Mauro Mirci
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Chi non sogna un futuro radioso?
Mauro Mirci
Chi non sogna un futuro radioso?
storia di un impiegato e di una salma
Romanzo
Undicesima puntata
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Chi non sogna un futuro radioso?
Subito dopo aver timbrato il cartellino, Lorenzo cercò Malusceni in
ufficio. La porta era ancora chiusa a chiave.
Tornò dietro la porta di Malusceni dopo un'ora. Era ancora serrata.
Si affacciò nell'ufficio accanto. Da dietro una scrivania una LSU della
quale non ricordò il nome gli disse che Malusceni non s'era visto.
Compose il numero di casa Malusceni sul cellulare.
― Pronto? ― fece una voce assonnata.
― Fabrizio, che fai, dormi?
― No, sono Toni. Ma che ore sono?
― Toni, sono Nullo. Mi passi tuo padre?
― Non so se c'è.
― Puoi controllare?
― Aspetta che vedo. ― Poi: ― Pa', pa' ― urlò Toni a pieni
polmoni.
― No, è uscito ― disse infine.
― Va bene, ciao. Ah, senti, se lo vedi digli di farsi sentire.
― Occhei, ciao.
Lorenzo compose il numero del cellulare.
― Pronto? ― rispose ancora la voce assonnata di Toni.
― Ancora io. È il cellulare di tuo padre, giusto?
― Giusto. Stava sul tavolo della cucina.
― Vabbé, ciao di nuovo.
All'ufficio del personale non risultavano domande di ferie.
Nessuno dei colleghi, nemmeno Di Maria, aveva notizia di certificati
di malattia recenti.
"Fanculo Fabrì" pensò Lorenzo. "Questo non me lo dovevi fare."
Ritelefonò più volte durante la mattina, al fisso e al cellulare, fino a
che Toni non staccò tutti e due i telefoni e poté rimanersene in pace a
scaricare film pirata da internet.
Loredana telefonò verso le otto di sera.
― Ciao Lorenzo. Hai notizie di Fabrizio?
Lorenzo fu tentato di ribattere che forse le notizie avrebbe dovuto
averle lei.
― No, l'ho cercato anch'io tutto il giorno. Non è tornato a casa?
― disse invece.
― Va bene, ciao.
― Aspetta. Che sta succedendo?
Loredana aveva chiuso. Lorenzo compose il numero per
richiamarla.
― Chi è questa Loredana ― chiese sua madre da dietro la
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minestrina di dado Star.
― È successo qualcosa a un mio collega. Era la moglie ― disse
veloce Lorenzo. Poi si alzò e andò nella sua camera. Mentre attendeva
di prendere la linea, l'angioletto di peltro al capezzale del letto lo
fissava preoccupato. Sua madre aveva sempre impedito a Lorenzo di
toglierlo, così come gli aveva sempre vietato l'affissione di poster alla
carta da parati modello 1983 e di disfarsi dei ninnoli e delle
bomboniere sugli scaffali della libreria. Immerso in quell'anacronismo
Lorenzo attese che la voce automatica lo informasse che l'utente era
impegnato in un'altra conversazione. Chiuse.
Compose il numero del cellulare. Rispose Toni.
― Che sta succedendo?
― Non lo so.
La voce di Toni era incerta. Non aveva nulla dell'abituale parlata
monotona del ragazzo. Sembrava preoccupato davvero. Che Toni
provasse emozioni per qualcosa di diverso dai suoi videogiochi e dai
film pirata era fuori dalla norma. In sottofondo sentì la voce di
Eleonora. Sembrava parlasse con Loredana in maniera concitata.
― Ma è successo qualcosa a tuo padre?
― Non lo so, non lo so. ― Lorenzo ebbe la certezza che Toni
stesse addirittura piangendo. ― Ha lasciato tutto a casa, la macchina è
parcheggiata sotto. Non l'ha visto nessuno. Ora mamma sta
telefonando all'ospedale di Enna. Ha pure chiamato i carabinieri.
Si sentì la voce di Loredana che urlava.
― Devo chiudere. C'è l'altro telefono occupato. Magari papà
chiama.
Chiuse. Lorenzo rimase col telefono muto in mano. Per lunghi
secondi stette immobile al centro della stanza.
― Che fa, 'sta tappinara non poteva aspettare domani per
chiamare? ― urlò sua madre dal soggiorno.
Petra Gerace si addormentò, si risvegliò e affrontò come sempre le
sue giornate. La patina di tranquilla noia che proteggeva il paese da
ogni sussulto e cambiamento rimase impermeabile anche alla notizia
che Fabrizio Malusceni, geometra comunale, non si trovava più.
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XVIII
Venerdì, un po' più tardi di prestissimo. Che successe, la
posso aiutare?
Neri Vincenzo, uomo di panza e sostanza, aveva preso l'abitudine
sin dagli anni della gioventù di lasciare il letto presto e andare a
prendere le notizie fresche nei bar appena aperti. Prestava orecchio
alle chiacchiere dei manovali in nero, dei netturbini, dei fabbri dalle
mani color fuliggine e gli aliti odorosi di grappa, dei carabinieri
smontanti, dei capomastri bassi e massicci, dei cacciatori reduci dalle
battute notturne, dai ruspisti in cerca di clienti. Passati gli anni in cui
toccava a lui sporcarsi le mani, si godeva una maturità operosa ma non
impegnativa, uomo di fiducia anche se non più d'azione.
Quella mattina, in verità, era abbastanza contrariato perché il
cazziatone subito dal suo padrino l'aveva sentito immeritato e se la
cosa del Gerbinello camminava strisciando i piedi anziché correre non
era poi colpa sua. Gli avevano ripetuto fino alla nausea che i tempi
delle soluzioni all'antica erano, appunto, cosa passata, ma se la
prendevano con lui se il rispetto che una volta c'era ora non esisteva
più.
Pensava questo mentre contemplava la varia umanità che popolava
il bar Minsk, vociante e immersa nell'atmosfera odorosa di espresso e
di cornetti. Poi ebbe una sensazione. Qualcosa lo chiamava fuori. Un
sesto senso che lo avvisava. Pagò, salutò, uscì, montò in macchina. La
grossa BMW nera rispose subito. Senza saper dire perché, si diresse
verso l'uscita sud di Petra Gerace, guardandosi intorno. Il suo sesto
senso gli diceva che qualcosa avrebbe trovato.
Il qualcosa era qualcuno. Percorreva il marciapiede sulla destra,
nella medesima direzione della BMW, a testa bassa, senza giacca, la
camicia fuori dai pantaloni, le scarpe slacciate. Volgeva di continuo il
capo verso la strada come se temesse di essere seguito. Quando si
accorse della macchina nera accelerò il passo
L'ansia che aveva preso Neri s'acquietò. Il sesto senso smise di
tormentarlo.
Tirò giù il finestrino sul lato del passeggero e rallentò sino a
procedere alla stessa velocità dell'uomo a piedi. Quello continuò a
camminare senza fermarsi. Neri lo riconobbe. Si allungo sul sedile a
destra, appoggiandocisi sopra con la mano aperta.
― Che successe ― chiese. ― La posso aiutare?
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***
Aveva pensato che la colpa fosse solo dell'ansia. Qualcosa alle
spalle, una presenza maligna. Si voltava di scatto, ma la strada era
vuota. Ogni tanto una macchina passava veloce, incrociandolo o
superandolo, senza rallentare. Il rumore dei motori rompeva il silenzio
quasi perfetto per un attimo. Poi rimaneva di nuovo solo. Si rese
conto che la sua era un'attesa. Aveva pensato che quella fosse una
fuga, invece no: era un appuntamento. Chi lo perseguitava aveva
pianificato anche questo. La sua uscita di casa, il desiderio di
scomparire. Aveva immaginato che una fuga repentina li avrebbe tutti
colti di sorpresa, invece sapevano già tutto, avevano previsto ogni sua
mossa. Non conosceva il posto e il momento dell'appuntamento, ma
sentiva che non poteva mancare tanto e non doveva essere molto
lontano da lì. Poi udì il motore e voltò la testa. Percepì la grande
sagoma scura, un predatore ronfante, acquattato sull'asfalto, pronto a
balzare su di lui. Il cuore aumentò i battiti, il respiro si fece affannoso.
Quasi senza rendersene conto aumentò l'andatura. Il predatore lo
affiancò. Giocava con lui. Forse pensava di potersi fingere un innocuo
compagno di strada, ma non era possibile sbagliare. I lupi non
passeggiano assieme agli agnelli.
― Che successe ― disse il predatore. Era impossibile non notare
l'ironia della sua voce, il tentativo d'inganno, la malcelata convinzione
di superiorità.
― La posso aiutare?
Malusceni cominciò a correre. Sentì una scarpa volare via dopo
pochi passi, ma non si fermò. Nemmeno quando un frammento di
vetro gli ferì il piede scalzo. Continuò a correre, veloce per quanto
poteva, lasciando macchie cadenzate di sangue sulle mattonelle
d'asfalto del marciapiede.
"Correre, correre" pensò, "posso solo correre."
Corse. Spese tutto sé stesso nella fatica, annullò ogni pensiero,
concentrò tutta l'attenzione sui movimenti necessari alla fuga. Tutti i
sensi protesi in avanti, vento freddo negli occhi, il sapore ferrigno del
sangue, la gola secca, il respiro mozzo. Il mondo gli si precipitava
incontro. Alle sue spalle non c'era più nulla. Perse memoria dei
rimproveri di Loredana, dei silenzi di Toni, delle assenze di Eleonora,
della propria inadeguatezza, del predatore.
Correva e basta.
C'erano solo lui e il vento che lo colpiva sul viso.
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XIX
Sabato mattina. Medico chirurgo no, ché il sangue mi ha
fatto sempre impressione
C'è una sagoma indistinta dietro alla cortina di vapore. La mano si
muove di volontà propria e traccia un arco nitido sul vetro appannato.
Il volto che prima si intuiva ora appare ed è il suo. Ha gli occhi ancora
gonfi di sonno. Apre il rubinetto dell'acqua calda. Una cataratta di
liquido incandescente si riversa sulla ceramica del lavabo, schizza,
tracima, rumoreggia.
L'urlo di sua madre, oltre la porta chiusa a chiave, sembra un
muggito. Lorenzo non distingue le parole ma le immagina. Tenta di
forzare il rubinetto, ma è già aperto al massimo, non potrà
incrementare oltre il consumo idrico della casa e provocare a sua
madre un aggravamento delle già rumorose preoccupazioni per
l'importo delle prossime bollette.
Che, poi, dà lui alla madre i soldi per pagarle, ma non c'è nulla da
fare: il giorno della bolletta è denso di strepiti e sospiri. Ma che ci farà
mai sua madre coi soldi che le dà? Le gira metà dello stipendio, anche
di più, dipende dal periodo. Lei gli rinfaccia sempre che non sa
gestirsi.
"Avrà i libretti della posta che scoppiano, ormai" pensa Lorenzo.
Immagina i conti di sua madre (ma cointestati a lui, così che un
domani si trovi qualcosa da parte, così sostiene lei, ma intanto chi li ha
mai visti 'sti libretti?) come grandi otri gonfi, le cuciture tese, in
procinto di scoppiare. A ogni stipendio un malloppetto di banconote
in più, l'otre che si tende oltre le sue possibilità fisiche, sembra
impossibile eppure resiste.
La porta risuona della tempesta di colpi con cui sua madre la
colpisce.
― E chiudilo 'sto rubinetto ― urla. ― Quanto deve arrivare
d'acqua?
Lorenzo vorrebbe urlare, ma sente di non averne la forza. Riduce i
giri del rubinetto e l'acqua prende a scorrere con una portata più
gestibile. Sente la madre che dietro alla porta sospira soddisfatta e si
allontana. Poi però ci ripensa e torna indietro. Bussa.
― Che fa, te lo preparo il caffè?
― Sì mamma ― dice lui.
Si sciacqua la faccia con l'acqua calda, poi si spruzza la schiuma da
barba sul palmo della mano. Inizia a spalmarla sul viso. Dedica
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massaggi al mento, dove la barba è più ispida, alla gola, al labbro
superiore. Sciacqua le mani. Il rasoio è nuovo. Lo bagna sotto l'acqua
e inizia a radersi nel senso del pelo. La lama di sicurezza scorre docile
sulla pelle. È un rituale vecchio di anni. Prima il mento, poi la guancia
destra, la sinistra, la gola, sotto le basette. È completamente rilassato.
Gode del debole raschio della lama sui peli irti.
Lo specchio è di nuovo appannato. Mentre ci passa sopra la mano
avverte il gelo del vetro e la sensazione di rilasciamento svanisce. Ha
un brivido. Si guarda di nuovo mentre il vetro lentamente torna ad
appannarsi. Per un attimo non si riconosce.
Si studia. La forma del viso è quella di sua madre. Gli occhi, invece,
sono quelli del padre. Sta iniziando a stempiarsi, come lui, ma i capelli
sono ancora perfettamente neri. Fa un passo indietro. Ora lo specchio
lo riflette da metà della coscia in su. "Se fossi una donna mi piacerei?"
si chiede. Ha le spalle ampie, ma le braccia hanno bicipiti da
impiegato. Poco sopra l'inguine la pancetta è ormai installata con
decisione. Il membro pende flaccido.
Abbassa lo sguardo per osservarsi senza l'intermediazione dello
specchio. Quando era più giovane ha sempre pensato che nella vita
avrebbe fatto qualcosa di grande. Sarebbe andato via dal paese e sua
madre non sarebbe più stato un ostacolo. Le sue esigenze erano
onnipresenti, ogni azione, ogni progetto doveva tenerne conto. Gli
aveva accordato il permesso di allontanarsi per gli studi universitari,
ma aveva bocciato ogni iniziativa che rischiasse di portarlo oltre lo
Stretto. Era persino riuscita a evitargli i servizio militare, intrallazzando
carte e certificati medici. Lorenzo sospettava che avesse addirittura
pagato qualcuno del distretto militare.
Qualche volta erano arrivati ai ferri corti. Lui aveva minacciato di
andarsene, di lasciarla sola. E lei aveva reagito urlando. Disperata ma
senza mai cedere. Lo aggrediva e lo blandiva. Minacciava di non
pagargli più gli studi.
Lorenzo aveva spesso sognato di andare via. Sparire, non dare più
notizie di sé, vivere di espedienti e dormire dove capita, mantenersi
con lavori occasionali. Ma infine vivere, rendendo conto solo a sé
stesso.
Poi aveva vinto il concorso comunale.
Si riavvicinò allo specchio fino a toccarlo col naso.
"Che cosa mi sarebbe piaciuto fare?" pensò. "Da bambini tutti
immaginano cosa saranno da grandi. Io cosa immaginavo che sarei
diventato?"
Sfilarono nella sua mente i futuri che poteva avere immaginato da
bambino. Ingegnere edile, avvocato, medico chirurgo, ufficiale di
cavalleria (gli piacevano molto i cavalli, da bambino), imprenditore,
presentatore della TV, attore cinematografico, idraulico, vigile urbano,
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insegnante di scuola media, marinaio, cacciatore di cinghiali, poliziotto
o (a scelta) carabiniere, investigatore privato, pirata, astronauta in
viaggio per Marte e Plutone, pilota da caccia della seconda guerra
mondiale, arciere del re, cavaliere da giostra medievale infagottato
nell'armatura lucente.
"Forse ingegnere edile" penso, "oppure avvocato. È più probabile.
Medico chirurgo no, che il sangue mi ha fatto sempre impressione.
Eppure, no, niente di tutto questo.
Caldaista, muratore, falegname, ortolano, tessitore, sarto, venditore
ambulante di scampoli, cuoco, pizzaiolo, corazziere, archibugiere,
moschettiere, Sandokan alla riscossa e Corsaro Nero, elicotterista,
autista d'autobus e/o di taxi, ciciraro, viveur, venditore di panini ca
meuza, bibitaro, bigliettaio dell'autobus, rapinatore di banche,
scrittore, edicolante, carnezziere (no, macellaio no, perché anche il
sangue degli animali gli faceva impressione), pianista da concerto,
calciatore, pasticciere, mendicante, operaio specializzato, prete,
ricercatore universitario, netturbino, giardiniere, elettricista, impresario
di pompe funebri, benzinaio, gigolò. Pubblico dipendente no. Quello
che poi era davvero diventato non aveva mai sognato di esserlo.
Tornarono i ricordi di lunghi pomeriggi trascorsi davanti alla
televisione, anziché studiare. L'alito pesante, i capelli sporchi, mezzo
addormentato nella casa da studenti fredda o puzzolente di fritture e
immondizia accatastata in cucina. Rivide il libretto universitario, una
breve teoria di diciotto ― e un ventidue ―, rivide le facce mai
sorridenti delle commissioni d'esame, le lunghe code nella mensa
universitaria senza parlare con nessuno, evitando i paesani che gli
avrebbero sicuramente chiesto quante materie aveva dato.
"Che progetti avevo?" si chiese. "Era destino che dovessi tornare
qua, con lei."
"Io volevo essere..." pensò. "Io volevo essere..."
No, non riusciva a concludere quel pensiero. Certo, doveva pur
avere desiderato di essere qualcosa nella vita. Chi non sogna un futuro
radioso?
"Cosa sognavo io?" pensò Lorenzo. "Che futuro mi immaginavo?"
Scavò ancora nella memoria, ma non trovò nulla. Solo il desiderio
di tornare a casa quando ne era distante. Nient'altro.
"Appunto" pensò. "Io volevo essere niente".
***
Uscì dal bagno e si preparò ad affrontare il fine settimana.
Russo lo aveva chiamato la sera prima dicendogli che la cerimonia
era fissata per il martedì successivo. C'era da dirlo in casa. E nonno
Giuseppe non sapeva ancora nulla. C'era poi da telefonare ai parenti
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fuori dalla Sicilia, e sentire Russo per mettere a punto i dettagli della
cerimonia.
La foto era già stata consegnata a Leotta perché la facesse trasferire
su ceramica.
Ricordò d'improvviso dell'appuntamento con Laura. Non aveva
nemmeno telefonato per avvertirla che non sarebbe andato. Il fatto,
poi, che nemmeno lei avesse chiamato per chiedere spiegazioni non
prometteva niente di buono. Il pensiero di Laura si trascinò appresso
quello di Teresa. Chissà quanto tempo era rimasta ad aspettarlo.
Peggio per lei.
Doveva riflettere sulle decisioni da prendere, valutare quanto era
disposto a rischiare per affrancarsi un giorno da quel nulla in cui aveva
inconsapevolmente (inconsapevolmente?) trasformato la propria vita.
E dormire. Soprattutto aveva voglia di dormire.
***
Ma cosa le era diventato questo figlio? Aveva sperato a lungo che
fosse come suo padre, eppure diverso. Che, come suo padre l'amasse
d'amore incondizionato, che come lui fosse retto e sincero. E onesto.
Ma che divenisse anche qualcosa di meglio, che imparasse a capire le
cose del mondo e non lo subisse, il mondo. Forse era perché il padre
l'aveva lasciato poco più che bambino, e Lorenzo non aveva avuto il
tempo di prenderne il buono. E adesso si trovava per casa un uomo
fatto che sembrava animarsi solo quando usciva dalla porta, mentre tra
le pareti domestiche era mutanghero e irritabile, come se la presenza
di sua madre lo infastidisse. Come fa una madre a infastidire il figlio,
quando mai s'è detto? Ché una madre darebbe il sangue per la carne
della sua carne, e all'occorrenza riprenderebbe a covarsela nel ventre.
I figli sono cosa delle madri.
Ma Lorenzo le somministrava ogni giorno veleno. Muto e assente,
nemmeno una parola per la mamma che l’aveva cresciuto e amato.
Sempre quel telefono. E Laura, e Teresa, e Loredana. Soprattutto
quella Laura là. E prima ancora a quante altre femminazze aveva
sussurrato le frasi dolci che a lei negava? Se il Signore fosse stato
giusto le avrebbe dato altri figli. Un genitore ha diritto a più possibilità,
come al tiro a segno il tiratore ha diritto a più d’un tiro. Uno andrà a
segno. Ma con un figlio solo, Signore mio Gèsu, è veramente come
acchiappare un terno. Signuruzzo mio, Santa Barbaruzza adorata, voi
che tutto potete, ma perché non me lo cambiate questo figlio che mi
venne diverso da come lo volevo? No di fuori, che per essere un bel
ragazzo lo è, e pure di modi cortesi e di parlare forbito, che, modestia
a parte, le scuole gliele feci fare tutte, e pure un poco d’università,
seppure che di laurea non se ne volle prendere mai. E dire che io, di
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scuole, feci l’elementari come viene viene, e le medie serali per non
farci fare malafigura a quel sant’uomo di mio marito, diplomato col
posto del ministero. No, per queste cose va bene, il figlio mio. Lo
vorrei cambiato dentro. Non ve lo so spiegare come, ma voi che
vedete dentro al cuore della gente, e massimamente dei fedeli come
me, lo dovreste capire. Io ci provo lo stesso a spiegarlo, ma non lo so
se ci riesco. Lo vorrei più amorevole, più gentile con me. E meno
femminaro. Guardate, sono disponibile a fare il fioretto di
sopportarmi una nuora, Siguruzzo mio e Santa Barbaruzza bella, che
voi lo sapete che tipo di stima ho di queste signorine moderne che
non sanno fare niente e pure a trent’anni si combinano tutte pitturate
e con le cosce di fuori. Ma una, una sola, la sopporterei per fioretto.
Magari arriverei pure a volergli bene. Una però. Io lo sento l’odore di
tutte le femminazze che si coricano col figlio mio. Glielo sento nei
vestiti, nei capelli, nelle mutande che gli lavo. Prima o poi si prenderà
qualche malattia di queste che girano, che in casa mia preoccupazioni
di queste non ce ne sono state mai e giusto giusto dovevano capitare a
me. Una nuora che me lo rimetta a posto, a casa all’orario e basta con
questa vita. Ordinato, pulito, senza tante filosofie, che a casa c’è tua
madre che t’aspetta.
C’era quella canzone che faceva: “Mamma, solo per te la mia canzone
vola / mamma, sarai con me, tu non sarai più sola / Quanto ti voglio bene /
Queste parole d'amore che ti sospira il mio cuore / certo non s’usano più.” E poi
faceva: “Sento la mano tua stanca / cerca i miei riccioli d'or / Sento, e la voce ti
manca / la ninna nanna d'allor / Oggi la testa tua bianca / io voglio stringere al
cuor.”
Che belle parole, chi le ha scritte amava sua madre con tutto il
cuore, si sente subito. Ecco, io questo vorrei. Che Lorenzo mi dica
parole come questa, non c’è bisogno di cantarle, e nemmeno che siano
le stesse precise, ma con lo stesso sentimento, questo sì. Allora sì sarei
felice
Certo, Signuruzzu mio, Santa Barbaruzza bella, a casa che l’aspetta
ci sarebbe pure mia nuora, non è che mi voglio mischiare tra moglie e
marito, pure se i comandamenti dicevano un’altra cosa, e io me li
ricordo bene, ché le scuole le feci così e così, ma al catechismo stavo
attenta e imparavo tutto. Quinto: onora il padre e la madre. Il padre e
la madre. Di altre femmine da onorare nei Dieci Comandamenti non ce
n’è. Però, se devo, il fioretto lo faccio, e una nuora l’accetto con
rassegnazione.
Però cambiatemelo questo figlio, vi prego, che così non lo
sopporto più.
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