IL GIORNO
DEL DEBUTTO
Al teatro Storchi va in scena
«That night follows day»
del regista belga Tim Etchells
Tra Carpi e Vignola «Vie» in pillole
Quest’anno Carpi e Vignola si fanno ospiti di spazi più che di ‘spettacoli’. Spazi in cui spettatori e attori si
mischiano, in cui non si osserva qualcosa ma lo si assapora, lasciandosi sedurre e abbandonare. Due sono gli
spazi di teatro e cucina: da stasera a
Vignola “Cena con Delitto”, in cui gli
spettatori sono al contempo commensali di una lauta cena e investigatori
di un omicidio, e dal 16 a Carpi “Teatro-Cucina, intrattenimento conviviale in cinque portate e due atti”. Da og-
gi sempre a Carpi “Portar bene” di
Mariangela Gualtieri, spettacolo che
nasce dall’esigenza di portare la parola della poesia nelle case. Per la danza, dal 18 Il Duca delle Prugne di Aldes a Vignola, in cui da commensali
ci si trasforma in invitati a un varietà, e “Arearea” a Carpi con una riflessione “A Rebours” tra danza e
quotidianità. Uno spazio sul finire del
festival è riservato al nuovo circo con
due appuntamenti, “Circhio Lume” e
“Caravankermesse”. (beatrice bellini)
Il mondo adulto visto dai bambini
I piccoli prendono in mano la situazione e cambiano i rapporti con i più grandi
In un mondo dove lo sguardo degli adulti sorveglia il
bambino, in “That night follows day” (Teatro Storchi, alle 20.30) le prospettive si invertono. Nello spettacolo di
Tim Etchells, regista e drammaturgo dei Forced Entertainment, non ci sono’i grandi’ a osservare e suggerire,
né a rispondere con doveroso criterio genitoriale alle domande dei piccoli, ma altre risposte alle relazioni quotidiane tra genitori e figli.
E’ stata la compagnia Victoria di Ghent (Belgio), che ha
avviato un progetto di teatro
per adulti con interpreti ragazzi minorenni, a offrire a
Etchells la possibilità di lavorare con giovanissimi attori,
permettendogli di confrontare il proprio metodo e linguaggio con un teatro profondamente diverso dal suo. Ma il
regista ha scelto di non rinunciare alla propria autorialità,
all’ironia e allo straniamento
che accompagna tutti i suoi
lavori con la compagnia di
Sheffield. Le performance e
gli spettacoli dei Forced Entertainment scardinano il
confine tra realtà e finzione,
e un attore può moltiplicarsi
in più personaggi, le improvvisazioni durare ore e ore, i
testi accogliere contempora-
neamente punti di vista differenti, che nel tempo della rappresentazione si svelano poco
a poco, innescando un rapporto di fortissima solidarietà
con lo spettatore. proprio il
pubblico la chiave della regia
di Etchells, un pubblico che
mai può riposare sulla poltrona del proprio teatro, o sui pavimenti dei garages, le panchine di una stazione ferroviaria o gli altri appoggi di
tutti i possibili luoghi non teatrali in cui la compagnia sa inserirsi. Lo spettatore è chiamato in causa mentre gli attori lo guardano negli occhi,
chiamato a ricostruire una verità (o un pensiero) sulla vita
reale presente in trasparenza
sulla scena, quella realtà che
serpeggia nella molteplicità
dei materiali che costituisco-
Dopo il successo
avuto con Gorky
stesso, riscrivendo un possibile statuto di un’teatro dei
bambini’ che in questo spettacolo si fa portavoce del pensiero degli adulti. Recuperando memorie della sua infanzia, registrando dialoghi con i
propri figli e le conversazioni
con i giovani attori fiamminghi raccolte durante i workshop
preparatori,
Tim
Etchells ha elaborato una
Il teatro rivelatore di Alvis Hermanis in prima nazionale
Protagonista di Sonja
saper valicare i confini della
Lettonia conservando acuti e
messaggi e significati, nonostante la lingua lettone domini la sua scena. Lo sguardo
del regista sa mirare ai dettagli, alle crepe delle architetture culturali e mentali della società contemporanea, e ribaltare la quotidianità in forme
inattese. Come in “Sonja”, dove due ladri d’appartamento
L’Opera Nova sfida i Media
con il primo atto di Beards Trilogy
Per la prima volta in Italia con il sostegno di Ert, la
compagnia Fraction di Stefan Oertli mette in scena
“Beards I-Daemonie”, primo episodio della “Beards
Trilogy”, esperimento di
opera nova fra lirica e teatro di ricerca, incentrata su
tre miti della letteratura,
Barbablù, Otello e Faust riletti in chiave contemporanea. Stasera alle 18 e domani alle 22.30, il Teatro delle
Passioni si accenderà su
uno spettacolo che racchiude in sé teatro, opera, arti
plastiche e visive, coreografia, circo e marionette, in
una partitura diretta da Oertli. Fondante, nel lavoro di
Stefan Oertli, è infatti l’interattività tra interprete e musica, dove voce e corpo dell’attore si fanno scrittura
scenica. L’artista franco
svizzero si forma all’Istituto
Nazionale Superiore delle
Arti dello Spettacolo di Bruxelles, e completa il suo percorso attraverso numerosi
stage in Belgio, Francia e
Italia. Nel 1996 fonda il gruppo Fraction. La compagnia
produce spettacoli e proget-
no l’evento, abilmente montato secondo un’estetica imprecisa, di presa diretta, non necessariamente ‘del bello’. In
questo ragionamento, che corrisponde a una pratica artistica di alto livello, trovandosi
alla guida di 16 ragazzi tra gli
8 e i 14 anni, Etchells disorienta il suo pubblico ancora una
volta, proponendo una visione lineare e distorta al tempo
Le crepe della quotidianità
L’EVENTO
I muri (di mattoni) sono
crollati, la cortina di ferro è
fusa, i blocchi si sono aperti e
si è scatenata l’impetuosa ondata della multiculturalità e
del cosmopolitismo. Ci ritroviamo ad essere cittadini del
mondo. In teoria. In pratica
le cose sono diverse. Dopo il
successo’’By Gorky’’ del 2005
torna alla ribalta del festival
Vie il regista, autore e scenografo lettone Alvis Hermanis,
con una delicata’’Sonja’’ in ingombranti membra maschili,
a Modena in prima nazionale
stasera alle 22.30 (navetta ore
22, Teatro delle Passioni) e domani alle 18 a Ponte Alto. Il
talento e la lucidità di Hermanis, alla guida del New Riga
Theatre dal 1997, dà prova di
Una scena di «That night follows day»
drammaturgia che procede
per associazioni, articolate in
lunghissimi elenchi che ricostruiscono il rapporto tra il
mondo dei bambini e quello
degli adulti, gli immaginari
degli uni verso gli altri. “That
night follows day” è la messa
in scena di una visione raddoppiata, dove i ragazzi interpretano il loro stesso mondo
ma rielaborandolo secondo
gli occhi degli adulti. Si svelano così i meccanismi di inganno, le parole e gli atteggiamenti che quotidianamente
condizionano i bambini nel loro vivere e stabilire un rapporto familiare con un ambiente complesso e prestrutturato. Non più una visione convenzionale del teatro fatto dai
bambini, allineati sulla scena
a recitare per i genitori, ma,
come spiega il regista «un coro non cantato, visto come
una massa di ragazzini che
potrebbero parlare da soli o
insieme, dei vari modi in cui
gli adulti modellano, formano, spiegano e definiscono il
mondo che abitano». (serena
terranova)
ti che coinvolgono più nazioni e artisti europei, esplorando quella poetica del contemporaneo che fa della tecnologia uno dei principali
interlocutori per la messa
in scena. La compagnia si
misura oggi con una trilogia, affrontando in “Beards
I-Daemonie” il mito di Barbablù, liberamente tratto
dal racconto di Charles Perrault, primo libretto del progetto “Beards Trilogy”. Lo
spettacolo nasce da un lavoro per tappe, sette laboratori per lo studio del rapporto
tra attore, voce e musica interattiva: non azione ma
esperienza sonora. Al di là
delle parole e della visione,
la violenza di Barbablù e
una sposa giovane e innocente diventano pretesto
per denunciare un problema contemporaneo: la manipolazione della realtà agita
dai media, attraverso la distorsione dell’informazione
per mezzo dell’immagine e
una continua provocazione,
tra fascinazione e repulsione per il cupo palcoscenico
mediatico della cronaca nera. (annalisa maurutto)
a contatto con oggetti e ricordi altrui rimettono in vita, e
in scena, la vita della protagonista. Dopo essersi presentato in Italia con “Ghiaccio” di
Sorokin e “Lunga vita”, nel
2005 Hermanis costruiva “By
Gorky” su “I bassifondi” dell’autore russo, e ancora quest’anno scopre Sonja fra le pagine della russa Tatjana Tolstaya. Hermanis parte da testi
non
necessariamente
drammaturgici ma rigorosamente russi, con cui trova
particolare sintonia per esprimere la sua visione del teatro: la sua regia spiazzante è
basata sulla constatazione
che ogni spettacolo è completamente diverso dai precedenti. Come in lavori di altri regi-
sti quarantenni dell’ex Urss,
una solida tradizione d’attore
si impone stridendo con la nostra contemporaneità teatrale. L’importanza fondamentale è attribuita alla ricerca sui
linguaggi, in una connessione strettissima con il gesto,
ma pur sempre indirizzata
verso la valorizzazione della
parola teatrale, tendenzialmente estranea alla tecnologia. La radicalità della sua ricerca è incentrata sugli attori
e sull’evoluzione del tradizionale teatro psicologico e di parola, qui esasperato, e rivitalizzato. Quello di Hermanis è
un teatro di poesia, non realistico e non politico in senso
stretto. Hermanis non si fa
portatore dei valori lettoni.
Insomma l’Europa dell’Est, rimane sullo sfondo: trapela
dai suoi spettacoli una condizione esistenziale comune,
che va al di là dei confini politici e storici. Eppure va considerato il diaframma culturale tramite il quale distilliamo
il messaggio originario: la nostra percezione scenica risulta inevitabilmente distorta,
calata nel nostro oggi, nei nostri confini. Niente di nuovo:
la multiculturalità ci fa sentire importanti davanti al mondo ma resta, se non un’utopia, ancora da realizzare. Sta
al nostro sguardo misurarsi
con il proprio orizzonte, e provare a superarlo. Forse proprio nel dettaglio di una scena. (paola gnesi)
DIVINA SOLITUDO
E Hoghe fa rivivere il mito di Maria Callas
“Non aveva né denaro né amori alla fine della sua vita
Maria Callas, e della sua meravigliosa voce non era rimasta che qualche lieve traccia. Questa è la verità, anche se
triste, che voglio raccontare”. Così Raimund Hoghe evoca
la protagonista celata nell’indizio “36, Avenue Georges
Mandel’’, titolo del lavoro proposto al Teatro delle Passioni di Modena stasera (ore 22.30) e domani (ore 18.30).
«Il titolo rimanda all’indirizzo dell’ultima abitazione
della Diva a Parigi, trovato
per caso su una cartolina all’Opera» racconta il drammaturgo tedesco, che mette in
scena l’angoscia e la solitudine di Maria Callas, con una
partitura che supera il personaggio.
«E’ il suo spirito che voglio
evocare - continua Hoghe - il
potere della musica attraverso la sua voce, le sue centinaia di voci. Non creo nulla,
ritraggo, riproduco i suoi gesti, i suoi movimenti e mi lascio muovere dal suo canto».
L’autore, però, decide di cambiare l’epilogo. Il corpo a terra del performer, ritrovato all’inizio e quasi alla fine dello
spettacolo, diventa il simbolo
di un ciclo che si interrompe
e poi riprende, con la presenza di Emmanuel Eggermont,
giovane collaboratore di Hoghe, che appare come in un
Raimund Hoghe
sogno pieno di speranza. Che
sia sogno o realtà, in tutte le
sue produzioni Hoghe sembra invitare alla riflessione,
gioca tra l’illusione della presenza e la forza dell’assenza,
e così determina la sottile tensione tra i propri ideali e i canoni di cui spesso si è vittime
inconsapevoli. E’ definito ‘politico’ il teatro di Hoghe, che
negli anni Ottanta è stato
drammaturgo di Pina Bausch
al Tanztheater Wuppertal e
che ha scelto di salire sul palcoscenico per contrastare l’esclusione di un corpo non
conforme ai canoni tradizionali di bellezza. Sceglie l’assolo perché vuole raccontare se
stesso, il suo corpo, il suo momento storico. Nelle sue messe in scena, la musica è studiata con passione, per vagare dal tono melanconico a
quello più ironico, per diventare spartito condiviso con
gli altri elementi: la luce, o
meglio la sua ombra, che diventa traslazione simbolica
dall’esserci al non-esserci,
dalla causa all’effetto e dalla
vita alla morte, e gli oggetti,
che Hoghe ama assemblare e
smantellare a proprio piacere. Apparizioni, ricordi e colonne sonore creano l’atmosfera affinché le cose accadano, e lasciano lo spazio e il
tempo nello spettatore di ricreare un universo, in parte
anche collettivo, con cui convivere. Il procedere di Hoghe
è lento e studiato nei particolari, per concedersi il piacere
della memoria e il dolce cullarsi nell’illusione. (eliana
amadio)
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