Presentazione Crocifissione di M. Chagall FAI MEMORIA PER ESSERE LIBERO Una comunità cristiana verso la Pasqua del Signore di Antonio V. Buttitta Comunità Parrocchiale “San Giovanni Bosco” Bagheria Non è un caso che oggi, dopo la riforma liturgica del Vaticano II°, si riscopra l’Haggadàh di Pasqua cioè la narrazione della Pasqua usata nel Talmùd e nello specifico il Sèder della cena Pasquale ebraica, in altre parole l’ordine rituale e lo svolgimento della Cena. Questa riscoperta s’inserisce in un contesto più ampio che coinvolge la celebrazione stessa della Pasqua cristiana. La rinascita degli studi biblici, una migliore conoscenza delle traduzioni ebraiche connesse al Vecchio Testamento, ci ha portato lentamente ad una rivalutazione, in ambito cattolico, dei riti, delle tradizioni celebrative, in una parola, di quell’immenso patrimonio liturgico rappresentato dall’Haggadàh pasquale, rimasto, per lungo tempo sconosciuto ai più e noto solo agli esperti e agli studiosi. Una più chiara comprensione della Pasqua del Signore (cronologia, contesto celebrativo) ci è pervenuta, proprio, da un confronto tra l’Haggadàh, i Vangeli e la struttura celebrativa dell’Eucaristia cristiana. Accostarsi all’Haggadàh di Pasqua mi pare, dunque, non sia erudizione o peggio puro diletto archeologico ma un ritorno alle fonti, alle origini della nostra stessa realtà celebrativa pasquale con la piena coscienza che parlare di <Sèder cristiano> cioè celebrazione di una Pasqua ebraica in ambito cristiano, non solo è ambiguo ma può indurre in contaminazioni inopportune e scorrette. La Pasqua va celebrata come un <unicum>, come un <mysterion> in senso paolino, cioè come un tutto che attraversa interamente la Storia della Salvezza, dalla creazione all’attesa del ritorno del Signore glorioso; il tema teologico del <memoriale> ci permette una lettura ampia ed al contempo attuale della storia salvifica, il tutto evidentemente proiettato per il popolo santo d’Israele nella prospettiva del compimento delle promesse di Dio: la Terra, la Legge, l’Elezione tra le nazioni, la fedeltà al Patto; per noi cristiani nell’avvenimento centrale della nostra fede e della nostra attesa: la morte e la resurrezione del Signore. L’accostarsi all’Haggadàh pasquale ebraica è una operazione fatta con attenzione, rispetto, ed è proiettata con chiara evidenza verso il compimento, per noi, definitivo: la Pasqua di Cristo. In sintesi, i motivi che ci spingono ad accostarci alla Cena Pasquale ebraica si svolgono su due direttrici: una <liturgica> recuperando anche a livello-antropologico i segni che sottostanno all’Eucaristia cristiana; una <semantica> cioè gesti che possano esprimere il partecipare al <dramma> della Passione e Resurrezione del Signore supportando e arricchendo la splendida essenzialità dei nostri riti che poco o nulla concedono alla <teatralità> di altri riti e altri linguaggi liturgici. Introdurre al mistero è credo, antropologicamente, rivivere nel rito, dove è possibile, più contesti celebrativi, più assonanze liturgiche, più linguaggi. Fare memoria nell'Haggadàh come nell’Eucaristia cristiana, non è limitarsi ciclicamente a rivivere un mito come spesso sostenuto dai teorici della storia delle religioni ma sia nel contesto ebraico che in quello cristiano è celebrare un evento storico-salvifico: ora il passaggio del mar Rosso, la liberazione e il dono della Legge, ora la Cena, l’Eucaristia, la morte in croce, la Resurrezione. L’Haggadàh, peraltro, non è estranea nel linguaggio dei segni alla nostre tematiche celebrative; molti, infatti, dei segni che esplicitano l’Haggadàh (luce, tenebre, agnello, pane vino, convivialità) sono ancora e significativamente presenti nelle nostre tradizioni pasquali. La prima sperimentazione della Cena Pasquale risale al 1979, prima in piccoli gruppi con carattere esclusivamente conviviale e familiare poi lentamente l’ho proposta a tutta la comunità incontrando molte approvazioni e grande partecipazione. Ho saputo poi che altri usavano celebrare l’Haggadàh (neocatecumenali); mentre mi apprestavo a sperimentarla usciva una pubblicazione simile negli intenti alla mia proposta (*) ma sulla linea di una riproposizione tematica e soprattutto rituale. L‘elaborazione nella forma attuale è celebrata la sera del Mercoledì Santo e della Haggadàh coglie più lo spirito che la lettera. Non si tratta, dunque, di riportarla tale e quale nella sua elaborata struttura liturgica ma si tratta invece di coglierne le tematiche senza con ciò banalizzarne il contesto celebrativo, che sò familiare, intessuto di memoria, elaborato, complesso; pur ispirandomi all’Haggadàh, avendone mutuato i testi e lo schema ho voluto dare un’impronta tipicamente cristiana. E’ mia speranza che questa <assimilazione> liturgica e celebrativa non ingeneri confusione o facili contaminazioni ma si collochi in contesti ben precisi e risponda soprattutto al desiderio di quanti sono alla ricerca di una liturgia radicata nei <segni>. ANTONIO V. BUTTITTA (*) O.CARENA, Cena pasquale ebraica per comunità cristiane, Marietti, Torino 1980 SCHEMA e struttura della Cena. La celebrazione della Cena Pasquale prevede alcuni ruoli ben precisi che si ritrovano nella stessa Haggadàh: 1 Narratore 2 Colui che presiede, solitamente il Padre di famiglia 3 il figlio più piccolo che chiede A B C D Invito e narrazione Accensione delle luci della festa Si portano sulla tavola le vivande pasquali Narrazione E F G H I L M N 0 P Q R S Il figlio più giovane chiede spiegazioni sul senso della festa Il padre chiarisce il senso della festa pasquale e invita all’ascolto Lettura del Libro dell’Esodo: 12,1-14;21-27 Canto di lode a Dio (dajenù) Cena e benedizione sul vino Canto Narrazione Lettura del Libro dell’Esodo:14,1-3; 15-31 Cantico di Mosè Canto dell'Hallel Narrazione che attualizza l’evento pasquale cristiano Canto Canto conclusivo ispirato alla tradizione ebraica (Ad’gadjà). Cibi necessari alla cena: Pane azzimo, Vino, Erbe amare, uova, sedano, lattuga, succo di limone e dolci tradizionali pasquali. Canti: sono di tipo laudativo ed hanno un andamento vivace e allegro com’è nella tradizione ebraica; gli strumenti musicali utilizzabili possono essere i più svariati; sono da preferire il violino, il violoncello, il flauto traverso, i timpani o tamburello, la chitarra. Le musiche che accludiamo al testo, in appendice, sono di Don Cosimo Scordato. Il canto conclusivo, il tradizionale Ad’gadja è la nota elaborazione di A. Branduardi <Alla fiera dell’Est>. Le immagini che illustrano la cena sono prese da M. Chagall (tutti sono seduti, la casa o la chiesa è semibuia; il narratore spiega ai presenti il senso della cena e il suo attualizzarsi nel mistero pasquale di Cristo.) N. Rivivremo stasera l’esperienza dei nostri padri che furono liberati da Javhè con mano forte e braccio disteso. Questo rito suggestivo sia per noi memoria di un altro rito; e per noi solo figura di un’altra realtà la Cena del Signore Gesù, la sua Pasqua. Vogliamo questa sera abolire i limiti del tempo e dello spazio ed essere contemporanei di coloro che nella liberazione dalla schiavitù egiziana intravidero l’inizio di ogni liberta, della vera libertà. Il Pane azzimo e le erbe amare che mangeremo ci ricorderanno le afflizioni dei nostri Padri in Egitto ma saranno per noi monito a scoprire il Corpo del Signore Gesù e a non ricadere nell’amarezza della vera schiavitù. La nostra memoria corre attraverso il tempo e il nostro ricordo lo uniamo a quello di quanti oggi cercano quella liberazione come la loro. Siamo tutti stasera come <bambini> e tutti ci chiederemo: <Perché questa sera è diversa dalle altre sere?> Ne conosciamo la risposta: questa sera è la sera della memoria di quanto Dio ha fatto per noi dalla creazione, alla liberazione dall'Egitto, al dono della Legge, al dono del suo Figlio Gesù. (tutti si alzano ed entra colui che presiede la Cena chè recita la benedizione sulla luce mentre le donne presenti procedono all’accensione delle luci illuminando interamente l’ambiente) P. <Benedetto sii Tu, o Signore, nostro Dio e Re dell’universo, che ci santifichi con i tuoi comandamenti, e ci ordini d’accendere queste luci, segno del giorno festivo> T. Benedetto sii Tu, Signore Dio dei nostri padri (vengono portati su un tavolo opportunamente preparato e abbellito con fiori e foglie i cibi Pasquali e posti in modo evidente sulla mensa; tutti tornano a sedersi.) N. Come il primo giorno della creazione abbiamo acceso le luci di questa casa perché esse rischiarino le tenebre e il Signore c’inondi della sua luce come quella colonna di fuoco che guidò i passi dei nostri padri ed essa divenne segno per noi e oscurità per i nostri oppressori; questa stessa luce ci guida questa sera e c’illumina per andare incontro al nostro Dio e Signore. l nostri padri erano scesi in Egitto al seguito di Giacobbe e si erano stabiliti nella terra di Gessen; Dio ii benedisse a causa di Giuseppe, si moltiplicarono e divennero molti. Sorse allora un re sull’Egitto che non aveva conosciuto Giuseppe egli cominciò ad opprimere il nostro popolo, facendone morire tutti i figli maschi. Ma Dio salvò da morte sicura Mosè il quale fu educato alla corte del Faraone. Quando egli divenne adulto constatò l’oppressione dei suo popolo e uccise un egiziano. Fuggì Mosè nel deserto e lì incontro il Signore che lo mandò a liberare il suo popolo. Ritornò, dunque, Mosè tra ii suo popolo e parlò al Faraone: <Lascia andare ii mio popolo, lascialo partire> S’indurì il cuore del Faraone e di segno in segno, di prodigio in prodigio sempre più s’indurì il suo cuore. Dio mandò l’angelo sterminatore e morirono i primogeniti degli uomini e degli animali; anche ii primogenito del Faraone morì e si sciolse finalmente il suo cuore. Ma nessuno dei nostri bambini morì e il Signore, Santo egli sia, ci ordinò di ricordare sempre questo avvenimento. (Un bambino tra i più piccoli si rivolge a colui che presiede la cena...) B. < Che differenza c’è tra questa sera e tutte le altre sere? Perché questa sera mangiamo ii pane azzimo e le erbe amare? Perché facciamo tutti festa?> P. < Noi fummo schiavi del Faraone in Egitto e di là ci fece uscire il Signore Dio nostro con mano forte e braccio disteso. Ciascuno di noi, tu, io, i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, ogni generazione è tenuta a considerarsi come se fosse uscita anch’essa dall’Egitto, perché, vedi, il Santo, benedetto egli sia, non liberò soltanto i nostri padri ma noi pure liberò con loro. Ascolta attentamente questo racconto> e non avesse dato a noi i beni degli egiziani ci sarebbe bastato. A. QUANTO GRANDE... Lettura dal libro dell’Esodo: 12,1 14 S. Canto di lode a Dio (Dajenù) S. QUANTO GRANDE E’ IL TUO AMORE PER NOI SIGNORE, DIO NOSTRO, TU SEI BUONO! A. QUANTO GRANDE E’ IL TUO AMORE PER NOI SIGNORE, DIO NOSTRO, TU SEI BUONO! S. Se solo fossimo usciti dall’Egitto e non avesse fatto giustizia degli egiziani, ci sarebbe bastato A. QUANTO GRANDE... S. Se solo fossimo passati nel mare e non avesse sommerso i nemici come pietre ci sarebbe bastato. A. QUANTO GRANDE... S. Se solo li avesse sommersi e non ci avesse nutrito nel deserto con manna ci sarebbe bastato. A. QUANTO GRANDE... S. Se solo ci avesse nutrito con manna e non ci avesse dato la terra e la dolce legge ci sarebbe bastato. A. QUANTO GRANDE... S. Se solo avesse fatto giustizia e non avesse distrutto gli dei degli egiziani ci sarebbe bastato. A. QUANTO GRANDE... S. Se solo avesse distrutto gli dei Se solo avesse dato a noi i beni e non avesse aperto il mare delle canne ci sarebbe bastato. A. QUANTO GRANDE E’ IL TUO AMORE PER NOI SIGNORE DIO NOSTRO, TU SEI BUONO! (Inizia la cena; vengono distribuiti ai presenti il pane azzimo e le erbe amare; viene pure diviso il sedano che s'intinge nel succo di limone, le uova e poi in ultimo i dolci pasquali; colui che presiede commenta in questo modo.) P. < Questo pane azzimo è il pane dell'afflizione che i nostri padri non ebbero il tempo di far lievitare in terra d’Egitto e che mangiarono di notte.> queste feste annuali, per la nostra gioia; giorni di letizia, memoria della nostra libertà, ricordo perenne della nostra uscita dall’Egitto.> (tutti bevono il vino poi ci si alza e si canta) S. TUTTO QUELLO CHE VUOI TU LO VUOI PER NOI SIGNOR TUTTO QUELLO CHE FAI TU LO FAI PER NOI SIGNOR A. TUTTO QUELLO... P. < Queste erbe amare che noi mangiamo sono le erbe che ci ricordano le amarezze che i nostri padri subirono in Egitto. Attraverso l’amarezza di queste erbe sradichi il Signore l’Egitto da nostri cuori e ci liberi da tutte le schiavitù. (°Prima di bere il vino viene portata una coppa a colui che presiede che recita la benedizione.) S. Mentre il popolo ebreo se n’andava d’Egitto tutti i monti si misero a saltare come arieti In mezzo ai prati. Perché tu mare Rosso te ne fuggi lontano e tu fiume Giordano perché ti sei fermato? A. TUTTO QUELLO... P. S. Cambia in acqua la pietra ed in fonte la rupe e suo tutto il mondo gli appartiene tutta la terra. Oro e argento del mondo hanno bocca e non parlano la potenza, le ricchezze tutto è un bel niente. S. Uno solo è il Signore nostra vera speranza < Benedetto sii Tu, Signore Dio nostro, Re dell’universo, che creasti il frutto della vite. Tu ci hai eletto tra tutti i popoli e ci hai scelto a preferenza di ogn’altra stirpe, e ci hai santificati con i tuoi comandamenti. Nel tuo amore ci hai concesso, o Signore Dio nostro, Lui parla, noi sentiamo, Lui si si ricorda di noi. Lui con mano potente ha sconfitto i nemici Ci ha dato la vita e la libertà. ancora stanco di tanto dolore per sé e per il suo popolo e c’inseguì. Fu il Signore a salvarci e nessuno di noi avrebbe immaginato come. A. TUTTO QUELLO CHE VUOI, TU LO VUOI PER NOI SIGNOR TUTTO QUELLO CHE FAI TU LO FAI PER NOI SIGNOR. (Tutti tornano a sedersi e ascoltano il prosieguo della narrazione) N. Mangiammo, dunque, quella sera e non ci fu tempo per dormire, vegliammo fino alle prime luci dell'alba. Ci batteva il cuore in petto: andavamo verso la libertà. Prendemmo le nostre cose e gli egiziani ci diedero i loro gioielli purché andassimo via. Ci lasciammo alle spalle quella che era stata la nostra terra. I nostri bambini erano nati là in quelle case di fango; andavamo verso una terra nuova, andavamo nel deserto ad incontrare Dio che aveva fatto tanti prodigi e di cui Mosè ci aveva tanto parlato. Camminammo un intero giorno e finalmente giungemmo sulle rive del mare delle Canne; ci accampammo per la notte. Ma il Faraone non era Lettura dal libro dell’Esodo: 14, 1-3; 15-31 (finita la lettura tutti si alzano in piedi e cantano il cantico di Mosè) S. Voglio cantare al Signore, dare Iode al Dio dei miei padri, mia forza e mio canto è il Signore, Egli è stato la mia salvezza. La tua mano, Signore, è gloriosa la tua destra ha distrutto il nemico, soffiasti con il tuo alito e li ricoprì il mare. Hai guidato il popolo santo attraverso le acque del mare; hai seppellito nelle acque profonde del faraone le schiere e i soldati. Guidasti con il tuo amore questo popolo che hai liberato; sul monte tuo Santo l’hai piantato e nel tuo tempio santo ha riposato Cantate al Signore con voci di gioia stupenda è stata la sua vittoria; cavallo e cavaliere ha gettato ne! mare mirabilmente ha trionfato. A. Canto dell’Hallel (salmo 136) *Lodate il Signore perché è buono; perché eterna è la sua misericordia. *Lodate il Dio degli dei; perché eterna è la sua misericordia. * Egli solo ha compiuto meraviglie; perché eterna è la sua misericordia. * Ha creato i cieli con sapienza; perché eterna è la sua misericordia. * Ha stabilito la terra sulle acque; perché eterna è la sua misericordia * Ha fatto i grandi luminari; perché eterna è la sua misericordia. * Il sole per regolare il giorno; perché eterna è la sua misericordia. * La luna e le stelle per regolare la notte; perché eterna è la sua misericordia. * Percosse l’Egitto nei suoi primogeniti; perché eterna è la sua misericordia. * Da loro liberò Israele; perché eterna è la sua misericordia. * Egli da il cibo ad ogni vivente; perché eterna è la sua misericordia. * Con mano potente e braccio teso; perché eterna è la sua misericordia. * Lodate il Dio del cielo; perché eterna è la sua misericordia. * Divise il mar Rosso in due parti; perché eterna è la sua misericordia. * ln mezzo fece passare Israele; perché eterna è la sua misericordia. * Travolse il Faraone ed il suo esercito nel mar Rosso perché eterna è la sua misericordia. * Guidò il suo popolo nel deserto; perché eterna è la sua misericordia. * Percosse grandi sovrani; perché eterna è la sua misericordia. * Nella nostra umiliazione si è ricordato di noi; perché eterna è la sua misericordia. * Ci ha liberati dai nostri nemici; perché eterna è la sua misericordia. (Tutti siedono e ascoltano l’ultima parte del racconto.) N. Molto tempo è passato da quegli avvenimenti : passammo il mare, attraversammo il deserto e giungemmo alla terra che il Signore ci aveva promesso; quella terra divenne nostra, vi costruimmo le nostre città e il tempio, la casa per il Signore. Ci fu dato un re ma il cuore d’Israele s’allontanò dal Signore; vennero i profeti a ricordarci la fedeltà del nostro Dio ma noi restammo sordi ai loro richiami; fummo puniti, la citta santa, Gerusalemme, fu distrutta e noi fummo dispersi tra le nazioni: Dio ci riportò sulla nostra terra nell’attesa del suo santo giorno. Quella promessa di liberta si è realizzata in un modo che solo il Signore avrebbe potuto portare a compimento: non solo ci ha liberato dall'Egitto, non solo abbiamo avuto la terra e la santa Legge, Dio ci ha dato suo Figlio: Gesù Cristo. Lui è l’ Agnello, il Pane azzimo, il vino nuovo, la legge impressa nel cuore, acqua viva che disseta, terra della nostra libertà, nostra Pasqua. ED OFFRE PANE E VINO A TUTTI l SUOI AMICI Celebrate il Signore Egli è buono perché eterna e la sua misericordia lo dice a Israele ch’egli è buono CRISTO GESU’... Scioglierò i miei voti al Signore, entrerò nel suo tempio con doni, a Te canterò la mia lode: CRISTO GESU’... Riconosciamo in Gesù il compimento delle promesse il nostro liberatore la nostra unica speranza; mai ci stancheremo di ripetere: Cristo e risorto! ( Tutti si alzano e cantano) S. CRISTO GESU’ E’ RISORTO DAI MORTI ED OFFRE PANE E VINO A TUTTI I SUOI AMICI A. CRISTO GESU’ E’ RISORTO DAI MORTI Acclamate a Dio da tutta la terra cantate la gloria del suo nome, date a Lui splendida lode. CRISTO GESU’ E’ RISORTO DA! MORTI ED OFFRE PANE E VINO A TUTTI l SUOI AMICI (il rito si conclude; si possono, tuttavia, aggiungere, se le circostanze lo permettono o viene ritenuto opportuno, dei canti tradizionali ebraici molto popolari che offriamo in appendice) APPENDICE P. Ci salutiamo augurandoci la pace del Signore : A. Evenu Shalom Alechem (4 volte) (oppure si può cantare la filastrocca tradizionale dell’Ad’gadja) P. La cena è iniziata con il ricordo della liberazione dall’Egitto e si chiude con la prospettiva di una liberazione ben più importante quella dell’umanità intera dalla morte e dai mali che l’affliggono. Questa filastrocca che ora canteremo s’ispira al libro di Qoèlet la dove si dice che se vedi in Israele l’oppressione del povero e la violazione del diritto, della giustizia, non ti devi meravigliare perché c’è uno che vigila su tutti e non si dimentica mai degli oppressi. (*) Questo canto è un invito alla speranza; il Signore darà a ciascuno secondo le sue azioni perché Egli è giusto, buono e misericordioso. l violenti trovano sempre uno più violento di loro e la violenza più grande è quella della morte: la catena della violenza è spezzata da Dio che vince la morte: (*) QoèIet,5,7 A. Alla fiera dell’est per due soldi un topolino mio padre comprò. E venne il gatto che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò. Alla fiera dell’Est per due soldi un topolino mio padre comprò. E venne il cane che morse il gatto che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò. Alla fiera dell’est... BIBLIOGRAFIA E venne il bastone che picchiò il cane che morse il gatto che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò. Alla fiera dell’est per due soldi un topolino mio padre comprò. A. TOAFF, Haggadàh di Pasqua, Unione delle comunità israelitiche italiane, Roma 5736-1976 E venne il fuoco che bruciò il bastone... Alla fiera dell’est... O. 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