L’ITALIA IN OPERA 2013/2014
LA VEDOVA ALLEGRA
(Die lustige Witwe) Operetta in tre atti Musica: Franz Lehár Libretto: Viktor Léon e Leo Stein Traduzione ritmica italiana di Ferdinando Fontana Prima rappresentazione: Vienna, Theater An der Wien 30 dicembre 1905 IN BIBLIOTECA SPIGOLATURE TRAMA
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LA VEDOVA ALLEGRA
Vi proponiamo alcune letture di approfondimento che potete trovare presso la Biblioteca del CRAL o reperire presso altre biblioteche: SULL’OPERA: SUL COMPOSITORE:
‐ Aldo Nicastro (a cura di), Guida al teatro d’opera, 2011, pagg. 197‐200 ‐ Piero Gelli (a cura di), Dizionario dell’opera, 1996 pagg. 740‐
742 ‐ Die lustige Witwe (La vedova allegra): operetta in tre atti / libretto di Viktor Léon e Leo Stein, musica di Franz Lehár, Torino: Teatro Regio, stampa 1999 http://bct.comperio.it/ ‐ Alberto Basso (diretto da), Dizionario enciclopedico universale della musica e dei musicisti, Le biografie, vol. IV, 1986, pagg. 351‐352 LA FONTE DEL LIBRETTO:
‐ Henri Meilhac, L’Attaché d’ambassade, 1861 PDF disponibile sul sito https://archive.org/details/lattachdambass00meiluoft ALL’INIZIO
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SPIGOLATURE 1/6 Sangue francese nelle vene di Franz Lehár “Lehár è un adattamento magiaro del cognome francese Le Harde; così si chiamava, infatti, il bisnonno del musicista che, ufficiale al seguito del generale Masséna, fu ferito in battaglia e si stabilì nei territori del «nemico» asburgico durante le campagne del 1799: e un seme di temperamento francese non è fuori luogo in questo artista versatile, che così a lungo soggiacque alle seduzioni del duplice «mito» di Vienna e di Parigi.” (1) A proposito di «operetta» “Un acuto compositore, Claude Terrasse, definiva «l'opéra‐comique una commedia in musica, l'operetta una pièce musicalmente comica». L'operetta ‐ chiamata anche «piccola lirica» o «lirica leggera» ‐ nasce dunque con intenti «comici». […] Il finale ottimistico, proprio dell'operetta, appare come un'amabile strizzatina d'occhio […] Il genere appare quindi un ideale «contenitore» per musica, danza, prosa, amore, avventura, vagheggiamento di mondi lontani ed esotici. […] L'operetta non ambisce a colpire l'intelletto, bensì i sensi. Se il suo contributo artistico non sempre è stato all'altezza, bisogna apprezzare quei capolavori che hanno comunque arricchito il mondo della musica. […] Se presentata con allestimenti curati, buone voci, buoni interpreti, un direttore d'orchestra capace di far risaltare i momenti migliori della partitura, l'operetta trova un più alto livello di dignità artistica. Come dicevano Schumann e Chabrier «non esiste musica grande o musica piccola. Esiste solo buona o cattiva musica».” (2) _____ (1) Bruno Traversetti, L’operetta, A. Mondadori, 1985 (2) Pino Nugnes, Il primo libro dell’operetta, Edizioni San Paolo, 1994 ALL’INIZIO
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SPIGOLATURE 2/6 L’ «operetta» come luogo mentale “Più che in una ricetta o in una formula, l'operetta si andò a poco a poco identificando con un luogo mentale, via via occupando in modo vicario uno spazio lasciato vacante nel corso del XIX secolo dalla progressiva espulsione del comico dalla musica di rango, e soprattutto dal teatro musicale di nobili origini. Nell'epoca idealistica e romantica, dominata da una rappresentazione essenzialmente tragica della realtà, viene così a confluire nell'operetta, e nei generi affini di teatro leggero, un mondo di umori rimasti orfani, la satira, l'umorismo, l'ironia, lo scherzo, la caricatura, ma anche di mezzitoni come il tragicomico, il semi‐serio, il quasi patetico, il demi‐larmoyant, che l'idealismo relega su un piano di minorità artistica e morale. Ma questa medietas estetica, a metà fra il nobile e il plebeo, fra l'autentico e il kitsch, offre all'operetta una possibilità di 'giocare con il linguaggio', di mescolare i livelli, di coniugare l'aulico con il volgare così da stendere su tutto un velo di ambiguità e generare costantemente il sospetto di un doppio senso. È appunto la natura particolare di questo rapporto col linguaggio, il quale implica distacco e consapevolezza del gioco e sospende ogni eccesso di immedesimazione ‐ a costituire il filtro attraverso cui l'operetta tende a 'riscrivere' la realtà, a farne la parodia, sia quella corrosiva alla Offenbach sia quella indulgente e velata di Lehár. L'operetta, come è stato talvolta osservato, non è, in fondo, che un'opera comica che non si prende troppo sul serio.“ _____ ‐ Andrea Lanza, Operetta, musa ironica e gentile in Die lustige Witwe (La vedova allegra): operetta in tre atti / libretto di Viktor Léon e Leo Stein, musica di Franz Lehár, Torino: Teatro Regio, stampa 1999 ALL’INIZIO
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SPIGOLATURE 3/6 «La vedova allegra»: difficile gestazione, ma successo strepitoso “Negli anni settanta si stimò in oltre cinquecentomila le repliche, in tutto il mondo, de La vedova allegra. Qualcuno dichiarò che si trattava perciò dello spettacolo teatrale più rappresentato. L'operetta dei record ebbe tuttavia una gestazione che definire «difficile» può apparire un eufemismo. Lo stesso Lehár riuscì ad aggiudicarsi lo spartito (che altri volevano affidare al più navigato Heuberger) facendo ascoltare al telefono il refrain del duetto «Hop là, hop là» al librettista Victor Leon. Karczag, direttore del Theater an der Wien, era così sicuro del «fiasco» di questa nuova creazione che arrivò ad offrire duemilacinquecento fiorini purché Lehár la ritirasse, prima ancora della première. Messa in scena con scene e costumi già utilizzati in precedenti operette, La vedova allegra fu tradotta in venticinque lingue, dettando moda nella storia del teatro e del costume. “ (1) Rivincita di Lehár sull’autorevolissimo Heuberger “Victor Léon, […] librettista e regista, aveva avuto l'idea di adattare a libretto per musica un testo poco fortunato di Henri Meilhac, […] che […] presentava [però] situazioni e peripezie […] idonee a conquistare il pubblico dell'operetta. Il libretto […] venne destinato all'An der Wien e offerto all'estro di Richard Heuberger. Heuberger era allora un'autorità notevolissima nel campo dell'operetta viennese […], però, attraversava un periodo di scarsa vena: lavorò al libretto, ma con lentezza, quasi senza convinzione, tanto da indurre lo stesso Léon a rinunciare a una collaborazione così prestigiosa […] . Ed ecco la […] «rivincita» di Lehár: egli si vide offrire (sia pure inaspettatamente e come soluzione di ripiego) la possibilità di misurarsi con un'operetta sulla quale l'ispirazione dell'illustre maestro si era spuntata. Proprio l'ispirazione di quel Richard Heuberger che qualche anno addietro, in occasione di un concorso nel quale era stato giudice del giovane ungherese, lo aveva respinto riconoscendogli una certa competenza nel campo della sinfonia e del melodramma ma nessuna attitudine per il valzer e per il teatro leggero!” (2) _____ (1) Pino Nugnes, Il primo libro dell’operetta, Edizioni San Paolo, 1994 (2) Bruno Traversetti, L’operetta, A. Mondadori, 1985 ALL’INIZIO
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SPIGOLATURE 4/6 «Die lustige Witwe»: gioco di parole “Circa il titolo dell'operetta le cose andarono in tal modo: Lehár stava correggendo le parti in teatro, prima che si arrivasse alla rappresentazione, quando fu annunciata la visita di una signora la quale chiedeva di parlare col segretario del teatro. Costei, vedova del consigliere ministeriale Hintermayer, si appellava all'interlocutore perché le venissero concessi due biglietti di favore per la ‘prima’ ritenendo di poter conservare i diritti del marito defunto. Steininger [segretario del teatro, ndr], ascoltato il messo, rispose di malumore: ‘Bene, datele i posti, ma se questa vedova importuna si ripresenterà una prossima volta cacciatela fuori’. Lehár, quasi morso da una tarantola, esclamò allora: ‘Che volete dire? Vedova importuna? Abbiamo il titolo della nostra operetta! La vedova allegra’. La cosa sarebbe incomprensibile fuori della lingua tedesca, già che lästige equivale a importuna e lustige a allegra.” (1) L’elemento del ballo nella «Vedova allegra» “Un […] elemento concorre a rendere particolarmente scorrevole e, se non sempre plausibile drammaturgicamente, estremamente piacevole l'azione: il ricorso continuo al ballo. In nessuno dei tre atti manca una festa danzante: con il ballo mondano organizzato all'ambasciata inizia l'opera, durante quello folkloristico a casa di Hanna ha luogo il secondo atto, mentre la ricostruzione delle folies notturne di 'Maxim' costituisce il nucleo del terzo. Il ballo è talmente centrale nella Lustige Witwe che il genere stesso dello spettacolo non ne resta indenne, al punto che alcuni studiosi lo definiscono come Tanzoperette, 'operetta danzata'. Non si tratta solamente di fornire l'occasione per un'esibizione coreografica, corredata da diverse tipologie di costumi: attraverso il ballo la vicenda si evolve, le relazioni tra i personaggi si trasformano, la coreografia diventa il luogo drammatico per eccellenza in cui i destini si compiono; la danza è insomma l'occasione propizia per comunicare un messaggio.” (2) _____ (1) Aldo Nicastro (a cura di), Guida al teatro d’opera, Zecchini, 2011 (2) Piero Gelli (a cura di), Dizionario dell’opera, Baldini Castoldi Dalai, 2005 ALL’INIZIO
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SPIGOLATURE 5/6 Il valzer “Il tempo, come ricorda Claudio Magris attraverso le parole di Franz Werfel, era l'ossessione della società viennese, immersa in un fugace edonismo: «poiché il tempo è denaro, non voleva usare il tempo per guadagnar denaro, bensì guadagnar denaro per fruire del tempo. Perché nel tempo che le era concesso stavano gli unici beni della sua povertà: guardare, udire, fiutare, gustare, tastare, pensare e sentire e amare». Appunto l'incalzare del tempo, il ritmo pressante delle scene che si avvicendano in un turbine via via più vorticoso, dominato dallo spirito della danza, costituisce il motore primo del meccanismo drammaturgico nella Vedova allegra. Sebbene molte altre danze si spartiscano col valzer i numeri in scena, gli eventi‐chiave della trama sono sempre affidati a un valzer, e quasi sempre simbolicamente in relazione con la vicenda amorosa tra i due protagonisti, Hanna e Danilo. Il valzer si rivela allora materia quanto mai duttile, capace di modellarsi sulle più diverse implicazioni psicologiche, e manifesta sorprendenti qualità rappresen‐ tative, che non hanno veri precedenti in Suppé o in Johann Strauss e sono in massima parte farina personale di Lehár.“ (1) Ambientazione parigina della «Vedova allegra» “L'azione della Vedova allegra avrebbe dovuto svolgersi (secondo la commedia originale di Meilhac) in Germania. Victor Léon la trasferì a Parigi assecondando, insieme alla sua personale predilezione, il gusto del pubblico viennese. Nell'immaginario della belle‐époque Parigi è la capitale dell'anima, il luogo centrale e prodigioso da cui l'affabulante cornucopia dello spirito europeo versa per tutti la leggenda inenarrabile dell'intelligenza, della poesia e del piacere. Per i viennesi, Parigi è «l'altra capitale»: il temuto e ammirato modello concorrente col quale ci si misura «per differenza» e verso il quale accorre, irresistibilmente, la fantasia. Ciò che Vienna, nella sua conchiusa e prudente perfezione, nega, Parigi offre con dovizia al desiderio. […] A ben vedere, l'ambientazione parigina della Vedova allegra è solo il tributo esterno alla prepotenza di un luogo comune: l'intreccio è chiuso nei saloni di una grande villa che potrebbe trovarsi ovunque e la città, la città del mito, vi occhieggia solo dalle abitudini libertine di Danilo, dal simbolo mondano‐turistico di Chez Maxim e dai capricciosi nomignoli delle donnine che allietano le giornate piccanti del diplomatico.” (2) _____ (1) Andrea Lanza, Operetta, musa ironica e gentile in Die lustige witwe (La vedova allegra): operetta in tre atti / libretto di Viktor Léon e Leo Stein, musica di Franz Lehár, Torino: Teatro Regio, stampa 1999 (2) Bruno Traversetti, L’operetta, A. Mondadori, 1985 ALL’INIZIO
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SPIGOLATURE 6/6 Debutto de «La vedova allegra» a Torino “È un clima agitato quello in cui La vedova allegra affronta il debutto torinese, l'8 ottobre 1907. La città è scossa da numerosi scioperi di lavoratori di stabilimenti in crisi ‐ cotonifici, setifici, panifici ‐ ai quali si aggiungerà quello dei ferrovieri. […] Nel bel mezzo del tumultuoso sviluppo economico dell'Italia giolittiana e a dieci mesi di distanza dall'annessione di Bosnia e Erzegovina all'Impero austriaco, azione foriera di ben più drammatici eventi futuri, la vaporosa e fatua ereditiera di Lehár fece il suo elegante ingresso sul palcoscenico del Teatro Alfieri, distogliendo la borghesia torinese dalle ansie del mondo reale. Stesso copione, a Torino come al Dal Verme di Milano ‐ dove l'operetta era stata allestita in 'prima' italiana il 27 aprile di quello stesso anno ‐, ossia grande successo di pubblico e sussiegosa presa di distanza da parte della critica. […] Soltanto lo spettacolo, frutto dell'inesauribile fantasia del grande Caramba e dell'abilità pittorica di Rovescalli, conquistò il consenso di tutti. Collaudatissimo in oltre cinque mesi di repliche al Dal Verme, esso recava il marchio prestigioso della Compagnia di operette ed opere comiche «Città di Milano», che si avvaleva della collaborazione dei migliori artisti possibili al momento per la cosiddetta 'piccola lirica'. Fra di essi, una punta di diamante, la ventiduenne Emma Vecla, che avrà nel proprio destino quello di essere annoverata tra le massime esponenti del teatro d'operetta, acclamata protagonista di tante 'prime', italiane o assolute.“ _____ ‐ Giorgio Rampone, Quando Torino «vecleggiava»… in Die lustige witwe (La vedova allegra): operetta in tre atti / libretto di Viktor Léon e Leo Stein, musica di Franz Lehár, Torino: Teatro Regio, stampa 1999 ALL’INIZIO
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TRAMA 1/2 Atto I Salone dell'Ambasciata del Pontevedro a Parigi. Il barone Mirko Zeta, ambasciatore pontevedrino, è turbato per una questione finanziaria di capitale interesse per il suo piccolo stato: se non si troverà un marito di nazionalità pontevedrina alla ricchissima vedova Hanna Glawari le finanze dello stato andranno in bancarotta. Si decide dunque di affidare all'attaché d'ambasciata, conte Danilo Danilowitsch, affascinante tombeur de femmes, il delicato còmpito di far innamorare di sé la facoltosa vedova e così preservare quella preziosa eredità per le finanze del Pontevedro. Ma le cose non si riveleranno tanto semplici: Hanna giunge al ballo quale ospite del barone e Danilo, sottratto assai di malavoglia alla propria vita chez Maxim ma pur desideroso di venir utile alla patria, individua nella bella vedova un'antica conoscenza; essi si erano amati in gioventù senza poter concludere con le nozze per via della differenza di ceto. Adesso ambedue si riconoscono ma nessuno dei due è disposto a cedere di un millimetro ai rimpianti del passato; inizia una schermaglia amorosa che si protrarrà fino all'epilogo della storia. Frattanto però c'è chi si dà da fare: Camille de Rossillon non smette di corteggiare la bella Valencienne, giovane moglie dell'ambasciatore, la quale perde un ventaglio su cui lo spasimante ha scritto "ti amo ". L’atto si chiude su un solenne valzer che viene danzato da Hanna e Danilo. ALL’INIZIO
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TRAMA 2/2 Atto II Il giardino della residenza parigina di Hanna Glawari, con padiglione sul fondo. Ha luogo ivi una festa in costume pontevedrino organizzata da Hanna e la signora intona una malinconica canzone, quella di Vilja e delle sue pene d'amore; frattanto Camille s'è appartato nel padiglione con Valencienne, vincendone le resistenze, mentre Zeta ha rinvenuto il ventaglio con su scritta la compromettente frase amorosa e si dà divertito alla caccia dell'autrice ignorando naturalmente che si tratta di sua moglie. I suoi tentativi sono tuttavia destinati a infrangersi su uno scoglio: Njegus [impiegato all’ambasciata pontevedrina, ndr] ha scambiato Hanna con Valencienne nel padiglione e dunque, allorché ne esce la vedova, è tutta una sorpresa; Danilo ne è sconvolto e tratta Hanna con bruciante sdegno. Atto III Il palazzo di Hanna. Con l'aiuto di Njegus la padrona di casa ha trasformato un'ala dei suoi appartamenti nel celebre "Maxim" parigino ingaggiando all'uopo alcune delle splendide grisettes [sartine o operaie di facili costumi, ndr] che Danilo mostra di prediligere. Hanna confessa a quest'ultimo che la scena del padiglione è stata una finzione e che ella è in realtà innocente. Zeta, scoperta infine la tresca della moglie con Camille e proclamatosi di conseguenza divorziato, fa ad Hanna una proposta di matrimonio nell’interesse della patria. La vedova lo avverte però che una clausola del testamento del marito la disereda in caso di nuove nozze, il barone ritira subito l'offerta e finalmente Danilo, dato che il gesto non può più essere interpretato venalmente, può dichiararsi. Hanna gli rivela allora la clausola successiva: il patrimonio sarebbe andato al nuovo marito. Tutto pertanto finirà in gloria, con Hanna e Danilo sposi e Valencienne perdonata da Zeta, in quanto ella dichiara solennemente di essere "una donna onesta". _______ da: Aldo Nicastro (a cura di), Guida al teatro d’opera, Zecchini, 2011 ALL’INIZIO
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