"Comparative Epistemologies for Thinking China,"
The Research & Educational Center for China Studies and
Cross-Taiwan Strait Relations, Department of Political Science,
National Taiwan University
Interviewee: Mario Crema
Interviewer and transcriber: Luisa M. Paternicò (Sapienza University of
Rome)
Place and time: Rome, May 5, 2013
LP: Siamo a Roma, è il 5 maggio 2013, intervistiamo Mario Crema. L’intervista è
fatta nell’ambito del progetto internazionale China Oral History. Il progetto è
stato avviato dalla National Taiwan University sotto la direzione del Prof. Shih
Chih-yu e in Italia è curato dal Dipartimento Istituto Italiano di Studi Orientali
della Sapienza. Buonasera.
MC: Buonasera.
LP: Iniziamo con qualche domanda molto semplice. Mi dica quando è nato, dov’è
nato, gli studi che ha fatto.
MC: Dunque, io sono entrato in carriera diplomatica nel ‘54/’55 devo dire che sono
entrato naturalmente col desiderio di fare una carriera senza dubbio molto
importante e interessante e anche quello di andare in Cina, per il semplice fatto che
da ragazzino mi era venuto in mente di imparare il cinese. Questo, può immaginare,
come potevo imparare il cinese? Perché non esistevano assolutamente libri in Italia
per studiare il cinese. Mi ricordo che, io vivevo a Bologna, ancora non andavo
all’università, ero un ragazzino e…
LP: Lei è nato a Bologna?
MC: Non sono nato a Bologna, sono nato vicino a Mantova, ma per sbaglio, ma
praticamente mi considero bolognese. E mi ricordo che da ragazzino andavo nelle
varie librerie a chiedere una grammatica cinese, e questi mi guardavano come un
pazzo perché era [strano]… e non sapevo come fare. Io mi ricordo che rompevo le
scatole. Allora passavano i primi soldati tedeschi che andavano in Africa, e sapevo
che in Germania era uscita una grammatica cinese di Ott… era una collana di varie
lingue, soprattutto di lingue strane, e c’era anche una grammatica di cinese. E allora
chiedevo a questi soldati: “Quando andate in licenza, per favore vedete di
comprarmela”. Non l’hanno mai trovata. Poi scoprii che alla biblioteca
dell’archiginnasio di Bologna c’era un dizionario cinese-italiano fatto dal solito
missionario ed ebbi il coraggio di andare praticamente ogni giorno con un quaderno
e me lo copiai tutto. Comunque, lasciamo tutto questo. Quando entrai in carriera, la
mia prima sede è stata in Nord Africa. A Bengasi, a Tripoli e per un breve periodo in
Egitto. Da lì sono stato trasferito a Londra, e a Londra incontrai a un ricevimento il
Professor Simon, non so se le dice qualche cosa il nome…
LP: L’ho sentito nominare.
MC: Un grosso sinologo, il quale mi disse: “Ma perché non si iscrive all’Università di
Londra e fa il corso, prende almeno il bachelor?” e allora mi sono iscritto
all’Università di Londra. Dopo tre anni Simon andò in pensione e c’era il Prof.
Twitchett, probabilmente le dice qualcosa il nome…
LP: Sì Sì, certo.
MC: E passai gli esami abbastanza bene perché presi un lower second. All’Università
il third era per passare, poi c’era l’upper second, lower second, e poi first. Io presi un
lower second che già era abbastanza.
LP: Si ricorda quali altre materie ha studiato oltre alla lingua?
MC: Dunque, il cinese classico e il cinese moderno, e come lingua supplementare
giapponese, che ho poi imparato, anche quello parlavo decentemente. Da Londra naturalmente la mia speranza di andare in Cina era molto vaga perché nessuno
pensava neanche lontanamente di riconoscere la Cina – fui trasferito a Berna,
all’Ambasciata a Berna. E a Berna ho passato quasi quattro anni. E da lì finalmente,
grazie a certe amicizie ecc. decisero di mandarmi a Hong Kong.
LP: Può raccontare meglio come è avvenuto questo passaggio?
MC: Sì. Arrivai a Hong Kong nel 1964. Era il momento in cui iniziava la Rivoluzione
Culturale, quindi era estremamente interessante. Le notizie che si avevano – lei non
può ricordarsi perché non era ancora nata – ma le notizie che si avevano fuori dalla
Cina erano catastrofiche, sembrava che crollasse tutto, responsabili anche i
giornalisti giapponesi che erano gli unici giornalisti a riuscire ad andare, ad entrare
in Cina, e raccontavano cose pazze.
LP: In che senso cose pazze? Questi giornalisti giapponesi cosa raccontavano
esattamente?
MC: Ma raccontavano di massacri…le solite cose che dicono oggi dei vari paesi dove
ci sono delle guerre, cose così. Io a Hong Kong ero il numero due perché c’era il
Console Generale e io ero il Console, e leggendo i giornali cinesi mi ero fatto quasi
amico con una grossa personalità cinese comunista di Hong Kong però. Si chiamava
Fei Yiming ed era il direttore del più importante quotidiano comunista di Hong
Kong 大公报. Persona importantissima perché la moglie di Fei Yiming era
compagna di scuola della moglie di Zhou Enlai.
LP: Addirittura.
MC: E questo Fei Yiming nel 1927 era a Shanghai, lavorava per l’agenzia francese
HarXXX infatti lui parlava francese più che inglese con gli stranieri. E dicono che
abbia salvato la vita a Zhou Enlai, infatti durante tutto il corso della Rivoluzione
Culturale, lui stava a Hong Kong ma anche a Hong Kong venivano implicati, fu
l’unico a non essere coinvolto da tutte queste cose. A un certo momento io partii per
il congedo. Venni in Italia. Mi chiamò il capo del gabinetto del Ministro degli Esteri
che era Fanfani, che era stato mio ambasciatore. Si entusiasmava molto perché era
stato nel 1936 in Cina e, sapendo che io studiavo il cinese, era tutto eccitato. Un
giorno mi chiama e mi dice: “Guarda, il ministro ti vuol vedere” e mi dice: “Mi
raccomando”.
LP: Era un fatto inusuale.
MC: Ero Primo Segretario. Un Ministro degli Esteri non riceve un Primo Segretario.
“Perché” dice “vuole sapere cosa succede in Cina”. E allora una mattina avevo
appuntamento, andai da Fanfani. Fui ricevuto. Durò il colloquio quasi quaranta
minuti. Tipo esame universitario. Mi chiedeva la situazione politica. Io gli ho
spiegato che la mia impressione era che non succedeva niente, cioè il regime non
crollava perché prima di tutto non c’erano elementi tali che facessero pensare a un
ritorno del Guomindang. C’era una lotta interna ma, almeno in quel momento, non
era ben chiaro di come quella lotta si svolgesse. Gli spiegai che la situazione
economica, almeno da quello che noi sentivamo a Hong Kong, che era un punto
molto importante, non sembrava essere così catastrofica come raccontavano certi
giapponesi che dicevano che c’erano intere provincie dove la gente moriva di fame.
E gli spiegai che non succedeva niente, che era un momento… E lui mi disse una
parola che mi ha colpito e che mi ricordo ancora: “Sì, una malattia di crescita”.
“Esattamente” gli dissi.
LP: Che anno era esattamente?
MC: Questo era nel ’66.
LP: Quindi proprio l’anno di inizio della Rivoluzione Culturale.
MC: Sì Sì. E a un certo momento lui mi dice: “Lei adesso che cosa fa?” e io gli dissi
“Mah…è molto tempo che sono all’estero, pare che mi richiamino…peccato…”. E lui
non ascoltava e all’improvviso mi dice: “Lei andrebbe a Pechino?” E io dico: “Di
corsa, Signor Ministro!” dice: “Va bene, mi lasci fare”. E allora cominciò tutta
un’operazione segreta perché io dovevo andare. L’idea di Fanfani era questa: dovevo
andare a Pechino aggregato all’ufficio Ice che si era appena aperto e che era un
ufficio semi-privato. Il mio compito era di riferire a lui, con rapporti regolari
indirizzati solo a lui, non al Ministero degli esteri, cosa che non mi hanno mai
perdonato. Non potevo dire di no ovviamente.
LP: Spieghiamo bene perché in segreto.
MC: Perché non dovevano saperlo gli americani, perché pensavano che fosse un
passo verso il riconoscimento. E infatti era questa l’idea di Fanfani. Non dovevano
saperlo i russi perché era un momento di contrasto tra i cinesi e i russi. Non doveva
saperlo la sinistra italiana. Insomma, nessuno lo doveva sapere. Alla fine l’avevano
saputo tutti. Fui ricevuto prima di partire da Nenni. Mi ricordo che era interessato,
voleva sapere. Poi a un certo punto mi disse, parlando con un fortissimo accento
bolognese a me familiare, disse: “Ma io Mao Zedong lo capisco bene, è un contadino
come sono io un contadino!”
LP: Lui era stato in Cina, Nenni.
MC: Ancora no. No, mi pare ancora no. O forse sì probabilmente, molto tempo
prima. Non ricordo.
LP: Mi sembra di sì. E poi fu lui a lanciare la proposta per il riconoscimento.
MC: E’ stato lui che ha fatto il riconoscimento poi, più tardi, quando è diventato
Ministro degli Esteri. E quindi io partii per Pechino e arrivai in piena Rivoluzione
Culturale. Partii, mi ricordo, con un volo che andava, della Lufthansa, che andava
fino al Cairo. Al Cairo cambiai e presi un aereo attraverso Phnom Penh, adesso non
ricordo. Alla fine arrivai a Shanghai. Da Shanghai poi arrivai a Pechino. E lìmi
trovai a Pechino con l’ufficio Ice che era composto da tre persone praticamente. Gli
unici stranieri che c’erano erano quelli dell’ambasciata francese, dell’ambasciata
inglese. C’erano le piccole ambasciate. C’erano i paesi scandinavi e la Svizzera ma gli
stranieri che c’erano erano non più di cinquanta, a parte quelli di oltre cortina che
non li consideravamo. Solo più tardi i russi, che venivano insultati dai cinesi. Lei
poteva, mi ricordo, a Pechino, andare dappertutto ed era accolta sempre con sorrisi
perché la gente pensava, se questo straniero è qui vuol dire che è un amico della
Cina. Solo se lei infilava la strada dove c’era in fondo l’ambasciata sovietica i
bambini tiravano sassi e insulti.
E lì cominciai. Formalmente ignorato dai cinesi. Formalmente ignorato però
trattato…mi diedero il più bell’appartamento. Ero trattato benissimo però ero
ignorato. Io cercavo di ottenere notizie leggendo i giornali, non mi azzardavo molto
ad andare a leggere i 大字报 che contenevano grandi informazioni spesso, però io
ero lì, non avevo protezione diplomatica, non avevo niente, ero un privato.
LP: Ma lei era andato da solo o con la famiglia?
MC: La famiglia mi ha raggiunto dopo. E cercavo di ottenere notizie, sentire in giro,
sentire dai francesi, dagli inglesi, questi ne sapevano non molto più di me. E lì ho
passato tre anni, tre anni e mezzo, fino a quando sono iniziate le trattative per il
riconoscimento. E io mi ricordo che feci una cosa che forse non avrei dovuto fare.
Quando Nenni fu nominato Ministro degli Esteri annunciò pubblicamente che
l’Italia avrebbe riconosciuto la Cina e io in un rapporto -perché poi Fanfani non era
più agli esteri, e io i rapporti li mandavo a Nenni e poi giravano per il ministeroebbi il coraggio [di dire] che era forse sbagliato allora annunciare così pubblicamente,
perché dava in mano, nel corso delle trattative, un’arma ai cinesi. Cioè sapevano che
c’era un paese che li voleva riconoscere e quindi avrebbero chiesto su Taiwan un
prezzo molto più alto.
LP: E così fu.
MC: E fu così. Perché poi a un certo punto l’Italia dovette rinunciare a Taiwan –
anche i francesi l’avevano fatto, no? Anche gli inglesi praticamente. Arrivato a
questo punto io mi trovavo in una situazione familiare piuttosto difficile, perché [per]
mia figlia, che aveva già quattro, si allora quattro anni, non c’erano scuole, non c’era
niente. E allora un mio collega che era ministro a Tokyo mi disse: “So che ti piace
venire in Giappone, io devo andarmene, perché non vieni tu?” E allora chiesi di
essere trasferito e andai a fare il ministro a Tokyo dove rimasi per quattro o cinque
anni perché poi continuai con altre funzioni, come ministro e come incaricato d’affari
anche per un anno.
LP: Ho capito. E quindi in che anno si è chiusa la sua parentesi in Cina?
MC: Nel ’70. Il momento più brutto è stato nel ’69. Quando completamente il paese
era…dando la più grande libertà di azione alle guardie rosse, il paese era
sprofondato nel caos. E quando si sono accorti, quando Mao si è accorto, perché a un
certo punto si è accorto della situazione, ha fatto intervenire l’esercito. E mi ricordo
che io a Pechino confesso di non avere visto…solo una volta mi è capitato, ero in
macchina anche con mia figlia, e eravamo sempre infilati dentro a questi cortei di
guardie rosse che gridavano eccetera però ci salutavano.
LP: Con voi non c’era nessuna ostilità.
MC: Solo una volta, solo quella volta lì mi ricordo che mi dissero: “Via, via, via via!”
E stavano trascinando una persona che aveva il volto una maschera di sangue, tutti
lo bastonavano ma questo era quello che si vedeva a Pechino, fuori sono successe
purtroppo delle…io di tanto in tanto, ogni due o tre mesi andavo giù ad Hong Kong
per avere notizie. Perché a Hong Kong ne sapevano di più che a Pechino. Perché
c’erano dei servizi…per esempio c’era Padre Ladani, era un gesuita ungherese, e
aveva un gruppo di studiosi, di esperti della Cina, sempre gesuiti, fra i quali c’era un
italiano, Padre Melis si chiamava, che poi lasciò l’ordine e venne impiegato più tardi
all’ambasciata italiana, e parlavano perfettamente cinese e ascoltavano tutte le radio
provinciali, sapevano tutto della Cina . E io mi ricordo che quando arrivavo… Allora
per andare a Hong Kong io arrivavo con l’aereo fino a Canotn, poi a Canton
prendevo il treno fino a Shenzhen. Shenzhen era un villaggio allora, non c’era niente,
non c’era. E a piedi si attraversava il ponte per arrivare a Longwu nei nuovi territori
cinesi. Ed era una cosa…quando arrivavo ero assaltato dai giornalisti che volevano
sapere che cosa succedeva, perché non si sapeva nulla, nessuno, non lasciavano
entrare niente. Lei si immagini che c’era un funzionario del Consolato americano di
Hong Kong che a Longwu, quando passavano i treni merci, contava il numero di
maiali che entravano a Longwu e se il numero non corrispondeva a quello che
aspettavano pensavano che nella provincia dalla quale provenivano questi maiali
c’erano disordini. Saltavano fuori così queste notizie, non entrava nessuno. E quindi
noi a Pechino vivevamo una vita che era terribile. Io mi ricordo che conoscevo a
Hong Kong, era arrivato poco tempo dopo di me Tony Grey. Tony Grey era inglese e
corrispondente della Reuter. E ci trovavamo alla sera a bere qualche cosa nell’unico
bar che c’era al Xinchao Hotel. E quando ci furono disordini a Hong Kong le autorità
inglesi arrestarono dei giornalisti filo-comunisti cinesi, lui venne imprigionato nella
sua camera da letto e per due anni non poteva uscire dalla camera da letto ed è
rimasto due anni senza potere uscire con un libro sullo Yoga che l’avrà letto [fino a
impararlo] a memoria.
LP: Un solo libro per due anni!
MC: A un certo punto aveva il gatto che gli faceva compagnia e un giorno una
guardia rossa gliel’ha buttato dentro che gliel’avevano strangolato, ammazzato. E
neanche l’ambasciata inglese poteva vederlo, nessuno. Io per Natale cercai di
mandargli una bottiglia di whiskey e me l’hanno restituita. Ed è rimasto Tony Grey
due anni lì dentro. Una cosa terribile, una cosa terribile.
LP: Riguardo alla Rivoluzione Culturale, questo in qualche modo l’ha toccata, ha
influenzato la sua vita a Pechino? Come si svolgeva la sua vita a Pechino? Stava
rinchiuso?
MC: Praticamente no, praticamente no. Ma mi ha fatto vedere una Cina diversa da
quella che mi aspettavo, perché io venivo dalla Cina classica. Quando io arrivai a
Pechino…Lei è stata a Pechino?
LP: Sì certo.
MC: A Pechino c’erano ancora le mura intorno a Pechino. Si vedevano ancora i
cammelli che venivano dalla Mongolia. Adesso, io sono stato a Pechino l’ultima
volte sette o otto anni fa era una cosa…è un disastro, non… Sì, sarà bellissima ma
non è più Pechino! La città bassa polverosa, tipica della città orientale, è sparita. La
Rivoluzione è stata nella mia opinione…Io ho cercato di capire gradatamente. La mia
prima idea era quella, ed era quella formale, perché io mi ricordai quello che mi
aveva una volta insegnato l’ambasciatore Quaroni. L’ambasciatore Quaroni è stato
uno dei più grossi ambasciatori italiani. E mi disse: “Nei paesi comunisti pare che sia
tutto segreto, non si riesce a capire niente, però lei legga i giornali. Se lei riesce a
vedere fra le righe e interpretare quello che dicono si può capire molto”. E io cercavo
di seguire questo suo consiglio. E io vedevo, capivo che in un primo tempo Mao
Zedong voleva fermare quella forma di…che loro chiamavano revisionismo, no
chiamavano…è un’altra parola non revisionismo…mah quello che succedeva in
Russia cioè questo imborghesimento del partito, e lui voleva evitare questo perché
c’erano delle tendenze nel partito che volevano fermare quello stato di quasi povertà
nel quale si viveva in Cina. E questa si è trasformata in un certo qual senso in una
lotta del potere fra tutte le cariche del partito e Mao Zedong stesso. E allora Mao
Zedong ha fatto scatenare le guardie rosse con quel celebre 大字报 ‘Fate saltare in
aria i quartieri generali’, lei ricorda sì, l’avrà letto. E allora lì è successo il caos perché
a un certo punto non c’era più controllo, non c’era più niente. Mi ricordo arrivai una
volta a Canton, dovevo andare giù a Hong Kong. Col treno non mi portarono alla
stazione, con la macchina mi fecero fare un giro tutto strano e mi misero in
quell’orribile albergo. E tutta la notte colpi di mortaio, mitragliatrice. E allora
leggendo i giornali [capii] che c’erano due fazioni di guardie rosse che combattevano
una contro l’altra. Poi è intervenuto l’esercito e combattevano tutti e tre. E alla fine è
intervenuto l’esercito che ha portato un po’ d’ordine. Questo è arrivato già nel ’70
praticamente. Ha portato un po’ d’ordine, si sono formati i vari comitati
rivoluzionari e, poco per volta, la situazione non dico si è stabilizzata ma si è calmata.
Almeno questo al momento della mia partenza. Al momento della mia partenza il
più brutto era già passato. Questo nel ’70. E saltarono fuori persone come Deng
Xiaoping. Tra l’altro io nel ’75 ero in Giappone e Fanfani era allora Presidente del
Senato e fu invitato in Cina. E allora mi chiamò da Tokyio e mi disse che voleva che
lo accompagnassi. E lo accompagnai io, lui e sua moglie, abbiamo fatto tutto questo
giro della Cina e siamo stati ricevuti da Deng Xiaoping, il quale alla fine del
colloquio venne da me e mi disse: “Io so che lei conosce il cinese, è un vecchio amico
tornato alla Cina, ha capito quello che le ho detto?” Non ho capito una parola perché
parlava con un accento del Sichuan.... E allora i cinesi mi consideravano ancora un
amico. Adesso non esisto più praticamente.
Successivamente da Tokyo fui nominato Ambasciatore in Corea e in Corea conobbi e
cominciai ad avere contatti con quelli di Taiwan. Tra l’altro divenni amico di quello
che era ambasciatore, di cui adesso non ricordo il nome, che divenne per un certo
periodo Ministro degli esteri. E allora io premevo dicendo così:” Va bene, abbiamo
riconosciuto la Cina, ma tutti i paesi hanno degli uffici commerciali che funzionano
benissimo e fanno fare un sacco di affari, perché non potevamo fare anche noi questa
cosa?” Naturalmente il solito scontro in Italia… e poi allora io della Cina non me ne
sono più occupato, perché dopo sono stato ambasciatore nelle Filippine e poi sono
andato a riposo. Ho lasciato la carriera prima del tempo perché avevo raggiunto tra
l’altro il mio obiettivo, quello di conoscere bene la Cina e anche il Giappone. In
Giappone c’ho passato sei anni, e dove mi ero completamente nipponizzato.
LP: Ancora un paio di cose sugli anni in cui lei era a Pechino. Io ho letto un po’
nel libro di Pini, Italia e Cina, in quegli anni, il direttore dell’Ice Manzella fu
maltrattato.
MC: Manzella, è morto Manzella. Una brava persona. Manzella scriveva per conto
suo dei rapporti dove diceva praticamente le cose che dicevo io. Lui li mandava
direttamente alla direzione centrale dell’Ice e una copia al Ministero degli esteri,
all’ufficio Asia del Ministero degli Esteri. Il solito, purtroppo, quella sorta di
snobismo che esiste al Ministero degli esteri lo consideravano…però lui diceva delle
cose giuste, diceva.
LP: Io intendevo, scusi, maltrattato dai cinesi.
MC: Ah sì, abbiamo avuto un problema sì nel ’69. Nel 69’ che era il punto culmine
della Rivoluzione Culturale, una nave cinese entrò nel porto di Genova con delle
scritte che dicevano “viva l’amicizia tra il popolo cinese e il popolo italiano” “la
Cina…”1 e allora quel cretino di prefetto che c’era allora lì, fermò la nave dicendo
che era proibito a stranieri fare politica in Italia. E gli impedì a questi di attraccare,
rimasero alla fonda, e di prendere i cibi e l’acqua. E i cinesi naturalmente non
tiravano giù i cartelli e resistevano. Questo ebbe una ripercussione tremenda a
Pechino perché Manzella l’hanno chiamato, mi ricordo, e gli dissero che lui da quel
momento usciva a suo rischio e pericolo. Abbiamo avuto dimostrazioni di guardie
rosse davanti a questa nostra specie di ufficio, la macchina tutta sporcata, anche la
mia, con scritte e cose, a casa mia la servitù che mi buttava i piatti così, una
situazione… E, questo è un episodio divertentissimo, mia figlia che aveva allora tre
anni, quattro anni scelse proprio quel momento per tirare un calcio alla 阿姨 cinese.
Convocato nel pomeriggio subito e mi dicevano che con quel calcio mia figlia
minava seriamente le relazioni di amicizia fra il popolo cinese e il popolo italiano. Io
ero infuriato e ho notato che anche loro lo dicevano in un modo…
LP: Ma chi l’aveva convocata?
MC: Ma perché tutto lì circolava tutto, l’ayi l’aveva vista il cuoco, l’aveva vista
l’usciere, o l’ayi l’aveva detto al cuoco. Perché il personale di servizio nelle abitazioni
degli stranieri una o due volte alla settimana venivano convocati tutti insieme e si
scambiavano delle stupidaggini che succedevano nelle varie case delle persone.
LP: Chi chiamò lei era la polizia? Chi la convocò per dire…?
MC: Il Ministero degli esteri o il Ministero del Commercio estero. Perché l’Ice
dipendeva dal Ministero del Commercio estero. E mi ricordo che in quel periodo lì io
dovevo andare a Hong Kong. Andai all’ufficio, alla 旅行社 e chiesi: “Vorrei partire
lunedì per Canton”. “Sì sì” dice “scriva il nome” e gli ho scritto il nome e dice: “mi
1
La memoria probabilmente lo tradisce ma si trattava di scritte inneggianti a Mao.
dispiace, lunedì il volo è stato cancellato”. Dico: “Va bene, allora prendo quello
successivo di martedì”. “Ci dispiace non ci sono posti” . E allora ho capito che non si
poteva uscire.
LP: Non si poteva muovere.
MC: Questo è andato avanti per 15 giorni circa. E poi in Italia finalmente hanno
capito che si stava facendo una grande stupidaggine e concessero…[alla nave di
attraccare]. E allora mi ricordo che venni convocato io , non Manzella, venni
convocato io nel pomeriggio. Perché le convocazioni erano così: convocato alla
mattina era tutto normale, convocato nel pomeriggio c’era qualcosa che non
funzionava, convocato nel cuore della notte era una catastrofe. Venni convocato nel
pomeriggio e vidi che la situazione era cambiata perché mi fecero sedere e mi
offrirono il tè. Prima niente tè. E mi dissero: “La nave cinese a Genova può attraccare
e quindi da questo momento il Signor Manzella ha libertà di circolazione”. E allora
mi ricordo che tornai indietro e vidi Manzella che poveretto era eccitatissimo
sapendo che ero stato convocato. Manzella aveva dei gran baffi e quando era eccitato
faceva così…
LP: li arrotolava…
MC: Li arrotolava. E allora io, fingendomi serio, sono salito. E lui: “E allora? e allora?”
E io gli dissi: “Signor Manzella, stasera lei mi invita a cena al Xingchao perché può
uscire”. E allora ci siamo abbracciati.
LP: Bene, bene. Quindi si è risolto questo piccolo problema così. Piccolo
problema…quindici giorni per la nave senza potere attraccare…
MC: Quindici giorni resistevano senza acqua e senza mangiare proprio. Erano così
fanatici che non..
LP: Ma questi erano maoisti diciamo? questi sulla nave?
MC: No era una semplice nave mercantile con marinai cinesi, semplici marinai.
LP: Lei in quel periodo aveva contatti con delle persone in Italia? Che cosa si
sapeva in Italia, che cosa si pensava?
MC: ma in Italia io non avevo nessun contatto.
LP: Anche con amici intendo…
MC: No con nessuno. Io ero completamente messo da parte anche al Ministero degli
esteri ero quasi ignorato, anzi molti erano miei superiori ed erano piuttosto, non dico
arrabbiati, ma maldisposti perché io corrispondevo direttamente col Ministro degli
esteri. Non potevo io rifiutare. Poi successivamente la situazione è cambiata perché
quando è andato via Fanfani, quando è venuto Nenni, allora io avevo contatti più
facili ma sempre con l’Ufficio Asia del Ministero degli esteri. No, io contatti in Italia
non ne avevo con nessuno. Io continuavo, quando andavo a Hong Kong ad avere
contatti col Signor Fei Yiming di cui le ho detto prima. Perché io quando volevo
lamentarmi di qualche cosa non potevo farlo coi cinesi perché non avevo contatti, ma
mi lamentavo con questo signor Fei Yiming perché sapevo che l’avrebbe comunicato
a Pechino. Quindi era la mia strada.
Naturalmente non potevamo circolare in Cina. Sono andato a Shanghai una volta.
Mi hanno permesso di andare a Shanghai dove avevamo la Casa d’Italia e il
Consolato generale. Dove c’era un impiegato, cioè un italiano che abitava a Shanghai
e che era stato incaricato, povero, era diventato impiegato del Ministero degli esteri
per amministrare questi beni. Poi questo è morto e allora il compito è stato affidato
alla moglie, che era una russa, la signora Porta, è famosissima la signora Porta, la
quale a un certo momento i suoi servitori vennero da lei e le dissero: “Signora si
prepari perché questa sera vengono le guardie rosse”. E sono arrivate le guardie
rosse e l’hanno cacciata fuori, hanno preso le proprietà italiane e l’hanno sbattuta
questa signora Porta in un piccolissimo appartamento. Allora io cercai di andare a
Shanghai anche perché avevamo saputo che un ufficiale di marina italiano era stato
arrestato per spionaggio a Shanghai.
LP: ricorda il nome?
MC: Sì, aspetti…si chiamava…scrisse anche un l ibro…si chiamava…è brutto
diventar vecchi…Può darsi che mi venga in mente nel corso del racconto…
LP: Io credo di averlo letto…può darsi qualcosa come Nerone?
MC: Nerone brava. Che io poi incontrai a Tokyo, perché io poi quando lui fu
rilasciato venne a Tokyo perché aveva la moglie giapponese e mi raccontò. Questo
era stato due anni in una galera cinese e io gli ho chiesto: “L’hanno trattata male?
L’hanno torturata?” Dice: “No, no.” Però gli avevano fatto un lavaggio tale del
cervello che lui parlava come un cinese. Lui diceva cose e poi citava Mao Zedong
continuamente. “Ma lei perché l’hanno preso?” E m’ha spiegato: “Ma, mi aveva
mandato la CIA e so perché mi aveva mandato, perché il capo della CIA di Tokyo
voleva andare a letto con mia moglie, e allora mi ha mandato in questa missione. E
questa missione “ mi ha detto “era nella Corea del Nord e poi in Giappone2, per
fortuna che non m’hanno preso i nordcoreani”. Dico: “Ma a Shanghai che cosa ha
fatto di spionaggio?”. “Mah, ho fatto delle fotografie”. E questo imbecille, perché era
un imbecille, sul ponte della nave aveva scattato settanta fotografie a tutte le
istallazioni che c’erano sul porto!
LP: Senza nascondersi, molto apertamente…
MC: Tornando alla signora Porta, questa poveretta organizzò un cocktail in mio
onore. A questo cocktail partecipavano i rappresentanti delle linee aeree pachistane,
i rappresentanti di una banca belga – che erano lìda dieci anni e aspettavano il visto
di uscita, erano dieci anni che aspettavano perché quando arrivarono i cinesi
chiesero: “dove sono i soldi del popolo cinese?” ed erano tutti nel Belgio e allora eran
lìad aspettare – e poi i rappresentanti di una banca inglese. E poi questi due sono
finiti in prigione per spionaggio. E questa signora Porta mi preparò un cocktail tutto
a base di Champagne francese! Dove lo pigliasse in piena Rivoluzione culturale non
l’ho mai capito. Mi offrì una scatola di sigari cubani. Tornai in albergo dal cocktail
che ero quasi ubriaco a forza di bere. E un’altra cosa strana è che questa mi disse: “Io
ogni settimana parlo con mia sorella a San Francisco”. C’era una linea telefonica che
né i cinesi, né gli americani se n’erano accorti, l’avevano dimenticata e questa
funzionava benissimo e si telefonavano con la sorella.
LP: Addirittura!
MC: Le cose assurde che succedevano in quel momento. Le cose più pazze.
LP: Ma c’era una differenza tra come si viveva a Pechino e come si viveva a
Shanghai?
MC: Sì, c’era qualche cosa. Intanto la cosa che mi ricordo e che ci colpiva molto era la
hostess di terra dell’aeroporto di Shanghai che c’era allora che era una bellissima
ragazza con delle trecce lunghe e aveva le sottane. Nell’albergo dov’ero, che era il
vecchio Catai, i camerieri avevano i guanti bianchi. Era rimasta qualcosa a Shanghai.
Shanghai è stata sempre diversa, è stata la porta di ingresso della Cina. Pechino è
stata sempre chiusa. E un’altra volta mi hanno permesso di fare un viaggio che non
dimenticherò mai perché chiesi, unico straniero, chiesi: “Io vado sempre a Hong
Kong per aereo, io vorrei andare in treno”. Dissero: “Ma perché vuole andare in
treno?” Dico: “Mah, voglio vedere la Cina”. E m’hanno permesso il viaggio che è
2
Intende Cina.
durato due giorni e che ho passato continuamente attaccato ai vetri a guardare. Non
ho visto niente di diverso da quello che succedeva nel resto della Cina e arrivai…
avevo l’intero vagone a mia disposizione, non c’era nessuno e quando andavo alla
vettura ristorante, cacciavano fuori tutti quanti per dare da mangiare solo a me.
LP: Ma gli altri erano cinesi che viaggiavano su quel treno?
MC: Sì, solo cinesi, solo cinesi. E mi ricordo che arrivai…poi salirono nella mia
vettura due, non si capiva allora – i soldati erano tutti uguali – ma dall’età si capiva
che erano degli ufficiali superiori dell’esercito coi quali intavolai una conversazione
eccetera e mi ricordo che arrivai alla stazione di Canton e questi che insistevano di
portarmi la valigia.
LP: Eravate diventati amici.
MC: No, si era trattati devo dire in un modo…era bello, però si vede che questi
poveretti avevano paura, si vedeva che avevano voglia di entrare in contatto, però
avevano paura e, quando qualcuno si apriva, avevo paura io perché pensavo che
fossero degli agenti provocatori, quindi non c’era nessun contatto ma dei piccoli
episodi. Mi ricordo quella volta che siamo andati alla grande muraglia con mia
moglie e mia figlia. Mia figlia era piccola, una bambina, a un certo punto è saltata
fuori una bambina cinese grande così3 e ha dato dei fiori a mia figlia e poi è scappata
via.
LP: Che carina!
MC: Questi piccoli episodi erano…si vedeva che la gente era buona in fondo
però…Mao Zedong con quelle guardie rosse… Io capivo le guardie rosse. Le capivo
perché vedevo quello che era successo in Germania, lei non può ricordare, ma
quando si muove – scusi se parlo della Germania perché sono mezzo austriaco – la
gioventù, quando ha un ideale davanti, si butta tutta! Oggi gli ideali della gioventù
non so quali sono, non esistono e questo impedisce che la gente…questi giovani
prendono le droghe e fanno le cose che fanno, è così. E da questo punto di vista,
quando li vedevo li capivo completamente: avevano questo stato di eccitazione
esaltata perché davanti a loro avevano un ideale.
LP: Sì c’era un leader carismatico e loro lo seguivano.
MC: Sìcerto.
3
Piccolina dal gesto che Crema fa con la mano.
LP: Parliamo di aspettative e delusioni…
MC: Sulla Cina di adesso no? Sulla Cina di adesso devo dire che so molto poco
perché io vedo la Cina da un punto di vista… come posso dire?...Superiore, da un
punto di vista diverso no? Io credo che la Cina abbia due grossi problemi, due grossi
problemi che possono essere così seri al punto tale che un paio di anni fa lessi su un
giornale giapponese – qualche volta leggo i giornali giapponesi- un giornalista che
prediceva che la Cina sarebbe crollata nel giro di cinque o sei anni. I grossi problemi
sono due: le nazionalità, tibetani e huiguri, della Mongolia interna non mi consta che
ci siano movimenti di indipendenza, e l’altro problema è dare da mangiare
a…quanti miliardi sono adesso? un miliardo e mezzo?
LP: Un miliardo e trecento milioni.
MC: Son due grossi problemi quelli eh! Però si sono così concentrati nello sviluppo
economico che per un cinese quando c’è da fare i soldi si lavora anche… C’è un mio
amico del ristorante cinese che c’è qua all’inizio della via Trionfale, questo non ha un
giorno di riposo. Giorno e notte lavorano e lavorano. Quando si tratta di fare soldi i
cinesi dimenticano tutto e quindi dimenticano secondo me anche il regime
comunista. Quando il regime comunista li lascia fare, questi vanno avanti benissimo
così. E allora, se il regime comunista permette [loro] di diventare ricchi non vedo
pericoli di sovvertimento del regime comunista. Non mi sembra, almeno per il
momento. Però i pericoli possono venire dalla situazione delle minoranze e
soprattutto noi conosciamo…in Cina noi possiamo andare dappertutto praticamente,
però conosciamo il venti per cento, noi non sappiamo cosa succede nelle regioni
interne, non abbiamo la possibilità, nessuno va. Parecchi anni fa a Hong Kong
conobbi una ragazza, parlai con una ragazza che veniva dalla Cina -allora c’era
ancora Mao Zedong credo- e mi diceva: “Nella comune dove siamo noi mangiamo
erba, non abbiamo altro da mangiare”. Quindi noi non possiamo sapere veramente
com’è la situazione, però è un problema senza dubbio perché…
LP: Io discutevo con una mia collega cinese, lei diceva che la Cina è terzo mondo e
io dicevo no, magari non sarà primo ma se vogliamo fare una media sarà secondo.
E lei insisteva che era terzo mondo. Poi ho fatto un giro su internet e la Cina è tra i
paesi del terzo mondo, che è una cosa che uno non direbbe perché andando nelle
grandi città…
MC: In che senso terzo mondo?
LP: Per il livello economico della stragrande maggioranza della popolazione credo.
MC: Beh, adesso dal punto di vista economico direi che è primo mondo perché
ormai la Cina…il Giappone adesso sta andando piuttosto male, la Corea sta andando
bene. Adesso per esempio la Sony è completamente soppiantata dalla Samsung,
LG…e i cinesi fanno un sacco di cose, è vero che bisogna fare attenzione perché le
cose cinesi molte volte non funzionano come dovrebbero però, come posso dire, è un
problema di formazione. Io mi ricordo le prime automobili giapponesi non
funzionavano tanto bene, adesso hanno imparato e le fanno benissimo no? I cinesi la
stessa cosa. Le cose cinesi che noi adesso troviamo nel mercato e che non funzionano
tanto bene, in futuro funzioneranno meglio. Il fatto è che sono sulla strada. Il fatto è
che lavorano tutti, è un lavoro a basso costo e quindi producono moltissimo.
Secondo me il futuro sarà Cina, India. Pericoli di guerra non ne vedo, assolutamente.
La Cina non ha mire aggressive. La Cina si considera come era una volta, il centro
del mondo e di tutto il resto non gliene importa niente. Fintanto che può fare quel
che vuole, fare a suo modo. Ma non ha mire espansioniste. Sì ci sono quegli
isolotti…quelli saltano fuori ogni 4 o 5 anni non si sa perché saltano fuori, perché
sono importanti. Io li ho visti passando sull’aereo varie volte, non c’è niente, però il
problema è che ci sia possibilità che ci sia del petrolio e soprattutto perché delineano
il territorio di appartenenza del paese. Ma non credo che facciano la guerra per
quello.
LP: Proprio col Giappone, il nemico storico…
MC: Bisogna vedere ogni anno quando il primo ministro giapponese va al tempio
Yasukuni tutti cominciano a protestare. Io sono stato diverse volte, anche l’ultima
volta son voluto tornare al tempio Yasukuni perché è come Napolitano che va alle
Fosse Ardeatine. Uno deve onorare i propri caduti. Però dicono che lì sono onorati
anche i criminali di guerra, la solita storia…
LP: Loro protestano anche – perché io ricordo una di queste proteste proprio negli
anni in cui ero a Shanghai – una delle proteste è anche per i libri di storia. Loro
dicono che i giapponesi nei libri di storia non ammettono…
MC: Sìsì, è giusto, lei ricorda bene. Perché nel Giappone non c’è quello che esiste in
Germania e che è la vergogna e il senso di colpa. I giapponesi han detto:”Beh, c’è
stata la guerra, abbiam fatto la guerra…Sorry!” E non si scusano. Viceversa in
Germania, soprattutto dopo la rivoluzione degli studenti del ’68, la Germania è
completamente cambiata, la gioventù adesso…ci sono delle trasmissioni dove
vengono denigrati i soldati tedeschi che sono caduti durante la guerra, facevano il
loro dovere facevano, che cosa dovevano fare? E sono considerati tutti criminali,
cosa che prima del ’68 in Germania mi ricordo se ne parlava liberamente. Sì c’era il
senso di colpa. Io qui prendo tutti i canali della televisione tedesca, tutte le sere ci
sono sempre i soliti film, fanno vedere l’olocausto, i criminali di guerra, tutte le sere
e poi sono sempre gli stessi film.
LP: Però lei ha detto scherzando “i giapponesi hanno detto ai cinesi: ‘abbiamo
fatto la guerra… Sorry’” in realtà il problema è questo, che non hanno detto ‘Sorry’
cioè non hanno mai detto ‘mi dispiace’.
MC: No, nel senso, hanno detto: “Ci dispiace che c’è stata una guerra” ma non hanno
mai detto ci scusiamo per avere causato questa guerra. Hanno solo detto “Ci
dispiace che c’è stata una guerra”. Che è diverso. In Giappone non esiste più uno
spirito militarista. Non esistono partiti di estrema destra, c’è solo un ometto nella
Giza…è stata a Tokyio?
LP: No, non sono stata.
MC: Nella Giza nel centro di Tokyo, [quest’uomo] ha un’auto con un altoparlante e
una gran bandiera giapponese e continua a parlare di nazionalismo. Tutti lo
ignorano, passano, lo lasciano lì a gridare. Quando ero a Tokyo, a Tokyo ho fatto per
molti anni -purtroppo ho dovuto smettere una decina d’anni fa perché troppo
vecchio- la scherma giapponese, kendo. Io sono arrivato al quarto dan, fatto con i
migliori maestri giapponesi. E facevo il kendo nella palestra dove si allenava
Mishima, il famoso scrittore. Ed ero conosciuto perché parlavo giapponese,
frequentavo un piccolo bar a Subuya tenuto da un kamikaze che non era partito
perché in guerra non avevano più aerei…e quando andavo lì ero popolarissimo. E le
pareti avevano solo fotografie di soldati, di kamikaze eccetera, le musiche erano solo
musiche militari, canzoni militari, sono molto belle le canzoni militari giapponesi.
Una sera vado lì e c’erano dei vecchi signori che bevevano, tutti ex ufficiali della
marina imperiale. A un certo punto uno mi si avvicina, mi mette una mano sulla
spalla, col bicchiere e dice: “Italia, Germania, Giappone. La prossima volta faremo
meglio!” Ecco, il nazionalismo giapponese è a questo punto, non esiste.
LP: Ok, e invece ne approfitto per chiederle, in Giappone che idea si erano fatti di
quello che accadeva in Cina durante la Rivoluzione Culturale.
MC: Sì, durante la Rivoluzione Culturale i pochi giornalisti giapponesi, pochissimi,
venivano invitati e andavano in Cina perché c’erano delle associazioni diciamo
comuniste o filo-comuniste molto vicine alla Cina, non all’Unione Sovietica, molto
vicine alla Cina, quindi i cinesi li invitavano questi, e le uniche fonti di informazione
praticamente erano questi giapponesi che qualche volta raccontavano delle cose
sballate, completamente inventate, cose stranissime, che poi anche loro, appena
passavano il confine venivano aggrediti dagli altri giornalisti per sapere che cosa
succedeva. Allora lì raccontavano a mano libera tutte queste cose. C’erano varie
associazioni filo-cinesi a Tokyo e abbastanza consistenti, che naturalmente
premevano per il riconoscimento, perché il Giappone ha riconosciuto la Cina dopo
l’Italia, premevano per il riconoscimento ma non avevano potere politico per potere
fare questo. Come c’erano molti nordcoreani in Giappone e quindi c’era una forte
propaganda filo-Corea del nord.
Io in Giappone ero sperduto, venivo dalla Cina, mi trovavo in questa grande città,
mi ricordo che mi venne a prendere all’aeroporto l’Ambasciatore, il vecchio
Ambasciatore Giusti, e allora in macchina insieme a lui io guardavo intontito tutto
questo ammasso di case e tutte queste scritte che io leggevo perché erano scritte
cinesi. Allora dissi: “C’è scritto Mita, stiamo per arrivare”. E lui era entusiasta perché
riuscivo a leggere le varie scritte, perché anche con pronuncia diversa però uno
conoscendo i caratteri cinesi poteva girare bene. Infatti, quando avevo la macchina
sapevo andare dappertutto a Tokyo. E lìfinalmente potevo parlare, perché in
Giappone il cinese non potevo parlarlo non avevo nessuno con cui parlare, io
almeno in giapponese parlavo.
LP: E quando era in Cina, a parte questo amico che aveva in comune con Zhou
Enlai che stava ad Hong Kong, ha avuto altri amici cinesi?
MC: Dunque a Pechino no. A Pechino assolutamente no. Anche se c’è un cinese con
il quale siamo ancora in contatto email e che era praticamente la mia controparte,
cioè il mio nemico nei colloqui, nelle altre cose, adesso lui è in pensione, ci scriviamo
ogni tanto.
LP: Cioè era un funzionario…
MC: Un funzionario del Ministero degli Esteri. Che era qui a Roma quando è stato
aperto l’Ufficio commerciale che era corrispondente all’Ufficio commerciale che
avevamo noi a Pechino e che mi ricordo che era all’inizio della via Cassia. Perché io
il visto quando sono partito di nascosto sono andato a prenderlo a Berna per evitare
che si sapesse…poi alla fine lo sapevano tutti.
LP: E com’erano i rapporti coi cinesi? Com’erano i cinesi nei suoi confronti? Erano
titubanti? Avevano paura ad avvicinare gli occidentali?
MC: Come le dicevo, mi sembrava che avessero una gran voglia di entrare in
contatto, parlare con uno straniero, però avevano paura quindi non lo facevano, però
lo dimostravano con piccoli sorrisi o con altre piccole manifestazioni. E io come
dicevo prima, io avevo paura se qualcuno mi parlava, che fosse un agente
provocatore perché io avevo solo il passaporto diplomatico ma non avevo nessuna
protezione, non avevo niente, ero completamente dimenticato. Però venivo trattato
dalle altre ambasciate [bene]. Quando io partii, il capo di gabinetto mandò una
lettera all’Ambasciatore francese che conoscevo bene, era l’Ambasciatore Paye. E mi
disse: “Quando hai bisogno di qualcosa rivolgiti all’Ambasciatore Paye”. E infatti
l’Ambasciatore Paye mi ha ricevuto, è stato molto gentile. Poi io avevo contatti con
gli altri funzionari e i francesi avevano diversi funzionari che parlavano cinese bene
e anche gli inglesi. Tra gli inglesi ho ritrovato uno che era con me a Bengasi. E quindi
avevo sempre contatti con loro. Ma anche lìgli inglesi hanno patito in un modo
terribile quando hanno bruciato l’ambasciata. C’era il giovane Tellar che aveva la
moglie in stato interessante che ha perduto il bambino. Io andai subito a trovarli alla
mattina. Erano tutti in stato di shock non potevano avere contatti fuori col Ministero
degli Esteri, niente. Mi ricordo che io diverse volte ho portato di nascosto la loro
posta a Hong Kong perché loro non potevano avere nessun contatto con nessuno.
LP: Però loro avevano rapporti diplomatici con la RPC.
MC: Sì avevano rapporti però… E da buoni inglesi, ogni mercoledì sera proiettavano
un film e avevano dei film recenti, li ricevevano con la bolgetta diplomatica e ci
invitavano sempre. Dopo che hanno bruciato l’ambasciata continuavano a proiettare
i film anche se non c’erano più finestre, mancava un pezzo di muro e continuavano
ogni mercoledì sera a proiettare i film.
LP: Bisognava in qualche modo tirarsi su.
MC: Lei si immagini che c’è stata una volta una delle guardie inglesi che era un
vecchio sottoufficiale dell’esercito a riposo, e faceva la guardia lì, l’hanno bloccato
contro il muro dell’ambasciata – ci saranno state venti-trentamila persone – è stato lì
per quattro ore con questi che gli gridavano contro, avvicinandosi tanto così ma
senza toccarlo. E sa lo stress? Ne hanno fatte di tutti i colori. I russi poveretti erano
arrivati a un punto tale che l’ambasciata russa era diventata come [se fosse stata]
l’ambasciata americana. Non potevano entrare, girare. Questi ci rompevano le
scatole continuamente per invitarci, si sentivano completamente isolati,
completamente soli. Perché loro venivano insultati continuamente, perché si era
arrivati al punto nel ’69, nel settembre del ’69, quando ci furono gli scontri
sull’Ussuri, che la situazione era a un punto tale…che poi una volta ci invitarono al
cinema per farci vedere un documentario sugli scontri che c’erano stati sull’Ussuri,
dove i cinesi avevano distrutto un carro armato russo, e sembrava che avessero
distrutto un’intera armata corazzata perché lo facevano vedere dai vari punti. Ma era
diventata una situazione…poveretti stavano malissimo. Poco prima che arrivassi io
o subito dopo, sono rimasti chiusi dentro l’ambasciata per una ventina di giorni, non
ricevevano più comunicazioni, niente, bloccati dalla massa di gente che li circondava.
Erano in stato di shock anche loro.
LP: Lei mandava i suoi rapporti al Ministro…
MC: Sìli mandavo direttamente a lui periodicamente ogni due o tre mesi.
LP: Cosa gli raccontava? Si può sapere?
MC: Mah, gli raccontavo, nessun segreto, quello che vedevo intorno e gli facevo le
mie considerazioni su quello che poteva succedere. Così gli raccontavo anche dei
piccoli episodi perché da quello si poteva capire. Per esempio c’è stato un giorno, noi
ricevevamo il Quotidiano del Popolo, passava uno in bicicletta e ci buttava dentro il
Quotidiano del Popolo alla mattina. Un giorno non si fa vedere. Cosa è successo?
Stranissimo. Telefono ai francesi: “Deve essere successo qualche cosa!” Però
Jacqueau - che era un funzionario dell’ambasciata francese che si vestiva
completamente alla cinese, con babbucce eccetera, e viveva alla cinese
completamente – dice: “Sono riuscito a trovarne una copia di questo giornale”.
“Posso averla?” dico. “Certo facciamo una fotocopia e te la mandiamo” Perché ci
deve essere stato qualche cosa scritto… E allora dice: ”L’ambasciatore Paye è
arrabbiatissimo perché con tutti i suoi sinologi nessuno è riuscito a capire che cosa ci
sia scritto”. E io sono riuscito a capirlo. Ero fierissimo. E allora ho scritto a Fanfani
che noi ci siamo riusciti. Ero partito da un punto di vista: se c’è qualche cosa, è
qualche cosa contro Mao Zedong. Non c’è dubbio, è l’unica cosa che può essere.
Allora, dico, io adesso guardo il giornale dove c’è [scritto] Mao Zedong, vicino a
Mao Zedong ci deve essere qualcosa. E non ti dico il problema, Mao Zedong era
ripetuto ogni riga praticamente. A un certo punto ho trovato: avevano invertito un
carattere. C’era…dunque…毛主席无限万岁 Cioè era…毛主席…cioè dieci mila anni
senza limite e avevano sbagliato il carattere e c’era scritto 毛主席无限无岁…
LP: Oddìo.
MC: Il ministro francese mi dice: “Ma allora vuol dire che crepa?” ….E infatti nel
pomeriggio ci hanno portato il giornale e non c’era più, era stato corretto. E tutte
queste piccole cose che succedevano…
LP: Lei le riferiva, giustamente. E c’era curiosità dall’altra parte. Cioè in Italia, al
Ministero degli esteri, c’era curiosità su come si stava muovendo la Cina in quegli
anni?
MC: Non molta credo. Perché in Italia sembrava che tutto fosse concentrato sulla
politica interna e la Cina era lontanissima. E poi, anche dopo il riconoscimento e
anche adesso, noi, non dico che ignoriamo ma proprio tralasciamo tutto l’estremo
oriente, non facciamo niente. Io vedo la Germania, la Merkel che va in Corea…
insomma i ministri tedeschi si muovono, il presidente della Repubblica va in questi
paesi. Chi è mai andato? I giapponesi erano infuriati con noi perché avevamo una
specie d’accordo, uno scambio di primi ministri ogni anno e da parte nostra si è
arrivati che erano cinque anni che nessun primo ministro andava in Giappone.
Finalmente ci andò Andreotti. Prima c’era stato anche Moro.
LP: Ma questa nostra è scarsa lungimiranza?
MC: Non so se posso dire che sia una forma di superbia, di disinteresse. Ma
perdiamo un sacco di affari perdiamo. Bisogna fare così, se noi vogliamo fare affari
bisogna anche che le persone più importanti italiane si rechino in questi paesi. E
invece no.
Dovremmo avere una tradizione dell’estremo oriente. Matteo Ricci, Marco Polo.
Quando ero a Pechino ho cercato invano di trovare la tomba di Matteo Ricci e non
sono riuscito a trovarla, però adesso so che l’hanno trovata. Ed è strano… abbiamo
partecipato anche noi alla spedizione dei Boxers. Sa che una volta ero a Hong Kong e
venne un impiegato cinese e mi disse: “Dottore, c’è un signore che è stato a Pechino e
voleva avere notizie di com’è Pechino”. E io dico: “Sì sì, lo ricevo”. E allora è venuto
questo signore, avrà avuto, anziano, direi più verso gli ottanta o settantanove, ma
ancora si presentava bene. E mi dice: “Mi scusi volevo avere qualche notizia”. “Ma
lei quando è stato a Pechino?”. “La prima volta col corpo di spedizione italiano nel
1900 alla liberazione delle legazioni”. Quindi questo era nel 1964, avrà avuto
ottant’anni, perché dice che si era arruolato a sedici anni. E mi ha raccontato di
quello che hanno fatto le truppe di liberazione, le cose scandalose, hanno rubato,
distrutto, violentato, ne hanno fatto di tutti i colori quando sono arrivati.
Comunque non lo so perché l’Italia manca completamente. Forse perché l’Italia più
che altro si è affacciata verso il Medio Oriente, il Nord Africa. Però, perché
tralasciare la Cina?…non l’ho mai capito questo. E adesso è tardi, è tardi perché
ormai si è formata questa mentalità di ignoranza dell’estremo oriente che continua. E’
un peccato.
LP: Lei ricorda qual è stato il primo libro sulla Cina che ha letto?
MC: Sì, è un libro di Barzini, Barzini senior intitolato…ce l’ho ancora sopra Wu Wang
e altre genti, dove raccontava dei piccoli episodi della guerra dei Boxers della guerra
russo-giapponese e mi ricordo che lo lessi per aumentare la mia volontà di andare
un giorno in Cina.
LP: Si trovava ancora in Italia quindi. C’erano libri, si trovava qualcosa in giro?
MC: No, non mi ricordo anche perché ero così piccolo che non mi interessavo di cose
superiori alla mia posizione scolastica. Ero ai primi anni del ginnasio. Io penso che
molto probabilmente in una vita precedente – premesso il fatto che io sono buddista
da più di trent’anni – allora può darsi che in una vita precedente fossi da qualche
parte in estremo oriente e il mio karma continua anche in questa vita è semplice.
LP: Potrebbe essere. E invece il libro che le è rimasto più impresso sulla Cina, che
ha letto anche recentemente?
MC: Cosa ho letto recentemente?...Da quando sono a riposo le mie letture si sono
spostate dal settore storico-diplomatico e si sono concentrate sulla filosofia,
soprattutto sulla filosofia buddista e quindi recentemente…ricordo molto tempo fa
c’erano alcuni libri sulla Rivoluzione Culturale fatti molto bene da un francese in
due volumi ed era la storia della Cina dal ’45 ai giorni nostri però non ricordo più
l’autore, che io conobbi a Parigi. Quando andai con Fanfani in Cina, ci fermammo a
Parigi per alcuni giorni e allora una sera a un pranzo presso un ministro francese,
c’era quello che era stato consigliere di Kennedy, non ricordo più…e allora conobbi
un ufficiale francese che aveva scritto questo libro, mi ricordo che ho parlato con lui,
mi sono congratulato con lui perché lo trovavo un ottimo libro. E poi altri libri
americani che io avevo letto quando ero soprattutto a Hong Kong, più che altro libri
teorici sul comunismo cinese. Adesso non ricordo più i nomi. Ma da quando sono a
riposo ho lasciato tutto questo. Adesso mi concentro solo su testi buddisti cercando
addirittura di leggerli nell’originale cinese o giapponese cosa che è impossibile.
LP: Come va col cinese?
MC: Col cinese…Parlare non lo parlo più. Con chi lo parlo il cinese? Saranno dieci
anni che non parlo più il cinese. Leggo, cerco di leggere. Scrivere…ho il problema
che non mi vengono in mente i caratteri, li vedo, li riconosco però non mi viene più
in mente, anche i caratteri più elementari, come si scrivono. Questo ho notato che
capita anche ai cinesi. Il giapponese, la stessa cosa. Il giapponese cerco di leggerlo al
computer. Ogni giorno cerco di leggere lo Yomiuri, il giornale di Tokyio, in
giapponese. E lo sorvolo, guardo le notizie più importanti, o le notizie della NHK
giapponese. Di cinese ho poco, ho il quotidiano del popolo ma il collegamento è così
lento che mi va via la voglia. E così è un peccato. Io poi mi ero dedicato, quando
avevo tempo, alle lingue più strane, perché l’oriente…Allora ho studiato per diversi
anni, tanto da parlottarle, il mongolo. Avevo un insegnante giapponese che era stato
per anni in Mongolia e che era impiegato all’ambasciata americana a Tokyo e il suo
compito era di ascoltare la radio mongola e stenografare le varie notizie. E un giorno
il Giappone riconobbe la Mongolia, e allora a un ricevimento c’era il consigliere
dell’ambasciata mongola e io parti come un razzo, andai davanti a questo consigliere
e lo salutai in mongolo. E gli spiegai che il mio problema era che non c’erano
mongoli [per parlare] e questo poveretto di giorno, di notte, all’improvviso, si
presentava a casa mia e mi ha completamente registrato un libro leggendo – ce l’ho
ancora la registrazione – era il consigliere…XXX Batar…e poi anche lì ho lasciato
perdere. Ho cominciato un po’ con il tibetano ma anche col tibetano poi ho mollato
perché non ci sono molti tibetani. Il coreano..mia moglie è coreana e quindi quando
l’ho conosciuta parlavamo solo coreano. Il coreano lo parlavo bene tanto da fare dei
piccoli discorsi addirittura. L’ho completamente dimenticato per inerzia, perché
sono pigro e da anni non lo parlo più, quindi l’ho dimenticato quasi tutto. Quando
torno in Corea delle volte, sono stato due anni fa e adesso probabilmente andiamo in
ottobre, anche lìper pigrizia non riprendo a parlare.
LP: Un’ultima domanda. Ha delle foto di quegli anni cinesi che potrebbe
mostrarmi?
MC: Purtroppo niente, purtroppo avevo paura a fotografare perché là era pericoloso.
Però aspetti, se lei aspetta un attimo. Posso farle vedere alcune fotografie di mia
figlia in quel periodo a Pechino. Se aspetta un attimo…
[piccola pausa per recuperare le fotografie]
MC: Dunque questa qui…una volta siamo andati a Hong Kong con mia figlia che…il
suo mondo era la Cina, la Cina di allora, della Rivoluzione Culturale, era tutto cinese
per lei. Parlava benissimo il cinese. Eravamo a prendere un caffè al Mandarin e
all’improvviso entra un ufficiale americano con l’uniforme e lei vede questo vestito
in un modo strano per lei e allora mi fa: “Chi è, chi è, chi è quello?” E io dico: “E’ un
ufficiale americano.” Ha aspettato che passasse, si è alzata in piedi e si è messa a
urlare “美 X 达到,杀!杀!杀!”
Al ritorno, all’aeroporto di Canton, aspettando l’aereo, le ragazze del propaganda
team di Mao Zedong hanno preso mia figlia e si sono messe insieme a cantare le
canzoni di Mao col libretto rosso. Questa è la fotografia.
LP: E ci sono tre hostess e sua figlia col libretto rosso in mano.
MC: E sìperché lei sapeva cantare tutte le canzoni.
LP: Dove le imparava?
MC: Le imparava forse dalla Ayi….Questo sono io al palazzo d’estate.
LP: Lei poteva un po’ girare quindi. Un po’ di turismo si poteva fare.
MC: Sìdentro la città si poteva girare liberamente. Questa al Palazzo d’estate che è
tutto ghiacciato….Questa è sotto alla Città Proibita.
LP: La Città Proibita era aperta quindi, si poteva vedere?
MC: Fino a un certo punto. Dentro, la parte centrale no, però intorno sì, si poteva
andare….Questo sono io di fronte alla porta di casa.
LP: In che zona abitava?
MC: A Sanlitun
LP: Quindi vicino a quella che poi è diventata l’ambasciata.
MC: Sì. Lei conosce Sanlitun, sa com’è adesso? Guardi come era allora?
LP: Ah desolato. Praticamente non c’è niente. Pochi edifici, alberi spogli. E questa
foto è fatta da casa sua?
MC: Sìdalla finestra di casa mia. Questi sono dei bambini cinesi ma tutti stavano da
una parte e [noi] dall’altra.
LP: Era un parco?
MC: Sìsì.
LP: E sua figlia c’è più tornata in Cina?
MC: Non è più tornata e, lasciata la Cina, cercavo di parlarle cinese ma si è
completamente rifiutata di parlare cinese e l’ha completamente dimenticato. Si
ricorda solo la prima parola che ha imparato: 冰激淋. Ricorda molto poco. Questi
siamo noi con la mia macchina, con mia moglie, siamo al cortile della Città proibita.
LP: Guidava lei?
MC: Sìsì.
LP: Con tutte quelle biciclette?
MC: Sìè pericolosissimo. Il mio amico Nick Platt, americano, che poi ci siamo
ritrovati insieme ambasciatori nelle Filippine, lui è stato espulso dalla Cina perché ha
investito e ammazzato con la macchina un ubriaco dopo il riconoscimento. Gli hanno
detto: “Sì, capiamo benissimo che non è colpa sua però se lei non c’era il cinese non
moriva quindi la preghiamo di lasciare la Cina”….Ecco qua si vede meglio…Sempre
col codazzo di gente che ci guardava.
LP: Questa è sua moglie?
MC: Sìè la mia prima moglie, è inglese, con la quale abbiamo ottimi rapporti.
Recentemente ho passato un mese in Inghilterra ed eravamo insieme con i nostri figli.
E questa è sulla strada a Pechino… Questa forse la Città Proibita..non ricordo.... Qua
sto andando verso la macchina. Mi pento di non averne fatte altre però poteva essere
pericoloso, perché a loro non piaceva essere fotografati e allora fotografare durante
una manifestazione sarebbe stato spiacevole. Purtroppo nella mia vita, tutte le cose
più interessanti non ho avuto mai la possibilità di avere una macchina fotografica in
quel momento e fotografare quello che succedeva. Di tutto quello che ho passato
durante la guerra non ho niente, non ho, è solo nella testa, è un vero peccato.
Adesso è più facile perché con questi telefonini. Però sono sempre cosìpigro che mi
dimentico sempre di fare una fotografia.
LP: Un’ultima domanda. Un ultimo ricordo della Cina?
MC: Ma…non saprei. Per me la Cina nel cuore è rimasta la grande Cina dell’Impero,
quando c’era l’imperatore con le concubine, con i regni intorno che portavano i
tributi all’imperatore, questi grandi filosofi. Una cosa che sto studiando ultimamente
e che rientra un po’ nella filosofia dell’Yijing, il libro cinese delle mutazioni, un libro
che è stato scritto quasi 5000 anni fa e che nessuno ancora ha capito bene. Pare che ci
sia tutto lì. E la cosa che ho capito dal punto [di vista] filosofico è che mi fa vedere,
ormai sono al limite della vita, quello che potrà succedere, quello che è inevitabile
cioè la fine e la morte. Però la morte non esiste. Tutto quello che intorno a noi
vediamo è solo mutamento, è solo il ciclo Yin e Yang, quindi la morte non può
essere la fine, la morte significa un nuovo inizio. Il bambino che nasce, appena nasce,
muore, tutta la sua vita è una strada verso la morte. Al momento della morte c’è il
cambiamento, c’è la strada inversa verso la vita. E’ così. E quindi il buddismo e
queste cose mi hanno completamente tolto la paura della morte.
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"Comparative Epistemologies for Thinking China," The Research