Recensioni teatrali | Teatro.Persinsala.it
Maurizio
Maravigna
febbraio 20, 2015
Si conclude alla Scala di Milano la trilogia monteverdiana diretta da
Rinaldo Alessandrini e Bob Wilson.
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Stupisce che L’incoronazione di Poppea di Claudio Monteverdi alla
Scala di Milano non faccia il tutto esaurito. Per tre motivi: perché si tratta
di uno dei massimi capolavori della nostra tradizione musicale; perché
l’esecuzione è affidata a Rinaldo Alessandrini che è il più importante
rappresentante di una via italiana all’opera barocca; perché è uno
spettacolo di Bob Wilson (si pensi che la sua Odyssey al Piccolo Teatro ha
registrato sempre code interminabili, tanto da essere riprogrammata per
l’Expo). Stupisce e soprattutto spiace perché L’incoronazione, ripetiamo,
è un’opera magnifica, sia per la modernissima drammaturgia sia per la
qualità della musica.
Nel 1637 a Venezia le porte del Teatro San Cassiano erano state aperte
per la prima volta al pubblico pagante e il melodramma usciva dal chiuso
delle sale di corte. Claudio Monteverdi, Maestro della cappella musicale
della Basilica di San Marco, capisce che il tempo di Orfeo è tramontato: il
pubblico richiede un nuovo melodramma. Il geniale musicista, che ha 73
anni, accetta la sfida: L’incoronazione di Poppea debutta nel 1643 al
Teatro di SS. Giovanni e Paolo.
Il libretto è opera dell’aristocratico Giovan Francesco Busenello, membro
dell’Accademia degli Incogniti, che rilegge gli Annali di Tacito e l’Ottavia
attribuita a Seneca e inventa il melodramma dark: Nerone, marito di
Ottavia, ama Poppea ed è disposto a tutto pur dir liberarsi della moglie. Il
filosofo Seneca va stoicamente incontro alla morte per avergli dato buoni
consigli, il cavaliero Ottone è assoldato come sicario dall’Imperatrice in
disgrazia per uccidere Poppea, la sua ex amante, ma poi se ne va
felicemente in esilio con un’altra, e ancora soldati maldicenti, vecchie
nutrici, poeti compiacenti… Un gran guazzabuglio di storie e cinismi in cui
è difficile tracciare una linea di separazione tra bene e male, tra commedia
e tragedia: tutto, come nei drammi shakespeariani, si confonde.
Monteverdi applica il “musicar cantando” alla molteplicità del reale e ci
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regala pagine di bellezza assoluta. Poco importa che la moderna
musicologia abbia individuato nella partitura la mano di Francesco Cavalli
e che attribuisca persino il celebre duetto finale (Pur ti miro, pur ti
godo) a Francesco Sacrati e a Benedetto Ferrari: L’incoronazione di
Poppea è il frutto di un’ispirazione tanto unitaria, che l’opera assorbe con
naturalezza e forza centripeta i possibili apporti esterni.
Rinaldo Alessandrini porta così a termine (in tandem con Bob Wilson) la
sua trilogia monteverdiana alla Scala. Sceglie di collazionare le due
partiture dell’opera, quella veneziana del 1643 e quella napoletana del
1651 (come è scritto nella locandina, è un’edizione acritica) e, senza
temere l’ampia sala del Piermarini, ricorre a pochi strumenti (circa
quindici) per evitare qualsiasi enfasi orchestrale. E si segnala per la
morbida concertazione e soprattutto per l’attenta regia del canto.
Non ci sono forti personalità vocali, ma tutti i cantanti, spronati a lavorare
a ogni singola parola, a darle senso e a interpretarla, partecipano con
impegno a un progetto unitario: efficaci le due prime donne, Miah Persson
(Poppea e la Fortuna) e Monica Bacelli (Ottavia e la Virtù), brava Maria
Celeng come Drusilla, nevrotico e appassionato il Nerone di Leonardo
Cortellazzi, divertente Adriana di Paola nel personaggio di Arnalta, dolente
e autorevole il Seneca di Andrea Concetti.
Bob Wilson costruisce uno spettacolo di algida perfezione, com’è sua
abitudine. Pochi elementi scenografici: alcuni rimandano alla romanità
(l’obelisco di piazza San Pietro, un capitello) altri sono simboli
extratemporali (la grande radice di fico del Prologo). Colonne scorrono
lungo binari o sono calate dall’alto, sostituite poi da filari di alberelli che
rimandano al celebre dipinto Betsabea al bagno di Veronese. Tutto è
circondato dai suoi ampi orizzonti di luce, che svariano in infinite tonalità
dell’azzurro. La recitazione è ovviamente antinaturalistica: gesti astratti e
meccanici, improvvise increspature reattive del corpo e del viso. Eleganti e
spiritosi i costumi di Jaques Reynaud.
Gli spettacoli di Wilson sono sempre di grande impatto figurativo, ma
questo non ci impedisce di trovare in essi un certo manierismo
compiaciuto e, talvolta, meccanico. E soprattutto ci siamo sorpresi a
pensare che questa regia non fosse in perfetto accordo con quello che
Alessandrini fa nella buca: il direttore lavora sulla voce e sulle sue
sfumature, l’artista texano costruisce personaggi a due dimensioni.
Intendiamoci, non è uno spettacolo poco riuscito. L’interpretazione di
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Wilson è sempre produttiva di senso e svetta per intelligenza, bellezza e
ironia, ma questo testo complesso ed enigmatico ci parlerebbe di più se il
regista, invece di fermarsi alla superficie dell’immagine, ne scandagliasse
gli abissi.
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Lo spettacolo continua:
Teatro alla Scala
Via Filodrammatici, 2 – Milano
20 e 27 febbraio
Ore 20.00
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L’incoronazione di Poppea
musica di Claudio Monteverdi
direttore Rinaldo Alessandrini
regia, scene e luci Robert Wilson
costumi Jacques Reynaud
lighting designer A.J. Weissbard
drammaturgia Ellen Hammer
con Leonardo Cortellazzi, Miah Persson, Monica Bacelli, Silvia Frigato,
Sara Mingardo, Luca Dordolo, Furio Zanasi, Adriana Di Paola,
Giuseppe De Vittorio, Andrea Concetti, Mirko Guadagnini, Maria
Celeng, Luigi De Donato, Monica Piccinini, Andrea Arrivabene
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L`incoronazione di Poppea