Festa delle S E T T I M A N E
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INTRODUZIONE: Pentecoste ebraica e Pentecoste cristiana
Contributo di don Angelo Garofalo
Gesù, che risorge nel primo giorno dopo il sabato, proprio mentre secondo il calendario
sacerdotale si iniziava il computo delle sette settimane e si offriva il primo covone, viene
chiamato dall‟apostolo Paolo esattamente con l‟appellativo “primizia” (in greco aparché,
che significa propriamente “primo frutto”), in rapporto alla sua risurrezione (1Cor
15,20.23). Si comprende, dunque, il senso di ciò che un padre della chiesa, Clemente
Alessandrino, dirà nel suo scritto Sulla Pasqua: “Ciò che chiamiamo Pasqua è in realtà
l‟inizio della Pentecoste”. E si comprende anche la stretta correlazione tra le due feste,
Pasqua e Pentecoste, che è indicata dalla consuetudine invalsa nei primi secoli del cristianesimo, di considerare il tempo di Pasqua una sorta di cassa di risonanza da celebrare come un‟unica “grande Domenica”. Tornando al legame tra la Pentecoste ebraica e
quella cristiana, che come ben sappiamo celebra la discesa dello Spirito Santo avvenuta
esattamente al compimento del giorno della Pentecoste ebraica (At 2,1ss.), esso diviene
ancora più chiaro se si considera un ulteriore significato che, accanto a quello più prettamente agricolo-religioso, assume la festa giudaica: la commemorazione del dono della
Legge sul Sinai (Es 19-20). Secondo la tradizione, infatti, Dio ha donato la Torah ai figli
di Israele dopo cinquanta giorni dall‟uscita dall‟Egitto. Pertanto, la redenzione dalla
schiavitù egiziana, che viene celebrata attraverso la festa di Pesach, acquisisce significato
pieno solamente in relazione alla ricezione della Torah, che si celebra con la festa di Pentecoste. L‟obiettivo della liberazione è appunto che i figli di Israele divengano popolo e riconoscano Dio come loro Signore. Dunque la Pentecoste è considerata anche il giorno
della nascita del popolo ebraico. Per questa ragione nei secoli si è sviluppata una tradizione ancora oggi molto diffusa: nutrirsi, per il giorno di Shavuoth, esclusivamente di
prodotti a base di latte. Il popolo, che è paragonato ad un neonato, non potrebbe sopravvivere senza il latte della Torah. Durante tutta la notte, inoltre, si usa restare svegli e recitare capitoli della Scrittura, continuando la meditazione anche per tutto il giorno della
festa nelle sinagoghe, che per l‟occasione vengono ornate con fiori e ghirlande. Questo
ulteriore significato di Shavuoth ci offre, allora, un parallelo ancora più chiaro con la
Pentecoste cristiana. A Shavuoth i figli di Israele divengono popolo, ricevendo il dono della Torah; a Pentecoste noi diveniamo Chiesa, perché Dio effonde sugli Apostoli e Maria lo
Spirito del Signore Risorto, nuova Legge iscritta nei cuori di tutti i credenti, inviati nel
mondo ad annunciare la Buona Novella della Redenzione.
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A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A
La Pentecoste è una festività religiosa sia ebraica che cristiana, con significati diversi ma
correlati. Nell‟Antico Testamento è menzionata insieme alla Pasqua e alla Festa delle Capanne, come una delle tre feste di pellegrinaggio. Il nome della festività, secondo la forma
assunta anche dal cristianesimo, deriva dal greco pentekosté: letteralmente
“cinquantesimo (giorno)”; questo termine fu introdotto dagli ebrei di lingua greca per designare la festa che cadeva 50 giorni dopo Pesach (Pasqua ebraica) e che nella Bibbia
Ebraica viene chiamata in tanti modi diversi, fra cui festa delle settimane (Es 34,22) - in
ebraico Shavuoth - ad indicare le sette settimane che dovevano intercorrere tra l’offerta
del primo covone (in ebraico omer), da eseguire il primo giorno dopo il sabato della settimana di Pesach, e una seconda offerta, da presentare al Tempio al compimento delle sette settimane (Lv 23,11.15-16). Questa la ragione per cui la Pentecoste viene chiamata anche festa delle primizie (Es 23,16; 34,22; Nm 28,26).
Festa delle S E T T I M A N E
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PRESENTAZIONE
Il tempo liturgico che si snoda da Pasqua a Pentecoste, lungo sette settimane, è l‟unico
giorno di Pasqua in cui la comunità dei credenti si riconosce popolo di risorti nella celebrazione e confessione della resurrezione di Gesù e per provocare la resurrezione e la liberazione della vita in tutti i suoi ambiti. Da qualche anno abbiamo scelto di vivere la
Giornata Mondiale della Gioventù, a livello diocesano, il sabato dell‟Ascensione, e di preparare tale incontro percorrendo un itinerario educativo che favorisca il camminare insieme nel riconoscimento e valorizzazione dell‟essere e sentirci “uno”. La proposta intende sostenere e far crescere una pastorale giovanile radicata nel territorio, incarnata nella
storia e nello spazio di vita dei nostri adolescenti e giovani. Pertanto, riguarda i gruppi di
adolescenti e di giovani delle nostre comunità (ma si potrà coinvolgere l‟intera comunità),
e si caratterizza sul livello vicariale. Le commissioni vicariali di pastorale giovanile sono
chiamate a coordinare e programmare l‟itinerario.
Di solito si pensa al fine-settimana come al tempo/spazio della festa e dell‟evasione dalla
sfera pubblica per rifluire e riposarsi in quella privata, mentre la settimana è il tempo del
lavoro, della fatica, degli impegni, del dovuto, della legge, dell‟annientamento di sé in favore del noi. Si tira a campare durante tutta la settimana aspettando con trepidazione la
vita del fine-settimana. Sarebbe, invece, auspicabile ridare il diritto di festa alla settimana. Si tratta di recuperare la vita quotidiana, feriale, come criterio e ambito della nostra
azione pastorale con i giovani, in cui porre segni e gesti che parlano di un‟esistenza come
dono gratuito nell‟ottica dell‟amore e nell‟apertura all‟altro da sé. La vita, pienamente
umana, diventa festa dell‟incontro celebrata quotidianamente in un esodo dagli esili privatistici, provocati dal culto dell‟autoreferenzialità e della delega, verso la terra promessa,
realizzata nella comunione e nella partecipazione al sogno di Gesù “che tutti siano uno”.
“Allarga lo spazio della tua tenda” (Is 54, 2) è la grande direzione di marcia che indica il
cammino da percorrere verso una umanità universale. La tenda richiama alla necessità
di essere tutti su una terra comune e appartenenti a un tutto che ci supera e ci unifica,
eliminando lotti e lotte per difendere proprietà private e praticando la responsabilità e
l‟accoglienza verso l‟altro. Se da un lato la tenda sembra simboleggiare la precarietà,
dall‟altro è un chiaro segno dell‟Amore divino che viene a incontrare l‟uomo per dimorare
con lui. Così, siamo chiamati a rendere la nostra vita abitabile da e per tutti.
L‟itinerario prevede 5 modalità di incontro (da realizzare uno a settimana nel tempo
da Pasqua a Pentecoste) per scandire e abitare evangelicamente gli spazi di vita dei giovani. A conclusione c‟è l‟incontro-festa diocesano del 15 maggio 2010.
Spazio in rete: una comunità educante.
Tavola rotonda sul tema dell’educazione.
In questa settimana si sperimenterà la bellezza e la fatica del lavorare insieme e in rete
per un fine comune: l‟educazione. La tavola rotonda deve prevedere la partecipazione di
tutte le agenzie educative presenti sul territorio vicariale o cittadino, in modo da avere
una mappa dell‟attività che si svolge e dei destinatari a cui è rivolta. Si potranno concordare strategie comuni, impegni concreti. Sarà importante ritrovarsi sul concetto di educazione: a questo proposito ci sono alcuni contributi che aiuteranno la preparazione della
tavola rotonda. È auspicabile affidare la conduzione dell‟incontro a un esperto, o comunque a una persona che conosce bene le dinamiche educative del territorio in questione.
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Perché Festa delle Settimane?
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Chiediamo di raccogliere gli interventi, le idee, le prospettive in un fascicolo ben articolato, da presentare durante i lavori del Convegno Diocesano di Pastorale Giovanile sul tema dell‟educazione, che si terrà alla fine del mese di maggio 2010.
Le frontiere dello spazio: l’opzione preferenziale per i poveri.
Incontro-testimonianza con chi vive a contatto con gli ultimi e gli emarginati.
Festa delle S E T T I M A N E
Questa settimana può essere vissuta come tempo della carità facendo un‟esperienza di
servizio.
Un altro suggerimento per vivere “lo spazio ultimo” è quello di conoscere l‟attività della
caritas diocesana (contattando il direttore don Antonio Ruccia) e i problemi relativi alle
povertà del nostro territorio, oppure l‟ufficio missionario diocesano (il direttore è don Andrea Favale) per un‟analisi più ampia. Il libretto “la Chiesa del grembiule” di don Tonino
Bello è sicuramente un ottimo strumento per riflettere e con cui confrontarsi.
Spazi di vita: … si accostò e camminava con loro.
Catechesi sull’icona dei discepoli di Emmaus.
E‟ preferibile fare una catechesi con i giovani e una con gli adolescenti. A questo proposito consultate il racconto appassionato di Riccardo Tonelli sulla vicenda dei due di Emmaus. È bene curare la preparazione dell‟incontro, perché tale brano biblico permette di
fotografare il mondo giovanile tra la sfida dell‟esilio dalla vita e la scommessa dell‟esodo
per la riappropriazione di sé in chiave vocazionale.
Spazio alla festa: una città per cantare.
Un modo per cantare/danzare il nostro essere cittadini della terra.
È importante che ci sia un momento di festa che coinvolga l‟intera comunità parrocchiale
e vicariale, e che dia spazio alla creatività e gioia dei giovani. Lo stile da seguire può essere quello già collaudato durante la peregrinatio del Vangelo.
Completa gli spazi vuoti: esercizi di grammatica umana.
Esperienza nelle scuole superiori.
È opportuno concordare il progetto con il dirigente scolastico coinvolgendo i prof. di religione e altri che già si conoscono e condividono l‟iniziativa. È un modo per intercettare
tanti adolescenti che sono lontani dai circuiti abituali della pastorale ad intra: è una vera
e propria missione.
Le due proposte in tal senso possono illuminare il lavoro di programmazione: la prima
prevede un incontro per classe in giorni diversi, la seconda è stata realizzata in una mattinata dividendo i ragazzi in più gruppi di lavoro.
Suggeriamo di decidere con oculatezza il periodo dell‟anno più adeguato allo svolgimento
del progetto-scuola: tenendo conto che nei mesi di aprile e maggio ci sono le gite scolastiche, questa attività si potrebbe realizzare al di fuori del tempo di Pasqua, magari nei mesi
di febbraio e marzo.
Fai spazio all’amore: … una casa per tutti.
GMG diocesana il 15 maggio 2010.
L‟ordine in cui sono stati elencati non è vincolante; lasciamo “spazio” alla vostra creatività.
Sarà preparata una locandina nella quale inseriremo i titoli degli incontri lasciando lo
“spazio” per date, orari e luoghi, che ciascuna vicaria dovrà prevedere.
Sarebbe bello e utile, per richiamare l‟attenzione sul tema della festa delle settimane, realizzare una tenda che faccia da sfondo nei diversi luoghi di incontro.
Suggeriamo di dare rilevanza all‟inizio della Festa delle Settimane con un momento solenne vicariale: ad esempio, la celebrazione eucaristica nella Domenica in Albis.
Ci sono due ambiti in cui vorremmo rendere più visibile la nostra presenza. Per questo
abbiamo creato la commissione università, coordinata da p. Francesco Cambiaso
(gesuita) e la commissione evangelizzazione di strada, coordinata da suor Paola Denti e
suor Noemi Vilasi (alcantarine). Le due commissioni saranno formate dai giovani della
nostra diocesi che vorranno dare la disponibilità ad animare queste due realtà. Si tratta
di dare stabilità ad un‟azione pastorale in “spazi” (università e luoghi di svago) dove si
ritrovano tanti giovani. È un‟esperienza missionaria affascinante che può dare slancio
alla pastorale giovanile della nostra diocesi, avvicinando il mondo della cultura e il mondo dei “lontani” ma così assetati di senso e di felicità. Le due commissioni, a partire da
gennaio 2010, avvieranno la formazione e la programmazione di attività da svolgere nei
due ambiti: spazio, dunque alle idee di tutti. Per iscriversi alle due commissioni è necessario inviare, entro la fine di dicembre, la propria scheda (dati anagrafici, parrocchia, cellulare, e-mail) a [email protected]. Divulgate la notizia e fate voi stessi la
proposta ai vostri giovani. Per informazioni più dettagliate potete contattarci personalmente.
Il Signore che viene a visitarci nella Parola che si fa carne apra la nostra vita all‟imprevisto e bellezza dell‟incontro con l‟altro per fare nei nostri giorni uno spazio al “segno” della
gratuità e dell‟amore. E sia la Festa …
Bari, 12 dicembre 2009
don Enrico D‟Abbicco, don Michele Birardi,
Simona, Anna Rita, Stefania, Gloria, Francesca,
suor Noemi, suor Vittoria,
Francesco, Michele, Vito, Filippo
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Sul nostro sito www.doveabiti.it alla sezione “materiali Festa delle Settimane” è possibile
trovare questo sussidio pastorale e altri approfondimenti.
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SCHEDE PER LA PROGRAMMAZIONE
L’emergere dell’educazione
Festa delle S E T T I M A N E
Alcuni spunti tratti dalla lettera del Santo Padre Benedetto XVI, del 21 gennaio 2008, consegnata alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione.
Abbiamo tutti a cuore il bene delle persone che amiamo, in particolare dei nostri bambini, adolescenti e giovani. Sappiamo infatti che da loro dipende il futuro di questa nostra
città. Non possiamo dunque non essere solleciti per la formazione delle nuove generazioni, per la loro capacità di orientarsi nella vita e di discernere il bene dal male, per la loro
salute non soltanto fisica ma anche morale.
Si parla perciò di una grande "emergenza educativa", confermata dagli insuccessi a cui
troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita. Si parla inoltre di una "frattura fra
le generazioni", che certamente esiste e pesa, ma che è l'effetto, piuttosto che la causa,
della mancata trasmissione di certezze e di valori.
Quando però sono scosse le fondamenta e vengono a mancare le certezze essenziali, il
bisogno di quei valori torna a farsi sentire in modo impellente: così, in concreto, aumenta
oggi la domanda di un'educazione che sia davvero tale. La chiedono i genitori, preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli; la chiedono tanti insegnanti, che vivono la triste esperienza del degrado delle loro scuole; la chiede la società nel suo complesso, che vede messe in dubbio le basi stesse della convivenza; la chiedono nel loro intimo gli stessi ragazzi e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide
della vita.
Un'autentica educazione ha bisogno anzitutto di quella vicinanza e di quella fiducia che
nascono dall'amore: ogni vero educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se
stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a
loro volta capaci di autentico amore.
Sarebbe dunque una ben povera educazione quella che si limitasse a dare delle nozioni e
delle informazioni, ma lasciasse da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita.
L'educazione non può dunque fare a meno di quell'autorevolezza che rende credibile l'esercizio dell'autorità. Essa è frutto di esperienza e competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza della propria vita e con il coinvolgimento personale, espressione dell'amore vero. L'educatore è quindi un testimone della verità e del bene: certo, anch'egli è
fragile e può mancare, ma cercherà sempre di nuovo di mettersi in sintonia con la sua
missione.
Vorrei infine proporvi un pensiero che ho sviluppato nella recente Lettera enciclica Spe
salvi sulla speranza cristiana: anima dell'educazione, come dell'intera vita, può essere
solo una speranza affidabile. Oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini "senza speranza e senza Dio
in questo mondo", come scriveva l'apostolo Paolo ai cristiani di Efeso (Ef 2,12). Proprio da
qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della
crisi dell'educazione c'è infatti una crisi di fiducia nella vita.
L’emergere dell’intersoggettivo
L‟educazione funziona solo se è svolta in un contesto intersoggettivo di insegnamento e di
apprendimento fra simili.
L‟essere “umano” non è solo un dato biologico, una realtà esistenziale bell‟e pronta
“consegnataci” al momento della nascita, ma è un “segno” che ci caratterizza per tutta la
vita e un punto di partenza di un lungo viaggio in cui sperimentare ed essere consapevoli
di quello che si è, diventandolo sempre più. Essere umani è la vocazione a crescere in
umanità. Tale processo è per l‟uomo una seconda nascita che avviene nel contesto della
comunità-società, la quale assicura i dinamismi dell‟insegnamento/apprendimento del
vissuto umano, nell‟ottica non della trasmissione di saperi ma della tradizione culturale.
Infatti, non si tratta semplicemente di imparare “le cose” dagli altri, bensì di interpretare
ed elaborare il significato della realtà per essere aiutati a sentire, desiderare, vedere la
vita con occhi umani, a comportarsi in modo umano, per creare futuri umanamente possibili.
L‟educazione permette agli uomini di prendersi cura gli uni della vita degli altri: è la condizione di una vera “socialità”. Ciascuno percepisce il proprio esistere da una parte condizionato dall‟ambiente culturale-affettivo in cui cresce e, dall‟altra libero di sperimentare
le potenzialità di cui è dotato in modo originale e creativo.
(F. SAVATER, A mia madre mia prima maestra. Il valore di educare, Laterza, Roma
1999).
Significato di educazione
II problema educativo è vecchio tanto quanto il vivere e il convivere degli esseri umani
sulla terra. Fin da quando l'uomo si è scoperto persona tra persone dotate di coscienza,
volontà, dignità, opinioni, prerogative, esigenze e bisogni propri. In definitiva la storia
dell'educazione coincide con la storia stessa dell'umanità.
Problema - quello educativo che l'uomo ha sempre posto e a volte imposto a sé e agli altri come necessario per la riuscita della sua stessa convivenza ora familiare, ora di gruppo, ora sociale, ora ricreativa, ora lavorativa, ora culturale e religiosa. Anche se, ovviamente, con metodi, indirizzi, tipologie, livelli e obiettivi diversi, varianti di tempo in tempo e di luogo in luogo. L'educazione cammina con l'uomo, con ogni uomo. Così come
l'uomo, ogni uomo, cammina con l'educazione di se e degli altri che gli stanno accanto,
nel bene come nel male, in positivo come in negativo.
L'educazione non è una teoria giustapposta alla storia dell'umanità, ne un evento atomistico slegato dal contesto consociato degli uomini, ne tanto meno una invenzione strategica di tipo ideologico inventata dalle classi imperanti di ogni epoca per il mantenimento
dello status quo del loro potere di dominio, ma è proiettata e coinvolta in un vasto intreccio di rapporti vitali con il mondo della natura, della cultura, delle strutture economiche, socio-politiche, etiche e religiose. All‟incrementarsi ed evolversi di tale intreccio
contribuiscono fatti diversi, individuali e sociali, stabili e contingenti. Somma importanza hanno, a questo riguardo, fenomeni rilevanti quali la socializzazione, l'inculturazione,
le imposizioni ideologiche, i mutamenti storici improvvisi e imprevisti, le violenze personali, di gruppo, di massa.
L'opera educativa, però, tiene conto essenzialmente di due soggetti responsabili principali che la compongono e la sviluppano e, in ultima analisi, la determinano: il soggetto
educando e il soggetto educatore. Troppa importanza, almeno in passato è stata data
al compito degli educatori a discapito degli stessi educandi che spesso hanno finito con
l'accettare passivamente il farsi fare, il farsi modellare da vari maestri di turno, fino a
subirne l'influsso solo in apparenza.
Occorre tener presente che il risultato degli interventi educativi non è dovuto solo all'efficacia degli educatori, ma anche e soprattutto alla risposta di coloro a cui tali interventi
sono rivolti.
La pedagogia contemporanea, infatti, è dell'avviso di mettere in risalto soprattutto l'aspetto attivo e dinamico dei soggetti educandi.
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Contributo di don Tonino Palmese
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Proprio nel nostro tempo si è sempre più progressivamente sviluppata questa svolta, fino
a passare dalla prassi formativa incentrata sulla etero-educazione alla prassi incentrala
preferibilmente sulla auto-educazione. Oggi si parla volentieri di educando
«protagonista», dell'educazione con l'aiuto, lo stimolo, la compagnia degli educatori.
Per la riuscita di questa svolta, forte contributo hanno dato soprattutto J. Dewey, E‟.
Claparède, K. Lewin.
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Tutta la pedagogia contemporanea invita ormai ad uscire dal tunnel della contrapposizione tra educatori ed educandi, tra maestri e allievi, per fare dell‟educazione un'opera
unica, una storia, un itinerario unico, un processo unico, proprio perché, come sostiene
P. Freire: «Nessuno libera nessuno: nessuno è liberato da nessuno: ci si libera insieme».
Formazione
che
non
può
non
essere
permanente
perché
pone
ogni
uomo come soggetto in stato di educabilità costante e quindi di formazione continua e
cioè per tutte le stagioni della vita.
Ciò che comunque bisogna sempre tener presente, perché conta sopra ogni altra cosa, è
la promozione progressiva è il raggiungimento definitivo della personalità dell'educando:
«La promozione della personalità è in cima ai pensieri dell'educazione: sia che si tratti di
mantenere disposizioni o componenti della personalità giudicati vitali; sia che si tratti di
svilupparle, rafforzarle, renderle stabili o differenziarle; sia che si tratti di crearne delle
nuove sulla base di quelle esistenti: sia che si tratti di eliminarle o limitarne il peso in
quanto giudicate nocive o disfunzionali: sia che si tratti di integrarle o renderle stabili in
generale o in particolare. In ogni caso è presente l'idea di perfezionamento o di portare la
personalità di chi è in crescita al meglio delle sue possibilità. Ciò viene fatto secondo un
quadro di riferimento generale più o meno chiaro o meno organico, più o meno coerente,
al cui centro stanno modi di intendere l'essere umano, in connessione con una visione
globale di società, di cultura, di realtà, di storia, di sviluppo sociale: storia personale e
storia collettiva sono inglobate in uno stesso movimento. L'educazione dell'individuo si
innesta con il generale movimento di sviluppo umano».
Ma qual è il significato di educazione? Che vuol dire educare? L'etimologia del termine ci
viene incontro.
Cinque i significati che essa ci aiuta a recepire. Tutti e cinque validi e sempre attuali,
specie se accettati in maniera complementare.
Educazione può derivare dal verbo latino docére (insegnare, trasmettere, spiegare) o anche dal verbo edere (mangiare oppure anche produrre) oppure dal verbo ducere
(condurre, accompagnare, orientare) o meglio ancora da e-ducere o ex-ducere (trarre
fuori, portare alla luce, evidenziare), oppure direttamente da educare (nutrire, allevare,
curare).
1 Docère: educare sinonimo di insegnare. Educazione quindi come trasmissione di insegnamenti per la vita. Si farebbe opera educativa quando l'educatore è capace di riversare
nell'educando tutto un bagaglio o di valori, princìpi, orientamenti atti a raggiungere livelli formativi nobili e alti. In questo caso, nello sviluppo dell'opera educativa, si farebbe
più leva sull'azione dell'educatore-maestro, in quanto elemento capace di trasmettere
dottrina ad educandi-allievi, destinati principalmente ad apprendere. Significato vero
solo parzialmente. Non basta, "fatti, insegnare, occorre aiutare a crescere al fine di permettere all'educando di acquisire una personalità valida e integrale.
2 Edere, il verbo latino edere (edo, edis, edi, esum, edere) ha due diversi significati. Può
esprimere l'atto del mangiare o sorbire (udire, quasi divorando) le parole di uno, oppure
l'atto del produrre o manifestare.
Ambedue i significati sono attinenti all'azione educativa nel senso che ogni educando,
nel tempo della sua formazione, deve far tesoro di quanto gli viene indicato, quasi in atteggiamento di chi ha fame di verità sempre nuove, utili, positive, fino a farle proprie, ad
assimilarle per mostrarle, anzi dimostrarle con la vita. In realtà tutta l'opera educativa che ha come peculiare oggetto lo sviluppo armonico e progressivo dello spirito umano in
relazione alla vocazione di ciascuno - ha molto di simile con quanto attiene allo sviluppo
anch'esso armonico e progressivo del corpo umano: prendere cibo, masticare, digerire,
assimilare le varie sostanze nutritive, farle proprie per poi esprimerle vitalmente in pienezza di salute.
Senza nutrimento non c'è salute fisica, senza apprendimento non c'è educazione morale,
non c'è formazione personale, ne comunitaria, ne sociale.
L'educazione pertanto porta ogni individuo a coltivare se stesso assimilando valori,
esperienze, messaggi, per manifestarsi compiutamente uomo, persona capace di vivere
adeguatamente in società.
3 Ducere: educare come sinonimo di condurre per mano. La vera opera educativa non
poggia solo sull'insegnamento ma anche sull‟accompagnamento dell'educando da parte
dell'educatore. Accompagnamento che contempla azioni e gesti educativi diversi quali: il
camminare insieme; l'aiutare a superare difficoltà, imprevisti sofferenze e problemi vari;
il verificare il cammino già fatto; l'avviare il graduale svezzamento dell‟educando verso
l'autonomia è il primo controllo di se; il permettere di fare le scelte comuni e straordinarie della vita con piena coscienza l'incrementare l'uso adulto della libertà e la piena autonomia dell'educando in seno alla società.
L'educatore deve prevedere il momento in cui e più opportuno allentare il suo compito
fino all'esaurimento e quindi al suo ritiro definitivo allo scopo di non vanificare quanto
elaborato e conquistato negli anni.
Il compito dell'educatore sta nel rendere «adulta» con la sua «compagnia» la personalità
dell'educando. Dopo di che deve tirarsi indietro.
In realtà, quando si pensa all'azione educativa, la mente a primo acchito corre al compito, alla missione dell'educatore che, pur in stretta collaborazione con l'educando, è proteso a dare, a procurare, a raggiungere ciò che ancora c‟è o chi è ancora ciliare nella personalità del discepolo o clic comunque occorre ancora completare, perfezionare, definire.
Il termine latino educatio è l'equivalente del greco fanciullo, da cui – come abbiamo detto
in precedenza -deriva pedagogia- anche se quest'ultima parola assumerà col tempo significati culturalmente e scientificamente diversi.
Per educazione, infatti, si intenderà più l'evento formativo nel suo iter pratico, concreto,
fattivo, mentre per pedagogia si intenderà più la riflessione sull'evento e di conseguenza
anche la storia delle varie riflessioni, delle teorie, delle correnti di pensiero che si andranno succedendo di luogo in luogo e di tempo in tempo".
5 E-ducere o ex-ducere: educare come trarre fuori ciò che c'è dentro ogni educando.
Nessuna creatura umana e mai da paragonare - neanche quando si trova nell'età infantile - ad una sorta di recipiente vuoto entro cui l'altro, chiunque altro, si può permettere
di inserire «sostanze» varie, a proprio piacimento.
Ogni uomo, fin dal momento del suo concepimento nel seno materno, possiede un suo
DNA, un suo personale codice genetico di natura non solo biologica, non solo materiale,
ma anche spirituale, intellettiva, psichica, comportamentale.
La capacità e il compito dell'educatore consistono nell'invitare l'educando a rispondere
quanto più possibile fedelmente alle indicazioni del suo codice genetico cosi globalmente
inteso.
Argomento imprescindibile, questo, soprattutto per coloro che sono chiamati ad intraprendere e a portare a compimento l'opera più delicata e più difficile che è proprio quella
di aiutare gli esseri umani ad orientare e formare nel miglior modo possibile la propria
vita a partire dalla conoscenza di se. dalla educazione del proprio carattere, per arrivare
al giusto modo di comportarsi nell'ambito del vivere sociale.
Sicché educazione da e-ducere può riferirsi non solo al significato di «tirar fuori dall‟educando>> ma anche al significato di «tirar fuori l‟educando», ossia l'uomo nuovo, intero,
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4 Educare: (educo, as, avi, atum, are): allevare, nutrire, curare. Questo sarebbe il significato più classico antico e moderno, comune alle varie culture di ogni paese indicato e
condiviso generalmente dagli stessi studiosi come radice-madre cui si rifanno le altre
interpretazioni protese a cogliere e sottolineare aspetti più particolari e complementari.
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libero, genuino. Dentro il mito della caverna di Platone, come metafora della vera educazione la quale consisterebbe nel sottrarre con l'illuminazione della verità il soggetto dalla prigionia della natura umana e dell'ambiente sociale (la caverna) - Robin Palous vi legge i consigli dell'educatore, l'ascesi personale, l'esperienza maestra di vita. Al significato
di «trarre fuori» l'uomo nuovo, si avvicina in modo egregio, il famoso metodo educativo
che Socrate amava chiamare maieutica, arte della levatrice. L'intuizione socratica non
riguarda, infatti, solo l'aspetto filosofico della conoscenza e quindi del concetto, ma anche l'aspetto pedagogico della educazione e quindi della formazione integrale dell'uomo.
Festa delle S E T T I M A N E
Per ulteriori approfondimenti:
PALMESE A., I giovani e il futuro. Dalla minaccia alla speranza, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2005.
SAVAGNONE G., Il coraggio di educare. Costruire il dialogo educativo con le nuove
generazioni, Elledici, Leumann (TO) 2009.
www.doveabiti.it alla sezione “materiali Festa delle Settimane”: contributi di
Riccardo Tonelli e Tonino Palese (è possibile scaricarli).
I giovani e la festa
Contributo di don Michele Birardi
La festa è una ventata di aria fresca che spazza via il grigiore dalla vita dei giovani, riporta il tempo alla sua dimensione originaria di trascendenza, dona senso allo scorrere, apparentemente anonimo, dei giorni. Come vivono la festa i giovani? A volte la associano al
non andare a scuola o al lavoro, al trovarsi con gli amici, all‟andare a Messa, comunque
la voglia di fare festa evidenzia un desiderio forte di vita e di sentirsi vivi.
È festa il concerto del cantante preferito, spazio/tempo rituale in cui non ci sono le ordinarie distinzioni legate all‟età, al sesso, allo status sociale, ma ci si riconosce tutti uguali
e affratellati dalla musica che si fa corporea, tangibile, visibile. Tra canzoni cantate all‟unisono e ascoltate dalla voce “sacra” della star, tra ritmo e movimento del corpo, ci si
sente al massimo come non mai, e la bellezza di esserci insieme, di ritrovarsi attorno ad
ideali condivisi, ti porta al settimo cielo, oltre la storia, in un tempo unico.
È la festa la gita con gli amici e, ancora di più, quando si riesce a passare con loro più
giorni lontani da casa, dal controllo dei genitori o da sguardi severi e giudicanti; quando
non contano le regole e non ci sono le lancette dell‟orologio a scandire i tuoi impegni, ma
solo la libertà e la spensieratezza. Lo spazio e il tempo sono vissuti nello stupore di fronte
alla bellezza, nei sogni ad occhi aperti, nell‟amicizia e amore che riempiono il cuore. Finalmente si vive di sentimenti, quelli che la vita di tutti i giorni tiene nascosti perché il
tempo è denaro.
È festa allo stadio, tempio del calcio, momento sacro, luogo di celebrazione e di identificazione, dove non si va a guardare una partita ma a giocarla e a sudarla, perché consapevoli di essere il dodicesimo uomo in campo. Tutto è pensato, preparato con cura e fantasia: dall‟abbigliamento alla coreografia con sciarpe e bandiere, dagli striscioni ai cori e
slogan di incitamento. Anzi si vive la settimana in vista del giorno della partita della
squadra del cuore, così come il risultato finale illuminerà o getterà ombre nei giorni che
la seguiranno. E poi, non ti entra nulla in tasca, anzi non si bada a spese; e tornare a
casa sfinito, stanco, senza un filo di voce, non ti dà noia e apatia, ma ti carica di energia
perché, fiero, un giorno potrai dire: “io c‟ero”.
Purtroppo per alcuni giovani è festa quando, non sapendo come divertirsi o come cercare
un diversivo alla noia mortale del quotidiano che li costringe a vivere entro limiti e orari
fissati, decidono di uscire dal tempo monotono per provare nuove sensazioni, (bravate,
droga, ecc.) che hanno il gusto del proibito e conducono in un mondo che non c‟è, dove ci
sei tu in tutta la tua potenza. Ma presto ti accorgi anche della tua fragilità, perché la vita
La festa è, da un lato, rottura degli schemi ordinari e voglia di qualcosa di nuovo, dall‟altro, è un‟esperienza così profondamente radicata nella vita dell‟uomo, da rappresentare
come un punto focale attorno al quale ruota tutto il vissuto in un circolo ermeneutico
che unifica i singoli accadimenti. Si vive nell‟attesa della festa: possiamo dire che questo
è l‟atteggiamento più caratteristico della vita in quanto ci abilita a sognare, a sperare, ad
avere delle aspettative per il futuro. Prepararsi alla festa vuol dire caricarla di significato,
considerarla una “cosa seria”, di vitale importanza; tutto questo aiuta a vivere meglio e
attivamente il presente, sopportandone la fatica e valorizzando il positivo, con lo sguardo
fisso in avanti. E dopo la festa si torna alla quotidianità, non indietro, bensì si procede
interiorizzando ed elaborando il vissuto festivo per interpretare e illuminare la realtà concreta, in un “di più” di senso.
La festa, mentre concentra su di sé le attenzioni, i sogni e i desideri degli uomini, allarga
gli orizzonti della vita ampliandone le dimensioni e offre la possibilità di riconoscersi in
alcuni aspetti della propria personalità che, durante la ferialità, non emergono facilmente. Quello della festa diventa un momento forte della percezione del sé, contribuisce alla
formazione di una identità consapevole, definisce meglio come e se il sistema valoriale di
ciascuno viene integrato nel continuum dell’esistenza. Infatti, anche se la festa costituisce
uno scarto rispetto alla linearità del tempo feriale, tuttavia il salto nel festivo, con le sue
regole e i suoi ritmi, lungi dall‟essere una parentesi o una fuga nel virtuale e nel disimpegno, fa parte del cammino verso un‟altra qualità di vita, che si dispiega secondo dinamiche diverse, in modo da tenere sempre elevata la soglia di vitalità.
Cosa si vive, allora, nella festa? Quale messaggio di vita è la festa?
Essere nella festa significa vivere lo spazio/tempo della gratuità, nell‟ottica non del dovuto ma della possibilità, riconciliati nel dono, lontani da ogni logica di possesso e di calcolo. Accanto all‟efficienza della produzione, al risultato scolastico da conseguire, al guadagno frutto del lavoro, c‟è una parte di esistenza che chiede solo di vivere gratis e con responsabilità, senza risparmio di energie e con le mani aperte nel segno del dare. Non si
tratta di tempo libero dagli impegni, ma di impegnarsi liberamente, cioè non con il riferimento a sé, a quello che “mi tocca”, ma superando l‟autoreferenzialità nel riconoscimento
dell‟alterità come fondamento del mio esserci. Solo così non si rischia di vivere la libertà
oltrepassando il limite verso la trasgressione e lo sballo, perché a questi livelli si è solo
schiavi dell‟infelicità. Quando l‟uomo vive in “permanente stato di diritto” è dominato dal
suo ruolo e dal pensiero frustrante di dover difendere la sua posizione davanti agli altri,
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A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A
ti diventa pesante e la luce del giorno insostenibile, per cui senti il bisogno di trasgredire
nel buio della notte.
È festa in discoteca, dove il rumore assordante rompe la lunga serie di silenzi di cui sono
testimoni i muri di casa, e ti ritrovi in un luogo diverso, anzi un non luogo/non tempo,
perché in mezzo a tanti sei solo e non ti accorgi che il sole è già sorto. Hai la percezione
di vivere un‟altra vita, ti senti libero di esprimerti, puoi scatenare tutte le tue energie, ti
affidi alla musica, ti lasci trascinare dal ritmo e dalla massa e hai la “drammatica” certezza che nessuno ti chiederà: chi sei?; così non dovrai tornare troppo presto alla normalità
e verità della tua esistenza.
È festa quando qualcuno decide di non utilizzare quel tempo per lo svago e il divertimento, ma, nell‟ottica del dono, coglie l‟opportunità di liberarlo dalla stretta delle proprie mani per dedicarlo ai poveri e agli ultimi. E lì scopre il valore di un sorriso per chi vive per
gli altri giorni nell‟anonimato, la bellezza della compagnia che fa felici straordinariamente
coloro che nell‟ordinario non trovano un volto al quale affidare i loro occhi stanchi. Tutti
questi fratelli, che vivono sommersi dall‟indifferenza dello scorrere frenetico del tempo,
vengono alla luce, come richiamati alla vita, quando c‟è qualcuno che vive la festa per
loro.
È festa per colui che sa vivere momenti di riflessione per prendere in mano la propria vita
e riconosce nel tempo della preghiera l‟unico luogo per provare le vertigini delle alte vette,
da dove il mondo è diverso, incredibilmente più bello e somiglia al Paradiso. Ed è festa la
domenica alla Messa, radunati attorno a Gesù che offre tutto il suo Amore per farci risorgere dalle piccoli morti quotidiane, e noi doniamo a Lui il tempo della lode e della comunione fraterna.
Festa delle S E T T I M A N E
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si trova convinto del principio di non dipendenza che lo fa padrone del suo tempo, inizio
e fine della sua vita.
Colui che vive la festa afferma il proprio principio di esistenza nel dono ricevuto gratuitamente e si apre al ringraziamento, forma dominante del sentirsi amati, per qualcosa di
non programmato e perciò sorprendentemente bello che ti viene incontro con il fascino
della novità e l‟invito allo stupore e alla meraviglia. Essere nella festa significa vivere lo
spazio/tempo della comunione, è vivere estroversi, perché non si può sempre pensare ai
propri affari o al proprio orticello, ma c‟è bisogno di uscire dal “cogito ergo sum” che assoggetta le cose e gli altri all‟io, per riconoscersi vivi grazie al “tu” che ci sta di fronte. Così la festa mette in circolo la gioia, condivide la speranza, rinvigorisce il cuore, ribadisce
che siamo nati non per essere isole ma per diventare il “noi” della storia, in una ricerca
spasmodica dell‟altro come unica ragione di vita, per cui vale la pena “perdere” pur di
guadagnare l‟assolutezza del volto. Proprio mentre la quotidiana corsa all‟accaparramento e al successo personale ad ogni costo esibisce i simboli del potere e della forza, si instaura un clima di reciproco sospetto che lede alle radici la costruzione di rapporti interpersonali fondati sulla verità e sulla giustizia, tanto da farci abituare dinanzi a situazioni
di isolamento procurato e di emarginazione sociale.
La festa, in tutta la sua varietà, può funzionare da monito per la realizzazione di un‟umanità nuova non sottoposta a mere leggi di mercato ma a quelle della gratuità, e intraprendere processi di liberazione che, attraverso la programmazione di tempi di vita comunitaria insieme ad atteggiamenti di ascolto e accoglienza della diversità, favoriscono
l‟esodo dal circolo vizioso dell‟io, verso la ricchezza esistenziale dell‟essere-con-gli altri.
Ogni festa è l‟affermazione del tempo pieno, come evento di una relazione, dove il ringraziamento del dono ricevuto si fa impegno che libera le energie verso il sì al tu!
Nella società del chiasso delle voci, delle luci accecanti e dei colori sgargianti, di capelli
ossigenati e di abiti stravaganti, della dipendenza dall‟alcool e dello stress lavorativo, dello spreco consumistico, la festa serve ad umanizzare i suoni, le luci e i colori, a far ritrovare il gusto dello stare insieme consumando i pasti in letizia, a privilegiare i momenti di
calma e di riflessione, a ritrovare se stessi attorno ai progetti, a ridare diritto di cittadinanza ai sogni, per confessare l‟infinita bellezza della vita e rispondere alle attese di felicità degli uomini e delle donne.
(L’articolo intero si trova su www.doveabiti.it alla sezione “materiali Festa delle
Settimane”).
Ultime da Emmaus
Contributo di don Riccardo Tonelli
Ci avevano sperato tanto. Avevano accettato l'invito di Gesù con entusiasmo. Avevano
lasciato tutto per seguirlo, affascinati dalla sua persona e convinti della sua causa.
Ora però tutto sembrava finito. Nel peggiore dei modi.
I nemici avevano catturato Gesù. l'avevano sottoposto ad un processo che era tutto una
presa in giro. L'avevano condannato come un malfattore, lui che aveva solo fatto del bene a tutti quelli che aveva incontrato. Poi, dopo averlo torturato, l'avevano ucciso. Tutto
era finito così. Gesù aveva promesso di vincere anche la morte. L'aveva fatto con quel-la
degli altri. Con la sua però... nulla di tutto questo. Gesù era stato cancellato dagli occhi
e dal cuore dei suoi amici. Avevano vinto i suoi nemici. Tutto doveva ritornare come prima.
Pazienza... era stato un bel sogno, finito troppo presto e nel modo più tragico.
Adesso non c'era proprio più nulla da fare. Bisognava tornarsene a casa, con l'amarezza della nostalgia e con un pizzico di vergogna. Era necessario riprendere in mano gli
attrezzi del lavoro, abbandonati con troppa foga qualche mese prima.
Ritornare... quelli di prima: come se nulla fosse accadu-to, superando persino il sorriso
beffardo degli amici di un tempo, che non avevano capito la strana voglia di mettersi
dietro quel tipo di Nazareth, che stava facendosi un muc-chio di nemici con le sue idee.
Camminavano scambiandosi parole amare. Non ne ave-vano altre: le ultime si erano
spente in gola con il saluto tri-ste agli amici che restavano a Gerusalemme.
All'improvviso, si avvicina un viandante, spuntato quasi dal nulla. Veniva come loro
dalla direzione di Gerusalem-me. Ma non l'avevano notato prima.
«Buongiorno». «Salve». «Dove andate?». «Veniamo da Gerusalemme e torniamo a casa
nostra ad Emmaus. Manca ormai poco, per fortuna».
Insiste il pellegrino: «Posso unirmi a voi? Io vado oltre. La strada è lunga e, di questi
tempi, anche un po' pericolo-sa. Possiamo farci compagnia?».
«Accidenti... che facce tristi avete. Non l'avevo notato prima. Mi sembrate appena
spuntati da un funerale. Mi sba-glio?».
La risposta è pronta. Le parole corrono come uno scro-scio di pianto. «Veniamo davvero da un funerale. Ne parla tutta Gerusalemme. Come fai a non saperlo? Hanno ucciso Gesù di Nazareth. Era nostro amico e nostro maestro. Noi stavamo con lui, condividevamo la sua passione per la libe-razione d'Israele e la sua speranza nel futuro di
Dio. L'han-no ucciso, inchiodato sulla croce, dopo un processo che sembrava studiato
apposta per condannarlo».
Una pausa per prendere fiato e per riandare agli ultimi bagliori di quella speranza che
aveva loro infiammato il cuore. «Aveva fatto solo del bene: guariva gli ammalati, trattava bene i poveri, aveva una parola buona anche per i peccato-ri. Ha resuscitato persino dei morti. Hai sentito parlare di sicuro di Lazzaro, quello di Betania. Gesù l'ha
riportato in vita, tre giorni dopo che era morto. Purtroppo parlava con eccessiva libertà di Dio e della legge. Voleva troppo bene alla povera gente.
L'hanno ucciso. Chi? Lo sai di sicuro... i romani, ma con la complicità dei nostri sacerdoti e dei dottori della legge... Prima di morire, aveva promesso che sarebbe ritornato in vita, anche lui, come il suo amico Lazzaro. Ma ornai sono passati tre giorni...
e non è capitato proprio nulla».
Il secondo incalza: «Proprio nulla... non è vero. Sai, nel nostro giro c'erano anche delle
donne. Stavano con noi per servire Gesù. Un paio di loro dice di aver visto Gesù risor-
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A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A
Molti discepoli avevano già preso la strada del ritorno. Adesso toccava anche a loro.
Buoni buoni, avevano deciso di ritornare ad Emmans, a casa propria. Come se nulla
fosse successo.
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to. Nessuno ci crede. Sono donne fanatiche... Se lo sono imma-ginato, accecate dal
dolore e dall'amore.
I capi, Pietro e gli altri, non hanno visto nulla. Tutto è finito. Torniamo anche
noi a casa».
«Calma. Non correte troppo nelle conclusioni», ripren-de la parola lo strano compagno
di viaggio. «State facendo una lettura scorretta degli avvenimenti. Vi fermate a quello
che avete visto con gli occhi. Mi spiace per voi: siete un po' ciechi. Non sapete leggere
dentro gli avvenimenti».
Festa delle S E T T I M A N E
«Aiutaci tu... se ci riesci». «Volentieri. Ascoltate».
Un passo dopo l'altro si avvicinano a casa. Un passo dopo l'altro, il compagno di strada li aiuta a rileggere gli avvenimenti dal mistero che si portano dentro. Cita brani
della Scrittura. Ricorda profezie antiche e nuove. Rende attuali lontani ricordi.
Neppure nei tempi in cui stavano con Gesù, avevano vis-suto un'esperienza simile.
Allora erano tutti proiettati verso il futuro. Si erano quasi dimenticati del passato. Il
presente e i progetti su esso erano troppo importanti per pensare ancora al passato.
Adesso, invece, dal presente vanno verso il passato. Lo ricomprendono, immergendolo
nel mistero di Dio. Le cose meravigliose che Dio ha compiuto per il suo popolo diventano una specie di nuova lettura del presente. Anche il buio, l'incertezza e il dolore
cambiano tono. Brillano di qualcosa che non avevano mai scoperto.
Si guardano negli occhi. «Strano... ma allora non hanno ucciso la nostra speranza. Ce
l'avevano spenta. Avevano ten-tato di spegnerla ed eravamo caduti nella trappola.
Senza passato il nostro presente diventava disperato. Tornavamo a casa perché eravamo senza futuro. Invece... c'è speranza. Aveva ragione Gesù quando ci parlava del
chicco di grano che deve morire per diventare spiga».
«L'hanno ucciso... ma non hanno vinto. Dio vince la morte. Era tutto programmato nei
piani misteriosi di Dio». Spontaneamente sulle labbra affiorano le parole dei Salmi.
Hanno un sapore nuovo. Non se n'erano mai accor-ti prima.
«E se tornassimo a Gerusalemme?». «Domani. Oggi è tardi. Non possiamo rifare il
cammino di notte. E troppo pericoloso. Domani».
Poi, ormai, ecco le prime case di Emmaus. Sono arrivati a destinazione: domani mattina, alle prime luci, si torna a Gerusalemme.
Il compagno di viaggio fa finta di salutarli per rimettersi in cammino. «Prosegui? A
quest'ora?». Insistono: «Fermati con noi. Nella nostra casa, un posto per te lo troviamo
senza problemi. Dai... fermati».
Erano rassegnati a tornare alla vita di prima. Avevano tirato i remi in barca, scoraggiati e delusi. Ma l'esperienza di Gesù li aveva segnati dentro. Respiravano l'esigenza dell'ospitalità, quella vera. Le loro parole non erano di circo-stanza. Venivano dal cuore. «Sta' con noi. Sei ospite no-stro».
Il viandante misterioso si ferma. Qualche resistenza, forse per saggiare l'autenticità dell'invito. Poi si ferma. Accetta l'atto di ospitalità.
Si mettono a tavola.
Ad un certo punto... si aprono gli occhi.
Gesù ha fatto strada con loro. Ha pregato lungo la via con loro, aiutandoli a rileggere gli avvenimenti dal mistero che essi si portavano dentro. Li ha aiutati a pregare con-templando.
Ora la preghiera esplode nella celebrazione. Gesù pren-de il pane e la coppa del
vino. Li benedice e li condivide. Un grido: «È lui, il crocefisso è risorto. Possibile
che non ce ne siamo accorti prima? Eravamo proprio ciechi, di dolo-re e di rassegnazione».
Non c'è più. È tornato nel silenzio da cui è venuto.
Le poche ore trascorse con loro hanno lasciato il segno. Li ha guidati per mano in
un'intensa esperienza di pre-ghiera, che li ha cambiati profondamente.
La speranza e la passione ritorna prepotente nei loro cuori intorpiditi. La preghiera
e la celebrazione si spalan-cano verso la vita.
Adesso non è più tardi per tornare a Gerusalemme. Non ci sono più i pericoli del
viaggio notturno. Partono, di corsa: l'esperienza vissuta va comunicata agli altri.
A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A
Ritornano a Gerusalemme, per gridare a tutti: Gesù è risorto, la sua avventura per
la vita e la speranza di tutti... continua. Anzi: ricomincia.
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Progetto Scuola – Bitonto
Destinatari: studenti delle scuole superiori (noi abbiamo incontrato IV e V e, dove è stato possibile, anche alcune III)
Obiettivi:
incontrare i giovani studenti, andarli a cercare nei luoghi del “quotidiano”.
ascoltare le loro domande, dubbi, rabbie, idee, proposte...
Festa delle S E T T I M A N E
attraverso il canto Mama Maè mettere in discussione alcune idee di Dio
annunciare la possibilità di un incontro con il Dio di Gesù Cristo.
entrare in contatto con il mondo della scuola cercando di creare continuità di rapporti
tentare di dar loro la possibilità di un incontro-personale anche al di fuori dell‟ambito
scolastico, per approfondire ciò che sta a cuore...
Tempi: abbiamo avuto a disposizione un‟ora per classe (l‟ora di religione)
NB: è importante lasciare un contatto, un indirizzo mail, FB...dove i ragazzi possano rintracciarci facilmente.
MAMA MAÈ (Negrita 1998)
Mama Maè prega perché
il mondo va‟ più veloce di me
Alzo lo stereo a palla per non pensare
Alzo così tanto da farmi male
Dimenticando tutto quello che so
Rotolo e rimbalzo tra l‟inferno e il cielo
Tra demoni privati e santi extravangelo
Perdendo terreno
ma il fiato è quello che è
Prega un poco per me
Partecipo al gioco e non so bleffare
Si vince o si perde ma voglio giocare
Controsterzo sbando e vado di fuori
Cercando di inseguire piloti migliori
Ma è un po‟ ricucire lo strappo
e non so se mi va
Per ogni partita il gioco è da fare
Che vinca o che perda io voglio provare
Chi sono i Negrita?
Il gruppo nasce nel 1991 nei dintorni di Arezzo e si contraddistingue per un rock blues
(un po’ funk) che trae le sue radici dall’universo rock del profondo sud americano (New
Orleans). Ne esce uno stile musicale che riesce a fondere insieme il voodoo blues di Rolling Stones e Black Crowes con la melodia mediterranea. Si può affermare che tra le rock
band italiane è quella che da sempre a mantenuto fede a questo suo stile “americano”
che altri, come i Litfiba, hanno poi dimenticato per esigenze “commerciali”. L‟icona del
gruppo è il cantate Pau (che recentemente ha avuto qualche guaio giudiziari per aver
malmenato un reporter che lo aveva infastidito all‟uscita di un locale).
Da dove nasce “Mama Maè”?
La canzone è stata scritta nel 1998 ed è entrata nella colonna sonora del film “Così è la
vita” del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo. È stata pubblicata come hit dell‟album
“Reset” del 1999 (titolo alquanto paradigmatico!). Dicono di questa canzone alcune recensioni: “indiavolato sabba percussionistico che rimanda ai giorni di New Orleans, così
come l‟iniziale "Mama maè" (presente anche nella colonna sonora di "Così è la vita"), con
quelle chitarre debordanti che duellano tra loro, il bel coro femminile che profuma delle
„southern harmonies‟ care ai Black Crowes, l‟incedere potente tanto alla Spin Doctors
che, appunto, alla Black Crowes” (dal sito rockol.it).
Il messaggio di “Mama Maè”
Sottolineature del testo per guidare la riflessione:
“Il mondo va più veloce di me”: nella nostra vita siamo spesso sovraccaricati di “cose
da fare”, impegni, attività … la nostra giornata è piena zeppa, ci sembra che più cose
ci mettiamo dentro e meglio riesce la vita, ma giunti a sera ci pare che tutto sia passato così velocemente da non aver gustato nulla di quello che avevamo messo in programma. Il mondo, la tecnologia, poi, ci aiutano a rendere tutto più veloce: ci basta un
clic e già siamo connessi coi nostri amici, col pianeta intero e anche i problemi pare
debbano essere risolvibili altrettanto velocemente se no ci distruggono. Che fine fa il
gusto della nostra vita? Quando riusciamo a gustarla davvero? Cosa ci disorienta? Cosa vorremmo cambiare? Che svolta aspettiamo?
“Alzo lo stereo a palla per non pensare”: il silenzio come la solitudine, ci fanno paura.
Abbiamo timore di rimanere soli di fronte a noi stessi, alla nostra vita, perché nel silenzio affiora il nostro bisogno di “qualcosa di più” che dia sapore a tutto, affiorano le
nostre debolezze, le nostre fragilità e non le sappiamo affrontare perché il mondo è dei
supereroi: “cerco di inseguire i piloti migliori” le mode, i personaggi della TV che
hanno sempre la vita facile e mi accorgo che rispetto a loro io non sono così perfetto,
“perdo terreno” ma “non voglio mollare”. Quali sono i miei “piloti”? Qual è il mio
modello di vita di riferimento? Cosa deve avere la mia vita per essere bella davvero?
Penso a me? A volte sembra più comodo stare ad aspettare, arrendersi, ma questa
canzone ci invita a non mollare: sono uno che aspetta o che lotta?
“Controsterzo sbando e vado di fuori”: nel cercare di correre al meglio sulla strada della vita siamo disposti a tutto, purtroppo pure agli eccessi, ci pare che si possa gustare
la vita siano necessari quelle “scariche di adrenalina” che ci risvegliano dal torpore
della vita scandita nel solito piattume quotidiano. Ci accorgiamo però che questa è solo una soluzione di ripiego, è “ricucire lo stappo” e basta: dopo l’eccesso mi rimane
sempre l‟amaro in bocca, la voglia e il desiderio di qualcosa che appaghi la sete di
“gusto della vita” una volta per sempre. Pure i modelli che abbiamo a cui facciamo riferimento ci confondono, sentiamo attorno a noi mille voci, mille opinioni che ci fanno
rimbalzare di qua e di là e noi siamo sballottati dal vento: che fine fa la nostra vita?
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A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A
Da un‟intervista rilasciata da Pau a MTV ai tempi dell‟uscita di questo singolo, egli afferma che l‟idea di fondo della canzone è quella di voler essere una specie di “preghiera” ad
una divinità fittizia da loro creato, Mama Maè appunto. Nel frastuono e nella confusione
della vita attuale tutti sentiamo il bisogno di “votarci a qualche santo” a cui legare le nostre vite, le nostre speranze, che ci faccia da ancora di salvezza in mezzo agli eccessi e ai
ritmi frastornati della nostra quotidianità. Già l‟atmosfera musicale (costruita sul dialogo
incalzante tra le due chitarre trascinate da un ritmo percussionistico potente e vigoroso)
crea un effetto di confusione e freneticità e la voce sembra fuggire da tutto questo incedere caotico attaccandosi letteralmente a questa invocazione “Mama Maè” sorretta e rafforzata dal coro femminile. Il testo poi presenta chiaramente la preghiera alla divinità fittizia
come necessaria per uscire dal caos che circonda la vita.
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Festa delle S E T T I M A N E
Cosa ci confonde? Cosa non ci piace di questo modo di vivere? Cosa penso degli
“eccessi adrenalinici”? Sono alla ricerca di facili emozioni? Ma poi cosa resta? Cosa
sono disposto a fare per “partecipare al gioco” della vita? Ma la vita è un gioco?
Capiamo allora che in questa situazione confusa non abbiamo altra salvezza che appoggiarci a Qualcuno più grande di noi che tenga in mano la nostra vita, la nostra storia e
che ci dia fiducia: “Mama Maè prega perché il mondo va’ più veloce di me”. Ci deve essere Qualcuno che tenga in mano le redini di tutto questo caos, che mi aiuti a far
ordine, a non perdermi, a rallentare il ritmo, Qualcuno con cui confrontami per cogliere il senso della mia vita perché ne capisce più di me, Qualcuno che non mi confonde
con le sue parole, che non mi fa sentire buttato di qua e di là tra l‟inferno e il cielo ma
semplicemente amato, Qualcuno che si fida di me e cammina con me non lasciandomi
solo in balia delle onde (come le molte voci intorno a me invece fanno), Qualcuno che
mi dona speranza e forza per realizzare i miei sogni. Ho Qualcuno ha cui affido la mia
vita? C‟è un Dio che mi sta vicino? A chi mi affido quando sento che “il fiato è quello
che è” e non riesco più a beffare con me stesso? Credi che Dio ti può aiutare nella tua
vita di tutti i giorni? Averlo come compagno di viaggio, come proposto dai Negata, ti
può essere di aiuto? Come? Per cosa lo vorresti invocare? E se diventasse il tuo punto
di riferimento? Sapere che Dio è con me mi darebbe speranza e forza? Ho speranza per
la mia vita, i miei sogni, il mio futuro?
In definitiva la canzone è un‟invocazione, un grido di aiuto, una preghiera di speranza:
che ci sia al nostro fianco Dio che ci sostenga e ci incoraggi a non perderci e impantanarci nel frastuono del mondo, ma che ci guidi con forza in mezzo alle tempeste della vita
perché possiamo non buttarla ma viverla al meglio.
Alla fine dell’incontro ad ogni ragazzo viene lasciato, come provocazione, questo testo di padre Gilbert Guy.
Sognare
Hai bisogno di vivere i tuoi sogni. Se non aspiri a qualcosa che ti supera, volerai sempre
basso, accontentandoti di soddisfazioni immediate. Se sei animato interiormente da
qualcosa di potente, un ideale di vita, un sogno da realizzare..., allora vivrai. Realizzerai
qualsiasi sogno, a condizione di averne mille.
Guarda il bambino che dice: «Voglio fare il pompiere, voglio fare il poliziotto, voglio fare il
maestro...». Avanza in un oceano di sogni. Possa tu conservare almeno uno solo dei tuoi
sogni!
Il mio sogno di bambino, a tredici anni: dare sollievo alla sofferenza. E un dono di Dio,
penso. Non riuscivo ad accettare che qualcuno soffrisse. A tredici anni, ho deciso di farmi prete, all‟improvviso. Era un altro dono di Dio. Sono cinquant‟anni che vivo questo
sogno e lo vivo in pieno. Un giorno ho avuto un incubo, che ricordo perfettamente. Arrivato il momento dell‟ordinazione sacerdotale, mi dicevano:
«No, non potrai mai farti prete». E confesso che è stato l‟incubo peggiore che ho avuto in
vita mia. Ho realizzato, nei trentatré anni passati da sacerdote e da educatore, i miei due
sogni: quello di aiutare dei giovani che soffrono, e quello di essere “sacramento dell‟amore” consacrando la mia vita al servizio dell‟amore, nella mia religione. E il sogno che vivo
da trentatré anni, pur essendo perfettamente sveglio. E assolutamente fantastico!
La mia vita, a sessantatré anni, non è compiuta. Ma se mi volto indietro e guardo quello
che ho vissuto, non vorrei per tutto l‟oro del mondo fare qualcosa di diverso. È questa la
vocazione. Mi auguro che, a sessantatré anni, anche tu possa dire: «Tutto quello che ho
vissuto, è esattamente quello che volevo fin da piccolo».
La lotta per arrivarci è stata molto dura e rimane tale. Il fatto che la Chiesa mi chiedesse
di restare celibe, di non sposarmi né avere figli, ha reso questa scelta molto ardua. ma
l‟ho fatta. E adesso, se dovessi rifarla, la rifarei, perchè tutta la mia vita è stata proiettata
verso gli altri. Totalmente. In modo assoluto. Con una gioia immensa. Non potrei fare altrimenti. A chi mi chiede: «Cosa vorresti per me?», rispondo: «Che fossi felice come lo sono io».
Individua il tuo sogno
Quello che può tagliare le ali al tuo sogno è ciò che ti impedisce di essere padrone dite
stesso. Un amore ti sconvolge e non riesci più a dominano.., se ami, sii padrone del tuo
amore. Un‟amicizia invadente di cui non puoi più fare a meno... riprendine il controllo.
Se ami qualcuno conservando un certo distacco, conservando la tua libertà, se questa
persona se ne va resterai te stesso. Alcuni giovani si suicidano perché hanno amato disperatamente: si sono annullati nell‟altro. Devi amare l‟altro rimanendo te stesso, perché
tu conservi sempre una parte tua, la tua parte inestimabile. Se l‟altro alla fine dovesse
andarsene, ti conserverai più o meno intatto. Ma se ti sei proiettato completamente
nell‟altro sei fregato, perché vorrai disperatamente riprendere il tuo spazio personale. Esso però è ormai nell‟altro, e non potrai più riprenderlo. «Ama appassionatamente, ma non
pensare che un solo essere umano possa riempire la tua vita tanto da non poter più vivere senza».
Nessun essere al mondo potrà darti la totale soddisfazione dei sensi e del cuore, nessuno. L‟essere umano può morire, ammalarsi, tradire. Bisogna che tu conservi il tuo io,
cioè il tuo cuore, il tuo corpo, la tua affettività, la tua anima, tutto quello che ti rende
unico. Che tu faccia leva su te stesso e che ti apra al di la‟ dite stesso: è questa la spiritualità, che può essere cristiana, musulmana, buddista ecc.
Trova una ragione di vivere che trascenda la tua persona, perché di fronte alla sofferenza
e alla morte ti bloccherai. Di fronte al tradimento della persona amata, ti bloccherai. Di
fronte alla morte tragica di un amico carissimo, ti bloccherai. Bisogna che ti prepari fin
d‟ora ad accettare consapevolmente l‟esistenza pensando che ci sono la vita e la morte. E
che la vita ha un senso misterioso. Un Essere prodigioso ne è padrone, in quanto creatore sublime.
E Lui che ti dirà tutto.
(tratto da G. Guy, Il grido dei giovani, ed. Paoline, 2002)
Chi è Gilbert Guy?
Padre Guy Gilbert, parroco dei balordi amato da Wojtyla
Lo chiamano «le curé des loubards», come dire «il parroco dei balordi». Sono più di 40 anni che padre
Guy Gilbert si occupa dei ragazzi delle banlieues, in particolare di quelli che la società bolla sbrigativamente come «irrecuperabili»: emarginati, delinquenti, spacciatori, tossicodipendenti, esclusi dalla
scuola, avanzi di riformatorio. A forza di vivere a contatto con i loubards, il sacerdote, che ha appena compiuto 71 anni, ha finito per adottare i modi, il linguaggio, gli abiti, il look dei suoi protetti. Capelli lunghi fin sulle spalle, orecchini, giubbotto di pelle con le borchie, jeans, stivaletti texani alla
John Wayne, sembra quasi una caricatura. Gira in motocicletta e, quando apre bocca, si esprime
con il gergo caratteristico dei giovani di periferia, parolacce comprese. Nato a Rochefort (nella regione della Charente), seminarista a Saintes, chiamato sotto le armi all’epoca della guerra d’Algeria,
proprio ad Algeri completò gli studi di teologia e fu ordinato sacerdote. Dopo la proclamazione
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Tutti noi siamo abbastanza ricchi da avere almeno un sogno. Ce n‟è almeno uno che si
realizzerà, se metti in gioco tutto. L‟importante è che non ti faccia convincere da chi li dice: «I soldi innanzitutto, e poi i sogni...». Che c‟entrano i soldi, se trascorrerai otto ore al
giorno svolgendo il lavoro che ami? Quante volte vedo persone ferite da una professione
che non amano e che sono costrette a esercitare! In genere, le persone più realizzate sono
quelle che sono riuscite a svolgere l‟attività che sognavano. I soldi le aiutano a vivere, ma
il loro sogno è prioritario. Purtroppo, non tutti possono vivere questo ideale: il mercato
del sogno non coincide con quello del lavoro! Ma non cercare mai un mestiere soprattutto
per fare soldi.
Festa delle S E T T I M A N E
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dell’indipendenza (1962) decise di fermarsi in Algeria, come vicario a Blida (la città natale dello
scrittore Albert Camus). Una notte, in una strada deserta, s’imbatté in Alain, un ragazzino fuggito
da casa. «I suoi genitori», racconta Guy Gilbert, «lo trattavano peggio di un animale: pensate che lo
costringevano a mangiare gli avanzi nella scodella del cane». Il sacerdote offrì ospitalità al ragazzo,
gli insegnò a leggere e a scrivere, lo allevò come un figlio. «Grazie ad Alain scoprii la mia vera vocazione: salvare i ragazzi smarriti». Guy Gilbert porta sempre alla mano destra, come un amuleto, l’anello d’argento regalatogli da Alain diventato adulto e padre di famiglia. Educatore e prete di frontiera nelle periferie francesi, il "parroco dei balordi" conosce la banlieue di Parigi come le proprie tasche. Ha appena festeggiato i 40 anni di sacerdozio ricevendo anche la Legion d’onore dalle mani
del presidente Chirac, e la sua notorietà ha varcato le frontiere: Guy Gilbert è popolarissimo, fra l’altro, in Belgio e in Canada, dove i libri nei quali ha raccontato la propria esperienza sono andati a
ruba. Il sacerdote ne ha scritti una quindicina (in Italia alcuni sono stati pubblicati da San Paolo ed
Elledici) e ha venduto oltre due milioni di copie: grazie ai diritti d’autore ha potuto acquistare una
vecchia fattoria nei pressi del villaggio di Faucon in Provenza, e l’ha trasformata in un centro che
può accogliere fino a una trentina di giovani "asociali". Nella fattoria, i ragazzi si occupano dell’allevamento di animali: ovini, bovini, maiali, cinghali, ma anche alcuni lama e persino un dromedario
donato dai monaci di Tibehirine (in Algeria), gli stessi frati che furono trucidati, nel 1996, da un
gruppo di fanatici islamici. «Ognuno dei giovani che approdano qui si vede affidare la responsabilità
di un gruppo di animali», spiega Guy Gilbert. Sul medesimo modello sono state create delle comunità
in Belgio e in Canada; e capita spesso che siano gli stessi magistrati ad affidare a Guy Gilbert e ai
suoi collaboratori i ragazzi "irrecuperabili". Il modo di vivere, di vestirsi e di parlare non ha nuociuto
alla popolarità del "curé des loubards". Nonostante le perplessità di una parte della gerarchia ecclesiastica, Giovanni Paolo II lo apprezzava, non si scandalizzava per il suo anticonformismo e lo riceveva volentieri a Roma. Guy Gilbert dice che papa Wojtyla era il suo "idolo": «Ci capivamo al volo,
perché anche lui era un uomo d’azione e non solo un uomo di preghiera». La scorsa primavera Guy
Gilbert è stato chiamato a concelebrare, a fianco del cardinale Danneels primate del Belgio, il matrimonio del principe Laurent, uno dei tre figli del re Alberto II e della regina Paola. Era stato Laurent,
che da tempo si occupa dei giovani emarginati in Belgio, a volere il "parroco dei balordi". E per convincerlo gli aveva trasmesso un messaggio: «Venga pure con il giubbotto, i jeans, gli stivaletti texani».
In questa fine d’anno 2005, Guy Gilbert ha seguito con passione, e con molta tristezza, la rivolta dei
giovani che ha messo a ferro e a fuoco le banlieues di Parigi e delle altre grandi città francesi.
«L’esplosione di violenza non mi ha affatto sorpreso», dice. «Era da un bel po’ di tempo che me l’aspettavo. Tutti gli ingredienti erano riuniti: per i ragazzi neri e arabi la probabilità di trovare un lavoro è meno della metà che per i loro coetanei bianchi. Per guadagnare un po’ di soldi non resta loro
che spacciare droga o rubare. Le responsabilità dello Stato sono pesanti: le banlieues sono state abbandonate al loro destino, mancano le scuole, gli ospedali, le strutture culturali, i trasporti pubblici;
la polizia è assente, e quando si fa vedere è spesso inutilmente violenta. I giovani hanno il sentimento che il loro orizzonte sia sbarrato: in Francia gli immigrati africani e nordafricani, i loro figli e nipoti
rappresentano quasi il 10 per cento della popolazione, ma questa percentuale è di gran lunga inferiore nella pubblica amministrazione o nei media». «Il pericolo», conclude Guy Gilbert, «è che questi
ragazzi, spinti dalla disperazione, si radicalizzino sempre di più. Quando li ascolto parlare, mi si
rizzano i capelli: hanno 13, 14, 15 anni e dicono che non hanno più alcuna speranza, e dunque che
non hanno più nulla da perdere. Hanno conosciuto solo rigetto, odio, discriminazione, esclusione.
Definirli racaille (feccia) come ha fatto il ministro degli Interni Sarkozy è dare prova di disprezzo. Si
sentono esclusi da tutto, in una società che li rifiuta. Semianalfabeti, sanno che li aspetta la disoccupazione, il carcere o l’ospedale psichiatrico. Ci sono dei momenti in cui anche io mi perdo d’animo:
quello che mi sforzo di fare per questi ragazzi è come una goccia d’acqua nel mare. Per fortuna, il
mio sconforto non dura mai molto a lungo: alla fine mi dico che il mare è fatto di tante gocce d’acqua…».
(Paolo Romani)
Progetto Scuola – XII Vicaria-Liceo Scientifico “Salvemini” Bari
I MOMENTO: LE RELAZIONI TRA COMPAGNI DI SCUOLA
Attività per far scoprire ed analizzare ai ragazzi le situazioni “sociali” che si creano tra
compagni di scuola.
FASE 1 Individuazione degli stereotipi (5 min)
Si espone un cartellone bianco e si invitano i ragazzi ad elencare le “tipologie” classiche
di studenti, per esempio il secchione, il lecchino, il ciuccio, il ritardatario, ecc.
Si cerca di stimolare i ragazzi e la loro fantasia affinché se ne trovino il più possibile.
Man mano che vengono nominati ed individuati gli stereotipi dai ragazzi si scrivono sul
cartellone in un elenco.
FASE 2 Gioco di Ruolo (10-15 min)
Si chiede ad alcuni dei ragazzi (in maniera volontaria o individuando qualcuno tra il
“pubblico”) di impersonare uno dei personaggi individuati scegliendo liberamente nell‟elenco scritto sul cartellone, e si forma una “classe”.
Durante questa rappresentazione sarà cura del conduttore far interagire i ragazzi tra loro, per osservare come gli “stereotipi” interagiscono tra di loro. Queste interazioni serviranno da spunto per le fasi successive.
ESEMPI di SITUAZIONI da CREARE:
Spiegazione;
Interrogazione dal Posto;
Compito in Classe (matematica e Latino);
FASE 3 Analisi delle relazioni (5 min)
Si espone un nuovo cartellone bianco, sul quale, in ordine sparso, si riscrivono i nomi
degli stereotipi individuati precedentemente, e si disegna assieme a loro la “Mappa delle
relazioni”, unendo tra loro i “tipi” di studenti con delle frecce che caratterizzino il tipo di
relazioni che di solito si stabiliscono tra loro.
 Relazione di convenienza
Relazione Stabile e Duratura
--- > Relazione Fragile ed Effimera
+ varie ed eventuali che nascano dalla discussione con i ragazzi
FASE 4 La domanda finale (2 min)
Una volta completato il cartellone, invece di commentarlo si lancia una domanda/
provocazione: “E‟ conveniente lasciare tutto come sta, lasciare tutto come si crea in modo “naturale”, o potrebbe convenire orientare le relazioni?”
Non è necessario attendere risposte.
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Dopo averli disposti come se fossero veramente in classe, si invita ciascuno dei ragazzi a
calarsi completamente nel ruolo che si è scelto, e di comportarsi veramente come se lui
fosse quel personaggio. Composta la classe uno dei conduttori entra in classe e gioca la
parte del PROFESSORE, simulando una classica giornata a scuola per 5-6 minuti.
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II MOMENTO: LE RELAZIONI TRA STUDENTI E PROFESSORI
Attività per far scoprire ed analizzare ai ragazzi le RELAZIONI che si instaurano tra studenti e professori
Festa delle S E T T I M A N E
FASE 1 Gioco di Ruolo : Invertiamo i ruoli! (15 min)
Si invita uno o due ragazzi a fare i PROFESSORI, mentre tutti gli adulti presenti faranno
gli studenti indisciplinati. E‟ importante assegnare al ragazzo che impersonerà il professore, un obiettivo specifico, ad esempio quello di SPIEGARE il teorema di Pitagora, oppure una lezione di geografia sulla Puglia oppure un altro argomento a piacere, avendo cura
di cercare di far comprendere a TUTTI i ragazzi la lezione spiegata. Il mini-professore dovrà poi interrogare per essere sicuro che tutti abbiano capito la lezione. Per stimolare il
ragazzo a raggiungere gli obiettivi assegnati, è importante dirgli che alla fin del gioco gli
spettatori potranno giudicare il suo operato, ed il raggiungimento o meno degli obiettivi
(cosa che poi non avverrà veramente).
GLI STUDENTI impersonati dagli adulti potranno inscenare le seguenti situazioni::
Uno studente si toglie le scarpe e le mette sul tavolo;
Uno o più cellulari squillano;
Qualcuno chiacchiera;
Qualcuno scrive SMS,
ecc
FASE 2 Intervista ai mini-professori: Com’è fare i professori?? (5 min)
Si chiede ai ragazzi che hanno giocato a fare i professori che sentimenti hanno provato a
fare i professori.
Gli si chiede poi in maniera specifica che cosa hanno provato nei confronti dei singoli
studenti, cominciando dai più “buoni”, per finire a quelli più “discoli”.
E‟ bene incentrare la loro attenzione sul SENTIMENTO che nasce nei confronti di questi
ultimi. Lo scopo è far scoprire, in modo più o meno esplicito, che anche i professori provano dei “sentimenti”, e che i sentimenti che questi provano dipendono anche dagli atteggiamenti tenuti in classe dai singoli studenti.
FASE 3 Intervista DOPPIA, Studente c/o professore. (10 min)
Con la formula dell‟intervista doppia, messi l‟uno accanto all‟altro uno studente ed un
professore, gli si pongono delle domande pressando per avere una risposta veloce, di getto.
Alcune domande verteranno proprio sui sentimenti provati dagli uni verso gli altri.
INTERVISTA DOPPIA
Iniziamo con una serie di domande per conoscerci un po‟:
PROFESSORE
STUDENTE
nome
nome
età
età
nato a
nato a
dicci una frase tipica di Bari
dicci una frase tipica di Bari
il tuo più grande pregio
il tuo più grande pregio
il tuo più grande difetto
il tuo più grande difetto
Adesso simuliamo una interrogazione, ma un po‟ più moderna... cosa mi sai dire su:
STUDENTE
Indro Montanelli
Rossella Brescia
Alvaro Vitali
Il sindaco Emiliano
Laura Pausini
Simona Ventura
Jovanotti
Piero Angela
Bettino Craxi
Ronaldinho
Lino Banfi
Ernesto Che Guevara
Adesso indaghiamo un po‟ la tua cultura televisiva scoprendo delle coppie famose; se io dico ...tu dici...
PROFESSORE
STUDENTE
Raimondo Vianello e (Sandra Mondaini)
Maurizio Costanzo e (Maria De Filippi)
Carla Bruni e (Nicolas Sarkozi)
Zuzzurro e (Gaspare)
Braccio di ferro e (Olivia Oil )
Dario Fo e (Franca Rame)
Federico Fellini e (Giulietta Masina)
Tom e (Jerry)
Grattachecca e (fichetto)
Ficarra e (Picone)
E adesso un po‟ di cultura generale:
PROFESSORE
Qual è il significato di pro capite? (per ciascu-
STUDENTE
Qual è il significato di ex aequo? (alla pari)
Cosa significa “sei malato!” (si troppo forte!)
Cantami la canzone di “Pollon”
Il simbolo di emule...(il mulo)
Che cos‟è un “dicastero” ? (ministero)
Dimmi tre protagonisti de “I simpson” esclusa
la famiglia
Da grandi poteri derivano grandi responsa-
Dimmi tre programmi di MTV
Dimmi i vari significati di “cozza” (mitile, brutta
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PROFESSORE
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Ora veniamo un po‟ a noi... ora ditemi in breve:
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PROFESSORE
STUDENTE
una scusa per un ritardo
una giustifica per evitare l‟interrogazione
l‟intercalare più gettonato durante un‟interro-
Preferisci farti dettare le versioni al cellulare o
Hai mai dato compiti a raffica per ritorsione?
Cosa dici a casa se fai sciopero-x a scuola
Come ti senti quando....
PROFESSORE
STUDENTE
Interroghi uno studente che non sa nulla e
il prof, dopo lunghi secondi di silenzio, interro-
Sei ai colloqui con i genitori dei tuoi studenti e
il prof interroga te dopo solo una settimana
Fai gli scrutini e gli esami di stato a metà luglio
il secchione della classe ti sorride ma non ti
Scrivi una nota sul registro (dicci cosa scrivi e
Incontri i tuoi genitori in centro un sabato che
Ora domande un po‟ HOT...quando è stata l‟ULTIMA VOLTA CHE
PROFESSORE
STUDENTE
avresti volentieri cacciato uno studente a calci
Hai copiato in parte-tutto un compito a casa
hai letto il giornale nella sala professori facen-
hai fatto X? Chi ti ha firmato la giustifica?
ti è piaciuto quello che spiegavi?
ti è piaciuto quello che studiavi?
Ti sei impegnato al massimo per riuscire nel
Hai chiesto aiuto per non lasciarti andare alla
hai pregato o sei andato a messa?
hai pregato o sei andato a messa?
Adesso prova a descrivere con un aggettivo cosa è per te:
PROFESSORE
STUDENTE
La scuola
La politica
L‟amicizia
La scuola
La politica
La slealtà
Il coraggio
L‟amicizia
La fede
La fede
Ultima domanda: TUTTO FAREI PER....
III MOMENTO: LA SCUOLA DA OBBLIGO A OPPORTUNITA’
FASE 1 Lavori in piccoli gruppi: La scuola che vorrei! (10 min)
Divisi in piccoli gruppi i ragazzi individuano le caratteristiche della scuola che loro desidererebbero veder attuate, formulando proposte concrete per metterle in atto
FASE 2 Quale proposta privilegiare? (10 min)
Un rappresentante per ciascun gruppo legge e spiega le proposte del proprio gruppo, e
nel frattempo si segnano le proposte su un cartellone.
Mentre si scrivono i conduttori possono evidenziare magari quei casi in cui le proposte
“cozzano” tra di loro, ma non per dare soluzioni, solo per far percepire che in un secondo
momento nascerà l‟esigenza di trovare dei compromessi, delle mediazioni tra le varie proposte
FASE 3 LA PROPOSTA:
La scuola come PALESTRA di VITA, e PALESTRA di RELAZIONE CON GLI ALTRI? (5 min)
P. FREIRE, citato da C. NANNI. voce «Educazione», in Dizionario di pastorale giovanile, Torino, 1989, p. 270.
A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A
A partire dalle proposte individuate dai ragazzi, si propone all‟uditorio un salto di qualità,
paventando l‟ipotesi di vivere la scuola come una vera e propria palestra, non soltanto
utile ad imparare nozioni per sviluppare una professionalità, ma anche per sviluppare
una maturità personale, che sappia vivere nell‟armonia delle relazioni.
Ibidem, pp. 268-269. cfr G. acone, Pensare l'educazione oggi, in La pedagogia italiana contemporanea, Vol. I, Cosenza 1997, p. 9 ss.
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