Fr. Francesco Patton ofm
Se qualcuno vuol venire
dietro a me…
La vita cristiana alla luce della passione,
morte e risurrezione di Gesù
Esercizi spirituali parrocchiali
Povo, 9-14 marzo 2014
Sommario
Presentazione
1. Con la tua santa croce hai redento il mondo:
passione e croce nella vita di Gesù e del discepolo
p. 4
p. 5
2. Dal sentirsi abbandonati all’abbandonarsi con fiducia
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”
p. 18
3. L’esperienza del perdono apre le porte della vita piena
“Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”
“In verità ti dico, oggi con me sarai nel paradiso”
p. 30
4. Accogliere Maria per sperimentare la maternità della Chiesa
“Donna, ecco tuo figlio” “Ecco la tua madre”
p. 43
5. Dalla sete al dono dell’acqua viva
“Ho sete” “È compiuto”
p. 55
6. Il cammino di Emmaus, dalla fuga alla testimonianza
“Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze
per entrare nella sua gloria?”
p. 68
Presentazione
Nelle pagine dei vangeli troviamo una rilettura di fede della
vita, delle parole e della missione di Gesù, che ci porta a
scoprire attraverso l’uomo di Nazareth (Gesù), l’inviato di Dio
per la nostra salvezza (il Cristo), il Figlio stesso di Dio che
vive totalmente la nostra esistenza umana.
Nelle pagine dei vangeli troviamo anche una rilettura della
nostra stessa vita, a partire dalla relazione che instauriamo
con Gesù; e siamo invitati a lasciarci coinvolgere sempre più
in questa relazione che prende avvio nello scoprire la bellezza
delle sue parole e dei suoi gesti per portarci fino al vertice di
questo cammino, che si compie nel mistero pasquale, mistero
di morte e di risurrezione, di vita donata e ritrovata.
Confrontarci col mistero della passione significa arrivare al
cuore della vita di Gesù, ma anche al cuore della nostra vita
cristiana. È nel mistero della Pasqua che nasciamo come
creature nuove ed è nel mistero della Pasqua che nasciamo
come corpo ecclesiale del Risorto.
La proposta di questi esercizi spirituali parrocchiali vuol
essere perciò un’occasione che ci viene offerta per andare al
cuore della nostra fede e lasciarci condurre dallo stesso Gesù
a fare una lettura pasquale, caratterizzata dalla speranza,
della nostra vita, del tempo in cui ci troviamo, della comunità
ecclesiale di cui facciamo parte.
1. Con la tua santa croce hai redento il mondo:
passione e croce nella vita di Gesù e del discepolo
P.
T.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen.
Canto ed esposizione del SS. Sacramento
Invitatorio
T: Ti adoriamo, santissimo Signore Gesù Cristo
qui e in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero
e ti benediciamo perché con la tua santa croce
hai redento il mondo. (FF 111)
S. Noi ti lodiamo e ti adoriamo, o Cristo.
T. O adoramus te, Christe.
S. Agnello immolato fin dalla fondazione del mondo
che per noi hai dato il tuo corpo. R.
S. Agnello irreprensibile e senza macchia,
che hai sparso il tuo sangue in remissione dei nostri peccati.
R.
S. Agnello che togli il peccato del mondo,
nostra pasqua immolata. R.
S. Agnello condotto al macello
che hai portato i nostri peccati sul tuo corpo. R.
S. Agnello nel cui santissimo sangue
è stata sigillata la nuova ed eterna alleanza. R.
Orazione
O Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli
uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e
umiliato fino alla morte di croce, fa' che abbiamo sempre
presente il grande insegnamento della sua passione, per
partecipare alla gloria della risurrezione. Egli è Dio...
Canto al Vangelo
Dal vangelo secondo Marco (15,1-38)
Veramente quest’uomo era figlio di Dio
1
Al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e
tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene
Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. 2Pilato gli
domandò: «Tu sei il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo
dici». 3I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. 4Pilato
lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di
quante cose ti accusano!». 5Ma Gesù non rispose più nulla,
tanto che Pilato rimase stupito.
6
A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un
carcerato, a loro richiesta. 7Un tale, chiamato Barabba, si
trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano
commesso un omicidio. 8La folla, che si era radunata, cominciò
a chiedere ciò che egli era solito concedere. 9Pilato rispose
loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?».
10
Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano
consegnato per invidia. 11Ma i capi dei sacerdoti incitarono la
folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro
Barabba. 12Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque
che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». 13Ed
essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». 14Pilato diceva loro:
«Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte:
«Crocifiggilo!». 15Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla,
rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare
Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
16
Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel
pretorio, e convocarono tutta la truppa. 17Lo vestirono di
porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero
attorno al capo. 18Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei
Giudei!». 19E gli percuotevano il capo con una canna, gli
sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano
davanti a lui. 20Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono
della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo
condussero fuori per crocifiggerlo.
21
Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un
certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di
Alessandro e di Rufo.
22
Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo
del cranio», 23e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli
non ne prese. 24Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti,
tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso.
25
Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. 26La scritta
con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei».
27
Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla
sua sinistra. [28]
29
Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e
dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre
giorni, 30salva te stesso scendendo dalla croce!». 31Così anche i
capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di
lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso!
32
Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché
vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi
con lui lo insultavano.
33
Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle
tre del pomeriggio. 34Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì,
Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio,
perché mi hai abbandonato?». 35Udendo questo, alcuni dei
presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». 36Uno corse a
inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava
da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo
scendere». 37Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.
38
Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. 39Il
centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare
in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».
PdS
Proposta di riflessione
Con la tua santa croce hai redento il mondo:
passione e croce nella vita di Gesù e del discepolo
1. Il nucleo centrale dell’annuncio cristiano
Carissime sorelle, carissimi fratelli, il Signore vi dia pace!
Ci troviamo di nuovo insieme, anche quest’anno, per vivere
l’esperienza degli esercizi spirituali parrocchiali, un’esperienza
di ascolto della Parola di Dio, di adorazione del nostro Signore
Gesù Cristo presente in mezzo a noi col suo corpo eucaristico,
di intensa riflessione, preghiera e condivisione comunitaria.
Il tema generale che ci accompagnerà nel corso di questa
settimana è il nucleo centrale nell’annuncio del vangelo, vale a
dire il tema della passione, morte e risurrezione di Gesù.
Negli Atti degli Apostoli, sulla sola bocca di Pietro, questo
annuncio centrale ricorre per ben cinque volte (At 2; At 3; at 4;
At 5; At 10). Il giorno di Pentecoste (At 2) per la prima volta
Pietro annuncia sulla piazza di Gerusalemme che Gesù ha
sofferto la passione, è morto ed è risuscitato; e dopo questo
annuncio Pietro invita al pentimento, a ricevere il battesimo e il
dono dello Spirito per iniziare una nuova vita. Nella sua ultima
grande predicazione, a casa del centurione pagano Cornelio (At
10), Pietro riprenderà per la quinta volta questo stesso
annuncio.
Ma non è un’esclusiva dell’apostolo Pietro, questo annuncio
sarà lo stesso che viene fatto dal diacono Stefano, da Paolo e
Barnaba, da Filippo, da ogni evangelizzatore della prima
generazione cristiana e di quelle successive. È dall’aver accolto
questo annuncio, grazie al battesimo e al dono dello Spirito,
che noi nasciamo come cristiani, in senso profondamente
personale e in senso ecclesiale comunitario.
2. Gli evangelisti e le quattro chiavi di lettura della passione
In questi giorni noi ci fermeremo in modo particolare sui
racconti della passione così come ci sono stati tramandati dai
quattro evangelisti e, all’interno di questi racconti, mediteremo
sulle sette parole che Gesù pronuncia mentre si trova appeso al
legno della croce. Concluderemo il nostro percorso con un
vangelo pasquale, il racconto di Emmaus, all’interno del quale
Gesù stesso ci aiuta a cogliere il senso pasquale della sua e
della nostra vita nella quale passione e morte si integrano nella
risurrezione.
Quando, vangeli alla mano, riflettiamo sulla passione di Gesù,
ci vengono offerte da Marco, Matteo, Luca e Giovanni quattro
distinte chiavi di lettura che avremo poi modo di riprendere
anche nei prossimi giorni.
-
Marco è chiamato il vangelo del catecumeno, cioè di
chi chiede di entrare in relazione con Gesù e far parte
del suo corpo che è la Chiesa. È un vangelo che ci
conduce passo passo, attraverso l’umanità di Gesù di
Nazareth, a scoprire in Lui l’inviato ultimo di Dio, cioè
il Cristo, fino a farcelo riconoscere come Figlio di Dio
proprio sulla croce nel momento in cui muore in un
modo tutto singolare. Solo se arriviamo a seguirlo fin
sotto la croce possiamo riconoscere e professare in
modo autentico e non ambiguo: “Veramente
quest’uomo era figlio di Dio”. È la professione di fede
del centurione, è la nostra professione di fede, che
matura quando contempliamo Gesù Cristo Crocifisso e
in lui riconosciamo il Figlio di Dio che ci ha amato e ha
dato la vita per ciascuno di noi.
-
Matteo è invece un vangelo scritto originariamente per
coloro che dal giudaismo erano passati al
cristianesimo, e proprio per questo, accentua e
sottolinea il tema del “compimento delle Scritture” e
l’adempiersi della “giustizia di Dio”, cioè del suo
progetto di salvezza. Questo compimento per Matteo si
attua nella Pasqua di Gesù e perciò tutto il racconto
della passione è narrato come compimento delle
Scritture (dei Salmi, di Isaia, di Osea, ecc.) e la giustizia
di Dio si manifesta come volontà salvifica per noi.
-
Luca ci offre invece un vangelo missionario, aperto a
tutti i popoli, un vangelo in cui si sottolinea la bontà di
Gesù che manifesta la misericordia del Padre, un
vangelo in cui ha tanto spazio la preghiera. Anche
nell’ora della passione Luca ci presenta Gesù come
modello di testimonianza fino al martirio (a lui si
ispirerà Stefano il primo martire), ma ce lo presenta
anche come modello di perdono e di preghiera, fino
all’ultima ora della sua vita.
-
Infine Giovanni, l’evangelista della maturità, colui
che ci parla del Verbo eterno che si è fatto carne per la
salvezza del mondo, ci dice che nella passione e morte
di Gesù c’è il compimento delle Scritture ma anche
l’ora della gloria: nel più profondo abbassamento, che
manifesta un amore “fino alla fine”, si manifesta la
luminosità dell’amore che vince le tenebre del male,
della morte e del peccato. Inoltre Giovanni ci descrive
la passione come un travaglio, una gestazione, che
nell’ora della pasqua genera l’uomo nuovo e la Chiesa
stessa.
3. La croce: scandalo e stoltezza
Dentro i racconti della passione siamo invitati a confrontarci
poi con la realtà della croce e con il suo significato profondo.
Essa, ci ricorderà san Paolo, “è scandalo per i Giudei e
stoltezza per i greci” (1Cor 1,23). Ma cosa significa la croce?
La più antica raffigurazione del Crocifisso è un graffito
databile tra la fine del I e il II secolo, ritrovato a Roma sul colle
Palatino, raffigurante uno scolaro in ginocchio davanti a un
crocifisso con corpo umano e testa d’asino. Il graffito è
accompagnato da una scritta ironica: “Alessameno adora il suo
Dio” ed è opera di uno scolaro pagano che voleva deridere un
compagno di classe cristiano.
Ci possiamo chiedere perciò: cos’era la croce al tempo in cui
Gesù fu crocifisso?
- Per gli ebrei la croce era la morte dei maledetti, cioè di
coloro che erano considerati irreparabilmente lontani da
Dio ed esclusi dalla salvezza: “Come sta scritto:
-
-
maledetto chi pende dal legno” dice san Paolo nella
lettera ai Galati (Gal 3,13) citando Dt 21,23.
Per greci e romani era la morte dei criminali
socialmente pericolosi, da eliminare in modo
esemplare, per scoraggiare altri (è il caso dei due
crocifissi insieme con Gesù che Luca qualifica come
“malfattori”).
Infine, soprattutto nel mondo romano era la morte
riservata agli schiavi, una categoria che veniva
equiparata ai beni materiali anziché alle persone.
Perciò la morte in croce è contemporaneamente terribile e
dolorosa da un punto di vista fisico, ignominiosa da un punto di
vista sociale, scandalosa da un punto di vista morale e
religioso. La morte in croce è sconvolgente e scandalosa per
tutto ciò che manifesta e significa. E, per un contemporaneo di
Gesù che diventa cristiano, accettare il Crocifisso significa
accettare che colui che viene riconosciuto e creduto il Figlio di
Dio incarnato va a morire della morte del maledetto, del
criminale e dello schiavo; si mette al posto di colui che è
irreparabilmente lontano da Dio, socialmente irrecuperabile,
privo di dignità personale; si fa solidale con il maledetto, il
criminale, lo schiavo nel senso che si fa carico della loro vita,
della loro persona, del loro destino.
Pochi giorni fa, il mercoledì delle ceneri, abbiamo sentito san
Paolo proclamare ai Corinti: “Colui che non aveva conosciuto
peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché noi
diventassimo giustizia di Dio” (2Cor 5,21). E nella lettera ai
Romani leggiamo: “Dio dimostra il suo amore per noi, perché
mentre eravamo ancora peccatori Cristo morì per gli empi, nel
tempo stabilito” (Rm 5,8).
La morte in croce di Gesù è perciò inclusiva di ogni
lontananza da Dio, di ogni crimine, di ogni deprivazione di
dignità! In altri termini, attraverso la morte in croce del suo
Figlio, Dio stesso ci dice: nessuno è più irrecuperabile!
Nessuno è talmente lontano da me che io non possa
avvicinarmi a lui, identificarmi con lui, mettermi perfino al suo
posto!
4. Fare memoria della croce per seguire il Crocifisso
Ora la croce è la realtà verso la quale Gesù è andato
consapevolmente e liberamente e la realtà che chiede anche a
noi di abbracciare per poterlo seguire: «Se qualcuno vuol
venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni
giorno e mi segua» (Lc 9,23). In questi giorni di esercizi
spirituali vogliamo metterci davanti al Cristo crocifisso e in
modo particolare davanti alle sue parole per contemplare
anzitutto quello che lui ha fatto per noi, ma anche per imparare
da Lui cosa può voler dire seguirlo prendendo ogni giorno la
nostra croce.
Per metterci con frutto di fronte alla passione e alla croce di
Gesù occorre che facciamo nostra la prospettiva della
liturgia, che è la prospettiva di chi celebra dentro una logica
biblica di memoriale, cioè del fare memoria in modo da
rivivere la realtà e percepirne gli effetti. Vale a dire che ci
mettiamo di fronte alla passione e alla croce non da spettatori,
men che meno da intellettuali da salotto che disquisiscono in
maniera oziosa, ma ci mettiamo davanti alla passione e alla
croce da persone che sono partecipi di questo dramma e di
questo mistero:
- facciamo memoria di questo dramma e di questo
mistero rivivendolo, non è qualcosa lontano da noi ma
è qualcosa di contemporaneo alla nostra vita, alla nostra
storia, alla nostra comunità.
- Facciamo memoria di questo dramma e di questo
mistero con un atteggiamento contemplativo, vale a
dire l’atteggiamento di chi abbassa le difese e i
-
-
pregiudizi e si lascia raggiungere da ciò che sta
contemplando, ci lasciamo raggiungere dal dramma
della passione, ci lasciamo raggiungere dal mistero
della croce.
Facciamo memoria di questo dramma e di questo
mistero lasciandoci coinvolgere in modo personale,
rendendoci conto che siamo noi i personaggi di cui
narrano i vangeli e che nell’ora della passione ruotano
attorno a Gesù, come ci ha suggerito papa Francesco la
scorsa estate, mentre celebrava la Via Crucis coi
giovani a Rio de Janeiro: “tanti volti hanno
accompagnato Gesù nel suo cammino verso il
Calvario: Pilato, il Cireneo, Maria, le donne… Io oggi
ti chiedo: Tu come chi di loro vuoi essere? Vuoi essere
come Pilato che non ha il coraggio di andare
controcorrente per salvare la vita di Gesù e se ne lava
le mani? Dimmi: sei uno di quelli che si lavano le mani,
che fa il finto tonto e guarda dall'altra parte? O sei
come il Cireneo, che aiuta Gesù a portare quel legno
pesante, come Maria e le altre donne, che non hanno
paura di accompagnare Gesù fino alla fine, con amore,
con tenerezza. E tu, come chi di questi vuoi essere?
Come Pilato, come il Cireneo, come Maria? Gesù ti sta
guardando adesso e ti dice: mi vuoi aiutare a portare la
Croce? Che cosa Gli rispondi?”.
Facciamo memoria di questo dramma e di questo
mistero adorando, mettendoci cioè nell’atteggiamento
di chi sceglie liberamente e per amore di fare propria la
volontà del Padre, come ha fatto Gesù nell’ora della
passione e della croce, sapendo che la volontà del Padre
non è mai contro di noi ma è per il bene nostro, per il
bene dell’intera umanità, perfino per il bene di chi lo
rifiuta, come proprio la croce ci ricorda.
-
Facciamo memoria di questo dramma e di questo
mistero sperimentando i benefici della passione e
della croce, sperimentandoli in termini profondamente
personali, come ci suggerisce san Paolo nella lettera ai
Galati quando grida: “Il Figlio di Dio mi ha amato, e ha
dato se stesso per me” (Gal 2,20).
5. Indicazioni per il tempo di adorazione silenziosa
Entriamo nel tempo del silenzio e dell’adorazione seguendo le
indicazioni che troviamo sulla scheda. Come gli anni scorsi
abbiamo la possibilità di scrivere dei brevi pensieri o delle
brevi preghiere sui foglietti che sono a nostra disposizione e
che poi raccoglieremo per trasformare tutto in preghiera e
mettere tutto nelle mani del Signore. In questi giorni possiamo
leggere personalmente, a casa, i racconti della passione che ci
hanno lasciato i quattro evangelisti, possiamo leggere anche la
prima predica di san Pietro, che si trova in At 2.
Lo Spirito del Signore ci guidi in questa mezzora di silenzio ad
entrare in intimità col Cristo presente nell’Eucaristia, è il Cristo
della passione e della croce, ma è anche il Cristo risorto e
glorioso, che è con noi fino alla fine del mondo.
Silenzio per l’adorazione e la meditazione personale (30’)
1. Rileggi lentamente la Parola di Dio e memorizza un versetto.
2. Fermati sul brano del vangelo secondo Marco e contempla
Gesù nell’ora della sua passione e morte. Lasciati che le
parole del Vangelo ti raggiungano con tutta la loro forza
d’urto e la loro capacità di interpellarti personalmente. Nei
prossimi giorni prenditi il tempo per leggere a casa i quattro
racconti della passione (Mt, Mc, Lc e Gv).
3. Rifletti sulla tua vita:
Quali sentimenti suscita dentro di te la riflessione sul
mistero della Passione e della morte in croce di Gesù?
Come ti senti davanti al Crocifisso?
Prova a richiamare alla memoria i personaggi che
ruotano attorno a Gesù nell’ora della passione (quelli
richiamati nei 4 vangeli: Pietro, Giuda, Giovanni, Maria,
le donne, Pilato, il Cireneo, i soldati, il Centurione, i capi
del popolo, i malfattori...): in quali loro gesti,
atteggiamenti e parole ti ritrovi e identifichi?
Quale appello ti rivolge Gesù nell’ora della sua passione
e morte in croce?
4. Colloquia interiormente col Signore, presente nell’Eucaristia:
è Lui nell’atto di donarsi ed è Lui ormai per sempre vivo e
glorioso, affidagli la tua persona e la tua vita, chiedigli il dono
di riuscire a maturare una fede capace di seguirlo fin sul
Golgota, fino alla condivisione della passione, del dono di sé
fatto per amore.
5. Esprimi un proposito di impegno concreto per crescere nella
capacità di “seguire Gesù portando ogni giorno la tua stessa
croce”.
Canto meditativo
(durante il canto vengono raccolte le preghiere)
Invocazioni e preghiere - Padre nostro
Orazione
Dio onnipotente ed eterno, che hai rinnovato il mondo con la
gloriosa morte e risurrezione del tuo Cristo, conserva in noi
l'opera della tua misericordia, perché la partecipazione a questo
grande mistero ci consacri per sempre al tuo servizio. Per
Cristo nostro Signore.
Tantum Ergo
Preghiamo
Signore Gesù Cristo, che nel mirabile sacramento
dell'Eucaristia ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua, fa'
che adoriamo con viva fede il santo mistero del tuo corpo e del
tuo sangue, per sentire sempre in noi i benefici della
redenzione. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.
R. Amen.
Benedizione eucaristica
Litania
Dio sia benedetto.
Benedetto il suo santo nome.
Benedetto Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo.
Benedetto il nome di Gesù.
Benedetto il suo sacratissimo Cuore.
Benedetto il suo preziosissimo Sangue.
Benedetto Gesù nel santissimo Sacramento dell'altare.
Benedetto lo Spirito Santo Paraclito.
Benedetta la gran Madre di Dio, Maria santissima.
Benedetta la sua santa e immacolata concezione.
Benedetta la sua gloriosa assunzione.
Benedetto il nome di Maria, vergine e madre.
Benedetto san Giuseppe, suo castissimo sposo.
Benedetto Dio nei suoi angeli e nei suoi santi.
Canto finale
2. Dal sentirsi abbandonati
all’abbandonarsi con fiducia.
“Dio mio, Dio mio,
perché mi hai abbandonato?”
“Padre nelle tue mani consegno il mio spirito”.
P.
T.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen.
Canto ed esposizione del SS. Sacramento
Invitatorio
T: Ti adoriamo, santissimo Signore Gesù Cristo
qui e in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero
e ti benediciamo perché con la tua santa croce
hai redento il mondo. (FF 111)
S. Noi ti lodiamo e ti adoriamo, o Cristo.
T. O adoramus te Christe.
S. Agnello immolato fin dalla fondazione del mondo
che per noi hai dato il tuo corpo. R.
S. Agnello irreprensibile e senza macchia,
che hai sparso il tuo sangue in remissione dei nostri peccati.
R.
S. Agnello che togli il peccato del mondo,
nostra pasqua immolata. R.
S. Agnello condotto al macello
che hai portato i nostri peccati sul tuo corpo. R.
S. Agnello nel cui santissimo sangue
è stata sigillata la nuova ed eterna alleanza. R.
Orazione
Guarda Dio onnipotente, l'umanità sfinita per la sua debolezza
mortale, e fa' che riprenda vita per la passione del tuo unico
Figlio. Egli è Dio...
Canto al Vangelo
Dal vangelo secondo Matteo (27,45-50)
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
45
A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del
pomeriggio. 46Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì,
lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi
hai abbandonato?». 47Udendo questo, alcuni dei presenti
dicevano: «Costui chiama Elia». 48E subito uno di loro corse a
prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna
e gli dava da bere. 49Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se
viene Elia a salvarlo!». 50Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce
ed emise lo spirito.
Dal vangelo secondo Luca (23,44-46)
“Padre nelle tue mani consegno il mio spirito”.
44
Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino
alle tre del pomeriggio, 45perché il sole si era eclissato. Il velo
del tempio si squarciò a metà. 46Gesù, gridando a gran voce,
disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto
questo, spirò. PdS
Proposta di riflessione
Dal sentirsi abbandonati all’abbandonarsi con fiducia:
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.
1. Le sette parole di Gesù in croce
Carissime sorelle, carissimi fratelli, il Signore vi dia pace!
Le parole sulle quali ci fermiamo a meditare e ad adorare
questa sera sono le parole riportate in modo quasi uguale
dall’evangelista Matteo (27,46) e dall’evangelista Marco
(15,34): “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” e
quelle riportate da san Luca (23,46) come le ultime parole di
Gesù in croce: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.
Gli autori che cercano di dare un ordine cronologico alle sette
parole di Gesù in croce lo fanno seguendo uno schema
diventato popolare nella predicazione e nella musica
(Mercadante; Haydn; Perosi):
1) “Padre, perdona loro…” (Lc 23,34)
2) “In verità ti dico, oggi con me…” (Lc 23,43)
3) “Donna, ecco tuo figlio…” (Gv 19,26-27)
4) “Dio mio, Dio mio,…” (Mc 15,34 e Mt 27,46)
5) “Ho sete” (Gv 19,28)
6) “Tutto è compiuto” (Gv 19,30)
7) “Padre nelle tue mani…” (Lc 23,46)
Nelle nostre meditazioni di questa settimana noi non seguiremo
questo schema, ma cominceremo a meditare sulle parole
riportate da Mt e Mc che sono quelle della tradizione più antica
e le leggeremo insieme alla parole conclusive di Gesù
tramandateci da Lc, perché queste due frasi apparentemente
così diverse sono in realtà due facce della stessa medaglia.
Entrambe queste parole contengono un riferimento forte ai
Salmi, sono rispettivamente l’inizio del Salmo 22 (21)1 e un
versetto del salmo 31 (30). Ci mettono di fronte al modo in cui
Gesù ha affrontato la sua passione e morte. E dal modo in cui
Gesù ha affrontato la sua passione e morte provengono a noi:
- un beneficio da accogliere,
- un significato per la nostra vita, una possibile chiave di
lettura della vita,
- un modello da assumere.
2. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
Nell’interpretazione di questa parola incontriamo due estremi
opposti:
- per i razionalisti (del 1700 e delle epoche posteriori),
questo è il grido disperato di Gesù che si rende conto
del fallimento della sua vita e della sua missione;
- per quelli che fanno fatica a cogliere questa parola in
tutta la sua durezza e in tutto il suo dramma si tratta
semplicemente di una citazione del Salmo 22, che si
concluderà con la certezza dell’intervento divino.
Dietro queste due posizioni ci stanno due difficoltà opposte:
- i razionalisti non credono che Gesù è vero Dio e per
questo il suo morire è solo la fine disperata di un messia
illuso e fallito;
1
Dove vengono riportati i numeri dei Salmi il primo numero è quello della
numerazione della Vulgata e della liturgia, il secondo è quello della
numerazione ebraica.
-
per quelli che fanno fatica ad accettare queste parole in
tutta la loro durezza la difficoltà è inversa, nel senso
che credono fermamente che Gesù è vero Dio ma fanno
fatica a riconoscere che è anche vero uomo, e che come
tale ha vissuto in modo profondo e autentico anche i
risvolti psicologici e morali del morire umano e del
morire in croce.
La chiave di lettura offerta dai vangeli è piuttosto quella che
ci dice che Gesù ha vissuto nella pienezza della sua umanità il
dramma della passione, della morte e della croce: nel
Getsemani Gesù prega per ben tre volte, cioè fino allo
sfinimento, il Padre: «Padre mio, se è possibile, passi da me
questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!» (Mt
26,39). E l’autore della Lettera agli Ebrei (5,7) ci dice che Gesù
«nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con
forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu
esaudito per la sua pietà», fu esaudito cioè per il suo
abbandono filiale fiducioso.
Quando si è incarnato, il Figlio di Dio non ha chiesto sconti
sulla nostra condizione umana e per questo ha accettato anche i
lati più oscuri della nostra umanità, come la sofferenza e la
morte, e ha scelto di farsi carico del lato più oscuro di tutti,
quello del nostro peccato, cioè del nostro rifiuto di Dio, per
riconciliarci con Dio. Avendo voluto farsi carico della morte
dei crocifissi, con tutto quel che significa, non ha chiesto sconti
sul dramma del morire.
La scelta delle parole del Salmo 22: “Dio mio, Dio mio,
perché mi hai abbandonato”, colte da Mt e Mc sulle labbra di
Gesù morente in croce aprono realmente uno spiraglio sul
dramma oggettivo e soggettivo della sua morte in croce.
Noi non potremmo sentirlo vicino e solidale con la nostra sorte
se la sua fosse una semplice recita, una sofferenza e una morte
“apparente”. Al tempo stesso la scelta del Salmo 22, che ha un
inizio drammatico, ma anche uno sviluppo pieno di fiducia e di
speranza e un tono sempre caratterizzato da un profondo
rapporto di amore (“Dio mio, Dio mio”) ci fa comprendere che
Gesù ha vissuto questo dramma personale nella più profonda
fiducia in Dio. Quel Dio che in tutte le sue preghiere che ci
vengono riportate dai vangeli, Gesù sempre chiama “Abbà”
cioè “papà”, ed è una fiducia coltivata proprio alla scuola dei
Salmi.
Le prime comunità cristiane, sostenute dalle testimonianze
degli Apostoli che hanno preso forma nei Vangeli, hanno
riletto e meditato la morte di Gesù proprio servendosi di alcuni
Salmi (Sal 22; Sal 31; Sal 69) e di alcuni passi tratti dal profeta
Isaia (es. IV carme del servo di Jahve Is 52,13-53,12) e da altri
Scritti dell’Antico Testamento.
Se leggiamo anche solo alcuni versetti di questo Salmo ce ne
rendiamo subito conto.
- C’è l’apertura del Salmo (vv. 2-3) col grido accorato
di Gesù:
2
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Tu sei lontano dalla mia salvezza»:
sono le parole del mio lamento.
3
Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,
grido di notte e non trovo riposo.
-
Poi il salmista descrive i motivi per cui Dio dovrebbe
intervenire e descrive la propria situazione (vv. 4-11):
7
Ma io sono verme, non uomo,
infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.
8
Mi scherniscono quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
9
«Si è affidato al Signore, lui lo scampi;
lo liberi, se è suo amico».
-
Nella supplica invoca con fiducia (v. 12):
12
Da me non stare lontano,
poiché l'angoscia è vicina
e nessuno mi aiuta.
-
Poi di nuovo la descrizione della situazione con parole
che ritorneranno nei racconti della passione (vv. 13-19):
16
È arido come un coccio il mio palato,
la mia lingua si è incollata alla gola,
su polvere di morte mi hai deposto.
17
Un branco di cani mi circonda,
mi assedia una banda di malvagi;
hanno forato le mie mani e i miei piedi,
18
posso contare tutte le mie ossa.
Essi mi guardano, mi osservano:
19
si dividono le mie vesti,
sul mio vestito gettano la sorte.
-
Segue una seconda supplica fiduciosa (vv. 20-22):
20
Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, accorri in mio aiuto.
-
La parte conclusiva del Salmo (vv. 23-32) è poi una
lunga preghiera di ringraziamento anticipato, che
intravede un futuro di vita, di risurrezione, di annuncio:
23
Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all'assemblea.
30
A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra,
davanti a lui si curveranno
quanti discendono nella polvere.
E io vivrò per lui,
31
lo servirà la mia discendenza.
Se noi rileggiamo la preghiera di Gesù in croce alla luce del
Salmo 22 potremmo dire che Gesù ha vissuto fino in fondo
l’angoscia e il senso di abbandono della morte e della morte in
croce e per questo si pone accanto non solo al dramma di chi
muore solo, angosciato e abbandonato, ma anche al dramma di
chi vive solo, angosciato e abbandonato. L’esperienza che
Gesù fa nel morire in croce è una vera e propria discesa negli
inferi della solitudine, dell’angoscia, della depressione, del
vuoto esistenziale, della mortalità, della lontananza da Dio.
Proviamo a pensare a quante persone conosciamo anche noi,
oggi, che vivono il dramma di sentirsi abbandonate da Dio per
una situazione di crisi, per una malattia, per la perdita di una
persona cara, perché attraversano un momento di smarrimento
o di depressione…
Gesù vive fino in fondo tutto questo, ma vive fino in fondo
anche il senso di fiducia e di abbandono personale nelle
mani di un Dio che è “Abbà” cioè “papà”. Questo secondo
aspetto lo cogliamo soprattutto attraverso le parole che ci ha
narrato l’evangelista Luca, parole che rendono esplicito il
senso globale della preghiera di Gesù sulla croce.
3. “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.
Questa preghiera è una citazione adattata del Salmo 31,6
nella versione greca dei LXX, che era la traduzione usata
normalmente dagli ebrei di lingua greca. Nel testo del Salmo
troviamo la frase: “Nelle tue mani, Signore, consegnerò il mio
spirito”, mentre Gesù prega: “Padre, nelle tue mani consegno il
mio spirito”. Gesù perciò fa proprie le parole del Salmo 31,6
ma le attualizza e le prega relazionandosi con Dio nel modo in
cui, stando ai quattro vangeli, sempre si è relazionato con Dio,
cioè chiamandolo “Padre”, nella sua lingua familiare “Abbà”.
Questa espressione, sulle labbra e nell’insegnamento di Gesù, è
sempre associata a un senso di profonda fiducia in Dio.
Ecco la preghiera fiduciosa di Gesù: “Padre, nelle tue mani
consegno il mio spirito”, che significa: “Padre, metto con
fiducia la mia vita nelle tue mani”.
Nell’atto del morire, potremmo dire, Gesù ci manifesta come è
vissuto e qual è il senso del vivere: vivere è consegnare la
propria vita e la propria persona nelle mani del Padre, con
profonda fiducia.
Viviamo e moriamo consapevoli che la nostra vita è nelle
mani del Padre e solo questo nostro essere continuamente nelle
mani del Padre è garanzia di vita, fonte di fiducia e di speranza,
sorgente del dono di sé e di costante apertura. Quante volte ha
insistito Gesù nel dirci che è importante fidarci del Padre,
pensiamo solo al discorso della montagna (Mt 5-7), quanto
insiste nel dirci che ci possiamo fidare, che il Padre si prende
cura di noi più che dei gigli del campo e degli uccelli del cielo!
San Paolo esprime questa idea in un passo della Lettera ai
Romani (14,8) quando dice: “sia che viviamo, sia che moriamo
siamo dunque del Signore”. Ed è significativo che davanti al
modo di morire di Gesù sia Marco e Matteo, sia Luca, riportino
la testimonianza del Centurione romano, di un pagano, che
riferisce Marco “vistolo spirare in quel modo disse: Veramente
quest’uomo era Figlio di Dio”. Luca (23,48) a sua volta
sottolinea che coloro che hanno assistito da lontano alla
crocifissione di Gesù se ne tornano a casa “percuotendosi il
petto”, sono stati raggiunti dalla testimonianza di un modo di
morire paradossale: la morte più terribile e infame affrontata
con il più profondo senso di fiducia e abbandono.
Il modo di morire di Gesù colpisce proprio perché è un modo
di morire che assume il dramma del nostro morire umano e lo
vive divinamente. Il modo di morire di Gesù non è quello degli
eroi che sfidano i loro uccisori e la morte stessa ma è il modo
di morire del credente. Così col suo modo di morire Gesù ci è
totalmente accanto nel far suo il nostro morire e ci apre alla
speranza di un morire e di un vivere nelle mani di un Dio che è
“Abbà”, cioè Padre.
San Paolo arriverà a dire, meditando su questo fatto, che il
mistero della croce è apparentemente stoltezza e debolezza in
realtà è sapienza e potenza di Dio che trasfigura anche tutta la
debolezza del nostro vivere e del nostro essere uomini.
Nella lettera ai Galati esprimerà l’esperienza dell’incontro col
crocifisso come esperienza personale di sentirsi amato: “Il
Figlio di Dio mi ha amato, e ha dato se stesso per me” (Gal
2,20). E nella Lettera ai Romani ricorderà che da questo amore
niente e nessuno ci potrà mai separare (Rm 8,35).
Il primo martire cristiano, Stefano, farà proprio
l’atteggiamento di Gesù e nel momento della morte si affiderà
a Gesù come Gesù si è affidato al Padre: “Gesù, accogli il mio
spirito” (At 7,59), sarà questa l’ultima preghiera di Stefano.
Di fronte alla morte di Gesù e meditando la sua duplice
preghiera noi impariamo però non soltanto cosa vuol dire
accettare la morte, ma ancor di più cosa vuol dire vivere con
fiducia.
Come Lui si è fatto solidale con noi, così ha trasmesso a noi,
nel battesimo e per il dono del suo Spirito Santo questo suo
modo di vivere la nostra debolezza umana con la fiducia di
essere diventati figli dello stesso Padre.
Non a caso ogni sera, a compieta – che è la preghiera
conclusiva della giornata di ogni cristiano e della Chiesa –
anche noi preghiamo con le parole del Salmo 31: “Signore,
nelle tue mani, affido il mio spirito”. Così ogni nostra giornata
e ogni giorno della Chiesa si conclude con un atto di
abbandono pieno e fiducioso nelle mani del Signore della vita.
4. Indicazioni per il tempo di adorazione silenziosa
Nel silenzio dell’adorazione possiamo seguire le indicazioni
che troviamo sul foglietto, possiamo mettere nelle mani del
Padre quelle situazioni nostre e di altre persone per le quali ci
viene da gridare: “Dio mio, Dio mio perché mi hai
abbandonato?” e possiamo mettere nelle mani del Padre, con
fiducia, tutta la nostra vita e la vita di tante altre persone che
conosciamo e dire semplicemente: “Padre, nelle tue mani
consegno tutta la mia vita”.
Silenzio per l’adorazione e la meditazione personale (30’)
1. Rileggi lentamente la Parola di Dio e memorizza un versetto.
2. Fermati sui due brevi brani del vangelo e contempla Gesù
nell’ora della sua morte. Lascia risuonare dentro di te il
grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” ma
anche l’espressione fiduciosa: “Padre nelle tue mani,
consegno il mio spirito”.
3. Rifletti sulla tua vita e alla luce della preghiera di Gesù:
prova a mettere nelle mani del Padre i momenti di
solitudine, sfiducia, scoraggiamento, depressione,
disperazione che hai sperimentato o sperimenti;
affida al Padre le situazioni di abbandono, solitudine e
disperazione che stanno vivendo persone che tu conosci;
apri il cuore alla riconoscenza perché in quel dono
riassunto nella preghiera di Gesù trova significato anche
la tua vita;
conferma nella preghiera l’abbandono fiducioso della tua
persona e della tua vita nelle mani del Padre, è ciò che ti
permette di vivere con fiducia.
4. Colloquia interiormente col Signore, presente nell’Eucaristia:
chiedigli la capacità di vivere come Lui il passaggio dal
sentirsi abbandonati al sapersi abbandonare fiduciosamente
nelle mani del Padre.
5. Esprimi un proposito di impegno concreto per crescere nella
capacità di abbandonarti nelle mani del Padre a partire da
una situazione concreta che stai vivendo in questo periodo.
Canto meditativo
(durante il canto vengono raccolte le preghiere)
Invocazioni e preghiere - Padre nostro
Orazione
Anche noi, o Padre, vogliamo far salire fino a te il grido
dell’umanità che tante volte sente di sprofondare nella
solitudine e nell’abbandono e desideriamo ancor più
consegnarci con fiducia e interamente nelle tue mani ricche di
tenerezza per ogni tuo figlio. Per Cristo nostro Signore.
Tantum Ergo
Preghiamo
O Dio, che nel mistero eucaristico ci hai dato il pane vero
disceso dal cielo, fa' che viviamo sempre in te con la forza di
questo cibo spirituale e nell'ultimo giorno risorgiamo gloriosi
alla vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.
R. Amen.
Benedizione eucaristica
Litania (p. 16)
Canto finale
3. L’esperienza del perdono
apre le porte della vita piena
“Padre, perdona loro
perché non sanno quello che fanno”
“In verità ti dico, oggi con me sarai nel paradiso”
P.
T.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen.
Canto ed esposizione del SS. Sacramento
Invitatorio
T: Ti adoriamo, santissimo Signore Gesù Cristo
qui e in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero
e ti benediciamo perché con la tua santa croce
hai redento il mondo. (FF 111)
S. Noi ti lodiamo e ti adoriamo, o Cristo.
T. O adoramus te Christe.
S. Agnello immolato fin dalla fondazione del mondo
che per noi hai dato il tuo corpo. R.
S. Agnello irreprensibile e senza macchia,
che hai sparso il tuo sangue in remissione dei nostri peccati.
R.
S. Agnello che togli il peccato del mondo,
nostra pasqua immolata. R.
S. Agnello condotto al macello
che hai portato i nostri peccati sul tuo corpo. R.
S. Agnello nel cui santissimo sangue
è stata sigillata la nuova ed eterna alleanza. R.
Orazione
Padre, sorgente di infinita misericordia, fa discendere ancora su
di noi il tuo perdono che rinnova la nostra esistenza e ci apre le
porte del paradiso. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
Canto al Vangelo
Dal vangelo secondo Luca (23,33-43)
Padre perdona loro… oggi sarai con me…
33
Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero
lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. 34Gesù diceva:
«Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Poi
dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte.
35
Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo:
«Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio,
l’eletto». 36Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per
porgergli dell’aceto 37e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei,
salva te stesso». 38Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui
è il re dei Giudei».
39
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu
il Cristo? Salva te stesso e noi!». 40L’altro invece lo
rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei
condannato alla stessa pena? 41Noi, giustamente, perché
riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni;
egli invece non ha fatto nulla di male». 42E disse: «Gesù,
ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». 43Gli rispose:
«In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». PdS
Proposta di riflessione
3. L’esperienza del perdono apre le porte della vita piena.
“Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”
“In verità ti dico, oggi con me sarai nel paradiso”.
1. Il contesto teologico e narrativo di san Luca
Carissime sorelle, carissimi fratelli, il Signore vi dia pace!
Questa sera ci fermiamo a meditare sulle parole del perdono,
parole che sono riportate da san Luca: “Padre, perdona loro,
perché non sanno quello che fanno” e “In verità ti dico, oggi
con me sarai nel paradiso”.
Il contesto teologico narrativo è quello di san Luca, per il quale
Dante Alighieri ha coniato la definizione “lo scriba della
mansuetudine di Cristo” (Dante, Monarchia I,16,2). È
l’evangelista che ha dedicato al perdono un intero capitolo del
suo vangelo (Lc 15 e le parabole della misericordia),
l’evangelista che ci presenta Gesù come modello di bontà, di
pietà, di misericordia e di perdono, di fiducia e di preghiera.
Luca evidenzia anche un altro particolare importante, l’ora
della passione è l’ora in cui ritorna in scena Satana, che si
era ritirato al termine dell’episodio delle tentazioni: “dopo aver
esaurito ogni specie di tentazione il diavolo si allontanò da lui
per tornare al tempo fissato” (Lc 4,13). Il tempo fissato per Lc
è proprio il tempo della passione quando Satana entra nel cuore
di Giuda (Lc 22,3) e cerca Pietro per vagliarlo (Lc 22,32).
Questa entrata in scena di Satana è, per Luca, un elemento che
riduce, ma non elimina, la responsabilità personale dei capi dei
Giudei, dello stesso Giuda, di Pietro, degli altri personaggi che
giocano un ruolo nella condanna a morte di Gesù. Per Luca
l’ora della passione è l’ora delle tenebre, proprio come per
Giovanni, è cioè l’ora in cui le forze del male cercano di
spegnere, senza peraltro riuscirci, la luce del bene e della
verità.
Nel raccontare la passione di Gesù Luca ha delle particolarità
che rendono originale il suo punto di vista:
- non parla di insulti da parte dei soldati ma solo di
scherni,
- attenua tutti i gesti di violenza personale,
- le folle anziché insultare fanno lamenti su Gesù e
contemplano da lontano,
- la responsabilità degli stessi capi del popolo è ridotta, in
accordo con quello che dirà Pietro in At 3,17 “so che
avete agito per ignoranza come i vostri capi”, idea che
ritorna anche in san Paolo 1Cor 2,8 che parla della
sapienza divina rimasta nascosta ai dominatori di
questo mondo “se l'avessero conosciuta, non avrebbero
crocifisso il Signore della gloria”.
2. L’invocazione di perdono per i crocifissori
In questo contesto narrativo e teologico dell’evangelista Luca,
nel suo racconto, risuonano le parole di perdono dello stesso
Gesù che muore in croce: “Padre, perdona loro, perché non
sanno quello che fanno”.
Dentro il racconto di Luca i beneficiari diretti e primi di questa
preghiera al Padre “Abbà” per ottenere il perdono sono i
responsabili della comunità giudaica. Luca rileva la
disponibilità al perdono da parte di Gesù e quindi la necessità
di assumere lo stesso atteggiamento anche da parte dei
discepoli di Gesù che sarebbero tentati di reagire diversamente
alla violenza subita. Stefano sarà esemplare nel fare proprio
l’atteggiamento di Gesù e nel momento della morte gli
rivolgerà questa preghiera: «Signore, non imputar loro questo
peccato» (At 7,60).
Il tema del perdono è veramente centrale nel vangelo
secondo Luca. Quando Gesù insegna il Padre nostro, nella
versione Lucana non si dice “rimetti a noi i nostri debiti come
noi li rimettiamo ai nostri debitori” ma “perdonaci i nostri
peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore”
(Lc 11,4) e al capitolo 15° l’evangelista riporta le tre parabole
della misericordia narrate da Gesù.
La terza parabola ci fa conoscere il cuore del Padre che è un
cuore ricco di misericordia e di perdono, che non solo perdona
il figlio minore ma vorrebbe la riconciliazione tra il figlio
maggiore (figura dei pii e dei farisei) e il figlio minore (figura
dei pubblicani e dei peccatori ormai sulla via della conversione
e alla ricerca del perdono). Il Padre vuole che tutti e due
possano partecipare alla festa del perdono che è festa di vita e
di risurrezione, per legami prima interrotti e ora ricostruiti, per
il ritrovamento di chi si era smarrito: “questo tuo fratello era
morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc
15,32).
La riconciliazione tra farisei e pubblicani è poi una specie di
premessa a una riconciliazione ancor più profonda, quella tra i
“figli maggiori” (coloro che appartengono al popolo d’Israele)
e i “figli minori” (tutti coloro che provengono dal paganesimo
e hanno accolto Gesù come salvatore e Signore della loro vita).
Questa seconda riconciliazione, ci dirà l’apostolo Paolo, è stata
realizzata da Cristo Gesù nel suo sangue, cioè attraverso il
dono della sua vita fatto per amore, sulla croce. Sono fortissime
le parole di Ef 2,14-16: “Egli infatti è la nostra pace, colui che
ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di
separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia… per creare
in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e
per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo
della croce, distruggendo in se stesso l'inimicizia”.
Quello proposto da Luca è un perdono dai risvolti
profondamente personali ma è al tempo stesso un perdono che
riguarda un intero popolo, è una riconciliazione che tocca il
singolo ma rinnova al tempo stesso l’intera umanità.
Nella passione poi questo perdono ha a che fare con
l’ignoranza: “Perdona loro, perché non sanno quello che
fanno”. Sembra che l’ignoranza del male e della sua gravità,
l’ignoranza del fatto stesso di peccare, sia una caratteristica
propria della nostra condizione di peccatori, infatti non è raro
che noi stessi facciamo una gran fatica a riconoscere di aver
sbagliato, di aver peccato, di aver fatto il male e ci
mascheriamo dietro frasi ingenue che segnalano questa
incoscienza del tipo: “In fondo che male ho fatto?”.
3. Peccato, perdono e intercessione
Il perdono ha a che fare proprio con la realtà del peccato, con
la realtà di un male che ha bisogno di essere curato e risanato.
Della realtà del peccato la Bibbia parla in più occasioni e lo
descrive fin dall’inizio come una situazione in cui ci troviamo a
partire da un uso sbagliato della nostra libertà, segnato dalla
sfiducia nei confronti di Dio e dalla disobbedienza alla sua
parola.
I capitoli 3-11 del libro della Genesi ci parlano di questa
crescente disobbedienza dell’umanità delle origini, di questa
crescente incapacità di fidarci di Dio, che si trasforma in una
crescente
deresponsabilizzazione
personale
(nella
continuazione del testo proclamato nella prima lettura di
domenica scorsa Gn 2,7-9; 3,1-7 sentiamo lo scaricabarile di
Adamo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato
dell'albero e io ne ho mangiato». E poi quello di Eva: «Il
serpente mi ha ingannata e io ho mangiato»).
È una situazione che va via via aggravandosi e rispetto alla
quale Dio prende posizione e prende l’iniziativa avviando una
relazione di fiducia con un uomo, Abramo, che diventa l’inizio
di un nuovo popolo che sarà chiamato a fidarsi di Dio e ad
essere santo (Lv 11,44-45; 19,2).
Dentro questa storia, che si rivela essere una storia di salvezza,
molte volte Dio offre il suo perdono. Emergono anche alcune
figure di intercessori, come Abramo (Gn 18) che prega per
Sodoma e Gomorra o come Mosè che intercede per il popolo
d’Israele dopo che questo ha rinnegato Dio e si è costruito un
idolo d’oro (Es 32).
Troviamo anche un grande esempio di cosa significhi imparare
a riconoscere il proprio peccato, quello di Davide che pecca in
più di una occasione e ogni volta riconosce il proprio peccato,
al punto che ancora oggi quando vogliamo esprimere il nostro
pentimento usiamo le parole del Sal 50 (51), attribuite a
Davide: “Pietà di me o Dio, secondo la tua misericordia, nel
tuo grande amore cancella il mio peccato. Contro di te, contro
te solo ho peccato…”.
La cosa sconvolgente dell’invocazione di perdono che Gesù
crocifisso rivolge al Padre è data dal fatto che non è in risposta
a un pentimento, a un riconoscimento di colpa, a una richiesta
di perdono ma è una iniziativa personale e assolutamente
gratuita dello stesso Gesù. È perciò un’offerta di grazia, cioè
un’offerta di perdono all’insegna della gratuità; un giudizio che
giustifica, cioè un giudizio che anziché schiacciarci sotto una
condanna ci mette in relazione autentica con Dio.
Il Cristo in croce come ricorda san Paolo ai Romani (5,6-8) fa
una scelta paradossale: “Infatti, mentre noi eravamo ancora
peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a
stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci
può essere chi ha il coraggio di morire per una persona per
bene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché,
mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”.
Come aveva già intravisto Isaia, il Cristo in croce è l’agnello di
Dio che si è caricato il nostro peccato, il servo che si è
addossato le nostre infermità (Is 53 IV carme del Servo di
Jahve).
Quel modo di intercedere per i propri crocifissori: “Padre,
perdona loro, perché non sanno quello che fanno!” è
paradossale e per questo diventerà straordinariamente
esemplare lungo tutti i secoli, dal primo martire Stefano che
abbiamo già ricordato, a S. Maria Goretti che pregherà per il
suo uccisore, a fr. Christian de Chergé, monaco di Tibhrine,
che perdona anticipatamente il suo uccisore, ecc.
4. Le varie reazioni di fronte al perdono di Gesù
Di fronte a questo modo di perdonare di Gesù in croce Luca
racconta che ci sono varie reazioni:
- il popolo sta a vedere a una certa distanza,
- i capi – quelli per i quali Gesù sta pregando il Padre –
lo scherniscono riprendendo le parole della tentazione
diabolica: “Se è il Cristo, il suo eletto…”,
- anche i soldati lo scherniscono dicendo: “Salva te
stesso”,
- uno dei malfattori è sulla stessa linea: “Non sei tu il
Cristo? Salva te stesso e anche noi!”,
- ma l’altro malfattore ha invece un momento di
straordinaria lucidità e di assunzione di responsabilità
personale: “Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato
alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il
frutto delle nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla
di male” Poi rivolgendosi a Gesù e chiamandolo per
nome fa la propria preghiera in modo profondamente
personale: “Gesù, ricordati di me, quando entrerai nel
tuo regno”. La risposta di Gesù è immediata: “In verità
ti dico, oggi con me sarai nel paradiso”.
Nell’ultima ora della sua vita questo malfattore, al quale gli
apocrifi daranno il nome di Disma, si assume finalmente la
responsabilità per le proprie azioni, e riesce ad affidarsi in
modo personale a Gesù, che sta subendo – senza alcuna colpa –
lo stesso tipo di condanna e che viene riconosciuto per quel che
è realmente: Dio che sceglie di mettersi accanto e al posto del
peccatore, del criminale, dello schiavo.
Davanti a questo episodio comprendiamo il senso di quel che
abbiamo sentito risuonare nella seconda lettura del mercoledì
delle ceneri: “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo
fece peccato in nostro favore, perché noi diventassimo giustizia
di Dio” (2Cor 5,21). Possiamo leggere anche Rm 5,15 (la
seconda lettura di domenica scorsa) e quel che segue: “Il dono
di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno
solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono
concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono
riversati in abbondanza su tutti gli uomini”.
5. L’oggi della salvezza
L’incontro personale con Gesù, il riconoscimento di chi è Gesù
e il riconoscimento responsabile del male commesso portano
questo malfattore a sperimentare l’oggi dell’incontro con Gesù
come l’oggi della salvezza.
Anche questo è un tratto tipico di san Luca che fa risuonare per
quattro volte, nel suo vangelo, l’oggi della salvezza che si
manifesta quando incontriamo Gesù, quando ci lasciamo
accogliere da lui e lo accogliamo nella nostra vita:
- Lc 2 gli angeli annunciano ai pastori: “Oggi nella città
di Davide è nato per voi un salvatore;
- Lc 4 Gesù a Nazareth proclama il vangelo dell’anno di
grazia e conclude dicendo: “Oggi si è realizzata questa
Scrittura che avete udito coi vostri orecchi”;
- Lc 19 Gesù incontra Zaccheo e gli dice: “Oggi devo
venire a casa tua” e quando entra a casa di Zaccheo
conclude: “Oggi la salvezza è venuta per questa casa”;
- Infine Lc 23, il testo che stiamo meditando: “Oggi con
me sarai nel paradiso”.
L’oggi dell’incontro con Gesù è il tempo della salvezza. È
un’offerta di incontro e di salvezza su cui medita a lungo la
Lettera agli Ebrei nei capitoli 3-4 ricordandoci che è una
possibilità che Dio stesso ci offre attraverso il suo Figlio Gesù,
di “entrare nel suo riposo”, di entrare cioè in quella comunione
con Lui che rende piena e felice la nostra vita, già ora e in una
prospettiva di eternità.
L’«oggi» offerto al “buon ladrone”, l’«oggi» di cui parla anche
la Lettera agli Ebrei è esattamente lo stesso che viene offerto
anche a noi nell’incontro personale con Gesù, quando
riconosciamo che l’innocente Figlio di Dio crocifisso “per noi
e per i nostri peccati”, come professiamo recitando il credo e
come prega il sacerdote quando nella Messa pronuncia le
parole sul calice, ricordando che quel sangue versato per le
moltitudini è “per la remissione dei peccati”.
Il nostro oggi può essere anche questa sera nel nostro incontro
con il Cristo eucaristico nel tempo dell’adorazione, così come
può essere nel momento in cui ci accostiamo al sacramento
della riconciliazione con una profonda fede in Gesù, con la
capacità di assumerci la responsabilità per i nostri peccati e
metterli nelle mani di Gesù, con la disponibilità ad accogliere
questa offerta di perdono che è sempre un atto di amore
gratuito che Dio fa nei nostri confronti per mezzo del suo
Figlio Gesù.
I Padri della Chiesa dicevano che il buon ladrone aveva fatto il
suo miglior furto proprio nell’ora della morte, perché era
riuscito a rubare il paradiso. Ringraziamolo per questo furto e
ringraziamolo perché ci ha insegnato come rubare il paradiso,
assumendoci la responsabilità dei nostri peccati e alzando gli
occhi verso Gesù per dirgli semplicemente: “Gesù, ricordati di
me”.
6. Indicazioni per il tempo di adorazione silenziosa
Nel tempo di silenzio che ci sta davanti mettiamoci anche noi
fiduciosamente e con riconoscenza nelle mani di Gesù, per
sperimentare quanto è bello e quanto ricolma di gioia il
lasciarci accogliere e perdonare da Lui. Preghiamo anche per
quella larga parte di umanità incosciente, che – soprattutto nel
nostro Occidente – si è allontanata da Dio; Gesù continua a
pregare, per noi e per loro: “Padre perdonali, perché non sanno
quello che fanno”.
Silenzio per l’adorazione e la meditazione personale (30’)
1. Rileggi lentamente la Parola di Dio e memorizza un versetto.
2. Fermati sul brano di Luca e contempla Gesù nell’ora della
sua morte. Lascia risuonare dentro di te le sue parole di
perdono e accoglienza: “Padre, perdona loro perché non
sanno quello che fanno”, “Oggi con me sarai nel paradiso”.
3. Rifletti sulla tua vita e alla luce della scena descritta dal
vangelo:
rifletti sulla gratuità del perdono, che è un’offerta divina
che sempre precede il nostro stesso riconoscimento di
aver sbagliato, è l’unico innocente a perdonare noi che
spesso siamo inconsapevoli del nostro stesso peccato,
quali sentimenti nascono da questa consapevolezza?
Prova a fare una revisione della tua vita, sull’esempio del
“buon ladrone”, di quali peccati sei chiamato/a ad
assumerti la responsabilità, fidandoti di Gesù e della sua
misericordia che è sempre più grande della tua capacità
di peccare?
Prova a metterti a tua volta nei panni di Gesù e
intercedere per qualche altra persona che è bisognosa di
perdono e “non sa nemmeno quello che fa” o non sa
ancora assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
Chiedi per chi è in questa situazione di poter incontrare
Gesù e fare esperienza che c’è un “oggi” che può
cambiare la loro vita.
4. Colloquia interiormente col Signore, presente nell’Eucaristia:
esprimi i tuoi sentimenti di stupore, riconoscenza, gratitudine
per l’offerta di perdono e di vita piena che ti sta facendo.
5. Esprimi un proposito di impegno concreto nel vivere il
sacramento della riconciliazione come assunzione di
responsabilità per i peccati commessi ma ancor più come atto
di fiducia personale in Gesù.
Canto meditativo
(durante il canto vengono raccolte le preghiere)
Invocazioni e preghiere - Padre nostro
Orazione
Per quanto grande sia il nostro peccato, sappiamo o Padre che
più grande è la tua misericordia e che ce l’hai manifestata nel
tuo Figlio crocifisso; donaci la grazia di sperimentare oggi
l’incontro che ci fa scoprire la gioia di una vita nuova. Per
Cristo nostro Signore.
Tantum Ergo
Preghiamo
Concedi, O Dio Padre, ai tuoi fedeli di innalzare un canto di
lode all' Agnello immolato per noi e nascosto in questo santo
mistero, e fa' che un giorno possiamo contemplarlo nello
splendore della tua gloria.
Per Cristo nostro Signore.
R. Amen.
Benedizione eucaristica
Litania (p. 16)
Canto finale
4. Accogliere Maria
per sperimentare la maternità della Chiesa.
“Donna, ecco tuo figlio” “Ecco la tua madre”.
P.
T.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen.
Canto ed esposizione del SS. Sacramento
Invitatorio
T: Ti adoriamo, santissimo Signore Gesù Cristo
qui e in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero
e ti benediciamo perché con la tua santa croce
hai redento il mondo. (FF 111)
S. Noi ti lodiamo e ti adoriamo, o Cristo.
T. O adoramus te Christe.
S. Agnello immolato fin dalla fondazione del mondo
che per noi hai dato il tuo corpo. R.
S. Agnello irreprensibile e senza macchia,
che hai sparso il tuo sangue in remissione dei nostri peccati.
R.
S. Agnello che togli il peccato del mondo,
nostra pasqua immolata. R.
S. Agnello condotto al macello
che hai portato i nostri peccati sul tuo corpo. R.
S. Agnello nel cui santissimo sangue
è stata sigillata la nuova ed eterna alleanza. R.
Orazione
Padre santo, che nel mistero pasquale hai stabilito la salvezza
del genere umano, concedi a tutti gli uomini con la grazia del
tuo Spirito di essere inclusi nel numero dei figli di adozione,
che Gesù morente affidò alla Vergine Madre. Egli è Dio, e vive
e regna con te...
Canto al Vangelo
Dal vangelo secondo Giovanni (19,25-27)
Donna ecco tuo figlio… ecco tua madre
25
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua
madre, Maria di Clèopa e Maria di Màgdala. 26Gesù allora,
vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava,
disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». 27Poi disse al
discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo
l’accolse tra ciò che era suo. PdS
Proposta di riflessione
4. Accogliere Maria
per sperimentare la maternità della Chiesa
“Donna, ecco tuo figlio” - “Ecco la tua madre”.
1. Il contesto della passione secondo Giovanni: chi è Gesù?
Carissime sorelle, carissimi fratelli, il Signore vi dia pace!
Nel nostro percorso di ascolto delle parole di Gesù sulla croce
incontriamo questa sera le parole che rivolge alla madre e al
discepolo amato: “Donna, ecco tuo figlio”, “Ecco la tua
madre”. Queste parole sono riportate dall’evangelista
Giovanni, che più di ogni altro ci presenta il mistero della
persona di Gesù, cioè la profondità inesauribile della sua
persona, del suo essere il Verbo eterno del Padre, Dio come il
Padre, che si è fatto carne, cioè uomo, per introdurre noi nella
comunione col Padre attraverso l’adesione di fede e la nuova
nascita “dall’acqua e dallo Spirito” (Gv 3,5).
Nella passione e morte Gesù viene presentato nella sua realtà
profonda, diversi passi di Gv ce lo ricordano, prima della
passione e durante:
- “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo saprete che
io sono” (Gv 8,28), è un’autoproclamazione solenne
della sua divinità, dato che “Io sono” è il modo con cui
Dio si auto presenta nel libro dell’Esodo (3,14);
- è il re che viene innalzato per attirare tutti a sé (Gv
12,32);
- è il giudice che mentre viene giudicato emette un
giudizio e rivela che né Pilato né il Sinedrio hanno in
realtà alcun potere su di lui (Gv 19,11);
- è l’agnello pasquale al quale non viene spezzato alcun
osso (Gv 19,36);
- è colui che adempie le Scritture (Gv 19).
Durante la passione Gesù è sempre e comunque padrone della
situazione e non subisce nulla, perché nulla accade senza il suo
assenso, al punto che può dire: “Per questo il Padre mi ama:
perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.
Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il
potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo” (Gv
10,19). Gesù può dire questo perché in lui “è la vita” fin dal
principio, come ci ha ricordato l’evangelista nel prologo del
suo vangelo.
2. La scena dell’incontro con la madre e il discepolo amato
Veniamo ora alla scena sulla quale vogliamo fermarci a
meditare, la scena che ha ispirato tantissimi artisti, scultori,
pittori, musicisti (pensiamo allo “Stabat Mater”), la scena
narrata in Gv 19,25-28.
“25Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la
sorella di sua madre, Maria di Clèopa e Maria
Maddalena. 26Gesù allora, vedendo la madre e lì
accanto a lei il discepolo che egli amava, dice alla
madre: «Donna, ecco tuo figlio!». 27Poi dice al
discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il
discepolo l’accolse tra ciò che era suo”.
Poi l’evangelista prosegue con un inciso che lega questa scena
alla successiva: “Dopo ciò, sapendo Gesù che già ogni cosa era
stata compiuto (tetèlestai) …”
Davanti a questa scena ci poniamo alcune domande che ci
aiutano a riflettere: Cosa è successo? Perché Giovanni ci ha
voluto raccontare questo episodio che gli altri evangelisti non
hanno riportato? Quale significato ha questo episodio che
appartiene a quelli selezionati dall’evangelista perché possiamo
credere in Gesù e, credendo in lui, possiamo avere la vita (cfr
Gv 20,31), cioè partecipare alla vita di Dio?
-
Per alcuni Padri della Chiesa (s. Giovanni Crisostomo,
s. Agostino e altri) e anche per alcuni esegeti moderni
Gesù morente, con un gesto di pietà filiale affida a
Giovanni la propria madre perché non sia più
abbandonata a se stessa nella sua solitudine. Nel mondo
ebraico infatti una donna rimasta senza marito e senza
figli si trovava nella situazione più difficile dal punto di
vista economico e sociale.
-
Per i mariologi, per alcuni esegeti (R. Brown e altri) e
anche per molti papi, in questo momento Maria viene
costituita da Gesù madre spirituale del nuovo
popolo di Dio, come cantiamo nelle litanie: “Madre
della Chiesa”.
Ci sono diversi testi belli e importanti, su questo tema,
nell’enciclica Redemptoris Mater (RM), di papa
Giovanni Paolo II, un testo che potete trovare anche in
internet e del quale, se volete vi invito a leggere i
paragrafi da 18 a 24.
In RM 18 ci vien detto che Maria sotto la croce
partecipa all’umiliazione, all’offerta e al sacrificio del
suo Figlio.
In RM 21 vengono esse a confronto la presenza di
Maria alle nozze di Cana e la presenza di Maria sotto la
croce, lì Gesù aveva anticipato la sua “ora”, qui vive in
pieno la sua “ora”, cioè l’ora della salvezza.
In RM 23 Giovanni Paolo II medita sulle parole che
Gesù rivolge alla Madre e al discepolo amato:
“Senza dubbio, in questo fatto si ravvisa un'espressione
della singolare premura del Figlio per la Madre, che
egli lasciava in così grande dolore. Tuttavia, sul senso
di questa premura il «testamento della Croce» di Cristo
dice di più. Gesù mette in rilievo un nuovo legame tra
Madre e Figlio, del quale conferma solennemente tutta
la verità e realtà. Si può dire che, se già in precedenza
la maternità di Maria nei riguardi degli uomini era
stata delineata, ora viene chiaramente precisata e
stabilita: essa emerge dalla definitiva maturazione del
mistero pasquale del Redentore. La Madre di Cristo,
trovandosi nel raggio diretto di questo mistero che
comprende l'uomo - ciascuno e tutti - , viene data
all'uomo - a ciascuno e a tutti - come madre”.
3. La relazione con Gesù come categoria fondamentale
Nel brano del vangelo risuonano alcune parole ed espressioni
che hanno un significato particolare negli scritti dell’apostolo
Giovanni:
- Maria e Giovanni sono definiti a partire dalla loro
relazione con Gesù. Maria è chiamata Madre e
Donna come alle nozze di Cana (Gv 2), anche lì c’era
il tema dell’ora, c’era un dialogo conciso tra Maria e
Gesù, c’era la manifestazione anticipata della gloria di
Gesù attraverso il segno dell’acqua diventata vino, c’era
la fede dei discepoli come conseguenza di tutto questo.
Maria Madre e Donna ci riporta anche al libro della
Genesi, quando queste due parole sono riferite ad Eva,
la donna posta accanto all’uomo per dare origine
all’umanità, colei che diventa la madre di tutti i viventi
(Gn 3,20). Ora è Maria sotto la croce la donna che viene
investita di una maternità universale nel momento in cui
nasce, nel mistero della pasqua, la Chiesa, inizio di una
nuova umanità.
Maria madre e donna ci riporta anche ad Ap 12, quando
appare un segno in cielo, il segno della donna che
partorisce il messia e il popolo messianico, che
-
-
-
richiama quanto già Gesù aveva predetto paragonando
l’ora della passione all’ora in cui la donna entra in
travaglio per partorire (Gv 16,21).
Anche Giovanni è definito a partire dalla sua relazione
con Gesù. È “il discepolo che Gesù amava”.
Attraverso quel discepolo viene descritta la relazione di
Gesù con ogni discepolo, come risulta chiaro nel
vangelo di Giovanni, dove Gesù insiste molto nel dire
che la sua relazione coi discepoli è una relazione di
amore. Così Giovanni ci fa capire che essere discepoli
di Gesù significa prima di tutto questo: essere amati da
lui, essere oggetto del suo amore, che è l’amore più
grande, l’amore di chi arriva fino a dare la vita per i
propri amici (Gv 15,13), l’amore di chi rivela ai propri
amici tutto ciò che ha udito dal Padre (Gv 15,15).
Risuona il tema dell’ “ora”, che è l’ora della
manifestazione della gloria di Gesù, che è la gloria
dell’amore, la luminosità del donare la vita, l’ora della
salvezza messianica che si realizza, l’ora dell’ingresso
nella vita, nella gioia, nell’amore del Padre.
Infine quell’incontro con la madre e con il discepolo
amato, quel breve colloquio, quelle parole, quel dono,
fanno parte del compimento (tetèlestai), di ciò che Dio
stesso ha realizzato e che permane come realizzazione
piena del senso profondo e del fine dell’incarnazione
del Verbo! È proprio perché lì si realizza questo
compimento di significato che gli effetti di questo
momento possono raggiungere anche ognuno di noi.
4. Proviamo a parafrasare questo brano.
Gesù vede la madre e lì accanto il discepolo amato. E si rivolge
alla madre, dicendole: “Donna, accogliendo come figlio tuo il
discepolo che io amo, tu continui ad essere la mia madre,
continui ad accogliere me e nel volto del discepolo che io amo
tu continui a vedere il mio stesso volto”.
Poi Gesù si rivolge al discepolo e gli dice: “Accogliendo mia
madre come tua madre, tu entri a far parte in modo profondo,
per sempre, della mia famiglia, diventi per me un fratello di
elezione”.
E da quell’ora, che manifesta la gloria dell’amore la madre di
Gesù viene accolta ed entra a far parte della vita del discepolo
amato.
Fa parte del mistero di amore di Gesù dare in dono, come
madre, la propria madre al discepolo amato. Fa parte del
mistero della maternità di Maria vedere nel discepolo amato
da Gesù il suo stesso Figlio. Fa parte del mistero dell’essere
discepolo amato da Gesù accogliere per sempre come dono e
come madre e come parte della propria vita la madre di Gesù,
Maria.
Tutto questo sta sotto il segno del compimento, cioè della
realizzazione definitiva e permanente, da parte di Dio, di ciò
che voleva realizzare inviando a noi il suo Figlio.
5. Gesù, la madre e noi; Gesù, la madre e me.
Il racconto e le parole di Gesù non ci sono narrate per gusto di
cronaca, ma perché hanno un valore permanente! Non
appartengono ai ricordi nostalgici di Giovanni ormai vecchio,
ma a ciò che ci viene raccontato perché possiamo credere (=
entrare in relazione personale con Gesù il Cristo) e, credendo,
avere la vita (= partecipare alla vita stessa di Dio, che è vita
piena ed eterna).
Tutto questo ci viene raccontato perché riusciamo ad imparare
a stare presso la croce di Gesù anziché scappare dalla sua
croce, perché fuggire dalla croce vorrebbe dire fuggire
dall’amore che si manifesta come vita donata. Maria e
Giovanni stanno presso la croce di Gesù, non fuggono. E
stando lì scoprono il dono nuovo di comunione che Gesù fa
loro. Stando lì, anziché fuggire, scoprono la bellezza di nascere
come Chiesa cioè come famiglia di Gesù.
Questo racconto ci viene perciò narrato per aiutarci a scoprire
un duplice piano di significati, quello comunitario, ecclesiale
e quello più personale.
-
Sul piano ecclesiale questo racconto ci fa scoprire la
Chiesa appunto come famiglia, come realtà materna
(Maria) e come realtà contrassegnata dall’essere amati
(Giovanni) e come realtà che nasce quando c’è
accoglienza reciproca. È un aspetto che equilibra la
Chiesa rispetto al suo essere organizzazione, gerarchia,
istituzione (H. U von Balthasar). Giovanni ha scritto per
ultimo, tra gli evangelisti, quando la Chiesa era ormai
in una fase avanzata di strutturazione e col suo racconto
vuol farci recuperare un aspetto importante, che se
viene trascurato rischia di far mancare il calore
dell’amore nel focolare della Chiesa e trasformare tutto
in efficienza organizzativa.
Così la relazione Gesù, Maria, Giovanni ci riporta
continuamente a considerare la Chiesa come una
famiglia, dove il cuore dell’esperienza è dato dal fatto
che Gesù ci ama fino a dare se stesso per noi. E dentro
questa famiglia, oltre alla presenza paterna, c’è una
presenza materna, femminile, che ci fa sperimentare il
calore dell’accoglienza e della tenerezza. E dentro
questa famiglia è possibile fare l’esperienza di essere
figli e di essere amati e di accogliersi reciprocamente.
Finché esisterà la Chiesa sarà necessario che sia così, e
quando saremo in Paradiso resterà solo questo, perché
non ci sarà più bisogno né di organizzazione né del
servizio della gerarchia. La devozione mariana e la
spiritualità mariana ci riportano a questa dimensione
familiare, materna, accogliente dell’essere Chiesa.
Accogliere la madre di Gesù fa parte dell’accogliere ciò
che Gesù ha realizzato nella sua ora e ciò che Gesù è
venuto a compiere.
-
Sul piano personale siamo invitati a metterci nei
panni del discepolo amato, cioè a riconoscerci e
sentirci discepoli amati da Gesù “fino alla fine”, fino al
compimento dell’amore. Siamo chiamati a stare presso
la croce di Gesù insieme con Maria, con tutto quel che
significa stare e con tutto quel che significa croce.
Siamo chiamati a entrare dentro questa relazione
affettiva che riguarda Gesù, la madre e ciascuno di noi:
Gesù dona me a Maria come figlio e perciò mi fa fare il
passaggio da discepolo a fratello. Gesù dona a me
Maria come madre e perciò mi inserisce in questa
famiglia che nasce dal dono di amore del Crocifisso.
Infine io sono chiamato ad accogliere Maria tra ciò che
mi appartiene in modo più personale, tra ciò che fa
parte della mia stessa vita. E questo non è
sentimentalismo, questo è entrare in punta di piedi nel
mistero di amore che Gesù ha portato a compimento
sulla croce.
6. Indicazioni per il tempo di adorazione silenziosa
Entriamo nel silenzio della contemplazione e dell’adorazione
lasciando risuonare dentro il cuore le parole di Gesù a Maria e
al discepolo amato. Entriamo nel silenzio della contemplazione
e dell’adorazione lasciandoci riscaldare il cuore dalla presenza
materna di Maria, che anche adesso sta qui assieme a ciascuno
di noi davanti al suo Figlio crocifisso e glorioso. Entriamo nel
silenzio della contemplazione e dell’adorazione consapevoli
che anche ora Gesù ci sta affidando a sua madre e ci sta
affidando sua madre.
Silenzio per l’adorazione e la meditazione personale (30’)
1. Rileggi lentamente la Parola di Dio e memorizza un versetto.
Domani rileggi con calma il racconto della passione secondo
Giovanni
2. Fermati sul brano di Giovanni e contempla Gesù nell’ora
della sua morte. Contempla la scena con tre soli attori: Gesù,
la madre e il discepolo amato. Immedesimandoti nel discepolo
amato lascia risuonare dentro di te le sue parole: “Donna,
ecco tuo figlio”, “Ecco tua madre”.
3. Rifletti sulla tua vita e alla luce della scena descritta dal
vangelo verifica la qualità della tua devozione mariana e
prova a impostarla su una base biblica solida:
Gesù mi dona sua madre perché sia mia madre,
aiutandomi a scoprire la maternità stessa della Chiesa,
della quale Maria è immagine e inizio.
Sto accogliendo Maria come madre mia e parte essenziale
della mia vita cristiana?
Sto accogliendo Gesù come fratello che mi si offre come
tale nel momento in cui “mi adotta” come figlio della
stessa madre?
Sto accogliendo in Gesù ogni altro “discepolo amato”,
ogni altro “fratello” divenuto, come me, sotto la croce,
figlio di Maria?
Ho imparato ad accogliere me stesso come figlio di
Maria, discepolo amato, chiamato a diventare sempre più
figlio e fratello negli atteggiamenti, nelle scelte, nei
pensieri, nei sentimenti, nei desideri…?
4. Colloquia interiormente col Signore, presente nell’Eucaristia:
esprimi i tuoi sentimenti di riconoscenza e gratitudine per il
dono che ci ha fatto di accoglierci come fratelli attraverso la
maternità di Maria e della Chiesa.
5. Esprimi un proposito di impegno concreto nel vivere la tua
vita cristiana accogliendo la maternità di Maria e della Chiesa
e le conseguenze positive che questa ha sulla tua vita.
Canto meditativo
(durante il canto vengono raccolte le preghiere)
Invocazioni e preghiere - Padre nostro
Orazione
Accogli, o Signore, le preghiere della tua Chiesa e trasformaci
per il dono del corpo e sangue del tuo Figlio, che dal patibolo
della croce affidò alla Vergine Maria nella persona di Giovanni
tutti i suoi discepoli e li fece eredi del suo amore verso la
Madre. Per Cristo nostro Signore.
Tantum Ergo
Preghiamo
Guarda, o Padre, al tuo popolo, che professa la sua fede in
Gesù Cristo, nato da Maria Vergine, crocifisso e risorto,
presente in questo santo sacramento e fa' che attinga da questa
sorgente di ogni grazia frutti di salvezza eterna. Per Cristo
nostro Signore.
R. Amen.
Benedizione eucaristica
Litania (p. 16)
Canto finale
5. Dalla sete al dono dell’acqua viva.
“Ho sete” “E’ compiuto”.
P.
T.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen.
Canto ed esposizione del SS. Sacramento
Invitatorio
T: Ti adoriamo, santissimo Signore Gesù Cristo
qui e in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero
e ti benediciamo perché con la tua santa croce
hai redento il mondo. (FF 111)
S. Noi ti lodiamo e ti adoriamo, o Cristo.
T. O adoramus te Christe.
S. Agnello immolato fin dalla fondazione del mondo
che per noi hai dato il tuo corpo. R.
S. Agnello irreprensibile e senza macchia,
che hai sparso il tuo sangue in remissione dei nostri peccati.
R.
S. Agnello che togli il peccato del mondo,
nostra pasqua immolata. R.
S. Agnello condotto al macello
che hai portato i nostri peccati sul tuo corpo. R.
S. Agnello nel cui santissimo sangue
è stata sigillata la nuova ed eterna alleanza. R.
Orazione
O Padre, che hai voluto salvare gli uomini con la Croce del
Cristo tuo Figlio, concedi a noi che abbiamo conosciuto in terra
il suo mistero di amore, di godere in cielo i frutti della sua
redenzione. Per il nostro Signore...
Canto al Vangelo
Dal vangelo secondo Giovanni (19,28-37)
“Ho sete” “E’ compiuto”.
28
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto,
affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». 29Vi era lì
un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di
aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca.
30
Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E,
chinato il capo, consegnò lo spirito.
31
Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non
rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno
solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate
loro le gambe e fossero portati via. 32Vennero dunque i soldati
e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati
crocifissi insieme con lui. 33Venuti però da Gesù, vedendo che
era già morto, non gli spezzarono le gambe, 34ma uno dei
soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì
sangue e acqua. 35Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua
testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi
crediate. 36Questo infatti avvenne perché si compisse la
Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. 37E un altro passo
della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che
hanno trafitto. PdS
Proposta di riflessione
Dalla sete al dono dell’acqua viva.
“Ho sete” - “E’ compiuto”.
1. La descrizione della scena conclusiva
Carissime sorelle, carissimi fratelli, il Signore vi dia pace!
“Ho sete” e “È compiuto” sono le ultime parole di Gesù in
croce riportate da san Giovanni, dopodiché Gesù muore
consegnando lo Spirito al Padre e donandolo a noi.
Anche questa sera leggiamo la scena nel suo insieme e poi ci
soffermiamo sulle singole parole. La scena è quella descritta
nel breve brano che abbiamo appena ascoltato: Gv 19,28-37.
La scandisco evidenziando i brevi quadri che la compongono:
- Dopo aver affidato il discepolo amato alla madre e la
madre al discepolo amato, Gesù ritiene che l’opera
affidatagli dal Padre sia stata portata a compimento in
modo pieno, definitivo e permanente, è questo il senso
del verbo greco “È compiuto” (tetèlestai) espresso al
perfetto passivo, utilizzato da Giovanni.
- Poi, perché si adempisse (teleiothè aor. pass. cong.) la
Scrittura dice: “Ho sete”. E occorrerà che cerchiamo di
vedere qual è la Scrittura che si compie, che raggiunge
il suo fine, e perché enfatizzare così una parola tutto
sommato essenziale e legata a un bisogno fisico
primario.
-
-
-
-
In risposta alla sete di Gesù viene impregnata di aceto
una spugna e accostata alla bocca di Gesù.
L’evangelista annota che la spugna viene collocata su
un ramoscello di issopo, che era una pianta aromatica
che veniva usata nel rito di purificazione e in quello
pasquale (Es 12,22), e che non era capace di reggere
una spugna inzuppata. Quindi Gv sta usando un
linguaggio che allude a un significato più profondo.
Presolo è Gesù stesso a dire: “È compiuto” (tetèlestai)
e, chinato il capo, consegnò, donò, trasmise lo Spirito.
Anche qui Giovanni usa un verbo molto solenne dai
molti significati, appunto donare, consegnare,
trasmettere anziché usare verbi che descrivono l’atto
fisico del morire, come fanno Matteo, Marco e Luca
che descrivono la morte di Gesù dicendo “Emise lo
spirito” (Mt 27,50) e “spirò” (Mc 15,37 e Lc 23,46).
Per Giovanni poi siamo al 14 di Nisan, cioè alla vigilia
della Pasqua che in quell’anno cadeva di sabato, siamo
nell’ora in cui nel cortile del tempio si cominciano a
sgozzare gli agnelli per il sacrificio pasquale e per la
cena pasquale. È in concomitanza con quanto avviene
nel Tempio che i Giudei vanno da Pilato per chiedere
che siano spezzate le gambe ai condannati che sono
ancora vivi, per affrettare la loro morte e poi la
sepoltura. Ma venuti da Gesù vedono che è già morto,
per cui non gli spezzarono le gambe, “ma uno dei
soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì
sangue e acqua”. L’evangelista annota una cosa molto
importante: “Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua
testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché
anche voi crediate.” (v. 35).
Infine l’evangelista commenta (vv. 36-37): “Questo
infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: Non gli
sarà spezzato alcun osso. E un altro passo della
Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui
che hanno trafitto”. Si tratta di due citazioni che
riprendono Es 12,46 dove si parla di come deve essere
l’agnello pasquale e Zc 12,10 che è un versetto
fortemente evocativo per i primi cristiani che meditano
sul senso della morte di Gesù: “Riverserò sopra la casa
di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno
spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a colui
che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto
per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il
primogenito”. E poco dopo Zaccaria parla di “una
sorgente zampillante per lavare il peccato e l'impurità”
(v. 13,1).
2. L’ora del compimento in cui tutto trova senso e pienezza
Dopo aver ricostruito la scena proviamo di raccogliere alcuni
temi che emergono. Il primo è quello dell’ora del compimento.
San Giovanni usa tre verbi per dire il compiersi di qualcosa:
- Il primo (telèo), significa portare a compimento nel
senso di portare ad un fine ad una meta;
- Il secondo (teleiòo) nella forma, significa rendere
perfetto, perfezionare, completare ma anche portare ad
un fine;
- Il terzo (pleròo), significa rendere pieno, portare a
realizzazione.
Uno di questi verbi in Giovanni è quasi sempre usato per
indicare il compimento dell’opera che il Padre ha affidato al
Figlio (telèo), ed è riportato in una forma verbale particolare, il
perfetto passivo. Quel che il Padre voleva che si compisse si è
compiuto, in modo pieno e definitivo, in modo tale che i suoi
effetti sono e saranno permanenti nella storia dell’umanità.
Potremmo dire: l’incarnazione del Verbo eterno del Padre
(Gv 1), ha raggiunto il suo fine, il suo scopo, il suo
compimento. E questo fine è un fine “per noi”, come ci
racconta Giovanni all’inizio e alla fine del suo vangelo:
rivelarci il Padre e portarci a credere nel Figlio, “via, verità e
vita”, perché crediamo che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e
perché credendo abbiamo la vita nel suo nome (Gv 20,31).
C’è anche un altro fine proposto da Gesù in vari passi del
vangelo di Giovanni: la glorificazione del Padre e del Figlio
(Gv 7,39; Gv 12,16.23.28; Gv 13,31-32; Gv 17,4-5.10.); in tutti
questi passi il verbo glorificare è riferito alla manifestazione
del mistero di Dio attraverso il mistero della croce, è come se
nell’ora della croce brillasse in modo sublime ciò che Dio è in
se stesso, cioè amore: amore del Padre per il Figlio e del Figlio
per il Padre nella comunione dello Spirito, amore del Padre e
del Figlio nei nostri confronti mediante il dono dello Spirito.
Gli altri due verbi utilizzati da Giovanni per parlare di
compimento sono quelli riferiti al “compimento delle Scritture”
(pleròo e teleiòo). Sono verbi che stanno a significare pienezza
nel senso di riempimento e compimento nel senso di
raggiungere lo scopo. È come se l’evangelista ci stesse dicendo
che le Scritture, senza la morte in croce di Gesù sono vuote
e il loro significato profondo non è svelato e raggiunto finché
Gesù non lo rivela con il suo modo di vivere, con le sue azioni,
con la sua morte e – lo vedremo domani sera – anche con la sua
risurrezione.
3. Gli avvenimenti che fanno parte del compimento
Dentro questo compimento, dentro questo definitivo realizzarsi
dell’opera di Dio, che cosa troviamo?
- Già ieri abbiamo visto qualcosa che sta sotto il segno
del compimento: quando Gesù affida il discepolo amato
alla madre e la madre al discepolo amato, questo gesto
fa parte del compimento, cioè la Chiesa e la sua
-
maternità espressa attraverso Maria fa parte del
compimento.
Oggi scopriamo che molti altri aspetti della passione
stanno dentro questo compimento: la sete di Gesù sulla
quale ci fermeremo a riflettere tra qualche istante; il
dono dello Spirito che ci fa comprendere come per
Giovanni quando Gesù muore in croce è già Pasqua2; il
non subire la frattura delle ossa che indica in Gesù il
vero agnello pasquale di Es 12,46; l’aprire il proprio
fianco perché ne esca sangue ed acqua che ci fa
scoprire in Gesù il nuovo tempio dal quale esce
un’acqua che risana Ez 47 e Zc 13,1); il cominciare a
volgere lo sguardo a colui che è stato trafitto, che
comincia ad attirare a sé tutti (Zc 12,10); e tutti questi
particolari ci vengono riportati con una testimonianza
volutamente enfatizzata da parte dell’evangelista, che
interrompe la narrazione nel suo apice per dirci che lì
c’è qualcosa di fondamentale per la nostra fede, per il
nostro credere.
4. La sete di Gesù è una sete che disseta
Dentro questo quadro pasquale e sacrificale troviamo le parole
di Gesù: “Ho sete” e “È compiuto”.
Gesù ha avuto sete da un punto di vista fisico? I medici che
hanno studiato la passione ci ricordano che tra la flagellazione
e la crocifissione Gesù deve aver perso molto sangue e questo
spiega la sete fisica. Del resto Giovanni non ha paura di
segnalarci, anche in altri passi la fatica di Gesù, che è legata
alla sua reale umanità – “si è fatto carne, aveva detto Giovanni
nel prologo – e ci ha raccontato anche l’incontro con la
2
Le chiese della Siria, quelle di S. Ignazio d’Antiochia, saranno chiamate
quartodecimane proprio perché, seguendo il calendario dell’evangelista
Giovanni, celebreranno la pasqua il 14 di Nisan anziché la prima domenica
dopo il plenilunio di primavera.
Samaritana, nel quale Gesù si siede stanco sul bordo del pozzo
di Giacobbe per chiedere da bere a questa donna (Gv 4).
Quale Scrittura sta adempiendo Gesù nel momento dice: “Ho
sete.”? Per gli esegeti il riferimento è ad alcuni salmi, il Salmo
22(21) che abbiamo già incontrato: “È riarso come coccio il
mio palato” e soprattutto il Salmo 69(68),22: “Mi hanno dato
come cibo fiele e nella mia sete mi hanno abbeverato di aceto”.
Come abbiamo già visto questi sono Salmi drammatici, ma
anche suppliche piene di fiducia. È come se nell’atto di salire
sulla croce Gesù ricapitolasse in sé e presentasse al Padre in
atto di mediazione sacerdotale “tutte le afflizioni dell’umanità,
tutte le suppliche e i lamenti dei giusti dell’Antico Testamento.
Il sacrificio supremo del Figlio di Dio sulla croce potrà
finalmente appagare la sete di giustizia e di bontà, per la quale
l’umanità aveva invocato con lacrime e gemiti il Creatore del
mondo” (A. POPPI, Le parole di Gesù in croce, EMP, p. 109).
La sete di Gesù, letta nel contesto di Giovanni è in realtà una
sete che disseta. Quando Giovanni, nel suo Vangelo, racconta
che Gesù ha sete, poi scopriamo che in realtà Gesù sta offrendo
da bere un’acqua speciale. È paradigmatico, da questo punto di
vista, proprio il racconto dell’incontro di Gesù con la
Samaritana, presso il pozzo di Giacobbe (Gv 4). Un incontro
che avviene nell’ora più calda, il mezzogiorno. Un incontro nel
quale è Gesù che prende l’iniziativa, a partire dal proprio
bisogno, e dice alla donna venuta al pozzo per attingere:
“Dammi da bere” (Gv 4,7).
Ma poco dopo Gesù non è più quello che chiede da bere ma
quello che offre da bere: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi
è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti
chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». (Gv 4,10) e di
nuovo: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma
chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi,
l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che
zampilla per la vita eterna» (Gv 4,13-14).
Il tema di Gesù che disseta ritorna anche in Gv 6: «Io sono il
pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in
me non avrà più sete» (6,35).
E di nuovo al capitolo 7: “«Chi ha sete venga a me e beva chi
crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva
sgorgheranno dal suo seno». Questo egli disse riferendosi allo
Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (7,37-39).
Guarda caso anche nel nostro passo in Gv 19, prima Gesù dice
“Ho sete” poi dal suo costato comincia a scaturire una
sorgente, comincia a fluire sangue ed acqua, simboli
ricchissimi di significato, perché richiamano al dono dello
Spirito, ma anche all’acqua battesimale e al sangue della
celebrazione eucaristica. Simboli che ci riportano alla visione
di Zaccaria 14,8 che parla di una sorgente zampillante, una
sorgente di misericordia e di purificazione. Simboli che
richiamano la visione di Ezechiele 47,1 che vede una sorgente
uscire dal lato destro del tempio, una sorgente che risana tutto
ciò che incontra e porta vita.
Quando Gesù dice: “Ho sete”, in un modo misterioso e
profondo sta offrendoci lui stesso l’acqua vera che disseta; è un
tema questo che ritorna anche nell’Apocalisse, dove Gesù, è
l’agnello immolato e seduto sul trono (cioè il Cristo
crocifisso e glorioso) che conduce alle fonti delle acque della
vita (Ap 7,17); è il Principio e la Fine che afferma: “A colui
che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita”
(Ap 21,6), e l’intera Bibbia si conclude dando risposta a questa
sete che noi ci portiamo dentro dicendo: “Lo Spirito e la sposa
dicono: «Vieni!». E chi ascolta ripeta: «Vieni!». Chi ha sete
venga; chi vuole attinga gratuitamente l'acqua della vita”(Ap
22,17).
5. Nel compimento la piena adesione alla volontà del Padre
Infine l’ultima parola di Gesù in croce, per Giovanni, è: “È
compiuto”. Abbiamo già riflettuto a lungo sul tema del
compimento. È una parola decisiva, che sta ad indicare che
l’opera del Padre si è adempiuta in modo pieno, definitivo ed
efficace per noi. Il motivo per cui il Verbo eterno che era in
principio presso Dio ed era Dio e che nella pienezza del tempo
si è fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi si è
realizzato. L’incarnazione ha raggiunto il suo scopo: rivelarci il
Padre, aprirci la via per poter essere in comunione col Padre,
aprirci la via della Vita.
Questo compimento ha a che fare con il modo in cui Gesù
ha fatto propria la volontà del Padre. Un tema che Giovani
ha sondato e che dice qualcosa di fondamentale anche a noi,
cristiani del XXI secolo, che viviamo immersi in una cultura
che non ha interesse per la volontà di Dio, quanto piuttosto per
la volontà dell’io.
Gesù ha invece un rapporto di piena sintonia con la volontà
del Padre. Bastino alcune brevi versetti che san Giovanni ci
riporta:
- “Mio cibo è fare la volontà del Padre” (Gv 4,34);
- “Il Figlio da sé non può fare nulla, se non ciò che vede
fare dal Padre, quello che Egli fa, anche il Figlio lo fa”
(Gv 5,19);
- “Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma
la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 6,38) e
poco dopo preciserà che la volontà del Padre è “che io
non perda nulla, ma lo risusciti nell’ultimo giorno”
Potremmo dire che Gesù è consacrato alla volontà del Padre,
se ne nutre, desidera realizzarla, la realizza in modo manifesto
e definitivo nella sua pasqua. E chiede a noi di entrare nella
stessa logica di vita. Quando nella sinagoga di Cafarnao i suoi
uditori gli chiedono: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le
opere di Dio?». Gesù rispose: «Questa è l'opera di Dio: credere
in colui che egli ha mandato»” (Gv 6,28-29). E Gesù stesso
prega perché la volontà del Padre si compia, si realizzi,
raggiunga il suo significato ultimo anche in noi. Tutto il
capitolo 17 di Gv, la grande preghiera sacerdotale di Gesù, non
è altro che questo.
6. Indicazioni per il tempo di adorazione silenziosa
Entriamo nel silenzio dell’adorazione e della contemplazione;
il Cristo presente nell’Eucaristia è il Cristo che ci dice: “Ho
sete” e al tempo stesso è il Cristo che disseta i nostri desideri
più profondi: il desiderio di bene, il desiderio di vita, il
desiderio di felicità; è il Cristo nel quale si è compiuta fino in
fondo la volontà del Padre, che ha scelto di nutrirsi della
volontà del Padre e che si fa nostro cibo perché anche in noi si
realizzi la stessa volontà del Padre e diventiamo capaci di
assumerla e farla nostra, perché – come ha cantato Dante nel
terzo canto del Paradiso – “E 'n la sua volontade è nostra pace”
(Par. III,85). Che il Signore qui presente ci dia la grazia di
gustare almeno un po’ di questa pace!
Silenzio per l’adorazione e la meditazione personale (30’)
1. Rileggi lentamente il brano evangelico di Giovanni che ci
presenta il “compimento” della missione di Gesù e
memorizza un versetto.
2. Fermati sul brano di Giovanni e contempla Gesù nell’ora
della sua morte. Lascia risuonare dentro di te le sue parole:
“Ho sete”, “E’ compiuto”. E contempla il costatalo trafitto
al quale esce sangue ed acqua, dono che ci viene fatto
“perché anche noi crediamo”.
3. Rifletti sulla tua vita e alla luce della scena descritta dal
vangelo verifica alcuni elementi essenziali della tua vita
cristiana:
A partire dal dono di sé che Gesù fa, credo veramente?
fino a che punto l’ho accolto e lo accolgo come
fondamento della mia vita? Fino a che punto aderisco a
Lui?
Qual è il rapporto tra la volontà del Padre e la mia
volontà? È un aspetto su cui è importante riflettere in
un tempo come il nostro in cui tendiamo a tener conto
solo della nostra volontà e facciamo una gran fatica a
confrontarci con una volontà che ci si rivela!
Come accolgo i dono del Cristo pasquale che san
Giovanni ci testimonia? Doni che sono molteplici: il
battesimo, lo Spirito, l’Eucaristia, la Chiesa, l’unità…
Immedesimandomi nel discepolo amato che “ha visto e
dà testimonianza” perché noi possiamo credere, come
testimonio a mia volta questo cuore pasquale del
vangelo, questo compimento dell’esistenza di Gesù, di
modo che altri possano credere, con tutto quel che ne
segue e significa?
4. Colloquia
interiormente
col
Signore,
presente
nell’Eucaristia: esprimi i tuoi sentimenti di riconoscenza e
gratitudine per il dono che ci ha fatto di aprire per noi una
sorgente inesauribile che disseta la nostra sete di significato
e di vita piena.
5. Esprimi un proposito di impegno concreto nel vivere la tua
vita cristiana nella Chiesa e facendo tuo anche l’impegno
della testimonianza.
Canto meditativo
(durante il canto vengono raccolte le preghiere)
Invocazioni e preghiere - Padre nostro
Orazione
Ci rinnovi profondamente, o Padre, il sacrificio del Cristo tuo
Figlio, che sull'altare della Croce fece uscire dal suo costato
sangue ed acqua per lavare il peccato del mondo e donarci la
vita divina. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
Tantum Ergo
Preghiamo
Donaci, o Padre, la luce della fede e la fiamma del tuo amore,
perché adoriamo in spirito e verità il nostro Dio e Signore,
Cristo Gesù, presente in questo santo sacramento. Egli vive e
regna nei secoli dei secoli.
R. Amen.
Benedizione eucaristica
Litania (p. 16)
Canto finale
6. Il cammino di Emmaus,
dalla fuga alla testimonianza.
“Non bisognava che il Cristo sopportasse queste
sofferenze per entrare nella sua gloria?”
P.
T.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen.
Canto ed esposizione del SS. Sacramento
Invitatorio
T: Ti adoriamo, santissimo Signore Gesù Cristo
qui e in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero
e ti benediciamo perché con la tua santa croce
hai redento il mondo. (FF 111)
S. Noi ti lodiamo e ti adoriamo, o Cristo.
T. O adoramus te Christe.
S. Agnello immolato fin dalla fondazione del mondo
che per noi hai dato il tuo corpo. R.
S. Agnello irreprensibile e senza macchia,
che hai sparso il tuo sangue in remissione dei nostri peccati.
R.
S. Agnello che togli il peccato del mondo,
nostra pasqua immolata. R.
S. Agnello condotto al macello
che hai portato i nostri peccati sul tuo corpo. R.
S. Agnello nel cui santissimo sangue
è stata sigillata la nuova ed eterna alleanza. R.
Orazione
O Dio, che nel memoriale della Pasqua raccogli la tua Chiesa
pellegrina nel mondo, donaci il tuo Spirito, perché nel mistero
eucaristico riconosciamo il Cristo crocifisso e risorto che apre
il nostro cuore all'intelligenza delle Scritture, e si rivela a noi
nell'atto di spezzare il pane. Egli è Dio...
Canto al Vangelo
Dal vangelo secondo Luca (24,13-35)
Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per
entrare nella sua gloria?
13
Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino
per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici
chilometri da Gerusalemme, 14e conversavano tra loro di tutto
quello che era accaduto. 15Mentre conversavano e discutevano
insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro.
16
Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. 17Ed egli disse
loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi
lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18uno di
loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a
Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?».
19
Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda
Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole,
davanti a Dio e a tutto il popolo; 20come i capi dei sacerdoti e le
nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a
morte e lo hanno crocifisso. 21Noi speravamo che egli fosse
colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre
giorni da quando queste cose sono accadute. 22Ma alcune
donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al
mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il suo corpo, sono
venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali
affermano che egli è vivo. 24Alcuni dei nostri sono andati alla
tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui
non l’hanno visto». 25Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a
credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! 26Non bisognava
che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua
gloria?». 27E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò
loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
28
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece
come se dovesse andare più lontano. 29Ma essi insistettero:
«Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al
tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. 30Quando fu a
tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e
lo diede loro. 31Allora si aprirono loro gli occhi e lo
riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. 32Ed essi dissero
l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre
egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le
Scritture?». 33Partirono senza indugio e fecero ritorno a
Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che
erano con loro, 34i quali dicevano: «Davvero il Signore è
risorto ed è apparso a Simone!». 35Ed essi narravano ciò che
era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello
spezzare il pane. PdS
Proposta di riflessione
Il cammino di Emmaus, dalla fuga alla testimonianza.
“Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze
per entrare nella sua gloria?”
1. La Pasqua è la grande sorpresa
Carissime sorelle, carissimi fratelli, il Signore vi dia pace!
Questa sera ci troviamo insieme per il nostro ultimo
appuntamento, per la conclusione della nostra riflessione
all’interno del percorso degli esercizi spirituali parrocchiali.
Abbiamo iniziato con una riflessione generale sulla passione,
morte e risurrezione di Gesù; poi abbiamo meditato sulle sette
parole di Gesù in croce; questa sera ci lasciamo guidare da
Gesù che ci aiuta a leggere tutto ciò a partire dalla sua Pasqua,
dalla sua risurrezione, dalla sua vittoria sulla morte.
Tutto il capitolo 24 di Lc è contrassegnato dalla Pasqua come
la grande sorpresa, l’evento inaspettato:
- è una sorpresa per le donne che vanno al sepolcro per
ungere un cadavere e invece trovano una tomba vuota e
due uomini in vesti sfolgoranti che fanno loro
l’annuncio pasquale come compimento della parola di
Gesù (Lc 24,1-10);
- è una sorpresa per l’apostolo Pietro, che dopo aver
pensato che le donne vaneggiavano, corre al sepolcro e
resta stupito nel vedere il sepolcro vuoto e le bende per
terra (Lc 24,11-12);
- è una sorpresa per i due discepoli di Emmaus, uno dei
quali si chiama Cleopa, che appartengono al gruppo di
discepoli più vicino agli Apostoli, i quali fanno un vero
e proprio cammino di conversione aiutati dal loro
misterioso accompagnatore, che è lo stesso Gesù
risorto. Nel tempo trascorso con lui passano
progressivamente dalla fuga da Gerusalemme al ritorno
entusiasta, che è un passaggio dalla fuga dalla comunità
(a Gerusalemme sono rimasti gli Undici) al ritorno alla
comunità; ma è anche una conversione “dalla speranza
perduta alla speranza ritrovata, dalla tristezza alla
gioia, dalla Croce come scandalo che impedisce di
credere alla Croce come ragione per credere” (B.
MAGGIONI, Il racconto di Luca, Cittadella, p. 396). Il
cammino dei due discepoli di Emmaus è perciò un
cammino fisico, da Gerusalemme a Emmaus e ritorno
(in tutto circa 22 Km), ma è ancor di più un cammino
spirituale, dal pensare che “è tutto finito” allo scoprire
che “è cominciato qualcosa che non finirà più”.
2. Lo scoglio della morte che frantuma la speranza
Qual è lo scoglio contro il quale era naufragata la speranza dei
discepoli di Emmaus? È lo scoglio della croce. Lo riconoscono
loro stessi quando Gesù si accosta a loro lungo il cammino,
ascolta i loro discorsi e sollecita il loro sfogo. I due hanno il
volto triste, annota Luca, danno voce a tutta la loro amarezza e
delusione e – in fondo – descrivono quel che è successo e la
loro incapacità di credere nella risurrezione di Gesù,
nonostante le testimonianze. Infatti alla domanda che Gesù
rivolge loro: Cosa è successo?”, essi rispondono:
“«Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta
potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il
popolo; 20come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità
lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo
hanno crocifisso. 21Noi speravamo che egli fosse colui
che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati
tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22Ma
alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono
recate al mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il
suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una
visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo.
Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno
trovato come avevano detto le donne, ma lui non
l’hanno visto»”.
24
Ecco lo scoglio contro il quale si è infranta la speranza dei
discepoli: lo scoglio della morte di Gesù in croce. Uno scoglio
che ha frantumato il loro sogno messianico e che denota come,
in fondo, non avessero proprio compreso il messaggio di Gesù
e avessero ridotto la loro speranza al desiderio di una
liberazione politica di Israele. Ma c’è anche un altro scoglio
contro il quale si è infranta la loro speranza ed è lo scoglio
della loro incapacità di credere sia a ciò che Gesù stesso
aveva predetto, parlando della propria passione, morte e
risurrezione; sia alla testimonianza dei messaggeri divini
incontrati dalle donne, sia alla testimonianza silenziosa dei
segni, come la tomba vuota e il lenzuolo di lino, che non
riescono a interpretare come indizi della risurrezione e inviti
alla fede.
È lo stesso scoglio contro il quale si frantumano normalmente
anche le nostre speranze, perché quando incontriamo la morte
da vicino, il più delle volte non riusciamo a guardare oltre la
morte, non riusciamo a farci toccare in profondità da un
annuncio che fa appello alla nostra fiducia, non riusciamo
neanche a cogliere i segni di vita che sono davanti ai nostri
occhi.
3. La lettura pasquale dell’esistenza alla luce delle Scritture
Ciò che Gesù fa è offrire una lettura pasquale di quanto gli è
accaduto, e lo fa alla luce delle Scritture, di quella parte della
Bibbia che noi chiamiamo Antico Testamento. Gesù fa questo
in modo forte, con parole che scuotono e suonano come un
rimprovero salutare:
“«Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno
detto i profeti! 26Non bisognava che il Cristo patisse
queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27E,
cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in
tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”.
Gesù fa capire ai due discepoli che è il loro sguardo che deve
cambiare: loro hanno pensato alla sua morte in croce come al
suo fallimento, egli invece vuole portarli a capire che si tratta
di un passaggio necessario per realizzare il progetto di Dio.
Come abbiamo visto nei giorni scorsi quello della passione e
morte in croce è un passaggio necessario, perché esprime il
compimento dell’incarnazione come assunzione piena e totale
della nostra condizione umana da parte di Dio stesso. La morte
in croce è il punto più basso e profondo che Dio raggiunge
nel condividere la nostra vita. Nel fare sua la nostra vita egli
arriva fino alla discesa agli inferi, fino alla discesa nel mistero
oscuro della nostra morte.
Ma non si ferma lì. Dalla morte risale mediante la
risurrezione, che è l’altro volto del mistero pasquale, l’evento
in cui la morte viene vinta e comincia una condivisione di
segno opposto, quella in cui il Cristo porta la nostra umanità, la
nostra carne, dentro la vita stessa di Dio. Nell’incarnazione il
Figlio di Dio ha assunto la nostra umanità fino a morire, nella
risurrezione la nostra carne mortale è assunta per sempre nella
vita di Dio. Questa è la Pasqua. Questo vuol dire: “bisognava
che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua
gloria”, che è poi la condizione necessaria perché noi, insieme
con Lui, entriamo nella gloria di Dio, cioè nella sua vita,
attraverso la morte, ma non più prigionieri né della morte né
della paura di morire.
Hanno fatto fatica i due di Emmaus a comprendere questo,
però hanno sentito il loro cuore riscaldarsi mentre ascoltavano
questo annuncio. Anche noi facciamo fatica a capirlo eppure è
questo l’unico annuncio di cui abbiamo bisogno, l’unico
annuncio che ci può cambiare radicalmente la vita, l’unico al
quale occorre che crediamo veramente.
I cristiani della prima generazione hanno concentrato questa
fede in una formula antichissima, il più antico nucleo
cristologico del credo, che troviamo in 1 Cor 15,1-5 e che san
Paolo confessa di aver ricevuto e di trasmettere:
“Vi proclamo poi, fratelli, il Vangelo che vi ho
annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate
saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve
l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto
invano! A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che
anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri
peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è
risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che
apparve a Cefa e quindi ai Dodici”.
La morte e risurrezione di Gesù, la lettura pasquale della sua
vita è “secondo le Scritture”: insieme coi cristiani della prima
generazione e di tutte le generazioni noi cogliamo già
nell’Antico Testamento l’annuncio della Pasqua di Gesù e al
tempo stesso interpretiamo tutta la Parola di Dio alla luce della
Pasqua di Gesù. Lo abbiamo visto anche ieri, senza Gesù morto
e risorto non c’è compimento delle Scritture, la Bibbia resta un
libro bello ma incompiuto, un contenitore vuoto, una promessa
che non raggiunge la sua realizzazione, un percorso che non
approda ad alcuna meta, una proposta che non è in grado di
realizzare il suo significato più profondo.
4. Imparare una lettura pasquale anche della nostra vita
Quando impariamo ad accogliere la lettura pasquale che Gesù
fa della propria passione e morte, allora impariamo a fare una
lettura pasquale anche della nostra stessa esistenza e, per usare
le parole di san Paolo, non siamo più “come gli altri che non
hanno speranza” (1 Ts 4,13) e – di conseguenza – non
possiamo più affliggerci per quelli che sono morti e neanche
per la certezza di dover noi stessi morire.
Quando impariamo ad accogliere la lettura pasquale della
passione e morte di Gesù impariamo che un cristiano senza
fede pasquale ha semplicemente perso il proprio tempo. È di
nuovo san Paolo a ribadirlo con forza in 1Cor 15,12-20:
“12Ora, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti,
come possono dire alcuni tra voi che non vi è
risurrezione dei morti? 13Se non vi è risurrezione dei
morti, neanche Cristo è risorto! 14Ma se Cristo non è
risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota
anche la vostra fede. 15Noi, poi, risultiamo falsi
testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo
testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo mentre di
fatto non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non
risorgono. 16Se infatti i morti non risorgono, neanche
Cristo è risorto; 17ma se Cristo non è risorto, vana è la
vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati.
18
Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono
perduti. 19Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo
soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di
tutti gli uomini.
20
Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di
coloro che sono morti”.
Dopo aver continuato il suo ragionamento, al v. 32 poi tira una
conclusione estrema: “Se i morti non risorgono, mangiamo e
beviamo, perché domani moriremo”. Vale a dire: se non
facciamo nostra la logica pasquale del Cristo morto e risorto e
se non crediamo che ciò che è avvenuto in Gesù avverrà anche
in noi, siamo dei disperati, ai quali non rimane altro che
spremere dalla vita ogni goccia di piacere e soddisfazione per
rendere sopportabile un percorso alla fine del quale non c’è
altro che il nulla!
La lettura pasquale della nostra vita, cambia il senso del
nostro vivere e del nostro morire e cambia il modo con cui
possiamo guardare al nostro vivere e al nostro morire, al vivere
e al morire delle persone che amiamo, al vivere e al morire che
si realizza anche nelle circostanze più tragiche che possiamo
immaginare e che sono già incluse nella morte in croce di Gesù
ma che sono anche già illuminate dalla luce della sua
risurrezione.
5. Lo spezzare il pane come segno di riconoscimento
Nel racconto di Emmaus c’è poi un momento speciale di
riconoscimento di Gesù risorto, da parte dei due discepoli di
Emmaus, è il momento in cui, dopo aver camminato insieme,
lo invitano a restare con loro perché ormai si fa sera e lo
invitano a sedere alla loro mensa. Essendo egli l’ospite, gli
viene chiesto – come gesto di cortesia – di benedire la mensa e
tutto quello che fa e dice diventa illuminante ai fini del
riconoscimento. Come ha scritto con essenzialità e chiarezza il
biblista Bruno Maggioni:
“Il gesto che apre gli occhi dei discepoli è la frazione
del pane (24,31), un gesto che riporta la memoria
all’indietro, alla vita del Gesù terreno qui riassunta nel
ricordo della cena (una vita in dono, un pane spezzato)
e alla memoria della croce che di quella dedizione è il
compimento. Ma la «fractio panis» è anche un gesto
che porta in avanti, al tempo della chiesa, in cui i
cristiani continueranno a «spezzare» il pane. Spezzare
il pane e distribuirlo (24,30) è un gesto riassuntivo che
svela l’identità permanente del Signore: del Gesù
terreno, del Risorto e del Signore presente ora nella
comunità” (Maggioni, p. 396).
Una volta che il Signore si è manifestato ed è stato riconosciuto
non c’è più bisogno di vedere e men che meno di trattenere
Gesù risorto, è arrivato piuttosto il momento di
testimoniarlo senza indugio e di prolungarne la presenza
facendo, come corpo ecclesiale del Risorto, quello che Lui
ha fatto come capo dello stesso corpo. Non a caso i tratti
distintivi della prima comunità cristiana saranno proprio lo
stare insieme “assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli
apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle
preghiere” (At 2,42).
6. Un’esperienza che rimette in cammino per testimoniare
Il cammino con Gesù risorto, le parole che Lui ha detto
interpretando le Scritture, la lettura pasquale che ha fatto della
sua passione e morte, il gesto di spezzare il pane e il
conseguente riconoscimento sono un’esperienza talmente forte
che i due discepoli non possono più aspettare per fare
all’indietro quegli undici Km che li separano da Gerusalemme.
E lì la sorpresa è grande: il Signore è apparso anche a Pietro!
Questo primo, piccolissimo nucleo della Chiesa condivide
l’esperienza dell’incontro col Risorto, e di lì a non molti giorni,
quando riceverà il dono dello Spirito, riceverà una forza tale da
portare questa testimonianza sulla piazza di Gerusalemme
(At 2), poi davanti al tribunale del Sinedrio (At 4), ai pagani
desiderosi di accogliere Gesù (At 10), negli ambienti di lavoro
(At 18) e nei luoghi di culto (At 13), dentro le prigioni (At 16),
nei luoghi di sofferenza (At 3,3), nelle case (At 16), sulle strade
(At 8), per mare (At 27), fino agli estremi confini della terra
(At 28).
Durante tutta questa settimana abbiamo cercato di entrare nel
mistero pasquale con l’aiuto della parola di Dio, specialmente
delle parole che Gesù ha pronunciato in quelle sei ore durante
le quali è rimasto agonizzante sulla croce (Mc 15,25-34), e con
l’aiuto di Gesù presente in mezzo a noi nell’Eucaristia, pane
spezzato per la vita del mondo, vita donata per la nostra
salvezza.
Adesso è arrivato anche per noi il momento di lasciarci aprire
completamente il cuore all’intelligenza delle Scritture e gli
occhi al riconoscimento del Signore presente in mezzo a noi.
Ma è giunto anche il momento di rimettere in moto i nostri
piedi per raggiungere tutti gli ambienti di vita, è giunto il
momento di sciogliere anche la nostra lingua e testimoniare
senza indugio e senza timore, che l’incontro con Gesù è quello
che ha cambiato la nostra vita e dà significato al nostro vivere e
riempie di speranza perfino il nostro morire. Fuori di qui ci
sono tantissime persone che non ci credono più, e per questo
sono tristi, talvolta sfiduciate fino alla disperazione. Attendono
noi, attendono la nostra testimonianza, attendono il nostro
entusiasmo.
7. Indicazioni per il tempo di adorazione silenziosa
Entriamo nel silenzio dell’adorazione chiedendo al Signore
questa capacità di rimetterci anche noi in cammino sulle strade
degli uomini e delle donne del nostro tempo, per annunciare
assieme a Pietro, assieme ai due di Emmaus, assieme a tutta la
Chiesa: «Davvero il Signore è risorto».
Silenzio per l’adorazione e la meditazione personale (30’)
1.
Rileggi lentamente la Parola di Dio e memorizza un
versetto.
2.
Fermati sul brano evangelico e medita l’episodio
narrato da san Luca:
La comunità cristiana non è un gruppo riunito
attorno a un interesse umanitario, a un ideale
filantropico, a un codice morale. E’ riunito attorno
a una persona viva: Cristo risorto, colui che
cammina con noi, che ci fa ardere il cuore quando
ci spiega le scritture, colui che ci aiuta a cogliere il
senso pasquale della sua e della nostra vita, colui
che si fa riconoscere nello spezzare il pane, colui
che – riconosciuto – chiede di essere annunciato.
Come i discepoli di Emmaus, anche in noi possono
subentrare momenti di scoraggiamento e delusione
che ci portano dalla comunione alla disgregazione,
dallo “stare con” dell’esperienza ecclesiale al
“fuggire nel privato”, dall’impegno animato dalla
speranza al disimpegno dettato dallo scetticismo.
Questi momenti possono essere sciolti solo quando
accettiamo di leggere la storia e l’esistenza – quella
di Gesù, la nostra, quella dell’umanità intera – alla
luce della logica pasquale fatta di morte (vita
donata) e risurrezione (pienezza di vita ritrovata).
3.
Rifletti sulla tua vita:
Come vivi l’incontro con Gesù risorto attraverso
l’ascolto della sua Parola ed attraverso il suo
spezzare il pane nella comunità?
Quali sono le delusioni che devi consegnare al
Signore risorto perché ti aiuti a scioglierle alla luce
della Pasqua?
Come vivi la dimensione dell’annuncio e della
testimonianza?
4.
Colloquia interiormente con Gesù morto e risorto per
noi, parola viva e pane spezzato per la vita del mondo,
presente nell’Eucaristia, e ripeti interiormente la
preghiera dei discepoli di Emmaus: “Rimani con noi,
Signore, perché già scende la sera”.
5.
Esprimi un proposito di impegno concreto per
diventare un annunciatore di Gesù morto e risorto per
noi.
Canto meditativo
(durante il canto vengono raccolte le preghiere)
Invocazioni e preghiere - Padre nostro
Orazione
Signore Gesù, ti sei fatto riconoscere nell’atto dello spezzare il
pane. Tu che sei il Pane vivo disceso dal cielo, il Pane spezzato
per la salvezza del mondo, accogli le nostre preghiere e
presentale al Padre. Tu che vivi nei secoli dei secoli.
Tantum Ergo
Preghiamo
O Dio, che in questo sacramento della nostra redenzione ci
comunichi la dolcezza del tuo amore, ravviva in noi l'ardente
desiderio di partecipare al convito eterno del tuo regno. Per
Cristo nostro Signore.
R. Amen.
Benedizione eucaristica
Litania (p. 16)
Canto finale
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