a Milano il 17 febbraio 1904 fu Venerdi 15 luglio, ore 21.00 un insuccesso, ma ripresentata a Brescia il 28 maggio dello stesso anno con diversi rimaneggiamenti riscosse il grande consenso che poi l’ha accompagnata in questo primo secolo di vita. La prima rappresentazione di Madama Butterfly al Teatro dell’Opera (Costanzi) risale al 25 marzo del 1908, l’ultima nel dicembre 2002 diretta da Marcello Panni. Questa volta Direttore d’Orchestra è il Maestro Donato Renzetti, mentre la realizzazione visiva e la regia è stata affidata a Renzo Giacchieri. Tra gli interpreti principali: Maria Pia Ionata / Isabelle Kabatu (CioCio-San), Roberto Aronica / Roberto Costi (Pinkerton), Giovanni Meoni (Sharpless). Le Repliche Butterfly a Caracalla dopo 29 anni La Trama La vicenda si svolge a Nagasaki, intorno al 1900. tto I: In una casa sul porto. Durante un breve soggiorno in Giappone, il tenente della Marina degli Stati Uniti Benjamin Franklin Pinkerton si accorda con il nakodo Goro per contrarre un matrimonio con Cio-Cio-San, una giovane geisha di quindici anni, chiamata anche Madama Butterfly, e affitta per questo un appartamento. All’amico Sharpless, console americano a Nagasaki, decanta quindi la vita libera del marinaio e spiega che, secondo l’accordo con Goro, entrambi gli affari, matrimonio e affitto, potranno essere da lui revocati. Sharpless tenta invano di avvertirlo che la fanciulla è sinceramente innamorata, ma Pinkerton è convinto che un giorno sposerà una donna americana. Durante la festa di nozze, Cio-Cio-San racconta che la sua famiglia era una volta facoltosa, ma poi a causa di ristrettezze economiche, lei fu costretta a divenire una geisha. Goro allora rivela allora che il padre della ragazza si è suicidato per ordine dell’Imperatore. Arrivano gli altri parenti di Cio-Cio-San, borbottando contro le nozze. La cerimonia comincia, dopo che Butterfly ha confessato di voler abiurare per amore di Pinkerton la sua fede buddista. La festa però è interrotta dallo zio bonzo che maledice la sposa per aver tradito la religione degli avi, convertendosi al cristianesimo per amore di uno straniero. Ma Pinkerton, congedati gli ospiti, riesce a consolare la fanciulla che ormai può contare solo su di lui. A Atto II: Tre anni dopo. Pinkerton è tornato in patria e Cio-CioSan non ha più sue notizie. Mentre la cameriera Suzuki prega gli dei per il suo ritorno, di cui però dubita fortemente, CioCio-San continua ad attendere fiduciosa il marito. Il console Sharpless le fa visita per mostrarle una lettera di Pinkerton, in cui questi racconta di aver sposato una donna americana e di voler venire con lei in viaggio in Giappone. Non riesce però a parlare con Cio-Cio-San, perché Goro le ha presentato un nuovo corteggiatore, il principe Yamadori, che viene però respinto dalla Butterfly, ancora innamorata di Pinkerton. Rimasto finalmente solo, Sharpless può comunicare alla donna parte del contenuto della lettera. Cio-Cio-San prende gradualmente coscienza di essere stata abbandonata e, disperata, presenta al console il figlio Dolore, avuto da Pinkerton. Sicura che il marito tornerà quando saprà del bimbo, dichiara quindi che morirà piuttosto che tornare ad essere una geisha. Proprio in quel momento, un colpo di cannone annuncia che la nave di Pinkerton è entrata in porto. In fretta la donna adorna la casa e resta tutta la notte a veglia, sicura che l’amato andrà subito a renderle visita. (Atto III): Il giorno seguente. Madama Butterfly è ancora in attesa dello sposo. Pinkerton, con Sharpless e la moglie Kate, si avvicina titubante alla casa. La cameriera sta per annunciare con gioia la visita a Cio-Cio-San, quando realizza che la donna straniera è la moglie di Pinkerton, la quale intende adottare il bambino della Butterfly. Pinkerton non ha il coraggio di affrontare la ex moglie e si allontana, lasciando la moglie Kate per prendere il bambino. CioCio-San, che quando vede la straniera comprende tutta la situazione, si dichiara disposta a consegnare il figlio, purché venga Pinkerton a prenderlo. Brandisce quindi il pugnale con cui suo padre aveva fatto harakiri per ordine dell’Imperatore. E leggendo le parole incise sulla lama: “Con onor muore / chi non può serbar vita con onore”, si congeda dal figlio e si toglie la vita, secondo l’antico uso giapponese. Quando Pinkerton arriva, è ormai troppo tardi. Il Giornale dei Grandi Eventi Madama Butterfly 5 Barbara Di Castri e Renata Lamanda Maria Pia Ionata e Isabelle Kabatu Suzuki, fedele cameriera Cio-Cio-San, ovvero Madama Butterfly I mezzosoprano Barbara di Castri (9, 10, 13 luglio) e Renata Lavanda (15 luglio) interpreteranno il ruolo di Suzuki. Barbara di Castri si è diplomata in canto nel 1996 al Conservatorio di Firenze, ottenendo pieni voti. Dopo il perfezionamento con H. Handt, L. Magiera e A. Zedda, si è esibita in contesti italiani importanti tra cui il Teatro Regio di Torino (con il ruolo di Garcia nel Don Quichotte di Massenet), la Basilica di S. Maria Maggiore a Roma (nella Petite Messe Solennelle di Rossigni, diretta dal maestro Gelmetti). Sotto la stessa direzione, sempre a Roma, ha interpretato al Teatro dell’Opera il ruolo di Isaura nel Tancredi. Ultimamente si è esibita a Venezia, al Teatro la Fenice, ne Le Roi de Lahore. Renata Lamanda ha mosso i primi passi come soprano nella musica antica. E’ emersa come cantante lirica nello storico Oratorio del Caravita, e successivamente ha cantato nei maggiori teatri italiani: al Teatro dell’Opera di Roma nel Rigoletto con i maestri Santi, Oren, Carignani; nell’Aida a Caracalla con Licata e Oren, nella Traviata con Fiore e Pidò e nel Simon Boccanegra con Bruson. Si è esibita alla Scala di Milano ne L’Angelo di fuoco di Prokofiev, al San Carlo di Napoli nella Madama Butterfly, nell’Affare Makropulos di Janacek. A Roma, è tornata al Teatro dell’Opera nel giugno 2001 come soprano solista in uno spettacolo dedicato a Bellini con Carla Fracci, e nel 2003 all’Auditorium di S. Cecilia dove ha cantato La morte di Cleopatra di Berlioz. Roberto Aronica e Roberto Costi Pinkerton, ufficiale americano I tenori che interpretano Pinkerton sono Roberto Aronica (9, 13, 15 luglio) e Roberto Costi (10 luglio). Roberto Aronica, nato a Civitavecchia, ha studiato con C. Bergonzi ed in seguito si è perfezionato all’Accademia Chigiana di Siena. Dopo importanti esordi in campo concertistico nel 1992 ha debuttato nell’opera presso il Teatro Municipal di Santiago del Cile ne Il Rigoletto. In possesso di un ricco repertorio, ha cantato nei principali teatri del mondo, quali la Opera Pacific, la Opernhaus di Zurigo, la Metropolitan Opera, la Japan Opera Foundation di Tokyo, il Teatro dell’Opera di Roma, la Royal Opera House-Covent Garden di Londra, il Teatro San Carlo di Napoli, la Deutsche Oper di Berlino, la Hamburgische Staatsoper, la Bayerische Staatsoper, il Teatro La Fenice di VeneRoberto Costi zia, il Teatro Regio di Torino, la Scala di Milano, la Lyric Opera di Chicago, l’Opéra Bastille di Parigi. Vanta importanti collaborazioni con direttori d’orchestra del calibro di Abbado, Arena, Bychkov, Benini, Carignani, Colon, Gatti, Gelmetti, Levine, Mackerras, Oren, Pidò, Renzetti, Thielemann. Al Teatro dell’Opera di Roma l’abbiamo ascoltato nel 1997 ne La Traviata. Roberto Costi ha debuttato nel 2001 al Teatro Bellini di Catania nella Messa da Requiem di G. Pacini diretta dal maestro Donato Renzetti. Ha interpretato il Duca di Mantova in Rigoletto al Teatro Basso di Ascoli Piceno sotto la direzione di M. Rota; è stato Rodolfo ne La Bohème a Milano, a Catania, in Giappone; Edgardo nella Lucia di Lammermoor al Teatro di Palm Beach in Florida. Conduce anche un’intensa attività concertistica, sia in Italia che all’estero. M adama Butterfly ha la voce dei soprano Maria Pia Ionata (9, 13, 15 luglio) e Isabelle Kabatu (10 luglio). Maria Pia Ionata inizia la sua carriera a soli 21 anni debuttando giovanissima il ruolo di Amelia nel Simon Boccanegra. Nonostante la sua giovanissima età le vengono affidati ruoli che mettono in evidenza le qualità vocali ed interpretative, quali Leonora nel Trovatore, Caterina di Guisa (Coccia), l'Ecuba (Manfroce) e successivamente Tosca, Manon Lescaut, Turandot (Liù), Madama Butterfly, La rondine, Adriana Lecouvreur, La Bohème, Otello, I Dialoghi delle Carmelitane, Falstaff. Definita voce pucciniana, viene invitata ad interpretare i ruoli delle grandi eroine del Maestro toscano dai maggiori teatri italiani. Nel 2000 tiene a battesimo la fortunata edizione di Madama Butterfly con scene di Ken Yasuda e costumi di Regina Schrecker che ripeterà nel 2002 con il debutto nel ruolo di Pinkerton di Bocelli. Sempre in Butterfly è stata al Castello Sforzesco di Milano (2001) con Muti e nel 2002 al Real di Madrid. Sempre nel 2002 è stata invitata dalla Staatsoper di Vienna per Tosca. Tra gli ultimi im- Isabelle Kabatu pegni da ricordare quest'anno l’esibizione presso il teatro Piccinni di Bari in Manon Lescaut; nel 2000 a Parma ne La Bohème e alla Scala di Milano, diretta da Riccardo Muti nei Dialogues des Carmélites; nel 2002 nell’Otello di Verdi nel Festival Puccini di Torre del Lago; nel 2003 nella Tosca presso il Teatro Lirico di Cagliari, e presso la Scala di Milano; ha cantato in Andrea Chénier di Giordano presso il Teatro Pergolesi di Jesi. Sempre nel 2003 è stata Tosca nel film “Tosca e le altre due” del regista G. Ferrara. Dal debutto a Lisbona con La Traviata nel 1994, la soprano belga di origine africana Isabelle Kabatu è stata scritturata da diversi teatri europei dove ha iniziato la carriera con i ruoli di Turandot, il Trovatore, Le Nozze di Figaro e Don Giovanni. Ha avuto uno straordinario successo al Festival di Glimmerglass con Madama Butterfly. E' stata Tosca per il centenario dell'opera allo Stadio Olimpico di Roma e Butterfly al Teatro dell'Opera nel 2002. Nel suo repertorio anche le opere Un ballo in maschera, Don Carlo, Aida, Otello, Falstaff, Manon Lescaut, La Fanciulla del West, La Bohème. Giovanni Meoni Il console Sharpless Il baritono Giovanni Meoni presta la voce a Sharpless (9,10,13,15 luglio). Dopo gli studi di pianoforte Giovanni Meoni si è dedicato al canto sotto la guida di L. Ferri. Dal 1991 al 1993 è risultato vincitore di importanti concorsi nazionali ed internazionali. Dopo il debutto ne La Bohème al Teatro Flavio di Rieti nel 1991, ha avviato una brillante carriera operistica che lo ha portato ad esibirsi nei principali teatri italiani, come il Teatro Regio di Torino, il Teatro La Fenice di Venezia, il San Carlo di Napoli il Teatro Verdi di Trieste, ed esteri (Amsterdam, New York, Monaco, Strasburgo, Zurigo, Giovanni Meoni Tokyo). L’abbiamo ascoltato al Teatro dell’Opera di Roma come Schaunard ne La Bohème, in Iris per l’inaugurazione della stagione 1995/6 e nel 1998 ne La Favorite come Alphonse XI. Pagina a cura di Diana Sirianni Madama Butterfly 6 Il Giornale dei Grandi Eventi La Genesi dell’Opera Un amore a prima vista e un viaggio virtuale in Giappone R icco, famoso, applaudito, accolto sempre con tutti gli onori, all’inizio del Novecento Puccini era all’apice del successo professionale. Poco implicato negli eventi politici, molto coinvolto dalle donne e dai passatempi come la caccia, dopo il successo di Tosca (14 gennaio 1900) il Maestro era di nuovo alla ricerca di spunti per nuovi lavori. Pensava, tra l’altro, di ispirarsi al Tartarin de Tarascon di Alphonse Daudet, alle Baruffe chiozotte o alla Locandiera di Goldoni, all’Adolphe di Benjamin Constant, all’Abbé Mouret di Zola e alla figura di Maria Antonietta. L’ispirazione per Butterfly Ma un caso fortunato lo distolse da questi intenti. Durante il soggiorno londinese del 1900 per l’allestimento di Tosca al Covent Garden, Puccini ebbe occasione di assistere alla rappresentazione teatrale della Madama Butterfly di David Belasco, in programma al Duke of York’s Theatre, con Evelyn Millard protagonista. Pur non comprendendo l’inglese, lingua in cui la pièce era messa in scena, il Maestro fu attratto dalla figura forte e coraggiosa dell’eroina protagonista. Fu amore a prima vista. Da quella serata sarebbe nata la sua prossima opera. Immediatamente Puccini si recò nei camerini per incontrare il commediografo e assicurarsi i diritti sul materiale. Rientrato a Torre del Lago, il suo rifugio sulle rive del Lago di Massaciuccoli, si mise a lavoro per trasformare le sensazioni provate al Duke of York’s Theatre in una nuova partitura. Nel frattempo, l’editore Ricordi conduceva le trattative ufficiali con Belasco. L’anno seguente, nel 1901, Puccini inviò una traduzione italiana del lavoro di Belasco ai suoi librettisti di fiducia Luigi Illica e Giuseppe Giacosa - con i quali aveva già collaborato per Tosca -, ma suggerì loro di ispirarsi anche alla precedente Madame Butterfly di John Luther Long, in cui però la protagonista era salvata dal suicidio dall’arrivo del figlioletto e di Suzuki. Terminata alle ore 23,10 del 27 dicembre 1903 Per due anni Puccini lavorò alacremente, due anni però interrotti nel 1903 da una lunga sosta, dovuta alle conseguenze di un incidente automobilistico del 25 febbraio del 1903. A questo si aggiungeva il nervosismo procurato dalla relazione del Maestro con una misteriosa torinese, Corinna, contrastata dai famigliari e, soprattutto, dalla compagna Elvira. Così la partitura, che era stata avviata nel novembre 1902, fu portata a termine solo nel settembre dell’anno seguente. Il 27 dicembre 1903, alle 23.10, Puccini posò la penna e come sua abitudine registrò data e ora della conclusione del la- voro. Dopo sette giorni nella Villa Puccini si celebravano le nozze con Elvira. Nel corso della composizione, come suo solito, Puccini aveva scavato a fondo nell’animo di ogni personaggio per tracciarne il profilo psicologico. Via via che il lavoro progrediva, però, si lasciò attrarre sempre più dall’ambientazione esotica, compiendo indagini precise e puntigliose sulla musica e sui costumi nipponici. Nella Casa Museo di Celle dei Puccini (la casa d’infanzia di Puccini a 10 Km da Lucca), si conservano ancora alcuni dischi di musica giapponese, attraverso i quali il compositore riuscì a cogliere gli spunti profondi e toccanti che poi trasferì nell’opera. Entrò anche in contatto con la moglie dell’ambasciatore del Giappone in Italia e con Sada Jacco, la celebre attrice giapponese allora in tournée a Milano, con cui s’intrattenne a lungo discutendo della società e delle tradizioni di quel Paese esotico e ancora tanto lontano. Erano gli anni dell’Art Nouveau, i costumi nipponici incuriosivano e per la prima volta due mondi lontani venivano sincretizzati dagli occidentali. La nuova opera era stata prenotata dal Teatro alla Scala di Milano. Tutto faceva presagire che la trama caratteristica, i toni folcloristici e le scene esotiche di Puccini, Illica e Giacosa avrebbero mandato il pubblico in deli- Rosina Storchio, prima Cio-Cio-San a Milano nel 1904. rio. Le audizioni facevano presumere un gran successo e parecchi si commossero assistendo alle prove. Invece, come è noto, quella prima del 17 febbraio del 1904 si rivelò un fiasco e le reazioni del pubblico furono senza pietà. Secondo alcuni studiosi, il giudizio negativo fu alimentato anche da Sonzogno, il principale rivale di Ricordi. Dalle fonti si intuisce che Madama Butterfly fu l’opera favorita di Puccini, il quale non si stancò mai di ascoltarla. In- cassato il fiasco scaligero, il Maestro si mise subito a lavoro per correggere la sua &Farfalla&&, di cui andava fiero e sulla cui fortuna non voleva dubitare. A Brescia tre mesi dopo, il 28 maggio, l’opera trovò il meritato successo Nel frattempo, ancora alla ricerca di nuovi “esotismi”, Puccini iniziò a pensare a qualcosa di nuovo, che poi sarebbe stata La Fanciulla del West (!910). E, per distrarsi, acquistò una macchina nuova. Elena Cagiano Varie versioni del libretto G ià al tempo di Puccini lo spartito di Madama Butterfly si presentava in molteplici versioni, che riflettono le diverse revisioni fatte all’opera al principio della sua storia, a seguito dell’insuccesso della “prima” milanese del 17 febbraio 1904. In particolare, quattro libretti furono curati da Carlo Carignani e pubblicati da Ricordi in diverse edizioni. La prima versione corrisponde alla sfortunata serata scaligera del 1904. E’ rarissima, poiché dopo il fiasco del debutto fu ritirata dalla circolazione. Segue poi una versione che trova riscontro con la revisione dell’opera e il suo ampliamento in tre atti per la riproposizione al Teatro Grande di Brescia del 28 maggio del 1904. C’è, quindi, una versione americana pubblicata nel 1906 in occasione della tournée dell’inverno 1906-1907 a Washington e New York. In questa edizione, con il testo italiano, compare per la prima volta la traduzione inglese. Un’ultima versione è quella parigina del 1907, sempre in italiano con la traduzione in inglese, che è in genere la più usata negli allestimenti moderni. Questi libretti vengono collegati sommariamente alle varie rappresentazioni, giacché non ci sono prove certe che le variazioni riportate in ciascun libretto siano effettivamente state presentate nell’occasione proposta. Non c’è infatti modo di stabilire con certezza cosa sia stato suonato e cantato in ogni rappresentazione e le prime incisioni a disposizione evidenziano una continua evoluzione, solo in parte catturata dalle documentazioni. Il Giornale dei Grandi Eventi Madama Butterfly 7 Una parte dell’Opera eliminata dall’autore Il perduto atto del Consolato americano D el così detto “atto del Consolato” della Madama Butterfly si sapeva finora solamente grazie alla controversia tra gli autori, causata dalla sua eliminazione dalla versione finale del libretto. Quest’atto, scartato nel novembre del 1902 e quindi relativamente tardi nella genesi dell’opera, fu al centro di un lungo lavoro tra Puccini, Illica e Giacosa. La decisione di Puccini di eliminare l’atto influenzò sensibilmente le fasi seguenti del processo compositivo. Ora, invece, la discussione si basa su materiali recentemente rinvenuti nell’Archivio Storico Ricordi a Milano e si sofferma sulla genesi dell’atto e sulle ragioni della sua eliminazione. In particolare l’analisi è su due momenti salienti di quell’atto: un’aria per Pinkerton e un incontro tra Butterfly e la moglie di Pinkerton. Illica iniziò a lavorare al libretto di Butterfly nel marzo 1901 fornendogli una traduzione del racconto di John Luther Long e Belasco. Sebbene Puccini e Ricordi cercassero di fermarlo, Illica si gettò a capofitto nella stesura del testo. Il compositore dovette insistere sull’inclusione dell’incontro tra Butterfly e Kate Pinkerton presso il Consolato americano. Illica elaborò una seconda parte dell’opera, articolata prima nella casa di Butterfly, poi nella villa consolare di Sharpless, dove le due donne si sarebbero dovute incontrare ed infine di nuovo nella casa giapponese della geisha. Questo per creare una varietà d’ambientazioni e mettere in risalto il drammatico contrasto OrienteOccidente. A questo punto lo scambio epistolare tra Puccini e Illica dimostra che il compositore cambiò idea. Scrive infatti a Ricordi: “Il Consolato era un grave sbaglio. Il dramma deve correre alla fine senza interruzioni, serrato, efficace, terribile! Facendo l’opera in tre atti si andava incontro al fiasco sicuro”. Fusione di due fonti In effetti l’eliminazione rispose a una serie di problemi connessi sia alla genesi del libretto che alla struttura del dramma. Innanzitutto, lo scenario e la prima stesura di Illica derivano dalla fusione di due fonti diverse, una narrativa e l’altra drammatica (il racconto di Long e la pièce di Belasco). Illica iniziò a lavorare solo con il racconto, ma in seguito dovette cedere alle insistenze di Puccini sulla maggiore importanza della pièce. Nell’atto del consolato, basato sul racconto di Long, Cio-cio San, dopo aver invano atteso Pinkerton, si reca al consolato dove Sharpless le offre del denaro e inventa la scusa che la nave di Pinkerton è stata subito comandata in Cina. Cio cio-San sviene e Sharpless la fa accomodare su una sedia: in questo momen- to, Adelaide, la moglie americana di Pinkerton, entra di fretta e vuole mandare un telegramma a suo marito. Il Console non riesce a impedirle di dire il suo nome ed a questo punto ha luogo “l’incontro delle donne”. L’americana osserva Butterfly servendosi della lorgnette (simbolo della sua cecità) e nel giro di pochi versi infila una serie di epiteti accondiscendenti come “gingillo”, “carino”,”donnina”, “bambola”. Come avviene nel racconto di Long, la breve conversazione con Butterfly si riduce semplicemente alla richiesta di un bacio al “bel ninnolo” e all’insinuazione della sua promiscuità sessuale con uomini, quando Butterfly rifiuta. Non appena Kate riconosce la terribile situazione dell’eroina, passa ad una “grande dolcezza” e comunica il desiderio di suo marito di avere il bambino. Chiede perdono ed un bacio di riconciliazione prima di uscire, in lacrime. Da parte sua Butterfly oppone una serie di dure re- sistenze: rifiuta l’invito di Sharpless ad uscire, la richiesta di un bacio da parte di Kate, ogni volta con un “no” secco. Sei mesi per la nuova versione Dopo la decisione di Puccini di eliminare l’atto del consolato, la squadra impiegò sei mesi a produrre la versione definitiva del libretto. Nel processo di compressione del libretto del 1902 nella versione scaligera, l’atto del Consolato non disparve interamente. Lunghi stralci furono trasferiti nella scena finale. L’incontro tra Pinkerton, Sharpless e Suzuki dovette essere inventato e l’improvviso rimorso di Pinkerton fu creato riducendo la scena corrispondente nell’atto del consolato, usando i versi di Giacosa. I librettisti riciclarono anche parzialmente la scena dell’incontro delle due donne. La Kate che si vide alla Scala era molto più comprensiva, in linea con lo spostamento d’accento dal conflitto Oriente-Occidente, alla tragedia personale di Butterfly; la sua presentazione era una richiesta di perdono. La vita postuma dell’atto del consolato non finì qui. Per il secondo allestimento di Brescia, la squadra ritornò al problema del rimorso di Pinkerton, aggiungendo la romanza del tenore, “Addio, fiorito asil” nella quale l’intervento di Sharpless, con il dettagliato rimprovero che cita il suo avvertimento del primo atto (Vel dissi…vi ricorda? Quando la man vi diede, “Badate, ella ci crede”), varia l’idea di un riferimento all’aria del primo atto introdotta nell’atto del consolato di Giacosa. La romanza stessa deriva da particolari importanti della scena del Consolato di Illica: le parole conclusive “son vil!” vengono dalla parte centrale della recriminazione di Pinkerton. Arthur Groos Professore Cornell University - USA Madama Butterfly 8 Il Giornale dei Grandi Eventi Gli stabilimenti balneari voluti da Caracalla Granito, mosaici e marmi preziosi per le Terme più belle C on gli imponenti ruderi che sfiorano i 30 metri, le Terme di Caracalla costituiscono uno dei più grandi complessi termali dell’antichità, secondo per dimensioni solo allo stabilimento di Diocleziano e forse a nessun altro per il fasto delle sue decorazioni. Furono fatte costruire dall’imperatore Caracalla in un quartiere periferico di Roma, abbellito dai Severi con il Septizodium, un grandioso e scenografico ninfeo innalzato sulle pendici del Palatino verso il Circo Massimo come quinta monumentale all’inizio della Via Appia, da cui si fece partire anche la Via Nova in direzione delle nuove Terme. Il cantiere iniziò nel 212 d.C. e si prolungò fino a dopo la morte di Caracalla (217 d.C.), quando gli ultimi imperatori della dinastia, Elagabalo e Alessandro Severo, completarono il recinto esterno. 9000 operai lavorarono ogni giorno a sbancare le pendici dell’Aventino e realizzare un’enorme piat- taforma quadrangolare di oltre 300 metri di lato – che obliterò una ricca domus d’età adrianea - sulla quale costruire il grande edificio in opera cementizia con rivestimento di mattoni. Aperte a tutti Lo stabilimento era a disposizione dell’intera popolazione (uomini e donne, liberti e schiavi, sebbene in orari e settori distinti) di giorno e talvolta pure di notte alla luce delle fiacco- le. L’abitudine quasi quotidiana di frequentare le Terme non era legata solo alla ricerca di sollievo e benessere fisico, ma anche dal richiamo dalle strutture accessorie: portici e giardini allietati da fontane e ninfei, palestre, luoghi per spettacoli e per giochi, e inoltre auditori, biblioteche, soggiorni e rivendite di cibi e bevande. Pur nel chiasso che derivava dalla variegata frequentazione di oltre 9000 persone al giorno, andare alle Terme significava ritemprare il corpo, ma anche intrattenersi in un luo- go sontuosamente decorato che regalava l’impressione di trovarsi in una lussuosa residenza imperiale. Il recinto perimetrale Lo schema planimetrico riprende chiaramente le precedenti Terme di Traiano sul colle Oppio, con il vero e proprio edificio termale (m. 220 x 114, circa quanto la Basilica di San Pietro) al centro di un poderoso recinto, un tempo porticato, che delimita l’ampio giardino. Questo muro perimetrale si allargava a est e ovest in due grandi esedre con sale di ritrovo riscaldate e abbellite da prospetti colonnati. Gli ingressi principali si trovavano fra le tabernae del lato nord, mentre sul lato sud, verso l’Aventino, una scenografica fontana semiellittica con cascata d’acqua, identificata anche come stadio, nascondeva la cisterna, della capacità di 80.000 metri cubi e formata da 64 celle intercomunicanti. In questo angolo è stata individuata una delle due simmetriche biblioteche: un vano rettangolare dal pavimento in opus sectile (una sorta di tarsia di marmi colorati dal disegno geometrico) con nicchie che si aprivano nelle pareti e dovevano ospitare gli armadi lignei per contenere i volumi, una nicchia centrale più ampia destinata tradizionalmente alla statua di Atena e una banchina in muratura per i sedili destinati alla consultazione. cipali, due si aprivano su vestiboli adiacenti la piscina, altri due su corridoi di accesso diretto alle palestre. L’entrata odierna consiglia un percorso pressoché uguale a quello previsto in antico, attraverso il vestibolo che immetteva nel quartiere degli spogliatoi (apodyterium), dove si potevano lasciare per pochi soldi i vestiti e farsi consegnare dal custode un asciugamano. Da qui si passava direttamente alla palestra per riscaldarsi con esercizi sportivi e giochi nel grande cortile scoperto, dal bel pavimento a mosaico policromo, delimitato su tre lati da un portico voltato, con colonne in giallo antico, mentre sull’altro lato si aprivano cinque ambienti per attività ginniche indoor. Lo stesso schema si ripeteva speculare sul lato opposto dell’edificio. L’asse centrale Uscendo dalla palestra, l’utente poteva ammirare nel grande emiciclo il tappeto musivo che immortalava i gladiatori e gli atleti più famosi (oggi ricomposto ai Musei Vaticani), prima di recarsi al laconicum (una sorta di bagno turco a pian- ta ellissoidale) o di entrare, attraverso passaggi stretti e obliqui per evitare la dispersione del calore, nel caldarium, la grande sala circolare del diametro di 34 metri, coperta da una cupola di poco inferiore a quella del Pantheon, sporgente rispetto al parallelepipedo dell’edificio. La riscaldavano un potente impianto a hypocaustum (con l’aria calda insufflata sotto il pavimento attraverso le suspensurae), bracieri in bronzo ma anche il calore del sole che entrava copioso fino al tramonto dalle immense finestre ad arco. Sei vasche per le abluzioni erano nelle nicchie intercalate ai pilastri rivestiti come la maggior parte delle pareti delle terme da crustae marmoree, mentre un grande bacino circolare doveva occupare il centro dell’ambiente. Il caldarium era collegato al tepidarium, una piccola sala quadrata con due vasche ai lati che consentiva al corpo L’edificio balneare Dal piazzale moderno all’interno dell’attuale recinto si accede all’edificio balneare vero e proprio. L’orientamento nordovest – sud-est funzionale all’irraggiamento solare è usuale negli impianti termali, come pure la ripetizione speculare degli ambienti ai lati di un asse centrale. Dei quattro ingressi prinLa Palestra delle terme di Caracalla in una foto di fine ‘800 Il Madama Butterfly Giornale dei Grandi Eventi 9 Le Terme nascoste Viaggio nei sotterranei di Caracalla C di adattarsi gradualmente alla brusca escursione termica del frigidarium, la sala più grandiosa e fresca delle terme (m. 58 x 24): la sua complessa architettura fu ammirata e disegnata da Giuliano da Sangallo (echi se ne riconoscono nella Basilica di San Pietro) e ispirò Palladio per le sue chiese veneziane; ricostruita da Viollet Le Duc, è stata anche ripresa nelle magniloquenti stazioni ferroviarie americane. Completata da due ambienti laterali, la basilica era coperta da una maestosa volta a triplice crociera sostenuta da otto pilastri fronteggiati in origine da altrettante colonne di granito dai capitelli mirabilmente intagliati nel marmo bianco con figure e simboli divini. Colonne di granito movimentavano, insieme a gruppi scultorei ed ai mosaici che dovevano creare un effetto iridescente riflettendosi nell’acqua, le facciate interne della natatio, una piscina scoperta profonda più di un metro, cui sia accedeva scendendo una scalea dal frigidarium e che si trova ora parallela alla cancellata d’ingresso. La giornata alle terme si poteva così concludere con una nuotata distensiva e un bagno di sole nelle terrazze sopra le palestre, decorate dagli splendidi mosaici che ancora oggi possiamo apprezzare con Nereidi, tritoni, delfini e mostri acquatici cavalcati da eroi. Marina Piranomonte omprese da Aureliano all’interno delle mura e più volte restaurate, le Terme di Caracalla funzionarono fino al 537 d.C. quando Vitige, re dei Goti, durante l’assedio di Roma tagliò gli acquedotti per prendere la città per sete. Il complesso fu allora abbandonato perché troppo esposto ad attacchi esterni e lontano dal centro cittadino dove si andavano concentrando gli abitanti per paura degli invasori, divenendo cimitero per i pellegrini ammalati e ricoverati nel vicino xenodochium dei Santi Nereo e Achilleo. Nel Medioevo le Terme diventarono cava di materiali da costruzione e decorazione: i capitelli figurati furono reimpiegati nel Duomo di Pisa e nella Chiesa di Santa Maria in Trastevere a Roma. Gli scavi del Cinquecento voluti da Paolo III Farnese riportarono in luce statue e gruppi scultorei colossali, perlopiù copie di originali ellenistici, che suscitarono grande scalpore e finirono nelle grandi collezioni di antichità: basti citare il celebre Toro Farnese, oggi al Museo Archeologico Na- zionale di Napoli, una “montagna di marmo” che celava un sofisticato impianto idraulico per rendere ancora più realistica l’ambientazione pastorale del supplizio di Dirce. A Firenze, in Piazza Santa Trinita, si erge dal 1563 - per volere di Cosimo I de’ Medici - una delle altissime colonne di granito che decoravano la natatio, mentre le due splendide vasche di granito grigio del frigidarium furono riutilizzate dal Rainaldi come fontane in Piazza Farnese a Roma. Alla prima metà dell’Ottocento risalgono la scoperta e lo stacco dei mosaici con atleti e giudici di gara della palestra, oggi ricomposti nell’originario assetto semicircolare presso il Museo Gregoriano Profano. Da allora continue campagne di scavo hanno contribuito alla conoscenza del monumento. Eccezionali ritrovamenti sono avvenuti anche in anni recenti come la statua di Artemide esposta dal 1997 nell’Aula Ottagona del Museo Nazionale Romano. Nei sotterranei Un percorso affascinante per comprendere il funzionamento della complessa macchina delle Terme di Caracalla è la discesa nella vasta e articolata rete dei sotterranei, che la Soprintendenza sta recuperando. Le Terme di Caracalla in un’incisione Un dedalo di gallerie selciate, larghe e alte più di 6 metri e foderate in laterizio, consentiva il transito dei carri con i carichi di legname verso gli enormi depositi, ventilati e di una capacità tale da rendere autosufficienti per alcuni mesi i forni e le caldaie dell’impianto di riscaldamento. Nelle strutture di sostruzione trovava posto anche il sistema idrico con l’intreccio di tubazioni in piombo che permetteva l’adduzione dell’acqua dalle cisterne e la sua distribuzione nelle varie parti dello stabilimento. L’approvvigionamento era assicurato dall’Aqua Nova Antoniniana, un apposito ramo dell’acquedotto dell’Aqua Marcia che, oltrepassando l’Appia sull’“Arco di Druso” poco prima di Porta San Sebastiano, arrivava nel castellum aquae situato sul lato meridionale delle Terme, dove sopravvivono i resti delle cisterne. La luce e l’aria che penetravano da lucernari consentivano la frequentazione di questi spazi sotterranei da parte degli inservienti addetti alle varie funzioni, non ultima quella della macinatura nel mulino ad acqua scavato agli inizi del Novecento. Fra gli ambienti ipogei, si distingue anche un Mitreo, il maggiore di Roma, installato vicino alla grande esedra del muro perimetrale nord-occidentale (oggi vi si arriva facendo il giro dall’esterno). Il santuario dedicato al culto di Mitra, antica divinità solare di origine persiana venerata soprattutto dagli eserciti, è formato da cinque ambienti. L’aula Ercole principale, coperta da piccole volte a crociera, presenta sui lati lunghi i consueti banchi per i fedeli e un pavimento a mosaico bianco entro fasce nere. Nella parete lunga occidentale è ancora riconoscibile un affresco raffigurante Mitra o un dadoforo con copricapo frigio e disco solare sul ventre, che, insieme al frammento di rilievo in marmo con un serpente fra le rocce dalle quali era nato il dio, rimane una delle scarsissime testimonianze dell’antica decorazione. Ma l’unicità del santuario è costituita dalla buca in laterizio posta al centro della stanza, collegata attraverso una scaletta e uno stretto corridoio alla sacrestia al di là della nicchia di fondo, che doveva accogliere l’immagine del dio. Forse, era destinata a un’apparizione spettacolare dalla botola o più probabilmente al sacrificio del toro che veniva ucciso su una grata in ferro posta sopra la buca, dentro la quale si trovava, vestito con una toga candida, l’iniziato, pronto a ricevere il rigenerante bagno di sangue dell’animale. Tale interpretazione ben si collega alla religiosità di Caracalla, “padre degli eserciti”, e della sua famiglia volta a un sincretismo che accomunava divinità classiche e orientali in un unico culto. Mar. Pir. Madama Butterfly 10 Il Giornale dei Grandi Eventi Cronaca della prima rappresentazione Duro il pubblico, dura la critica I l Corriere della Sera del 18 Febbraio 1904 riporta in un lungo articolo della rubrica Corriere teatrale il resoconto della prima disastrosa rappresentazione di Madama Butterfly, andata in scena la sera precedente al Teatro alla Scala di Milano. Sappiamo che «la sala era magnificamente addobbata» e che alla prima erano intervenute numerose personalità, tra cui naturalmente lo stesso Puccini. Dopo la cronaca del primo atto e dei pochi, sparuti applausi riscossi in platea, il giornalista così commenta: «L’opera non ha dunque superato la prova. A’ suoi difetti capitali ho già accennato parlando del primo atto. Puccini non seppe trovare la vera forma, né la giusta dimensione; e vi abusò di quegli effetti che, appunto perché già troppo noti, non doveva ritentare». Ma proseguendo, profetico: «Ciò nonostante, io persisto nel credere che l’opera si riavrà. Troppo belle pagine vi sono sparse, di troppa eleganza è leggiadra la sua fattura.» Il pubblico fu molto feroce quella sera, tanto che uno spettatore, sdegnato per la maleducazione dimostrata dalla maggioranza degli spettatori, scrisse una lettera al direttore, che fu pubblicata alla fine dell’articolo, come testimonianza diretta: «…Iersera sul palcoscenico si avrà avuta un’opera più o meno degna di applausi; in platea però so benissimo che non si è avuta nessuna cortesia…». E ancora: «Ah! Quel piccolo atrio sordo e ardente in fondo al teatro, che sentina di rancori! Là non si ascolta l’opera, si dice male a priori, si rugge continuamente e poi si salta addosso con i denti all’applauso». Il giorno 19, ancora si scriveva del fiasco: «L’insuccesso dell’altra sera si registra ora con un senso di pena. Il pubblico, che non è più unito, ha perso la sua ferocia. Verso Puccini va un interessamento affettuoso. Del resto tutti quelli che non erano in teatro hanno appreso con sbalordimento la notizia. Quello che si prevedeva era tanto roseo!» Nello stesso articolo veniva pubblicata un’intervista al compositore, Giacomo Puccini: «Prima della Tosca, prima della Bohème. E quelle opere furono dei successi. Questa sera mi sentivo così tranquillo! L’opera mi commoveva sempre». Sempre Puccini, rispondendo a una domanda sul perché delle critiche: «Butterfly è un’opera di suggestione. Rotta questa suggestione, l’incanto cade. E tumulti, gli strepiti, le grida hanno infranto quell’atmosfera di piccolo sogno doloroso che poteva mostrar vive le figure e le passioni. Il pubblico non poté sentire e quindi non poté giudicare. Io voglio ancora bene a Butterfly, ci credo ancora. L’ho scritta con tanta emozione! Io non ascolto mai con piacere le mie opere, tranne forse l’ultimo atto di Bohéme. Ma questa sì, tutta e divertendomi e interessandomene. Ho la coscienza di aver scritto la più moderna delle mie opere. Ci saranno forse dei difetti, delle lungaggini, ma esagerazioni no, no, assolutamente no. È tutta sincera, tutta sentita». La rivincita di Brescia Nel Corriere del 29 Maggio, venne dato uno spazio importante alla rivincita del- Le fonti dell’Opera Una storia vera ma senza drammi D opo il grandioso successo di Tosca nel 1900, Giacomo Puccini iniziò ad occuparsi dei progetti proposti dal librettista Luigi Illica. Nel frattempo, una nuova e decisiva ispirazione si rivelò quando, in un teatro di Londra nel 1900, il musicista seguiva una rappresentazione intitolata Madame Butterfly. Si trattava di un’opera scritta da John Luther Long (Hanover, Pennsylvania 1861Clifton Springs, New York 1927) nel 1898 e ridotta ad atto unico da un grande uomo di teatro americano, David Belasco a cui Puccini ricorrerà anche per La Fanciulla del West, rappresentata al Metropolitan di New York nel 1910. Il tema dell’opera trae spunto da una vicenda realmente accaduta: la sorella di John Luther Long aveva vissuto a Nagasaki con il marito, un pastore protestante di Philadelphia, vicino all’abitazione di un noto personaggio scozzese, quel Thomas Glover artefice di profondi cambiamenti nella storia del Giappone. Thomas Glover fu anche protagonista di una lunga e felice storia d’amore con Tsuru, una donna giapponese che lui chiamava Cio-Cio-San, unione consacrata poi dalla nascita di due figli. Un idillio poco adatto ad un pubblico di teatro e dunque modificato da David Belasco nella drammatica storia della giapponesina sedotta, abbandonata e suicida, in grado di esercitare quel gioco dei sentimenti a cui la fantasia musicale di Puccini avrebbe poi aggiunto una forte capacità di commuovere. L’ambientazione esotica, nell’Estremo Oriente del 1900, interpretava le influenze della cultura orientale nella società europea. Come l’Art Nouveau, così anche la letteratura occidentale subiva in quegli anni la suggestione di questa terra lontana e misteriosa. Basti pensare al romanzo Madame Chrysanthème pubblicato nel 1887 dal grande viaggiatore Pierre Loti (Rochefort 1850 - Hendaye 1923), che fornì numerosi elementi a tutto il primo atto di Madame Butterfly. Pierre Loti era stato ufficiale di marina e proprio a Nagasaki, dove aveva soggiornato nel 1884, aveva goduto di un “matrimonio a tempo determinato”, che però non sembra aver causato alcuna esperienza tragica. Prima della Madama Butterfly di Belasco, già erano stati rappresentati a teatro The Mikado (1885), musicato da Arthur Sullivan, e The Geisha (1896) di Sidney Jones, anche se su Puccini sembra aver esercitato maggiore influenza l’Iris di Mascagni del 1898, anch’essa inserita in un’esotica ambientazione orientale. Luca Pesante l’opera, riproposta al Teatro Grande di Brescia la sera prima: «L’opera cominciò alle 9.15 e il successo era imminente e sicuro…Durante il primo atto il pubblico frena a stento la voglia di battere le mani…Fu un trionfo. Copertina del libretto per la ripresa di Brescia del maggio 1904 Vinse ogni resistenza. Commosse e persua- spiega così il mancato apse. Forse, anche in questo caso, prezzamento del pubblico lo sfogo dell’ammirazione della milanese alla prima del 17 folla, passò la misura…Mai febbraio: «La Butterfly non è come in quest’opera Puccini opera che possa essere leggerseppe dare alla musica tanta mente ascoltata e giudicata, e leggiadrìa di forme, tanti in- per la sua essenza psicologica, trecci armonici, tanta ricchez- e per le delicate, recondite belza di coloriti». lezze formali». A. C. L’articolo, entusiastico, Piccole curiosità di analisi musicale C on Madama Butterfly Puccini, per la prima volta nella sua costante ricerca di spunti folcloristici e caratteristici per l’ambientazione, si cimentava con un mondo esotico e lontano: il Giappone. Per dare colore alla storia il compositore si dedicò allo studio degli usi e dei riti, dei costumi e delle arti e, ovviamente, della musica di quella terra che proprio allora si apriva un varco nella curiosità degli Occidentali. Il risultato di queste ricerche si evince dalla partitura di Madama Butterfly, dalla quale emergono almeno sette melodie giapponesi autentiche - o frammenti di melodie -, tra cui l’Inno imperiale. Oltre a queste, altri motivi esotici sono stati rilevati, ma non identificati con musiche tradizionali. La grande aria di Cio-Cio-San e il duetto primaverile dei “Fiori di ciliegio” con Suzuki nel secondo atto rivelano influssi orientali nell’andamento melodico. Forse sono motivi di sintesi inventati dallo stesso Puccini dopo aver ascoltato la musica giapponese. Era infatti nel suo stile comporre musiche di genere popolare che sembrassero autentiche, come anche attingere a suoi motivi giovanili o incompiuti. Di chiara origine italiana è invece il tema d’amore che accompagna Cio-Cio-San dal momento in cui entra in scena e che risuona, come un inno, nel lungo duetto d’amore con Pinkerton alla fine del primo atto. Compare anche l’Inno nazionale degli Stati Uniti, per identificare l’ufficiale americano di cui la bella geisha è perdutamente innamorata. E.C.A. Il Giornale dei Grandi Eventi Madama Butterfly 11 Una nascosta lettura dell’opera Madama Butterfly fra commedia e tragedia orrei proporre di leggere il soggetto orientaleggiante di Madama Butterfly alla luce del suo potenziale di commedia, un registro di genere che ebbe un ruolo fondamentale nel corso di tutta la genesi dell’opera, a partire dalla prima ideazione fino al disastroso debutto scaligero. Il 21 giugno del 1900, al Duke of York’s Theatre di Londra, Puccini assistette a Madame Butterfly, un dramma in un atto di David Belasco. Ciò che è davvero sorprendente, è che l’entusiasmo per il dramma di Belasco, manifestato dal compositore nel corso della sua iniziale corrispondenza con Illica, non fosse basato tanto sul potenziale tragico del dramma – nonostante il sottotitolo «a Japanese tragedy» – quanto piuttosto sul suo impatto come “commedia”. Il contesto di queste lettere rivela l’importanza di un tema comico sin dalle prime fasi della genesi dell’opera: l’incontro di Occidente e Oriente assume talvolta veste comica nel contesto di fine secolo riguardo anche alla diffusa preoccupazione sulla mescolanza di culture e razze diverse, e, più precisamente, riguardo la premessa che culture e razze considerate inferiori fossero in- capaci di assimilare usi e costumi occidentali e dunque non potessero che imitarli - di solito in maniera eccessiva scivolando quindi nel comico. Il primo personaggio, in ordine di apparizione, fortemente marcato da questo elemento sopra le righe, è Goro, il cui ruolo di mezzano del turismo sessuale occidentale è reso visivamente dal costume, con la strana combinazione di cilindro e abito giapponese. Il secondo, molto più complesso nella sua patologia, è la stessa Cio-Cio-San, la cui tragedia verrà definita anche in termini comici, a partire dall’incrollabile illusione di essere sposata a Pinkerton, fino ai goffi tentativi di comportarsi come una moglie occidentale Ma l’esempio più lampante è costituito dalla caratterizzazione del principe Yamadori: egli è un deprava- segue Intervento da pag. 3 sempre più come un unicum. Abbiamo un obiettivo: il circuito culturale deve essere un collante per rendere più coesa l’intera comunità regionale. Non siamo all’anno zero, naturalmente, in particolare nell’offerta di spettacoli di qualità, come quelli allestiti dal Teatro dell’Opera. Ci stiamo muovendo con grande determinazione, e con la piena collaborazione del Comune di Roma e delle cinque province laziali, per fornire nuove opportunità di sviluppo culturale. Sono certa che i frutti arriveranno. V un’occasione per incrementare un turismo che sempre più (lo sanno i tour operator) cerca la combinazione viaggi-cultura. In questo quadro Caracalla è certamente il punto di eccellenza di un territorio che è in grado di presentare un’offerta combinata di spettacolo e storia come pochi altri possono fare. Ho accostato Caracalla a Villa Adriana e al Teatro di Ostia Antica, perché come assessore alla cultura della Regione Lazio, sono impegnata a far sì che questo nostro territorio, così ricco di testimonianze di molte civiltà, sia pensato to, non solo in quanto bigamo recidivo, ma soprattutto a causa della sua degenerata imitazione del comportamento europeo. Nel primo schizzo del libretto, scritto da Illica nel 1901, Yamadori entra in scena vestito in abiti occidentali, in contrasto con il «vestito nazionale» della sua servitù, e si comporta in maniera ridicola ed esagerata, con l’ammiccante esibizione all’occidentale di sintomi patetici amorosi. Il tema della musica giapponese “Miya-sama” mette in relazione Butterfly e Yamadori, entrambi parzialmente occidentalizzati, i quali imitano goffamente costumi occidentali. In questo senso i due sono una bizzarra coppia ideale e la penosa comicità di questa scena deriva in parte dal fatto che Butterfly rifiuta un pretendente che è l’immagine speculare della sua distorta imitazione della fedeltà coniugale occidentale. Ancora, nella prima versione di Illica, Sharpless e Pinkerton sono ritratti in maniera assai più gioviale e comica che nella revisione finale di Giacosa. Le numerose scene giapponesi che seguono tendono a trasformarsi in commedia di maniera. La versione di Illica limitava drasticamente il personaggio di Cio-Cio-San in quanto giapponese, creando l’opportunità per un trattamento comico della parte, mentre la revisione di Giacosa ha conferito alla protagonista l’intensità e complessità emotiva tipica di un’eroina dell’opera occidentale. In questo senso, dunque, la compresenza nell’opera di commedia e tragedia riflette la concezione dei due librettisti come i due lati di una meda- glia. Così, invece che puntare alla fusione dei due registri, l’opera li articola in un irresolubile conflitto. Vista l’iniziale disapprovazione dell’ambiguità di genere di Madama Butterfly, non c’è da stupirsi se nel rivedere l’opera per la seconda rappresentazione a Brescia del maggio 1904, Puccini apportò tagli sostanziali proprio a quei passi del primo atto che potevano essere definiti “comici” (all’incirca un centinaio delle 130 battute complessive), come lo scambio di inchini fra Pinkerton e i funzionari Giapponesi (I 65-68 [spartito della versione per la Scala]) e la canzone di Yakusidé (I 103/6-109). Questi tagli eliminarono gli elementi più clamorosamente orientaleggianti della commedia, mancando però di risolvere il problema di genere, se commedia o tragedia. Nonostante gli infausti riferimenti profetici, alla fine tragica, la comica interazione di culture del primo atto stabilisce potenzialmente precise aspettative per il pubblico, aspettative soprattutto di genere, che il finale slittamento nella tragedia sembra violare, originando un certo sconforto negli spettatori testimoni dell’autodistruzione di un’eroina inizialmente presentata come comicamente naïve. Nel caso di Madama Butterfly forse pochi saranno d’accordo nel dire - mutuando le parole di Schaunard in Bohéme - «la commedia è stupenda», ma spero di aver fatto riflettere sul dialogo instaurato da Puccini, Illica e Giacosa fra tragedia e commedia, il quale conferisce all’opera una ricchezza e complessità che stiamo appena iniziando ad immaginare ad oltre un secolo dalla nascita di questo capolavoro musicale. Arthur Groos Professore Cornell University - USA Giulia Rodano Si ringrazia per la collaborazione il Centro Studi Puccini Assessore Cultura, Spettacolo e Sport Regione Lazio Giacomo Puccini al suo pianoforte 12 Madama Butterfly Il Giornale dei Grandi Eventi Il Giapp Quel gusto esotico che s D opo essere rimasto in un isolamento pressoché totale per due secoli e mezzo, nel 1853 il Giappone si trovò costretto ad affrontare il problema di una sua riapertura ai contatti con il resto del mondo. Vi erano stati in tal senso precedenti tentativi da parte della Russia, sdegnosamente respinti, ma in quell’anno l’arrivo di una flotta di quattro navi, al comando del Commodoro americano Matthew C. Perry, costrinse i giapponesi, ancora organizzati in un sistema che si può definire “feudale”, a rendersi conto che un confronto con gli altri Stati non era più procrastinabile. Ebbe così inizio una nuova fase della storia giapponese che portò in pochi decenni il Paese ad essere considerato una delle grandi potenze dello scacchiere politico mondiale. Dagli anni Sessanta del XIX secolo agli anni della prima guerra mondiale, sembrò che nessuna espressione artistica del mondo occidentale, dalla pittura alla musica, dall’architettura alla letteratura, alle arti applicate, riuscisse a sottrarsi al fascino del lontano e misterioso Paese del Sol Levante. Basti pensare al romanzo di Pierre Loti, Madame Chrysanthème (1887) dal quale venne poi tratto il racconto Madame Butterfly di John Luther Long, pubblicato nel 1898 sulla rivista americana Century Magazine, che - a sua volta ripreso e trasformato in dramma da David Belasco Kyonaga – La famosa geisha Wakakusa della casa da thè Khojiya Claude Monet – La Japonaise (1876) – appassionò Puccini e lo spinse a creare la sua Madame Butterfly. Le influenze giapponesi Il fenomeno delle influenze giapponesi sulle arti occidentali è noto come Japonisme. Sembra che il termine sia stato creato in Francia nel 1872 da Philippe Burty, come titolo per una serie di articoli che pubblicò sulla rivista La Renaissance Littéraire et Artistique, ma il fenomeno precede di qualche anno la definizione. L’apertura del Giappone all’Occidente permise l’arrivo in Europa e in America di oggetti d’arte, libri, stampe, personaggi e artisti giapponesi e dette un impulso immediato allo studio di questa cultura così lontana e così affascinante. Fin dal 1862 era stato aperto a Parigi il negozio La Porte Chinoise, nella Edouard Manet - Ritratto di Emile Zola (1868) specializzato vendita di oggetti provenienti dall’Estremo Oriente. Esso divenne immediatamente un punto di riferimento e un luogo d’incontro per artisti e scrittori. Nel 1888 Samuel Bing curò il primo quaderno de Le Japon Artistique che, presentando con testi in francese, inglese e tedesco, oggetti d’arte giapponese divenne una fonte iconografica cui attinsero ampiamente artisti e raffinati artigiani. Un altro fattore che giocò un ruolo determinante nella diffusione del Japonisme nel mondo occidentale fu costituito dalla frequente organizzazione di Esposizioni Universali cui il Giappone, a partire da quella di Londra del 1862 non mancò di partecipare. Si trattò di una vera passione che in Francia accomunò talenti profondamente diversi, quali Monet e van Gogh, Pissarro e Toulouse Lautrec, Felix Vallotonn e Pierre Bonnard. Nell’opera di pittori come Manet, Degas, Monet, van Gogh e tanti altri è possibile ravvisare, talora anche all’in- terno del corpus delle opere di un unico autore, atteggiamenti diversi nei confronti del Giappone. Così, vicino a dei dipinti in cui l’elemento iconografico giapponese compare ancora in chiave palesemente esotizzante, come ne La Japonaise di Monet, del 1876 - in cui la moglie del pittore compare con indosso un prezioso kimono da teatro troviamo altre opere, in cui l’allusione al Giappone va letta non tanto come nota esotica quanto come citazione o come rappresentazione di oggetti sentiti ormai come parte della quotidianità dell’artista, come nel Ritratto di Émile Zola (1867-’68) di Manet o nel ritratto de Le Père Tanguy (1887) di van Gogh. In altre opere – ed è questo il caso di diversi dipinti di Degas, fra cui il famosissimo L’absithe, del 1876 – non ritroviamo immagini che si ricolleghino direttamente al Giappone, ma vi riconosciamo piuttosto un’impostazione spaziale che si ispira a quella propria della tradizione pittorica giapponese. Impressionisti e post-impressionisti ripresero nelle loro opere i valori cromatici e spaziali delle xilografie giapponesi: se i primi furono attratti dalle linee rapide e dal taglio asimmetrico del quadro, Gaugin e i Nabis furono maggiormente interessati all’uso giapponese del colore, steso in campiture piatte, senza chiaroscuro, che esaltavano – come nelle stampe di Utamaro, Hokusai, Hiroshige – il valore decorativo e simbolico dei colori. Studi recenti hanno proposto stupefacenti raffronti fra alcune stampe giapponesi e paesaggi di Cezanne, un autore che fino ad oggi si riteneva non avesse ceduto alle suggestioni che provenivano dal Sol Levante; ma se nessuno dei grandi francesi sembra essere esente da un certo “giapponismo”, va detto anche che il fenomeno non si limitò soltanto alla Francia e si manifestò in tutta l’Europa, arrivando anche in America, dove il Giappone partecipò, ad esempio, alle Esposizioni Universali di Philadelphia del Il Giornale dei Grandi Eventi Madama Butterfly 13 onismo i impadronì dell’Europa Vincent Van Gogh – Le Père Tanguy (1887) Kyonaga – Festa con sakè per ammirare la neve a Matchiyama Anche nelle sue lettere Gli influssi giapponesi di Van Gogh D ella grande passione che nutrì per l’arte giapponese, Vincent Van Gogh non ci ha lasciato solo la testimonianza delle sue tele. Sono numerose infatti le lettere in cui il pittore, scrivendo al fratello Théo - a cui suggerisce di leggere Madame Chrysanthème, il romanzo di Pierre Loti - parla del Giappone, dello stile di vita dei suoi abitanti, della bellezza della sua arte e della sua influenza sui pittori francesi. «Hai letto Madame Chrysanthème? Il fatto che i veri Giapponesi non mettano nulla sulle pareti e la descrizione del chiostro o della pagoda in cui non c’è niente (i disegni e gli oggetti curiosi sono nascosti nei cassetti) mi hanno fatto riflettere. Ah, allora è così che bisogna guardare una japonaiserie, in una stanza molto luminosa, completamente spoglia, aperta sul paesaggio» (509). «I Giapponesi disegnano velocemente, molto velocemente, come un lampo, e questo avviene perché i loro nervi sono più sottili, i loro sentimenti più semplici» (500). A van Gogh sembrò che gli impressionisti cercassero nel Giappone una chiave alla soluzione dei problemi artistici che li tormentavano: «L’arte giapponese, in decadenza nella sua patria, riprende vita negli artisti francesi impressionisti» (510). E a lui sembra di trovare il Giappone in Provenza: «Non dubito che potrei amare per sempre la natura di questo luogo, è molto simile alle japonaiseries, una volta che si comincia ad amarle, non ci si pente più» (483). «Per ciò che riguarda il rimanere nel Mezzogiorno, anche se è più costoso, consideriamo questo: si ama la pittura giapponese, se ne è subita l’influenza, tutti gli impressionisti la condividono in comune, e non si dovrebbe andare in Giappone, e cioè in quello che è l’equivalente del Giappone, il Mezzogiorno?» (500). E arriva a vedere in quel lontano paese estremo orientale non solo una tradizione artistica cui ispirarsi, ma perfino una sorta di ideale di vita: «Consideriamo una cosa: non è quasi una vera religione quella che ci insegnano questi Giapponesi così semplici, che vivono nella natura come se essi stessi fossero dei fiori? E credo che non sarebbe possibile studiare l’arte giapponese senza diventare molto più allegri e felici. Bisogna che ritorniamo alla natura malgrado la nostra educazione ed il nostro lavoro in un mondo fatto di convenzioni» (572). Tutti i brani sono tratti da lettere scritte nel 1888. La numerazione è quella della prima edizione francese: G. Philippart, Lettres de Vincent Van Gogh à son frère Théo, Paris, Grasset, 1937. 1876 e di Chicago del 1893. Fu proprio in occasione di quest’ultima esposizione che il grande architetto americano Frank Lloyd Wright, allora ventiquattrenne, ebbe il suo primo contatto diretto con un’architettura giapponese, osservando i lavori per la costruzione, in stile tradizionale, del padiglione giapponese, situato vicino a quello che stava seguendo per lo studio di Adler e Sullivan, per i quali lavorava. Al di là dell’influenza esercitata sulla pittura, il Japonisme si manifestò in ogni aspetto dell’arte impregnando di sé ogni tipo di oggetto scaturito dalla fantasia degli artisti: gioielli, mobili tessuti, opere grafiche, oggetti in vetro, porcellana o metallo. Saggi voluminosi e numerose mostre (basti ricordare quella omonima del 1988 a Parigi e Tokyo) hanno messo in rilievo quanti motivi iconografici e quanti suggerimenti stilistici mutuati dal Giappone sia riconoscibili, ad esempio, nei vetri di Emile Gallé, dei fratelli Daum e dell’americano Tiffany, nei gioielli di Lalique e del belga Wolfers o nei mobili dello stesso Gallé e dell’austriaco Josef Hoffmann. Questo gusto ha senza dubbio influenzato tutte le correnti nazionali di quello che si è soliti definire in senso lato “stile Liberty”. Dall’ Art Nouveau in Francia allo Jugendstil ed al movimento della Secessione in Austria ed anche in Germania, dal The Aesthetic Movement in Inghilterra e America, al Liberty italiano, hanno in qualche misura subito il fascino del Giappone. Ci si può chiedere il perché di questa moda, di questa passione; una delle risposte è che l’incontro dell’arte europea con l’arte giapponese fu tanto fecondo perché avvenne proprio mentre la prima viveva un momento culturale di ricerca e di rinnovamento che la condusse a rifiutare la linea proposta dalle accademie e a ravvisare, nelle soluzioni formali caratteristiche della pittura e delle arti applicate del Giappone, lo stimolo per imporre un nuovo modo di guardare e interpretare la realtà. Daniela Sadun 14 Madama Butterfly Il Giornale dei Grandi Eventi L’estremo rituale espiatorio per diventare eroi Harakiri per gli uomini Ojigai per le donne I l termine harakiri è composto dalle due parole ventre (hara) e taglio (kiri) - ed era il nome del modo più coraggioso con il quale un Samurai, durante il periodo feudale giapponese, poteva togliersi la vita. Da tener presente che il termine usato dai giapponesi per indicare l’estremo gesto non è in realtà Harakiri, parola considerata troppo cruenta e poco elegante, ma Seppuku. Questo termine è composto dagli stessi ideogrammi, ma posti in ordine inverso, letti secondo la pronuncia sinogiapponese Non si conoscono le origini di tale pratica, ma per comprenderne il senso bisogna tornare allo studio dello zen praticato dai samurai, il Bushido, che ne regolava la vita in modo sistematico. Si trattava di un codice morale da osservare scrupolosamente in ogni momento della giornata fino all’ora di andare a dormire. Per manifestare il proprio dissenso, per espiare il disonore o per fare ammenda di una colpa commessa verso un superiore, il Samurai praticava harakiri, anche detto seppuku, secondo una precisa ritualità: si inginocchiava su un cuscino o su di un tatami, di fronte al quale vi era un piccolo tavolo che ospitava l’arma, solitamente una spada corta detta wakizashi o un pugnale chiamato koga-tana. Al coltello rituale veniva levato il manico e sostituito con carta di riso. Spesso il suicida era assistito nei suoi movimenti da un mitodoke, un ruolo d’onore che spettava a colui che godeva del suo massimo rispetto, si fosse trattato anche di un nemico nella funzione di testimone. La parte più cruenta del rito consisteva nel trafiggersi la parte sinistra dell’addome, trascinando la lama orizzontalmente dall’altro lato, si proseguiva con un taglio verso l’alto e un altro ancora parallelo al primo. Il ventre era considerato il centro vitale dell’uomo, sede delle emozioni e della volontà, per cui compiere tale atto significava uccidere completamente l’individuo. Anche solo il dubbio sul disonore, sulla disonestà o sulla condotta del Samurai era sufficiente a richiedere il suo sangue. Se l’agonia si protraeva troppo a lungo, dopo il secondo taglio e su richiesta del morente subentrava un esecutore, il kaishaku, che con un fendente netto decapitava il morente, ponendo fine alle sue sofferenze. La testa veniva poi disposta correttamente ed inviata all’ordinante del suicidio. A seconda della moda e del periodo storico, il taglio risparmiava un lembo di pelle che permetteva di giustapporre nuovamente la testa sul collo, secondo l’arte del kubikenzan. Bisogna ricordare che, nonostante l’atrocità del gesto, il tutto avveniva in un contesto che si potrebbe definire sereno. Prima del rito non era raro, infatti, preparare un banchetto da offrire agli amici e un bagno purificatore, a dimostrazione della piena calma e consapevolezza del Samurai. Pugnali giapponesi Spesso il suicida salutava la vita recitando una poesia, haiku, di solito composta da lui. I Samurai che avevano fatto harakiri erano venerati come eroi e spesso la loro tomba si trova accanto a quella del signore che aveva ordinato il sacrificio. Lo jigai era l’harakiri praticato dalle donne, che si compiva con un pugnale chiamato kaiken, con il quale una donna nobile che fosse stata disonorata si tagliava la gola. Il solo sospetto di aver perso l’onore o un lieve scandalo obbligavano la donna a praticare il rituale. Anche in questo caso, l’aiuto di un secondo poteva risparmiare lunghi tempi di dolore, ma il suicidio rituale avveniva senza testimoni, nella sala Butsuma, dove era conservato l’altare di famiglia. Indossata una veste bianca, simbolo della contestata purezza, e assicurati i lacci e i lembi, al fine di non scomporsi e testimoniare contegno anche nella morte, la donna si trafiggeva. Tra gli ultimi, più noti casi di harakiri, si annovera quello del famoso scrittore tradizionalista Yukio Mishima, avvenuto nel 1970. Deluso dal comportamento del suo Paese che riteneva precipitato in una politica consumistica e conformistica, Mishima decise di attuare tale estremo segno di protesta. Da allora egli è diventato il più importante e popolare scrittore del giapponese del XX secolo. Livio Magnarapa Così vedono l’opera in Giappone D a un’intervista con due cantanti lirici giapponesi, il mezzo soprano Kyoko Igarashi e il baritono Kenji Moriguchi, si sono evidenziati vari e curiosi aspetti di Madama Butterfly. Bisogna ricordare che il Giappone ha un legame speciale con Puccini, giacché la prima opera lirica occidentale messa in scena nei teatri nipponici fu La Bohème, che ancora oggi, insieme a Tosca e a Butterfly, rimane tra le più rappresentate. La sensibilità di questo popolo ha sempre amato le storie dolci e tristi, e la tragedia di Cio-Cio-San, abbandonata da uno straniero, è sentita con estrema commozione da parte del pubblico, soprattutto femminile. I giapponesi si sentono molto onorati che il grande Maestro italiano abbia voluto far entrare il loro Paese nel melodramma internazionale con questa favola di ambientazione giapponese, tuttavia avvertono quel certo americanismo che permea comprensibilmente la favola, nata dalla penna dello statunitense John Luther Long e trascritta per il teatro dal suo compatriota David Belasco. Lo spettatore giapponese è colpito dalla forza di carattere di Cio-Cio-San che, pur avendo fatto la geisha per mantenersi, tuttavia non se ne vergogna e lo ammette candidamente di fronte al fidanzato e ai parenti. Una personalità eccezionale per una ragazza di 15 anni. L’unica cosa che li ha lasciati perplessi, è la faccenda del contratto di matrimonio “per 999 anni con facoltà ogni mese di rescindere i patti”. Nella tradizione buddista, il matrimonio dura l’intera vita e una simile usanza riguardava solo i contratti commerciali. Comunque, nella maggioranza dei casi, i riferimenti giapponesi dell’opera si rivelano documentati con l’attenzione filologica che distingueva Puccini: a parte alcuni nomi di dei o di luoghi che sono stati italianizzati dai librettisti per ovvie esigenze di cantabilità, (Oomura= Omara; Sarun-Jyko=Sarundasico), la descrizione delle usanze tradizionali e le citazioni musicali, come av- viene per la seconda strofa dell’Inno nazionale nipponico, sono abbastanza precise e puntuali. Piuttosto, negli allestimenti europei di quest’opera, non di rado registi e segretari di produzione commettono degli errori, evidenti solo per uno spettatore orientale; quelli più frequenti riguardano i costumi, che confondono spesso abiti cinesi o coreani del tutto fuori contesto, o anche riguardano gli inchini che, standardizzati, non tengono conto delle situazioni giovane-anziano, all’aperto-al chiuso, uo- mo-donna. Attenzione al kimono: quando una donna indossa questo costume tradizionale, il suo modo di camminare e di tenere le mani assume una caratteristica, rigida compostezza (piccoli passi incrociati e dita sempre chiuse e piatte.) Ma queste sono sottigliezze… Piuttosto è veramente grave se si assiste a un personaggio come Goro o Yamadori, che entrando in casa non si leva le scarpe! An. Cio. Il Cultura Giornale dei Grandi Eventi 15 51° Festival Puccini dal 22 luglio Poker di opere a Torre del Lago I l cartellone della 51.ma edizione del Festival Puccini di Torre del Lago, firmato da Alberto Veronesi, presenta, dal 22 luglio al 21 agosto nel suggestivo ed incantevole scenario del Teatro all’Aperto affacciato sul lago di Massaciuccoli quattro titoli: La Fanciulla del West (22, 30 luglio; 12 agosto) nel nuovo allestimento firmato dell’artista americano Nall nell’ambito del progetto Scolpire l’Opera, per la regia di Ivan Stefanutti con Daniela Dessì nel ruolo di Minnie, Fabio Armiliato Dick Johnson, Lucio Gallo Jack Rance, direttore Alberto Veronesi. L’opera ritorna dopo 9 anni, sul palcoscenico di Torre del Lago. Gli altri titoli in cartellone: La Bohème (23, 31 luglio; 6,18,21 agosto) regia di Maurizio Scaparro, scene di Jean Michel Folon con Antonia Cifrone nel ruolo di Mimì, Roberto Aronica Rodolfo e Luca Salsi nei panni di Marcello, direttore Keri Lynn Wilson; Turandot (29 luglio; 7, 13, 20 agosto) regia di Daniele De Plano, scene Pietro Cascella con Francesca Patanè nel ruolo di Turandot, Marcello Giordani (Calaf), direttore Bruno Nicoli e Madama Butterfly (5, 11, 17 agosto) in coproduzione con In- ternational Opera Theater di Seoul, regia di Chung Kab Gyun, scene Lee Hak Sun con Sun Xiu Wei nel ruolo di Cio Cio San e Marco Berti (Pinkerton) diretti da Lukas Karytinos. Un profondo amore legò Giacomo Puccini al ridente borgo di Torre del Lago. «Spiagge assolate, fresche pinete, il lago sempre calmo, ovvero l’Eden»: Puccini aveva due grandi passioni, la musica e la caccia e per lui il Lago di Massaciuccoli rappresentò il luogo ideale dove coltivarle entrambe. Vi arrivò nel 1891, trentatreenne, e decise di stabilirvisi prendendo delle stanze in affitto. Poi arrivarono i successi di Manon Lescaut (1893) e della Bohème (1896) e con questi i denari per comprare la casa della sua vita, un’antica torre di guardia (all’origine del nome di Torre del Lago) che fece completamente ristrutturare. Interrò anche una parte della riva del lago, con il permesso del marchese Ginori che ne era il proprietario, per realizzare il giardino, la strada davanti casa e l’imbarcadero da cui partiva per le battute di caccia alle folaghe e ai beccaccini. La casa, visitabile, parla ancora di queste cose: i pianoforti per comporre la musica, i ricordi delle grandi opere ed i premi dei trionfi internazionali, i quadri dell’amico pittore Ferruccio Pagni, che frequentava il musicista insieme ad altri artisti come Nomellini e i fratelli Tommasi. Puccini rimase a Torre del Lago per trent’anni e vi compose tutte le sue opere maggiori, tra cui la Tosca (1900), Madama Butterfly (1904), La Fanciulla del West (1910), La Rondine (1917) e Il Trittico (1918). Nel 1921 si trasferì nella nuova villa che si era fatto costruire a Viareggio, dove però rimase solo tre anni, fino alla morte nel 1924. Per volere del figlio, il musicista è sepolto in una cappella costruita nella vecchia casa sul lago. Al. C. Nel teatro elisabettiano di Villa Borghese Butterfly in libreria Shakespeare al Globe Theatre Due volumi per il Centenario A Villa Borghese, il Globe Theatre ha ripreso la sua stagione estiva, con le repliche fino al 22 luglio di Romeo e Giulietta di William Shakespeare. La passione trepidante e adolescenziale dei celebri amanti è ben interpretata dai giovanissimi Valentina Marziali ed Alessandro Averone e di impatto è il prologo recitato dal regista Gigi Proietti, direttore artistico del teatro, nonché suo ideatore nel 2003. Donato al Comune dalla Fondazione Silvano Toti, il Globe Theatre si ispira ai playhouses inglesi (e in particolare al Globe di shakespeariana memoria, dedicato alla regina Elisabetta I nel 1576), teatri di fortuna della periferia londinese, in cui gli attori, avvicinati al pubblico grazie all’assenza di sipario, di effetti speciali e di complicate strutture scenografiche, usavano solo l’energia fisica e dialettica per coinvolgere adulti e bambini, uomini e donne di ogni ceto sociale e di diversa formazione culturale. Vicinissimo a Piazza di Siena, il Silvano Toti è una struttura cilindrica di rovere, dotata di un semplice palcoscenico coperto da una tettoia, capace di accogliere 1250 persone che, in stile con la tradizione, occupano le panche delle tre balconate semicircolari o si siedono a terra, nella platea a cielo aperto, dove in alcuni momenti scendono a recitare anche gli attori. In questa scomoda ma autentica integrazione fra spettatori e protagonisti, è tollerata la trasgressione discreta di alcune delle regole oggi vigenti in teatro, come alzarsi in piedi per sgranchirsi nelle gallerie circolari, applaudire durante la recitazione o stappare una lattina per dissetarsi. La voluta spontaneità dello spettacolo, reso da una compagnia di giovani attori energici ed esuberanti, ha purtroppo il suo contrappasso in qualche caduta di stile, come il fastidioso uso dei microfoni dovuto alla modesta acustica del teatro, una campagna stampa ridotta, che non concede possibilità di approfondimenti, una traduzione ordinaria, che appiattisce il contrasto fra battute spinte – che in questa edizione infastidiscono per la volgarità - e momenti di alta liricità del testo shakespeariano. Dopo Romeo e Giulietta, fino al 25 settembre si susseguiranno: La Disputa di Marivaux, per la prima volta in Italia, con la regia di Alvaro Piccardi; La Dodicesima Notte di Shakespeare, regia di Riccardo Cavallo; Gossip (a scuola di maldicenza) di Richard Brinsley Sheridan, regia di Toni Bertorelli; infine, ancora Shakespeare con Pene d’amor perdute, regia di Giles Smith. Titoli importanti, che ben si prestano a ricreare un clima da teatro elisabettiano, ma che attraggono anche per i soggetti, incentrati sugli equivoci e gli eterni dilemmi del gioco dell’amore. Ad invogliare i giovani le riduzioni 2x1 previste per i fidanzati, ma anche la possibilità di una passeggiata sotto gli auspici della luna e dei pini di Villa Borghese. Per informazioni: tel.: 06-82077304; sito internet: www.globetheatreroma.com. E. Ca. D ue volumi monografici di grande interesse presentano l’opera pucciniana Madama Butterfly in occasione del Centenario della sua prima rappresentazione. Primo ad uscire il libro di grande formato edito da Ricordi nella neonata collana “Opera at an Exhibition” che si propone di raccogliere volumi dedicati al melodramma raccontato, nei suoi molteplici aspetti, attraverso le immagini.. L’idea di un volume celebrativo dell’opera forse più cara a Puccini, è nata raccogliendo i materiali iconografici e letterari per il Centenario, con saggi di un grande studioso del melodramma come Julian Budden, dell’esperta di scenografia Vittoria Crespi Morbio e della appassionata ed attenta curatrice dell’Archivio Storico Ricordi Maria Pia Ferraris. «Forte e nuova, ma non facile»: così Luigi Illica descriveva all’editore Giulio Ricordi quest’opera che guardava con interesse alla moda del tempo, all’esotismo di paesi lontani. Ne è nata un’opera - ricca, pur se non ricchissima, di fotografie - che vuole essere oggetto di studio e di confronto, raccogliendo anche i testi del racconto originale Madame Butterfly dell’avvocato Jhon Luther Long apparso per la prima volta sulle pagine del Century Illustrated Month Magazine nel 1898 e quello del dramma di David Belasco che Puccini vide rappresentato a Londra. Interessante e gustosa la biografia per immagini di Giacomo Puccini negli anni di Butterfly, dall’incidente automobilistico del 1903, alle foto con Illica e Giacosa, al viaggio in Egitto, fino alle rappresentazioni dell’opera a Londra ed a Vienna. Madama Butterfly 1904-2004 – J. Budden, V. Crespi Morbio, M.P. Ferraris – Ediz. Ricordi, cm. 24 x 28, ill. a colori, pag. 172. Il Centenario di Madama Butterfly offre al Centro Studi Giacomo Puccini di Lucca l’opportunità di presentare una raccolta di fonti e documenti relativi alla genesi dell’opera e alla sua prima ricezione, che sarà disponibile in autunno. Parte dei materiali erano finora inediti e parte di essi sono pubblicati per la prima volta in edizione critica. Il volume si apre con le due versioni del racconto della testimonianza oculare di Jennie Long Correll, sorella di John Luther Long, fonte d’informazione sul fatto reale accaduto a Nagasaki, che è alla base del racconto e del dramma. Una silloge delle fonti dell’opera presenta le traduzioni italiane utilizzate da Luigi Illica e Giuseppe Giacosa per la realizzazione del libretto. Due sezioni si occupano di schizzi e abbozzi. Seguono un’edizione sinottica del libretto e l’edizione delle lettere inviate da Puccini a Illica e Giacosa nel periodo 1901-1904. La sezione conclusiva offre una panoramica della prima ricezione dell’opera attraverso le recensioni degli allestimenti della Scala e di Brescia, della prima londinese del 1905 e della rappresentazione all’Opéra-Comique di Parigi nel 1906. A cura di Arthur Groos con la collaborazione di V. Bernardoni, G. Biagi Ravenni e D. Schickling.- cm 17 x 24 – ill. a colori, pag. 512. Mi. Ma.