CINQUANT’ANNI D’AMORE un prete, un parroco, un pastore don Giuseppe Bassissi nel suo 50º di sacerdozio A don Giuseppe nel 50° dell’ordinazione presbiterale “Finché era più giovane, l’uomo poteva ancora immaginarsi di essere lui stesso ad andare incontro al suo Signore. L’età deve diventare per lui, l’occasione per scoprire che invece è il Signore, che gli viene incontro per assumere il suo destino”. (K. Barth) Carissimo Don Giuseppe, nel libro dei Salmi è scritto: “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore” (Sal 90,12) e noi, tutti insieme, vogliamo “contare” e festeggiare i 18.650 giorni del suo ministero presbiterale, dei quali più di 15.000 come parroco ad Albinea. Ricordare un anniversario è anzitutto fare una festa “eucaristica” in cui si annuncia e si rievoca il passato, si proclama e si celebra il presente, si augura e si attende con fiducia e vigilanza il futuro! Fare memoria di un anniversario significa celebrare con gioia un dono del Signore: quello del tempo, cioè della vita. Il tempo accolto come dono è sacramento dell’amore di Dio e fa entrare l’esistenza nello spazio del gratuito, del3 l’amore preveniente e della paternità. È dono sempre rinnovato («Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?» - Lc 12,25) che ci immette nell’economia divina dell’accoglienza e della comunione, ci convoca alla gratitudine, al rendimento di grazie, alla capacità di nutrire meraviglia e riconoscenza, ci invita a trasformare tutto in un canto (Sal 70,5-6.14-18.20-21.23): Sei tu, Signore Dio, la mia speranza dalla giovinezza sei tu il mio sostegno. Nel ventre materno già contavo su di te nel seno di mia madre eri tu il mio custode, per sempre sarai tu la mia lode. … Io non tralascio di sperare e di lodarti, la mia bocca proclama la tua giustizia tutto il giorno le tue azioni di salvezza: sono innumerevoli e non riesco a contarle. Rivivo le tue meraviglie, Signore Dio di te solo ricordo la giustizia. Dalla giovinezza mi istruisci, o Dio fino a oggi io proclamo i tuoi prodigi. Venuta la vecchiaia e i capelli bianchi o Dio, non mi abbandonare a chi verrà annuncerò la tua potenza le tue meraviglie alla generazione futura. … Mi hai fatto passare attraverso molte prove ma sarai tu a farmi rivivere, mi solleverai dagli abissi della terra. 4 Mi innalzerai per farmi più grande di nuovo sarai tu a consolarmi Le mie labbra canteranno a te per la mia vita che tu hai redento. Cinquant’anni di fedele sacerdozio ministeriale sono per tutti noi segno e grazia per aver visto come lei abbia saputo corrispondere al dono ricevuto con perseverante responsabilità, cioè con una compiuta volontà di vivere in totale comunione con e per gli altri. Di vivere al servizio della gioia e della speranza di ogni uomo, cercando di condividerne il peso delle tristezze e delle angosce, scegliendo la via della compassione e della con-sofferenza nella predilezione per i più deboli, i più piccoli e poveri. Cristo, a cui ha desiderato conformarsi e che è con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo, ci incontra, infatti, sotto le spoglie degli ultimi e facendosi ultimo con loro: «io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo» (Gb 29,15). Questo anniversario è invito per la nostra comunità a vivere portandoci gli uni gli altri nelle nostre miserie e malattie, nei nostri peccati e nelle nostre debolezze. Siamo incapaci di camminare da soli e siamo chiamati a farci prossimo reciprocamente nella sofferenza e nel bisogno: «fratelli, portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2). La legge di Cristo è la legge del «portare», cioè sopportare, soffrire insieme. Dio ha veramente sopportato gli uomini nel corpo di Cristo e nel sopportare gli uomini, ha mantenuto la comunione con loro. È la legge di Cristo che si è compiuta sulla croce e alla quale i cristiani debbono partecipare: «egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (Is 53,4). 5 Questo nostro fare festa è anche ricordo della costante premura da lei dimostrata e testimoniata verso coloro che sono venuti e verranno dopo di noi, così come normalmente avviene in una famiglia per quanto riguarda le scelte per il futuro dei propri figli e la loro educazione. «L’educazione è il punto in cui si decide se noi amiamo abbastanza il mondo per assumerne la responsabilità, anzi, per salvarlo dalla rovina che sarebbe inevitabile senza il rinnovamento costituito dai giovani e dai nuovi venuti» (H. Arendt). E lei, in questo, ha certamente amato e ama tantissimo il mondo. Il guardare a questi suoi cinquant’anni ci insegna la pazienza, cioè l’arte di vivere l’incompiutezza e l’inadeguatezza in noi e negli altri o in ciò che accade. Saper cogliere e attendere i tempi degli altri, i tempi di Dio significa assumere un cuore divino, saper guardare in grande, crescere nella lungimiranza e nella longanimità che sempre coglie l’altro all’interno di una storia e di un contesto, non generalizzando mai un accadimento, un momento, un aspetto. Così anche la pazienza diventa un volto dell’amore e il tempo diventa sempre di più tempo donato per la conversione, il perdono e la speranza, nella fiducia che possiamo sempre ricominciare e non essere condannati a restare prigionieri del passato, degli errori e dei peccati commessi. È dalla croce che discende il grande insegnamento del perdono: il male commesso può essere perdonato, oggi e sempre. «Oggi» è il giorno in cui si è chiamati ad accogliere la salvezza che è il Cristo stesso e questo «oggi» si rinnova di giorno in giorno finché dura il tempo (Eb 3,7-4,11). Antonio, padre del deserto, diceva: «oggi, io ricomincio» e Agostino affermava che il Battesimo si rinnova quotidianamente. Nel suo ministero ha proclamato instancabilmente che sempre ci si può rialzare dopo una caduta, che non c’è 6 peccato o disperazione o situazione infernale che non possa essere assunto e integrato nella vita. Quante volte, stando in mezzo a noi, ha incarnato il volto di Gesù che non condanna, ma ridà vita, e futuro! Quante volte ha dato voce a Colui che è venuto perché ciascuno abbia vita e gioia in abbondanza! Quante volte ha annunciato che né la morte, né alcun male hanno l’ultima parola, ma la grazia e la gratuità dell’amore. La lunghezza del suo fecondo “servizio” ci invita alla perseveranza, alla fede che rimane nel tempo, perché anche noi impariamo che, nella vita cristiana «si progredisce rimanendo»: nella Parola di Dio, nel suo amore, in Lui. Solo la presenza del Signore in noi ci rende capaci di restare fedeli agli impegni assunti, alle persone con cui siamo legati in alleanza in una fedeltà creativa, aperta allo Spirito nelle varie età e fasi della vita. In questa celebrazione dei suoi giorni di cristiano con noi e di presbitero per noi, non possiamo poi non ricordare il tempo da lei trascorso nella preghiera. Pregare è sacrificio di tempo e di vita per il Signore, è «perdere» vita e tempo (che è la sostanza della vita) per Dio. Del resto, «Cristo è il tempo che Dio ha “perso” per l’umanità» (K. Barth) e lei ha costantemente «perso» tempo e vita per il Signore con la preghiera personale, comunitaria e liturgica, per incontrarlo, per crescere, in Cristo, nella carità e nella relazione con i fratelli. Con la Liturgia delle Ore e l’Eucarestia ha scandito questi lunghi anni per essere guidato a viverli in un amore crescente, in un anticipo di eternità e in una costante intercessione che ha manifestato l’unità profonda fra responsabilità, impegno, carità, giustizia, solidarietà da un lato, e preghiera dall’altro. Un’intercessione che non l’ha portata a 7 ricordare a Dio i bisogni degli uomini, ma che l’ha condotta sempre più ad aprirsi ai bisogni degli altri facendone memoria davanti a Dio affinché venissero illuminati dalla luce della volontà divina. Questo camminare tra Dio e gli uomini è stato più che mai il suo compito di pastore e sacerdote che trova la sua raffigurazione piena e totale nel Cristo e questi crocifisso che realizza l’anelito di Giobbe: «Ci fosse tra me e te, Signore, uno che mette la sua mano su di me e su di te, sulla mia spalla e sulla tua spalla» (cf. Gb 9,33). È il Cristo crocifisso che pone una mano sulla spalla di Dio e una sulla spalla dell’uomo e porta l’intercessione sino al dono della vita! È la sua contemplazione che ha fatto crescere in lei il desiderio di offrirsi a Dio per gli altri e di vivere concretamente nel quotidiano questa offerta. Tra poco, infine, si compiranno i suoi primi 27.010 giorni di vita e anche questo “conteggio” ci conduce alla “sapientia cordis” perché la senilità si offre all’uomo come la possibilità straordinaria di vivere non per dovere, ma per grazia. Tutto il nostro tempo e tutta la nostra storia sono nelle mani del Signore e così l’avanzare degli anni diventa ulteriore occasione di fiducioso affidamento a Lui. Vivere il tempo come dono comporta l’accettazione del limite, della debolezza, della finitudine: “ma io confido in te, Signore; dico: Tu sei il mio Dio, nelle tue mani sono i miei giorni” (Salmo 31,15-16). Attraverso l’accettazione del tempo che passa (il limite in avanti), della responsabilità della propria vita passata (il limite all’indietro), delle proprie imperfezioni, lacune, insufficienze (il limite presente), si può vivere in una pace che dona più capacità di amare, più umanità, più sapienza e forza d’animo, più tenerezza e fraternità. 8 Nel contesto di una società che esalta la produttività, l’efficienza e la funzionalità, chi avanza negli anni spesso può trovarsi emarginato, reso superfluo e spesso egli stesso “si sente di peso” e inutile, ma in una comunità cristiana tutto questo non può avere senso e l’anziano (il presbitero) diventa anzi persona ancor più stimata ed amata per ciò che è e non per ciò che fa. Ciò che la giovinezza trova al di fuori, l’uomo nel suo meriggio lo trova nell’interiorità e chi, giorno e notte, ha dato lode al Signore e ha fedelmente dimorato nella sua casa, nella vecchiaia porta ancora il suo frutto, resta sempre fecondo e verdeggiante per annunciare: «Il Signore è fedele e in lui, mia roccia, non c’è ingiustizia!» (Sal 91,1516). E da adesso, ancor di più, potrà insegnarci a dire “grazie” per il passato e “sì” al futuro, ad essere segno di speranza, a scoprire che il tempo, nel suo scorrere, ha un senso, un fine, a riconoscere che Cristo è la via che ci introduce alla comunione con Dio e porta i nostri giorni ad entrare nell’eternità. Per i tanti anni che ancora verranno, il Signore provvederà e lo Spirito la guiderà, in obbedienza al Vescovo, a discernere ogni cosa, ma verrà un momento in cui non conteranno più titoli, incarichi o funzioni. Già da ora, quindi, unanimemente e solennemente le chiediamo, come ad un padre, di accettare e di predisporre tutto per rimanere con noi fino a quando, sazio di giorni, “correrà” (non potrà che essere così!) incontro al Signore e lasciandosi abbracciare, finalmente Lo vedrà così come Egli è. Con affetto filiale Carlo Menozzi con il Consiglio dell’Unità Pastorale 9 Cinquant’anni d’amore: la storia di Giuseppe Ligabue Le origini della famiglia Bassissi Il ceppo della famiglia Bassissi, a cui appartiene il nostro Don Giuseppe, è originario di Prignano sulla Secchia, piccolo comune della montagna modenese, ma rientrante nella Diocesi di Reggio, e più precisamente della località detta “Negra” localizzata sulla pendice meridionale del monte Pedrazzo alla confluenza del Rossenna col fiume Secchia. In una “Notta di tutte le case” 1 del 1641, il cognome Bassissi è completamente assente ma in uno “Stato delle anime” del 1674 compaiono un Antonio, una Caterina ed una Malgaritta Bassissi. Dall’estimo del 1742 per il Duca Francesco III d’Este, troviamo invece che nella citata località Negra erano censiti il “Caporale Antonio Bassissi” e i capifamiglia Marchiò Bassissi e Giovanni Bassissi.2 Un Don Girolamo Bassissi, possidente, è inoltre compreso nell’elenco dei sacerdoti di Prignano databile all’anno 1732. 1. 2. Estimo dei beni delle due chiese unite di S.Lorenzo e San Michele datato 1 Gennaio 1641 A.P. Prignano. G.Berti: Prignano, notizie e ricerche storiche, Modena 1952 p. 281. 11 Dall’atto di nascita del nonno di Don Giuseppe, Bassissi Lamberto classe 1874, apprendiamo i nomi dei suoi trisavoli: il padre di Lamberto è Bassissi Massimiliano, possidente contadino, nato nel 1844, e anche quello del nonno: Bassissi Giuseppe, probabilmente nato intorno al 1820, tutti domiciliati in località Nera di Sopra (Negra).3 Atto di nascita di Bassissi Lamberto. 3. 12 Registro dei nati, Comune di Prignano, n.74. Le vicende della famiglia Alla fine dell’Ottocento, le difficili condizioni di vita, le ripetute crisi agrarie, la disoccupazione, le malattie la miseria che imperversava particolarmente nella montagna, costrinsero molte famiglie ad emigrare per sopravvivere. E così, con la nascita del primo figlio, il giovane Lamberto Bassissi, classe 1874, e la moglie Licinia Canali (1876) decisero di lasciare la casa paterna e detto addio alle loro care montagne emigrarono, come tanti altri compaesani, in Francia dove un amico, partito prima di loro, segnalava la possibilità di trovar lavoro. A Tolone, Lamberto trovava lavoro negli estesi quanto pregiati vigneti del sud- est francese mentre Licinia, che ancora allattava il suo primogenito Mario Giuseppe (che in seguito sarà detto Jusfein), per arrotondare divenne balia per molti altri bimbi. Nel 1903 nasceva il secondo figlio: Luigi (il padre di Don Giuseppe) e l‘anno dopo una bambina: Caterina; nel 1910 un terzo maschio: Carlo. Ma la chiamata alle armi e gli eventi bellici della grande guerra costrinsero il rientro in patria. Tornati temporaneamente alla casa natale di Prignano (La Negra), i Bassissi si spostarono poi nella piccola borgata di Perdachieto, dove, I nonni Lamberto e Licinia. 13 coi pochi risparmi portati dalla Francia e con molti debiti, avevano comperato una vecchia casa in sasso con stalla e fienile. A Prignano nel 1914 nasceva Raul, poi, nel 1917, ecco il quinto maschio: Zelio. La casa natale a Prignano Nella vecchia casa in sasso di Prignano furono anni, decenni di duro lavoro in cui Lamberto e Licinia vedevano diventare grandi i loro figli e successivamente ognuno trovare la propria sposa per assistere infine alla nascita di tanti nipoti in una casa che diveniva tutti i giorni più stretta ma sempre più nido di pace e di amore. Forti di tante braccia i Bassissi , sempre indebitandosi, avevano acquistato pian piano piccoli appezzamenti di terreno riuscendo a costituire un esteso podere amorevolmente e sapientemente coltivato in cui, oltre alle coltivazioni annuali, trovavano posto vigneti e alberi da frutto, orti, e stalle con potenti buoi per arare le irte ripe di montagna e ancora maiali, pecore conigli e polleria varia. Il borgo Perdachieto sorto intorno ad un’antica casa a torre acquistata dai Bassissi oggi fortemente modificata e manomessa. 14 D’altra parte tante erano le bocche da sfamare! La famiglia si era allargata al punto da contare ben 32 persone con 20 bambini, tutti stipati nelle poche stanze che venivano continuamente frazionate per far posto alle nuove famiglie; piccoli spazi di intimità ricavati come si poteva, talvolta privi di finestra. Man mano che aumentavano i figli anche i problemi di spazio aumen- Particolare della porzione della casa in cui tavano. Nei letti, con è nato Don Giuseppe. materassi riempiti con foglie di granoturco, dormivano anche tre bambini. La vita della famiglia era scandita da regole ferree che vedevano precise attribuzioni di compiti. Le spose dovevano alternarsi settimanalmente alla guida della cucina. Solo gli adulti mangiavano a tavola, dove il capofamiglia Lamberto parlava degli interessi, delle prospettive, dei lavori da fare…. I bambini tutti in cucina, con le scodelle e i piatti sulle ginocchia sotto l’attenta sorveglianza della nonna, mentre le mamme, oltre all’aiuto nei campi, si dedicavano alle faccende domestiche. Dopo la scuola anche i bambini dovevano aiutare, ad esempio, pascolando le pecore o raccogliendo la frutta dagli alberi o le uova nel pollaio. E poi c’era l’acqua da andare a prendere alla sorgente, coi secchi 15 appesi al basél, e ancora, per i più grandicelli, il latte da portare al casello di Saltino. Così doveva essere la povera ma serena vita dei bimbi in casa Bassissi (G.Chierici, Olio su tela, 1898). Alla sera la cucina diventava chiesa dove la nonna recitava il Santo Rosario insieme a tutta la famiglia riunita e poi, finalmente, si passava per un po’ nella stalla a filare la lana mentre si ascoltavano, con gli occhi sgranati, le filastrocche del nonno. Alla domenica tutti alla S.Messa, grandi e piccini, tutti in ordine, ben pettinati e col vestito buono. Che bello mentre si saliva per il sentiero che portava alla chiesa del paese! Ecco gli incontri gioiosi con le altre famiglie, il piacere di incontrarsi, di scambiarsi le novità mentre le campane a festa spandevano il loro suono in tutta la valle. 16 A Perdachieto i Bassissi erano conosciuti come brava gente, casa di riferimento lungo la strada che dal fiume saliva verso la montagna dove si sapeva di trovar aiuto ed accoglienza. “Un posticino” da dormire lo si trovava per tutti coloro che si presentavano a chiederlo. Soldi non ce n’erano ma un pezzo di pane non veniva negato a nessuno. I Bassissi non avevano paura del povero e la loro porta restava sempre aperta. Nella borgata vivevano altre famiglie e tra queste una vedova con ben sei bambini. Per vivere era diventata una specie di levatrice e alle sue esperte mani si rivolgevano le giovani spose partorienti. Ma quando non aveva di che sfamare i suoi bambini come una della famiglia entrava nella cantina di casa Bassissi e prendeva pane, uova, formaggi, insomma, tutto quello che le abbisognava consapevole di non dover nemmeno dire grazie. Un’altra vedova di Castelvecchio con tre figli, ridotta in miseria, tutte le settimane col suo somarello, bussava alla porta a cercar uova che pagava con qualche pezzo di sapo- Il campanile e la chiesa di San Lorenzo, anticamente soggetta alla Pieve di San Vitale di Carpineti. Sullo sfondo il monte Cusna innevato. 17 ne. Rivendeva poi le uova in paese per trarne un piccolo guadagno. Mai se ne tornava a mani vuote e senza il profumato pane fresco dei Bassissi. Così i nonni educavano figli e nipoti all’apertura verso il prossimo e alla carità cristiana.4 Dal matrimonio di Luigi Bassissi, secondogenito di Lamberto, con Zaira Bioli, nacquero due figli: nel 1934 Giuseppe (il nostro Don) e due anni dopo Bice, entrambi dalla devotissima mamma consacrati sin dalla nascita alla Madonna. La giovane sposa Zaira, infatti, si era formata in una famiglia del luogo, credente e fertile di vocazioni. I due fratellini, Giuseppe e Bice, per dieci anni dormivano nella stanza dei genitori. Uno dalla testa, l’altro dai piedi a litigarsi le coperte che giorno per giorno diventavano sempre più corte. Mamma Zaira, insieme alle prime preghiere, insegnò amorevolmente ai suoi bambini la necessità nella vita di chiedere sempre l’aiuto del Signore. Giuseppe nato prematuro di 8 mesi, cresceva diligente ma gracile. Sin da piccolo diceva sempre che da grande voleva fare il prete e il suo gioco preferito era quello di fingersi già sacerdote e dire la Messa. Presso le famiglie montanare era costume affidare ai bambini la custodia di alcuni capi di bestiame. 4. 18 Le notizie sulla vita famigliare sono della sorella di Don Giuseppe, Suor M.Grazia, e della cugina Lucia. Alle elementari a Prignano, grazie ad una ferrea memoria che gli consentiva di non studiare, risultava sempre il più bravo. Sempre pronto ad aiutare ed ad intervenire per sedare ogni lite era soprannominato “Giuseppe il conciliatore”. Dopo la scuola, quando era incaricato di portare a pascolare le pecore, non si perdeva a giocare con gli altri bambini ma svolgeva il suo compito con assoluto senso di responsabilità ed era sempre attento che nessuna delle sue pecorelle si smarrisse… I fratelli Bice e Giuseppe nel 1946 all’età rispettivamente di 10 e 12 anni con gli abiti della prima comunione. Ormai grandicello, a 11 anni, quando la cugina Maria, fuori con le pecore nel bosco, si procurò un grosso taglio nel piede, Giuseppe, nonostante fosse gracile e mingherlino, la riportò a casa compiendo un lungo tragitto con la cuginetta ferita sulle spalle. 19 La formazione e il seminario Crescendo i nipoti la casa paterna era ormai diventata troppo piccola e così la famiglia decise di accollarsi nuovi debiti acquistando a Montegibbio, verso Sassuolo, un altro podere dove Carlo e Giuseppe con le loro famiglie andarono ad abitare. Luigi invece trovo’ lì vicino, a Ca’ de Fii, una vecchia casa dove sopra ad una stalla sistemò quattro stanze alla benemeglio. La casa di Ca’ de Fii. Mentre papà Luigi continua a lavorare con i fratelli, mamma Zaira nella stalla di Cà de Fii manteneva “due vacchine” per i bisogni famigliari. A Cà de Fii la famigliola visse per 5 anni. Nonostante la necessità di avviare al lavoro il figlio, sempre più determinato invece a diventare prete, papà Luigi decise di farlo entrare in seminario a Marola. Giuseppe 20 tornava a casa un mese all’anno d’estate, viaggiando sempre a piedi fra quelle montagne che erano casa sua. Ormai la divisione della grande famiglia dei Bassissi era un fatto inevitabile. Uscito di casa Giuseppe, papà Luigi decise di affittare la sua parte e di prendere in gestione la Locanda della Posta a Roteglia, sulla sponda reggiana del Secchia, dove si trasferì. I primi anni di seminario a Marola.Il futuro Don Giuseppe è al centro del gruppo di seminaristi di cui era responsabile. Ma qui la figlia Bice, ormai sedicenne rimase folgorata dalla chiamata del Signore e durante la vestizione di una cugina divenuta suora a Rimini, decise di farsi anch’ella suora. Rientrata a casa informò i genitori della sua determinata e irrevocabile decisione minacciando di scappare se la sua richiesta non fosse stata accolta. Così Bice, ottenuta l’approvazione dei genitori, entrò nella Congregazione del21 Il Diacono Giuseppe mentre somministra la Santa Comunione ai genitori. le Suore Terziarie Francescane di S.Onofrio dove prese i voti nel 1954 con il nome di Suor M.Grazia dello Spirito Santo. Quando Bice entrò in convento a Rimini papà e mamma, rimasti soli, decisero di andare a Reggio al servizio di Mons. Corrado Baisi, nominato prevosto della parrocchia della cattedrale reggiana, sacerdote che ben conoscevano in quanto anch’egli delle montagne modenesi e precisamente di Cassano, frazione di Polinago. Bice all’età di 16 anni sulla Lambretta; sarà Suor M.Grazia dello Spirito Santo. 22 L’ordinazione e il primo incarico: Correggio Don Giuseppe viene ordinato sacerdote il 22 giugno 1958 nel duomo di Reggio dal Vescovo Beniamino Socche. Il suo primo incarico sarà quello di affiancare Mons. Bruno Corradi, prevosto della parrocchia di San Quirino, a Correggio. Sotto l’esperta guida di Don Corradi, il nuovo curato resterà per tre anni, dal 1959 al 1962. All’inizio del suo ministero, in un ambiente piuttosto difficile, Don Giuseppe si è fatto subito amare per il suo tratto umile e modesto. I Correggesi hanno ancora vivo nella memoria il ricordo, colmo di gratitudine e apprezzamento, di quel giovane e magro sacerdote, sempre con l’abito talare nero, servo buono e fedele totalmente al servizio della comunità in particolare dei giovani.5 La chiesa di S.Quirino a Correggio, la cui costruzione risale al 1516. 5. Testimonianze raccolte da Gherardi Gastone, Correggio. 23 Marola: il castagno dei preti. Il futuro Don Giuseppe è il primo in basso a sinistra. Sono gli anni della sua formazione. 24 Prignano: la prima Messa di Don Giuseppe. 25 Ligonchio Nel 1962 Don Giuseppe viene nominato prevosto di Ligonchio e anche rettore della vicina parrocchia di Casalino che raggiungeva in motocicletta... A Ligonchio, paese all’epoca molto popolato, Don Giuseppe resterà per 5 anni sino al ’67 chiamando con sé i suoi genitori. La sua pastorale si caratterizzò subito per la cordialità e l’attenzione verso tutti, ma in modo speciale verso i giovani. Non essendoci in paese per loro alcun luogo di aggregazione eccetto i bar, Don Giuseppe riuscì a dotare la Parrocchia di una buona biblioteca che fungeva da centro di lettura. Dal centro di lettura partirono idee per pellegrinaggi e viaggi tesi ad allargare gli orizzonti culturali e a rinforzare la fede dei giovani e non più giovani. Grazie a lui molti Ligonchiesi si recarono a Lourdes, alla Sacrada Famiglia di BarcelloIl ricordino della Ordinazione Sacerdotale. 26 Perdachieto 1981: la famiglia Bassissi riunita nel cortile della casa natale. na, in Sicilia, in Belgio, Olanda e in Svizzera. Sviluppò l’attività del teatro parrocchiale, utilizzato anche come sala cinematografica, sollecitando i giovani a preparare spettacoli di recitazione e canto. Coadiuvato da Don Ugo Tagliatini organizzò corsi di musica per i bambini. Cura costante di Don Giuseppe fu la visita agli ammalati ed agli anziani. Molto attento alla liturgia, sostenne sempre la necessità del canto nelle celebrazioni e seppe capire la religiosità semplice ma profonda della gente di montagna fatta anche di gesti esteriori dettati dalla tradizione. Nonostante la permanenza a Ligonchio sia stata di soli cinque anni, i paesani che lo hanno conosciuto conservano di lui un affettuosissimo ricordo e ne chiedono notizie a quei Ligonchiesi che, per i casi della vita, si trovano ad avere ancora oggi come Parroco Don Giuseppe.6 6. Testimonianze raccolte da Mara Magnani Accioli. 27 Albinea Nel 1967 Don Giuseppe viene incaricato per la erigenda parrocchia di San Gaetano recuperando il titolare della cappella dell’ex-Seminario, ora centro riabilitativo dell’A.U.S.L. Trasferitosi con papà e mam- La chiesa di S.Andrea Apostolo di Ligonchio, ma ad Albinea, per distrutta dal terremoto del 1920 e ricostruiqualche anno prende ta nel 1930. in affitto un piccolo appartamento in centro e, in attesa dell’ultimazione della nuova chiesa, trasforma l’oratorio dell’asilo infantile in una piccola chiesa ove celebrava la S.Messa. La nuova parrocchia viene eretta canonicamente il 19 maggio 1968. Nel 1969 Don Giuseppe ne diventa il primo priore. La nuova chiesa verrà aperta al culto nel maggio del 1973. In quel periodo e sino al 1997 assume anche l’incarico di assistente ecclesiastico per i Coltivatori Diretti. La chiesa di San Gaetano da Thiene. 28 Nel 1976, alla morte dell’arciprete Don Alberto Ugoletti, don Giuseppe viene eletto arciprete di Albinea e amministratore parrocchiale della Pieve, successivamente nel 1995, dopo la morte di Don Amos Barigazzi e la rinuncia di Don Carlo Taglini, anche della parrocchia di Montericco, costituendo così l’unità pastorale di San Gaetano, Albinea e Montericco. In occasione del millenario del diploma dell’imperatore Ottone II, datato Bruchsal 14 ottobre 980, primo documento certo in cui si nomina la pieve di Albinea, nel 1978 inizia il restauro dell’intero complesso, restauro che continuerà a perfezionare negli anni successivi sino ai giorni nostri. Dopo un incendio nel 2000 restaura completamente anche la chiesa di Montericco, primo santuario in Italia dedicato alla B.V. di Lourdes e, qualche anno dopo, anche la vec- Albinea 1993, Papà Luigi e mamma Zaira davanti alla canonica. Di loro conserviamo un caro ricordo insieme ad un sentimento di profonda gratitudine per averci donato un così grande figlio... 29 chia parrocchiale di Santa Maria dell’Uliveto, trasformando la parte conventuale in un ospedale per l’accoglienza dei malati oncologici gravi. Favorirà la nascita della Cooperativa il Paese, e quindi lo sviluppo dell’attività giovanile con la pista di scattinaggio, i campeggi estivi al mare e in montagna. E ancora la creazione della Casa di accoglienza Betania e infine, insieme al Comune di Albinea, il centro diurno “Casa Cervi”. Nella sua funzione Don Giuseppe è stato coadiuvato da Don Armando Bottazzi, Don Aronne Villa e Don Domenico Felici, nonché da Don Natale Menozzi e Don Amedeo Vacondio e tanti altri, incluso il futuro Cardinal Camillo Ruini che per 5 anni veniva a celebrare la Santa Messa nella chiesetta dell’ex-Seminario, all’epoca Ospedale Geriatrico. Sotto la Albinea 1993: le famiglie Bassissi e Franceschi riunite per festeggiare la nomina a vescovo di Mons.Ruggero Franceschini, al centro in piedi. Seduta mamma Zaira, agli estremi, in piedi Don Giuseppe e Suor M.Grazia. 30 sua esperta guida, collaborano tre diaconi che validamente contribuiscono alla vita della parrocchia. In oltre quarant’anni di permanenza ad Albinea le opere di Don Giuseppe sono sotto gli occhi di tutti. Sotto di lui si sono realizzate opere uniche, come una ritrovata piena collaborazione con l ’A m m i n i strazione Comunale che ha prodotto frutti di amore e fratellanza. Terrasanta 2005, i due fratelli, Don Giuseppe e Suor M.Grazia nel Gethsemani. 31 Don Giuseppe insieme al cugino (figlio di zia Caterina) e grande amico Mons. Ruggero Franceschini, vescovo di Smirne e presidente della Conferenza Episcopale in Turchia. Infaticabile, umile e generoso i parrocchiani lo identificano nella figura di padre spirituale, del buon pastore, dell’amico sempre pronto ad aiutare nella necessità. La comunità albinetana, nel cinquantesimo del suo sacerdozio, con tanto affetto, lo abbraccia riconoscente. 32 Caro don Giuseppe... pensieri e testimonianze di una comunità Caro Don Giuseppe, è con particolare attenzione e profonda stima che, con queste poche righe, vorrei esprimerLe a nome dell’Amministrazione Comunale e di tutta la comunità albinetana le più sentite felicitazioni per questo importante traguardo raggiunto. Questi cinquant’anni di incessante attività sacerdotale sono stati significativi e vitali per il nostro Paese sia per le opere realizzate - che sono sotto gli occhi di tutti - sia per il messaggio universale che ha saputo trasmettere. Lei ha guidato la Parrocchia con saggezza e umiltà, coinvolgendoci tutti con la Sua umanità, sapendo interpretare in modo esemplare il ruolo che Le è stato assegnato. La Sua presenza, sempre rispettosa dei reciproci ruoli, ha rivelato una partecipazione incisiva, costante e coerente alla vita del nostro Paese. In particolare la collaborazione tra Istituzioni Laiche e Religiose può dare grandi risultati, e Albinea ne è un esempio luminoso. Di quello che in tanti anni è stato fatto dobbiamo esserne orgogliosi. Io certamente lo sono e come me i Sindaci che mi hanno preceduto e che si uniscono per festeggiarLa. Sono certa e profondamente convinta che si potrà camminare insieme in modo proficuo ancora per tanto tempo. Grazie Il Sindaco di Albinea Antonella Incerti 35 Credo di aver avuto da sempre con Don Giuseppe un rapporto positivo, ma nel periodo in cui ho ricoperto la carica di Sindaco di Albinea, penso che il rapporto fosse diventato “speciale”. Insieme abbiamo contribuito, ognuno per il proprio ruolo, alla realizzazione di importanti strutture per la collettività. Insieme, credo, abbiamo dato un impulso determinante affinchè la socialità albinetana assumesse connotati diversi e le “vecchie divisioni” venissero superate da una nuova e comune volontà di coesione. Un rapporto quello con Don Giuseppe che , se mi è concesso, andava oltre la pur certa stima reciproca. A questo proposito vorrei citare un episodio per me particolarmente significativo. A poche settimane dalla fine del mio mandato, gli manifestai la volontà di recarmi ad una Messa domenicale per salutare simbolicamente i presenti; non pensavo ovviamente alla domenica del voto, ma alla precedente o forse anche prima. Don Giuseppe mi telefono’ la sera precedente la Festa della Famiglia del 2004 chiedendomi di partecipare alla Messa dell’indomani. Cosi’ fu e… a mia insaputa mi fece intervenire durante l’omelia per salutare i presenti e consegnare, insieme a lui, gli attestati alla tante famiglie che festeggiavano gli anniversari di matrimonio. Alla fine della Messa il Don mi chiamò e mi disse …” Mi avevi detto che volevi venire più avanti, ma secondo me oggi c’era più gente!!!”. Ancora oggi quando ripenso a quel piccolo episodio provo una grande emozione e molto piacere. Vilmo Delrio 36 Nel corso del mio mandato di Sindaco del Comune di Albinea, negli anni che vanno dal 1975 al 1987, Don Giuseppe Bassissi è stato per me una figura di riferimento sempre presente, a testimonianza di una comunità partecipe, attenta, positiva e solidale. L’ho avuto di fianco nei tanti momenti ufficiali, presente ogni volta che una problematica richiedeva contributi di idee e di fatti. Sempre pronto a proporre iniziative di sostegno soprattutto per le persone più deboli e bisognose. Lo ricordo in occasione di manifestazioni ufficiali, in particolare nella celebrazione della Santa Messa in occasione del 40° anniversario dei fatti di Villa Rossi, alla presenza dell’ambasciatore sovietico, o in occasione della visita del Cardinale Sergio Pignedoli all’ospedale Geriatrico Giovanni XXIII nell’anno 1977. Anche nel privato ho sentito la sua presenza attraverso la vita dei miei figli, Don Giuseppe ha seguito nella loro crescita i ragazzi del nostro comune, sia nei momenti educativi che in quelli ludici; sempre in prima fila a condurli in escursioni e lunghe camminate in montagna e al mare, o a gestire in prima persona qualsiasi iniziativa che li coinvolgesse. Aperto, sempre disponibile e con un sorriso per tutti indipendentemente dalle diversità di pensiero. Le sue doti di saggezza ed equilibrio sono un esempio per tutti, da qualsiasi versante si operi. In questi anni Albinea e Don Giuseppe Bassissi hanno camminato e sono cresciuti insieme; non avremmo l’Albinea che abbiamo se lui non ci fosse stato. Don, 50 anni di sacerdozio sono veramente tanti ! Vivissimi complimenti e buon proseguimento. Cordialmente Paolo Pè 37 Grazie infinite al nostro caro Don Giuseppe che in questi anni ha portato aiuto gioia e sostegno a tutta la comunità albinetana. Speriamo che aiuti le persone che sono in Africa e anche quelle che sono dentro allo stato italiano. Simone Montanari Beppe Bigi don Giuseppe Bassissi 38 Salvatore Fin dai primi giorni di operato nella nostra comunità, don Giuseppe è sempre stato un punto di riferimento per noi e la nostra famiglia. Abbiamo festeggiato insieme le ricorrenze importanti e i momenti di gioia, ma condiviso anche le perdite più dolorose e il suo appoggio morale e spirituale non è mai venuto meno. Vogliamo quindi essere vicini al nostro parroco in questo momento importante della sua vita ecclesiale. Con questo breve pensiero, esprimiamo tutta la nostra riconoscenza per ciò che ha fatto per la nostra famiglia e per la crescita della comunità. Giovanna, Gianetto, Marina Tosi e famiglie Don Giuseppe in un momento di relax. 39 Correva il lontano 1970 quando il gruppo giovani del paese, con tanto entusiasmo, partiva per il primo campeggio estivo accompagnato dall’allora trentenne Don Giuseppe. Povero don, non sapeva a cosa sarebbe andato incontro! Quante notti insonni a vegliare su di noi che, tentavamo di calarci dalle finestre con le lenzuola annodate, o volevamo svegliare all’alba con urla e campanacci i paesani del luogo! Purtroppo, o forse è meglio dire per fortuna, noi “baldi giovani” venivamo puntualmente colti sul fatto e rispediti a letto con la coda fra le gambe. Con lui, camminatore instancabile, abbiamo scalato vette, scoperto le bellezze delle Dolomiti e nei rifugi alpini celebrato l’Eucarestia; nei momenti di relax tante risate e canti accompagnati a volte dalla fisarmonica. Don Giuseppe (è il primo a destra) con i suoi compagni di ordinazione. Il giorno di S. Stefano era consuetudine la gita sulla neve, mentre l’ultimo dell’anno dopo la visione di un film ci trovavamo nel vecchio asilo per una chiacchierata e un brindisi. In quante attività ci ha saputo coinvolgere! La raccolta della carta, dove alla fine della giornata ci trovavamo insieme per una pizza; l’allestimento del presepe, dove Don aspettava con pazienza fino a tardi facendo con gioia insieme a noi le ore piccole chiacchierando davanti ad una bottiglia del suo vino bianco dolce di Prignano e ad una fetta di panettone. In tutte le attività parrocchiali è sempre stato con noi, dandoci la carica, trasmettendoci il valore dello stare insieme, dell’amicizia, del mettersi a disposizione degli altri con semplicità, valori che il nostro gruppo si è sempre portato dentro e per questo gliene siamo profondamente grati. Un ricordo particolare, nella sua festa di 50° di sacerdozio, corre ai genitori di Don Giuseppe, Luigi e Zaira che hanno vissuto con noi questi momenti, con grande disponibilità, gioia e pazienza e agli amici che ci hanno lasciato e non possono condividere con noi questo momento di festa. Grazie di cuore, Don Giuseppe! Il Gruppo Giovani “Anni 70” 41 Caro don Giuseppe, starle vicino in tutti questi anni è stato per noi un grosso privilegio. La sua generosità, la sua premura, sono state per noi una scuola di vita. E’ ancora vivo il ricordo di quando Lei curava il suo papà e la sua mamma infermi con tanta amorevolezza. Anche nel momento più difficile della nostra vita, la morte di Sonia, Lei ha saputo esserci vicino con delicatezza e tanto affetto. Ci ha aiutato a superare un momento durissimo. Rendiamo grazie al Signore con Luigi e Zaira che ci guardano dal cielo. Adriana e Franco Cattani Don Giuseppe, io non riesco a dire molto oltre a quello che dico spesso, ogni volta che posso: “Guai se Don Giuseppe fosse andato via!” A diventar vecchi si fa fatica a ricordare ma io, quando vedo Lei ricordo mio padre Giuseppe e quanto si è dato da fare perché si costruisse la chiesa proprio in quel posto lì, sui campi che lui aveva lavorato, in mezzo al paese, con tanto terreno intorno. Con i miei fratelli e le mie sorelle quando ci troviamo, ricordiamo spesso che lui, dal suo letto, scriveva lettere su lettere al Vescovo perché desse il suo consenso e che spesso queste lettere non venivano spedite dalla Maria, mia madre la quale pensava fosse irriverente insistere così tanto con il proprio Vescovo. Fatto sta che la chiesa è dov’è. Grazie di tutto quello che ha fatto e anche per questi ricordi che mi fa tornare in mente. Giuseppina Ghidoni 42 “Don, cercano lei. Siccome sta mangiando, la faccio richiamare?”. “No, no, ci sono. Passamelo pure”. Quante volte chi le vive vicino si sente dare immancabilmente la stessa risposta: “ARRIVO!! CI SONO!”. Difficilmente si riesce ad immaginare la variegata molteplicità delle richieste che la comunità ogni giorno le rivolge: si va dalla mamma che banalmente cerca il berretto dimenticato dal figlio alla pista, ma che vuole parlare proprio con lei, ai fidanzati che intendono prepararsi al matrimonio, al disoccupato in cerca d’aiuto, ai genitori angosciati per il dramma vissuto dal figlio … Ne esce uno spaccato che rivela contestualmente la ricchezza e la provvisorietà del nostro vivere la condizione umana. Ebbene lei, Don, con il suo “ essere instancabilmente sempre disponibile” di giorno, di notte, durante i pasti … ci ha insegnato ad essere pronti “ lì e subito,” a rispondere ai bisogni dell’altro, senza perdere tempo nel soppesarne legittimità e autenticità o peggio, tentati dal formulare giudizi sulla persona. Quando nella sua vita di pastore lei incontra le persone che meno frequentano la parrocchia, è per noi motivo di riflessione constatare con quanto rispetto e con quanta delicatezza, lei faccia sentire chiunque, profondamente accolto e ben voluto, a prescindere da ogni sua condizione o scelta esistenziale; il suo modo di porsi, il suo sguardo e le sue parole rivelano un insopprimibile desiderio di coinvolgere tutti nella gioia di sentirsi parte di una sola fraterna comunità che si riconosce salvata in Cristo Risorto. Claudio, Maria e Federico Cavalli 43 Don Giuseppe in un momento della sua ordinazione presbiterale. È una grande gioia e felicità ricordare e ringraziare il Signore di averci mandato don Giuseppe a fondare e costruire la nostra nuova parrocchia ad Albinea Fola. Negli anni settanta tutti i nostri giovani si trovavano in grande disagio con molte difficoltà di aggregazione e senza nessun punto di riferimento. Don Giuseppe, fra molte difficoltà, ha realizzato opere impensabili: la chiesa, l’oratorio, casa Betania, ecc. e tutte le strutture sportive. Tutto il mondo dello sport di Albinea ringrazia Don Giuseppe perché con queste strutture ha raggiunto traguardi ambiziosi e prestigiosi dando a tutti i nostri giovani la possibilità di aggregazione e un servizio nello sport sano ed educativo togliendo dalla strada migliaia di giovani. Grazie Don Giuseppe di tutto quello che ci ha dato ed insegnato e che continua a donarci. Auguro ogni bene nel Signore per i 50 anni di sacerdozio e di pastore. Grazie Don e tanti auguri! Guido Nasi 45 Caro Don, in due, titubanti e con la paura di farti perdere del tempo, ti avviciniamo in un giorno di primavera del lontano 1984. Ti parliamo di una nostra idea: costituire un gruppo scout ad Albinea legato alla parrocchia. I due vantano una lunga esperienza di scoutismo, provengono da due diverse associazioni scout ma hanno comunque la stessa voglia di far fare ai loro figli esperienza di scoutismo. I loro figli più grandi hanno nove anni. Non c’è tempo da perdere. Ed ecco l’occasione: “Don, c’è la casa di Santa Caterina di Carpineti, possiamo cominciare da lì con un campo estivo di lupetti “ Detto fatto! L’idea ti è piaciuta, sei montato su subito, un po’ di pubblicità nella classe quarta elementare e da quel momento…è nato il gruppo scout AGESCI di Albinea, ufficialmente riconosciuto dalla Zona della Diocesi nell’85. Ci hai sempre aiutato, anche e in modo particolare, nei momenti difficili (che fatica trovare le sedi adeguate, acquistare i materiali con pochi soldi a disposizione e far fronte alla crisi perenne di capi!). Hai preso le difese dei ragazzi, quando lasciavano la gloriosa”baita” in condizioni pietose dopo qualche riunione, davanti ai parrocchiani indignati. Hai tollerato le loro assenze dai momenti significativi della vita parrocchiale perché in concomitanza con attività scout (annoso problema!). Non hai fatto mai mancare la Santa Messa al campo durante le uscite facendo i salti mortali e macinando chilometri su chilometri per essere tu a presiederla. Quanti ragazzi passati dal gruppo scout (sono stati più di 500 in questi 23 anni di attività) ti ricordano e ti sono riconoscenti! Anche le due persone che timidamente ti avevano fatto quella proposta ti sono grate per quello che hai permesso loro di realizzare e per quello che hai fatto per i loro figli e farai, fra poco, per i loro nipoti. Guido e Gianni 46 Ringrazio Don Giuseppe per la sua preziosa e insostituibile presenza in mezzo a noi: per me ha significato veramente tanto e penso anche per tutto il paese di Albinea. Negli anni tra noi è nata una bella amicizia e con lui mi sono sempre trovato molto bene. Ogni volta che ho cercato di dargli una mano, specialmente per le prenotazioni e l’organizzazione dei campeggi a Campitello, mi ha sempre dimostrato piena fiducia. Giorgio Cattani Dopo lunghi anni di faticoso lavoro, possa il Signore concederne altri di riposo, di meditazione e di pace. Paolo e Cristina Marchesi La famiglia di don Giuseppe con il vescovo Franceschini. 47 Viva il nostro Arciprete! Ci vuole il nostro Davide il Leccese, “accolito di fatto” su alla Pieve, ch’è in grado d’imitare qui davanti al modo di Alighiero non il grande il nostro parroco, il don Giuseppe e specie il modo in cui dando gli avvisi e quando pur gli manca la parola indica a due mani un tondo avanti gesticolando fa : “due... due... due...due... due...” e pensando però a due cose tutto diverse all’altrui mente... Un cuore puro, incapace di malizia! Solo lui ritmo impossibile regge diurno e nottetempo ei lava alfine solitario e nottambulo al contempo per il dimane, sala Maramotti (e il nome all’amplitudine già allude) e mantenendo pur nei vari eventi un giovanil fervor ed inatteso. Se poi nel celebrar va sonnecchiando, nessun problema chè v’è la ragione e nota ai più e agli altri è intuita. Un lavoratore mai stanco della vigna del Signore! 48 Solo lui va solerte al tempo estivo a tre ore di notte pel Trentino per coi ragazzi andar sulle Tre Cime e son lassù tremila metri in quota a trecento kilometri distante e pare pure un noto scioglilingua... L’aste d’appoggio queste son sol due ma Dio gli avesse dato un terzo braccio... Un pastore d’alture che guida il suo gregge! Solo lui già bambin preamplificato bisogna nè di casse o marchingegni nè valvole microfoni o transistors chè sempre a tutto decibel risuona la voce sua possente come il tuono a sconquassar chiese pievi e santuari. Un giorno i pellegrin giunti da lungi e su pei monti là sul sentier nostro udendo l’eco e poi in persona visto col “don Megafono” l’han battezzato. Una tromba di Dio! Solo lui regge di tre diaconi l’urto un peggio è dell’altro e tutti insieme caparbi, invadenti e anche scostanti rissosi, pur protervi e ancor scontrosi. Mandar giù rospi e rospi su tre fronti ei fa’ mestier, che alito non fiata, Un materasso incassatore! 49 “Sior parroco che è codesta macchia che bianca vi colò d’in su la fronte ed anche sul gilè smeraldo aduso che capolin vi fa sotto la giacca?” Ed era essa colore di tintura che col pennello su per i ponteggi di presta mane prima delle lodi a praticar quel certo ritocchino voi vi curaste a far lassù alla Pieve... Chè le maestranze ahimè non son più quelle e murator voi foste di famiglia e muri vecchi e nuovi dan da fare vi tocca anche di fare il costruttore! Un architetto nel nome del Signore. Ebbene senza tema di smentite possiam ben oggi al giubileo concordi cantare insieme Viva don Giuseppe! E se il monsignorato non gli arride noi qui tutto s’adiusta fatto in casa: è come il gnocco fritto della festa che spande olezzo suo fin su a Poiano noi sappiam far d’assenza arte novella. E d’ora in poi con tanto di scappello miglior troviamo titolo d’onore che aumenta non di poco il tuo servaggio Viva il nostro Arciprete! By Pippo 50 Il primo ricordo di Don Giuseppe è in pullman durante una gita parrocchiale quando, con la consueta generosità distribuiva panini contenenti cotolette (W la dieta!). Poi a Venezia, durante una gita scolastica, quando ancora insegnava alle medie, ricordo la mia apprensione perché non riuscivo a riunire tutti gli alunni sul traghetto che stava per partire: bastò il potente fischio di Don Giuseppe e nessuno si perse. A Campitello, un’estate, arrivammo stanchissimi dall’Alpe di Siusi, a piedi, io, mio marito e le allora “bimbe” Silvia e Claudia: quando ci venne incontro festante al di là della strada dall’albergo dove abitualmente portava i suoi ragazzi durante l’estate, fu una grande festa. Infine mi piace ricordare Don Giuseppe a Montericco, durante la Messa del sabato dedicata alla Santissima Vergine alla quale affida come un padre affettuoso tutti i suoi figli credenti e non credenti, vivi e defunti ( il cimitero è purtroppo lì, dolorosamente vicino). Questo è don Giuseppe, un po’ sovrabbondante quando legge le prediche: ma non è forse la generosità il tratto caratteristico di questo nostro sacerdote? Gianna 51 L’imposizione delle mani a Don Giuseppe da parte del vescovo mons. Beniamino Socche. Don, se nei giorni scorsi ha avuto problemi alle orecchie, ronzii o altro, non si allarmi. Si parlava di lei ad Albinea. Tutti a cercare aneddoti o episodi da ricordare o più semplicemente a cercare le parole per dirle tutto l’affetto e la stima che ognuno prova per lei. Forse solo una piccola parte di quelle testimonianze verrà espressa in una forma scritta su questo libro. Molti si schernivano al solo pensiero di dover scrivere ma possiamo dirle che davvero tutti, ad Albinea, che frequentino o no la parrocchia, le vogliono bene. E qui e là, fra le parole alte e dense, sono riaffiorati tratti della sua originalissima persona che nel corso degli anni hanno reso il nostro parroco unico ed irripetibile. Sembra che un berretto a coppola, a volte di lana Principe di Galles, a volte di un sobrio tessuto blu o di un più vivace scozzese, apparisse nel corso degli anni, qua e là, denunciando il recente passaggio del suo proprietario. La comunità di Albinea si chiede “Era sempre lo stesso o erano tanti. E se erano tanti, decine e decine, dove sono finiti?” Poi c’è stata l’omelia del parapendio. “..il…quella…. cosa… che vola…. di … stoffa…” Don, davvero nessuno si ricorda più quale passo del Vangelo ci stava spiegando, ma tutti, proprio tutti hanno imparato che cos’è un parapendio. Generazioni di scouts dopo prediche e prediche sul valore della sobrietà e dell’essenzialità propinate loro dai capi hanno esultato di gioia all’ apparire del mitico pulmino da lei guidato, stipato di cocomeri e di ogni altro ben di dio così come ex bambini del catechismo, diventati adulti, ricordano come i luoghi perduti e mai più ritrovati dell’infanzia i ritiri, i grest, le gite e i campeggi e le quantità di merendine, colombe e panettoni ingeriti. A proposito il CIB, voleva sponsorizzare questo libro. Non sappiamo perchè ma noi non glielo abbiamo permesso. 53 Per contro sembra che un buon numero di ex-bambini ancora oggi, diventati più grandicelli, scappino via appena la vedono arrivare. Sono i bambini da lei proclamati: “CAMPIONE!”. Il sonoro schiaffeggiamento che sempre seguiva l’investitura da lei elargita sembra provochi ancora in loro un certo bruciore. Ci sono poi persone che ancora si chiedono cosa hanno detto di tanto sconveniente da provocare il suo improvviso allontanamento da quello che sembrava un piacevole e sereno scambio di battute e la sua immediata salita e partenza in automobile per non si sa dove. Non sanno, i poverini, cosa vuol dire ricordarsi un impegno all’ultimo momento, vero Don? Non sarà tutto vero ma la gente parla... Le vogliamo bene! I Panna e i Bettetini 54 Caro Don Giuseppe, io non posso fare a meno di ricordare che prima che Lei arrivasse, alla Fola non esisteva una parrocchia. Alla domenica si celebrava l’Eucarestia in una stanza del vecchio edificio dell’Asilo comunale. A volte veniva il Card. Ruini o Don Agostini o Don Grassi in bicicletta o Don Remo Carri. Guardarsi intorno oggi significa ringraziare il Signore per tutti quei doni meravigliosi che in questi anni ci ha fatto. Il primo dono è senz’altro lei, Don Giuseppe, un parroco straordinario capace di testimoniare il Vangelo ogni giorno con grande fedeltà e generosità; attento ai bisogni di tutta la comunità, dai vicini ai lontani, dai vecchi ai bambini. In questi anni ha saputo costruire una comunità viva. Ha superato tante difficoltà grazie anche al suo papà Luigi e alla sua mamma Zaira che erano persone eccezionali. Anche Sr. Maria Grazia continua ad esserle di grande aiuto nei momenti difficili. Per lei e per tutti questi doni ringrazio il Signore. Con affetto Iride Anceschi 55 La prima messa di Don Giuseppe ad Albinea (1976). 56 Don Giuseppe, ci hanno detto che quest’anno festeggia i 50 anni di sacerdozio e che faranno una grande festa. Vorrei tanto che io e la Cosetta potessimo venire ma lo sa che mi sono rotta una gamba quest’inverno e cammino solo appoggiata al carrello. Io e la Cosetta non possiamo che ringraziarla per il bene che ci ha voluto. Anche se ora non siamo più ad Albinea la ricordiamo sempre. Soprattutto ci piace ricordare quando è venuto al pranzo del mio 90° compleanno da Lisandret e che l’ha voluto offrire lei a tutti. E la Cosetta era così felice quando al matrimonio della Giovanna su a Montericco lei ha detto dall’altare: “Fra gli invitati a questo matrimonio c’è una persona molto speciale che è amica della sposa da tanti anni e che si chiama Cosetta”. Tutti hanno battuto le mani e il ricordo di questa cosa, quando me la raccontano, mi dà sempre una gioia grandissima. Vilma e Cosetta 57 La prima cosa che ci viene in mente pensando a don Giuseppe è che la notte prima del nostro matrimonio si è alzato per asciugare la sala della parrocchia dove avremmo fatto il rinfresco perché si era allagata. Siamo arrivati da poco ad abitare ad Albinea e ci sembra che Don Giuseppe, vivendo profondamente il proprio ministero nella specificità e nella pienezza della vocazione sacerdotale, abbia contemporaneamente saputo valorizzare e lasciare spazio a tutti gli altri ministeri e a tutte le altre vocazioni, armonizzandosi ad esse e armonizzandole; facendo in modo che tutta la comunità si mettesse in ascolto dei desideri dello Spirito e li realizzasse. Casa Betania è uno dei tanti frutti che il Signore, attraverso tutti i suoi servi con tutti i loro differenti doni, ha potuto realizzare qui ad Albinea. Ci siamo sentiti accolti con calore e simpatia, in una realtà parrocchiale che tiene in grande considerazione la famiglia come piccola chiesa domestica e riconosciamo nella comunità ecclesiale i tratti di una comunità che sta realmente crescendo come “famiglia di famiglie”, come famiglia allargata. Abbiamo conosciuto l’attenzione e la premura di don Giuseppe verso i nonni malati e la sua passione educativa per i bambini e per i ragazzi. La prima cosa che ci ha detto nostro figlio dopo tre giorni ad Assisi con i ragazzi (eravamo appena arrivati, non conosceva nessuno) è stata questa: “Il don ci vuole un gran bene, ci vuole un bene da matti”. E noi ci siamo detti che in soli tre giorni don Giuseppe era già andato al cuore, aveva già raggiunto l’obiettivo più importante. Paola Casi e Pietro Cilloni 58 Don Giuseppe, anch’io voglio dirle quanto le sia riconoscente per la sua vicinanza durante tutti questi anni e in modo particolare per la sua visita puntuale e tanto attesa il primo venerdì di ogni mese. C’è un’altra cosa alla quale penso spesso, anche molte volte al giorno. Tanti anni fa ci ha accompagnati a Lourdes in pellegrinaggio. C’erano anche la sua mamma e il suo papà. Ogni volta che andavamo e tornavamo dall’albergo lei ha sempre spinto la mia carrozzina. Queste sono cose che non si dimenticano. Grazie! Teresa Torelli 59 “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, chi è disposto a donare la propria vita, la salverà”. Crediamo che questo importante insegnamento di Gesù esprima molto bene il senso che contengono i cinquant’anni di vita sacerdotale di don Giuseppe. Spetta a Dio, e a Lui solo, esprimere un giudizio sulla vita di una persona. Noi, semplici uomini, possiamo testimoniare ciò che abbiamo veduto, ciò che una persona ci ha testimoniato, ciò che ci ha trasmesso con la sua vita. Sicuramente, don Giuseppe ci ha testimoniato in modo molto concreto cosa significhi “donare la propria vita”. Nei suoi cinquant’anni di ministero sacerdotale, non ha cercato di “salvare la propria vita”, non si è preoccupato di se stesso ma, al contrario, si è speso totalmente per gli altri fino a dimenticare se stesso. Non si è mai risparmiato. Si è offerto per primo in tutti i servizi, dal più umile al più prezioso. È stato per tutti noi un esempio di carità evangelica, come chiede la prima vocazione e missione di ogni cristiano. Ci sono due aspetti di questa carità che ci hanno intimamente toccato. Il primo riguarda gli atti di carità che nessuno conosce. Molte cose si possono dire delle opere visibili, anche di carità operosa, compiute da don Giuseppe. Niente si può dire delle sue opere di carità nascoste, quelle che solo il Padre vede nel segreto e che fanno parte della sfera più intima e delicata del suo ministero. Persone e famiglie che ha aiutato rispettandone la dignità; mogli e madri che ha soccorso 60 nelle loro pene per mariti e figli; giovani senza guida a cui ha dato un riferimento senza che se ne accorgessero; anziani soli e ammalati di cui è stato il sorriso e la forza di una vita spirituale, padri di famiglia e lavoratori che si rivolgevano a lui per gravi difficoltà, persone in grave sbandamento interiore a cui ha aperto uno spiraglio di redenzione. Che dire, poi, dei digiuni per pasti ‘dimenticati’; del riposo sacrificato per un servizio che non conosce orari, ferie, notturni e festivi, pause pranzo? Che dire di viaggi e preghiere in momenti impossibili, di speranze nutrite oltre ogni speranza? Un giorno dopo l’altro, per anni e generazioni, la sua presenza amorevole, donata semplicemente e totalmente per quello che è, ha costituito di gran lunga la carità preziosa e nascosta ben oltre le cose che ha fatto o che ha detto. Piccoli barlumi di una carità che lo ha consumato senza misura e lui si è lasciato consumare come il buon pane quotidiano, senza bisogno che alcuno lo sapesse, perché la preghiera, il digiuno e la carità sono le opere speciali che si fanno per il Signore, quando la porta è chiusa e gli occhi indiscreti degli uomini non possono sciuparne la gratuità. L’altro aspetto, altrettanto nascosto ed incommensurabile, che per noi è stato edificante è stata la sua capacità di sopportare in silenzio la sofferenza, sua e degli altri. In tanti anni di ministero ha dovuto portare pene, preoccupazioni e amarezze che possiamo a malapena immaginare. Quanti dolori inspiegabili per lutti e malattie e abbandoni nelle famiglie ha voluto condividere, ha voluto esserci e ha dovuto trovare parole, gesti. La sua sofferenza non si è mai trasformata in risentimento o ribellione, ma è rimasta una partecipazione silenziosa alle sofferenze di Cristo ed in questo modo, lo sappiamo bene, solo in questo modo, le persone e gli eventi possono cambiare, diventare “occasioni di spe61 ranza”. Come uno sposo che porta le sofferenze per la sua sposa, come un genitore che porta le sofferenze per i propri figli e le custodisce nel segreto del cuore, bagna di lacrime i fazzoletti, ma poi le offre per la loro salvezza. Queste cose di don Giuseppe non verranno mai scritte ed è bene che sia così, perché il giorno in cui verranno svelati i segreti dei cuori ed il Signore ci chiamerà uno ad uno per consegnarci la nostra misura, egli possa ricevere la sua, pigiata, scossa e traboccante, per quelle opere di carità nascosta che lo hanno seguito e di cui noi, fin da ora, possiamo glorificare il Signore. Annamaria e Giuseppe Bigi 62 CINQUANT’ANNI D’AMORE grazie, Don!