Azione Cattolica ambrosiana Decanato di Vimercate Comunità Pastorale “Beata Vergine del Rosario” in Vimercate e Burago di Molgora Comunità Pastorale “Regina degli Apostoli” in Bernareggio, Villanova, Aicurzio e Sulbiate -­‐ Rinascere di nuovo (dall’alto) -­‐ Proposta di Lectio Divina per gli adulti – Anno Pastorale 2014/2015 Martedì 14 ottobre -­‐ ore 21,00 -­‐ S. Maurizio Nicodemo (Giovanni 3, 1-­‐21) Riflessione di don Luca Il metodo della Lectio Divina Il testo che avete ascoltato non era quello che avete in mano: c’era qualche cambiamento, ma perché probabilmente la traduzione letta era quella anteriore al 2008; sul libretto avete il testo CEI con l'ultima traduzione. C'era solo qualche piccola discordanza, neanche molto importante. Innanzitutto una precisazione: io sono parroco di Bernareggio, Villanova, Aicurzio e Sulbiate. Altrimenti fuori… mi aspettano. Questa sera incominciamo questo percorso, questo cammino, con un metodo per il quale dobbiamo sempre rendere grazie a Padre Carlo Maria, nostro vescovo e maestro che ci ha insegnato che la Lectio Divina non è solo per i monaci: loro possono stare anche un giorno intero su un brano. Noi non possiamo farlo perché non abbiamo questo tempo: chi fa il prete diocesano, chi fa la religiosa, chi fa il papà o la mamma, chi è single e lavora ha mille impegni e mille cose da fare e non può dedicare l’intera giornata a un brano come i monaci. Carlo Maria Martini, allora, ci ha dato questo regalo, ci ha insegnato come riuscire, in poco tempo, ad avere un contatto con la carne del Cristo che è la Parola di Dio, attraverso una lettura, una meditazione e poi una preghiera, un silenzio. Il Vangelo di Giovanni Quest’anno l’Azione Cattolica ci ha proposto di riflettere sul Vangelo di Giovanni che non è semplice. Vi invito comunque ad incominciare a leggerlo per gli affari vostri: quello che non capite potete chiederlo ai vostri preti perché, penso, chi si innamora di Gesù deve arrivare alla profondità del Vangelo di Giovanni. Infatti, quando Giovanni è rappresentato nell'iconografia -­‐ anche nelle nostre chiese (qui siamo in una chiesa bellissima e moderna e non so se ci sia) -­‐ è sempre rappresentato con l'aquila: è colui che, tra gli Evangelisti, vola più in alto nella contemplazione del mistero di Cristo. Il Vangelo di Giovanni è diviso in due parti: fino al capitolo 12 viene definito “libro dei segni”; dal capitolo 13, con la lavanda dei piedi, è il “libro della gloria”, ma non è questo il momento per entrare più in dettaglio. Ci fermiamo stasera su questo brano, innanzitutto con la Lectio: facciamo un po' di fatica per capire prima chi sta scrivendo e cosa ci vuole trasmettere. Siamo tra gli ultimi scritti del Nuovo Testamento: è il Vangelo più tardivo e viene dopo anche delle lettere di Paolo. È un testo che fa un'ulteriore riflessione sul primo annuncio cristiano. Nella Lectio rileggiamo questo brano, poi vi dirò alcune cose e vi lascerò qualche spunto di meditazione e alcune domande cui pensare durante il silenzio. La struttura del brano Innanzitutto questo brano è diviso in due parti: quelli che studiano queste cose dicono che, nella prima parte, dal versetto 1 al 12, è possibile individuare un dialogo tra Nicodemo e Gesù. Poi, dal versetto 12, Gesù prima dice: “Tu che sei maestro in Israele…”. Poi comincia a utilizzare il “voi” e, dal versetto 13, conduce questo monologo che è una grande presentazione di se stesso. Già nel capitolo 1, il Vangelo di Giovanni inizia con il prologo; al capitolo 2 c’è il primo dei segni di Gesù che inizia la sua opera (le nozze di Cana); qui, siamo al capitolo 3, c’è questo dialogo che poi diventa un monologo davanti a Nicodemo: è un manifesto. Gesù dice: “Guardate che io voglio essere quella roba qui”. Nicodemo Innanzitutto questo personaggio: Nicodemo. Di lui, nel Vangelo, si parla anche al capitolo 7 quando incominciano a processare Gesù, non tanto con Gesù davanti, ma cominciano ad accusarlo a distanza. Nicodemo allora prende la parola e dice: “Ma la nostra legge giudica forse un uomo senza averlo ascoltato?”. E gli dicono: “Studia: non sorge maestro dalla Galilea!”. Anche Natanaele, sempre nel Vangelo di Giovanni, dice: “Da lì, da Nazareth, non viene nulla di buono”. Nicodemo compare la terza volta al momento della sepoltura di Gesù, al capitolo 19, quando Gesù, morto sulla croce, viene colpito dalla lancia – e il colpo di lancia è raccontato solo da Giovanni. Lì si dice che Giuseppe d’Arimatea chiede il permesso (di nascosto per paura dei Giudei) di prendere il corpo di Gesù; con lui c’è anche Nicodemo che porta 30 chili, così dice il Vangelo, di mistura di mirra e aloe. Noi non sappiamo niente di questo Nicodemo se non che era uno dei capi e quindi che studiava la Bibbia e che conosceva le tradizioni d'Israele, ma da questo dono di 30 chili di mirra e aloe sappiamo anche che era benestante. La notte Nicodemo, quindi, era un ricco personaggio, influente dentro il sinedrio, che si trova ad andare da Gesù “di notte”: questa annotazione temporale è importantissima e, quando mi sono messo a ristudiare questa pagina (ma anche ai tempi quando l’avevo fatto la prima volta), ho notato che tutti hanno detto qualcosa perché non è un caso che dica: “di notte”. La prima ipotesi è che possa essere andato da Gesù di notte perché la scuola rabbinica incitava alla lettura e alla preghiera notturna della Torah, della legge. La seconda ipotesi è che questo momento non sia soltanto un'indicazione temporale ma “umorale”: era “notte”, cioè c’era il buio dentro quest’uomo. Anche quando Giuda viene smascherato da Gesù dopo la lavanda dei piedi, sempre in Giovanni, si dice che: intinge il boccone… si alzò… uscì. Punto. “Era notte”. È il momento delle tenebre. A me, però (ed è una mia interpretazione), poiché nel Vangelo di Giovanni non c’è il brano delle tentazioni, piace associare il momento di questo dialogo di Gesù con Nicodemo a quello che avviene nelle tentazioni dove Gesù, rifiutando un'immagine di Dio che, in quel caso, Satana vuole proporgli, qui rifiuta un'immagine di Dio non vera. Nicodemo va da lui sapendo che Gesù è una persona che ben conosce le cose di Dio; dice: “Uno non può parlare come te e fare questi segni se non è con Dio”. Gesù, invece, ribalta completamente questa visione e gli dà la propria idea, dice che razza di Dio vuole essere. Infine, anche Sant'Agostino legge questa “notte” come il momento del mistero, un mistero che aleggia dentro questo dialogo. Quando Gesù finisce il monologo, Nicodemo è “nella notte” perché non ha ancora raggiunto la luce dell'incontro con Cristo. Rinascere dall’alto Al versetto 3 c’è l’importante affermazione di Gesù che dà il titolo a questa Scuola della Parola, a questa Lectio Divina: “Dovete rinascere dall'alto”. “In verità in verità ti dico: se uno non rinasce dall'alto non può vedere il regno di Dio”. Innanzitutto il testo greco non dice “nasce”, ma: “Se uno non è generato dall’alto”. È un verbo al passivo: non sei tu che nasci, ma sei generato. È qualcosa che ti viene concesso e dato in dono. E generato “dall'alto”. L’avverbio ànothen può voler dire due cose: dall'alto o di nuovo. Gesù spesso gioca sull'ambiguità dei termini e qui, infatti, Nicodemo capisce che bisogna nascere “di nuovo”, cioè un'altra volta. Dice: “Come può un uomo entrare ancora nel grembo di sua madre…”. Non ha capito che invece il “di nuovo” di Gesù indica “dall'alto“ nel senso di una novità, di una cosa nuova. Al versetto 5 Gesù esplicita questo nascere “dall'alto” dicendo: “Se uno non è generato da acqua e da Spirito non può entrare nel Regno di Dio”. Innanzitutto nel Vangelo di Giovanni questo “Regno di Dio” non è mai citato, è usato solo in questa pagina. Del Regno di Dio ne parlano il Vangelo di Marco e di Luca, del Regno dei cieli ne parla Matteo, ma in Giovanni questo concetto appare solo qui. Gesù, esplicitando questo “nascere dall'alto”, richiama il profeta Ezechiele che dice: “Verserò su di voi acqua pura, metterò in voi uno Spirito nuovo”. “Acqua” e “Spirito”, nel Vangelo di Giovanni, indicano la stessa cosa: quando, sulla croce, dal costato di Gesù escono acqua e sangue, essi rappresentano il dono di Cristo nel sacrificio di sé ed è già la Pentecoste, dono dello Spirito. È l’acqua il simbolo di questo Spirito, Spirito che purifica, che rigenera il desiderio e che spinge ad agire. L’iniziativa è quindi di Dio che ti spinge, ci spinge, al Regno di Dio perché genera a una vita diversa, appunto che “nasce dall'alto”. È una vita divina che si sperimenta già concretamente quaggiù, quando nella propria vita regna Dio, cioè quando il proprio modo di vivere fa capire la presenza di Dio. Anche negli altri evangelisti, il Regno di Dio non è il Paradiso, è innanzitutto l'attualizzazione del Vangelo di Gesù: quando la tua vita attualizza il Vangelo di Gesù, tu vivi il Regno, cioè vivi già questa vita divina che ti è data in dono. Si è “generati dallo Spirito” cioè ci si abbandona allo Spirito, ci si affida. Il Crocefisso Ovviamente questa sera non potremo dire tutto, ma ci limitiamo a cosa mi ha colpito e ci interessa per la riflessione. Al versetto 13 incomincia questo lungo monologo: Gesù gioca prima con Nicodemo passando dal “tu” al “voi”: “Ma come, tu non capisci… voi non avete capito”. Gesù sottolinea il fatto che occorra affidarsi a Dio e che la fede non deve essere un progetto personale, arriva poi finalmente a dire chi è lui, chi è Gesù. E lo fa partendo, al versetto 13, da questa citazione del libro dei Numeri dove il popolo d'Israele è morso dai serpenti nel deserto; dice allora Dio a Mosè: “Fatti un'asta, mettici su un serpente di bronzo e chi lo guarderà rimarrà in vita”. Gesù riprende questa immagine per far capire chi è disceso dal cielo: “Così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'Uomo come Mosè innalzò il serpente”. Cosa ci sta dicendo con questa similitudine tra il serpente di bronzo e il Figlio dell'Uomo innalzato? Gesù è il luogo in cui avviene la rivelazione di Dio, non è uno che ti parla solamente di Dio, è il modo utile e necessario in cui avviene la rivelazione di Dio. Dio si rivela in una persona e, come Mosè ha innalzato il serpente, così Gesù si deve innalzare. Nel Vangelo di Giovanni questa parola, “innalzato”, significa glorificato, ma una glorificazione che esprime anche la tappa della morte: è l'innalzamento sulla croce. Tutto il Vangelo va verso quel momento; la tappa della morte va così a coincidere con la resurrezione gloriosa. Giovanni non distingue la morte in croce dalla resurrezione. Anche l'effusione dello Spirito al momento della morte di Gesù sottolinea questo: è il momento massimo della glorificazione di Gesù davanti al Padre. La croce, la sofferenza e anche l’umiliazione, per Giovanni, sono proprio l'esaltazione di Gesù presso Dio. Per i Vangeli di Matteo, Marco e Luca, l'esaltazione si esprime alla fine dei tempi, per Paolo nella Resurrezione mentre per Giovanni e già sulla croce. Gesù è l’esaltato già sulla croce, il glorificato dal Padre. La croce non è un fattaccio brutto da cancellare, ma nella resurrezione di Gesù bisogna tornare ai piedi della croce per capire come e dove, nella persona di Gesù, Dio si rivela. Questo innalzamento, questa glorificazione della croce è per la salvezza. Dio ha tanto amato È bellissima quella frase, poi ci fermiamo: “Dio ha tanto amato il mondo”. Se andassimo a casa questa sera ripetendoci questa frase: “Dio ha tanto amato il mondo”… L’ha amato tanto e addirittura questo amore è così forte che Lui: “Non è venuto per condannare – la versione vecchia diceva giudicare -­‐ ma perché ogni uomo sia salvato”. È una presentazione, non parla di inferno o di Paradiso, ma dice: “Io sono venuto”. Questa è la priorità e il resto verrà fuori dopo, farete voi con la vostra tradizione e col vostro cammino di popolo di Dio, ma sappiate che io sono innanzitutto questo, partiamo da qui, non da qualcosa di diverso. E l'uomo sceglie il proprio destino. Il nostro Dio, qui lo dice chiaramente, non è il burattinaio, quello delle marionette che ha i fili e le muove. Gesù è il Dio che ha tagliato i fili e ci lascia la libertà della risposta che ciascuno di noi andrà a dare: “Chi crede, si salva; chi non crede è già stato condannato perché non ha creduto nel nome dell’Unigenito”. Anche le opere della luce e della vita, con cui questo lungo discorso di Gesù si conclude, sono le opere che ciascuno di noi compie per essere nella luce piuttosto che al buio e portano alla autodeterminazione di ognuno di noi davanti a Cristo, sono un'esaltazione della libertà dell'uomo. La Meditatio Per finire vorrei meditare con voi su tre cose -­‐ ovviamente questo brano meriterebbe ore e ore, ma penso che tutti voi siate stanchi dopo una giornata normale -­‐ e allora vi propongo tre cose, tre motivi di riflessione. La prima: su che razza di uomo o di donna vuoi essere. La seconda: su che razza di Dio è Gesù. La terza: su che razza di Chiesa vogliamo essere, che razza di testimonianza, come Chiesa, siamo chiamati a dare dopo un brano di Vangelo così. Siamo “generati dall’alto”? La prima: che razza di uomo o di donna vuoi essere. La prendo da quel: ““Essere generati dall’alto”. È un “essere generati” dallo Spirito che ci fa vivere una vita pienamente divina già quaggiù perché realizza il fatto che Dio regna. Nella mia vita si vede che Dio regna? Si vede che io sono in ginocchio davanti a Cristo, ma a nessun altro, e che la mia libertà si determina così, un po’ come quella di Maria quando dice: “Sono la serva del Signore”? Sono libero, sono libera perché so di chi sono, so a chi appartengo. E penso che, concretamente per noi, sia da collocare in questo 2014 in alcuni “no”. Essere generati dall'alto significa dire “no” allo scontato: quanti amori finiscono perché si dà per scontato… un po’ come i fiumi che passano sotto Genova: si danno per scontato, tanto non fanno male, sono torrentelli… Essere generati dall’alto significhi anche dire “no” alla rinuncia: penso che sentirsi cristiani generati dall’alto e sospinti dallo Spirito del Risorto significhi anche dire “no” al disfattismo, alla lamentela. L'acqua dello Spirito e la vita di fede sono innanzitutto una purificazione da tutte queste scorie. Mi piaceva leggervi quello che abbiamo ascoltato in Duomo all'inizio del mese con l'Arcivescovo e con tanti giovani nella veglia: tra le tante testimonianze, ci veniva data come riflessione una lettera che il prossimo beato Papa Paolo VI -­‐ che beatificheranno domenica -­‐ scriveva a un suo amico, Andrea. Gianbattista Montini scrive a questo amico a 17 anni (è una lettera del 1914) e a 17 anni il giovane Montini dice questo: “Quando io ho avuto quell'esperienza di contemplazione del creato, stavo bene ed ero felice, provavo un vivo desiderio di una felicità non legata al misero fango della terra – è bellissima questa frase: una felicità non legata al fango della terra. -­‐ Ecco dunque il mio ideale – il mio ideale da diciassettenne -­‐ la mia vita passerà rivolta in alto; il dolore e la miseria non valgano a distrarla con chimere di glorie o di piacere dal cammino verso la vita che deve venire; neanche la miseria e il dolore hanno il diritto di fermare il mio desiderio di esser rivolto verso l’alto”. Quante volte, invece, noi stagniamo anche e soprattutto nella vita di fede: “Abbiamo sempre fatto così!”. Mi veniva in mente stasera mentre rileggevo gli appunti una canzone di uno dei miei autori preferiti che è Francesco Guccini, grandissimo poeta, che in una sua canzone, parafrasando il Cyrano di Bergerac, Il Cirano – l’ha emilianizzato – ribellandosi col mondo dice: “E voi materialisti, col vostro chiodo fisso che Dio è morto e l'uomo è solo in questo abisso. Le verità cercate per terra da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali”. Sentire che Dio ci dà le ali e non ci fa arenare… anche nelle nostre comunità cristiane, quanto tempo sprecato in cosucce da sacrestia e da basso borgo… Il segno supremo Secondo: che razza di Dio è Gesù. È un Dio che si glorifica sulla croce: è, innanzitutto, l'innalzato e si presenta così, come colui che paga di persona. Il Figlio Unigenito richiama il sacrificio di Isacco quando cioè Dio dice ad Abramo: “Dammi il tuo unico figlio”. Dio, con Gesù, smette di provocare gli uomini e “si” provoca, cioè si sente chiamato Lui stesso a dire: “Il mio figlio unigenito adesso vi fa vedere chi sono”. Chi dona la vita così, non muore e trova il senso vero della vita già quaggiù. Nel Vangelo di Giovanni, e solo lì, Gesù muore dicendo: “Tutto è compiuto”. Non dice: “È finita”. “Tutto è compiuto” significa che io, Dio, adesso non ho più nulla da dirvi perché vi ho detto -­‐ Giovanni lo chiama il segno supremo, fino alla fine – quello che nessun altro può dirvi. E allora Gesù che muore in croce non è il Padre che lo manda per lavare i nostri peccati – no! – è Dio stesso che fa vedere la sua faccia: Gesù in croce. È Dio che dice: “Io sono quella roba qui, l’avete capito? Voi che andate dietro a pensare -­‐ come si dice ancora, purtroppo, scusate – perché peccando ho meritato i tuoi castighi”. Mamma mia! Come può castigare uno che mostra come prima fototessera il fatto di morire in croce per amore tuo. Una delle cofondatrici delle Suore di Maria Bambina, Santa Vincenza Gerosa, diceva -­‐ una donna che non ha studiato teologia: “Se io guardo il Crocefisso, penso subito al grande libro da meditare e da imitare. Chi sa il Crocefisso sa tutto; chi non sa il Crocefisso, non so nulla”. È la faccia di Dio. Spesso noi pensiamo a Dio e poi… ah, si, c’è anche Gesù in croce. No, “tutto è compiuto” vuol dire che il Crocefisso è la prima fotografia di Dio che deve venire in mente: Gesù è così. Un annuncio di misericordia Terzo: che razza di Chiesa siamo noi. “Dio ha tanto amato il mondo”: questa è la logica di Dio e suo figlio non è venuto per condannare, ma perché ciascuno di noi sia salvo. La misericordia non è un accessorio: ci sono i comandamenti e poi dobbiamo ricordarci di essere misericordiosi. Anche in questi giorni quando si parla del Sinodo, c’è sempre questa stupida diatriba fra dottrina e misericordia come se la dottrina non contemplasse la misericordia, che invece è il primo annuncio di Gesù: il resto mettetelo a posto, chiarificate tutto dentro la Chiesa, ma prima sappiate che la prima dottrina, il primo deposito della fede è che “Dio ha tanto amato il mondo”, poi ragionate su tutto il resto. Capite allora che la testimonianza di gente di Chiesa che parte da questo dato, non viene da qualcosa non di accessorio, parte dal cuore di Dio: non c'è contrapposizione tra dottrina e misericordia. La misericordia è il nucleo centrale della dottrina: “Dio ha tanto amato”. Punto. L'uomo davanti a questa misericordia sceglie di rispondere o no, e qui c’è lo spazio della nostra libertà. Luce e tenebra, nella vita, si giocano qui, però l’amore di Dio anticipa sempre, a prescindere, “Dio ti ha tanto amato”. Penso che anche la nostra testimonianza cristiana debba essere rivista alla luce di questa certezza. Domande per riflettere Vi lascio allora tre domande per il vostro silenzio e la vostra preghiera, anche per i prossimi giorni. Primo: che razza di uomo o di donna voglio essere? Cosa vuol dire essere “generati dall'alto”? Io mi sono chiesto: come devo purificare il mio desiderio cioè, parafrasando Montini, da quale fango devo liberarmi e dove devo spiegare le mie ali? A volte parliamo di cammini di fede, ma abbiamo i piedi nel fango, siamo appesantiti da paludi tristi. Occorre forse prima purificare il desiderio e penso che anche il sacramento della confessione sia questa reale esperienza di Spirito, acqua, che purifica, che toglie dal fango. Seconda domanda su che razza di Dio ci dimostra di essere Gesù. Egli è la faccia completa del Padre, nella comunione e nello Spirito sulla croce. La fede nel Dio di Gesù, nel Dio che è Gesù, è l'abbandono a un amore che illuminano la notte, le notti di Nicodemo, le nostre notti, i nostri momenti bui. Allora, come mi cambia la vita questa fede in Gesù Crocefisso? Perché se poi capita una disgrazia o arriva una preoccupazione e ragiono con la disperazione di quelli che hanno risposto no, a che vale il mio andare in chiesa? Penso che questa sera si debba chiedere la grazia di capire come la fede in questo Crocefisso mi ha cambiato o mi cambia la vita. Terzo, su che razza di Chiesa e di testimonianza diamo al mondo di un “Dio che ha tanto amato il mondo”. Mi farei questa semplice domanda: il volto della misericordia di Cristo risplende sul mio volto? Prima che dare degli ordini nell’educazione dei nostri figli, dei nostri ragazzi, prima che ammettere i nostri diritti alle persone che amiamo, c’è innanzitutto un volto di misericordia, di tenerezza, di pietà? Esprimiamo sulle nostre facce che Cristo ha questo volto? L’Actio Trovare un “Nicodemo”… Dopo qualche anno dal suo inizio, la Scuola della Parola ha iniziato a proporre anche un Actio, un’azione, un gesto concreto che viene suggerito dal predicatore – non è una penitenza come nei giochi o nella confessione -­‐ ma un gesto che può accomunarci in questo mese, da qui al prossimo incontro. Ascolteremo anche don Mirco che ci richiamerà su questo. Prima, a proposito del Vangelo di Giovanni, vi suggerivo che qualcuno potrebbe decidere di cominciarlo a leggerlo durante questo anno: si farà fatica, servirà il consiglio del mio prete per un libro o qualcosa che lo spieghi, però è un'azione concreta. Una cosa poi che io ho messo da parte, ma che invece è importantissima, è che in tutta questa Scuola della Parola, vedremo che ci saranno dei personaggi concreti e reali, non dei miracoli o dei discorsi astratti. Il Vangelo di Giovanni è costruito tutto sul rapporto personale: Gesù che risponde a Maria alle nozze, Gesù che parla con Nicodemo, Gesù che discute con la Samaritana, Gesù che parla con i Giudei, Gesù e il cieco nato, Gesù e le sorelle di Lazzaro. Allora io vorrei suggerirvi questa cosa: perché ciascuno di noi -­‐ abbiamo un mese di tempo – non trova un “Nicodemo” cui parlargli di Cristo? Uno che magari non è del tuo giro, con cui puoi parlare delle cose che hai sentito questa sera. Non perché dobbiamo portarlo la prossima volta o dobbiamo fargli fare il catechista o il barista – noi siamo bravi a fare questa cosa – ma perché vogliamo che anche lui “rinasca dall’alto”. Una persona, magari è tuo marito, tua moglie che stasera non è qui e non “gliene può fregare di meno”, magari è quel tuo amico lì, quella tua amica lì che ti piglia per i fondelli: non lo so, però che ciascuno di noi individui nella notte di qualcuno, un Nicodemo da incontrare. La conclusione di don Mirco La nostra libertà Quando una parola viene detta, ha un bivio davanti a sé: o muore, o nasce e cresce. Chiediamo proprio al Signore che la Sua Parola e le parole di don Luca – che ringrazio a nome di tutti voi – abbiano questo percorso in un terreno buono dentro di noi. Quindi sta a noi: tutto può morire con questa sera, la Parola è detta nel vuoto, nel terreno che non funziona, la strada; oppure la Parola e le parole di don Luca possono camminare con noi domani e nei prossimi giorni, in questo mese, dipende da noi. Siamo noi il terreno, la prima cosa è questa: uscire da questa chiesa e da questa serata amando la nostra libertà. Possiamo scegliere, possiamo accogliere, possiamo permettere a questo seme di fare delle meraviglie. Personalmente mi ha colpito molto questo fango perché avevo negli occhi i fatti di Genova, quel fango lì è terribile, però l'uomo è stato fatto col fango e poi è arrivato questo soffio di Dio e l’uomo si è messo in piedi e ha fatto meraviglie nella vita e può fare meraviglie. Però å anche tu questo badile e facciamo un mondo migliore”. Non soltanto qualcosa di bello che capita dentro di noi, ma qualcosa di bellissimo che può capitare in altri ed è la strada che don Luca ci ha offerto. Trovare un amico o qualcuno che lavora con noi e guardarlo con occhi diversi perché Dio tanto lo ama; suggerirgli una parola, una battuta, offrirgli un caffè o qualcosa per dirgli che per noi lui è importante e prezioso. Mi sembra una cosa bella che possiamo fare in queste settimane, in questo mese. Grazie a tutti per la vostra presenza, ci vediamo l'11 novembre a Oreno; don Luca sarà ancora con noi e lo ringrazio ancora a nome vostro. 
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La trascrizione dell`incontro - Comunità Regina degli Apostoli