Festa delle S E T T I M A N E 2 INTRODUZIONE: Pentecoste ebraica e Pentecoste cristiana Contributo di don Angelo Garofalo Gesù, che risorge nel primo giorno dopo il sabato, proprio mentre secondo il calendario sacerdotale si iniziava il computo delle sette settimane e si offriva il primo covone, viene chiamato dall‟apostolo Paolo esattamente con l‟appellativo “primizia” (in greco aparché, che significa propriamente “primo frutto”), in rapporto alla sua risurrezione (1Cor 15,20.23). Si comprende, dunque, il senso di ciò che un padre della chiesa, Clemente Alessandrino, dirà nel suo scritto Sulla Pasqua: “Ciò che chiamiamo Pasqua è in realtà l‟inizio della Pentecoste”. E si comprende anche la stretta correlazione tra le due feste, Pasqua e Pentecoste, che è indicata dalla consuetudine invalsa nei primi secoli del cristianesimo, di considerare il tempo di Pasqua una sorta di cassa di risonanza da celebrare come un‟unica “grande Domenica”. Tornando al legame tra la Pentecoste ebraica e quella cristiana, che come ben sappiamo celebra la discesa dello Spirito Santo avvenuta esattamente al compimento del giorno della Pentecoste ebraica (At 2,1ss.), esso diviene ancora più chiaro se si considera un ulteriore significato che, accanto a quello più prettamente agricolo-religioso, assume la festa giudaica: la commemorazione del dono della Legge sul Sinai (Es 19-20). Secondo la tradizione, infatti, Dio ha donato la Torah ai figli di Israele dopo cinquanta giorni dall‟uscita dall‟Egitto. Pertanto, la redenzione dalla schiavitù egiziana, che viene celebrata attraverso la festa di Pesach, acquisisce significato pieno solamente in relazione alla ricezione della Torah, che si celebra con la festa di Pentecoste. L‟obiettivo della liberazione è appunto che i figli di Israele divengano popolo e riconoscano Dio come loro Signore. Dunque la Pentecoste è considerata anche il giorno della nascita del popolo ebraico. Per questa ragione nei secoli si è sviluppata una tradizione ancora oggi molto diffusa: nutrirsi, per il giorno di Shavuoth, esclusivamente di prodotti a base di latte. Il popolo, che è paragonato ad un neonato, non potrebbe sopravvivere senza il latte della Torah. Durante tutta la notte, inoltre, si usa restare svegli e recitare capitoli della Scrittura, continuando la meditazione anche per tutto il giorno della festa nelle sinagoghe, che per l‟occasione vengono ornate con fiori e ghirlande. Questo ulteriore significato di Shavuoth ci offre, allora, un parallelo ancora più chiaro con la Pentecoste cristiana. A Shavuoth i figli di Israele divengono popolo, ricevendo il dono della Torah; a Pentecoste noi diveniamo Chiesa, perché Dio effonde sugli Apostoli e Maria lo Spirito del Signore Risorto, nuova Legge iscritta nei cuori di tutti i credenti, inviati nel mondo ad annunciare la Buona Novella della Redenzione. 3 A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A La Pentecoste è una festività religiosa sia ebraica che cristiana, con significati diversi ma correlati. Nell‟Antico Testamento è menzionata insieme alla Pasqua e alla Festa delle Capanne, come una delle tre feste di pellegrinaggio. Il nome della festività, secondo la forma assunta anche dal cristianesimo, deriva dal greco pentekosté: letteralmente “cinquantesimo (giorno)”; questo termine fu introdotto dagli ebrei di lingua greca per designare la festa che cadeva 50 giorni dopo Pesach (Pasqua ebraica) e che nella Bibbia Ebraica viene chiamata in tanti modi diversi, fra cui festa delle settimane (Es 34,22) - in ebraico Shavuoth - ad indicare le sette settimane che dovevano intercorrere tra l’offerta del primo covone (in ebraico omer), da eseguire il primo giorno dopo il sabato della settimana di Pesach, e una seconda offerta, da presentare al Tempio al compimento delle sette settimane (Lv 23,11.15-16). Questa la ragione per cui la Pentecoste viene chiamata anche festa delle primizie (Es 23,16; 34,22; Nm 28,26). Festa delle S E T T I M A N E 4 PRESENTAZIONE Il tempo liturgico che si snoda da Pasqua a Pentecoste, lungo sette settimane, è l‟unico giorno di Pasqua in cui la comunità dei credenti si riconosce popolo di risorti nella celebrazione e confessione della resurrezione di Gesù e per provocare la resurrezione e la liberazione della vita in tutti i suoi ambiti. Da qualche anno abbiamo scelto di vivere la Giornata Mondiale della Gioventù, a livello diocesano, il sabato dell‟Ascensione, e di preparare tale incontro percorrendo un itinerario educativo che favorisca il camminare insieme nel riconoscimento e valorizzazione dell‟essere e sentirci “uno”. La proposta intende sostenere e far crescere una pastorale giovanile radicata nel territorio, incarnata nella storia e nello spazio di vita dei nostri adolescenti e giovani. Pertanto, riguarda i gruppi di adolescenti e di giovani delle nostre comunità (ma si potrà coinvolgere l‟intera comunità), e si caratterizza sul livello vicariale. Le commissioni vicariali di pastorale giovanile sono chiamate a coordinare e programmare l‟itinerario. Di solito si pensa al fine-settimana come al tempo/spazio della festa e dell‟evasione dalla sfera pubblica per rifluire e riposarsi in quella privata, mentre la settimana è il tempo del lavoro, della fatica, degli impegni, del dovuto, della legge, dell‟annientamento di sé in favore del noi. Si tira a campare durante tutta la settimana aspettando con trepidazione la vita del fine-settimana. Sarebbe, invece, auspicabile ridare il diritto di festa alla settimana. Si tratta di recuperare la vita quotidiana, feriale, come criterio e ambito della nostra azione pastorale con i giovani, in cui porre segni e gesti che parlano di un‟esistenza come dono gratuito nell‟ottica dell‟amore e nell‟apertura all‟altro da sé. La vita, pienamente umana, diventa festa dell‟incontro celebrata quotidianamente in un esodo dagli esili privatistici, provocati dal culto dell‟autoreferenzialità e della delega, verso la terra promessa, realizzata nella comunione e nella partecipazione al sogno di Gesù “che tutti siano uno”. “Allarga lo spazio della tua tenda” (Is 54, 2) è la grande direzione di marcia che indica il cammino da percorrere verso una umanità universale. La tenda richiama alla necessità di essere tutti su una terra comune e appartenenti a un tutto che ci supera e ci unifica, eliminando lotti e lotte per difendere proprietà private e praticando la responsabilità e l‟accoglienza verso l‟altro. Se da un lato la tenda sembra simboleggiare la precarietà, dall‟altro è un chiaro segno dell‟Amore divino che viene a incontrare l‟uomo per dimorare con lui. Così, siamo chiamati a rendere la nostra vita abitabile da e per tutti. L‟itinerario prevede 5 modalità di incontro (da realizzare uno a settimana nel tempo da Pasqua a Pentecoste) per scandire e abitare evangelicamente gli spazi di vita dei giovani. A conclusione c‟è l‟incontro-festa diocesano del 15 maggio 2010. Spazio in rete: una comunità educante. Tavola rotonda sul tema dell’educazione. In questa settimana si sperimenterà la bellezza e la fatica del lavorare insieme e in rete per un fine comune: l‟educazione. La tavola rotonda deve prevedere la partecipazione di tutte le agenzie educative presenti sul territorio vicariale o cittadino, in modo da avere una mappa dell‟attività che si svolge e dei destinatari a cui è rivolta. Si potranno concordare strategie comuni, impegni concreti. Sarà importante ritrovarsi sul concetto di educazione: a questo proposito ci sono alcuni contributi che aiuteranno la preparazione della tavola rotonda. È auspicabile affidare la conduzione dell‟incontro a un esperto, o comunque a una persona che conosce bene le dinamiche educative del territorio in questione. 5 A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A Perché Festa delle Settimane? 6 Chiediamo di raccogliere gli interventi, le idee, le prospettive in un fascicolo ben articolato, da presentare durante i lavori del Convegno Diocesano di Pastorale Giovanile sul tema dell‟educazione, che si terrà alla fine del mese di maggio 2010. Le frontiere dello spazio: l’opzione preferenziale per i poveri. Incontro-testimonianza con chi vive a contatto con gli ultimi e gli emarginati. Festa delle S E T T I M A N E Questa settimana può essere vissuta come tempo della carità facendo un‟esperienza di servizio. Un altro suggerimento per vivere “lo spazio ultimo” è quello di conoscere l‟attività della caritas diocesana (contattando il direttore don Antonio Ruccia) e i problemi relativi alle povertà del nostro territorio, oppure l‟ufficio missionario diocesano (il direttore è don Andrea Favale) per un‟analisi più ampia. Il libretto “la Chiesa del grembiule” di don Tonino Bello è sicuramente un ottimo strumento per riflettere e con cui confrontarsi. Spazi di vita: … si accostò e camminava con loro. Catechesi sull’icona dei discepoli di Emmaus. E‟ preferibile fare una catechesi con i giovani e una con gli adolescenti. A questo proposito consultate il racconto appassionato di Riccardo Tonelli sulla vicenda dei due di Emmaus. È bene curare la preparazione dell‟incontro, perché tale brano biblico permette di fotografare il mondo giovanile tra la sfida dell‟esilio dalla vita e la scommessa dell‟esodo per la riappropriazione di sé in chiave vocazionale. Spazio alla festa: una città per cantare. Un modo per cantare/danzare il nostro essere cittadini della terra. È importante che ci sia un momento di festa che coinvolga l‟intera comunità parrocchiale e vicariale, e che dia spazio alla creatività e gioia dei giovani. Lo stile da seguire può essere quello già collaudato durante la peregrinatio del Vangelo. Completa gli spazi vuoti: esercizi di grammatica umana. Esperienza nelle scuole superiori. È opportuno concordare il progetto con il dirigente scolastico coinvolgendo i prof. di religione e altri che già si conoscono e condividono l‟iniziativa. È un modo per intercettare tanti adolescenti che sono lontani dai circuiti abituali della pastorale ad intra: è una vera e propria missione. Le due proposte in tal senso possono illuminare il lavoro di programmazione: la prima prevede un incontro per classe in giorni diversi, la seconda è stata realizzata in una mattinata dividendo i ragazzi in più gruppi di lavoro. Suggeriamo di decidere con oculatezza il periodo dell‟anno più adeguato allo svolgimento del progetto-scuola: tenendo conto che nei mesi di aprile e maggio ci sono le gite scolastiche, questa attività si potrebbe realizzare al di fuori del tempo di Pasqua, magari nei mesi di febbraio e marzo. Fai spazio all’amore: … una casa per tutti. GMG diocesana il 15 maggio 2010. L‟ordine in cui sono stati elencati non è vincolante; lasciamo “spazio” alla vostra creatività. Sarà preparata una locandina nella quale inseriremo i titoli degli incontri lasciando lo “spazio” per date, orari e luoghi, che ciascuna vicaria dovrà prevedere. Sarebbe bello e utile, per richiamare l‟attenzione sul tema della festa delle settimane, realizzare una tenda che faccia da sfondo nei diversi luoghi di incontro. Suggeriamo di dare rilevanza all‟inizio della Festa delle Settimane con un momento solenne vicariale: ad esempio, la celebrazione eucaristica nella Domenica in Albis. Ci sono due ambiti in cui vorremmo rendere più visibile la nostra presenza. Per questo abbiamo creato la commissione università, coordinata da p. Francesco Cambiaso (gesuita) e la commissione evangelizzazione di strada, coordinata da suor Paola Denti e suor Noemi Vilasi (alcantarine). Le due commissioni saranno formate dai giovani della nostra diocesi che vorranno dare la disponibilità ad animare queste due realtà. Si tratta di dare stabilità ad un‟azione pastorale in “spazi” (università e luoghi di svago) dove si ritrovano tanti giovani. È un‟esperienza missionaria affascinante che può dare slancio alla pastorale giovanile della nostra diocesi, avvicinando il mondo della cultura e il mondo dei “lontani” ma così assetati di senso e di felicità. Le due commissioni, a partire da gennaio 2010, avvieranno la formazione e la programmazione di attività da svolgere nei due ambiti: spazio, dunque alle idee di tutti. Per iscriversi alle due commissioni è necessario inviare, entro la fine di dicembre, la propria scheda (dati anagrafici, parrocchia, cellulare, e-mail) a [email protected]. Divulgate la notizia e fate voi stessi la proposta ai vostri giovani. Per informazioni più dettagliate potete contattarci personalmente. Il Signore che viene a visitarci nella Parola che si fa carne apra la nostra vita all‟imprevisto e bellezza dell‟incontro con l‟altro per fare nei nostri giorni uno spazio al “segno” della gratuità e dell‟amore. E sia la Festa … Bari, 12 dicembre 2009 don Enrico D‟Abbicco, don Michele Birardi, Simona, Anna Rita, Stefania, Gloria, Francesca, suor Noemi, suor Vittoria, Francesco, Michele, Vito, Filippo 7 A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A Sul nostro sito www.doveabiti.it alla sezione “materiali Festa delle Settimane” è possibile trovare questo sussidio pastorale e altri approfondimenti. 8 SCHEDE PER LA PROGRAMMAZIONE L’emergere dell’educazione Festa delle S E T T I M A N E Alcuni spunti tratti dalla lettera del Santo Padre Benedetto XVI, del 21 gennaio 2008, consegnata alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione. Abbiamo tutti a cuore il bene delle persone che amiamo, in particolare dei nostri bambini, adolescenti e giovani. Sappiamo infatti che da loro dipende il futuro di questa nostra città. Non possiamo dunque non essere solleciti per la formazione delle nuove generazioni, per la loro capacità di orientarsi nella vita e di discernere il bene dal male, per la loro salute non soltanto fisica ma anche morale. Si parla perciò di una grande "emergenza educativa", confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita. Si parla inoltre di una "frattura fra le generazioni", che certamente esiste e pesa, ma che è l'effetto, piuttosto che la causa, della mancata trasmissione di certezze e di valori. Quando però sono scosse le fondamenta e vengono a mancare le certezze essenziali, il bisogno di quei valori torna a farsi sentire in modo impellente: così, in concreto, aumenta oggi la domanda di un'educazione che sia davvero tale. La chiedono i genitori, preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli; la chiedono tanti insegnanti, che vivono la triste esperienza del degrado delle loro scuole; la chiede la società nel suo complesso, che vede messe in dubbio le basi stesse della convivenza; la chiedono nel loro intimo gli stessi ragazzi e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita. Un'autentica educazione ha bisogno anzitutto di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall'amore: ogni vero educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore. Sarebbe dunque una ben povera educazione quella che si limitasse a dare delle nozioni e delle informazioni, ma lasciasse da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita. L'educazione non può dunque fare a meno di quell'autorevolezza che rende credibile l'esercizio dell'autorità. Essa è frutto di esperienza e competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza della propria vita e con il coinvolgimento personale, espressione dell'amore vero. L'educatore è quindi un testimone della verità e del bene: certo, anch'egli è fragile e può mancare, ma cercherà sempre di nuovo di mettersi in sintonia con la sua missione. Vorrei infine proporvi un pensiero che ho sviluppato nella recente Lettera enciclica Spe salvi sulla speranza cristiana: anima dell'educazione, come dell'intera vita, può essere solo una speranza affidabile. Oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini "senza speranza e senza Dio in questo mondo", come scriveva l'apostolo Paolo ai cristiani di Efeso (Ef 2,12). Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell'educazione c'è infatti una crisi di fiducia nella vita. L’emergere dell’intersoggettivo L‟educazione funziona solo se è svolta in un contesto intersoggettivo di insegnamento e di apprendimento fra simili. L‟essere “umano” non è solo un dato biologico, una realtà esistenziale bell‟e pronta “consegnataci” al momento della nascita, ma è un “segno” che ci caratterizza per tutta la vita e un punto di partenza di un lungo viaggio in cui sperimentare ed essere consapevoli di quello che si è, diventandolo sempre più. Essere umani è la vocazione a crescere in umanità. Tale processo è per l‟uomo una seconda nascita che avviene nel contesto della comunità-società, la quale assicura i dinamismi dell‟insegnamento/apprendimento del vissuto umano, nell‟ottica non della trasmissione di saperi ma della tradizione culturale. Infatti, non si tratta semplicemente di imparare “le cose” dagli altri, bensì di interpretare ed elaborare il significato della realtà per essere aiutati a sentire, desiderare, vedere la vita con occhi umani, a comportarsi in modo umano, per creare futuri umanamente possibili. L‟educazione permette agli uomini di prendersi cura gli uni della vita degli altri: è la condizione di una vera “socialità”. Ciascuno percepisce il proprio esistere da una parte condizionato dall‟ambiente culturale-affettivo in cui cresce e, dall‟altra libero di sperimentare le potenzialità di cui è dotato in modo originale e creativo. (F. SAVATER, A mia madre mia prima maestra. Il valore di educare, Laterza, Roma 1999). Significato di educazione II problema educativo è vecchio tanto quanto il vivere e il convivere degli esseri umani sulla terra. Fin da quando l'uomo si è scoperto persona tra persone dotate di coscienza, volontà, dignità, opinioni, prerogative, esigenze e bisogni propri. In definitiva la storia dell'educazione coincide con la storia stessa dell'umanità. Problema - quello educativo che l'uomo ha sempre posto e a volte imposto a sé e agli altri come necessario per la riuscita della sua stessa convivenza ora familiare, ora di gruppo, ora sociale, ora ricreativa, ora lavorativa, ora culturale e religiosa. Anche se, ovviamente, con metodi, indirizzi, tipologie, livelli e obiettivi diversi, varianti di tempo in tempo e di luogo in luogo. L'educazione cammina con l'uomo, con ogni uomo. Così come l'uomo, ogni uomo, cammina con l'educazione di se e degli altri che gli stanno accanto, nel bene come nel male, in positivo come in negativo. L'educazione non è una teoria giustapposta alla storia dell'umanità, ne un evento atomistico slegato dal contesto consociato degli uomini, ne tanto meno una invenzione strategica di tipo ideologico inventata dalle classi imperanti di ogni epoca per il mantenimento dello status quo del loro potere di dominio, ma è proiettata e coinvolta in un vasto intreccio di rapporti vitali con il mondo della natura, della cultura, delle strutture economiche, socio-politiche, etiche e religiose. All‟incrementarsi ed evolversi di tale intreccio contribuiscono fatti diversi, individuali e sociali, stabili e contingenti. Somma importanza hanno, a questo riguardo, fenomeni rilevanti quali la socializzazione, l'inculturazione, le imposizioni ideologiche, i mutamenti storici improvvisi e imprevisti, le violenze personali, di gruppo, di massa. L'opera educativa, però, tiene conto essenzialmente di due soggetti responsabili principali che la compongono e la sviluppano e, in ultima analisi, la determinano: il soggetto educando e il soggetto educatore. Troppa importanza, almeno in passato è stata data al compito degli educatori a discapito degli stessi educandi che spesso hanno finito con l'accettare passivamente il farsi fare, il farsi modellare da vari maestri di turno, fino a subirne l'influsso solo in apparenza. Occorre tener presente che il risultato degli interventi educativi non è dovuto solo all'efficacia degli educatori, ma anche e soprattutto alla risposta di coloro a cui tali interventi sono rivolti. La pedagogia contemporanea, infatti, è dell'avviso di mettere in risalto soprattutto l'aspetto attivo e dinamico dei soggetti educandi. 9 A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A Contributo di don Tonino Palmese 10 Proprio nel nostro tempo si è sempre più progressivamente sviluppata questa svolta, fino a passare dalla prassi formativa incentrata sulla etero-educazione alla prassi incentrala preferibilmente sulla auto-educazione. Oggi si parla volentieri di educando «protagonista», dell'educazione con l'aiuto, lo stimolo, la compagnia degli educatori. Per la riuscita di questa svolta, forte contributo hanno dato soprattutto J. Dewey, E‟. Claparède, K. Lewin. Festa delle S E T T I M A N E Tutta la pedagogia contemporanea invita ormai ad uscire dal tunnel della contrapposizione tra educatori ed educandi, tra maestri e allievi, per fare dell‟educazione un'opera unica, una storia, un itinerario unico, un processo unico, proprio perché, come sostiene P. Freire: «Nessuno libera nessuno: nessuno è liberato da nessuno: ci si libera insieme». Formazione che non può non essere permanente perché pone ogni uomo come soggetto in stato di educabilità costante e quindi di formazione continua e cioè per tutte le stagioni della vita. Ciò che comunque bisogna sempre tener presente, perché conta sopra ogni altra cosa, è la promozione progressiva è il raggiungimento definitivo della personalità dell'educando: «La promozione della personalità è in cima ai pensieri dell'educazione: sia che si tratti di mantenere disposizioni o componenti della personalità giudicati vitali; sia che si tratti di svilupparle, rafforzarle, renderle stabili o differenziarle; sia che si tratti di crearne delle nuove sulla base di quelle esistenti: sia che si tratti di eliminarle o limitarne il peso in quanto giudicate nocive o disfunzionali: sia che si tratti di integrarle o renderle stabili in generale o in particolare. In ogni caso è presente l'idea di perfezionamento o di portare la personalità di chi è in crescita al meglio delle sue possibilità. Ciò viene fatto secondo un quadro di riferimento generale più o meno chiaro o meno organico, più o meno coerente, al cui centro stanno modi di intendere l'essere umano, in connessione con una visione globale di società, di cultura, di realtà, di storia, di sviluppo sociale: storia personale e storia collettiva sono inglobate in uno stesso movimento. L'educazione dell'individuo si innesta con il generale movimento di sviluppo umano». Ma qual è il significato di educazione? Che vuol dire educare? L'etimologia del termine ci viene incontro. Cinque i significati che essa ci aiuta a recepire. Tutti e cinque validi e sempre attuali, specie se accettati in maniera complementare. Educazione può derivare dal verbo latino docére (insegnare, trasmettere, spiegare) o anche dal verbo edere (mangiare oppure anche produrre) oppure dal verbo ducere (condurre, accompagnare, orientare) o meglio ancora da e-ducere o ex-ducere (trarre fuori, portare alla luce, evidenziare), oppure direttamente da educare (nutrire, allevare, curare). 1 Docère: educare sinonimo di insegnare. Educazione quindi come trasmissione di insegnamenti per la vita. Si farebbe opera educativa quando l'educatore è capace di riversare nell'educando tutto un bagaglio o di valori, princìpi, orientamenti atti a raggiungere livelli formativi nobili e alti. In questo caso, nello sviluppo dell'opera educativa, si farebbe più leva sull'azione dell'educatore-maestro, in quanto elemento capace di trasmettere dottrina ad educandi-allievi, destinati principalmente ad apprendere. Significato vero solo parzialmente. Non basta, "fatti, insegnare, occorre aiutare a crescere al fine di permettere all'educando di acquisire una personalità valida e integrale. 2 Edere, il verbo latino edere (edo, edis, edi, esum, edere) ha due diversi significati. Può esprimere l'atto del mangiare o sorbire (udire, quasi divorando) le parole di uno, oppure l'atto del produrre o manifestare. Ambedue i significati sono attinenti all'azione educativa nel senso che ogni educando, nel tempo della sua formazione, deve far tesoro di quanto gli viene indicato, quasi in atteggiamento di chi ha fame di verità sempre nuove, utili, positive, fino a farle proprie, ad assimilarle per mostrarle, anzi dimostrarle con la vita. In realtà tutta l'opera educativa che ha come peculiare oggetto lo sviluppo armonico e progressivo dello spirito umano in relazione alla vocazione di ciascuno - ha molto di simile con quanto attiene allo sviluppo anch'esso armonico e progressivo del corpo umano: prendere cibo, masticare, digerire, assimilare le varie sostanze nutritive, farle proprie per poi esprimerle vitalmente in pienezza di salute. Senza nutrimento non c'è salute fisica, senza apprendimento non c'è educazione morale, non c'è formazione personale, ne comunitaria, ne sociale. L'educazione pertanto porta ogni individuo a coltivare se stesso assimilando valori, esperienze, messaggi, per manifestarsi compiutamente uomo, persona capace di vivere adeguatamente in società. 3 Ducere: educare come sinonimo di condurre per mano. La vera opera educativa non poggia solo sull'insegnamento ma anche sull‟accompagnamento dell'educando da parte dell'educatore. Accompagnamento che contempla azioni e gesti educativi diversi quali: il camminare insieme; l'aiutare a superare difficoltà, imprevisti sofferenze e problemi vari; il verificare il cammino già fatto; l'avviare il graduale svezzamento dell‟educando verso l'autonomia è il primo controllo di se; il permettere di fare le scelte comuni e straordinarie della vita con piena coscienza l'incrementare l'uso adulto della libertà e la piena autonomia dell'educando in seno alla società. L'educatore deve prevedere il momento in cui e più opportuno allentare il suo compito fino all'esaurimento e quindi al suo ritiro definitivo allo scopo di non vanificare quanto elaborato e conquistato negli anni. Il compito dell'educatore sta nel rendere «adulta» con la sua «compagnia» la personalità dell'educando. Dopo di che deve tirarsi indietro. In realtà, quando si pensa all'azione educativa, la mente a primo acchito corre al compito, alla missione dell'educatore che, pur in stretta collaborazione con l'educando, è proteso a dare, a procurare, a raggiungere ciò che ancora c‟è o chi è ancora ciliare nella personalità del discepolo o clic comunque occorre ancora completare, perfezionare, definire. Il termine latino educatio è l'equivalente del greco fanciullo, da cui – come abbiamo detto in precedenza -deriva pedagogia- anche se quest'ultima parola assumerà col tempo significati culturalmente e scientificamente diversi. Per educazione, infatti, si intenderà più l'evento formativo nel suo iter pratico, concreto, fattivo, mentre per pedagogia si intenderà più la riflessione sull'evento e di conseguenza anche la storia delle varie riflessioni, delle teorie, delle correnti di pensiero che si andranno succedendo di luogo in luogo e di tempo in tempo". 5 E-ducere o ex-ducere: educare come trarre fuori ciò che c'è dentro ogni educando. Nessuna creatura umana e mai da paragonare - neanche quando si trova nell'età infantile - ad una sorta di recipiente vuoto entro cui l'altro, chiunque altro, si può permettere di inserire «sostanze» varie, a proprio piacimento. Ogni uomo, fin dal momento del suo concepimento nel seno materno, possiede un suo DNA, un suo personale codice genetico di natura non solo biologica, non solo materiale, ma anche spirituale, intellettiva, psichica, comportamentale. La capacità e il compito dell'educatore consistono nell'invitare l'educando a rispondere quanto più possibile fedelmente alle indicazioni del suo codice genetico cosi globalmente inteso. Argomento imprescindibile, questo, soprattutto per coloro che sono chiamati ad intraprendere e a portare a compimento l'opera più delicata e più difficile che è proprio quella di aiutare gli esseri umani ad orientare e formare nel miglior modo possibile la propria vita a partire dalla conoscenza di se. dalla educazione del proprio carattere, per arrivare al giusto modo di comportarsi nell'ambito del vivere sociale. Sicché educazione da e-ducere può riferirsi non solo al significato di «tirar fuori dall‟educando>> ma anche al significato di «tirar fuori l‟educando», ossia l'uomo nuovo, intero, 11 A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A 4 Educare: (educo, as, avi, atum, are): allevare, nutrire, curare. Questo sarebbe il significato più classico antico e moderno, comune alle varie culture di ogni paese indicato e condiviso generalmente dagli stessi studiosi come radice-madre cui si rifanno le altre interpretazioni protese a cogliere e sottolineare aspetti più particolari e complementari. 12 libero, genuino. Dentro il mito della caverna di Platone, come metafora della vera educazione la quale consisterebbe nel sottrarre con l'illuminazione della verità il soggetto dalla prigionia della natura umana e dell'ambiente sociale (la caverna) - Robin Palous vi legge i consigli dell'educatore, l'ascesi personale, l'esperienza maestra di vita. Al significato di «trarre fuori» l'uomo nuovo, si avvicina in modo egregio, il famoso metodo educativo che Socrate amava chiamare maieutica, arte della levatrice. L'intuizione socratica non riguarda, infatti, solo l'aspetto filosofico della conoscenza e quindi del concetto, ma anche l'aspetto pedagogico della educazione e quindi della formazione integrale dell'uomo. Festa delle S E T T I M A N E Per ulteriori approfondimenti: PALMESE A., I giovani e il futuro. Dalla minaccia alla speranza, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2005. SAVAGNONE G., Il coraggio di educare. Costruire il dialogo educativo con le nuove generazioni, Elledici, Leumann (TO) 2009. www.doveabiti.it alla sezione “materiali Festa delle Settimane”: contributi di Riccardo Tonelli e Tonino Palese (è possibile scaricarli). I giovani e la festa Contributo di don Michele Birardi La festa è una ventata di aria fresca che spazza via il grigiore dalla vita dei giovani, riporta il tempo alla sua dimensione originaria di trascendenza, dona senso allo scorrere, apparentemente anonimo, dei giorni. Come vivono la festa i giovani? A volte la associano al non andare a scuola o al lavoro, al trovarsi con gli amici, all‟andare a Messa, comunque la voglia di fare festa evidenzia un desiderio forte di vita e di sentirsi vivi. È festa il concerto del cantante preferito, spazio/tempo rituale in cui non ci sono le ordinarie distinzioni legate all‟età, al sesso, allo status sociale, ma ci si riconosce tutti uguali e affratellati dalla musica che si fa corporea, tangibile, visibile. Tra canzoni cantate all‟unisono e ascoltate dalla voce “sacra” della star, tra ritmo e movimento del corpo, ci si sente al massimo come non mai, e la bellezza di esserci insieme, di ritrovarsi attorno ad ideali condivisi, ti porta al settimo cielo, oltre la storia, in un tempo unico. È la festa la gita con gli amici e, ancora di più, quando si riesce a passare con loro più giorni lontani da casa, dal controllo dei genitori o da sguardi severi e giudicanti; quando non contano le regole e non ci sono le lancette dell‟orologio a scandire i tuoi impegni, ma solo la libertà e la spensieratezza. Lo spazio e il tempo sono vissuti nello stupore di fronte alla bellezza, nei sogni ad occhi aperti, nell‟amicizia e amore che riempiono il cuore. Finalmente si vive di sentimenti, quelli che la vita di tutti i giorni tiene nascosti perché il tempo è denaro. È festa allo stadio, tempio del calcio, momento sacro, luogo di celebrazione e di identificazione, dove non si va a guardare una partita ma a giocarla e a sudarla, perché consapevoli di essere il dodicesimo uomo in campo. Tutto è pensato, preparato con cura e fantasia: dall‟abbigliamento alla coreografia con sciarpe e bandiere, dagli striscioni ai cori e slogan di incitamento. Anzi si vive la settimana in vista del giorno della partita della squadra del cuore, così come il risultato finale illuminerà o getterà ombre nei giorni che la seguiranno. E poi, non ti entra nulla in tasca, anzi non si bada a spese; e tornare a casa sfinito, stanco, senza un filo di voce, non ti dà noia e apatia, ma ti carica di energia perché, fiero, un giorno potrai dire: “io c‟ero”. Purtroppo per alcuni giovani è festa quando, non sapendo come divertirsi o come cercare un diversivo alla noia mortale del quotidiano che li costringe a vivere entro limiti e orari fissati, decidono di uscire dal tempo monotono per provare nuove sensazioni, (bravate, droga, ecc.) che hanno il gusto del proibito e conducono in un mondo che non c‟è, dove ci sei tu in tutta la tua potenza. Ma presto ti accorgi anche della tua fragilità, perché la vita La festa è, da un lato, rottura degli schemi ordinari e voglia di qualcosa di nuovo, dall‟altro, è un‟esperienza così profondamente radicata nella vita dell‟uomo, da rappresentare come un punto focale attorno al quale ruota tutto il vissuto in un circolo ermeneutico che unifica i singoli accadimenti. Si vive nell‟attesa della festa: possiamo dire che questo è l‟atteggiamento più caratteristico della vita in quanto ci abilita a sognare, a sperare, ad avere delle aspettative per il futuro. Prepararsi alla festa vuol dire caricarla di significato, considerarla una “cosa seria”, di vitale importanza; tutto questo aiuta a vivere meglio e attivamente il presente, sopportandone la fatica e valorizzando il positivo, con lo sguardo fisso in avanti. E dopo la festa si torna alla quotidianità, non indietro, bensì si procede interiorizzando ed elaborando il vissuto festivo per interpretare e illuminare la realtà concreta, in un “di più” di senso. La festa, mentre concentra su di sé le attenzioni, i sogni e i desideri degli uomini, allarga gli orizzonti della vita ampliandone le dimensioni e offre la possibilità di riconoscersi in alcuni aspetti della propria personalità che, durante la ferialità, non emergono facilmente. Quello della festa diventa un momento forte della percezione del sé, contribuisce alla formazione di una identità consapevole, definisce meglio come e se il sistema valoriale di ciascuno viene integrato nel continuum dell’esistenza. Infatti, anche se la festa costituisce uno scarto rispetto alla linearità del tempo feriale, tuttavia il salto nel festivo, con le sue regole e i suoi ritmi, lungi dall‟essere una parentesi o una fuga nel virtuale e nel disimpegno, fa parte del cammino verso un‟altra qualità di vita, che si dispiega secondo dinamiche diverse, in modo da tenere sempre elevata la soglia di vitalità. Cosa si vive, allora, nella festa? Quale messaggio di vita è la festa? Essere nella festa significa vivere lo spazio/tempo della gratuità, nell‟ottica non del dovuto ma della possibilità, riconciliati nel dono, lontani da ogni logica di possesso e di calcolo. Accanto all‟efficienza della produzione, al risultato scolastico da conseguire, al guadagno frutto del lavoro, c‟è una parte di esistenza che chiede solo di vivere gratis e con responsabilità, senza risparmio di energie e con le mani aperte nel segno del dare. Non si tratta di tempo libero dagli impegni, ma di impegnarsi liberamente, cioè non con il riferimento a sé, a quello che “mi tocca”, ma superando l‟autoreferenzialità nel riconoscimento dell‟alterità come fondamento del mio esserci. Solo così non si rischia di vivere la libertà oltrepassando il limite verso la trasgressione e lo sballo, perché a questi livelli si è solo schiavi dell‟infelicità. Quando l‟uomo vive in “permanente stato di diritto” è dominato dal suo ruolo e dal pensiero frustrante di dover difendere la sua posizione davanti agli altri, 13 A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A ti diventa pesante e la luce del giorno insostenibile, per cui senti il bisogno di trasgredire nel buio della notte. È festa in discoteca, dove il rumore assordante rompe la lunga serie di silenzi di cui sono testimoni i muri di casa, e ti ritrovi in un luogo diverso, anzi un non luogo/non tempo, perché in mezzo a tanti sei solo e non ti accorgi che il sole è già sorto. Hai la percezione di vivere un‟altra vita, ti senti libero di esprimerti, puoi scatenare tutte le tue energie, ti affidi alla musica, ti lasci trascinare dal ritmo e dalla massa e hai la “drammatica” certezza che nessuno ti chiederà: chi sei?; così non dovrai tornare troppo presto alla normalità e verità della tua esistenza. È festa quando qualcuno decide di non utilizzare quel tempo per lo svago e il divertimento, ma, nell‟ottica del dono, coglie l‟opportunità di liberarlo dalla stretta delle proprie mani per dedicarlo ai poveri e agli ultimi. E lì scopre il valore di un sorriso per chi vive per gli altri giorni nell‟anonimato, la bellezza della compagnia che fa felici straordinariamente coloro che nell‟ordinario non trovano un volto al quale affidare i loro occhi stanchi. Tutti questi fratelli, che vivono sommersi dall‟indifferenza dello scorrere frenetico del tempo, vengono alla luce, come richiamati alla vita, quando c‟è qualcuno che vive la festa per loro. È festa per colui che sa vivere momenti di riflessione per prendere in mano la propria vita e riconosce nel tempo della preghiera l‟unico luogo per provare le vertigini delle alte vette, da dove il mondo è diverso, incredibilmente più bello e somiglia al Paradiso. Ed è festa la domenica alla Messa, radunati attorno a Gesù che offre tutto il suo Amore per farci risorgere dalle piccoli morti quotidiane, e noi doniamo a Lui il tempo della lode e della comunione fraterna. Festa delle S E T T I M A N E 14 si trova convinto del principio di non dipendenza che lo fa padrone del suo tempo, inizio e fine della sua vita. Colui che vive la festa afferma il proprio principio di esistenza nel dono ricevuto gratuitamente e si apre al ringraziamento, forma dominante del sentirsi amati, per qualcosa di non programmato e perciò sorprendentemente bello che ti viene incontro con il fascino della novità e l‟invito allo stupore e alla meraviglia. Essere nella festa significa vivere lo spazio/tempo della comunione, è vivere estroversi, perché non si può sempre pensare ai propri affari o al proprio orticello, ma c‟è bisogno di uscire dal “cogito ergo sum” che assoggetta le cose e gli altri all‟io, per riconoscersi vivi grazie al “tu” che ci sta di fronte. Così la festa mette in circolo la gioia, condivide la speranza, rinvigorisce il cuore, ribadisce che siamo nati non per essere isole ma per diventare il “noi” della storia, in una ricerca spasmodica dell‟altro come unica ragione di vita, per cui vale la pena “perdere” pur di guadagnare l‟assolutezza del volto. Proprio mentre la quotidiana corsa all‟accaparramento e al successo personale ad ogni costo esibisce i simboli del potere e della forza, si instaura un clima di reciproco sospetto che lede alle radici la costruzione di rapporti interpersonali fondati sulla verità e sulla giustizia, tanto da farci abituare dinanzi a situazioni di isolamento procurato e di emarginazione sociale. La festa, in tutta la sua varietà, può funzionare da monito per la realizzazione di un‟umanità nuova non sottoposta a mere leggi di mercato ma a quelle della gratuità, e intraprendere processi di liberazione che, attraverso la programmazione di tempi di vita comunitaria insieme ad atteggiamenti di ascolto e accoglienza della diversità, favoriscono l‟esodo dal circolo vizioso dell‟io, verso la ricchezza esistenziale dell‟essere-con-gli altri. Ogni festa è l‟affermazione del tempo pieno, come evento di una relazione, dove il ringraziamento del dono ricevuto si fa impegno che libera le energie verso il sì al tu! Nella società del chiasso delle voci, delle luci accecanti e dei colori sgargianti, di capelli ossigenati e di abiti stravaganti, della dipendenza dall‟alcool e dello stress lavorativo, dello spreco consumistico, la festa serve ad umanizzare i suoni, le luci e i colori, a far ritrovare il gusto dello stare insieme consumando i pasti in letizia, a privilegiare i momenti di calma e di riflessione, a ritrovare se stessi attorno ai progetti, a ridare diritto di cittadinanza ai sogni, per confessare l‟infinita bellezza della vita e rispondere alle attese di felicità degli uomini e delle donne. (L’articolo intero si trova su www.doveabiti.it alla sezione “materiali Festa delle Settimane”). Ultime da Emmaus Contributo di don Riccardo Tonelli Ci avevano sperato tanto. Avevano accettato l'invito di Gesù con entusiasmo. Avevano lasciato tutto per seguirlo, affascinati dalla sua persona e convinti della sua causa. Ora però tutto sembrava finito. Nel peggiore dei modi. I nemici avevano catturato Gesù. l'avevano sottoposto ad un processo che era tutto una presa in giro. L'avevano condannato come un malfattore, lui che aveva solo fatto del bene a tutti quelli che aveva incontrato. Poi, dopo averlo torturato, l'avevano ucciso. Tutto era finito così. Gesù aveva promesso di vincere anche la morte. L'aveva fatto con quel-la degli altri. Con la sua però... nulla di tutto questo. Gesù era stato cancellato dagli occhi e dal cuore dei suoi amici. Avevano vinto i suoi nemici. Tutto doveva ritornare come prima. Pazienza... era stato un bel sogno, finito troppo presto e nel modo più tragico. Adesso non c'era proprio più nulla da fare. Bisognava tornarsene a casa, con l'amarezza della nostalgia e con un pizzico di vergogna. Era necessario riprendere in mano gli attrezzi del lavoro, abbandonati con troppa foga qualche mese prima. Ritornare... quelli di prima: come se nulla fosse accadu-to, superando persino il sorriso beffardo degli amici di un tempo, che non avevano capito la strana voglia di mettersi dietro quel tipo di Nazareth, che stava facendosi un muc-chio di nemici con le sue idee. Camminavano scambiandosi parole amare. Non ne ave-vano altre: le ultime si erano spente in gola con il saluto tri-ste agli amici che restavano a Gerusalemme. All'improvviso, si avvicina un viandante, spuntato quasi dal nulla. Veniva come loro dalla direzione di Gerusalem-me. Ma non l'avevano notato prima. «Buongiorno». «Salve». «Dove andate?». «Veniamo da Gerusalemme e torniamo a casa nostra ad Emmaus. Manca ormai poco, per fortuna». Insiste il pellegrino: «Posso unirmi a voi? Io vado oltre. La strada è lunga e, di questi tempi, anche un po' pericolo-sa. Possiamo farci compagnia?». «Accidenti... che facce tristi avete. Non l'avevo notato prima. Mi sembrate appena spuntati da un funerale. Mi sba-glio?». La risposta è pronta. Le parole corrono come uno scro-scio di pianto. «Veniamo davvero da un funerale. Ne parla tutta Gerusalemme. Come fai a non saperlo? Hanno ucciso Gesù di Nazareth. Era nostro amico e nostro maestro. Noi stavamo con lui, condividevamo la sua passione per la libe-razione d'Israele e la sua speranza nel futuro di Dio. L'han-no ucciso, inchiodato sulla croce, dopo un processo che sembrava studiato apposta per condannarlo». Una pausa per prendere fiato e per riandare agli ultimi bagliori di quella speranza che aveva loro infiammato il cuore. «Aveva fatto solo del bene: guariva gli ammalati, trattava bene i poveri, aveva una parola buona anche per i peccato-ri. Ha resuscitato persino dei morti. Hai sentito parlare di sicuro di Lazzaro, quello di Betania. Gesù l'ha riportato in vita, tre giorni dopo che era morto. Purtroppo parlava con eccessiva libertà di Dio e della legge. Voleva troppo bene alla povera gente. L'hanno ucciso. Chi? Lo sai di sicuro... i romani, ma con la complicità dei nostri sacerdoti e dei dottori della legge... Prima di morire, aveva promesso che sarebbe ritornato in vita, anche lui, come il suo amico Lazzaro. Ma ornai sono passati tre giorni... e non è capitato proprio nulla». Il secondo incalza: «Proprio nulla... non è vero. Sai, nel nostro giro c'erano anche delle donne. Stavano con noi per servire Gesù. Un paio di loro dice di aver visto Gesù risor- 15 A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A Molti discepoli avevano già preso la strada del ritorno. Adesso toccava anche a loro. Buoni buoni, avevano deciso di ritornare ad Emmans, a casa propria. Come se nulla fosse successo. 16 to. Nessuno ci crede. Sono donne fanatiche... Se lo sono imma-ginato, accecate dal dolore e dall'amore. I capi, Pietro e gli altri, non hanno visto nulla. Tutto è finito. Torniamo anche noi a casa». «Calma. Non correte troppo nelle conclusioni», ripren-de la parola lo strano compagno di viaggio. «State facendo una lettura scorretta degli avvenimenti. Vi fermate a quello che avete visto con gli occhi. Mi spiace per voi: siete un po' ciechi. Non sapete leggere dentro gli avvenimenti». Festa delle S E T T I M A N E «Aiutaci tu... se ci riesci». «Volentieri. Ascoltate». Un passo dopo l'altro si avvicinano a casa. Un passo dopo l'altro, il compagno di strada li aiuta a rileggere gli avvenimenti dal mistero che si portano dentro. Cita brani della Scrittura. Ricorda profezie antiche e nuove. Rende attuali lontani ricordi. Neppure nei tempi in cui stavano con Gesù, avevano vis-suto un'esperienza simile. Allora erano tutti proiettati verso il futuro. Si erano quasi dimenticati del passato. Il presente e i progetti su esso erano troppo importanti per pensare ancora al passato. Adesso, invece, dal presente vanno verso il passato. Lo ricomprendono, immergendolo nel mistero di Dio. Le cose meravigliose che Dio ha compiuto per il suo popolo diventano una specie di nuova lettura del presente. Anche il buio, l'incertezza e il dolore cambiano tono. Brillano di qualcosa che non avevano mai scoperto. Si guardano negli occhi. «Strano... ma allora non hanno ucciso la nostra speranza. Ce l'avevano spenta. Avevano ten-tato di spegnerla ed eravamo caduti nella trappola. Senza passato il nostro presente diventava disperato. Tornavamo a casa perché eravamo senza futuro. Invece... c'è speranza. Aveva ragione Gesù quando ci parlava del chicco di grano che deve morire per diventare spiga». «L'hanno ucciso... ma non hanno vinto. Dio vince la morte. Era tutto programmato nei piani misteriosi di Dio». Spontaneamente sulle labbra affiorano le parole dei Salmi. Hanno un sapore nuovo. Non se n'erano mai accor-ti prima. «E se tornassimo a Gerusalemme?». «Domani. Oggi è tardi. Non possiamo rifare il cammino di notte. E troppo pericoloso. Domani». Poi, ormai, ecco le prime case di Emmaus. Sono arrivati a destinazione: domani mattina, alle prime luci, si torna a Gerusalemme. Il compagno di viaggio fa finta di salutarli per rimettersi in cammino. «Prosegui? A quest'ora?». Insistono: «Fermati con noi. Nella nostra casa, un posto per te lo troviamo senza problemi. Dai... fermati». Erano rassegnati a tornare alla vita di prima. Avevano tirato i remi in barca, scoraggiati e delusi. Ma l'esperienza di Gesù li aveva segnati dentro. Respiravano l'esigenza dell'ospitalità, quella vera. Le loro parole non erano di circo-stanza. Venivano dal cuore. «Sta' con noi. Sei ospite no-stro». Il viandante misterioso si ferma. Qualche resistenza, forse per saggiare l'autenticità dell'invito. Poi si ferma. Accetta l'atto di ospitalità. Si mettono a tavola. Ad un certo punto... si aprono gli occhi. Gesù ha fatto strada con loro. Ha pregato lungo la via con loro, aiutandoli a rileggere gli avvenimenti dal mistero che essi si portavano dentro. Li ha aiutati a pregare con-templando. Ora la preghiera esplode nella celebrazione. Gesù pren-de il pane e la coppa del vino. Li benedice e li condivide. Un grido: «È lui, il crocefisso è risorto. Possibile che non ce ne siamo accorti prima? Eravamo proprio ciechi, di dolo-re e di rassegnazione». Non c'è più. È tornato nel silenzio da cui è venuto. Le poche ore trascorse con loro hanno lasciato il segno. Li ha guidati per mano in un'intensa esperienza di pre-ghiera, che li ha cambiati profondamente. La speranza e la passione ritorna prepotente nei loro cuori intorpiditi. La preghiera e la celebrazione si spalan-cano verso la vita. Adesso non è più tardi per tornare a Gerusalemme. Non ci sono più i pericoli del viaggio notturno. Partono, di corsa: l'esperienza vissuta va comunicata agli altri. A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A Ritornano a Gerusalemme, per gridare a tutti: Gesù è risorto, la sua avventura per la vita e la speranza di tutti... continua. Anzi: ricomincia. 17 18 Progetto Scuola – Bitonto Destinatari: studenti delle scuole superiori (noi abbiamo incontrato IV e V e, dove è stato possibile, anche alcune III) Obiettivi: incontrare i giovani studenti, andarli a cercare nei luoghi del “quotidiano”. ascoltare le loro domande, dubbi, rabbie, idee, proposte... Festa delle S E T T I M A N E attraverso il canto Mama Maè mettere in discussione alcune idee di Dio annunciare la possibilità di un incontro con il Dio di Gesù Cristo. entrare in contatto con il mondo della scuola cercando di creare continuità di rapporti tentare di dar loro la possibilità di un incontro-personale anche al di fuori dell‟ambito scolastico, per approfondire ciò che sta a cuore... Tempi: abbiamo avuto a disposizione un‟ora per classe (l‟ora di religione) NB: è importante lasciare un contatto, un indirizzo mail, FB...dove i ragazzi possano rintracciarci facilmente. MAMA MAÈ (Negrita 1998) Mama Maè prega perché il mondo va‟ più veloce di me Alzo lo stereo a palla per non pensare Alzo così tanto da farmi male Dimenticando tutto quello che so Rotolo e rimbalzo tra l‟inferno e il cielo Tra demoni privati e santi extravangelo Perdendo terreno ma il fiato è quello che è Prega un poco per me Partecipo al gioco e non so bleffare Si vince o si perde ma voglio giocare Controsterzo sbando e vado di fuori Cercando di inseguire piloti migliori Ma è un po‟ ricucire lo strappo e non so se mi va Per ogni partita il gioco è da fare Che vinca o che perda io voglio provare Chi sono i Negrita? Il gruppo nasce nel 1991 nei dintorni di Arezzo e si contraddistingue per un rock blues (un po’ funk) che trae le sue radici dall’universo rock del profondo sud americano (New Orleans). Ne esce uno stile musicale che riesce a fondere insieme il voodoo blues di Rolling Stones e Black Crowes con la melodia mediterranea. Si può affermare che tra le rock band italiane è quella che da sempre a mantenuto fede a questo suo stile “americano” che altri, come i Litfiba, hanno poi dimenticato per esigenze “commerciali”. L‟icona del gruppo è il cantate Pau (che recentemente ha avuto qualche guaio giudiziari per aver malmenato un reporter che lo aveva infastidito all‟uscita di un locale). Da dove nasce “Mama Maè”? La canzone è stata scritta nel 1998 ed è entrata nella colonna sonora del film “Così è la vita” del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo. È stata pubblicata come hit dell‟album “Reset” del 1999 (titolo alquanto paradigmatico!). Dicono di questa canzone alcune recensioni: “indiavolato sabba percussionistico che rimanda ai giorni di New Orleans, così come l‟iniziale "Mama maè" (presente anche nella colonna sonora di "Così è la vita"), con quelle chitarre debordanti che duellano tra loro, il bel coro femminile che profuma delle „southern harmonies‟ care ai Black Crowes, l‟incedere potente tanto alla Spin Doctors che, appunto, alla Black Crowes” (dal sito rockol.it). Il messaggio di “Mama Maè” Sottolineature del testo per guidare la riflessione: “Il mondo va più veloce di me”: nella nostra vita siamo spesso sovraccaricati di “cose da fare”, impegni, attività … la nostra giornata è piena zeppa, ci sembra che più cose ci mettiamo dentro e meglio riesce la vita, ma giunti a sera ci pare che tutto sia passato così velocemente da non aver gustato nulla di quello che avevamo messo in programma. Il mondo, la tecnologia, poi, ci aiutano a rendere tutto più veloce: ci basta un clic e già siamo connessi coi nostri amici, col pianeta intero e anche i problemi pare debbano essere risolvibili altrettanto velocemente se no ci distruggono. Che fine fa il gusto della nostra vita? Quando riusciamo a gustarla davvero? Cosa ci disorienta? Cosa vorremmo cambiare? Che svolta aspettiamo? “Alzo lo stereo a palla per non pensare”: il silenzio come la solitudine, ci fanno paura. Abbiamo timore di rimanere soli di fronte a noi stessi, alla nostra vita, perché nel silenzio affiora il nostro bisogno di “qualcosa di più” che dia sapore a tutto, affiorano le nostre debolezze, le nostre fragilità e non le sappiamo affrontare perché il mondo è dei supereroi: “cerco di inseguire i piloti migliori” le mode, i personaggi della TV che hanno sempre la vita facile e mi accorgo che rispetto a loro io non sono così perfetto, “perdo terreno” ma “non voglio mollare”. Quali sono i miei “piloti”? Qual è il mio modello di vita di riferimento? Cosa deve avere la mia vita per essere bella davvero? Penso a me? A volte sembra più comodo stare ad aspettare, arrendersi, ma questa canzone ci invita a non mollare: sono uno che aspetta o che lotta? “Controsterzo sbando e vado di fuori”: nel cercare di correre al meglio sulla strada della vita siamo disposti a tutto, purtroppo pure agli eccessi, ci pare che si possa gustare la vita siano necessari quelle “scariche di adrenalina” che ci risvegliano dal torpore della vita scandita nel solito piattume quotidiano. Ci accorgiamo però che questa è solo una soluzione di ripiego, è “ricucire lo stappo” e basta: dopo l’eccesso mi rimane sempre l‟amaro in bocca, la voglia e il desiderio di qualcosa che appaghi la sete di “gusto della vita” una volta per sempre. Pure i modelli che abbiamo a cui facciamo riferimento ci confondono, sentiamo attorno a noi mille voci, mille opinioni che ci fanno rimbalzare di qua e di là e noi siamo sballottati dal vento: che fine fa la nostra vita? 19 A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A Da un‟intervista rilasciata da Pau a MTV ai tempi dell‟uscita di questo singolo, egli afferma che l‟idea di fondo della canzone è quella di voler essere una specie di “preghiera” ad una divinità fittizia da loro creato, Mama Maè appunto. Nel frastuono e nella confusione della vita attuale tutti sentiamo il bisogno di “votarci a qualche santo” a cui legare le nostre vite, le nostre speranze, che ci faccia da ancora di salvezza in mezzo agli eccessi e ai ritmi frastornati della nostra quotidianità. Già l‟atmosfera musicale (costruita sul dialogo incalzante tra le due chitarre trascinate da un ritmo percussionistico potente e vigoroso) crea un effetto di confusione e freneticità e la voce sembra fuggire da tutto questo incedere caotico attaccandosi letteralmente a questa invocazione “Mama Maè” sorretta e rafforzata dal coro femminile. Il testo poi presenta chiaramente la preghiera alla divinità fittizia come necessaria per uscire dal caos che circonda la vita. 20 Festa delle S E T T I M A N E Cosa ci confonde? Cosa non ci piace di questo modo di vivere? Cosa penso degli “eccessi adrenalinici”? Sono alla ricerca di facili emozioni? Ma poi cosa resta? Cosa sono disposto a fare per “partecipare al gioco” della vita? Ma la vita è un gioco? Capiamo allora che in questa situazione confusa non abbiamo altra salvezza che appoggiarci a Qualcuno più grande di noi che tenga in mano la nostra vita, la nostra storia e che ci dia fiducia: “Mama Maè prega perché il mondo va’ più veloce di me”. Ci deve essere Qualcuno che tenga in mano le redini di tutto questo caos, che mi aiuti a far ordine, a non perdermi, a rallentare il ritmo, Qualcuno con cui confrontami per cogliere il senso della mia vita perché ne capisce più di me, Qualcuno che non mi confonde con le sue parole, che non mi fa sentire buttato di qua e di là tra l‟inferno e il cielo ma semplicemente amato, Qualcuno che si fida di me e cammina con me non lasciandomi solo in balia delle onde (come le molte voci intorno a me invece fanno), Qualcuno che mi dona speranza e forza per realizzare i miei sogni. Ho Qualcuno ha cui affido la mia vita? C‟è un Dio che mi sta vicino? A chi mi affido quando sento che “il fiato è quello che è” e non riesco più a beffare con me stesso? Credi che Dio ti può aiutare nella tua vita di tutti i giorni? Averlo come compagno di viaggio, come proposto dai Negata, ti può essere di aiuto? Come? Per cosa lo vorresti invocare? E se diventasse il tuo punto di riferimento? Sapere che Dio è con me mi darebbe speranza e forza? Ho speranza per la mia vita, i miei sogni, il mio futuro? In definitiva la canzone è un‟invocazione, un grido di aiuto, una preghiera di speranza: che ci sia al nostro fianco Dio che ci sostenga e ci incoraggi a non perderci e impantanarci nel frastuono del mondo, ma che ci guidi con forza in mezzo alle tempeste della vita perché possiamo non buttarla ma viverla al meglio. Alla fine dell’incontro ad ogni ragazzo viene lasciato, come provocazione, questo testo di padre Gilbert Guy. Sognare Hai bisogno di vivere i tuoi sogni. Se non aspiri a qualcosa che ti supera, volerai sempre basso, accontentandoti di soddisfazioni immediate. Se sei animato interiormente da qualcosa di potente, un ideale di vita, un sogno da realizzare..., allora vivrai. Realizzerai qualsiasi sogno, a condizione di averne mille. Guarda il bambino che dice: «Voglio fare il pompiere, voglio fare il poliziotto, voglio fare il maestro...». Avanza in un oceano di sogni. Possa tu conservare almeno uno solo dei tuoi sogni! Il mio sogno di bambino, a tredici anni: dare sollievo alla sofferenza. E un dono di Dio, penso. Non riuscivo ad accettare che qualcuno soffrisse. A tredici anni, ho deciso di farmi prete, all‟improvviso. Era un altro dono di Dio. Sono cinquant‟anni che vivo questo sogno e lo vivo in pieno. Un giorno ho avuto un incubo, che ricordo perfettamente. Arrivato il momento dell‟ordinazione sacerdotale, mi dicevano: «No, non potrai mai farti prete». E confesso che è stato l‟incubo peggiore che ho avuto in vita mia. Ho realizzato, nei trentatré anni passati da sacerdote e da educatore, i miei due sogni: quello di aiutare dei giovani che soffrono, e quello di essere “sacramento dell‟amore” consacrando la mia vita al servizio dell‟amore, nella mia religione. E il sogno che vivo da trentatré anni, pur essendo perfettamente sveglio. E assolutamente fantastico! La mia vita, a sessantatré anni, non è compiuta. Ma se mi volto indietro e guardo quello che ho vissuto, non vorrei per tutto l‟oro del mondo fare qualcosa di diverso. È questa la vocazione. Mi auguro che, a sessantatré anni, anche tu possa dire: «Tutto quello che ho vissuto, è esattamente quello che volevo fin da piccolo». La lotta per arrivarci è stata molto dura e rimane tale. Il fatto che la Chiesa mi chiedesse di restare celibe, di non sposarmi né avere figli, ha reso questa scelta molto ardua. ma l‟ho fatta. E adesso, se dovessi rifarla, la rifarei, perchè tutta la mia vita è stata proiettata verso gli altri. Totalmente. In modo assoluto. Con una gioia immensa. Non potrei fare altrimenti. A chi mi chiede: «Cosa vorresti per me?», rispondo: «Che fossi felice come lo sono io». Individua il tuo sogno Quello che può tagliare le ali al tuo sogno è ciò che ti impedisce di essere padrone dite stesso. Un amore ti sconvolge e non riesci più a dominano.., se ami, sii padrone del tuo amore. Un‟amicizia invadente di cui non puoi più fare a meno... riprendine il controllo. Se ami qualcuno conservando un certo distacco, conservando la tua libertà, se questa persona se ne va resterai te stesso. Alcuni giovani si suicidano perché hanno amato disperatamente: si sono annullati nell‟altro. Devi amare l‟altro rimanendo te stesso, perché tu conservi sempre una parte tua, la tua parte inestimabile. Se l‟altro alla fine dovesse andarsene, ti conserverai più o meno intatto. Ma se ti sei proiettato completamente nell‟altro sei fregato, perché vorrai disperatamente riprendere il tuo spazio personale. Esso però è ormai nell‟altro, e non potrai più riprenderlo. «Ama appassionatamente, ma non pensare che un solo essere umano possa riempire la tua vita tanto da non poter più vivere senza». Nessun essere al mondo potrà darti la totale soddisfazione dei sensi e del cuore, nessuno. L‟essere umano può morire, ammalarsi, tradire. Bisogna che tu conservi il tuo io, cioè il tuo cuore, il tuo corpo, la tua affettività, la tua anima, tutto quello che ti rende unico. Che tu faccia leva su te stesso e che ti apra al di la‟ dite stesso: è questa la spiritualità, che può essere cristiana, musulmana, buddista ecc. Trova una ragione di vivere che trascenda la tua persona, perché di fronte alla sofferenza e alla morte ti bloccherai. Di fronte al tradimento della persona amata, ti bloccherai. Di fronte alla morte tragica di un amico carissimo, ti bloccherai. Bisogna che ti prepari fin d‟ora ad accettare consapevolmente l‟esistenza pensando che ci sono la vita e la morte. E che la vita ha un senso misterioso. Un Essere prodigioso ne è padrone, in quanto creatore sublime. E Lui che ti dirà tutto. (tratto da G. Guy, Il grido dei giovani, ed. Paoline, 2002) Chi è Gilbert Guy? Padre Guy Gilbert, parroco dei balordi amato da Wojtyla Lo chiamano «le curé des loubards», come dire «il parroco dei balordi». Sono più di 40 anni che padre Guy Gilbert si occupa dei ragazzi delle banlieues, in particolare di quelli che la società bolla sbrigativamente come «irrecuperabili»: emarginati, delinquenti, spacciatori, tossicodipendenti, esclusi dalla scuola, avanzi di riformatorio. A forza di vivere a contatto con i loubards, il sacerdote, che ha appena compiuto 71 anni, ha finito per adottare i modi, il linguaggio, gli abiti, il look dei suoi protetti. Capelli lunghi fin sulle spalle, orecchini, giubbotto di pelle con le borchie, jeans, stivaletti texani alla John Wayne, sembra quasi una caricatura. Gira in motocicletta e, quando apre bocca, si esprime con il gergo caratteristico dei giovani di periferia, parolacce comprese. Nato a Rochefort (nella regione della Charente), seminarista a Saintes, chiamato sotto le armi all’epoca della guerra d’Algeria, proprio ad Algeri completò gli studi di teologia e fu ordinato sacerdote. Dopo la proclamazione 21 A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A Tutti noi siamo abbastanza ricchi da avere almeno un sogno. Ce n‟è almeno uno che si realizzerà, se metti in gioco tutto. L‟importante è che non ti faccia convincere da chi li dice: «I soldi innanzitutto, e poi i sogni...». Che c‟entrano i soldi, se trascorrerai otto ore al giorno svolgendo il lavoro che ami? Quante volte vedo persone ferite da una professione che non amano e che sono costrette a esercitare! In genere, le persone più realizzate sono quelle che sono riuscite a svolgere l‟attività che sognavano. I soldi le aiutano a vivere, ma il loro sogno è prioritario. Purtroppo, non tutti possono vivere questo ideale: il mercato del sogno non coincide con quello del lavoro! Ma non cercare mai un mestiere soprattutto per fare soldi. Festa delle S E T T I M A N E 22 dell’indipendenza (1962) decise di fermarsi in Algeria, come vicario a Blida (la città natale dello scrittore Albert Camus). Una notte, in una strada deserta, s’imbatté in Alain, un ragazzino fuggito da casa. «I suoi genitori», racconta Guy Gilbert, «lo trattavano peggio di un animale: pensate che lo costringevano a mangiare gli avanzi nella scodella del cane». Il sacerdote offrì ospitalità al ragazzo, gli insegnò a leggere e a scrivere, lo allevò come un figlio. «Grazie ad Alain scoprii la mia vera vocazione: salvare i ragazzi smarriti». Guy Gilbert porta sempre alla mano destra, come un amuleto, l’anello d’argento regalatogli da Alain diventato adulto e padre di famiglia. Educatore e prete di frontiera nelle periferie francesi, il "parroco dei balordi" conosce la banlieue di Parigi come le proprie tasche. Ha appena festeggiato i 40 anni di sacerdozio ricevendo anche la Legion d’onore dalle mani del presidente Chirac, e la sua notorietà ha varcato le frontiere: Guy Gilbert è popolarissimo, fra l’altro, in Belgio e in Canada, dove i libri nei quali ha raccontato la propria esperienza sono andati a ruba. Il sacerdote ne ha scritti una quindicina (in Italia alcuni sono stati pubblicati da San Paolo ed Elledici) e ha venduto oltre due milioni di copie: grazie ai diritti d’autore ha potuto acquistare una vecchia fattoria nei pressi del villaggio di Faucon in Provenza, e l’ha trasformata in un centro che può accogliere fino a una trentina di giovani "asociali". Nella fattoria, i ragazzi si occupano dell’allevamento di animali: ovini, bovini, maiali, cinghali, ma anche alcuni lama e persino un dromedario donato dai monaci di Tibehirine (in Algeria), gli stessi frati che furono trucidati, nel 1996, da un gruppo di fanatici islamici. «Ognuno dei giovani che approdano qui si vede affidare la responsabilità di un gruppo di animali», spiega Guy Gilbert. Sul medesimo modello sono state create delle comunità in Belgio e in Canada; e capita spesso che siano gli stessi magistrati ad affidare a Guy Gilbert e ai suoi collaboratori i ragazzi "irrecuperabili". Il modo di vivere, di vestirsi e di parlare non ha nuociuto alla popolarità del "curé des loubards". Nonostante le perplessità di una parte della gerarchia ecclesiastica, Giovanni Paolo II lo apprezzava, non si scandalizzava per il suo anticonformismo e lo riceveva volentieri a Roma. Guy Gilbert dice che papa Wojtyla era il suo "idolo": «Ci capivamo al volo, perché anche lui era un uomo d’azione e non solo un uomo di preghiera». La scorsa primavera Guy Gilbert è stato chiamato a concelebrare, a fianco del cardinale Danneels primate del Belgio, il matrimonio del principe Laurent, uno dei tre figli del re Alberto II e della regina Paola. Era stato Laurent, che da tempo si occupa dei giovani emarginati in Belgio, a volere il "parroco dei balordi". E per convincerlo gli aveva trasmesso un messaggio: «Venga pure con il giubbotto, i jeans, gli stivaletti texani». In questa fine d’anno 2005, Guy Gilbert ha seguito con passione, e con molta tristezza, la rivolta dei giovani che ha messo a ferro e a fuoco le banlieues di Parigi e delle altre grandi città francesi. «L’esplosione di violenza non mi ha affatto sorpreso», dice. «Era da un bel po’ di tempo che me l’aspettavo. Tutti gli ingredienti erano riuniti: per i ragazzi neri e arabi la probabilità di trovare un lavoro è meno della metà che per i loro coetanei bianchi. Per guadagnare un po’ di soldi non resta loro che spacciare droga o rubare. Le responsabilità dello Stato sono pesanti: le banlieues sono state abbandonate al loro destino, mancano le scuole, gli ospedali, le strutture culturali, i trasporti pubblici; la polizia è assente, e quando si fa vedere è spesso inutilmente violenta. I giovani hanno il sentimento che il loro orizzonte sia sbarrato: in Francia gli immigrati africani e nordafricani, i loro figli e nipoti rappresentano quasi il 10 per cento della popolazione, ma questa percentuale è di gran lunga inferiore nella pubblica amministrazione o nei media». «Il pericolo», conclude Guy Gilbert, «è che questi ragazzi, spinti dalla disperazione, si radicalizzino sempre di più. Quando li ascolto parlare, mi si rizzano i capelli: hanno 13, 14, 15 anni e dicono che non hanno più alcuna speranza, e dunque che non hanno più nulla da perdere. Hanno conosciuto solo rigetto, odio, discriminazione, esclusione. Definirli racaille (feccia) come ha fatto il ministro degli Interni Sarkozy è dare prova di disprezzo. Si sentono esclusi da tutto, in una società che li rifiuta. Semianalfabeti, sanno che li aspetta la disoccupazione, il carcere o l’ospedale psichiatrico. Ci sono dei momenti in cui anche io mi perdo d’animo: quello che mi sforzo di fare per questi ragazzi è come una goccia d’acqua nel mare. Per fortuna, il mio sconforto non dura mai molto a lungo: alla fine mi dico che il mare è fatto di tante gocce d’acqua…». (Paolo Romani) Progetto Scuola – XII Vicaria-Liceo Scientifico “Salvemini” Bari I MOMENTO: LE RELAZIONI TRA COMPAGNI DI SCUOLA Attività per far scoprire ed analizzare ai ragazzi le situazioni “sociali” che si creano tra compagni di scuola. FASE 1 Individuazione degli stereotipi (5 min) Si espone un cartellone bianco e si invitano i ragazzi ad elencare le “tipologie” classiche di studenti, per esempio il secchione, il lecchino, il ciuccio, il ritardatario, ecc. Si cerca di stimolare i ragazzi e la loro fantasia affinché se ne trovino il più possibile. Man mano che vengono nominati ed individuati gli stereotipi dai ragazzi si scrivono sul cartellone in un elenco. FASE 2 Gioco di Ruolo (10-15 min) Si chiede ad alcuni dei ragazzi (in maniera volontaria o individuando qualcuno tra il “pubblico”) di impersonare uno dei personaggi individuati scegliendo liberamente nell‟elenco scritto sul cartellone, e si forma una “classe”. Durante questa rappresentazione sarà cura del conduttore far interagire i ragazzi tra loro, per osservare come gli “stereotipi” interagiscono tra di loro. Queste interazioni serviranno da spunto per le fasi successive. ESEMPI di SITUAZIONI da CREARE: Spiegazione; Interrogazione dal Posto; Compito in Classe (matematica e Latino); FASE 3 Analisi delle relazioni (5 min) Si espone un nuovo cartellone bianco, sul quale, in ordine sparso, si riscrivono i nomi degli stereotipi individuati precedentemente, e si disegna assieme a loro la “Mappa delle relazioni”, unendo tra loro i “tipi” di studenti con delle frecce che caratterizzino il tipo di relazioni che di solito si stabiliscono tra loro. Relazione di convenienza Relazione Stabile e Duratura --- > Relazione Fragile ed Effimera + varie ed eventuali che nascano dalla discussione con i ragazzi FASE 4 La domanda finale (2 min) Una volta completato il cartellone, invece di commentarlo si lancia una domanda/ provocazione: “E‟ conveniente lasciare tutto come sta, lasciare tutto come si crea in modo “naturale”, o potrebbe convenire orientare le relazioni?” Non è necessario attendere risposte. 23 A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A Dopo averli disposti come se fossero veramente in classe, si invita ciascuno dei ragazzi a calarsi completamente nel ruolo che si è scelto, e di comportarsi veramente come se lui fosse quel personaggio. Composta la classe uno dei conduttori entra in classe e gioca la parte del PROFESSORE, simulando una classica giornata a scuola per 5-6 minuti. 24 II MOMENTO: LE RELAZIONI TRA STUDENTI E PROFESSORI Attività per far scoprire ed analizzare ai ragazzi le RELAZIONI che si instaurano tra studenti e professori Festa delle S E T T I M A N E FASE 1 Gioco di Ruolo : Invertiamo i ruoli! (15 min) Si invita uno o due ragazzi a fare i PROFESSORI, mentre tutti gli adulti presenti faranno gli studenti indisciplinati. E‟ importante assegnare al ragazzo che impersonerà il professore, un obiettivo specifico, ad esempio quello di SPIEGARE il teorema di Pitagora, oppure una lezione di geografia sulla Puglia oppure un altro argomento a piacere, avendo cura di cercare di far comprendere a TUTTI i ragazzi la lezione spiegata. Il mini-professore dovrà poi interrogare per essere sicuro che tutti abbiano capito la lezione. Per stimolare il ragazzo a raggiungere gli obiettivi assegnati, è importante dirgli che alla fin del gioco gli spettatori potranno giudicare il suo operato, ed il raggiungimento o meno degli obiettivi (cosa che poi non avverrà veramente). GLI STUDENTI impersonati dagli adulti potranno inscenare le seguenti situazioni:: Uno studente si toglie le scarpe e le mette sul tavolo; Uno o più cellulari squillano; Qualcuno chiacchiera; Qualcuno scrive SMS, ecc FASE 2 Intervista ai mini-professori: Com’è fare i professori?? (5 min) Si chiede ai ragazzi che hanno giocato a fare i professori che sentimenti hanno provato a fare i professori. Gli si chiede poi in maniera specifica che cosa hanno provato nei confronti dei singoli studenti, cominciando dai più “buoni”, per finire a quelli più “discoli”. E‟ bene incentrare la loro attenzione sul SENTIMENTO che nasce nei confronti di questi ultimi. Lo scopo è far scoprire, in modo più o meno esplicito, che anche i professori provano dei “sentimenti”, e che i sentimenti che questi provano dipendono anche dagli atteggiamenti tenuti in classe dai singoli studenti. FASE 3 Intervista DOPPIA, Studente c/o professore. (10 min) Con la formula dell‟intervista doppia, messi l‟uno accanto all‟altro uno studente ed un professore, gli si pongono delle domande pressando per avere una risposta veloce, di getto. Alcune domande verteranno proprio sui sentimenti provati dagli uni verso gli altri. INTERVISTA DOPPIA Iniziamo con una serie di domande per conoscerci un po‟: PROFESSORE STUDENTE nome nome età età nato a nato a dicci una frase tipica di Bari dicci una frase tipica di Bari il tuo più grande pregio il tuo più grande pregio il tuo più grande difetto il tuo più grande difetto Adesso simuliamo una interrogazione, ma un po‟ più moderna... cosa mi sai dire su: STUDENTE Indro Montanelli Rossella Brescia Alvaro Vitali Il sindaco Emiliano Laura Pausini Simona Ventura Jovanotti Piero Angela Bettino Craxi Ronaldinho Lino Banfi Ernesto Che Guevara Adesso indaghiamo un po‟ la tua cultura televisiva scoprendo delle coppie famose; se io dico ...tu dici... PROFESSORE STUDENTE Raimondo Vianello e (Sandra Mondaini) Maurizio Costanzo e (Maria De Filippi) Carla Bruni e (Nicolas Sarkozi) Zuzzurro e (Gaspare) Braccio di ferro e (Olivia Oil ) Dario Fo e (Franca Rame) Federico Fellini e (Giulietta Masina) Tom e (Jerry) Grattachecca e (fichetto) Ficarra e (Picone) E adesso un po‟ di cultura generale: PROFESSORE Qual è il significato di pro capite? (per ciascu- STUDENTE Qual è il significato di ex aequo? (alla pari) Cosa significa “sei malato!” (si troppo forte!) Cantami la canzone di “Pollon” Il simbolo di emule...(il mulo) Che cos‟è un “dicastero” ? (ministero) Dimmi tre protagonisti de “I simpson” esclusa la famiglia Da grandi poteri derivano grandi responsa- Dimmi tre programmi di MTV Dimmi i vari significati di “cozza” (mitile, brutta 25 A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A PROFESSORE 26 Ora veniamo un po‟ a noi... ora ditemi in breve: Festa delle S E T T I M A N E PROFESSORE STUDENTE una scusa per un ritardo una giustifica per evitare l‟interrogazione l‟intercalare più gettonato durante un‟interro- Preferisci farti dettare le versioni al cellulare o Hai mai dato compiti a raffica per ritorsione? Cosa dici a casa se fai sciopero-x a scuola Come ti senti quando.... PROFESSORE STUDENTE Interroghi uno studente che non sa nulla e il prof, dopo lunghi secondi di silenzio, interro- Sei ai colloqui con i genitori dei tuoi studenti e il prof interroga te dopo solo una settimana Fai gli scrutini e gli esami di stato a metà luglio il secchione della classe ti sorride ma non ti Scrivi una nota sul registro (dicci cosa scrivi e Incontri i tuoi genitori in centro un sabato che Ora domande un po‟ HOT...quando è stata l‟ULTIMA VOLTA CHE PROFESSORE STUDENTE avresti volentieri cacciato uno studente a calci Hai copiato in parte-tutto un compito a casa hai letto il giornale nella sala professori facen- hai fatto X? Chi ti ha firmato la giustifica? ti è piaciuto quello che spiegavi? ti è piaciuto quello che studiavi? Ti sei impegnato al massimo per riuscire nel Hai chiesto aiuto per non lasciarti andare alla hai pregato o sei andato a messa? hai pregato o sei andato a messa? Adesso prova a descrivere con un aggettivo cosa è per te: PROFESSORE STUDENTE La scuola La politica L‟amicizia La scuola La politica La slealtà Il coraggio L‟amicizia La fede La fede Ultima domanda: TUTTO FAREI PER.... III MOMENTO: LA SCUOLA DA OBBLIGO A OPPORTUNITA’ FASE 1 Lavori in piccoli gruppi: La scuola che vorrei! (10 min) Divisi in piccoli gruppi i ragazzi individuano le caratteristiche della scuola che loro desidererebbero veder attuate, formulando proposte concrete per metterle in atto FASE 2 Quale proposta privilegiare? (10 min) Un rappresentante per ciascun gruppo legge e spiega le proposte del proprio gruppo, e nel frattempo si segnano le proposte su un cartellone. Mentre si scrivono i conduttori possono evidenziare magari quei casi in cui le proposte “cozzano” tra di loro, ma non per dare soluzioni, solo per far percepire che in un secondo momento nascerà l‟esigenza di trovare dei compromessi, delle mediazioni tra le varie proposte FASE 3 LA PROPOSTA: La scuola come PALESTRA di VITA, e PALESTRA di RELAZIONE CON GLI ALTRI? (5 min) P. FREIRE, citato da C. NANNI. voce «Educazione», in Dizionario di pastorale giovanile, Torino, 1989, p. 270. A L L A R G A lo spazio della tua T E N D A A partire dalle proposte individuate dai ragazzi, si propone all‟uditorio un salto di qualità, paventando l‟ipotesi di vivere la scuola come una vera e propria palestra, non soltanto utile ad imparare nozioni per sviluppare una professionalità, ma anche per sviluppare una maturità personale, che sappia vivere nell‟armonia delle relazioni. Ibidem, pp. 268-269. cfr G. acone, Pensare l'educazione oggi, in La pedagogia italiana contemporanea, Vol. I, Cosenza 1997, p. 9 ss. 27