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INTRODUZIONE
Questo itinerario non vuole essere lo sviluppo “lineare” di un unico tema
ma la continua provocazione su più temi esistenziali “caldi” per i giovani,
temi cardine della loro vita interiore che avviino:
- alla ricerca della propria verità (Chi sono? Cosa desidero di più? Di cosa
ho bisogno veramente per vivere? Cosa conta di più? Quali sono le mie
attese più profonde? …)
- alla lettura e alla comprensione dell’importanza delle relazioni che
abbiamo, alla necessità di aprirci agli altri e all’Altro
- alla scoperta di Dio come il partner privilegiato che accompagna alla
realizzazione della mia “vita piena”.
Provocati dalla Parola di Dio (filo conduttore saranno i Salmi) vorremmo
portare i ragazzi di fronte alla loro vita, suscitando un’inquietudine
esistenziale, un serbatoio di domande che spingano i ragazzi a “guardarsi
dentro”, a cercare, a non poter fare a meno di riconoscere come di fronte
ad alcuni temi caldi della loro vita interiore si affaccia il “dramma” di essere
una grande domanda a se stessi: Cosa sta succedendo? Cosa mi sta
succedendo? Cosa sto provando? Cosa devo fare ora? Come andare avanti?
Come ce la posso fare? Perché sta succedendo questo? Quali sono ora i
miei bisogni, le mie attese, i miei desideri? Oppure… che fine hanno fatto i
miei bisogni, le mie attese, i miei desideri, le mie passioni, le mie emozioni?
Cosa stanno facendo gli altri? Perché si stanno comportando così? Come
posso farmi aiutare? Da chi farmi aiutare? Non ho voglia di parlarne o non
saprei con chi farlo…
Dio che c’entra con tutto questo? Cosa può fare? Perché non fa qualcosa?
Perché dovrebbe fare qualcosa? Cosa può fare per me? Cosa può darmi in
più di quello che già ho o di quello che possono darmi gli altri? Ho davvero
bisogno di Dio? La vita non me la costruisco e non me la “governo” da solo?
Dio è la conseguenza logica di un cammino e
di un ragionamento lineari oppure si “innesta”
passando per un’altra via?
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Parlare di Dio: ma a partire da dove?
A partire dai sospiri, dalle attese, dai desideri, dalle emozioni, dalle passioni
dell’uomo: quando l’uomo scopre di essere una grande questione a se
stesso, quando è spinto di fronte al dramma di vedersi incapace di trovare
da solo soddisfazione, pace, riposo… quando crolla il falso mito
dell’autosufficienza e dell’autodeterminazione… allora Dio non è più un
fantasma… Dio può illuminare l’interiorità proprio perché si fa reale nel
“dramma” dell’esistenza umana e si “incarna” nella mia vita.
CON UNA PROSPETTIVA
Vogliamo orientare lo sguardo alla vita interiore con una prospettiva che
lancia verso il futuro: cercare me stesso, cercare la mia verità, pensare il
cammino che mi sta davanti… si tratta di inventare o di scoprire il mio
cammino?
Guardare al futuro, a un progetto di vita: è più un gioco di fantasia e di
creatività oppure devo mettermi in ascolto della realtà? Posso pensare alla
mia vita, al mio cammino futuro, a un progetto di vita prescindendo da una
lettura profonda della mia realtà e della mia esperienza interiore?
CINQUE FUOCHI (TEMI)
Abbiamo individuato 5 fuochi attorno ai quali riflettere (un fuoco al mese):
1.
2.
3.
4.
5.
CAMMINARE, RICERCARE, SCEGLIERE
ASCOLARE - SILENZIO
AMICO - NEMICO: TI VENGO A CERCARE
LA VIOLENZA, LA SOFFERENZA E IL MALE
LA TRISTEZZA - LA GIOIA, LA LODE E IL RINGRAZIAMENTO
Saranno alcuni Salmi ad offrirci il lancio per introdurci dentro questi temi:
due Salmi per ogni tema. Liberamente se ne potranno trovare altri.
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TRE LIVELLI DI LETTURA
Chiaramente si tratta di temi fortemente connessi tra di loro e solo per una
questione di opportunità li abbiamo divisi così.
Per ogni tema lavoreremo su tre livelli:
- Rapporto con me stesso (soprattutto a partire dalle domande iniziali)
- Rapporto con gli altri (soprattutto a partire dalle domande iniziali)
- Apertura a un rapporto con Dio (confronto fra domande interiori e
Parola di Dio)
A questi tre livelli cercheremo di lavorare mettendo in luce prospettive
positive e negative, sempre per non risparmiare ai ragazzi la dimensione
della “complessità” della propria vita e della propria vita interiore: è
l’apertura, crediamo, più sincera e autentica a quello che abbiamo più volte
definito come “dramma” esistenziale. Non si tratta di qualcosa di
drammatico perché terribile o terrificante ma nel significato che più vuole
leggere l’inquietudine e la ricerca interiore che non è fatta solo di aspetti
positivi, né tantomeno di ragionamenti perfettamente chiari e lineari. Non
sempre è facile capire la propria verità, leggersi nel rapporto con gli altri e
capire cosa c’entri Dio nella mia vita.
Per ogni fuoco non lasceremo il ragionamento aperto, non lasceremo le
provocazioni esistenziali fini a se stesse ma cercheremo di offrire ai ragazzi
alcune risposte, alcune tracce che aprano cammini di riflessione, sciolgano
alcuni “nodi” esistenziali e magari possano condurre a maturare anche
delle scelte.
A questo proposito vorremmo che a dare cornice ad ogni tema sia un
brano di Vangelo: la figura di Gesù come la chiave che porta la mia verità e
il mio cuore a guardare e puntare in alto. Liberamente si potranno inserire
altri brani evangelici.
Buon lavoro!
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Il coraggio di camminare
Io non ritengo ancora di essere giunto.
Questo soltanto so: dimentico del passato
e proteso verso il futuro,
corro verso la mèta, per arrivare.
Fil 3,13-14
A PARTIRE DA ALCUNE DOMANDE
Forse non scegli se camminare o no: il tempo scorre e tante persone, tanti
luoghi e situazioni ti passano accanto nell’inarrestabile fluire dei giorni.
Non scegli di viaggiare ma scopri che sei sempre e comunque in viaggio!
Sei un viaggiatore, sempre e comunque: ma che tipo di viaggiatore sei?
Se non scegli di camminare… cosa puoi scegliere?
Come camminare? Come viaggiare? Con chi? Verso dove? Cosa farai
durante il viaggio?
Vivere alla giornata, improvvisando cosa farai oggi e senza pensare a cosa
sarà di te domani, chi vorrai essere… forse è meno preoccupante… almeno
per un po’… ma cosa si rischia se vivi in questa dimensione tutta la tua vita?
Puoi rispondere a queste domande senza pensarci almeno un po’?
Puoi guardare alla tua vita e al tuo futuro senza pensare a cosa sarà di te,
chi vorrai essere e cosa vorrai fare?
Rispondere a queste domande vuol dire soltanto mettere in gioco la tua
fantasia e la tua creatività? Puoi pensare al tuo futuro solo fantasticando?
Puoi davvero essere “tutto quello che è possibile”? Puoi davvero diventare
“tutto quello che ti passa per la testa”? Puoi far finta di pensare che tutto
questo “tanto non è importante”, almeno adesso? O forse è proprio questo
il momento in cui metterti di fronte alla tua vita con più consapevolezza?
È inutile rimandare ancora: è davvero in gioco la tua vita, il tuo futuro e
non solo il tuo… perché non sei da solo. Attorno a te ci sono e ci saranno
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persone che conosci e che conoscerai, che ti influenzano e che influenzerai,
che ti cambiano e che cambierai…
È solo un gioco di fantasia e di creatività il tuo futuro? Puoi pensarci come
fossi ancora un bambino che si chiede “cosa farò da grande” e risponde di
voler diventare un supereroe o qualcosa di improbabile?
Puoi fare a meno di guardare alla realtà in cui sei inserito? Dove vivi e con
chi, che tipo di relazioni hai…
Puoi fare a meno di guardare alla tua realtà interiore, a cosa porti nel più
profondo di te? Cosa provi, cosa desideri veramente, cosa speri davvero
dalla tua vita? Le tue attese, le tue passioni contano qualcosa oppure no?
Le tue capacità, le tue inclinazioni e anche i tuoi limiti, le tue paure…
contano nulla?
Per camminare bene è importante soprattutto un cammino interiore, un
viaggio dentro di te. Camminare chiede di ricercare: fuori di te (la tua
realtà, dove sei, con chi…) e dentro di te.
Hai bisogno di capire cosa “detta” il tuo cuore ai tuoi piedi: puoi fare a
meno di questo? Se non riesci ad ascoltare e a capire cosa chiede il tuo
cuore, verso dove pensi di andare? Come?
Puoi scegliere chi essere e che prospettiva dare al tuo futuro senza vivere
prima questa ricerca? Se eviti di fare questo cosa rischi? È qualcosa che
devi fare da solo? Non sarebbe troppo rischioso?
C’è qualcuno che, secondo te, ha vissuto questo cammino di ricerca ed ha
intrapreso un viaggio che non è un viaggio qualsiasi ma un vero e proprio
viaggio personale, originale, unico? Perché non è un viaggio qualsiasi?
Quando pensi a queste persone cosa ammiri di più? Cosa vorresti imitare?
Chi pensi può aiutarti di più? C’è qualcuno che, secondo te, sta
camminando come piacerebbe farlo a te? Pensi possa sostenerti?
C’è il rischio di mettersi a camminare e di vivere il primo viaggio che capita?
“Realizzarsi” cosa vuol dire per te? Realizzare che cosa? Realizzare chi?
E ancora… per camminare devi aspettare di capire bene la mèta? E quando
la mèta non è chiara? E quando non si sa bene verso dove si sta andando?
Ti è mai capitato di vivere situazioni “forti” che ti hanno spinto a chiederti:
“e adesso dove vado, cosa farò”? Puoi fare a meno di continuare a
camminare?
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Devi per forza capire prima qual è il senso della tua vita e poi camminare? E
mentre aspetti… cosa fai? Se non hai ben capito ancora che direzione dare
alla tua vita, cosa puoi fare? È giusto pretendere a 15, 16, 18, 20 anni di
capire chiaramente cosa voler fare nel proprio futuro, chiedere che sia
tutto chiaro?
Intanto si cammina, non se ne può fare a meno: cosa credi sia più
importante, ora, nel tuo camminare? Di cosa non faresti mai a meno?
Camminare può insegnarti qualcosa? Se sì, che cosa?
Hai mai sentito la frase: “la mèta è il camminare”?
SALMO 23 - IL SIGNORE MI CONDUCE PER IL GIUSTO CAMMINO
Il Signore è il mio pastore
non manco di nulla.
In pascoli di erbe verdeggianti
mi fa riposare.
IL MODELLO LETTERARIO
È un canto di ascesa, una preghiera di
fiducia di tutto il popolo in pellegrinaggio
verso “la casa del Signore”.
LA SITUAZIONE ORIGINARIA
Ad acque quiete mi conduce
ricrea la mia vita,
mi guida sul giusto sentiero
per amore del suo Nome.
Se anche vado nell’oscura valle della morte
non temo alcun male.
Il tuo bastone e la tua verga mi consolano
e tu sei con me.
Per me tu imbandisci una tavola
di fronte ai miei nemici,
di olio profumato cospargi il mio capo
il mio calice trabocca.
Bontà e amore mi accompagneranno
tutti i giorni della mia vita,
abiterò nella dimora del Signore
per giorni senza fine.
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L’orante ha fatto l’esperienza
di come il Signore lo guidi in
mezzo a numerose difficoltà
tesegli dai nemici. Egli
dichiara che non manca di
nulla perché Dio in tutto
l’aiuta, conducendolo per il
giusto cammino. La grande
fiducia in Dio lo porta a non
avere alcun timore (nel
deserto, nella notte…) e a
sentirsi uno stabile ospite
nella tenda del Signore.
PER LA NOSTRA VITA…
Il Signore mi guida per il giusto
cammino: qual è il cammino giusto,
più adatto per me? A volte sono
cammini strani, incomprensibili, a
volte m danno l’impressione di
essere tornato al punto di partenza:
ma è quello di cui ho bisogno…
SALMO 83 – camminano e cresce il loro vigore
IL MODELLO LETTERARIO
Quanto mi è cara la tua casa,
Dio dell’universo!
Mi consumano nostalgia e desiderio
del tempio del Signore.
Mi avvicino al Dio vivente,
cuore e sensi gridano di gioia.
È un canto durante il pellegrinaggio
verso Gerusalemme. La bellezza del
Tempio, il desiderio e la gioia di
raggiungerlo, la felicità di restarvi,
l’entusiasmo nel cammino, la domanda
a Dio di esser ascoltati, il sogno di
stare nel Tempio, la piena fiducia nella
generosità del Signore di tutto…
All’ombra dei tuoi altari,
Signore onnipotente,
LA SITUAZIONE ORIGINARIA
anche il passero trova un rifugio
Alcuni antichi ebrei fanno un
e la rondine un nido dove porre i suoi piccoli. pellegrinaggio al tempio di
Mio re, mio Dio, felice chi sta nella tua casa:
potrà lodarti senza fine.
Felici quelli che hanno in te la loro forza:
camminano decisi verso Sion.
Quando passano per la valle deserta
la rendono un giardino
benedetto dalle prime piogge.
Camminano e cresce il loro vigore
finché giungono a Dio, in Sion.
Gerusalemme: sono contenti
ed emozionati.
Lungo la via pregano,
cantando con gioia e
speranza. Al loro passaggio
anche la natura cambia:
passano per un’arida valle e
quella sembra un giardino.
Camminano e nemmeno
sentono la stanchezza,
sanno che il Signore è
sempre presente, come un
sole e uno scudo.
Signore, Dio dell’universo, accogli la mia preghiera,
ascolta, Dio di Giacobbe.
PER LA NOSTRA VITA…
Tu sei il nostro difensore
Anch’io
posso
fare
un
proteggi il re che hai consacrato.
pellegrinaggio: non è una
Meglio per me un giorno nella tua casa
che mille altrove,
meglio restare sulla soglia del tuo tempio
che abitare con chi ti odia.
Un sole e uno scudo tu sei, Signore, mio Dio.
Tu concedi misericordia, onore e gioia
a chi cammina nella tua volontà.
Beato l’uomo che ha fiducia in te,
Signore, Dio dell’universo!
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passeggiata, è un cammino
lungo il quale posso riuscire a
capire e a mostrare quali sono
i miei desideri più veri, il mio
entusiasmo profondo, le mie
attese, la mia costanza, le mie
paure, la mia fiducia, i miei
dubbi... Sono capace di
esprimere ad alta voce i miei
sentimenti? Sono capace di
metterli in comune nel canto,
con altri che percorrono la mia
stessa strada?
IL VANGELO
NICODEMO ESCE ALLO SCOPERTO
I TAPPA (GIOVANNI 3,1-21)
Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei
Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: "Rabbì, sappiamo che sei
venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni
che tu compi, se Dio non è con lui". Gli rispose Gesù: "In verità, in verità io
ti dico, se uno non nasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio".
Gli disse Nicodèmo: "Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può
forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e
rinascere?". Rispose Gesù: "In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce
da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato
dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non
meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. Il vento soffia dove
vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene
né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito".
Gli replicò Nicodèmo: "Come può accadere
questo?". Gli rispose Gesù: "Tu sei maestro
d'Israele e non conosci queste cose? In verità, in
verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo
e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi
non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho
parlato di cose della terra e non credete, come
crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno
è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal
cielo, il Figlio dell'uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così
bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui
abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché
chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio,
infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma
perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è
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condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché
non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini
hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere
erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non
viene alla luce perché le sue opere non vengano
riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché
appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio".
II TAPPA (GIOVANNI 7,40-53)
All'udire queste parole, alcuni fra la gente dicevano: "Costui è davvero il
profeta!". Altri dicevano: "Costui è il Cristo!". Altri invece dicevano: "Il
Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: Dalla stirpe di Davide
e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo?". E tra la gente nacque
un dissenso riguardo a lui. Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno
mise le mani su di lui.
Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi
dissero loro: "Perché non lo avete condotto qui?". Risposero le guardie:
"Mai un uomo ha parlato così!". Ma i farisei replicarono loro: "Vi siete
lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei
farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!".
Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di
loro, disse: "La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo
ascoltato e di sapere ciò che fa?". Gli risposero: "Sei forse anche tu della
Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!". E ciascuno
tornò a casa sua.
III TAPPA (GIOVANNI 19,38-42)
Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di
nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di
Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù.
Vi andò anche Nicodèmo - quello che in precedenza era andato da lui di
notte - e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe. Essi
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presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi,
come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura.
Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un
sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque,
poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era
vicino, posero Gesù.
insieme
Per riflettere
DENTRO IL SIGNIFICATO DELLE COSE
CAMMINARE
Latino - Il verbo deriva da cammino, che a sua volta deriva dal sanscrito *ga, gam
= andare, muoversi
1. Muoversi, andare da un luogo all'altro per lo più con le proprie gambe
2. Muoversi mettendo un piede dopo l'altro; spostarsi a piedi
3. Svolgersi, procedere, fare progressi, andare avanti
4. Percorrere (letterario)
Ebraico - È il verbo (halak) indicativo dell’esperienza significativa di Israele nel
deserto. Sta ad indicare il mettersi in movimento verso una mèta scelta e definita
(partire con un obiettivo da raggiungere).
RICERCARE
Latino - Formato dal pref. intensivo ri e cercare. Il verbo cercare si è formato nella
tarda latinità quando dall'avverbio latino circum = attorno si è formato il verbo
circare = andare attorno, quasi in cerchio, come fa chi vuole trovare qualcosa.
1. Cercare di nuovo
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2. a. Cercare con impegno e attenzione
b. Investigare, cercare di scoprire
c. Frugare attentamente, perlustrare
d. Richiedere
3. Penetrare, percorrere scorrendo (uso letterario e poetico)
4. Cercare, scegliere con molta cura
Ebraico - Il verbo proviene dalla radice drsh (vedi midrash) per indicare il cercare
con cura, analizzando anche i dettagli (conoscenza). L’altro verbo, baqash, può
indicare invece il cercare/ricercare come sinonimo di desiderare: si ricerca una
cosa perché la si desidera.
SCEGLIERE
Latino - Dal verbo latino exeligere, composto da ex e eligere, scegliere da.
1 a. Distinguere e determinare, tra cose e persone, quella che sia o sembri più
adatta allo scopo, più conveniente alle circostanze. Decidere quale sia o
sembri essere, tra più cose o persone, quella più adatta o rispondente al
desiderio o alla necessità.
b. Prendere, assumere, adoperare dopo aver valutato la convenienza allo scopo
o alle necessità
2. Prendere la parte migliore da un insieme di cose o da una quantità di materiale,
separandola dalla parte meno buona, o più scadente o inutile.
Ebraico - Il verbo bhr/bahar che sta alla radice del nostro scegliere, che non
significa necessariamente prendere l’uno e lasciare l’altro contiene alla radice
l’idea di dare un’occhiata in modo appassionato a qualcosa… quindi: esaminare.
La stessa radice è attestata anche in arabo bahara sempre con l’idea di
distinguere, andare fino in fondo.
------------------------------------“Corro per la via dei tuoi comandamenti,
perché hai dilatato il mio cuore” (Sal 118)
E’ il ritornello più bello…. il cammino dipende dall’urgenza di quanto tu
porti nel cuore, da quanto desideri… e potrebbe succedere che i piedi non
camminano più e allora sei spinto a volare appoggiandoti soltanto sui tuoi
desideri… È l’esperienza della Beata Cecilia Eusepi, desiderosa di seguire il
Signore, di diventare suora, di dedicarsi agli altri… ma non riuscì a fare nulla
perché si ammala giovanissima… nello stesso tempo lasciandosi guidare dai
suoi desideri poté giungere a Dio!
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“A volte mi domando, che cosa abbia potuto trovare in me Gesù,
di così attraente, da attirarlo verso il mio nulla, da ricolmarmi delle
Sue più affettuose cure. La mia debolezza estrema, ecco la risposta.
Gesù prevedeva che il suo fiorellino dal fragile gambo, ad un leggero
soffio di vento si sarebbe piegato verso terra e forse anche spezzato,
e perciò ha voluto assieparlo di cure di affetto e non bastando ciò, ha
voluto, non appena sbocciato, toglierlo dal mondo e trapiantarlo in
un’aiuola del Suo grande giardino, ha voluto circondarlo di gigli,
affinché non respirando che il grato profumo di questi fiori, non
contemplando che la loro bellezza, se ne innamorasse, e a loro
somiglianza volgesse in alto la sua corolla verso il cielo.
Se grande è la misericordia che Gesù usa ai peccatori, riaccogliendoli
alla Sua amicizia, ben più grande è stata la misericordia che ha usata
a me preservandomi dal peccato, quindi, come dovrebbe essere
grande il mio amore per Lui! Sì, lo amo Gesù, lo amo tanto tanto, per
Lui è ogni palpito del mio cuore, per Lui ogni mio respiro, sono tutta
Sua ed Egli è tutto mio, ma e le opere dove sono? le opere che
dimostrino questo amore? Non ne ho, non mi sgomento, volerò a Lui
con le ali dei miei grandi desideri, o meglio, cercherò di essere una
piccola bambina, e che opere si possono pretendere dai bambini?
Questi per dimostrare il loro affetto non si servono che di carezze, di
baci, non offrono che piccoli ed umili fiori campestri, potendone
avere quanti ne vogliono.
Giungerò a Gesù per un piccolo sentiero, breve, molto breve,
tracciatomi dalla piccola Teresa del Bambino Gesù eccolo: Umiltà,
Abbandono, Amore”.
(dal Diario – Cecilia Eusepi)
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INVITO ALLA LETTURA
JACK KEROUAC – On the road (1951)
Romanzo autobiografico dello scrittore statunitense
Jack Kerouac, basato su una serie di viaggi in
automobile attraverso gli Stati Uniti, in parte con il
suo amico Neal Cassady e in parte in autostop.
«Dobbiamo andare e non fermarci
finché non siamo arrivati»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare».
(Jack Kerouac, On the Road, p. 17)
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DAI SERMONI DI SAN BERNARDO
SUL CANTICO DEI CANTICI (XXI)
Vedi come colui che cammina nello Spirito non resta sempre in un
medesimo stato, né cammina sempre con la stessa facilità, per il motivo
che non è in suo potere tracciarsi il cammino, ma come lo Spirito, sua
guida, vuole e dispone, ora più adagio, ora con più sollecitudine,
dimenticando le cose che sono indietro, e protendendosi verso le future.
Penso che, se guardate bene, la vostra esperienza interiore risponda a
quello che io dico al di fuori.
Pertanto, quando ti senti preso dal torpore, dall’accidia o dal tedio, non
perdere la fiducia, né desistere dall’applicarti alle cose spirituali; va in cerca
di una mano che ti aiuti, supplicando di venire attirato, sull’esempio della
sposa, fino a che, con l’aiuto della grazia, fatto più pronto e fervoroso,
nuovamente possa correre e dire: Corro per la via dei tuoi comandi, perché
hai dilatato il mio cuore (Sal 118,32). Così dunque, quando è presente la
grazia, godine, in modo tale però da non crederti di possedere il dono di
Dio per diritto di eredità, cioè, in modo da esserne talmente sicuro, come
se non dovessi perderlo mai […]. Cercherai piuttosto, se sei accorto, di non
dimenticarti del bene nei giorni del male, secondo il consiglio del Saggio, e
nei giorni dei beni, ti ricorderai dei mali.
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Vagabondo: cammina – non cerca – non sceglie – è solo!
Viaggiatore: cammina – cerca ciò che gli piace – non sceglie – è in allegra
compagnia!
Pellegrino: cammina – cerca un senso – sceglie una meta – è solo ma in
tensione!
Uomo di Fede: cammina – cerca la Verità – sceglie il Bene – è uomo di Dio,
amato, libero e in gioiosa fraternità!
"Viene il giorno che ti guardi allo specchio e
sei diverso da come ti aspettavi. Sì, perché lo
specchio è la forma più crudele di verità. Non
appari come sei veramente. Vorresti che la tua
immagine corrispondesse a chi sei dentro e gli
altri, vedendoti, potessero riconoscere subito
se sei uno sincero, generoso, simpatico…
invece ci vogliono sempre le parole o i fatti. È
necessario dimostrare chi sei. Sarebbe bello
doversi limitare a mostrarlo. Sarebbe tutto più
semplice."
da A. D’Avenia - Bianca come il latte,
rossa come il sangue
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SABINO CHIALÀ – da PAROLE IN CAMMINO
1 - METTERSI IN CAMMINO, PARTIRE
Il viaggio inizia con la partenza: momento di distacco, di fine e di inizio,
momento doloroso che richiede energia e determinazione… certo il moto è
nel viaggiatore ma nel suo stesso intimo vi è anche il peso di una forza di
gravità paralizzante, mai completamente vinta: mille ragioni per non
partire, per rinunciare…
C’è un tempo in cui bisogna partire, averne il coraggio… è questo il
momento del coraggio, il momento d fare spazio al proprio sogno-bisogno
e di lasciarlo per un tempo al timone della nave, secondo l’invito di Paul
Celan “Fa’ salpare il tuo sogno, ficcaci dentro la tua scarpa”. È il momento
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in cui la pigrizia cercherò di frenare e il sonno di intorpidire. L’orecchio sarà
tentato di non percepire l’invito a partire, e di cadere ai bordi della pista
carovaniera, con la testa serrata tra le ginocchia. Mille volte si sarà tentati
di rimandare la partenza o addirittura di annullarla del tutto: la lotta del
viaggio è già cominciata!
Avere il coraggio di partire significa avere il coraggio di vivere, di crescere e
anche di morire…
Coloro che hanno il cuore leggero sono giunti alla fine,
tu invece ti sei immerso nell’ozio.
Il tuo cuore è rimasto nel sangue, il tuo corpo nella febbre
Il tuo compagno è partito pian pianino, tu ti sei sprofondato nel sonno.
Sei caduto sul bordo della pista della carovana,
indeciso, sei rimasto con la testa fra le ginocchia.
Va’ e sbrigati, affinché da qualche parte, infine,
l’invito al viaggio raggiunga il tuo orecchio.
Farid al-din ‘Attar – Il libro dei segreti
2 - IL TEMPO DEL VIAGGIO
Vinta la prima resistenza, ecco che il viaggio inizia. Ma nondimeno il sonno
e la pigrizia restano in agguato, mutano le loro armi ma l’intento è il
medesimo: impedire, frenare, arrestare il cammino… si può convincere il
viaggiatore che ormai egli non ha nient’altro da fare che raggiungere al più
presto la mèta, privando così il viaggio di tempo e spazio.
Una tale prospettiva soffoca il viaggio, anche perché la mèta è come
disseminata in ogni spazio e istante del cammina (la mèta è il camminare):
è lì che bisogna cercarla per poi ricomporla nel cuore. I momenti del
quotidiano vagare non sono il prezzo per raggiungere un dopo, ma il luogo
in cui già comincia a raccogliersi il frutto atteso dal dopo: è lì che bisogna
star desti! È quello che ribadisce mirabilmente Itaca dell’alessandrino
Kavafis: “non affrettare assolutamente il viaggio! È il viaggio il primo dono
che Itaca ti ha fatto…”
Quando esci per intraprendere il viaggio verso Itaca,
prega che sia lunga la via,
colma d’avventure, colma di conoscenze […]
Prega che sia lunga la via.
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Molti siano i mattini d’estate
In cui – con quale felicità, con quale gioia! –
Entrerai in porti che vedi per la prima volta;
sosta negli empori fenici,
e i bei prodotti acquista,
madreperle e coralli, ambre ed ebani,
e voluttuosi profumi d’ogni sorta,
quanto più puoi, abbondanti voluttuosi profumi;
in molte città egiziane va’,
impara e impara dai sapienti.
Sempre nel tuo animo abbi Itaca.
L’approdo, lì è la tua destinazione.
Ma non affrettare assolutamente il viaggio.
È meglio che duri molti anni;
e già vecchio attracchi all’isola,
ricco di tutto ciò che hai guadagnato per via,
senza contare sulla ricchezza che Itaca ti darà.
Itaca ti diede il bel viaggio.
Senza di essa non saresti uscito per via.
Ma non ha da dirti altro.
Se anche la trovi povera, Itaca non ti ha ingannato.
Essendo diventato tu così sapiente, con sì grande esperienza;
non foss’altro perché ora sai cosa sono le Itache.
Konstantinos Kavafis – Itaca
3 - PREZZO E DOLORE DEL VIAGGIARE
Il viaggio non ha nulla di romantico, o forse poco, molto poco… non di rado
il cammino nasce da inquietudine dolorosa, e molto spesso esso rivela
anche tutta la sua incapacità di porre rimedio a quelle inquietudine,
almeno un rimedio risolutivo.
Qualsiasi viaggio, e non solo quelli tragici, comporta una pena e un dolore.
Ogni vero viaggio costa: è distacco! La speranza di non pagare il pedaggio è
pura illusione. “Non ti traghetteranno certo gratis” ammonisce il filosofo
greco Archiloco: il viaggio comporta necessariamente una fatica e un
prezzo da pagare.
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Come sogliono cantare i viandanti,
canta ma cammina;
cantando, consolati della fatica,
ma non amare la pigrizia.
Canta e cammina!
Cosa vuol dire “cammina”?
Avanza, avanza nel bene!...
Canta e cammina!
Agostino, Discorsi 256,3
4 - INCONTRO A UOMINI E LUOGHI
Quello di puntare solo alla mèta non è l’unico modo di vanificare il viaggio:
un secondo genere di antidoto al viaggio è quello di muoversi chiusi in una
sorta di bolla di sapone o campagna di vetro… si ha la tendenza ad
assicurarsi un guscio, una valigia capace di contenere non solo imo mondo
che si lascia ma, possibilmente, anche il viaggiatore, difendendolo dagli
attacchi di ciò che incontra… si possono infatti percorrere molte strade e
visitare molti paesi, senza mai scalfire nessun luogo e senza mai neppure
sfiorare ciò che lo abita… scalfire e lasciarsi scalfire…
Il viaggio prevede, anzi richiede, proprio l’incontro con il diverso, luogo o
uomo che sia, il rischio di questo incontro perché, certo, di rischio si tratta.
L’incontro è pieno: quando si torna con il ricordo di qualcuno che ha
narrato qualcosa, quando ci si è fermati ad ascoltare chi aveva qualcosa da
raccontare.
Ho vergogna di vedere i nostri uomini gonfi di questo sciocco umore
d’irritarsi per usanze contrarie alle loro: sembra loro di essere fuori
del loro elemento quando sono fuori dal loro villaggio. Dovunque
vadano, si attengono ai loro usi e detestano quelli stranieri. Se
trovano un compatriota in Ungheria, festeggiano questa ventura:
eccoli ad allearsi e a cucirsi insieme per condannare tanti usi barbari
che vedono. Come potrebbero non essere barbari, dato che on sono
francesi? E per giunta, sono i più intelligenti che li hanno notati, per
dirne male. La maggior parte non accetta l’andare che per ritornare.
Viaggiano protetti e chiusi in una saggezza taciturna e
incomunicabile, difendendosi dal contagio di un clima sconosciuto…
io, al contrario, mi metto in viaggi più che sazio dei nostri usi, non per
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cercare dei guasconi in Sicilia (ne ho lasciati abbastanza a casa); cerco
piuttosto dei greci e dei persiani; mi avvicino a loro, li osservo; questo
è ciò a cui mi dedico e di cui mi occupo. E quel che è più sembra di non
aver mai trovato usanze che non valgano le nostre.
Michel de Montaigne, Saggi 3,9
5 - RIFIUTO, DELUSIONE, NAUFRAGIO
Oltre che chiedere un prezzo, il viaggio comporta anche un rischio: il
rischio che non accada nulla, che non vi sia nessun incontro o peggio
ancora che anche il carico vada perduto.
Si parte pensando di avere accoglienza. Ci si mette in cammino
credendo che se il viaggatore farà la sua parte, la risposta sarà
assicurata, vi sarà corrispondenza, vi sarà accoglienza. E invece si scopre
che non è sempre così, che la porta della città può rimanere chiusa
perché non la si sa aprire o anche perché non viene aperta. Il viaggio è
fatto anche di tante occasioni mancate, di cui bisogna tenere conto. Ci
sono anche porte che si apriranno solo più tardi, quando il viaggiatore
sarà ormai lontano…
Ci sono mille pericoli nel viaggio, tutti veri e possibili: nessuna illusione!
Dobbiamo ricordare, inoltre, il rischio che il viaggio venga banalizzato,
ridotto a distrazione che, con la “quotidiana stupidità”, sforma invece di
plasmare l’anima che lo percorre.
E se anche non puoi farla la tua vita come vuoi,
questo cerca almeno
per quanto puoi: non la svilire
con la troppa familiarità con il mondo
con i troppi moti e discorsi.
Non la svilire portandola
In giro spesso ed esponendola
ai rapporti e alle frequentazioni
della quotidiana stupidità,
così che diventi come una noiosa estranea.
Konstantinos Kavafis, Per quanto puoi
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6 - IL RITORNO: PASSI ALL’INDIETRO
All’orizzonte resta il desiderio del ritorno, che sembra dare senso
all’andare, sembra dargli una direzione… che la mèta sia stata raggiunta
o no, è naturale che l’orizzonte ultimo sperato, per tutte le cose sia il
ritorno. Se la mèta è il termine ultimo espresso del viaggio, è il ritorno
che, in verità, si nasconde nel cuore del viaggiatore come vero obiettivo,
anche al di là del conscio e del dichiarato…
In qualche modo è vero che tutto torna ma in modo sempre diverso.
Non sarà mai ritorno alla situazione iniziale. Ci si accorgerà presto che
non si è più gli stessi e – ben più grave – che i luoghi da cui si è partiti
non sono più gli stessi: il tempo non si è fermato! Si avverte il bisogno di
tornare e, nello stesso tempo, l’impossibilità di tornare là dove si
vorrebbe: si torna ma si torna sempre altrove, anche quando i luoghi
sembrano gli stessi.
Può tuttavia giungere il momento in cui ogni viaggio altrove è sentito
come un ritorno. Il viaggio vive, cioè, un’intimità così intensa con il luogo
che attraversa, da sentire quei suoi passi, pure diretti altrove, come
passi verso casa.
Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse come la mia ombra
mi stava accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono le mani e i piedi
io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno
durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse fame o sete o desiderio
del fresco nell'afa o del caldo nel gelo
era qualcosa che non può giungere a sazietà
non era gioia o tristezza non era legata
alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me.
durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
e del viaggio non mi resta nulla se non quella nostalgia.
Nazim Hikmet, Varsavia
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Madre Teresa di Calcutta - NON TRATTENERTI MAI!
Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi, i giorni si trasformano in anni.
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c`è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c`è un`altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite… insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arruginisca il ferro che c`è in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni
non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai!
PRIMA DI PARTIRE
PER UN LUNGO VIAGGIO
Irene Grandi
Prima di partire per un lungo viaggio
Devi portare con te la voglia
di non tornare più
Prima di non essere sincera
Pensa che ti tradisci solo tu
Non è facile però… È tutto qui
Non è facile però… È tutto qui
Prima di partire per un lungo viaggio
Porta con te la voglia di adattarti
Prima di pretendere l'orgasmo
Prova solo ad amarti
Prima di non essere sincera
Pensa che ti tradisci solo tu
Prima di partire per un lungo viaggio
Prima di pretendere qualcosa
Porta con te la voglia di non tornare più Prova a pensare a quello che... dai tu
Prima di non essere d'accordo
Non è facile però... È tutto qui
Prova ad ascoltare un po' di più
Non è facile però… È tutto qui
Prima di non essere da sola
Non è facile però… È tutto qui
Prova a pensare se stai bene tu
Prima di pretendere qualcosa
Prima di pretendere qualcosa
Prova a pensare a quello che... dai tu
Prova a pensare a quello che... dai tu
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L’ISOLA CHE NON C’È – Bennato
Seconda stella a destra questo è il cammino
e poi dritto, fino al mattino
poi la strada la trovi da te
porta all'isola che non c'è.
Forse questo ti sembrerà strano
ma la ragione ti ha un po' preso la mano
ed ora sei quasi convinto che
non può esistere un'isola che non c'è
E a pensarci, che pazzia
è una favola, è solo fantasia
e chi è saggio, chi è maturo lo sa
non può esistere nella realtà!....
Son d'accordo con voi non esiste una terra
dove non ci son santi né eroi
e se non ci son ladri se non c'è mai la guerra
forse è proprio l'isola che non c'è. che non c'è
E non è un'invenzione
e neanche un gioco di parole
se ci credi ti basta perché
poi la strada la trovi da te
Son d'accordo con voi niente ladri e gendarmi
ma che razza di isola è?
Niente odio e violenza né soldati né armi
forse è proprio l'isola che non c'è.... che non c'è
Seconda stella a destra questo è il cammino
e poi dritto, fino al mattino poi la strada la trovi da te
porta all'isola che non c'è.
E ti prendono in giro se continui a cercarla
ma non darti per vinto perché
chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle
forse è ancora più pazzo di te.
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SEDUTO IN RIVA AL FOSSO - Ligabue
Ho parcheggiato e camminato
non so quanto e non so dove sono, qua
ma so soltanto che si sente un buon profumo,
un bel silenzio e l'acqua che va
lontano da me, lontano da noi,
lontano dalla giostra che non si ferma mai
e ciò il biglietto sì ma questa corsa la vorrei lasciare fare a voi
solo a voi, la lascio fare a voi,
che io sto bene qui, seduto in riva al fosso
io sto bene qui, seduto in riva al fosso.
O è il riflesso della luna o sei proprio bella, se vuoi siediti!
Hai parcheggiato e camminato
non sai quanto non sai dove sei, ma sei qui
lontana da te, lontana da voi,
lontana da uno specchio che non dice chi sei
se sotto il cielo c'è qualcosa di speciale passerà di qui prima o poi
prima o poi, comunque tu lo sai
che si sta bene qui seduti in riva al fosso
stiamo bene qui, seduti in riva al fosso...
Sono arrivati con la guida
ed hanno apparecchiato per il loro pic-nic
con sedie i tavolini la TV i telefonini e le facce di chi va
lontano da chi, lontano da che,
lontano per sentito dire senza un perché
se vuoi restare resta pure ho da fare non mi viene in mente cos'è
ma lo so che, io lo so com'è
che state bene lì, seduti in riva al fosso
state bene lì seduti in riva al fosso...
Avanti, state bene lì, state bene lì, state bene lì,
state bene, lì state bene lì, state bene lì...
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Signore, proteggi i nostri dubbi, perché il Dubbio è una maniera di
pregare. Esso ci fa crescere, perché ci obbliga a guardare senza paura le
tante risposte a una stessa domanda.
E affinché ciò sia possibile,
Signore, proteggi le nostre decisioni, perché la Decisione è una maniera di
pregare. Dacci il coraggio, dopo il dubbio, di essere capaci di scegliere tra
un cammino e l’altro. Che il nostro sì sia sempre un sì, e il nostro no sia
sempre un no. Fa’ che una volta scelto il cammino, non guardiamo giammai
indietro, né lasciamo che la nostra anima sia rosa dal rimorso.
E affinché ciò sia possibile,
Signore, proteggi le nostre azioni, perché l’Azione è una maniera di
pregare. Fa’ che il nostro pane quotidiano sia frutto del meglio di quanto
abbiamo dentro di noi. Che possiamo, attraverso il lavoro e l’azione,
condividere un po’ dell’amore che riceviamo.
E affinché ciò sia possibile,
Signore, proteggi i nostri sogni, perché il Sogno, è una maniera di pregare.
Fa’ che, indipendentemente dalla nostra età o dalla situazione, siamo
capaci di mantenere accesa nel cuore la fiamma sacra della speranza e
della perseveranza.
E affinché ciò sia possibile,
Signore, riempici sempre di entusiasmo, perché l’Entusiasmo è una
maniera di pregare. È lui che ci unisce ai Cieli e alla Terra, agli uomini e ai
bambini, e ci dice che il desiderio è importante, e merita il nostro impegno.
È lui che ci dice che tutto è possibile, purché ci impegniamo totalmente in
ciò che facciamo.
E affinché ciò sia possibile,
Signore, proteggici, perché la Vita è l’unica maniera che abbiamo per
manifestare il Tuo miracolo. Che la terra continui a trasformare la semente
in grano, che noi continuiamo a tramutare il grano in pane. E questo è
possibile solo se avremo Amore – dunque, non lasciarci mai in solitudine.
Dacci sempre la Tua compagnia, e la compagnia di uomini e donne che
hanno dubbi, agiscono e sognano, si entusiasmano e vivono come se ogni
giorno fosse totalmente dedicato alla Tua gloria.
Amen
Paulo Cohelo
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LETTERA A UN AMICO SULLA VITA SPIRITUALE
APRITI ALLA VITA INTERIORE…
è come un viaggio in profondità
Ti sei deciso a scrivermi, mi dici, perché da un po’ di tempo ti
interroghi sul senso della vita e vorresti più tempo per te, per pensare
di nuovo a ciò che à essenziale e che vale davvero la pena di essere
vissuto. I tuoi interrogativi esprimono un’istanza profonda del nostro
animo: l’esigenza della vita interiore. Un’esigenza che presto o tardi si
fa viva in ciascuno di noi, perché non viviamo solo di esteriorità,
proiettandoci fuori di noi, in una continua “fuga” in cui si scambia
l’intensità delle emozioni per pienezza di vita. Oggi c’è una certa
retorica dell’essere “fuori”, che dimentica che l’uomo à anche, e
soprattutto, un “dentro”. La Bibbia impiega il termine “cuore” per
indicare questo “dentro”; noi, invece, usiamo parole come “coscienza”
oppure “se”. In ogni caso si tratta sempre di parole che indicano che
c’è in noi una dimensione interiore, profonda, invisibile, sfuggente
eppure realissima, che è parte costitutiva del nostro essere. Questa
dimensione mi insegna anche che “io” non sono poi totalmente
trasparente a me stesso, che “io” sono anche mistero, che non mi
conosco appieno. Per vivere in pienezza bisogna che prendiamo sul
serio questa dimensione, perché fa parte di noi.
Ora, la vita interiore si esprime anzitutto con il porre a se stessi delle
domande, come anche tu hai fatto con la tua lettera. Questo, al di là
dell’interlocutore cui ti rivolgi, è importante perché ti aiuta a dare un
nome ai problemi che ti assillano e a chiarire a te stesso quello che ti
procura disagi o ti rende felice. Dietro alle tue diverse domande scorgo
l’unico interrogativo fondamentale: “Chi sono?”. Domanda che il
progresso scientifico e tecnologico non renderà mai anacronistica,
perché é essenziale all’uomo per divenire uomo.
Platone scrive: “Non conduce una vita umana chi non si interroga su
di sé” (Apologia di Socrate 38A). Domanda inesauribile che ci
accompagnerà per tutta la vita nelle sue varie fasi e snodi cruciali. Ed à
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questa domanda fondamentale che ti apre la via alla
vita interiore, cioè al lavoro di chi prende sul serio la
propria unicità, di chi assume la propria identità, il
proprio volto e il proprio nome come compito da
realizzare: tu non sei chiamato a imitare altri, in
particolare chi ti appare più “riuscito”, chi “ha successo”, chi ha
maggiore visibilità, ma a essere te stesso. Non sei un replicante, un
clone di altri, ma possiedi un’unicità che chiede di essere ascoltata e
realizzata.
Ora, la realizzazione di sé, di quella precisa immagine e somiglianza
con Dio che ciascuno di noi è, non è qualcosa di automatico, ma esige
un lavoro. Si tratta di un lavoro interiore, invisibile ma non per questo
meno faticoso di altri lavori, anzi, spesso molto più faticoso e temibile
perché rischia di metterci di fronte a realtà di noi che non vorremmo
vedere e sapere. Sì, la vita interiore esige coraggio. È come iniziare un
viaggio, non tanto in estensione ma in profondità, non fuori di te ma in
te. E lo smarrimento che puoi provare agli inizi, di fronte al paesaggio
interiore sconosciuto, ti può sgomentare e ti rivela che forse proprio
questo è il viaggio più lungo e arduo, anche se non ti obbliga a
percorrere neppure un chilometro.
Coraggio non è poi solo quello di interrogarti, ma anche quello di
lasciarti interrogare, di assumere gli eventi della vita come domande
che ti sono rivolte: la malattia che ha sconvolto la vita di una persona
cara, la morte improvvisa di un amico, le nozze di un conoscente, una
nascita che ha allietato una coppia amica, e anche gli eventi quotidiani,
meno appariscenti o sconvolgenti, ma che formano la trama dei nostri
giorni... Si tratti di vita o di morte, di gioia o di sofferenza, sempre sono
occasioni per pensare e per riflettere su ciò che è veramente serio e
importante nella vita, dunque su ciò che può far sì che la vita valga la
pena di essere vissuta, su ciò che può dar senso anche alla nostra vita.
Coraggio, non aver paura di questo lavoro che ti attende!
Enzo Bianchi
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Richard Long - A LINE MADE BY WALKING (1967)
Nel 1967 Richard Long realizza A Line Made by Walking, una linea retta
“scolpita” sul terreno semplicemente calpestando l’erba. Questo gesto, per
la sua assoluta radicalità e semplicità formale, è considerata un passaggio
fondamentale dell’arte contemporanea. Rudi Fuchs l’ha paragonata al
quadro nero di Malevic: “una fondamentale interruzione nella storia
dell’arte”. Guy Tosatto la considera “uno dei gesti più singolari e
rivoluzionari della scultura del xx secolo” e Hamish Fulton, l’artista inglese
che si è spesso accompagnato a Long nelle sue erranze continentali, la
considera “uno dei lavori più originali dell’arte occidentale. A soli ventitre
anni Long combina due attività apparentemente separate: la scultura (la
linea) e il camminare (l’azione).
A Line Made by Walking produce una sensazione di infinito, è un lungo
segmento che si arresta agli alberi che chiudono il campo visuale, ma che
potrebbe continuare a percorrere tutto il pianeta. L’immagine dell’erba
calpestata raddoppia il paradosso cardine della fotografia, la presenza di
un’assenza: assenza dell’azione, assenza del corpo, assenza dell’oggetto.
Ma d’altra parte è inequivocabilmente il risultato dell’azione di un corpo ed
è un oggetto, un qualcosa che si situa tra la scultura, una performance e
un’architettura del paesaggio.
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ASCOLTA IL SILENZIO
Il Signore disse ad Elia:
«Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore».
Ed ecco che il Signore passò.
Ci fu un vento impetuoso… dopo il vento un terremoto…
dopo il terremoto un fuoco…
Dopo il fuoco il sussurro di una brezza leggera.
Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello,
uscì e si fermò all’ingresso della caverna.
Cfr. 1Re 19,11-13
A PARTIRE DA ALCUNE DOMANDE
Non viene prima il viaggio e poi il silenzio e l’ascolto: non c’è qualcosa
che viene prima e qualcosa che viene dopo, ne verrebbe meno la sincerità,
la qualità e lo spessore del viaggio che desideri intraprendere.
Per viaggiare hai bisogno di metterti nell’atteggiamento di chi ascolta se
stesso, di chi ricerca e prova a comprendere cosa prova, cosa desidera,
cosa attende veramente dal suo viaggio. Il viaggio, altrimenti, rischia di
diventare un girovagare vano, ripetitivo, banale ed insensato.
C’è bisogno di un viaggio interiore… per viverlo di cosa hai bisogno
soprattutto? Per metterti alla ricerca e alla scoperta della tua verità più
profonda, per capire chi sei veramente che cosa devi fare? Cosa ti potrebbe
aiutare di più? Se eviti di scendere in profondità cosa può succedere? Cosa
vuol dire essere delle persone superficiali? Ti piace incontrarne? Ti
piacerebbe venisse detto di te? Anziché “superficiale” cosa potresti dire?
Per ascoltare bisogna tacere: non solo quando occorre mettere in uso i
nostri orecchi! Questo è vero, anche e soprattutto, quando cerchiamo di
capire cosa sta dicendo il nostro cuore… non è questione fondamentale?
Puoi vivere senza sentire cosa ha da dire il tuo cuore?
Non posso capire quello che mi viene detto se non faccio silenzio, se “parlo
sopra”… questo è vero solo se sono gli altri a parlare? Quando sento dentro
di me qualcosa che non riesco immediatamente a capire… cosa vuol dire
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fare silenzio? Sono io a dover fare silenzio, a tacere: ma come si fa ad
ascoltare quando non sono gli orecchi a dover essere aperti?
Se dovessi aiutare qualcuno a cui tieni tantissimo a vivere quello che
abbiamo appena detto, da dove partiresti? Cosa gli consiglieresti?
Ti è mai capitato di provare qualcosa e di non riuscire a capire neanche
cosa fosse? Ti è mai capitato di provare una sorta di “inquietudine
interiore” senza sapere perché, senza sapere da dove venisse, cosa fosse? È
più facile far finta di niente o provare a capire qualcosa di più? È più
semplice “stordirsi” con qualcosa per evitare di pensare a quello che mi dà
fastidio provare? Il rumore cosa copre? Se sei tu a cercare di fare rumore,
cosa vuoi nascondere a te stesso?
Ci sono situazioni che vivi, sentimenti ed emozioni che provi che ti creano
apprensione? Puoi comprare o trovare subito per tutto una soluzione? Se a
volte non puoi farlo cosa succede? “Ascoltare e camminare” o “fare finta
che non ci sia niente e tirare avanti”?
È più semplice tenersi impegnati, cercare sempre di fare qualcosa,
piuttosto che capire cosa si nasconde sotto la “cenere” del tuo cuore? Ti
capita, a volte, di provare paura a scavare più a fondo? Ti capita di avere
timore di capire cosa sta dicendo veramente il tuo cuore? A volte non
succede proprio quando inizi a capire di cosa si tratta? Perché evitare di
dare il nome a quello che porti dentro? Cosa c’è in gioco?
E poi devi fare tutto da solo? Puoi farti aiutare? Da chi? Dal primo che
capita? C’è qualcuno che ti potrebbe accompagnare, come fosse una guida
“esperta” di cuore? Noti una differenza tra chi è “allenato” ad ascoltarsi, a
leggersi dentro e chi invece cerca di tenere tutto sotto una coperta?
Ti è mai capitato di sentire fortemente il bisogno del silenzio? Quando?
Perché? Quando ne senti il bisogno, dove preferiresti essere? Che luogo
ideale immagineresti per te? Davvero un luogo vale l’altro?
Se qualcuno, magari il tuo migliore amico, ti chiedesse di essere ascoltato,
di sfogarsi un po’, quanto sarebbe importante il silenzio? Quanto per te e
quanto per lui? Per te in che senso? E per il tuo amico?
Se hai provato a cercare il silenzio, se lo hai trovato e vissuto: cosa ti ha
donato? Che sensazioni ti ha dato? Cosa ti ha aiutato a capire? Cosa ti ha
aiutato a capire di te e degli altri?
Perché non provare, oggi stesso, a cercare uno spazio di silenzio?
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SALMO 94 - ascolta, non indurire il tuo cuore
Venite, lodiamo il Signore,
acclamiamo alla roccia che ci protegge.
Andiamogli incontro con gratitudine,
cantiamo a lui canti di festa.
IL MODELLO LETTERARIO
È un invito e una meditazione
collettiva. Il salmista considera la
grandezza di Dio (re di tutti gli dèi,
dominatore e creatore di tutto),
medita la posizione del popolo
(creato e guidato), cita un oracolo
di Dio che esorta a non ripetere le
deludenti esperienze del passato.
Davvero il Signore è un Dio grande,
grande re su tutti gli dèi.
Egli domina tutta la terra,
dagli abissi alle vette dei monti.
Suo è il mare, è lui che l’ha fatto,
con le sue mani ha plasmato la terra.
Venite, in ginocchio adoriamo,
inchiniamoci al Dio che ci ha creati.
Lui è il nostro Dio e il nostro pastore,
noi siamo il suo popolo,
il gregge che la sua mano conduce.
LA SITUAZIONE ORIGINARIA
Forse in una liturgia nel Tempio. Un
sacerdote o un maestro di sapienza
invita il popolo a riflettere sulla sua
condizione di fronte a Dio: il grande
creatore e Signore di tutto, quello è
il Dio che ci ha creati e salvati, è il
nostro pastore. Ora ascoltiamolo:
egli ci dice di riflettere sulle vicende
dei nostri padri e di non ripeterle!
Ascoltate oggi questa sua parola:
“Non indurite i vostri cuori
come i vostri padri nel deserto,
in quel giorno di tentazione e di discordia;
mi misero alla prova e vollero tentarmi,
eppure sapevano quel che avevo fatto per loro.
Per quarant’anni mi hanno disgustato
e ho detto: Gente corrotta,
che rifiuta di seguire la mia strada!
Allora, sdegnato, feci questo giuramento:
non entrerete nella terra
dove volevo darvi riposo”.
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PER LA NOSTRA VITA
Anche noi abbiamo
bisogno di meditare
sulle cose del passato
ma non sempre lo
facciamo:
occorre
qualcuno che ci svegli,
ci spinga e ci guidi.
Abbiamo il coraggio di
meditare e di pensare a
noi stessi? Di ascoltare
e di ascoltarci?
Se meditiamo rischiamo
di capire e di capirci!
E se facciamo silenzio
attorno a noi, possiamo
avvertire la voce stessa
di Dio.
SALMO 5 - non senti il mio grido?
Ascolta, Signore, le mie parole,
accogli il mio lamento:
non senti il mio grido, tu, mio re e mi Dio?
A te mi rivolgo, Signore,
al mattino tu ascolti la mia voce,
all’alba ti presento il mio caso
e aspetto la tua risposta.
Tu non sei un Dio che gode del male,
accanto a Te non trova posto il malvagio.
Tu non vuoi la presenza dei superbi,
detesti tutti i malfattori:
tu distruggi chi dice falsità,
disprezzi chi inganna o uccide.
Ma grande, Signore, è la tua bontà:
io sono accolto nella tua casa
con fede ti adoro nel tuo santuario.
Molti mi sono nemici, Signore:
guidami nel sentiero dei tuoi voleri,
appiana davanti a me la tua strada.
I miei avversari dicono il falso,
le loro intenzioni sono malvagie,
la loro bocca è una trappola
che attira con dolci parole.
IL MODELLO LETTERARIO
È un’invocazione di aiuto decisa
che poggia su questa certezza:
Dio ama intensamente i giusti; può
e vuole intervenire per proteggerli.
Il salmista che ha fiducia in Dio,
pensando ai propri nemici,
domanda per se guida e aiuto.
LA STIUAZIONE ORIGINARIA
Un ebreo prega, probabilmente
mentre si trova in un cortile del
Tempio. Davanti a Dio fa un
panorama della propria situazione e
grida. È già sicuro che Dio sta dalla
sua parte e contro i suoi avversari
ma si lamenta e sente il bisogno di
domandare ancora: chiede di essere
ascoltato, di trovare aiuto a
comprendere la giusta via e a
seguirla, che gli avversari siano
puniti. Il salmista non crede di
riuscire a camminare senza essere
ascoltato e senza mettere la propria
vita davanti a Dio.
PER LA NOSTRA VITA
Ma tu condannali, o Dio,
cadano vittime dei loro stessi imbrogli,
cacciali via, lontano da Te.
Il male che hanno fatto è grande,
contro di Te si sono ribellati.
Ma si rallegrino e sempre cantino di gioia
quelli che da te si appoggiano.
Trovino in te felicità e protezione
tutti quelli che ti amano.
Tu, Signore, benedici i giusti,
come scudo li protegge il tuo amore.
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Anche noi possiamo presentare a
Dio il nostro grido: un grido che
dice cosa? Gridare non è chiedere
con equilibrata delicatezza ma
alzare la voce per farsi sentire a
tutti i costi, per sfogare qualcosa
che ti porti dentro…
Chi urla lo fa perché vuole
assolutamente essere ascoltato e
aiutato: a chi grideresti aiuto?
Dio cosa dovrebbe ascoltare con
tanta urgenza da te? Cosa non
faresti mai a meno di dire a Dio
se, improvvisamente, te lo trovassi
di fronte?
IL VANGELO
Gesù nel deserto
LUCA 4,1-15
Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era
guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal
diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati,
ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: "Se tu sei Figlio di Dio, di' a questa
pietra che diventi pane". Gesù gli rispose: "Sta scritto: Non di solo pane
vivrà l'uomo ".
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della
terra e gli disse: "Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a
me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in
adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo". Gesù gli rispose: "Sta
scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai : a lui solo renderai culto ".
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli
disse: "Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti:
Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo
affinché essi ti custodiscano;
e anche:
Essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra ".
Gesù gli rispose: "È stato detto: Non metterai alla prova il Signore Dio
tuo ".
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al
momento fissato.
Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si
diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli
rendevano lode.
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insieme
Per riflettere
DENTRO IL SIGNIFICATO DELLE COSE
ASCOLTARE
Latino - dal verbo latino auscultare, composto da auris (orecchio) e dalla radice
indoeuropea *klei (inclinarsi). Auscultare = inclinarsi per implementare l'orecchio.
Porgere attentamente l'orecchio, stare intenzionalmente a udire qualcosa.
Strettamente legato all'attenzione
Si acquisisce la capacità di ascoltare davvero quando si riesce a creare un vuoto
dentro per fare spazio alle parole dell'altro. Il comportamento dell'ascoltare è un
comportamento complesso. La capacità di ascolto si sviluppa attraverso la
creazione di un silenzio interiore e l'allontanamento dei propri pensieri e delle
proprie emozioni al fine di concentrarsi sulle parole che l'altro invia. L'ascolto in
questo modo diventa attento (ascolto l'altro e riassumo la sua comunicazione),
interessato (mi interessa ciò che lui mi dice), empatico (ascolto l'altro e vedo il
problema come lo vede lui), attivo (rispecchio i sentimenti, riformulo contenuti
confusi per aiutare a rimuovere ostacoli interni e trovare soluzioni ai problemi).
Ebraico - La religione di Israele è una religione dell’ascolto (Dt 6,4: “Ascolta
Israele…”). Il shema’ indica quindi non soltanto l’atto fisiologico dell’ascoltare
(orecchio), ma anche il (saper) prestare attenzione, l’obbedire, imparare…
SILENZIO
Latino - dal latino silentium, derivato da silens-silentis participio presente del
verbo silere = tacere, non fare rumore
Stato di persona che si astiene dal parlare
L’etimologia è incerta: da un lato ha una radice onomatopeica sss (il suono che si
produce per richiamare al silenzio, che 'significa' con chiarezza senza bisogno di
spiegazioni), dall'altra contiene la radice indoeuropea SI che indica il legame.
Altra etimologia: dal latino exil-ium (esilio), con metatesi sillabica iniziale si passa a
silex (roccia) e quindi a silentium (non da tutti condivisa).
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Alcuni filosofi distinguono due tipi di silenzio:
1 silenzio come assenza di parole
2 silenzio come legame
Questa distinzione si può cogliere nei due verbi latini taceo e sileo.
Taceo è la constatazione del silenzio cioè assenza di qualcosa che da esso è negata
(valore negativo);
sileo è la coscienza del silenzio come realtà in atto o che si crea (valore positivo).
Ebraico - Sono tanti i sostantivi che traducono in ebraico la parola “silenzio”.
Suggerirei un’altra pista di riflessione visto che siamo impegnati in un cammino
come Israele nel deserto. Il deserto è il luogo del silenzio. In ebraico, il deserto si
chiama midbar, cioè, letteralmente il luogo senza parola. Questo “vuoto”
apparente (senza cose) può forse servire ad “ascoltare” un’altra Parola…
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Intervista ad Alessandro D’Avenia
Autore del libro “Rossa come il sangue, bianca come il latte”
Partiamo dalle «domande giuste»: quelle vere, serie, reali. E quelle più
censurate e bistrattate anche da chi si rivolge ai ragazzi. Perché ha deciso di
prenderle sul serio in un libro che parla di loro e si rivolge a loro?
D’Avenia: Sto in classe da dieci anni. E ho visto - vedo - una distanza
straordinaria, dolorosa, tra quello che ci viene raccontato di questi ragazzi
dai media e quello che sono realmente. Insegnando Lettere, poi, è
inevitabile toccare i punti vitali. Questo essere a contatto con il loro cuore
profondo mi ha fatto sorgere un moto di ribellione verso tutta una
letteratura come quella, appunto, di Moccia - che mi sono letto tutta, per
capire come intercetta il loro cuore. I numeri parlano chiaro: non vendi un
milione di copie di Ho voglia di te o Tre metri sopra il cielo se non c’è
qualcosa che intercetta il cuore. E la risposta che ho visto è proprio questa:
a essere intercettata è la sete di educazione sentimentale che è propria
della loro età. Questo cuore che, per la prima volta, si affaccia alla realtà
con un’apertura straordinaria, che esce dal pensiero magico dell’infanzia e
incomincia a guardarsi intorno per capire che ingredienti servono per
vivere la vita. Ecco, il primo impulso è stata una ribellione verso questa
letteratura: comprende i sentimenti del cuore di un adolescente, ma poi lo
lascia confuso come prima. Un po’ come l’iPod: ti metti gli auricolari, ti
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estranei un’ora dalla realtà e, quando te li togli, la realtà è rimasta lì, ferma.
Per un po’ ne hai sentito meno il peso e il dolore, ma poi ti ritorna tutto
addosso. Poi c’è un altro motivo.
Quale?
D’Avenia: La bellezza. Una bellezza che ti investe e che non puoi fare a
meno di comunicare. Quando uno si innamora non fa che dirlo al mondo
intero, no? Be’, questo mio innamoramento continuo verso i miei ragazzi,
cioè per la loro identità profonda, mi ha portato a dire: io questa bellezza la
devo raccontare, perché nessuno la vuole raccontare. Ecco, questi due
ingredienti si sono sommati. Ed è venuta fuori una storia che avevo dentro
da un po’: un ragazzo che cresce, che diventa uomo, che all’inizio del
romanzo crede che la propria identità si basi su come tiene i capelli e poi, a
poco a poco, capisce che l’identità non sta lì, ma da qualche altra parte che
lui deve scoprire. Non tanto perché gli vengano date nel romanzo delle
risposte giuste, ma perché inizia lui a porsi le domande giuste. E infatti il
romanzo finisce con l’apertura alla realtà.
Scoprire l’identità sotto la superficie vuol dire scoprire l’io. È interessante
che per lei questo venga fuori dall’impatto con la realtà.
D’Avenia: Inizio sempre le lezioni del primo anno del biennio spiegando un
quadro: il Narciso di Caravaggio. Dico ai Caravaggio, Narciso
ragazzi: «Questa mattina abbiamo tutti
condiviso questo dramma straordinario dello
specchio. Non potevate uscire dal bagno». Il
primo giorno di scuola al biennio è una specie
di prova del sangue, ti manifesti per la prima
volta ai compagni e dici: «Chissà che pensano
di me? Come mi vesto oggi?». Ti svegli con due
ore di anticipo e prepari i vestiti la sera
prima... Poi aggiungo: «Però la cosa
straordinaria, la differenza fra voi e noi adulti
qual è? Mentre noi abbiamo un po’ imparato
come siamo fatti, per cui ci guardiamo allo
specchio e abbiamo acquisito quel coraggio che ci consente di aprire la
porta del bagno e affrontare il mondo, voi tenete quella porta chiusa.
Avete una paura matta di quel che c’è fuori, perché quel mondo non
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conosce chi siete in profondità. Temete che non vi comprenda, che vi
massacri. Ma benedetta questa prima volta in cui si percepisce la distanza
fra quello che si vede in superficie e quello che cominciate a percepire di
essere. Benedetto questo momento dello specchio. Se mettete di fronte
allo specchio un gatto o un neonato, pensano di avere di fronte un altro
gatto e un altro bimbo». L’adolescente è chi per la prima volta dice:
«Cavolo, quello sono io. Ma sono più di quello, perché riesco a dire “quello
sono io”». Allora si comincia a lavorare su quel «sono io». Solo che cosa
accade? Si cerca di costruire sulla superficie che si vede nello specchio
quell’identità che invece va costruita nel profondo.
Questo, in qualche modo, non è anche il bello di quell’età?
D’Avenia: In un certo senso, sì. Basta pensare a una cosa: perché noi
vogliamo amare persone profonde e non superficiali? Perché lo dobbiamo
diventare, profondi. Non è che uno nasce profondo. Uno scopre che è fatto
“a strati”, però non ha ancora gli strumenti per attivare quelli più profondi.
Allora prova con i piercing, i vestiti, la pettinatura... Se poi ha la fortuna di
incontrare qualcuno che lo aiuta a fare questo, come succede a Leo, allora
forse uno comincia a crescere. Se no, il rischio è che rimanga in superficie.
E magari finisce il liceo che non sa neanche quale Facoltà scegliere, che è
una cosa che a me fa venire i brividi... Non nel senso che uno deve avere
tutto chiaro. Però almeno deve sapere dove si indirizza il suo sguardo, cosa
lo mette in movimento e cosa invece lo lascia inerte.
Nel libro, c’è molto dei suoi alunni?
D’Avenia: Ci sono pezzi delle loro vite. Per esempio, a un certo punto,
ricevo la mail di una di loro. Due righe: «Dio non esiste». E poi, a capo: «Dio
non mi vuole bene». Sono due righe meravigliose, perché la seconda
contraddice la prima. Io ti dico che in realtà esiste; solo che non mi vuole
bene. Quindi non esiste per me. E questo è l’altro tema che mi stava a
cuore: non possono farci credere che i ragazzi non si fanno domande su
Dio. Non ne potevo più di questo. Perché non è vero. Un tema su due ha
dentro questa domanda. Fai i Promessi sposi e quello ti interrompe: «Ma
com’è possibile che Dio permetta quello che è successo?». Parli
dell’Innominato, e si alza la mano: «Perché la conversione?». Ecco, questa
era una delle cose che volevo affrontare. Sapevo di attirarmi tante critiche
da un certo mondo, che di queste cose non vuol sentir parlare.
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Antonio: Man mano che leggevo, mi ha sorpreso il livello di profondità che
Leo raggiunge. Però mi è rimasto un certo fastidio per un accento
sentimentale molto spiccato. Perché questo tono? Non si rischia di
annacquare il problema trattandolo così? E poi: se il problema è incontrare
chi ti aiuti ad “attivare gli strati profondi”, deve essere qualcuno diverso da
te. Nel libro, il Sognatore dà l’impressione di essere un adulto che prova a
mettersi al livello dei suoi ragazzi...
D’Avenia: Uno dei motivi per cui ho deciso di diventare insegnante è stato
padre Pino Puglisi (il sacerdote ucciso dalla mafia nel 1993, ndr), che ho
avuto come prof a Palermo. Liceo pubblico: eravamo in 1500, un caos. Noi,
tra un’occupazione e l’altra, eravamo convinti di avere il mondo in mano.
Guardavo questo sacerdote piccolino, magro, sempre sorridente, e dicevo:
«Ma figurati!». Poi, quando è morto, poco prima della seconda liceo, ho
capito la differenza fra noi (e gli altri prof) e lui: lui le parole che diceva le
viveva veramente, anzi c’era morto. Poi vedevo il mio insegnante di
Lettere, che era un sognatore davvero: a 65 anni ancora balbettava nel
raccontare Dante. Infine, un film: L’attimo fuggente. L’ho visto e ho detto:
voglio fare questo. A poco a poco, quella figura l’ho ridimensionata, perché
è abbastanza pericolosa: Keating porta i ragazzi a se stesso, mentre il
sognatore porta Leo a Leo. Cioè, aiuta Leo a diventare più Leo. Io sono un
nemico assoluto del professore “amicone” e un sostenitore sfegatato
dell’asimmetria del rapporto. Ma credo che la luce guida per ogni
insegnante sia il principio di Incarnazione.
In che senso?
D’Avenia: Nostro Signore, per spiegarci chi è l’uomo, si è fatto uomo: ha
dovuto provare la fame, la sete, sudare, addormentarsi sulla poppa di una
barca in tempesta... Lui è Maestro perché si è immerso in maniera
sconvolgente in quello che siamo noi. Non ha rinunciato ad essere Dio: è
perfetto Dio e perfetto uomo. E proprio per questo ci viene a tirare su:
sposa tutte le contraddizioni del nostro cuore, però rimane Dio. Questa è la
luce che mi guida nell’insegnamento: per me, non è altro che partecipare a
questo aspetto di maestro, che c’è in Dio. Mi devo in qualche modo
incarnare nei miei alunni. Il che non significa mai smettere di essere un
adulto, ma sposi le loro contraddizioni. Mi ha scritto un ragazzo di 17 anni:
«Grazie per questo libro, perché c’è dentro tutto quello di cui abbiamo
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bisogno. Ci comprende, ma non ci fa sconti». Per me è stata la critica più
bella. In classe, sono molto esigente, ma allo stesso tempo provo a non
dimenticare tutto ciò che è successo a quell’età. Sono un adulto disposto
ad accompagnarti in questo viaggio: se hai bisogno, sai che io ci sono e che
mi metto in gioco. Certo, trovare la giusta distanza in un lavoro di
incarnazione è difficilissimo: a volte sbagli, perché esageri. Però ci provi.
Questo è legato al problema del sentimentalismo. Oggi siamo in una
grande melassa sentimentale: in qualche modo bisogna immergersi.
Sperimentare le contraddizioni, magari un linguaggio un po’ da Facebook. E
da lì risalire. Non vorrei che suonasse un assurdo, ma quando a Nostro
Signore dicono che è un mangione e beone perché mangia con quella
gente lì... in fondo gli fanno questa critica. Insomma, è vero che è un libro
sentimentale. Io sono un po’ così...
Dado Peluso: L’uso della prima persona è accattivante, perché fa sentire il
lettore immerso nella storia. E mostra come cresce questo ragazzetto. È
interessante che nel libro il tema della vocazione, cioè di cosa può costruire
uno nella vita, rimanga aperto: perché è un cammino che deve fare il
ragazzo. E mi colpisce il rapporto con il padre: è il rapporto con un adulto
che ha una proposta chiara.
D’Avenia: La figura di questo padre mi sta molto a cuore. Il prossimo
romanzo lo scriverò su questo, ci sto già lavorando. Oggi, la grande assenza
è dei padri. È il motivo per cui, poi, il Padre sembra ancora più assente.
Leggendo la cosiddetta “letteratura adolescenziale”, trovi mammecarabiniere, cioè rompiscatole clamorose, e padri falliti. Adulti che, al
massimo, hanno la nostalgia dell’essere adolescenti. Allora perché devo
crescere, se crescere è diventare uno che ha nostalgia di essere come sono
io ora?
Più che della letteratura, è il problema dell’educazione: che riguarda
innanzitutto gli adulti.
D’Avenia: Il bello è manifestare che vale la pena essere adulti senza
nascondere le proprie debolezze. Io ho avuto un padre così. Questa
presenza paterna è l’ingrediente educativo forse oggi più mancante. Con la
madre abbiamo questo rapporto simbiotico di protezione: c’è nel
momento in cui abbiamo bisogno. Ma è il padre che ti lancia in aria.
Quando il papà prende il bambino e lo lancia in aria, la mamma, la madre
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terra Gea, dice: «Che fai, stai attento...». Mentre è Urano che lancia il
bambino al cielo, perché lo lancia nella realtà. Questa diversità di stili
educativi tra uomo e donna, secondo me, è uno dei problemi che c’è oggi.
Il padre di Leo è un uomo che lo sfida, investe su di lui.
I momenti topici del rapporto tra il Sognatore e Leo sono due momenti di
sfida. Non è un rapporto così soft. Mentre l’aspetto fondamentale del
rapporto con il padre è quando gli dice: «Mi fido di te». Mi sembrano due
momenti fondamentali dell’educazione: tu provochi l’altro perché venga
fuori per quello che è, e contemporaneamente investi sulla sua libertà. Voi
che ne dite, ragazzi?
Caterina: Quando vedo un professore, io mi appassiono di più alla sua
materia se vedo che dà fiducia alla mia capacità. Se trovo un interesse che
lui ha per me, per me tutta intera, per quello che io sono.
D’Avenia: Hai usato un’espressione meravigliosa: «Me tutta intera». È il
bisogno che venga presa tutta la persona, e non solo il cervello da riempire
di nozioni. Per la correzione dei temi, ho iniziato a usare una legenda con
15 simboli: in modo che scoprano loro gli errori, perché se li correggo
direttamente non imparano. L’ultimo simbolo è un punto esclamativo, che
significa «passaggio notevole». Una mia alunna mi dice: «È la prima volta
che qualcuno, nel correggere i temi, metterà che abbiamo fatto qualcosa di
positivo e non solo gli errori». Mi sono detto: cavolo, ma ci ho messo dieci
anni a capire questa cosa? Se sbagliano, glielo diciamo subito. Se fanno
qualcosa di bello, perché siamo così avari nel dirglielo? Li aiuta. È proprio
questo punto: la fiducia. È come dire: «Tu sei questo, e io sono fiero che tu
sia questo. Ed è da questo che prendi forza per superare le tue difficoltà, i
tuoi limiti». Ha dentro il «mi fido di te», ma anche una sfida. Per me, sono
due fortissimi ingredienti educativi: la capacità di contenere, l’altra di
rilanciare.
Nel libro, il bianco è il colore che spaventa Leo. È segno del vuoto, del male.
Da dove hai preso questa idea?
D’Avenia: Dai miei alunni. Un giorno mi ero dimenticato di preparare il
tema in classe, ho improvvisato il titolo: «Ricordi bianchi, azzurri e rossi». I
ricordi associati al rosso erano le esperienze che mi aspettavo: l’amore, la
passione, la battaglia, la sfida. L’azzurro era associato alla tranquillità,
all’amicizia. E poi mi ritrovo con questo bianco associato quasi sempre ad
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esperienze negative. Io amo Dante. Lì il bianco è la luce, c’è dentro tutto.
Invece ti trovi che per un ragazzino il bianco è un colore associato a
esperienze di perdite, di paura, di dolore. Mi sono detto: questa cosa mi
interessa, ci voglio guardare dentro. Mi sembra che abbia dentro gli
ingredienti tipici dell’adolescenza: sei in un’epoca della vita in cui non vuoi
più avere limiti, ma allo stesso tempo cominci a fare esperienza che certe
cose ti spaventano proprio perché non hanno limiti. Il bianco ha dentro
questa ambiguità: è un colore senza limiti, che ti fa l’effetto della vertigine.
Allo stesso tempo ti fa paura, perché dici: se veramente non ha limiti? Leo,
in pratica, si chiede se veramente l’amore è più forte della morte. Che poi è
la domanda di fondo di tutto il romanzo: a un certo punto c’è la citazione
esplicita del Cantico dei cantici. L’idea ha dentro questo aspetto: il bisogno
di qualcuno che mi contenga un po’, quando il bianco sembra prevalere e,
insieme, questo desiderio di farmi strada da solo. Sono io che me la devo
giocare. Però tu mi devi contenere, cioè mi devi dire che c’è qualcosa per
cui vale la pena vivere e che la parola “morte” non è la fine.
Perché dice “contenere”?
D’Avenia: C’è un momento in cui tu non riesci a decodificare la tempesta
che ti prende. Allora hai bisogno che qualcuno ti dica: «Guarda, questo che
ti succede è normale. Non sei strano, non sei pazzo». E che quindi ti
rassicuri su un futuro che sarà diverso, se impari a “decodificare” quello
che ti sta succedendo.
---------------------------------------------------Abbiamo bisogno di trovare Dio,
ed Egli non può essere trovato
nel rumore e nella irrequietezza.
Dio è amico del silenzio.
Guarda come la natura
– gli alberi, i fiori, l’erba –
crescono in silenzio;
guarda le stelle, la luna e il sole,
come si muovono in silenzio ….
Abbiamo bisogno di silenzio
per essere in grado
di toccare le anime.
Lo stato attuale del mondo
– e in effetti tutto ciò che è vivente –
è ammalato.
Se fossi un medico
e mi venisse chiesto un consiglio,
direi: Create il silenzio!
Conducete gli uomini al silenzio!
(Sören Kierkegaard)
(Madre Teresa di Calcutta)
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Salomone desidera ricevere da Dio un cuore capace di ascoltare:
nell'antropologia biblica il cuore è l'organo che include la dimensione
affettiva e quella razionale, è l'organo alla sorgente dei sentimenti, dei
pensieri, delle azioni dell'uomo. Insomma, Salomone chiede che tutta
la sua persona sia animata dalla capacità di ascoltare. Una domanda
che a Dio piacque molto e fu esaudita, poiché nella tradizione ebraica
Salomone è il sapiente per eccellenza.
Mi preme sottolineare questo: l'ascolto è di gran lunga il dono più
grande che devi chiedere a Dio. Dovrebbe abitare il credente fin
dall'origine: prima di essere definito dalla fede, dalla preghiera o dalle
opere, il credente è uno che si esercita nell'arte dell'ascolto. È il primo
rapporto che lo lega a Dio. La particolarità della fede ebraica e poi
cristiana, è la centralità del Dio che parla, che è Parola. Dicendo:
"Luce!" Dio creò il mondo. "In principio era la Parola" (Gv 1,1), afferma
il quarto evangelo. E dinanzi al Dio che parla, che è Parola, la creatura
umana è chiamata a essere ascolto. Potremmo parafrasare con
audacia il prologo dell'Evangelo di Giovanni così: in principio era
l'ascolto e l'ascolto era l'uomo ... Il cucciolo d'uomo impara ad
ascoltare ben prima di parlare ed è ascoltando che impara il linguaggio.
È impossibile chiudere le nostre orecchie, a differenza degli occhi, della
bocca e del naso. Esserci è ascoltare. E l'ascolto puramente passivo
può divenire, se lo si esercita con attenzione, un'attività che coinvolge
l'intera persona. Ascoltare davvero è esserci per l'Altro. Dio rivolge
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CHIEDI UN CUORE CHE ASCOLTA…
Vorrei approfondire ciò che ti scrivevo in una lettera
precedente, condividendo con te la mia meraviglia
davanti a una pagina straordinaria della Bibbia. Si trova
nel Primo libro dei Re, al capitolo 3. Il giovane Salomone
succede a suo padre David come re di Giuda. Salomone
è giovane, niente lascia presagire la gloria futura. Vuole
incominciare il suo regno con un atto di culto a Dio, si
reca così a Gabaon per offrire un sacrificio. La notte
precedente, però, fa un sogno. Il Signore gli appare e dichiara: "Chiedi!
Cosa ti posso donare?". Un'offerta favolosa! Salomone potrebbe
pretendere molto: un grande regno, la sottomissione di tutti i nemici, la
vittoria in guerra. In compenso, egli chiede un lev shome'a, letteralmente
"un cuore che ascolta" (1Re 3,9).
di ENZO BIANCHIg
all'uomo la prima parola: "Adam, dove sei?" (Gen 3,9). E per l'uomo
ascoltare significa rispondere: "Eccomi qui, pronto per la
comunicazione". Per lungo tempo si è presentata la preghiera cristiana
come rivolgere parole a Dio. No, la preghiera cristiana è soprattutto
ascolto! Se si parla a Dio, è solo in risposta alla sua parola ascoltata.
IL FIGLIO DELL'UOMO - René Magritte (1964)
C'è un altro episodio biblico eloquente: Samuele bambino dorme nel
santuario. Durante il sonno una voce lo chiama. Va allora da Eli, l'anziano
sacerdote, per chiedergli cosa vuole: "Non ti ho chiamato", gli replica
questi. Samuele torna a letto, ma viene chiamato di nuovo. E così per una
terza volta. Eli, compreso che la chiamata veniva da Dio, gli consiglia: "Se ti
chiamano ancora, dirai: 'Parla, Signore, ché il tuo servo ti ascolta'" (1 Sam
3,1-9). Ecco l'autentico ascolto di Dio, la cui voce è così difficile da scoprire!
Ora, nella nostra tradizione cristiana ci sentiamo autorizzati a dire:
"Ascolta, Signore, ché il tuo servo ti parla!" . Abbiamo cosi tanto da dirgli da
non lasciarlo nemmeno parlare ... Sì, l'ascolto di Dio è un'operazione
difficile. Richiede da parte nostra il silenzio, ma anche la povertà interiore,
l'attenzione, un atteggiamento di ricerca ... Credimi, esercitandoti a esso
con pazienza potrai crescere nella vita spirituale.
In primo piano un uomo il cui volto è
nascosto quasi completamente da una mela
verde sospesa in aria.
Sullo sfondo è visibile un oceano sovrastato
da un cielo nuvoloso.
Riferendosi al dipinto, Magritte dichiarò:
«Qui abbiamo qualcosa di apparentemente
visibile poiché la mela nasconde ciò che è
nascosto e visibile allo stesso tempo, ovvero il
volto della persona. Questo processo avviene
infinitamente. Ogni cosa che noi vediamo ne
nasconde un'altra; noi vogliamo sempre
vedere quello che è nascosto da ciò che
vediamo. Proviamo interesse in quello che è
nascosto e in ciò che il visibile non ci mostra.
Questo interesse può assumere la forma di
un sentimento letteralmente intenso, un tipo
di disputa, potrei dire, fra ciò che è nascosto
e visibile e l'apparentemente visibile»
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THE SOUND OF SILENCE
Simon & Garfunkel
Hello, darkness, my old friend
I've come to talk with you again
Because a vision softly creeping
Left its seeds while I was sleeping
And the vision
That was planted in my brain
Still remains
Within the sound of silence
In restless dreams I walked alone
Narrow streets of cobblestone
Beneath the halo of a street lamp
I turned my collar to the cold and damp
When my eyes were stabbed
By the flash of a neon light
That split the night
And touched the sound of silence
And in the naked light I saw
Ten thousand people, maybe more
People talking without speaking
People hearing without listening
People writing songs
that voices never share...
And no one dare
Disturb the sound of silence.
And the signs said:
"The words of the prophets
Are written on the subway walls
And tenement halls,
And whisper'd in the sound of silence."
Ciao, oscurità, vecchia amica
sono qui per parlarti di nuovo
perché una visione arrivando dolcemente
ha lasciato i suoi semi mentre dormivo
e la visione che si è fissata nella mia mente
rimane ancora dentro il suono del silenzio
In sogni senza riposo io camminai da solo
in strade strette acciottolate
nell’alone di luce di un lampione
sentii il mio colletto freddo ed umido
quando i miei occhi furono abbagliati
dal lampo di una luce al neon
che spezzò la notte
e intaccò il suono del silenzio.
E nella luce fredda io vidi
diecimila persone, forse più.
Persone che parlavano senza dire nulla
persone che ascoltavano senza capire
persone che scrivevano canzoni
che le voci non potevano cantare assieme
e nessuno osava
disturbare il suono del silenzio
"Pazzi" dissi io "voi non sapete
che il silenzio cresce come un cancro"
"Ascoltate le parole che io posso insegnarvi.
Prendete le mie braccia
così che possa raggiungervi."
Ma le mie parole cadevano
come gocce di pioggia silenziose,
e ne usciva l’eco dai pozzi del silenzio.
"Fools," said I, "you do not know
Silence like a cancer grows."
"Hear my words that I might teach you,
Take my arms that I might reach you."
But my words like silent raindrops fell, E la gente si inginocchiava e pregava
al dio neon che aveva creato.
And echoed in the wells of silence.
And the people bowed and prayed
To the neon god they made.
And the sign flashed out its warning
In the words that it was forming.
E l’insegna lampeggiava il suo messaggio
con le parole che lo formavano.
E il messaggio era: "Le parole dei profeti
sono scritte sui muri della metropolitana
e negli androni dei palazzi,
e diventano sussurro nel suono del silenzio.”
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HO BISOGNO DI SILENZIO
Alda Merini
CIÒ C’HO UDITO NEL MIO SILENZIO
Kahlil Gibran
Ho bisogno di silenzio
come te che leggi col pensiero
non ad alta voce
il suono della mia stessa voce
adesso sarebbe rumore
non parole
ma solo rumore fastidioso
che mi distrae dal pensare.
Ho bisogno di silenzio
esco e per strada le solite persone
che conoscono la mia parlantina
disorientate
dal mio rapido buongiorno
chissà, forse pensano che ho fretta.
Invece ho solo bisogno di silenzio
tanto ho parlato, troppo
è arrivato il tempo di tacere
di raccogliere i pensieri
allegri, tristi, dolci, amari,
ce ne sono tanti
dentro ognuno di noi.
Gli amici veri, pochi, uno?
Sanno ascoltare anche il silenzio,
sanno aspettare, capire.
Chi di parole
da me ne ha avute tante
e non ne vuole più,
ha bisogno, come me, di silenzio.
La mia anima mi ha parlato,
fratello, e mi ha illuminato.
E spesso anche a te l'anima parla
e ti illumina. Tu infatti sei come me,
e non c'è differenza tra noi,
se non questa:
io esprimo ciò che è dentro di me
in parole che ho udito nel mio silenzio,
mentre tu custodisci
tacito ciò che è dentro di te.
Ma la tua silenziosa custodia
ha lo stesso valore
del mio tanto parlare.
(Da Prose e Poems)
LA VERITÀ DENTRO DI SÉ
Kahlil Gibran
C'è fra voi chi cerca
la compagnia delle persone loquaci
per timore della solitudine.
Il silenzio della solitudine
svela infatti ai loro occhi
la loro nuda essenza,
cosa dalla quale rifuggono.
E vi sono quelli che parlano,
e senza consapevolezza né
preveggenza
rivelano una verità
che sono i primi a non capire.
E vi sono coloro che hanno
la verità dentro di sé,
ma non la esprimono a parole.
(Da Il profeta))
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NEL SILENZIO - Ron
LA NECESSITÀ DEL SILENZIO
Solo nel silenzio
c’è una musica
che risuona dentro e ti libera.
Solo nel silenzio
sento che ci sei
non è un movimento,
emozione unica.
Vieni qui, parlami così
come parla il vento agli alberi
guardami, presto abbracciami
lascia uscire
tutte le lacrime, le lacrime.
Non c'è preghiera se non c'è silenzio. Il
silenzio è qualche volta tacere: ma il
silenzio è sempre ascoltare. Un'assenza di
rumore che fosse vuota della nostra
attenzione alla Parola di Dio non sarebbe
silenzio. Una giornata piena di rumori e
piena di voci può essere una giornata di
silenzio se il rumore diventa per noi eco
della presenza di Dio. Quando parliamo di
noi stessi o parliamo di noi stessi rompiamo
il silenzio. Quando ripetiamo con le nostre
labbra i suggerimenti intimi della Parola di
Dio che si levano dal fondo, lasciamo
intatto il silenzio.
Solo nel silenzio
non si è soli mai
è un accampamento l’anima.
Porta fino in fondo
là dove c’è Dio
dove sei te stesso e il mondo
non può entrare
neanche se è rotondo.
Vieni qui, parlami così
come parla il vento agli alberi
musica accarezzami
vibra nel silenzio degli uomini
Baciami, stiamo ancora qui
qui stretti nel silenzio:
noi piccoli, fragili, unici.
Sappiamo parlare o tacere, ma ci riesce
male accontentarci delle parole necessarie.
Oscilliamo incessantemente fra un mutismo
che affonda la carità e una esplosione di
parole che soverchia la verità. Il silenzio è
carità e libertà. Risponde a chi gli domanda
qualche cosa, ma non dà che parole cariche
di vita. Il silenzio, come tutte le consegne
vitali, ci conduce al dono, di noi stessi e non
ad un'avarizia mascherata. E ci conserva
raccolti per questo dono.
Non si può donare quando ci si è
sperperati.
Le parole vane di cui
abbigliamo i nostri pensieri sono un
costante sperpero di noi stessi. "Di tutte le
vostre parole vi si chiederà conto". Di tutte
quelle che bisognava dire e che la nostra
avarizia ha serbato. Di tutte quelle che
bisognava tacere e che la nostra prodigalità
ha sparpagliato_ai quattro venti della
nostra fantasia o dei nostri nervi.
(Madeleine Delbrel, Noi delle strade)
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DETTI DEI PADRI DEL DESERTO
Un fratello venne in visita a Scete presso abba Mosè per chiedergli
una parola. L’anziano gli disse: “Va’, siediti nella tua cella e la tua
cella ti insegnerà ogni cosa”. (Cfr. Gv 14,26)
Abba Arsenio, ritiratosi a vita solitaria, pregà di nuovo dicendo
le stele parole. E udì una voce che gli diceva: “Arsenio, fuggi,
taci, vivi nella quiete!”. Queste infatti sono le radici dell’essere
senza peccato.
di ENZO BIANCHIg
Il coraggio per intraprendere il “viaggio interiore” centrato
sull’ascolto, cui ti invitavo in un'altra lettera, non ti manca, mi dici,
ma fatichi a concentrarti su questo sforzo: troppe cose ti distraggono
di continuo. Hai colto un problema centrale! Rientrare in se stessi
significa anche entrare nel silenzio e nella solitudine. Cosa tutt’altro
che facile questa, abituati come siamo a vivere insieme immersi nel
rumore e nel continuo contatto con gli altri. E tuttavia il silenzio e la
solitudine sono essenziali, di chiarificazione, di concentrazione.
Ti sarà forse capitato di sperimentare come il ritirarsi da solo nel silenzio
porti a “sentire” il corpo in maniera diversa, più lucida e intensa, e porti
anche a una coscienza più acuta del tempo. Quel tempo che normalmente
fugge e vola via quando sei immerso nel quotidiano via vai e nelle
molteplici attività, appare molto più lungo quando resti nel silenzio e nella
solitudine. Oggi, come sai bene, i ritmi della vita sociale sono talmente
velocizzati e stressanti che ci ritroviamo a correre per arrivare sempre in
ritardo: più siamo impegnati, più abbiamo attività da svolgere e “cose da
fare” e più ci sembra di essere vivi. Ma così rischiamo di dimenticare
quell’arte della cura di noi stessi e della nostra interiorità che è essenziale
per sapere chi siamo e perché facciamo quel che facciamo. Un po’ di
lentezza, di tempo speso stando seduto in camera senza far nulla,
semplicemente restando presente a te stesso, lasciando emergere le
emozioni che si sedimentano in te, ti aiuta a ritrovare unità, a dare il nome
ai sentimenti che provi, a esercitare la tua memoria nel ricordo. Questo ti
aiuta soprattutto a entrare in una pacificazione e unificazione interiori da
cui uscirai rinnovato e disponibile per le relazioni quotidiane.
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ABITA IL SILENZIO E LA SOLITUDINE
Solitudine e silenzio sono il tempo delle radici, della profondità, in cui
ricevi la forza per essere te stesso, per pensare, per coniare una
parola tua che magari può essere in contrasto con quelle che tutti
ripetono. Silenzio e solitudine sono dunque i mezzi privilegiati della
vita interiore, che ti consentono di prendere confidenza con te stesso
e di osare te stesso, anche a costo di arrivare a
“cantare fuori dal coro”, a rompere con le logiche
omologanti che tutto appiattiscono. Ti consentono
di sfuggire alla superficialità e di dare profondità
alle parole e senso alla relazioni. La solitudine,
infatti, purifica lo sguardo che porti sugli altri. Se
pensi agli altri quando sei da solo, scopri in essi un
volto inedito, che ti sfugge quando stai
fisicamente accanto a loro. Non è affatto vero che
comunichi bene chi parla molto o sempre e che sia una persona
capace di relazioni quella che vive continuamente in mezzo agli altri,
senza mai concedersi un momento di tregua, di faccia a faccia con se
stessa. Questo sarebbe uno scambiare la quantità con la qualità. È
vero, invece, il contrario: la capacità di comunicazione e di relazione è
proporzionale alla capacità di silenzio e solitudine. Ci guidano, infatti,
a quella vita interiore che ci consente una signoria su di noi.
Vorrei spronarti a questo paziente lavoro su te stesso ricordandoti una
storiella chassidica. Si narra che rabbi Sussja in punto di morte esclamò:
«Nel giorno del giudizio non mi si chiederà: perché non sei stato Mosè? Mi
si chiederà invece: perché non sei stato Sussja». Sì, non solo al momento
del giudizio, ma anche nel quotidiano della tua vita, ti viene chiesto conto
non se hai o meno eguagliato grandi personaggi, ma se sei stato fedele a
quello che sei, se hai saputo riconoscere e condividere il meglio di te
stesso. Cerca allora di conquistarti spazi di solitudine e tempi di silenzio, ne
trarrai giovamento tu stesso e, assieme a te, anche quelli che ti stanno
intorno
Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse
perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo
umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca.
Charlie Chaplin
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VUOI ESSERE FELICE? ASCOLTA TE STESSO
Quando si rinuncia ad assecondare i propri desideri e a esprimere i
sentimenti più autentici nasce un senso di disagio che toglie significato
alla vita e la rende faticosa. Gli esperti la chiamano "nevrosi di carattere".
Ecco cosa fare per liberarsene grazie agli insegnamenti di Erich Fromm,
uno dei più grandi psicoterapeuti: la sua cura consiste nel seguire la
propria "voce interiore".
[dal Corriere della Sera - 4 Marzo 1996]
Se c'è qualcosa che delude profondamente nelle relazioni con gli altri è la
sensazione di non essere ascoltati. E quindi non capiti. In qualche modo, non
amati. Eppure si tratta spesso di una "sordità" reciproca che rende difficile
comunicare davvero e non solo superficialmente anche con le persone che più
ci sono vicine, creando un clima di incomprensioni e di scontento. Perché
l'arte di ascoltare è diventata una "merce di scambio" così rara da spingere
molti a pagarla a caro prezzo, ricorrendo, pur di ottenerla, al lettino
dell'analista?
Secondo Erich Fromm, il grande psicoanalista di origine tedesca noto anche
per le sue opere di divulgazione, la disponibilità all' ascolto degli altri nasce
prima di tutto dalla capacità di ascoltare se' stessi. Solo così si può riconoscere
nei sentimenti, nei desideri, nelle paure degli altri qualcosa che, sia pure in
altra forma, in altro modo, sappiamo che esiste anche dentro di noi. E' proprio
da questa duplice capacità d' ascolto che nasce l'empatia: la disponibilità non
solo pratica, ma emotiva a capire i messaggi più profondi dell'altro,
mettendosi nei suoi panni. Un principio alla base della stessa attività
psicoterapeutica che Fromm ha esercitato per oltre 50 anni. E che lo ha
portato a dire: "Nulla di ciò che è umano mi è estraneo".
Erich Fromm mette in luce la necessità di dare ascolto alla propria voce
interiore, per non rinunciare non solo ai desideri e ai sentimenti più autentici,
ma anche alla libertà di essere se stessi. Sofferenza interiore.
Vi sono "persone alle quali non manca nulla", osserva Fromm. "Hanno tutto.
Ma non sanno che fare di sé, della propria vita. Funzionano solo a metà: sanno
risolvere i cruciverba pratici dell'esistenza quotidiana, ma non l'enigma che la
vita pone a ciascuno di noi". Un enigma che riguarda il significato stesso della
propria vita e che, secondo Fromm, si risolve solo dando voce e ascolto a
quella parte di sé, più vitale e autentica, che è stata messa progressivamente a
tacere attraverso una serie di compromessi fra i propri desideri più profondi e
quelli degli altri: a cominciare dall' infanzia, quella prima stagione della vita in
cui si forma la persona. Senso di estraneità.
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La rinuncia a seguire fin da bambini le proprie inclinazioni porta alla
costruzione di un "falso sé": un'identità costruita a misura delle aspettative
degli altri, in cui è difficile riconoscersi una volta diventati adulti.
Anna Maria Battistin
IL COMBATTIMENTO DELL’UOMO INTERIORE
Come il tuo servo Simpliciano mi ebbe narrata la storia di
Vittorino, mi sentii ardere dal desiderio d’imitarlo, che era poi lo
scopo per il quale Simpliciano me l’aveva narrata. […]
Così avevo in me due volontà, una vecchia, l’altra nuova, la prima
carnale, la seconda spirituale, che si combattevano tra loro e
combattendosi laceravano il mio spirito.
L’esperienza personale mi faceva comprendere le parole che avevo letto: che
la carne ha desideri contrari allo spirito e lo spirito ha desideri contrari alla
carne. Sentivo certamente tutt’e due questi desideri però mi riconoscevo di
più in quelle cose che interiormente approvavo che non in quelle che
disapprovavo perché in quest’ultime ormai non ero più io: le subivo piuttosto
contro voglia, anziché agire volontariamente. […]
La scusa che di solito adducevo […] era che la verità mi appariva ancora poco
chiara. Ma adesso quella scusa non reggeva più: la verità, infatti, mi era ormai
ben nota. […]
Nessuno vuole dormire sempre e tutti ragionevolmente preferiscono al sonno
la veglia, eppure spesso, quando le membra sono pesanti di sonno, si rimanda
lo sforzo di svegliarsi e, pur dispiaciuti, essendo ora di alzarsi, si gusta più
volentieri il sonno. Allo stesso modo ritenevo che sarebbe stato meglio se mi
fossi dato al tuo amore anziché cedere alla mia passione: ma l’una cosa mi
piaceva e risultava vincente, l’altra mi piaceva ed era avvincente.
Non sapevo cosa risponderti quando mi dicevi: “Alzati, tu che dormi e risorgi
da morte, Cristo ti illuminerà”. Mi mostravi chiaramente di dire la verità ed io,
convinto di ciò, non sapevo proprio che cosa replicare, se non parole pigre e
sonnolente: “Ora… fra poco… aspetta un poco…”. […]
Chi avrebbe potuto liberarmi, nella mia condizione miserevole, da questo
corpo mortale, se non la tua grazia per mezzo di Gesù Cristo Signore nostro?
Sant’Agostino, Confessioni VIII,5
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Sei tu mio amico,
compagno e confidente
Una bocca amabile moltiplica gli amici
una lingua affabile le buone relazioni.
Siano molti quelli che vivono in pace con te
ma tuo consigliere uno su mille
Se vuoi farti un amico, mettilo alla prova e non fidarti subito di lui.
Un amico fedele è rifugio sicuro: chi lo trova, trova un tesoro.
Per un amico fedele non c’è prezzo,
non c’è misura per il suo valore.
Sir 6,5-7.14-15
A PARTIRE DA ALCUNE DOMANDE
Stiamo cercando di metterci di fronte alla nostra vita, al nostro futuro,
alla possibilità di poter fare alcune scelte… perché no, magari anche delle
scelte importanti. La metafora del viaggio per parlare della vita è
certamente un’immagine calzante: un viaggio necessita di un cammino
interiore, della capacità di fare silenzio perché hai bisogno di capire cosa
“detta” il tuo cuore ai tuoi piedi. Se non è il tuo cuore a parlare, corri il
rischio di camminare sul sentiero di un viaggio che non è il tuo, che non è
fatto per te, che non è stato pensato da Qualcuno apposta per te… che non
è stato pensato, comunque, neanche da te: se non scegli come camminare,
con chi, dove, perché… se non ti butti con coraggio nel tuo viaggio interiore
rischi di essere una persona superficiale, scontata, una fra tante…
Il cammino è fatto anche (e soprattutto) di incontri: siamo persone nate
per vivere in relazione con gli altri ed è soprattutto la relazione con altre
persone ad aiutarti a crescere. Sono anche le persone che incontri a
condizionare ed orientare il tuo viaggio, ad aiutarti a viverlo con più
intensità e profondità oppure, altre volte, a rallentarlo e ad appesantirlo: ci
sono persone da “scartare” oppure tutto può concorrere al bene del tuo
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viaggio? E se non potessi “mettere da parte” nessuno? È sempre vero che
puoi sceglierti i tuoi compagni di viaggio?
Sarebbe la stessa cosa la tua vita senza le persone che ami e che ti vogliono
bene, che hanno dato e continuano a dare tutto per te? Perché? Chi sono?
Qual è il “di più” che hanno dato alla tua vita?
A quali persone sei maggiormente legato? Per quale motivo? Cosa hanno in
più rispetto alla massa delle tante persone che conosci? Cosa le rende così
speciali? Ci sono persone delle quali non faresti mai a meno?
C’è qualcuno che si è legato a te perché, rispetto agli altri, ha trovato in te
qualcosa di speciale? Cosa ti fa provare? Come ti fa sentire? Non è anche
una responsabilità questa cosa? In che senso? Cosa richiede da te un
rapporto del genere? Qual è la forma più bella, più “alta” con la quale puoi
esprimere il legame con una persona? Qual è la cosa più bella che si può
fare in un rapporto di amicizia? Tu per chi lo faresti? Fino a che punto si
può spingere un’amicizia? C’è un punto in cui puoi dire: “fino a qui sì, oltre
certamente no…”?
Cosa vuol dire “dare la vita per qualcuno? Vuol dire per forza “morire”? C’è
qualcuno che lo sta facendo per te? In che modo? Da cosa si vede se
qualcuno sta dando la vita per qualcun altro? Pensi di poterlo fare per
qualcuno? Ti piacerebbe non essere capito ed accolto nonostante il tuo
atteggiamento? Ti fermeresti se fossi rifiutato, tradito? Forse per alcuni sì,
per altri no? Cosa vorrebbe dire per te?
Il cammino non è fatto solo di incontri edificanti e positivi: è vero che “col
senno di poi” tutto aiuta a crescere, tutto concorre al bene… ma, mentre si
vivono rapporti negativi, non è certo questo quello che si pensa. Quante
volte le difficoltà ti hanno spinto a voler tornare indietro o, addirittura, a
non voler più partire, a non voler più fare/iniziare qualcosa?
Sai cosa vuol dire il termine “nemico”? Nemico è colui che nutre verso altri
sentimenti di avversione, di ostilità e si comporta di conseguenza, cercando
il danno e desiderando (spesso anche cercando di procurare a tutti i costi) il
male. Cosa ti fa provare questa definizione? Se qualcuno provasse questo
per te, come ti sentiresti? Pensi di averlo mai provato tu per qualcuno? In
questo orizzonte cosa significherebbe per te il perdono? E per la persona
che magari sei tu ad odiare?
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A volte è esagerato usare la parola “nemico”, magari incontriamo persone
ostili che ci mettono i bastoni tra le ruote: gente invidiosa, gelosa, infelice…
altre volte è qualcosa che viviamo attraverso l’esperienza del tradimento.
Quanto può far male un amico che tradisce? Ti è successo? Cosa hai
provato? Ti è mai capitato, in questo senso, di tradire? Cosa hai provato? È
qualcosa di troppo vergognoso per parlarne con Dio?
SALMO 45 – non temere, io sono con te
Dio è per noi rifugio sicuro,
aiuto infallibile in ogni avversità.
Non abbiamo paura se trema la terra,
se i monti sprofondano nel mare;
le acque possono sollevarsi infuriate,
la loro forza può scuotere i monti!
Il Signore dell’universo è con noi,
ci protegge il Dio di Giacobbe!
IL MODELLO LETTERARIO
È un canto, forse liturgico. Esprime
un sentimento di sicurezza più forte
di ogni esperienza paurosa: disastri
naturali, contrasti o guerre. Un
ritornello afferma con insistenza il
motivo fondamentale di questa
certezza che assicura la stessa
consistenza di Gerusalemme.
Un fiume e i suoi ruscelli allietano la città di Dio,
la più santa delle dimore dell’Altissimo:
non potrà vacillare, perché vi abita Dio.
Egli la protegge fin dal primo mattino.
LA SITUAZIONE ORIGINARIA
Nel tempio il popolo medita
e canta. Considera le
inevitabili grandi crisi del
mondo e vede che niente
riesce a farli paura: la
I popoli si impauriscono, i regni crollano:
presenza di Dio è la
Dio fa sentire la sua voce e la terra è sconvolta. protezione più potente. La
Il Signore dell’universo è con noi,
voce di un sacerdote chiede
di non porre la fiducia nelle
ci protegge il Dio di Giacobbe!
armi: lasciamole cadere a
Guardate che cosa ha compiuto il Signore,
terra e riconosciamo che Dio
domina tutto e tutti.
quali prodigi ha fatto sulla terra!
In tutto il mondo pone fine alle guerre:
spezza archi e lance, brucia gli scudi.
Lasciate le armi. Riconoscete che io sono Dio!
Domino sui popoli, trionfo sul mondo intero.
Il Signore dell’universo è con noi,
ci protegge il Dio di Giacobbe!
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PER LA NOSTRA VITA
Non
possiamo
essere
risparmiati da prove e crisi:
puoi dire a un amico “non
temere perché se ci sono io
non potrà mai accaderti
nulla?”.
Cosa
potresti
veramente dirgli? Quale
sarebbe la “vera” sicurezza?
SALMO 40 - il signore pensa a me
Signore, non privarmi
della tua misericordia:
il tuo amore e la tua verità
mi proteggano sempre.
IL MODELLO LETTERARIO
È la seconda parte del Sal 40. Nella prima
parte c’è una meditazione sul passato felice,
il salmista non chiede nulla a Dio.
Qui siamo di fronte ad una preghiera in cui si
chiede misericordia e aiuto contro peccati e
pericoli. Il salmista chiede che gli avversari
siano confusi e umiliati mentre gioia ed
entusiasmo siano dati a chi cerca il Signore
e ama la sua salvezza.
Mi sommergono molti mali,
non li posso neppure contare.
Le mie colpe mi opprimono
e non vedo più nulla.
Sono più numerose dei miei capelli:
ho perso ogni coraggio.
LA SITUAZIONE ORIGINARIA
Corri, Signore, in mio aiuto,
vieni presto a salvarmi.
Siano tutti umiliati e coperti di infamia
quelli che attentano alla mia vita:
si diano alla fuga pieni di vergogna
quelli che godono della mia rovina.
Siano sconvolti e confusi
quelli che mi dicono: “Ti sta bene!”.
Gioiscano e si rallegrino
tutti quelli che ti cercano.
Dicano sempre: “Grande è il Signore!”
quelli che amano la tua salvezza.
Io sono povero e misero
ma il Signore pensa a me.
Tu sei il mio aiuto e il mio liberatore
mio Dio, non tardare!
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Nulla suggerisce un particolare
“dove” o “quando”.
Certamente il salmista sta vivendo
una condizione penosa: sotto il
peso di moltissimi mali, di colpe
opprimenti e di avversari maligni
egli si sente “povero e misero”, ha
perso ogni coraggio. Non può più
resistere e la sua invocazione si fa
forte e insistente: “vieni presto,
Signore, non tardare!” .
PER LA NOSTRA VITA
Quando uno non ce la fa più vuole
stare da solo ma, rientrando in sé,
sa di non essere mai solo del tutto.
Allora nelle situazioni estreme
ricorda “… ma il Signore pensa a
me…”. Anche Gesù, ai discepoli
spaventati, un giorno ha detto “io
non sono solo perché il Padre è con
me” (Gv 16,31).
Come si esprime l’amicizia di Dio?
Cosa ha in comune con il nostro
modo di essere amici? Può essere
per noi da stimolo e da modello?
Come? Dove?
IL VANGELO
L’amico ritrovato
GIOVANNI 21,1-25
Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di
Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro,
Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e
altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli
dissero: "Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla
barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano
accorti che era Gesù. Gesù disse loro: "Figlioli, non avete nulla da
mangiare?". Gli risposero: "No". Allora egli disse loro: "Gettate la rete
dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non
riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel
discepolo che Gesù amava disse a Pietro: "È il Signore!". Simon Pietro,
appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi,
perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero
con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani
da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del
pane. Disse loro Gesù: "Portate un po' del pesce che avete preso
ora". Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di
centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si
squarciò. Gesù disse loro: "Venite a mangiare". E nessuno dei discepoli
osava domandargli: "Chi sei?", perché sapevano bene che era il
Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il
pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo
essere risorto dai morti.
Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: "Simone, figlio di
Giovanni, mi ami più di costoro?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai
che ti voglio bene". Gli disse: "Pasci i miei agnelli". Gli disse di nuovo, per
la seconda volta: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami?". Gli rispose:
"Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pascola le mie
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pecore". Gli disse per la terza volta: "Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi
bene?". Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse:
"Mi vuoi bene?", e gli disse: "Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti
voglio bene". Gli rispose Gesù: "Pasci le mie pecore. In verità, in verità io
ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma
quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti
porterà dove tu non vuoi". Questo disse per indicare con quale morte
egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: "Seguimi".
Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui
che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato:
"Signore, chi è che ti tradisce?". Pietro dunque, come lo vide, disse a
Gesù: "Signore, che cosa sarà di lui?". Gesù gli rispose: "Se voglio che
egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi". Si diffuse
perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù
però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: "Se voglio che egli
rimanga finché io venga, a te che importa?".
Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi
sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre
cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il
mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero
scrivere.
Gerrit van Honthorst
L’ANGELO LIBERA PIETRO DAL CARCERE
(1630 ca.)
Prato, Museo Civico di Prato
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insieme
Per riflettere
DENTRO IL SIGNIFICATO DELLE COSE
AMICO
Latino - amicu(m), derivato del verbo amare
Chi ha legami di amicizia con un'altra persona; Persona che sente inclinazione per
qualcosa; Alleato
Il verbo latino amare secondo i linguisti può essere:
1. di origine indoeuropea dalla radice *am(m)a *ami = madre
2. di origine indoeuropea dalla radice *kam = l'unione tra la luce divina (ka) e la
realtà finita dell'uomo (m); la misura (m) della relazione con la luce divina
(ka); l'incontro tra l'infinito (ka) e il finito (m).
3. di origine etrusca dalla radice *am = amare, derivante a sua volta dall'ittita
ham, radice *am = congiungere legare
Ebraico - All’origine della parola ebraica che significa “amico” sta la radice rea
dove si collocano le parole: pascolare, gregge, pastore. L’amico rea è, in un certo
senso, colui che condivide con te lo stesso “gregge”, lo stesso “pastore”, e quindi
è colui che ti sta “vicino” e di cui ti fidi.
NEMICO
Latino - dal latino inimicus, composto da in + amicus, il contrario di amico.
Riferito a persona: colui che nutre verso altri sentimenti di avversione, di ostilità e
si comporta di conseguenza, cercandone il danno e desiderandone, e spesso
cercando di procurarne, il male.
Riferito a cosa: di nemico, proprio del nemico, dettato da sentimenti di inimicizia.
Ebraico - Il significato di base del verbo alla radice della parola “nemico” è
“odiare”, “essere ostili a”. Nel rapporto con il “nemico” entrano in gioco l’ostilità,
l’odio…
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GLI ALTRI SIAMO NOI - U. Tozzi
Non sono stato mai
più solo di così
è notte ma vorrei
che fosse presto lunedì
con gli altri insieme a me
per fare la città
con gli altri chiusi in sé
che si aprono al sole come fiori
quando si risvegliano, si rivestono,
quando escono, partono, arrivano,
ci s omigliano angeli avvoltoi,
come specchi gli occhi nei volti
perché gli altri siamo noi.
I muri vanno giù al soffio di un'idea
Allah come Gesù
in chiesa o dentro una moschea
e gli altri siamo noi
ma qui sulla stessa via
vigliaccamente eroi
lasciamo indietro pezzi di altri noi
che ci aspettano e si chiedono
perché nascono e subito muoiono
forse rondini foglie d'Africa
ci sorridono in malinconia
e tutti vittime e carnefici
tanto prima o poi gli altri siamo noi.
Quando cantano, quando piangono
gli altri siamo noi.
Siamo noi siamo noi
In questo mondo gli altri siamo noi
Gli altri siamo noi…
Gli altri siamo noi…
Gli altri siamo noi…
Gli altri siamo noi
Noi che stiamo in comodi deserti
di appartamenti e di tranquillità
lontani dagli altri,
ma tanto prima o poi gli altri siamo
noi.
In questo mondo piccolo oramai
Gli altri siamo noi
Gli altri siamo noi… Gli altri siamo noi
Gli altri siamo noi… Gli altri siamo noi
Si gli altri siamo noi
fra gli Indios e gli Indù
ragazzi in farmacie
che ormai non ce la fanno più,
famiglie di operai,
i licenziati dai robot
e zingari dell'est
in riserve di periferia
siamo tutti vittime e carnefici
tanto prima o poi gli altri siamo noi.
L'amazzonia, il Sud Africa,
Gli altri siamo noi…
siamo noi siamo noi
quando sparano, quando sperano
Gli altri siamo noi,
siamo noi, siamo noi
Gli altri siamo noi… Gli altri siamo noi
In questo mondo gli altri siamo noi
In questo mondo piccolo oramai
Gli altri siamo noi
In questo mondo gli altri siamo noi
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CHARLES PEGUY
“Dobbiamo diventare beati l’uno con l’altro, dobbiamo giungere a
Dio l’uno insieme all’altro e presentarci a Dio l’uno con l’altro. Non
dobbiamo incontrare il buon Dio l’uno senza l’altro; cosa direbbe Lui
se noi tornassimo indietro l’uno senza l’altro?”
“Inserire Cristo il terzo nel rapporto amicale dà all’amicizia una forza
che raggiunge il cielo; vivere l’amicizia su questa terra, d’altra parte,
dà al termine amore una concretezza e un realismo, soprattutto nel
segno della dolcezza e dell’appagamento, senza i quali esso
rischierebbe di essere una pura espressione verbale. Proprio per
questo l’amicizia ci consente di pregustare la gioia del cielo. In questo
modo da quell’amore santo con cui si abbraccia il proprio amico, si
sale a quello con cui abbracciamo Cristo: si afferra così, nella letizia, a
bocca piena, il frutto dell’amicizia spirituale, nell’attesa di una
pienezza che si realizzerà nel tempo a venire, quando questa
amicizia, alla quale ora ammettiamo solo pochi, sarà trasfusa in tutti,
e da tutti rifluirà su Dio, quando Dio sarà tutto in tutti”
Aelredo di Rievaulx, L’amicizia spirituale
MAI DA SOLI
Potrebbe essere questo il sottotitolo della vita cristiana e se sfogliamo il
vangelo ci rendiamo conto di questo dato che è attestato in maniera
molteplice e quindi gode di un’autenticità storica unica.
Gli apostoli vengono chiamati insieme, addirittura i primi 4 sono due
coppie di fratelli: Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni. Quando Gesù li
invia a fare tirocinio pastorale li manda a due a due (Mc 6,7) perché più che
le loro parole sono importanti i gesti di comunione che potranno mostrare
presentandosi a due. Manda due suoi discepoli a preparare la Pasqua e a
preparare l’ingresso di Gesù a Gerusalemme la domenica delle Palme (Mc
11,1 e 14,13) e soprattutto la verifica della tomba vuota annunciata dalle
donne e da Maria Maddalena è verificata da Pietro e Giovanni che corrono
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insieme alla tomba vuota (Gv 20,1-10). E ancora: il brano che è la vera carta
magna della vita di una comunità parrocchiale, i discepoli di Emmaus ci
presenta la scena di due discepoli che tornano a casa delusi perché
avevano confidato in Gesù ma anche Lui li ha traditi. Pian piano vengono
raggiunti da un viaggiatore che riconosceranno come Gesù solo quando a
cena ripeterà i gesti del prendere il pane, rendere grazie e donarlo. Questi
due discepoli sono Cleopa e un discepolo senza nome che
nell’interpretazione comune prende il nome di colui che ascolta questo
brano del Vangelo.
Anche nella vita della prima comunità cristiana questo elemento
comunitario di essere mandati a due a due rimane come termine che
contraddistingue il cristianesimo. Marco e Pietro, Paolo e Luca, Paolo e
Barnaba, Paolo e Sila… sembra proprio che questo sia elemento
tipicamente evangelico. Perché?
Sicuramente il cammino di fede non può mai essere fatto da solo e due è il
minimo per formare una comunità.
Perché si è evangelizzati non da una parola ma da una testimonianza di
amore che si incarna in scelte di vita comunitarie e diventa una parola.
L’evangelo è il risultato di questo itinerario. La parola scritta è frutto di un
parto comunitario di un’esperienza di vita celebrata, condivisa, custodita
oralmente, annunciata nella missione e solo dopo messa per iscritto.
La comunità, la fraternità più ancora che l’amicizia sono il distintivo del
cristiano che riscoprono una presenza in mezzo “dove sono due o tre riuniti
nel mio nome io sono lì in mezzo a loro”. E’ un dato accettato
comunemente (dal you don’t walk alone che cantano i tifosi del Liverpool
all’esperienza di ogni gruppo) ma il cristianesimo aggiunge la presenza di
Gesù che marchia la nostra fraternità.
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LA GUERRA DI PIERO - F. De Andrè
Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi
E se gli spari in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà di vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore
Lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente
E mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede e ha paura
ed imbracciata l'artiglieria
non ti ricambia la cortesia
Così dicevi ed era d'inverno
e come gli altri verso l'inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve
Cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chieder perdono per ogni peccato
Fermati Piero, fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po'
addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una
croce
Cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato ritorno
Ma tu non lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di java
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera
Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all'inferno
avrei preferito andarci in inverno
E mentre marciavi con l'anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di una altro colore
E mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi il fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole
Sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue
Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.
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CRISTO E SAN MENA DI ALESSANDRIA
(ICONA DELL’AMICIZIA)
Bawit (Egitto) – VII sec. d.C.
L’icona appartiene alla tradizione della Chiesa copta. Risale al VII
secolo e proviene dalla zona di Bawit, in Egitto. Rappresenta Cristo
che abbraccia san Mena, abate del monastero di Alessandria e
protettore della città. Attualmente, l’icona è custodita presso il
museo del Louvre a Parigi. Tipica della scuola copta è la spiccata
schematizzazione dei tratti del volto, che ne accentuano
l’espressività. L’iconografo arrotonda gli occhi a mandorla e li
sottolinea con un duplice cerchio. I caratteri individuali sfumano, ma
lo sguardo guadagna in intensità. Ne risulta un volto solenne e
immutabile, aperto verso l’assoluto, un ritratto puro di ciò che sarà
l’uomo in Dio, quando il suo essere sarà perfettamente trasfigurato.
Gli occhi grandi che osservano, vegliano e vedono, sono il simbolo
che anticipa la fase definitiva della vita cristiana, quella della visione
di Dio faccia a faccia, quando «saremo simili a Lui perchè lo vedremo
così come Egli è» (1Gv 3,2; 1Cor 13,12). Nel linguaggio divulgativo è
denominata Icona dell’Amicizia. Secondo questa lettura, Cristo
cammina a fianco di un anonimo, un amico ‘sconosciuto’. Sebbene le
conoscenze più ufficiali e sicure suggeriscano di identificare l’amico in
san Mena, possiamo accogliere la suggestione di questa lettura
popolare dell’icona. Chi contempla può dare il proprio nome
all’amico ignoto e così immedesimarsi nel personaggio e nella sua
amicizia col Cristo.
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PER UN AMICO IN PIÙ
Riccardo Cocciante
Non dico che
dividerei una montagna
ma andrei a piedi
certamente a Bologna
per un amico in più
per un amico in più
perché mi sento molto ricco e
molto meno infelice
e vedo anche quando c'è poca luce
con un amico in più
con il mio amico in più
Non farci caso tutto passa hanno
tradito anche me
almeno adesso tu sai bene chi è
piccolo grande aiuto
discreto amico muto
il lavoro cosa vuoi che sia mai
un giorno bene un giorno male lo sai
dà retta un poco a me
giochiamo a briscola
Non posso certo
diventare imbroglione
ma passerei
qualche notte in prigione
per un amico in più
per un amico in più
e se ti sei innamorato di lei
io rinuncio anche subito sai
forse guadagno qualcosa di più
un nuovo amico tu
perché un amico se lo svegli di notte
è capitato già
esce in pigiama
e prende anche le botte
e poi te le rida’
per un amico in più,
per un amico in più
per un amico in più
per un amico in più
capelli grigi si qualcuno ne hai
è meglio avremo
un po' più tempo vedrai
divertendoci come non mai
ancora insieme noi
non dico che
dividerei una montagna
per un amico in più
ma andrei a piedi
certamente a bologna
per un amico in più
forse guadagno
qualche cosa di più
un vero amico
perché mi tiene ancor più caldo
di un pullover di lana
a volte è meglio di una bella sottana
un caro amico in più
un caro amico in più
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I'LL BE THERE FOR YOU
The Rembrandts
So no one told you
life was gonna be this way
Your job's a joke, you're broke,
your love life's D.O.A.
It's like you're always stuck
in second gear
When it hasn't been your day,
your week, your month,
or even your year, but
I'll be there for you
(When the rain starts to pour)
I'll be there for you
(Like I've been there before)
I'll be there for you
('Cause you're there for me too)
You're still in bed at ten
and work began at eight
You've burned your breakfast so far,
things are going great
Your mother warned you
there'd be days like these
But she didn't tell when the world has
brought you down to your knees
I'll be there for you…
No one could ever know me,
no one could ever see me
Seems you're the only one
who knows what it's like to be me
Someone to face the day with,
make it through all the rest with
Someone I'll always laugh with
Even at my worst,
I'm best with you… Yeah!
It's like you're always stuck
in second gear
When it hasn't been your day,
your week, your month,
or even your year, but
I'll be there for you…
Così nessuno ti ha detto
che la vita stava per essere in questo modo
Il tuo lavoro è uno scherzo, sei al verde,
DOA della tua vita amorosa
È come se fossi sempre bloccato
in seconda marcia
Quando non è stato il tuo giorno,
la tua settimana, il tuo mese
o anche il tuo anno, ma
Sarò lì per te Quando la pioggia inizia a cadere
Sarò lì per te Come se fossi stato lì prima
Sarò lì per te Perché sei lì anche per me
Sei ancora a letto alle dieci
e sono iniziati i lavori alle otto
Hai bruciato la prima colazione
fino ad ora, le cose stanno andando alla grande
Tua madre ti ha avvertito
che ci sarebbe giornate come queste
Ma lei non ha detto quando il mondo ti ha
portato verso il basso per le ginocchia
Sarò lì per te…
Nessuno potrebbe mai mi conoscono,
nessuno potrebbe mai vedermi
Sembra che tu sei l'unico
che sa cosa vuol dire essere me
Qualcuno con cui affrontare la giornata con,
farlo attraverso tutto il resto con
Qualcuno io sarò, sempre ridere con
anche al mio peggiore,
sto meglio con te… Yeah!
È come se fossi sempre bloccato
in seconda marcia
Quando non è stato il tuo giorno,
la tua settimana, il tuo mese
o anche il tuo anno, ma….. Sarò lì per te…
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MI FIDO DI TE – Jovanotti
Case di pane, riunioni di rane
vecchie che ballano nelle cadillac
muscoli d'oro, corone d'alloro
canzoni d'amore per bimbi col frack
musica seria, luce che varia
pioggia che cade, vita che scorre
cani randagi, cammelli e re magi
forse fa male eppure mi va
Di stare collegato
di vivere di un fiato
di stendermi sopra al burrone
di guardare giù
la vertigine non è
paura di cadere
ma voglia di volare
Mi fido di te, mi fido di te
mi fido di te, mi fido di te
io mi fido di te, ehi mi fido di te
cosa sei disposto a perdere
di guardare giù
la vertigine non è
paura di cadere
ma voglia di volare
Mi fido di te, mi fido di te
mi fido di te,
cosa sei disposto a perdere
mi fido di te, mi fido di te
io mi fido di te
cosa sei disposto a perdere
Rabbia stupore la parte l'attore
dottore che sintomi ha la felicità
evoluzione il cielo in prigione
questa non è un'esercitazione
forza e coraggio
la sete il miraggio
la luna nell'altra metà
lupi in agguato il peggio è passato
forse fa male eppure mi va
Di stare collegato
di vivere di un fiato
Lampi di luce, al collo una croce
la dea dell'amore si muove nei jeans di stendermi sopra al burrone
di guardare giù
culi e catene, assassini per bene
la vertigine non è
la radio si accende
paura di cadere
su un pezzo funky
ma voglia di volare
teste fasciate, ferite curate
l'affitto del sole
Mi fido di te, mi fido di te
si paga in anticipo prego
mi fido di te
arcobaleno, più per meno meno
cosa sei disposto a perdere
forse fa male eppure mi va
eh mi fido di te, mi fido di te
Di stare collegato
di vivere di un fiato
di stendermi sopra al burrone
mi fido di te
cosa sei disposto a perdere
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SONO SEMPRE CON TE
Geremia 1,4-10.17-19
Mi fu rivolta questa parola del Signore:
"Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto,
prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato;
ti ho stabilito profeta delle nazioni".
Risposi: "Ahimè, Signore Dio!
Ecco, io non so parlare, perché sono giovane".
Ma il Signore mi disse: "Non dire: "Sono giovane".
Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò
e dirai tutto quello che io ti ordinerò.
Non aver paura di fronte a loro,
perché io sono con te per proteggerti".
Oracolo del Signore.
Il Signore stese la mano e mi toccò la bocca, e il Signore mi disse:
"Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca.
Vedi, oggi ti do autorità sopra le nazioni e sopra i regni
per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere,
per edificare e piantare".
Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi,
àlzati e di' loro tutto ciò che ti ordinerò;
non spaventarti di fronte a loro,
altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro.
Ed ecco, oggi io faccio di te
come una città fortificata,
una colonna di ferro
e un muro di bronzo
contro tutto il paese,
contro i re di Giuda e i suoi capi,
contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese.
Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno,
perché io sono con te per salvarti".
Oracolo del Signore.
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Isaia 43,1-5
Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe,
che ti ha plasmato, o Israele:
"Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni.
Se dovrai attraversare le acque, sarò con te,
i fiumi non ti sommergeranno;
se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai,
la fiamma non ti potrà bruciare,
poiché io sono il Signore, tuo Dio,
il Santo d'Israele, il tuo salvatore.
Io do l'Egitto come prezzo per il tuo riscatto,
l'Etiopia e Seba al tuo posto.
Perché tu sei prezioso ai miei occhi,
perché sei degno di stima e io ti amo,
do uomini al tuo posto
e nazioni in cambio della tua vita.
Non temere, perché io sono con te.
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voglia di prenderli a schiaffi questi
qui, di svegliarli, di dirgli: “Aspetta
di provarlo tu e poi capirai la
violenza che fa una domanda di
questo genere”. Ma come fai in
quei momenti in cui non ti rendi
neanche conto di quello che ti è
successo, in cui fai fatica veramente
a prendere coscienza, a capire, in
cui cerchi soltanto di rimuovere
quello che ti fa male, quello che ti
ha fatto del male, in cui sono tante
le sensazioni che ti attanagliano,
che l'ultima cosa che puoi fare è
ragionare, ma come fai a
rispondere? Io, ripeto, risposi
istintivamente di sì, però devo dare
un merito a questo giornalista - e ne
abbiamo parlato in seguito, perché
è anche una persona seria, lo fanno
per mestiere, forse non è neanche
colpa loro, è questo che gli chiede
poi, l'esigenza della cronaca. Gli
dissi: “Io ti ringrazio, perché mi hai
fatto riflettere, perché non mi
aveva neanche sfiorato quest'idea,
non ne ho avuto il tempo, né la
possibilità. Ma dopo che tu me lo
hai chiesto, ho cominciato a
pensarci su e ho seguito un
percorso, un ragionamento che mi
ha portato poi a rispondere in
maniera consapevole a questa
domanda, a rispondere a me prima
di tutto, perché era questo che
volevo capire io, rendermi conto io.
E' un percorso, un ragionamento
PERDONARE
Rita Borsellino
Oggi parlo di perdono in maniera
diversa da come ne parlai
all'indomani della morte di Paolo.
Ricordo che in mezzo alle macerie di
via D'Amelio, mi si avvicinò un
giornalista con il microfono in
mano, me lo mise sotto il naso e mi
chiese: “Ma lei perdona gli assassini
di suo fratello?”. E io, per
togliermelo di mezzo, per non
rispondergli in maniera violenta anche perché non ne sono capace,
perché davanti ad una domanda di
questo genere, davvero cascano le
braccia - gli risposi istintivamente di
sì. Forse me lo ha detto la mia
educazione, il mio essere cattolica,
quasi fosse obbligatorio perdonare
chi ti ha fatto del male. Perché è un
po' questa l'idea corrente, se si
chiede a un familiare di qualcuno o
a chi ha subito violenza di qualsiasi
genere, se perdona oppure no. Tu ti
aspetti che dica di sì, perché se
quello ti dice di no, tu ci resti pure
male, perché è quasi obbligatorio
che quello li perdoni.
Davvero ci si resta così.
Io quando sento queste domande e
ricordo quello che ho provato io,
quando mi è stata posta, mi viene
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difficile, complicato, pieno d'insidie
anche, pieno di sì e di no che ti
tirano da una parte e dall'altra. Mi
sono resa conto che per dare una
risposta a questa domanda, devi
mettere insieme la testa e il cuore.
Non puoi rispondere solo con la
testa, non puoi sentire solo quello
che ti dice il cuore perché
altrimenti, quello che tu dici poi in
quel momento, resta incompleto,
mutilato.
E' un percorso che io credo non
finisca mai, perché puoi dire un
momento o pensare un momento
una cosa e il momento dopo sentirti
sopraffare dal dolore, dall'assenza
della persona che ti era cara, dal
risentimento davanti a qualcosa che
vedi, che senti o che ti porta da
tutt'altra parte. E' un percorso che
credo non finisca mai, un percorso
difficile e complicato, ma che ti fa
prendere coscienza. Io ci ho
ragionato sopra e mi sono resa
conto che, come vi dicevo prima,
che se è vero che io ho ricevuto, il
dono di non odiare, il dono di non
cercare vendetta, è un dono che ho
ricevuto da Dio ed un dono che io
devo condividere con qualcun altro.
Non posso tenerlo stretto per me e
se c'è qualcuno con cui devo
condividerlo, è proprio con chi mi
ha fatto del male. Perché altrimenti
non è vero, non è sincero tutto
questo. E' facile stare da una parte,
isolandosi
completamente
da
quell'altra. Tu devi metterti davvero
davanti a chi ti ha fatto del male e
rifare questo ragionamento, lo devi
verificare in qualche modo,
collaudare.
E ancora una volta ho trovato un
grande aiuto in questo percorso
così complicato e così tormentato.
Ero davanti alla televisione dove
proiettavano le immagini della
cattura di Totò Riina, questo ometto
fotografato quasi per scherno sotto
le fotografie di Paolo e Giovanni, nei
locali della Questura di Palermo non so quanti di voi lo ricordano un ometto dimesso, piccolo,
malvestito, quasi impacciato, che
non sapeva dove mettere le mani,
ma con uno sguardo che balenava
sotto le palpebre che dava davvero i
brividi. E mi chiedevo in maniera
molto sofferta e quasi con paura
cosa provavo nei confronti di
questa persona, perché, vedete,
altro è dire che non si odia, che non
si prova rancore nei confronti di
qualcuno che non conosci e altro è
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poi vederlo in faccia, materializzato.
Allora è un po' diverso. Lo guardavo
quasi con timore che affiorasse
qualcosa che mi faceva paura.
Allora ho sentito che dietro di me,
piano piano, si era avvicinata mia
madre. Mia madre aveva 86 anni,
aveva visto morire suo figlio, perché
Paolo veniva quel giorno a casa mia
a trovare mia madre che non stava
bene. C'era un rapporto fortissimo
tra loro, aveva telefonato anche lui
dicendo: “Sto venendo” e poi aveva
avuto soltanto il tempo di pigiare il
campanello del portone di casa. Mia
madre aveva sentito il suono,
sapeva che era Paolo, ed era
scoppiato il finimondo. Muri che
crollavano,
tetti
che
si
sbriciolavano, schegge da tutte le
parti, pareti che si aprivano, sirene
impazzite, fiamme dovunque. Mia
madre sapeva che in tutto questo
Paolo moriva.
Mia madre si avvicinò a piccoli
passi, non l'avevo sentita, sentii
dietro di me la sua voce che diceva:
“Che pena mi fa quell'uomo!”. E'
stato per me un messaggio
straordinario. Mia madre aveva
visto l'uomo. Io ancora me lo
chiedevo, non c'ero riuscita.
Mamma con lo stesso sguardo di
Paolo, aveva visto l'uomo dentro
Totò Riina e aveva visto un uomo
che le faceva pena, ma perché le
faceva pena? Perché si chiedeva
come quell'uomo si era potuto
ridurre così, come quell'uomo aveva
spento, aveva rischiato di spegnere
quella scintilla umana che aveva
dentro, quella scintilla divina che
aveva dentro. Come aveva fatto?
Erano le stesse domande che si
faceva Paolo, quando chiedeva:
“Chi sei, come giocavi, cosa
facevano i tuoi genitori, perché non
sei andato più a scuola?”. L'aveva
racchiuso in una parola sola, mia
madre, e io l'ho assorbito, l'ho
penetrato, ho capito quello che lei
istintivamente in quel momento mi
aveva trasmesso.
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Sei MI PERDO DI CORAGGIO…
Lungo i fiumi di Babilonia
Sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion.
Ai salici di quella terra avevamo appeso le nostre cetre.
Come cantare i canti del Signore in terra straniera?
Sal 137,1-2.4
A PARTIRE DA ALCUNE DOMANDE
Accettare la sfida di mettersi in viaggio comporta una serie di rischi
che, forse, fino a questo punto non hai ancora valutato sufficientemente.
Perché intraprendere un cammino implica la decisione di accettare di
affrontare tutto ciò che lungo questo percorso può verificarsi, sia di
positivo che di negativo. Non sempre, infatti, va tutto come vorremmo noi
e, anzi, spesso la vita ci pone di fronte a situazioni che non vorremmo
affrontare affatto…Ti è mai successo di aver desiderato di fuggire la realtà
per smettere di soffrire?
Quando accade qualcosa di brutto le nostre certezze sembrano vacillare. Ci
chiediamo “perché sta succedendo questo, perché proprio a me?”.
Sentiamo nascere dentro di noi un sentimento di rabbia, di ribellione, che
ci porta a chiederci dove sia Dio in tutto ciò. Se Dio è buono, come può
permettere che accada il male? Se Dio esiste ed è onnipotente, come può
restare indifferente alla sofferenza dei suoi figli?
Nella tappa precedente parlavamo dell’importanza dell’ascolto, ma a noi il
Signore ci ascolta? E “dove” è Dio? Non ti appare forse come qualcosa di
troppo lontano? Non ti sembra forse un concetto astratto, o un fantasma
invisibile? Che senso ha parlare di Dio quando ti muore un amico?
E poi, non c’è solo il dolore che proviamo noi, ma c’è anche la sofferenza
del mondo. In questi mesi ti sarà capitato di ascoltare un telegiornale…Non
passa giorno senza che ci siano raccontate storie di violenza, di
sopraffazione, di odio, di vendetta. Cosa provi di fronte a questi eventi?
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La vita sembra in qualche modo intrecciata con la sofferenza, fin dalla sua
origine. Il bambino, infatti, nasce dalle doglie del parto e, se non si
attraversa questo passaggio, non può avere inizio una nuova vita. Se il
chicco di grano non muore, non produrrà alcun frutto.
In questa prospettiva, la sofferenza può diventare una via, quasi un
metodo: una strada attraverso la quale passare, un ponte da attraversare
per raggiungere una mèta ed un obiettivo importanti. Soffrire può voler
dire dover aspettare risposte che però non arrivano, dover sopportare
situazioni che non riescono a sbloccarsi, vivere delle fatiche per
raggiungere delle mète importanti e belle… Sofferenza, fatica sono
lampadine che si accendono e che dicono che quello che stiamo facendo è
tutto sbagliato? Sofferenza e fatica sono sinonimi di impossibilità?
Ti è mai capitato di volere qualcosa, di desiderare profondamente una
mèta, un incontro, un’esperienza… ma di passare attraverso il “deserto” in
cui non provavi e non trovavi nulla? Hai avuto la tentazione di fermarti, di
tornare indietro, di pensare che era inutile continuare a cercare e a
sperare? Hai pensato che stavi sbagliando tutto? Che non meritavi neanche
di camminare? Magari guardare gli altri e pensare che loro stanno messi
molto meglio di te, che riescono a provare quello che tu vorresti… mentre
tu nulla…
Anche l’amore è legato indissolubilmente alla possibilità del dolore.
Rinunceresti ad una storia d’amore, sapendo che c’è il rischio che tu possa
soffrire? Vale la pena rischiare? E qual è l’alternativa? Ti piacerebbe una
vita completamente anestetizzata, in cui non proveresti nulla, per non
dover soffrire? Una vita all’interno di un paradiso artificiale, come quelli
offerti dalla droga, dai videogiochi, da internet, in cui ciò che accade in
fondo non accade realmente, non succede davvero a te, e puoi evitare di
affrontarne le conseguenze. Vale la pena vivere? Immergersi totalmente e
mettersi in gioco, o pensi sia meglio tirarsi indietro? E l’amore, quello vero,
non è forse quello che si offre, che rimane fedele anche nella sofferenza,
nel dolore?
Si può aggirare la morte? Vincerla?
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SALMO 125 - semina nel pianto, mieti nella gioia
Quando il Signore cambiò le sorti di Sion
ci sembrava di sognare.
La nostra bocca si riempiva di canti,
la nostra lingua di grida di gioia.
IL MODELLO LETTERARIO
Allora dicevano i popoli:
“Grandi cose ha fatto per loro il Signore”.
Sì, il Signore ha fatto grandi cose per noi
Ed eravamo pieni di gioia.
Cambia ancora, Signore, le nostre sorti
Come risvegli i torrenti nel deserto.
Chi semina nel pianto
mieterà nella gioia!
Nell’andare, cammina piangendo
e getta le sementi;
nel tornare, canta festoso
e porta a casa il raccolto.
La struttura è semplice: una
meditazione
sul
passato
(vv.1-3), una invocazione
(v.4),
una
riflessione
sull’esperienza
quotidiana
passata, poi una preghiera
per il triste presente, infine un
quadretto noto a tutti.
LA SITUAZIONE ORIGINARIA
Forse è un momento di meditazione
o un colloquio tra persone che
considerano il passato e i presente
del popolo d’Israele. È un dialogo?
Può darsi. Prima qualcuno traccia
una sintesi, poi un altro introduce
una brevissima intensa preghiera,
infine
qualcuno
aggiunge
la
descrizione di un fatto molto
familiare.
PER LA NOSTRA VITA
Fare un bilancio del passato, pregare per il presente,
guardare la realtà in cerca di un’immagine di quel che
potrà accadere in futuro: anche noi dobbiamo trovare
dei momenti di pausa per ricordare, invocare e
riflettere.
Il salmo ci invita a non dimenticare il nostro passato, la
nostra realtà (esterna e interiore!), a valutare il nostro
presente con il coraggio di dare voce ai nostri desideri,
soprattutto il desiderio di essere salvati… cosa vuol
dire essere salvati? Cosa vorresti sia salvato da Dio,
ora, della tua vita? Quali speranze, attese, bisogni,
desideri, paure, delusioni… vorresti fossero salvati
della tua vita? Dove hai seminato nel pianto? Dove
vorresti mietere, comunque, nella gioia?
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SALMO 141 – signore, se mi perdo di coraggio…
IL MODELLO LETTERARIO
A gran voce io grido al Signore,
a gran voce lo supplico.
Davanti a lui sfogo il mio pianto,
a lui espongo la mia angoscia.
È una preghiera di lamentazione con
elementi classici: domanda, lamento,
professione di fiducia, promesse.
È la preghiera di un accusato
innocente. Dal lamento accorato alla
sicurezza dell’esaudimento, fondata
sulla bontà di Dio.
La struttura è semplice e chiara.
Signore, se mi perdo di coraggio
tu conosci la mia via
sai che sul sentiero dove cammino
i nemici mi hanno teso una trappola.
Guarda attorno e vedi:
tutti mi ignorano,
non ho più via di scampo,
nessuno ha cura di me.
Grido aiuto a te, Signore,
e dico “Tu solo mi proteggi,
tu, mia sola risorsa in questa vita.
Ti prego, ascolta il mio pianto:
sono ridotto all’estremo.
Liberami dai miei persecutori:
sono molto più forti di me.
Fami uscire da questa prigione
e potrò lodarti, Signore.
Intorno a me si riuniranno i tuoi fedeli,
perché mi avrai fatto del bene.
LA SITUAZIONE ORIGINARIA
È possibile che colui che ha costruito
questa preghiera si trovi in prigione in
attesa di giudizio.
L’autore usa espressioni e parole di altri
salmi. Questo salmo è una delle preghiere
nate dopo il ritorno dall’esilio in Babilonia.
PER LA NOSTRA VITA
“Sentendo che l’ora della morte era
ormai imminente, come poté, intonò il
Salmo di Davide: Con la mia voce al
Signore grido aiuto, con la mia voce
supplico il Signore”. La sera del 3
Ottobre 1226 Francesco d’Assisi chiude
gli occhi nel sonno della morte recitando
questo salmo. Nel 1943 D. Bonhoeffer,
in un lager nazista, prega così: “Il buio è
dentro di me ma presso di te c’è luce, o
Signore. Sono solo, ma tu non mi
abbandoni: sono impaurito ma presso di
te c’è l’aiuto. Sono inquieto ma presso
di te c’è la pace. In me c’è amarezza ma
presso di te c’è la pazienza. Io non
comprendo le tue vie ma la mia via tu la
conosci”.
Pensando alle tue “ore buie” cosa
vorresti dire a Dio?
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78
IL VANGELO
NESSUNO TI HA CONDANNATO?
GIOVANNI 8,1-11
Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di
nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si
mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in
adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: "Maestro, questa donna è
stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha
comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne
dici?". Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di
accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra.
Tuttavia, poiché insistevano nell'interrogarlo, si alzò e disse loro: "Chi
di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei". E,
chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne
andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono
solo, e la donna era là in mezzo.
Allora Gesù si alzò e le disse: "Donna, dove sono? Nessuno ti ha
condannata?". Ed ella rispose: "Nessuno, Signore". E Gesù disse:
"Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più".
L'ADULTERA PERDONATA
Rembrandt (1803)
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115
insieme
Per riflettere
DENTRO IL SIGNIFICATO DELLE COSE
VIOLENZA
Latino - dal latino violentiam, derivato di violentus = violento
Da vis, radice *fis = forza, vigore, possanza, prepotenza
Nel sanscrito*g'i = ciò che vince, opprime, distrugge.
La terminazione -ulentus indica eccesso.
1. L'essere violento, soprattutto come tendenza abituale a usare la forza fisica
in modo brutale o irrazionale, facendo anche ricorso a mezzi di offesa, al fine
di imporre la propria volontà e di costringere alla sottomissione, coartando la
volontà altrui sia di azione sia di pensiero e di espressione, o anche soltanto
come modo incontrollato di sfogare i propri moti istintivi e passionali.
2. Azione violenta, aggressiva, prepotente, esercitata con mezzi fisici o
psicologici per recare danno ad altri nella persona o nei suoi beni o diritti; e
come fatto e manifestazione collettiva, di gruppo.
Ebraico - La parola ebraica per dire “violenza” è hamas. Essa non si riferisce tanto
alla violenza delle catastrofi naturali o alla violenza come la vediamo nei film
horror. Spesso è usata in riferimento alla violenza che genera il peccato ed è
soprattutto un nome per indicare l’estrema malvagità dell’uomo.
In arabo la stessa parola significa l’essere duro, rigoroso, severo (cfr. il partito
palestinese Hamas).
SOFFERENZA
Latino - dal latino tardo sufferentia = sopportazione, pazienza;
derivato di sufferens-entis = sofferente; deriva a sua volta da sub = sotto + ferre =
portare; radice indoeuropea *bhar, fhar, far =porto
1. Il fatto di soffrire dolori fisici o morali
2. Capacità di sopportare, sopportazione, pazienza
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116
Ebraico - Alla radice della parola “holi” usata per indicare la “sofferenza” ci sta il
verbo hala che significa “essere malato” o “essere debole” (fisicamente o no) in
opposizione all’essere kôah, essere forte. Altra parola interessante è hamal.
Questa ha invece nella sua radice l’idea della sofferenza che proviene dalla fatica
del lavoro, l’aspetto grave e insoddisfacente del lavoro dell’uomo e può significare
la sofferenza, il dolore, il male.
MALE
Latino - dal latino malum "male fisico o morale"
Il contrario del bene, tutto ciò che arreca danno turbando comunque la moralità o
il benessere fisico ed è perciò temuto, evitato, oggetto di riprovazione, di
condanna o di pietà.
Ciò che nuoce, tutto ciò che è contrario al benessere, alla virtù, alla legge, al
dovere, alla convenienza.
Ebraico - Il concetto del male è espresso dalla parola ra’ il cui significato essenziale
può essere visto nella sua giustapposizione frequente con la parola “bene”.
Esempio in Genesi 2,17: “ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non
devi mangiarne, perché, nel giorno in cui tu te ne cibassi, dovrai certamente
morire». Non è il male nel senso “ontologico” ma sempre in relazione con l’agire
perverso dell’uomo. Ricordiamo Genesi 4,7: “Se agisci bene, non dovresti forse
tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso
di te è il suo istinto, e tu lo dominerai».
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di XAVIER THÉVENOT
«Stai soffrendo, ma devi sapere che Dio prova in modo speciale chi
ama. La tua sofferenza è segno della sua predilezione per te». Negli
ambienti cristiani è questa spesso la prima riflessione che si sente.
Certo, se voglio essere un buon padre o una buona madre di famiglia,
so di dover talvolta punire i miei figli per farli crescere, so di dover
imporre loro delle esperienze dure, se non altro per formare la loro
volontà ed educarne i desideri. Ma so anche di non dover mai
imporre ai miei figli in modo arbitrario sofferenze che li schiacciano,
che li mutilano, che spezzano il loro gusto di vivere e le loro relazioni.
Perciò pensieri di questo tipo, secondo i quali Dio ci invierebbe
queste sofferenze come segno del suo amore per noi, ci sembrano
insopportabili. Come se essere prediletti da Dio significasse essere
mutilati del proprio gusto di vivere!
HA SENSO LA SOFFERENZA?
Che fine fanno così le parole di Gesù: “Sono venuto perché abbiate la
vita in abbondanza. Vi do la mia gioia. Nessuno potrà rapirvela” (cf. Gv
10,10; 15,11)? No, queste teorie non sono affatto conformi al
cristianesimo autentico. Si ascoltano anche altri discorsi: «Stai
soffrendo. Sii felice, perché la tua sofferenza serve a salvare il mondo.
La tua sofferenza redime». In un primo momento, mi aggrappo a
pensieri come questo. Almeno mi mostrano che la mia sofferenza, che
in apparenza non serve a nulla se non a farmi disperare, è utile a
qualcuno. Ma abbastanza in fretta anche qui spunta il dubbio. Infatti,
la sofferenza in quanto tale isola, deprime, spezza le forze di vita, con il
suo peso può schiacciare chi mi è vicino e, quando è davvero forte, mi
può far desiderare di farla finita con i miei giorni. In poche parole, la
sofferenza disumanizza! Com’è allora possibile dire che ciò che
disumanizza è liberatore, sta salvando il mondo, redime? Il cancro di
qualcuno contribuisce a liberare gli altri? La sofferenza di un bambino
innocente può essere liberatrice per qualcuno? C’è qualcosa di orribile
nel dire cose simili. Decisamente, la formula “la sofferenza redime” mi
sembra per lo meno piena di trappole, e carica di alcuni errori.
E, in un attimo, ho voglia di unirmi ai miei amici non credenti che dicono:
«Come fai a pensare che la sofferenza redima il mondo, se ti schiaccia
tanto? Ne sparano tante i preti...». Un altro discorso spesso ascoltato è:
«Stai soffrendo? Offri le tue sofferenze a Dio». Certo, si vede bene
l'atteggiamento autentico che si cerca di esprimere in questo modo: offri la
tua vita a Dio, anche quando è sfigurata dalla sofferenza. Ma alla lettera la
formula “offri le tue sofferenze” fa riferimento a un Dio quanto meno
strano. Infatti, cos’è la sofferenza? Il male! A quale Dio, a quale Padre
potrebbe piacere ricevere in dono ciò che disumanizza, rovina, mutila, in
una parola il male? Questi non sarebbe forse un Dio perverso? Già non è
facile trovare il senso della mia sofferenza quando ci sono in mezzo, e
mentre ci provo devo anche imbattermi nei discorsi di certi cristiani che mi
sembrano in parte sbagliati e a dir poco pieni di insidie. Parole che non
aiutano infine quella riconquista di me che mi sforzo di vivere dentro la
prova. Diffidare delle scorciatoie del linguaggio
Di scorciatoie ne facciamo di continuo... Talvolta è difficile eludere le
trappole tese da un linguaggio approssimativo. Dire che Cristo ci redime
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con le sue sofferenze è una scorciatoia enorme! Dovremmo dire, invece,
che Gesù ci salva, ci libera con la sua intera vita, intessuta d’amore
appassionato per l’essere umano, di speranza contro ogni speranza, di fede
radicale nel Padre e negli uomini. E questo anche quando lo hanno
condotto a soffrire terribilmente. A redimere non è la sofferenza di Cristo
in sé, ma il fatto che dentro le sue sofferenze Gesù è stato un uomo che ha
vissuto in pienezza l’amore, la fede e la speranza. Dobbiamo sempre tenere
in mente questa verità: solo quello che costruisce e libera l’essere umano
redime. Ora, la sofferenza in sé non lo fa, di conseguenza non può
redimere. Lo fa, invece, il modo in cui ciascuno cerca di umanizzare la
propria vita dentro le sue sofferenze. E questo grazie a Dio e con Dio.
Anche l’espressione “offri le tue sofferenze” è un’enorme scorciatoia.
Poiché la sofferenza in sé distrugge, il
“piacere” di Dio non dovrebbe essere nel
ricevere qualcosa che rovina. Dio, invece,
trova la sua gioia nel ricevere ciò che
costruisce l’uomo. La sua gioia è
nell’accogliere ciò che l’amore di Gesù
permette di edificare all’essere umano,
malgrado le forze di disunione della
sofferenza. Dio ama ricevere la fede, la
speranza, l’amore, l’umiltà, la pazienza al
cuore delle nostre sofferenze. Davvero ciò
che costruisce l’essere umano permette alla
persona che soffre di continuare a entrare in
relazione! Non si tratta di essere contro le
scorciatoie del linguaggio, ma di essere
consapevoli di quello che rappresentano.
Altrimenti ci fanno deviare dalla vera fede e rischiano di farci immaginare
un Di perverso. Dobbiamo, ad esempio, essere consapevoli che quando
dico: «Signore, ti offro le mie sofferenze», in realtà voglio esprimere
un’altra cosa: «Signore, ti offro il dono che mi fai di continuare ad
accogliere la fede, la speranza e l’amore che tu, Dio, vivi verso di me». Ecco
infatti una delle affermazioni più grandi della fede cristiana: Dio crede in
me. Si parla sempre della fede dell’uomo in Dio, ma anche Dio crede in me.
Dio spera in me. Dio mi ama, e ciò che libera è riconoscere questo dentro la
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119
sofferenza e sviluppare il dono che egli mi fa in suo Figlio. Non cercare “il
senso” della sofferenza.
Si tratta in realtà di voler rendere la nostra vita più umana, più cristiana,
più evangelica, malgrado la sofferenza. A sentire certi cristiani si potrebbe
credere che la fede doni il senso della sofferenza: basta aprire la Bibbia,
consultare la dottrina della chiesa o anche ascoltare la voce interiore di
Dio. Ora, questo modo di pensare è sbagliato e non può che bloccare in
vicoli ciechi. La sofferenza è l’esperienza dell’assurdo: non si capisce
niente! La fede cristiana mi impedisce di lasciarmi affascinare da questi
sentimenti di stupidità e assurdità. Essa dà la forza di capire che Dio è dalla
mia parte e al mio fianco per condurre con coraggio la lotta per dare senso
alla mia vita... La fede mi fa compiere un vero e proprio lavoro su di me e
con gli altri. Non semplicemente l’elaborazione del lutto, come dicono oggi
gli psicologi, ma un lavoro pasquale: si tratta di abbandonare un certo
modo di essere in una vita completamente sconvolta dalla sofferenza per
trovare a poco a poco un altro modo di assumere il reale. Intuiamo che per
un cristiano è molto importante rivolgersi a Dio, perché dispieghi la sua
forza nella debolezza del credente e lo aiuti a condurre la buona battaglia.
È anche fondamentale rivolgersi al Dio fatto uomo, Gesù di Nazaret.
Anch’egli ha dovuto combattere contro l’assurdità e contro la sofferenza.
Diventa perciò importante vedere in cosa Gesù ha sofferto e come ha
vissuto la sua sofferenza. Per evitare di perdersi nella riflessione sulla
sofferenza, dobbiamo ritornare sempre all’esperienza di Gesù di Nazaret. I
teologi ci giocano a volte degli scherzi identici a quelli del nostro psichismo.
Ci presentano delle immagini di Dio bizzarre. Ritornare alla parola di Gesù:
«Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9) è l’unico modo di sapere chi è
Dio. Se voglio sapere come Dio si comporta con chi soffre, come Dio stesso
ha vissuto nella sua umanità la sofferenza, devo ritornare a Gesù. Solo cosi
disporrò di un criterio perfettamente sicuro per tentare di umanizzare la
mia sofferenza
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IL MIO AMICO È MORTO
QUESTA NOTTE, SIGNORE…
Il mio amico è morto questa notte Signore
senza più fiato, senza più vita,
lottando contro il cancro,
fino all'ultimo istante,
con la sua famiglia e gli amici medici.
Non ti dico Signore: poiché l'hai voluto,
sia fatta la tua volontà
ancor meno, la tua santa volontà.
Ma ti dico, sottovoce...
sottovoce perché molti, ahimè,
vicino a me non capirebbero mai
Ti dico, Signore, il mio amico è morto...
e non potevi farci nulla.
Nulla di quanto pazzamente io sognassi.
Nulla di quanto pazzamente io sperassi.
E piango, straziato, mutilato.
Ma il mio cuore è in pace,
perché questa mattina
ho capito un po' meglio
che Tu piangevi con me.
ma ha chiesto per i suoi amici medici
la capacità di ricercare
e lottare fino alla fine.
Ha implorato per sé il coraggio di soffrire,
di accettare i due interventi,
le cure e tutti gli esperimenti
perché altri dopo di lui
potessero soffrire meno,
e un giorno anche guarire.
Per i suoi cari non ha chiesto
la grazia della rassegnazione
ma quella di difendere la vita,
di rispettarla, di svilupparla
e fino alla fine,
cullato dalla musica che amava,
per tutti ha chiesto... la gioia di vivere.
Il mio amico, o Signore, non ha offerto la
propria sofferenza
perché la sofferenza, diceva, è un male,
e Dio non ama la sofferenza.
Ha offerto, invece, la sua lunga
e dolorosa battaglia contro la sofferenza.
Sì Signore, ho capito...
Grazie a Te, Grazie al mio amico
ma ti prego aiutami a crederlo
che tu non vuoi la morte ma la vita,
e che più di tutti noi perché ci ami di più
soffri nel veder morire anzitempo
molti tuoi figli.
Miracolosa energia
questa forza che da lui si irradiava,
grazie a Te Signore, questo supplemento
di amore e di fede necessari
per non disperarsi
ma credere che questa vita, per opera Tua
risuscita oltre la morte.
Ho capito che, salvo rare eccezioni,
ed è qui il tuo mistero,
nella lotta contro le malattie,
per rispetto, per amore
mai volevi prendere il nostro posto,
ma ci offrivi sempre di soffrire
e di lottare con noi. Ho capito...
perché il mio amico, o Signore
non ha preteso da te un miracolo
Alla fine, o Signore, il mio amico
non ha offerto la sua sofferenza
ma come Te, con Te,
Oh! Gesù mio Salvatore,
ha offerto la sua vita, perché noi vivessimo.
Il mio amico è morto questa notte Signore
e io piango ma il mio cuore è in pace,
perché il mio amico, è morto questa notte,
ma con Te mi ha dato la vita.
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PORTATEMI DIO - Vasco Rossi
Metteteci Dio
sul banco degli imputati
metteteci Dio
e giudicate anche lui con noi
e difendetelo voi buoni cristiani
Portatemi Dio lo voglio vedere
portatemi Dio gli devo parlare
gli voglio raccontare
di una vita che ho vissuto
e che non ho capito
a cosa è servito, che cos'è cambiato
anzi adesso cosa ho guadagnato
adesso voglio esser pagato
Portatemi Dio
LA NOTTE - Arisa
Non basta un raggio di sole
in un cielo blu come il mare
perché mi porto un dolore
che sale, che sale...
Si ferma sulle ginocchia
che tremano, e so perché...
E non arresta la corsa,
lui non si vuole fermare,
perché è un dolore che sale,
che sale e fa male...
Ora è allo stomaco,
fegato, vomito, fingo ma c'è
E quando arriva la notte
e resto sola con me
La testa parte e va in giro
in cerca dei suoi perché
Né vincitori né vinti
si esce sconfitti a metà
La vita può allontanarci,
l'amore continuerà...
Lo stomaco ha resistito
anche se non vuol mangiare
Ma c'è il dolore che sale,
che sale e fa male…
Arriva al cuore
lo vuole picchiare più forte di me
Prosegue nella sua corsa,
si prende quello che resta
Ed in un attimo esplode
e mi scoppia la testa
Vorrebbe una risposta
ma in fondo risposta non c'è
E sale e scende dagli occhi
il sole adesso dov'è?
Mentre il dolore sul foglio è
seduto qui accanto a me
Che le parole nell'aria
sono parole a metà
Ma queste sono già scritte
e il tempo non passerà
Ma quando arriva la notte,
la notte e resto sola con me
La testa parte e va in giro
in cerca dei suoi perché
Né vincitori né vinti
si esce sconfitti a metà
La vita può allontanarci,
l'amore poi continuerà...
Ma quando arriva la notte, la notte
e resto sola con me
La testa parte e va in giro
in cerca dei suoi perché
Né vincitori né vinti
si esce sconfitti a metà
L'amore può allontanarci,
la vita poi continuerà
Continuerà… Continuerà…
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DALLE CONFESSIONI – Sant’Agostino
La tristezza calò buia sul cuore, e dovunque guardavo era la morte. E il mio
paese divenne un patibolo, e la casa paterna m'era penosa e strana, e tutto
quello che avevo condiviso con lui, senza di lui si convertiva in uno strazio
enorme. I miei occhi lo cercavano invano dappertutto, e odiavo tutte le
cose perché non lo tenevano fra loro e non potevano più dirmi "eccolo,
viene", come quando era in vita e mi mancava. Ero divenuto un enigma
angoscioso a me stesso e chiedevo a quest'anima perché fosse triste e mi
opprimesse tanto e lei non sapeva rispondermi. E se dicevo: "Spera in Dio"
lei non ubbidiva, giustamente, perché quella persona concreta che le era
tanto cara e che aveva perduta era migliore e più vera del fantasma in cui
le si ordinava di sperare. Solo il pianto mi era gradito e aveva preso il posto
del mio amico fra i piaceri dell'anima.
E ora, Signore, tutto questo è ormai passato e il tempo ha lenito la mia
ferita. Posso sapere da te che sei la verità perché il pianto sia dolce a chi è
infelice, posso accostare alla tua bocca l'orecchio del cuore, perché tu me
lo dica? O forse tu, per quanto onnipresente, hai respinto lontano la nostra
tristezza, e te ne resti in te stesso mentre noi rotoliamo di prova in prova?
E tuttavia se non potessimo piangere alle tue orecchie, non resterebbe
nulla della nostra speranza. Da dove viene questo frutto delicato
dell'amaro di vivere, che si coglie nel pianto e nei sospiri, nei lamenti e nei
gemiti? Forse è nella speranza che tu ci ascolti, la dolcezza? Nelle
preghiere, è giusto che sia così, perché il desiderio che ti raggiungano ne è
parte costitutiva. Ma nel dolore di una cosa perduta e nel lutto che allora
mi opprimeva? Certo non speravo di farlo rivivere e non chiedevo questo
fra le lacrime: mi limitavo al dolore e al pianto. Ero infelice e avevo perduto
la mia gioia.
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Da IL DIARIO DI BRIDGET JONES
Mark: Non penso affatto che tu sia un’idiota. Oddio,
è vero che c’è qualche cosa di ridicolo in te, nei tuoi
modi. Tua madre è piuttosto imbarazzante. E devo
ammettere che sei veramente pessima quando ti
capita di parlare in pubblico, e tutto quello che ti
passa per la testa lo fai uscire dalla bocca senza tener conto delle
conseguenze. Certo mi rendo conto che quando ti ho conosciuta al buffet
di tacchino al curry di Capodanno sono stato imperdonabilmente scortese:
avevo addosso quel maglione con la renna sopra… che mi aveva regalato
mia madre il giorno prima. Ma il punto è… quello che cerco di dirti… in
modo molto confuso… è che, in effetti, probabilmente, malgrado le
apparenze… tu mi piaci. Da morire.
Bridget: Ah! A parte il fatto che fumo, che bevo, che ho una madre volgare
e… soffro di diarrea verbale…
Mark: No, tu mi piaci da morire, Bridget, così come sei.
NON BASTA LA FEDE?
EVITARE OGNI PIGRIZIA SPIRITUALE
Abbiamo davanti alla mente una parola espressiva di San
Paolo ai Corinti, avidi di penetrare nella conoscenza e
nell’esperienza del primo annuncio cristiano: «Voi, poiché siete
amanti dei doni spirituali, cercate di averne in abbondanza per l’edificazione
della Chiesa» (1 Cor. 14, 12).
Qui sorge una domanda: chi ha ricevuto la fede, e si trova vitalmente inserito
nella Chiesa, non è già in possesso di quanto occorre per salvarsi? La
tentazione sorge, variamente assecondata dal cattolico e dal protestante:
non basta la fede? Riflettiamo ora sopra il cattolico, sopra di noi figli della
nostra santa Chiesa. Non è forse vero che noi siamo spesso accusati d’essere
così soddisfatti di saperci nella verità e di sentirci così bene guidati ed assistiti
dal magistero e dal ministero della Chiesa da esimerci dal fare altri sforzi nella
ricerca della verità stessa? Abbiamo la felice impressione d’essere imbarcati
sulla nave della salvezza, e non pensiamo ad altro: essa ci porta da sé al porto
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finale; basta che il fortunato viaggiatore si mantenga tranquillo e compia
qualche modesta osservanza abituale per essere a posto e per non provare
altri tormenti spirituali: sul mistero di Dio, sul destino della nostra vita, sulla
profondità delle verità e dei problemi religiosi. La sicurezza di appartenere
alla Chiesa cattolica si risolverebbe in una pigrizia spirituale, in un’illusione di
tutto conoscere e di tutto possedere circa quanto riguarda la religione, in una
staticità facilmente inclinata al formalismo, al dogmatismo. Il cattolico, si dice,
non studia, non ricerca, non soffre, non sperimenta il sublime tormento del
dubbio, del tentativo, del continuo movimento spirituale. Non è più grande
Ulisse, teso «a divenir del mondo esperto - e delli vizi umani e del valore»
(Dante, Inf. 26), che la tranquilla Penelope?
Non bisogna lasciarsi incantare da facili schemi del genere. A
Noi basterà ora dire che la sicurezza della fede garantitaci
dalla Chiesa cattolica non deve rendere inerte lo spirito nella
ricerca e nell’approfondimento delle verità, che la fede ci fa
percepire. Per due motivi: primo, perché non essendo le
verità della fede di per se stesse evidenti, ma accettate per
l’autorità di Dio rivelante e accolte dal nostro spirito mediante
un atto di volontà, esse esigono un continuo esercizio
dell’anima credente per tenere vivo e sincero l’atto di fede; e
ciò si dica del fedele studioso e contemplativo, che esercita e adatta le sue
facoltà per meglio abilitarle all’atto di fede, come pure si dica dell’uomo
moderno, la cui educazione mentale è tutt’altro che incline a credere, mentre
è tutta rivolta al vedere, al sapere per via di evidenza e di prove razionali. E
secondo, perché le verità della fede sono abissi, che non avremo mai finito di
esplorare.
Approfondire la conoscenza di ciò che la fede ci presenta in modo oscuro,
implicito, iniziale, resta sempre un dovere da compiere; dovere tanto più
urgente e tanto più grato, in quanto non parte per noi dall’incertezza, non
cammina senza direzione e senza guida, ma è gioiosamente e continuamente
rivolto a rispondere alla esortazione dell’Apostolo Paolo, che vuole che noi
«progrediamo nella scienza di Dio» (Col. 1, 10), e dell’Apostolo Pietro, che ci
ripete la stessa parola: «Crescete nella cognizione di Dio» (2 Petr. 3, 18).
Potremmo aggiungere una terza considerazione: «La fede è la base di ciò che
si spera» (Hebr. 11, 1), cioè è tutta rivolta ad una prossima rivelazione, è resa
vigilante da una continua attesa escatologica; e se davvero è accolta nello
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spirito del credente, lo obbliga ad uno stato d’animo di perenne aspettativa,
di insonne ricerca. Tutto questo ci ricorda che per essere veramente fedeli
dobbiamo vigilare sempre nella ricerca e nell’attesa di Dio, e per essere
veramente cattolici dobbiamo sempre aspirare al progresso spirituale e
apostolico della Chiesa di Dio.
Paolo VI – Udienza generale (7 Dicembre 1966)
Edvard Munch – L’URLO (1885)
Questo è senz’altro il quadro più celebre di Munch.
In esso è condensato tutto il rapporto angoscioso
che l’artista avverte nei confronti della vita.
Lo spunto del quadro lo troviamo nel suo diario:
Camminavo lungo la strada
con due amici quando il sole tramontò
il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue…
mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto
sul fiordo nerazzurro e sulla città
c’erano sangue e lingue di fuoco
i miei amici continuavano a camminare
e io tremavo ancora di paura
e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.
Lo spunto è quindi decisamente autobiografico ma ha una indubbia capacità di
trasmettere sensazioni universali.
Il quadro presenta, in primo piano, l’uomo che urla (l’artista stesso). Lo taglia in
diagonale il parapetto del ponte visto in fuga verso sinistra. Sulla destra vi è invece
un innaturale paesaggio, desolato e poco accogliente. In alto il cielo è striato di un
rosso molto drammatico.
L’uomo è rappresentato in maniera molto visionaria. Più che ad un corpo, fa
pensare ad uno spirito. La testa è completamente calva come un teschio ricoperto
da una pelle mummificata. Gli occhi hanno uno sguardo allucinato e terrorizzato. Il
naso è quasi assente, mentre la bocca si apre in uno spasmo innaturale. L’ovale
della bocca è il vero centro compositivo del quadro. Da esso le onde sonore del
grido mettono in movimento tutto il quadro: agitano sia il corpo dell’uomo sia le
onde che definiscono il paesaggio e il cielo. Restano diritti solo il ponte e le
sagome dei due uomini sullo sfondo, sordi ed impassibili all’urlo che proviene
dall’anima dell’uomo. Sono gli amici del pittore, incuranti della sua angoscia.
L’urlo di questo quadro fa emergere tutta l’angoscia racchiusa in uno spirito
tormentato che vuole esplodere in un grido liberatorio. Ma nel quadro non c’è
alcun elemento che induca a credere alla liberazione consolatoria. L’urlo rimane
solo un grido sordo che non può essere avvertito dagli altri ma rappresenta tutto il
dolore che vorrebbe uscire da noi.
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Ti dico grazie
con tutto il cuore…
Rendo grazie al mio Dio ogni volta che mi ricordo di
voi. Sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con
gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo,
dal primo giorno fino al presente. Sono persuaso che
colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona la
porterò a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.
Fil 1,3-6
A PARTIRE DA ALCUNE DOMANDE
Questa tappa possiamo definirla la tappa delle emozioni: la tristezza e
la gioia, infatti, possono essere collocate alle due opposte estremità di un
misuratore virtuale di stati d’animo. Senza la tristezza, non si può definire
cosa sia la gioia, e viceversa.
Quando ti succede di sentirti triste? In questi casi, che fai? L’intervento di
un amico può esserti di aiuto? Puoi “venirne fuori” sempre da solo?
Ti è mai capitato di sentirti pienamente, completamente felice? Quando è
successo? A cosa era legato? La tua felicità dipendeva totalmente da te? Tu
basti a te stesso? Sei autosufficiente?
Guardandoti allo specchio non sempre ti sarai piaciuto. A volte, avrai visto
in te difetti insormontabili da voler nascondere, che ti avranno fatto
provare vergogna, o ti avranno fatto sentire a disagio. La tristezza può
nascere da un senso di inadeguatezza, dal non sentirti all’altezza delle tue
aspettative e di quelle degli altri, dal sentirti solo, non capito, non amato...
A volte, l’analisi spietata che facciamo su di noi può mettere in discussione
non solo la nostra immagine di fronte allo specchio, ma la nostra intera
vita. Ti è capitato di avere fatto scelte in passato in cui non ti riconos ci più o
di aver commesso errori che non vorresti mai aver compiuto? La tristezza
può nascere da un generale senso di fallimento e di sconfitta.
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92
Questa, tuttavia, è solo la prima tappa di questo cammino nel cammino. Ti
è mai capitato di scoprire che qualcuno ti ama esattamente come sei? Che
non cerca di cambiarti, che non ti vorrebbe migliore, a cui piaci con tutti i
tuoi difetti e le tue imperfezioni, anche se si dimostra disposto ad aiutarti a
crescere e a diventare la persona che tu vuoi essere? Se hai fatto questa
esperienza, avrai sperimentato cosa vuol dire la gioia.
La lode e il ringraziamento seguono necessariamente dal constatare che c’è
qualcosa di più grande di te capace di salvarti, qualcosa che non dipende da
te e che ti sana, ti “solleva”. Ti è facile dire “grazie”? Quando è più bello
dire grazie? Quando trovi più gusto e forza nel dirlo? Perché? Cosa succede
quando riguarda qualcosa che “riempie” un vuoto che ti porti dentro? E
quando riguarda magari un’esperienza fatta, una parola che ti è stata
detta, qualcosa che non ti saresti mai aspettato… ma che finalmente ti apre
orizzonti, ti aiuta a guardare al tuo futuro con più consapevolezza e
bellezza? Non stiamo parlando del dire grazie per un oggetto ricevuto…
A volte è proprio così, ci si mette in viaggio, in cammino anche perché è
inevitabile camminare: siamo viaggiatori che non scelgono di viaggiare ma
scoprono di viaggiare. Quando si scopre di essere in viaggio si vorrebbe
dare una “marcia” particolare al nostro cammino, qualcosa di originale che
sia proprio nostro ma che non riusciamo a capire bene come realizzare.
Si tratta di allacciare il nostro originale viaggio allo
zaino della nostra vita interiore, di rendere il viaggio
fuori di te uguale al viaggio dentro di te: quando
Qualcuno ti offre l’assist perché questo accada,
quando sulla tua strada Dio mette qualcosa che sazia
la tua sete profonda di infinito e la “rilancia” per
qualcosa di ancora più grande... perché dire “grazie”? Che senso ha?
Quando dalla nebbia di quello che a volte portiamo dentro si affaccia un
raggio di luce… ti è mai successo di vivere queste esperienze? Quando dalla
nebbia dei timori, delle paure, dei desideri, delle attese, dette tue
domande più profonde (Ed io chi sono? Verso dove vado? Cosa sarà di me?
E della mia famiglia? Quali scelte fare? Se scelgo “sul serio” non rischio di
rovinare/condizionare tutto? Per quanto posso ancora rimandare? Cosa
sarà delle persone a me più care?), quando da tutto questo escono sprazzi
di luce: ringraziare per qualcosa che finalmente riempie ed orienta,
ringraziare per qualcosa che indica un cammino…
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93
Lo scopo di questo viaggio che abbiamo fatto insieme è il tentativo di
scoprire che c’è qualcosa di bello che ci aspetta e di cui noi non
sospettavamo nemmeno l’esistenza, di così bello ed entusiasmante che
vale la pena lasciare tutto, tutte le certezze sì, ma anche in senso meno
astratto, lasciare veramente tutto ciò che abbiamo perché la gioia che ci
deriva da questa scoperta è tale che tutto il resto brilla di una pallida luce.
L’inquietudine che provi non è solo data dall’attraversare una fase della
vita particolare come l’adolescenza, ma è il riflesso di un sentimento più
radicale che permea l’uomo: il desiderio di guardare e toccare il cielo, il
desiderio di una “vita grande”, il desiderio di una vita “piena”… che tu lo
sappia o no, tutto questo è il viaggio che ti spenge a fare il vero desiderio di
Dio. Sì, perché a volte cerchiamo Dio senza sapere che è proprio lui che
cerchiamo: quando cerchiamo la verità, quando cerchiamo di dare
soddisfazione a quanto di più profondo ci portiamo dentro! Come fare a
non mettere tutto quello che stai vivendo e provando davanti a Dio? Cosa
può salvare, elevare, riempire Dio della tua vita se non gli offri quello che
veramente sei?
La noia nei confronti della frammentarietà, della parzialità, dell’alienazione
di certi aspetti della tua esistenza è già ansia di assoluto in te, e questo
sentimento è possibile perché Dio ti ha già trovato.
Anche a lui piace viaggiare!
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SALMO 139 - mi ha fatto come un prodigio
Signore, tu mi scruti e mi conosci
tu sai quando mi siedo e quando mi alzo
tu discerni da lontano i miei pensieri.
Mi esamini quando cammino e quando riposo
ti sono note tutte le mie vie.
Le mie parole non ancora pronunciate
le conosci giù tutte, Signore.
Mi precedi, mi segui, mi stringi
e poni su di me la tua mano.
La tua conoscenza di me è meravigliosa,
troppo penetrante, non posso resisterle.
Dove andare lontano dal tuo Spirito?
Dove fuggire lontano dal tuo volto?
Se salgo nei cieli, tu sei là
se discendo agli inferi, ti trovo!
Se dico “mi avvolgano le tenebre
e la luce diventi notte intorno a me!”
nemmeno la tenebra per te è oscura
la notte è luminosa come il giorno
la tenebra per te è come la luce.
IL MODELLO LETTERARIO
Un uomo medita sull’onniscienza
divina: Dio conosce l’uomo e il suo
destino anche prima della sua
nascita. Per l’uomo il mistero di
Dio rimane inesauribile ma non per
questo intoccabile!
LA SITUAZIONE ORIGINARIA
Il salmista ha fatto la profonda
esperienza di sentirsi accompagnato
da Dio. Come per tutti noi, e anche
per te, chi sta pregando ha vissuto
l’esperienza
delle
tenebre
e
dell’oscurità: anche qui è riuscito a
vedere i segni della presenza di Dio,
che non ha mai smesso di
“precedere” i suoi passi preparando
la strada, di “seguirlo” per intervenire
nel bisogno, di “stringerlo” per
consolarlo ed incoraggiarlo.
In questo salmo più che ringraziare
si sta chiedendo a Dio di non
smettere di camminare insieme al
salmista e, attraverso questo,
soprattutto di continuare ad aiutare a
scorgere i segni della Sua presenza.
Sei tu che hai plasmato il mio profondo
mi hai tessuto nel grembo di mia madre,
riconosco di essere un prodigio
ti ringrazio per come mi hai fatto
PER LA NOSTRA VITA
le tue azioni sono prodigiose
“Dio è un mistero”: quante volte avrai
sì, il mio cuore le riconosce!
sentito dire questa frase? Cosa vuol
Insondabili per me i tuoi pensieri,
infinita la loro somma, o Dio!
Se li conto sono più della sabbia,
al mio risveglio sono ancora con te.
Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore
provami e conosci i miei pensieri;
osserva se percorro una via di dolore
e guidami sulla via dell’eternità.
dire? Che Dio non è avvicinabile, che
bisogna pure stare attenti a farlo?
Il salmista ha esperimento il reale
avvicinarsi di Dio, là dove vorremmo
sentirlo anche noi. Dio ti conosce così
bene da pensare per te qualcosa di
unico: che Dio ti aiuti a esperimentarlo
tanto da poter dire “la tua conoscenza
di me è meravigliosa,
troppo
penetrante, non posso resisterle.”.
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SALMO 137 - hai fatto rinascere in me il coraggio
Con tutto il cuore, Signore,
ti voglio lodare,
a te voglio cantare
davanti ai potenti.
Mi inchino al tuo tempio santo;
ti rendo grazie, Signore,
per il tuo amore e la tua fedeltà.
IL MODELLO LETTERARIO
Cantico di ringraziamento individuale,
rivolto a Dio a nome di tutta la comunità.
Quello che esprime il salmista si può
applicare a tutto il popolo: i sentimenti, i
desideri e le idee.
Sei andato oltre le tue promesse,
al di là di ogni attesa.
Il giorno che ho gridato,
tu mi hai risposto:
hai fatto rinascere in me il coraggio.
Ti lodino tutti i re della terra
quando udranno le tue parole.
Cantino, Signore, i tuoi voleri:
“Immensa è la gloria del Signore!”.
In alto sta il Signore,
ma si prende cura dei piccoli,
da lontano riconosce il superbo.
Se mi trovo nell’angoscia
tu mi fai vivere.
Contro l’ira dei miei nemici
stendi la mano, la tua destra mi salva.
Signore, tu fari questo per me,
non ha fine il tuo amore.
Non abbandonerai l’opera
che hai incominciato.
LA SITUAZIONE ORIGINARIA
Nel tempio durante i riti di
ringraziamento, per la liberazione
dall’esilio, la comunità sente narrare il
passato. A nome di tutti, il salmista
esclama: “il giorno che ho gridato, tu
mi hai risposto”. È sicuro che il Signore
compirà l’opera iniziata: “Signore, tu
farai questo per me, non ha fine il to
amore. Non abbandonerai l’opera che
hai incominciato”. È il ritornello delle
grandi “liturgie” (cfr. Sal 117; 135)
PER LA NOSTRA VITA
È un invito a ringraziare Dio per la sua
giustizia, per la fiducia che continua a
dimostrarti.
C’è un “giorno”, ci sono momenti nei
quali sorge nel nostro intimo un grido:
è il grido delle nostre attese, delle
nostre domande più profonde, dei
nostri
desideri,
delle
nostre
insicurezze, delle nostre speranze…
Siamo nel cuore di Dio, si prende cura
di noi ed è quindi suo desiderio
profondo guidarci, far “rinascere in noi
il coraggio” magari affievolitosi.
Vorresti che Dio riesca a dissetare la
sete di futuro, di gioia, di speranza che
ti porti nel cuore? E se lo stesse già
facendo? Dio va “al di là di ogni tua
attesa”... apri gli occhi, apri gli orecchi,
apri il tuo cuore…
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IL VANGELO
Gli altri nove dove sono?
LUCA 17,11-19
In quel temo, lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù
attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli
vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero
ad alta voce: "Gesù, maestro, abbi pietà di noi!". Appena li vide, Gesù
disse loro: "Andate a presentarvi ai sacerdoti". E mentre essi
andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran
voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un
Samaritano. Ma Gesù osservò: "Non ne sono stati purificati dieci? E
gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse
indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?".
E gli disse: "Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!".
insieme
Per riflettere
DENTRO IL SIGNIFICATO DELLE COSE
GIOIA
Latino - dal latino gaudium; sanscrito yuj= unione dell'anima individuale con lo
spirito universale
Vivo rallegramento di animo pienamente appagato del godere il bene presente.
In senso religioso viva e profonda allegrezza dello spirito, proveniente
dall'appagamento di esso in Dio come sommo bene.
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TRISTEZZA
Latino - dal latino tristitia, derivato di tristis = triste. Tristis alcuni linguisti lo fanno
derivare dal verbo latino terere = consumare, rodere; altri dal sanscrito trsta =
ruvido, brusco
1. Stato d'animo di chi è triste, malinconico, addolorato
2. Aspetto condizione di ciò che è triste, spiacevole
3. Cosa triste che ispira malinconia o causa grande dolore o dispiacere
LODE
Latino - dal latino laudem, accusativo di laus = lode
Alcuni linguisti fanno derivare la parola dalla radice klu, klut = udire, far udire;
sanscrito cru = ascoltare
Altri linguisti riferiscono questa parola al greco lao = parlo, dico
RINGRAZIAMENTO
Latino - derivato dal verbo ringraziare, composto da grazia + le particelle re = di
nuovo, addietro, indicante ritorno o restituzione, e in = moto o inclinazione verso
qualcuno.
Manifestare con parole il grato animo per un bene ricevuto; render grazie
La parola grazia deriva dal latino gratiam, derivato di gratus = gradito, grato,
piacevole ad altrui
Greco - Pensare alla parola greca eucaristia, letteralmente rendimento di grazie (il
nostro sacramento/la santa messa), che proviene dalla parola charis, grazia,
preposta la particella re = di nuovo, indicante ritorno o restituzione, e in, che vale
inclinazione verso alcuno. Ringraziamento: significare con le parole/gesti il grato
animo per alcun bene ricevuto. Atto di fede con cui si riconosce che Dio è il datore
di ogni bene e perciò gli si esprime la dovuta riconoscenza.
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PAPA FRANCESCO
Sembra facile pronunciare questa parola, ma sappiamo che non è
così… Però è importante! La insegniamo ai bambini, ma poi la
dimentichiamo! La gratitudine è un sentimento importante.
Un’anziana una volta mi disse a Buenos Aires: “la gratitudine è un fior
che cresce in terra nobile”. È necessaria la nobiltà dell’anima perché
cresca questo fior. Ricordate il Vangelo di Luca? Gesù guarisce dieci
malati di lebbra e poi solo uno torna indietro a dire grazie a Gesù. E il
Signore dice: e gli altri nove dove sono?
Questo vale anche per noi: sappiamo ringraziare? Nella vostra
relazione, e domani nella vita matrimoniale, è importante tenere viva
la coscienza che l’altra persona è un dono di Dio, e ai doni di Dio si
dice grazie! Ai doni di Dio si dice grazie! E in questo atteggiamento
interiore dirsi grazie a vicenda, per ogni cosa. Non è una parola
gentile da usare con gli estranei, per essere educati. Bisogna sapersi
dire grazie, per andare avanti bene insieme nella vita matrimoniale.
GRAZIE, SIGNORE
Signore, ti ringrazio perché mi hai messo al mondo:
aiutami perché la mia vita possa impegnarla
per dare gloria a te e ai miei fratelli.
Ti ringrazio di avermi concesso questo privilegio:
perché tra gli operai scelti, tu hai preso proprio me.
Mi hai chiamato per nome perché io collabori
con la tua opera di salvezza.
Grazie perché il mio letto di dolore è fontana di carità,
è sorgente di amore per tutti i fratelli.
Signore, io seguo te più da vicino, in modo più stretto.
Voglio vivere in un legame più forte
per poter essere più pronto a darti una mano,
più agile perché i miei piedi che annunciano la pace sui monti
possano essere salutati da chi sta a valle.
Concedimi il gaudio di lavorare in comunione
e inondami di tristezza ogni volta che, isolandomi dagli altri,
pretendo di fare la mia corsa da solo.
Salvami, Signore, dalla presunzione di sapere tutto.
Dall’arroganza di chi non ammette dubbi.
Dalla durezza di chi non tollera ritardi.
Dal rigore di chi non perdona debolezze.
Dall’ipocrisia di chi salva i principi e uccide le persone.
Toccami il cuore e rendimi trasparente la vita,
perché le parole, quando veicolano la tua,
non suonino false sulla mie labbra.
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CANTICO DELLE CREATURE
Angelo Branduardi
A te solo Buon Signore
Si confanno gloria e onore
A Te ogni laude et benedizione
A Te solo si confanno
Che l'altissimo Tu sei
E null'omo degno è
Te mentovare.
Si laudato Mio Signore
Con le Tue creature
Specialmente Frate Sole
E la sua luce.
Tu ci illumini di lui
Che è bellezza e splendore
Di Te Altissimo Signore
Porta il segno.
Si laudato Mio Signore
Per sorelle Luna e Stelle
Che Tu in cielo le hai formate
Chiare e belle.
Si laudato per Frate Vento
Aria, nuvole e maltempo
Che alle Tue creature
dan sostentamento.
Si laudato Mio Signore
Per sorella nostra Acqua
Ella è casta, molto utile
E preziosa.
Si laudato per Frate Foco
Che ci illumina la notte
Ed è bello, giocondo
E robusto e forte.
Si laudato Mio Signore
Per la nostra Madre Terra
Ella è che ci sostenta
E ci governa
Si laudato Mio Signore
Vari frutti lei produce
Molti fiori coloriti
E verde l'erba.
Si laudato per coloro
Che perdonano per il Tuo amore
Sopportando infermità
E tribolazione
E beati sian coloro
Che cammineranno in pace
Che da Te Buon Signore
Avran corona.
Si laudato Mio Signore
Per la Morte Corporale
Chè da lei nesun che vive
Può scappare
E beati saran quelli
nella Tua volontà
che Sorella Morte
non gli farà male
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PREDICA DELLA PERFETTA LETIZIA
Angelo Branduardi
Era il tempo dell'Inverno ormai
E Francesco Perugia lasciò
Con Leone camminava
Ed un vento freddo li gelava.
E Francesco nel silenzio
Alle spalle di Leone chiamò:
“Può essere santa la tua vita,
sappi che non è letizia,
puoi sanare i ciechi e caciare i
demoni
dare vita ai morti e parole ai muti,
puoi sapere il corso delle stelle,
sappi che non è letizia.
Quando a Santa Maria si arriverà
E la porta non si aprirà,
tormentati dalla fame,
nella pioggia a bagnarci staremo,
sopportare il male senza mormorare,
con pazienza e gioia saper
sopportare.
Aver vinto su te stesso
Sappi, questa è letizia.
SALMO
Angelo Branduardi
Signore, tu hai guardato
le mie lacrime.
non allontanarti da me,
perché si avvicina il dolore.
Giorno e notte ho gridato
giorno e notte ti ho cercato,
ora guardami, soccorrimi,
nessuno più mi aiuta.
Nella mia umiliazione,
la mia immensa confusione,
chi con me si rattristasse
invano io cercai,
senza trovare...
Io, straniero ai miei fratelli,
pellegrino per mia madre,
ho guardato ma non c'era
chi potesse consolarmi...
Tu conosci i miei sentieri,
ora veglia in mia difesa,
sono stato calpestato,
che il tuo aiuto non mi manchi...
La mia voce ha gridato
la mia voce ha supplicato,
nella polvere giacevo
ma tu hai preso la mia mano,
o mio Signore!.
Giorno e notte ho gridato
giorno e notte ti ho cercato,
tu conosci i miei sentieri,
ora veglia in mia difesa.
Nella mia umiliazione,
la mia immensa confusione,
perché invano ti cercai
ma tu hai preso la mia mano,
o mio Signore!.
Signore, tu hai guardato
le mie lacrime.
Non allontanarti da me
perché si avvicina il dolore .
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GRAZIE MILLE!
Max Pezzali - 883
Quando si vedono
le montagne che non c'è foschia
quando le vacanze iniziano
e quando poi torno a casa mia
quando mi alzo e sento che ci sono
quando sfreghi il naso contro il mio
quando mi respiri vicino
sento che sento che
LA GRATITUDINE
Mentre magnavo un pollo,
er Cane e er Gatto
pareva ch'aspettassero la mossa
dell'ossa che cascaveno ner piatto.
E io, da bon padrone,
facevo la porzione,
a ognuno la metà:
un po' per uno, senza
particolarità.
Per ogni giorno, ogni istante,
ogni attimo che sto vivendo
Grazie Mille
Quando si giocano
le coppe in tele il mercoledì
quando sento un pezzo splendido
che mai pensavo bello così
quando il cane mi vuol salutare
quando vedo i miei sorridere
quando ho l'entusiasmo di fare
sento che sento che
Per ogni giorno…
Quando un microfono
non lo vorrei abbandonare mai
quando i miei amici prendono
un'accoppiata secca alla SNAI
quando il mondo
mi sembra migliore
anche solo per un attimo
quando so che ce la posso fare
sento che sento che
Appena er piatto mio restò pulito
er Gatto se squajò. Dico: - E che fai?
- Eh, - dice - me ne vado, capirai,
ho visto ch'hai finito... Er Cane invece me sartava al collo
riconoscente come li cristiani
e me leccava come un francobbollo.
- Oh! Bravo! - dissi - Armeno tu rimani! Lui me rispose: - Si, perché domani
magnerai certamente un antro pollo!
Per ogni giorno, ogni istante…
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Sant’agostino – dalle CONFESSIONI (1,20.31)
Signore, grazie a te, che sei il supremo e santissimo
creatore e governatore di tutto; grazie, anche se mi avessi
voluto soltanto fanciullo, perché anche allora già esistevo,
vivevo, usavo dei miei sensi, avevo cura dell’incolumità
del mio essere, immagine della misteriosissima tua Unità da cui provenivo;
già allora avevo cura di tutti i miei sensi e, con riflessioni modeste su
piccole cose, già godevo della verità… ma tutte quelle cose sono doni del
mio Dio, non me le sono date da me stesso: sono beni e, tutte insieme,
costituiscono il mio io.
Dunque è buono colui che mi ha fatto, anzi è il mio stesso bene, e io gioisco
di tutti i suoi beni dei quali anche da fanciullo era fatta la mia esistenza.
Ti ringrazio, mia dolcezza, mio vanto, mia fiducia, ti ringrazio, Dio mio, per i
tuoi doni; ma tu conservameli. Così conserverai anche a me, e le cose che
mi hai donato cresceranno e si perfezioneranno, e io stesso vivrò perché è
tuo dono anche la possibilità di esistere.
PREGHIERA DI RINGRAZIAMENTO
La fede cristiana è costitutivamente eucaristica e solo chi
rende grazie fa l’esperienza della salvezza, cioè
dell’azione di Dio nella propria vita. E poiché la fede è
relazione personale, di un’intera esistenza, con Dio...
Nell’episodio evangelico dei dieci lebbrosi guariti da Gesù (Luca 17,II-19) si
afferma che a uno solo di loro si rivolgono le parole del Signore: «La tua
fede ti ha salvato» (Luca 17,19): è colui che, vistosi guarito, è tornato
indietro per ringraziare Gesù. La fede cristiana è costitutivamente
eucaristica e solo chi rende grazie fa l’esperienza della salvezza, cioè
dell’azione di Dio nella propria vita. E poiché la fede è relazione personale,
di un’intera esistenza, con Dio, la dimensione dell’azione di grazie non
riguarda solo la forma di certe preghiere da fare, ma deve arrivare a
impregnare l’essere stesso della persona. È ciò che chiede Paolo: «Siate
eucaristici!» (Colossesi 3,15).
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di ENZO BIANCHI
Pur così fondamentale, il ringraziamento è tutt’altro che facile! Dal
punto di vista antropologico esso è linguaggio non spontaneo nel
bambino. Il ringraziamento suppone infatti il senso dell’alterità, la
messa in crisi del proprio narcisismo, la capacità di entrare in
rapporto con un «tu»: solo a una persona, infatti, si dice «grazie»! È
grato colui che ha messo a morte l’immagine di sé come di uno che
«non deve niente a nessuno»; è grato colui che riconosce di non
poter disporre a piacimento della realtà esterna e degli altri. Nel
rapporto con il Signore la capacità eucaristica indica la maturità di
fede del credente che riconosce che «tutto è grazia», che l’amore del
Signore precede, accompagna e segue la propria vita. L’azione di
grazie scaturisce in modo naturale dall’evento centrale della fede
cristiana: il dono del Figlio Gesù Cristo che Dio Padre, nel suo
immenso amore, ha fatto all’umanità (cfr. Giovanni 3,16).
È il dono salvifico che suscita nell’uomo il ringraziamento e fa
dell’eucaristia l’azione ecclesiale per eccellenza. «È veramente cosa buona
e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, renderti grazie sempre e
dovunque, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, per Gesù
Cristo, nostro Signore.» Questa formulazione dei prefazi del Rituale
Romano indica bene il perenne movimento del ringraziamento cristiano. E
poiché l’eucaristia, in particolare la preghiera eucaristica, è il modello della
preghiera cristiana, il cristiano è chiamato a fare della sua esistenza
un’occasione di rendimento di grazie. Infatti, dice Paolo, «che cosa mai
possiedi che tu non abbia ricevuto?» (1 Corinti 4,7). Alla gratuità di Dio
verso l’uomo risponde dunque il riconoscimento del dono e
la riconoscenza, la gratitudine dell’uomo. Potremmo dire che anche il
ringraziamento umano è dono di Dio: «Noi dobbiamo a Dio la gratitudine di
avere la gratitudine», recita una preghiera della liturgia ebraica.
Il ringraziamento è dunque la modalità spirituale peculiare con cui il
cristiano si rapporta al mondo, alle cose, agli altri. Ecco perché un gesto
assolutamente vitale come il pasto quotidiano è sempre segnato da una
preghiera di ringraziamento. Il ringraziamento a Dio al momento del pasto
(la «preghiera della tavola») è una confessione di fede: essa esprime che
sono dono di Dio tanto la vita quanto il senso della vita. La vita che ci viene
trasmessa dal cibo, il senso della vita rappresentato dalla relazione che lega
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le persone riunite convivialmente per il pasto comune. Vita e senso della
vita che nell’eucaristia sono sintetizzati nella persona del Cristo vivente che
si dona come cibo di vita eterna ricreando le relazioni di comunione tra i
membri dell’assemblea. Al dono della vita piena nel Figlio il cristiano
risponde dunque ringraziando per essere stato creato e per il dono della
fede. Si pensi alla tradizionale preghiera del mattino: «Vi adoro, mio Dio, e
vi amo con tutto il cuore. Vi ringrazio di avermi creato, fatto cristiano, e
conservato in questa notte».
Ma soprattutto il cristiano risponde al dono di Dio facendo della propria
vita un dono, un ringraziamento, un’eucaristia vivente. Davvero, la
preghiera di ringraziamento non è solo risposta puntuale a eventi in cui si
discerne la presenza e l’azione di Dio nella propria vita, ma è attitudine
profonda di un’esistenza che apre la propria quotidiana trama alla
trasfigurazione del Regno veniente. Fino a trasfigurare la morte in evento
di nascita a vita nuova. Al momento del martirio l’ultima parola di Cipriano
di Cartagine fu «Deo gratias»; Giovanni Crisostomo concluse la sua
travagliata esistenza con le stesse parole di ringraziamento a Dio; Chiara di
Assisi spirò dopo aver pregato: «Ti ringrazio, Signore, di avermi creata». La
loro vita si è compiuta come un’eucaristia. Se dunque è vero che la
preghiera di ringraziamento considera il passato, ciò che Dio ha fatto per
noi, sicché essa è retrospettiva e nasce dalla memoria, è però altrettanto
vero che essa apre al futuro, alla speranza, e si configura come la
dimensione peculiare di vivere cristianamente il presente, lo spazio stesso
della vita!
“Affacciandosi al mondo, non prova l'uomo, col desiderio naturale
di comprenderlo e di prenderne possesso, quello di trovarvi il suo
completamento e la sua felicità? Come ognuno sa, vi sono diversi
gradi di questa «felicità». La sua espressione più nobile è la gioia, o
la «felicità» in senso stretto, quando l'uomo, a livello delle facoltà
superiori, trova la sua soddisfazione nel possesso di un Bene
conosciuto e amato”
B. Paolo VI, GAUDETE IN DOMINO
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L'ANSIA DEL TEMPO
Michel Quoist
Gli uomini andavano.
Andavano. venivano. camminavano. correvano.
Le biciclette correvano.
le auto correvano
i camions correvano;
tutta la strada correva,
la città correva. tutti correvano.
Correvano per non perdere tempo.
correvano dietro al tempo.
per ricuperare il tempo.
per guadagnare il tempo.
li bambino gioca, e ora non ha tempo...
forse dopo...
Lo scolaro ha i suoi compiti da fare e non ha
tempo...
forse, dopo...
Il giovanotto fa dello sport. e non ha tempo...
forse. dopo...
l nonni hanno i nipotini. e non hanno tempo...
forse. dopo...
Sono malati, hanno le cure da fare non hanno
tempo...
Arrivederci, scusatemi, non ho tempo.
Ripasserò. non posso aspettare, non ho tempo.
Chiudo questa lettera, perché non ho tempo.
Mi sarebbe caro aiutarvi. ma non ho tempo.
Non posso accettare perché mi manca il tempo.
Signore. ho tempo,
ho tutto il tempo che mi dai.
Gli anni della mia vita. le giornate dei miei anni.
le ore dei miei giorni. sono tutte mie.
A me di colmarle , tranquillamente. senza ansia.
Non ti chiedo questa sera. Signore.
il tempo di fare questo e quello e quest'altro
Ti chiedo la grazia di fare con coscienza,
nel tempo che Tu mi dai. ciò che Tu vuoi
che io faccia.
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“Ciò che importa è la qualità della gioia. Gesù offre la gioia
che risponde all'aspirazione più essenziale dell'essere umano,
aspirazione che fa comprendere lo spazio immenso che sempre
sussiste tra la realtà e il desiderio di infinito”
“La storia della felicità nel cristianesimo comincia con la persona
di Gesù. Un sacrificio di sé in favore degli altri, che finisce sulla
croce, non è previsto in alcuna concezione della felicità, e
tuttavia, questa è la cosa sorprendente, proprio nella persona di
Gesù si dipartono gli impulsi decisivi che contraddistinguono la
concezione cristiana della felicità. I grandi pensatori cristiani, che
si sono occupati del problema della felicità, lo hanno fatto
richiamandosi espressamente alla persona di Gesù. In Gesù e per
Gesù essi vedono realizzato in maniera normativa quanto, dal
punti di vista cristiano, bisogna intendere per felicità”
“Gesù ha fatto l'esperienza delle nostre gioie. Egli ha
manifestamente conosciuto, apprezzato, esaltato tutta la gamma
di gioie umane, di quelle gioie semplici e quotidiane, alla portata
di tutti”
B. Paolo VI, GAUDETE IN DOMINO
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