Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento per gli Affari Regionali Via della Stamperia 8 - Roma Tel. (+39) 06.67791 Organismo Intermedio PON "Governance e Azioni di Sistema 2007-2013" Asse E Obiettivo Specifico 5.2 GOVERNANCE MULTILIVELLO PER LA PREVENZIONE E GESTIONE DELLE CALAMITÀ NATURALI Governance multilivello per la prevenzione e gestione delle calamità naturali Capire, comunicare, decidere, intervenire: come fare rete nel management dei rischi naturali Fondazione CIMA Campus Universitario Via Armando Magliotto, 2 17100 Savona - Italy Tel. 0039.019861418 www.cimafoundation.org UNA GRIGLIA INTERPRETATIVA PER CALABRIA, CAMPANIA, PUGLIA E SICILIA LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:47 Pagina 1 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 2 5-10-2010 11:47 Pagina 2 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:47 Pagina 3 Governance multilivello per la prevenzione e gestione delle calamità naturali Fare rete: il presupposto fondamentale di ogni azione di prevenzione e protezione civile. Un'assunzione di impegno e di responsabilità che ogni responsabile pubblico e ogni decisore sa di dover affrontare, per relazionarsi al meglio con la popolazione, le istituzioni e con tutte le forze e le risorse attive ed attivabili sul territorio. Capire, comunicare, decidere, intervenire: è questa la catena semantica e la sequenza operativa che va attivata nel minor tempo possibile in caso di rischio di calamità naturali. Questo manuale fornisce le linee guida per ottimizzare il funzionamento della macchina di Protezione Civile in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, considerando tutti i livelli di rischio. ma anche tutte le direttrici possibili di intervento. Fare rete significa prima di tutto interagire, comunicare, cooperare, per ottenere il risultato più importante: fare della la tutela della salute e della difesa del territorio un impegno sociale condiviso. 3 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 Progetto realizzato da: Fondazione Cima Concept ed elaborazione grafica: Punto a capo Coo’ee Stampa: Jollygraf 4 11:47 Pagina 4 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:47 Pagina 5 Premessa Questo lavoro è svolto nell’ambito del Programma Operativo Nazionale - Governance e Azioni di Sistema Obiettivo 1 – Convergenza, Obiettivo specifico 5.2: Migliorare la cooperazione interistituzionale e le capacità negoziali con specifico riferimento al settore del Partenariato Pubblico Privato (PPP). Il conseguimento di questo obiettivo prevede una strategia di sostegno ai processi di sussidiarietà verticale e orizzontale, mediante il rafforzamento delle funzioni di ruolo di ciascuno degli attori coinvolti nei processi di sussidiarietà e, in particolare: • della capacità di indirizzo strategico e regolazione delle Regioni; • della capacità delle Province di porsi come soggetto intermedio di programmazione; • della capacità degli enti comunali di ottimizzare le funzioni ed i servizi delegati; • della capacità delle pubbliche ammini- strazioni anche attraverso la cooperazione interistituzionale di promuovere e gestire iniziative di PPP. Questo obiettivo prevede la disseminazione di buone pratiche maturate in contesti di eccellenza; la diffusione di efficaci metodologie per la definizione dei fabbisogni di sviluppo delle competenze. Fondazione CIMA nelle pagine a seguire presenterà delle linee operative per la maturazione organizzativa, nel quadro dei diversi ruoli istituzionali, degli attori territoriali (Regioni, Province, Comuni) nella prevenzione e gestione delle calamità naturali. L’identificazione dei compiti di tutti i soggetti coinvolti terrà conto delle possibili criticità che emergono dall’attuale quadro normativo, suggerendo le possibili “buone pratiche” da metter in atto per raggiungere maggiori livelli di efficienza, sia a livello di comunicazione, sia a livello di prevenzione delle calamità naturali. 5 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 6 5-10-2010 11:47 Pagina 6 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:47 Pagina 7 Introduzione È tempo che nel nostro Paese si compia uno sforzo per riuscire finalmente a parlare di priorità: [...] bisogna valutare quali siano le esigenze assolute e “primordiali” per la vita delle nostre popolazioni. [...] E fra queste esigenze “primordiali” c’è anche quella della sicurezza della vita stessa delle nostre popolazioni. Penso a quello che è accaduto di terribile ad Atrani: rivolgo il mio pensiero commosso alla memoria di Francesca, la ragazza laureata che lavorava in un bar e che è stata travolta in quel modo. L’Italia, ed in modo particolare il Mezzogiorno, presenta territori ad elevato rischio sismico ed anche a elevato rischio idrogeologico anche per effetto di un vero e proprio dissesto prodottosi nei decenni. Vogliamo o no mettere fra le priorità gli investimenti in questi settori? Vogliamo o no mettere fra le priorità l’esigenza di porre in sicurezza la vita delle nostre popolazioni? (Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano all’incontro con le autorità locali in occasione della visita alla città di Salerno, 14 settembre 2010) "Le prime violente piogge dell'autunno appena iniziato hanno mostrato, ancora una volta, l'estrema fragilità e vulnerabilità del territorio italiano, nonostante l'apparato di Protezione Civile Nazionale sia riconosciuto in tutto il mondo come un'eccellenza del "Sistema Paese". Tutto ciò continua a sollecitare nel Paese una maggiore coscienza dell'esposizione al rischio e di conseguenza domande di protezione civile. La riduzione del rischio da calamità naturali è un problema ampio e trasversale che richiede l’impegno politico e la comprensione della popolazione. È evidente come molto debba essere ancora fatto per diffondere la cultura di Protezione Civile, sia nella cittadinanza, sia in una parte di quelli che vengono definiti gli attori del sistema di governance multilivello che hanno il compito di prevenire e gestire le calamità naturali. Queste linee guida si prefiggono i seguenti obiettivi: aiutare a identificare i ruoli di tutti i soggetti coinvolti al fine di ottimizzare il funzionamento della macchina di Protezione Civile con particolare riferimento alle regioni Obiettivo Convergenza: Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Promuovere presso le Amministrazioni la conoscenza degli strumenti e delle procedure di protezione civile con lo scopo di migliorare i processi di governance multilivello nella prevenzione delle calamità naturali; contribuire a diffondere la cultura di protezione civile nel nostro Paese. Questo documento costituisce un estratto di quanto presentato nelle Linee Guida contenute 7 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:48 nel CD allegato. Queste linee guida sono da considerarsi come uno strumento di lavoro dal quale ogni operatore di protezione civile potrà estrarre i contenuti che riterrà utili all’espletamento delle sue funzioni. Il documento rappresenta materia d’avvio di un confronto che potrà condurre ad approfondire le tematiche toccate in modo generalistico nelle pagine seguenti; questo lavoro, vista la complessità della la materia vuole essere una prima fotografia non esaustiva dello stato dell’arte nella gestione delle calamità naturali. 8 Pagina 8 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:48 Pagina 9 1 Semantica del rischio nella comunicazione Uno degli obiettivi di questo lavoro è di trattare il delicato argomento dell’interpretazione della terminologia utilizzata nell’ambito della governance delle calamità naturali. Recenti avvenimenti mostrano come, per la complessità della catena di trasmissione dei messaggi di allerta, l’informazione trasmessa cambi di forma o di significato una volta raggiunto il livello comunale e quindi le indicazioni fornite vengano disattese. “Ogni attività umana porta con sé una dose di rischio. Il rischio è un concetto che può essere difficilmente espresso in modo univoco. […] Diversi fattori influenzano la decisione di una persona di accettare o rifiutare un rischio: l’età, il sesso, le basi culturali e il grado di istruzione. […] La percezione del rischio, inoltre, è strettamente legata alla comunicazione del rischio. […] Per questo motivo la gestione del rischio non può essere affidata esclusivamente alle analisi quantitative dei tecnici: è un problema di governance che impone una continua negoziazione fra le parti e fra i saperi, siano essi saperi «esperti» o «profani».”1 1.1 Comunicare il pericolo. L’importanza del linguaggio nelle operazioni di protezione civile. L’analisi di quanto fatto negli ultimi decenni in materia di protezione civile ha messo in luce pregi e difetti di un sistema che lavora per mitigare il rischio naturale ed antropico, sul territorio nazionale. L’Italia ha una morfologia complessa che la rende particolarmente vulnerabile ad un vasto ventaglio di rischi: inondazioni, incendi boschivi, terremoti, eruzioni vulcaniche. Se dal punto di vista tecnico ed operativo la struttura di protezione civile è internazionalmente riconosciuta come un punto di eccellenza del sistema Paese, i più recenti eventi calamitosi (L’Aquila aprile 2009; Messina ottobre 2009), hanno evidenziato la necessità di migliorare la comunicazione del rischio a tutti i livelli con particolare attenzione all’aspetto della comunicazione ai cittadini. Il cittadino dovrebbe essere il primo operatore di Protezione Civile e dovrebbe essere in grado di mettere in pratica le azioni di autotutela che potrebbero concorrere alla salvaguardia sua e delle persone che ricadono sotto la sua responsabilità nel caso del verificarsi di un evento avverso. Queste azioni derivano sì dal buon senso, ma sono soprattutto frutto di un processo di formazione di cultura di protezione civile. Un’eccessiva sicurezza da parte della popolazione, dovuta ad una scarsa o inadeguata educazione in materia di autotutela, attiva quelli che in letteratura vengono chiamati “errori cognitivi”; ovvero quelle azioni non considerate pericolose che intraprese dalla popolazione possono mettere a repentaglio la sicurezza individuale e collettiva di chi sopravvaluta le proprie capacità. La comunicazione dei rischi 2 è un processo relazionale che si colloca, in maniera dinamica, tra la valutazione dell’esistenza di un rischio e la sua gestione, ovvero le attività poste in essere dalle istituzioni addette, ma anche dalle singole persone per eliminare, o in ogni modo, mitigare le conseguenze di un evento. Da questo punto di vista la comunicazione dei rischi è una componente essenziale dei programmi di protezione civile e sembra poter perseguire alcuni obiettivi fondamentali, quali: • riconoscimento del diritto delle persone ad essere informate sui rischi che possono interessarle, determinati sia dal manifestarsi di situazioni esterne o impreviste, sia dai loro stessi comportamenti personali o sociali; • miglioramento della conoscenza e della comprensione dei rischi che dovrebbero for- 1 Di Iorio e Biondo, 2009. Sopravvivere alle emergenze. Gestire i sentimenti negativi legati alle catastrofi ambientali e civili. 2 Zuliani A. 2007. Manuale di psicologia dell’emergenza. Ed. Maggioli. 9 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:48 nire anche una necessaria base per la comprensione di nuovi pericoli che dovessero presentarsi sulla scena; • spiegazione delle procedure di comportamento da adottare nelle situazioni di rischio, al fine di diminuire l’ansia che vi può essere collegata ed arrivare ad assumere misure di autoprotezione adeguate; • riduzione dei rischi stessi, raggiungibile con l’adozione di comportamenti più adeguati da parte di tutti, sia negli stili di vita quotidiana, sia nella organizzazione socio-economica della collettività. Occorre ricordare come qualsiasi evento può diminuire o aggravare la sua incidenza a seconda dei comportamenti delle persone coinvolte: un principio di incendio spesso scaturisce da banali disattenzioni come, ad esempio, da un non completo spegnimento di una sigaretta; • aumento della capacità di collaborazione con i soccorritori che interverranno in caso di emergenza; • costruzione e mantenimento di un valido rapporto di fiducia tra sistema esperto (chi prende le grandi decisioni in merito alla gestione dei rischi), coloro che sono chiamati ad intervenire attivamente nelle emergenze e la popolazione. È necessario superare la visione della comunicazione del rischio come una sorta di trasferimento delle informazioni dagli “esperti” alla popolazione. La comunicazione dei rischi è, quindi, un modello asimmetrico nel quale possono interagire negativamente almeno quattro fattori: • il messaggio che può contenere incertezze significative, essere tecnicamente complesso o utilizzare linguaggi non accessibili a tutti gli strati della popolazione; • la fonte del messaggio che può non conquistare la necessaria fiducia della popolazione 10 Pagina 10 alla quale la comunicazione è rivolta, diminuendone, se non addirittura annullandone l’efficacia; • i mezzi o il canale prescelto che può essere poco idoneo a questa comunicazione, come quando diviene troppo sensazionalistico o distorce il messaggio; • i destinatari della comunicazione che possono avere delle percezioni imprecise sui livelli di rischio, opinioni preconcette assolutamente irremovibili, presunzioni circa le loro capacità di sottrarsi al pericolo e la difficoltà nella comprensione delle informazioni. Alla luce di quanto detto appare evidente come la comunicazione del rischio sia molto complessa e non possa risolversi con la semplice opera di informazione. Così pensa anche il Consiglio Nazionale delle Ricerche degli Stati Uniti (US National Research Foundation), secondo il quale la comunicazione del rischio è “un processo interattivo di scambio di informazioni e di opinioni fra individui, gruppi ed istituzioni. Questo processo comporta molteplici comunicazioni sulla natura del rischio, assieme ad altri messaggi che non riguardano strettamente i rischi, ma che esprimono preoccupazione, opinioni, reazioni nei confronti delle informazioni sul rischio e sulle procedure legali ed istituzionali messe in atto per gestirlo”. La comunicazione del rischio dovrebbe consistere quindi in uno scambio di informazioni e di valutazioni sul rischio tra esperti, pubbliche amministrazioni, mass media, gruppi di interesse e cittadini, finalizzato ad aiutare a prendere decisioni circa l’accettazione, la riduzione o l’eliminazione del rischio. Il presupposto per far sì che si attui tale scambio di informazioni è quello di utilizzare un vocabolario condiviso fra i diversi attori della governance delle calamità naturali. LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:48 Pagina 11 2 Lo stato del rischio nelle Regioni Obiettivo Convergenza La Legge 8 dicembre 1970, n. 996 definisce come calamità naturale o catastrofe l’insorgere di situazioni che comportino grave danno o pericolo per l’incolumità delle persone e dei beni e che per la loro natura o estensione debbano essere fronteggiate con interventi tecnici straordinari. 2.1 Il rischio sismico Come dimostra il tragico terremoto che ha colpito L’Abruzzo nell’aprile 2009, l’Italia è soggetta a frequenti, imprevedibili e violente scosse sismiche. Circa il 40% della popolazione Italiana vive in zone ad alta attività sismica, mentre gran parte del patrimonio edilizio necessita di un adeguamento alle moderne norme antisismiche. (OCSE, 2010) Vista l’impossibilità di prevedere un sisma, l’organizzazione della Protezione Civile in caso di terremoti è diversa rispetto a quella degli altri rischi naturali e coinvolge maggiormente le fasi di prevenzione, soccorso e rispristino. La preparazione è organizzata in due direzioni. La prima si concentra sulla regolamentazione della costruzione dei nuovi edifici con caratteristiche antisismiche e sul restauro antisismico degli edifici esistenti, sulla base delle carte di sismicità del territorio. La seconda consiste nello sviluppo di modelli per valutare la vulnerabilità e la risposta di paesi e città in caso di terremoti. Con questi modelli si può stimare la quantità di danni che un terremoto potrebbe causare a seconda della magnitudo, e quindi la quantità di risorse umane che andrebbero impegnate in caso di terremoto per far fronte all’emergenza. La pericolosità sismica del territorio italiano può considerarsi medio-alta nel contesto me- Le pagine seguenti intendono fornire una descrizione dello stato del rischio connesso all’insorgere di calamità naturali sia a livello internazionale, sia nel nostro Paese con particolare riferimento alle Regioni Obiettivo Convergenza. diterraneo e addirittura modesta rispetto ad altre zone del pianeta. In Italia, il rapporto tra i danni prodotti dai terremoti e l’energia rilasciata nel corso degli eventi è molto più alto rispetto a quello che si verifica normalmente in altri Paesi ad elevata sismicità, quali la California o il Giappone. Ad esempio, il terremoto del 1997 in Umbria e nelle Marche ha prodotto un quadro di danneggiamento (senza tetto: 32.000; danno economico: circa 10 miliardi di Euro) confrontabile con quello della California del 1989 (14.5 miliardi di $ USA), malgrado fosse caratterizzato da un’energia circa 30 volte inferiore. Ciò è dovuto principalmente all’elevata vulnerabilità delle costruzioni ossia all’alta densità abitativa e alla notevole fragilità del nostro patrimonio edilizio. La sismicità (frequenza e forza con cui si manifestano i terremoti) è una caratteristica fisica del territorio, al pari del clima, dei rilievi montuosi e dei corsi d’acqua. Conoscendo la frequenza e l’energia (magnitudo) associate ai terremoti che caratterizzano un territorio ed attribuendo un valore di probabilità al verificarsi di un evento sismico di una certa magnitudo, in un certo intervallo di tempo, possiamo definire la sua pericolosità sismica. Le conseguenze di un terremoto, tuttavia, non sono sempre gravi: molto dipende infatti dalla vulnerabilità delle costruzioni interessate, 11 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:48 ovvero dalla loro predisposizione ad essere danneggiate da una scossa sismica. Quanto più un edificio è vulnerabile (per tipologia, progettazione inadeguata, scadente qualità dei materiali e modalità di costruzione, scarsa manutenzione), tanto maggiori saranno le conseguenze che ci si deve aspettare in seguito alle oscillazioni cui la struttura sarà sottoposta. Deve essere infine considerata la maggiore o minore presenza di beni a rischio, e dunque, la conseguente possibilità di subire un danno (economico, in vite umane, ai beni culturali, ecc.), ovvero quella che si definisce ”esposizione” di vite umane, beni economici, beni culturali. Pagina 12 Il rischio sismico è determinato da una combinazione della pericolosità, della vulnerabilità e dell’esposizione ed è la misura dei danni che, in base al tipo di sismicità, di resistenza delle costruzioni e di antropizzazione (natura, qualità e quantità dei beni esposti), ci si può attendere in un dato intervallo di tempo. L’Italia è dunque un Paese ad elevato rischio sismico, inteso come perdite attese a seguito di un terremoto, in termini di vittime, danni alle costruzioni e conseguenti costi diretti e indiretti. Le regioni oggetto di questo studio sono, fatta eccezione per la Puglia, quelle a maggior pericolosità sismica. ZONE % rispetto N° comuni della regione 1 (Pericolosità ALTA) 2 (Pericolosità ALTA) 3 (Pericolosità ALTA) 4 (Pericolosità ALTA) 64% 36% -- -- CALABRIA 24% 65% 11% -- CAMPANIA 5% 22% 18% 55% PUGLIA 7% 84% 1% 8% SICILIA delle Regioni Obiettivo Converg Classificazione sismica dei comuni Civile. ne Fonte: Dipartimento della Protezio 12 enza. LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:48 Pagina 13 Classificazione sismica dei comuni in base all’ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n°3274/03, aggiornata con le comunicazioni delle regioni. Fonte Dipartimento della Protezione Civile, 2006. 13 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:49 Pagina 14 2.1.1 Eventi Storici Alcuni dei terremoti più distruttivi nell’ultimo millennio. Fonte: Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia,1999. 14 Data Intensità Effetti Regione 04/02/1169 XI Il terremoto colpì violentemente la Sicilia orientale; il catanese ed il siracusano subirono gravissime distruzioni; 15.000 le vittime segnalate dalle fonti. Sicilia 07/07/1361 X Il terremoto interessò la parte più meridionale della provincia di Foggia ed alcune località delle province di Bari e Potenza. Ad Ascoli Satriano si verificarono i danni più gravi. Puglia 10/12/1542 IX-X Il terremoto produsse distruzioni in una vasta area della Sicilia sud-orientale. Nelle province di Catania e Siracusa si ebbero crolli diffusi di edifici. Le vittime furono alcune decine. Sicilia 19/08/1561 X Due violenti terremoti furono avvertiti in una vasta area tra le province di Salerno e di Potenza. Vi furono gravi danni in molte località, con circa 500 morti. Campania 30/07/1627 XI Tra luglio e settembre 1627 la Capitanata settentrionale fu interessata da molti terremoti. Il più forte si verificò il 30 luglio e produsse gravissimi danni e numerose vittime; i danni si estesero dall’Abruzzo alla Campania. Puglia 27/03/1638 XI Violento terremoto che colpì particolarmente la zona di Nicastro; i morti furono diverse migliaia. Il 9 giugno un nuovo terremoto provocò danni nel crotonese. Calabria 05/11/1659 IX-X Forte terremoto che interessò la Calabria centrale nell’area compresa fra i golfi di Sant’Eufemia e di Squillace; le vittime furono più di 2000 Calabria Segue LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:49 Pagina 15 Data Intensità Effetti Regione 31/05/1646 IX-X Il Gargano fu interessato da un violento terremoto, che causò numerosi crolli di abitazioni e decine di morti. I danni più gravi si ebbero a Ischiatella, Vico del Gargano e Vieste. Puglia 05/06/1688 XI Un fortissimo terremoto interessò l’Appennino meridionale, con gravi danni in molte località delle province di Benevento, Caserta, Avellino, Campobasso e Isernia. I danni maggiori, con crolli diffusi e circa 10.000 morti, si verificarono nel beneventano. Campania 08/09/1694 XI Terremoto in Irpinia, con gravissimi danni, crolli e circa 6.000 morti in molte località dell’avellinese e del potentino. Danni anche nelle province di Salerno, Matera e Foggia. Campania 11/01/1693 XI Un periodo sismico colpì la Sicilia con gravissime distruzioni; circa 70 località della Sicilia sud-orientale furono danneggiate dagli eventi del 9 e del 11 gennaio. Catania, Acireale e molti paesi della Val di Noto furono distrutti. Siracusa, Augusta, e Ragusa riportarono gravissimi danni. I morti furono circa 60.000. Parecchie località furono ricostruite in sito diverso Sicilia 14/03/1702 X Un violento terremoto colpì il Sannio e l’Irpinia. Gravissimi danni, con crolli e circa 400 morti, furono segnalati nell’area tra le province di Benevento, ed Avellino. Leggeri danni anche a Napoli, nel casertano e nel foggiano. Campania 20/03/1731 X Questo terremoto produsse danni gravi nel foggiano e nella parte settentrionale della provincia di Bari(Barletta, Canosa e Molfetta); nella città di Foggia, dove crollarono molte case e si contarono numerose vittime. Puglia Segue 15 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 16 5-10-2010 11:49 Pagina 16 Data Intensità Effetti Regione 29/11/1732 X Un violento terremoto, seguito da repliche per circa un anno, fu avvertito in una vasta area dell’Appennino meridionale. Causò gravi danni al patrimonio edilizio di numerose località delle province di Benevento ed Avellino. La zona più danneggiata fu l’Irpinia; i morti superarono il migliaio. Campania 1783 XI Fra febbraio e marzo del 1783 un violento periodo sismico interessò la Calabria meridionale ed il messinese, provocando la distruzione di moltissime località e danni gravissimi in molte altre; moltissime repliche si ebbero nei mesi e negli anni successivi. I morti furono più di 30.000 Calabria 25/04/1836 X Terremoto che colpì il versante ionico della Calabria settentrionale, con gravissimi danni a Crosia e Rossano: le vittime furono oltre 200 Calabria 09/04/1853 X Un altro violento terremoto colpì l’Appennino meridionale ed in particolare l’Irpinia e le alte valli dei fiumi Sele e Ofanto. I morti furono poco più di una decina. Campania 12/02/1854 - Terremoto nel cosentino: effetti distruttivi si ebbero nell’alta valle del Crati; i danni furono gravi anche a Cosenza. Le vittime furono circa 500 Calabria 04/10/1870 X Terremoto nell’area cosentina (già colpita dall’evento del 1854), fra le alte valli del Savuto e del Crati, con oltre 100 vittime. Calabria 28/07/1883 X Fortissimo terremoto a Casamicciola e nella parte occidentale dell’isola d’Ischia, avvertito in un’area piuttosto limitata; le vittime furono più di 2.300. Campania Segue LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:49 Pagina 17 Data Intensità Effetti Regione 29/03/1903 IX-X Terribile terremoto nella valle del Crati, che provocò gravissimi danni a Cosenza, dove crollò la cattedrale, a Bisognano, San Lucido e Luzzi Calabria 05/01/1905 X Terremoto che provocò gravi danni ad una cinquantina di località, prevalentemente nel crotonese; più di 200 le vittime. Calabria 28/12/1908 XI Terremoto calabro-messinese: Reggio Calabria e la parte bassa di Messina vennero rase al suolo; le vittime furono oltre 80.000, di cui circa 2.000 inghiottite dall’onda di maremoto. Sicilia 28/12/1908 XI Terremoto calabro-messinese: Reggio Calabria e la parte bassa di Messina vennero rase al suolo; le vittime furono oltre 80.000, di cui circa 2.000 inghiottite dall’onda di maremoto. Calabria 15/10/1911 X Un violento terremoto colpì il basso versante orientale dell’Etna, distruggendo alcune borgate nei dintorni di Giarre. Le vittime furono una decina. Sicilia 23/07/1930 X Un violento terremoto, seguito per circa un anno da repliche, interessò l’Irpinia. Gravi danni, con crolli e circa 1500 morti, si verificarono in numerose località tra le province di Avellino, Potenza e Foggia. Campania 15/01/1968 X Un periodo sismico colpì la valle del Belice, provocando la distruzione di alcuni centri come Salaparuta e Gibellina. Danni minori si ebbero anche nelle zone di Palermo e Trapani. Le vittime furono circa 300. Sicilia 23/11/1980 X Un violento terremoto colpì l’Irpinia e la Basilicata, causando gravissimi danni in un centinaio di località: le vittime furono circa 3.000 e i feriti quasi 10.000. Campania 17 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:49 2.1.2 1990 – Il terremoto in val di Noto L’Attività Sismica Storica in Val di Noto La zona della Sicilia Orientale, denominata Val di Noto o Vallo di Noto, è soggetta a forti terremoti ed eventi catastrofici fin dall’antichità. Il terremoto che colpì la Val di Noto l’undici gennaio 1693 rappresenta il sisma di maggiori dimensioni registrato in tale area. Proprio l’evento del 1693, con un’intensità pari a 7.4 gradi della scala Richter è stato in assoluto il terremoto più intenso mai osservato nell’intero territorio italiano. La prima forte scossa (circa ottavo grado della Scala Mercalli) della sequenza sismica che costituisce questo terremoto, si verificò il nove gennaio 1693: crollarono numerosi edifici e altri edifici si lesionarono seriamente. Il giorno successivo passò senza forti scosse, ma l’undici gennaio, facendo seguito a due forti sismi, ci fu l’evento principale, la scossa di 7.4 gradi Richter, che causò la distruzione e l’innesco del successivo maremoto. Lo sciame sismico con le scosse di assestamento, anche forti, si protrasse ancora per circa 2 anni con un numero elevatissimo di repliche (circa 1500 eventi). Nel 1693 il sisma provocò la distruzione totale di oltre 45 centri abitati, interessò con effetti pari o superiori al decimo grado della scala Mercalli una superficie di circa 5600 km2, raggiunse in alcune località l’undicesimo grado della scala Mercalli e causò un numero complessivo di circa 60.000 vittime (Catania, Ragusa, Lentini, Occhiolà, Siracusa e Licodia Eubea furono i centri principali in cui vi furono le percentuali maggiori di morti sul totale). Le caratteristiche dell’evento furono osservate anche durante il terremoto che si ebbe nell’area nel 1169 e suggeriscono che la struttura che provoca l’insorgere dei sismi sia posta in mare, poco lontano dalla costa tra Catania e Siracusa. Un ulteriore conferma di questa ipotesi è da attribuirsi al maremoto che segue l’evento sismico che, anche in questo caso 18 Pagina 18 come nel 1169, ha colpito la costa ionica della Sicilia. La profondità dell’ipocentro che s’ipotizza per l’evento principale è di circa venti chilometri. Di recente sono state realizzate indagini approfondite per identificarne la causa; l’ipotesi odierna più accreditata è quella del sistema Ibleo-Maltese, confermata anche dall’osservazione dello tsunami. Descrizione dell’Evento Con il nome di terremoto di Santa Lucia (o terremoto di Carlentini) fu definito l’evento sismico di media intensità che nella notte del tredici dicembre 1990 interessò un’ampia parte della Sicilia sud-orientale. Il nome deriva dal fatto che si verificò in corrispondenza della festività della patrona di Siracusa, Santa Lucia. L’area interessata, come visto in precedenza, è ad alto rischio sismico. Il terremoto ebbe un’intensità tra l’ottavo e il nono grado della scala Mercalli ed è classificato di magnitudo 5.4 della scala Richter. La durata fu di circa 45 secondi, e il giorno sedici seguì un’altra sensibile scossa di assestamento. L’epicentro fu localizzato in mare, nel Golfo di Noto. Al sisma fece seguito una piccola onda di maremoto. A Carlentini, si scavò per giorni per cercare di salvare le persone rimaste sotto le macerie. Alla volta del centro Siracusano partì immediatamente una delegazione della protezione civile con le attrezzature necessarie. Il timore che alla scossa potessero seguire ulteriori nuove scosse anche di maggior intensità si diffuse in tutta la Sicilia orientale e circa due milioni di persone trascorsero la notte nelle strade, nelle piazze o dentro le auto, ritenendo l’esterno più sicuro delle proprie abitazioni. Le ambulanze e i mezzi d’intervento dei vigili del fuoco aiutarono i cittadini colti da malore o dal panico. Solamente nella zona a nord della provincia di Messina il sisma non fu avvertito. LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:49 Aree colpite dal sisma del 1693 e intensità http://it.wikipedia.org/wiki/File:Sicilia_Sisma_1693.jpg Danni e conseguenze I danni maggiori furono registrati negli abitati di Augusta, Melilli, Sortino, Carlentini, Lentini e Francofonte in provincia di Siracusa. In tutto vi furono 17 morti, centinaia di feriti e 15.000 senzatetto, oltre a 200 miliardi di danni. A Carlentini, in seguito al crollo di alcuni edifici costruiti in tufo, si concentrarono tutte le vittime civili. Gli edifici maggiormente compromessi, tutti di costruzione recente, furono invece ad Augusta dove, nell’area delle dismesse saline, vennero installati i containers per 7.000 senzatetto. Altri 41 Comuni delle province di Siracusa, Catania e Ragusa riportarono danneggiamenti più o meno Pagina 19 registrata in gradi Scala Mercalli. consistenti. All’ospedale di Lentini furono ricoverati alcuni feriti, colpiti dalla caduta di cornicioni, ma non in gravi condizioni. Qualche anziano fu ricoverato per collasso cardiaco. Molte persone, soprattutto anziane, colte da malore furono portate al pronto soccorso nei vari ospedali cittadini. La forte scossa di terremoto fece saltare le linee elettriche ma non quelle telefoniche (anche se in qualche caso vi furono difficoltà di comunicazione). Il sisma fece ondeggiare gli edifici soprattutto i piani alti, rompendo quadri, posateria, suppellettili. Il terremoto coinvolse parte del patrimonio edilizio storico-artistico della Val di Noto, inserito tra 19 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:49 i siti UNESCO. Molti danni non sono ancora stati riparati. A Noto caddero cornicioni e pezzi di edifici barocchi già pericolanti e transennati e grosse crepe si aprirono nei palazzi centenari. Anche la caserma dei carabinieri subì lesioni. Il Pagina 20 centro storico di Noto era già ad alto rischio e la forte scossa di terremoto contribuì al danneggiamento. La rete di distribuzione del metano e del polo petrolchimico, subito interrotta dopo le scosse, non fu danneggiata. Il crollo della cattedrale di Noto (1996), colpì uno degli edifici lesionati dal sisma del 1990. 20 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:49 Pagina 21 Una foto del cratere del vulcano quiescente Vesuvio. (Fonte Dipartimento di Fisica, Università Roma 3. http://vulcan.fis.uniroma3.it/) 2.2 Il rischio vulcanico Il rischio associato alle eruzioni vulcaniche è concentrato in un’area sensibilmente più ristretta rispetto a quella sottoposta al rischio sismico ed in particolare in due delle regioni oggetto di questo Studio: Sicilia e Calabria. Sono infatti considerati vulcani attivi Etna e Stromboli. Sono invece vulcani quiescenti, ossia vulcani attivi che hanno dato eruzioni negli ultimi 10.000 anni, ma si trovano attualmente in una fase di riposo da tempo più o meno lungo: Colli Albani, Campi Flegrei, Ischia, Vesuvio, Salina, Panarea, Lipari, Vulcano, Isola Ferdinandea e Pantelleria. Complessivamente negli ultimi mille anni si sono avute 366 eruzioni, una quota significativa ha interessato zone abitate. Nell’ultimo secolo si sono avute circa 500 vittime a causa delle eruzioni. Mediamente, infatti, in Italia l’uso del territorio vicino ai vulcani non ha tenuto conto della loro pericolosità, permettendo l’instaurarsi di situazioni di alto rischio. Si stima che le persone esposte al rischio di colate laviche siano 1.4 milioni. Le eruzioni vulcaniche sono prodotte dalla risalita dall’interno della Terra di materiale fuso e gas (magma) a temperatura variabile tra 800 e 1000ºC. Le eruzioni possono essere di tipo effusivo (colate di lava) o esplosivo (sbriciolamento del magma in frammenti chiamati piroclasti). 21 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:49 I fenomeni pericolosi connessi all’attività vulcanica possono essere: • colate di lava; • caduta di materiali grossolani (bombe e blocchi); • caduta e accumulo di materiali fini (ceneri e lapilli); • colate piroclastiche; • emissioni di gas; • colate di fango (lahars); • frane; • maremoti (tsunami); • terremoti; • incendi. Fra questi, i fenomeni che possono causare maggiori danni sono le colate piroclastiche e le colate di fango. Le frane vulcaniche e gli tsunami possono avere effetti catastrofici ma si verificano molto raramente3. Le eruzioni vulcaniche possono avere durata variabile da poche ore a decine d’anni (il vulcano Kilauea nelle isole Hawaii è in eruzione dal 1986), possono avvenire dalla stessa bocca (es. Vesuvio) o da bocche che si aprono in punti diversi (es. Campi Flegrei, Etna). Le eruzioni vulcaniche possono inoltre essere classificate sulla base di: intensità: misura della massa di magma emessa dal vulcano per unità di tempo (può giungere fino a 10 9 kg/s); magnitudo: misura della massa totale di magma emesso (può arrivare a 10 15 kg); indice di esplosività vulcanica VEI (Volcanic Esplosivity Index) è un indice empirico che classifica l’energia delle eruzioni esplosive (varia da 0 a 8). Con il termine di rischio vulcanico si indica la stima potenziale delle perdite causate da fenomenologie vulcaniche. Pagina 22 In linea generale la vulnerabilità delle persone e degli edifici risulta sempre elevata nei confronti delle fenomenologie vulcaniche. Pertanto, ricordando che il rischio deriva dal prodotto Pericolosità X Vulnerabilità X Esposizione, esso è minimo solo quando la pericolosità o l’esposizione sono tali (vulcani “estinti” o che presentano fenomenologie a pericolosità limitata, oppure vulcani in zone non abitate). Quanto maggiore è la probabilità di eruzione, tanto maggiore è il rischio; così pure, quanto maggiori sono i beni e la popolazione esposta, tanto maggiore è il danno che ne potrebbe derivare e quindi il rischio. Per fare un esempio, il rischio è molto minore per i vulcani dell’Alaska, che si trovano in zone a bassa densità di popolazione, piuttosto che al Vesuvio, nei cui dintorni vivono circa 600 mila persone. Le principali attività di prevenzione dal rischio vulcanico consistono in: 1. Predisporre mappe di pericolosità vulcanica: ricostruendo la storia eruttiva del vulcano e tenendo conto dello stato in cui si trova attualmente, è possibile fare previsioni sul tipo di eruzione attesa più probabile. 2. Definire gli scenari di riferimento ed elaborare mappe di rischio. Una volta individuato il tipo di eruzione più probabile, è possibile predisporre degli scenari eruttivi, anche attraverso lo sviluppo di modelli di simulazione fisico- matematici, ed elaborare delle mappe di pericolosità e rischio. 3. Monitorare i vulcani attivi e quiescenti installando su ciascun di essi sistemi strumentali per la sorveglianza (reti di monitoraggio) atti a prevedere le eruzioni. 4. Predisporre piani emergenza vulcanica da attuare nel caso si manifestino segnali precursori di 3 Si veda ad esempio quanto accaduto nel corso dell’eruzione dello Stromboli del 2002, quando si generò un’onda anomala probabilmente dovuta ad una frana sottomarina da un fianco del vulcano. 22 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 eruzione. I piani di emergenza, redatti sulla base di uno o più scenari eruttivi e delle corrispondenti mappe di pericolosità, prevedono tutte le azioni da intraprendere in caso di crisi e generalmente contemplano l’evacuazione della popolazione dalle aree esposte a pericolo. Sono stati elaborati i piani nazionali di emergenza vulcanica per il Vesuvio e i Campi Flegrei (attualmente in fase di aggiornamento), mentre altri piani analoghi sono in corso di stesura per i vulcani siciliani. Esistono inoltre una serie di piani comunali redatti in accordo con i piani nazionali. 5. Evitare la costruzione e/o la crescita di centri abitati in zone pericolose attraverso la pianificazione territoriale d’emergenza. Per evitare nuove costruzioni nelle aree esposte, è importante che anche il rischio vulcanico sia tenuto 11:49 Pagina 23 in debita considerazione nella pianificazione del territorio. 6. Sviluppare tecniche di mitigazione dei danni prodotti dalle eruzioni. È in fase di studio la possibilità di ridurre la vulnerabilità delle costruzioni sottoposte ad alcune fenomenologie vulcaniche di minore impatto (es. caduta e accumulo di ceneri). 7. Diffondere nelle popolazioni che vivono in vicinanza dei vulcani attivi la cultura della protezione dai fenomeni vulcanici. Il Dipartimento della Protezione Civile (DPC), direttamente o in collaborazione con altri enti facenti parte del sistema nazionale di protezione civile, svolge attività volte a mitigare il rischio vulcanico sul territorio italiano, adottando le misure opportune per ridurre le perdite di vite umane e di beni in caso di eruzione. Isola di Vulcano. Il Vulcano della Fossa detto anche Gran Cratere o Cono di Vulcano, alto 386 metri, con pendici molto ripide, con a nord un cratere spento, detto Forgia Vecchia. A nord-ovest del vulcano (a destra nell’immagine) si trova una recente colata di ossidiana del 1771, detta le pietre cotte. Il cratere storicamente attivo si trova a pochi passi dal paese di Vulcano Porto 23 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 Un’ eruzione notturna dell’Etna Sommità dell’Etna 24 5-10-2010 11:49 Pagina 24 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:49 Pagina 25 Rischio vulcanico in Italia Nell’immagine sono rappresentanti i sette vulcani attivi e quiescenti in cui è stata segnalata più recentemente un’attività eruttiva: Stromboli (attività persistente). Etna (Ultima eruzione 2008-2010) Vesuvio (Ultima eruzione 1944). Pantelleria (1891). Vulcano (1888-1890). Isola Ferdinandea (1831). Campi Flegrei (1538). Ischia (1302) 2.2.1 1944 - L’ultima eruzione del Vesuvio 2.2.1.1 L’Attività Storica del Vesuvio Il monte Vesuvio è un vulcano esplosivo attivo, in questo momento in stato di quiescenza, con moderata sismicità e attività esclusivamente fu- marolica. Tra i 19.000 anni fa e il 79 d.C., ebbe luogo una serie di violente eruzioni intercalate da periodi di quiete del vulcano. Al 79 d. C. risale l’eruzione descritta da Plinio il giovane, annunciata da un forte terremoto nel 62 d.C., che distrusse le città di Pompei, Stabia ed Ercolano. 25 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:50 Dopo l’eruzione del 79, il Vesuvio ebbe molti periodi di attività alternati a intervalli di riposo. Nel 472 le ceneri del Vesuvio si sparsero per tutta Europa. Nel 1036 si ebbe la prima eruzione con fuoriuscita di lava, mentre in precedenza le eruzioni avevano prodotto esclusivamente materiali piroclastici. Altre cinque eruzioni sono state registrate fino al 1500, seguite per 130 anni da un lungo periodo di quiescenza. Nel 1631 ci fu un’eruzione molto violenta, che fece seguito a eventi premonitori quali il rigonfiamento del suolo, terremoti e prosciugamento delle fonti che si manifestavano già da qualche mese. Apice dell’evento fu una violenta attività esplosiva dal cratere centrale con un’alta colonna di ceneri, pomici e gas, seguita dall’emissione di flussi piroclastici che fecero vittime a Portici, Torre del Greco e negli altri paesi ai piedi del vulcano e costrinsero gran parte della popolazione a rifugiarsi a Napoli. Portici, Resina (l’antica Ercolano), Torre del Greco e Torre Annunziata furono parzialmente distrutte. Le vittime accertate in quell’area furono tremila; molti di più furono gli animali (soprattutto bovini) uccisi dal torrente di lava. Gravissimi danni subirono Ottaviano (a quel tempo denominata Ottajano) e la vicina Somma Vesuviana. A Ottaviano morirono circa 1000 persone e circa 3000 trovarono scampo in località distanti come Sarno, Nola e Avellino e nella stessa Napoli. Complessivamente le vittime accertate furono 4000, oltre a circa 6000 capi di bestiame, i senza tetto scappati verso Napoli furono circa 44000. Dal 1631 si sono verificate numerose eruzioni. Nel 1820, 1848 e nel 1855 sono state registrate tre eruzioni degne di rilievo. Nel 1872, si creò una vastissima nube a forma di pino, e la lava distrusse i paesi di Massa e San Sebastiano al Vesuvio. L’eruzione del 1906 distrusse quasi completa- 26 Pagina 26 mente Ottaviano, mentre nel 1929 ci fu un’eruzione di modesta entità. La successiva (e, per ora, ultima) eruzione avvenne tra il 16 e il 29 marzo 1944, e distrusse nuovamente Massa e San Sebastiano, coprì di ceneri tutto il Meridione, e fu resa famosa dai cinegiornali dell’esercito Angloamericano che all’epoca occupava Napoli. Al momento il Vesuvio è in fase di quiescenza. Tale inattività prolungata appare atipica in confronto alla frequenza dei fenomeni eruttivi del passato, e il vulcano è tornato all’apparenza inerte, come doveva essere prima del 1631. Risale al 1841 (per volontà del re Ferdinando II delle Due Sicilie) la costruzione di un Osservatorio (tuttora funzionante, anche se solo come distaccamento di più moderne strutture ubicate a Napoli) per il monitoraggio dell’attività. 2.2.1.2 Descrizione dell’Evento Nel periodo precedente all’eruzione del 1944, nel cratere era presente una cospicua quantità di lave e scorie prodotte dall’attività successiva al 1906. Infatti, l’attività stromboliana del vulcano dal 1914, portò all’accumulo di 100 m di scorie all’interno del cratere: nel 1944 l’altezza del vulcano era pari a 1260 m. Proprio il collasso di tale cono di scorie fu tra gli eventi che precedettero l’inizio dell’eruzione. Il 18 Marzo 1944 aumentò l’attività stromboliana e piccole colate laviche si riversarono sul versante orientale e verso Sud. Subito dopo un altro flusso lavico si riversò nell’Atrio del Cavallo e si fermò a 1,2 km da Cercola, dopo aver invaso e parzialmente distrutto gli abitati di Massa di Somma e di S. Sebastiano. Questa fase fu definita dal Direttore dell’osservatorio Vesuviano, Giuseppe Imbò, “fase Effusiva”. Nel pomeriggio del 21 marzo iniziò la seconda fase dell’eruzione caratterizzata da fontane di lava che determinarono l’arresto dell’alimentazione lavica. LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 A partire da mezzogiorno del 22 marzo si verificò un sensibile cambiamento nello stile eruttivo ed ebbe inizio la “fase delle esplosioni miste”: la nube eruttiva raggiunse un’altezza di 5 km, mentre lungo i fianchi del cono si innescarono valanghe di detriti caldi e piccoli flussi piroclastici. Un’intensa attività sismica accompagnò l’eruzione fino al mattino del 23, momento in cui l’attività eruttiva si ridusse alla sola emissione di cenere, e iniziò la “fase sismo-esplosiva”. L’emissione di ce- 11:50 Pagina 27 nere chiara che ebbe luogo il 24 marzo segnò il termine dell’eruzione. La “fase finale” andò dal 26 al 30 marzo e le esplosioni gradualmente si ridussero fino a scomparire il giorno 29, quando l’attività consistette in nubi di polvere, da attribuire a frane dell’orlo craterico. L’eruzione del 1944 è l’ultima eruzione del Vesuvio e segna la transizione del vulcano da stato di attività caratterizzato da condizioni di condotto aperto a condizioni di condotto ostruito, in cui si trova attualmente. L’eruzione del Vesuvio del 1944 (Fonte Dipartimento di Fisica, Università Roma Tre http://vulcan.fis.uniroma3.it/) 27 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:50 2.2.1.3 Danni e conseguenze I centri abitati di S. Sebastiano e di Massa di Somma furono parzialmente distrutti dalle colate laviche e circa 12.000 persone, compresi gli abitanti di Cercola, furono allontanate e costrette a evacuare le proprie abitazioni. I paesi più danneggiati dai depositi piroclastici da caduta furono Cercola, Terzigno, Pompei, Scafati, Angri, Nocera, Poggiomarino e Cava. Napoli fu favorita dalla direzione dei venti che allontanarono dalla città la nuvola di cenere e lapilli. Nonostante l’evacuazione dei territori, ci furono ventisei persone morte nell’area interessata da ricaduta di ceneri, dodici persone a Napoli, nove a Pagani, tre a Terzigno. Le cause principali furono il crollo dei tetti appesantiti dalla cenere e Pagina 28 la pioggia di lapilli; 2 bambini di S.Sebastiano e Massa di Somma morirono per l’esplosione di una cisterna surriscaldata al passaggio della lava. L’evento colse di sorpresa le truppe americane che occupavano Napoli durante la seconda guerra mondiale e causò loro forti danni: 88 bombardieri B-25 che si trovava nel campo di atterraggio in prossimità di Terzigno venne distrutto in poco tempo dalle ceneri. Tre anni di raccolti andarono persi nelle aree interessate da ricaduta di ceneri, a causa della devastazione dei terreni. L’immagine di seguito riporta una ricostruzione delle zone interessate maggiormente dalla caduta di ceneri e lapilli a causa della direzione principale del vento nel 1944. Distribuzione dei depositi dell'eruzione del 1944. (http://www.ov.ingv.it/) 28 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 2.3 Il rischio Idrogeologico L’acqua disfa li monti e riempie le valli e vorrebbe ridurre la Terra in perfetta sfericità, s’ella potesse (Leonardo Da Vinci). Il dissesto idrogeologico rappresenta per il nostro Paese un problema di notevole rilevanza, visti gli ingenti danni arrecati ai beni e, soprattutto, la perdita di vite umane. In Italia il rischio idrogeologico è diffuso in modo capillare e si presenta in modo differente a seconda dell’assetto geomorfologico del territorio: frane, esondazioni e dissesti morfologici di carattere torrentizio, trasporto di massa lungo i conoidi nelle zone montane e collinari, esondazioni e sprofondamenti nelle zone collinari e di pianura. Tra i fattori naturali che predispongono il nostro territorio a frane ed alluvioni, rientra senza dubbio la conformazione geologica e geomorfologica, tuttavia il rischio idrogeologico è stato fortemente condizionato dall’azione antropica e dalle continue modifiche del territorio che hanno, da un lato, incrementato la possibilità di accadimento dei fenomeni e, dall’altro, aumentato la presenza di beni e di persone nelle zone dove tali eventi erano possibili e si sono poi manifestati, a volte con effetti catastrofici. Il continuo verificarsi di questi episodi ha indotto una politica di gestione del rischio che affrontasse il problema non solo durante le emergenze. Tuttavia, il quadro provvisorio degli interventi urgenti individuati per la sistemazione delle aree a rischio idrogeologico prevede una spesa di circa 10 miliardi di euro che, a fronte di una disponibilità complessiva – per il 2004 - per le opere di difesa del suolo di circa 300 milioni di euro, richiederebbe almeno 35 anni per mettere in sicurezza le situazioni a rischio più elevato. Da ciò deriva la necessità di imparare a convivere con il “rischio”, ponendo in essere i cosiddetti inter- 11:50 Pagina 29 venti “non strutturali” come ad esempio le misure di salvaguardia previste dalle Autorità di bacino nazionali e regionali. [Pagliara, 2004]. Dai primi anni del 1990 una politica di prevenzione per il rischio da inondazioni è stata intrapresa da parte delle Autorità di Bacino, in seguito ad una legge che prevedeva la mappatura delle aree soggette a rischio d’inondazione. Le mappe dovevano contenere le informazioni per tre diversi tempi di ritorno: 50, 250 e 500 anni. Per la popolazione delle aree interessate al rischio così delineato, furono preparate alcune misure di auto protezione, e furono organizzate delle esercitazioni ripetute nel tempo per simulare i comportamenti da tenere in caso di emergenza. In accordo con le regole stabilite furono informati dei pericoli esistenti i cittadini residenti in aree a rischio. Il Dipartimento di Protezione Civile a livello Centrale e Regionale collabora nell’aggiornamento delle mappe di rischio, nell’organizzazione di esercitazioni per simulare diversi scenari, nella previsione idrologica e nella diffusione dei messaggi di allerta. Per quanto riguarda la perimetrazione delle aree a rischio frana esistono delle difficoltà maggiori rispetto alla mappatura delle aree a rischio inondazioni, dovute alla natura elusiva delle frane. Molto spesso sono disponibili solo mappe che evidenziano le zone dove fenomeni franosi si sono verificati nel passato o dove l’analisi geomorfologica del territorio denota un potenziale rischio. Non sono invece implementati modelli per la previsione in tempo reale delle frane e le segnalazioni di allerta sono assegnate congiuntamente alle segnalazioni di allerta per piene. Le mappe del rischio a livello regionale sono state realizzate solo in alcune regioni. Le dimensioni del dissesto idrogeologico nel nostro paese vengono rese chiaramente da una panoramica di alcuni degli eventi che hanno 29 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:50 interessato l’area italiana: 5.400 alluvioni e 11.000 frane negli ultimi 80 anni, 70.000 persone coinvolte e 30.000 miliardi di danni negli ultimi 20 anni. In conseguenza dell’alto impatto causato da tali fenomeni e, soprattutto, in seguito ai tragici eventi di Sarno (1998) il Ministero dell’Ambiente e gli Enti istituzionalmente competenti in quegli anni (Anpa, Dipartimento dei Servizi tecnici nazionali e Dipartimento della Protezione civile) hanno dato avvio a un’analisi conoscitiva delle condizioni di rischio su tutto il territorio nazionale con lo scopo di giungere ad una sua mitigazione attraverso una politica congiunta di previsione e prevenzione. Tale studio ha portato all’individuazione e alla perimetrazione, attraverso una metodologia qualitativa, dei comuni suddivisi per le varie regioni con diverso “livello di attenzione per il rischio idrogeologico” (molto elevato, elevato, medio, basso, non classificabile). L’aggiornamento effettuato nel gennaio del 2003 mostra i seguenti risultati riportati in: 5.581 comuni italiani (68,9% del totale) ricadono in aree classificate a potenziale rischio idrogeologico più alto. Questi sono così suddivisi: il 21,1% dei comuni ha nel proprio territorio di competenza aree franabili, il 15,8% aree alluvionabili e il 32,0% aree a dissesto misto (aree franabili e aree alluvionabili). La superficie nazionale, classificata a potenziale rischio idrogeologico più alto, è pari a 21.551,3 km2 (7,1% del totale nazionale) suddivisa in 13.760 km2 di aree franabili e 7.791 km2 di aree alluvionabili; le aree a potenziale rischio da valanga (1.544 km2) sono accorpate a quelle di frana. La regione con il maggior numero di comuni interessati (1046) è il Piemonte, mentre la Sardegna è la regione con il minor numero (42). Le regioni caratterizzate dalla percentuale più alta (100%), relativa al numero totale dei comuni interessati da aree a rischio potenziale più alto, 30 Pagina 30 sono la Calabria, l’Umbria e la Valle d’Aosta, mentre la Sardegna è quella con la percentuale minore (11,2%) (dati forniti dal Ministero dell’Ambiente e Tutela del Territorio). Preso atto dell’alto livello di rischio che caratterizza gran parte del territorio italiano, si è provveduto ad un aggiornamento della normativa vigente in materia di difesa del suolo, accompagnato da un nuovo impulso della ricerca scientifica nei confronti di tali problematiche. Lo studio di queste ultime, oltre ad avere un indubbio interesse scientifico, riveste particolare importanza poiché costituisce un indispensabile supporto alle Amministrazioni competenti nella definizione delle metodologie di studio del rischio geologico-idraulico, nell’individuazione e perimetrazione delle aree a rischio, nella sperimentazione di nuovi sistemi di controllo e di intervento per la salvaguardia dei soggetti a rischio (popolazione, centri abitati, infrastrutture). Per ridurre il livello di rischio idrogeologico e idraulico di un territorio, infatti, sono necessarie misure di previsione e prevenzione “non strutturali” che consentano di porre in essere in tempo reale le necessarie azioni di contrasto e di pronto intervento, in caso di temuto manifestarsi di eventi meteoidrologici intensi e tali da generare situazioni di dissesto per il territorio, nonché di pericolosità per popolazione e beni. Ciò è possibile tramite l’organizzazione e la gestione di un efficiente sistema di allertamento nazionale distribuito, statale e regionale, ai fini di protezione civile che, attraverso attività di previsione, monitoraggio e sorveglianza in tempo reale del territorio, sia di supporto alle decisioni delle autorità di protezione civile preposte all’allertamento e, se del caso, alle diverse fasi di gestione dell’emergenza in attuazione dei Piani di emergenza e protezione civile provinciali e comunali. LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 Regione Puglia Sicilia Campania Calabria 5-10-2010 N°comuni con aree a rischio 48 272 474 409 11:50 Pagina 31 % rispetto al n° di comuni della Regione 19% 70% 86% 100% Comuni con aree a potenziale rischio idrogeologico più alto (www.apat.gov.it - dati forniti dal Ministero dell’Ambiente e Tutela del Territorio, 2003) Localizzazione delle piene storicamente rilevate nelle Regioni Obiettivo Convergenza. La colorazione delle province indica il numero di piene che sono state registrate nella Provincia. Elaborazione di Fondazione CIMA su dati del Progetto AVI, 2003. 31 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:50 Pagina 32 Localizzazione delle frane storicamente rilevate nelle Regioni Obiettivo Convergenza. La colorazione delle province indica il numero di frane che sono state registrate nella Provincia. Elaborazione di Fondazione CIMA su dati del Progetto AVI, 2003. 2.3.1 2010 – La frana di Maierato Situazione Idrogeologica del Comune di Maierato La zona in cui si è verificata la frana di Maierato il giorno 16 febbraio del 2010 è catalogata nella clas- 32 sificazione delle frane del progetto IFFI (Inventario per i Fenomeni Franosi Italiano). L’immagine di seguito riporta su cartografia IGM in rosso il punto dove si è verificata la frana. L’area verde, di circa 105.000 m2 rappresenta la parte di territorio soggetta a frane superficiali attive o riattivate. LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:50 Pagina 33 Cartografia dell’IFFI (Inventario Fenomeni Franosi Italiano): in rosso il punto in cui si è verificata la frana il giorno 16 febbraio 2010 Carta geologica tratta dal Servizio web del Centro Cartografico Regione Calabria. Il terreno nel punto interessato dalla frana è costituito da detriti di frana (df). 33 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:50 Descrizione dell’Evento Un’intensa ondata di maltempo ha interessato Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia tra Domenica 14 e Martedì 16 Febbraio. In particolare, a partire da Domenica 14 Febbraio e fino alla giornata di Martedì 16, si sono verificati i danni maggiori, causando su tutto il territorio, smottamenti, frane ed ingenti danni alle infrastrutture. In precedenza la pioggia, pur non essendo di particolare intensità, ha insistito costantemente sulle regioni del Sud Italia per più di 20 giorni, provocando una situazione di disagio in luoghi particolarmente suscettibili. I terreni risultavano, infatti, saturi in molte aree. Lo stato di allerta idraulica della Protezione Civile è stato emesso il 13 Febbraio a partire dal mattino del 14 e prolungato fino a mercoledì 17 Febbraio, poiché si sono verificate precipitazioni, anche se di moderata intensità, che hanno contribuito a causare numerosi danni. Il 15 febbraio ci furono centinaia di frane in Cala- Frana nella località di Maierato, Foto ANSA. 34 Pagina 34 bria, che resero necessaria l’evacuazione di case e provocarono gravi disagi alla circolazione stradale. I territori più colpiti furono quelli del Cosentino, Catanzarese e Vibonese. Protezione civile, vigili del fuoco, polizia e carabinieri sono stati impegnati per ridurre al minimo i forti disagi sul territorio. Diversi i paesi coinvolti, tra i quali Cassano allo Ionio, Corigliano Calabro, Rossano, Parenti, Mendicino, Carolei, Bisignano, Aprigliano, Acri, Firmo. In quasi tutti questi centri si registrano diverse evacuazioni di famiglie per precauzione. La viabilità risultò notevolmente ridotta e la circolazione molto difficile in tutta la zona. Una frana ha interrotto la statale 552 nei pressi di Pizzo Calabro. Un’altra si è verificata a Maierato, nel Vibonese, dove trecento persone sono state immediatamente evacuate per un vasto movimento franoso che ha messo in pericolo diverse case. In prefettura è stata costituita un’unità di crisi per seguire la situazione. A Maierato l’intero costone di una collina è scivo- LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 lato verso valle a causa delle insistenti piogge di quei giorni e i residenti hanno assistito impauriti a una grandissima colata di fango. Il panico e l’incredulità si sono diffusi tra la gente, che era comunque stata preallertata, e le forze dell’ordine hanno contribuito all’allontanamento degli abitanti interessati e alla loro protezione. A provocare l’enorme smottamento, potrebbe essere stata una falda acquifera ingrossata per le forti piogge in Calabria. I tecnici della protezione civile intervenuti sul posto hanno effettuato anche una ricognizione a bordo di un elicottero. Danni e conseguenze A Maierato, nelle ore successive alla frana, stimata in un milione di metri cubi di fango con un fronte di un chilometro, sono stati evacuati tutti i 2.300 abitanti. Le persone costrette a lasciare le proprie abitazioni nel luogo in cui si è verificato il movimento franoso sono state portate nella scuola di Polizia di Vibo Valentia. La frana non ha causato alcun decesso, ma ha danneggiato alcune abitazioni e attività agricole. Inoltre ha provocato seri disagi come l’inagibilità della strada di collegamento provinciale, l’interruzione momentanea della linea elettrica e della distribuzione di acqua potabile e gas. Nei giorni successivi sono stati installati tre rilevatori per registrare movimenti del fronte franoso e l’evacuazione del paese, attuata in via cautelativa, è stata revocata. In tutta la Calabria sono state segnalate centinaia di frane e smottamenti e migliaia di persone sono rimaste senza casa non solo a Maierato, ma anche in altre zone del catanzarese e del cosentino. I vigili del fuoco compirono numerosi sopralluoghi e verifiche tecniche nelle zone colpite dai cedimenti di terreno. I danni sono stati stimati in centinaia di milioni di euro. 11:50 Pagina 35 2.4 Il rischio da incedi boschivi Gli scenari di rischio dovuti alla presenza di incendi boschivi rappresentano una grave minaccia per gli ambienti boscosi e rurali del territorio nazionale. Quasi tutte le Regioni italiane sono colpite dal fenomeno e, per alcune di esse, l’elevata frequenza spaziale e temporale e i danni subiti fanno sì che una parte significativa del bilancio sia speso nell’adozione di strumenti e misure particolarmente costose per la loro prevenzione e lotta. La maggior parte delle regioni dell’Italia meridionale e centrale e le isole sono soggette principalmente a rischio d’incendi estivi, mentre le regioni del nord sono più frequentemente colpite da incendi nella stagione invernale. La riduzione dell’effetto degli incendi sul territorio richiede un’organizzazione complessa per ottimizzare la localizzazione delle risorse umane e tecniche del Corpo Forestale e del Corpo dei Vigili del Fuoco. La flotta aerea destinata all’intervento per arginare gli incendi è gestita a livello centrale. Ogni giorno durante la stagione estiva i mezzi aerei si spostano verso le aree dove sarà più probabile il verificarsi di un evento, lungo tutto il paese per minimizzare i tempi di intervento in caso di incendio. La dislocazione dei mezzi è basata sulla previsione delle condizioni a terra più favorevoli al generarsi di un incendio, tramite modelli di previsione che considerando lo stato di umidità della vegetazione, la quantità di materiale secco necessario per l’innesco ed il mantenimento del fuoco, la direzione e l’intensità del vento e il tasso di evaporazione. La legge quadro in materia di incendi boschivi (n°353/2000), definisce l’incendio boschivo quale un fuoco con suscettività a espandersi su aree boscate, cespugliate o arborate, comprese even- 35 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:50 tuali strutture e infrastrutture antropizzate poste all’interno delle predette aree, oppure su terreni coltivati o incolti e pascoli limitrofi a dette aree. Nel seguito del documento sarà quindi utilizzato il termine generico di incendio boschivo per indicare un qualunque fuoco in grado di propagarsi sul territorio, indipendentemente dalla tipologia di vegetazione interessata dal fuoco. Le particolarità di questa tipologia di scenario sono riconducibili in larga misura alle cause scatenanti l’evento e alle condizioni per cui tale evento ha fine. Entrambe, infatti, risultano fortemente dipendenti dall’intervento dell’uomo, poiché nella nostra penisola, e più generalmente nei paesi del mediterraneo, le cause di innesco di un incendio boschivo sono nella quasi totalità dei casi riconducibili ad azioni volontarie o colpose di origine antropica. In modo analogo, la fine dell’evento è generalmente determinata dall’intervento di spegnimento delle squadre antincendio boschivo coadiuvate dai mezzi aerei e terrestri utilizzati nel contrastare il fronte di fiamma. Questa particolarità determina il fatto che i danni dovuti agli incendi boschivi siano generalmente percepiti con minore enfasi rispetto ai danni causati da altri eventi naturali. La possibilità di intervenire direttamente sull’avanzamento del fronte, salvo rare eccezioni, consente di evitare che il fuoco danneggi direttamente l’ambiente urbanizzato o colpisca la popolazione. 36 Pagina 36 Le ragioni di questa capacità di controllo degli eventi è da imputare alla costante innovazione ed efficacia delle tecnologie messe a disposizione nello spegnimento degli incendi boschivi, a fronte però di elevatissimi costi di gestione e di intervento, spesso proibitivi per le piccole realtà locali. Se fra i danni da incendio boschivo, oltre al depauperamento delle risorse naturali, fossero considerati anche i costi di gestione e di intervento ci si renderebbe facilmente conto di quanto tale tipologia di scenario costituisca un problema di difficile soluzione nella gestione del territorio poiché, al pari dei più noti eventi idraulici e idrogeologici, presenta dimensioni catastrofiche in termini di danni ed impegno di risorse che direttamente coinvolgono gli enti di protezione civile. Appare quindi evidente quanto può essere importante per l’amministratore locale o centrale individuare il tradeoff esistente tra i costi delle strutture finalizzate allo spegnimento degli incendi boschivi e i benefici ottenuti dagli interventi di spegnimento in termini di riduzione del danno. Un’analisi preliminare dei dati a disposizione evidenzia che, in termini generali, sebbene negli ultimi anni i costi di intervento siano aumentati sensibilmente, la riduzione del danno non ha subito un decremento ad essi proporzionale, portando di fatto ad un continuo aumento del rapporto costi benefici. LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:50 Pagina 37 Numero di incendi boschivi avvenuti in Italia tra il 1997 e il 2008. In media ogni anno vengono appiccati più di 9000 incendi boschivi. Tuttavia, è possibile distinguere due periodi diversi, che corrispondono a due diversi comportamenti. Fino al 1992 (anno della nascita del Servizio nazionale di Protezione Civile con la legge n. 225/1992) il numero degli incendi è aumentato di circa 500 unità all’anno, al contrario dopo il 1992 il numero di incendi per anno è diminuito raggiungendo valori simili ai primi anni ‘70. (Fiorucci, P., 2010, Risk overview in the PPRD South Partner Countries, Fondazione CIMA) Ettari di superficie in bruciata dagli incendi nelle Regioni Obiettivo Convergenza dal 2003 al 2008. La colorazione delle Province indica la superficie percorsa da incendi, che sono stati registrati nella Provincia stessa. Elaborazione Fondazione CIMA su dati del Corpo forestale dello Stato. 37 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:51 Pagina 38 Localizzazione degli incendi rilevati nelle Regioni Obiettivo Convergenza dal 2003 al 2008. La colorazione delle Province indica il numero di incendi che sono stati registrati nella Provincia stessa. Elaborazione Fondazione CIMA su dati del Corpo forestale dello Stato 2.4.1 2007 – L’incedio di Peschici Gli Incendi sul Territorio Nazionale e Pugliese Il territorio Italiano possiede un ricco patrimonio forestale: nelle diverse regioni della nazione sono presenti in maniera diffusa molteplici varietà di specie vegetali, che costituiscono un’importante risorsa per l’economia, per l’ambiente, per la conservazione della biodiversità e del paesaggio. Gli incendi boschivi rappresentano una seria minaccia per questo patrimonio perché ogni anno migliaia di ettari di bosco vengono distrutti dal fuoco, nella maggior parte dei casi per cause dolose, legate alla disattenzione, allo stato di abbandono dei boschi o alla speculazione edilizia. In un’area bruciata le conseguenze per l’habitat naturale sono gravissime e i tempi per il ripristino di un sistema molto lunghi. Oggi, per effetto di una decisa campagna di sensibilizza- 38 zione e grazie a una migliore organizzazione del complesso apparato per il controllo degli incendi da parte delle Regioni e dello Stato, il rischio, pur sempre molto alto, sembra diminuire in maniera considerevole. Nel 2007 la Puglia è stata colpita in modo particolare nella provincia di Foggia, nella quale sono stati percorsi dal fuoco oltre 11.278 ettari, di cui 6.651 di bosco. Le motivazioni di tale estensione di incendi sono dovute, oltre che all’elevata concentrazione di boschi nella provincia (l’80% dell’intera regione), a ragioni sia di tipo ambientale che sociale. Il territorio del Gargano si trova spesso in condizioni di elevata secchezza della vegetazione e del terreno a causa della natura calcarea dei suoli e dell’esposizione ai venti con direzione sia nord, che sud. Inoltre la vegetazione è spesso già segnata da incendi avvenuti in precedenza. Il fattore antropico, riguarda prin- LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:51 Pagina 39 cipalmente il turismo e l’attività di allevamento, spesso esercitata in aree boscate, con scarse estensioni di pascoli, che registra una conflittualità tra agricoltori per la competizione delle limitate risorse, e il ricorso all’uso del fuoco per vendette, per favorire il rinnovo dell’erba o per mascherare attività illecite. Nella provincia si riscontra un elevato indice di illegalità, e le azioni d’incendio sono intraprese per ottenere vantaggi o praticate per vandalismo. L’istituzione del Parco Nazionale del Gargano e l’applicazione dei vincoli ambientali hanno causato spesso l’abbandono del bosco e della sua gestione, per motivi economici dell’aumento dei costi. Questo ha provocato la crescita delle quantità di necromassa nei boschi e la diffusione dell’illegalità nell’uso delle risorse forestali. Le opere di prevenzione agli incendi, imposte da leggi regionali per evitare la diffusione degli incendi tramite la delimitazione e il controllo delle aree di interfaccia, da realizzarsi anche a carico delle strutture e dei villaggi turistici a confine con le aree boscate, sono rimaste spesso trascurate e non realizzate. Questo ha provocato un’elevata vulnerabilità al fuoco di tutta la provincia. Nel 2007 le particolari condizioni climatiche hanno favorito l’innescarsi degli incendi in un ambiente già altamente predisposto alla loro rapida diffusione. uliveto degradato: le fiamme si sono poi estese a un deposito di bombole di gpl, causandone l’esplosione. Un forte vento di libeccio alimentò le fiamme e causò difficoltà nell’arginamento delle fiamme. A seguito dell’incendio partì un’indagine della magistratura con due indagati per stabilire le responsabilità dell’incendio. Un indagato era un dipendente dell’Anas che quel giorno si trovava in servizio sulle strade del Gargano e che avrebbe taciuto la notizia dell’incendio alla centrale operativa, nonostante gli fosse stata comunicata da alcuni turisti. Il ritardo avrebbe consentito al rogo di estendersi e trasformarsi in un incendio che ha invaso una zona molto più ampia. L’accusa è di rifiuto di atti d’ufficio, concorso in incendio colposo e omicidio plurimo colposo. Il secondo indagato era il proprietario del fondo su cui si sono sviluppate le fiamme. Le ipotesi di reato per cui procede la procura sono le stesse indicate per il primo indagato. L’allora sottosegretario agli Interni Ettore Rosato, nella relazione alla Camera indicò la necessità di una maggior quantità e di una miglior dislocazione dei mezzi per combattere gli incendi, sottolineando, però, che non vi fu alcun ritardo nei soccorsi da parte della Protezione Civile Nazionale. Dopo l’innesco delle fiamme tra le 10.12 e le 10.37 di martedì 24 luglio, la prima richiesta d’intervento aereo giunse alla sala operativa alle 11.19 e dopo 40 minuti il primo elicottero operava sull’incendio. Descrizione dell’Evento Danni e conseguenze Il 24 luglio è divampato un grande incendio nel comune di Peschici, in provincia di Foggia che ha percorso 700 ettari di un’area di bosco costituita in prevalenza di pinete di pino d’Aleppo. Il rogo, che ha colpito alcune località di villeggiatura, è durato oltre 5 giorni ed è stato spento con l’ausilio di 148 unità antincendio, 4 Canadair e 10 elicotteri. A innescare il rogo sarebbe stato un focolaio in un L’incendio ha provocato la morte di 3 persone, rimaste travolte dalle fiamme. Due cadaveri carbonizzati sono stati rinvenuti all’interno di un’automobile, lungo una strada nella zona di San Nicola, mentre la terza vittima è deceduta dopo il ricovero in ospedale per aver riportato ustioni sul 60% del corpo. Centinaia di persone sono rimaste intrappolate sulla spiaggia, espo- 39 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:51 ste ai fumi a rischio di asfissia e tratte in salvo via mare. Alcuni camping e villaggi turistici tra Peschici e Vieste sono stati evacuati. Il bilancio è stato di trecento intossicati e numerosi feriti che hanno riportato ustioni di primo e secondo grado. Le operazioni di salvataggio dei turisti che si sono rifugiati sulle spiagge fra Peschici e Vieste, circa 4500 persone, sono state svolte con le imbarcazioni della Guardia costiera, dei carabinieri, della guardia di Finanza, di imbarcazioni private e di pescatori. Tutte le persone tratte in salvo sono state portate a Manfredonia. Gli incendi hanno compromesso la circolazione ferroviaria nella regione, in particolare quella dei treni a lunga percorrenza sulla linea Adriatica. Un centro di pronto soccorso fu allestito in una scuola di Peschici, dove gli operatori sanitari hanno prestato cure a circa 350 persone, la maggior parte delle quali in preda a crisi di panico, e crisi di abbandono dovute all’impossibilità a ricongiungersi immediatamente con i famigliari. Alcuni turisti hanno riportato ferite leggere, ustioni o contusioni. L’incendio di Peschici 2007. 40 Pagina 40 A San Giovanni Rotondo furono utilizzati alcuni alberghi per ospitare le persone evacuate. Due strutture, “La Baia” e il “Centro turistico San Nicola”, costituite per lo più da campeggi, sono state completamente distrutte. Altre 26 strutture hanno subito danni di minore entità e centinaia di turisti sono stati evacuati per precauzione. Ingenti sono stati sia a Peschici che a Vieste i danni all’ambiente. A Peschici le fiamme sono arrivate fino a ridosso della spiaggia, mentre a Vieste sono andati in fumo ettari di bosco nelle zone di Gargano, Porto Nuovo, Gattarella, Baia San Felice, a sud del paese, e a nord in località San Lorenzo e in contrada Sant’Andrea. Le fiamme hanno distrutto migliaia di automobili, danneggiato le strutture dei villaggi turistici e degli alberghi della zona, bruciato ettari di pineta, provocando la rovina di un ambiente naturale di particolare bellezza e importanza per la nazione. Negli incendi del 2007 in tutto il sud la Confagri calcolò un miliardo di danni: solo per la demolizione delle auto bruciate a Peschici sono stati spesi trecentomila euro. LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 3. Analisi della normativa 3.1 Evoluzione normativa del Sistema di Protezione Civile Nell’evoluzione temporale del Sistema di Protezione Civile si possono distinguere tre fasi di sviluppo: 1) la fase della FORMA (ANNI 1970 – 1980). Questo periodo è caratterizzato da due correnti di pensiero. Una voleva istituire un apposito Ministero per la Protezione Civile, mantenendo di fatto una connotazione burocratica rigida ministeriale con un eguale "peso" rispetto ad altri Ministeri, aggravando così la competitività già tradizionalmente insita nella Pubblica Amministrazione. L'altra invece voleva un organismo snello, collocato in un ambito sovraministeriale, capace di coordinare quello che il Paese già possedeva ma che, fino a quel momento, non riusciva a coordinare. 2) la fase della NORMA (ANNI 1980-2000). In questo periodo il legislatore attua norme che vanno a rafforzare da una parte il ruolo del Dipartimento in seno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (L. 400/1988, L. 225/1992,L. 286/2002) e dall'altra la tendenza al decentramento amministrativo (L. 183/1989, L. 142/1990, L. 59/1997, D.Lgs. 112/98, L. 267/2000, L. Cost. 3/2001, L. 401/2001). In pratica si completano, sia per lo Stato centrale che per le Regioni e le Autonomie locali, le norme per regolamentare le attività di tutto il Sistema di Protezione Civile. Sono minimizzate le incertezze su chi coordina il sistema complesso, occorre solo applicare e interpretare le norme e realizzare conseguenti programmi e piani di emergenza. 11:51 Pagina 41 3) la fase dell’INDIRIZZO (ANNI 2000- oggi). Ad oggi uno dei problemi principali del Sistema Nazionale di Protezione Civile è quello di governare l'evoluzione che ha raggiunto. La legge stabilisce che un precipuo compito del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile (DPC) sia quello di fornire orientamenti e indirizzi a tutti gli Enti pubblici e privati in ordine ai principali settori di riferimento e di interesse della protezione civile. Il DPC ha dato attuazione al suo ruolo di coordinamento attraverso lo strumento degli Atti di Indirizzo. 3.1.1 La fase della forma Il primo tentativo di organizzazione di quello oggi conosciuto come il “Sistema Nazionale di Protezione Civile” è rappresentato dal Regio Decreto Legge n. 1915 del 2 settembre 1919. Questa norma definì per la prima volta l’ordinamento dei servizi in occasione di calamità naturali, pur rimanendo limitata all’ambito degli eventi tellurici. Il significato dell’espressione “Calamità naturale” venne introdotto nel 1970 dalla Legge n. 9964 all’ART. 1. Ai fini della presente legge s’intende per calamità naturale o catastrofe l’insorgere di situazioni che comportino grave danno o pericolo di grave danno alla incolumità delle persone ed ai beni e che per la loro natura o estensione debbano essere fronteggiate con interventi tecnici straordinari. Con il D.P.R. n. 66 del 6 febbraio 19815 vengono per la prima volta individuati gli organi ordinari e straordinari di Protezione Civile, disciplinando le rispettive competenze. Il DPR 66/1981 sancisce che la protezione civile è un compito primario 4. La legge 8 dicembre 1970 , n. 996 Norme sul soccorso e l'assistenza alle popolazioni colpite da calamità - Protezione civile. Legge ancora parzialmente in vigore. Per maggiori dettagli consultare la relativa scheda allegata. 5. Normativa non abrogata; da coordinarsi con L. 225/92 e succ. mod. e int. 41 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:51 dello Stato (ART. 1). Essa concerne: 1. la prevenzione degli eventi calamitosi mediante l’individuazione e lo studio delle loro cause; 2. la predisposizione e attuazione dei servizi di soccorso; 3. la predisposizione e attuazione degli interventi assistenziali di cui all’art. 2 del D.P.R. 24 luglio 1977, n. 617; 4. il coordinamento, al verificarsi dell’evento calamitoso, di tutti gli interventi delle amministrazioni dello Stato, delle Regioni e degli Enti Pubblici territoriali ed istituzionali. L’ART. 12 stabilisce i compiti del Direttore generale della protezione civile e dei servizi antincendi 6: 1. cura la predisposizione di quanto possa occorrere per l’attuazione, in caso di calamità o catastrofe, degli interventi tecnici urgenti e dell’assistenza di primo soccorso alle popolazioni colpite; 2. impartisce le direttive per l’organizzazione e la predisposizione dei servizi di protezione civile in conformità agli indirizzi del Ministro [ed in esecuzione delle determinazioni del Comitato Interministeriale della Protezione Civile]7; 3. provvede, [secondo gli indirizzi impartiti dal Comitato Interministeriale della Protezione Civile,]27 al coordinamento, ove occorra, dei piani provinciali di protezione civile, tenuto conto anche dei programmi predisposti dai comitati regionali della protezione civile; 4. dirige, in attuazione delle direttive impartite dal Ministro, i servizi di soccorso e di assistenza alle popolazioni colpite da calamità o catastrofe e coordina le attività all’uopo svolte da Enti e da privati; 5. organizza e dispone quanto necessario per l’at- Pagina 42 tuazione delle esercitazioni di protezione civile; 6. attende alla divulgazione di ogni informazione utile ai fini della protezione della popolazione civile. In questa norma vengono anche definiti i compiti del Prefetto (ART. 14), del Sindaco (ART. 16) in materia di protezione civile. Il Prefetto, quale organo ordinario di protezione civile: 1) cura la predisposizione del piano provinciale di protezione civile, avvalendosi della collaborazione dei rappresentanti dello Stato, della Regione, degli Enti locali e di altri Enti pubblici tenuti a concorrere al soccorso e all’assistenza in favore delle popolazioni colpite da calamità naturali o catastrofi, riuniti in apposito comitato; 2) dirige, nell’ambito della Provincia, i servizi di soccorso e di assistenza alle popolazioni colpite e coordina le attività svolte da tutte le Amministrazioni Pubbliche, dagli Enti e dai privati; 3) dispone l’attuazione, da parte delle Forze dell’Ordine, dei servizi straordinari di vigilanza e tutela richiesti dall’emergenza e provvede ad assicurare l’impiego, per le prime urgenti necessità, di reparti del Corpo delle guardie di pubblica sicurezza e dell’Arma dei Carabinieri attrezzati anche per il soccorso pubblico; 4) chiede, se necessario, il concorso delle Forze Armate; 5) adotta provvedimenti intesi ad assicurare la disponibilità di alloggi, automezzi, altri mezzi di soccorso e manodopera mediante ricorso alle norme vigenti in materia; 6) cura gli adempimenti connessi con l’istruzione, l’addestramento e l’impiego di volontari; 7) promuove iniziative, coordinandone l’attua- 6.Da riferirsi ora al Capo del Dipartimento della Protezione Civile in riferimento alla normativa sopravvenuta. 7. Il Comitato interministeriale della protezione civile è stato soppresso dall'art. 1, l. 24 dicembre 1993, n. 537 e le sue funzioni sono state attribuite al Dipartimento per il coordinamento della protezione civile, secondo quanto stabilito dall'art. 7, d.p.r. 20 aprile 1994, n. 373. 42 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 zione, per l’informazione delle popolazioni in materia di protezione civile e sul comportamento che le popolazioni stesse devono tenere in situazioni di emergenza, in relazione anche alle previsioni contenute nelle relative pianificazioni. Il Prefetto, per l’esercizio delle funzioni di cui al punto 2), si avvale della collaborazione dei rappresentanti delle Amministrazioni e degli Enti pubblici per l’organizzazione, a livello provinciale e, se necessario, a livello comunale o intercomunale, di strumenti di coordinamento provvisori, per il tempo dell’emergenza, che assumono la denominazione, rispettivamente, di Centro di Coordinamento Soccorsi (CCS) e Centro Operativo Misto (COM). Il Prefetto (ART.34), avuta notizia della situazione di pericolo o del verificarsi di calamità naturali o catastrofi, ne informa immediatamente il Ministero dell’Interno - Direzione Generale della Protezione Civile e dei Servizi Antincendi.8 In pari tempo, il Prefetto, sentiti, ove occorra, gli organi tecnici e valutate la natura e la entità dell’evento, informa ed attiva ogni organismo interessato in conformità alle previsioni del piano provinciale di protezione civile. Le competenze del Prefetto in materia di informazione della popolazione su situazioni di pericolo per calamità naturali, sancite dal D.P.R 66/1981, sono state trasferite al Sindaco con l’ART. 12, Legge 3 agosto 1999, n. 265. Il Sindaco, quale ufficiale del Governo, è organo locale di protezione civile. Il Sindaco provvede, con tutti i mezzi a disposizione, agli interventi immediati, dandone subito notizia al Prefetto.9 Inoltre (ART. 32) i Sindaci, gli Organi dello Stato e 11:51 Pagina 43 degli altri Enti pubblici sono tenuti a segnalare immediatamente al Prefetto l’insorgere di situazioni di pericolo o il verificarsi di eventi calamitosi che abbiano comportato o possano comportare grave danno all’incolumità delle persone o ai beni, precisandone il luogo, la natura e l’entità. A seguito dei terremoti del Friuli (1976) e dell’Irpinia (1980), secondo quanto previsto dalla L. 996/1970, l’On. Giuseppe Zamberletti viene nominato Commissario Straordinario con il compito di fronteggiare le emergenze in atto. Zamberletti viene considerato come il padre fondatore dell’attuale sistema della Protezione Civile italiana. Con il Decreto Legge nº 57 del 27 febbraio 198210 Zamberletti viene nominato a capo del nuovo Ministero per il Coordinamento della Protezione Civile, che nella sua attività si avvarrà del Dipartimento della Protezione Civile, istituito con DPCM del 22 giugno 1982. 3.1.2 La fase della norma Inizia la fase detta “della Norma” in cui il legislatore attua norme che vanno da una parte a rafforzare il ruolo del Dipartimento della Protezione Civile e dall'altra la giusta tendenza al decentramento amministrativo A Zamberletti si devono la nascita del Dipartimento della Protezione Civile, l’introduzione del concetto di previsione e prevenzione distinto dalle attività di soccorso, l’organizzazione del servizio nazionale in tutte le sue componenti, la valorizzazione degli enti locali e del volontariato ed 8 “Ministero dell'interno - Direzione generale della protezione civile e dei servizi antincendi” è da leggersi ora “Dipartimento della Protezione Civile” in riferimento alla normativa sopravvenuta. 9 Vd. anche il D.Lgs 31 marzo 1998 , n. 112 e il testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali (T.U.O.E.L.), approvato con decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267(ARTT. 50 e 54). 10 Convertito, con modificazioni, nella Legge n. 187 del 29 aprile 1982. 43 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:51 anche l’avvio della riforma del settore che culminerà con l’approvazione della Legge organica della Protezione civile, n. 225 del 24 febbraio 1992. Con la Legge 225/1992, dopo ventidue anni dalla legge del 1970, nasce il Servizio Nazionale della Protezione Civile, con la cui istituzione la struttura di Protezione Civile del paese subisce una profonda riorganizzazione, realizzando molte delle prefigurazioni di Zamberletti e dei suoi tecnici. Ai fini dell’attività di protezione civile gli eventi vengono distinti in 3 tipologie (ART. 2): a) eventi naturali o connessi con l’attività dell’uomo che possono essere fronteggiati mediante interventi attuabili dai singoli Enti e Amministrazioni competenti in via ordinaria; b) eventi naturali o connessi con l’attività dell’uomo che per loro natura ed estensione comportano l’intervento coordinato di più Enti o amministrazioni competenti in via ordinaria; c) calamità naturali, catastrofi o altri eventi che, per intensità ed estensione, debbono essere fronteggiati con mezzi e poteri straordinari. Sono attività di protezione civile quelle volte alla previsione e prevenzione delle varie ipotesi di rischio, al soccorso delle popolazioni sinistrate ed ogni altra attività necessaria ed indifferibile diretta a superare l’emergenza connessa agli eventi di cui all’ART. 2 La previsione consiste nelle attività dirette allo studio ed alla determinazione delle cause dei fenomeni calamitosi, alla identificazione dei rischi ed alla individuazione delle zone del territorio soggette ai rischi stessi. La prevenzione consiste nelle attività volte ad evitare o ridurre al minimo la possibilità che si verifichino danni conseguenti agli eventi di cui all’articolo 2 anche sulla base delle conoscenze acquisite per effetto delle attività di previsione. Il soccorso consiste nell’attuazione degli inter- 44 Pagina 44 venti diretti ad assicurare alle popolazioni colpite dagli eventi di cui all’articolo 2 ogni forma di prima assistenza. Il superamento dell’emergenza consiste unicamente nell’attuazione, coordinata con gli organi istituzionali competenti, delle iniziative necessarie ed indilazionabili volte a rimuovere gli ostacoli alla ripresa delle normali condizioni di vita. Le attività di protezione civile devono armonizzarsi, in quanto compatibili con le necessità imposte dalle emergenze, con i programmi di tutela e risanamento del territorio. La L. 225/1992 costituisce un innovazione per la Protezione Civile definendo tale materia come multilivello a competenza mista Stato, Regioni, Enti Locali. Il sistema di protezione civile, come costruito dalla legge in esame, è basato sul principio della sussidiarietà. L’intervento degli organi dello Stato (Stato, Regioni, Province, Comuni) deve essere attuato esclusivamente come sussidio l’entità sottostante sia impossibilitata ad agire per proprio conto. Da ciò ne consegue che il ruolo fondamentale di attore di protezione civile dovrebbe essere svolto dal Sindaco, ossia dal responsabile dell’entità territoriale più vicina ai cittadini. Il Sindaco dovrebbe delegare al livello territoriale superiore solo se questi hanno la possibilità di svolgere tali attività in maniera più efficace ed efficiente. Il Sindaco (ART. 15) è autorità comunale di protezione civile. Al verificarsi dell’emergenza nell’ambito del territorio comunale, il Sindaco assume la direzione e il coordinamento dei servizi di soccorso e di assistenza alle popolazioni colpite e provvede agli interventi necessari dandone immediata comunicazione al Prefetto ed al Presidente della Giunta Regionale. Quando la calamità naturale o l’evento non pos- LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 sono essere fronteggiati con i mezzi a disposizione del comune, il Sindaco chiede l’intervento di altre forze e strutture al Prefetto, che adotta i provvedimenti di competenza, coordinando i propri interventi con quelli dell’autorità comunale di protezione civile. La Regione, nel rispetto delle competenze ad essa affidate in materia di organizzazione dell’esercizio delle funzioni amministrative a livello locale, favorisce, nei modi e con le forme ritenuti opportuni, l’organizzazione di strutture comunali di protezione civile. Il Prefetto (ART. 14), anche sulla base del programma provinciale di previsione e prevenzione, predispone il piano per fronteggiare l’emergenza su tutto il territorio della provincia e ne cura l’attuazione. Al verificarsi di uno degli eventi calamitosi di tipo b) e c), il Prefetto: • informa il Dipartimento della Protezione Civile, il Presidente della Giunta Regionale ed il Dipartimento della Protezione Civile; • assume la direzione unitaria dei servizi di emergenza da attivare a livello provinciale, coordinandoli con gli interventi dei sindaci dei comuni interessati; • adotta tutti i provvedimenti necessari ad assicurare i primi soccorsi; • vigila sull’attuazione, da parte delle strutture provinciali di protezione civile, dei servizi urgenti, anche di natura tecnica. Le Province (ART. 14) partecipano all’organizzazione ed all’attuazione del Servizio Nazionale della Protezione Civile, assicurando lo svolgimento dei compiti relativi alla rilevazione, alla raccolta ed alla elaborazione dei dati interessanti 11:51 Pagina 45 la protezione civile, alla predisposizione di programmi provinciali di previsione e prevenzione ed alla loro realizzazione, in armonia con i programmi nazionali e regionali. In ogni capoluogo di provincia è istituito il Comitato provinciale di protezione civile, presieduto dal Presidente dell’amministrazione provinciale o da un suo delegato. Del Comitato fa parte un rappresentante del Prefetto. Le Regioni11 (ART. 12) partecipano all’organizzazione e all’attuazione delle attività di protezione civile, assicurando, nei limiti delle competenze proprie o delegate dallo Stato e nel rispetto dei princìpi stabiliti dalla presente legge, lo svolgimento delle attività di protezione civile. Le regioni provvedono: • alla predisposizione ed attuazione dei programmi regionali di previsione e prevenzione in armonia con le indicazioni dei programmi nazionali; • all’ordinamento degli uffici ed all’approntamento delle strutture e dei mezzi necessari per l’espletamento delle attività di protezione civile, avvalendosi di un apposito Comitato regionale di protezione civile. Le disposizioni contenute nella L. 225/1992 costituiscono princìpi della legislazione statale in materia di attività regionale di previsione, prevenzione e soccorso di protezione civile, cui dovranno conformarsi le leggi regionali in materia. Con la riforma federalista avviata nel 1998 dal Ministro Bassanini vengono individuati con maggior chiarezza funzioni e compiti amministrativi di Stato, Regioni ed Enti Locali. Il D.Lgs n. 112 del 31 marzo 1998 N. 11212 (CAPO VIII - Protezione Civile) sancisce che: 11 Fatte salve le competenze legislative ed i poteri amministrativi delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e di Bolzano in materia di enti locali, di servizi antincendi e di assistenza e soccorso alle popolazioni colpite da calamità, previsti dai rispettivi statuti e dalle relative norme di attuazione 45 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:51 ART. 107. Hanno rilievo nazionale i compiti relativi: a) all’indirizzo, promozione e coordinamento delle attività delle Amministrazioni dello Stato, centrali e periferiche, delle Regioni, delle Province, dei Comuni, delle Comunità Montane, degli Enti pubblici nazionali e territoriali e di ogni altra Istituzione ed Organizzazione pubblica e privata presente sul territorio nazionale in materia di protezione civile; b) alla deliberazione e alla revoca, d’intesa con le Regioni interessate, dello stato di emergenza al verificarsi degli eventi di tipo C (ART. 2, L. 24 febbraio 1992, n. 225); c) alla emanazione, d’intesa con le regioni interessate, di ordinanze per l’attuazione di interventi di emergenza, per evitare situazioni di pericolo, o maggiori danni a persone o a cose, per favorire il ritorno alle normali condizioni di vita nelle aree colpite da eventi calamitosi e nelle quali è intervenuta la dichiarazione di stato di emergenza di cui alla lettera b); d) alla determinazione dei criteri di massima di cui all’articolo 8, comma 1, della legge 24 febbraio 1992, n. 225; e) alla fissazione di norme generali di sicurezza per le attività industriali, civili e commerciali; f) alle funzione operative riguardanti: i.gli indirizzi per la predisposizione e l’attuazione dei programmi di previsione e prevenzione in relazione alle varie ipotesi di rischio; ii.la predisposizione, d’intesa con le regioni e gli enti locali interessati, dei piani di emergenza in caso di eventi calamitosi tipo C (ART. 2, L. 24 febbraio 1992, n. 225) e la loro attuazione; Pagina 46 iii.il soccorso tecnico urgente, la prevenzione e lo spegnimento degli incendi e lo spegnimento con mezzi aerei degli incendi boschivi; iv.lo svolgimento di periodiche esercitazioni relative ai piani nazionali di emergenza; g) la promozione di studi sulla previsione e la prevenzione dei rischi naturali ed antropici; h) alla dichiarazione dell’esistenza di eccezionale calamità o avversità atmosferica, ivi compresa l’individuazione, sulla base di quella effettuata dalle regioni, dei territori danneggiati e delle provvidenze di cui alla legge 14 febbraio 1992, n. 18513 ART. 108. Sono attribuite alle Regioni le funzioni relative: a) alla predisposizione dei programmi di previsione e prevenzione dei rischi, sulla base degli indirizzi nazionali; b) all’attuazione di interventi urgenti in caso di crisi determinata dal verificarsi o dall’imminenza di eventi calamitosi di tipo B (ART. 2, L. 24 febbraio 1992, n. 225), avvalendosi anche del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco; c) agli indirizzi per la predisposizione dei piani provinciali di emergenza in caso di eventi calamitosi di tipo B (ART. 2, L. 24 febbraio 1992, n. 225); d) all’attuazione degli interventi necessari per favorire il ritorno alle normali condizioni di vita nelle aree colpite da eventi calamitosi; e) allo spegnimento degli incendi boschivi, fatto salvo quanto stabilito al punto 3) della lettera f ) del comma 1 dell’ART. 107; 12 D.Lgs n. 112 del 31 marzo 1998 N. 112 Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni ed agli enti locali, in attuazione del capo I della L. 15 marzo 1997, n. 59. Allo scopo di agevolarne la lettura, nel presente provvedimento la nomenclatura dei Ministri e dei Ministeri è stata aggiornata sulla base degli accorpamenti e delle soppressioni intervenute negli ultimi anni. Tutti i riferimenti alla Agenzia di protezione civile contenuti nel presente decreto si intendono effettuati al Dipartimento della protezione civile, ai sensi dell'art. 5-bis, comma 7, D.L.. 7 settembre 2001, n. 343. 13 Lettera aggiunta dall'art. 13, d.lg. 29 ottobre 1999, n. 443. 46 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 ART. 108. Sono attribuite alle province le funzioni relative: a) all’attuazione, in ambito provinciale, delle attività di previsione e degli interventi di prevenzione dei rischi, stabilite dai programmi e piani regionali, con l’adozione dei connessi provvedimenti amministrativi; b) alla predisposizione dei piani provinciali di emergenza sulla base degli indirizzi regionali; c)alla vigilanza sulla predisposizione da parte delle strutture provinciali di protezione civile, dei servizi urgenti, anche di natura tecnica, da attivare in caso di eventi calamitosi di tipo B (ART. 2, L. 24 febbraio 1992, n. 225); ART. 108. Sono attribuite ai comuni le funzioni relative: a) all’attuazione, in ambito comunale, delle attività di previsione e degli interventi di prevenzione dei rischi, stabilite dai programmi e piani regionali; b) all’adozione di tutti i provvedimenti, compresi quelli relativi alla preparazione all’emergenza, necessari ad assicurare i primi soccorsi in caso di eventi calamitosi in ambito comunale; c) alla predisposizione dei piani comunali e/o intercomunali di emergenza e, in ambito montano, tramite le comunità montane, e alla cura della loro attuazione, sulla base degli indirizzi regionali; d) all’attivazione dei primi soccorsi alla popolazione e degli interventi urgenti necessari a fronteggiare l’emergenza; e) alla vigilanza sull’attuazione, da parte delle strutture locali di protezione civile, dei servizi urgenti; f) all’utilizzo del volontariato di protezione civile 11:51 Pagina 47 a livello comunale e/o intercomunale, sulla base degli indirizzi nazionali e regionali. Il ciclo normativo di nascita del servizio nazionale di protezione civile e della sua gestione multilivello si chiude con la riforma del titolo V della Costituzione (legge costituzionale 3/2001), che ha inserito la Protezione Civile fra le materie a legislazione concorrente stato-regioni “La legislazione regionale in tema di protezione civile, emanata a partire dalle intervenute modifiche al titolo V, se da un lato necessita di essere interpretata alla luce della sopravvenuta valenza costituzionale assegnata alla disciplina della materia, dall’altro, richiede una lettura sistematica volta a coordinare ciascuna disposizione normativa con tutti gli ulteriori provvedimenti che disciplinano il settore a livello statale. Per contro, il ruolo della legislazione nazionale deve essere ponderato in rapporto ai confini “flessibili” di cui si è detto, pur senza sminuire il valore dei principi fondamentali già presenti nel sistema o di futura introduzione.”14 3.1.3 La fase dell’indirizzo Come detto in precedenza la Legge Costituzionale 3/2001 completa la fase di costituzione del sistema nazionale di protezione civile dal punto di vista normativo. A partire dal 2001 sono stati invece emananti una serie di provvedimenti voti a governare l’evoluzione raggiunta e a fornire orientamenti e indirizzi a tutti gli Enti pubblici e privati in ordine alla previsione, prevenzione e gestione di calamità naturali e antropiche. Il D.L. 7 settembre 2001, n. 343, (convertito in legge 9 novembre 2001, n. 401), recante: “Dispo- 14 Di Lascio, F. “La protezione civile nella legislazione successiva alla riforma del Titolo V”, 2004. 47 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:51 sizioni urgenti per assicurare il coordinamento operativo delle strutture preposte alle attività di protezione civile e per migliorare le strutture logistiche nel settore della difesa civile”, ha stabilito che il Presidente del Consiglio dei Ministri determini le politiche di protezione civile finalizzate alla tutela dell'integrità' della vita, dei beni, degli insediamenti e dell'ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, da catastrofi e da altri grandi eventi, che determinino situazioni di grave rischio. Al Capo del Dipartimento della Protezione Civile spetta invece il compito di rivolgere alle amministrazioni centrali e periferiche dello Stato, delle regioni, delle province, dei comuni, degli enti pubblici nazionali e territoriali e di ogni altra istituzione ed organizzazione pubblica e 48 Pagina 48 privata presente nel territorio nazionale, le indicazioni necessarie al raggiungimento delle finalità di cui sopra. La legge, quindi, stabilisce essere un precipuo compito del Dipartimento Nazionale della Presidenza quello fornire orientamenti e indirizzi a tutti gli enti pubblici e privati in ordine ai principali settori di riferimento e di interesse della Protezione Civile. Il Dipartimento della Protezione Civile ha negli ultimi 10 anni emanato numerose circolari e direttive che, per la quantità dei coinvolgimenti prodotti e per la delicatezza e l'importanza degli argomenti trattati, assumono spesso la natura di veri e propri atti di indirizzo operativo e di coordinamento per tutti gli enti titolari di competenze in materia di protezione civile. LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 4. Buone pratiche di governance multilivello 4.1 Esempi virtuosi di Buone Pratiche A livello nazionale sono stati individuati alcuni esempi che costituiscono buone pratiche di riferimento per quanto attiene la governance multilivello delle calamità naturali. Queste pratiche sono: 4.1.1 Il sistema di previsione e prevenzione degli incendi boschivi messo a punto dalla Regione Liguria Regione Liguria è fra le poche regioni ad essere interessata dal rischio incendi sia nella stagione estiva, come buona parte delle regioni del centro sud, sia nella stagione invernale, come buona parte delle regioni subalpine. La frequenza degli incendi e la costante pressione del fenomeno su tutto l’arco dell’anno ha portato Regione Liguria a dotarsi di strumenti e procedure finalizzate ad una più efficiente gestione del rischio in anticipo rispetto a molte altre regioni italiane. Le azioni di previsione e prevenzione nonché il potenziamento delle attività di lotta attiva promosse dalla Regione Liguria in questi ultimi anni hanno consentito di ridurre notevolmente sia il numero di eventi che l’area bruciata totale. La L.R. 6/1997 e L.R. 4/1999, integrate successivamente dalla legge quadro L. 353/2000, hanno 11:51 Pagina 49 portato a definire con grande precisione gli attori e i loro ruoli all’interno del sistema regionale. Il sistema regionale antincendio boschivo si articola in tre fasi distinte strettamente coordinate fra loro, ovvero previsione, prevenzione e lotta attiva agli incendi boschivi, cui si affiancano azioni di formazione del volontariato e sensibilizzazione sulle tematiche legate alla prevenzione degli incendi. L’esperienza ligure ha messo in evidenzia come la gestione del rischio da incendi boschivi debba essere maggiormente indirizzata alla gestione del combustibile, ovvero alla pianificazione dell’uso del suolo e della copertura vegetale. Investire in interventi finalizzati alla riduzione del combustibile e alla pianificazione dell’uso del suolo, in quelle aree dove gli esposti vulnerabili vengono a diretto contatto con le arre maggiormente a rischio, permette non solo di garantire l’incolumità della popolazione, ma di ridurre i costi legati all’intervento in fase di emergenza. Solo l’osservazione continua della copertura vegetale ed il continuo aggiornamento delle aree percorse dal fuoco può permettere di identificare con precisione l’effetto dei parametri fisici territoriali sul regime da incendi boschivi. Sulla base dell’esperienza di Regione Liguria, la chiave principale per risolvere i problemi legati al rischio da incendi boschivi sembra quindi quella di coinvolgere tutti i settori, agricoltura, turismo, ambiente e protezione civile al fine di condividere una conoscenza dettagliata del territorio in termini di processi naturali e dello sviluppo economico del paese, essendo in grado di valutare le ricadute di ogni intervento in relazione alla attuali condizioni di rischio. 49 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:52 Pagina 50 Immagine satellitare relativa all’incendio di Quiliano del 2 gennaio 2003. L’immagine mostra chiaramente la colonna di fumo degli incendi di Quliano (SV) e più a ponente di Alassio (SV). Dopo poco più di tre ore dal principio di incendio il fumo, spinto dal forte vento, ha raggiunto Capo Corso e l’Isola d’Elba. 50 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 4.1.2 Il sistema di gestione delle comunicazioni relative al rischio idrogeologico ed ai rischi meteorologici in uso presso la Regione Valle d’Aosta La Regione Autonoma Valle d’Aosta può essere considerata avvantaggiata rispetto alle Regioni oggetto del presente studio. Essa presenta una dimensione territoriale ridotta (superficie di circa 3.200 km2), un numero di abitanti di poco superiore alle 120.000 unità ed una struttura più snella in termini amministrativi. Si hanno infatti due soli livelli amministrativi, Regionale e Comunale, e un totale di 74 Comuni. Proprio queste sue caratteristiche ne hanno fatto una sorta di “laboratorio” per la realizzazione fattiva di processi di governance multilivello in termini di rischi naturali e, per quanto riporteremo qui nello 11:52 Pagina 51 specifico, di rischio idrogeologico ed idraulico. Tre sono gli aspetti che fanno di quella valdostana una buona pratica in termini di governance multilivello: 1) la definizione di un protocollo d’intesa tra le strutture regionali che concorrono al sistema di allertamento per il rischio meteorologico, idrogeologico, idraulico e rischio valanghe; 2) la realizzazione di un documento informativo di sintesi delle procedure di allertamento ad uso dei rappresentanti comunali. Esso riporta in maniera chiara e schematica le principali caratteristiche del sistema di allertamento per il rischio idrogeologico ed idraulico; 3) l’organizzazione di un tavolo di confronto tra rappresentanti del Centro Funzionale regionale e rappresentanti comunali al fine di condividere le procedure di previsione e armonizzare i piani di protezione civile comunale alla normativa vigente. REGIONE VALLE D’AOSTA: Il sistema di protezione civile locale ATTIVAZIONE DEL SISTEMA DI PROTEZIONE CIVILE LIVELLO DI ATTIVAZIONE DEL PIANO COMUNALE ALLERTAMENTO Procedure di attivazione in fase di attenzione Evento previsto o emergenza risolvibile con mezzi comunali ESEMPI DI CATEGORIE DI PROCEDURE -reperibilità COC -vigilanza territoriale -informazione alla popolazione -limitazione alla circolazione -sgomberi, evacuazioni -comunicazione alla protezione civile PREALLARME Procedure di attivazione in preallarme Evento in corso non risolvibile con mezzi comunali ALLARME Procedure di attivazione in preallarme Evento in corso non risolvibile con mezzi comunali -fase di soccorso ESEMPI DI CATEGORIE DI PROCEDURE (OLTRE A QUELLE DELLA FASE DI ATTENZIONE) ESEMPIO DI CATEGORIE DI PROCEDURE (OLTRE A QUELLE DELLA FASE DI PREALLARME) -convocazione COC -vigilanza territoriale rinforzata -preallerta alla popolazione zone a rischio -comunicazione alla Protezione Civile Regionale in merito a provvedimenti ed eventi -attivazione censimento danni -gestione COC -soccorso sanitario -ripristino e mantenimento servizi essenziali -logistica evacuati -censimento danni Il sistema di protezione civile locale della Regione Valle d’Aosta. 51 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:52 4.1.3 Provincia di Modena. la Provincia come strumento di presidio del territorio Il Servizio Sicurezza del territorio e Programmazione ambientale della Provincia di Modena è riuscito a trovare uno spazio efficace di azione per una struttura a livello provinciale nel complesso sistema normativo, tecnico ed operativo della protezione civile. La Provincia di Modena coordina le attività di presidio sul territorio provinciale nelle fasi di pianificazione, previsione e prevenzione. La modalità poi con cui il presidio del territorio si esplica in ambito provinciale è declinato attraverso un complesso sistema di norme, sia di carattere generale, sia settoriale, che concorrono a definire un quadro di competenze ed attività il cui fine principale è la sicurezza del territorio. Questo obiettivo a livello provinciale viene perseguito attraverso: 1)un efficace ed efficiente sistema di programmazione e pianificazione ambientale, territoriale e dell’emergenza al servizio dello sviluppo economico,sociale e civile della popolazione idoneo ad assicurare il mantenimento e il miglioramento della qualità della vita nel rispetto del rischio accettabile; 2)la promozione di un uso appropriato delle risorse ambientali naturali; 3)la promozione del raccordo funzionale tra gli strumenti di pianificazione, programmazione degli interventi e gestione delle emergenze, anche in attuazione del principio di sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione. I processi sopra descritti concorrono a delineare le funzioni di previsione, prevenzione e gestione delle emergenze così come definite nella L. 225/92. Attuare le funzioni di previsione, prevenzione e gestione delle emergenze avendo come obiet- 52 Pagina 52 tivo la sicurezza del territorio significa delineare un quadro sistemico ed organico di attività riconducibili ai punti 1) 2) 3) e che concorrono a delineare il ruolo della Provincia come presidio del territorio. Adottare questo approccio implica riconoscere che : 1) la modificazione di una delle componenti del sistema territoriale induce o può indurre dei cambiamenti anche sulle componenti ad essa relazionate (fisicamente o funzionalmente); 2) la capacità di interagire delle componenti del sistema territoriale può amplificare gli effetti di una singola modificazione o può modificare (in maniera non attesa) la configurazione del sistema nel suo complesso. L’esperienza maturata dalla Provincia di Modena ha fatto sì che la pianificazione di protezione civile – in tutte le sue fasi – non sia considerata disgiunta dalla pianificazione territoriale perché ha con essa stretti legami e ciascuna delle due “componenti” è in grado di influenzare l’altra. Questo è una pietra d’angolo su cui si è basato il processo di definizione e di continuo aggiornamento del Programma provinciale di previsione e prevenzione di protezione civile, che può essere considerato il primo strumento normativo di pianificazione della protezione civile. La Provincia di Modena si è posta come obiettivo quello di stabilire il ruolo specifico degli elaborati tecnici del Programma di previsione e prevenzione, progettati all’interno di un quadro legislativo complesso ed articolato. Il programma costituisce quindi il documento principale di riferimento a scala provinciale per la conoscenza e l’analisi dei rischi naturali ed antropici, teso alla prevenzione delle calamità in ambito pubblico. I cardini principali su cui è LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 stato definito il Programma per la Provincia di Modena sono un’attenta analisi territoriale, volta ad individuarne le criticità, la definizione di scenari di evento e, successivamente, la definizione di scenari di danno. Un’ultima, ma solo in ordine cronologico, nota di merito da attribuire alla struttura di protezione civile della Provincia di Modena è l’accordo firmato nel luglio 2010 tra il Prefetto 11:52 Pagina 53 ed il Presidente della Provincia di Modena per la creazione di un Centro Coordinamento Soccorsi. Il centro unificherà a livello provinciale gli interventi di protezione civile, assicurando la direzione unitaria dei servizi di emergenza. Modena è dunque tra le prime province italiane a dotarsi di questo strumento, previsto dal D.P.C.M. 13 giugno 2006 per migliorare il coordinamento delle emergenze. Interventi della Protezione Civile della Provincia di Modena durante la piena fiumi Secchia e Panaro, dicembre 2009. (Fonte http://www.moproc.com/) 53 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:52 4.1.3 Il Centro Funzionale Regionale della Regione Piemonte. Il Sistema Nazionale dei Centri Funzionali, promosso dal Dipartimento della Protezione Civile e dalle Regioni, è costituito da una rete di centri operativi per il Sistema di allertamento nazionale distribuito ai fini di protezione civile che, attraverso attività di previsione, monitoraggio e sorveglianza in tempo reale degli eventi e dei conseguenti effetti relativi sul territorio, è di supporto alle decisioni delle autorità preposte all’allertamento delle diverse componenti del Servizio Nazionale di Protezione Civile e alle diverse fasi di gestione dell’emergenza in attuazione dei Piani di emergenza di protezione civile provinciali e comunali. Il compiti principale dei CENTRI FUNZIONALI è quello di supportare il decisore nella fase di emissione dell'allerta. La DPCM 27 febbraio 2004 indica che alla Regione spetta il compito di raccordare il Centro Funzionale con le sale operative regionali e/o provinciali, nonché con ogni altra struttura preposta alla sintesi di tutte le informazioni necessarie all'attività decisionale ed operativa ai fini di protezione civile, dandone successiva informazione al Dipartimento della Protezione Civile. Affinché una Regione possa attivare il proprio Centro Funzionale, e con esso raggiunga l’autonomia nella fase di previsione e monitoraggio degli eventi estremi, deve aver predisposto: una rete tecnologica per il monitoraggio e la modellazione dei fenomeni; • la messa in organico di un congruo numero di unità di personale; • la definizione di un sistema di soglie tramite il quale attivare i diversi livelli di criticità; • la predispozione di un atto che definisca il si- 54 Pagina 54 stema di allertamento regionale recependo gli indirizzi forniti dalla Dir.P.C.M. 27 febbraio 2004 e ss.mm. Tale atto dovrà essere ufficialmente approvato dalla Giunta Regionale. Nella Regione Piemonte le competenze del Centro Funzionale sono attribuite ad Arpa Piemonte dalla Legge regionale n. 28 del 20 novembre 2002. La Regione Piemonte, con Delibera di Giunta n. 37-15176 del 23 marzo 2005 e s.m.i. (B.U.R. n. 21 2° suppl. del 26 maggio 2005), ha approvato il "Disciplinare per la gestione organizzativa e funzionale del Sistema di Allertamento regionale ai fini di protezione civile" e dichiarato attivo il Centro Funzionale regionale presso Arpa Piemonte, evoluzione della Sala Situazione Rischi Naturali, che a partire dal 1996 aveva compiti di sorveglianza per il rischio idrogeologico del territorio regionale. Una successiva versione del disciplinare è stata approvata con Delibera di Giunta Regionale (B.U.R. n. 33 del 16 agosto 2007) Il disciplinare costitutivo del Centro Funzionale della Regione Piemonte costituisce un esempio virtuoso di come a livello regionale siano stati applicati in modo scrupoloso i dettami della DPCM 27 febbraio 2004. Questo disciplinare contiene inoltre il riferimento a procedure tecnico/scientifiche che, seppure non contemplate direttamente dalla DPCM 27 febbraio 2004, costituiscono una integrazione migliorativa utile alla realizzazione di un Centro Funzionale efficiente. 4.2 Buone Pratiche nelle Regioni Obiettivo Convergenza 4.2.1 La microzonazione sismica dell’area etnea La Microzonazione Sismica, (nel seguito indicata come MS), è uno studio volto a stimare la pericolosità e la vulnerabilità sismica di un’area urbana, per prevedere la localizzazione e l’intensità degli LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 effetti di un terremoto in una zona e, quindi, definire i criteri geotecnici, strutturali e urbanistici per un corretto utilizzo del territorio al fine di mitigare o eliminare i danni da evento sismico. Attraverso la MS si definisce nel dettaglio il territorio, e s’individuano aree in cui i valori di pericolosità sismica sono strettamente connessi alle situazioni locali. Il Dipartimento della Protezione Civile nazionale ha pubblicato dal mese di marzo 2009, in una documentazione di valenza procedurale e tecnica, gli indirizzi e criteri generali per la MS.. Tali linee guida sono volte a definire a livello nazionale la pericolosità sismica, necessaria all’analisi del rischio sismico, per una successiva applicazione ai settori della programmazione territoriale, della pianificazione urbanistica, della pianificazione dell’emergenza e della nor- 11:52 Pagina 55 mativa tecnica per la progettazione. Il Dipartimento regionale di Protezione Civile Siciliano ha promosso e coordinato gli studi di MS per i territori dei Comuni del versante orientale dell’Etna. Queste località tra il 2002 e il 2003 sono state colpite da un susseguirsi di numerosi eventi sismici a brevi intervalli temporali, che hanno costretto la zona a uno stato di emergenza, causando seri danni al patrimonio edilizio e alle infrastrutture, e gravi ripercussioni economiche sulla comunità colpita. Tutte le informazioni legate alla MS, le caratteristiche del sisma e del territorio, i dati raccolti, le procedure di superamento dell’emergenza, le carte geotecniche di dettaglio, il censimento dei danni, sono state pubblicate sul sito Internet del Dipartimento Regionale di Protezione Civile della Regione Sicilia, all’indirizzo sit.protezionecivilesicilia.it. Stralcio della perimetrazione speditiva delle aree di fratturazione al suolo del Comune di Santa Venerina (Fonte sit.protezionecivilesicilia.it) 55 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:52 4.2.2 Esercitazione PUGLIA 2010 L’organizzazione delle esercitazioni in Protezione Civile è di fondamentale importanza per diverse motivazioni, una delle quali è la verifica dei piani di emergenza a vari livelli ed il controllo del sistema organizzativo che deve attuare tali piani. Le esercitazioni alle quali prendono parte gli Enti, le Amministrazioni e le Strutture operative del Servizio Nazionale di Protezione Civile, sono attivate secondo una procedura prestabilita. Le esercitazioni possono essere nazionali, quando vengono programmate e organizzate dal Dipartimento della Protezione Civile in accordo con le Regioni o le Province Autonome in cui si svolgono, mentre sono classificate come regionali o locali,se sono le Regioni, le Prefetture o le Province Autonome a promuoverle. Con un’esercitazione si può stabilire l’efficacia dei Piani Regionali, Provinciali o dei Piani Intercomunali e Comunali di Protezione Civile. L’Ente che propone l’esercitazione deve presentare un “Documento di Impianto” che indichi un progetto di attività da condividere con tutte le amministrazioni che partecipano alla simulazione. Il “Documento Generale d’Impianto” proposto dalla Regione Puglia per l’esercitazione dei giorni 28, 29 e 30 maggio del 2010, prevedeva cinque scenari provinciali separati con i relativi documenti di impianto e crono programmi per Bari (compresa la nuova provincia di Barletta-AndriaTrani), Brindisi, Taranto, Foggia e Lecce. L’esercitazione regionale “Puglia 2010” ha riprodotto una situazione meteorologica simile a quelle tipiche del territorio regionale, con situazioni critiche diffuse su tutto il territorio regionale. Nella fase di preparazione e pianificazione dell’esercitazione sono stati coinvolti gli enti e le strutture operative competenti al fine di condi- 56 Pagina 56 videre e migliorare i piani di emergenza a livello comunale, inter-comunale e provinciale. Sono state verificate le procedure di allertamento per il rischio idrogeologico tramite il Centro Funzionale Sperimentale per il monitoraggio dei rischi naturali, ai sensi della Dir.P.C.M. 27 febbraio 2004 e i tempi necessari ai centri operativi regionali, provinciali e comunali per comunicare tra loro e ai mezzi e agli uomini che devono realizzare i soccorsi. Sono stati misurati i tempi necessari all’allestimento e all’organizzazione funzionale delle aree di ritrovo soccorritori e dei campi di primo soccorso. Inoltre è stato verificato il coordinamento delle attività e delle procedure del Sistema Sanitario regionale con il sistema locale di protezione civile. Ulteriore finalità dell’esercitazione è quella di utilizzare una tipologia di comunicazione standard da parte dei tecnici e degli operatori per la popolazione, gli Enti Locali e i Media. 4.2.3. Il Piano di Emergenza per il Vesuvio Dalla sua ultima eruzione del 1944, il Vesuvio si trova in uno stato di quiescenza. Ad oggi non si registrano “fenomeni precursori” indicativi di una possibile ripresa dell’attività eruttiva a breve termine. Nonostante ciò, a causa dell’elevata urbanizzazione sviluppatasi negli ultimi decenni alle sue falde, in cui vivono più di cinquecentomila persone, il Vesuvio è oggi uno dei vulcani a rischio più elevato al mondo. È stato pertanto redatto un apposito piano di emergenza per difendere gli abitanti dell’area vesuviana da una possibile eruzione prendendo come riferimento lo scenario relativo all’evento esplosivo del 1631. Il piano, il cui ultimo aggiornamento è del 2010, in- LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 dividua tre aree a diversa pericolosità così definite: ZONA ROSSA: è l’area immediatamente circostante il vulcano, ed è quella a maggiore pericolosità; ZONA GIALLA: presenta una pericolosità minore rispetto alla rossa e corrisponde a tutta l’area che potrebbe essere interessata dalla ricaduta di particelle piroclastiche (ceneri e lapilli); ZONA BLU: ricade all’interno della zona gialla, ma è soggetta ad un agente di pericolosità ulteriore. Corrisponde infatti alla “conca di Nola” che, per le sue caratteristiche idrogeologiche, potrebbe essere soggetta a inondazioni ed alluvioni oltre che alla ricaduta di ceneri e lapilli. E’ importante tenere presente che se dovesse darsi un eruzione del Vesuvio non sarebbe imComune della zona rossa S. Giorgio a Cremano Portici Ercolano San Sebastiano al Vesuvio Pollena Trocchia Massa di Somma Ottaviano Sant’Anastasia Somma Vesuviana Cercola San Giuseppe Vesuviano Terzigno Boscoreale Pompei Torre del Greco Torre Annunziata Trecase Boscotrecase 11:52 Pagina 57 provvisa, ma sarebbe preceduta da una serie di fenomeni precursori identificabili già diverso tempo prima. Il piano nazionale d’emergenza prevede quattro livelli di allerta successivi a cui corrispondono altrettante fasi operative successive, che scandiscono i tempi degli interventi di protezione civile per mettere in sicurezza la popolazione e il territorio. Gli abitanti della zona rossa dovranno essere allontanati prima dell’inizio dell’eruzione. Naturalmente in Campania non vi sarebbe la possibilità di accogliere 600 mila persone e pertanto ciascuno dei 18 comuni della zona rossa è gemellato con una regione che, in caso di eruzione, ne accoglierà gli abitanti. Regione gemellata Lazio Emilia Romagna Toscana Molise Umbria Umbria Piemonte e Valle d’Aosta Marche Abruzzo Friuli Venezia Giulia Lombardia Veneto Puglia Liguria Sicilia Calabria Basilicata Basilicata CAMPANIA. Piano nazionale Emergenza Vesuvio. Il piano individua i luoghi gemellati con ciascuno dei 18 comuni in zona rossa dove dovranno recarsi i cittadini evacuati. 57 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:52 4.2.4 Calabria: il sistema di allertamento per il rischio idrogeologico e idraulico. Il sistema di allertamento della Regione Calabria per il rischio idrogeologico e idraulico ha subito negli ultimi anni una notevole evoluzione positiva. I tragici eventi di Soverato (2000) e Vibo Valentia (2006), hanno fatto si che le amministrazioni e l’opinione pubblica calabrese ponessero la mitigazione del rischio al centro delle politiche regionali. Già nel settembre del 2000 in Calabria venne istituito un prototipo di Centro Funzionale, che funCentro Funzionale Supporto tecnico scientifico all’autorità regionale di protezione civile Pagina 58 geva, come pochi altri in Italia, da precursore di quello che sarebbe poi divenuta la Rete dei Centri Funzionali. Con la Deliberazione n. 172 del 29 marzo 2007, la giunta regionale ha approvato la Direttiva per l’allertamento per il rischio idrogeologico ai sensi della Dir.P.C.M. 27 febbraio 2004 e s.m.i. Tale atto, rispondendo a pieno ai criteri dettati dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha determinato l’attivazione ufficiale del Centro Funzionale della Regione Calabria. Le principali prerogative della Direttiva consistono nella chiarezza del linguaggio e dei Previsione meteoidrologica Definizione Livelli di Criticità Il livello di criticità (ORDINARIA, MODERATA, ELEVATA), è univoco a scala nazionale. Superamento Soglie Tabella corrispondenza tra Livelli di Criticità e Livelli di Allerta NO BOLLETTINO di CRITICITÀ SI AVVISO di CRITICITÀ Trasmissione Settore Protezione Civile Struttura del Dipartimento della Presidenza della Regione Calabria AVVISO di CRITICITA Definizione Livello di allerta Criticità da Evento previsto Criticità da Evento in atto Livello di Allerta Moderata Ordinaria 1 Elevata Moderata 2 Elevata 3 Il livello di allerta (1,2,3) è specifico per la Regione Calabria MESSAGGIO di ALLERTA Il sistema di allertamento della Regione Calabria per il rischio idrogeologico e idraulico. L’immagine mostra la divisione dei compiti tra il Centro Funzionale regionale, cui spetta l’attività di supporto tecnico scientifico, e il Settore Protezione Civile che ha il compito di emettere l’allerta in favore della popolazione e di tutti gli enti locali coinvolti. 58 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 contenuti e nella suddivisione dei compiti dei soggetti coinvolti (Prefetture – UTG, Provincie, Regione, Comuni, strutture operative e aziende presenti sul territorio che, a vario titolo, concorrono alle attività di protezione civile in caso di emergenza), con particolare riferimento al ruolo del Centro Funzionale regionale di Protezione Civile. Il documento inoltre funge da atto di indirizzo nei confronti di Province e Comuni, fornendo linee guida e prevedendo momenti di verifica degli adempimenti che le amministrazioni subordinate devono mettere in atto. Considerazioni finali Il Sistema ed il Paese Il Sistema Nazionale di Protezione Civile disegnato a partire dalla Legge 225/1992, coinvolge tutta l'organizzazione dello Stato, centrale e periferica, l’intero sistema degli Enti Locali ed anche la società civile attraverso le organizzazioni di volontariato. Con la Legge Costituzionale n.3 del 18 ottobre 2001, la protezione civile è diventata materie di legislazione concorrente. La parte meridionale del Paese ha una storia importante di vulnerabilità ai disastri causati dai rischi naturali molti dei quali oltrepassano i confini amministrativi e sono superiori alle capacità organizzative dei singoli Enti Locali. A causa dell’alto livello di vulnerabilità del loro territorio le Amministrazioni delle Regioni Obiettivo Convergenza dovrebbero beneficiare di una politica di cooperazione nelle riduzione dei di- 11:52 Pagina 59 sastri. Non tutti i Comuni hanno, infatti, la capacità di gestire le situazioni di emergenza ed è pertanto necessario, nel rispetto dei principi di sussidiarietà propri dell’ordinamento nazionale, prevedere un ampio coinvolgimento di tutti i livelli con particolare riferimento a quello provinciale che spesso stenta a trovare una precisa collocazione all’interno del Sistema Nazionale di Protezione Civile. In questo documento sono stati citati come buone pratiche alcuni atti delle Regioni Obiettivo Convergenza che, recependo le Direttive nazionali, hanno fornito un utile indirizzo agli Enti Locali, ma anche esempi a livello nazionale di applicazione di politiche di governance mulitilivello che rispettano a pieno il principio di sussidiarietà. È importante che il settore di Protezione Civile non venga considerato un ufficio a sé stante rispetto al complesso delle attività amministrative. Sarebbe, al contrario, necessario che venisse sollecitato uno scambio continuo con uffici che si occupano di urbanistica, infrastrutture, ambiente nelle diverse denominazioni specifiche. A tal scopo è importante che a livello regionale, provinciale e comunale, il settore di protezione civile sia ricondotto rispettivamente sotto il controllo del Presidente (o del Sindaco) per garantire il maggior coordinamento possibile. Già a livello nazionale si è avuto un notevole incremento della capacità organizzativa nella gestione delle calamità allorché il Dipartimento della Protezione Civile è passato dal Ministero degli Interni al diretto controllo della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Come è evidenziato nel Rapporto OCSE sul sistema italiano di protezione civile15 “la collocazione del Dipartimento della Protezione Civile 15 Organisation for Economic Co-operation and Development. Italy., Review of the Italian National Civil Protection System. 2010 59 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:52 all’interno della Presidenza del Consiglio dei Ministri sotto la responsabilità del Presidente del Consiglio garantisce al Servizio Nazionale della Protezione Civile le migliori condizioni per una gestione dinamica ed efficiente delle crisi che potrebbero intervenire in territorio nazionale”. Il verificarsi a distanza di pochi anni di eventi simili che continuano a provocare vittime o danni dimostrano però come la memoria storica dei fenomeno sia spesso rimossa, sia dalle istituzioni, sia dai cittadini. Questa mancata cultura di protezione civile fa si che, anche senza abusivismi e colpose omissioni, gli amministratori non predispongano interventi urbanistici strutturali di mitigazione del rischio e che la popolazione, non conscia dei pericoli a cui potrebbe incorrere, non metta in atto le necessarie misure di autoprotezione. Come evidenziato dal Dott. Guido Bertolaso, Capo Dipartimento della Protezione Civile, in un suo recente intervento16, i grandi fenomeni di riallocazione della popolazione, che hanno accompagnato gli ultimi decenni del secolo scorso, hanno privato intere generazioni di un sia pur minimo bagaglio di sapere e di conoscenza del territorio. Ne ha risentito la cultura materiale, socialmente accettata e condivisa dalla maggioranza delle persone e delle famiglie, la quale dovrebbe fondare le scelte prioritarie del vivere il territorio. Il Pagina 60 rispetto della natura, le precauzioni nei confronti dei rischi naturali hanno avuto indici molto bassi di attenzione sociale e di interesse. Nonostante alcune voci preoccupate di questa deriva collettiva, in tutto il Paese si è considerata ammissibile una tolleranza ampia e comprensiva di fenomeni di abuso del territorio in varie forme, a partire dall’abusivismo edilizio, fino all’insipienza, a volte ingenua a volte colpevole, con cui sono realizzate strutture ed infrastrutture importanti senza tenere in debito conto la grande gamma di rischi naturali presenti in ogni parte del Paese. Le conseguenze di tutto ciò diventano più chiare negli anni che stiamo vivendo: basta sovente un fenomeno temporalesco più intenso del solito per innescare fenomeni disastrosi che, quando non sono correlati ad un unico evento catastrofico, raggiungono comunque dimensioni cumulative impressionanti per la frequenza del loro ripetersi e riprodursi. Queste linee guida sono da considerarsi come un tramite per l’avvio di un confronto che potrà condurre ad approfondire le tematiche toccate in questo lavoro in termini generali e senza alcun carattere di esaustività, stimolando la domanda degli attori della governance multilivello affinché emergano le necessità delle realtà locali Alcune specifiche “raccomandazioni” sono raccolte nelle pagine finali di questo rapporto. 16 Intervento del Dott. Guido Bertolaso - Capo del Dipartimento della Protezione Civile. 85° Congresso della SGI – Pisa 6 settembre 2010. 60 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 Raccomandazioni L’analisi del sistema di governance multilivello delle calamità naturali, con particolare riferimento alle Regioni Obiettivo Convergenza, conduce alla formulazione di una serie di raccomandazioni che potrebbero costituire una base di partenza per un processo di miglioramento e/o completamento del Sistema di Protezione Civile. NORMATIVA Semplificazione norma. È necessaria una semplificazione della legislazione in materia di prevenzione e gestione della calamità naturali anche attraverso la redazione di un Testo Unico di Protezione Civile che sfrutti la normativa preesistente abrogando però quanto non più in linea con l’attuale configurazione del Sistema Nazionale di Protezione Civile. Definizione delle responsabilità Occorre chiarire i ruoli dei diversi attori coinvolti eliminando le antinomie esistenti che diminuiscono l’efficienza degli interventi di mitigazione dei rischi e gestione delle catastrofi. Livelli minimi È necessario completare il processo intrapreso con il D.L. 30 dicembre 2009, n. 195 (convertito con modificazioni in L. 26 febbraio 2010, n. 26) che prevede, in relazione alle diverse ipotesi di rischio presenti sul territorio nazionale, la definizione di livelli minimi dell'organizzazione delle strutture territoriali di protezione civile e degli enti cui spetta il governo e la gestione del sistema di allertamento nazionale. (Si veda anche la raccomandazione Verifiche e sanzioni). Verifiche e sanzioni Occorre stabilire date certe per l’applicazione delle 11:52 Pagina 61 norme ed eventualmente prevedere un sistema di controllo che applichi sanzioni in caso di inadempienza. Sanzioni dirette o sanzioni indirette: tra queste il divieto di accedere al ristoro dei danni per conclamata inadempienza. È infatti utile, allorché si siano definiti i requisiti minimi di cui sopra, prevedere una verifica continua, sia dell’adozione, sia del mantenimento degli standard previsti. (Si veda anche Livelli minimi). Per dare piena applicazione al principio di sussidiarietà occorre prevedere momenti di verifica di quanto posto in essere dai livelli gerarchicamente inferiori. Normativa regionale La normativa regionale deve essere aggiornata tenendo conto dell’evoluzione normativa e degli atti di indirizzo a livello nazionale. A livello nazionale sono state emanate norme con cadenza almeno annuale ma in alcune delle Regioni nell’ultima decade non si è sostanzialmente legiferato o trasferito in norma locale. GOVERNANCE NAZIONALE e REGIONALE Buone pratiche Esistono esempi virtuosi di governance delle calamità naturali, sia nel nostro paese, sia in Europa. Occorre dare loro un ruolo anche nel Sistema di Protezione Civile che verrà. Interventi strutturali La prevenzione dei rischi con interventi di tipo strutturale è compito delle Amministrazioni che hanno la responsabilità della gestione ordinaria del territorio. Occorre però prevedere, anche a scala nazionale, un rilancio di tali tipi di intervento. Seguendo questo spirito il legislatore ha previsto, nell’articolo 11 della L. di conversione 24 giugno 2009 n. 7717, che siano finanziati interventi per la 61 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:53 prevenzione del rischio sismico grazie ad uno specifico fondo istituito nello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze. È auspicabile, inoltre, la messa in atto di politiche pubbliche che forniscono incentivi adeguati a favorire le ristrutturazioni e gli investimenti privati che sarebbero necessari a mitigare i rischi di disastro. Per gli edifici privati si potrebbe ricorrere ad una forma di incentivo, basata su benefici fiscali, secondo modalità analoghe a quelle già adottate per le forme di incentivazione finalizzate al risparmio energetico. (Si veda anche Assicurazioni) Resilienza strutture regionali di protezione civile È necessario accrescere la resilienza della struttura amministrativa regionale (provinciale, comunale) di protezione civile rispetto ai cambiamenti politici. La struttura regionale di protezione civile deve coadiuvare in maniera efficiente ed efficace l’Autorità politica pro-tempore supportandola nelle scelte che possano dare continuità nel medio-lungo periodo alle azioni di protezione civile e pianificazione volte alla gestione e mitigazione dei rischi naturali. Dovrebbe essere guidata da funzionari con capacità di coordinamento delle altre strutture regionali (provinciali, comunali) con riferimento diretto al Presidente o al Sindaco. (Si veda anche Collaborazione istituzionale). Attivare tutti i Centri Funzionali Regionali. Il Sistema Nazionale dei Centri Funzionali, promosso dal Dipartimento della protezione civile, dalle Regioni e dalle Province Autonome di Trento e Bolzano, si propone di realizzare una rete di centri operativi per il “Sistema di allertamento” nazionale distribuito ai fini di protezione civile che, attraverso attività di previsione, monitoraggio e sorveglianza in tempo reale degli eventi e dei conseguenti effetti Pagina 62 relativi sul territorio, sia di supporto alle decisioni delle autorità preposte all’allertamento delle diverse componenti del Servizio Nazionale di Protezione Civile e alle diverse fasi di gestione dell’emergenza in attuazione dei “Piani di emergenza di protezione civile” provinciali e comunali. La Direttiva emanata dal Presidente del Consiglio dei Ministri il 27 febbraio 2004, inserendosi nel contesto nazionale, detta gli indirizzi operativi per la gestione organizzativa e funzionale di tale sistema di allertamento; definisce i soggetti istituzionali e gli organi territoriali coinvolti nelle attività di previsione e prevenzione del rischio e di gestione dell’emergenza; stabilisce gli strumenti e le modalità con cui le informazioni relative all’insorgenza ed evoluzione del rischio idrogeologico ed idraulico, devono essere raccolte, analizzate e rese disponibili alle autorità coinvolte. Affinché una Regione possa attivare il proprio Centro Funzionale, e con esso raggiunga l’autonomia nella fase di previsione e monitoraggio degli eventi estremi, deve aver predisposto: - una rete tecnologica per il monitoraggio e la modellazione dei fenomeni; - la messa in organico di un congruo numero di unità di personale; - la definizione di un sistema di soglie tramite il quale attivare i diversi livelli di criticità; - la predispozione di un atto che definisca il sistema di allertamento regionale recependo gli indirizzi forniti dalla Dir.P.C.M. 27 febbraio 2004 e ss.mm. Tale atto dovrà essere ufficialmente approvato dalla Giunta Regionale. Solo quando tutte le quattro fasi sono state completate e sono stati ritenuti adeguati i loro contenuti, il Dipartimento della Protezione Civile 17 D.L. 28 aprile 2009, n. 39: Misure urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici nella regione Abruzzo nel mese di aprile 2009 e ulteriori interventi urgenti di protezione civile. (Convertito in L. 77 del 24 giugno 2009) 62 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 nazionale decreta in via ufficiale l’attivazione del Centro Funzionale. In questo processo emergono due lacune che dovrebbero essere colmate. A livello Regionale solo 10 enti (rispetto alle 19 Regioni e alle 2 Province Autonome di Trento e Bolzano) hanno attivato il proprio Centro Funzionale. Le Regioni Obiettivo Covenvergenza rispettano la media nazionale: infatti, solo due Centri Funzionali, quelli di Calabria e Campania sono stati dichiarati attivi. I Centri di Puglia e Sicilia, pur essendo fisicamente costituiti e operativi non sono ancora stati dichiarati autonomi. È pertanto auspicabile che venga accelerato il processo di attivazione di tutti i Centri Funzionali Regionali. A livello nazionale è importante che vengano definiti i criteri minimi che le procedure regionali dovrebbero avere affinché i Centri Funzionali possano trattare tutta la gamma dei rischi naturali (ed eventualmente antropici). Attualmente la procedura di attivazione dei Centri Funzionali si riferisce solamente al sistema di allertamento per il rischio idrogeologico e idraulico, ma molti dei centri attivi hanno esteso l’attività ad altri rischi, in particolare il rischio sismico e da incendi boschivi di interfaccia urbano-forestale. Collaborazione istituzionale Sostenere la collaborazione tra diversi settori regionali con competenze comuni (ad es. difesa del suolo, difesa delle foreste, pianificazione urbanistica, ambiente, protezione civile) affinché la pianificazione diventi un efficace strumento di riduzione del rischio dovuto a calamità naturali. (Si veda anche Pianificazione territoriale) Per favorire tale collaborazione sarebbe auspicabile che il Servizio Regionale di Protezione Civile fosse collocato sotto la diretta responsabilità dell’Ufficio di Presidenza. Nell’ambito delle Re- 11:53 Pagina 63 gioni Obiettivo Convergenza Calabria e Sicilia hanno già adottato tale politica di gestione. Sindaci Supportare tecnicamente e scientificamente le attività dei Sindaci che svolgono un ruolo chiave nel Sistema di protezione civile. Nei circa ottomila Comuni italiani non sempre gli amministratori riescono pienamente a comprendere e gestire le conseguenze di medio-lungo periodo delle azioni di pianificazione che intraprendono in relazione alla presenza sul loro territorio di rischi naturali. Dinamiche decisionali della popolazione Tenere in debito conto, nel Sistema di Protezione Civile, delle dinamiche decisionali della popolazione sia come gruppo che come singoli. Gli scenari di rischio non analizzano perché, durante gli eventi passati, la vittima abbia tenuto un comportamento che l’ha condotta a perdere la vita, cosa avrebbe potuto fare per essere al sicuro e perché non l’abbia fatto. Pianificazione territoriale È necessario che la riduzione della vulnerabilità degli edifici e delle infrastrutture sia messa al centro della governance multilivello in materia di pianificazione territoriale valutando la possibilità di introdurre l’obbligo di tenere in conto le condizioni di sicurezza attraverso, fra l’altro, un’adeguata pianificazione dell’uso del suolo come base per garantire concessioni edilizie. L'attuazione di queste disposizioni normative dovrebbe essere garantita da un preposto sistema di controllo. Assicurazioni Bisognerebbe prendere in considerazione un sistema in grado di migliorare la copertura assicurativa per le perdite dovute a catastrofi naturali, favorendo tra l’altro gli investimenti nella mitigazione del rischio, riducendo i premi e le franchigie assicurative in caso di miglioramenti nella difesa dai rischi instaurando con- 63 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:53 temporaneamente un sistema di valutazione della conformità al regolamento edilizio. COMUNICAZIONE E FORMAZIONE Comunicare il rischio Un aspetto di fondamentale importanza per la governance multilivello è quello della comunicazione. Occorre migliorare la comunicazione del rischi: • tra i diversi livelli del Sistema Nazionale; • del Sistema con le vittime potenziali; • del Sistema con i mezzi di informazione; • degli scienziati e del Sistema con il mondo giudiziario. In Italia le politiche di comunicazione del rischio ai cittadini sono spesso limitate a predisporre opuscoli informativi o campagne pubblicitarie per spiegare quale sono le azioni da intraprendere in caso di un particolare evento. È sicuramente utile individuare alcune best practices di comunicazione rivolta alla popolazione, scritta in un linguaggio per non esperti, intorno alle misure di salvaguardia. Occorre però sottolineare come spesso si ometta di informare a quali tipo di rischio si va in contro vivendo in una specifica regione, o in un determinato comune, o in una parte di esso. Informazioni spesso generalistiche non contribuiscono a far intendere quale sia la reale probabilità che un evento avverso possa coinvolgere le vittime potenziali. (Si veda anche Auto-responsabilità). Sarebbe opportuno adottare procedure di informazione della popolazione, già messe in atto in altri paesi, come la diffusione di mappe del rischio specifiche di ogni territorio. Pagina 64 Memoria storica È auspicabile che vengano intraprese azioni per mantenere una memoria storica degli eventi in modo organizzato, semplice e facilmente accessibile ai cittadini, creando, ad esempio, raccolte di filmati, fotografie e documenti degli eventi calamitosi occorsi, in base alle quali siano organizzate esercitazioni e azioni di formazione nelle scuole. Formazione Occorre creare un sistema di formazione continua per gli attori della governance di protezione civile ma anche per i volontari, per i professionisti della funzione giudiziaria e per i professionisti della comunicazione sociale. Un particolare settore da curare riguarda la preparazione degli operatori dei Presidi Territoriali18 per i quali non è stato ancora individuato uno specifico percorso formativo. Auto-responsabilità Nei processi di governance multilivello un aspetto innovativo ma importante riguarda la promozione di politiche volte a sviluppare una coscienza di autoresponsabilità nella popolazione. Questo obiettivo può essere perseguito: • Coinvolgendo attivamente la popolazione rendedola parte integrante del Sistema di protezione civile. • Mettendo a disposizione in modo organizzato, semplice e facilmente accessibile ai cittadini i dati e le mappe del rischio sul territorio. • Prevedendo una campagna volta alla certificazione della vulnerabilità degli edifici privati anche con modalità di incentivazione fiscale simili a quelle in essere per la certificazione energetica degli edifici. (Si veda anche Interventi strutturali). 18 Strutture e/o soggetti regionali e/o provinciali che effettuano attività di monitoraggio e sorveglianza direttamente sul territorio, nel caso siano previste o si verifichino condizioni meteorologiche avverse. Tale presidio può coinvolgere una o più regioni. 64 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:53 Pagina 65 65 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 Bibliografia 5-10-2010 11:53 19 CENSIS, 43° Rapporto sulla situazione sociale del Paese. 2009 Di Iorio, R., Biondo, D., Sopravvivere alle emergenze. Gestire i sentimenti negativi legati alle catastrofi ambientali e civili. Edizioni Scientifiche Ma.Gi. S.r.l., 2009. Fiorucci, P., Risk overview in the PPRD South Partner Countries. Fondazione CIMA, rapporto interno, 2010. Ioannilli, M., I nuovi caratteri dei processi di gestione del territorio e le esigenze di supporto. Giornata di studio sul tema: Sistemi di informazione geografica a supporto dei processi decisionali nella gestione del territorio, Roma, 9 marzo 2010. Istituto Superiore di Sanità Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute. Ufficio di Statistica, Indagine Epidemiologica sulla Mortalità Estiva, Novembre 2003. 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Regioni Obiettivo Convergenza Regione Calabria Regione Campania Regione Puglia Regione Siciliana Altre Amministrazioni nazionali e regionali Presidenza del Consiglio dei Ministri, -Dipartimento della Protezione CivileRegione Valle d’Aosta Regione Liguria Regione Piemonte Provincia di Modena Il gruppo di Lavoro di Fondazione CIMA Marina Morando, Responsabile del Servizio Marco Altamura Luisa Michela Colla Luca Ferraris Paolo Fiorucci Davide Miozzo Franco Siccardi Nicola Rebora Laura Rossello Eva Trasforini 69 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 Sommario 70 5-10-2010 11:53 Pagina 70 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 11:53 Pagina 71 Premessa Introduzione pag. 5 pag. 7 Capitolo 1 1 1.1 Semantica del rischio nella comunicazione Comunicare il pericolo. L’importanza del linguaggio nelle operazioni di protezione civile. pag. 9 pag.9 Capitolo 2 2 2.1 2.1.1 2.1.2 2.2 2.2.1 2.3 2.3.1 2.4 2.4.1 Lo stato del rischio nelle Regioni Obiettivo Convergenza Il Rischo Sismico Eventi Storici 1990 – Il terremoto in val di Noto Il rischio vulcanico 1944 - L’ultima eruzione del Vesuvio Il rischio Idrogeologico 2010 – La frana di Maierato Il rischio da incedi boschivi 2007 – L’incedio di Peschici pag 11 pag.11 pag 14 pag 18 pag 21 pag 25 pag 29 pag 32 pag 35 pag 38 Capitolo 3 3. 3.1 3.1.1 3.1.2 3.1.3 Analisi della normativa Evoluzione normativa del Sistema di Protezione Civile La fase della forma La fase della norma La fase dell’indirizzo pag 41 pag 41 pag 41 pag 43 pag 47 Capitolo 4 4. 4.1 4.1.1 Buone pratiche di governance multilivello Esempi virtuosi di Buone Pratiche Il sistema di previsione e prevenzione degli incendi boschivi messo a punto dalla Regione Liguria 4.1.2 Il sistema di gestione delle comunicazioni relative al rischio idrogeologico ed ai rischi meteorologici in uso presso la Regione Valle d’Aosta 4.1.3 Provincia di Modena. la Provincia come strumento di presidio del territorio 4.1.3 Il Centro Funzionale Regionale della Regione Piemonte. 4.2 Buone Pratiche nelle Regioni Obiettivo Convergenza 4.2.1 La microzonazione sismica dell’area etnea 4.2.2 Esercitazione PUGLIA 2010 4.2.3. Il Piano di Emergenza per il Vesuvio 4.2.4 Calabria: il sistema di allertamento per il rischio idrogeologico e idraulico. Considerazioni finali Il Sistema ed il Paese Raccomandazioni Bibliografia Ringraziamenti pag 49 pag 49 pag 49 pag 51 pag 52 pag 54 pag 54 pag 55 pag 56 pag 56 pag 58 pag 59 pag 59 pag 61 pag 66 pag 69 71 LIBRETTO PON GAS Correzioni:Layout 1 5-10-2010 Finito di stampare ad ottobre 2010. 72 11:53 Pagina 72 Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento per gli Affari Regionali Via della Stamperia 8 - Roma Tel. (+39) 06.67791 Organismo Intermedio PON "Governance e Azioni di Sistema 2007-2013" Asse E Obiettivo Specifico 5.2 GOVERNANCE MULTILIVELLO PER LA PREVENZIONE E GESTIONE DELLE CALAMITÀ NATURALI Governance multilivello per la prevenzione e gestione delle calamità naturali Capire, comunicare, decidere, intervenire: come fare rete nel management dei rischi naturali Fondazione CIMA Campus Universitario Via Armando Magliotto, 2 17100 Savona - Italy Tel. 0039.019861418 www.cimafoundation.org UNA GRIGLIA INTERPRETATIVA PER CALABRIA, CAMPANIA, PUGLIA E SICILIA