Route estiva 2010
28 luglio - 2 agosto – Abbasanta/Bosa
Alla scoperta della propria strada
Il sacco è pronto. Partire, abbandonare tutto
lasciare le solite cose: comincia una nuova
avventura. La route è un mezzo per comprendere che la vita – la mia e quella degli altri – abbia pieno valore e senso completo.
Una route richiede, quindi, un’attenta preparazione.
La strada, la route, non s’improvvisa. Se non
ci pensiamo noi ci dovrà pensare qualcun altro, ma la route sarà meno nostra, saremo a rimorchio in attesa di un’altra occasione.
Eppure a rimorchio o pieni protagonisti camminando con gli
altri scopriamo che possiamo spogliarci delle maschere, che
possiamo essere veramente noi stessi con gli aspetti negativi
e positivi…
Fare strada , a volte in silenzio con i nostri pensieri, a volte
in chiacchiere con l’altro, sempre cercando attenzione a noi e
a chi con noi fa strada.
Mercoledì 28 – Libertà
Pongono il loro onore nel meritare fiducia
Perché partire dalla libertà che cosa c’entra
con una route che ha per titolo “Alla scoperta della propria strada”? Cercare se
stessi è un lavoro un po’ strano. È un lavoro
spirituale perché deve nascere dal profondo
di ciascuno e lì deve tornare. Ma con un
passaggio obbligato che è quello di uscire
da se per relazionarsi. Relazionarsi con
l’ambiente come con gli altri, con il
prossimo più distante da noi e con Dio. Una
relazione può sussistere solo se atto di
libertà.
o frate nessuno
David M. Turoldo
Più non abitate conventi di pietra
perché il cuore non sia di sasso!
E anche voi, uomini, non fate
artigli delle vostre mani.
Liberi, o monaci, tornate
senza bisaccia, nudi
i piedi sull'asfalto.
Sia il mondo il vostro monastero
come un tempo era l'Europa.
Abbattete i reticolati
di queste città-lager,
dove ognuno è cintato dal sospetto
perfino del fratello,
di chi sia primo ad uccidere.
O frate Nessuno
sei l'antica immagine di Cristo
sparpagliato in ogni lembo
di umanità, vessillo
che ci manca...
Più la gloria non abita il tempio
da quando del pinnacolo
ha fatto sua stabile dimora
il tentatore.
Una tenda vi basti a riparo
dalle bufere,
e Dio ritorni vagabondo
a camminare sulle strade,
a cantare con voi i salmi del deserto.
Vi basti leggere il vostro
nome nel vento
e nel cielo azzurro:
mormorato
sotto una palma
nelle pause dei canti.
Per Strada
Pavel A. Florenskij è una delle figure più significative e sorprendenti del pensiero religioso russo, oggi riscoperto in gran parte d’Europa (dopo oltre cinquant'anni di oblio) come uno dei maggiori pensatori del Novecento. Florenskij è anzitutto un filosofo della scienza, fisico, matematico, ingegnere elettrotecnico, epistemologo. Prete ortodosso, sposato e con due figli, profondo teologo, ma anche,
ma anche filosofo della religione, teorico dell’arte e di filosofia del linguaggio,
studioso di estetica, di simbologia e di semiotica. Il fatto che nella sua figura si
uniscono le due anime del sapere, quella scientifica e quella spirituale, è costato
a Florenskij molti anni di prigionia nei Gulag russi e infine la morte per fucilazione nel 1937 a soli 55 anni.
Il luogo della mia nascita si è impresso per sempre nella mia anima. Ecco
perché non posso e non voglio nemmeno ora rinunciare agli strati primordiali della mia esistenza. Su tutto ciò si leva il mio - lo dirò sinceramente - disprezzo e la mia avversione verso ogni contemporaneità e che
vorrebbero assorbirmi. Evlach, dove sono nato, è oggi una cittadina;
ma allora era solo un piccolo villaggio. E’ situata nella steppa
trans caucasica circondata a nord e a sud dalle catene montuose
innevate. I monti del Caucaso e le montagne dell’Armenia sono come
due diamanti. Essi, con una inesprimibile - per chi non conosce le
montagne - precisione e con linee che appaiono del tutto perfette,
sembrano un eterno, immutabile e perenne lume che getta una luce
di un’indicibile profondità e di un’immensità vellutata nell’Azzurroceleste. Tra le montagne, però, è tutto torrido, come se fosse tessuto
di metallici e sonori trilli di cicale e grilli, ma strapieno di diversi animali: pesci, selvaggina, bestiame, velenosi insetti e serpenti, con
uno spazio riempito di profumi. Uno spazio ampio e libero, che gode
la fama per i cavalli del Karabach, i migliori di tutto il Caucaso, e
per i più coraggiosi briganti di tutta la Transcaucasia. E ora Lei mi
prenda, se può, così come sono: perché nello spazio ampio della mia
anima non vi sono delle leggi. Io non voglio la legalità, non riesco ad
apprezzarla, perché so di essere un brigante. Infatti, non dovrei essere qui, seduto nel mio studio, ma dovrei andare a briglia sciolta
nel cuore della notte, dovrei galoppare senza meta e gareggiare con il
vento su un cavalo del Karabach. E questa corsa non conosce ostacoli! La mia steppa, abbondante di suoni e aromi, è davvero la stessa che ospitava i miei antenati. Essa rispecchia la sconfinata libertà
dell’Azzurro-celeste, che è la stessa liberà che sperimento con ogni
mio movimento. Non mi turba nessun ostacolo costruito da mani di
uomo: lo brucio, lo spacco, diventando di nuovo libero, lasciandomi
portare dal soffio del vento.
(Pavel Florenskij: dalla lettera del 15 agosto 1917 all’amico Sergej Nikolaevi- Bulgakov)
La sera
Fratelli, Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque
saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Voi
infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà
non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la
carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la
sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te
stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di
non distruggervi del tutto gli uni gli altri! […] Se vi lasciate guidare
dallo Spirito, non siete più sotto la legge.
(Lettera di san Paolo apostolo ai Galati 5,1.13-18.)
San Paolo parla di libertà, quel San Paolo su cui si basa il massimo del bigottismo delle vecchie signore da chiesa e del conformismo ecclesiale? Ebbene si,
d'altronde Paolo di Tarso è uno dei due capisaldi, con San Pietro, della Chiesa,
lui il predicatore era un uomo di forte spiritualità. Ogni spiritualità nasce dalla
libertà, dalla ribellione a questo mondo, se ogni desiderio dell’interiorità umana
fosse appagato da questo mondo non avremo bisogno di nessuna spiritualità, di
nessuna ricerca di noi stessi, di Dio.
La conversione, e quando si parla di conversione Paolo è lo stereotipo per eccellenza, nasce dalla possibilità di ribellione dell’uomo.
La ribellione può però risolversi spesso in fuga… In una sterile imposizione di
se stessi sul mondo che altro non è che una maschera che ci imponiamo per
sentirci meno soli, con l’effetto di essere invece, sempre più soli. È la ribellione
che si risolve solo in appagamento dell’immediato (dei desideri del corpo, interpreta Paolo), in schiavitù delle proprie voglie immediate, della propria immagine
fuori dal contesto, della propria maleducazione, mancanza di rispetto, fuga dalla realtà che ci circonda. Chi non spegne la propria ribellione cerca lo Spirito.
Chi si ribella in modo autentico…
Sì! I ribelli siamo noi.
Sì! I ribelli siamo noi!
Noi quando ce ne andiamo randagi e liberi lungo le
strade e i sentieri di montagna mentre altri si chiudono come topi ballerini in capannoni pieni di rumori
e di stupefacenti.
Sì! I ribelli siamo noi!
Noi quando ci inebriamo della luce della luna e delle stelle, mentre altri
sono solo capaci di uscire ubriachi e offuscati da una notte di bagordi.
Sì! I ribelli siamo noi.
Noi quando amiamo il silenzio delle grandi vette, il rincorrersi dei profili
dei monti lontano all’orizzonte, il biondo colore dell’erba ai primi raggi
dell’alba, mentre altri sono rimbambiti dal frastuono delle città, immersi
nel grigio dell’asfalto e del cemento, indifferenti alla bellezza che nonostante tutto sta loro intorno.
Sì! I ribelli siamo noi.
Noi che ce ne infischiamo dei soldi e della carriera e troviamo piacere
nelle cose semplici e nelle varie amicizie, mentre gli altri sgomitano per
farsi largo e si arrampicano affannosamente cercando un successo fatto
anche di imbrogli, ipocrisie e tradimenti.
Sì! I ribelli siamo noi.
Noi quando siamo capaci di spegnere lo stereo, la tele, l’ipod e apriamo la
porta di casa per andare a conoscere di persona il mondo, gli uomini e le
donne che abitano il pianeta, mentre altri si chiudono a guardarlo dal
buco della serratura di una rappresentazione virtuale e priva di vita.
Sì! I ribelli siamo noi!
Noi quando siamo capaci di sporcarci le mani, di comprometterci in prima persona, di accettare le inevitabili contraddizioni che comporta il vivere e l’amare, di piegare la schiena per ascoltare le deboli parole di chi è
malato e di chi soffre, mentre altri ci deridono e ci giudicano sprezzanti
dall’alto delle loro fredde virtù prive d’amore.
Sì! I ribelli siamo noi.
Quando sappiamo vincere al timidezza e i timori e accettiamo di salire
sul grande palcoscenico della vita per interpretare da veri protagonisti il
ruolo che il buon Dio ci ha affidato, mentre tanti altri si limitano a restare nell’ombra della platea capaci solo di ridere o fischiare se lo spettacolo
non è di loro gradimento.
Sì! I ribelli siamo noi.
Noi se sapremo fare tutte queste cose con serenità d’animo, testa dritta e
sorriso sulle labbra e con desiderio di coinvolgere nel Grande gioco anche
chi per il momento ne è rimasto fuori perché siamo convinti che la vita
meriti di essere vissuta fino in fondo, da autentici ribelli». Roberto Cociancich
Giovedì 29 – Strada
Sorridono e cantano anche nelle difficoltà.
Sono laboriosi ed economi
Camminare significa accettare la fatica .
I conquistatori dell’Everest furono Hillary
e Tensing. Il secondo era uno sherpa,
cioè un portatore del Nepal. I maligni dicono che Hillary non ce la faceva ad andare avanti e che Tensing lo trascinò di
peso sugli ultimi metri verso la vetta più
alta del mondo. Sempre stando alle lingue maligne, si dice che all’ultimo metro
Tensing si fece da parte per fare in modo
che l’altro (Neozelandese ma suddito di
sua maestà britannica) fosse il primo
uomo a porre il piede sulla vetta più ambita della storia.
Sono forse insinuazioni senza fondamento (chi può sapere cosa accadde davvero a quella altezza? ) ma rendono l’idea di quanto sia
importante il camminare ed il soffrire per esso. Chi scala le montagne di solito non si comporta come un comune mortale:è capace di
fermarsi a metà strada per soccorrere un alpinista in difficoltà. Chi
cammina sa che non significa nulla arrivare primo: ciò che conta è
amare il creato e coloro che ad esso si affidano calpestandolo con il
proprio piede.
Si dice le vecchie guide alpine siano molto amareggiate al vedere
gente che arriva sulle più alte cime delle nostre montagne con i tacchi a spillo: pagando fior di quattrini, oggi si può passare da una funivia all’altra e arrivare in cima senza fare nemmeno un metro di salita. Salvo poi – una volta arrivati – stendersi al sole, riempire di contenitori di plastica la neve , fare mille fotografie e vantarsi di essere
arrivati sulla vetta tal dei tali. Le vecchie guide alpine (e , speriamo,
anche i veri scout) ci rimangono male e ricordano che la montagna
merita rispetto e fatica, non una umiliazione così cocente. Quasi tutti ricordano gli amici morti o dispersi , nel corso degli anni, per scalare le montagne che ora si raggiungono dall’alto con orribili impianti di risalita.
Anche gli Ebrei , uscendo dall’Egitto, dovettero camminare 40 anni
nel deserto. A prima vista sembra un eccesso di castigo di Dio: dopo
averli liberati dalla schiavitù del Faraone,dopo aver permesso che
attraversassero il Mar Rosso, adesso Dio li costringe a girovagare nel
deserto… Il motivo di questa apparente severità fu che il popolo ebreo, durante la schiavitù in Egitto, aveva perso quasi del tutto la
propria identità: la lingua non era comune,tanto meno la fede: non
aveva senso entrare nella Terra Promessa e vivere nel caos di una
nazione senza legge. Anche Mosè però dovette faticare non poco per
convincersi che valeva la pena salire una montagna per acquisire
una legge. Quando sale sul monte dove arde il roveto ardente (Esodo
capitolo 3, 10:«Ora va'! Io ti mando dal faraone. Fa' uscire dall’Egitto
il mio popolo, gli Israeliti!». Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare
dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?». Rispose: «Io sarò
con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto
uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte» ) deve fare
una bella fatica per staccarsi dal gruppo dei colleghi pastori, dalla
moglie, dalla paura di non essere alla altezza dell’incarico che Dio
sta per affidargli. Se alla fine Mosè accetta di andare dal Faraone ( a
rischio della vita) è solo perché prima ha saputo sopportare la fatica
della salita.
Insegnami la route
Signore, insegnami la route:
l'attenzione alle piccole cose;
al passo di chi cammina con me
per non fare più lungo il mio;
alla parola ascoltata
perché non sia dono che cade nel
vuoto;
agli occhi di chi mi sta vicino
per indovinare la gioia e dividerla,
per indovinare la tristezza e
avvicinarmi in punta di piedi,
per cercare insieme la nuova gioia.
Signore, insegnami la route:
la strada su cui si cammina insieme;
insieme nella semplicità di essere
quello che si è;
insieme nella gioia di aver ricevuto
tutto da Te;
insieme nel tuo amore.
Signore, insegnami la route,
Tu che sei la strada e la gioia.
Per strada
Polvere, sassi, sudore
e non si arriva mai.
Realtà dura,
che ti stanca e ti fa male ai piedi.
Non è un’amica
pronta ad accontentarti:
non ti dà la fontana appena hai sete.
Non ti lascia sedere
tutte le volte che sei stanco
perché è lunga,
e non arriveresti mai.
Non è un’amica
troppo premurosa:
non ti dà l’ombra
tutte le volte che il sole brucia,
né un riparo
tutte le volte che piove.
La strada è forte
ti darà la sua amicizia.
Per trovarla
devi uscire dalla tua casa
sotto il cielo.
Devi lasciare molte cose
e portare con te
solo quello che puoi portare
sulle spalle.
Devi lasciare la poltrona comoda
(l’orso di pezza
a cui sei ancora affezionato)
e tante altre piccole
o grandi cose
che sono tue, a cui sei legato:
non puoi portarle
sono troppo pesanti.
Per trovarla
devi uscire dalla tua casa
sotto il cielo.
Dalla libertà, da “i ribelli siamo noi”, alla strada, alla dura legge della strada, fino alla legge di Dio per il popolo eletto della riflessione di
questa mattina. È così che si spegne la nostra libertà? Eppure non
c’è contraddizione, è la conseguenza della scelta di essere liberi. vivere è spesso faticoso, essere liberi è spesso faticoso, incontrare
l’altro e confrontarsi con lui è ancora più faticoso e comporta leggi
d’accoglienza reciproca e regole di convivenza. Come andare oltre la
legge? (lo abbiamo sentito ieri da Paolo: “Se vi lasciate guidare dallo
Spirito, non siete più sotto la legge”) e perché farlo?
La sera
Devi accettare la fatica e andare.
Il primo pezzo è sempre il più duro
lo zaino sembra troppo pesante
e ti pare impossibile
raggiungere la meta così lontana.
Vorresti ribellarti
piantare lì tutto e tornare a casa.
Ma quando il sole tramonta dietro gli
ulivi
l’acqua fresca della fontana
finalmente raggiunta
ha un sapore di gioia:
è il primo dono della strada
a cui non sai ancora dare un nome.
Ma sei così leggero dopo la fatica,
ti sembra così bello il prato
dove hai piantato la tenda
e hai voglia di sorridere.
Sei uscito dalla tua casa sotto il cielo.
Cammini e impari ad accettare la fatica…
Impari a lasciarti condurre dalla
strada
senza pensare continuamente
alla prossima sosta
o quando finirà la salita.
Non ti lasci più tentare
da tutti i cespugli di more.
Accetti dentro di te di essere sudato
e un po’ stanco.
E non vorresti più tornare a casa
perché ormai hai conosciuto la strada
la sua forza e la sua gentilezza.
Hai goduto la strada:
la linea pura delle montagne
il colore dell’erba
il cielo e il vento.
La strada è bella.
E non ti stupiscono più
gli occhi così chiari
di quel vecchio pastore
che hai incontrato un giorno.
La strada è il luogo dell’incontro.
In casa tua
gli altri erano ospiti,
suonavano il campanello
prima di entrare
e si offriva loro il the
con i pasticcini.
Sulla strada sono viandanti come te,
e dividi con loro il pane
e l’acqua della borraccia
e la cassetta della frutta da portare.
E ti accorgi
che il rapporto con gli altri
è diverso, molto più semplice e vero.
Luogo dell’incontro.
Incontro con quelli che camminano
con te e incontro con quelli che hanno
la loro casa
lungo la strada, una casa di pietra
con la porta sempre aperta.
Ogni giorno lo stupore nuovo
dell’accoglienza:
non ti chiedono niente:
ti offrono la loro legna
il loro fuoco, il loro tavolo
e insistono semplicemente
perché tu accetti.
«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche
in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato
un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via». Gli disse Tommaso:
«Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». Gli
disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se
non per mezzo di me».
(dal Vangelo di Gesù secondo Giovanni, cap 14, 1-7)
Venerdì 30 – Natura
Amano e rispettano la natura
Canta sorella cicala
Il solleone lancia i suoi dardi di fuoco sulla foresta della Porziuncola.
Il silenzio dell'orto dei frati è rotto dal canto di una cicala che, come
di consueto si è posata sui rami di un fico.
Le altre cicale, nascoste tra i rami degli alberi del bosco, non fanno
vibrare le elitre; sono come assorte, in attesa che la compagna finisca di cantare. Canta ebbra di sole, pazza di luce e il suo frinire penetra tra le fronde delle querce e dei lecci, risuona tutt'intorno, nei
campi riarsi, nell'alveo secco dei torrenti, per le strade bianche dei
colli assonnati.
Francesco, che aveva imparato ad ammirare la magnificenza del
Creatore anche nelle piccole cose, im-mobile, ascolta ed è rapito. Invidia il piccolo insetto che canta la gloria di Dio ripetendo all'infinito
la sua melodia e gli prende il desiderio di accoglierlo nel cavo della
sua mano. Sa che la cicala canta anche per lui come per la nuvola
che passeggia leggera nel cielo, per i fili d'erba che avidi sono in attesa della rugiada mattutina, per i grappoli d'oro che pendono dai
tralci della vite, e vuole avere un più diretto contatto con la canterina; desidera accarezzarla con la stessa dolcezza con la quale accarezzerebbe il Signore. Infatti, allungando la mano verso il fico, Francesco osa dirle: "Sorella mia cicala, vieni a me!" Come se avesse
compreso, la cicala subito gli vola sulle mani. - "Canta, sorella mia
cicala e continua a lodare con gioia il Signore, tuo Creatore" - soggiunge lieto il Santo.
L'animaletto, obbediente, riprende a cantare; canta, canta sino a
quando l'uomo di Dio unisce la propria lode al suo canto. Francesco
comunica alla cicala i suoi desideri, i suoi sogni e parla dello splendore del Padre nell'armonia del creato, della bellezza della vi-ta, della
confidenza con la morte. Poi ordina all'insetto di ritornare al suo posto. Ma ogni qualvolta il Santo esce dalla sua cella, posta dietro la
siepe dell'orto, la cicala ritorna a volargli sulla mano per cantare o
tacere, secondo il comando. "Diamo ormai licenza alla nostra sorella
cicala", dice un giorno Francesco ai suoi compagni. "Ci ha rallegrato
abbastanza con la sua lode; ora basta, potremmo peccare di vanagloria". E subito la cicala spicca il volo e si allontana al di là degli
alberi, senza fare più ritorno in quel luogo, come se non volesse trasgredire l'ordine ricevuto.
invocazione allo Spirito
Indiani Sioux
Oh grande Spirito
la cui voce io odo nei venti
e il cui respiro doma vita a tutto il mondo,
ascoltami.
Io mi avvicino a te
come uno dei tuoi tanti figli.
Io sono piccolo e debole.
Io ho bisogno della tua forza e della tua saggezza.
Fa' che io mi trasformi in bellezza
e fa che i miei occhi contemplino sempre
la fresca alba del sole che sorge.
Fa che le mie mani onorino le cose che tu hai fatto
e che le orecchie odano la tua voce.
Domami saggezza.
affinché io possa comprendere
le cose che tu hai insegnato al mio popolo
e l'insegnamento che tu hai nascosto
in ogni foglia e in ogni roccia.
Non per essere superiore ai miei fratelli
io cerco forza
ma per poter combatter il mio più grande
nemico,
me stesso.
Fammi sempre pronto a venire a te
con mani pure e sguardo diritto,
affinché il mio spirito
quando un giorno la mia vita svanirà
come il sole che tramonta,
possa venire a te senza vergogna.
Per Strada
Vi ho visti giocare con le due gattine, Morgana e Circe – disse la
nonna malata ai piccoli nipoti – far moine, pronunciare suoni strani
a quei piccoli animali che rispondevano, alle vostre dolcezze, con
continui miagolii. Ho provato una grande gioia.
Tra gli animali e i bambini, c'è una relazione di grande e reciproca
simpatia. Vi siete domandati perché? Senza ricorrere a cervellotiche
speculazioni, si può affermare che tra i bambini (ma la considerazione vale anche per gli adulti) e tutto ciò che in natura è vivo, c'è
una spontanea amicizia. E quando tra amici si sta insieme, si fa festa, si par-la volentieri. Si parla con gli animali? Si parla con le
piante? Sembra proprio di sì, spontaneamente, senza accorgersene.
E gli animali rispondono con mezzi diversi dalle parole, lanciano
suoni, emetto-no luci, odori, con il corpo assumono particolari atteggiamenti. Ma anche le piante a loro modo con tempi diversi rispondono, in molti testimoniano una risposta fisiologica delle piante
alle buone pa-role.
Gli uomini e gli altri esseri viventi, dunque, si scambiano messaggi,
si trasmettono sentimenti ed emozioni. Ciò è possibile perché si ha
un linguaggio comune, che non ha bisogno di segni sensibili, e che
sottende quello di ogni specie: un linguaggio co-mune a tutto il creato, il linguaggio dell'amore.
La natura è fondata su una generale interdipendenza; ogni essere
vivente ha relazioni con tutti gli al-tri, da solo non riuscirebbe a sopravvivere. Uomi-ni e ambiente naturale sono stati creati per stare
insieme; ciascuno, è legato agli altri, dipende dagli altri. Ma La relazione tra tutti gli esseri viventi è qualcosa di complesso, è una relazione dinamica dalla quale possiamo imparare molto.
Il pesce grande mangia il pesce piccolo, il leone sbrana la gazzella, il
ragno prende prigionieri altri insetti per mangiarli, eppure non potrebbe stare senza di loro.
Un qualunque ecosistema naturale è qualcosa che ci mostra come
verità e giustizia sono qualcosa di complesso. Se vogliamo trovare la
nostra strada, il nostro posto nel mondo, fare un cammino spirituale, non possiamo certo prescindere da verità e giustizia.
La natura si mostra con i singoli e con le
singole specie madre e matrigna e ci appare chiaro, se ci riflettiamo un attimo, che
entrambe sono vere… La verità è antinomia, contraddizione in cui due leggi legittime, ma contraddittorie, non solo coesistono, ma dipendono l’una dall’altra.
È questo il grande insegnamento della natura, delle leggi naturali.
La sera
Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi
dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: "Dio
non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai".
Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: "Va' dietro a me, Satana! Tu mi
sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!".
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: "Se qualcuno vuole venire dietro
a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.
Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà
la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero,
ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
(dal Vangelo di Gesù secondo Matteo, cap 16, 21-26)
Signore scusami se vengo a disturbarti .
Poco là mi è venuta in testa un'idea:... "può darsi che tu abbia bisogno di un santo..."
Allora sono venuto per accordarmi sul posto e per assumermi
l'incarico perché penso di saperlo fare bene.
Per quanto se ne dica, il mondo è pieno di gente perfetta. Ci
sono quelli che ti offrono dei sacrifici e, perché tu non sbagli, li
contano e segnano una piccola crocetta su un quaderno.
A me non piace fare dei sacrifici!
Mi costano tremendamente.
Quello che tu mi hai dato Signore, tu lo sai bene che te lo sei
preso. tutto quello che ho potuto fare è di non protestare.
Nel mondo c'è anche gente che si corregge un difetto per settimana. Sono per
forza perfetti alla fine di un trimestre.
Io Signore, forse non ho abbastanza fiducia in te per fare questo e poi: cosa ne
so se sono ancora vivo alla fine della settimana? Tu sei così imprevedibile, e così impulsivo mio Dio! Così, a me piace altrettanto conservare i miei difetti... e mi
servo di questi il meno possibile.
La gente perfetta ha tante qualità, tanto che non c'è posto per altre cose nella
loro anima!
Ma, Signore, un santo è colui che accoglie, poche verità.
È colui che innanzitutto sa riconoscere il suo contenuto, che siano pregi o difetti sa che sono da accettare.
È colui che sa che Tu non sei responsabile verso di noi, ma siamo noi a esserlo
verso di Te.
È colui che sa che bisogna avere il coraggio di abbandonare tutto, ogni norma e
appiglio convenzionale, che sa osare il gran salto nel cosmo, e allora, allora sì
che la vita diventa infinitamente ricca e abbondante, anche nei suoi più profondi
dolori.
È colui che sa imparare la lezione più difficile, mio Dio: prendere su di se il dolore che imponi Tu e non quello che ci scegliamo noi!
Etty (Esther) Hillesum (Middelburg, 15 gennaio 1914 – Auschwitz, 30 novembre 1943)
Nata nel 1914 in Olanda da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica, Etty Hillesum muore ad Auschwitz nel novembre del 1943. Ragazza brillante, intensa, con la passione della letteratura e della filosofia, si laurea in giurisprudenza e si iscrive quindi alla facoltà di lingue slave; quando intraprende lo studio della psicologia, divampa la seconda guerra
mondiale e con essa la persecuzione del popolo ebraico. Durante gli ultimi due anni della
sua vita, scrive un diario personale: undici quaderni fittamente ricoperti da una scrittura
minuta e quasi indecifrabile, che abbracciano tutto il 1941 e il 1942, anni di guerra e di
oppressione per l’Olanda, ma per Etty un periodo di crescita e, paradossalmente, di liberazione individuale.
Sabato 31 – Servizio
Si rendono utili e aiutano gli altri
Oggi si parla di servizio, oggi saremo accolti per aiutare a portare
avanti un servizio…
Oggi spesso sentirete dire che mettersi a disposizione cambia la vita,
che la disponibilità ad incontrare l’altro, anche quando quest’altro a
bisogno di molto, di tutto rende felici.
Oggi scoprirete cosa vuol dire arricchirsi del più piccolo, quasi succhiare la loro gioia per essere… Solo gioia per essere qui, ora. Perché
qualcuno possa dire a loro quello che disse S. Filippo Neri ai suoi
bimbi dell’oratorio: “State buoni se potete…”
Oggi scoprirete cosa vuol dire che il cristianesimo non è una filosofia, non è teoria, il cristianesimo lo si pratica, è concretezza del donarsi.
Ma tu oggi non pensare a tutto ciò.
Pensa invece che puoi cambiare il mondo.
Pensa che se in te nasce lo “I CARE” di don Milani (“mi interesso”,
“ho a cuore”), lentamente, un passo per volta puoi fare di questo
mondo un mondo migliore, puoi realizzare “il Regno di Dio”.
Pensa che servire è mettersi a disposizione di un progetto, oggi il
progetto è quello della “Piccola casa della Divina Provvidenza” fondata da S. Giuseppe Benedetto Cottolengo. Domani dovrà essere il tuo
progetto, un progetto che tu senti tuo, un progetto che è vocazione.
Mandami qualcuno da amare
Signore, quando ho fame,
dammi qualcuno che ha bisogno di
cibo;
quando ho sete,
mandami qualcuno che ha bisogno di
una bevanda;
quando ho freddo,
mandami qualcuno da scaldare;
quando ho un dispiacere,
offrimi qualcuno da consolare;
quando la mia croce diventa pesante
fammi condividere la croce di un altro;
quando sono povero,
guidami da qualcuno nel bisogno;
quando non ho tempo,
dammi qualcuno che io possa aiutare
per qualche momento;
quando sono umiliato,
fa che abbia qualcuno da lodare;
quando sono scoraggiato,
mandami qualcuno da incoraggiare;
quando ho bisogno della comprensione
degli altri,
dammi qualcuno che ha bisogno della
mia;
quando ho bisogno che ci si occupi di
me,
mandami qualcuno di cui occuparmi;
quando penso solo a me stesso,
attira la mia attenzione su un’altra
persona.
rendici degni, o Signore, di servire i
nostri fratelli
che in tutto il mondo vivono e muoiono
poveri e affamati.
Dà loro oggi, usando le nostre mani,
il loro pane quotidiano,
e dà a loro,
per mezzo del nostro amore
comprensivo,
pace e gioia.
( Madre Teresa di Calcutta )
Per Strada
Lo scout non tende soltanto ad "essere buono", ma piuttosto ad essere attivo nel fare il bene; si guarda intorno con attenzione e per
rendersi utile cerca di approfondire le sue competenze, capacità progettuali ed abilità tecniche: ne potrà scaturire non solo un forte senso del proprio dovere, ma anche una più matura professionalità e la
coscienza che il lavoro va vissuto come servizio. La famosa "buona
azione" è scuola di attenzione agli altri; gratuità, generosità ed altruismo divengono gradatamente vero e proprio spirito di servizio,
capacità di donare e di donarsi.
Eccomi sono pronto a SERVIRE
Ma c’è di più. Servire è spesso solo “scendere dalle spalle del proprio
vicino”, ovvero atto di giustizia, per ridare a chi non ha quello che gli
spetta. Il servizio in questo senso non può prescindere dalla politica.
Servire è fare politica, è schierarsi. Solo schierandosi puoi incedere
in questo mondo, puoi progettare, puoi servire. Se lo schierarsi è per
gli ultimi, per i più piccoli, per coloro che non sanno o non possono
dire: “ci sono anche io”; allora diventa servizio. Ma giustizia, politica,
servizio non possono prescindere dalla verità. Chi sta con gli ultimi
lo sa bene. La verità è sempre un caposaldo del proprio agire per gli
altri.
Domenica 1 – Preghiera
sono puri di pensieri, parole e azioni
Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli.
(Dal vangelo di Gesù secondo Luca, cap. 11, 1)
Non dobbiamo credere che la preghiera sia una qualifica dei cristiani, i pagani
pregavano più di noi, i musulmani, oggi pregano più di noi, ma per queste preghiere Gesù ha una parola tremenda, non fate come i pagani, i quali moltiplicano le parole. Al rovescio di ciò che dice nella seconda parte, come se Dio fosse
sordo... Dio sa già quello di cui avete bisogno... ed ecco allora la preghiera di
Gesù, Padre Nostro.
Gesù non prega mai con i discepoli. Non moltiplicate le parole, Gesù non prega
mai insieme con i suoi discepoli, eccetto nell’ultima cena, dove c’è tutta una cerimonia particolare, dove siamo di fronte a un testamento e quando chiede a loro di pregare per lui al Getsemani e loro si addormentano…
Qui i discepoli gli dicono: Insegnaci a pregare! Ma come “insegnaci a pregare”?
Gli apostoli erano degli Ebrei, e quindi le preghiere che dicevano, tutti le sapevano, certo sentivano che c’era qualcosa che non funzionava, sentivano una insoddisfazione in quel tipo di preghiera.
Socrate, si pone il problema della preghiera quattrocento anni prima di Cristo.
Un giorno con il suo amico Alcibiade, una specie di Giuda nei confronti di Socrate, un uomo lanciato in politica che ha fatto poi dei disastri. Un giorno questo
capitano Alcibiade dice a Socrate: “Vogliamo andare al tempio di Diana a pregare?” Socrate risponde: “Va bene, andiamo”. Arrivano al tempio e Alcibiade dice: “Cosa dobbiamo dire?” Socrate risponde: “Non lo so, proprio non lo so, però
so quello che non si deve dire e adesso te lo dimostro, mettiamoci a sedere e
vediamo lo spettacolo.”
Il tempio, più o meno come il nostro: gli altari, la Madonna, San Giuseppe,
Sant’Antonio e così via. Nel tempio di Diana c’erano più o meno tutte le divinità
greche: l’altare di Giove, di Mercurio, di Venere e così via. Ecco arrivare i dissoluti sessualmente e pregano Venere: “Venere, dammi la forza per potere condurre a termine le mie imprese amorose”. Arrivano i ladri, che si rivolgono a
Mercurio, dio dei ladri perché era molto veloce e faceva sparire le cose sotto gli
occhi senza che uno se ne accorgesse; costoro dicono: “Mercurio, dammi la forza per condurre a termine le mie imprese”. Socrate, continuava a guardare Alcibiade. Arrivano coloro che coltivavano i fiori e dicono: “Giove mandaci il sole,
perché noi abbiamo bisogno di sole”. Arrivano poi gli ortolani e dicono: “Giove
mandaci la pioggia, perché noi abbiamo bisogno di pioggia”. Socrate continuava a guardare Alcibiade. Arrivano i ricchi, i quali pregavano Giano Bifronte perché custodisse le porte contro i ladri.
Socrate a questo punto domanda: “Ma Dio chi deve ascoltare, in mezzo a questa babele di richieste contraddittorie? Come se ognuno di noi appartenesse a
un pianeta diverso”. Socrate allora si alza e Alcibiade lo segue e lungo il viaggio: “l’uomo non è capace di pregare, non sa quello che deve chiedere perché il
suo egoismo ha talmente gonfiato l’io, per cui ha distrutto anche Dio, o per lo
meno lo ha strumentalizzato alle sue voglie. Dobbiamo aspettare Uno che ci
insegni a pregare”. Si dice che Socrate aveva capito che soltanto Dio poteva venire a insegnarci che cosa dovevamo dire.
Ora rileggete il Padre Nostro. È tutto al plurale! Dacci il nostro pane quotidiano.
Si può tradurre: Signore continua a far sì che la terra produca l’erba, che le
mucche continuino a mangiare l’erba e a produrre il latte per i bambini e per i
vecchi; ecco il significato di questo pane.
Il Padre Nostro è la preghiera autentica, quella che ognuno di noi deve avere
dentro alla zucca quando prega. Io devo essere tranquillo vicino al mio collega
quando prega, perché sono sicuro che lui non sarà lì a chiedere delle cose che
sono nocive per me, perché se recita il Padre Nostro sono coinvolto anch’io e i
benefici della sua preghiera sono anche i miei.
Preghiera del Rover
Preghiera della Scolta
O Signore Gesù, che scegliesti
di essere l’Agnello di Dio
accettando la volontà di Colui
che ti aveva mandato
ed il portarne a termine l’opera,
concedimi di poter imitare
questo tuo divin esempio
nella mia vita quotidiana.
Aiutami
a comportarmi in ogni circostanza
da vero Rover:
pronto nel vedere il bene,
costante nel portarlo a buon fine,
senza inutili lamenti,
ma lietamente, come tu vuoi.
Fa’ che la mia vita
segua la traccia del tuo volere
e che non mi pieghi
alle lusinghe del mondo.
Signore Gesù,
che hai detto "Siate pronti",
fammi la grazia di scegliere questo
comando
come mio motto e di rimanere fedele.
Che ogni circostanza della mia vita
mi trovi pronta per il dovere:
amando e dicendo la verità,
cercando e facendo il bene,
sempre pronta a perdonare,
sempre pronta ad aiutare
sorridendo nelle avversità,
pura di mente e di cuore.
Queste sono, o Signore, le tracce dei
tuoi passi.
Voglio seguirle attraverso tutto,
senza paura e senza rimpianti,
con animo forte e a fronte alta.
Signore aiutami.
Rendimi capace di portare
altri sulla via del bene,
senza scoraggiamenti
per i miei insuccessi.
Fa’ che ogni sera
giunga stanco al riposo
ma lieto per aver fatto del mio meglio
per rimanere fedele a Te
e alla mia Promessa.
Appunti personali
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